Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2019

Voglio il tuo sudore

Sedici ore di lavoro in cambio di un panino e un gadget. È quanto offrono gli organizzatori dell’evento balneare di Jovanotti. Un caso paradigmatico.

È una fotografia azzeccata, quella del volantino del Comune di Cerveteri Marina in cui si cercano volontari per la raccolta differenziata durante il tour dell’estate: il Jova Beach Party. È Jovanotti, travestito da Zio Sam, mentre chiede il nostro aiuto, almeno sedici ore di lavoro, in cambio di un panino, una bibita e un gadget. È l’immagine dell’industria culturale: quella che ogni sera fattura milioni di euro ma non paga i lavoratori, perché ormai chiamati volontari, ragazzi fortunati.

Giorno dopo giorno ci si abitua a non vedere, a non guardare in che modo si produce realmente ciò che abbiamo attorno: che si tratti di barattoli di pomodoro pelato o di mega installazioni su cui si esibiranno le star più o meno del momento. Una rimozione che può avere svariate giustificazioni, ma che prima o poi torna a chiedere il conto, a svegliarci di soprassalto.

Così per il prossimo concerto di Lorenzo Jovanotti vengono reclutati volontari per «presidiare i contenitori della raccolta differenziata dislocati sull’area dell’evento e informare le persone su come fare bene la raccolta differenziata». In cambio, niente poco di meno che «accesso all’evento; buono per panino + bibita; maglietta Beach Angels + cappellino; – e dulcis in fundo – assicurazione a copertura di danni personali e a terzi». Il Jova Beach Party aveva già fatto parlare di sé per i rischi presunti o reali causati all’ambiente, considerando che le date si terranno su spiagge o addirittura a Plan de Corones, in Alto Adige.

Gli organizzatori hanno cercato di replicare alle critiche sul danno ambientale dell’evento, rimane il nodo della pulizia dei luoghi che gli organizzatori assicurano. Mentre rete e giornali non hanno fatto attendere la propria posizione sulla quesitone ambientale – sacrosanta – ben poco, se non nulla, si è sentito per le condizioni di lavoro di centinaia di lavoratori non pagati perché definiti volontari usati proprio per garantire il rispetto dell’ambiente. Dalle 8 di mattina a fine concerto. E bisogna che ti consideri un ragazzo fortunato a fare 16 ore gratis perché ti hanno regalato un sogno, un panino e un gadget. Neppure i sali minerali per resistere in caso di calo di pressione sotto il sole cocente di un’estate dalle temperature record.

Verrebbe da fare ironia se non si trattasse di una situazione talmente seria da non poterci permettere alcun sarcasmo. Pare che in media il costo di produzione di ciascuna data si aggiri attorno al milione e mezzo di euro e facendo due calcoli, con una media di 50 mila spettatori al modico prezzo di 60 euro ciascuno, il fatturato di tre milioni. Profitto 1,5 milioni di euro a serata. Panino più bibita più maglietta e cappellino per chi invece lavora dalla mattina a notte inoltrata. Guarda mamma come ci si diverte a far lavorare la gente gratis, a non fare i contratti e guadagnare un casino di soldi.

Il caso del Jova Beach Party è altresì emblematico perché sostenuto dal Wwf allo scopo di sensibilizzare contro l’uso della plastica monouso, un testimonial che per una azione che sì dovrebbe essere prassi comune quotidiana di qualsiasi cittadino guadagna un milione e mezzo circa. Che in questo paese, ma non solo, i lavoratori subiscano da decenni attacchi spietati alle proprie condizioni di lavoro, ai salari, ai diritti sociali è cosa nota. Giorno dopo giorno, un pezzettino più o meno grande alla volta.

In questa quotidianità si affermano e consolidano pratiche di completo rovesciamento ideologico, di cui la più in voga pare essere quella del lavoro definito volontariato affinché acquisisca una natura benevola, dove quel che importa è la partecipazione, la condivisione di un interesse che non sia un rapporto tra chi comanda e chi esegue, ma la condivisione di un momento di utilità sociale, che fa apparire di cattivo gusto ogni pretesa del fondamento stesso del lavoro nel nostro sistema capitalistico l’interesse monetario – quello di ricevere una retribuzione per la fatica fatta.

Così sul lavoro gratuito, ridenominato volontariato, oggi poggiano interi settori economici che fanno profitto, che hanno bisogno di lavoratori ma possono far leva sull’immaginario – del volontario sorridente o del disoccupato che si prende cura delle aiuole sotto casa – per risparmiare sui costi e quindi fare più profitti. O risparmiare di più come nel caso del volontariato fatto presso le amministrazioni pubbliche.

Tra questi settori, merita un posto d’eccezione, per la pervasività del fenomeno, quello della produzione culturale dove festival di ogni tipo, musei, concerti, mostre, fino ad arrivare ai grandi eventi internazionali stanno letteralmente in piedi grazie al lavoro gratuito di centinaia di volontari.

Il caso Expo Milano ha fatto scuola: 18 mila volontari furono ingaggiati gratuitamente – con l’accordo dei sindacati confederali – perché un salario vale meno del «costruire un network di relazioni vere basato su entusiasmo, energia, talento, intraprendenza, voglia di fare ed esperienze vissute, che potrà esserti utile anche nel tuo futuro», come si poteva leggere sui depliant di reclutamento. L’importante è pensare positivo.

Negli anni abbiamo visto migranti con la pettorina gialla pulire gli escrementi dei cavalli a capo delle carrozze di una processione locale. E li abbiamo ritrovati a pulire il Parco Ferrari di Modena, dopo il concerto di Vasco Rossi. Parliamo di eventi che generano milioni di fatturato, tra biglietti, sponsor e tutti i costi risparmiati grazie alla messa a disposizione di infrastrutture pubbliche a danno anche degli abitanti di quegli stessi luoghi, visto che la spiaggia libera che è stata scelta come location dell’evento verrà chiusa al pubblico: un bene comune sottratto per venti lunghi giorni.

Un apparato il cui incommensurabile valore collettivo è letteralmente messo a disposizione di imprese e profitti privati: sia quelli dell’organizzazione che quelli del luogo. Il turismo, petrolio d’Italia, ma anche eventi culturali, concerti, fiere, sagre. Ne approfittano tutti, tranne i lavoratori che se non lavorano gratuitamente, ricevono salari del tutto indecenti, come i lavoratori che hanno smontato l’imponente palco di Ultimo dopo il concerto allo stadio Olimpico di Roma. Quattro euro l’ora, molti di loro neppure con uno straccio di contratto per la giornata lavorata.

Gli organizzatori si giustificano: «non sono nostri lavoratori». Si tratta di una deresponsabilizzazione ricercata: lavoratori in nero, sottopagati e finti volontari sono cooptati e gestiti attraverso cooperative o agenzie, strutturate o di comodo. È il sempiterno gioco delle tre carte, tra appalti e subappalti, lo stesso che imperversa lungo il ciclo di produzione di ormai tutti i settori economici.

Fuori fuoco appaiono anche le contro-critiche secondo cui nessuno costringe queste persone ad accettare, anzi spesso lo fanno proprio con entusiasmo perché possono godersi un concerto a cui non avrebbero potuto partecipare. Per mancanza di soldi, molto probabilmente.

Un argomento che fa acqua da tutte le parti. Primo perché quelle attività sono necessarie al buon funzionamento dell’evento, parti indispensabili della produzione ed è surreale poter pensare di non essere disposti neppure a retribuirle dal momento che senza questo lavoro non ci sarebbe alcun concerto. Un ragionamento che va esteso a qualsiasi attività economica che non può definirsi tale senza la minima capacità di retribuire i propri fattori di produzione. Vale nell’industria culturale come in tutte le altre.

Tornando al punto delle contro-critiche, bisogna dire che per ogni volontario arruolato c’è un lavoratore disoccupato che rimane a casa, uno dei tanti, troppi a cui quotidianamente si vuol fare credere che la propria condizione è il risultato delle proprie scelte, scarse attitudini, responsabilità individuale. E non c’entra nulla l’avere a cuore il proprio territorio o la sagra tradizionale del proprio comune per cui fare i volontari è quasi un orgoglio, come lo è stato per decenni per i militanti dei partiti che gestivano le proprie feste – che nel momento in cui sono venuti meno i militanti hanno iniziato ad usare anche gli studenti in alternanza scuola-lavoro.

Non esiste “militanza” quando questa attività accresce i profitti di uno o di pochi, quando quel che produci non è anche tuo, non puoi dividerlo con la tua comunità.

Inoltre, qualcuno dovrà prima o poi chiedersi come mai un giovane non può permettersi di andare a un concerto e preferisce lavorare più di dodici ore sotto il sole, con uno sforzo fisico non indifferente – non sta mica su una poltrona massaggiatrice – pur di goderselo. Sarà che i prezzi sono troppo alti e allo stesso tempo i salari troppo bassi, addirittura nulli in molti troppi casi, come in questo.

Poiché come società forse non abbiamo ancora la forza di pretendere la cultura gratuita o accessibile per tutti, potremmo almeno avere la dignità di chiedere salari più alti, salari decenti. Il problema è tutto nostro perché dall’altro lato, quelli che propongono e sostengono tali pratiche, sanno bene che impiegare volontari ha anche l’effetto di dissuadere chi invece nel gruppo ha ancora un piccolo salario, un rimborso spese. Il ricatto è presto sul tavolo: o così o prendiamo un altro volontario.

Qui si apre una partita per nulla semplice che investe non soltanto questo settore e in cui non è possibile giocare da soli. Rivendicare i diritti di uno o di tutti rimane uno sport collettivo, che prende forma se e solo se ci si oppone a una deriva anche quando privatamente ci può fare comodo. La questione salariale ombelico del mondo!

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09/08/2018

Perché non ti piace Risorgimarche?

È una domanda molto ripetuta in questi giorni, dietro al megafono della propaganda che celebra a cronache unificate i settantamila accorsi a Matelica per ascoltare il concerto dell’autore degli immortali versi «Vasco non ci casco» e «Ciao mamma guarda quanto mi diverto».

Comunque, per quanto mi riguarda Risorgimarche è un problema.

Lo è da un punto di vista ambientale, lo è da un punto di vista politico.

Sul punto di vista ambientale vi rimando a quello che hanno scritto a proposito Phil Connors e Leonardo Animali, due persone che di questo lunghissimo doposisma sanno più di qualcosa.

Il punto di vista politico è complesso, e mi scuso in anticipo se sarò costretto a dilungarmi.

Tutto nasce da un equivoco molto grosso e molto di moda: i connotati esclusivamente positivi che si danno al fenomeno del turismo, panacea di ogni male, deus ex machina di un sistema ridotto ai minimi storici.

Il turista arriva, dà un’occhiata, scatta due foto brutte, mangia qualcosa, magari assiste a un concerto e poi va via. Il turista non visita un luogo, lo compra, lo affitta, scambia denaro per servizi.

Il problema principale del cratere del terremoto è che ci sono decine di paesi ormai in rovina, a due anni dalla prima scossa la ricostruzione non è mai partita e gli abitanti dell’Appennino ormai non esistono più. Aspettano il compiersi di un futuro indefinibile stipati in casette di ferro e plastica, circondati dalle macerie della loro vita precedente.

Pensate, nei villaggi di casette provvisorie non si può nemmeno aprire un centro ricreativo, a meno che non si abbia uno sponsor: l’aggregazione, la socialità, il vivere insieme sono subordinati alla volontà di un privato che decide di fare un regalo. Né il governo né le Regioni hanno mai tirato fuori un soldo per cose del genere. È un ragionamento vecchio come Ronald Reagan: o produci o consumi o crepi. E un centro ricreativo per terremotati non produce né consuma, quindi, cari terremotati, potete anche crepare. A meno che non vi troviate un mecenate dal cuore grande (e non vi facciate troppe domande sui suoi eventuali interessi paralleli).

Ecco, la gente che sale in montagna per Risorgimarche consuma e fa felici i produttori (alcuni, infatti quest’anno la Regione Marche ha appaltato tutto a due colossi dell’agroalimentare marchigiano, con tanti cari saluti ai meravigliosi «piccoli produttori»), ma non vive questi luoghi ormai, non giriamoci intorno, moribondi. La strategia dell’abbandono è anche questo: mollare tutto continuando a far credere di essere molto preoccupati e partecipi.

Quando si dice che la ricostruzione o è «dal basso» o non è, non si sta facendo un esercizio di retorica. Oltre al celebratissimo Neri Marcorè che porta i «grandi nomi» con i soldi della Regione (tra l’altro, il conto finale ancora non si sa: c’è chi dice 350mila, chi 500mila euro), esistono decine di piccole realtà che provano a portare cultura e spettacoli nel cratere, vivendo questi luoghi e rispettandoli per quello che sono, non per altro. Penso a Furgoncinema, a Liricostruiamo, all’orchestra giovanile di Paolo Rumiz: esperienze che i paesi terremotati li vivono per davvero, ci stanno dentro, tracciano un percorso.

«Noi non siamo architetti, non siamo ingegneri, non siamo muratori – mi ha detto Rumiz in un’intervista che gli ho fatto un paio di settimane fa – non possiamo ricostruire le case, proviamo a ricostruire le persone».

[Quest’estate Rumiz la sta passando sull’Appennino con settanta giovani musicisti: loro suonano, lui legge passi dei suoi libri in giro per le piazze e le osterie]

Risorgimarche è un’iniziativa calata eminentemente dall’alto, organizzata «per voi», ma non «con voi», perché voi non sapete quello di cui avete bisogno. O almeno non lo sapete tanto quanto gli esperti di marketing ingaggiati per organizzare la kermesse.

Risorgimarche ha un direttore artistico di peso (Neri Marcorè) e una struttura organizzativa messa insieme dalla Regione Marche, che non ha fatto tante storie quando si è trattato di aprire lautamente il portafoglio. Risorgimarche, in questo senso, è una maschera che l’amministrazione di Luca Ceriscioli e del Pd mette per coprire il fatto che negli ultimi due anni non è successo nulla. La ricostruzione non c’è, le persone sono abbandonate, se non addirittura ostacolate quando provano a farcela da sole: sono cose che si dicono e si scrivono da quasi due anni senza tema di smentita. In compenso c’è Jovanotti che ti dedica L’ombelico del mondo.

Il terremoto è tragedia, la sua gestione un dramma: c’è poco da scherzare e ancora meno da ridere. L’immagine di Ceriscioli in mezzo a decine di migliaia di persone su un prato è uno spot, perché la politica di questi anni vede tutto come marketing. Il cratere non è (più) un posto in cui può vivere qualcuno, ma una distesa di terra buona per diventare un centro commerciale a cielo aperto, con concerti, eventi, iniziative, attrazioni per turisti. Chi ci vive, ci viveva, vorrebbe tornare a viverci, viene sempre dopo.

Usciamo dall’equivoco, allora: Risorgimarche non è il ramoscello d’ulivo che il Palazzo offre al popolo per camminare insieme verso un futuro luminoso. Non è pace sociale. È resa sociale.

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28/06/2015

Modi piacevoli di prenderlo in culo (lavoro gratuito e oltre)


Quando un cantante di cui non voglio fare il nome se ne è uscito con il brillantissimo incitamento ai giovani di lavorare anche gratis, per fare esperienza, molti si sono incazzati. Altri, quelli col culo parato, hanno detto che chi non fa queste cose gratis non ha voglia di fare un cazzo, che lavorare gratis fa esperienza, eccetera. Come la penso io, lo sapete: che la fatica, se era una cosa buona, la facevano i preti, e che piuttosto che andare a lavorare gratis, uno si legge un libro, si sente un disco, si mette sul divano a grattarsi il culo. E non c’è bisogno di aggiungere altro o di litigare con chi non la pensa come me: uno che incita la gente a lavorare, gratis, per di più, per me è come uno che si legge Francesco Sole o Massimo Bisotti: è inutile che ci parli proprio.

Poi, però, uno legge, e scopre che la prestigiosa Festa del cinema di Roma sta cercando ragazze/i per attività di volontariato nei mesi di settembre-ottobre all’interno dell’ufficio accrediti per la decima edizione della Festa del Cinema. Chiunque fosse interessato può inviare il proprio cv alla mail accreditation@romacinemafest.org, scrivendo nell’oggetto “VOLONTARIO UFFICIO ACCREDITI”.

Cercano volontari. Per l’ufficio accrediti, roba che così, a occhio, significa che stai lì a fare lavoro d’ufficio, mica a portare la cocaina nei camerini delle star per poi scopartele. Na fatica ‘emmerda, insomma. Ora, se uno pensa a questa bella opportunità, e magari va in giro a cercarsi un po’ di notizie, si rende conto, che, a occhio, la prestigiosa Festa del cinema di Roma non è che si muoia proprio di fame, eh. Tra Comune, Regione, Città Metropolitana, Ministero, Camera di Commercio e enti privati, più l’incasso dei biglietti, il budget della kermesse si aggira intorno agli undici milioni di euro. Per carità, roba che noi ci campiamo la famiglia una o due settimane al massimo, ma due spiccetti non sono. Deve essere per questo che, per l’ufficio accrediti, cercano dei giovani che lavorino gratis.

Il problema è che, per quello che posso capire io, che in queste cose sono ciuccio, la prestigiosa Festa del Cinema non è una manifestazione senza fini di lucro; non mi risulta che alle manifestazioni senza fini di lucro si paghino i biglietti. E, sempre per quanto mi ricordo, il volontariato è regolato da una legge quadro, la 266/1991, che recita:

Art. 2 – Attività di volontariato 1. Ai fini della presente legge per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà.

Ora, magari sono io che ho le idee confuse, e magari la Festa è davvero una manifestazione senza fini di lucro diretti o indiretti ed esclusivamente per fini di solidarietà. Però. Mi chiedo che senso abbia chiedere alle persone di lavorare gratis (ripeto: gratis) in una cosa così. E se è per solidarietà, non sarebbe forse meglio (ma vedi cosa vado a pensare) dare direttamente i soldi in beneficenza? E anche se fosse tutto in regola, mi chiedo come si metteranno i nostri attori e registi di sinistra ospiti della manifestazione (che, ripeto, conta su un budget di circa UNDICI MILIONI DI EURO), nel sapere che c’è gente che lavora gratis mentre loro diffondono il verbo dell’internazionale comunista al buffet di tramezzini.

Ma lo so, come si mettono, questi. Impettiti, con la schiena dritta e il ditino alzato, per insegnare ai giovani che il lavoro è un privilegio, e dite anche grazie che non ve lo facciamo pagare, non ancora, almeno. E comunque io a questa gente non ho niente da dire. Facciamo parte di mondi diversi, giochiamo in campionati diversi, non parliamo neanche la stessa lingua, e i nostri cervelli funzionano diversamente. L’unica cosa voglio dirla a quelli che stanno pensando di andare a lavorare gratis: ci sono modi più piacevoli per prenderlo in culo. E fate pure arrabbiare Adinolfi, che volete di più?

Fonte

05/06/2015

Napoli - Contestato Jovanotti: "Noi non siamo ragazzi fortunati"

Ormai l’avrete letto tutti: ieri Jovanotti ha difeso il lavoro gratuito. Cioè no, non l’ha difeso, ha detto che be’, sì, insomma, solo quello che ti fa fare esperienza, quello che fai da giovane, poi quello che lui faceva da giovane, poi la sagra della ranocchia, poi ha tirato dentro Nietzsche, infine la ciliegina: “non dovete avere un atteggiamento lamentoso”…

Ecco, a noi di discettare su quello che detto Jovanotti, della singola parola in più o in meno, non interessa nulla. Basta vedere i video per capire nella sostanza quello che ne pensa: ovvero che i giovani si devono muovere, si devono buttare, iniziare a faticare, poi se qualcosa verrà, bene, magari conosci la persona giusta, qui “bisogna navigare a vista”…

Ecco, questo è il Jovanotti-pensiero. Magari non ha detto proprio che “lavorare gratis è giusto” – ma d’altronde chi lo direbbe esplicitamente? siamo nel 2015 e dire certe cose fa ancora brutto – ma nella sostanza ha detto le stesse cose che da anni ci dicono governanti come Monti, la Fornero... Cioè che siamo bamboccioni, siamo coglioni, ci lamentiamo solo etc.

Jovanotti pare papà, ci mancava solo che dicesse: “vedi, il figlio della signora Anna mò sta faticando, lui sì che si dà da fare”. Ovviamente il figlio della signora Anna fa le fotocopie aggratis in un’associazione di preti…

In realtà è peggio di così. Le parole di Jovanotti non sono sparate a caso, né sono solo l’ennesima variazione sul tema “non siete buoni”. Le parole di Jovanotti sono sempre perfettamente in linea con la comunicazione del Governo Renzi. Una comunicazione paracula, che non dice mica: “vi togliamo i diritti e non vi paghiamo”, come con Expo e il Jobs Act, ma dice: “e su, vi stiamo dando un’opportunità, dimostrate di meritarla”. Una comunicazione pensata per fregarci.

È qui che Jovanotti torna utile. Perché i politici ormai i giovani non li ascoltano, se ne fottono. Mentre Jovanotti è un cantante, parla a migliaia di ragazzi, che in assenza di riferimenti si trovano lui, il fratello grande, che gli dice, come ha detto negli ultimi mesi: Renzi è un grande, ha tanta energia, Landini e gli operai no, sono vecchi, reazionari etc.   

Succede allora che qualche ragazzo inizia a crederci. “Se lo dice anche Jovanotti sarà vero. Io non sono buono, io non ci provo, io mi lamento”. E il peso sulle spalle cresce. Si sfoga su chi è come lui ma osa alzare la voce: “dovete fare sempre i soliti comunisti”. Però il problema non passa mica così. Il ragazzo si dice: “è colpa mia”. Poi succede che qualche ragazzo si colpevolizza troppo e si uccide, come a Pomigliano qualche settimana fa. Perché hai voglia di crederci, ma se il lavoro non c’è non c’è. E la colpa è proprio degli amici di Jovanotti, dei Renzi, dei Marchionne...

Ovviamente c’è anche chi reagisce. Noi oggi siamo andati a chiedere conto a Jovanotti delle sue parole, ma non perché ce ne fregava di questo personaggetto, ma perché era l’occasione di parlare contro il lavoro gratuito, di dire a tanti ragazzi: non accettate, non deprimetevi, non rassegnatevi. Di farci portatori di quella rabbia che molti ragazzi hanno.

La migliore dimostrazione che avevamo ragione, e che Jovanotti è in tutto e per tutto in linea con il Governo Renzi, ce l’ha data la DIGOS che ha impedito a decine di studenti di entrare. Si vede che a loro piacciono le esperienze di lavoro gratuito, non le esperienze di democrazia.

Per fortuna, anche se solo nelle forme che ci sono concesse oggi, tantissima gente si è ribellata alle parole di Jovanotti. Ecco, questo per noi è un segnale. Appena abbiamo pubblicato la notizia si sono scatenati migliaia di commenti arrabbiati. Bisognerebbe chiedersi il perché, invece di sparare cazzate come ha fatto Selvaggia Lucarelli. Forse perché le parole di Jovanotti sono andate a toccare un nervo scoperto? Forse perché c’è già tanta gente che lavora aggratis? Forse perché sono vent’anni che ci rifilano la solfa – smentita dall’esperienza e da tutti gli studi scientifici – meno diritti, meno salario uguale più occupazione?

Ecco, questo volevamo dire, e rifiutiamo il cliché di quelli che ce l’hanno con tutto e tutti. Semplicemente, noi non siamo ragazzi fortunati. A noi non è stato regalato nessun sogno. A noi è stata regalata questa realtà. La disoccupazione. Gli stage gratuiti, che dopo manco ti assumono perché prendono un altro stagista. I contratti a termine. Gli orari che si allungano a piacere del capo, perché se non resti non ti rinnovano. L’emigrazione al Nord. Le relazioni affettive che si allentano, poi si rompono.

Se ci date questa realtà, aspettatevi il nostro odio. Anche se dite solo una mezza frase, anche se siete simpatici a tutti, anche se fate i cantanti. Non è un odio stupido, non è quello populista contro i rom. È quell’odio che ha iniziato a individuare i propri nemici. È quell’odio che sa essere proposta, apertura di spazi, programma politico alternativo. 

Forse di questo molti hanno paura. Che iniziamo a svegliarci. Perché su una sola cosa Jovanotti ha ragione: “non bisogna lamentarsi”. Ma non nel senso che dice lui, ovvero che dobbiamo accettare. Nel senso che ci serve a noi: che dobbiamo lottare. 

Jovanotti è un ragazzo fortunato, e non c’è niente che ha bisogno. Noi non lo siamo, e c’è tutto che abbiamo bisogno. E dobbiamo cominciare a prendercelo.

Le compagne e i compagni di “Je so’ pazzo” (Napoli)

Fonte

04/06/2015

Jovanotti abbellisce il lavoro gratuito

Gli ideologi del potere attuale non sono dei potenti pensatori, ma spacciatori di pillole. Avvelenano lo stesso, ma in piccole dosi, con un aspetto "smart"...

Jovanotti, cantante simpatia, chiacchiere leggere e ottimismo a buon mercato, ha dato ieri un esempio di cosa voglia dire fare ideologia al tempo del renzismo. Ma ha anche involontariamente aperto uno squarcio sui meccanismi che rendono accettabile l'inaccettabile.

Chiamato all'università di Firenze per parlare di identità e di lavoro, di futuro e scuola ha seminato appunto pillole di buonsenso 2015, sintetizzabili in un "datevi da fare". Niente di clamoroso fin quando non è stato interrogato sul lavoro gratis, che va tanto di moda oggi nei discorsi di governanti e imprese. Giudicate voi: 
"Ultimamente ho partecipato a diversi festival in America con la mia musica e vedevo tantissimi ragazzi che lavoravano. Ad un certo punto ho chiesto: scusate, ma questi chi li paga? Mi hanno risposto: sono volontari, lavorano gratis, ma si portano a casa un'esperienza. Così mi sono ricordato che quando ero ragazzo anche io lavoravo gratis alle sagre e mi divertivo come un pazzo. Imparavo ad essere gentile con le persone, se mi avessero detto non lo fare, vai in colonia, sarebbe stato peggio. Ma per me quel volontariato lì era una festa anche se lavoravo alla sagra della ranocchia... Mi dava qualcosa".
Nonostante la sua aria svagata di cinquantenne che deve sembrare un ragazzino (è una chiave del suo successo), Jovanotti non è ingenuo. Così poche ore dopo ci ha tenuto a precisare che lui è personalmente contrario al lavoro gratuito. Dire una cosa e il suo contrario poche ore dopo. Vi ricorda qualcun altro?

Ma anche se la ideologia che spaccia è grossolana, ciò non significa che non sia stata elaborata con sottigliezza. Quindi l'evidente contraddizione tra la prima affermazione e la smentita viene smorzata con un semplice salto logico.
"Non ho detto e non penso sia giusto "lavorare gratis". Ho solo raccontato la mia esperienza e di quanto sia stato divertente per me potermi confrontare da ragazzino con il mondo del lavoro. Facevo il cameriere alle sagre della bistecca e della ranocchia e mi divertivo come un matto. E probabilmente a me quell'esperienza è servita. Non sono per il "lavorare gratis" e come è ben visibile nel filmato ho solo raccontato una mia esperienza positiva".
Inutile star lì a confrontarsi su questioni di principio (se il lavoro gratuito sia ammissibile o meno è in effetti un problema di giustizia sociale, di politica economica, di strutturazione del mercato del lavoro, di princìpi costituzionali, ecc.), che poi "ci si divide" e ci si scazza anche pesantemente. Mettiamola sull'"esperienza personale"... Io l'ho trovato divertente, a suo tempo, e tanto basta a parlarne bene, a renderlo accettabile anche a chi lo sta a sentire.

Inutile anche star lì a questionare sulle condizioni familiari di Jovanotti ragazzo, che magari non aveva un bisogno urgente di avere un lavoro retribuito o bagattelle del genere. Questa ideologia si sottrae per principio a ogni generalizzazione, soprattutto quando si parla di problemi generali. Non ho detto che debba essere  bello per tutti, io l'ho trovato divertente...

Disarmante. Non il suo discorsetto, ma l'effetto che persegue. Naturalmente tende a disarmare la critica al lavoro gratuito (o a qualsiasi altro argomento scabrosamente politico, collettivo, universale), mica la realizzazione di un profitto sfruttando il lavoro gratuito.

Anche l'evocazione delle sagre paesane come "modello esperienziale" è un tantinello lurida. Certo, ci sono feste popolari dove dare volontariamente e gratuitamente una mano è normale. Feste popolari, raccolta di fondi per uno scopo particolare, ecc. Iniziative spesso lodevoli, addirittura da portare ad esempio, in alcuni casi.

Ma non è di questo che si parla, quando si parla - oggi, non quando Jovanotti era adolescente - di lavoro gratis. Oggi se ne parla a proposito di Expo 2015, che non è una sagra di paese ma un "evento" in cui alcune decine di imprese realizzano guadagni da paura. E spesso sono autorizzate dal governo a non pagare chi vi lavora. Si parla insomma di una forma di sfruttamento intensivo resa legale da un governo criminale.

Che possa essere "divertente" per chi ha accettato di subirla ci risulta difficile. L'orario della "prestazione effettiva" è rigido, al contrario che nelle sagre paesane (dove quando si è stanchi si lancia lì un "continuate voi, vado a bere qualcosa e poi torno"). I rapporti gerarchici precisi e duri. Il rapporto col cliente (pardon, il "visitatore") regolato da un disciplinare, non risultante da un rapporto umano festaiolo.

In definitiva: aiutare una vecchietta ad attraversare la strada o a salire le scale è un gesto di umanità totalmente volontario, che qualunque essere umano dovrebbe fare spontaneamente. Accudire una vecchietta otto o dieci ore al giorno è un lavoro che va retribuito (da un istituto di welfare pubblico). Le due cose si somigliano solo in fotografia (dare una mano a un essere umano in difficoltà), ma descrivono due rapporti opposti (un gesto volontario / una prestazione lavorativa con regole e tempi di durata).

Potremmo andare avanti a lungo. Ma sarebbe inutile. L'ideologo renziano Jovanotti negherebbe persino di chiamarsi come si chiama...

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04/09/2013

STRATEGIA DELLA TENSIONE EVOLUTIVA #2 – Jovanotti intervistato da Gramellini

Nell’intervista di Gramellini a Jovanotti pubblicata ieri su La Stampa non c’è solo l’appassionato ritratto di una delle maschere più tragicomiche della cultura pop italiana, ma anche la fredda cronaca della risurrezione di un sistema di valori che a dispetto di tutti i nostri peraltro modesti sforzi (due tweet al giorno) di arginarlo alla sfera di influenza di un sistema morale dove il danno è già stato fatto (la solita trimurti Saviano/Fazio/Gramellini, niente di personale e massimo rispetto ma gli unici con una fanbase meno scopabile della vostra sono Geova e Casaleggio). Nonostante io sia un tossico da internet certificato e piuttosto grave, ho sempre qualche problema con le dinamiche base di queste cose - nel senso, più  castronerie contiene più click genera più l’ufficio stampa è contento. Voglio dire, un demente è un demente, giusto? Un brutto pezzo è un brutto pezzo. Nella fattispecie, uno a cui viene chiesto
Non ti spaventano otto miliardi di persone?  
e che a prescindere dalla stupidità della domanda risponde
«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione»
ecco, a me questa più che un’opinione sembra un grido d’aiuto, come quelli che si fotografano le vene già tagliate su instagram mettendo #countdown come hashtag  (immagino che qualcuno l’abbia fatto in passato, il mondo è sempre un gradino sotto i miei down della domenica sera). Il resto dell’intervista contiene punti di luce devastanti, tipo un momento in cui Jovanotti paventa Baricco al ministero della Cultura dando a intendere che questa sarebbe una cosa a qualsiasi titolo positiva. Da questo punto di vista Gramellini prova pure a fare il giornalista, a non abbassare del tutto il livello e a buttare uno sfottò ogni tanto, ma si ritrova con le mani legate e di fronte al più mastodontico powertrip della storia del pop italiano a parte forse Zucchero Filato Nero e la prima volta che Al Bano fece partire l’acuto di  È la mia vita a Sanremo (1995 e 1996, rispettivamente).

È difficile concentrarsi su un singolo passaggio nell’intervista e additarlo come male puro. È difficile anche rendersi conto, diciamo così, del quadro generale: è sicuramente un altro sampietrino a lastricare la via della beatificazione anzitempo di un musicista pop morto e sepolto (da questo punto di vista ci prendiamo il merito di aver parlato prima di chiunque altro di strategia della tensione evolutiva), orchestrata dall’ennesimo personaggio che gravita attorno alla claque di questo Sai Baba del multiculturalismo pop italiano. Tra l’altro varrebbe la pena di dare un’occhiata alla claque in questione, uno degli insiemi peggio assortiti di addetti ai lavori, simpatizzanti e gente che non rompe le palle per questioni che vanno dal buon vicinato al cattivo gusto musicale, ma più che altro per non tagliarsi dei ponti nella prospettiva di un giro di giostra in futuro: musicisti e giornalisti (alcuni anche rispettabili, mica solo al livello di Mollica) che escono dal trattamento-Jovanotti con una macchietta sul curriculum e la fama del cazzaro, o anche detta sindrome di Giovanni Allevi. Non mi voglio dilungare: dicevo di Jovanotti, della sua intervista, di un certo evoluzionismo darwiniano pre- e post-fascista d’accatto, perché ai nostri tempi puoi citare Gurdjeff ed essere sia post-comunista che post-fascista, il tutto all’interno dello stesso capoverso, e poi lamentarti del fatto che tutti quanti abbiano paura di muoverti e magari lapidarci con slogan del tenore di “bisogna essere”. Tra l’altro che cazzo vuol dire BISOGNA ESSERE? Contrapposto a quale situazione? bisogna essere invece di… fare? non-essere? possedere? limonare duro? cambiare? No, cambiare è escluso perché Jova è un fan del cambiamento, lo dice sia nell’intervista che nell’ultimo singolo, quello copiato dalla cover di Somewhere Over The Rainbow di Israel Kamakawiwo’ole (sia benedetto il copia-incolla) o qualsiasi altro pezzo per ukulele, il pezzo che dice sia l’eternità è un battito di ciglia che se non avessi voluto cambiare ora sarei allo stato minerale, e sia detto fuori di scherzo che di tanto in tanto io mi masturbo pensando ad un Jovanotti allo stato minerale. Bisogna evolversi per poter morire democristiani. Ecco, l’intervista a Jova è questo e altro e molto peggio. Fosse stato Povia e avesse dato più o meno le stesse risposte, probabilmente oggi sarebbe sfottuto da chiunque in quanto Povia. Con Jovanotti staremo a metà tra la controversia, un imbarazzato silenzio (assenso) e persino qualcuno che si avventurerà nel definire coraggiose opinioni tipo definire umanamente simpatico Berlusconi e quattro o cinque tappeti rossi stesi a Matteo Renzi in giro per l’intervista. E la mia segreta speranza è di vedere davvero Renzi sbancare il Festivalbar 2014 con un disco di cantautorato etnico/becero alla Safari, primo in classifica e suonato negli stadi, a togliere consensi a Jovanotti spolpandolo dall’interno tipo vespa icneumone. Jovanotti, che sorvola il pianeta Terra e si prende di merda quando non vede una megalopoli. Jovanotti, il cui pezzo di Jovanotti preferito è Bella, il cui testo recita “mentre ti allontani stai con me forever” e io penso tutte le volte a uno che ai tempi de L’Albero aveva scritto FOREVER MERDA con la bomboletta in un sottopassaggio pedonale alla stazione di Cesena.

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