Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/09/2024

Se l’arma del delitto è un Suv e l’omicida è una “balneare”

Vediamo i fatti nella loro brutale oggettività, certificata dalle immagini video riprese da una telecamera di sorveglianza. Quelle, per capirci, che ormai sostituiscono la maggior parte degli altri metodi di indagine su reati e delitti e fanno “la prova regina”.

Un Suv Mercedes investe volontariamente un uomo che cammina sul marciapiede. Sull’intenzionalità non possono esistere dubbi, visto che fa più volte marcia indietro per investirlo nuovamente. Fin quando l’uomo non si muove più. Vedi qui.

A quel punto dal Suv scende una signora che si avvicina all’agonizzante sdraiato per terra, gli toglie la borsa e se ne risale in macchina, facendo tranquillamente manovra e stando attenta a non sbattere contro altre auto.

Le indagini successive diranno che subito dopo la signora è andata al ristorante in cui aveva cenato con degli amici per restituire l’ombrello che si era fatta prestare.

Poi se n’è tornata serenamente a casa.

Detto in modo molto secco: neanche un killer professionista è così gelido e imperturbabile.

Si viene a sapere, subito dopo, che l’uomo è morto. Dunque è omicidio volontario. La signora, rintracciata grazie alla targa dell’auto, racconta solo a quel punto che la borsa le era stata sottratta dall’uomo, che l’aveva minacciata asserendo di avere un coltello (non trovato, sembra).

L’uomo era un marocchino senza fissa dimora, già autore di altri reati di basso profilo (scippi, ecc). Qualunque altro cittadino perbene, “spaventato” da quanto accaduto, avrebbe preso qualcosa per calmarsi, chiamato la polizia, denunciato lo scippo (o rapina, se la minaccia con il coltello era stata reale), descritto l’aggressore, e solo dopo sarebbe tornato a casa.

Invece la signora, saliva in macchina partendo alla caccia dello scippatore. Come “vittima spaventata”, come dire, è un comportamento piuttosto originale...

Si apprende poi che la signora è una “imprenditrice”, anzi addirittura una “balneare”, titolare o contitolare dei Bagni Milano di Viareggio, uno dei più centrali, noti e quindi redditizi della cittadina.

Insomma una di quei pochissimi “fortunati” – poco più di 12.000 in tutto il paese – che hanno fatto fortuna con le “concessioni” pubbliche, ovvero con la privatizzazione di fatto delle spiagge, impedendo di fatto l’accesso alla popolazione non disposta a (o non in grado di) pagare le cifre assurde che vengono richieste per una sdraio e un’ombrellone.

Una di quegli “imprenditori”, insomma, che paga questa “fortuna” appena 8.540 euro l’anno, in media. E i calcoli più prudenziali stimano che questa cifra viene ammortizzata in un solo giorno di attività. La stagione, come noto, è di almeno 120 giorni (dal 1 giugno al 20 settembre)…

I “balneari” tornano ogni anno alle cronache per tutt’altri motivi. Per “colpa” dell’Unione Europea che da decenni pretende che anche l’Italia “metta a gara” le concessioni, in modo da stabilire un “diritto di sfruttamento” non eterno ed ereditabile, fare delle aste e alzare un po’ il prezzo per tanta fortuna (pubblica, ricordiamo).

Conosciamo la risposta di tutti i governi da decenni: la “proroga” delle concessioni in essere, anche a rischio di una procedura di infrazione comunitaria (per altre ingiunzioni, ad esempio il taglio delle pensioni, hanno obbedito sempre prontamente).

Ma non è solo per questo che “i balneari” salgono all’onore delle cronache. Ci arrivano per il “lavoro nero” cui costringono i propri dipendenti, gli stipendi da fame che erogano, qualche problema igienico nei loro ristoranti, l’evasione fiscale pressoché totale e altre amenità consapute.

Gente, insomma, totalmente convinta di poter vivere al di fuori di qualsiasi regola e limite socialmente determinato. Che si ricorda dello Stato solo quando deve evitarlo (nel pagare le tasse e i contributi per i lavoratori), oppure per invocare la polizia quando il loro business è “turbato” da presenze non previste.

Fuorilegge che chiedono la forca per gli altri, insomma.

Con questo “background culturale” la fredda determinazione omicida della signora col Suv appare un po’ meno lunare, più terragna, volgare, ingiustificabile.

L’unica cosa inspiegabile, nella vicenda, non è tanto la presa di posizione della Lega e di atri fascisti da scantinato («La signora Dal Pino non può essere accusata di omicidio volontario», è riuscito a dire il vicesegretario Andrea Crippa, evidentemente ignaro dei fondamentali giuridici italiani), quanto quella della magistratura inquirente.

Che ha deciso di mandarla agli arresti domiciliari, con la sola limitazione del braccialetto elettronico, pur scrivendo che «Potrebbe rifarlo».

Come tanti altri, inorriditi da un “omicidio volontario per futili motivi” (quanti soldi ci potevano essere in quella borsa che probabilmente valeva di più del contenuto?), facciamo notare che se la vittima fosse stata un cane ci sarebbe stato un coro per chiedere l’ergastolo senza processo.

Questo è il livello di “umanità” rintracciabile nell'“imprenditore medio” e nella classe dirigente che ne cura gli interessi. Questo è il termometro che regola la politica interna, le legislazione, le politiche di bilancio, l’abbrutimento sociale...

Fonte

09/08/2024

La serrata dei balneari. Il “chiagne e fotte” come regola d’impresa

Le associazioni datoriali degli stabilimenti balneari, capitanate da Sib-Fipe e Fiba-Confesercenti, hanno proclamato uno "sciopero" in data 9 agosto e il susseguirsi di altre giornate di protesta (19 e 29 agosto) per invocare l’intervento del governo Meloni in relazione all’ormai imminente applicazione della direttiva europea Bolkestein, che impone la rimessa a gara delle concessioni del demanio pubblico scadute il 31/12/2023 [1].

In questo frangente l’Italia ha tentato di far fronte alla procedura d’infrazione aperta dall’UE con una mappatura secondo cui solo il 33% dei litorali sarebbe occupato da imprese balneari (risultato a cui si arriva però solo annoverando nelle aree costiere anche aree militari, aeroporti, parchi naturali, porti e aree industriali), tentativo che è stato rispedito al mittente con il rischio di deferimento del caso alla Corte di Giustizia di Bruxelles. [2]

La lobby balneare oggi piange miseria chiedendo indennizzi e denunciando la mancanza di chiarezza da parte della normativa mentre gode dell’appoggio diretto da parte della ministra del turismo Santanchè e si prepara a una vera e propria “serrata” strumento con la quale i padroni si sono storicamente contrapposti all'avanzata del movimento dei lavoratori.

Da anni l’USB attraverso la campagna Cercasi Schiavo denuncia le condizioni di lavoro del settore del turismo stagionale, dove le condizioni di sfruttamento sono generate tanto dalla povertà dei CCNL applicati quanto da una dilagante irregolarità che vede nel lavoro nero e grigio i suoi capisaldi. Una condizione intercettata anche dall’inchiesta condotta nel 2023 dall’ispettorato del lavoro nazionale che ha rilevato tassi d’irregolarità del 76%, con picchi del 95% al Sud e del 78% al Nord-Ovest. [3]

Lacrime di coccodrillo quelle delle aziende balneari che hanno fatto fino ad ora profitti da capogiro sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, pagando una miseria i canoni di concessione e taglieggiando ai cittadini la possibilità di godere di un bene paesaggistico pubblico; un esempio su tutti il Twiga di Briatore che nel 2024 ha pagato un canone demaniale di 22.905,65 euro a fronte di un fatturato dichiarato nel 2023 di circa 8 milioni, con dipendenti con paghe da 8 euro lordi l’ora.

Difronte a questa nuova "trovata" dei finti scioperi ribadiamo la necessità di una ripubblicizzazione del compartimento degli stabilimenti balneari, che metta al centro i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, e che componga la necessità di spiagge a libero accesso con garanzie e diritti per chi lavora nel settore. Ribadiamo, inoltre, che nei venturi bandi di gara per chi vuole operare su suolo demaniale, sia inserita la clausola dell’applicazione di un salario minimo, che costituirebbe un argine ai bassi salari e alla povertà che strutturalmente attanaglia il lavoro stagionale.

Rimettiamo al centro l'interesse pubblico e del lavoro, in opposizione al lobbismo di una categoria che tiene in ostaggio un bene pubblico, e fa mercimonio su di esso, eludendo diritti e sottraendo garanzie.

Note

[1] https://www.marelibero.eu/perche-stabilimenti-lidi-e-bagni-operano-illegittimamente/

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/07/balneari-in-cdm-nulla-sulle-concessioni-la-lobby-di-categoria-governo-non-in-grado-di-gestire-il-problema-meloni-incapace/7650822/

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/ispettorato-lavoro-irregolare-76percento-aziende-turismo-e-pubblici-esercizi-AEJ9TKMD

Fonte

11/05/2020

Condindustria: no a riduzione orario di lavoro e nazionalizzazioni. “I soldi solo a noi e a fondo perduto”

Confindustria ha alzato subito toni e barricate contro l’ipotesi di riduzione dell’orario di lavoro. Si conferma come ogni volta che una società ha la possibilità di fare un passo avanti non possa fare conti sugli imprenditori. Hanno una visione corta e stretta, anzi strettissima, indirizzata ai propri esclusivi interessi. L’atteggiamento tenuto da Assolombarda e Confindustria durante la fase più letale della pandemia di Covid-19, lo ha dimostrato una volta di più.

Come prevedibile, sia Confindustria che Ance (l’associazione dei costruttori) hanno rigettato con durezza l’ipotesi della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. La conferma di questa linea è venuta al termine del tavolo tra imprenditori e il governo. Il ministro Nunzia Catalfo avrebbe spiegato che l’idea è permettere con specifiche intese di rimodulare l’orario di lavoro, per il periodo dell’emergenza Coronavirus, e destinare parte dell’orario a corsi di formazione, a parità di salario.

La ricetta che gli industriali contrappongono è sempre la stessa: finanziamenti a pioggia ma solo alle imprese, intangibilità della primàzia del mercato nelle mani dei soggetti privati e delle sue magnifiche sorti, smantellamento della contrattazione nazionale sul lavoro.

Ma la Confindustria si mette di traverso anche rispetto ad un maggiore ruolo dello Stato nell’economia. Il neopresidente degli industriali, Bonomi, in una intervista rilasciata il 4 maggio al Corriere della Sera, ha affermato che: “Lo Stato faccia il regolatore, stimoli gli investimenti, rilanci con più risorse il piano Industria 4.0. Ma si fermi lì. Non abbiamo bisogno di uno Stato imprenditore, ne conosciamo fin troppo bene i difetti”.

E un personaggio come Renzi gli è andato subito dietro evocando addirittura lo spettro dei Soviet: “In tempi di crisi in tutto il mondo gli Stati danno soldi alle imprese per ripartire: prestiti o contributi a fondo perduto. Solo in Italia qualcuno chiede che lo Stato in cambio abbia posti in Consiglio d’Amministrazione. Noi siamo contrari. Sovietizzare l’Italia? No grazie” ha twittato Renzi.

Diventa evidente come la nostra agenda e quella dei “prenditori” (perché di questo si tratta, prendono tutto e danno poco o niente), siano in totale rotta di collisione, sia per visione del mondo sia per le misure concrete da attuare in questa crisi.

Fonte

08/11/2019

Un paese in svendita: le principali aziende italiane passate in mano straniera dal 2008

Dal 2008 al 2012, 437 aziende italiane sono passate nelle mani di acquirenti esteri. Di queste, almeno 130 erano marchi importanti.

Nel 2016 le acquisizioni straniere di marchi italiani ammontavano a 74 miliardi di euro contro i 3,6 miliardi di acquisizioni all’estero operate dall’Italia.

Cioè 20 volte di più. La Francia da sola ha speso in Italia il triplo di quanto abbia speso, in tutto, l'Italia fuori: oltre 9 miliardi per comprare fette del Made in Italy.

Sono le meraviglie degli IDE, gli Investimenti Diretti Esteri.

Che poi sarebbero i saldi d'occasione per gli acquirenti stranieri.

Il tutto mentre lo Stato, che avrebbe dovuto tutelare le imprese italiane (che in Italia danno lavoro e pagano le tasse), per colpa della peggior classe politica mai vista, regalava i gioielli di famiglia a concorrenti stranieri senza scrupoli.**

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, ecco un elenco*, non esaustivo, dei marchi italiani passati in mano straniera.

Acqua di Parma (LVMH) Francia
Algida (Unilever) Inghilterra
Ansaldo Breda (Hitachi) Giappone
Ansaldo STS (Hitachi) Giappone
Benelli (Qianjiang Group Co. Ltd) Cina
Bertolli (Unilever / Deoleo) Inghilterra / Spagna
Birra Peroni (Asahi Breweries) Giappone
Bnl (BNP Paribas) Francia
Bottega veneta (Kering) Francia
Brioni (Kering) Francia
Buitoni (Nestle via Newlat) Svizzera
Bulgari (LVMH) Francia
Cademartori (Lactalis) Francia
Carapelli (Deoleo) Spagna
Cariparma (Crédit Agricole) Francia
Coccinelle (E-Land Europe) Corea del Sud
Compagnia Italiana Forme Acciaio SPA (Zoomlion Heavy Industry Science and Technology Co., Ltd.) Cina
Conbipel (Oaktree Capital Management) Stati Uniti
Cova (LVMH) Francia
De Tomaso (Ideal Team Ventures Limited) Cina
Dietor (Katjes International Gmbh) Germania
Dietorelle (Katjes International Gmbh) Germania
Dodo (Kering) Francia
Ducati [Audi (via Lamborghini Automobili)] Germania
Edison (Électricité de France) Francia
Energie [Crescent HydePark (via Miss Sixty)] Cina , Singapore
Eridania (Cristal Union) Francia
Fendi (LVMH) Francia
Ferretti Weichai Power Cina
Fiat Ferroviaria (Allstorm) Francia
Fiorucci [Janie e Stephen Schaffer (privati)] Inghilterra
Galatine (Katjes International Gmbh) Germania
Galbani (Lactalis) Francia
Gelati Motta (Froneri International) Inghilterra
Gianfranco Ferré (Paris Group International LLC) Emirati Arabi
Grom (Unilever) Inghilterra
Gruppo Gancia (Russian Standard) Russia
Gucci (Kering) Francia
Indesit (Whirpool) Stati Uniti
Invernizzi (Lactalis) Francia
Italcementi (HeidelbergCement) Germania
Krizia (Marisfrolg Fashion Co. Ltd) Cina
La Perla [Sapinda (Lars Windhorst)] Germania
La Rinascente (Central Group) Thailandia
Lamborghini (Audi) Germania
Lanificio Cerruti (Njord Partners) Inghilterra
Locatelli (Lactalis) Francia
Loro Piana (LVMH) Francia
Lumberjack (Ziylan) Turchia
Magneti Marelli (Calsonic Kansei) Giappone
Mandarina Duck (E-Land Europe) Corea del Sud
Merloni [Whirpool (via Indesit)] Stati Uniti ????????
Mila Schon (Itochu Corporation) Giappone ????????
Miss Sixty (Crescent HydePark) Cina ????????, Singapore ????????
Nastro Azzurro [Asahi Breweries (Gruppo Peroni)] Giappone ????????
Nocrineria Fiorucci (Campofrio Food Group) Spagna
Parmalat (Lactalis) Francia
Perugina (Nestlè) Svizzera
Pininfarina (Mahindra Group) India
Pirelli (Marco Polo International Holding Italy S.p.A.) Cina
Poltrona Frau (Haworth Inc.) Stati Uniti
Pomellato (Kering) Francia
Pucci (LVMH) Francia
Richard Ginori [Kering (via Gucci)] Francia
Safilo (Hal Investments) Olanda
Saila (Katjes International Gmbh) Germania
Saiwa (Mondelz International) Stati Uniti
San Pellegrino (Nestlè) Svizzera
Sasso (Deoleo) Spagna
Sergio Tacchini (Hembly International Holdings) Cina
Sperlari (Katjes International Gmbh) Germania
Splendid (Jacobs Douwe Egberts) Olanda
Star (GBfoods) Spagna
Telecom Italia (Elliott Management Corporation) Stati Uniti
Valentino (Mayhoola for Investments Spc) Qatar
Valle degli Orti (Frosta) Germania
Versace (Capri Holdings) Stati Uniti
Wind [VEON Ltd. / CK Hutchison Holdings Limited, Bermuda (Regno Unito) ???????? / Isole Cayman (Cina)]

Fonte

** Va specificato che non è solo un problema di classe politica ma anche imprenditoriale, perché se c'è qualcuno che compra, è perché qualcuno è ben disposto a vendere... gli Angelli-Elkann insegnano.

07/11/2019

Ilva, la fine delle cazzate neoliberiste

Ilva e Alitalia, Fca in fuga, Whirlpool ed Embraco, e poi altri mille “tavoli di crisi” che disegnano il tramonto del sistema industriale italiano. Chi si concentra solo sulle notizie del giorno – “è colpa di chi ha messo in discussione lo ‘scudo legale’”, “non si cambiano le regole in corso d’opera”, “ArcelorMittal voleva solo 5.000 esuberi e ha giocato sporco”, ecc. – è destinato a non vedere luce.

O, come si dice ragionando seriamente, a guardare l’albero e non vedere la foresta.

C’è un paese che sta affondando nella de-industrializzazione, senza peraltro avere mai costruito un modello di sviluppo alternativo, senza aver programmato e incentivato qualcosa di diverso.

Le colpe vanno equamente divise tra una classe imprenditoriale di inqualificabile viltà e una classe politica, se si può, anche peggiore. Entrambe, davanti alla costruzione europea che toglieva sovranità alle scelte economiche, hanno reagito fuggendo. Gli imprenditori girando i loro profitti nella finanza speculativa, i politici – tutti, nessuno escluso, e quelli parafascisti per primi (da Berlusconi a Salvini) – accettando i diktat europei, spogliandosi di qualsiasi responsabilità e rifugiandosi nella bolla della “comunicazione”. Ossia nella menzogna professionale.

Da quasi trenta anni, dagli accordi di Maastricht in poi, la “politica industriale” di tutti i governi è consistita in privatizzazioni e soldi a pioggia alle imprese. Ossia in “regali industriali” – da Telecom a Italsider, ad Autostrade – accompagnati da generose “dazioni” liquide (sotto forma di decontribuzione, finanziamenti a fondo perduto, taglio del cuneo fiscale), oltre che da politiche criminali sul lavoro (precarietà contrattuale legalizzata, allungamento dell’età lavorativa, eliminazione delle tutele dei lavoratori, deflazione salariale, complicità di CgilCislUil). Ma accettando sempre la tagliola del “divieto agli aiuti di Stato” imposta dall’Unione Europea.

Di fatto, sono state consegnate alle imprese le chiavi dello sviluppo o della morte del paese.

E le imprese hanno fatto i loro affari ognuna chinata soltanto sul proprio profitto a breve termine – “i mercati” valutano le relazioni trimestrali, mica le prospettive strategiche – e sul calcolo costi/benefici (tra costo del lavoro, incentivi a pioggia, efficienza delle infrastrutture, politiche fiscali nazionali, ecc).

Inevitabile, dunque, che decidessero per la morte, ponendo ogni volta il ricatto con modalità mafiose: “o ci date mano libera o ce ne andiamo da un’altra parte”.

C’erano una volta i lavoratori che si trasferivano là dove c’erano le industrie, con la valigia di cartone legata con lo spago. Oggi sono le imprese multinazionali a viaggiare spostando linee di montaggio e casseforti gonfie di soldi.

Da questa condizione storica non si esce con misure una tantum, con un finanziamento in più e neanche con una “partecipazione pubblica” nei casi più disperati (dopo anni, è arrivato a chiederla – per la sola Ilva – persino il segretario della Cgil!).

Di fronte alla dimensione del disastro, economico e sociale, c’è bisogno di una visione e di una programmazione di lungo periodo. C’è bisogno di decidere che cosa produrre e come farlo. C’è bisogno di investire in barba a qualsiasi “patto di stabilità europeo”, perché un paese di 60 milioni di persone non può accettare di finire nel baratro della Storia solo per rispettare “regole” scritte per favorire altri sistemi industriali, altri paesi e altre multinazionali.

Abbiamo provato già a dirlo: nazionalizzare si deve, ma al punto cui siamo arrivati neanche questo basta più.

Occorre un progetto strategico che solo una diversa visione del mondo e della produzione può assicurare.

Senza cadere negli slogan da “massimi sistemi”, si tratta di prendere atto che il capitalismo neoliberista non funziona più e va superato prima che esploda seminando, come sempre nella Storia, morte e distruzione.

In questo paese, in quest’area del mondo, in tutto il mondo.

Fonte

16/09/2019

Austostrade, la criminalità seriale del gruppo Benetton

In qualsiasi paese del mondo, se per fare soldi ammazzi parecchia gente, finisci in galera per un periodo piuttosto lungo. Se sei un’impresa, invece, e fai la stessa cosa in modo più “istituzionalizzato”, cominciano subito i distinguo.

In Italia, se l’impresa è di proprietà dei Benetton, da sempre benefattori dei partiti politici di qualsiasi orientamento, quasi ci si deve scusare per aver alzato un sopracciglio davanti a 43 morti sul Ponte Morandi.

Le cronache di questi giorni riferiscono delle modalità operative con cui dirigenti di Atlantia (la società del gruppo Benetton che controlla Autostrade per l’Italia) e della Spea (un’altra società dello stesso gruppo che si occupa della manutenzione delle stesse autostrade – alla faccia della “semplificazione efficiente” di cui dovrebbero essere portatori i “privati”) falsificavano la documentazione sullo stato di parecchi viadotti per evitare interventi di manutenzione ritenuti “troppo onerosi”.

Alcuni manager e dipendenti sono stati arrestati e messi ai domiciliari o altre misure cautelari; alcuni di essi sono stati anche “sospesi” dai rispettivi datori di lavoro, secondo l’antico scarico delle responsabilità sui sottoposti. Avessero bruciato un compressore in Val Susa li avrebbero invece messi in carcere per mesi o anni...

Si potrebbe anche dire che spetta alla magistratura verificare le responsabilità dei singoli, ma nella vicenda non è questo il punto principale. Le “tecniche” messe in campo per falsificare i rapporti sullo stato dei viadotti sono parte essenziale di una mentalità criminale che mette in conto un certo numero di morti e se ne frega totalmente, pur di evitare di spendere un po’ di soldi per manutenere il bene pubblico (le autostrade sono state costruite e sono di proprietà dello Stato, i Benetton hanno ottenuto solo la “concessione” a gestirle).

Mentalità criminale talmente abituata a considerarsi “normale” e soprattutto intoccabile da continuare a falsificare i report anche dopo la strage di Ponte Morandi. Ossia dopo che “l’eventualità” di un disastro era diventata tragica realtà.

Stiamo parlando appunto della gestione di una proprietà e di un servizio pubblico, ancorché a pagamento parecchio esoso (in Germania o Austria, per dirne una, si paga un abbonamento annuale inferiore alla tariffa per un solo viaggio Roma-Milano). Dunque al “proprietario” – lo Stato italiano – dovrebbe certo interessare l’esito delle indagini e l’eventuale condanna (al terzo grado di giudizio, ovviamente, ossia tra molti anni, se non interviene prima la prescrizione), ma solo al fine di sapere con certezza a chi addebitare il conto dei danni e il costo del risarcimento alle vittime.

Ma di sicuro il suo primo atto – come per un qualsiasi proprietario che vede il proprio bene distrutto da colui cui l’ha dato in gestione o affittato – dovrebbe essere la revoca della concessione e quindi la ripresa del “bene” (Autostrade per l’Italia, la parte della rete in mano ai Benetton, neanche tutta la rete autostradale) sotto la propria gestione.

Perché la prima questione non riguarda le “responsabilità penali”, ma la capacità o la volontà di gestire le autostrade in modo che siano percorribili dai “clienti”. Il crollo di Ponte Morandi, insomma, è un fatto concreto che dimostra anche ai ciechi che i Benetton (e i sottoposti che ne eseguivano le direttive societarie) sono l’ultimo dei soggetti cui un normale “padre di famiglia” affiderebbe un proprio bene.

Questo andava naturalmente fatto già un anno fa, subito dopo la strage. Allora, infatti, c’era solo da prendere atto che quell’incapacità di gestione era un fatto accertato.

Si poteva sospettare – e l’abbiamo detto tutti subito – che ci fosse una colpa enorme di Atlantia nella, diciamo così, qualità infima della manutenzione del ponte. Allora...

Oggi l’inchiesta in corso mostra e dimostra che non c’era solo “disattenzione colpevole”, “incapacità gestionale”, “avarizia negli investimenti”. C’era la volontà criminale di evitare qualsiasi intervento serio di conservazione delle strutture – tutte le strutture controllate da quella società – sapendo perfettamente che erano all’ordine del giorno altri crolli e probabilmente altre stragi. Non è insomma un crimine occasionale, un errore fatto una volta. È una politica aziendale, una governance, insomma un crimine seriale...

Certo, gli elegantissimi Benetton non sono assassini sanguinari che sparano ai passanti (in Patagonia lo fanno per loro esercito e polizia). Loro “si limitano” a lasciar transitare su ponti e in gallerie automobili, incassando il pedaggio a fine tratta. Finché le strutture stanno su. Poi, quando crollano, si uniscono al dolore generale e scuciono (con grande pubblicità) un po’ di risarcimenti, che costano comunque molto meno della manutenzione che hanno evitato di fare.

Leggiamo che nelle sedi di molti partiti c’è la volontà di limitare al massimo “il danno per i Benetton”, che dal canto loro stanno pensando di vendere la stessa Atlantia (sapendo probabilmente che l’età media dell’infrastruttura autostradale e l’evanescenza della manutenzione da loro assicurata rendono ogni giorno più probabili altri crolli).

Nel PD starebbero addirittura studiando la possibilità di dare il via libera alla revoca della concessione “soltanto per la regione Liguria”.

Quale audacia, quale indipendenza dalla multinazionale stragista, quale rispetto per le vittime...

Quando diciamo che bisogna nazionalizzare Autostrade ed altre infrastrutture strategiche, ci sembra di dire proprio il minimo. Quasi una banalità.

Per dei criminali seriali sembra decisamente fin troppo poco...

Fonte

06/06/2019

Declino industriale: una scelta suicida, non un destino

Ilva, Fiat, Whirpool (ex Indesit), aziende grandi, medie e piccole. Ogni giorno un fallimento, una chiusura, una fuga all’estero, un tentativo di fusione che va a rotoli.

L’industria italiana sta scomparendo a velocità supersonica – il confronto va fatto con i tempi lunghi necessari a costruirla come sistema – e nessuno si sta ponendo il problema nei suoi termini effettivi.

Al Ministero del Lavoro si accavallano le vertenze e i tavoli, ma la risposta, nel migliore dei casi, è balbettante. Comunque concentrata per vertenze singole, come chi non riesce a staccare gli occhi dall’albero per vedere invece la foresta.

Non c’è una sola causa, questo è evidente. La cornice è data dalla crisi sistemica del capitalismo, soprattutto di quello “occidentale”, maturo, inflaccidito e senza più grandi idee (la rivoluzione informatica è ormai di quasi 40 anni fa, e ha contribuito ad azzerare molte domande sullo sviluppo possibile una volta che l’automazione avrebbe preso il posto di comando).

Ma in questa crisi generale il sistema Italia ha pagato molto più della media. E qui sono pesantissime le responsabilità dell’Unione Europea, dell’imprenditoria e della politica nazionale, co-autori e complici di scelte suicide o funzionali al ridisegno delle filiere produttive continentali.

Con la caduta del Muro e l’avvio della fase della cosiddetta “globalizzazione”, la parola d’ordine delle classi dirigenti occidentali è stata: azzerare il costo del lavoro (con gli inevitabili corollari in termini di salario, welfare, diritti, libertà) per favorire la competitività.

In termini marxiani si può tradurre: cercare il profitto nel plusvalore assoluto, ovvero nell’aumento dello sfruttamento dei dipendenti. Orario di lavoro più lungo, totalmente flessibile (turni anche notturni, abolizione pratica dei festivi, ecc), contratti precari, decontribuzione (e quindi azzeramento dei livelli pensionistici futuri), salario evanescente o addirittura eventuale (all’Expo 2015 di Milano è stato sperimentato addirittura il lavoro gratuito!), divieto di organizzazione sindacale, abolizione delle garanzie contro i licenziamenti, ecc.

Le imprese ne hanno approfittato molto liberamente. Ma tutte o quasi hanno di fatto rinunciato alla ricerca e allo sviluppo tecnologico, preferendo di gran lunga la corsa alla rendita finanziaria. Ed anche lo Stato ha seguito l’identica discesa agli inferi, contraendo la spesa anche in questo settore ultra-strategico.

Il congelamento della capacità tecnologica porta necessariamente fuori mercato, prima o poi. Le contromisure possibili, per evitare i fallimenti, sono state sempre le stesse: delocalizzazione in paesi dove il costo del lavoro è così basso da compensare abbondantemente anche i costi di trasporto, ulteriore compressione salariale, svendita a multinazionali in grado di “ottimizzare” i costi giocando sulle differenti imposizioni fiscali nazionali, incentivi governativi, ragioni di cambio delle monete.

Una prova viene dal bollettino entrate del Ministero delle Finanze (ringraziando Pasquale Cicalese per la segnalazione).

Delle entrate fiscali tra gennaio e aprile, relative alle imposte dirette, risultano positive soltanto le trattenute Irpef su lavoro privato (+3.9) e pubblico (+4.4%).

Ma il gettito del lavoro privato è quasi pari a quello pubblico: 29,8 miliardi contro 28.2. In pratica poco più di tre milioni di lavoratori pubblici versano Irpef quanto quasi 15 milioni di lavoratori privati. Ciò significa che nel privato i salari sono talmente da fame che molti rientrano ormai nella no tax area; e ovviamente anche che molti datori di lavoro non versano l’irpef dei loro dipendenti.

Il gettito fiscale dei lavoro autonomo è diminuito del 7.7%. L’Ires, imposta sui profitti, è diminuita del 24% (ma essendo aumentati i profitti, vuol dire che galoppa l’evasione). L’Iva – imposta indiretta che colpisce al di là dei redditi – è aumentata del invece 5.4%.

Ogni tattica ha il suo limite. E l’industria italiana li sta toccando tutti contemporaneamente. Qui si produce ormai soprattutto moda, agroalimentare, mobili, servizi di ristorazione e turismo. Come un paese del Terzo Mondo (che però stanno seguendo la strada all’incontrario, verso lo sviluppo).

L’ex Fiat non riesce neppure a trovare qualcuno che se l’accolli, a causa della vecchiaia tecnologica che la corrode (la “cura Marchionne”, d’altro canto, è stata la massima concentrazione di caccia al profitto “da plusvalore assoluto”, tra modello Pomigliano e neanche un progetto di ibrida od elettrica).

Non può essere un caso che le uniche industrie in buona salute siano quelle a partecipazione pubblica: Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Saipem, le loro controllate. Si tratta di ciò che è sopravvissuto – per ragioni di controllo strategico – allo smantellamento dell’Iri e dell’intervento pubblico nella produzione industriale.

Ossia proprio quello che i trattati europei tenderebbero a vietare (chiudendo un occhio o tutti e due quando si tratta di complessi industriali o di utilities francesi o tedeschi).

Questo è il punto di arrivo di un processo trentennale da cui risollevarsi, senza un rovesciamento radicale di prospettiva, scelta strategiche, indirizzo politico, priorità sociali ed economiche, è impossibile.

La nazionalizzazione di ogni asset industriale a rischio chiusura o delocalizzazione non è di per sé la “soluzione” alla crisi. E’ semplicemente la condizione indispensabile per poter riprendere a progettare lo sviluppo di questo paese invece che subirne passivamente la demolizione.

Il resto è tempo perso, lacrime di coccodrillo, manfrina da corrotti.

Fonte

24/11/2018

La Cina non è Napoli, per Dolce e Gabbana

“In questi giorni abbiamo pensato moltissimo e con grande dispiacere a quello che è successo”.

“Le nostre famiglie ci hanno insegnato il rispetto per le altre culture”

“e per questo vogliamo chiedervi scusa se abbiamo commesso errori nell’interpretare la vostra”

“vogliamo anche chiedere scusa a tutti i napoletani del mondo, prendiamo molto seriamente queste scuse e questo messaggio”

“Siamo sempre stati molti innamorati di Napoli, amiamo la vostra cultura e certamente abbiamo ancora molto da imparare. Per questo ci scusiamo se abbiamo sbagliato nel nostro modo di esprimerci”

“Faremo tesoro di questa esperienza. E non succederà mai più, anzi: proveremo a fare di meglio”

Purtroppo al posto di napoletani dovete mettere cinesi e al posto di Napoli bisogna inserire Cina.

Cosa è accaduto?

Per chi non lo sapesse Dolce e Gabbana avevano organizzato una bella campagna pubblicitaria tutta ambientata in Cina dove, come fatto a Napoli, ridicolizzavano i tratti culturali locali fornendo una visione stereotipata della realtà. Come i napoletani erano macchiette tutte pizza e mandolino, per Dolce e Gabbana i cinesi sono solo bacchette, lanterne e dragoni.

Il tutto chiaramente accompagnato dalla solita massiccia dose di sessismo ben rappresentato dallo spot in cui una modella dagli occhi a mandorla mangia in maniera ammiccante un cannolo siciliano gigante con le bacchette.



Quando successe a Napoli fummo tra i pochissimi a contestare quell’operazione assolutamente offensiva, irrispettosa ed inutile e quasi tutti ci diedero addosso. Molti di coloro che ci criticarono però, quando mesi dopo videro gli spot, si dichiararono indignati e si beccarono pure gli sberleffi dei due stilisti. Come si suol dire “cornuti e mazziati”.

In Cina invece le cose sono andate un po’ diversamente. In meno di 24 ore dall’uscita delle réclame incriminate la sfilata di Shanghai è stata annullata e i capi D&G sono scomparsi dai portali di e-commerce cinesi. A questo punto i cari Stefano e Domenico altrettanto velocemente hanno diffuso un video di scuse. Proprio loro celebri per la loro arroganza e supponenza si sono mostrati alle telecamere a capo chino con le facce costernate da peccatori penitenti, pronti a farsi umiliare pubblicamente pur di ottenere il perdono del governo cinese. Fanno quasi pena nel video abbigliati per la prima volta in vita loro in modo sobrio rinunciando al loro pacchiano outfit che da sempre li contraddistingue.

Non c’è niente da fare Dolce e Gabbana, come tutti i padroni, possono avere miliardi di euro ma rimangono dei pover uomini pronti a sottomettersi e a rinunciare alla propria dignità quando incontrano qualcuno più potente di loro.

Forti con i deboli e deboli con i forti.

Questo è il loro motto.

Cari Stefano e Domenico rappresentate in pieno quest’epoca misera e decadente che fortunatamente sta morendo.

Fonte

09/10/2018

L’industria pubblica va forte, il “privato” è scappato

Il 20 ottobre Us, Potere al Popolo e altre organizzazioni sociali e politiche manifesteranno a Roma per pretendere “Nazionalizzazioni qui e ora!”. Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova è infatti diventato chiaro a tutti che i “prenditori” italiani sono dei fancazzisti che adorano fare soldi stando comodamente seduti a un casello – immaginario o reale, come quello autostradale – a prender soldi grazie a una posizione di rendita monopolistica.

Ma se c’è da produrre, rischiare, inventare, beh, da tempo hanno alzato bandiera bianca e venduto i gioielli di famiglia a società estere. Anche del made in Italy più famoso, ormai, non è rimasto granché. Si salvano piccoli gruppi di giovani “startuppari”, che almeno provano a inventare qualcosa, ma – se bravi – presto cannibalizzati da multinazionali con sedi altrove.


Eppure si continua a raccontare che “il privato è più efficiente del pubblico”, con seriosissimi giornalisti “democratici” che vanno a registrare le molte inefficienze della pubblica amministrazione, ma senza azzardarsi mai a mettere il naso negli affari dei privati (al massimo leggono i mandati di cattura, quando scoppia l’ennesimo scandalo).

E invece “il pubblico” – inteso come industria, residuo di quello che era l’immenso patrimonio dell’Iri (smantellato dai “grandi democratici” come Prodi, D’Alema, Bersani, Berlusconi, Bossi, ecc) – è praticamente rimasto l’unica “eccellenza italiana in grado di competere sui mercati globali”.

Questa sintetica ricostruzione postata da Giuseppe Masala, accorpando le “buone notizie” industriali degli ultimi giorni, chiarisce la questione meglio di tanti slogan.

Ci si vede in piazza...

*****

Apro il Corriere e vedo un articolo dove si illustra la trattativa in dirittura d’arrivo tra Leonardo e la società aerospaziale cinese statale Comac per la costruzione di un aereo civile da 280 posti. Notizia che arriva dopo quella di ieri dell’accordo tra ENI, British Petroleum e la statale libica Noc per riattivare le esplorazioni petrolifere nel paese.

Tornando indietro alla settimana scorsa poi pensiamo alla vittoria dell’appalto miliardario in USA per la fornitura di elicotteri militari AgustaWestland. Non so se ci avete fatto caso ma c’è un qualcosa che unisce queste tre notizie: tutte le aziende italiana interessate o sono pubbliche o ad azionista di maggioranza pubblico. Nessun privato.

Ecco, basta un po’ sfogliare i giornali all’indietro nei giorni e si nota che le uniche aziende vincenti a livello mondiale – o comunque in grado di competere – sono a gestione pubblica. Le private non pervenute. E anzi, forse è arrivato il momento di dire un’altra verità: dopo trenta anni di sbronza liberale e privatizzatoria siamo di fronte ad un enorme fallimento industriale, produttivo e finanziario.

Tutto ciò che è stato privatizzato – e che eccelleva durante la gestione pubblica – è finito male. L’industria agroalimentare l’abbiamo persa sommersa anche dagli scandali finanziari (ricordate i bond cirio di Cragnotti?), l’acciaio italiano è stato distrutto dopo 20 e passa anni di gestione Lucchini, la Telecom è distrutta dopo 25 anni di cure di vari capitani coraggiosi (ma coraggiosi in che senso?), l’Alitalia è in balia di un fallimento dopo le cure Ethyad-Montezemolo.

Poi mi viene da pensare all’industria dell’alluminio sarda, dopo decenni di cura privata è tutto chiuso e l’Italia non produce più un grammo di alluminio, ma possiamo enumerare all’infinito una giaculatoria di disastri senza soluzione di continuità.

Possiamo dirlo che la sbronza liberale e privatizzatoria si è dimostrata un vero è proprio terremoto per il nostro tessuto produttivo. E alla fine di questo le uniche aziende che brillano nell’agone internazionale sono quelle poche rimaste pubbliche. Questo è quanto. Spero di non passare troppo per comunista, fascio-corporativo, statal-tangentista e chissà cos’altro. Ma questo è il punto: il frutto peggiore assieme a quell’altra leccornia dell’Euro che ci lascia la Seconda Repubblica è il disastro delle privatizzazioni. Se vogliamo andare avanti facciamo. Continuiamo su questa strada.

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24/02/2018

Cremaschi. “Multinazionali in fuga e governo complice”

Una discussione esemplare – ieri mattina a L’aria che tira, su La7 – quasi paradigmatica delle posizioni in campo sulla questione centrale del lavoro: le multinazionali vanno dove il profitto può essere più alto e il lavoro ha un costo più basso, lasciando un deserto industriale e occupazionale; il governo italiano è uno dei più vili del continente, dato che stende tappeti alle imprese e non pretende la loro assolutamente nulla.

Il sindacato complice è stato perfettamente rappresentato da Carla Cantone, ex segretario generale dei pensionati Cgil, che ha assistito senza muovere un dito a tutte le riforme previdenziali degli ultimi 20 anni e chiude la sua carriera candidandosi al Parlamento con il Pd (responsabile del Jobs Act, dei voucher, dell’eliminazione degli ammortizzatori sociali, dell’abolizione dell’art. 18 e degli incentivi alle imprese senza contropartite).

I due imprenditori affacciatisi al proscenio (Giovanni Zonin, ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, e Alberto Forchielli, “imprenditore” delocalizzatosi in Thailandia) hanno mostrato il volto più infame della cosiddetta “classe dirigente” del capitalismo ad ogni latitudine. Il primo irridendo correntisti e azionisti lasciati sul lastrico con una serie di “non ricordo, sono anziano...”. Il secondo ridendo apertamente di ogni richiamo a valori come la ”dignità”, la “responsabilità”, ecc.

Due autentici delinquenti della “buona società” occidentale, che alla sbarra o si difendono dandosi del demente o sghignazzano beffardi...

Buona visione, ma con il maalox a portata di mano...

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19/02/2018

Il “piano” di Confindustria: voi dateci i soldi, noi vediamo che farci...

Se un paese è allo sbando, la sua classe dirigente ne è la prima responsabile. E, nella classe dirigente, il primo posto lo hanno sempre gli imprenditori. Specie se, come in Italia, sono loro a fare e disfare i “programmi di governo”, una volta applicate le direttive dell’Unione Europea.

Ci si sarebbe attesi, dunque, un briciolo di autocritica, da parte di Confindustria, nel prendere carta, penna e compasso (e anche qualche grembiulino) per buttar giù un “piano di legislatura” da sottoporre a tutti i partici politici in lizza – meno Potere al Popolo, ça va sans dire – per le prossime elezioni.

Nulla, naturalmente. In casa degli imprenditori italiani vige da sempre la pratica dell’“autocritica degli altri”: lo bacchettano, i politici eseguono (più o meno fedelmente), nulla funziona e loro ricominciano da capo, come se niente fosse.

Stavolta hanno fatto le cose in grande, com’è giusto per una tornata elettorale che tutti “sentono” come decisiva. Un piano faraonico, con 250 miliardi di investimenti, per garantire una crescita di almeno il 12% del prodotto interno lordo nel quinquennio. In pratica è un misero +2% annuo, decimale più o meno, ma comunque alzi la mano chi non sarebbe contento che le cose andassero meglio (più crescita, più reddito, più occupazione).

Facciamo finta di dimenticare che Vincenzo Boccia – presidente di Confindustria e quindi editore de IlSole24Ore – non è ancora riuscito a racimolare qualche milione per salvare il giornale, e quindi concentriamoci sui miliardi che invece sembrano più facili da trovare.

La domanda è semplice: chi ce li deve mettere? Anche la risposta è semplice: chiunque, ma non gli imprenditori. Siete perplessi? Pensate ancora che il capitalismo sia quel sistema in cui un imprenditore apre o espande un’azienda (“investe”), assume personale, produce un qualcosa che poi viene venduto sul mercato e poi rientra – con profitto – dell’investimento iniziale? Siete vetero. O illusi. O non avete ancora capito che cavolo di imprenditori siano quelli basati in Italia.

Vediamo allora da dove dovrebbero arrivare: l’Europa «potrebbe contribuire fino a 93 miliardi di euro» liberando risorse «per investire in infrastrutture, formazione, ricerca e innovazione»; mentre il settore privato «potrebbe contribuire fino a 38 miliardi di euro». Calcolatrice alla mano siamo a 131 miliardi; gli altri dovrebbero – secondo Boccia – arrivare dallo Stato italiano, in forme che però non cadano sotto la sanzione dell’Unione Europea, sempre vigile contro gli “aiuti di stato” che non siano tedeschi o francesi.

Primo “problemino”: i 98 miliardi “europei” dovrebbero arrivare da una trattativa che convinca i paesi forti (Germania, Francia, Olanda, ecc.) a emettere “eurobond” (titoli di credito garantiti dal’Unione Europea). Non c’era riuscito Tremonti, non se ne parla più da dieci anni perché ogni volta che qualcuno pronuncia quella parola Wolfgang Schauble, Angela Merkel e Jeroen Dijsselbloem mettono mano alla pistola.

Vabbè, sarà un piano un po’ più piccolo...

Tornando alla quota a carico degli imprenditori, qualcuno potrebbe pensare che – seppure pochi, il 15% del totale – questi sono comunque pronti a investire di tasca propria una cifra rilevante pur di far decollare l’economia italiana. Errore.

Quei 38 miliardi ce li dovrebbero mettere i “risparmiatori” – chiunque abbia qualche spicciolo sul conto corrente – sottoscrivendo fondi immobiliari innovativi (non chiedeteci cosa siano; non è stato detto) “con un forte legame territoriale, per gestire e valorizzare un mix di immobili ceduti a titolo definitivo e conferiti in gestione dagli enti locali”. Traduciamo per i non addetti ai lavori: Boccia pretende che comuni, province, regioni vendano o regalino una serie di immobili pubblici che andrebbero a fare da garanzia per la sottoscrizioni del fondi immobiliari. Quindi edifici ceduti dal pubblico e soldi messi da “risparmiatori” tipo i correntisti di Banca Etruria.

Nel caso non fosse possibile arrivare per questa via alla cifra indicata, Boccia “suggerisce” di attingere ai fondi pensione (resi obbligatori per una serie di categorie grazie alla complicità di CgilCislUil) o ad “altri enti previdenziali”. Insomma, si dovrebbero usare i fondi destinati a pagare le pensioni.

Gli imprenditori, al massimo, potrebbero metterci i soldi per comprarseli – se il prezzo è particolarmente favorevole – ma nulla di più. I miliardi da “investire”, infatti, sarebbero quelli rastrellati dai risparmiatori, mentre gli “imprenditori” starebbero sul sicuro incamerando “il mattone pubblico”.

Ma, almeno, questo salasso di patrimonio pubblico (soldi freschi per quasi 120 miliardi e immobili) andrebbe a mettere in moto una crescita più “virtuosa”, aumenti salariali, migliori condizioni di vita per chi lavora? Neanche per sogno, mette subito in chiaro il prode Boccia: il piano sta in piedi «Se non si smontano riforme fondamentali e si attua un programma di medio termine basato su modernizzazione, semplificazione ed efficienza».

Vi serve la traduzione? E va bene: ci teniamo il Jobs Act e la Fornero, e pure tutti decreti che hanno strutturato un mercato del lavoro tra i più precari in Europa; anzi, ci date anche qualcos’altro, che vi preciseremo una volta che qualcuno di voi avrà formato un governo.

Del resto, il quadro concettuale illustrato da Boccia in sede di presentazione del suo “piano” è decisamente inequivocabile: «Siamo cittadini europei di nazionalità italiana. Siamo equidistanti dai partiti ma non dalla politica. Vogliamo che in questo Paese si recuperi buon senso e pragmatismo. Vogliamo un’Italia più semplice ed efficiente con uno Stato che passa da erogatore di servizi a promotore d’iniziative di politica economica».

E’ abbastanza chiaro? Basta con lo stato “erogatore di servizi” (sanità, istruzione, trasporto pubblico, previdenza, ecc.), e avanti con un apparato che “promuove iniziative”. Tipo rastrellare soldi per far giocare i “prenditori” a fare i capitani d’azienda.

Se per caso vi è venuto da pensare che i “capi politici” impegnati in campagna elettorale abbiano obiettato qualcosa a questa follia, beh, vi sbagliate. Qui di seguito le interviste raccolte da IlSole24Ore tra gli aspiranti premier, tutti prontissimi a fare da poggiapiedi per gli stivali padronali (Salvini compreso, of course). Una menzione speciale la merita Annamaria Furlan, che di mestiere dovrebbe fare la sindacalista. Cioé “la controparte”, non la controfigura...

«Una seconda stagione di riforme per l’Italia» – Intervento di Paolo Gentiloni

«Strategia concreta e seria da condividere» – Intervento di Matteo Renzi

«Con il nostro Fisco cuneo azzerato per i giovani assunti» – Intervista a Silvio Berlusconi

«Un grande piano sugli investimenti Tempi brevi per le opere pubbliche» – Intervista a Carlo Calenda

«Molte affinità con la nostra visione» – Intervista a Annamaria Furlan

«Banche pronte a sostenere gli sforzi per la crescita» – Intervista a Giuseppe Castagna

Sì a Eurobond e leva pubblica per rilanciare gli investimenti – Intervento di Luigi Di Maio

Giusto allargare Industria 4.0, non tutto il Jobs act va cancellato – Intervista a Matteo Salvini

Fonte

09/01/2018

Facile fare l’imprenditore con il culo degli altri

La fine del 2017 e l’inizio del 2018, portano a bilancio le ragioni per cui la spesa sociale deve essere sempre tagliata per pensioni, sanità servizi, stipendi. Le risorse economiche tolte al welfare e al lavoro devono infatti finire da altre parti e su altri capitoli di spesa. Ma chi se ne avvantaggia?

Ci preme mettere in evidenza due fattori contenenti significative misure di carattere economico e legislativo che in questo scorcio temporale indicano le priorità scelte dal governo uscente (le solite), probabilmente di quello entrante (a meno di un rovesciamento del tavolo che auspichiamo fortemente) e le loro conseguenze sociali:

– il primo è dovuto all’approvazione della legge di bilancio (il DPEF)

– l’altro, è invece dovuto dalla fine prevista di quelle agevolazioni alle imprese che caratterizzarono l’avvio e la messa in atto del Jobs Act, il quale aveva come presupposto quello di ammorbidire, facilitare, le normative riguardanti le assunzioni di lavoratori, tramite la distribuzione di benefici di vario tipo (economici, normativi e legislativi).

I quotidiani, stranamente, hanno notato come in queste nuove misure legislative e relative norme giuridiche sia, ancora una volta, ricomparsa la classica strategia dell’arcinoto e prevedibilissimo “assalto alla diligenza”. Il problema è che questo assalto è stato fatto dai soliti noti e da interessi sociali dominanti e definiti.

Tale fatto ruota intorno a due pilastri dell’azione del governo:

1) le agevolazioni e regalie fiscali di vario tipo e genere (tutte favorevoli economicamente alle imprese);

2) la fine degli sconti contributivi previsti dalla legge che instaurò il Jobs Act (legge di stabilità del 2014).

Su tutto questo è stato considerevole il peso che il sistema di “lobby” come Confndustria o altre organizzazioni datoriali, hanno saputo e potuto mettere in pratica per il soddisfacimento dei propri interessi. Che questa pressione lobbistica abbia poi avuto il suo effetto, si evidenzia dal come sono state messe in atto le agevolazioni economiche e fiscali e quant’altro utile ai profitti e guadagni dei nostrani “prenditori”. Ma in fondo ormai in Parlamento ci sono solo loro e i loro passacarte. Essendo in periodo “elettorale” tale “assalto” puntava esplicitamente agli ambiti economico-fiscali.

Osservando più da vicino le cosiddette nuove misure di agevolazione e normative in materia fiscale, si possono notare i notevoli vantaggi messi in campo dal governo e dai “prenditori”.

Sgravi fiscali alle imprese per 76,5 miliardi: il 60% della spesa sanitaria

Nel quotidiano Repubblica del 4/1/2018 – pag.4 – è presente un articolo/inchiesta a firma Roberto Petrini, titolato: La giungla infinita degli sconti fiscali

L’occhiello riporta: dagli armatori ai commercianti pesano 76,5 miliardi si sono aggiunte 43 agevolazioni in un anno e mezzo.

Repubblica quindi descrive questa situazione nella quale le detrazioni annuali, nella misura di: 76,5 mld di euro, derivano dalle agevolazioni fiscali, destinate a singole attività, società, amministratori e commercialisti. Di solito motivandone le spese sostenute in acquisto di mezzi e materiali utili per lo svolgimento delle rispettive attività, esenzioni e riduzioni fiscali per professionisti finanziari in attività diverse e altre figure sempre professionali o commerciali. Insomma nulla che possano scaricare i comuni mortali, cioè i lavoratori dipendenti. Qui si seguito le agevolazioni concesse e la motivazione dell’agevolazione, espresse in milioni di euro e per numero dei soggetti o imprese interessate :
Cooperative 169 – enti cooperative beneficiari 76.556€ cd.
Volontariato 133 – (acquisto ambulanze e mezzi antincendio) 87.970
Ecologia 197 – (teleriscaldamento e biomasse) 121.827€
Tras Maritt. 90 – (forfait per navi iscritte a registro int.le) 144.444€
Locazioni 90 – (esenzione Ires ) 195.556€ 
Ricerca 77 – (deducibilità Ires ecc..) 242.550€
Grandi navi 79 – (forfait tax per navi oltre 100 ton.) 291.139€
Fondi Immobiliari 14 – (imposte fisse di registrazione e catasto) 635.714€
Audiovisivi 26 – (credito imponibile per prod industriali) 961.538€
Ciò è soprattutto frutto di un dossier svolto dal Senato tramite il suo “Ufficio di valutazione dell’impatto” delle nuove normative in materia di agevolazioni sia fiscali sia economiche, dal quale emerge come “tra il gennaio 2015 e giugno 2016 siano stati introdotti 43 sconti fiscali in più per una spesa corrispondente a 3,5 miliardi di euro”.

Lo stesso rapporto/dossier del Senato parla di un “dilemma dei numeri” perché constata che: “nel 2017 ci sono 468 agevolazioni fiscali a livello nazionale più 166 a livello locale”; alle quali bisognerebbe aggiungere anche “gli aggiornamenti contenuti nella manovra approvata nei giorni scorsi dalle camere dove sono fioccate almeno una decina di nuove detrazioni fiscali come quella a favore dei giardini pensili, bonus per la sistemazione del “verde” in aree scoperte, condomini e unità immobiliari, ironicamente denominata  “norma basilico”, unitamente ad altre sempre in favore di imprese o associazioni cosidette “no profit” (le imprese del famigerato, crescente, trasversalissimo e vorace terzo settore).

Si osservano anche misure di altro tipo: sconti per quegli alberghi che creano spa (sale attrezzate con sauna, massaggi, palestre ecc.) e polizze anti-sisma; aziende che mettono in pratica misure ecologiche quindi un’ecobonus per ristrutturazioni condominiali e via di questo passo, sempre in favore di attività e imprese di carattere industriale.

Quindi in questo “dilemma dei numeri” è ben presente – tra i tecnici della materia – il fatto che almeno una cinquantina (50) delle 610 agevolazioni potrebbero essere facilmente eliminate producendo così risparmi da 1 a 2 mld di euro annui nelle casse pubbliche.

Terminano gli sgravi contributivi del Jobs Act. Rischio migliaia di licenziamenti

Quest’anno finiranno gli sgravi contributivi per un milione di lavoratori assunti con i contratti previsti dal Jobs Act. Si palesa così uno scenario prevedibile per cui senza gli sgravi ottenuti in questi anni, le imprese avvieranno licenziamenti massicci. Il conto, pesante, è presto fatto.

Nell’ultimo triennio molte aziende hanno fatto assunzioni per ottenere sgravi fiscali, contributivi e incentivi previsti dalla nuova normativa del “Jobs act”.

Questi incentivi, però, scadranno nel 2018, determinando per l’azienda il fatto di dover sborsare, per il mantenimento del lavoratore, una cifra che potrebbe arrivare fino a 8mila euro annui in più per ogni dipendente assunto con le normative del Jobs Act. Molto probabilmente, anche grazie all’annullamento dell’art. 18 sui licenziamenti, saranno molti i licenziati a causa del maggiore costo dovuto alla cessazione degli sgravi e vantaggi economici avuti.

La legge del “jobs act” venne approvata nel 2014. A gennaio 2015 risultavano assunti 66 mila lavoratori per i quali era previsto l’esonero totale dei contributi previdenziali; altri 14mila si sono aggiunti alla cifra precedente e via di questo passo, nel tentativo di “svuotare” il serbatoio della precarietà e dei contratti a tempo determinato.

Questi numeri (parziali e non completi, sono ridotti ora di circa la metà); ne resterebbero in piedi quindi circa 30mila (secondo calcoli della Fondazione Studi del Consiglio dei consulenti del lavoro).

La foto che ritrae il ministro Poletti mentre dichiara la “bellezza” della legge del Jobs Act, chiarisce meglio di altro in quale “padella” sono caduti milioni di lavoratori, soprattutto giovani.

Altri dati, forniti dalla stessa fonte, sottolineano cosa potrà succedere. Ma i dati certi, date le attuali e previste nuove normative di cessazione degli sgravi e delle agevolazioni per nuove assunzioni, si potranno sapere solo quando l’INPS comunicherà i dati sui licenziamenti.

Chiaramente si prevede un vero e proprio “massacro” perché, nel biennio 2015-16 i contratti di lavoro sussidiati (cioè agevolati da incentivi e sgravi fiscali) ammontano a 2 milioni, dei quali più della metà hanno cessato di essere in vigore nel più totale silenzio!

Nel 2017 vennero attuati ulteriori incentivi come “Occupazione giovani” e “Occupazione Sud” per i quali furono previsti sconti annuali per un massimo di 8mila euro annui. Ma anche questi scadranno nel 2018!.

Secondo l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (Anpal) sono state 114mila le persone assunte tramite questa nuova normativa;

Vediamo anche questi dati – tratti dal il Fatto del 4/1/2018 – i quali riescono a rendere più chiara la lettura della situazione.

Secondo stime attendibili sono molte le aziende ad aver beneficiato di questo trattamento privilegiato.

A dicembre 2018 esso potrebbe non essere più in vigore e per le aziende si prevede un aumento considerevole (fino a 8.000€ l’anno) per ognuno dei dipendenti coinvolti.

Quest’aspetto interesserebbe quasi 66.000 persone (esonero totale dei contributi tramite la “Legge di stabilità” approvata a fine 2014), ai quali si dovranno aggiungere altri 14.000 (stesso percorso); più della metà di questi contratti sono terminati causa licenziamenti o dimissioni, ne restano circa 30mila i quali costeranno di più (una cifra che può raggiungere gli 8.600€ annui).

Sempre a rischio sono anche altre figure corrispondenti a questi numeri:

– i lavoratori che furono assunti a gennaio 2016 (circa 24.000 più 5.000 attuati con le conversioni previste dalla legge di cui sopra: “Legge di stabilità”)

– i circa 15mila lavoratori i cui contratti sono ancora attivi oggi.

Per questi, nel 2018, finirà lo sconto, quindi l’aumento e l’incremento dei contributi a carico delle imprese potrebbe arrivare fino a 3.250€ annui!

Ciò significa che la permanenza o meno al lavoro non dipenderà dalla bravura o dalla capacità lavorativa; dipende piuttosto da quanto verrebbe a costare, ossia “se l’impresa in questo periodo non ha aumentato il suo fatturato, potrebbe decidere di tagliare”.

C’è stata quindi una vera e propria corsa all’oro degli incentivi. Nel biennio in esame 2015-16 i contratti sussidiati sono stati 2milioni, più della metà sono comunque già cessati. Per tutto il 2017 come abbiamo visto, ci sono stati altri due incentivi come “Occupazione giovani” e “Occupazione Sud”, stavolta con sconti annuali e non triennali e quindi per un massimo di 8mila€. Secondo l’Anpal (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro) sono stati creati rapporti di lavoro a tempo indeterminato solo in 114mila casi, Mentre in totale la massa di posti di lavoro per i quali il costo crescerà nel corso di quest’anno (2018) supererà il milione.

Sulla base di questa complessa e generosa architettura di sconti fiscali e contributivi, possiamo dire che non pare così difficile scoprirsi “imprenditore” nel nostro paese.

Il 2018 si presenta come l’anno nel quale sarà “facile” fare l’imprenditore (fino a somigliare più a un “prenditore”).

A questo punto viene d’obbligo una battutaccia di cui ci scusiamo con i nostri lettori: stante la situazione diventa facile fare l’imprenditore col “culo” degli altri!!!

Tant’è che la stessa Repubblica è costretta ad ammettere che: “recuperare risorse dalle rendite di posizione ottenute a colpi di lobby ai bordi della discussione delle leggi di Bilancio e di sedimentazioni ammuffite, è una battaglia degna di un progetto di riforme, ma ci vuole coraggio. Chi si fa avanti?”

Fonte

11/12/2017

Perché la rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani

Il declino o il successo di un paese comincia sempre dall’alto, ossia da una classe dirigente – complessivamente intesa: imprese, politica, istituzioni, università, ecc – capace (oppure no) di innervare l’inserimento di un modello produttivo dentro l’evoluzione dell’economia globale.

Questa analisi di Marta Fana e Davide Villani, meritoriamente pubblicata da IlSole24Ore (organo di Confindustria, ma proprio per questo statutariamente attento alle dinamiche dell’economia reale più che a quelle dell’economia narrata), mostra in modo piuttosto chiaro come sia l’arretratezza della classe dirigente italiana a spingere il paese verso un baratro da cui sarebbe difficile risollevarsi per decenni.

Arretratezza culturale in senso lato, che si manifesta in un atteggiamento imprenditoriale sparagnino, di corto periodo; insomma vile anche dal punto di vista capitalistico.

La bassa competitività media delle imprese italiane dipende infatti – dati alla mano – da bassi investimenti, dunque da una produzione basata su tecnologie “mature” o arcaiche. Il margine di profitto, in questo tipo di impresa, viene scavato nella carne viva del salario, da almeno 30 anni sottoposto a un processo abrasivo continuo, costante, accelerato negli ultimi anni “grazie” alla precarizzazione contrattuale totale. Quindi “grazie” a una classe politica senza alcuna visione di lungo periodo, esattamente corrispondente al livello inqualificabile della classe imprenditoriale. Del resto, tutta la retorica che ha accompagnato la “discesa in campo della società civile”, contro i “professionisti della politica”, è stata la colonna sonora e ideologica di una presa del comando politico direttamente nelle mani del “miserabile” capitale italiano.

Ma c’è qualcosa di più generale e profondo che la crisi specifica del capitalismo italiano rivela. Ed è il declino del capitalismo “occidentale”, che condivide – anche se su un piano assai meno straccione – l’identico atteggiamento “anti-produttivo”.

Da decenni, ormai, si è fatta strada la “shareholders revolution, che [...] ha contribuito a spostare le imprese verso un modello in cui vengono privilegiati investimenti speculativi, principalmente orientati al breve periodo, con l’obiettivo di massimizzare i ritorni di un numero ridotto di azionisti. Come contropartita diminuiscono gli investimenti produttivi di lungo periodo, già colpiti dal basso livello di domanda aggregata”.

I manager vengono naturalmente retribuiti moltissimo già a livello di “stipendio base”, ma il grosso dei loro guadagni viene dalle stock option (pacchetti azionari dell’azienda che dirigono) con cui vengono “premiati”. Il valore delle azioni, in questa logica, è più importante dei livelli di fatturato e persino dei profitti netti, in qualche misura. La finanziarizzazione dell’economia reale ha questa inevitabile conseguenza: portare in primo piano il modo d’agire del capitale finanziario (tempi brevi, plusvalenze alte), facendo scendere – nella scala dei “valori”, dunque anche delle scelte operative – il modo d’agire del capitale industriale (tempi medio-lunghi, margini di profitto sottoposti al logorio della concorrenza internazionale, ecc).

Fana e Villani arrivano a gettar luce su queste dinamiche globali partendo non a caso dal calo drastico dei salari, sia per i lavoratori meno qualificati che – è l’apparente controsenso da cui partono – per i lavoratori teoricamente più adatti a un ciclo produttivo altamente tecnologizzato.

Ma dalla loro analisi emergono squarci “sistemici” di grande rilevanza. Per esempio: come può un simile produttivismo debole affrontare un piano di investimenti colossale come la Belt and Road Initiative cinese? Inevitabilmente in posizione subordinata, occasionale (lusso, turismo, meccanica di precisione e poco altro), disorganizzata. Come potrà tenere in vita un sistema di formazione universitaria e di ricerca scientifica di alto livello se il sistema produttivo continua a ridurre dimensioni, ambizioni, innovazione (di prodotto, prima ancora che di processo), visione strategica?

Si potrebbe andare avanti a lungo. Ma quel che importa è che basta davvero poco – un buon lavoro di analisi sui dati, fatto da solo due ricercatori peraltro notevoli – per distruggere la credibilità delle sciocchezze che ci vengono ammannite ogni giorno dai Fubini, Giavazzi, Alesina, Boeri, e quant’altri.

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Perché la rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani

All’interno del dibattito sulle attuali condizioni del mondo del lavoro italiano, si colloca la questione salariale. Secondo la teoria dominante, ripresa qui su Econopoly in un recente articolo firmato da Luca Foresti, i cambiamenti tecnologici (e la globalizzazione) hanno contribuito alla polarizzazione del mercato del lavoro in cui gli strati più bassi della piramide hanno sempre più difficoltà a inserirsi o, una volta inseriti, sono condannati a salari e condizioni di lavoro meno edificanti. Allo stesso tempo, lavoratori capaci di integrarsi o essere integrati in settori più produttivi (quelli maggiormente innovativi e tecnologici) sarebbero maggiormente ricompensati, in quanto più produttivi. Si consumerebbe così la polarizzazione (e di conseguenza aumento delle diseguaglianze interne), spinta(e) principalmente dalla tecnologia.

Come in ogni visione a tradizione marginalista, inoltre, spetta ai lavoratori, schiacciati dalla concorrenza di altri lavoratori nella fascia bassa delle retribuzioni, “prepararsi a fare lavori più complessi e meglio pagati” e a quelli più produttivi reclamare la propria fetta, “meritata”, di valore aggiunto prodotto. All’interno di questo ragionamento, nessuno spazio è accordato, come ricorda Bogliacino (2014), al potere, o in termini classici ai rapporti di forza tra aziende e lavoratori.

Mantenendo per un attimo da parte quest’ultimo aspetto che tuttavia è dirimente nello spiegare perché la tesi di una polarizzazione (e quindi diseguaglianza) indotta dalla tecnologia non sia in grado di spiegare la situazione italiana, è opportuno guardare ai fatti che caratterizzano il mondo del lavoro italiano. Rimanendo quindi ancorati alla teoria mainstream, ci si chiede se in Italia l’impoverimento dei salari sia dovuto alla polarizzazione e/o insufficienza di capitale umano capace di soddisfare le richieste tecnologiche del mercato.

Partendo dal rapporto Eurofound (2016) sulla struttura lavorativa dei Paesi europei, si nota che l’Italia, insieme all’Ungheria è il paese in cui la polarizzazione tra lavori qualificati e non qualificati non ha luogo. Tra il 2011 e il 2015 è un vero e proprio declassamento generalizzato: ad aumentare sono soltanto il numero di posizioni lavorative peggio retribuite (quelle appartenenti al primo quintile delle retribuzioni).

Inoltre, si legge nello stesso rapporto, la struttura occupazionale italiana si caratterizza per maggiori livelli di lavoro fisico e per un uso inferiore delle ICT, soprattutto rispetto a paesi come la Francia e la Germania, ma non solo. Quindi, non è l’offerta di lavoro a non essere adeguata, ma la struttura produttiva in costante impoverimento. In altre parole, più che un problema di offerta di lavoro l’Italia attraversa un problema di quantità e qualità di domanda di lavoro. Quanto alla quantità, è sufficiente ricordare che il monte ore lavorate è ancora inferiore ai valori precrisi e che la domanda di lavoro in Italia è tra le più basse in Europa, come riporta l’Eurostat.

Tasso di posti vacanti in Europa


La scarsa qualità della domanda di lavoro, è dimostrata dall’esodo di lavoratori teoricamente più qualificati (cioè in possesso di una laurea) verso altri paesi, come rileva di recente l’Istat: nel 2016, si legge nel rapporto Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, i laureati italiani che lasciano il Paese, sono quasi 25 mila (+9% sul 2015) anche se tra chi emigra restano più numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila, +11%), a riprova del fatto che scarsa qualità e quantità di domanda di lavoro vanno di pari passo nel nostro Paese.

Inoltre, per confermare i dati Eurofound sulla scarsa qualità delle offerte di lavoro in Italia, basta guardare alla distribuzione delle nuove assunzioni nel nostro paese, riportate mensilmente dall’Osservatorio sul precariato Inps, secondo cui circa il 35% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato tra il 2015 e il 2017 si concentrano nei settori dei servizi a scarsa produttività: commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli e motocicli; trasporto e magazzinaggio; servizi di alloggio e di ristorazione.


Fin qui più che una polarizzazione, siamo di fronte a un impoverimento generalizzato della struttura produttiva che di conseguenza genera un impoverimento del lavoro. All’interno di questo contesto tuttavia, i guadagni tra le parti non sono distribuiti equamente: infatti, la distribuzione del valore aggiunto tra aziende e lavoratori, tra quota profitti e salari, ha favorito i redditi dei primi a discapito dei secondi. Come mostra l’ultimo rapporto OCSE in merito (si veda il grafico qui sotto), in Italia la quota di reddito complessivo che va ai salari è diminuita di quasi il 15% tra gli anni Settanta e il 2014. Una dinamica che non si riassorbe con la crisi.

Fonte: OECD – The labor share in the G20 economies

Non stupisce, allora, ritrovare una distanza profonda tra le retribuzioni dei salariati e quelle, in aumento, di dirigenti e lavoratori ai piani alti della piramide, la quale però non rappresenta un cambiamento neutrale nelle forme retributive. Infatti, l’aumento delle seconde è determinato da forme di retribuzione non legate al salario ma appunto ai profitti; non a caso esse avvengono tramite bonus e stock options.

Alcuni economisti (vedasi Lazonick e O’Sullivan, 2000; Mason, 2015) inseriscono questo fenomeno all’interno della denominata shareholders revolution, che negli ultimi decenni ha contribuito a spostare le imprese verso un modello in cui vengono privilegiati investimenti speculativi, principalmente orientati al breve periodo, con l’obiettivo di massimizzare i ritorni di un numero ridotto di azionisti. Come contropartita diminuiscono gli investimenti produttivi di lungo periodo, già colpiti dal basso livello di domanda aggregata.

Il risultato è una diminuzione della quota di profitti reinvestiti nell’economia “reale”, mentre aumenta quella destinata alla distribuzione di dividendi. Sono allora premiati coloro che lavorano per aumentare i rendimenti finanziari e/o i risparmi negli investimenti reali da drenare nelle attività speculative.

Fin qui quindi nulla conferma la teoria della polarizzazione indotta dalla tecnologia.

Tuttavia, per quanto riguarda le caratteristiche dei lavoratori italiani bisogna tener presente che l’abbassamento della qualità (e spesso anche quantità) delle condizioni lavorative è generalizzato e riguarda anche i cosiddetti lavoratori qualificati (skilled). In particolare, come mostrano Naticchioni-Raitano-Vittori (2016) nel grafico qui sotto, l’evoluzione delle retribuzioni dei lavoratori italiani si riduce nel tempo, ma in misura maggiore per i laureati nati tra il 1975 e il 1979 relativamente ai colleghi delle coorti precedenti.

Stime dell’evoluzione delle retribuzioni medie annue lorde per coorte di nascita. Lavoratori laureati

Fonte: Naticchioni-Raitano-Vittori (2016)

Come spiegano gli autori citati, “per quanto riguarda le spiegazioni di ‘mercato’, si potrebbe sostenere che, essendo aumentati i livelli di istruzione della forza lavoro, il lavoro qualificato sia diventato più diffuso e, quindi, meno remunerato”. Tale ragionamento vale, però, solo se la domanda di lavoro qualificato è rimasta stabile, o è cresciuta meno dell’offerta. Un’interpretazione sebbene parziale, plausibile, come abbiamo già visto. Tuttavia, non è esaustiva un’interpretazione basata esclusivamente sulla dinamica della domanda e dell’offerta. Bisogna infatti considerare l’effetto distributivo dei cambiamenti istituzionali, cioè delle riforme del mercato del lavoro intervenute negli ultimi venti anni.

Ad esempio, in un recente studio (Fana e Raitano, 2016), viene mostrato in che modo la liberalizzazione del contratto a termine prevista dal decreto 368/2001 abbia colpito negativamente i salari di ingresso e quelli dei primi anni di carriera dei giovani laureati, quindi del gruppo teoricamente più istruito (tenendo sotto controllo la dimensione e il settore economico del datore di lavoro), che si è affacciato al mondo del lavoro dopo la riforma. Un esempio che, tuttavia, rispecchia i veri obiettivi delle repentine riforme volte a flessibilizzare e liberalizzare il mercato del lavoro: ridurre il potere contrattuale dei lavoratori per mantenere un livello di competitività (senza intaccare i profitti) delle imprese adeguato a non scivolare fuori dal mercato stesso.

La ricerca della competitività da parte del settore privato sembra passare unicamente dalla riduzione dei salari e del costo del lavoro in generale, più che da investimenti produttivi e innovazione. In Italia, infatti, si investe meno che nel resto d’Europa: gli investimenti in rapporto al PIL sono costantemente al di sotto della media europea, sin dagli inizi degli anni Ottanta. Lo stesso vale per la spesa in ricerca e sviluppo: secondo dati Eurostat, in Italia il settore privato destina 207 euro pro capite mentre la media europea è di 427 euro per abitante. Per non parlare degli investimenti in istruzione che languono in basso alla classifica dei paesi europei. A questo si deve aggiungere una retorica che spesso ha enfatizzato le piccole e medie imprese, dimenticandosi che queste imprese sono meno innovative e meno produttive rispetto alle grandi aziende.

Occorre poi riflettere su come l’aumento della disuguaglianza del reddito ha effetti a livello macroeconomico. Una società più diseguale implica che una quota sempre minore del reddito è assicurata ai piani bassi della piramide. Questa distribuzione del valore aggiunto prodotto, però, ha effetti negativi su crescita economica ed occupazione. La maggior propensione al consumo delle classi popolari rispetto a quelle più abbienti fa sì che una distribuzione più egualitaria porterebbe a una più rapida crescita economica, per via dell’effetto moltiplicatore.

In questo contesto, le politiche di restrizione della domanda aggregata (meglio conosciute come austerity) non fanno che peggiorare la situazione, determinando crollo degli investimenti pubblici, blocco degli stipendi del settore pubblico e riduzione della spesa sociale (reddito indiretto per le famiglie), minori consumi. Considerati questi aspetti sembra quantomeno improbabile raggiungere aumenti di produttività che invertano il declino italiano. La produttività è infatti un fenomeno prociclico nel lungo periodo, legato alla crescita (che non può avvenire in assenza o in stagnazione di domanda aggregata e forti diseguaglianze, come scrivono ormai anche il Fondo Monetario Internazionale e l’Ocse). Nel breve e medio periodo, è strettamente connessa agli investimenti e all’innovazione di processi e prodotti.

In questo contesto, l’aumento dei minimi salariali spronerebbe le imprese a investire, dato il maggior livello di consumi.

Una volta fatta chiarezza sulla natura della produttività, dal punto di vista politico (e quindi anche economico) bisogna infine chiedersi come tali aumenti di produttività saranno o dovrebbero essere distribuiti: avallare o invertire la dinamica crescente di diseguaglianza, superando l’economicismo produttivista per cui soltanto chi occupa il vertice della piramide è ammesso a beneficiarne.

Gli autori sono Marta Fana, dottore di ricerca in Economia e autrice di “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza 2017) e Davide Villani, dottorando di ricerca in Economia, Open University (Regno Unito)

da http://www.econopoly.ilsole24ore.com

Fonte

06/11/2017

Arrestato l’imprenditore dell’accoglienza. Guadagnava 7mila euro al giorno coi profughi

Un fulgido esempio di “imprenditoria settentrionale”, tutta efficienza e trasparenza, retorica contro migranti e lavoratori “sfaticati”. Col piccolo vizietto della truffa sui fondi pubblici, che non dipende dalla regione di residenza o di origine, ma da un sistema. Per il quale gli esseri umani – a prescindere dal coloro della pelle – “valgono” esattamente il denaro che si può ricavare da loro. Facendoli lavorare oppure curando “l’assistenza”, o meglio ancora intrecciando le due cose...

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Arrestato l’imprenditore dell’accoglienza. Guadagnava 7mila euro al giorno coi profughi

Accoglienza in strutture fantasma e alberghi fatiscenti

Andrea Tumiottohttp://www.lavocedeltrentino.it

Era chiamato l’imprenditore dell’accoglienza e guadagnava fino a 7 mila euro al giorno con i profughi. Ora però è stato arrestato.

La carriera «dell’accoglienza» di Angelo Scaroni, 43enne imprenditore bresciano di Montichiari attivo nel settore del legno e immobiliare, è terminata questa mattina con gli arresti domiciliari decisi dalla procura di Brescia.

Secondo le indagini l’imprenditore si era inventato il business dei migranti. Ora è accusato di truffa ai danni dello Stato nell’ambito della gestione dei profughi. Ed è l’ennesima conferma di come dietro al dramma migratorio sia fiorito un vero e proprio giro d’affari che truffa le casse dello Stato.

Di lui si era cominciato a parlare nel giugno scorso, quando la Procura di Brescia aprì un’inchiesta sugli affari di alcune strutture di accoglienza che ospitavano oltre 300 immigrati. Le strutture erano tutte gestite da imprenditori privati, con modalità poco trasparenti. Alcune di loro avevano vinto bandi della Prefettura per l’accoglienza degli immigrati destinati a Brescia e provincia, ma in alcuni casi le strutture indicate erano inesistenti e in altri casi non avevano le carte in regola per ospitare le persone.

L’imprenditore partecipava ai bandi, non ne ha perso uno dal 2015, mediante autocertificazioni relative alle varie strutture. Solo all’ultimo bando, del settembre scorso, non ha partecipato perché essendo indagato lo ha ritenuto “non opportuno”.

Scaroni, lui o la sua famiglia, è proprietario di una quarantina tra appartamenti, ristoranti e alberghi. Tutti vennero perquisiti dai carabinieri nel giugno scorso. Per vincere gli appalti Scaroni ammassava i profughi in spazi ristretti, guadagnando con essi cifre da capogiro con i famosi 35 euro al giorno che vengono stanziati per l’accoglienza degli immigrati.

A giugno, quando venne messo sotto inchiesta l’imprenditore diceva: “Ho piena fiducia nella magistratura. Sono sicuro che si chiarirà tutto molto presto” e aggiungeva che in merito alle strutture inesistenti forse si trattava solo di errori di compilazione, perché “solo chi non lavora non sbaglia”. In tutto la truffa che Scaroni ha orchestrato e messo in atto nel confronti dello Stato è di circa 900 mila euro.

Anche gli sfortunati profughi giunti a Carpeneda di Vobarno e vittime il 2 luglio del lancio di molotov da parte di ignoti erano arrivati in Val Sabbia proprio grazie a uno dei bandi vinti da Angelo Scaroni.

Per quell’episodio di violenza che fortunatamente si concluse senza feriti le indagini brancolano tutt’oggi nel buio. L’arresto di questa mattina è soltanto l’ennesima tegola giudiziaria nei confronti di Scaroni poiché lo scorso 5 aprile il suo deposito di pellet a Novagli di Montichiari fu distrutto da un gigantesco incendio sviluppatosi per cause mai chiarite.

Fonte

18/07/2017

Incendi ovunque. L’ombra del business dello spegnimento privatizzato

Non ci sarà una regia unica, ma una convergenza di interessi criminali certamente sì. L’impressionante sequenza di incendi che stanno distruggendo il patrimonio boschivo italiano ha facile esca nella siccità eccezionale di questi mesi, ma anche se non fossero stati trovati alcuni incendiari in azione, oltre che numerosi “inneschi” nelle aree distrutte, la concentrazione dei fuochi è altamente sospetta. Nel caso del Vesuvio, all’evidenza, addirittura pianificata.


Senza alcuna pretesa di trovare i “colpevoli” per via di deduzione logica, alcuni elementi sono comunque da sottolineare.

Storicamente, gli incendi sono stati appiccati soprattutto in aree appetibili alla speculazione edilizia. Un terreno boschivo demaniale e protetto dalla legislazione, una volta distrutto, può essere più facilmente sottoposto a revisione della destinazione d’uso da parte di amministrazioni locali “permeabili” alle pressioni affaristiche private. Quindi venduto (“privatizzato”) a prezzi da “terreno agricolo” e rapidamente trasformato in “edificabile”.

Questo è un business classico nel miserabile capitalismo all’italiana, immortalato in inchieste giudiziarie, libri, film (“Le mani sulla città”, in primo luogo). Gli incendi, in questo quadro, sono una innovazione relativa, minima, facile, poco costosa, quasi sicura (l’intermediario tra il il palazzinaro committente e l’idiota mandato a dar fuoco è generalmente un malavitoso che sa di non rischiare granché, penalmente).

Una notizia – pubblicata da Globalist – mette in campo un secondo filone di business incendiario. Anche questo non troppo originale, che porta dritto alle società che si accaparrano gli appalti (con finanziamenti pubblici) per lo spegnimento degli incendi. Società private che agiscono come un consorzio monopolistico e incassano cifre folli per ogni ora di intervento: 15.000 euro l’ora per un Canadair, 5.000 per un elicottero.

L’unica inchiesta aperta per ora su queste società è opera dell’autorità Antitrust, in base alla denuncia di un elicotterista. La magistratura sta intanto indagando sui singoli incendi (com’è del resto reso obbligatorio dalla legislazione corrente), e dunque potrebbe arrivare ad “attenzionare” le società private solo se dagli incendiari colti sul fatto si potrà risalire ad intermediari e mandanti. L’antitrust, infatti, potrà al massimo scoprire e sanzionare “pratiche di cartello” messe in atto per far salire alle stelle i costo orario di ogni intervento.

Certo, però, che è del tutto legittimo sospettare un business dello spegnimento incendi, quasi completamente privatizzato e sottratto alla gestione pubblica (ultimo episodio lo scioglimento del corpo forestale, che raddoppia i danni dei “risparmi” operati nei confronti dei Vigili del Fuoco, come segnalato anche da Contropiano in più occasioni, qui e qui). Non avrebbe senso, infatti, aprire e tenere in piedi una società privata con a disposizione Canadair – aerei che possono fare soltanto una cosa: caricare acqua sfiorando la superficie del mare e poi scaricarla altrove – se non ci fosse la ragionevole certezza di un congruo numero di incendi annuo. Quindi una certezza di entrate in grado di garantire manutenzione dei mezzi, pagamento degli stipendi (alti, nel caso di piloti e meccanici specializzati) e ovviamente profitto per i titolari. Da questo punto di vista, insomma, gli incendi ci devono essere. Sennò si chiude...

Lo schema “economico” di questo business, al pari della speculazione edilizia, dà la misura dell’impazzimento dell’“imprenditoria” di questo paese: distruggere territorio per guadagnarci qualcosa, senza produrre assolutamente nulla. Un guadagno facile, foraggiato con soldi pubblici (nessun “privato” pagherebbe per spegnere incendi su terreni non suoi), moltiplicato dalla riduzione veloce della presenza dello Stato in questo campo.


I “grandi colpevoli” indicati in queste ore dai media mainstream (cumuli di immondizie non raccolte, sterpaglie non falciate, comportamenti individuali fuori di testa, ecc.) sono tutte concause che contribuiscono ad estendere fino all’incontrollabilità ogni singolo incendio. Ma non ne sono mai all’origine. Al pari della sempre inventata “autocombustione”.

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Le stranezze sugli appalti per i Canadair: ecco la decisione del Garante della Concorrenza

Tutto è partito dalla segnalazione di possibili illeciti fatti da un pilota di elicotteri che opera nel settore e “legge” dal di dentro, le stranezze delle partecipazioni alle gare d’appalto.

Quindicimila euro l’ora per l’intervento di un canadair, 5000 l’ora per quello di un elicottero. Alla vigilia di questa estate di fuoco, l’Autorità Garante della Concorrenza ha iniziato ad occuparsi del business dello spegnimento degli incendi legato alla flotta dei Canadair. Di seguito, integrale, il documento con il quale il Garante ha deciso di aprire un’istruttoria. Tutto parte dalla denuncia di un pilota che ben conosce l’ambiente e chi si muove in questa ricca fetta di mercato. Fase istruttoria che si dovrà chiudere entro l’ottobre del 2018. Questo per quel che riguarda il Garante, se nel frattempo non intervenisse la magistratura ordinaria, adesso impegnata, in diverse Procure a fare luce sulle responsabilità e sulla regia degli incendi. Ricordiamo che in Italia, la flotta di 19 Canadair, cosi come la maggior parte della flotta di elicotteri per il salvataggio e la lotta agli incendi, è privata. Il Garante si muove ed apre una istruttoria – come detto – dopo la denuncia di un pilota che parla degli attori di questo business. Mercato che apparirebbe segnato da accordi che non sono proprio sul binario del rispetto della concorrenza.

I contratti se li aggiudicano sempre le stesse ditte. A ricordarlo, nella sua pagina Facebook, in questi giorni è anche Gherardo Chirici, professore associato di inventari forestali e telerilevamento presso Università degli Studi di Firenze.

Il passato dell’affaire Canadair è travagliato e segnato da qualche “stranezza”. Non solo nel passato, visto che il Garante dopo aver osservato un campione di 18 gare d’appalto, ha ritenuto “che le condotte poste in essere dalle società Babcock Mission Critical Services Italia S.p.A. (già Inaer Aviation Italia S.p.A.), Airgreen S.r.l., Elifriulia S.r.l., Heliwest S.r.l., Eliossola S.r.l., Elitellina S.r.l., Star Work Sky S.a.s. e dall’Associazione Elicotteristica Italiana sono suscettibili di configurare un’intesa restrittiva della concorrenza in violazione dell’articolo 101 del Tfue.”.

Ma andiamo a leggere l’integrale del Garante per la Concorrenza: “In data 13 maggio 2016 è pervenuta una segnalazione volta a denunciare asserite condotte illecite, anche di natura anticoncorrenziale, perpetrate in relazione all’affidamento e all’esecuzione di appalti pubblici aventi ad oggetto la prestazione di servizi di antincendio boschivo e di elisoccorso. Tale segnalazione è stata integrata con ulteriore documentazione prodotta in data 30 maggio 2016. La segnalazione proviene da un operatore del mercato interessato, quale pilota di elicotteri e titolare di un’impresa con sede in Piemonte, che lamenta condotte di condizionamento e turbativa di numerose gare pubbliche bandite a livello regionale – per una complessiva ampiezza nazionale del fenomeno denunciato – e riconducibili a sette operatori del settore appartenenti all’Associazione Elicotteristica Italiana (AEI) nel cui ambito si sarebbe realizzata la contestata spartizione degli appalti pubblici.

Le parti – Il segnalante è un pilota professionista di elicotteri, titolare di qualifiche riconosciute dall’ENAC ed EASA di dirigente e responsabile di attività di trasporto aeronautico ed opera da svariati anni, anche come titolare di imprese, nel settore del trasporto aereo e di antincendio ed elisoccorso. – I partecipanti all’intesa: Babcock Mission Critical Services Italia S.p.A. (già Inaer Aviation Italia S.p.A., di seguito, in breve, “Babcock MCS” già “Inaer”) è una società con sede legale a Milano e sede operativa in provincia di Lecco ed attiva nel settore del trasporto aereo di passeggeri e merci e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Il capitale sociale è interamente posseduto da una società di diritto spagnolo. Il valore di fatturato dell’esercizio 2015 è pari a circa duecento milioni di euro. Nel marzo 2017 la società ha mutato la precedente denominazione sociale Inaer Aviation Italia S.p.A. in Babcock Mission Critical Services Italia S.p.A. Airgreen S.r.l. (di seguito, in breve, “Airgreen”) è una società con sede legale in provincia di Torino ed attiva nel settore del trasporto aereo non di linea e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Il valore di fatturato dell’esercizio 2015 è pari a circa venti milioni di euro. Elifriulia S.r.l. (di seguito, in breve, “Elifriulia”) è una società con sede legale in provincia di Gorizia ed attiva nel settore del trasporto aereo non di linea e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Il valore di fatturato dell’esercizio 2015 è pari a circa dieci milioni di euro. 7. Heliwest S.r.l. (di seguito, in breve, “Heliwest”) è una società con sede legale in provincia di Asti ed attiva nel settore del trasporto aereo non di linea e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Il valore di fatturato dell’esercizio 2015 è pari a circa nove milioni di euro. Eliossola S.r.l. (di seguito, in breve, “Eliossola”) è una società con sede legale in provincia di Verbania ed attiva nel settore del trasporto aereo non di linea e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Il valore di fatturato dell’esercizio 2015 è pari a circa cinque milioni di euro. Elitellina S.r.l. (di seguito, in breve, “Elitellina”) è una società con sede legale in provincia di Sondrio ed attiva nel settore del trasporto aereo non di linea e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Il valore di fatturato dell’esercizio 2015 è pari a circa dieci milioni di euro. Star Work Sky S.a.s. di Giovanni Subrero & C. (di seguito, in breve, “Star Work”) è una società in accomandita semplice con sede legale in provincia di Alessandria ed attiva nel settore del trasporto aereo non di linea e dei servizi di soccorso aereo ed antincendio. Associazione Elicotteristica Italiana (di seguito, in breve, “AEI”) è un’associazione senza fini di lucro finalizzata ad individuare le esigenze presenti e future dell’elicottero, promuoverne l’impiego presso gli enti governativi, le amministrazioni regionali e locali, le aziende private e il pubblico in genere. Allo stato AEI è composta da soci manutentori /venditori di aeromobili e operatori aerei. In particolare, dei 15 attuali soci di AEI, sette (le Parti sopra riportate) sono operatori aerei titolati a svolgere attività di trasporto e lavoro aereo commerciale, gli altri soci sono imprese che si occupano di manutenzione e/o vendita di aeromobili. La presidenza e gli organi direttivi dell’associazione sono composti da esponenti e rappresentanti delle imprese socie.

Il fatto – Le vicende oggetto di segnalazione concernono ipotesi di condotte anticompetitive volte a condizionare lo svolgimento e l’esito di svariate gare pubbliche concernenti l’affidamento di servizi di elisoccorso (HEMS, Helicopters Emergency Medical Service, secondo un acronimo anglosassone) ed anti-incendio boschivo (fire-fighting o AIB). 13. Nel dettaglio, il segnalante delinea uno scenario fattuale in cui le Parti si sarebbero spartite a livello nazionale il mercato relativo ai riferiti servizi, secondo meccanismi di turbativa d’asta realizzati, per quanto rileva sotto il profilo antitrust, combinando in modo sistematico i seguenti ordini di condotte illecite di coordinamento nelle strategie partecipative: – partecipazione alle gare singolarmente o in raggruppamenti variabili tra le medesime imprese in modo che per ciascuna gara figuri un solo offerente (in forma singola o associata) che riesce ad aggiudicarsi l’appalto senza ribasso o con ribassi risibili (sovente inferiori all’1%); – mancata partecipazione alle gare sì da farle andare deserte e indurre la stazione appaltante a riaffidare in trattativa privata la commessa al precedente assegnatario. Il segnalante dichiara che tali condotte sono state poste in essere in modo sistematico e da svariati anni (sin dai primi anni del 2000) su gran parte delle gare bandite, a livello regionale, dalle amministrazioni competenti per l’affidamento dei due servizi menzionati, oltreché, per l’appalto AIB – flotta aerea della protezione civile, a livello nazionale e ha prodotto una tavola riepilogativa in cui individua per ciascuna regione e servizio i vari aggiudicatari (singolo o in ATI), secondo una mappatura ripartitoria in cui figurano quasi esclusivamente i sette operatori facenti parte dell’AEI individuati quali parti del presente procedimento. In particolare, la tavola riepilogativa riporta un totale di 32 affidamenti – che il segnalante definisce “contratti” – in essere tra le stazioni appaltanti e i suddetti operatori, distinti tra servizi AIB (16 contratti) e servizi HEMS (16 contratti). Il segnalante sostiene che la condotta collusiva contestata avrebbe condizionato anche più gare d’appalto (cronologicamente consecutive) per ciascun affidamento elencato nella tavola riepilogativa. Secondo la ricostruzione resa dal segnalante, la ripartizione del mercato nei descritti termini sarebbe avvenuta tra le Parti anche nell’ambito dell’Associazione AEI, alcuni dei cui esponenti risultano riconducibili alle società partecipanti all’intesa qui ipotizzata. In esito ad un preliminare vaglio preistruttorio, dalla documentazione prodotta in sede di segnalazione e dagli ulteriori dati acquisiti dall’ANAC3 e trasmessi dal Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza, si sono ricostruite le dinamiche partecipative di un campione esemplificativo di diciotto procedure ad evidenza pubblica sopra soglia (intendendosi per tali sia singole gare che lotti autonomi di una medesima gara) bandite da dieci amministrazioni regionali e, a livello nazionale, dalla protezione civile, in un arco temporale che va dal 2009 al 2016. Dall’analisi delle procedure di gara sin qui ricostruite emergono, prima facie, elementi di conferma delle modalità partecipative segnalate con riferimento sia a servizi AIB che HEMS.

Si riporta, di seguito, la sintesi del preliminare screening condotta su alcune delle gare oggetto di segnalazione, recante l’evidenza degli elementi informativi utili a dare contezza delle condotte partecipative contestate, ricostruiti sulla base della documentazione disponibile. L’anno indicato è quello di aggiudicazione dell’affidamento, ciascuno dei quali ha durata pluriennale.

Committenza anno ribasso aggiudicatario Piemonte Eliossola (unica offerta e operatore uscente del precedente appalto) Lotto 2 Airgreen (operatore uscente del precedente appalto – due offerte) AIB. Lotto 3 Star Work (due offerte. L’altra è stata presentata da Heliwest, operatore uscente del precedente appalto) AIB 2012 1,2% ATI Airgreen/Inaer (ora Babcock MCS, unica offerta)Hems

Sardegna 2015 0,04% ATI Airgreen/Eliossola/Elifriulia/Star Work/Elitellina (unica offerta) AIB 2012 0,01% ATI Airgreen/Eliossola/Elifriulia/Star Work/Elitellina (unica offerta) AIB Liguria 2015 – Heliwest (procedura negoziata, riaffidamento al precedente aggiudicatario) AIB 2012 0,5% Heliwest (due offerte. L’altra è stata presentata da Star Work) AIB Lazio 2016 0,86% Eliossola (unico offerente) AIB 2012 0,75% ATI Eliwest/Eliossola (unico offerente) AIB Veneto 2013 0,01% ATI con mandataria Elifriulia AIB Valle d’Aosta 2014 0,43% Airgreen (unico offerente) HEMS 2009 0,16% Airgreen (unico offerente) HEMS Friuli Venezia Giulia 2015 25% Elifriulia (unico offerente. In precedenza vi era stata una gara andata deserta) AIB Campania 2012 0,25% ATI Heliwest/Eliossola/Elifriulia (unico offerente) AIB Toscana 2011 0,7% ATI Elifriulia/Eliossola (unico offerente) AIB Sicilia 2011 0,84% ATI Heliwest/Elitellina/Elifriulia (unico offerente. Nella precedente gara i tre operatori avevano partecipato in due raggruppamenti concorrenti) AIB Protezione Civile Nazionale 2011 0,02% Inaer (ora Babcock MCS, unico offerente) AIB

Invero, lo scrutinio di tali gare restituisce un pattern partecipativo connotato da aggiudicazioni all’unico offerente in gara (in forma singola o associata) con ribassi sovente prossimi allo zero o comunque di entità ridottissima che potrebbe essere stato applicato anche ad altre procedure ad evidenza pubblica oggetto di segnalazione. Gli aggiudicatari coincidono con le parti del procedimento, che si alternano nelle varie gare, singolarmente o in compagini collettive, distribuendosi in misura abbastanza omogenea nelle varie regioni italiane (anche a distanza rispetto la loro localizzazione aziendale) e tendendo, per quanto è possibile osservare dai dati in possesso, a mantenere, anche sotto il profilo diacronico, il pregresso bacino di dominanza o ad alternarsi per conservare la propria quota di mercato. La documentazione agli atti offre, altresì, talune evidenze concernenti fattispecie partecipative delle Parti di analogo segno a quelle sopra riportate anche in relazione a procedure di gara concernenti altri servizi di trasporto aereo o altri servizi aerei vari, bandite da amministrazioni o soggetti aggiudicatori differenti dagli enti o organi della protezione civile. Da ultimo, il segnalante rimarca come la costituzione dei raggruppamenti temporanei in cui risultano talvolta figurare le Parti nelle gare censite non risulterebbe giustificata “da un’ipotetica carenza di aziende qualificate e/o di dimensioni sufficienti a concorrere singolarmente, perché praticamente tutte le sette aziende appartenenti ad AEI hanno il potenziale ed il numero di elicotteri sufficiente per concorrere singolarmente alla quasi totalità delle gare d’appalto”.

Valutazioni – Le condotte oggetto del presente procedimento interessano il settore dei servizi di elisoccorso (HEMS) e anti-incendio boschivo (AIB). I servizi HEMS si caratterizzano per attività di soccorso sanitario effettuate mediante l’impiego di elicotteri dedicati, svolte in favore di pazienti che versano in situazioni critiche e necessitano di assistenza medica in tempi rapidi e in tutte le circostanze in cui una normale ambulanza non è in grado di operare. Per altro verso i servizi anti-incendio (fire-fighting o AIB) possono essere svolti sia mediante l’utilizzo di elicotteri che attraverso altre tipologie di aeromobili. Dalla segnalazione pervenuta emerge che gran parte delle imprese operanti nel settore svolge entrambi i servizi di elisoccorso e anti-incendio. Per contro, risulta che solo una delle società attenzionate (Inaer, ora Babcock MCS) si sia aggiudicata un appalto AIB da espletarsi mediante utilizzo di aerei (di proprietà della Protezione civile nazionale), mentre tutte le altre società risultano affidatarie di contratti da eseguirsi con l’utilizzo di elicotteri. La domanda dei descritti servizi viene espressa tramite gare pubbliche d’appalto, distinte per tipologia di servizio (AIB o HEMS), bandite di regola a livello regionale dai dipartimenti locali della protezione civile. Solo la gara concernente l’AIB da effettuarsi con la flotta aerea della protezione civile è stata disposta su base nazionale. Da una prima disamina di taluni capitolati di gara predisposti dalla committenza regionale per l’affidamento dei descritti servizi, le procedure a evidenza pubblica vengono aggiudicate con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa o con il criterio del prezzo più basso, e tra i requisiti di partecipazione viene richiesto, oltre a dati di fatturato generale e specifico per servizi analoghi, la disponibilità, sia a titolo di proprietà che in leasing, di un certo numero di elicotteri caratterizzati da puntuali caratteristiche tecniche e determinato equipaggiamento. Secondo costante orientamento giurisprudenziale, in materia di intese, la definizione del mercato rilevante è essenzialmente volta a individuare le caratteristiche del contesto economico e giuridico nel quale si colloca l’accordo o la pratica concordata tra imprese. Tale definizione è dunque funzionale alla delimitazione dell’ambito nel quale l’intesa può restringere o falsare il meccanismo concorrenziale e alla decifrazione del suo grado di offensività. Nel caso in esame, in via di prima approssimazione, il mercato può circoscriversi nell’ambito geografico e merceologico delle gare condizionate mediante l’ipotizzata intesa di ripartizione del mercato. Tali gare, in particolare, afferiscono ad affidamenti pubblici, disposti a livello nazionale, regionale e locale, di servizi HEMS e AIB. Non si esclude, inoltre, che la concertazione possa avere un perimetro più ampio ed estendersi anche a gare pubbliche aventi ad oggetto l’affidamento di altri servizi di trasporto aereo o altri servizi aerei vari. La qualificazione dell’intesa. Il complesso degli elementi sopra descritti consente di ipotizzare un coordinamento tra le Parti, che potrebbe risalire al 2000, al fine di limitare il reciproco confronto concorrenziale nelle procedure pubbliche di affidamento dei servizi HEMS e AIB attraverso un’intesa, nella forma di un accordo e/o di una pratica concordata, avente ad oggetto la ripartizione del mercato finalizzata all’aggiudicazione degli appalti oggetto di concertazione con ribassi di ridotta entità, sovente prossima allo zero. Tale condotta collusiva e spartitoria sarebbe stata posta in essere anche nell’ambito e per il tramite dell’AEI, di cui tutti gli operatori Parti del presente procedimento risultano essere soci. Invero, la documentazione agli atti restituisce elementi segnaletici di possibili condotte concertative aventi ad oggetto il condizionamento in senso anticompetitivo delle procedure ad evidenza pubblica. Il pattern partecipativo che pare emergere, coerente a quanto prefigurato dal segnalante, risulta caratterizzato da assenza di sovrapposizione e sincronismo partecipativo delle Parti da cogliersi trasversalmente su un’ampia gamma di gare ed affidamenti pubblici (che pare includere tutte le procedure ad evidenza pubblica poste in essere a livello nazionale e regionale o locale per affidare servizi AIB ed HEMS).

Infatti, le anomalie partecipative sintomatiche di coordinamento nella presentazione dell’offerta per spuntare ribassi esigui, a volte prossimi allo zero, risultano investire svariate procedure di gara su una dimensione cronologica e geografica vasta. Le evidenze fattuali paiono tratteggiare un’ipotesi di intesa anticoncorrenziale idonea a neutralizzare i rischi di un effettivo confronto competitivo tra le Parti teso a stabilizzare artificiosamente le rispettive quote di mercato. La descritta, ipotizzata, condotta anticompetitiva pare essersi realizzata anche attraverso l’uso distorto dei raggruppamenti temporanei di imprese, impiegati dalle Parti al fine precipuo di spartirsi le commesse disinnescando il meccanismo competitivo tipico di una gara pubblica. Attraverso siffatta, ipotizzata, condotta concertata, le Parti potrebbero aver alterato sensibilmente la libera formazione dei prezzi nell’ambito delle gare pubbliche in esame, riducendo al minimo i ribassi offerti e determinando così un innaturale innalzamento del valore economico delle commesse. Le evidenze, anche documentali, prodotte dal segnalante e gli ulteriori elementi agli atti consentono di ipotizzare un’ampia latitudine delle possibili condotte concertative, tale da eventualmente ricomprendere tutte le gare bandite da qualunque stazione appaltante ed aventi ad oggetto non solo i servizi HEMS e AIB ma anche altri servizi di trasporto aereo o altri servizi aerei vari. In tal senso, il presente procedimento è volto a verificare ed eventualmente acclarare ipotesi di collusione anche in siffatto, più esteso, ambito operativo. In considerazione della rilevanza comunitaria delle procedure di gara in questione e del fatto che i servizi oggetto delle medesime interessano l’intero territorio nazionale, l’intesa ipotizzata appare idonea, laddove accertata, a pregiudicare il commercio tra Stati membri. Di conseguenza, la fattispecie oggetto del presente procedimento verrà valutata ai sensi dell’articolo 101 del TFUE.

Ritenuto, pertanto, che le condotte sopra descritte poste in essere dalle società Babcock Mission Critical Services Italia S.p.A. (già Inaer Aviation Italia S.p.A.), Airgreen S.r.l., Elifriulia S.r.l., Heliwest S.r.l., Eliossola S.r.l., Elitellina S.r.l., Star Work Sky S.a.s. e dall’Associazione Elicotteristica Italiana sono suscettibili di configurare un’intesa restrittiva della concorrenza in violazione dell’articolo 101 del TFUE;

Delibera.

a) l’avvio dell’istruttoria ai sensi dell’articolo 14, della legge n. 287/90, nei confronti delle società Babcock Mission Critical Services Italia S.p.A. (già Inaer Aviation Italia S.p.A.), Airgreen S.r.l., Elifriulia S.r.l., Heliwest S.r.l., Eliossola S.r.l., Elitellina S.r.l., Star Work Sky S.a.s. e dell’Associazione Elicotteristica Italiana per accertare l’esistenza di violazioni dell’articolo 101 del TFUE;

b) la fissazione del termine di giorni sessanta decorrente dalla notificazione del presente provvedimento per l’esercizio da parte dei legali rappresentanti delle Parti, o di persone da essi delegate, del diritto di essere sentiti, precisando che la richiesta di audizione dovrà pervenire alla Direzione “Manifatturiero e Servizi” di questa Autorità almeno quindici giorni prima della scadenza del termine sopra indicato;

c) che il responsabile del procedimento è il dott. Massimo Lupi;

d) che gli atti del procedimento possono essere presi in visione presso la Direzione “Manifatturiero e Servizi” di questa Autorità dai rappresentanti legali delle Parti, nonché da persone da essi delegate;

e) che il procedimento deve concludersi entro il 31 ottobre 2018. Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato 10 Il presente provvedimento sarà notificato ai soggetti interessati e pubblicato nel Bollettino dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Il segretario generale Roberto Chieppa

Il presidente Giovanni Pitruzzella

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