Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Vincenzo Boccia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vincenzo Boccia. Mostra tutti i post

13/01/2020

Il presidente di Confindustria sull’orlo del fallimento

I padroni, si sa, sono sempre lì a dar lezione su come – secondo loro – dovrebbe essere governato il Paese, ridotta la spesa pubblica (aumentando però la parte che deve andare a “sostenere le imprese”), reso efficiente questo e quello.

L’ideologia, o il senso comune, degli ultimi decenni recita infatti “privato è meglio, il pubblico è solo sprechi e inefficienza”. Poi uno guarda le Autostrade privatizzate, che cadono fisicamente a pezzi (dal Ponte Morandi in poi, almeno, se ne dà notizia in attesa della prossima strage), e qualche dubbio comincia a venire anche ai più tonti.

Tra i padroni, i più severi di tutti sono da sempre i dirigenti di Confindustria (il “sindacato” degli imprenditori). I quali, per una sorta di proprietà transitiva, essendo i rappresentanti di più alto livello delle imprese, diventano automaticamente i veri “maghi dell’economia”, quelli che sanno come si fa e quindi hanno solo da insegnare a tutti. Ricordate le prime campagne elettorali di Berlusconi? Tutto il suo argomentare si reggeva sul fatto che “ho creato aziende, dunque...”.

Va da sé che il Presidente di Confindustria, sebbene carica elettiva temporanea, debba essere considerato il Migliore della categoria, o almeno uno dei più bravi (anche Gianni Agnelli fu tra loro...).

Errore.

Nelle pagine interne dei giornali, magari in “taglio basso” (a fondo pagina), fa capolino timidamente una notizia: il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, titolare della omonima Arti Grafiche Boccia, ha depositato in tribunale una domanda ex articolo 182 della legge fallimentare, «affinché possa essere concesso dal tribunale competente il divieto per i creditori di iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive e di acquisire titoli di prelazione non concordati».

Negli Stati Uniti si chiama Chapter 11, e significa “protezione dai creditori”. In pratica, non potendo pagare i fornitori e rimborsare i creditori, chiede tutela legale perché questi non possano rivalersi sugli asset aziendali, decretandone così la fine.

Nel 2017 l’azienda aveva accusato perdite per 3 milioni di euro, e girava voce che i suoi dipendenti vedessero lo stipendio sempre più di rado.

La richiesta al Tribunale è accompagnata da un nuovo piano industriale: «un piano di rilancio che prevede nuovi investimenti pari a 10 milioni di euro nei prossimi 18 mesi, che si aggiungono ai 40 milioni già investiti negli ultimi 15 anni, oltre a un aumento di capitale già realizzato pari a 1,3 milioni con annessa ristrutturazione del debito».

La parolina magica è proprio alla fine (“ristrutturazione del debito”), che quando viene evocata per i conti pubblici equivale a dichiarazione di bancarotta (il debito “ristrutturato” è quello che, in parte o in toto, non viene restituito ai creditori).

Le difficoltà aziendali sono comprensibili (la crisi globale non è mai stata superata da 12 anni a questa parte, e il mondo della stampa-grafica-editoria l’ha subita più seriamente di altri settori), e nessuno pretende di insegnare come si fa l’imprenditore.

Però, per simmetria, ci si aspetterebbe che il quasi fallimento come imprenditore inducesse “l’amministratore delegato” in crisi a un profilo più basso, modesto, defilato, sul fronte pubblico.

E invece no. Boccia, come presidente di Confindustria, continua a pontificare come se non ne avesse mai sbagliata una, da imprenditore.

Viene nostalgia dei tempi in cui far parte della borghesia era una cosa seria, esisteva la “legge sui falliti” per cui uno che faceva bancarotta non poteva più fare l’imprenditore, ma solo il lavoratore dipendente (se trovava qualcuno disposto ad assumerlo...). Una forma di “selezione dentro la classe dirigente” mirante a “migliorare la qualità”, a “premiare il merito” e bastonare il demerito.

Ma manco la borghesia è più quella di una volta...

Fonte

19/02/2018

Il “piano” di Confindustria: voi dateci i soldi, noi vediamo che farci...

Se un paese è allo sbando, la sua classe dirigente ne è la prima responsabile. E, nella classe dirigente, il primo posto lo hanno sempre gli imprenditori. Specie se, come in Italia, sono loro a fare e disfare i “programmi di governo”, una volta applicate le direttive dell’Unione Europea.

Ci si sarebbe attesi, dunque, un briciolo di autocritica, da parte di Confindustria, nel prendere carta, penna e compasso (e anche qualche grembiulino) per buttar giù un “piano di legislatura” da sottoporre a tutti i partici politici in lizza – meno Potere al Popolo, ça va sans dire – per le prossime elezioni.

Nulla, naturalmente. In casa degli imprenditori italiani vige da sempre la pratica dell’“autocritica degli altri”: lo bacchettano, i politici eseguono (più o meno fedelmente), nulla funziona e loro ricominciano da capo, come se niente fosse.

Stavolta hanno fatto le cose in grande, com’è giusto per una tornata elettorale che tutti “sentono” come decisiva. Un piano faraonico, con 250 miliardi di investimenti, per garantire una crescita di almeno il 12% del prodotto interno lordo nel quinquennio. In pratica è un misero +2% annuo, decimale più o meno, ma comunque alzi la mano chi non sarebbe contento che le cose andassero meglio (più crescita, più reddito, più occupazione).

Facciamo finta di dimenticare che Vincenzo Boccia – presidente di Confindustria e quindi editore de IlSole24Ore – non è ancora riuscito a racimolare qualche milione per salvare il giornale, e quindi concentriamoci sui miliardi che invece sembrano più facili da trovare.

La domanda è semplice: chi ce li deve mettere? Anche la risposta è semplice: chiunque, ma non gli imprenditori. Siete perplessi? Pensate ancora che il capitalismo sia quel sistema in cui un imprenditore apre o espande un’azienda (“investe”), assume personale, produce un qualcosa che poi viene venduto sul mercato e poi rientra – con profitto – dell’investimento iniziale? Siete vetero. O illusi. O non avete ancora capito che cavolo di imprenditori siano quelli basati in Italia.

Vediamo allora da dove dovrebbero arrivare: l’Europa «potrebbe contribuire fino a 93 miliardi di euro» liberando risorse «per investire in infrastrutture, formazione, ricerca e innovazione»; mentre il settore privato «potrebbe contribuire fino a 38 miliardi di euro». Calcolatrice alla mano siamo a 131 miliardi; gli altri dovrebbero – secondo Boccia – arrivare dallo Stato italiano, in forme che però non cadano sotto la sanzione dell’Unione Europea, sempre vigile contro gli “aiuti di stato” che non siano tedeschi o francesi.

Primo “problemino”: i 98 miliardi “europei” dovrebbero arrivare da una trattativa che convinca i paesi forti (Germania, Francia, Olanda, ecc.) a emettere “eurobond” (titoli di credito garantiti dal’Unione Europea). Non c’era riuscito Tremonti, non se ne parla più da dieci anni perché ogni volta che qualcuno pronuncia quella parola Wolfgang Schauble, Angela Merkel e Jeroen Dijsselbloem mettono mano alla pistola.

Vabbè, sarà un piano un po’ più piccolo...

Tornando alla quota a carico degli imprenditori, qualcuno potrebbe pensare che – seppure pochi, il 15% del totale – questi sono comunque pronti a investire di tasca propria una cifra rilevante pur di far decollare l’economia italiana. Errore.

Quei 38 miliardi ce li dovrebbero mettere i “risparmiatori” – chiunque abbia qualche spicciolo sul conto corrente – sottoscrivendo fondi immobiliari innovativi (non chiedeteci cosa siano; non è stato detto) “con un forte legame territoriale, per gestire e valorizzare un mix di immobili ceduti a titolo definitivo e conferiti in gestione dagli enti locali”. Traduciamo per i non addetti ai lavori: Boccia pretende che comuni, province, regioni vendano o regalino una serie di immobili pubblici che andrebbero a fare da garanzia per la sottoscrizioni del fondi immobiliari. Quindi edifici ceduti dal pubblico e soldi messi da “risparmiatori” tipo i correntisti di Banca Etruria.

Nel caso non fosse possibile arrivare per questa via alla cifra indicata, Boccia “suggerisce” di attingere ai fondi pensione (resi obbligatori per una serie di categorie grazie alla complicità di CgilCislUil) o ad “altri enti previdenziali”. Insomma, si dovrebbero usare i fondi destinati a pagare le pensioni.

Gli imprenditori, al massimo, potrebbero metterci i soldi per comprarseli – se il prezzo è particolarmente favorevole – ma nulla di più. I miliardi da “investire”, infatti, sarebbero quelli rastrellati dai risparmiatori, mentre gli “imprenditori” starebbero sul sicuro incamerando “il mattone pubblico”.

Ma, almeno, questo salasso di patrimonio pubblico (soldi freschi per quasi 120 miliardi e immobili) andrebbe a mettere in moto una crescita più “virtuosa”, aumenti salariali, migliori condizioni di vita per chi lavora? Neanche per sogno, mette subito in chiaro il prode Boccia: il piano sta in piedi «Se non si smontano riforme fondamentali e si attua un programma di medio termine basato su modernizzazione, semplificazione ed efficienza».

Vi serve la traduzione? E va bene: ci teniamo il Jobs Act e la Fornero, e pure tutti decreti che hanno strutturato un mercato del lavoro tra i più precari in Europa; anzi, ci date anche qualcos’altro, che vi preciseremo una volta che qualcuno di voi avrà formato un governo.

Del resto, il quadro concettuale illustrato da Boccia in sede di presentazione del suo “piano” è decisamente inequivocabile: «Siamo cittadini europei di nazionalità italiana. Siamo equidistanti dai partiti ma non dalla politica. Vogliamo che in questo Paese si recuperi buon senso e pragmatismo. Vogliamo un’Italia più semplice ed efficiente con uno Stato che passa da erogatore di servizi a promotore d’iniziative di politica economica».

E’ abbastanza chiaro? Basta con lo stato “erogatore di servizi” (sanità, istruzione, trasporto pubblico, previdenza, ecc.), e avanti con un apparato che “promuove iniziative”. Tipo rastrellare soldi per far giocare i “prenditori” a fare i capitani d’azienda.

Se per caso vi è venuto da pensare che i “capi politici” impegnati in campagna elettorale abbiano obiettato qualcosa a questa follia, beh, vi sbagliate. Qui di seguito le interviste raccolte da IlSole24Ore tra gli aspiranti premier, tutti prontissimi a fare da poggiapiedi per gli stivali padronali (Salvini compreso, of course). Una menzione speciale la merita Annamaria Furlan, che di mestiere dovrebbe fare la sindacalista. Cioé “la controparte”, non la controfigura...

«Una seconda stagione di riforme per l’Italia» – Intervento di Paolo Gentiloni

«Strategia concreta e seria da condividere» – Intervento di Matteo Renzi

«Con il nostro Fisco cuneo azzerato per i giovani assunti» – Intervista a Silvio Berlusconi

«Un grande piano sugli investimenti Tempi brevi per le opere pubbliche» – Intervista a Carlo Calenda

«Molte affinità con la nostra visione» – Intervista a Annamaria Furlan

«Banche pronte a sostenere gli sforzi per la crescita» – Intervista a Giuseppe Castagna

Sì a Eurobond e leva pubblica per rilanciare gli investimenti – Intervento di Luigi Di Maio

Giusto allargare Industria 4.0, non tutto il Jobs act va cancellato – Intervista a Matteo Salvini

Fonte

27/05/2016

L’inquietante cambio di passo della Confindustria

Il neopresidente della Confindustria, Boccia,  si è presentato ai suoi iscritti – imprenditori e prenditori di varia natura – con il primo discorso di investitura dopo la sua risicatissima vittoria alla guida dell’organizzazione padronale nel nostro paese. Due i passaggi che chiariscono il cambio di passo in corso: l’epoca della piccola impresa è finita (dunque addio per sempre a “il piccolo è bello”) e piede sull’acceleratore  per le riforme controcostituzionali  volute dal governo perché a pag. 17 della sua relazione Boccia sottolinea che sono sei anni – dal 2010 – che la Confindustria chiede la modifica del titolo 5 della Costituzione e la fine del bicameralismo.

Il cambio di passo conferma la visione politica generale della Confindustria. Per le piccole imprese italiane, nel processo di concentrazione/gerarchizzazione produttiva in Europa non c’è più posto.  Quindi devono crescere e concentrarsi o morire, devono trovare il loro posto nelle filiere internazionali guidate dalle multinazionali (subendone tutte i ricatti) o chiudere, devono dare sufficienti garanzie alle banche o resteranno senza accesso al credito. Le banche appunto. L’unica critica è un invito a “visitare i capannoni e a non stare solo negli uffici”. Si realizza così davanti agli occhi dei Brambilla o degli eredi del made in Italy, lo scenario peggiore, da pochi intuito e da molti temuto. In un sistema industriale composto quasi al 90% da piccole imprese nate per aggirare lo Statuto dei Lavoratori o come proiezione naturale di migliaia di operai licenziati dalle grandi fabbriche e diventati “imprenditori di se stessi”, è come se il cielo fosse caduto sulla testa. Del resto sono i numeri a dire che dal 2007 a oggi migliaia di piccole e medie imprese industriali o dei servizi hanno dovuto chiudere i battenti, sia per la recessione sia per l’atteggiamento delle banche che, nonostante la liquidità a disposizione, hanno sistematicamente negato qualsiasi contributo alla tenuta o allo sviluppo del sistema industriale italiano. Non solo. Le uniche banche che in qualche modo – inclusi quelli truffaldini – avevano mantenuto un rapporto con il territorio (le cosiddette banche popolari), sono state messe alle strette. Liquidate, costrette a cercarsi una banca più grande alla quale aggregarsi.

In tutto questo, sia Boccia che l’ex di Confindustria diventato ministro – Calenda – hanno trovato la faccia tosta di riaffermare la necessità delle riforme istituzionali come urgenza per la ripresa. Quanto l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in un baraccone di nominati possa incidere sul Pil resta ancora un mistero sul piano economico. Diventa più chiaro sul piano politico. La Confindustria vuole le mani libere su tutto, non solo sui licenziamenti, la riduzione dei salari, l’aumento dei ritmi di lavoro ma anche sulle procedure su cui si costruiscono i percorsi legislativi e i poteri decisionali. I padroni pensano ormai che è tempo di un cambiamento di paradigma sulle forze fondanti di questo paese e della Costituzione che si erano dati per ricostruirlo dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Boccia e i suoi non hanno più in mente il “patto tra produttori” in cui sia lavoro che capitale contribuivano – scontrandosi o accordandosi – alla crescita del paese, ma hanno in mente un “patto tra proprietari” simile a quello statunitense, in cui sono i rapporti e le condizioni di proprietà a diventare prioritari e decisivi, sia sul piano economico che su quello ideologico, incluso l’accesso alla rappresentanza elettorale. Un ritorno all’indietro di almeno un secolo che manda in soffitta anche il suffragio universale.

Infine, ma non per importanza, è decisivo mettere a fuoco il presupposto di questo processo. Molti giornali oggi dicono che “la Confindustria si schiera con Renzi”. E’ un errore di visione clamoroso. I termini vanno rovesciati. E’ Renzi che ha fatto e sta facendo quello che vuole la Confindustria, la European Round Table of Industrialists e le multinazionali. Del resto era stato Marchionne (uscito da una Confindustria diversa da quella di Boccia) a confermare che: “Renzi ce lo abbiamo messo noi”. Più chiaro di così! Per non suscitare inquietudini tutto lo chiamano “governance”, in pratica è un regime fondato su interessi ben definiti e organizzati: quelli dei ricchi.

Fonte

Referendum: Confindustria si schiera per il Si, la Cgil che fa?

La Confindustria, per bocca del suo neo presidente Boccia si è apertamente schierata per il Si alla riforma della Costituzione, in particolare per quel che attiene l’eliminazione del bicameralismo perfetto causa della lentezza decisionale del Parlamento e supporto agli ostruzionismi di minoranza. 

Una presa di posizione perfetta che si allinea pienamente alla filosofia della riforma renziana e ne rende manifesta la natura di classe. Per il padronato, soprattutto in un momento di crisi, serve un centro decisionale perfettamente funzionale alle strategie del sistema economico internazionale e che non abbia l’intralcio della discussione democratica.

Ogni possibile battaglia di opposizione è solo fastidioso ostruzionismo e la centrale del padronato italiano vuole avere un solo interlocutore istituzionale omogeneo ai suoi interessi. E il Parlamento, in questo contesto, non serve più a molto.

Per chi avesse qualche dubbio sul senso del “decisionismo” renziano (decisionismo: non vi ricorda niente questa parola?), direi che le parole di Boccia giungono opportune per dissipare ogni perplessità. Ovviamente schierarsi dalla parte dei padroni è una scelta perfettamente legittima, l’importante è sapere cosa si sta facendo e scegliere consapevolmente.

Detto questo, si pone un problema: ma se questa è la posizione dell’organizzazione padronale, quale è (o dovrebbe essere) la posizione delle organizzazioni dei lavoratori? E, tanto per essere espliciti, cosa pensa la Cgil? Come è noto il maggiore dei sindacati italiani ospita molti funzionari iscritti al Pd, per cui si pone un problema di autonomia sindacale particolarmente stringente nel suo caso.

In questo ultimo quarto di secolo ci sono stati parecchi referendum su questioni come la legge elettorale o disposizioni costituzionali (1991, 1993, 1995, 1999, 2001, 2006) in occasione dei quali la Cgil se l’è cavata con la scelta del “pesce in barile”, invocando il pretesto dell’estraneità del sindacato a questi temi (con quale risultato, sul piano della stessa funzione del sindacato nel sistema, possiamo oggi contemplare). In realtà era solo un modo per evitare diatribe fra le correnti interne o per seguire il partito-guida (Pci prima, poi Pds, Ds e Pd) senza dare troppo nell’occhio, il tutto giustificato da una sorta di ipocrita neutralità del sindacato rispetto alle questioni istituzionali che entrerebbero nel campo delle competizioni interpartitiche.

Ebbene questo comodo alibi è caduto ad opera della dichiarazione di Boccia: se l’organizzazione di categoria degli imprenditori prende posizione sul referendum, non si vede perché non debba farlo l’organizzazione dei lavoratori. Non stiamo parlando del colore delle auto ministeriali o dell’aumento di un punto dell’Iva, ma della qualità della democrazia nel futuro del nostro paese, non è possibile essere neutrali o far finta di nulla.

La Camusso ha avuto toni molto duri con il governo il 1° maggio, ora è il momento di trarre le conclusioni e capire che atti come il jobs act e riforma costituzionale non sono atti slegati ma che appartengono ad una stessa logica.

Maurizio Landini un anno fa ci ha promesso una coalizione sociale di cui, poi, abbiamo sentito parlare assai poco, ma se quel progetto ancora esiste, che coalizione sociale è quella che non si preoccupa degli assetti costituzionali del paese? E lui, che è fra i più qualificati dirigenti della Cgil, di cui si parla come del più papabile alla successione della Camusso, non ritiene di porre la questione alla Cgil sollecitando una pronuncia per il no?

Insomma, direi che sarebbe bene che anche i semplici iscritti alla Cgil inizino a far sentire la loro voce chiedendo una posizione inequivoca del loro sindacato.