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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/01/2026

Conflitto sociale, classi e alternativa dentro la crisi del XXI Secolo. Una discussione sul che e il come fare

Qui di seguito tutti gli interventi alla discussione nel Forum “Dalle piazze all’alternativa” organizzato dalla Rete dei Comunisti ieri a Roma.

In ordine i contributi di Mauro Casadio, Sergio Cararo, Franco Russo, Emidia Papi, Giorgio Cremaschi, Cinzia Della Porta, Michele Franco, Paolo Spena, Paolo Ferrero, Bruno Papale, Marcella Grasso, Walter Tucci.



Fonte

09/01/2026

Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?

Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Di questo si discuterà a Roma il prossimo 24 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.

C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali.

Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.

Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.

Ma negli ultimi decenni la fine di ogni mediazione, sociale, sindacale, politica, ha prodotto un processo di politicizzazione delle contraddizioni e dei conflitti. Di fronte al muro alzato delle classi dominanti, la reazione “politica” ha ripreso il sopravvento rispetto alla sua dimensione sociale e vertenziale affossata a tutti i livelli con la collaborazione attiva della sinistra e dei sindacati complici.

Nel periodo successivo alla crisi del debito del 2011, questa tendenza si è più volte manifestata in forme anomale: dal populismo leghista al vaffa di Grillo, fino anche allo spirito rottamatore di Renzi.

Tutte quelle forme di “rappresentanze” si affermarono perché buona parte della società prendeva atto che non si poteva modificare nulla e la reazione all’impotenza si sfogava con il voto per “vendetta”. Ma anch’esso è divenuto oggi poco credibile di fronte alla giravolta della Meloni che è passata dal dire alla UE che “la pacchia è finita” a fare lo zerbino di Trump e della Von Der Leyen.

Uno dei risultati è stato l’aumento esponenziale dell’astensionismo alle elezioni, che ormai supera la metà degli aventi diritto al voto.

È decisivo comprendere come questo processo sia venuto dall’alto, ovvero come conseguenza della frammentazione dell’economia mondiale, dell’affermarsi della competizione su scala globale rispetto ai decenni della concertazione/globalizzazione e da una evidente crisi di credibilità ed egemonia delle classi dirigenti.

Se la politicizzazione delle contraddizioni e del conflitto oggi si materializza inaspettatamente, questa è stata accompagnata anche da altri due processi profondi e oggi irreversibili: quello della velocizzazione dei processi stessi e quello della centralizzazione a livello statuale e finanziario che completano il quadro generale in cui agiamo e di cui dobbiamo tenere conto.

Questo passaggio ha reso visibile la crisi di egemonia delle classi dominanti rivelatesi inadeguate a gestire le contraddizioni che loro stesse avevano prodotto e accumulato nei decenni precedenti. Non solo. Questa crisi di egemonia ha impresso una visibile svolta reazionaria e guerrafondaia delle classi dominanti.

In questo passaggio di fase storica, a nostro avviso, i comunisti tornano a poter svolgere un ruolo decisivo sia sul piano ideologico – e con una visione complessiva del cambiamento politico – sia sul piano della organizzazione degli interessi e delle istanze sociali che aspirano al cambiamento.

Il ripudio del genocidio del popolo palestinese e l’indignazione diffusa per la complicità dei governi occidentali con il genocidio stesso, ha innescato un detonatore tutto politico che è diventato senso comune tra ampissimi strati della popolazione di tutte le età.

Negli ultimi tre anni la guerra e l’economia di guerra sono entrati nell’agenda sindacale e sociale. L’azzeccato slogan “Abbassate le armi, alzate i salari” ha rappresentato ad esempio una sintesi nella quale si sono riconosciute tantissime lavoratrici e lavoratori e non solo.

È emersa infatti una voglia di coerenza e di radicalità che la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” ha interpretato con grande efficacia a partire dall’appello dei portuali genovesi e poi con gli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre fino all’enorme manifestazione del 4 ottobre.

Ma la questione palestinese, apparentemente più lontana dal clima di guerra che ormai si respira a pieni polmoni in Europa, ha avuto la forza di intercettare, sintetizzare e rappresentare un sentimento diffuso di indignazione che ha mobilitato, anche in modalità diverse tra loro, decine di migliaia di persone in tutto il paese.

Questa crescita della mobilitazione popolare sul piano “politico” sta preoccupando seriamente il governo ma sta preoccupando anche le forze del centro-sinistra.

Le mobilitazioni hanno rivelato un potenziale blocco composto dalle categorie sociali massacrate da anni di austerity e frammentazione che sembrano indicare una possibile rottura della “letargia di classe” che ha pesato per anni sul paese.

La nuova fase appare ipotecata dalla ridefinizione strategica degli interessi imperialisti degli Stati Uniti: in competizione aperta con l’Europa e la Cina e con ritrovati appetiti egemonici sull’America Latina.

La retorica colonialista del Piano Trump per la Palestina, ha confermato come nel momento stesso in cui a Gaza sono cessate le ostilità (nonostante le centinaia di palestinesi uccisi), le forze normalizzatrici, gli agenti dell’imperialismo e i complici del genocidio hanno cercato di riprendersi lo spazio che avevano perso in questi mesi. Contemporaneamente i guerrafondai europei intendono approfittare di questa crisi nei rapporti con gli USA per rilanciare la guerra, l’economia di guerra in Europa e imporre una torsione autoritario “sul fronte interno”.

Ma se nel paese cresce una domanda di politica e indipendenza politica adeguata alla turbolenta e violenta fase storica che stiamo attraversando, le forze che agiscono per una alternativa politica di sistema come possono e devono rispondere a tale esigenza? Come possono e devono individuare le forme della sedimentazione delle forze che si stanno esprimendo in questi mesi?

Di questo e su questo la Rete dei Comunisti intende discutere pubblicamente nel paese in un momento di confronto a livello nazionale sabato 24 gennaio a Roma e successivamente articolare questa discussione nei territori.

Fonte

05/10/2024

Il comunismo nel '900? Una sconfitta, non un fallimento

Ieri la prima giornata di lavori del Forum “Elogio del comunismo del Novecento”. Oggi si prosegue la mattina con la seconda e terza sessione, poi interruzione per partecipare alla protesta contro il divieto di manifestazione. I lavori riprenderanno domenica mattina con la quarta sessione.

Pubblichiamo il testo dell’introduzione ai lavori del Forum di Mauro Casadio della Rete dei Comunisti.

*****

La grande rimozione

In questo nuovo cambio epocale si stanno determinando le condizioni per affrontare in modo più oggettivo la grande rimozione politica fatta, in buona e mala fede, sul movimento di classe e comunista del ‘900; necessità che si impone non solo in termini storici ma anche per le prospettive di una, ora di nuovo, necessaria trasformazione sociale. Come RdC già dagli anni ’90 sentivamo questa esigenza tanto da produrre alcune pubblicazioni, titolate “Il bambino e l’acqua sporca”, per indagare più a fondo quelle esperienze cercando, appunto, di salvare il “bambino”.

Ci fermammo, però, in quella ricerca ed elaborazione sia per nostri limiti soggettivi sia perché, nel contesto dell’affermazione globale del neoliberismo, rischiavamo di oscillare tra suggestioni ipercritiche e continuismo dogmatico vista l’impossibilità di avere verifiche certe nella realtà. Ciò non esclude che avessimo già una idea di ciò che era avvenuto e si era prodotto nelle esperienze comuniste dell’est e dell’ovest dell’Europa in particolare, luogo dal quale era partito il moto rivoluzionario mondiale del Novecento.

Se per la soggettività gli esami non finiscono mai, sul piano dell’oggettività la situazione attuale viene ora in nostro aiuto in quanto la crisi di egemonia dell’imperialismo euroatlantico ci fornisce più strumenti per concepire una nuova possibilità di cambiamento di sistema.

Certo se il capitalismo non fosse ricaduto ancora una volta nelle sue intime contraddizioni di fondo parlare del movimento comunista del ‘900 sarebbe possibile farlo solo in termini di ricerca storica, utilissima ma non di nostra diretta competenza.

La fine della “fine della storia”.

Invece la fine della “Fine della Storia” ci permette di tracciare una linea rossa dalla rivoluzione Bolscevica del ’17 utile ad interpretare gli andamenti del conflitto di classe internazionale, ma soprattutto definire il ruolo avuto da essa nel processo di emancipazione generale di tutta l’umanità.

Ed anche di rivendicarlo come prodotto diretto di una grande soggettività, pur contraddittoria, che si è misurata per la prima volta con un progetto di trasformazione sociale radicale e razionale che oggi va colto e rilanciato, nelle forme e condizioni specifiche della nostra contemporaneità, in tutta la sua grandezza e complessità.

Almeno questo è il nostro punto di vista come RdC, la tesi che vogliamo sostenere.

D’altra parte possiamo dire di avere il “vantaggio” di una lettura storica relativa al susseguirsi di diverse fasi in tempi non lunghi come gli ultimi 50 anni, da quella rivoluzionaria a cavallo degli anni ’60 e ’70, alla crisi del socialismo reale fino alla perdita di egemonia del capitalismo reale, che ci permette di analizzare non solo le tendenze insite in questi veloci cambiamenti ma anche le potenzialità di trasformazione che riemergono e che per noi sono la riproposizione del socialismo possibile oggi.

D’altra parte per i comunisti è fondamentale avere il senso della Storia, leggere le forze materiali che la determinano, collocare se stessi dentro tale processo ma rifuggendo da ogni visione teleologica come quella avuta sulla inevitabilità del socialismo che dalla seconda internazionale in poi ha prodotto distorsioni e cecità politica.

Nel Forum fatto nel marzo del ’23 “Il Giardino e la Giungla”, e nei lavori prodotti precedentemente, avevamo individuato una tendenza sul piano strutturale che andava dalla implosione dell’URSS e dalla progressiva integrazione della Cina nel mercato mondiale alla crisi attuale letta come crisi di egemonia dell’imperialismo storico. Questa crisi ha come premessa materiale i limiti che si pongono alla espansione illimitata, quale tendenza immanente, del Modo di Produzione Capitalista sia per le contraddizioni interne sia per i limiti oggettivi che incontra a cominciare dai fattori di crisi ambientale.

La nostra lettura parte non dagli specifici dei singoli capitalismi ma dal moto generale del MPC che, trovando i limiti suddetti, cerca di ricreare i possibili spazi di crescita non più nella crescita generale, come è stato circa dal 1991 al 2007, ma nei molteplici fattori di competizione interna tra soggetti economici e statuali producendo la spinta verso la frammentazione del mercato globale ora confermata dal conflitto economico, politico e militare che sta attraversando il mondo.

Si può dire che la pervasività e trasversalità del conflitto oggi è molto più ampia di quella conosciuta durante i decenni del bipolarismo URSS-USA nato dopo la seconda guerra mondiale con alcuni momenti apicali: in Corea negli anni ’50, in Indocina fino ai ’70, nelle guerre israelopalestinesi ed in alcuni momenti rivoluzionari come quello cubano.

Indubbiamente il conflitto di classe interno ai singoli paesi fu molto alto sia in quelli capitalisticamente avanzati che in quelli del terzo mondo, dove spesso si è espresso con guerriglie e colpi di Stato, ma sempre comunque dentro un equilibrio sostanziale tra le potenze in campo rotto solo con la fine dell’URSS.

Oggi la situazione è diversa, non siamo in presenza di un equilibrio paragonabile al bipolarismo precedente ed avviene in un ambiente sociale molto diverso. Infatti oggi le diseguaglianze sono molto più accentuate e diffuse di prima in quanto la capitalistizzazione delle economie ha coinvolto di fatto quasi tutti i paesi scomponendo i sistemi sociali precedenti, a partire da quelli socialisti, e riproducendo gli squilibri classici delle società capitaliste. Questo avviene, seppur con tempi politici e materiali diversificati, anche nei paesi imperialisti in cui si incrementano crisi sociali profonde ed irrisolvibili.

Questa macerazione delle condizioni sociali complessive costituisce la premessa di molti conflitti e rotture che si riverberano nell’ambito politico, vedi la vicenda Trump e l’estrema destra risorgente nella UE, e spesso tracimano in quello militare a causa del conflitto geopolitico prodotto dalla frammentazione prima citata.

Le tracce di questo processo sono presenti ovunque. In occidente il rischio di una competizione interna più accesa tra USA e UE è latente ma è reale, la guerra in Ucraina è servita a interrompere le relazioni in particolare tra Germania e Russia mettendo però in difficoltà economiche la UE e si incrementerà ulteriormente se gli USA facessero una scelta “neoisolazionista”trumpiana; come è altresì reale la competizione monetaria tra Dollaro ed Euro.

Sempre nel quadrante occidentale del pianeta la riduzione di ruolo dell’imperialismo e del colonialismo produce conflitti e guerre. Il Sud Africa, con gli altri paesi del cono sud, ha scelto la strada dell’alternativa ed ha aderito ai BRICS; nell’Africa subsahariana interi paesi stanno voltando le spalle al colonialismo francese anche con conflitti militari mentre i paesi arabi, dopo gli interventi in Libia, Siria e in Iraq, vivono una condizione permanente di guerre e guerre civili. A questo scenario si aggiunge il ruolo genocida e di gendarme che continua a svolgere Israele contro i palestinesi, ma anche in relazione al Libano, all’Iran e all’insieme dei popoli mediorientali.

L’altra frattura importante è stata la nascita dei BRICS in quanto quella che può crescere è un’area economica autonoma e competitiva dall’Euroatlantismo che rafforzerebbe la sua crisi di egemonia con effetti economici e politici rilevanti indebolendo ulteriormente gli USA oltre che la UE.

Non è certo esplosa per caso la guerra in Ucraina che aveva come obiettivo, ad oggi fallito, di riprodurre con la Russia quello fatto a suo tempo con l’URSS aprendo un fronte militare sulla pelle in particolare degli Ucraini, usati come carne da cannone e che non accenna a chiudersi.

Anche le vicende Latino-Americane relegano il “cortile di casa USA” alla memoria in quanto esiste un fronte nettamente antimperialista che va da Cuba, con la sua grande capacità di esperienza e di lotta, al Venezuela, al Nicaragua, alla Bolivia che mantengono una prospettiva socialista mentre gli altri paesi del subcontinente oscillano tra posizioni reazionarie e riformiste in quanto conferma di una situazione in transizione, come hanno dimostrato le recenti manomissioni diplomatiche ed aggressioni internazionali fatte in occasione delle elezioni Venezuelane.

Se volgiamo lo sguardo nel quadrante orientale del mondo la situazione potenzialmente è ancora più esplosiva perché gli USA stanno costruendo un cordone “sanitario” attorno alla Cina, dall’Australia al Giappone con un accordo militare denominato AUKUS. Quella Cina con una dimensione demografica, economica, finanziaria e militare tale da rimettere in discussione a livello mondiale il primato degli USA, che ancora ragionano nei termini tipici della guerra fredda, sia per mancanza di prospettive alternative che per miseria culturale della sua classe politica democratica e repubblicana.

In circa trent’anni il neoliberismo è riuscito a produrre una crisi finanziaria piegando interi paesi come la Grecia, crisi sociali ed umanitarie fatte in nome della democrazia e dei diritti civili, due guerre come quella in Ucraina e quella pluridecennale della Palestina che invece di risolversi tendono ad estendersi ed incancrenirsi, oltre una miriade di conflitti catalogati sotto le categorie di integralismi religiosi o di nazionalismi prodotti dalla mondializzazione del sistema capitalista. Infine il tutto spinge verso la possibilità di una guerra nucleare che ormai viene evocata esplicitamente e programmata dai paesi che possiedono questo strumento di morte.

Insomma oggi possiamo dire che il capitalismo “vittorioso” ci sta regalando per ora un futuro di guerra “a pezzi”, una regressione sociale e politica generalizzata ed in prospettiva forse anche di guerra nucleare obbligandoci a ragionare sul percorso storico e sul ruolo avuto dal movimento di classe, di quello comunista e dei paesi socialisti nel secolo scorso.

I paradossi di una storia che non è finita.

Non solo è evidente la barbarie capitalista ma vanno rilevati una serie di paradossi da questa generati che mostrano quanto quel ‘900 è presente nella storia attuale alla faccia di chi “coraggiosamente” negli anni ’80 qui in Italia ebbe a dichiarare che la spinta propulsiva della rivoluzione di Ottobre fosse esaurita.

Il primo paradosso che si manifesta è l’odierna alleanza tra Russia e Cina, certo non in termini rivoluzionari come avremmo voluto ma sicuramente come elemento di crisi dell’egemonia occidentale. La rottura voluta da Kruscev nel ’56 non solo è stata un errore strategico ma ha mostrato il limite teorico del gruppo dirigente che si andava affermando alla direzione del PCUS in quanto lo scontro, anche in quella fase, con il mondo occidentale non era esclusivamente militare ma di capacità di crescita complessiva delle forze produttive e della loro possibile socializzazione in quelle società.

Determinare quella dimensione produttiva euroasiatica avrebbe offerto una possibilità di affermazione della prospettiva socialista molto più ampia di quanto sia stato poi effettivamente possibile. Questa necessità paradossalmente si ripropone in forme diverse e non socialiste ma è oggettivamente la base materiale necessaria per rompere, anche oggi, con il dominio occidentale.

La Russia anticomunista di oggi, come ulteriore incongruenza, di fronte allo scontro internazionale è costretta, per darsi legittimità e identità, a ricorrere a scadenze e simboli propri dell’Unione Sovietica, gli unici ad essere irriducibili alla rappresentazione ideologica della “civiltà” occidentale.

L’altro paradosso che si sta evidenziando è che nello schieramento internazionale contrapposto all’imperialismo si trovano quei paesi che hanno ancora un orientamento socialista se non dichiaratamente comunista oppure hanno dato vita alle lotte di liberazione, spesso vittoriose ma che poi hanno accettato i compromessi imposti dalla fine dell’URSS. Oltre la Russia e la Cina c’è Cuba, Nicaragua, Sud Africa, Iran, Corea del Nord, Yemen, Siria, Angola, Mozambico.

Questo è stato possibile perché nel MPC il capitale tende ad espandere la propria pervasività e per fare questo generalizza le forze produttive, la scienza, la tecnologia, la produzione, le infrastrutture e la circolazione di merci e la trasformazione della forza lavoro. Questo processo ha permesso la crescita anche di quella parte del mondo ormai non più alternativa come sistema economico ma non immemore della natura e della storia dell’occidente colonialista.

Molti e continui i detonatori politici che hanno smontato il mito del progressivismo liberale. Alcuni tra i tanti:

La crescita dirompente della Cina.

L’umiliazione imposta alla Russia portando la NATO fin dentro i suoi confini nonostante le rassicurazioni date a Gorbaciov.

La resistenza alle continue interferenze politiche in alcuni paesi come Cuba e Corea del Nord.

Le guerre coloniali iniziate fin dal 1991 contro tutti quei paesi che dovevano essere asserviti, dal Medio Oriente all’America Latina fino all’Africa passando per la ex Jugoslavia.

La truffa operata sulla pelle del popolo Afghano prima usato ed armato contro i sovietici e poi occupato per 20 anni con la retorica sulle donne oppresse e dei diritti civili.

Tutto ciò ha aperto la strada per la creazione di quella maggioranza di paesi oggi predisposti ad una alternativa economica e sociale. Alternativa che si materializza nei voti del Sud del Mondo espressi durante le Assemblee Generali dell’ONU.

Verso il multipolarismo

La forma che sta assumendo il cambiamento attuale è dunque quella del mondo multipolare, è uno scenario che rispecchia molto parzialmente il nostro pensiero sul cambiamento sociale, non ha necessariamente e formalmente l’obiettivo del socialismo, trascina con se elementi arretrati quali quelli religiosi ma è l’unica prospettiva, al momento, che può mettere in crisi il dominio occidentale. Questo per noi è fondamentale in quanto riteniamo sia necessario per i comunisti continuare a lottare e mettere in crisi il proprio imperialismo.

Se questa è la condizione oggettiva, storica, in cui ci troviamo riteniamo altrettanto importante avere le idee chiare di cosa stiamo parlando evitando illusioni di ritrovate patrie socialiste e capire quale funzione svolgere per le forze comuniste presenti nelle cittadelle imperialiste.

Per essere chiari, ed al di là delle tattiche politiche necessarie in una situazione di rimescolamento generale, continuiamo a pensare che Putin faccia parte di quel ceto politico-finanziario parassitario che ha tradito l’Unione Sovietica e la prospettiva socialista; ovviamente saremmo contenti se quello che sta avvenendo implicasse una modifica delle prospettive della Russia ma su questo manteniamo un certo scetticismo. Indubbiamente la difesa nazionale della Russia è una grossa contraddizione per l’occidente che va interpretata e gestita politicamente ma questo non deve incidere su una nostra capacità di lettura razionale, in quanto comunisti, dei complessi processi in atto.

Sempre per non divagare è per noi utile rappresentare con chiarezza quello che pensiamo sulla Cina. Nel gennaio del 2021, in piena pandemia partita da quel paese, abbiamo tenuto un Forum per elaborare un giudizio più organico su quello che stava accadendo nel paese, allora, più popoloso del mondo.

Senza entrare nel merito di quel confronto, il dato di fondo era che il PCC aveva accettato negli anni ’80 un rapporto politico con gli USA, scelta sostenuta già precedentemente da Mao e simbolica fu la partita a Ping Pong tra USA e Cina tenuta nel 1971, ed economicamente ha scelto di gestire il MPC operando su questo una sorta di scommessa strategica con i propri fini socialisti.

Questa, dal nostro punto di vista, non si è ancora conclusa ma certamente in parte è stata vinta con una crescita economica enorme e con un altrettanto enorme ruolo internazionale acquisito negli ultimi anni. Ma va detto anche che da questo punto di vista le contraddizioni che vive la Cina sono grandi, dal ruolo dello Stato nell’economia, alla corruzione diffusa, al rischio di far prevalere gli “istinti animali” del MPC visto che sul controllo di questo si basa la scommessa del PCC.

Per noi i rischi ci sono e sono molti e pensiamo che ne vada fatta una analisi lucida, ma su un punto abbiamo le idee abbastanza chiare cioè che la Cina non è un paese imperialista e questo lo affermiamo non per principi ideologici ma per un motivo materiale.

Se assumiamo una visione d’insieme, dallo specifico del “capitalismo” cinese ai verificati limiti allo sviluppo del MPC, la domanda da farsi è se in una situazione di questo tipo è possibile ipotizzare il passaggio del testimone imperialista dagli USA alla Cina, come molti sostengono.

In altre parole non riteniamo che ci siano le condizioni oggettive (lo spazio materiale) per un tale sviluppo a meno che non ci sia una guerra mondiale/nucleare con una distruzione generalizzata delle forze produttive i cui esiti appaiono difficilmente prevedibili per tutti i soggetti in campo.

Forse è proprio grazie alla coscienza di questa condizione generale che prende quota l’ipotesi del multipolarismo ed entra in crisi il comando occidentale a scala globale. Dunque l’uso del MPC, con tutte le contraddizioni e diseguaglianze che produce, non implica necessariamente una evoluzione imperialista della Cina.

Nel passato della Storia del capitalismo sono già avvenuti dei passaggi da una egemonia di un paese ad un’altra, è avvenuto con l’affermazione dell’Inghilterra divenuta l’impero più grande a livello planetario e con l’affermazione dell’egemonia Statunitense dopo la seconda guerra mondiale.

Il successo di questi imperialismi egemoni si è determinato non principalmente in via militare ma con la capacità di crescita industriale, economica, politica divenuta modello per i capitalismi nascenti dell’800 per quanto riguarda l’Inghilterra e per gli USA l’affermazione del mondo unipolare degli ultimi quarant’anni. Oggi quella dimensione della crescita per riproporre una nuova egemonia imperialista in relazione al capitale circolante a livello mondiale è per noi evidentemente difficile se non impossibile.

La Storia non è finita. La Storia si è rimessa in marcia ridando ruolo alle forze di classe nei paesi fuori dalle cittadelle imperialiste ed a quei paesi che in un modo o in un altro hanno inciso nella storia del ‘900. Per questo non siamo d’accordo con la categoria del fallimento del socialismo e pensiamo che la sconfitta ci sia stata, è stata evidente, va analizzata e compresa ma la sconfitta non è la chiusura di ogni prospettiva rivoluzionaria poiché oggi le contraddizioni stesse del capitale la rivitalizzano.

Questa valutazione non è un messaggio consolatorio per chi è “nostalgico” ma è invece un segnale che intende ridare una speranza a chi è colpito e penalizzato, in particolare in Europa, dal distorto sviluppo attuale: i lavoratori, le giovani generazioni, gli immigrati, e riaffermare che il cambiamento è in atto e che la partita si riapre per tutti coloro che la vogliono giocare senza illusioni e con la consapevolezza dello scontro brutale che implicherà questo livello delle contraddizioni.

Certamente parallelismi con il ‘900 sono fallaci, pensare di riprodurre quelle dinamiche nel nuovo contesto internazionale modificato sul piano sociale, politico e dei rapporti di forza internazionale è un errore di dogmatismo che non fa i conti con la potente dialettica “rivoluzionaria” prodotta dal Capitale in questi ultimi decenni.

Al contrario abbiamo bisogno, rivendicando comunque la nostra storia ma rimettendo mano alla cassetta degli attrezzi marxista, di adeguare gli strumenti analitici, di cogliere i caratteri nuovi e, per molti tratti, inediti della presente fase del capitale tentando di operare, anche per ciò che attiene alla soggettività comunista, un salto di qualità dell’agire politico ed organizzativo all’altezza dell’attuale soglia dello scontro.

Infatti va recuperato, valorizzato e rilanciato il movimento verso il socialismo, convinti di stare ancora dentro un processo storico di cambiamento del mondo essendo coscienti che l’attuale assetto sociale potrà solo peggiorare le condizioni di tutta l’umanità inclusi i popoli che vivono nei paesi imperialisti. Di questo noi come RdC ne siamo profondamente convinti ed è una delle ragioni costituenti della nostra soggettività e del nostro processo di costruzione organizzata.

Questa però non è solo una affermazione aprioristica ma nasce dalla constatazione che gli stessi sacri principi della borghesia internazionale stanno logorandosi dentro il riemergere di contraddizioni irrisolvibili e sempre meno occultabili dalle fumisterie ideologiche e narcotizzanti messe in atto dagli apparati ideologici del capitale.

Il neoliberismo, particolarmente dopo la fine dell’URSS e nei primi anni 2000 con il pieno dispiegamento della cosiddetta Globalizzazione, aveva promesso possibilità di crescita per tutti nella riaffermazione delle libertà borghesi, ma quello che si sta manifestando è una diseguaglianza economica e sociale sempre più profonda, sempre più riconosciuta dalle stessi fonti padronali, che aumenta la distanza tra popoli, all’interno stesso dei popoli, tra generazioni. Non a caso alcuni accademici, di parte borghese, alludono ad una crisi di civiltà delle società liberali e/o capitalistiche.

Il neoliberismo aveva affermato che lo Stato era un danno e che andava limitato al massimo procedendo con le privatizzazioni di aziende e servizi pubblici, con riduzione del personale a cominciare dalla sanità ed in tutti i servizi gestiti dal welfare.

Nei fatti le politiche liberiste hanno ingrassato i profitti delle grandi imprese, della finanza ed hanno impoverito non solo i settori popolari ma anche il “ceto medio” quale base sociale e politica per la stabilità dei governi. La pandemia del Covid 19 ha mostrato come l’impoverimento dei servizi pubblici producesse danni mai visti prima.

Oggi a smentire definitivamente l’assunto di “meno stato e più mercato” emerge chiaramente che il mercato non è in grado di sostenersi da solo ed ha sempre più bisogno del sostegno finanziario e normativo dello Stato e, come definitiva verifica, stiamo assistendo al ritorno del Keynesismo sotto forma di rilancio della produzione militare con tutto quello che ne potrà derivare per la pace nel mondo.

Infine anche il feticcio della democrazia borghese si sta sgretolando, a partire dai paesi imperialisti, con la corruzione sempre più profonda, il moltiplicarsi di fenomeni di grassazione, con una vera e propria degenerazione economica e culturale sempre più pervasiva a causa dell’affermazione delle lobby finanziarie ed industriali.

Anche la degenerazione di classi politiche indecenti, inconsistenti e asservite ai poteri forti sono un altro sintomo di crisi del sistema politico borghese come lo è la crescita dell’astensionismo che, nei paesi dell’est Europa, è arrivato al 70% nelle ultime elezioni Europee.

Elezioni durante le quali è emerso un ulteriore paradosso nelle elezioni in Germania dove le forze antigovernative di destra hanno ottenuto la maggioranza in tutta la ex Germania dell’est rialzando quel muro politico che qualcuno pensava di aver abbattuto.

Esito ripetutosi nelle due elezioni regionali successive che hanno riconfermato la divaricazione politica tra i Lander dell’est e quelli dell’ovest rafforzata proprio dalle politiche sociali di un paese capitalista, nonostante la cinica annessione fatta nel ’90.

Non solo, ma laddove i risultati elettorali non sono quelli desiderati vengono contestate le elezioni come elezioni farsa e vengono messi in moto ad arte movimenti che puntano a ristabilire l’ordine voluto, la vicenda Venezuelana ne è l’ultimo esempio in ordine di tempo. Cosa che si è ripetuta in altre forme anche in Francia con l’indicazione di un presidente del consiglio Gollista nonostante la vittoria e l’opposizione del Nuovo Fronte Popolare.

E noi?

Ricollocare la storia del movimento di classe e comunista del ‘900 è un elemento importante non solo per il passato ma anche per le prospettive; certamente va tenuto conto che questo tipo di ricostruzione di un filo rosso rivoluzionario noi lo dobbiamo svolgere in Italia ovvero nell’Unione Europea, ovvero in un polo imperialista di prima grandezza nonostante le sue molte contraddizioni.

Un polo che stenta a divenire entità statuale sulla base dei criteri storici a cui siamo abituati ma che procede, con percorsi tortuosi, verso una unificazione “sui generis” degli Stati europei, in questo senso la guerra in Ucraina sta fornendo un pretesto forte sia sul piano politico sia su quello più direttamente industriale. Va ricordato in proposito che la Germania e l’Italia si sono costituiti nel secolo XIX Stati Nazionali proprio grazie all’uso dello scontro militare.

Il piano proposto da Draghi parte dall’opportunità offerta dalla guerra in Ucraina ma punta su una omogeneizzazione del sistema industriale continentale fondamentale per procedere nel faticoso percorso di unificazione politica della UE.

Riaffermare un ruolo dei comunisti e del movimento di classe è complesso e difficile perché l’imperialismo, mentre sfrutta e produce diseguaglianze nel resto del mondo, deve in qualche modo non far precipitare le proprie classi subalterne in una condizione di povertà. Ciò per motivi politici, e questi già si vedono nell’astensionismo in crescita e nella volubilità dell’elettorato, sia perché l’occidente è pur sempre il mercato dove realizzare i profitti nella valorizzazione delle merci e dei servizi oltre che con le forme di sfruttamento del lavoro tecnologicamente più evolute.

Non si può prescindere, dunque, nelle analisi e nelle conseguenti valutazioni possibili da questo dato strutturale che, seppure viene sempre più ridimensionato dalla crisi generale, determina una condizione specifica in cui l’esistenza del cosiddetto “ceto medio” contiene le possibilità effettive di conflitto e di crescita per una forza radicalmente antagonista.

Agiscono in questa direzione di “freno” anche altri elementi strutturali quali la scomposizione tecnica e giuridica della forza lavoro; sappiamo bene che l’aumento della composizione organica del capitale, ancor più nei centri imperialisti, riduce la componente del lavoro vivo, sia manuale che mentale, e dunque ne deve abbassare necessariamente i costi cosa che avviene tramite la diffusione della precarietà in forme variegate sia nel settore privato che in quello pubblico.

Significativa è, in questo senso, la modalità mistificante con cui vengono fatte le statistiche sull’occupazione da cui risulta una ridicola percentuale di disoccupati in quanto basta aver lavorato 1 ora nella settimana in cui viene effettuata la rilevazione statistica per risultare statisticamente occupato a tutti gli effetti.

Infine la difficoltà principale che incontriamo nell’organizzazione del conflitto è il prodotto del tradimento delle organizzazioni storiche, politiche e sindacali, e della loro integrazione nella governance capitalistica che hanno portato alla scomparsa della coscienza di classe, all’assenza di riferimenti politici e culturali ed allo strapotere delle classi dominanti. Queste, infatti, operando in assenza di ogni tipo di coscienza e resistenza, hanno gioco facile non solo per ottenere i loro obiettivi ma anche per avere l’adesione passiva all’ideologia dominante.

Questo aspetto è particolarmente rilevante in Italia, a differenza di altri paesi europei come la Francia, la Spagna o la Grecia, dove i ceti dirigenti di derivazione PCI e CGIL sono stati particolarmente abili ad evitare che si ricostituissero forze politiche e sociali in grado di rappresentare una alternativa politica credibile potendo così riportare sotto l’ombrello dell’ideologia neoliberista le classi subalterne che fino agli anni ’80 avevano lottato e si erano battute per una società migliore.

Risalire la china prodotta dalle variegate forme del pentitismo nostrano non è facile proprio perché in chi è penalizzato c’è la convinzione che l’unico mondo possibile è questo, e bisogna accettarlo perché non ci sono alternative.

In realtà l’azione delle borghesie per mantenere in Italia ed in Europa l’egemonia si è collocata su diversi piani: il primo lo abbiamo visto con la politica dello “sgocciolamento” economico verso le classi subalterne, poi con un uso della repressione accorto ma sempre più presente, e su questo la sinistra di governo è stata sempre in prima linea e la più solerte. Anche se ora il governo Meloni cerca di superarla con il ddl 1660.

Ma l’arma principale che garantisce ancora la controllabilità politica dall’interno della classe è l’affermazione, la predominanza dell’ideologia borghese dove ognuno deve pensare a se stesso e dove si è convinti che non si possa immaginare l’esistenza di un mondo migliore.

Se sul conflitto politico e sociale e sulla repressione le forze antagoniste producono risultati a volte pure di rilievo, la sfida sull’ideologia intesa come concezione del mondo è stata completamente elusa.

Come RdC pensiamo invece che questa sfida sia la più importante, vada raccolta e ricostruita una visione generale, ideologica, al di là della paura delle parole a cui hanno tentato di assuefarci, perché il ruolo attivo della soggettività è l’unico che può lavorare per una prospettiva di cambiamento.

Lo “spontaneismo”, il “basismo”, “l’economicismo”, “il pan sindacalismo”, “l’elettoralismo” infatti, si sono esauriti nel momento in cui è stato definitivamente consumato il capitale politico, sociale e organizzativo del movimento di classe e di sinistra in continui tentativi politici fallimentari. Quel capitale inteso come “tessuto” materiale e base della coscienza di classe costruito proprio nello scontro politico del ’900 affermatosi con forza dalla rivoluzione bolscevica e resistendo per decenni ad un nemico certamente più forte.

Questo nostro Forum, dunque, titolato non provocatoriamente “Elogio del Comunismo del ‘900” nasce proprio dall’esigenza di costruire un’altra visione del ruolo del movimento comunista e di classe ed un altro punto di vista del mondo attuale come elemento costitutivo di un processo politico dove vogliamo riaffermare che da una sconfitta si può sempre rinascere, anche in quella avuta con le prime, difficili esperienze socialiste affermatesi per circa settanta anni nel ‘900.

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22/07/2023

In Cina un forum internazionale per studiare l’evoluzione del comunismo

Si è concluso nella città cinese di Kunming l’11° Forum Internazionale sui Movimenti Comunisti promosso dall’Istituto di Marxismo dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS).

Svoltosi quest’anno presso l’Università dello Yunnan, il Forum è ormai diventato uno dei momenti più importanti di attualizzazione del pensiero socialista scientifico per gli studiosi e i ricercatori di impostazione marxista.

Quest’anno, fra la ventina di relatori selezionati, c’era anche uno svizzero: il deputato ticinese Massimiliano Ay è infatti intervenuto accanto a Xin Xiangyang, presidente della CASS, a Guo Qiang, decano di facoltà presso la Scuola quadri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e a Li Shenming, direttore del Centro cinese di ricerca sul socialismo mondiale.

Un riconoscimento ulteriore per il PC svizzero che, seppur di dimensioni ridotte, gode di crescente prestigio per le analisi dei suoi esponenti ma anche per la capacità di rinnovamento della linea politica orientata a “normalizzare” la presenza dei comunisti nel dibattito politico del Paese.

Con Ay sono intervenuti però anche anche altri ricercatori come l’italiano Vladimiro Giacché, vice-presidente dell’Associazione politico-culturale “Marx21”, Souphavady Larkhamsai, vice-decano presso l’Accademia Nazionale di Scienze Politiche e Amministrazione Pubblica del Laos e Nguyen Thi Thu Huon, esponente di spicco dell’Accademia Nazionale di Scienze Politiche del Vietnam.

In pochi decenni vi sarà un’espansione del socialismo

Uno dei più significativi discorsi ascoltati è stato quello di Li Shenming. L’accademico cinese, che non si è fatto problemi a citare nientemeno che Stalin, partendo dalla priorità del Partito Comunista Cinese di far uscire il proprio paese dalla povertà e di ridurre le disuguaglianze anche a livello planetario, si è detto convinto che dopo la fase del capitalismo monopolista si sia ora entrati in una nuova epoca storica caratterizzata dalla decadenza del capitalismo stesso.

Tale processo durerà ancora almeno tre decenni, secondo lo studioso, ma esso è ormai da considerarsi come irreversibile: forme nuove di socialismo saranno quindi realizzate a partire dai paesi emergenti.

Il professore ha poi rotto la tradizionale moderazione cinese e si è sbilanciato in modo molto netto: a nulla varranno – ha dichiarato – i tentativi di frenare l’egemonia del capitalismo atlantico sul mondo né attraverso la “guerra biologica” (un riferimento implicito, forse, alla pandemia da COVID-19?) né attraverso le “proxy war”, ovvero quei conflitti per procura con cui la NATO vuole tentare di limitare l’ascesa delle economie del sud globale (il riferimento alla situazione ucraina appare anche qui abbastanza ovvio).

Imparare dagli errori della storia

Se Li Shenming è ottimista, più cauto l’ex-diplomatico ungherese Gyula Thürmer, oggi presidente del Partito dei Lavoratori di Ungheria (Munkaspart) che ha anzitutto lamentato una ancora troppo scarsa coordinazione fra i partiti marxisti a livello mondiale e una difficoltà, fuori dalla Cina, a ringiovanire le fila dei partiti rivoluzionari.

Dopodiché Thürmer ha analizzato autocriticamente il processo di costruzione del socialismo in Ungheria durante l’epoca sovietica caratterizzato da una scarsa efficienza produttiva che ha reso in seguito il paese dipendente degli investimenti occidentali che alla fine sono riusciti a creare una nuova base sociale interna allo stesso governo favorevole alla svolta capitalista.

Da qui la necessità di cogliere le differenze fra una modernizzazione capitalista come quella dell’attuale governo nazionalista ungherese di Viktor Oraban, il quale prevede non solo alcune riforme socialmente sensibili, ma anche un intervento statale relativamente marcato in economia con tanto di nazionalizzazioni e una via socialista alla cinese che è invece basata su un forte protagonismo popolare e non cede alle pressioni occidentali.

Il benessere materiale non basta: ci vuole anche coerenza ideologica

Xin Xiangyang dal canto suo ha tranquillizzato i comunisti stranieri: la modernizzazione cinese resta legata al socialismo scientifico e benché preveda forme di mercato non ha nulla a che fare con una restaurazione del capitalismo.

La constatazione è che solo con l’abbondanza materiale si potrà modernizzare la nazione e sviluppare la democrazia popolare: è finita insomma per i comunisti cinesi l’epoca del socialismo come uguaglianza sociale ma nella povertà.

Il professore ha poi sottolineato però un dato non secondario: secondo lui la ricerca marxista dovrebbe approfondire la questione del “credere”: non basta solo diffondere il benessere materiale ma bisogna anche costruire una nuova mentalità, dare cioè peso alla formazione ideologica e alla soggettività umana.

Il multipolarismo non è solo geopolitica, è un cambiamento sociale e culturale

Anche Massimiliano Ay ha dato enfasi a quest’ultimo aspetto: nella sua relazione il segretario del PC svizzero ha detto che di fronte alle pressioni e alla nuova ondata di sinofobia e anti-comunismo la soluzione non è nascondersi ma schierarsi apertamente e ha aggiunto:
“dobbiamo rifuggire dalle influenze liberal, riaffermare il marxismo-leninismo, ma provare a renderlo interessante per la realtà nuova in cui ci muoviamo che appunto si caratterizza per una lotta che si esplica anzitutto sul piano internazionale e che vede la principale contraddizione fra imperialismo atlantico e multipolarismo”.
Quest’ultimo secondo Ay è una fase cruciale di trasformazione che apre le porte a profondi mutamenti sociali e culturali, che non si limitano solo agli equilibri geopolitici. Infine il comunista svizzero ha contestato la tendenza dell’estrema sinistra europea di essere affetta da una mentalità inconcludente basata sul “minoritarismo” e ha perorato la causa dell’unità popolare contro quella parte di borghesia svizzera definita “svendipatria”.

Il patriottismo è una parola d’ordine comunista

E proprio la questione nazionale con il nesso che intercorre fra essa e il principio di solidarietà o, come è stato detto più volte, con il cosiddetto “internazionalismo proletario”, è stata oggetto di discussione. Nella sua lectio magistralis intitolata “Sul rapporto tra socialismo, rinascita nazionale e modernizzazione”, il professore della scuola centrale del Comitato Centrale del PCC, Hu Zhenliang ha dichiarato senza mezzi termini che “nonostante la globalizzazione siamo ancora nell’èra degli Stati nazionali”: la difesa della loro sovranità assume quindi oggi una valenza progressiva e anti-imperialista.

Concorde anche Andrea Catone, direttore della rivista italiana “MarxVentuno” intervenuto fra i primi enfatizzando la necessità di unire dialetticamente il patriottismo all’internazionalismo.

Il suo collega Francesco Maringiò, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano e nel 2019 ospite in Ticino dell’Associazione Amici del Ceneri (come il nostro portale aveva riferito) ha provato infine a dare una lettura del processo di modernizzazione cinese con le chiavi di lettura del teorico marxista italiano Antonio Gramsci e insistendo proprio sul concetto di lotta nazionale contro il sistema semi-feudale e semi-coloniale.

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30/05/2017

Come è stato possibile che il populismo attecchisse così rapidamente nel nostro blocco sociale?

Nel ringraziare sinceramente la Rete dei Comunisti per la convocazione di questo incontro, vorrei cominciare questo intervento partendo dalla fine, cioè dalla proposta finale avanzata dal compagno Mauro Casadio nella sua relazione introduttiva: vista la mole di questioni che il dibattito di oggi con Fattore K ha sollevato è opportuno non solo riaggiornarci entro l’anno, ma fare in modo che la nostra discussione e il nostro confronto si alimentino anche grazie ad altri appuntamenti.

Vorrei in premessa sottolineare un fatto: spesso si tende a criticare questa modalità di discussione, ritenuta accademica o autoreferenziale, evidenziando in qualche modo e con vari argomenti il distacco della discussione politica generale, teorica e d’analisi dalla prassi politica, dalla lotta di classe. Bene, ho la profonda convinzione che in questa sede non si corra questo rischio: i compagni qui presenti sono in larga parte quelli con cui siamo scesi in piazza in questi mesi per il No sociale al referendum costituzionale, contro l’UE e tutti i suoi vincoli, contro la Nato e l’escalation che sospinge sul piano inclinato della terza guerra mondiale. Non è poco, e questa sintonia probabilmente agevola, nello spirito sicuramente, la nostra interlocuzione.

E’ assai significativo il titolo che è stato dato a questa conferenza, “I comunisti, il blocco sociale ed i populismi”. Interrogarsi sul nesso tra le difficoltà del movimento comunista, nel quadro della crisi sistemica del capitalismo, e l’ascesa dei cosiddetti movimenti “populisti” è una necessità dettata dalla realtà attuale. Muovendo solo per cenni, vorrei partire dal rimarcare che è bene tenere presente un quadro storico ampio per la nostra riflessione, a partire dal peso che la sconfitta dell’“esperimento profano” dell’Unione Sovietica rappresenta ancora oggi per le organizzazioni comuniste: quella sconfitta deve necessariamente essere indagata e oggetto di discussione – soprattutto nel Centenario dell’Ottobre – poiché le nostre organizzazioni sono ancora lambite dalle scosse che il terremoto rappresentato dalla fine della prima esperienza del socialismo realizzato ha provocato. Un’analisi che deve essere condotta dal rigore degli strumenti scientifici del marxismo, scevro da ogni liquidazionismo o idolatria. Del resto, l’importanza storica sul piano – prima di tutto – internazionale dell’Unione Sovietica, di certo, non sfugge e parimenti questa consapevolezza non è solo qualificabile come patrimonio di “nostalgici” filosovietici, ma ad esempio essa era propria di un esponente della “destra” interna al PCI come Giorgio Amendola, unico sostenitore dell’intervento dell’URSS negli anni Ottanta in Afghanistan durante i lavori della Direzione Nazionale del Partito Comunista che si teneva in quei giorni. Si tratta quindi di andare a fondo nella analisi delle luci e delle ombre di un’esperienza storica complessa ma che sicuramente ha costituito una sperimentazione di valore storico generale per i comunisti, in un secolo come il Novecento che – come definito dal prof. Domenico Losurdo – si caratterizza come una lunga fase storica di “apprendimento” per i marxisti.

Accanto ad una sottovalutazione del portato della sconfitta dell’esperienza sovietica, vi è stata per molto tempo una rimozione della necessità, diventata sempre più stringente col passare degli anni, di un’analisi di fase che, prendendo le mosse almeno da un periodo a cavallo tra fine anni Settanta e inizi anni Ottanta del secolo scorso, arrivasse fino ad oggi. Un’analisi condotta con gli strumenti del socialismo scientifico, oggetto – proprio dopo la fine dell’URSS – di una damnatio memoriae che non sempre è venuta dall’avversario di classe, ma anche dalle fila comuniste: si pensi ai tentativi dissennati di porre in discussione la categoria dell’imperialismo. Per fortuna o per sfortuna ci pensano sempre i fatti – che, come diceva Lenin, “hanno la testa dura” – per definire la validità o meno degli strumenti dell’analisi ed oggi è semplicemente follia o mistificazione negare l’attualità della categoria dell’imperialismo. Vi è stata una sottovalutazione, diventata rimozione di approfondimento, del processo di competizione internazionale (che oggi conosciamo col termine di “globalizzazione”), il quale ha portato ad una liberalizzazione totale della circolazione dei capitali, ad una messa in discussione dell’intervento dello Stato in economia, a favore di teorie monetariste, liberiste, orientate ad un ruolo “minimo” dello Stato e ai tentativi di scardinamento della democrazia – specialmente in Europa – costruita nel secondo dopoguerra. Tutte caratteristiche che connaturano, tra l’atro, il processo di integrazione europea.

Un attacco particolare è stato rivolto alle condizioni materiali del lavoro, nel tentativo di modellare una competizione capitalistica fondata sulla svalutazione del salario e sulla precarietà. In questa ottica, non ha per nulla un ruolo secondario il vero e proprio smembramento e la frammentazione della classe operaia. Tale processo è emblematicamente rappresentato dal caso italiano: dagli anni Ottanta, si assiste ad un proliferare di Piccole e Medie Imprese (PMI), a discapito della grande industria e della manifattura – con tutto ciò che esso comporta in termini di produttività internazionale e sovranità del Paese – è l’inizio di un processo profondo di smembramento del lavoro salariato. E’, questa, anche la forma economica determinata con cui l’Italia punta a giocare un ruolo nei mercati internazionale, affidando alle PMI un ruolo centrale nelle esportazioni (essendo l’Italia un Paese che ha bisogno di importazioni a causa della indisponibilità di materie prime proprie). Oggi, in Italia, le PMI rappresentano il 98, 3% delle imprese. Sono parte di dati contenuti nel Rapporto del CESTES, “Dalla catena di montaggio alla catena del valore”, un rapporto che usciva quasi contemporaneamente all’analisi ISTAT. Quest’ultimo oltre a certificare l’immiserimento di massa ottenuto attraverso le politiche liberiste della UE, provava – in modo interessato – a sostenere la tesi della scomparsa della coscienza di classe per affermare la scomparsa stessa della classe operaia. Tesi mascherate di sociologia, ma pienamente funzionali all’ideologia dominante. Basterebbe citare i dati del rapporto del CESTES (come quelli dell’Istat) per smascherare un’operazione ideologica. Tuttavia, non si può rimuovere una costatazione reale: la scomparsa della coscienza di classe non è cosa distinta dalla proliferazione delle PMI e dallo smembramento della classe lavoratrice: è, evidentemente, più complesso sviluppare un antagonismo di classe tra lavoratori salariati e padroni in micro sistemi produttivi composti da una decina di lavoratori o poco più. Assai più semplice è l’instaurarsi di una sorta di comunione di destini tra padroni e lavoratori, attraverso la totale rimozione dell’antagonismo di classe.

Analizzare questo sostrato non solo è utile per i comunisti, per interrogarsi sulla questione della coscienza di classe, ma aiuta anche a comprendere come sia stato possibile per i “populismi” attecchire così rapidamente in larghe fasce di popolo. Attraverso parole d’ordine interclassiste (mai volte a portare consapevolezza in un ceto medio proletarizzato), rivolte in conflitto frontale con “l’establishment”, contro l’ordine costituito, i populismi hanno attecchito facilmente in un blocco sociale articolato e frammentato, privo di coscienza.

Ma cosa intendere per “populismi”? A mia opinione si può concordare con quanto sostenuto recentemente da Luciano Canfora, il quale ha qualificato questo termine come un’etichetta negativa appiccicata dall’establishment per qualificare in senso deteriore i movimenti ad esso antagonisti nei diversi Paesi. In effetti è da respingere l’uso onnicomprensivo del termine “populismo”: ciascuno dei movimenti così definiti ha, in verità, precise caratteristiche nazionali e particolari ragioni di successo politico. Per quanto riguarda il caso italiano, se è vero che per i comunisti è necessario riprendere un lavoro di analisi ed elaborazione all’altezza del tempo, possiamo dire che non partiamo da zero: già Antonio Gramsci, nei Quaderni, prendeva in esame il ricorso, da parte delle classi dirigenti specialmente nelle fasi di crisi e transizione, di movimenti politici camaleontici, cultori del dinamismo, della modernità, della lotta contro la corruzione, antipartito. Quei movimenti che Togliatti definì come “partiti degli antipartito”. Pare una descrizione certosina del Movimento 5 Stelle, un movimento che ha costruito il suo successo specialmente negli anni del governo Monti, riuscendo ad ottenere un consenso di massa sulle parole d’ordine della lotta alla corruzione politica, contro la casta e sull’onda del malcontento di popolo per le politiche socialmente insopportabili di quel governo. Oggi quel movimento rivela le sue ambiguità essenziali e appare molto lontano dal risolverle in senso positivo.

L’analisi di fase non può inoltre non tenere conto, sul piano internazionale, di un altro fattore decisivo: l’ascesa economica e politica del BRICS richiede necessariamente un supplemento d’analisi, indagare il ruolo internazionale di questi Paesi e i tratti di affinità tra loro può essere utile a tal fine. Autonomia dall’imperialismo Usa-Nato e rilevante intervento dello Stato in economia (per entrambi questi fattori, si può facilmente rilevare una differente intensità a seconda di ciascun paese BRICS singolarmente considerato) sono caratteristiche che meritano e necessitano di un approfondimento adeguato. Del resto, sono i nostri stessi avversari a suggerircelo: ricordiamo tutti la copertina del 2012 di “The Economist” raffigurante il busto di Lenin e, proprio a commento dell’ascesa di questi Paesi emergenti, il giornale capitalista titolava: “il ritorno del capitalismo di Stato”. Tutt’altro che in errore, i giornalisti della rivista economica britannica richiamavano un concetto chiave della teoria di Lenin e, cioè, quello della fase del capitalismo di Stato come immediatamente antecedente all’instaurazione di un modello di società socialista. E’, quindi, per noi quasi obbligatorio approfondire meglio il ruolo di questi Paesi, tenendo conto di una situazione fluida e articolata (emblematici i fatti accaduti in Brasile e l’ambiguità dell’India nel contesto internazionale) e sviluppare una riflessione particolare sulla Cina.

Per quanto riguarda la forma Partito, mi limito a dire che senza un pensiero forte, una cultura politica affine, un’analisi di fase chiara non c’è il partito comunista, ed è probabilmente questo il limite principale dell’esperienza della rifondazione comunista post 1991. Oggi siamo obbligati dai fatti ad aspirare a un forma partito di quadri con vocazione di massa, ma accanto agli elementi oggettivi che impongono una scelta sulla costruzione del partito comunista, vi sono anche elementi soggettivi, vi è una scelta politica di fondo, basti pensare a quella che fu la dialettica/scontro tra l’impostazione dell’organizzazione del PCI in Pietro Secchia e in Giorgio Amendola per averne riprova. Anche su questo tema, dunque, sarà necessario un approfondimento.

Questa brevi considerazioni vogliono essere uno spunto di riflessione comune, non hanno pretesa esaustiva, anzi, a causa dei tempi ristretti per gli interventi sono necessariamente incomplete. Proprio la mole di questioni poste all’ordine del giorno nel nostro dibattito ci induce a riaggiornarci presto e a sviluppare più a fondo un confronto sulle questioni centrali per la ricostruzione comunista nel nostro Paese.

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25/05/2017

Comunisti, tra teoria e prassi

"Oggi però vorremmo affrontare un’altra questione, quella che attiene alla ricostruzione di un punto di vista comunista e del ruolo che i comunisti possono svolgere dentro questo passaggio d’epoca.”

Rete dei Comunisti. Intervento introduttivo svolto da Mauro Casadio al forum “Fattore K. I comunisti, il blocco sociale, i populismi” tenutosi a Roma sabato 20 maggio. (da Contropiano)

Prendo spunto soltanto dal titolo di un capoverso dell’introduzione svolta da Mauro Casadio al convegno di cui si riportano titolo e data di svolgimento per introdurre alcuni elementi di dibattito.

Non entro nel merito delle articolazioni di discorso presenti nel già citato intervento introduttivo perché ho intenzione di limitare al massimo lo spazio utilizzato da queste mie osservazioni.

Come primo punto però mi auguro sia consentito un apprezzamento all’impostazione complessiva: quella ciò implicitamente riferita nel rapporto tra teoria e prassi.

Far vivere nella prassi le indicazioni di un rinnovamento teorico rappresenta il passaggio più arduo da realizzare in questa fase nella quale si esprimono termini di scontro sociale e politico particolarmente complessi, con l’emergere di nuove (e parzialmente inedite) fratture che “spaccano” l’agire politico in forma trasversale separandolo – oggettivamente – dalle forme usuali di azione sociale.

E’ diventato sempre più difficile riuscire a fare in modo che l’esemplarità dell’azione politica possa essere percepita come “parte” di un’azione più complessiva compresa in una prospettiva epocale di alternativa generale, di prefigurazione di “società altra”.

Questo limite deriva dall’introiettazione di due elementi tipici della subalternità della rivoluzione passiva in atto: il primo quello che mi permetto di definire, semplificando al massimo, del “politicismo” (torsione banalizzante del “totus politicus”); il secondo quello del prevalere ormai nell’immaginario collettivo (sempre usando il massimo della semplificazione e della banalizzazione) dell’apparire in luogo dell’essere.

Si evidenzia, ancora, un’altra grande questione che è quella della “memoria storica” e dei suoi necessari riferimenti da assumere: ma anche questo è un argomento che, nella fattispecie, ci porterebbe troppo lontano.

I dati di fondo con i quali abbiamo a che fare nella ricerca di un nesso tra teoria e prassi nel comunismo del XXI secolo deve quindi fare i conti con la “rivoluzione passiva” verso la quale deve essere combattuta una “guerra di posizione” (anche sull’uso di questa terminologia mi tocca fare ammenda circa la banalizzazione, ma non sono riuscito a reperire nel mio bagaglio esplicitazione più efficace).

A questo punto occorre porre con forza un interrogativo: da dove è possibile far ripartire una possibilità di affermazione per l’identità e l’autonomia progettuale dei comunisti?

Senza alcun timore di andare contro corrente la risposta a questa domanda risiede ancora, a mio avviso, nella capacità di avviare una riflessione sul grado di influenza che oggi, nel concreto dei processi in atto, può esercitare una ritualizzazione del concetto gramsciano di egemonia.

Occorre prendere atto del mutamento di alcuni fattori di fondo: sono pressoché esaurite tutte le tradizionali formule politiche (un fatto che apre spazi inediti a un’iniziativa di riattualizzazione dei principi fondativi del nostro agire politico); si sono allargati gli elementi di sfruttamento capitalistico modificando la qualità stessa del rapporto di classe mentre è venuto a mancare, oggettivamente, la disponibilità di un nucleo militante, politicamente preparato e disponibile a inserirsi in tutte le “pieghe della società”.

Il tema dell’egemonia risulta, ancora una volta e più che mai, in stretta connessione con il tema del partito.

Serve, prima di tutto, proprio perché siamo dentro un contesto di “rivoluzione passiva” l’operatività di un partito in grado di agire non come semplice avanguardia, ma come intellettuale collettivo promotore di una trasformazione intellettuale e morale.

L’esigenza rimane quella di lavorare sul lungo periodo all’interno di società che sappiamo essere dominate dalla ferocia dei gestori del ciclo capitalistico, con parole d’ordine intermedie e positive e con una forte attivazione e partecipazione di massa.

La società capitalistica presenta un insieme di contraddizioni emergenti nel suo seno che si affiancano e s’intrecciano a quella capitale/lavoro, come ci capita spesso di elencare (ambiente, razionalizzazione nell’uso delle risorse naturali, interdipendenza dell’economia, differenza di sesso, rapporto profitto/rendita, organizzazione e riproduzione della cultura e dell’informazione, nuovi meccanismi di espropriazione sociale derivanti dall’innovazione tecnologica, fallimento degli organismi sovranazionali, nuovi pericolo di guerra globale, razzismo).

Si sono così prodotte profonde modificazioni nella realtà oggettiva che non generano, però, alcuna acquisizione spontanea di rilevanza politica, in assenza di una presenza di coscienza alternativa in grado di far sentire i soggetti sociali insieme portatori e vittime delle diverse contraddizioni, come parte integrante di un nuovo “blocco storico” destinato a governare la società del futuro.

Emergono qui alcune questioni che riassumo in forma interrogativa, in conclusione di questo intervento: può un partito dell’alternativa comunista svolgere la sua funzione egemonica lavorando anche come punto di sintesi di movimenti autonomi espressione delle diverse contraddizioni operanti nella società?

E’ questo il punto del rapporto con quelli che nell’attualità sono definiti come “populisti”.

La funzione del partito come sintesi dei movimenti: rovesciando il senso dell’errore compiuto, ad esempio, dal rapporto tra partiti e movimento no-global nel suo punto più alto (penso al G8 di Genova).

La proposta specifica è quella di un rinnovamento nella “forma partito” dei comunisti che può configurarsi come proposta di un partito consiliare, da intendersi non come mediazione fra le diverse realtà esistenti, ma come indicazione di una vera e propria terza via tra la pratica inattualità di quello che fu il grande partito di massa, lo scivolamento compiuto nelle aberranti forme dell’agire politico nell’attualità e il rinserramento in un minoritarismo neo – corporativo.

Autonomia, Identità, Egemonia: questi i tre pilastri possibili della soggettività comunista oggi.

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23/05/2017

“La ricomposizione delle forze parte dall’alto e non dal basso”

Innanzitutto un ringraziamento agli organizzatori di questa assemblea. Per noi è un onore essere qui e vi ringraziamo per l’invito e per l’opportunità.

Il Collettivo Comunista GCS è una piccola organizzazione di resistenza secondo la brillante definizione che ne ha appena dato il Compagno Giorgio Cremaschi. Una piccola organizzazione combattiva che esiste oramai da quasi quattro anni. Ovviamente partiamo da un dato di fatto, riprendendo l’intervento della compagna Manuela Palermi che ha detto che i partiti oggi non esistono praticamente più.

Pensiamo che sia in parte vero: lo verifichiamo anche alle Elezioni Comunali di Genova dove, in un fiorire di liste civiche, l’unico partito presente è proprio quello che rifiuta in teoria questa impostazione: il Movimento 5 stelle.

Mentre quello che è il partito più strutturato, il Partito Democratico, si camuffa dietro a liste nominali e da anni non riesce a fare una manifestazione, un presidio o un comizio in piazza.

Occorrerebbe anche riflettere sul fatto che un piccolo collettivo come il nostro, che si dibatte tra mille difficoltà e rimane un piccolo gruppo di militanti, sia riuscito a organizzare quello che è stato, probabilmente, il maggior corteo politico in città degli ultimi anni, dove circa 2000 compagni hanno attraversato la città a una settimana dall’ultima drammatica alluvione.

Uno dei temi che è stato richiamato nell’introduzione di Mauro Casadio è la distinzione tra populismo e comunismo. Siamo ovviamente d’accordo ma occorrerà anche fare chiarezza e proporre una definizione di populismo per sottrarre tale parola all’uso indiscriminato che ne fanno i media.

Allora crediamo che occorra recuperare quella che ci sembra la definizione più sensata, quella fornita da Ernesto Laclau nel suo “La ragione populista”. In quel libro si spiega, in maniera del tutto convincente, che il populismo è una risposta a una serie di domande sociali inevase che pervadono le società in crisi. In tal senso, la risposta populista non può che essere una risposta generica.

Il blocco sociale che sta dietro a questa risposta è quindi, per forza di cose, un gruppo spurio, privo di riferimenti sociali e di classe. E’ quindi ovvio che i populisti sono diversi dai comunisti i quali devono per forza riferirsi alle contraddizioni di classe.

Noi pensiamo che la frattura sociale sia quindi quella tra sfruttati e sfruttatori e non tra chi riesce a ricevere risposte da un sistema e chi no. Esistono certamente vari tipi di populismi, quelli di destra come quelli di sinistra ma la costruzione di una organizzazione di classe è comunque una cosa ben diversa dalla costruzione di un movimento populista.

Negli interventi che ci hanno preceduto abbiamo sentito una serie di considerazioni sul cosa significa essere comunisti oggi. Cremaschi ha sostenuto giustamente che i comunisti devono essere contro il capitalismo. E’ vero ma, vogliamo aggiungere noi, essere contro il capitalismo non basta e bisognerà essere tra coloro che amano il socialismo. Cremaschi ci ha giustamente ricordato che la prospettiva socialista dovrà per forza di cose partire dalle diverse situazioni concrete in ogni paese, ha parlato della questione ambientale e ha voluto introdurre anche il ragionamento sulla decrescita. Siamo d’accordo con l’analisi delle situazioni concrete ma crediamo che una buona base di un ragionamento su cosa significhi socialismo oggi, anche nei nostri territori, possa semplicemente partire da uno slogan che ancora mantiene tutta la sua validità: “lavorare meno, lavorare tutti, produrre il necessario, redistribuire tutto”.

Ovviamente, come collettivo, non possiamo che accettare l’invito al confronto e alla creazione di un gruppo di contatto permanente tra comunisti che è stato fatto nell’introduzione.

Come Collettivo non abbiamo mai pensato di poter essere fulcro della ricostruzione di una organizzazione di classe e crediamo che nessuno tra i presenti possa pensarlo. Per quel che ci riguarda ci consideriamo come un’esperienza transitoria e siamo pronti a scioglierci anche domani.

Ci sembra anche giusto sottolineare, come fatto da Mauro Casadio in apertura, che la ricomposizione organizzativa debba per forza partire dall’alto e non dal basso. Da una azione soggettiva di avanguardia e non dall’accumulo delle lotte. Sappiamo che è una discussione storica e qui non possiamo approfondire. Ci limitiamo a sottolineare che in questi anni, come è stato più volte sottolineato anche oggi, si è smarrita la coscienza di classe e chi lotta spesso è privo di una visione generale dei rapporti sociali. In questa fase partire quindi dalle lotte per ricostruire una organizzazione ci sembra impossibile e non proponibile.

Ovviamente l’idea di avviare un ambito di confronto comune è giusto e doveroso ma, per evitare di perderci in discussioni senza costrutto, pensiamo che si debba esplicitare bene la strategia a breve termine che ci deve guidare. Per noi deve essere la ricostruzione di una organizzazione di classe unitaria. Questa organizzazione comunista assume quindi un valore strategico e, in questa fase, deve necessariamente affiancare una struttura di fronte più tattica in grado di interagire con la struttura sociale disgregata che abbiamo di fronte.

Per questo riteniamo comunque fondamentale procedere con la costruzione della Piattaforma Sociale Eurostop che stiamo avviando in questi giorni.

Collettivo Comunista GCS

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Ancora contro l’economicismo

Contributo al forum “I comunisti, il blocco sociale, i populismi”

Cari compagni,
anche se non ci è possibile partecipare al convegno su “Comunisti, blocco sociale e populismi” da voi organizzato, riteniamo comunque doveroso mandarvi un nostro contributo perché la vostra lettera di invito non chiama ad un generico dibattito ma individua nodi assai importanti, sui alcuni dei quali qui vorremmo esprimervi  il nostro punto di vista.

Per cominciare vogliamo sottolineare un fatto che tutti noi diamo talmente per scontato da non riuscire a coglierne appieno il significato: l’arretramento generale dei comunisti in Occidente deriva soprattutto dalla sconfitta del comunismo storico novecentesco, ed è soprattutto a causa di ciò che i comunisti arrivano disarmati, come voi notate, all’appuntamento con l’attuale crisi del capitalismo. Ci sembra opportuno richiamare questo evento “genetico” perché, ad esempio, il “politicismo” che giustamente criticate (ossia la propensione per il lavoro istituzionale, l’allontanamento dal confronto quotidiano con le masse, ecc.) può essere veramente superato soltanto se si comprende che esso deriva anche dal fatto che la politica (compresa la nostra politica) da molti anni si svolge “in assenza di orizzonte”, ossia senza il riferimento concreto ad un’alternativa radicale allo stato di cose presente. In queste condizioni un vero superamento del politicismo non può consistere soltanto nel recupero della dimensione militante e di massa del nostro intervento, ma richiede che tutto ciò sia accompagnato dall’indicazione di una politica che sia degna di questo nome, e che quindi sia orientata all’avvicinamento concreto ad una forma possibile di socialismo. Un avvicinamento che non può non includere, in particolare in condizioni di crisi, esperienze di governo sia a livello locale che, soprattutto, nazionale. Se non ci poniamo questi problemi (e porseli non significa certo correre verso una qualunque soluzione istituzionale non appena essa sia apparentemente possibile) ci riduciamo al vertenzialismo, fungiamo, magari con buoni risultati, da “struttura di servizio” per le proteste e per i movimenti, ma al momento delle scelte politiche generali lasciamo di fatto le masse in balia delle numerose pseudo-alternative presenti sul mercato, e così favoriamo di nuovo una forma di politicismo. Inoltre, in mancanza di un obiettivo generale che imponga di pensare alla connessione tra l’azione di oggi e quella di domani, i nostri quadri, fissandosi sulla dimensione tattica immediata, finirebbero per essere comunque subalterni alle situazioni date (sia nella società che nelle istituzioni) oscillando inevitabilmente tra movimentismo e opportunismo. La difficoltà dell’iniziativa quotidiana di massa dipende anche dalla nostra incapacità di indicare ad esse una realistica speranza. E d’altro canto il naufragio della quasi totalità dei militanti che abbiano avuto incarichi istituzionali non deriva solo dall’assenza di rapporto con le masse, ma anche dall’assenza di rapporto con una prospettiva.

Detto questo, a noi pare che sia utile individuare sinteticamente gli elementi di debolezza teorica del nostro campo (debolezza a cui voi fate più volte cenno) nell’incompleto superamento della versione economicista del marxismo, versione che aveva iniziato ad essere efficacemente criticata negli anni ’70 ed ’80 dello scorso secolo grazie ad un lavoro teorico che si è però di fatto interrotto con il crollo dell’esperienza del socialismo reale e con la connessa crisi del movimento operaio occidentale.
Estremizzando (ma non troppo) i tratti fondamentali dell’economicismo marxista, diremo che esso è caratterizzato dalle seguenti tesi:
- la dinamica sociale del capitalismo è mossa dallo sviluppo delle forze produttive;
- tale sviluppo è lineare e progressivo e determina univocamente le forme culturali e politiche che gli corrispondono e che da esso dipendono in maniera meccanica;
- lo sviluppo delle forze produttive ha un contenuto sostanzialmente “neutrale”, perché dà luogo ad una socializzazione della produzione che costituisce la base della società socialista;
- esso peraltro produce anche il soggetto della rivoluzione socialista, perché generalizza il lavoro salariato e lo concentra in masse sempre più grandi, aumentandone la forza sociale e la consapevolezza politica, cosicché il punto più alto di sviluppo del capitalismo diviene anche il punto del suo rovesciamento radicale.

In modi diversi, questo economicismo ha influenzato sia la seconda che la terza internazionale, ha contato non poco nel condizionare negativamente la strategia del movimento comunista e la stessa costruzione del socialismo, e si può agevolmente dimostrare che esso influenza decisamente anche quella che è, purtroppo, la forma attualmente più diffusa di marxismo in Italia e in Europa: il cosiddetto operaismo, poi post-operaismo, poi “italian theory”, che peraltro riassume ed estremizza molti degli errori dell’intera sinistra radicale.

All’opposto di quanto abbiamo appena sintetizzato, la critica antieconomicista, che riteniamo vada ripresa e sviluppata, parte invece dall’assunto secondo cui la dinamica del capitalismo è mossa dalla necessità di riprodurre i rapporti sociali antagonistici tra capitale e lavoro (e, a livello mondiale, fra territori dominanti e territori subalterni). Lo sviluppo delle forze produttive è una delle forme della riproduzione di questi rapporti antagonistici, e quindi le stesse forze produttive sono tutt’altro che “neutre”: la tecnologia è costruita in modo da favorire la subordinazione dei lavoratori, e la stessa socializzazione della produzione avviene in maniera gerarchica, opponendo capitali grandi e piccoli, territori subordinati e dominanti. Proprio il carattere antagonistico dei rapporti sociali fa sì, inoltre, che essi non possano essere riprodotti soltanto per via economica, e rende necessario l’intervento stabile dello Stato che, perciò, deve essere ritenuto elemento essenziale del funzionamento del capitalismo, un elemento che agisce in forme specifiche (diverse in ogni fase storica), che non è semplice appendice dei monopoli, e che, a differenza di quanto spesso argomentano gli economicisti, non può sparire a causa di una presunta integrazione armonica dei processi produttivi mondiali. L’antagonismo dei rapporti sociali, le contraddizioni della socializzazione, le forme diversificate dell’azione dello stato spiegano il carattere disarmonico e non lineare dello sviluppo delle forze produttive e del complesso della società: nessuna legge prescrive che il risultato della dinamica del capitalismo sia sempre e comunque una maggiore integrazione dell’economia mondiale, né che a questa eventuale integrazione (che andrebbe peraltro assai meglio misurata, stabilendo in maniera univoca quali siano i criteri che ci fanno dire se essa cresce o diminuisce) debba necessariamente corrispondere una ed una sola forma di stato, ossia uno stato globale e sovranazionale e/o un non-stato dedito soltanto ad alcune funzioni tecnico-amministrative. Le tre forme-base assunte dalla statualità (la città stato – o stato regionale, lo stato nazionale e l’impero) non sono i gradini di un progresso che inevitabilmente conduce dal “più piccolo” al “più grande”, ma sono forme che vengono di volta in volta usate o scartate a seconda se siano in quel momento funzionali o meno alla riproduzione dei rapporti tra capitale e lavoro e tra diverse frazioni di capitalisti. Il passaggio dal semi-impero statunitense e/o dal polo imperialistico europeo ad una nuova tendenziale nazionalizzazione non è un incidente occasionale, un malaugurato intoppo nelle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo: è il risultato degli antagonismi acutizzati dalla globalizzazione, l’inevitabile ritorno alla frammentazione ed alla guerra dopo la falsa pacificazione mercantile del mondo.

Nonostante quanto si dice in giro sull’irreversibilità della “Storia”, quindi, il capitale può “tornare indietro” (altrimenti non sarebbe tornato al liberismo, o non sarebbe tornato – dando vita all’euro – alla rigidità monetaria propria di quel gold standard che era stato a suo tempo abbandonato). E così possiamo fare anche noi: i grandi marxisti antieconomicisti ce lo hanno detto. Gramsci scriveva che se è vero che l’unità nazionale è un fatto obiettivamente progressivo, quando il processo di unificazione è univocamente gestito a vantaggio delle classi dominanti nulla vieta ai subalterni di tornare almeno momentaneamente a forme regionalistiche. E Lenin, a favore dell’autodeterminazione delle nazioni e contro le teorie dell’ultraimperialismo già allora in voga (e terribilmente smentite dal primo conflitto mondiale,) diceva che il fatto che l’economia di una nazione sia “ormai” integrata a quella di una nazione più grande e potente, non deve essere sempre e comunque considerato irreversibile e positivo: se si tratta di un’integrazione subalterna la nazione più debole ha il diritto di separarsi, magari per ricontrattare le forme dell’integrazione. Detto di nuovo in termini generali: non è affatto scontato che una integrazione della produzione possa essere meglio gestita da uno stato sovranazionale; anzi, soprattutto per fuoriuscire da un regime capitalistico per il quale integrazione significa gerarchizzazione, l’esistenza di stati nazionali (uniti da una confederazione o comunque da un patto politico) può meglio tutelare i territori più deboli invertendo o quanto meno arrestando la gerarchizzazione stessa. La mediazione post-’45 fra stati nazionali europei non ha affatto escluso gli scambi e la cooperazione ed ha favorito una crescita relativamente equilibrata. La nascita del super-stato europeo ha invece aumentato gli squilibri.

Come si vede, si parte da un confronto apparentemente astratto tra economicismo ed antieconomicismo, e si arriva ai temi scottanti dell’oggi. Ed alla legittimità di un discorso nazionale da parte del proletariato e del blocco sociale di cui esso potrebbe far parte. Non solo: sviluppando la critica antieconomicista si può porre su più solide basi la questione del soggetto e, appunto, del blocco sociale, che è l’altra questione importante che voi ponete nel vostro invito.

Non c’è nessuna lineare necessità storica che garantisca che il lavoro salariato possa essere sempre un soggetto rivoluzionario e che anzi proprio nel punto più “alto” dell’organizzazione capitalistica del lavoro si celi il becchino del capitalismo stesso. L’impostazione teorica di Marx prevede, al contrario, che il lavoro salariato sia in quanto tale preda del feticismo della forma-salario, che occulta la vera natura del rapporti tra capitale e lavoro: per cui la formazione del proletariato come soggetto politico è in realtà una trasformazione culturale, politica ed organizzativa che fa sì che il lavoro salariato non si pensi più e non agisca semplicemente come tale, ossia non si muova semplicemente sulla base dei suoi immediati interessi materiali, che, di per sé stessi, possono condurre a scelte assai diverse tra loro. L’esperienza storica non fa che confermare tutto ciò: tutti i più importanti processi rivoluzionari, soprattutto nell’occidente capitalistico, sono stati contrastati non solo dalla classe avversa, ma anche e più insidiosamente da frazioni dello stesso proletariato (in genere proprio le frazioni più avanzate, quelle che si situano nel famoso “punto alto”) e dalle loro organizzazioni. Dal che si deduce, tra l’altro, che il fatto di agire come classe non è per nulla una garanzia: la forma classista dell’azione del proletariato (ossia quell’azione che prende le mosse dall’unificazione capitalistica del proletariato stesso, dalla radicalizzazione dell’azione sindacale e dall’esistenza di partiti proletari) può darsi contenuti politici assai differenti l’uno dall’altro. L’attuale, e probabilmente momentaneo, declino di quella forma non deve essere quindi visto sempre e comunque come un ostacolo insormontabile allo sviluppo di una lotta dei lavoratori, lotta che può esprimersi in molti modi (anche se alla fine deve convergere comunque verso obiettivi socialisti).

Oggi stiamo scontando, anche in questo campo, proprio la natura nient’affatto lineare e progressiva dello sviluppo delle forze produttive. Se per Marx la grande industria e la società per azioni conducevano ad una concentrazione del proletariato e ad una dispersione della proprietà (basi soggettive ed oggettive del comunismo), l’industria attuale e l’attuale presenza degli investitori istituzionali portano,  all’inverso, ad una concentrazione della proprietà  e ad una dispersione del proletariato. Sia all’interno della grande impresa, sia nel rapporto tra grande impresa e piccole imprese terziste, sia, ed ancor più, nella selva del precariato o delle finte partite Iva, il proletariato si separa in un vertice garantito, fortemente qualificato, stabilmente occupato od occupabile, ed in una larghissima base che ondeggia invece tra lavoro e no, tra piccola impresa familiare e lavoro salariato, tra lavoro servile e lavoro addirittura gratuito. In tali condizioni, aggravate come si diceva dalla sconfitta storica del socialismo e, aggiungiamo, dalla sostituzione scientifica, nella funzione di perno della soggettività,  della figura del produttore con quella del consumatore mobile  e “reticolare”,  è inevitabile che la lotta dei lavoratori assuma forme populiste e che quindi il populismo (ossia un linguaggio che non si presenta immediatamente come classista) divenga la forma generale della lotta di classe, non solo delle classi intermedie, ma anche del proletariato. Tale forma, che da un punto di vista economicistico e lineare può apparire come un regresso (e per molti versi lo è), da un punto di vista storico-materialista è semplicemente il campo d’azione dato per i comunisti, campo al quale i comunisti devono adeguarsi, riconoscendone i limiti e le opportunità. Opportunità tra le quali annoveriamo la propensione a porre immediatamente il problema della sostituzione del ceto di governo: il che, se non è ancora la posizione del problema del potere di stato, è comunque un punto di vista più avanzato di quello per ora espresso dal proletariato organizzato e “garantito”, oggi subalterno al capitale transnazionale.

Ecco, la questione della costruzione del blocco sociale deve per noi partire da queste considerazioni. E quindi dalla forma nazionale dello spazio in cui agiamo, dal carattere inevitabilmente populista del soggetto a cui ci riferiamo, dalla natura eminentemente politica (programmatica, prospettica e quindi potenzialmente di governo) della nostra azione di radicamento nelle masse. Un radicamento che richiede un forte mutamento di stile di lavoro e di linguaggio se si vuole intercettare il cambiamento di forma della lotta di classe di cui abbiamo poco sopra parlato. Un mutamento di forma tale per cui, se il concetto di classe e di lotta di classe hanno sempre una validità euristica indiscutibile, il nostro linguaggio classista e conflittuale diviene invece controproducente sia perché, oggi, i membri della classe non si riconoscono più immediatamente come tali, sia perché i conflitti sono spesso diversi da quelli a cui siamo storicamente abituati, sia perché la grande maggioranza delle persone, oggi come e più di ieri, non partecipa direttamente ai conflitti (se non in situazioni apertamente rivoluzionarie) e ha bisogno, in attesa dei momenti di più acuta ed inevitabile mobilitazione, non dell’incitamento alla battaglia ma di una forza che carichi su di sé l’onere del conflitto, da un lato individuando un nemico assoluto, dall’altro indicando una soluzione concreta ai problemi quotidiani. Ci piaccia o meno, dobbiamo saper essere contemporaneamente rivoluzionari e “moderati”. Oggi, per trasformare quel blocco sociale potenziale di cui voi parlate in un blocco sociale effettivo e consapevole, dobbiamo inventare uno stile discorsivo che non parta (o non parta sempre) dalla classe, ma piuttosto dalla dimensione popolare e nazionale, per argomentare comunque obiettivi socialisti e quindi internazionalisti. Precisando che lo stesso discorso “nazionale” non si trova bell’e pronto nelle abitudini e nella memoria del “popolo” (dove piuttosto sembra dominare un a-nazionalismo che non è affatto internazionalismo, ma è piuttosto sfiducia nella possibilità di una politica autonoma sia in campo estero che all’interno) e deve invece essere costruito come discorso della riappropriazione delle risorse create dal lavoro e dal risparmio, una riappropriazione che oggi assume inevitabilmente forme nazionali perché l’espropriazione del lavoro è oggi attuata e/o acutizzata soprattutto dal capitale “transnazionale”.

10/05/2017

Il “fattore K”. Comunisti, blocco sociale, populismi

Che relazione agisce tra i comunisti, il blocco sociale antagonista e quelli che oggi vengono liquidati come populismi? Se ne discuterà a Roma sabato 20 maggio in un forum organizzato dalla Rete dei Comunsiti.

La crisi sistemica del capitale investe con particolare profondità i paesi imperialisti quali gli USA e l'UE. Questa crisi sta manifestando sempre più il suo carattere sociale coinvolgendo direttamente la classe lavoratrice ma anche settori della società che fino a ieri erano considerati ceti medi, piccola borghesia e categorie professionali.

Le conseguenze assumono le forme della disoccupazione e del precariato diffusi, della riduzione generalizzata dei redditi, del degrado sociale nelle grandi aree metropolitane del paese, in sostanza la mancata crescita che blocca i paesi imperialisti, oggi penalizza la classe lavoratrice, i settori proletari ma anche ambiti sociali ben più vasti. Tutti vengono derubati del futuro nel senso che non riescono ad intravvedere una fuoriuscita dalla condizione attuale, nonostante che negli ultimi anni – ed ancora oggi – si continuino a narrare le prospettive rosee, momentaneamente oscurate, del presente assetto sociale. Questo processo di disgregazione dei corpi sociali e di occultamento ideologico della realtà sta producendo un blocco sociale di fatto che, pur non orientandosi politicamente in modo automatico, sta sviluppando un antagonismo radicale e rabbioso.

I comunisti nel nostro paese, ed in quasi tutta Europa, a questo appuntamento con la crisi capitalistica, arrivano disarmati sia dal punto di vista pratico, avendo disperso le forze accumulate in decenni di conflitto di classe, sia teorico, avendo abbandonato ogni strumento di lettura di classe della realtà del paese. Questa condizione soggettiva di impotenza ha aperto le porte ad un populismo indeterminato che sta raccogliendo, in vari contenitori politici, quell'antagonismo radicale e rabbioso che ha, al di là della percezione soggettiva dei settori sociali, una natura di classe e anticapitalista.

Il motivo per cui si è giunti a questo stato di cose, nasce dalla mancata interpretazione degli effetti delle trasformazioni nazionali ed internazionali, soprattutto di quelle avute nella costruzione del polo imperialista europeo, sul piano produttivo, sociale del ruolo dello Stato, che hanno fatto cambiare "pelle" alla classe pur non cambiandone la natura, anzi allargando i processi di proletarizzazione di ampi settori sociali avviatisi ben prima della crisi economica e finanziaria del 2008. A questa incapacità di "seguire" le forme cangianti della classe si è sostituita una generica categoria politica, quella della "sinistra" antagonista o radicale o altro ancora, che ha soltanto prodotto il logoramento del capitale sociale, politico e culturale accumulato fino agli anni '80 da un duro conflitto con il padronato ed i governi.

Il procedere di questo approccio politicista nella realtà concreta, ha assunto il carattere della disgregazione dei settori organizzati, dal sindacato alle cooperative, dalle case del popolo ai movimenti sociali ed ai comitati di quartiere, che hanno garantito per decenni la tenuta politica ed organizzativa del movimento comunista organizzato, in quanto si è abbandonato ogni corretto rapporto con l'analisi teorica piegata invece e troppo spesso alle contingenze politiche che di volta in volta si pensava fossero centrali.

L’analisi teorica sulle classi sociali e la loro rappresentanza, ha invece avuto sempre un ruolo centrale nella costruzione del movimento operaio che, a partire dall'analisi delle classi, ha permesso la costruzione di una progettualità che desse al proletariato anche nel nostro paese organizzazione ed identità. Dunque la crisi dei comunisti, l'aver lasciato spazio alle espressioni populiste regressive, è prima di tutto il manifestarsi della incapacità teorica di analizzare le dinamiche di fondo del capitalismo moderno e delle relazioni tra le classi.

Oggi ci troviamo di fronte non solo alla necessità di costruire momenti conflittuali e di lotta per contrastare la deriva della incapacità delle classi dominanti – dalla regressione sociale fino al manifestarsi della tendenza alla guerra – ma bisogna risalire la china di una lettura teorica della classe lavoratrice nell'attuale società, che ci permetta di andare oltre le sole lotte vertenziali e di ripensare l'organizzazione nelle forme moderne come nelle dinamiche che oggi il capitalismo produce.

Bisogna ridare corpo al progetto ritrovando per il pensiero marxista una funzione concreta nella condizione attuale, ridando priorità all'organizzazione di classe, alla costruzione della coscienza e soprattutto costruendo quella rappresentanza politica dei settori sociali che è il presupposto fondante di ogni rappresentanza istituzionale. Questo va detto sulla base di una chiarezza politica e teorica per impedire il riaffacciarsi di quel politicismo uscito sconfitto dalla storia e che ipoteca la ripresa dei comunisti nel nostro paese dagli anni '90, una coazione a ripetere che si stenta ad abbandonare nelle proprie concezioni. Al contrario occorre riaffermare oggi, dentro la crisi e i pericoli di guerra, il carattere militante delle organizzazioni comuniste in quanto è l'unico in grado di costruire nel tempo e con progettualità quel collegamento organico e strutturato con la classe reale nel nostro paese.

Per questo proponiamo di aprire un confronto tra organizzazioni comuniste, quadri e militanti che si riconoscono in quella storia e progettualità e invitiamo a discuterne il prossimo 20 maggio in un forum a Roma.

Rete dei Comunisti

Fonte