Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/03/2021

Un governo schifosamente “tecnico”, ossia servo

di Marta Fana da Facebook

Quanto schifo può fare un governo che esternalizza la scrittura delle linee programmatiche e di spesa del più grande intervento di spesa che abbiamo mai visto? Assai.

Non è demandare la politica ai tecnici, è sputare in faccia alla società, alle sue istituzioni, lì dove la battaglia politica nasce e deve essere combattuta. Zero. Significa avere disprezzo per noi.

Possono farlo, Draghi può farlo per due motivi: per la sottomissione indegna dei partiti a questo governo e perché noi non facciamo niente per metterli in difficoltà. Una situazione agghiacciante di cui ne pagheremo le conseguenze non soltanto oggi, perché la questione sociale peggiorerà, ma perché senza dialettica e conflitto vivremo un arretramento culturale di cui sinceramente non riesco più a vedere la fine, nonostante la situazione sia già piuttosto allarmante.

Formalmente ci sono altre questioni che dovremmo considerare.

Questa esternalizzazione è affidata a una società di consulenza come McKinsey, fedele all’ortodossia di mercato e che si nutre del sostegno a una precisa linea politica: quella della macelleria sociale e, allo stesso tempo, quella che accetta di pagare 600 milioni di dollari per porre fine alle indagini che la vedono accusata di aver spinto la somministrazione di farmaci alla base della crisi degli oppiacei: causa di morte di oltre 450mila persone negli USA negli ultimi due decenni, giusto per fermarci all’ultimo scandalo.

A parte che a gente così non affidereste il gatto quando partite per il fine settimana, io vi vorrei fare una domanda: l’avete mai letto un rapporto di McKinsey?

Io sì, diversi. Sono prodotti di scarsa qualità: dove il livello di approfondimento non supererebbe una tesina triennale e manco una discussione mediamente seria, dove la metodologia è spesso imbarazzante, dove ciò che emerge e si afferma sono le infografiche.

Il governo dei migliori. Il governo dei migliori. Il governo dei migliori è quello a cui non gliene può fregare un cazzo di niente delle questioni che attanagliano la nostra quotidianità: il lavoro, la scuola, la sanità, i mezzi pubblici, la casa, il welfare, l’industria.

Questa scelta grida vendetta, una vendetta attiva, partecipata e organizzata. Ora.

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Post scriptum redazionale

La “linea politica” di McKinsey, univoca e lineare da quando questa società esiste, è ben descritta in queste auto presentazioni di 30 anni fa (vengono da lontano, non vanno da nessun altra parte). Non c’è bisogno di traduzione, ci sembra, per sapere quale pietanza stia preparando il governo Draghi.


Fonte

27/09/2020

L’aumento di Tridico, l’ipocrisia del potere

La vicenda dell’aumento di stipendio del Presidente dell’INPS è emblematica dello stato di qualunquismo e populismo che ormai si sta affermando in Italia grazie a un numero sterminato di mass media che, pur di attrarre qualche consenso e lettore, sparano a palle incatenate su tutto e tutti.

L’ INPS, di cui Tridico è presidente, è un Ente di importanza strategica per il Paese, gestisce un bilancio che è secondo solo a quello dello Stato ed è, volente o nolente, un baluardo nella difesa del welfare.

Per chi fa finta di dimenticarlo ricordo che gli emolumenti dei presidenti degli Enti pubblici non li stabiliscono gli interessati, ma una legge dello Stato e che quindi il provvedimento adottato dall’INPS è la diretta conseguenza dell’applicazione di una legge.

Ho quindi come l’impressione che il can can scatenato intorno al provvedimento sia dettato dalla volontà di togliere di mezzo dalla guida dell’INPS un personaggio che, in questo limitato periodo di tempo, si è distinto per la sua strenua difesa dei compiti istituzionali dell’Ente, per le sue posizioni certamente sgradite a Confindustria sul reddito minimo, sugli ammortizzatori sociali, sulla riduzione dell’orario di lavoro e cercando di far fronte a tutti gli adempimenti straordinari richiesti all’Istituto previdenziale dall’emergenza Covid nonostante la drammatica mancanza di personale.

Per di più, guarda caso, l’attacco prende corpo proprio mentre segretari generali di CGIL, CISL e UIL chiedono al Governo di riesumare il trucco del silenzio-assenso per scippare ai lavoratori il TFR/TFS da dirottare a quei fondi pensione negoziali, nei cui Consigli di Amministrazione siedono proprio loro e mentre si sta discutendo di una ulteriore modifica restrittiva del sistema pensionistico pubblico.

Mi viene il dubbio quindi che l’oggetto reale degli attacchi in corso non sia lo stipendio del Presidente dell’INPS, che mi sembra – nonostante tutto – ancora compatibile con i compiti del suo mandato e delle sue funzioni, ma la non acquiescenza di Tridico alle manovre in atto per continuare nell’aggressione al sistema previdenziale pubblico e al welfare.

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Dello stesso tenore anche due tweet di Marta Fana, apprezzata analista delle politiche sociali.

Ma dite, come mai lo stesso accanimento non avvenne e continua a non avvenire nei confronti dell’ex presidente Inps Boeri che fin da subito percepiva la stessa cifra? 103mila di base + 45mila di benefit.

Lungi da me giustificare qualsiasi aumento di stipendio dirigenziale oggi, però se @repubblica diffonde una notizia falsa, smentita da @INPS_it ufficialmente, bisognerebbe da giornalista cercare fonte e solo poi parlare. Altrimenti non è giornalismo.



Fonte

Tutto formalmente corretto, bisognerebbe però rendersi conto che al posto di fare la difesa di ufficio di Tridico, andrebbero difesi i pensionati italiani (soprattutto quelli al minimo) e gli aspiranti tali. In questo modo si potrebbe fare del populismo di quaità finendo pure per "difendere" anche Tridico.

13/07/2019

Voglio il tuo sudore

Sedici ore di lavoro in cambio di un panino e un gadget. È quanto offrono gli organizzatori dell’evento balneare di Jovanotti. Un caso paradigmatico.

È una fotografia azzeccata, quella del volantino del Comune di Cerveteri Marina in cui si cercano volontari per la raccolta differenziata durante il tour dell’estate: il Jova Beach Party. È Jovanotti, travestito da Zio Sam, mentre chiede il nostro aiuto, almeno sedici ore di lavoro, in cambio di un panino, una bibita e un gadget. È l’immagine dell’industria culturale: quella che ogni sera fattura milioni di euro ma non paga i lavoratori, perché ormai chiamati volontari, ragazzi fortunati.

Giorno dopo giorno ci si abitua a non vedere, a non guardare in che modo si produce realmente ciò che abbiamo attorno: che si tratti di barattoli di pomodoro pelato o di mega installazioni su cui si esibiranno le star più o meno del momento. Una rimozione che può avere svariate giustificazioni, ma che prima o poi torna a chiedere il conto, a svegliarci di soprassalto.

Così per il prossimo concerto di Lorenzo Jovanotti vengono reclutati volontari per «presidiare i contenitori della raccolta differenziata dislocati sull’area dell’evento e informare le persone su come fare bene la raccolta differenziata». In cambio, niente poco di meno che «accesso all’evento; buono per panino + bibita; maglietta Beach Angels + cappellino; – e dulcis in fundo – assicurazione a copertura di danni personali e a terzi». Il Jova Beach Party aveva già fatto parlare di sé per i rischi presunti o reali causati all’ambiente, considerando che le date si terranno su spiagge o addirittura a Plan de Corones, in Alto Adige.

Gli organizzatori hanno cercato di replicare alle critiche sul danno ambientale dell’evento, rimane il nodo della pulizia dei luoghi che gli organizzatori assicurano. Mentre rete e giornali non hanno fatto attendere la propria posizione sulla quesitone ambientale – sacrosanta – ben poco, se non nulla, si è sentito per le condizioni di lavoro di centinaia di lavoratori non pagati perché definiti volontari usati proprio per garantire il rispetto dell’ambiente. Dalle 8 di mattina a fine concerto. E bisogna che ti consideri un ragazzo fortunato a fare 16 ore gratis perché ti hanno regalato un sogno, un panino e un gadget. Neppure i sali minerali per resistere in caso di calo di pressione sotto il sole cocente di un’estate dalle temperature record.

Verrebbe da fare ironia se non si trattasse di una situazione talmente seria da non poterci permettere alcun sarcasmo. Pare che in media il costo di produzione di ciascuna data si aggiri attorno al milione e mezzo di euro e facendo due calcoli, con una media di 50 mila spettatori al modico prezzo di 60 euro ciascuno, il fatturato di tre milioni. Profitto 1,5 milioni di euro a serata. Panino più bibita più maglietta e cappellino per chi invece lavora dalla mattina a notte inoltrata. Guarda mamma come ci si diverte a far lavorare la gente gratis, a non fare i contratti e guadagnare un casino di soldi.

Il caso del Jova Beach Party è altresì emblematico perché sostenuto dal Wwf allo scopo di sensibilizzare contro l’uso della plastica monouso, un testimonial che per una azione che sì dovrebbe essere prassi comune quotidiana di qualsiasi cittadino guadagna un milione e mezzo circa. Che in questo paese, ma non solo, i lavoratori subiscano da decenni attacchi spietati alle proprie condizioni di lavoro, ai salari, ai diritti sociali è cosa nota. Giorno dopo giorno, un pezzettino più o meno grande alla volta.

In questa quotidianità si affermano e consolidano pratiche di completo rovesciamento ideologico, di cui la più in voga pare essere quella del lavoro definito volontariato affinché acquisisca una natura benevola, dove quel che importa è la partecipazione, la condivisione di un interesse che non sia un rapporto tra chi comanda e chi esegue, ma la condivisione di un momento di utilità sociale, che fa apparire di cattivo gusto ogni pretesa del fondamento stesso del lavoro nel nostro sistema capitalistico l’interesse monetario – quello di ricevere una retribuzione per la fatica fatta.

Così sul lavoro gratuito, ridenominato volontariato, oggi poggiano interi settori economici che fanno profitto, che hanno bisogno di lavoratori ma possono far leva sull’immaginario – del volontario sorridente o del disoccupato che si prende cura delle aiuole sotto casa – per risparmiare sui costi e quindi fare più profitti. O risparmiare di più come nel caso del volontariato fatto presso le amministrazioni pubbliche.

Tra questi settori, merita un posto d’eccezione, per la pervasività del fenomeno, quello della produzione culturale dove festival di ogni tipo, musei, concerti, mostre, fino ad arrivare ai grandi eventi internazionali stanno letteralmente in piedi grazie al lavoro gratuito di centinaia di volontari.

Il caso Expo Milano ha fatto scuola: 18 mila volontari furono ingaggiati gratuitamente – con l’accordo dei sindacati confederali – perché un salario vale meno del «costruire un network di relazioni vere basato su entusiasmo, energia, talento, intraprendenza, voglia di fare ed esperienze vissute, che potrà esserti utile anche nel tuo futuro», come si poteva leggere sui depliant di reclutamento. L’importante è pensare positivo.

Negli anni abbiamo visto migranti con la pettorina gialla pulire gli escrementi dei cavalli a capo delle carrozze di una processione locale. E li abbiamo ritrovati a pulire il Parco Ferrari di Modena, dopo il concerto di Vasco Rossi. Parliamo di eventi che generano milioni di fatturato, tra biglietti, sponsor e tutti i costi risparmiati grazie alla messa a disposizione di infrastrutture pubbliche a danno anche degli abitanti di quegli stessi luoghi, visto che la spiaggia libera che è stata scelta come location dell’evento verrà chiusa al pubblico: un bene comune sottratto per venti lunghi giorni.

Un apparato il cui incommensurabile valore collettivo è letteralmente messo a disposizione di imprese e profitti privati: sia quelli dell’organizzazione che quelli del luogo. Il turismo, petrolio d’Italia, ma anche eventi culturali, concerti, fiere, sagre. Ne approfittano tutti, tranne i lavoratori che se non lavorano gratuitamente, ricevono salari del tutto indecenti, come i lavoratori che hanno smontato l’imponente palco di Ultimo dopo il concerto allo stadio Olimpico di Roma. Quattro euro l’ora, molti di loro neppure con uno straccio di contratto per la giornata lavorata.

Gli organizzatori si giustificano: «non sono nostri lavoratori». Si tratta di una deresponsabilizzazione ricercata: lavoratori in nero, sottopagati e finti volontari sono cooptati e gestiti attraverso cooperative o agenzie, strutturate o di comodo. È il sempiterno gioco delle tre carte, tra appalti e subappalti, lo stesso che imperversa lungo il ciclo di produzione di ormai tutti i settori economici.

Fuori fuoco appaiono anche le contro-critiche secondo cui nessuno costringe queste persone ad accettare, anzi spesso lo fanno proprio con entusiasmo perché possono godersi un concerto a cui non avrebbero potuto partecipare. Per mancanza di soldi, molto probabilmente.

Un argomento che fa acqua da tutte le parti. Primo perché quelle attività sono necessarie al buon funzionamento dell’evento, parti indispensabili della produzione ed è surreale poter pensare di non essere disposti neppure a retribuirle dal momento che senza questo lavoro non ci sarebbe alcun concerto. Un ragionamento che va esteso a qualsiasi attività economica che non può definirsi tale senza la minima capacità di retribuire i propri fattori di produzione. Vale nell’industria culturale come in tutte le altre.

Tornando al punto delle contro-critiche, bisogna dire che per ogni volontario arruolato c’è un lavoratore disoccupato che rimane a casa, uno dei tanti, troppi a cui quotidianamente si vuol fare credere che la propria condizione è il risultato delle proprie scelte, scarse attitudini, responsabilità individuale. E non c’entra nulla l’avere a cuore il proprio territorio o la sagra tradizionale del proprio comune per cui fare i volontari è quasi un orgoglio, come lo è stato per decenni per i militanti dei partiti che gestivano le proprie feste – che nel momento in cui sono venuti meno i militanti hanno iniziato ad usare anche gli studenti in alternanza scuola-lavoro.

Non esiste “militanza” quando questa attività accresce i profitti di uno o di pochi, quando quel che produci non è anche tuo, non puoi dividerlo con la tua comunità.

Inoltre, qualcuno dovrà prima o poi chiedersi come mai un giovane non può permettersi di andare a un concerto e preferisce lavorare più di dodici ore sotto il sole, con uno sforzo fisico non indifferente – non sta mica su una poltrona massaggiatrice – pur di goderselo. Sarà che i prezzi sono troppo alti e allo stesso tempo i salari troppo bassi, addirittura nulli in molti troppi casi, come in questo.

Poiché come società forse non abbiamo ancora la forza di pretendere la cultura gratuita o accessibile per tutti, potremmo almeno avere la dignità di chiedere salari più alti, salari decenti. Il problema è tutto nostro perché dall’altro lato, quelli che propongono e sostengono tali pratiche, sanno bene che impiegare volontari ha anche l’effetto di dissuadere chi invece nel gruppo ha ancora un piccolo salario, un rimborso spese. Il ricatto è presto sul tavolo: o così o prendiamo un altro volontario.

Qui si apre una partita per nulla semplice che investe non soltanto questo settore e in cui non è possibile giocare da soli. Rivendicare i diritti di uno o di tutti rimane uno sport collettivo, che prende forma se e solo se ci si oppone a una deriva anche quando privatamente ci può fare comodo. La questione salariale ombelico del mondo!

Fonte

11/12/2017

Perché la rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani

Il declino o il successo di un paese comincia sempre dall’alto, ossia da una classe dirigente – complessivamente intesa: imprese, politica, istituzioni, università, ecc – capace (oppure no) di innervare l’inserimento di un modello produttivo dentro l’evoluzione dell’economia globale.

Questa analisi di Marta Fana e Davide Villani, meritoriamente pubblicata da IlSole24Ore (organo di Confindustria, ma proprio per questo statutariamente attento alle dinamiche dell’economia reale più che a quelle dell’economia narrata), mostra in modo piuttosto chiaro come sia l’arretratezza della classe dirigente italiana a spingere il paese verso un baratro da cui sarebbe difficile risollevarsi per decenni.

Arretratezza culturale in senso lato, che si manifesta in un atteggiamento imprenditoriale sparagnino, di corto periodo; insomma vile anche dal punto di vista capitalistico.

La bassa competitività media delle imprese italiane dipende infatti – dati alla mano – da bassi investimenti, dunque da una produzione basata su tecnologie “mature” o arcaiche. Il margine di profitto, in questo tipo di impresa, viene scavato nella carne viva del salario, da almeno 30 anni sottoposto a un processo abrasivo continuo, costante, accelerato negli ultimi anni “grazie” alla precarizzazione contrattuale totale. Quindi “grazie” a una classe politica senza alcuna visione di lungo periodo, esattamente corrispondente al livello inqualificabile della classe imprenditoriale. Del resto, tutta la retorica che ha accompagnato la “discesa in campo della società civile”, contro i “professionisti della politica”, è stata la colonna sonora e ideologica di una presa del comando politico direttamente nelle mani del “miserabile” capitale italiano.

Ma c’è qualcosa di più generale e profondo che la crisi specifica del capitalismo italiano rivela. Ed è il declino del capitalismo “occidentale”, che condivide – anche se su un piano assai meno straccione – l’identico atteggiamento “anti-produttivo”.

Da decenni, ormai, si è fatta strada la “shareholders revolution, che [...] ha contribuito a spostare le imprese verso un modello in cui vengono privilegiati investimenti speculativi, principalmente orientati al breve periodo, con l’obiettivo di massimizzare i ritorni di un numero ridotto di azionisti. Come contropartita diminuiscono gli investimenti produttivi di lungo periodo, già colpiti dal basso livello di domanda aggregata”.

I manager vengono naturalmente retribuiti moltissimo già a livello di “stipendio base”, ma il grosso dei loro guadagni viene dalle stock option (pacchetti azionari dell’azienda che dirigono) con cui vengono “premiati”. Il valore delle azioni, in questa logica, è più importante dei livelli di fatturato e persino dei profitti netti, in qualche misura. La finanziarizzazione dell’economia reale ha questa inevitabile conseguenza: portare in primo piano il modo d’agire del capitale finanziario (tempi brevi, plusvalenze alte), facendo scendere – nella scala dei “valori”, dunque anche delle scelte operative – il modo d’agire del capitale industriale (tempi medio-lunghi, margini di profitto sottoposti al logorio della concorrenza internazionale, ecc).

Fana e Villani arrivano a gettar luce su queste dinamiche globali partendo non a caso dal calo drastico dei salari, sia per i lavoratori meno qualificati che – è l’apparente controsenso da cui partono – per i lavoratori teoricamente più adatti a un ciclo produttivo altamente tecnologizzato.

Ma dalla loro analisi emergono squarci “sistemici” di grande rilevanza. Per esempio: come può un simile produttivismo debole affrontare un piano di investimenti colossale come la Belt and Road Initiative cinese? Inevitabilmente in posizione subordinata, occasionale (lusso, turismo, meccanica di precisione e poco altro), disorganizzata. Come potrà tenere in vita un sistema di formazione universitaria e di ricerca scientifica di alto livello se il sistema produttivo continua a ridurre dimensioni, ambizioni, innovazione (di prodotto, prima ancora che di processo), visione strategica?

Si potrebbe andare avanti a lungo. Ma quel che importa è che basta davvero poco – un buon lavoro di analisi sui dati, fatto da solo due ricercatori peraltro notevoli – per distruggere la credibilità delle sciocchezze che ci vengono ammannite ogni giorno dai Fubini, Giavazzi, Alesina, Boeri, e quant’altri.

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Perché la rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani

All’interno del dibattito sulle attuali condizioni del mondo del lavoro italiano, si colloca la questione salariale. Secondo la teoria dominante, ripresa qui su Econopoly in un recente articolo firmato da Luca Foresti, i cambiamenti tecnologici (e la globalizzazione) hanno contribuito alla polarizzazione del mercato del lavoro in cui gli strati più bassi della piramide hanno sempre più difficoltà a inserirsi o, una volta inseriti, sono condannati a salari e condizioni di lavoro meno edificanti. Allo stesso tempo, lavoratori capaci di integrarsi o essere integrati in settori più produttivi (quelli maggiormente innovativi e tecnologici) sarebbero maggiormente ricompensati, in quanto più produttivi. Si consumerebbe così la polarizzazione (e di conseguenza aumento delle diseguaglianze interne), spinta(e) principalmente dalla tecnologia.

Come in ogni visione a tradizione marginalista, inoltre, spetta ai lavoratori, schiacciati dalla concorrenza di altri lavoratori nella fascia bassa delle retribuzioni, “prepararsi a fare lavori più complessi e meglio pagati” e a quelli più produttivi reclamare la propria fetta, “meritata”, di valore aggiunto prodotto. All’interno di questo ragionamento, nessuno spazio è accordato, come ricorda Bogliacino (2014), al potere, o in termini classici ai rapporti di forza tra aziende e lavoratori.

Mantenendo per un attimo da parte quest’ultimo aspetto che tuttavia è dirimente nello spiegare perché la tesi di una polarizzazione (e quindi diseguaglianza) indotta dalla tecnologia non sia in grado di spiegare la situazione italiana, è opportuno guardare ai fatti che caratterizzano il mondo del lavoro italiano. Rimanendo quindi ancorati alla teoria mainstream, ci si chiede se in Italia l’impoverimento dei salari sia dovuto alla polarizzazione e/o insufficienza di capitale umano capace di soddisfare le richieste tecnologiche del mercato.

Partendo dal rapporto Eurofound (2016) sulla struttura lavorativa dei Paesi europei, si nota che l’Italia, insieme all’Ungheria è il paese in cui la polarizzazione tra lavori qualificati e non qualificati non ha luogo. Tra il 2011 e il 2015 è un vero e proprio declassamento generalizzato: ad aumentare sono soltanto il numero di posizioni lavorative peggio retribuite (quelle appartenenti al primo quintile delle retribuzioni).

Inoltre, si legge nello stesso rapporto, la struttura occupazionale italiana si caratterizza per maggiori livelli di lavoro fisico e per un uso inferiore delle ICT, soprattutto rispetto a paesi come la Francia e la Germania, ma non solo. Quindi, non è l’offerta di lavoro a non essere adeguata, ma la struttura produttiva in costante impoverimento. In altre parole, più che un problema di offerta di lavoro l’Italia attraversa un problema di quantità e qualità di domanda di lavoro. Quanto alla quantità, è sufficiente ricordare che il monte ore lavorate è ancora inferiore ai valori precrisi e che la domanda di lavoro in Italia è tra le più basse in Europa, come riporta l’Eurostat.

Tasso di posti vacanti in Europa


La scarsa qualità della domanda di lavoro, è dimostrata dall’esodo di lavoratori teoricamente più qualificati (cioè in possesso di una laurea) verso altri paesi, come rileva di recente l’Istat: nel 2016, si legge nel rapporto Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, i laureati italiani che lasciano il Paese, sono quasi 25 mila (+9% sul 2015) anche se tra chi emigra restano più numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila, +11%), a riprova del fatto che scarsa qualità e quantità di domanda di lavoro vanno di pari passo nel nostro Paese.

Inoltre, per confermare i dati Eurofound sulla scarsa qualità delle offerte di lavoro in Italia, basta guardare alla distribuzione delle nuove assunzioni nel nostro paese, riportate mensilmente dall’Osservatorio sul precariato Inps, secondo cui circa il 35% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato tra il 2015 e il 2017 si concentrano nei settori dei servizi a scarsa produttività: commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli e motocicli; trasporto e magazzinaggio; servizi di alloggio e di ristorazione.


Fin qui più che una polarizzazione, siamo di fronte a un impoverimento generalizzato della struttura produttiva che di conseguenza genera un impoverimento del lavoro. All’interno di questo contesto tuttavia, i guadagni tra le parti non sono distribuiti equamente: infatti, la distribuzione del valore aggiunto tra aziende e lavoratori, tra quota profitti e salari, ha favorito i redditi dei primi a discapito dei secondi. Come mostra l’ultimo rapporto OCSE in merito (si veda il grafico qui sotto), in Italia la quota di reddito complessivo che va ai salari è diminuita di quasi il 15% tra gli anni Settanta e il 2014. Una dinamica che non si riassorbe con la crisi.

Fonte: OECD – The labor share in the G20 economies

Non stupisce, allora, ritrovare una distanza profonda tra le retribuzioni dei salariati e quelle, in aumento, di dirigenti e lavoratori ai piani alti della piramide, la quale però non rappresenta un cambiamento neutrale nelle forme retributive. Infatti, l’aumento delle seconde è determinato da forme di retribuzione non legate al salario ma appunto ai profitti; non a caso esse avvengono tramite bonus e stock options.

Alcuni economisti (vedasi Lazonick e O’Sullivan, 2000; Mason, 2015) inseriscono questo fenomeno all’interno della denominata shareholders revolution, che negli ultimi decenni ha contribuito a spostare le imprese verso un modello in cui vengono privilegiati investimenti speculativi, principalmente orientati al breve periodo, con l’obiettivo di massimizzare i ritorni di un numero ridotto di azionisti. Come contropartita diminuiscono gli investimenti produttivi di lungo periodo, già colpiti dal basso livello di domanda aggregata.

Il risultato è una diminuzione della quota di profitti reinvestiti nell’economia “reale”, mentre aumenta quella destinata alla distribuzione di dividendi. Sono allora premiati coloro che lavorano per aumentare i rendimenti finanziari e/o i risparmi negli investimenti reali da drenare nelle attività speculative.

Fin qui quindi nulla conferma la teoria della polarizzazione indotta dalla tecnologia.

Tuttavia, per quanto riguarda le caratteristiche dei lavoratori italiani bisogna tener presente che l’abbassamento della qualità (e spesso anche quantità) delle condizioni lavorative è generalizzato e riguarda anche i cosiddetti lavoratori qualificati (skilled). In particolare, come mostrano Naticchioni-Raitano-Vittori (2016) nel grafico qui sotto, l’evoluzione delle retribuzioni dei lavoratori italiani si riduce nel tempo, ma in misura maggiore per i laureati nati tra il 1975 e il 1979 relativamente ai colleghi delle coorti precedenti.

Stime dell’evoluzione delle retribuzioni medie annue lorde per coorte di nascita. Lavoratori laureati

Fonte: Naticchioni-Raitano-Vittori (2016)

Come spiegano gli autori citati, “per quanto riguarda le spiegazioni di ‘mercato’, si potrebbe sostenere che, essendo aumentati i livelli di istruzione della forza lavoro, il lavoro qualificato sia diventato più diffuso e, quindi, meno remunerato”. Tale ragionamento vale, però, solo se la domanda di lavoro qualificato è rimasta stabile, o è cresciuta meno dell’offerta. Un’interpretazione sebbene parziale, plausibile, come abbiamo già visto. Tuttavia, non è esaustiva un’interpretazione basata esclusivamente sulla dinamica della domanda e dell’offerta. Bisogna infatti considerare l’effetto distributivo dei cambiamenti istituzionali, cioè delle riforme del mercato del lavoro intervenute negli ultimi venti anni.

Ad esempio, in un recente studio (Fana e Raitano, 2016), viene mostrato in che modo la liberalizzazione del contratto a termine prevista dal decreto 368/2001 abbia colpito negativamente i salari di ingresso e quelli dei primi anni di carriera dei giovani laureati, quindi del gruppo teoricamente più istruito (tenendo sotto controllo la dimensione e il settore economico del datore di lavoro), che si è affacciato al mondo del lavoro dopo la riforma. Un esempio che, tuttavia, rispecchia i veri obiettivi delle repentine riforme volte a flessibilizzare e liberalizzare il mercato del lavoro: ridurre il potere contrattuale dei lavoratori per mantenere un livello di competitività (senza intaccare i profitti) delle imprese adeguato a non scivolare fuori dal mercato stesso.

La ricerca della competitività da parte del settore privato sembra passare unicamente dalla riduzione dei salari e del costo del lavoro in generale, più che da investimenti produttivi e innovazione. In Italia, infatti, si investe meno che nel resto d’Europa: gli investimenti in rapporto al PIL sono costantemente al di sotto della media europea, sin dagli inizi degli anni Ottanta. Lo stesso vale per la spesa in ricerca e sviluppo: secondo dati Eurostat, in Italia il settore privato destina 207 euro pro capite mentre la media europea è di 427 euro per abitante. Per non parlare degli investimenti in istruzione che languono in basso alla classifica dei paesi europei. A questo si deve aggiungere una retorica che spesso ha enfatizzato le piccole e medie imprese, dimenticandosi che queste imprese sono meno innovative e meno produttive rispetto alle grandi aziende.

Occorre poi riflettere su come l’aumento della disuguaglianza del reddito ha effetti a livello macroeconomico. Una società più diseguale implica che una quota sempre minore del reddito è assicurata ai piani bassi della piramide. Questa distribuzione del valore aggiunto prodotto, però, ha effetti negativi su crescita economica ed occupazione. La maggior propensione al consumo delle classi popolari rispetto a quelle più abbienti fa sì che una distribuzione più egualitaria porterebbe a una più rapida crescita economica, per via dell’effetto moltiplicatore.

In questo contesto, le politiche di restrizione della domanda aggregata (meglio conosciute come austerity) non fanno che peggiorare la situazione, determinando crollo degli investimenti pubblici, blocco degli stipendi del settore pubblico e riduzione della spesa sociale (reddito indiretto per le famiglie), minori consumi. Considerati questi aspetti sembra quantomeno improbabile raggiungere aumenti di produttività che invertano il declino italiano. La produttività è infatti un fenomeno prociclico nel lungo periodo, legato alla crescita (che non può avvenire in assenza o in stagnazione di domanda aggregata e forti diseguaglianze, come scrivono ormai anche il Fondo Monetario Internazionale e l’Ocse). Nel breve e medio periodo, è strettamente connessa agli investimenti e all’innovazione di processi e prodotti.

In questo contesto, l’aumento dei minimi salariali spronerebbe le imprese a investire, dato il maggior livello di consumi.

Una volta fatta chiarezza sulla natura della produttività, dal punto di vista politico (e quindi anche economico) bisogna infine chiedersi come tali aumenti di produttività saranno o dovrebbero essere distribuiti: avallare o invertire la dinamica crescente di diseguaglianza, superando l’economicismo produttivista per cui soltanto chi occupa il vertice della piramide è ammesso a beneficiarne.

Gli autori sono Marta Fana, dottore di ricerca in Economia e autrice di “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza 2017) e Davide Villani, dottorando di ricerca in Economia, Open University (Regno Unito)

da http://www.econopoly.ilsole24ore.com

Fonte

02/11/2017

Marta Fana. “Non è lavoro, è sfruttamento”


A che punto è la notte dell’economia italiana? Il primo libro di Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento (edito da Tempi Nuovi), è un viaggio nel disastro del mercato del lavoro italiano, uscito con le ossa rotte da una crisi che per molti versi ancora non è finita.

Fana è un’economista e ha di recente completato un dottorato all’Università Sciences Po di Parigi. Un suo articolo dell’agosto del 2015 sul Manifesto a commento dei dati sull’occupazione rivelò un clamoroso errore di calcolo (chiamiamolo così) del Ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti, che aveva gonfiato le cifre dei contratti attivati senza tenere conto delle cessazioni. Da allora si è imposta molta più attenzione sulle cifre sull’occupazione fornite da INPS, ISTAT e Ministero del Lavoro, tant’è che oggi è davvero difficile negare l’effimero effetto del Jobs Act, che è servito a gonfiare le tasche del solito capitalismo straccione italiano, mentre la spinta sui nuovi contratti a tempo “indeterminato” con assai meno tutele si esauriva non appena terminati gli incentivi fiscali.

Fana intanto ha continuato a scrivere per quotidiani e riviste, proponendo oltre a valide analisi quantitative anche un’eccellente cronaca di alcune delle vicende più significative dello scontro fra capitale e lavoro in Italia negli ultimi anni, come l’omicidio padronale dell’operaio della logistica e delegato sindacale USB Abd Elsalam.

In Non è lavoro è sfruttamento, Fana analizza alcune delle evoluzioni più recenti del mercato del lavoro italiano, che hanno contributo, se possibile, a renderlo ancora più precario e frammentato. In rapida successione, i primi capitoli del libro descrivono così l’invenzione dei famigerati voucher (aboliti ma poi essenzialmente reintrodotti dalla porta posteriore), il lavoro nella cosiddetta “gig economy” (che dietro la patina “smart” cela un mondo di precarietà), l’ipersfruttamento dei lavoratori della logistica e la rilevanza delle loro lotte, ma anche la crescente precarizzazione del lavoro nel settore pubblico e il definitivo sdoganamento del lavoro gratuito, ora istituzionalizzato dall’alternanza scuola-lavoro. Sono tematiche e battaglie che affrontiamo da tempo anche noi, e che abbiamo avuto occasione di dibattere insieme a Fana in iniziative a Bologna e a Torino.

Gli ultimi capitoli del testo vanno oltre la cronaca, offrendo una cornice interpretativa delle “riforme” del mercato del lavoro italiano e del grande inganno della retorica della flessibilità, che non aumenta l’occupazione ma semmai produce precarietà e lavoro povero, ridefinendo i rapporti di forza a favore delle imprese.

La flessibilità, scrive Fana, è di destra, e chissà che ne pensano quelli che vorrebbero allearsi con i reduci dell’esperienza del centro-sinistra, lo stesso centro sinistra che con l’approvazione del pacchetto Treu nel 1997 ha iniziato una lunga tradizione di cambiamenti legislativi culminata con l’abolizione dell’articolo 18 ad opera di Fornero e Poletti.

Nelle conclusioni, Fana propone una serie di misure da prendere nel contingente per cominciare a reagire allo stato di cose presenti: abolire le “riforme” del mercato del lavoro (dal Pacchetto Treu al Jobs Act), ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, invertire il processo di privatizzazione in settori essenziali come sanità, trasporti e acqua, aumentare l’impiego tramite un piano del lavoro, tassare i grandi patrimoni.

Al di là di tutte queste proposte condivisibili, manca però nelle conclusioni un qualsiasi riferimento al piano sovranazionale ed in particolare europeo, se si esclude un riferimento all’introduzione di “dazi sociali nei confronti di quei paesi che non rispettano gli standard minimi di dignità del lavoro”. Eppure nei precedenti capitoli, Fana rileva correttamente il processo di mezzogiornificazione europeo, dove l’economia italiana insieme a quella degli altri paesi mediterranei assume una posizione sempre più bassa nella catena del valore europeo.

Analizzando le riforme del mercato del lavoro, Fana nota anche che su di esse si aggira lo “spettro dell’Unione Europea, dei suoi capisaldi: la lotta contro l’inflazione, la competizione interna, la disoccupazione come variabile dipendente, il mercantilismo e più moderne forme di imperialismo che dal centro aggrediscono i paesi dell’Europa del Sud (…)”. La nuova governance economica europea – con il fiscal compact, il six pack e il semestre europeo – ha aumentato il grado di interferenza degli attori europei nelle politiche nazionali (anche quelle cui i trattati europei attribuiscono competenza statale e non europea). Questa governance rende una serie di provvedimenti come quelli proposti nelle conclusioni sostanzialmente irrealizzabili. Se si vuole affrontare, anche nel contingente, la questione del lavoro, non si può dunque non porsi la questione europea. Ciò nonostante, il testo di Fana rimane un ottimo punto di partenza per rimettere al centro del dibattito il conflitto, mai sopito, fra capitale e lavoro.

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“Separare il lavoro cognitivo da quello manuale è una deriva individualista dei rapporti di forza”

Dagli anni ’80 del 900 in poi si sono intensificati i tentativi di mistificazione e di occultamento della realtà economica nei paesi a capitalismo avanzato al fine di disorientare le classi lavoratrici e di disarmarle ideologicamente.

Le menate che si sono susseguite, sono diverse: superare il vecchio, rappresentato dal lavoro stabile, doversi fare imprenditori di sé stessi da parte di ciascuno di noi, il post-moderno, il post-fordista, il post operaismi, il miraggio dei guadagni in borsa, l’economia digitale, la fine della storia, la fine dell’industria, la fine del lavoro e della classe operaia, il capitale e il lavoro cognitivo, la moltitudine al posto della classe, la gig economy, e via dando spazio alla creatività senza costrutto per rappresentare in maniera distorta una realtà in cui invece sta progressivamente aumentando lo sfruttamento delle classi lavoratrici.

È uscito proprio in questi giorni un bel libro di Mata Fana, “Non è lavoro, è sfruttamento” per i tipi di Laterza, una sorta di inchiesta sul carattere odierno del lavoro che documenta come si sia passati dal lavoro stabile alla precarietà diffusa, dalla miseria di chi guadagnava meno di 1.000 euro al mese a quella di chi ne guadagna meno di 500, per giungere al traguardo del lavoro gratis (vedi alternanza scuola lavoro). O forse il traguardo è ancora più in avanti, forse i nostri giovani dovranno pagare il datore di lavoro per poter arricchire il loro inutile curriculm lavorativo. Inutile lo ha detto Poletti: meglio giocare a calcetto.

Sull’onda delle belle sorti e progressive delle politiche liberiste è stato privatizzato tutto il privatizzabile e qualcosa di più, si è smantellato il sistema pensionistico tanto che ormai possono sperare di raggiungere la pensione solo i credenti…. nell’Al di Là, si fanno languire scuola e sanità pubbliche.

Per far passare tutto questo è stata di grande aiuto una nuova narrazione che ha messo da parte l’acquisizione scientifica rappresentata dalla critica marxiana dell’economia per approdare a nuove mode culturali, secondo cui le classi e le lotte di classe non esistono più e il lavoro mentale è cosa diversa dal lavoro fisico, e non ne condivide gli interessi di classe. Purtroppo anche gran parte della sinistra si è adeguata a questo andazzo, basti vedere la produzione culturale del Manifesto, che di comunista ha ormai solo il sottotitolo.

I dati che, letti superficialmente, visti superficialmente sembrerebbero attestare il declino dell’industria, sono solo la conseguenza della scomposizione dei processi produttivi e delle esternalizzazioni. Buona parte dei processi che si tenevano all’interno della grande industria ora sono appaltati all’esterno da imprese che spesso sono classificate come terziario. Ma si tratta di servizi per l’industria, che rimane il settore trainante delle economie. Per non parlare delle industrie ri-localizzate nei paesi aventi salari dell’ordine di pochissimi euro al giorno

L’opinione che gli operai e in generale il lavoro dipendente siano diventati una minoranza dipende da una analoga lettura superficiale delle statistiche, per via della crescita delle forme di “lavoro in proprio” che non è altro che una forma di sfruttamento e di cottimo travestito da smart work, partite Iva ecc..

Anglicismi come gig economy, share economy, smart work, new economy, servono solo a travestire da progresso tecnologico il ritorno al vecchio cottimo, che il buon Marx aveva definito come la forma salariale che più corrisponde al modo di produzione capitalistico. Fermarsi alle mutevoli forme giuridiche che oggi regolano i rapporti di lavoro, per perdere di vista la sostanza di questi rapporti è pigrizia intellettuale.

Roberto Fineschi, un eccellente filosofo marxista, ha sottolineato il limite di confondere le “figure” storiche dell’organizzazione del lavoro, che ovviamente non sono oggi più solamente la cooperazione semplice, la manifattura e la grande industria che Marx aveva esaminato nel Capitale, con le “forme” che il processo lavorativo assume nel modo di produzione capitalistico. Nella sua trattazione Marx non sta parlando solo, né principalmente di queste figure storiche, ma le analizza per sviluppare una teoria delle forme del processo lavorativo all’interno del modo di produzione capitalistico, in cui, rimangono alcuni caratteri di fondo: la dimensione cooperativa del lavoro, la parzialità del soggetto che lavora e realizza solo una parte dell’opera, il carattere subordinato di fatto del lavoratore, la sua riduzione al ruolo di semplice supervisore con lo sviluppo dell’automazione. Non cambiano molto questi caratteri se la cooperazione avviene tramite il computer fra individui che magari lavorano in parti diverse del mondo, non si conoscono neppure e magar9 non parlano la stessa lingua. Tali soggetti, allo stesso modo di prima, sono subordinati al processo di valorizzazione del capitale. Il risultato complessivo della loro attività non è da loro posto. Essi sono sussunti da questa. Ricevono un salario, anche se questo può essere in varie forme giuridiche, quale per esempio il voucher o il corrispettivo della partita Iva.

Uno degli obiettivi principali della lotta politica in questa fase è l’unificazione di queste forze che, non comunicanti fra di loro, sono preda o della rassegnazione o dei facili populismi che indirizzano la loro collera verso la casta o, peggio ancora, verso chi sta più in basso di loro nella catena dello sfruttamento, quali i migranti.

La necessità di questa ricomposizione sussiste anche per quanto riguarda la teorizzata contrapposizione fra lavoro manuale e lavoro mentale.

Non c’è nessun motivo per cui il lavoro cognitivo debba essere sottratto all’analisi marxiana in quanto sta in un rapporto di produzione capitalistico. La classe lavoratrice, indipendentemente dal carattere manuale o mentale della propria attività, è subordinata alle logiche del capitale. Il lavoratore mentale può essere, è spesso, precario quanto gli altri lavoratori, fa straordinari ad oltranza, è controllato a distanza, è sfruttato.

Ma per realizzare questa difficile riunificazione non servono nuove teorie à la page, bensì aggiornamento culturale e uno sviluppo teorico che parta dalle premesse marxiane, dimostratesi quanto mai attuali, come nel caso dell’analisi della crisi economica.

Il lavoro di Carchedi è un contributo importante in questa direzione perché, spazzando via un monte di equivoci, introduce nell’analisi del processo di valorizzazione del capitale il lavoro, il lavoratore e il prodotto mentale che, pur avendo caratteristiche specifiche, non invalida in niente la descrizione marxiana dell’estrazione di pluslavoro, e quindi plusvalore, da parte del capitale stesso, come invece vorrebbero farci credere alcuni soloni, convinti che la tendenza a trasformare buona parte del lavoro manuale in lavoro mentale, cambi completamente il quadro e renda superflua o addirittura fuorviante la teoria marxiana del valore.

Del resto tentativi di confutare questa teoria così scomoda, perché un’arma in mano al proletariato, ci sono stati fin dall’uscita del Capitale. Basti pensare alla discussione sui presunti errori del procedimento di trasformazione dei valori in prezzi di produzione, di cui Carchedi potrebbe dirvi molto, perché è fra i migliori affossatori di queste critiche.

Le confutazioni maldestre di del lascito marxiano partono dalla mancata collocazione del lavoro mentale e del prodotto mentale all’interno della metamorfosi del capitale, cioè dell’insieme di processo di produzione e processo di circolazione del capitale. Da qui vengono gli equivoci sul carattere del lavoro mentale e del suo prodotto, ma anche le confusioni fra il ruolo del produttore e quello del consumatore. Non scendo nei dettagli perché Mino ci ha ben raccontato la faccenda. Mi limito solo a dire che se è vero che quando smanettiamo sulla tastiera o sullo smartphone per intervenire sui social o ricercare informazioni in rete inconsapevolmente produciamo informazioni utili al capitale per fare profitti, non è vero che produciamo valore; produciamo solo valori d’uso che mettiamo a disposizione gratuitamente mentre essi diventeranno anche valore solo nella misura in cui dei lavoratori spenderanno lavoro vivo alle dipendenze del capitale per elaborarli e realizzare così merci vendibili ai consumatori o ad altri capitalisti. La nuova classe operaia, o più estensivamente la classe lavoratrice, indipendentemente dalla manualità o meno del proprio lavoro rimane subordinata alle logiche del capitale sempre più totalizzanti. se questa analisi può essere accettata allora parliamo ancora di lotta di classe. Voler separare il lavoro cognitivo da quello manuale è una deriva individualista dei rapporti di forza, quindi fallace. Un giovane impiegato con un contratto precario che fa straordinari ad oltranza, è controllato a distanza, non decide sulla propria organizzazione del lavoro è sfruttato come un facchino, quel che cambia è il livello fisicamente usurante del lavoro.

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23/06/2017

Guai a parlar male dei padroni in Rai. Farinetti querela Marta Fana, il Pd minaccia


Mercoledì sera alla Rai va in onda “Carta Bianca” il talk show curato da Bianca Berlinguer. Ospite in studio “patron Farinetti”, quello dell’ottimismo quando possedeva Unieuro e quello che ha fatto rubamazzo all’Expo e in giro nelle città italiane inventandosi Eataly.

Ma in studio c’è anche Marta Fana, economista e giovane ricercatrice italiana all’estero che ha curato numerosi e dettagliati rapporti sugli orrori nel mercato del lavoro in Italia. Dopo aver avuto il coraggio di denunciare in diretta tv le condizioni di lavoro all’interno di Eataly e l’opacità del sistema degli appalti in situazioni come l’EXPO e FICO, è stata minacciata di querela dal patron di Eataly Oscar Farinetti. Lo strumento della querela per zittire il dissenso e la denuncia è un’arma facile per i padroni, che hanno dalla loro il denaro e l’arroganza.


In soccorso di Farinetti sono arrivati subito parlamentari del Pd come Michele Anzaldi, segretario della Commissione di vigilanza sulla Rai che in una nota ha attaccato addirittura la trasmissione “Carta Bianca” per aver consentito che si criticasse un imprenditore come Farinetti.

Ma sono arrivati anche centinaia di messaggi di solidarietà a Marta Fana, a cui aggiungiamo volentieri quello della nostra redazione. Una reazione genuina che dimostra come sempre più persone siano stanche della retorica di “prenditori” come Farinetti e dei tanti altri ideologi renziani, di fronte ad una realtà fatta invece di disoccupazione, precariato o emigrazione.

Nel caso specifico di Eataly, il nostro giornale se ne è occupato in passato, vedi il nuovo contratto integrativo di Eataly

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19/03/2017

Le barricate, i voucher e l’ideologia


È utile rispolverare gli strumenti dell’istruzione liceale, come l’analisi del testo, di fronte agli editoriali che si ripetono sulla stampa italiana. Ad esempio quelli di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. L’ultimo si scaglia contro la decisione della CGIL di portare avanti la campagna referendaria per l’abolizione dei voucher nonostante il tentativo governativo di disinnescare il voto. La colpa della Cgil e di chi si ostina a pensare che i voucher vadano aboliti è quella di “di abbattere ponti [invece] che cercare soluzioni”. Quei ponti – ci spiega Di Vico – creati dalla crisi che ha unito lavoratori e imprese contro “il capitale finanziario, la competizione al ribasso indotta dalla globalizzazione e l’incapacità politica di trovare soluzioni”.

Finanziarizzazione dell’economia, competizione al ribasso e scelte politiche non sono eventi naturali e imprevedibili. La corsa delle imprese alla finanziarizzazione capace di creare più velocemente e senza ostacoli rendimenti per i proprietari (o azionisti), ma anche per tutti quei manager addetti a questa funzione e retribuiti in base a questi risultati, è stata una scelta ben precisa del tessuto produttivo italiano, europeo, internazionale. Se poi anche nella finanza si son creati monopoli, dispiace per Di Vico, ma è il capitalismo, bellezza!

Nel frattempo le stesse imprese prima durante e dopo la crisi non hanno trovato utile recuperare il ritardo sul fattore maggiormente obsoleto in Italia, il capitale (produttivo): macchinari, impianti, strutture produttive, mentre si chiedeva l’abolizione dell’articolo 18, la liberalizzazione dei contratti a termine. La politica ha presto trovato soluzioni: via con la riforma Fornero, via col Decreto Poletti, con la Garanzia Giovani, col Jobs Act e dulcis in fundus l’alternanza scuola-lavoro.

Il costo del lavoro non è solo sceso, ma è stato praticamente abbattuto accompagnando licenziamenti, tagli ai diritti e lavoro sempre più povero quando non gratuito.

Intanto, le scelte della politica da un lato producevano tagli al welfare, alla Naspi ai fondi per l’assistenza sociale, dalla scuola alla sanità, dall’altro regalavano miliardi alle imprese per stabilizzare un po’ di contratti, tagliavano l’Imu su tutte le prime case anche quelle milionarie (che solitamente non sono di proprietà dei lavoratori) e, per non farci mancare niente, hanno con l’ultima legge di stabilità ridotto l’Ires, la tassa sui profitti. In modo uguale per tutti. Ma pare che alle imprese non importa di esser trattate tutte in egual modo pur essendo molto differenti, la progressività, la giustizia sociale, queste sconosciute.

Insomma, la barricata comune di cui parla Di Vico nella realtà non esiste.

Al contrario, l’ideologia – che dice essere protagonista di una scena passata, scongiurandone il ritorno – è sempre stata viva e quella attualmente dominante ha lottato contro i lavoratori. Ci vuole una buona dose di falsa coscienza per non riuscire ad ammettere che l’evoluzione economica e politica è frutto di una precisa ideologia: quella neoliberista. La stessa che storicamente viene riassunta con le parole di Margaret Thatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui”: tutti contro tutti, ognuno è responsabile del proprio destino della propria fortuna e della propria miseria (economica, sociale e politica). Quell’ideologia che erige a religione la flessibilità nel lavoro, che sbandiera la superiorità del privato (o come piace chiamarlo per de-soggettivizzarlo, il mercato) sul pubblico. Quell’ideologia per cui solo le imprese possono creare lavoro, per cui l’istruzione e la salute non sono beni pubblici a garanzia dei diritti di cittadinanza, o meglio dei diritti umani, ma spettano a una élite, quella che ha la possibilità di pagare (e sempre di più) per questi beni e servizi.

Per fare un esempio concreto di come questa ideologia ha operato è possibile fare riferimento proprio ai referendum e in particolare quello sugli appalti. L’esternalizzazione sempre più massiccia di pezzi del settore pubblico a imprese, cooperative e chi più ne ha più ne metta – in base alla duplice ossessione del bisogna tagliare la spesa e bisogna che se ne occupi il mercato – ha nella realtà generato maggiori costi sia per lo Stato sia per i cittadini, ha sostenuto tutti gli espedienti volti ad abbattere il costo del lavoro, cooperative che non rispettano i contratti nazionali, che convenientemente decidono di sparire e non retribuire i lavoratori. I servizi pubblici sono diminuiti sia in quantità sia in qualità, ma il loro costo è aumentato, escludendo dalla loro fruizione proprio coloro che ne hanno maggiore diritto perché più vulnerabili, perché semplicemente non possono permettersi la baby sitter h24 o la clinica privata per un’otturazione ai denti.

Da qui è quindi possibile rivendicare che la questione referendaria non riguarda esclusivamente la Cgil e un pezzo di politica parlamentare, ma riguarda tutto quel pezzo di società spogliata (quando non palesemente derubata): lavoratori, studenti, disoccupati.

Ed eccoci ai voucher, strumento nato e vissuto nella piena incostituzionalità (si vedano anche soltanto gli articoli 35 e 36 della Costituzione). Le proposte avanzate dal governo eludono sostanzialmente la questione di fondo che è alla base di una rivendicazione (forse ancora fin troppo silenziosa): non è possibile ammettere che esista lavoro senza diritti. Inoltre, anche il lavoro domestico (o le ripetizioni) per quanto accessorio (tutto da verificare) non esclude la subordinazione. Se chi decide quando, quanto, dove e come si lavora non è il lavoratore allora quest’ultimo è subordinato alle decisioni altrui, da cui evidentemente dipende. Perché se le famiglie non riescono a conciliare vita e lavoro e non riescono a pagare dignitosamente chi le aiuta, il problema probabilmente è che le famiglie si sono impoverite, che i tempi di lavoro si sono allungati a parità di salari, che gli asili nido non esistono e così via.

Non è inoltre chiaro come mai categorie già di per sé più marginali nel mercato del lavoro, quelle a cui si vuole restringere l’uso dei voucher, debbano continuare a vivere nella marginalità. I voucher escludono non soltanto diritti come ferie retribuite, diritto al cumulo per gli assegni di disoccupazione, diritto alla malattia retribuita, ecc. ecc., ma con una contribuzione previdenziale pari al 13% viene anche negato il diritto a una pensione degna (se mai l’avranno in generale). Ancora, i voucher non danno diritto all’assegno di ricollocazione, quel baluardo delle politiche attive tanto agognate da certi commentatori.

Temi che ovviamente non riguardano solo i lavoratori voucherizzati, ma tutto il mondo del lavoro, a parte quei pochi manager o AD di giornali, dirigenti vari sui quali lo stravolgimento del diritto del e al lavoro non è mai stato messo in discussione. E non è un caso perché l’ideologia ha bisogno di gambe, braccia e voci per diventare egemonica.

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16/03/2017

Metto una penna tra il cucchiaino e la fionda

Primi spunti di riflessione tra lavoro, reddito e innovazione tecnologica

Di recente, ho riscontrato in un articolo una stimolante analisi sul mercato del lavoro e sulle condizioni dei lavoratori, proprio relazionando i termini che indico nel titolo.

Vorrei provare ad aggiungere alcune riflessioni, portando anche la mia specifica visuale di operatore del diritto vivente. Cioè di quel diritto che tanto risente della situazione generale del Paese e anche dello Stato dei rapporti sociali.

Preciso che si tratta di brevi note che mi riprometto di sviluppare ulteriormente.

L’intervento di una sempre più svelta innovazione tecnologica provocata dalla digitalizzazione dei processi produttivi rappresenta un fatto.

Ma vorrei discutere su come questi processi stiano impattando e impatteranno nel futuro prossimo, e quali siano le azioni da compiere di conseguenza.

Mi preoccupano, infatti, le due polarità di impostazione della tematica che si stanno imponendo nel dibattito pubblico.

Da una parte, vi è l’idea che le nuove tecnologie impongano di per sé, quale alternativa alla disoccupazione di massa, la flessibilizzazione in entrata e in uscita del rapporto di lavoro. E su questa premessa che hanno trovato giustificazione gli interventi normativi degli ultimi 20 anni, dal Pacchetto Treu in poi.

Dall’altra, vi è la tendenza a ritenere che la digitalizzazione dei processi produttivi e l’intervento dell’intelligenza artificiale porteranno alla “fine del lavoro” con la conseguenza di dover adottare interventi che producano effetti, piuttosto che all’interno del rapporto di lavoro, al suo esterno, sul fronte del sostegno al reddito dei disoccupati.

L’articolo che ho citato – e che consiglio di leggere – evidenziava un primo limite di entrambe le impostazioni: tacciono su cosa e come produrre beni e servizi, negando, quindi, la presa di parola dei lavoratori (ma anche dei cittadini) sul punto.

L’altro limite, che mi preme evidenziare nell’economia di queste brevi note, sta nel fatto che entrambe le impostazioni rimuovono ogni analisi su come la digitalizzazione dei processi produttivi venga attualmente impiegata dal sistema delle grandi imprese sotto il profilo dei rapporti di lavoro.

Taluno non vede, qualche altro ingenuamente ignora, come le tecnologie vengano impiegate per perpetrare il processo della “fuga del datore di lavoro”.

Parlo della frammentazione del ciclo produttivo da parte dell’imprenditore al fine di utilizzare le prestazioni di lavoro senza doverne garantire i correlativi diritti.

Questo fenomeno nella sua forma più acuta si presenta come caporalato, ora nelle sue rappresentazioni più classiche nel lavoro agricolo e stagionale2, ora nel fenomeno dei processi di esternalizzazione e di appalto3.

Ma rientrano, a mio parere, nella stessa figura anche tutte le ipotesi di lavoro autonomo mono-committente, siano esso forme di subordinazione falsamente qualificate come rapporti di lavoro autonomo, siano rapporti di lavoro in cui il prestatore gode effettivamente di una autonomia nella gestione del proprio incarico.

Si è comunque alla presenza, per così dire, di una “subordinazione sostanziale”, ovverosia della dipendenza economica nei confronti del datore di lavoro, dove l’imprenditore non si addossa alcun onere connesso alla relazione con il lavoratore, vestendo le finte spoglie di una parte in un rapporto tra pari.

E’ utile precisare che il fenomeno della fuga del datore, così come lo ho descritto, riguarda un numero rilevante dei giudizi presso il Tribunale del Lavoro, dove la difesa del datore di lavoro convenuto in giudizio consiste proprio nel fuggire dal rapporto di lavoro eccependo, ora la presenza di un soggetto–cooperativa, società di somministrazione, appaltatore–individuato come reale datore di lavoro (e magari estinto nel frattempo), ora l’assenza di un effettivo datore di lavoro rivendicando la natura autonoma del rapporto e la posizione paritaria delle parti.

Quasi ogni giorno inseguo un padrone che scappa.

Ebbene, anche le nuove tecnologie di frequente vengono impiegate per tale, non accettabile, obiettivo.

Si prenda l’esempio del fenomeno Uber, la nota piattaforma digitale che mette in contatto nella sola gran Bretagna 2 milioni passeggeri e 40.000 drivers, menzionata dai mezzi di informazione soprattutto per la forte contrarietà da parte dei tassisti.

Le corporation che gestiscono Uber, narrano il fenomeno come un’avanguardia della Share Economy.

Ma la realtà è una altra, ed è già stata affrontata dalla Giurisprudenza in Europa.

Infatti, di recente, il Tribunale del Lavoro di Londra (Employment Tribunals case nos: 2202550/2015) si è occupato della questione della qualificazione dell’attività svolta dai Drivers.

In quella sede, i difensori delle Corporation presentavano l’attività imprenditoriale svolta da Uber quale fornitura di un moderno software in grado mettere velocemente ed efficacemente in relazione le persone e il profitto ricavato come corrispettivo della mediazione.

Di conseguenza, le corporation negavano di usufruire di prestazioni da parte dei Drivers ma anzi sottolineavano come fossero questi ultimi a ricevere da Uber un’opportunità di crescita economica e professionale (“Uber provides the drivers with business opportunities”).

Ebbene, il Tribunale di Londra ha ricostruito l’intelaiatura di rapporti giuridici attivati attraverso Uber, precisando che si è alla presenza di un’azienda di trasporti di persone (“Uber does not simply sell software: it sells rides”) presso cui i Drivers lavorano (“the organisation runs a transportation business an employs the driver to that end”).

Da qui il riconoscimento della natura di Worker – ovverosia la figura intermedia tra lavoratore subordinato (employee) e lavoratore autonomo (self-employed) esistente nell’ordinamento britannico – dei drivers.

Non è questa la sede per trattare quale sarebbe la giusta dose di diritti da riconoscere alle diverse tipologie lavorative, tema peraltro centrale.

Il punto che intendo fare emergere in queste brevi note è un altro: è chiaro che le corporation che gestiscono Uber hanno scelto di usare la tecnologia a disposizione per impiegare prestazioni di lavoro senza riconoscerle come tali all’interno di un’azienda – tendenzialmente monopolistica – di trasporti di persone.

Intendo dire che l’innovazione tecnologica non è neutra rispetto alle relazioni sociali in cui si inserisce, e quando viene impiegata per accentuare la precarizzazione dei rapporti di lavoro, ciò non va imputato alla tecnologia impiegata, ma all’uso che se ne fa.

Dunque, se è innegabile che, come sempre è avvenuto nella storia, il lavoro sia sottoposto a cambiamenti (di cui è utile trattare), la negazione della natura di lavoro delle nuove prestazioni – e il presagire la scomparsa del lavoro – pare essere una nuova pagina del tentativo di ridurre i diritti di chi lavora.

Del resto, appare verosimile che con l’innovazione, se impiegata nel verso dell’interesse generale, “il contesto sarà caratterizzato dalla creatività e dalla innovazione” e “il ruolo della tecnologia sarà fondamentale per migliorare la qualità del lavoro”4 , rendendo possibile ridurre l’orario di lavoro.

E quindi proprio l’impiego delle tecnologie per negare i diritti dei lavoratori imporrebbe a un legislatore con a cuore l’interesse pubblico non, come si è fatto negli ultimi anni e da ultimo con il Jobs act, interventi normativi volti ad assecondare questo processo ma, al contrario, per contrastarlo.

Note
1 Marta Fana e Simone Fana, Lavoro e reddito: una questione di produzione!, in contropiano.org

2 Sull’impostazione della tematica, vedi Maria Grazia Vivarelli, il caporalato: problemi e prospettive, in Foro amm. TAR, fasc.10, 2008, pag. 2917 e per la analisi delle recenti modifiche A. Brunetti, Siamo uomini o caporali? Il nuovo art. 603 bis c.p.,in www.lavorovivo.org;

3 Vedi R. Del Punta, Le Molte Vite Del Divieto Di Interposizione Nel Rapporto Di Lavoro, Di in Riv. it. dir. lav., fasc.2, 2008, pag. 129

4 Riporto delle citazioni dell’intervento di Diego De Masi nel convegno “LAVORO 2025, COME EVOLVERÀ IL LAVORO NEL PROSSIMO DECENNIO” tenutosi il 18 e 19 gennaio del 2017 e organizzato dal gruppo cinque stelle della commissione lavoro nella sessione tecnologie e lavoro.

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05/03/2017

Lavoro e reddito: una questione di produzione!

Di ritorno dalla California, Renzi si imbatte nella difesa del lavoro, come principio sui cui la Repubblica italiana si fonda, con questa argomentazione respinge l’idea del reddito di cittadinanza che al contrario del lavoro è, secondo lui, incostituzionale. Un atteggiamento che rasenta il paradosso, ma anche una non banale dose di approssimazione su argomenti chiave: il lavoro, il reddito, l’autodeterminazione individuale e collettiva, la libertà.

Paradossalmente Renzi parla di lavoro come diritto costituzionalmente garantito nonostante le riforme adottate dal suo governo in materia di lavoro e occupazione siano ben distanti dai principi fondamentali della Carta.

Il lavoro e la costituzione.

A partire dalle periferie del mercato del lavoro, quello gratuito, in appalto o a voucher in cui sono negati i diritti previsti dall’art 36 della Costituzione in base al quale “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. […] Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. La frantumazione del mondo del lavoro perseguita, volontariamente, per mezzo delle riforme di flessibilizzazione e liberalizzazione disinnesca altri ben più profondi principi costituzionali. Parliamo dell’articolo 3 che dota la Repubblica dell’obiettivo dell’eguaglianza sostanziale, o giustizia sociale che dir si voglia, e si adopera per eliminare tutti quegli ostacoli che impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica” oltre che politica e sociale. Dove però l’organizzazione economica a cui i padri costituenti facevano riferimento è antitetica a quella che poggia sullo sfruttamento e più in generale sulle tendenze del capitalismo contemporaneo. Così la precarizzazione dei lavoratori non è solo un fattore di instabilità economica, ma, attraverso la mercificazione del rapporto di lavoro, disinnesca la capacità dei lavoratori, organizzati o meno, di incidere sulle scelte aziendali, sull’organizzazione del lavoro in termini di salari, tempi di lavoro ma anche investimenti quindi di partecipare allo sviluppo economico del Paese. Un paradigma che investe non solo le periferie e i bassifondi del mercato del lavoro, ma anche quello che un tempo ne poteva essere considerato il centro, cioè un rapporto di lavoro stabile portatore pieno di diritti.

Il divorzio tra costituzione e diritto del lavoro vive anche in altri provvedimenti cardine del Jobs Act, ad esempio il demansionamento in base al quale il lavoratore può essere relegato a mansioni inferiori mediante una decisione unilaterale del datore di lavoro purché supportata da una «modifica degli assetti organizzativi aziendali». In questo caso, ad essere manomesso è l’articolo 35 della Carta Costituzionale secondo cui “la Repubblica cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”. Decisione unilaterale che non riguarda solo il demansionamento ma investe molti aspetti del rapporto di lavoro a partire dal diritto di licenziamento anche senza giusta causa e soprattutto senza diritto al reintegro per il lavoratore. In sintesi, da un lato, alle imprese è attribuita piena discrezionalità su tutti i fronti: quanto e quale lavoro, quale produzione e quali processi produttivi. Dall’altro lato, l’impresa non è più tenuta ad essere responsabile della tenuta democratica del Paese, contrariamente a quanto sancisce l’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica richiede […] l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Il lavoro di cittadinanza

Se questa è la prospettiva perseguita dalle riforme promosse dai governi e approvate dai Parlamenti che si sono succeduti negli ultimi decenni, tra cui quello presieduto da Matteo Renzi, l’evocazione di un “lavoro di cittadinanza” apre a valutazioni inquietanti. Infatti, il divorzio tra Costituzione e diritto del lavoro si è tramutato non soltanto in una deflazione salariale senza precedenti, la quale erode progressivamente la quota salari sul totale del reddito nazionale aumentando le diseguaglianze socio-economiche, ma ha permesso che la competitività del tessuto imprenditoriale fosse fondata sul costo del lavoro e non invece sulla qualità dei prodotti e dei processi produttivi. Ad oggi, come mostra il rapporto European Job Monitor 2016 dell’Eurofound, le posizioni lavorative create tra il 2011 e il 2015 si concentrano nel venti percento dei lavori retribuiti peggio. Una dinamica che persiste e che riguarda ormai tutte le forme di lavoro. Se in parte questa tendenza è legata a un’occupazione in settori scarsamente qualificati e qualificanti per il lavoro, come il turismo, il commercio al dettaglio, la logistica, dall’altro rimane intatta la deflazione salariale anche all’interno di comparti industriali i quali tuttavia scontano lo scarso investimento in innovazione di cui si è appena detto.

A ben vedere nell’attuale condizione del tessuto produttivo, il lavoro di cittadinanza non può che tradursi nella distribuzione di un dovere al lavoro senza il riconoscimento di alcuna dignità per i lavoratori. Tanto nel settore privato quanto in quello pubblico che oggi promuove lavoro di scarsa qualità e con sempre minori diritti, come dimostra l’uso intensivo dei voucher e del ricorso al lavoro gratuito, ormai sempre meno mascherato da volontariato, da parte delle amministrazioni pubbliche.

Le dichiarazioni dell’ex Presidente del Consiglio ed ex Segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, vanno allora collocate più in un attacco alla proposta di reddito di cittadinanza del M5S che in una rinnovata, benché confusa, idea della centralità del lavoro e della sua dignità come fattore di riassorbimento delle crescenti diseguaglianze. L’enfasi posta sui meccanismi di redistribuzione del reddito e della ricchezza come risposta all’aumento delle diseguaglianze sembra raccogliere ampio consenso in larghi strati delle forze politiche e dell’opinione pubblica. Una discussione che a ben vedere non appassiona, invece, l’ex capo del governo, più attento a non urtare gli umori del blocco sociale che lo ha sostenuto e con cui continua ad interloquire, da Confindustria alle grandi banche d’affari.

Reddito come redistribuzione non si occupa del chi come e cosa produrre

Nel frattempo, da destra a sinistra emergono opinioni comuni sulla necessità di introdurre misure che allevino le disparità interne al mercato del lavoro e che riducano i differenziali tra la parte più ricca della popolazione e ampie fasce di società condannate ad un regime di bassi salari e disoccupazione. Nella molteplicità delle posizioni sul tema è possibile distinguere due impostazioni: da una parte chi rivendica l’introduzione di misure di sostegno al reddito che rispondano ai periodi di disoccupazione e non lavoro e quindi inserite in una riforma degli ammortizzatori sociali; dall’altra chi attribuisce al diritto al reddito una funzione di emancipazione individuale non legata al “lavoro”, quindi reddito come diritto universale di base: come architrave di un nuovo patto sociale e costituzionale.

È indubbio che l’introduzione di una misura universalistica di sostegno al reddito è necessaria e consentirebbe di dare una risposta immediata alla vulnerabilità sociale di intere fasce di lavoro povero e di persone prive di occupazione, oltre a rappresentare uno strumento di difesa contro il ricatto di lavoro sottopagati e privi di tutele.

Senza entrare nel merito delle due opzioni, è utile sottolineare come entrambe tendano a separare la questione “redistributiva” dalla dimensione più propriamente distributiva, legata quindi al controllo dei processi di produzione e alle implicazioni che queste assumono nel determinare l’ammontare di reddito prodotto e la sua allocazione primaria. Un tema che appare invece centrale nel leggere le trasformazioni che attraversano gli assetti produttivi – il cosa e come si produce – e le dinamiche di accumulazione capitalistica – dove va il reddito prodotto tra salari e profitti.

Detto altrimenti, entrambe le impostazioni esulano dall’includere nella propria analisi domande sul chi, come e cosa produrre, relegando il tema del controllo degli investimenti e più in generale il problema dell’organizzazione del lavoro e degli assetti proprietari a fatto secondario. I processi di privatizzazione e il trasferimento al mercato degli oligopoli privati di interi settori strategici, dal trasporto all’energia, dalle telecomunicazioni e al settore del credito perdono di importanza, quando non addirittura estromessi dalla discussione.

Ne emerge una prospettiva comune in cui il piano delle lotte nei luoghi di lavoro è scisso dalle scelte politiche. Viene separato cioè il terreno della rivendicazione di potere nell’allocazione dei fattori della produzione, capitale e lavoro (salari e profitti), dalla riforma dello stato e dei suoi rapporti con il mercato (a chi spettano le decisione sul chi e come e quanto produrre). La redistribuzione del reddito diventa speculare all’ideologia della “fine del lavoro” che, prefigurando la scomparsa del lavoro vivo attraverso l’introduzione della tecnologia, finisce per sciogliere la portata dello scontro tra capitale e lavoro in una dimensione esclusivamente riproduttiva, cioè di gestione del tempo liberato dal lavoro tra consumo e vita privata. Ma così facendo si finisce per ignorare gli assetti che a monte producono le diseguaglianze di potere, tra chi vende la propria forza lavoro e chi ne acquista la proprietà, tra chi decide cosa produrre e chi ha solo il diritto di consumare.

Un discorso che appare altresì miope al cospetto della realtà italiana. Quando si parla della fine del lavoro in Italia, bisogna guardare in faccia la realtà: l’assenza di domanda di lavoro dovuta alla sottoutilizzazione degli impianti nel presente e futuro prossimo e allo stesso tempo a un impoverimento della produzione stessa. Situazione che deriva dal crollo della capacità produttiva italiana, oltre il 20% nell’ultimo decennio, accompagnato da un crollo del 30% degli investimenti, mai recuperato e non dall’automazione sfrenata dei processi produttivi.

Consumo come unica fonte di autonomia

Nel momento in cui il reddito viene elevato a strumento necessario e sufficiente per l’emancipazione, l’unico terreno di liberazione appare quello del consumo. Naturale conseguenza è la netta separazione tra chi detiene il capitale e comanda la produzione e chi consuma. Scompare l’idea che possa esistere una soggettività collettiva, la classe sociale, che si forma nel conflitto produttivo e prova a rovesciarne gli attuali assetti proprietari e di organizzazione sociale.

In quest’ottica, l’emancipazione attraverso il consumo, in un modello capitalistico dominato dalla proprietà privata, è presto esaurita. A maggior ragione in un contesto in cui i bisogni sono eterodiretti a vantaggio dei produttori attraverso gli oligarchi della grande distribuzione. Considerazioni che si traducono sul piano dell'organizzazione sociale in fenomeni di individualizzazione e frammentazione dei soggetti più vulnerabili, agendo in controtendenza rispetto a processi di ricomposizione sociale e di lotta politica.

Lo sanno bene quegli imprenditori, come Bill Gates, che oggi si dicono disposti a tassare i robot per risarcire i lavoratori espulsi dai processi produttivi a causa della tecnologia. Siamo di fronte a un compromesso necessario per i capitalisti che necessariamente devono garantire a loro stessi prima ancora che al resto della popolazione, la possibilità di consumo, cioè di sbocco per le proprie merci, materiali e immateriali che siano.

Rimanendo sul piano strettamente italiano, l’impoverimento della struttura produttiva e il crollo degli investimenti hanno aggravato un altro fondamentale aspetto relativo alla produzione: la dipendenza tecnologica dall’estero. L’Italia non soltanto è importatrice netta di materie prime, ma oggi anche di tecnologia su un ampio spettro di settori. Questa forma di subalternità produttiva non può essere scissa dalla capacità anche solo redistributiva – di usare la tassa sui robot per finanziare reddito – in un contesto globalizzato e di piena mobilità dei capitali.

Disoccupazione tecnologica: liberazione dal lavoro o distribuzione del lavoro e controllo proprietà

A John Maynard Keynes si deve la definizione di disoccupazione tecnologica, intesa come processo che avrebbe stravolto il rapporto tra macchine e lavoro umano, nella direzione della riduzione dei posti di lavoro attraverso l’intensificazione del progresso tecnologico. L’intuizione di Keynes acquista, nella fase attuale del capitalismo globalizzato, particolare interesse, attirando la curiosità del mondo accademico e delle forze politiche. Un primo elemento che andrebbe approfondito rispetto al rapporto tra processi di automazione e aumento dei livelli di disoccupazione riguarda la trasformazione settoriale del mercato del lavoro e la polarizzazione sempre più profonda tra lavoro dequalificato e lavoro ad alto contenuto di competenze. In questo senso, guardando al contesto italiano, risulta evidente che l’innovazione tecnologica in ampi settori dalla grande distribuzione al delivery non abbiano affatto ridotto la domanda di lavoro da parte delle imprese, ma abbia invece allargato le differenze interne al mercato del lavoro, spingendo sempre più verso una domanda di lavoro a bassi salari e privi delle tutele sindacali minime. Il mutamento pare quindi più legato alla composizione e alla qualità della domanda di lavoro piuttosto che alla dimensione numerica e quantitativa.

Non si spiegherebbe diversamente il ricorso massiccio a forme di lavoro, già richiamate in precedenza, ad alta intensità di sfruttamento, come testimoniato dall’impennata dei voucher, dei tirocini, del lavoro in appalto e del lavoro gratuito. Nel contesto del nostro paese questi elementi assumono ancora più pregnanza, tenuto conto dei bassi tassi di investimento pubblico e privato in ricerca e sviluppo, allargando la domanda di lavoro in settori a basso valore aggiunto.

La tendenza alla compressione dei diritti del lavoro spiega l’emergere di contraddizioni sempre più ampie tra processi di automazione e composizione della forza lavoro, evidenziando una non linearità tra robotizzazione e perdita dei posti di lavoro. Lungi dal richiedere meno lavoro, l’introduzione di macchinari ad alto contenuto tecnologico sembra dar ragione a Marx, che vedeva nell’introduzione delle macchine un’intensificazione del comando sui tempi di lavoro e sulle condizioni normative e salariali del lavoro. Il tema che sembra ineludibile diventa quindi quello del controllo e del governo dei processi di innovazione tecnologica, nella direzione di una diversa combinazione dei fattori produttivi. Anche qui, il conflitto sull’organizzazione del lavoro e quindi sull’allocazione degli investimenti, diventa il terreno necessario per imprimere una direzione alternativa ai processi di accumulazione. Ed è in questo quadro che misure di redistribuzione dell’orario di lavoro possono svolgere una funzione di controllo sulla domanda di lavoro, riducendo lo spazio dell’impresa nell’utilizzo di forza lavoro a basso costo e priva di tutele giuridiche e sindacali.

Contro la tendenza delle imprese ad utilizzare contratti di lavoro precari ed alta intensità di sfruttamento, oramai indipendentemente dalle fluttuazioni del ciclo economico, la riduzione dell’orario consente di determinare un vincolo sull’organizzazione del lavoro – quanto e in quanti si lavora – e sulla combinazione dei fattori produttivi – quali investimenti. Una prospettiva diametralmente opposta rispetto ad una tendenza manifestatasi prima con il decreto Poletti e poi con il Jobs Act che hanno assicurato all’impresa piena disponibilità nel controllo della forza lavoro. L’introduzione di politiche di redistribuzione del tempo di lavoro consentirebbero inoltre di gestire nell’ottica dei lavoratori e delle lavoratrici il governo dei processi tecnologici, i quali senza un processo decisionale collettivo, che coinvolga quindi anche i lavoratori, diventano terreno fertile per i vecchi e nuovi capitani d’industria, interessati unicamente ad aumentare i profitti a discapito dei salari.

Solo riunendo le ragioni di un protagonismo nella sfera della produzione con le rivendicazioni di un tempo liberato dal dominio del mercato è possibile aprire una prospettiva alternativa ad un modello di società che continua ad escludere larghi strati sociali dal pieno godimento di diritti civili, politici e sociali.

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21/10/2016

Sono finiti gli sgravi e nel mercato del lavoro rimane la precarietà

Marta Fana, ricercatrice, ancora una volta smonta con completezza di dati la narrazione tossica di Renzi e del suo governo sulla situazione del mercato del lavoro in Italia. Qui di seguito il suo articolo pubblicato su "Internazionale"

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Ormai da più di un anno il dibattito intorno ai dati sul mercato del lavoro occupa uno spazio notevole sui mezzi d’informazione almeno una volta al mese. Da ultimo, i dati dell’Osservatorio Inps sul precariato sembrano gettare un’ulteriore ombra sugli effetti dell’ultima riforma, il jobs act, che a due anni di distanza dalla legge Fornero è intervenuta per portare più flessibilità nel sistema delle relazioni industriali.

Secondo l’Inps, il numero di contratti nei primi otto mesi del 2016 è complessivamente di 703.384, di cui appena 53.303 ascrivibili ai contratti a tempo indeterminato, incluse le stabilizzazioni di contratti a termine e apprendistato.

Se considerassimo invece solo i nuovi rapporti a tempo indeterminato, quelli che così nascono, senza passare per altre forme precarie prima della stabilizzazione, allora si nota un calo netto (-201.363) dovuto a un arresto delle assunzioni da parte delle imprese, più che alle interruzioni dei rapporti di lavoro che tuttavia, come vedremo, forniscono informazioni interessanti.

I sostenitori del jobs act hanno tuttavia puntualizzato che il dato sui contratti a tempo indeterminato è comunque positivo, una volta tenuto conto delle stabilizzazioni. Vero, peccato però che in questi otto mesi le trasformazioni siano diminuite non solo rispetto al 2015, ma anche rispetto al 2014, quando vigeva ancora l’articolo 18 e la decontribuzione sul costo del lavoro non era ancora stata approvata.

L’esito del confronto con il 2014 è negativo anche per i nuovi contratti a tempo indeterminato, mentre i contratti a termine sono adesso più numerosi. Meno contratti stabili e più contratti a tempo determinato può essere facilmente tradotto in un aumento netto della precarietà.

Restando al dibattito sui contratti a tempo indeterminato, fin qui è possibile sostenere due cose: la prima, che le imprese hanno razionalmente approfittato della decontribuzione totale sul costo del lavoro (fino a 8.060 euro all’anno per lavoratore) per assumere lavoratori di cui avevano bisogno nel 2015 ma anche preventivamente quelli che sarebbero serviti nel 2016, data la sia pur limitata ripresa congiunturale. Assunzioni che sarebbero comunque state fatte per soddisfare bisogni produttivi. In questo senso, gli sgravi si confermano uno spostamento di reddito nazionale dalla finanza pubblica – a cui contribuiscono sostanzialmente i salari attraverso la tassazione – ai profitti.

La seconda, più rilevante, è che la decontribuzione non ha avuto alcun effetto espansivo: le assunzioni che hanno fruito degli sgravi non ne hanno generate di altre, per esempio attraverso la spinta di consumo dei nuovi assunti e quindi un aumento della produzione attraverso la domanda interna.

Le assunzioni nel settore privato non stimolano l’economia, dal momento che si concentrano nei segmenti del terziario a scarsa produttività

Rimane che la fiscalità generale ha speso ben oltre gli undici miliardi iscritti a bilancio in legge di stabilità – secondo le stime, il costo si aggira tra i 14 e 22 miliardi – ed è sulla base di questo costo che bisogna chiedersi se un’altra politica occupazionale era auspicabile quando non necessaria, proprio in termini di capacità espansiva.

Solo per fare degli esempi, si sarebbe potuto intervenire una volta per tutte nello sblocco del turnover della pubblica amministrazione a favore delle generazioni più giovani o dell’università pubblica, sempre più in declino per carenza di fondi e stabilità lavorativa dei ricercatori, così come nella sanità.

Assenza di un piano industriale

Ma non è un caso che le assunzioni nel settore privato non stimolino l’economia, dal momento che queste si concentrano nei segmenti del terziario a scarsa produttività: ristorazione, magazzinaggio, vendita al dettaglio.

Ed è sulla base di quest’ultima evidenza che crolla il mito delle politiche attive del lavoro, come strumento salvifico per l’occupazione. Se questa è la domanda da parte delle imprese, in assenza di un piano industriale che stimoli settori strategici per rilanciare strutturalmente l’economia italiana, la ricollocazione dei lavoratori o il loro inserimento nel mercato del lavoro non potrà avvenire altrove.

Ma è bene pure ricordare che il terziario a bassa produttività è anche quello in cui esplode il lavoro occasionale, il cottimo e quegli episodi di sfruttamento che la cronaca ha fatto emergere negli ultimi mesi.

Infatti, accanto a quel che rimane dei contratti di lavoro, spiccano i voucher: tra gennaio e agosto ne sono stati venduti più di novantasei milioni e mezzo. Un monte ore che, assumendo per difetto che a ogni voucher corrisponda un’ora di lavoro, equivale a un impiego di 71.875 lavoratori a tempo pieno nello stesso periodo. A ben vedere, nel 2016 sono più le ore coperte dai buoni lavoro di quelle coperte dai contratti a tempo indeterminato se si escludono gli straordinari.

Da un lato, come si è visto, il numero di contratti a tempo indeterminato stipulati nel 2016 è inferiore a 71mila e dall’altro, più della metà di questi contratti sono dei part time: si riferiscono cioè a un orario di lavoro inferiore alle otto ore giornaliere. Inoltre, come mostrato da una recente ricerca sui dati Inps, i voucher sono usati dalle imprese proprio per remunerare ore di lavoro svolte dai propri stessi dipendenti. Un’attività illecita secondo il diritto del lavoro che tuttavia risponde non all’emersione del lavoro irregolare quanto all’obiettivo di comprimere quanto più possibile il costo del lavoro.

Dove non arrivano gli sgravi arriva la precarietà più estrema. In entrambi i casi a subirne gli effetti sono principalmente la maggioranza di lavoratori e disoccupati (ancora tre milioni) e le potenzialità future dell’intero sistema economico e occupazionale, che non può essere rimesso alla discrezionalità di una classe imprenditoriale e politica come quella attuale italiana.

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02/10/2016

Cervelli in fuga: la corruzione prospera se la ricerca è sotto-finanziata

Ieri sul Corriere della Sera è stata pubblicata una mia intervista riguardo la corruzione nelle università italiane e le dichiarazioni di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità Anticorruzione. Un’intervista che merita alcuni commenti per il modo in cui è stata riportata dal quotidiano in questione.

Alle parole di Cantone, secondo cui la corruzione è causa della fuga dei cervelli dalle università italiane, ho risposto che se da un lato ero d’accordo sull’esistenza di sacche di corruzione anche all’interno dell’università, in nessun modo concordo sul nesso causale tra corruzione e fuga di cervelli. La fuga dei cervelli – locuzione di per sé infelice – è strettamente legata al disinvestimento nell’università e ricerca pubblica. Un disinvestimento che in Italia ha visto i fondi diminuire del 25% in meno di un decennio. Inoltre, la carenza di fondi, così come di strutture, sia quelle tecniche sia quelle che permettono una certa qualità della vita dentro i dipartimenti, sono fattori cruciali non solo per la ricerca, ma anche per la didattica. Troppo spesso infatti, ci si dimentica che l’università non è solo ricerca ma anche formazione e in Italia il tasso di laureati è ancora ai margini delle classifiche europee a cui va aggiunto un sempre maggiore abbandono scolastico. Un altro elemento più volte sottolineato, e di cui non c’è traccia nel testo dell’intervista, riguarda l’imbuto che si è venuto a creare sulla prima posizione stabile, cioè quella di associato, a seguito dell’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato e del taglio del fondo ordinario. Insomma, ci vogliono investimenti massicci, uno sblocco vero del turnover, non leggi formali facilmente aggirabili.

Quindi – proseguo – “la fuga” avviene ben prima di avvicinarsi ai concorsi, ribadendo che la scelta è dettata proprio dalle condizioni materiali e immateriali entro cui si è spesso costretti a lavorare. Altre volte, si parte per scelta, non curanti di ciò che avviene attorno. Così arriva il punto su quanto guadagna una dottoranda a SciencesPo a Parigi – ho spiegato alla giornalista che noi siamo un regime particolare. Al di là, delle cifre in sé, il messaggio dovrebbe essere chiaro: le borse di studio devono prevedere retribuzioni adeguate. Inoltre, se all’attività di ricerca affianchiamo l’insegnamento è nostro diritto esser pagati, in modo dignitoso. Insomma, se aumenta la corruzione non è perché l’università pubblica è marcia, ma perché è sempre meno democratica: potere su poche risorse crea incentivo e meccanismi per garantire quel potere, senza metterlo mai in discussione. Invece in Italia pur di rimanere a fare il proprio lavoro e aspirare a una carriera ci ritroviamo con assunzioni iper precarie, con contratti di collaborazione o prestazioni occasionali, su progetti sempre più spesso finanziati da privati perché i fondi pubblici semplicemente non ci sono, a parità di questioni di merito. Lo stesso vale per i fondi europei che dovrebbero essere una parte minoritaria del finanziamento della ricerca pubblica.

Fin qui, quindi, in nessun caso ho parlato contro l’università e ricerca pubblica, o sull’incapacità di chi rimane in Italia. Al contrario, come viene poco elegantemente liquidato in chiusura dell’articolo, avevo sostenuto che i colleghi in Italia stanno tenendo sulle loro spalle un intero sistema, nonostante le condizioni avverse e i continui discrediti. In questo tutta la mia stima.

Senza dover riprendere frase per frase l’intervista, è necessario almeno riportare i tratti salienti taciuti o trasformati, come le condizioni minime che mi spingerebbero a tornare in Italia. Da un lato, ovviamente la retribuzione: il lavoro si paga, sempre! E la paga deve essere dignitosa. Dall’altro lato, però, ho sostenuto che la questione non è solo la retribuzione ma tutto il sistema di diritti che ruota attorno alla vita di una persona: la casa, i mezzi pubblici, i fondi per invitare i colleghi stranieri, per organizzare cicli di seminari settimanali – come si fa qui in Francia (ma non soltanto).

Tutto quanto detto finora non implica che in Francia non ci siano clientele, anzi, ma di questo nell’intervista non si parla. Nell’intervista mi si chiede se sono d’accordo con Cantone nel rintracciare nella corruzione la causa del declino dell’università italiana a cui ho fermamente risposto negativamente.

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