Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/02/2020

L’ultima frontiera del profitto: “sterminate le piccole imprese!”

Per cambiare il mondo, occorre conoscerlo. Sennò si fanno bei sogni e poi ci si sveglia disarmati.

Dopo tredici anni di crisi globale ci sembra abbastanza evidente che l’Occidente non riesce ad uscirne. Mentre Cina e altri paesi scalano velocemente le posizioni nell’economia globale.

Tanto che ormai possiamo vedere contrapposti almeno due diversi modelli economici. Che non sono “capitalismo” e “socialismo” classicamente (e ideologicamente) intesi, ma più concretamente neoliberismo ed economia mista.

Da un lato la prevalenza assoluta delle grandi imprese multinazionali, ovviamente privatissime, libere fino all’arbitrio più totale e in grado di destabilizzare intere macro-aree con una sola decisione; dall’altra una prevalenza del pubblico, programmazione, funzionalizzazione del “privato” – anche di grandi dimensioni – a una logica di crescita “collettiva”.

Ma più della contrapposizione ormai evidente, conta il fatto che qui in Occidente la mancanza più che decennale della “crescita” sta generando processi economici degeneri. Il profitto, infatti, non trovando più lo spazio confortevole della “crescita” viene sempre più ricercato nella concentrazione del capitale.

Le grandissime imprese multinazionali – grazie a un sistema finanziario e politico creato su misura per loro (un processo che data ormai oltre 50 anni, per chi ricorda La crisi della democrazia e la teorizzazione ancora acerba dello Stato imperialista delle multinazionali) – assorbono di continuo quelle più piccole, a cominciare dalle maggiori, quelle di dimensioni più simili alle proprie.

È di questi giorni un esempio tutto italiano, con Banca Intesa – primo istituto italiano – che ha lanciato un’opa (definita “ostile” dal soggetto interessato) su Ubi Banca (terza banca nazionale), che aveva a sua volta assorbito la Popolare di Bergamo e altri istituti minori.

Questi processi non generano nuova ricchezza (come ancora raccontano i Cottarelli, Fornero, Senaldi, Calenda, ecc.), anzi ne cancellano parecchia, perché il profitto viene ottenuto con i “risparmi” dovuti alle famose “sinergie”. In pratica, si chiudono molte filiali, si licenzia buona parte dei dipendenti, si ottengono più clienti (nel caso delle banche ognuno dotato di liquidità, piccola o grande che sia), li si “tratta” sempre di più per via informatica, riducendo al minimo contatti, proteste, ecc.

Lo stesso avviene anche nei gruppi produttive (industrie, ecc.), in una spirale di riduzione degli operatori reali a vantaggio di sempre meno oligopolisti. Vengono “invasi” settori prima lasciati volentieri alla spesa pubblica perché poco remunerativi (sanità, pensioni, infrastrutture, trasporti pubblici, ecc.), ma ora sfruttabili in chiave eminentemente finanziaria.

Una modificazione della struttura economica che ha inevitabilmente il suo corrispettivo nella politica, con progressiva riduzione della democrazia. Forse non tutti ricordano uno degli editoriali più espliciti del presunto – molto presunto... – “nonno della democrazia italiana”, al secolo Eugenio Scalfari, in difesa dell’oligarchia.

La ricerca di vie di fuga messe in moto da questi processi economici e politici è ciò che sta terremotando in tutto l’Occidente i sistemi politici, con l’emergere di proposte esplicitamente reazionarie, nazionaliste, neofasciste; ma anche, all’opposto, con la rivitalizzazione di un pensiero “socialista”, sia pur vago (Sanders negli Usa, Corbyn in Gran Bretagna, ecc.).

La vittoria neoliberista sul movimento operaio era stata pressoché completa, anche se sono sopravvissute ovunque eroiche “sacche di resistenza”. Al punto che il grande capitale multinazionale ha potuto procedere oltre, alla demolizione dei suoi eterni alleati – la piccola e media impresa, il ceto medio professionale, l’artigianato, ecc. – che oggi come in passato si ritrovano a dover trovare una nuova visione economica e politica. Che non c’è.

Lo spaesamento deve essere davvero enorme, se l’editoriale di TeleBorsa – a firma del sempre acuto Guido Salerno Aletta – può portare questo titolo...

Buona lettura.

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Sterminate le piccole imprese!

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Il capitalismo finanziario ha deciso: non potendo più crescere per via organica a causa della crisi permanente, bisogna cannibalizzare il segmento più vitale dell’economia, quello altrimenti inafferrabile, anarcoide: le piccole imprese devono sparire.

Il sistema politico esegue, complice.

Le Grandi Imprese, il Grande capitale, hanno un Mondo Perfetto a loro disposizione: è fatto di colossali Fondi di Investimento, di Mercati Finanziari Globali aperti h24, di Rating su misura, di Proxi che suggeriscono ogni mossa, di Grandi Opportunità.

Anche in Europa, tutto è fatto per loro: dagli acquisti dei bond con il PSPP (Private Sector Purchase Program) della Banca Centrale Europea ai finanziamenti del Piano Juncker, per non parlare del recentissimo Green New Deal della Unione Europea.

Le Piccole Imprese delle Srl, il Popolo delle Partite Iva, le Banche popolari vanno invece cancellate dal panorama economico e sociale: non sono controllabili politicamente, e non sono neppure ricattabili dal Mercato, perché non sono quotate.

Non sono scalabili dall’esterno, perché i piccoli imprenditori non fanno entrare nessuno nelle loro imprese. Prendono il denaro a prestito dalle banche con oculatezza. I disastri che combinano, poi, sono altrettanto ben congegnati: quando falliscono, lasciano solo debiti. Hanno già spolpato completamente le loro aziende: alle banche ed ai creditori commerciali non rimane assolutamente niente per rivalersi: le locuste, o le termiti, sono nulla al confronto.

Gli Imprenditori singoli, le Piccole e medie Imprese, come le Banche Popolari, non sono gestibili neppure politicamente: sono un mondo di libertà economica e sociale che non risponde a nessuno.

Le Grandi imprese, invece, quando falliscono, sono destinate ad un “nuovo giro”: c’è sempre qualcuno che ci gira intorno, aiutato da altre banche. Uno Straniero che abbocca, il solito Allocco foraggiato, lo trovano sempre.

Guardate che cosa si è fatto in questi anni con le Banche Popolari: la gran parte sono state distrutte, sventrate con gli obblighi di ricapitalizzazione e di quotazione in Borsa. Sono state fatte fallire, per essere inglobate: il Marcio era tutto lì, guarda caso.

E poi, le piccole imprese industriali e commerciali, come i titolari delle Partite Iva, non sprecano mai i loro soldi in laute quanto inutili consulenze, non fanno pubblicità un tanto al chilo; e neppure buttano denari per rinnovare anzitempo gli impianti: tirano al risparmio, all’osso, fino all’ultimo centesimo.

Le Grandi Imprese, invece, sono attente agli equilibri politici: non possono permettersi di stare all’Opposizione. Si fanno fare le leggi su misura, attraverso la pressione sui giornali, attraverso le lobby delle Associazioni di categoria.

È il momento di tirare fuori le unghie ed i denti: le recenti norme sulle crisi delle Srl sono congegnate apposta per mettere le mani sui patrimoni personali degli imprenditori, mentre le disposizioni sui pagamenti digitali e sulla fatturazione elettronica hanno finalità fiscali pervasive fino all’inverosimile. Le banche ed i commercialisti sono Agenti dell’Erario: la scusa della Evasione Fiscale funziona a meraviglia.

Devono sparire tutte: Srl, Partite Iva, Banche popolari.

Sterminate le piccole imprese!

Fonte

05/10/2019

Evasione fiscale? Evadono soprattutto le grandi imprese

Mentre dalle indiscrezioni sulle prossime misure del governo sull’evasione fiscale si punta il dito contro le... colf e le badanti (sic!), da uno studio della Cgia di Mestre emerge che l’entità dell’evasione contestata alle grandi imprese risulta essere 16 volte superiore a quella delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi (nel 2017 era stata pari a 18).

Il coordinatore dell’ufficio studi Paolo Zabeo sottolinea che “questi dati ci dicono che la potenziale dimensione dell’infedeltà fiscale delle grandi aziende è enormemente superiore a quella delle piccole. Ovviamente, nessuno di noi auspica che il Paese si trasformi in uno Stato di polizia tributaria. Tuttavia, una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile, visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite. Reati, quest’ultimi, che non verranno nemmeno sfiorati dalle misure di contrasto all’utilizzo del contante che il Governo metterà a punto nelle prossime settimane”.

La Cgia ricorda che secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi relativi al 2018, il reddito medio dichiarato delle persone fisiche (ditte individuali e lavoratori autonomi) è stato di 25.290 euro, quello delle società di persone (Snc, Sas, Ss) 34.260 euro e quello delle società di capitali (Spa, Srl, Sapa) solo 34.670 euro. Un dato, quest’ultimo, condizionato al ribasso, allorché poco meno del 40% del totale delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio.

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22/09/2019

Il Nord sbuffa, sotto il peso della crisi tedesca

Il dibattito politico è pesantemente viziato dalla ricerca del consenso facile. “Vincono” quasi sempre i falsari di bassa lega, perché è difficile controbattere alle stronzate propagandistiche discutendo di dati, strutture produttive, scelte strategiche (anche di collocamento internazionale). Ci vorrebbero molte lauree a testa per esprimere pareri non campati in aria.

Quindi le “emergenze” che riescono ad assumere centralità sono quelle che non esistono, o vengono create ad arte, per solleticare il pensiero corto, le reazioni da Napalm51. Gli immigrati, ma solo quelli di pelle scura, sono il bersaglio preferito, perché facile da indicare. Se questi inviti arrivano da forze rappresentate in Parlamento, automaticamente si promuove l’instupidimento di massa, in una corsa sempre più veloce verso il fondo.

Naturalmente, non si può pensare di contrastare questa deriva nazi-imbecille con il finto “buonismo” rivestito da slogan altrettanto semplici ma di presa infinitamente minore. Bisogna sapere come sta messo questo paese, quali comparti reggono e quali no, quali regioni soffrono di più la crisi, quali figure sociali ne sono investite in misura maggiore e quali se ne rendono conto meglio.

Bisogna studiare la situazione, altrimenti si dicono fesserie. Magari di buona volontà e piene di comprensione umana, ma efficaci come preghiere in tempo di guerra.

Dietro gli slogan ci sono organizzazioni politiche labili, fatte soprattutto di “contoterzisti” senza alcuna progettualità di lungo periodo. A muovere queste organizzazioni sono interessi strutturati, molto diversi tra loro e, in parte, indifferenti anche agli slogan che i “propri campioni” usano quotidianamente.

Interessi che “badano al sodo”, ovvero alle politiche economiche possibili (con grande competizione sulle poche risorse disponibili all’arbitrio politico nazionale) e all’occupazione delle postazioni politiche che possono determinarle (governo, autorithy, regioni, comuni metropolitani e non).

Questi interessi, nel corso dell’ultimo anno, hanno subito sollecitazioni molto forti. E “l’immigrazione clandestina” non c’entra nulla. La chiave di volta è la notevole crisi tedesca, in specifico della manifattura di quel paese, che – avendo riscritto le filiere produttive del Vecchio Continente sotto il proprio “comando” – ora rilascia ordinativi in calo là dove prima faceva da traino selettivo per imprese medio-piccole, distretti produttivi, aree locali. Il Nordest italiano in testa, o perlomeno alla pari con Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria (il “gruppo di Visegrad” ha una ragione unificante che non è l’ideologia...). Per averne un’analisi, basta guardare le Statistiche flash dell’Istat sulle “esportazioni delle regioni italiane” (Esportazioni-regioni).

L’espressione politica fin qui “vincente” di quel mondo territorialmente limitato – la Lega – aveva sfruttato la crescita per proporsi come “partito nazionale”, supplendo con gli slogan “populisti” all’assenza di programma reale per le altre regioni italiane. E dove gli slogan non bastavano, come nel Mezzogiorno, con l’ennesimo sdoganamento delle clientele peggiori, fino a quelle in odor di mafie (del resto già incistate abbondantemente anche nel Nordest, Lombardia in testa).

La caduta di Salvini ha dimostrato la pochezza politica di quel gruppo dirigente, ma gli interessi che ha fin qui rappresentato non scompaiono con il suo confinamento all’opposizione. E dunque non consentono di “snobbare” spinte che continuano ad attivarsi anche quando le leve del governo non sono più in “mani amiche”; o meglio, teleguidate.

Una tentazione che sembra attraversare il BisConte, dove si riversano senza limiti interessi sociali differenti ma con eguale forza competitiva che preme sulle poche risorse a disposizione. Gli ululati “nordisti” di fogliacci come Libero, La Verità, Il Giornale, ecc., sono la formulazione isterica – forse addirittura controproducente – di interessi imprenditoriali che si sentono improvvisamente sottovalutati dalla “politica” e morsi al sedere dalla crisi di Berlino.

L’editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, fotografa abbastanza bene la strutturazione sociale e territoriale di questi interessi. Forse in modo troppo bonario nei confronti del Pd – cui viene attribuita ancora la volontà di promuovere una “azione pubblica perequatrice attraverso i servizi sociali ad accesso universale”, che proprio i vari D’Alema-Bersani-Prodi-Letta-Renzi hanno delegittimato e smantellato in misura feroce – ma comunque utile a leggere il “sottostante” di un chiacchiericcio pubblico altrimenti senza capo né coda.

Buona lettura.

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Il Nord sbuffa, sotto il peso della crisi tedesca

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

La Lega è fuori dal governo a Roma, ma è il partito più forte nell’Italia settentrionale, là dove si concentra la gran parte della produzione. Se la nuova alleanza di governo tra M5S e Pd, da cui la componente renziana si è ora resa autonoma, vuole esorcizzare ad ogni costo il sovranismo salvinista, occorre comunque evitare un pericolo: “non si può accelerare la crescita andando in contrasto con chi è detentore della crescita del Paese. Il 35% del pil viene da Lombardia e Veneto. Se si aggiunge il Piemonte si arriva oltre il 40% e se mettete anche l`Emilia-Romagna fate un altro 10%”. L’ammonimento di Carlo Messina, amministratore delegato e CEO di Intesa SanPaolo non poteva essere più chiaro.

Questa frattura di rappresentanza, ad un tempo politica e territoriale, ha implicazioni sociali ed economiche profonde soprattutto per via della recessione dell'economia tedesca, esito di un rallentamento iniziato oltre un anno fa.

Non solo si ripercuote già in modo diretto sulla struttura produttiva dell’Italia per via delle strette interdipendenze, ma ne condizionerà in modo determinante il futuro: se la crisi tedesca non è congiunturale, anche l’Italia dovrà assumere scelte strategiche per il futuro della sua collocazione nell’ambito della catena internazionale della produzione.

C’è un dato recentissimo dell’Istat, sulle esportazioni delle Regioni italiane, che rende indispensabile questa riflessione: “Nel periodo gennaio-giugno 2019, si rileva un sostenuto incremento tendenziale delle vendite sui mercati esteri per il Centro (+17,4%), molto più contenuto per il Sud (+2,5%) e il Nord-est (+1,5%), mentre il Nordovest mostra una contenuta diminuzione (-1,1%) e le Isole una marcata contrazione dell’export (-11,9%).”

La conferma viene dall’analisi del commercio con l’estero: “Nei primi sette mesi del 2019, l’aumento su base annua dell’export (+3,2%) è determinato principalmente dalle vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+27,9%), prodotti tessili e dell’abbigliamento, pelli e accessori (+7,9%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+8,0%)”. Il Nord manifatturiero è in panne.

Il fatto è che, ad una Lega che nasce storicamente con l’aspirazione di rappresentare il Nord dei produttori, ora al governo si sono insediati due partiti che hanno entrambi come asse portante la funzione della distribuzione: il Pd, oltre a sostenere l'azione pubblica perequatrice attraverso i servizi sociali ad accesso universale, agevola una corposa struttura di cooperative e di associazioni che operano principalmente a livello locale nel settore della assistenza, dalle carceri agli ospedali, ai consultori, e nei comuni con i lavori socialmente utili.

Il M5S, che nasce con una violenta pulsione anti-casta, sostiene a sua volta le ragioni di chi ha bisogno di reddito: ha rivolto la sua attenzione ai giovani, innanzitutto, con il Reddito di cittadinanza, la sua bandiera elettorale. Una volta approvatolo, aboliti i vitalizi e penalizzate le pensioni d’oro, ha perso inevitabilmente quota.

Mentre i recentissimi incontri tra gli esponenti del nuovo governo ed i sindacati, per affrontare il tema della rappresentanza e del salario minimo, testimoniano ancora una volta la volontà si sostenere i diritti dei lavoratori, si tace dei problemi del mondo della produzione: il taglio del cuneo fiscale si risolverà, sembra, solo in una riduzione su proiezione triennale, della tassazione a totale vantaggio dei redditi da lavoro.

Anche sulla autonomia differenziata è stata messa la sordina: pur reclamata a gran voce dai Governatori delle Regioni settentrionali e della Emilia Romagna durante il precedente governo, era stata bloccata per la resistenza della stessa Presidenza del Consiglio e del M5S: fu insuperabile il timore che desse l’avvio ad una secessione silenziosa. Di fatto, le Regioni del Nord chiedono a Roma poteri amministrativi, di pianificazione e gestione, e non solo la riduzione del residuo fiscale. La sanità e la formazione professionale non possono più essere gli unici ambiti concreti di azione regionale: non giustificano un apparato politico ed amministrativo ormai consolidato, che ambisce ad una funzione di rappresentanza generale, tanto più necessaria quanto meno è forte la capacità progettuale a livello nazionale. D’altra parte, è l’intero modello di area vasta che rimane disfunzionale, aggravato dalla soppressione delle provincie e dal proliferare di entità di scopo a livello sovracomunale.

Chi spera in un ribaltone all’interno della Lega, per disfarsi del salvinismo, in realtà milita per un rafforzamento della componente storica che ha prevalentemente aspirazioni territoriali, quelle che un tempo sostenevano la secessione da “Roma ladrona” e la creazione di una Repubblica del Nord che non a caso aveva come confini quelli della Linea Gotica.

Un Nord forte giova soprattutto al Mezzogiorno, perché sente meno il peso della solidarietà territoriale. E la mappatura attenta del registrato rinvigorirsi della capacità delle Regioni dell’Italia centrale e meridionale di essere protagoniste dell’incremento dell’export è la premessa per una migliore comprensione delle vocazioni e delle specializzazioni produttive. C’è vitalità, voglia e dimostrata capacità di fare. C’è bisogno di sostenere la produzione, ovunque sia localizzata, ma soprattutto di delineare il posizionamento dell’industria non solo manifatturiera dell’Italia settentrionale nel quadro delle nuove relazioni industriali globali.

Noi, invece, ci attardiamo sulla questione dei migranti, facendone addirittura il tema assorbente delle relazioni internazionali. Anche i colloqui con i Presidenti di Francia e Germania, che si sono infatti precipitati in questi giorni a Roma per riannodare i rapporti con il nuovo governo, si sarebbero concentrati sulla questione degli sbarchi e dei ricollocamenti. L’emergenza securitaria proclamata dalla Lega si è trasformata così nel suo opposto; l’accoglienza obbligata ai migranti economici cui nessun Paese europeo darà mai accesso.

Nel frattempo, in Europa si ipotizza di istituire un Future Wealth Fund, con 100 miliardi di dotazione e capacità di intervento a leva di dieci volte superiore, per costituire campioni globali nei settori di punta, dall’auto a guida autonoma alla intelligenza artificiale. Per favorire la transizione ecologica, il governo tedesco pensa ad un fondo obbligazionario privato da 50 miliardi, con una cedola di interessi del 2% a carico dello Stato. Non meravigliamoci, dunque, se al Nord sbuffano. E non solo.

Fonte

31/12/2018

Legge di Bilancio da vecchi reazionari

L’analisi dei provvedimenti fiscali previsti dalla manovra rende evidente l’essenza profondamente reazionaria di questo esecutivo.

I reazionari, infatti, sono contrari al progresso e vogliono portare indietro le lancette della storia. Sono contrari allo sviluppo delle forze produttive e tentano in ogni modo di ostacolarlo. Non a caso la loro base elettorale è composta in buona parte da quella piccola e media borghesia incapace ormai di competere, che in questi anni si è impoverita o addirittura è già in via di proletarizzazione.

È per questo motivo che proprio attorno alla manovra si è acuito lo scontro tra governo e Confindustria in particolare rispetto ai temi relativi a Industria 4.0, super-ammortamento, iper-ammortamento e credito di imposta per ricerca e sviluppo.

Al contrario, si punta su provvedimenti come l’implementazione del regime forfettario delle partite Iva e l’eliminazione delle annesse norme anti-elusive previste dai precedenti governi. Si tratta di politiche che da una parte incentivano il nanismo industriale, la mancata associazione tra soggetti economici, l’evasione fiscale, il mascheramento dei rapporti di lavoro dipendente mentre dall’altra rendono poco convenienti gli investimenti in beni strumentali che servono ad aumentare il livello di produttività del lavoro.

Insomma, anche dal punto di vista strettamente capitalistico, vanno nella direzione sbagliata, anche se soddisfano una certa quota di base elettorale (più leghista che grillina).

A questo proposito è estremamente interessante ciò che scrive il professor Stevanato su Il Sole 24 Ore:
“Anzitutto, è evidente che la previsione di soglie di ricavi, superate le quali vi è il rientro nell’Irpef ordinaria (o, per i forfettari, dal 2020 l’assoggettamento dell’intero reddito, e non solo di quello aggiuntivo, alla più elevata aliquota del 20 per cento), determina un forte deterrente alla produzione, causato da un’aliquota marginale superiore al cento per cento, oppure un altrettanto forte incentivo all’occultamento dei ricavi sopra soglia (come rilevato anche dall’ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui «in corrispondenza delle soglie emergono dei forti disincentivi all’incremento dei ricavi, che possono incentivare anche l’evasione»).

In secondo luogo, i nuovi regimi agevolati genereranno parcellizzazione produttiva, dissuadendo dall’esercizio di attività economiche in forma associata, con conseguenze distorsive sulla concorrenza dovute non solo al favorevole differenziale di tassazione ma altresì alla mancata applicazione dell’Iva a valle, nei rapporti con consumatori finali o soggetti che non detraggono l’imposta, potendo la stessa essere utilizzata per incrementare i ricavi o praticare prezzi più concorrenziali.

All’opposto, l’irrilevanza dei costi effettivi di acquisto (assorbiti dalla determinazione forfettaria del reddito) insieme all’indetraibilità dell’Iva a monte farà aumentare l’onere connesso all’acquisto di beni strumentali, ostacolando anche per questa via la formazione o il rinnovo delle dotazioni aziendali e in ultima analisi la produttività del lavoro.”
Tradotto in linguaggio per non addetti ai lavori: questi ancora pensano, come il PD veltroniano di venti anni fa, che “piccolo è bello”. E nemmeno si rendono conto che i residui pilastri dell’industria nazionale – le grandi imprese che creano innovazione, value chain, ricchezza su larga scala e un vasto indotto – sono ormai soltanto quelle di proprietà pubblica (almeno come quota maggioritaria o di riferimento).

Il resto è roba che non sta in piedi da sola, ma unicamente se inserita – in modo molto subordinato ed ininfluente – in una catena del valore che ha il suo “cuore” altrove. E precisamente in Germania, per quanto riguarda il Nord Italia. Ed è roba che seguirà come un maialino al mattatoio il destino “competitivo” di quella catena, nel bene (fin qui) e nel male (i prossimi mesi e anni). Senza poter far nulla...

Un governo “contoterzista”, insomma, quanto quelli precedenti, da cui differisce solo per la frazione sociale che gli detta il programma. Il capitale multinazionale, prima, i piccoli subfornitori di quel capitale nel presente governo “gialloverde”.

Fonte

30/12/2018

Perché l’Italia non cresce (dagli anni Novanta)

La storia recente dell’economia italiana mostra come le nostre imprese hanno sempre cercato di guadagnare competitività nei mercati internazionali comprimendo i salari o approfittando di svalutazioni della lira. La linea di politica economica che si sta perseguendo in Italia, oggi, sembra essere una riproposizione della vecchia tesi del “piccolo è bello” – associata alla convinzione della superiore efficienza delle piccole imprese a vocazione artigianale – combinata con la sostanziale rinuncia a collocare le nostre imprese in segmenti alti della catena globale del lavoro, incentivandole a innovare.

di Guglielmo Forges Davanzati

L’Italia non cresce perché continua a ridursi la produttività del lavoro, in una spirale che dura da oltre venti anni e che segnala valori della produttività quasi costantemente inferiori alla media europea nel periodo considerato.

La bassa crescita della produttività del lavoro è imputabile a due fattori: il calo degli investimenti pubblici e privati e la continua riduzione della quota dei salari sul Pil. Proviamo a capire perché ciò è accaduto, a partire da alcune considerazioni sulla storia recente della nostra economia.

Terminato il ‘miracolo economico’ degli anni cinquanta-sessanta e dunque la stagione di una crescita trainata dalle esportazioni, negli anni settanta si registra un imponente ciclo di lotte operaie. Aumentano gli scioperi, diminuiscono le ore lavorate, aumentano i salari monetari, con conseguente inflazione conflittuale e peggioramento del saldo delle partite correnti. Le imprese del ‘triangolo industriale’, nel tentativo di contenere la conflittualità operaia e recuperare competitività di prezzo, avviano processi di decentramento produttivo, spostando la produzione in unità di piccole dimensioni inizialmente nel Nord Est.

Si indebolisce, per conseguenza, il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali e l’inflazione – che negli anni precedenti era estremamente alta anche per il doppio shock petrolifero del 1973 e del 1979 – comincia a essere ridotta. Dopo il picco raggiunto nel 1982 (14.7%), per tutti gli anni ottanta il tasso di inflazione continua a scendere, arrivando al 4.7% del 1987. Ciò è imputabile, da un lato, alla fine della stagione del conflitto dentro e fuori la fabbrica, e dunque all’avvio di una fase di moderazione salariale, dall’altro, all’aumento dei tassi di interesse finalizzato ad attirare capitali speculativi per riequilibrare la bilancia dei pagamenti.

L’aumento dei tassi di interesse ha però effetti di segno negativo sulla dinamica degli investimenti privati, non compensati da significativi aumenti degli investimenti pubblici. Negli anni ottanta, l’aumento della spesa pubblica è prevalentemente dovuta a un aumento della spesa corrente (che passa dal 35% del 1980 al 45% in rapporto al Pil del 1990), finalizzata a neutralizzare – definitivamente – i residui di conflittualità ereditati dal decennio precedente. L’ingresso nello SME nel 1979 – sistema di cambi fissi con banda di oscillazione fissata al 6% – introduce ulteriori rigidità per le imprese, dal momento che rende difficili svalutazioni competitive.

Si fa strada la necessità di dotarsi di un ‘vincolo esterno’, assunto necessario per avviare una stagione di riforme nel segno della ‘modernizzazione’ e soprattutto di tenere sotto controllo i conti pubblici[1].

Il 1992 segna un anno di svolta. Le imprese italiane continuano a perdere quote di mercato nel commercio estero, a causa di una pressione competitiva sempre più globale, ed esauritosi ormai definitivamente il conflitto sociale, occorre ripristinare le condizioni affinché le imprese italiane recuperino competitività. In un contesto peraltro segnato da attacchi speculativi al nostro debito pubblico. Si sceglie la linea delle politiche “lacrime e sangue”, ovvero misure fiscali fortemente restrittive, ufficialmente finalizzate a ridurre il debito pubblico, di fatto funzionali a comprimere la domanda interna, con conseguente riduzione delle importazioni. Il potere contrattuale dei lavoratori si riduce come conseguenza dell’aumento del tasso di disoccupazione per l’intero periodo che va dal 1992 all’inizio degli anni duemila, comportando compressione dei salari.

L’arrivo della crisi del 2008 fa deflagrare tutti i problemi sedimentatisi nei decenni precedenti e si innesta su una struttura produttiva divenuta progressivamente sempre più fragile e caratterizzata da piccole dimensioni aziendali, forte dipendenza dal credito bancario, specializzazione in settori tecnologicamente maturi (turismo, agroalimentare, beni di lusso).

In estrema sintesi, si può comprendere la storia recente dell’economia italiana come la storia dei tentativi di accrescere la competitività di prezzo delle nostre imprese, attraverso manovre fiscali, politiche monetarie e accordi di cambio che hanno sistematicamente posto le nostre imprese nella condizione di competere riducendo i salari.

Negli anni più recenti, nessun Governo ha provato a invertire la rotta, ovvero a rendere il nostro sistema produttivo più forte e più competitivo su scala internazionale attraverso investimenti in innovazione. Per contro, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo è stata drammaticamente ridotta (e la spesa privata ha assunto dimensioni irrisorie). Ciò è probabilmente da imputare all’estrema difficoltà di recuperare il terreno perso (è difficile re-industrializzare un Paese dopo decenni di politiche di de-industrializzazione), alla convinzione che l’Italia possa crescere in virtù della presunta eccellenza del ‘piccolo è bello’ e delle sue produzioni artigianali, alla scorciatoia politica di rinunciare a interventi sulla struttura produttiva con investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture materiale e immateriali (il cui effetto si vedrebbe nel lungo periodo), aumentando la spesa corrente per l’acquisizione di consenso.

Si arriva al 2018. Il cosiddetto Governo del cambiamento fa propria la convinzione che questi problemi dipendano dai vincoli europei, sulla scia di una ormai decennale elaborazione teorica per la quale le condizioni materiali di vita dei cittadini italiani migliorerebbero se si potesse fare a meno dell’euro. Si tratta di una tesi errata e che non coglie la reale portata del problema (economico e politico). Come recentemente ricordato da Mario Draghi, le svalutazioni della lira (7 casi dal 1979 al 1992) si sono sempre accompagnate a cali di produttività, per effetto della possibilità accordata alle imprese di competere con un cambio favorevole rinunciando a innovare[2].

A ciò si può aggiungere il fatto che, poiché soprattutto negli ultimi decenni le imprese italiane esportatrici sono localizzate prevalentemente a Nord, le svalutazioni della lira hanno di norma prodotto un ampliamento dei divari regionali.

Sebbene errata o comunque fortemente opinabile, questa tesi è alla base della lunga contrattazione con le Istituzioni europee per l’aumento del rapporto deficit/Pil, che dovrebbe portare (nelle intenzioni del Governo) a una radicale revisione dei Trattati europei, se non all’abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia[3].

I sondaggi disponibili – confidando nella loro attendibilità – ci dicono che la gran parte degli italiani è contraria all’abbandono unilaterale dell’euro. Ma, a fronte di ciò, vi è un diffuso consenso sulla manovra, anche da parte di intellettuali fino a poco tempo fa vicini alla sinistra. Un consenso che riguarda anche economisti che si definiscono keynesiani e che la interpretano come radicale inversione rispetto alle misure di austerità fin qui attuate. Si tratta di un’illusione ottica, dal momento che la manovra risente essenzialmente degli interessi della vera base elettorale della Lega (la piccola impresa del Nord), che vanno nella direzione di aumentare il deficit prevalentemente attraverso detassazioni – via flat tax – e di ampliare il mercato interno attraverso trasferimenti monetari – via reddito di cittadinanza. In tal senso, la manovra non può dirsi keynesiana, almeno nel senso che una politica economica propriamente keynesiana prevede incrementi di spesa innanzitutto per investimenti pubblici con finalità redistributive. La Legge di stabilità introduce, per contro, elementi che vanno nella direzione di aumentare le diseguaglianze.

In tal senso, non è il segno della manovra (espansivo) a destare preoccupazione in Europa, ma il tentativo di questo Governo di ribaltare la logica che guida le politiche dell’eurozona e che corrispondono agli interessi delle grandi imprese con elevata propensione alle esportazioni: creare cioè le condizioni per favorire la crescita aumentando le vendite all’estero – attraverso moderazione salariale e compressione dei prezzi – e riducendo le importazioni – attraverso riduzioni di spesa pubblica. In altri termini, la fondamentale incompatibilità fra Governo e istituzioni europee sta nel fatto che il Governo mira a espandere la domanda interna per far recuperare margini di profitto a imprese italiane che non riuscirebbero a recuperali tramite esportazioni, mente le Istituzioni europee fanno propria una linea di politica economica finalizzata alla crescita per il tramite dell’aumento delle esportazioni nette. Si è quindi in presenza di un tipico conflitto inter-capitalistico, fra grande e piccola impresa, fra impresa esportatrice e impresa che opera sul mercato interno sul quale si basa il fragile equilibrio politico interno e l’ancor più fragile equilibrio nelle trattative fra il Governo e le Istituzioni europee.

La linea di politica economica che si sta perseguendo negli ultimi mesi in Italia sembra, in definitiva, basarsi su una riproposizione della vecchia tesi del “piccolo è bello” – associata alla convinzione della superiore efficienza delle piccole imprese a vocazione artigianale – combinata con la sostanziale rinuncia a posizionare l’economia italiana in un segmento alto della catena globale del valore, consentendo alle nostre imprese (alle piccole, in particolare) di sopravvivere vendendo sul mercato interno.

NOTE

[1] Vincolo esterno la cui necessità fu teorizzata, fra gli altri, da Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi e Beniamino Andreatta, per i quali l’Italia sarebbe stata capace di rispettare una rigida disciplina nella gestione della finanza pubblica solo se questa fosse stata imposta da un attore esterno, in particolare da Istituzioni europee.

[2] Si può discutere il fatto che vi sia un inequivocabile nesso di causa-effetto fra svalutazioni e cali di produttività, ma l’evidenza empirica sembra darne una prova sufficiente almeno per il secondo periodo considerato, ovvero fra fine anni ottanta e inizio degli anni novanta.

[3] Sembrano emergere, a riguardo, alcune affinità fra ciò che successe a fine ottocento fra l’Italia e l’Unione latina (un esperimento embrionale di unificazione monetaria), allorché l’Italia riuscì, nel 1878, a ottenere la coniazione di monete d’argento – ciò che oggi sarebbe la riappropriazione della sovranità monetaria – per poi intrattenere un braccio di ferro con la Francia che terminò con il successivo divieto di emissione di moneta argentea. Fuori dai tecnicismi, l’Italia ne uscì sostanzialmente sconfitta e tacciata di “atti inconsulti”.

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10/08/2018

Corrado Passera: come creare un disastro e poi lucrarci sopra

Una notizia che non avrà colpito molti, tranne gli addetti ai lavori della finanza.

Corrado Passera è nuovamente presidente di una banca (sai che novità, direte...). Questa si chiama Illimity, che già nel nome aspira a rappresentare l’idea stessa di accumulazione senza fine. Non è un grande istituto, e nasce dalla fusione della Bance Interprovinciale di Modena e Spaxs, che si era presentata come una Special Purpose Acquisition Company, ossia uno strumento di investimento “per creare un operatore italiano che serva al meglio le PMI, comprese quelle in difficoltà, partecipi attivamente al mercato delle sofferenze bancarie e offra servizi molto competitivi di digital banking”.

Detto così, in linguaggio asettico, sembra una cosa “buona”, con un occhio alle piccole e medie aziende alle prese con problemi storici di liquidità, gestione troppo familiare e poco professionale, debiti pregressi e mercato estero irraggiungibile.

Non è proprio così... Uno dei primi obiettivi della nuova banca di Passera infatti è l’acquisizione di circa 2 miliardi di non performing loans, ossia “debiti incagliati”, prestiti che non rientreranno, ecc, accumulati proprio dalle piccole e medie imprese.

Per capire bene di che si tratta bisogna fare un passo indietro, quando lo stesso Passera divenne ministro dello sviluppo economico e anche di quello delle infrastrutture nel governo Monti. Passera veniva dal mondo bancario, era stato artefice della trasformazione di Poste Italiane da “volgare” società pubblica che distribuiva la posta cartacea e raccoglieva il risparmio dei pensionati (non ridete: la Cassa Depositi e Prestiti si regge su questo, con 410 miliardi di attività) a “quasi banca”. Aveva anche guidato la fusione tra Istituto San Paolo di Torino e Banca Intesa a sua volta risultante dalla fusione tra l’omonimo istituto e Banca Commerciale Italiana.

Con questo background sedeva autorevolmente tra i “grandi tecnici” del governo che aveva sostituito nel giro di pochi giorni il vecchio baraccone berlusconiano, grazie all’intercessione di Giorgio Napolitano e su indicazione precisa scritta nella famosa “lettera della Bce”, dell’agosto 2011.

Quel governo, con Passera dentro, aprì una feroce stagione di austerità, con tagli alla spesa pubblica, inasprimento della pressione fiscale, riforma Fornero delle pensioni (con qualche centinaio di migliaia di esodati rimasti improvvisamente senza lavoro, lontani dalla pensione e con ammortizzatori sociale in scadenza).

Risultato: consumi di massa a picco e imprese operanti soprattutto sul mercato interno in crisi nera. Quindi altri licenziamenti di massa, quasi senza più ammortizzatori sociali, e dunque aggravamento della crisi. Migliorò lo spread, e tanto doveva bastare...

Piccolo problema collaterale: le imprese che fallivano, naturalmente, non ripagavano alle banche i prestiti ricevuti. Così le “sofferenze” del sistema bancario passarono in pochi mesi da 50 a 380 miliardi. Altri licenziamenti, questa volta dei bancari, fusioni, fallimenti, acquisizioni a prezzo di saldo.

Ma anche le “sofferenze”, i crediti inesigibili, hanno un loro valore, e dunque un mercato di “esperti” che riesce a cavare sangue dalle rape mischiando, cartolarizzando, nascondendo e rivendendo debiti.

Diciamo che come ministro dello “sviluppo economico” Passera andava licenziato subito. Lo fu, con tutto il governo Monti.

Anche come banchiere avrebbe dovuto aver finito la carriera, visto quel che aveva combinato... E invee no.

Torna, dunque. E in che ruolo? Il quello di presidente di una banca che guadagna con lo smaltimento della massa di crediti inesigibili che lui stesso aveva generato come ministro!

Il processo era ovviamente già in corso, visto che le banche sopravvissute allo tsunami stanno facendo questa operazione da qualche anno, spesso “rivendendo” quei titoli di debito al 20% del valore nominale.

Direte: ma com’è possibile guadagnare svendendo a un quinto del valore nominale?

Si può fare, si può fare... Intanto perché sei tu, come banchiere, ad acquistare quei debiti a un quinto del valore. In secondo luogo perché ogni debito che si rispetti – proprio come i mutui – ha una “garanzia reale”. Ossia case, immobili, conti bancari, fabbriche, stabilimenti, terreni agricoli, aziende collegate, ecc.

Tutta roba che ha oggi un valore molto superiore a quel 20% del titolo di debito, perché era la garanzia più o meno “paritaria” di un prestito. Detto da salumieri: la banca ti prestava 100 ma pretendeva un’ipoteca su qualcosa che valesse più o meno quella cifra. Dopo il fallimento (dell’azienda o magari della banca), quel titolo finanziario viene acquistato a 20 ma apre la strada alla “realizzazione” – vendita all’asta, oppure diretta, ecc. – di un bene concreto che ha mantenuto più o meno il suo vecchio valore.

Questa differenza costituisce il business di Passera, passato come Gengis Khan sul tessuto produttivo italiano.

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25/02/2018

La crisi vista dalle piccole imprese

La crisi economica che si è venuta a generare in Italia ha colpito, come testimoniato anche dai dati ISTAT, gran parte della popolazione ed ha contribuito a precarizzare ancor di più il mondo del lavoro, dando origine ad un gioco al ribasso sul prezzo del lavoro ed alla cancellazione di quasi tutti i diritti dei lavoratori.

Nessuna categoria esclusa: il capitalismo, come una belva feroce e famelica, si è accanita su più vittime che, isolate e “spogliate” delle proprie protezioni, sono state facili prede del mostro!

Una categoria che sta soffrendo dell’attacco del capitale è quella dei commercianti e dei piccoli artigiani. Ciò che la contraddistingue e che colpisce è che non c’è una benché minima forma di resistenza: vuoi perché per i diretti interessati è difficile far emergere il problema per questioni di “cultura del successo” tipica di questo settore che ti costringe a dare sempre una parvenza di felicità e soddisfazione (se non poi lamentarsi per frasi fatte senza entrare mai nello specifico del problema); vuoi perché purtroppo è spesso lasciata sola ed in balia degli eventi dalla politica.

Negli anni, con le tasche degli italiani sempre più a secco, parecchie attività commerciali o artigianali hanno dovuto necessariamente abbassare per sempre le saracinesche. Il problema, però, non risiede solo nella contrazione dei consumi. Da una parte si è assistito ad una continua e spregiudicata costruzione di grandi centri commerciali, fin dentro le città, in nome della risoluzione della crisi. Dall’altro ciò ha generato una concorrenza spietata “come neoliberismo comanda”, agevolata dalle politiche governative che hanno liberalizzato orari di lavoro delle attività commerciali. E il tutto è stato giustificato come un aiuto all’aumento dei consumi, come se fossero gli orari o i negozi a non dar possibilità agli italiani di generare consumi! A ciò si è unito un eccesso di pressione fiscale (se prendiamo in considerazione il calo dei consumi diventa difficile sostenere questo regime di tassazione).

Commercianti e artigiani sono ormai vittime di grandi multinazionali, di costruttori e della classe politica senza scrupoli che in combutta permettono la costruzione funzionale solo al loro profitto di grandi megastrutture, in barba a tutte le conseguenze compresi vincoli ambientali (vedi il prossimo “Maximall Pompei” costruito in uno spaccato di territorio che straborda di amianto, oppure “Leory Merlin” di Torre Annunziata costruito su dei reperti archeologici, perché il profitto può cancellare anche la cultura!).

Esse, oltre ad essere fonte di profitto per pochi ed impoverimento economico per tanti, sono anche un agglomerato che attraverso grosse campagne di marketing e i prezzi bassi, dovuti ad escamotage fiscali e produttivi, riescono ad attrarre gran parte delle persone che altrimenti avrebbero percorso le strade delle proprie città. Ormai in tutta Italia i centri storici si sono svuotati e sono stati abbandonati a loro stessi. Infatti, una delle “attrattive” che questi posti offrono è un parcheggio, magari gratuito, ma più o meno certo. Cosa che nei centri storici e nelle città latita. È divertente poi assistere a branchi di persone che percorrono chilometri, senza una meta. D’altra parte non si spostano di 100 metri, se non con l’auto, all’interno dei paesi. Ed è qui che bisognerebbe lavorare: far riscoprire alle persone il piacere di una camminata all’aperto piuttosto che in corridoi concatenati senza finestre sul mondo reale!

Allo stesso tempo la maggior parte dei profitti e degli investimenti (comprese le tassazioni) fatti dai “colossi del commercio” non esitano a varcare i confini nazionali alla velocità della luce. Infatti sono posti dove nessuno che non sia una multinazionale può permettersi di pensare di iniziare a lavorare all’interno come venditore di prodotti: producono merci sfruttando in altri paesi la manodopera a basso costo, ci imprimono sopra un marchio che nella società dei consumi conferisce uno status, importano qui vendendo con ricarichi altissimi sui prezzi che però restano altamente concorrenziali nel mercato e, in più, intercettano fondi pubblici alle imprese. Insomma è un posto per una ristretta élite finanziaria che punta a prendersi tutto il potenziale economico di un territorio. In sintesi un gruppo di persone che devastano e saccheggiano l’economia di una nazione al fine di arricchirsi in combutta con le autorità politiche che permettono questo scempio.

Un’altra enorme bugia che serve a far accettare alle persone la nascita di questi enormi obbrobri accanto casa è quella dello sviluppo lavorativo all’interno della struttura in favore del paese ospitante.

Nulla di più falso!

Se per lavoro intendiamo lavorare 7 giorni su 7 anche festivi con salario minimo allora si evince che i centri commerciali non sono altro che generatori di schiavitù, non di lavoro.

Insomma hanno un ruolo antieconomico e antisociale perché di fatto svuotano i territori, li inquinano, li depauperano e si riempiono di persone che lobotomizzano e bombardano a loro piacimento con pubblicità e flash di luci in ogni dove.

Per rilanciare l’economia dei paesi la sola soluzione è impedire la nascita di altri centri commerciali, ritornare ad un’economia basata sul territorio locale e sulle sue peculiarità come agricoltura e artigianato.

Regolamentare nuovamente orari di chiusura ed apertura delle attività commerciali con la reintroduzione del giorno infrasettimanale di chiusura e domenica festiva in base ai settori merceologi per ridare dignità e riposo alla vita dei soggetti che operano nel commercio, ai lavoratori e alle piccole imprese dove proprietari e dipendenti spesso coincidono e sono tutti sfruttati dal capitale.

Bisognerebbe gettare le basi per la creazione di un piano strategico che tenda ad assorbire buona parte dei lavoratori sfruttati dalle grandi multinazionali e, attraverso agevolazioni, dare loro la possibilità di poter scegliere di prendere possesso dei vari negozi sfitti all’interno dei centri storici e delle città. Fare in modo che quei luoghi figli del capitalismo più sfrenato siano sempre più isolati, far perdere loro fascino in favore delle città riportando all’interno di esse i consumi (e non il consumismo!).

Regolamentare le nuove attività commerciali che vorranno operare sul territorio inserendo dei vincoli affinché la stessa categoria merceologica non si ripeta numerose volte rispettando vincoli di metraggio inteso come distanza l’uno dall’altro e mettendo un tetto massimo per categoria in base al numero di abitanti di un comune.

Solo così si può iniziare a difendere una categoria di lavoratori che è ormai da troppo tempo abbandonata da tutte le parti perché troppo borghese per la sinistra e troppo proletaria per la destra. Una categoria di lavoratori che è stata costretta dai governi e dal capitalismo ad auto-sfruttarsi, lavorare sempre più giorni fino a completare la settimana intera di lavoro per provare a reggere la concorrenza con i grandi mostri del capitalismo per provare a riuscire a guadagnare qualcosa oltre le tasse da pagare, essendo certi di non aver alcun paracadute sociale.

E solo così si può provare a ricostruire un tessuto sociale che è ormai morto: non si è più abituati a camminare e percorrere i paesi, non si è più abituati a chiacchierare, si è sempre più soli emarginati ed incattiviti nei confronti di tutti con una certa propensione a vomitare odio verso il più debole, forse perché ci siamo tutti abituati ad essere soli, magari circondati da mille luci, musica e realtà mistificate che ti illudono di vivere un film, ma in realtà si è soli in mezzo al nulla; soli come tanti lavoratori del commercio ed artigiani si sentono in questa fase storica, nel silenzio assordante di tutti; soli così come ci vuole la belva, per attaccarci meglio.

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12/12/2017

I Piani Individuali di Risparmio (PIR) cosa sono e perché sono stati inventati

Sembrerebbe a prima vista una cosa tecnica questa dei PIR (Piano Individuale di Risparmio)[1], utile per i “nonnetti” che avendo paura di esser derubati in casa mettono i risparmi di una vita al sicuro, invece no, proprio no. Premettiamo che chi pesa davvero sul mercato del risparmio sono statisticamente quel 10% delle famiglie che detengono il 50% del patrimonio aggregato familiare italiano e non gli anziani anche se comunque fanno corpo.
 
I PIR sono stati disciplinati con l’ultima legge di stabilità e sono uno strumento di risparmio defiscalizzato se fatto secondo i dettami delle norme che lo regolano. Quindi il PIR unisce il mondo della finanza a partire dall’intermediario che stipulerà il contratto con il risparmiatore e poi il Governo che decide per lo Stato di defiscalizzare. La parola defiscalizzazione gioca un ruolo di specchietto per le allodole senza precedenti nel mondo del risparmio ma il livello di approfondimento che ci interessa è relativo a come muta il rapporto tra finanza e Stato con un Governo che si prostra come i precedenti al monetarismo europeo nella gestione dei rischi.

Si parte dalla Banca d’Italia che ha recentemente stimato sia il potenziale in valore del risparmio delle famiglie italiane che ammonta a migliaia di miliardi di euro (3.897,2 miliardi nel 2014) sia il fabbisogno di ricorso al credito delle PMI (Piccole e Medie Industrie per circa 250 miliardi). Si arriva alle banche le quali con la crisi non concedono più affidamenti come una volta, a causa del rischio di non esser rimborsati dovuto appunto all’andamento negativo dell’economia nazionale. Il fabbisogno delle PMI è nettamente inferiore quindi al potenziale di risparmio per cui si crea un’occasione ghiottissima per il sistema bancario che approfitterà di questa scelta politica indecente e significativa di un nulla politico al Governo.

Il genio capitalista, in veste PD, ha partorito i PIR dove la banca invece di fare l’istituto di credito fa l’intermediario a titolo oneroso chiaramente con una percentuale commissionale nel periodo contrattuale che può arrivare fino al 10%, le famiglie diventano coloro che impiegano le proprie disponibilità finanziarie e le PMI vengono finanziate secondo un criterio di scelta che dipende chiaramente da chi gestisce il prodotto di risparmio secondo scelte guidate da una logica che sfugge completamente sia alla politica che all’etica. Il Governo auspica una spinta produttiva utilizzando i depositi delle famiglie, da parte sua ci mette l’amabile scelta della defiscalizzazione a carico dello Stato.
Il genio ha architettato questo e se nel periodo contrattuale i versamenti del risparmiatore non sono in regola, magari dovuti ad un’impossibilità a guadagnare quanto preventivato dal proprio lavoro visto che il sistema economico non è proprio florido, decade la defiscalizzazione e l'eventuale remunerazione viene tassata.

Il genio viene dall’oltre oceano dove i self direct plans sono nati in una logica generale di retribuzioni e sistema previdenziale statunitense completamente diverso dal nostro dove il versamento mensile viene addirittura iscritto nella busta paga del lavoratore, ma soprattutto si è generato in una fase espansiva dell’economia.

Il Governo italiano non ha inventato niente, ha solo spinto da una parte verso la creazione di un’economia a favore degli intermediari finanziari che soffrono di crisi dell’economia reale e di bolle finanziarie, dall’altra si è ancora una volta disimpegnato da una vero e proprio ruolo nel fare davvero qualcosa di importante e sensato per l’economia nazionale. Un esempio sarebbe produrre delle politiche industriali innovative e non corporative, ma dopotutto perché andare a turbare i rapporti di forza della finanza? Inoltre un po’ d’ossigeno per un sistema bancario malato e decotto vista l’affermazione prossima di piattaforme peer to peer anche per contratti di mutuo (roba tipo questa, ma non è la sola a breve ne nasceranno molte altre riprodotte da grandi capitali con spirito innovativo).

Se la realtà si svilupperà secondo queste premesse siamo di fronte ad un sistema in completa metamorfosi la cui comprensione continua ad essere fondamentale per orientarsi politicamente.

Jack RR

30/05/2017

Rivoluzione industriale 4.0, ossia “contoterzismo” per i tedeschi

L’articolo riguardante il rilancio della manifattura emiliana attraverso la cosiddetta rivoluzione industriale 4.0 ha sollevato attenzione sulla veloce trasformazione in atto nel sistema produttivo italiano. Qui la riflessione del lettore che si firma The Industrialist.

*****

Ho trovato significativo che il trio di conferenze volte a sdoganare l’innovazione di processo – perché di questo si tratta al netto delle roboanti definizioni da vocabolario social – sia stato messo in piedi dalla Messe Frankfurt, fatto che implicitamente segnala una sorta di conflitto d’interessi (interessatissimo) del capitale tedesco nell’operazione.

La Germania è certamente la principale manifattura del continente, soprattutto è l’unica dotato delle economie di scala capaci di sostenere lo sviluppo di innovazioni di processo spinte – nonostante anche da quelle parti non si disdegni la sofisticazione spudorata dei propri risultati, vedasi Dieselgate, e nonostante una carenza cronica degli investimenti anche in terra tedesca – in grado di rendere la produzione sempre più drasticamente autonoma dal “fattore umano”.

E’, quindi, perfino banale sottolineare come proprio il capitale tedesco abbia tutto da guadagnare dal profondo svecchiamento del sistema produttivo italiano, che aprirebbe alle Siemens di turno nuovi mercati, rimasti per altro orfani dei competitori nazionali che nel settore erano tutti in mano pubblica; segnatamente il conglomerato Ansaldo, poi confluito in Finmeccanica/Leonardo che, a far data dalla vulgata privatizzatrice post “mani pulite”, ha progressivamente smantellato tutta quella produzione che non fosse più o meno strettamente correlata con il militare e in cui, peraltro, le maestranze italiane se la giocavano piuttosto bene. Si pensi ad Ansaldo Industria e Ansaldo Energia, ma anche all’Elsag delle produzioni nel settore dell’automazione postale.

Risulta invece meno banale riflettere sul fatto che un allineamento di quanto è sopravvissuto della manifattura nazionale agli standard del centro Europa, garantirebbe migliore qualità e probabilmente prezzi più più competitivi – almeno nel medio termine – proprio alla stessa grande industria tedesca, notoriamente committente per la produzione nazionale.

Potenzialmente, dunque, ci troviamo di fronte a una partita di giro in cui a vincere è comunque il capitale tedesco, che dall’operazione potrebbe guadagnare anche l’occasione per ridimensionare le pretese dei partner est europei, artefici materiali di larga parte del “successo” della grande industria tedesca nell’ultimo decennio mediante delocalizzazioni a prezzo di costo o quasi.

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Come è stato possibile che il populismo attecchisse così rapidamente nel nostro blocco sociale?

Nel ringraziare sinceramente la Rete dei Comunisti per la convocazione di questo incontro, vorrei cominciare questo intervento partendo dalla fine, cioè dalla proposta finale avanzata dal compagno Mauro Casadio nella sua relazione introduttiva: vista la mole di questioni che il dibattito di oggi con Fattore K ha sollevato è opportuno non solo riaggiornarci entro l’anno, ma fare in modo che la nostra discussione e il nostro confronto si alimentino anche grazie ad altri appuntamenti.

Vorrei in premessa sottolineare un fatto: spesso si tende a criticare questa modalità di discussione, ritenuta accademica o autoreferenziale, evidenziando in qualche modo e con vari argomenti il distacco della discussione politica generale, teorica e d’analisi dalla prassi politica, dalla lotta di classe. Bene, ho la profonda convinzione che in questa sede non si corra questo rischio: i compagni qui presenti sono in larga parte quelli con cui siamo scesi in piazza in questi mesi per il No sociale al referendum costituzionale, contro l’UE e tutti i suoi vincoli, contro la Nato e l’escalation che sospinge sul piano inclinato della terza guerra mondiale. Non è poco, e questa sintonia probabilmente agevola, nello spirito sicuramente, la nostra interlocuzione.

E’ assai significativo il titolo che è stato dato a questa conferenza, “I comunisti, il blocco sociale ed i populismi”. Interrogarsi sul nesso tra le difficoltà del movimento comunista, nel quadro della crisi sistemica del capitalismo, e l’ascesa dei cosiddetti movimenti “populisti” è una necessità dettata dalla realtà attuale. Muovendo solo per cenni, vorrei partire dal rimarcare che è bene tenere presente un quadro storico ampio per la nostra riflessione, a partire dal peso che la sconfitta dell’“esperimento profano” dell’Unione Sovietica rappresenta ancora oggi per le organizzazioni comuniste: quella sconfitta deve necessariamente essere indagata e oggetto di discussione – soprattutto nel Centenario dell’Ottobre – poiché le nostre organizzazioni sono ancora lambite dalle scosse che il terremoto rappresentato dalla fine della prima esperienza del socialismo realizzato ha provocato. Un’analisi che deve essere condotta dal rigore degli strumenti scientifici del marxismo, scevro da ogni liquidazionismo o idolatria. Del resto, l’importanza storica sul piano – prima di tutto – internazionale dell’Unione Sovietica, di certo, non sfugge e parimenti questa consapevolezza non è solo qualificabile come patrimonio di “nostalgici” filosovietici, ma ad esempio essa era propria di un esponente della “destra” interna al PCI come Giorgio Amendola, unico sostenitore dell’intervento dell’URSS negli anni Ottanta in Afghanistan durante i lavori della Direzione Nazionale del Partito Comunista che si teneva in quei giorni. Si tratta quindi di andare a fondo nella analisi delle luci e delle ombre di un’esperienza storica complessa ma che sicuramente ha costituito una sperimentazione di valore storico generale per i comunisti, in un secolo come il Novecento che – come definito dal prof. Domenico Losurdo – si caratterizza come una lunga fase storica di “apprendimento” per i marxisti.

Accanto ad una sottovalutazione del portato della sconfitta dell’esperienza sovietica, vi è stata per molto tempo una rimozione della necessità, diventata sempre più stringente col passare degli anni, di un’analisi di fase che, prendendo le mosse almeno da un periodo a cavallo tra fine anni Settanta e inizi anni Ottanta del secolo scorso, arrivasse fino ad oggi. Un’analisi condotta con gli strumenti del socialismo scientifico, oggetto – proprio dopo la fine dell’URSS – di una damnatio memoriae che non sempre è venuta dall’avversario di classe, ma anche dalle fila comuniste: si pensi ai tentativi dissennati di porre in discussione la categoria dell’imperialismo. Per fortuna o per sfortuna ci pensano sempre i fatti – che, come diceva Lenin, “hanno la testa dura” – per definire la validità o meno degli strumenti dell’analisi ed oggi è semplicemente follia o mistificazione negare l’attualità della categoria dell’imperialismo. Vi è stata una sottovalutazione, diventata rimozione di approfondimento, del processo di competizione internazionale (che oggi conosciamo col termine di “globalizzazione”), il quale ha portato ad una liberalizzazione totale della circolazione dei capitali, ad una messa in discussione dell’intervento dello Stato in economia, a favore di teorie monetariste, liberiste, orientate ad un ruolo “minimo” dello Stato e ai tentativi di scardinamento della democrazia – specialmente in Europa – costruita nel secondo dopoguerra. Tutte caratteristiche che connaturano, tra l’atro, il processo di integrazione europea.

Un attacco particolare è stato rivolto alle condizioni materiali del lavoro, nel tentativo di modellare una competizione capitalistica fondata sulla svalutazione del salario e sulla precarietà. In questa ottica, non ha per nulla un ruolo secondario il vero e proprio smembramento e la frammentazione della classe operaia. Tale processo è emblematicamente rappresentato dal caso italiano: dagli anni Ottanta, si assiste ad un proliferare di Piccole e Medie Imprese (PMI), a discapito della grande industria e della manifattura – con tutto ciò che esso comporta in termini di produttività internazionale e sovranità del Paese – è l’inizio di un processo profondo di smembramento del lavoro salariato. E’, questa, anche la forma economica determinata con cui l’Italia punta a giocare un ruolo nei mercati internazionale, affidando alle PMI un ruolo centrale nelle esportazioni (essendo l’Italia un Paese che ha bisogno di importazioni a causa della indisponibilità di materie prime proprie). Oggi, in Italia, le PMI rappresentano il 98, 3% delle imprese. Sono parte di dati contenuti nel Rapporto del CESTES, “Dalla catena di montaggio alla catena del valore”, un rapporto che usciva quasi contemporaneamente all’analisi ISTAT. Quest’ultimo oltre a certificare l’immiserimento di massa ottenuto attraverso le politiche liberiste della UE, provava – in modo interessato – a sostenere la tesi della scomparsa della coscienza di classe per affermare la scomparsa stessa della classe operaia. Tesi mascherate di sociologia, ma pienamente funzionali all’ideologia dominante. Basterebbe citare i dati del rapporto del CESTES (come quelli dell’Istat) per smascherare un’operazione ideologica. Tuttavia, non si può rimuovere una costatazione reale: la scomparsa della coscienza di classe non è cosa distinta dalla proliferazione delle PMI e dallo smembramento della classe lavoratrice: è, evidentemente, più complesso sviluppare un antagonismo di classe tra lavoratori salariati e padroni in micro sistemi produttivi composti da una decina di lavoratori o poco più. Assai più semplice è l’instaurarsi di una sorta di comunione di destini tra padroni e lavoratori, attraverso la totale rimozione dell’antagonismo di classe.

Analizzare questo sostrato non solo è utile per i comunisti, per interrogarsi sulla questione della coscienza di classe, ma aiuta anche a comprendere come sia stato possibile per i “populismi” attecchire così rapidamente in larghe fasce di popolo. Attraverso parole d’ordine interclassiste (mai volte a portare consapevolezza in un ceto medio proletarizzato), rivolte in conflitto frontale con “l’establishment”, contro l’ordine costituito, i populismi hanno attecchito facilmente in un blocco sociale articolato e frammentato, privo di coscienza.

Ma cosa intendere per “populismi”? A mia opinione si può concordare con quanto sostenuto recentemente da Luciano Canfora, il quale ha qualificato questo termine come un’etichetta negativa appiccicata dall’establishment per qualificare in senso deteriore i movimenti ad esso antagonisti nei diversi Paesi. In effetti è da respingere l’uso onnicomprensivo del termine “populismo”: ciascuno dei movimenti così definiti ha, in verità, precise caratteristiche nazionali e particolari ragioni di successo politico. Per quanto riguarda il caso italiano, se è vero che per i comunisti è necessario riprendere un lavoro di analisi ed elaborazione all’altezza del tempo, possiamo dire che non partiamo da zero: già Antonio Gramsci, nei Quaderni, prendeva in esame il ricorso, da parte delle classi dirigenti specialmente nelle fasi di crisi e transizione, di movimenti politici camaleontici, cultori del dinamismo, della modernità, della lotta contro la corruzione, antipartito. Quei movimenti che Togliatti definì come “partiti degli antipartito”. Pare una descrizione certosina del Movimento 5 Stelle, un movimento che ha costruito il suo successo specialmente negli anni del governo Monti, riuscendo ad ottenere un consenso di massa sulle parole d’ordine della lotta alla corruzione politica, contro la casta e sull’onda del malcontento di popolo per le politiche socialmente insopportabili di quel governo. Oggi quel movimento rivela le sue ambiguità essenziali e appare molto lontano dal risolverle in senso positivo.

L’analisi di fase non può inoltre non tenere conto, sul piano internazionale, di un altro fattore decisivo: l’ascesa economica e politica del BRICS richiede necessariamente un supplemento d’analisi, indagare il ruolo internazionale di questi Paesi e i tratti di affinità tra loro può essere utile a tal fine. Autonomia dall’imperialismo Usa-Nato e rilevante intervento dello Stato in economia (per entrambi questi fattori, si può facilmente rilevare una differente intensità a seconda di ciascun paese BRICS singolarmente considerato) sono caratteristiche che meritano e necessitano di un approfondimento adeguato. Del resto, sono i nostri stessi avversari a suggerircelo: ricordiamo tutti la copertina del 2012 di “The Economist” raffigurante il busto di Lenin e, proprio a commento dell’ascesa di questi Paesi emergenti, il giornale capitalista titolava: “il ritorno del capitalismo di Stato”. Tutt’altro che in errore, i giornalisti della rivista economica britannica richiamavano un concetto chiave della teoria di Lenin e, cioè, quello della fase del capitalismo di Stato come immediatamente antecedente all’instaurazione di un modello di società socialista. E’, quindi, per noi quasi obbligatorio approfondire meglio il ruolo di questi Paesi, tenendo conto di una situazione fluida e articolata (emblematici i fatti accaduti in Brasile e l’ambiguità dell’India nel contesto internazionale) e sviluppare una riflessione particolare sulla Cina.

Per quanto riguarda la forma Partito, mi limito a dire che senza un pensiero forte, una cultura politica affine, un’analisi di fase chiara non c’è il partito comunista, ed è probabilmente questo il limite principale dell’esperienza della rifondazione comunista post 1991. Oggi siamo obbligati dai fatti ad aspirare a un forma partito di quadri con vocazione di massa, ma accanto agli elementi oggettivi che impongono una scelta sulla costruzione del partito comunista, vi sono anche elementi soggettivi, vi è una scelta politica di fondo, basti pensare a quella che fu la dialettica/scontro tra l’impostazione dell’organizzazione del PCI in Pietro Secchia e in Giorgio Amendola per averne riprova. Anche su questo tema, dunque, sarà necessario un approfondimento.

Questa brevi considerazioni vogliono essere uno spunto di riflessione comune, non hanno pretesa esaustiva, anzi, a causa dei tempi ristretti per gli interventi sono necessariamente incomplete. Proprio la mole di questioni poste all’ordine del giorno nel nostro dibattito ci induce a riaggiornarci presto e a sviluppare più a fondo un confronto sulle questioni centrali per la ricostruzione comunista nel nostro Paese.

Fonte

27/05/2016

L’inquietante cambio di passo della Confindustria

Il neopresidente della Confindustria, Boccia,  si è presentato ai suoi iscritti – imprenditori e prenditori di varia natura – con il primo discorso di investitura dopo la sua risicatissima vittoria alla guida dell’organizzazione padronale nel nostro paese. Due i passaggi che chiariscono il cambio di passo in corso: l’epoca della piccola impresa è finita (dunque addio per sempre a “il piccolo è bello”) e piede sull’acceleratore  per le riforme controcostituzionali  volute dal governo perché a pag. 17 della sua relazione Boccia sottolinea che sono sei anni – dal 2010 – che la Confindustria chiede la modifica del titolo 5 della Costituzione e la fine del bicameralismo.

Il cambio di passo conferma la visione politica generale della Confindustria. Per le piccole imprese italiane, nel processo di concentrazione/gerarchizzazione produttiva in Europa non c’è più posto.  Quindi devono crescere e concentrarsi o morire, devono trovare il loro posto nelle filiere internazionali guidate dalle multinazionali (subendone tutte i ricatti) o chiudere, devono dare sufficienti garanzie alle banche o resteranno senza accesso al credito. Le banche appunto. L’unica critica è un invito a “visitare i capannoni e a non stare solo negli uffici”. Si realizza così davanti agli occhi dei Brambilla o degli eredi del made in Italy, lo scenario peggiore, da pochi intuito e da molti temuto. In un sistema industriale composto quasi al 90% da piccole imprese nate per aggirare lo Statuto dei Lavoratori o come proiezione naturale di migliaia di operai licenziati dalle grandi fabbriche e diventati “imprenditori di se stessi”, è come se il cielo fosse caduto sulla testa. Del resto sono i numeri a dire che dal 2007 a oggi migliaia di piccole e medie imprese industriali o dei servizi hanno dovuto chiudere i battenti, sia per la recessione sia per l’atteggiamento delle banche che, nonostante la liquidità a disposizione, hanno sistematicamente negato qualsiasi contributo alla tenuta o allo sviluppo del sistema industriale italiano. Non solo. Le uniche banche che in qualche modo – inclusi quelli truffaldini – avevano mantenuto un rapporto con il territorio (le cosiddette banche popolari), sono state messe alle strette. Liquidate, costrette a cercarsi una banca più grande alla quale aggregarsi.

In tutto questo, sia Boccia che l’ex di Confindustria diventato ministro – Calenda – hanno trovato la faccia tosta di riaffermare la necessità delle riforme istituzionali come urgenza per la ripresa. Quanto l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in un baraccone di nominati possa incidere sul Pil resta ancora un mistero sul piano economico. Diventa più chiaro sul piano politico. La Confindustria vuole le mani libere su tutto, non solo sui licenziamenti, la riduzione dei salari, l’aumento dei ritmi di lavoro ma anche sulle procedure su cui si costruiscono i percorsi legislativi e i poteri decisionali. I padroni pensano ormai che è tempo di un cambiamento di paradigma sulle forze fondanti di questo paese e della Costituzione che si erano dati per ricostruirlo dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Boccia e i suoi non hanno più in mente il “patto tra produttori” in cui sia lavoro che capitale contribuivano – scontrandosi o accordandosi – alla crescita del paese, ma hanno in mente un “patto tra proprietari” simile a quello statunitense, in cui sono i rapporti e le condizioni di proprietà a diventare prioritari e decisivi, sia sul piano economico che su quello ideologico, incluso l’accesso alla rappresentanza elettorale. Un ritorno all’indietro di almeno un secolo che manda in soffitta anche il suffragio universale.

Infine, ma non per importanza, è decisivo mettere a fuoco il presupposto di questo processo. Molti giornali oggi dicono che “la Confindustria si schiera con Renzi”. E’ un errore di visione clamoroso. I termini vanno rovesciati. E’ Renzi che ha fatto e sta facendo quello che vuole la Confindustria, la European Round Table of Industrialists e le multinazionali. Del resto era stato Marchionne (uscito da una Confindustria diversa da quella di Boccia) a confermare che: “Renzi ce lo abbiamo messo noi”. Più chiaro di così! Per non suscitare inquietudini tutto lo chiamano “governance”, in pratica è un regime fondato su interessi ben definiti e organizzati: quelli dei ricchi.

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10/04/2014

La vertenza Electrolux e "il piano del capitale"


L'attacco al salario all'Electrolux non riguarda solo la lotta sindacale, ma è invece un tassello centrale del piano padronale di ristrutturazione del modello produttivo italiano.

IL MODELLO PRODUTTIVO ITALIANO

In Italia la crisi generale del modo di produzione ha portato alla crisi di un modello produttivo specifico, quello basato sul cosiddetto decentramento produttivo, che era stato edificato a partire dalla metà degli anni '70 del secolo scorso contro le lotte operaie nella grande fabbrica e per rompere l'unità di classe che si era costruita attorno a quelle lotte.

Un modello produttivo fondato sullo smantellamento della grande fabbrica, esternalizzando interi reparti e trasformandoli in aziende autonome sub-fornitrici e/o terziste; un modello in cui le fabbriche già esistenti non crescevano più, ma costruivano attorno a loro una rete di piccole imprese.

Come risultato dell'introduzione di questo modello produttivo, in Italia nel 2006 solo il 19% dei lavoratori dell'industria e dei servizi era occupato dalla grande impresa (1) (quella con almeno 250 addetti), contro il 45% della Gran Bretagna, il 40% della Germania, il 38% della Francia e il 33% della media UE.

Di contro la microimpresa (con meno di 10 addetti) assorbiva nello stesso anno in Italia il 47% dell'occupazione di industria e servizi contro il 19% della Germania, il 21% della Gran Bretagna, il 25% della Francia e il 30% delle media UE (2) (vedi grafico 1).

Tra i Paesi della UE a 27 solo Portogallo, Cipro e Grecia hanno una percentuale minore di quella italiana di addetti alla grande impresa e solo la Grecia ha una percentuale maggiore di addetti alla micro impresa.

Dunque il modello produttivo basato sul decentramento non è quello che invece è stato fatto proprio dai Paesi più avanzati, ma nello specifico italiano è il modello che ha permesso di spezzare la resistenza operaia e di imporre ritmi di lavoro più alti, salari più bassi, azzeramento dei diritti sindacali e maggiori profitti.

Anche perché i rapporti di forza sfavorevoli ai lavoratori nella fabbrica decentrata hanno pesato sui rapporti complessivi tra capitale e lavoro permettendo accordi sindacali e leggi sempre peggiori: dall'attacco all'indennità di contingenza (scala mobile) nel 1984 sotto il governo Craxi con l'accordo di Cisl e Uil alla sua abolizione nel 1992 con l'accordo triangolare tra il governo Amato, le associazioni padronali e Cgil, Cisl, Uil; agli accordi di concertazione firmati il 23 luglio 1993 sotto il governo Ciampi; alle infinite controriforme delle pensioni; all'introduzione di forme di lavoro servile con il pacchetto Treu e la legge 30.

Un paio di dati possono servire a capire gli effetti dell'introduzione del modello produttivo basato sul decentramento.

Il primo riguarda il numero di ore lavorate per lavoratore dipendente. Un numero che all'inizio degli anni'70 era in calo in Italia così come in Germania, Francia, Gran Bretagna e Giappone.

Ma dopo il 1975 e fino al 2000 il numero delle ore lavorate per dipendente in Italia è rimasto invece sostanzialmente stabile e nel 1988 ha superato quello del Giappone.(3) (vedi grafico 2).

Il secondo dato riguarda la quota del Prodotto interno lordo utilizzata per ripagare il lavoro dipendente.

Tra il 1975 e il 2000 questa quota è scesa dal 51% al 39% per poi stabilizzarsi attorno al 40% fino all'inizio della crisi (vedi grafico 3), anche se tra il 1975 e il 2007 il numero dei lavoratori dipendenti è invece cresciuto, da 15 a 19 milioni(4).

Un maggior numero di lavoratori dipendenti è stato ripagato con una percentuale via via minore della ricchezza creata nel ciclo produttivo, mentre il capitale ha potuto appropriarsi di una quota percentuale in continuo aumento.

IL MIRACOLO VENETO

La strategia del decentramento produttivo fu applicata in modo generalizzato, ma è a nord-est e in particolare in Veneto che ebbe i suoi maggiori successi.

Non è un caso: anche se il Veneto è stato considerata la terza regione industriale d'Italia fin dagli inizi del '900, il suo tessuto produttivo si è sviluppato con molto ritardo rispetto a Lombardia e Piemonte: fino agli anni '60 del secolo scorso era ancora una regione prevalentemente agricola e fino al 1965 una regione povera da cui si emigrava per cercare lavoro altrove.

L'industrializzazione vera e propria del Veneto iniziò solo a metà degli anni '60 con salari inferiori rispetto a quelli del nordovest favorendo quindi nel decennio successivo l'insediamento della fabbrica decentrata.

Tra il 1971 e il 1981 il numero delle unità locali di industria e servizi in Veneto cresce del 50%, contro una media italiana del 27%. Cresce anche il numero di addetti, ma solo del 31%, abbassando quindi il numero medio di lavoratori per unità locale che in Veneto nel 1981 è di 4,4 contro il 5,2 del Piemonte e il 5,6 della Lombardia (5).

Qui il modello del decentramento produttivo ha mostrato tutta la sua potenza, ha trasformato la piccola proprietà agricola in capitale da investire nella piccola impresa e ha proiettato nell'età industriale rapporti sociali fondati sulla mezzadria trasformando il "paron" in appaltatore e il mezzadro in subfornitore o terzista.

Qui il "piccolo è bello" è diventato il mito fondativo di una "piccola patria", distribuendo assieme alle briciole dei profitti (che comunque sono sempre andati per la maggior parte alle grandi e medie imprese che appaltavano il lavoro a quelle piccole) gratificazioni ideologiche (e del tutto gratuite) riguardo alla "laboriosità delle genti del nordest", allo "spirito d'impresa Veneto" ecc.

LA CRISI DEL DECENTRAMENTO PRODUTTIVO

Ma con la crisi vengono al pettine tutti i limiti di questo modello di sviluppo.

Mentre il sistema produttivo globale si è diretto verso la concentrazione produttiva, quello italiano è andato in direzione esattamente opposta ed è arrivato all'appuntamento con la crisi in una situazione di estrema fragilità.

La produzione nella piccola impresa si fonda soprattutto su produzioni a basso contenuto di capitale fisso e ad alto contenuto di forza/lavoro, perché il piccolo imprenditore ha poco credito presso le banche e la sua possibilità di investimento è limitata.

In pratica si è risparmiato sugli investimenti, sul rinnovo dei mezzi di produzione, sulla ricerca, giocando sulla disponibilità di forza lavoro relativamente a buon mercato (6) e, come abbiamo visto, costretta a lavorare il 25% in più che in Francia o in Germania.

La distruzione della grande fabbrica ha raggiunto l'obiettivo che il padronato si era proposto, cioè quello della frantumazione del tessuto di classe, ma allo stesso tempo ha frantumato anche il sistema produttivo.

Con la crisi il sogno del "piccolo è bello" si è trasformato in un incubo.

IL PIANO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE

Per uscire da questo incubo i centri studi padronali stanno mettendo a punto un piano di ristrutturazione di segno opposto rispetto a quello di 40 anni fa.

Un piano che deve anche tener conto del fatto che la crisi sta agendo sui rapporti globali e sta definendo una nuova divisione internazionale del lavoro in cui i paesi a cui fino ad ieri era delegata la produzione di merci ad alta intensità di lavoro e a basso contenuto tecnologico, come ad esempio la Cina, hanno cominciato a produrre anche merci tecnologicamente avanzate e stanno bruciando le tappe dello sviluppo.

La società occidentale fondata sulla rapina del plusvalore prodotto nelle periferie, comincia a realizzare che nel futuro nuovi rapporti di forza potrebbero rendere sempre più difficile questa estorsione globale.

E quindi si comincia a parlare di reindustrializzazione, di accentramento produttivo di quanto era stato decentrato negli anni passati, di reinternalizzazione di quanto era stato esternalizzato, di rilocalizzazione di quanto era stato delocalizzato.

A Treviso nel 2011 Unindustria e sindacati concertativi hanno firmato un patto per lo sviluppo della Provincia in cui concordano sull'obiettivo di: «favorire l'introduzione sempre maggiore e qualificata di contenuti terziari nell'ambito delle attività produttive manifatturiere; incentivare i processi di collaborazione, integrazione e crescita dimensionale delle imprese, con attenzione al governo dell’intera 'catena del valore'» (7).

In parole povere: fine del decentramento, fine del "piccolo è bello", fine della terziarizzazione, nuova centralità della grande industria.

Questo piano non riguarda un futuro più o meno lontano, ma è già operativo oggi. La crisi ha tolto di mezzo le imprese meno competitive nei confronti della concorrenza internazionale. Ad esempio nel distretto della calzatura della Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, sono sparite buona parte delle piccole imprese con meno di 15 addetti.  

Il piano di ristrutturazione non fa altro che assecondare e gestire la crisi, definendo una via d'uscita tutta a favore del grande capitale e della grande industria che hanno dimostrato la capacità di fare profitti anche nella crisi.

I primi a protestare sono artigiani e piccoli imprenditori che si illudevano di essere entrati a far parte dei salotti buoni dell'imprenditoria italiana e oggi sono costretti a fare i conti con il fallimento del loro sogno. Ma la loro protesta non ha futuro e la loro figura è destinata ad una rapida estinzione. Nella migliore delle ipotesi torneranno a fare i capireparto nella grande industria, certamente più livorosi di quanto potessero essere i loro padri 40 anni fa.

L'ATTACCO AI DIRITTI E AL SALARIO: IL CASO ELECTROLUX

Il problema vero dal punto di vista padronale non sono i piccoli imprenditori falliti, ma la possibilità concreta che attraverso il processo di reindustrializzazione si favorisca la ricostruzione di una identità di classe attorno agli operai della nuova grande fabbrica.

Per questo motivo il piano di reindustrializzazione deve necessariamente prevedere un attacco preventivo ai diritti sindacali e ai salari.

La fine della democrazia sul posto di lavoro sancita dal Testo unico sulla rappresentanza sindacale se da una parte è il logico punto di arrivo di un percorso di svendita dei diritti sindacali iniziato con gli accordi di San Valentino e proseguito con quelli di concertazione del 92/93, dall'altra rappresenta anche una delle condizioni necessarie per poter procedere alla ristrutturazione del modello produttivo italiano.

Se fino ad ieri quasi la metà della forza lavoro era impiegata in imprese individuali o microimprese inferiori ai 15 addetti, quindi di fatto senza diritti sindacali, si vuole avere la certezza che nel futuro questi lavoratori non possano ottenerli grazie alla loro ricollocazione in una nuova grande fabbrica.

Questo il senso delle battaglie padronali per l'abrogazione dell'articolo 18 e soprattutto dell'accordo sulla rappresentanza sottoscritto dai sindacati concertativi.

L'obiettivo non è solo quello di colpire il sindacato di classe e chi si oppone al tentativo di far pagare la crisi ai lavoratori, ma anche quello di favorire il nuovo modello industriale in costruzione cercando di ostacolare per più tempo possibile la ricostruzione di una nuova identità di classe.

Ma è soprattutto il costo del lavoro ad essere sotto attacco.

Perché era la piccola impresa ad abbassare la media dei salari. Ma una volta che il piccolo è in via di rottamazione, si vuole evitare che la riconcentrazione dei lavoratori dalla fabbrica decentrata nella nuova grande industria porti ad un aumento generalizzato dei costo del loro lavoro.

Per questo è necessario tagliare preventivamente i salari nella grande fabbrica, per non doverli concedere ai livelli di oggi ai nuovi assunti di domani.

Questo il significato della richiesta dell'Electrolux di ridurre i salari di 3 euro l'ora.

Una richiesta che ha fatto notizia, ma in realtà è stata preceduta da altre richieste analoghe nella media e grande industria veneta.

Ne hanno fatto le spese ad esempio nel padovano i lavoratori di alcune cartiere e industrie metalmeccaniche e tessili, in crisi e non.

Con il beneplacito tacito o esplicito del sindacato concertativo, con trattative collettive o personali, si è trattato al ribasso su tutto e in cambio di investimenti, molto spesso di multinazionali estere, si è accettata una riduzione del personale, un aumento delle ore lavorative e il declassamento della categorie contrattuali.

Il caso Electrolux da questo punto di vista è doppiamente significativo, perché da una parte è una grande industria che ha in Italia quasi seimila dipendenti nei 4 stabilimenti di Susegana (TV), Porcia (PN), Solaro (MI) e Forlì e dall'altra è anche una multinazionale che controlla il 25% del mercato mondiale degli elettrodomestici, ha oltre 60 mila dipendenti nei cinque continenti e 22 stabilimenti nella sola Europa.

E dire grande industria la maggior parte delle volte significa dire multinazionale, indipendentemente che la proprietà sia italiana o straniera.

Alcuni dati relativi alle multinazionali estere in Italia possono servire a chiarire ulteriormente la questione.

La dimensione media delle imprese controllate da multinazionali estere in Italia è di 88,6 addetti (8) contro una media italiana di 3,8 addetti per unità produttiva (9).

Le imprese controllate da multinazionali estere impiegano solo il 7,1% del totale dei lavoratori dipendenti, ma producono il 16,4% del fatturato e il 13,4% del valore aggiunto complessivo.

E infine, ma non meno importante, il costo unitario del lavoro è più alto del 45% per le imprese multinazionali estere in Italia rispetto a quello sostenuto dalle imprese a controllo nazionale (quasi 46 mila euro contro quasi 32 mila).

Certamente si sta parlando dei dipendenti diretti e non certo di quelli dell'indotto.

Ma il problema è appunto quello di riconcentrare nella stessa impresa i lavoratori dei fornitori, dei terzisti e dei servizi esternalizzati, senza però offrire loro un aumento di salario.

CONTRO IL PIANO DEL CAPITALE

E' necessario sottolineare che l'attacco ai salari e ai diritti non è solo il prodotto dell'arroganza padronale, ma è anche la conseguenza inevitabile del nuovo piano di reindustrializzazione.

La resistenza è necessaria, ma se non si mette in discussione il piano del capitale, se non si elabora una diversa prospettiva di sviluppo, la resistenza da sola difficilmente riuscirà ad avere ragione di una ristrutturazione produttiva che verrà rappresentata come l'unica prospettiva possibile di uscita dalla crisi e che sarà anche percepita come tale dalla maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici.

Per questo la vertenza Electrolux e tutte le altre vertenze aperte dal padronato per ottenere una riduzione dei salari e una cancellazione dei diritti dei lavoratori non riguardano solo la lotta sindacale, ma chiamano in campo direttamente la lotta politica, la critica al piano del capitale e la capacità di costruire una prospettiva di società altra e contrapposta a quella dominante.

Anche perché quelli fin qui delineati sono solo i più evidenti tra gli "effetti collaterali" del nuovo piano di reindustrializzazione, ma non certo gli unici.

Questo piano allude ad una nuova divisione internazionale del lavoro, sia a livello globale, sia soprattutto all'interno dell'Unione Europea, che è di fatto il "convitato di pietra" presente a tutti i tavoli di concertazione in cui impone con i suoi vincoli e i suoi diktat il punto di vista del grande capitale imperialista europeo.

Che è poi quello di ridisegnare le periferie interne ed esterne alla UE decidendo dai propri centri direzionali quali debbano essere i luoghi del lavoro e quali quelli del non lavoro. Quali siano i settori produttivi da salvare e quali siano invece le periferie da far precipitare nella disoccupazione per costringere la forza lavoro all'emigrazione o anche semplicemente per calmierare il costo del lavoro.

A tutto questo si può rispondere solo con una prospettiva di cambiamento di altrettanto ampio respiro, che unisca i lavoratori delle periferie interne ed esterne all'Unione Europea contro la borghesia imperialista europea.

NOTE

1) Micro impresa: da 1 a 9 addetti; piccola impresa: fino a 49 addetti; media impresa: fino a 249 addetti; grande impresa: almeno 250 addetti.

 2) Istat. Noi Italia 2010. Composizione della struttura produttiva  http://noi-italia2010.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=15&cHash=3af4f87fc1

3) Database Ameco - Commissione Europea http://ec.europa.eu/economy_finance/ameco/user/serie/SelectSerie.cfm. Quadro 6.4 Average annual hours worked per person employed (NLHA)

4) Istat. Conti economici nazionali. Periodo di riferimento Anni 1970-2010. Pubblicato venerdì 15 aprile 2011. PIL: Tavola 21 - Valore aggiunto ai prezzi al produttore. Costo del lavoro: Tavola 27 - Redditi da lavoro dipendente. Numero lavoratori dipendenti: Tavola 47 - Occupati dipendenti http://www.istat.it/it/archivio/43009

5) Istat. Serie storiche. Unità locali e addetti delle imprese per regione ai Censimenti 1951-2001  http://seriestoriche.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=197&cHash=03482504064221991b3800338a0a3801

6) Nel 2000 il costo unitario del lavoro al lordo dei contributi obbligatori pagati dal datore di lavoro in Italia era di circa 27.700 euro mentre in Germania di 31.400 e in Francia di 30.200 (valori a prezzi correnti).  Database Ameco - Commissione Europea

7) Unindustria Treviso: Sottoscritto il patto per lo sviluppo della Provincia di Treviso da Unindustria e CGIL – CISL – UIL per rafforzare le relazioni industriali e rilanciare lo sviluppo produttivo e occupazionale. http://www.unindustria.treviso.it/confindustria/treviso/istituzionale.nsf/0/B9C7D0842AA05189C12578310033CD88?opendocument

8) Istat. Struttura e attività delle multinazionali estere in Itali. http://www.istat.it/it/archivio/107392

9) Istat Struttura e dimensione delle imprese - Registro statistico delle imprese attive (Asia). http://www.istat.it/it/archivio/106814




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