Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/08/2023

[Contributo al dibattito] - Egemonia e rivoluzione

di Nico Maccentelli

Introduzione

Questo intervento non vuole dare certo un quadro esaustivo dell’attuale fase politica italiana e internazionale, ma articolare alcuni aspetti politici, che sino a oggi non mi risulta siano stati sviscerati con compiuta contezza.

L’eredità analitica della Terza Internazionale, ci diceva che i processi rivoluzionari hanno delle proprie peculiarità in base alle composizioni sociali e ai rapporti tra le classi sociali, seguendo uno schema interno alle diverse formazioni economico-sociali: rivoluzioni democratico-borghesi nei paesi in via sviluppo (o sottosviluppati) con diverse gradazioni in base al livello raggiunto dalle forze produttive e alla crescita dei mezzi di produzione del capitale nella formazione delle classi operaie, fino alle rivoluzioni proletarie socialiste a guida proletaria nei paesi a capitalismo avanzato. Ora nel sistema mondo, per essendoci ancora le diverse gradazioni di sviluppo e la diversità delle composizioni sociali, non si può non aver capito come la questione nazionale sia in realtà questione dirimente anche nelle società complesse, di fronte a un dominio imperialista fortemente gerarchizzato che ridisegna le colonie e neocolonie anche dentro la catena dei paesi imperialisti stessi.

Le lotte per l’emancipazione di settori sociali e di classe, per la liberazione della donna, per l’indipendenza nazionale, sono tutte parti di un mosaico che definisce nella sua generalità la lotta di classe nel sistema capitalista. Dentro questo sistema vigente vi sono forme di egemonia e di oppressione differenziate che vanno a comporre un mosaico assai frammentato. Le lotte non seguono un percorso e non hanno un posizionamento definito, ma sono divise e spesso anche in conflitto tra loro.

Tuttavia, le particolarità rischiano di fuorviare la direzione rivoluzionaria giusta nei conflitti sociali e ogni particolare rischia di assumere una sua centralità. È il limite contraddittorio delle istanze sociali spesso giuste e sacrosante, ma che non colgono più il cuore del problema dell’oppressione generale da parte dell’imperialismo sui soggetti, sicché ciò favorisce quel lavoro controrivoluzionario che stiamo vedendo nelle “rivoluzioni” e nei movimenti colorati.

Un primo passo per comprendere se delle istanze di liberazione siano manipolate e usate contro la rivoluzione socialista o siano nella direzione giusta è appunto la direzione stessa che prendono nel conflitto, la scelta di campo. L’egemonia sociale, ma soprattutto politica (in dialettica tra loro) definiscono il carattere rivoluzionario o quanto meno progressivo di un processo. Per meglio intenderci vanno fatti esempi concreti.
 Un esempio tipico riguarda il Rojava da una parte e l’Ucraina dall’altro.

Due contesti che rivelano come i nostri fan della rivoluzione curda abbiano preso un abbaglio, riportando meccanicamente la Resistenza del popolo curdo, il municipalismo comunitario dell’autogestione popolare democratica dei popoli in quella zona, in una frase: l’autodeterminazione dei popoli in un contesto in cui questa no c’è. L’Ucraina: la direzione politica e le forme di gestione del potere sono addirittura naziste banderiste, non vige certo alcuna resistenza di popolo ma una direzione dall’alto della NATO nella guerra contro la Russia, dopo anni di aggressione sanguinaria alle popolazioni russofone del Donbass. Semmai è nel Donbass, tra la popolazione russofona che si è ripresentata questa questione, dopo il golpe di Euromaidan e una vera e propria pulizia etnica da parte dei nazi banderisti. Semmai è la miriade di azioni di Resistenza alla repressione della SBU (servizi segreti, la Gestapo ucraina), atti di diserzione, tentativi di espatrio e di darsi alla macchia per non divenire carme da cannone a rappresentare l’autodeterminazione del popolo.

Il primo processo di guerra rivoluzionaria contro poteri esterni (la Turchia), ossia quello curdo nel Rojava è a direzione popolare dal basso, esattamente come lo zapatismo o le guerriglie come quella filippina. E poco importa, in questo caso, se tatticamente può avere avuto un sostegno militare degli USA, nel fornire loro appoggio contro il Daesh. Qui siamo davvero su un terreno della tattica come fu per il CLN e in particolare i comunisti nella guerra al nazifascismo del 1943-45, dove l’apporto militare degli alleati (paesi imperialisti) fu addirittura decisivo per la Liberazione.

Il secondo è il mero esercizio sotto il giogo anglo-euroimperialista di un regime nazista che ha soppresso in Ucraina le più elementari libertà democratiche, perseguito le opposizioni, adottato assassinii e torture come prassi dominanti, in un quadro politico nei rapporti tra potere e opposizioni del tutto inesistenti. Un paese terrorista che nel perseguire le politiche di potenza e di aggressione dell’unipolarismo, non determina nulla a vantaggio delle masse popolari di quel paese.

Dunque fa specie che personaggi della sinistra radicale, “libertari” che hanno vissuto l’esperienza del Rojava, o sindacalisti di base, o ancora realtà che si dicono autonome, municipaliste o anarchiche finiscano con il sostenere i nazi-banderisti del governo di Kiev e in ultima analisi la NATO.

1. Cosa ha significato la lotta politica di massa in questo periodo di pandemia da Covid-19: indipendenza e classe

Molti soggetti e piccole organizzazioni si sono battute in questi tre anni contro le restrizioni che sono state adottate dai sistemi politici dominanti e contro l’imposizione dei sieri genici alla popolazione. C’è chi si è limitato a vedere la questione come un attacco alle libertà civili che definisco borghesi, ossia nate dai cambiamenti messi in atto dalle borghesie liberali negli ultimi duecento anni, considerandoli come libertà assolute ed esaustive, ma senza inquadrare il problema dentro gli scopi fondamentali dei ristretti ceti dirigenti che sono essenzialmente quelli del capitalismo dominante.

Questo insieme di vertenze avevano il denominatore comune nei principi costituzionali che sono inscritti nella nostra Carta, nella visione di una loro applicazione che non si è mai realizzata e quindi della conquista finalmente di una sovranità nazionale, del popolo per il popolo.

La comprensione di un passaggio autoritario di portata epocale, ossia che ha chiuso e aperto un’epoca nuova per le democrazie liberali nel divenire democrature: democrazie borghesi senza nemmeno una soglia minima di rappresentatività, non ha corrisposto a una piena comprensione di questo passaggio, poiché la fase precedente è stata letta da una pletora di apprendisti dell’antagonismo interclassista come un periodo ideale, democratico, non viziato (in realtà) dalle politiche di regime delle classi dominanti del capitale e quindi priva di un’analisi marxista rivoluzionaria che ci porti dalla fase precedente a quella attuale con una lettura politica coerente.

Infatti, dopo il ciclo espansivo del capitalismo nel secondo dopoguerra del secolo scorso, alla crisi strutturale e di sistema si accompagna da circa quattro decenni una risposta neoliberista di distruzione dello stato sociale e della politica keynesiana con l’inizio del tatcherismo e reaganismo e a una progressiva separazione tra democrazia rappresentativa e politica coercitiva dominante di tali ceti basata sul TINA: there is not alternative. Questo passaggio politico autoritario è il prodotto storico ed epocale di questo processo di dominio di classe e di sistema a livello planetario, con il quale procede l’imperialismo, ossia la catena di paesi imperialisti a dominanza USA.

Considerata questa traiettoria politica di sistema, il passaggio pandemico coincide con l’avvento di un totalitarismo dei grandi gruppi oligopolistici multinazionali e finanziari sul resto dei settori sociali, compreso il piccolo capitalismo e le attività territoriali di prossimità. Dunque, le restrizioni delle più elementari libertà, per un approccio marxista al problema, rappresentano una vera e propria svolta autoritaria, biopolitica, tecnologica di controllo e irreggimentazione dei rapporti sociali e di produzione e circolazione del capitale, che oppongono le oligarchie transnazionali del capitale al resto della società che vive e produce in un dato territorio.

Per questo, le lotte dei sabati contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, contro il lockdown e le norme che di sanitario non avevano nulla, sono elemento fondamentale sia sul terreno della questione nazionale, dell’indipendenza dall’oligarchia sovranazionale del capitalismo, sia su quello della lotta di classe tra basso contro l’alto, tra classi popolari che vanno dal proletariato più o meno precario ai ceti medi colpiti da tale irreggimentazione, contro i ceti politici di regime e gli apparati che dentro lo stato capitalista conducono per campagne emergenziali, in modo bipartisan, destra o sinistra che sia, gli interessi del TINA, dalla pandemia alla guerra. Occorre pertanto comprendere che la politica di questo sistema di potere del grande capitale degli oligopoli multinazionali e finanziari ha due fronti:

a) un fronte esterno di riaffermazione manu militari dell’egemonia atlantista messa in discussione dalle tendenze economiche e geopolitiche al multipolarismo di popoli e paesi sul piano internazionale, ben rappresentata dal suo epicentro bellico (su cui non mi soffermo per ragioni di spazio) della guerra in Ucraina, gravida di un’escalation autodistruttiva in una guerra su vasta scala, dove l’obiettivo è separare la Russia dall’Europa e sottomettere quest’ultima al disegno suprematista dell’anglosfera a dominanza USA;

b) un fronte interno, in cui il grande capitale finanziario e multinazionale riconduce le filiere, i flussi di capitale, i rapporti commerciali e di committenza, le modalità consumistiche, l’accesso alle risorse, i sistemi di relazioni sociali e di welfare, la catena del valore sotto il proprio diretto controllo, configurando questo totalitarismo politico, tutt’altro che transitorio. In questo si spiega il superamento della democrazia borghese liberale e non certo il suo trionfo. Per questo anche se spontaneamente e istintivamente sono scese in campo componenti di borghesia colpita da questa irreggimentazione.

Questa duplicità delle questioni pone una duplicità nella lotta per l’egemonia. Ma questo lo vedremo in seguito, sul finire di questo saggio.

2. Lo scenario internazionale

Nello scenario internazionale vediamo due tendenze scontrarsi:

– quella egemonica dell’imperialismo atlantista a dominanza USA e i suoi vassalli, i paesi imperialisti come UE, Canada, Giappone e Australia;

– e dall’altra potenze mondiali e regionali capitaliste come Cina e Russia, India ossia i BRICS, ma anche paesi che procedono in processi di transizione al socialismo, da Cuba al Vietnam, dalle esperienze sudamericane di ALBA e il bolivarismo.

Questa seconda tendenza rappresenta nel complesso quella parte maggioritaria di mondo che non costituisce un blocco omogeneo come quello atlantico. Sono paesi spesso in frizione tra loro, ma che rappresentano la spinta alla decolonizzazione, ossia a rompere i vincoli coloniali e neocoloniali della supremazia dell’Occidente che fino ad oggi si è espressa con lo sfruttamento delle risorse, il monopolio commerciale e finanziario: dall’egemonia del dollaro a quella del franco CFA. È uno scenario diverso dalla tripartizione di mezzo secolo fa tra capitalismo, socialismo e paesi non allineati, ma è comunque l’espressione che assume oggi la contraddizione globale tra imperialismo e popoli emergenti, per la quale un sincero schierarsi verso questi ultimi, al di là dei singoli sistemi politici in campo, costituisce una scelta di campo strategica antimperialista e internazionalista.

Questo schierarsi con il multipolarismo e la decolonizzazione, con tutte le loro contraddizioni sociali e culturali, non significa ripudiare lotte sacrosante come la laicità dello stato contro le teocrazie, l’emancipazione della donna o la stessa lotta proletaria contro gli specifici capitalismi, ma comprendere che l’emancipazione globale dal lavoro salariato, la democrazia socialista dei consigli e della socializzazione dei mezzi di produzione passa strategicamente dall’individuazione del nemico principale su scala planetaria, che è unipolare e suprematista sul piano economico, dalla sua sconfitta e dall’affermazione di un sistema mondiale multipolare che aprirà a nuovi cicli di lotte popolari in ogni specificità, ma soprattutto ci farà uscire dallo spettro sempre più imminente di un conflitto atomico. E dalla polvere radioattiva non nasce nessuna società democratica, né tanto meno socialista. Così come, nella migliore delle ipotesi, non nasce certo da un’imposizione bio-tecno-fascista di modelli di sfruttamento e consumo basati su un sempre più goebbelsiano sistema mediatico di consenso valoriale. Non nasce nulla di buono da un società della sorveglianza discriminatoria e selettiva sui comportamenti compatibili e acquiescenti, aderenti alle varie emergenze imposte e alle campagne del terrore allarmistico di cui il capitalismo unipolare si nutre e domina.

Occorre dunque riappropriarci di una politica del cambiamento radicale dei rapporti sociali e di forza tra classi, a partire dalla composizione sociale, dai settori sociali che nel nostro paese ci troviamo ad avere, per quello che essi sono, senza rievocare rivoluzioni del passato nelle modalità in cui sono avvenute e costruirci mentalmente proletariati granitici e coesi, che esistono solo nei giornaletti e nei proclami di una sinistra comunista ormai in confusione e priva di una visione realistica della fase e del contesto socioeconomico e culturale che ha davanti a sé.

Occorre comprendere le contraddizioni economiche e sociali, e quindi politiche, della nostra contemporaneità, che muovo dialetticamente bidirezionalmente dal generale al particolare e dal globale al locale, riconoscendo in questa dialettica le tre contraddizioni fondamentali dell’epoca attuale.

3. Le tre contraddizioni

Partendo dal generale e arrivando al particolare, dal mondiale al locale, ci troviamo davanti a tre contraddizioni entro le quali operare, senza distorsioni meccanicistiche e nostalgie del passato che fu.

1. La contraddizione tra imperialismo e popoli/paesi (già trattata nel punto precedente), dentro la quale in chiave capitalistica o welfariana-statalista, pur burocratica ci stanno varie forme di capitalismo regionale o nazionale. Ma anche esperienze di carattere socialista, come il bolivarismo. In sintesi: la contraddizione tra unipolarismo e multipolarismo. Da una parte abbiamo un blocco coeso di paesi imperialisti che riproducono, o intendono farlo, le dinamiche di accumulazione capitalistica di sempre, di stampo predatorio coloniale e neocoloniale, di supremazia negli scambi basati sul dollaro, di controllo dei flussi economici sulle materie prime, sulle filiere, sulla ripartizione dei mercati e sulle politiche di sfruttamento intensivo della forza-lavoro. Dall’altra il resto del mondo, piuttosto diversificato per realtà economico-sociali e culturali.

A questa politica di supremazia, quindi, non corrisponde un blocco contrapposto omogeneo, se non un’alleanza tra due potenze: Cina e Russia. Il resto è una rete di partenariati a livello mondiale, coordinati da alleanze economiche come i BRICS o l’alternativa alla Banca Mondiale: NDB (New Development Bank), che sta attraendo sempre di più paesi. Più che di “interimperialismo” (con buona pace delle tesi neutraliste e manichee nel loro essere dottrinarie quanto eurocentriche) si tratta di uno scontro tra il dominio colonialista e predatorio ultrasecolare del sistema imperialistico occidentale e il processo di decolonizzazione e sganciamento della parte di mondo fatta di questi paesi e popoli in via di sviluppo.

2. La contraddizione dentro le nazioni stesse tra le diverse frazioni di capitale e di borghesia, che corrisponde del resto a quelle frazioni capitaliste che rispondono alle politiche di potenza del capitalismo unipolare e delle sue cancellerie occidentali e dall’altra quel piccolo capitale che ha i propri interessi economici e le sue attività sul territorio di riferimento.

In definitiva è la contraddizione interna agli stati nazione tra classi capitaliste locali, nazionali e imperialismo atlantista unipolare. E anche in questo caso vive la lotta di classe tra diverse frazioni borghesi: capitale sovranazionale delle oligarchie dell’alta finanza e delle multinazionali e piccolo capitale, borghesia nel vero senso della parola, ossia che ha i suoi interessi prevalenti nel borgo, mentre questo viene devastato dalle grandi filiere della produzione multinazionale, della logistica che impone nuove modalità di accesso alle merci e al consumo, l’amazonizzazione della circolazione del capitale. A farne le spese, dunque, è anche l’economia di prossimità. E anche in questo caso dentro i settori sociali legati al territorio abbiamo la composizione di classe proletaria, spesso non facilmente distinguibile se non dal fatto che il TINA delle politiche neoliberiste imposte dal grande capitale oligopolistico ha imposto il blocco dell’ascensore sociale e la pauperizzazione o proletarizzazione di vasti settori di piccola e media borghesia. Sicché ci si chiede se una famiglia composta da un piccolo commerciante ortofrutticolo con moglie operaia in cassa integrazione è proletaria o piccolo borghese. O ci si chiede per esempio se un impiegato licenziato che si mette a fare il fontaniere con partita IVA è collocabile sempre nella medesima categoria del lavoro subordinato o cosa un operaio o cosa. Una visione schematica dell’esercito industriale di riserva, dopo decenni in cui si è passati dall’operaio massa all’operaio sociale, e in cui abbiamo avuto forti cambiamenti tecnologici nei processi di produzione, non solo non aiuta ma è fuorviante e occorre agire nell’ambito di una composizione sociale subordinata estremamente (questo sì) fluida e mobile dentro i recinti dello sfruttamento capitalistico nelle sue varie modalità di lavoro subordinato.

3. È precisamente questo il terzo punto: il proletariato con la sua contraddizione capitale/ lavoro esiste, è il cuore epocale e apicale del problema, la contraddizione di ultima istanza, che non va trascurata, ma fatta vivere dentro le altre contraddizioni. Chi la mette al centro tatticamente e meccanicisticamente agendo su vecchi schemi politici e modelli di classe anacronistici, elidendo, ossia, cassando le altre due contraddizioni è destinato a fare la fine che sta facendo: essere esterno e marginale allo scontro tra unipolarismo e multipolarismo, tra popoli ed élite, nel conflitto intercapitalistico e interborghese in atto, come se la questione non riguardasse il proletariato stesso. Significa costruirsi un recinto politico avulso dal resto della società e della classe stessa, dalla composizione sociale di classe, restringere il campo dei referenti sociali e condannarsi alla marginalità politica. E nel nostro paese la forza politica di un soggetto di classe non esiste proprio per questo. Si approda, per esempio, a un mutualismo missionaristico, che surroga la funzione del pubblico di welfare invece di rivendicarlo come sottrazione/riappropriazione di ricchezza sociale, pianificazione e centralità dei bisogni sociali delle classi popolari, ripensando a un ruolo socialista dello stato anche dentro un’economia di mercato (che diverrebbe così di transizione), con una forte presenza di settori sociali di piccola e media impresa che non possono certo essere kolkovizzati tutti d’un colpo.

In definitiva è questa la scommessa non solo dei comunisti, ma di tutte le forze realmente democratiche che intendono liberare il paese dalla dominazione di un imperialismo che ha la sua testa a Davos e non certo a Roma. Con buona pace di chi chiacchiera ancora di polo imperialista europeo: un consesso di paesi vassalli senza una politica economica che non sia interna ai processi di capitale continentali (dove la Germania la fa da padrona, ma solo dentro il perimetro del dominio USA), senza una politica estera di potenza (se eccettuiamo la Francia in Africa, anche in questo caso subordinata agli USA) che china la testa e accetta una guerra che va contro i suoi stessi interessi, contro scelte commerciali e di partner imposte da Washington dentro una catena imperialista strutturata dagli USA attraverso il G7 e la NATO e organismi di compensazione intercapitalistica come la Trilateral, il Bildelberg, l’Aspen.

Nei tre anni di lotte sociali contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, soggetti e piccole forze come l’Assemblea Antifascista cGP di Bologna, più o meno consapevolmente hanno agito come piccoli nuclei di avanguardia, avendo come comune denominatore ideologico tra comunisti e libertari, l’anticapitalismo dentro un movimento ideologicamente borghese, incentrato sulle libertà civili e su una concezione generica di democrazia, ma a composizione sociale eterogenea tra ceti medi settori di proletariato precario ancora più precario sotto questo attacco. Con l’Assemblea Militante abbiamo avuto il primo esperimento di ingegneria tattica casualmente leninista, poiché uscito dall’ambito autoreferenziale per agire nell’insieme di un vasto movimento sottovalutato dai dogmatici abitudinari, divenuti addirittura ascari del regime nella sua torsione autoritaria biopolitica e tecnologica. Come i riformisti di sempre, attori al servizio del capitale nel nome di uno scientismo demenziale, con una concezione neutrale e non di classe (di critica sul piano euristico) della scienza borghese, improntata sul controllo sociale, dei soggetti e sulla massimizzazione del profitto di big pharma e, in ultima istanza di Black Rock, Vanguard e State Street. Esponiamo la questione con riferimenti politici precisi riguardo gli artefici della debacle di gran parte della sinistra di classe organizzata in questi tre anni: gran parte del sindacalismo di base, eccettuate componenti interne alla CUB e ad altre, ma anche gli svarioni di svariati centri sociali e, soprattutto, quella sinistra che si autodefinisce antagonista e che ha partecipato a diverse elezioni in questi ultimi anni.

La strada intrapresa invece dai nuclei d’avanguardia prima menzionati si è rivelata corretta: è stato il primo tentativo serio di operare una sortita fuori dalle “riserve indiane”, dai recinti politici e mentali, per relazionarsi con uno dei più vasti movimenti di massa degli ultimi decenni. Propositiva è stata la sua la presenza nel movimento di massa anti-GP, anche se non ha saputo sedimentare organizzazione di massa e politica d’avanguardia. Nei momenti di riflusso, come ora, deve però prevalere il lavoro di organizzazione, nell’ipotesi di costruzione di un fronte ampio dei soggetti e delle forze rimaste e di lavoro culturale per realizzare un processo di crescita egemonica dentro le lotte e i momenti aggregativi che ci sono e che ci saranno.

4. Per cosa e come lottiamo

Un cambiamento politico (rapporti tra forze politiche) e sociale (rapporti classe) può avvenire in tre modalità:

1. Hai dietro le masse come avanguardia e vai allo scontro sociale (opzione ideologizzata, vedi parole d‘ordine come “governo operaio”, ecc.), riducendo la lotta di classe alla sola questione “operaia”.

2. C’è una crisi di potere, data dalle contraddizioni tra forze di regime, nella quale irrompe l’incognita di quali di queste monopolizzerà un movimento sociale o partirà dalle posizioni di potere interna alle istituzioni, in chiave populista, ed effettuerà per esempio un colpo di mano istituzionale verso una fase elettorale o costituente plebiscitaria, anche attraverso la forzatura di un conflitto sociale. Ma tale fase è solitamente favorevole alle destre fasciste per quella visione centrata di Gramsci sul concetto di egemonia, dove la cultura nazionale rispecchia l’emergere di un sentimento popolare che in questo caso non prenderebbe una strada rivoluzionaria ma determinerebbe una sostituzione del blocco al potere con conseguente “orbanizzazione” del nuovo governo.

3. Un blocco popolare d’opposizione, populista, anti-sistema, che rappresenti l’interesse nazionale di più settori (maggioritari) della società: piccola borghesia produttiva, mondo precario e salariato, classi subalterne, che si uniscono in chiave anti-oligopoli finanziari e multinazionali in un patto politico patriottico di uscita dalla NATO e dalla UE per liberare l’Italia dal nodo scorsoio di queste élite atlantiste e unipolari. In pratica un terzo polo antagonista e alternativo agli altri due: da una parte le sinistre euroimperialiste e i loro lacchè più o meno consapevoli, con un PD centrale che rappresenta da anni il capitalismo delle multinazionali e della finanza da una parte, e dall’altra le destre che da Renzi-Calenda fino a Lega e Fratelli d’Italia rappresentano il tentativo di unire gli interessi del piccolo capitale con quelli oligopolistici del grande capitalismo sovranazionale.

a) Il primo è totalmente irrealistico e, va da sé, non c’è bisogno di spiegare che non avremo le masse proletarie dalla nostra né oggi, né domani, a causa di due fattori:

– la composizione di classe scomposta (gioco di parole e ossimoro che ben spiega lo stato della produzione e riproduzione sociale e dei soggetti “fluidi” sul piano del posto che occupano dentro questo contesto), tipico della configurazione economico-sociale del nostro paese;

– l’egemonia (sul piano gramsciano) e la “rivoluzione passiva” che la borghesia dominante, imperialista e oligopolista esercita su tutta la società e che può tutt’al più lasciare spazi di manovra alla...

b) ... seconda modalità: l’emergere politico degli interessi dei ceti medi e del piccolo capitale che dirigono lo scontro sociale per un semplice ricambio al vertice, che va oltre il melonismo filo-atlantista per andare a contrattare seriamente il riposizionamento del nostro paese nei rapporti internazionali e con un programma populista di stampo “peronista” che va incontro demagogicamente ad alcune delle istanze popolari in chiave nazionalistica.

Di fatto da qui possono prendere piede forze che rappresentano in embrione questa opzione, mescolando la critica alla guerra e alla NATO e il filo-multipolarismo putiniano a una sorta di resistenza ultracattolica e trumpiana all’avvento della società fluida che attacca le identità individuali e collettive. Il che dimostra come da tendenze reazionarie possono nascere controtendenze altrettanto reazionarie. E che quindi il punto non è tenersene alla larga, ma impegnare una battaglia politica e culturale dentro un campo anti-atlantista e anti-autoritario che inevitabilmente oggi si manifesta come espressione di settori di borghesia di stampo nazionalista e ultra-cristiana, occupando uno spazio politico fino a contenderne l’egemonia.

Questione spinosa, forse vissuta come forche caudine di una sinistra di classe e rivoluzionaria allo sfascio, ma in realtà opportunità da cogliere di fronte a quella parte di popolazione che non crede più nei partiti di regime ed è stata abbagliata prima da pentastellati e da Salvini e poi dalla Meloni, tutti pifferai di Hamelin nella stessa partitocrazia che si batte semplicemente per rappresentare gli interessi dei poteri forti. Davanti all’egemonia di una destra reazionaria che contratta gli interessi medio-borghesi e piccolo-capitalistici dentro il perimetro atlantista, ossia, davanti alle prossime e imminenti ondate populiste, occorre agire come opzione politica più avanzata sul piano progettuale e dell’azione militante, essere come i montoneros (1) nel movimento peronista, con o senza caudillo di turno, che potrebbe sempre esserci e affermarsi se non si contende l’egemonia alle forze della borghesia che agiscono e aggregano dentro le stesse contraddizioni tra ceti medi colpiti dall’attacco del grande capitale che rispolverano un nostalgico nazionalismo da una parte e appunto oligarchie capitaliste dominanti, transnazionali e atlantiste dall’altra. Un teatrino dei pupi, l’ennesimo che andrebbe spezzato con la lotta e l’affermazione del terzo punto di vista, quello dei settori sociali depauperizzati, proletari e proletarizzati, in una battaglia sociale per l’egemonia e di prospettiva per una reale alternativa costituente di sistema.

c) Ed è qui che entra in ballo la terza modalità: quella che si innesta in questo scontro sociale, e si relazione alla seconda per le questioni poste al punto 3, senza vaneggiare di rivoluzioni proletarie in marcia al socialismo, ma riconoscendo che occorrono una o più tappe intermedie, la prima di queste basata sull’indipendenza del paese riguardo finanza e multinazionali, sull’uscita dallo schieramento atlantista per il multipolarismo, avviando la politica economica del paese al welfare pubblico, al controllo della finanza privata, alla moneta sovrana, al rilancio della produzione interna, alla pianificazione economica e alla nazionalizzazione degli asset portanti, governando sugli interessi di parte che sono espressione delle diverse componenti produttive e sociali del paese.

Siamo in ritardo perché la quasi totalità della sinistra di classe non ha compreso le tre contraddizioni nel loro divenire, le forze in campo e la dura realtà che ci dice gramscianamente come siamo distanti da una qualsivoglia egemonia proletaria o popolare di classe in chiave socialista. Siamo fuori e marginali dallo scontro sociale, perché il cuore di questo scontro vede opporsi tra loro le diverse frazioni borghesi con una massa di manovra popolar-proletaria che funge da massa di sostegno di volta in volta a rappresentazioni populistiche interne o esterne al regime, ma tutte egemonizzate dalla borghesia.

Se vogliamo irrompere sulla scena politica e costruire una testa di ponte rossa e proletaria in uno scontro che è dominato dalle borghesie, occorre riconoscere questa realtà in quanto tale e agire conseguentemente sul piano delle alleanze senza essere ideologicamente schizzinosi. Occorre essere leniniani.

Puntare a uno scontro che delimiti il perimetro del soggetto sociale e storico di classe in una visione retrò e anacronistica di proletariato porta a romperci le corna amaramente. La lotta di classe deve continuare ovviamente, ma intervenendo nelle contraddizioni del campo avverso, portando su un terreno anti-UE e anti- NATO e di indipendenza nazionale reale quei settori di piccola borghesia pauperizzata e vessata dalle politiche del grande capitale, favorendo un fronte ampio che apra a una prima tappa del processo rivoluzionario al socialismo. Obiettivo che oggi appare assai arduo: l’egemonia interna al fronte.

L’obiettivo è costruire l’egemonia a partire dalle lotte per quelle che esse sono, senza “selezionarle” o peggio ripudiarle sul piano di un ideologismo schizzinoso ed élitario (tipico di un atteggiamento questo sì borghese anche se insieme alla birretta degli aperitivi “autogestiti” ci metti pane e salame...) e spingendole in avanti per contenuti e progettualità, a partire dai soggetti sociali che oggi si muovono, quando e come si muovono. Prepararsi per i futuri cicli di lotte contro gli oligopoli imperialisti, rappresentando gli interessi di classe e gli elementi di programma minimo, dentro un crogiolo variegato di manifestazioni ed espressioni sociali, ponendo le questioni di un welfare pubblico, di una politica economica pianificata e di un processo costituente che, facendo leva sugli elementi progressivi della nostra Costituzione, punti a scalzare i poteri forti dalla loro funzione totalitaria decisionale, ridando senso al pubblico, ai bisogni sociali della popolazione e ai suoi diritti contro le logiche di smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione, contro la messa a profitto di servizi, beni comuni e risorse.

Ogni forma di lotta che si apre nello scenario politico non va scartata, anche quella elettorale, portando per esempio più antagonisti e rivoluzionari dentro le istituzioni borghesi. Sul piano sociale, ogni spazio conquistato è una casamatta da cui ripartire e attaccare politicamente e culturalmente il nemico, per creare confronto tra soggetti, organizzazione e iniziativa di lotta.

5. La questione nazionale

Ma a questo punto intendo affrontare la seconda questione spinosa: la questione nazionale. Per chi è internazionalista può sembrare un boccone indigesto perché oggi nel nostro paese gran parte della sinistra la associa al nazionalismo di stampo fascista, campanilista, etnocentrico, al razzismo. In realtà la lotta per l’indipendenza nazionale è largamente patrimonio delle forze progressiste e socialiste in oltre cento anni di lotta di classe e antimperialista. Le lotte latinoamericane da Cuba al sandinismo, passando per le sinistre rivoluzionarie cilene, uruguayane, argentine, fino alle questioni irlandese, basca, catalana, corsa, sarda, ma anche alla rivoluzione cinese, algerina e vietnamita, pur nei diversi contesti e processi la liberazione patriottica non ha certo fatto a cazzotti con una visione più ampia di liberazione antimperialista e internazionalista delle masse proletarie e contadine di transizione al socialismo.

Qualcuno dirà: sì, ma si parla sempre di terzo mondo. Fanon e Nguy Giap funzionano lì.
 Ma è proprio questo il punto: non c’entra il grado di sviluppo delle forze produttive di un paese, o la composizione sociale di classe, quanta classe operaia c’è o no, bensì la questione nazionale pertiene le diverse tipologie di lotta per l’indipendenza dei paesi e l’autodeterminazione dei popoli.

Ovviamente la questione nazionale italiana non è quella coloniale di un paese africano nella rapina imperialista di risorse. Non è neppure associabile alle lotte anti-neocoloniale basca, irlandese o catalana, che hanno radici nella specificità culturali di questi popoli e nel loro assoggettamento e sfruttamento salariato da parte di classi dominanti che hanno costituito nazioni su confini del tutto arbitrari e non consensuali. Anche se l’aspetto culturale, del dominio valoriale, hollywoodiano, mitopoietico del “sogno americano” attraversi di fatto e globalmente tutti i popoli (ma è un aspetto che merita una trattazione diversa e a parte), da quasi ottant’anni.

Tuttavia, questioni nazionali dove l’oppressione neocoloniale si basa non tanto sulla rapina di risorse ma sullo sfruttamento della forza-lavoro e sul controllo dei processi produttivi, come sui mercati interni, si avvicinano alla questione nazionale italiana. Da 77 anni siamo una portaerei degli USA attraverso la NATO, non abbiamo nemmeno più quella politica estera con margini di autonomia che aveva la Prima Repubblica. Economicamente siamo assoggettati alle euroburocrazie che con il pareggio di bilancio e le astruse regole imposte da Bruxelles (ma non rispettate dalla Germania) e oggi con il MES che sta arrivando, una moneta non stampata ma comprata a strozzo, siamo diventati un terminale delle economie più forti, delle multinazionali dominanti e dei movimenti di capitale dell’alta finanza che ci mettono in costante ricatto. Siamo commissariati, siamo un vero e proprio bantustan dell’anglosfera e delle euroburocrazie attraverso organismi come NATO e UE.
 Per questo la questione nazionale nella sua originalità che nulla ha a che vedere con Ulster, Euskadi e Catalunya, ha connotati più direttamente di classe, che comprendono più classi interessate a sciogliere i legami di dominazione.

Come giustamente osserva Carlo Formenti, la contraddizione è tra un capitalismo dei flussi di capitali e di merci sul piano transnazionale e chi vive e lavora nel territorio, che sia autoctono o proveniente da altrove.

Riporto integralmente la sua riflessione ne “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi:
“...la lotta di classe tende a presentarsi come conflitto fra flussi globali di segni di valore, informazioni, merci e manager da un lato, territori e comunità locali che si oppongono alla colonizzazione da parte dei flussi dall’altro.

Accettare la sfida del populismo a partire da questi due eventi significa comprendere che non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare, la quale, a sua volta, comporta la riconquista della sovranità nazionale. Se a egemonizzare la lotta sarà il populismo di destra, assisteremo al trionfo di razzismo e xenofobia, se sarà invece quello di sinistra, potremmo assistere alla nascita di un’idea «post-nazionalista» di nazione, intesa cioè come comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio.” (2)
E questo aspetto:

a) distingue il patriottismo progressista dal nazionalismo sciovinista da piccola potenza e di esclusione e divisione delle masse popolari alla Salvini e Meloni;

b) contende questo terreno proprio a loro e a quelle forze interne al sostegno anti-bellico al multipolarismo che ripropongono divisioni interne ed esclusione.

Dunque è un patriottismo partigiano come quello della Resistenza, che ha lottato contro il nazifascismo unendo tutto il popolo di fronte a oggettivi interessi nazionali: finire la guerra, scacciare l’invasore e avviare una democrazia rappresentativa di tutto il popolo e le sue forze di Liberazione. L’accostamento è solo valoriale, non certo di analogia storico-politica. Ma indipendenza, antifascismo e liberazione da forze straniere, sono la conditio sine qua non affinché possa avvenire la liberazione dall’oppressione salariata di un capitalismo che va battuto sia quello estero che quello interno.

Formenti arriva quindi alla logica conseguenza di questo impianto politico:
“...accettare questo punto di vista implica assumere un atteggiamento totalmente controcorrente rispetto a quello delle sinistre europeiste: difendere questa Europa oligarchica, ordoliberista e irriformabile significa scambiare il cosmopolitismo borghese per internazionalismo proletario. La lotta anticapitalista, nel nostro continente, passa inevitabilmente dalla lotta contro l’Europa.” (3)
E oggi è ancora più vero (l’opera qui citata fu pubblicata nel 2016), considerando che questa guerra in Ucraina ci ha consegnato e rivelato un’Europa completamente supina alla politica militarista statunitense attraverso la NATO e a quella sanzionatoria e finanziaria del dollaro, di più: acriticamente aderente al Washington consensus, con gruppi dirigenti e cancellerie che da Berlino a Parigi ci stanno portando verso la catastrofe di una guerra imperialista nel continente e nella migliore delle ipotesi a perdere nell’economia di una guerra ibrida permanente alle forze multipolari, quel posizionamento autonomo che, se da sempre privo di una politica estera ed economica che non fosse nell’ambito delle gerarchie NATO e ordoliberale sui salari e sullo svendita ai privati del welfare pubblico, oggi si riduce a essere una mera protesi della potenza statunitense.

A maggior ragione l’impostazione data da Formenti alla questione della sovranità popolare è una via obbligata per qualsiasi forza antimperialista, progressista e comunista.

Nulla di nuovo del resto: è la dialettica che intercorre tra liberazione nazionale e internazionale, perché la nostra liberazione pone le basi per la liberazione di altri popoli e paesi. E viceversa.

6. In definitiva...

Il posizionamento politico di un terzo polo nella società italiana, di fronte antagonista al sistema di potere dominante tiene conto delle contraddizioni prima esposte e si schiera contro l’atlantismo unipolare e con le entità nazionali e i movimenti che nel mondo si battono per la liberazione dal giogo imperialista degli USA e dei suoi vassalli, quindi a favore di tutte le tendenze e le politiche che favoriscono l’avvento di un mondo multipolare. 
Nel nostro continente l’opposizione alla guerra imperialista della NATO deve diventare la spranga negli ingranaggi della macchina bellica e del sistema imperialista stesso, a trazione USA e della sua subordinata UE, per l’indipendenza nazionale del nostro paese.

Sul fronte sociale il lavoro è più complesso, poiché tocca istanze oppositive al capitalismo finanziario e delle multinazionali, che sono sempre in contraddizione tra loro, risultato di interessi anche contrapposti. Il che spiega che nei tempi lunghi di maturazione politica di massa è la classe operaia anche nella sua composizione sociale in divenire che può e deve ricoprire un ruolo egemone e dirigente nello scontro di classe, poiché i settori intermedi sono da sempre una palude, sono ondivaghi e basta una vittoria parziale, un contentino (una volta si diceva un piatto di lenticchie) o la stessa macchina repressiva nell’innalzamento dei livelli di scontro, per renderli inerti o far loro cambiare campo. Ovviamente quando parlo di classe operaia, o più estensivamente classe lavoratrice, ho in mente quanto affermato in precedenza sulla composizione sociale: certo le linee di demarcazione non sono ben definibili, ma è piuttosto chiaro oggi che il lavoro salariato, subordinato, seppur frammentato include quel mondo sociale precario che definisce una forza-lavoro che non riesce a entrare in pianta stabile nel mondo del lavoro, per lo più giovanile, migranti sottopagati e ricattati, forza-lavoro a “fine vita”, totalmente priva di coperture previdenziali e servizi, frutto delle politiche criminali dei governi di destra come di sinistra all’insegna del privato è bello, del più mercato meno stato.

Se l’interesse dei populismi di destra è quello di ritagliare uno spazio per la borghesia e il piccolo capitale nel quadro internazionale, che non tocchi i rapporti di sfruttamento sul piano nazionale, usando una retorica nazionalista da potenza stracciona, il patriottismo antimperialista passa attraverso l’affermazione dei diritti proletari e dei mutamenti dei rapporti di forza interni alle classi sociali, in una sorta di contropotere o potere costituente.

Nell’immediato, con tutta la consapevolezza che non esiste un movimento contro la guerra e un pacifismo organizzato, l’attività delle forze democratiche e popolari patriottiche devono avere come obiettivo di fondo lo:

SPEZZARE LA MACCHINA IMPERIALISTA MILITARE CON LE MOBILITAZIONI DI MASSA

Oggi al centro dell’agire, che sia di movimento o di avanguardie organizzate, c’è la lotta contro la guerra della NATO, nelle più diverse forme possibili della disobbedienza, del boicottaggio, del sabotaggio e della diserzione anche simbolica da parte dei civili. Dove c’è presenza politica, culturale, anche istituzionale, dichiarare ogni contesto zona demilitarizzata, che ripudia la guerra e diffonde una cultura di pace, inclusiva, contro le campagne denigratorie e criminalizzanti nei confronti di chi critica la politica guerrafondaia di regime e dei suoi lacchè, di chi si oppone al razzismo sciovinista antirusso e al filonazismo nelle sue varie forme fluide e sinistresi, centrosocialare come istituzionali. Man mano che la guerra con le sue logiche e narrazioni, con la sua neolingua avanza, occorre diffondere l’opposizione organizzata a tutto questo.

COSTITUIRE LE BASI PATRIOTTICHE ANTIMPERIALISTE COME TESTE DI PONTE PROGRESSIVE IN UNO SCHIERAMENTO LARGO

È ciò che occorre per scatenare questa opposizione di massa, intransigente, irriducibile, collegando i temi sociali e delle costrizioni biopolitiche delle libertà e dei diritti sociali (quelli veri, non i desideri di qualcuno…), le condizioni di vita e di lavoro al militarismo guerrafondaio dominante.

Gli sforzi che vanno fatti a più livelli e in più ambiti sono quelli di:

COSTRUIRE IL FRONTE DEMOCRATICO POPOLARE E PATRIOTTICO, PER L’USCITA DELL’ITALIA DALLA NATO E DALL’UE

Non sappiamo come sarà questo fronte, ma certamente non sarà quello compromissorio di una sinistra sinistrata e decotta, che si dichiara ancora “di classe”, che si va unendo tra pentastellati e cespugli del PD nell’ennesimo inciucio che taglia fuori le reali opposizioni organizzate contro la NATO, quelle dei tre referendum che costituiscono un patrimonio politico e di esperienza sociale nelle masse preziosa. Il lavoro svolto dalle componenti politiche nei referendum contro l’invio di armi e per la sanità pubblica ha avuto il pregio e il merito di avvicinarsi molto al metodo maoista dell’inchiesta popolare. Chi pensa a un’alleanza con i pentastellati guarda caso è lo stesso che sui tre referendum non ha mosso un dito per non mischiarsi con i “novax” e i “terrapiattisti”. Tutte scuse di chi non ha capito che dalle forze di regime non può nascere nulla.

Un terzo polo non può nascere dai partiti che, destra o sinistra che siano, rappresentano o si candidano a farlo le élite atlantiste, le oligarchie capitaliste dell’Occidente a dominanza USA, o le euroburocrazie di Bruxelles. Destra e sinistra sono politicamente morte, sono del tutto interne a un bipolarismo di regime, al teatrino dei pupi.

Appendice

Mentre chiudo questo intervento, giunge dall’Africa la notizia di un putsch dell’esercito in Niger: deposto il presidente Bazoum, la folla solidarizza con i militari e assalta l’ambasciata francese sventolando le bandiere della nazione e della Russia. La Francia e il fronte di paesi africani dell’Ecowas minaccia un intervento, ma Burkina Faso e Mali si schierano con gli insorti nigerini minacciando a loro volta di intervenire, mentre il parlamento della Nigeria vota contro l’intervento e truppe della Wagner arrivano nella capitale Nigerina Niamey per difenderla.

Mi pare piuttosto chiaro che la funzione della Russia, paese innegabilmente retto da una classe capitalista, abbia comunque in questo frangente una funzione storica antimperialista.

Mi pare altrettanto chiaro che per l’Occidente atlantista si ripeta lo stesso copione ucraino con la democrazia da una parte e la dittatura dall’altra, quando la peggiore dittatura totalitaria e antidemocratica in secoli di colonialismo è proprio quella dell’attuale neoliberalismo occidentale. Lo scontro tra unipolarismo imperialista e multipolarismo dei popoli e dei paesi che si affrancano dal dominio imperialista mi sembra ormai piuttosto evidente e foriero di implicazioni in Occidente: un'Europa ridotta a bantustan degli USA che rischia la distruzione di una guerra allargata nel continente, e paesi imperialisti che si ritrovano senza uranio a buon prezzo mentre sul campo mondiale i flussi delle risorse si capovolgono a vantaggio di Cina e Russia.

Ciò comporta l’acuirsi delle contraddizioni economiche e sociali nei centri metropolitani dell’imperialismo a partire dall’Europa stessa.

Pertanto va da sé, che al netto di tutte le posizioni ideologiche e diritto-umanitarie colorate, è urgente inserirsi in questo conflitto mondiale per volgerlo anche nei nostri paesi occidentali a favore dei processi di liberazione popolare, che siano frutto di insurrezioni, elezioni o golpe. La democrazia borghese è andata ormai a farsi friggere e a questa storiella ci credono ormai solo i vari Mentana.

Il fascismo biopolitico e ipertecnologico delle democrature è quello che parla di democrazia a vanvera, mentre il patriottismo autentico e non quello nazionalista delle destre classiche, è internazionalista poiché non sostiene volontà di potenza contro i popoli, la predazione ultrasecolare, ma appoggia questi processi di liberazione. E questo (Cuba docet) è autentico internazionalismo.

Concludo ponendo come fondamentale, secondo quanto Gramsci definì come decisiva per un cambio rivoluzionario, la questione dell’egemonia, che oggi è duplice:

– affermare nella società italiana l’interesse vitale all’indipendenza nazionale del paese dalle gabbie imposte con organismi e dispositivi di potere sovranazionale: UE con i suoi trattati, Eurozona con la moneta unica, l’euro, la NATO;

– affermare in questo processo costituente, di liberazione e costruzione che ha basi costituzionali l’egemonia delle classi popolari e lavoratrici in una visione di transizione al socialismo, a partire dai bisogni delle classi popolari che corrispondono alla centralità dello stato sociale, di un’economia pianificata, di un processo di socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale e di una partecipazione popolare sul piano decisionale.

Se non comprendiamo questo passaggio storico e politico di questa epoca è come se non avessimo compreso nulla dei movimenti di liberazione e anticoloniali del Ventesimo secolo, come se dei comunisti non avessero capito nulla di Cuba socialista, di Sandino, del bolivarismo, del Cile di Allende, Corvalan e del MIR, del Vietnam di Ho Chi Min e Nguy Giap, proseguendo con una politica fessa e spanata, poiché dottrinaria e autoreferenziale.

Note

1. I Montoneros furono un’organizzazione peronista argentina operante tra gli anni ’60 e ’70 per combattere l’ascesa del fascismo, culminato nel golpe dei generali nel 1976, e che di fatto rappresentava l’ala sinistra del peronismo. Sul peronismo suggerisco la lettura dell’opea di Alfredo Helman Il peronismo, Edizioni Clandestine, 2005 Saggistica

2. Carlo Formenti “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi, pag. 9

3. Ibidem, pag. 9

Fonte

26/12/2022

100 anni dalla fondazione dell’URSS: l’Unione Sovietica e la mina ucraina

«Cosa accadrà, se si svilupperanno in URSS i successi della costruzione socialista? Ciò migliorerà in modo radicale le posizioni rivoluzionarie dei proletari di tutti i paesi nella loro lotta contro il capitale… Cosa accadrebbe se il capitale riuscisse ad annientare la Repubblica dei Soviet? Avrebbe inizio l’epoca della reazione più nera in tutti i paesi capitalisti e coloniali».

(Stalin, dicembre 1926)

«Zelenskij ricorda molto più Lenin che non George Washington. È un dittatore, un pericoloso governante autoritario che, con le centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani dategli, ha costruito in Ucraina uno stato di polizia con partito unico»

(Margarita Simon’jan, direttrice di RT – 8 dicembre 2022)

Dopo i cento anni della Rivoluzione d’Ottobre che i comunisti hanno celebrato nel 2017, quest’anno, il 30 dicembre, si celebra il centenario della formazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Cosa abbiano rappresentato le due date, il 1917 e il 1922, non solo per i popoli prima assoggettati al giogo zarista, ma per l’intera umanità progressista, per le conquiste sociali e le prospettive di ribaltamento dei rapporti di classe; e cosa significhi, di contro, sempre più, oggi, la fine di quell’esperienza per le classi sfruttate, nella lotta contro lo strapotere del capitale; cosa costituisca tutto ciò, altri e in maniera più ragionata lo scriveranno sulle pagine di questo giornale.

Qui ci vorremmo limitare a riassumere un solo momento relativo al processo di formazione dell’Unione Sovietica: più precisamente, il ruolo giocato dalla questione nazionale in Russia, cui la formazione dell’URSS è intimamente legata.

Lo stimolo, nell’anno che vede coincidere il centenario dell’unione di quelle prime Repubbliche socialiste, con la guerra che da dieci mesi si combatte in Ucraina, anche in nome della sua liberazione dal tallone di una junta nazigolpista, viene da alcune esternazioni, ripetute negli anni, del Presidente russo Vladimir Putin e di membri della sua cerchia, secondo cui colpevoli della situazione creatasi dopo il 1991 nello “spazio post-sovietico” e, in particolare, dopo il golpe del 2014 in Ucraina, sarebbero Vladimir Lenin e il partito dei bolscevichi, con la loro politica delle nazionalità, quasi di “odio” verso il proprio popolo grande-russo.

Sarebbero stati insomma i bolscevichi che, proclamando il principio dell’autodeterminazione delle nazioni – si sostiene oggi al Cremlino – a “mandare in rovina l’impero russo”, rendendosi così colpevoli di tutti i mali capitati poi alla grande Russia.

Gli accordi tra le Repubbliche sovietiche

E dunque. Tra il settembre 1920 e la prima metà del 1921, sul finire della guerra civile, la Russia sovietica aveva firmato trattati di unione militare ed economica con le Repubbliche socialiste di Azerbaidžan, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia.

Dalle strette e impellenti necessità di far fronte militarmente all’intervento straniero che sosteneva la controrivoluzione, dal Baltico all’Ucraina, dal Caucaso all’Estremo Oriente, e risollevare le nazionalità dell’ex impero zarista dalla devastazione economica causata da guerra imperialista e guerra civile, si arriverà alla salda unione, in un tutto unico, di alcune Repubbliche che, nel corso della storia, sarebbero diventate quindici, compatte in un’unica entità statale che arriverà a contare quasi 300 milioni di cittadini.

Già il trattato firmato il 28 dicembre 1920 da Vladimir Lenin per la RSFSR e Khristian Rakovskij, in qualità di presidente del SovNarKom (Consiglio dei Commissari del popolo) ucraino, pur parlando di «indipendenza e sovranità di ciascuna delle parti contraenti», prevedeva Commissariati unificati di entrambe le Repubbliche per Affari militari, Economia, Commercio estero, Finanze, Lavoro, Trasporti, Poste e telegrafo.

Forme un po’ diverse di unione erano previste dai trattati tra RSFSR e Repubbliche popolari (non socialiste) di Khorezm (Khiva), Bukhara e Estremo Oriente.

La strada era aperta per rinsaldare i legami di popolo e statali tra le nazioni delle parti europea e asiatica di quella che era stata la «Russia gendarme d’Europa, carnefice dell’Asia» (Stalin). Un altro evento di portata internazionale, quale la Conferenza di Genova dell’aprile-maggio 1922 e il contiguo accordo di Rapallo tra Germania e Russia sovietica, costituirono l’occasione per rinsaldare maggiormente i legami tra quelle prime sette Repubbliche, con il conferimento alla RSFSR del diritto di firmare tutti gli accordi a nome di tutte.

Queste le linee approssimative, esposte in maniera grezza, dei passi che portarono alla proclamazione dell’URSS quale compatto stato unitario, ricordando come fosse stato oltremodo aspro e prolungato il dibattito sul tipo di unione da realizzarsi: si andava infatti da chi proponeva di includere tutte le altre Repubbliche nella RSFSR, dotandole di diversi livelli di autonomia (sul modello delle otto Repubbliche e tredici Regioni autonome della Russia) e si arrivava a chi avrebbe voluto frantumare la stessa RSFSR nei suoi 21 soggetti federali, per fonderli poi tutti, con pari dignità e insieme alle altre Repubbliche socialiste, in un’unica ampia Federazione.

Tralasciamo qui di esaminare la vulgata oggi corrente su una presunta contrapposizione tra Lenin e Stalin a proposito della cosiddetta “autonomizzazione”, che calcasse le orme della RSFSR, giudicata da Lenin, nel 1921, “modello” per la futura Unione, con un centro forte e un reale potere locale, assicurando il passaggio dalla federazione a uno stato unitario in cui, nella variante di Lenin, il grado di centralizzazione del potere esecutivo sarebbe stato significativamente maggiore che non in quella di Stalin.

Quando nel gennaio 1922 Stalin aveva proposto per la prima volta la “autonomizzazione” come base per l’unificazione delle repubbliche sovietiche, Lenin era stato d’accordo. Poi, nell’autunno del 1922, improvvisamente l’autore della nota attribuita a Lenin Sulla questione delle nazionalità o della “autonomizzazione”, definisce quest’ultima «famigerata».

Basti ricordare che in quel periodo, nota Valentin Sakharov nel voluminoso Il “testamento politico” di Lenin, la critica del principio di “autonomizzazione” veniva principalmente dalle repubbliche autonome della RSFSR che, alla fine del 1922, avevano cominciato a chiedere la liquidazione della RSFSR e la trasformazione delle repubbliche autonome in federate.

Qui basti notare come l’imponente, dettagliata e complessa analisi storica, politica, filologica e sintattica condotta da Sakharov mettendo anche a confronto i diari delle segretarie di Lenin e quelli dei medici che lo seguirono negli ultimi mesi di vita, mostri a sufficienza come siano più che legittimi i dubbi sulla vera paternità di alcuni dei cosiddetti “Ultimi articoli e lettere di Lenin; 23 dicembre 1922-2 marzo 1923”, inseriti dopo il 1956 nel 45° volume delle sue opere, che copre il periodo marzo 1922-marzo 1923.

Dunque, il 30 dicembre 1922, i delegati di RSFS russa, RSS ucraina, RSS bielorussa e RSFS di Transcaucasia (sorvoliamo sulle vicende che costrinsero sul momento i bolscevichi a optare per l’unione di Georgia, Armenia e Azerbaidžan in un’unica Federazione transcaucasica) si costituirono in Primo Congresso dei Soviet dell’URSS.

Gli scontri ideologici e le battaglie cruente combattute dall’Esercito Rosso contro i nazionalisti, soprattutto ucraini, georgiani, baltici, alle cui spalle stavano le potenze dell’Intesa, spinsero i bolscevichi, per togliere loro terreno e spazi di manovra tra le masse contadine arretrate, a indirizzarsi verso una unione federativa di Repubbliche sovietiche quale forma di transizione verso l’unità completa.

I documenti del POSDR e del RKP

Nel marzo 1919, l’8° Congresso del RKP(b) aveva approvato il nuovo programma del partito, redatto in massima parte seguendo le linee tracciate da Lenin e che, nel campo dei rapporti nazionali, ricalcava per lo più le tesi del primo programma, quello del POSDR del 1903, stabilendo che al centro della questione era posta la politica di avvicinamento di proletari e semi-proletari delle diverse nazionalità per la lotta comune volta al rovesciamento di latifondisti e borghesia.

Con l’obiettivo del superamento della sfiducia da parte delle masse lavoratrici dei paesi oppressi nei confronti del proletariato degli stati che opprimono, si diceva, è necessario l’annullamento di ogni privilegio di qualsiasi gruppo nazionale, la completa parità di diritti delle nazioni, il riconoscimento del diritto alla separazione statale da parte di colonie e nazioni subordinate.

Con gli stessi obiettivi e quale una delle forme transitorie sulla strada della piena unità, si puntava sull’unione federativa degli stati organizzati sul tipo sovietico. Per quanto riguardava la questione a chi spettasse esprimere la volontà di secessione della nazione, il RKP(b) partiva da un punto di vista storico-classista, tenendo conto della fase di sviluppo storico in cui si trovasse la data nazione: sulla strada dal medioevo alla democrazia borghese, o invece dalla democrazia borghese a quella sovietica o proletaria.

In ogni caso, era scritto nel programma, da parte del proletariato delle nazioni che opprimono, sono necessarie particolari cautela e attenzione alle sopravvivenze dei sentimenti nazionali tra le masse lavoratrici delle nazioni oppresse.

Nel dicembre successivo, l’8° Conferenza di partito stabiliva il riconoscimento dell’indipendenza dell’Ucraina; chiedeva la più stretta unione di tutte le Repubbliche sovietiche, le cui forme avrebbero dovuto esser decise da operai e contadini lavoratori ucraini; al momento, intanto, tra RSSU e RSFSR si stabilivano rapporti federativi.

Nella vita quotidiana, visto che la cultura (lingua, scuola, ecc.) ucraina era stata schiacciata per secoli dallo zarismo e dalle classi sfruttatrici di Russia, il CC faceva obbligo a tutti i membri del partito di contribuire con ogni mezzo a eliminare ogni ostacolo al libero sviluppo di lingua e cultura ucraine.

Dato che «sul terreno della plurisecolare oppressione, tra la parte più arretrata delle masse ucraine si osservano tendenze nazionaliste, i membri del RKP sono tenuti alla più grande tolleranza e cautela, opponendo loro la parola della spiegazione da compagni sull’identità di interessi delle masse lavoratrici di Ucraina e Russia».

I membri del RKP operanti in Ucraina, inoltre, dovevano far sì che la lingua ucraina si trasformasse in mezzo di formazione delle masse lavoratrici. Nelle istituzioni pubbliche dovranno operare quanti più addetti che parlino la lingua ucraina.

Per quanto riguarda la politica agraria, dal momento che l’Ucraina era per la maggior parte contadina, il potere sovietico doveva conquistare la fiducia non solo dei contadini poveri, ma anche di larghi strati di contadini medi, separandoli nettamente dai contadini ricchi; l’obiettivo era quello della completa liquidazione del possesso fondiario latifondista ripristinato dal generale bianco Anton Denikin, con la distribuzione dei fondi ai contadini senza o con poca terra.

Per l’instaurazione di un autentico potere dei lavoratori, non si doveva consentire l’afflusso nelle istituzioni sovietiche di elementi della piccola borghesia cittadina, estranei alle condizioni di vita delle larghe masse contadine, oppure li si doveva porre sotto rigido controllo di classe proletario.

Al XII Congresso del partito, nell’aprile 1923, quando l’URSS era già stata proclamata e si discuteva il progetto della sua Carta costituzionale, da Kiev si esprimevano però idee particolari sul tipo di unione da configurare tra le Repubbliche. «Non è vero che la questione della confederazione e della federazione sia una cosa da poco», dirà Stalin.

«È un caso che i compagni ucraini, considerando il progetto di Costituzione, adottato al Congresso dell’Unione delle Repubbliche, ne abbiano cancellato la frase secondo cui le repubbliche “si uniscono in un unico stato unitario”? Perché hanno cancellato quella frase? È forse casuale che i compagni ucraini nel loro controprogetto abbiano proposto di non fondere i Commissariati al commercio estero e agli affari interni? Dov’è qui l’unico stato unitario, se ogni repubblica ha il proprio NKID e NKVT?» [Commissariati al commercio estero e agli interni]…

Io vedo, continuava Stalin, in questa insistenza di alcuni compagni ucraini, il «desiderio di voler realizzare, in termini di definizione della natura dell’Unione, qualcosa di mezzo tra una confederazione e una federazione con una preponderanza verso la confederazione.

È chiaro invece che non stiamo creando una confederazione, ma una federazione di repubbliche, uno stato unitario che riunisca affari militari, esteri, commercio estero e altri affari; uno stato unitario che non svilisce la sovranità delle singole repubbliche...

Se nell’Unione non si fonderanno i vari Commissariati... creeremo non uno stato unitario, ma un conglomerato di repubbliche, e quindi ogni repubblica dovrebbe avere il proprio apparato parallelo. Penso che la verità sia dalla parte del compagno Manuil’skij, e non dalla parte di Rakovskij e Skrypnik»
.

Federazione e Stato unitario

Trattando il tema del tipo di federazione che si stava sviluppando nella RSFSR, Stalin ne faceva il paragone con le unioni federative democratico-borghesi del tempo – USA e Svizzera – passate dalla confederazione alla federazione di stati indipendenti e trasformatesi di fatto, attraverso oppressioni e guerre nazionali, in stati unitari.

In Russia, invece, le diverse regioni emerse «rappresentano unità abbastanza definite in termini di modi di vita e composizione nazionale. Ucraina, Crimea, Polonia, Transcaucasia, Turkestan, Medio Volga, territorio del Kirghizistan si differenziano dal centro non solo per posizione geografica, ma anche come territori economici integrali, con determinati modi di vita e composizione nazionale».

Ancora, a differenza degli stati federali occidentali, in cui è stata la borghesia imperialista a gestire la costruzione statale, ricorrendo anche alla violenza, in Russia è il proletariato a gestirla ed è quindi possibile e necessario istituire un sistema federale sulla base di una libera unione dei popoli.

E non si tratta nemmeno di diversità geografiche tra Centro e Periferie: «Polonia e Ucraina non sono divise dal centro da catene montuose o corsi d’acqua. Cionondimeno, a nessuno viene in mente di sostenere che l’assenza di tali barriere geografiche escluda il diritto di tali regioni a una libera autodeterminazione».

Ma, in definitiva, ricordava Stalin, in Russia «la costruzione politica procede in ordine inverso» rispetto a USA o Svizzera. Qui, il forzato unitarismo zarista è sostituito dal «federalismo volontario, affinché, col tempo, il federalismo lasci il posto all’unione volontaria e fraterna delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e genti della Russia... Il federalismo in Russia è destinato, come in America e in Svizzera, a giocare un ruolo di transizione: verso il futuro unitarismo socialista».

Decidono gli interessi di classe

In ogni caso, alla base di ogni scelta dei bolscevichi, mantenendo costantemente fermo il basilare principio leniniano del diritto delle nazioni all’autodeterminazione, come era stato formulato sin dal Programma del 1903, rimaneva il cardine dell’unità della classe operaia, al di sopra di ogni frontiera repubblicana e ogni autonomia nazionale.

Un perno saldato a quei principi espressi da Marx e Engels nel loro “Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850”, secondo cui «...l’attuazione della più rigida centralizzazione del potere è oggi in Germania compito del partito veramente rivoluzionario», cui seguiva la nota di Engels all’edizione del 1885: «...Ma come l’autogoverno locale e provinciale non contraddice alla centralizzazione politica nazionale, così esso non è affatto necessariamente legato a quell’egoismo ristretto, cantonale o comunale che tanto ci ripugna nella Svizzera».

Trent’anni dopo, in URSS, gli interessi superiori di classe, della classe che aveva conquistato il potere e instaurato la propria dittatura sulle vecchie classi sfruttatrici, venivano prima di qualsiasi specificità o esigenza nazionale, le quali, tra l’altro, erano messe in primo piano proprio da borghesie e latifondisti sconfitti, che su di quelle puntavano per staccare i “propri” proletariati nazionali dagli obiettivi di classe comuni ai proletari delle altre Repubbliche.

Alla famosa Conferenza “d’aprile” 1917, si era ribadito come non fosse lecito confondere la questione del diritto delle nazioni alla libera separazione, con la questione dell’opportunità della separazione di questa o quella nazione, in questo o quel momento.

Il partito del proletariato deve decidere quest’ultima questione caso per caso, del tutto autonomamente, dal punto di vista degli interessi dell’intero sviluppo sociale e degli interessi della lotta di classe del proletariato per il socialismo.

Il partito, era detto, esige una «larga autonomia regionale, l’abolizione del controllo dall’alto, l’abolizione della lingua di stato obbligatoria e la determinazione dei confini delle regioni dotate di autogoverno e di autonomia, sulla base della considerazione, da parte della popolazione locale, delle condizioni economiche e di vita e della composizione nazionale della popolazione, ecc.».

Ancora una volta si afferma che «Il partito del proletariato respinge decisamente la cosiddetta “autonomia culturale-nazionale”, cioè la sottrazione degli affari scolastici, ecc., dalla giurisdizione dello Stato e il suo trasferimento nelle mani di una sorta di diete nazionali. L’autonomia culturale-nazionale divide artificialmente gli operai che vivono in una stessa zona e che addirittura lavorano nelle stesse imprese, in base all’appartenenza a questa o quella “cultura nazionale”, rafforza cioè i legami degli operai con la cultura borghese delle diverse nazioni, mentre invece l’obiettivo della social-democrazia è quello del rafforzamento della cultura internazionale del proletariato mondiale».

Gli interessi della classe operaia, inoltre, esigono la fusione degli operai di tutte le nazionalità della Russia in comuni organizzazioni proletarie, politiche, professionali, di cooperazione culturale, ecc. Solo una simile fusione in organizzazioni comuni degli operai delle diverse nazionalità darà al proletariato la possibilità di condurre una lotta vittoriosa col capitale internazionale e il nazionalismo borghese.

Il punto fermo della politica bolscevica, dei superiori interessi di classe rispetto a ogni specificità nazionale, negli anni stabilmente associato a quello della volontarietà dell’unione e del diritto a uscirne, passa ininterrottamente dal periodo pre-rivoluzionario, agli anni della guerra civile, poi della NEP e lo si ritrova finanche nelle dispute pratico-ideologiche degli anni ’30, intimamente connesso al costante richiamo della opportunità della separazione o meno, in base alle esigenze della lotta di classe e agli interessi della classe operaia.

Nel 1918, per esempio, a proposito di tutta una serie di conflitti tra Centro della RSFSR e vari Soviet locali che, come si era espresso Lenin, «si installano come se fossero repubbliche indipendenti», Stalin aveva detto che tali conflitti vertevano sulla questione del potere, come era il caso dei governi nazionalisti delle periferie, composti da «rappresentanti degli strati superiori delle classi possidenti» che, se cercavano di dare «una vernice nazionale a quei conflitti, era solo perché era comodo e vantaggioso nascondere dietro un mascheramento nazionale la lotta contro il potere delle masse lavoratrici entro i propri confini regionali», come era accaduto in Ucraina con la Rada borghese-sciovinista di Kiev.

Ciò, aveva detto Stalin, mostrava la necessità di trattare il principio dell’autodeterminazione come diritto di autodeterminazione non della borghesia, ma delle masse lavoratrici di una data nazione.

Tra il 1918 e il 1924, Stalin ribadisce a varie riprese il concetto della stretta connessione tra questione nazionale e lotta di classe, con la subordinazione della prima alla seconda, avendo in mente, come ripetuto costantemente da Lenin, che in ogni nazione ci sono due nazioni, in ogni cultura ci sono due culture: quella borghese e quella operaia.

Dunque, affermava Stalin, «Essendo solo una parte della questione generale della trasformazione del sistema esistente, la questione nazionale è interamente determinata dalle condizioni della situazione sociale, dal carattere del potere nel paese». E ancora, polemizzando con Rakovskij e Bukharin, diceva che «per noi comunisti, è chiaro che la cosa principale nel nostro lavoro, è l’opera di rafforzamento del potere operaio e, dopo di questo, abbiamo di fronte un’altra questione, molto importante, ma subordinata alla prima, la questione nazionale».

Quindi, Iosif Vissarionovič ricorda come la questione nazionale debba esser affrontata in connessione «con la questione generale del rovesciamento dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria».

La smania separatista e le mire dell’imperialismo

Nell’ottobre 1920, a proposito della questione nazionale in Russia, Stalin osservava che, ovviamente, le regioni periferiche della Russia avevano l’inalienabile diritto a separarsi da essa, come era avvenuto per la Finlandia nel 1917.

Ma in quel momento si parlava «non dei diritti delle nazioni, indiscutibili, bensì degli interessi delle masse popolari sia del centro che delle periferie», e quegli interessi, in quel periodo, dicevano che «la richiesta di separazione delle periferie allo stadio presente della rivoluzione è profondamente controrivoluzionaria».

La Russia centrale, diceva Stalin, fulcro della rivoluzione mondiale, non può resistere a lungo senza l’aiuto delle regioni periferiche, ricche di materie prime, combustibili e prodotti alimentari. Queste ultime, a loro volta, sono «condannate all’inevitabile schiavitù imperialista senza il sostegno politico, militare e organizzativo della più sviluppata Russia centrale».

Le potenze interventiste dell’Intesa contavano proprio su questa circostanza, sin dall’inizio della Rivoluzione d’Ottobre, quando avevano cominciato ad attuare il piano di «accerchiamento economico della Russia centrale, staccando da essa le più importanti periferie» e tale piano continuava con le macchinazioni in Ucraina, Azerbaidžan, Turkestan.

La conclusione era che si doveva escludere qualsiasi richiesta di separazione delle regioni periferiche dalla Russia «soprattutto perché radicalmente in contraddizione con gli interessi delle masse popolari sia del centro che delle periferie. Per non parlare del fatto che la separazione delle regioni di confine minerebbe la potenza rivoluzionaria della Russia centrale... le stesse periferie separatesi cadrebbero inevitabilmente nella schiavitù dell’imperialismo internazionale.

Basta guardare a Georgia, Armenia, Polonia, Finlandia, ecc. che, staccatesi dalla Russia, conservano solo l’apparenza di indipendenza, trasformate di fatto in indubbi vassalli dell’Intesa; sufficiente infine ricordare la storia recente con l’Ucraina e l’Azerbaidžan, con la prima saccheggiata dal capitale tedesco, e la seconda dall’Intesa, per comprendere quanto controrivoluzionaria sia la richiesta di secessione delle regioni di confine nelle attuali condizioni internazionali»
.

In effetti, le smanie indipendentiste sia dei nazionalisti menscevichi georgiani, sia di quelli borghesi-reazionari ucraini riuniti attorno alla Rada di Kiev aiutarono di fatto l’occupazione delle potenze interventiste. Per quanto riguarda, in particolare, l’Ucraina, è un fatto, che proprio essa sia stata, per rimanere solo ai tempi dello sviluppo capitalistico, uno degli obiettivi più appetitosi dell’imperialismo internazionale.

Ancora nella seconda metà del XIX secolo, le mire dei capitali francesi, belgi, inglesi si appuntavano sulle sue risorse minerali: per dire, l’attuale Donetsk era sorta come villaggio minerario di Juzovka, dal nome del britannico John Hughes, che nel 1869 costruì una fabbrica attorno alla quale crebbe successivamente la città.

Se a Mosca, dopo la rivoluzione borghese del febbraio 1917, il governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij non aveva inteso nemmeno discutere di uno stato ucraino indipendente, dopo la rivoluzione d’Ottobre venne l’occupazione austro-tedesca di gran parte del territorio ucraino, appena mascherata dietro la Repubblica popolare ucraina” nazionalista di Mikhailo Gruševskij, liquidata dai tedeschi stessi nell’aprile 1918 e ridenominata “Stato ucraino”, sotto l’hetman Pavlo Skoropadskij.

Con la sconfitta militare austro-tedesca e la vittoria della rivoluzione in Germania, nel novembre 1918 veniva formato in Ucraina un governo provvisorio operaio-contadino, che proclamava il rovesciamento del hetmanato e l’istituzione del potere sovietico, con la distribuzione di terre e fabbriche ai contadini e agli operai.

Ma, al posto degli austro-tedeschi, arrivarono le truppe anglo-francesi, in appoggio ai generali bianchi. Ed ecco ancora una cosiddetta “Repubblica popolare” dei reazionari Vinničenko-Petliura, di fatto un Direttorio controrivoluzionario, liquidato dall’insurrezione del febbraio 1919.

Più a est, e più vicine al potere sovietico russo, erano sorte la Repubblica di Donetsk-Krivoj Rog (DKRS – proclamata nel gennaio 1918 dal IV Congresso regionale dei Soviet nell’ambito della RSFSR: si chiamava così il Donbass alla nascita del potere sovietico) e le Repubbliche di Crimea e di Odessa.

Ma, in generale, se è vero che i nazionalisti ucraini, indipendentemente dal tipo di governo in Russia, sovietico o meno, non volevano avere nulla in comune con lo spazio russo e cercavano l’alleanza con qualunque potenza straniera fosse interessata alle risorse ucraine, è però curioso come il virus della “ucrainicità” fosse diffuso anche tra molti comunisti ucraini, come si evince dai contrasti tra i bolscevichi di Kiev e quelli della DKRS.

Chi ha diviso lo spazio sovietico?

Secondo il politologo Sergei Vasil’tsov, le critiche al bolscevismo da parte dell’attuale leadership russa costituiscono un tema abbastanza vecchio; si incolpano Lenin e Stalin della “divisione” del paese, per tacere sullo smembramento di classe della società russa e la riduzione in miseria dei lavoratori.

In effetti, ciò che spicca nelle diverse dichiarazioni di Vladimir Putin a proposito della storia sovietica e del ruolo dei comunisti, è l’assenza di ogni riferimento di classe; un’assenza del tutto in linea con la visione della società tipica della borghesia, i cui rappresentanti raffigurano il “loro” mondo come fosse l’unico reale, uniforme, che ruota compatto attorno agli interessi della classe capitalista.

Dunque, anche sulla questione nazionale, la visione borghese distingue soltanto tra il “nostro” Stato, la “nostra” nazione, il “nostro” popolo, saldi sotto le bandiere del “proprio” confine, e lo Stato e la nazione nemici. Tutto ciò che non risponde agli interessi della “propria” ricchezza è per ciò stesso estraneo o addirittura nemico e si deve o cercare di accentrarlo attorno al “proprio” Stato, assimilarlo, oppure combatterlo.

E la questione si complica ancora di più nel caso di Stati plurinazionali, quale era ad esempio la Russia alla vigilia della Rivoluzione. Tant’è che Vladimir Putin presenta l’esperienza sovietica dal punto di vista della borghesia: «l’unica cosa che teneva il paese nell’ambito dei confini comuni era il filo spinato» ha detto.

Al borghese Putin è estranea una visione della società che parta dalla divisione in classi e dalla solidarietà, dall’unità delle classi lavoratrici delle diverse nazioni.

Una visione – anzi: la visione principale, basilare – costantemente presente, al contrario, in ogni analisi, discussione, risoluzione dei bolscevichi, sia che enunciassero il principio del diritto all’autodeterminazione delle nazioni, sia che ne argomentassero la sua subordinazione al più alto principio della lotta di classe e, dunque, ne constatassero, in ogni situazione concreta, l’opportunità o meno, nel dato momento, della sua applicazione sic et simpliciter.

Nel 1913, Vladimir Lenin affermava che il riconoscimento, da parte della social-democrazia, del diritto all’autodeterminazione di tutte le nazionalità, non «significa affatto la rinuncia della s-d a un’autonoma valutazione sull’opportunità della separazione statale di questa o quella nazione in ogni caso concreto».

Si portava l’esempio di Polonia e Finlandia, tra le più chiuse in se stesse, ma anche tra le più sviluppate culturalmente, all’epoca ancora incluse nell’impero russo e Lenin scriveva che la rivoluzione del 1905 aveva dimostrato che anche in queste due nazioni le classi dominanti, latifondisti e borghesia «abdicano alla lotta rivoluzionaria per la libertà e cercano il contatto con le classi dominanti in Russia e con la monarchia zarista per paura del proletariato rivoluzionario di Finlandia e Polonia».

Dunque, i social-democratici dovevano mettere in guardia proletariato e classi lavoratrici di tutte le nazionalità dal diretto inganno con le parole d’ordine nazionaliste della “propria” borghesia, che cercava l’unione con la borghesia di altre nazioni e la monarchia zarista.

In ogni documento elaborato dal POSDR e poi RKP(b) e in particolare nelle tesi messe a punto da Lenin e da Stalin, nei diversi periodi, nei diversi congressi e conferenze di partito, si è sempre evidenziato come la rivendicazione democratica del diritto all’autodeterminazione delle nazioni non significasse affatto la frammentazione delle diverse organizzazioni politiche, sindacali, culturali dei lavoratori delle diverse nazionalità.

«Non una federazione nella struttura del partito e non la formazione di gruppi s-d nazionali, bensì l’unità dei proletari di tutte le nazioni della data regione, conducendo propaganda e agitazione in tutte le lingue del proletariato locale, insieme alla lotta unitaria degli operai di tutte le nazioni contro ogni tipo di privilegio nazionale».

Una Ucraina targata “Vladimir Il’ič Lenin”?

Guardando non solo al ruolo dell’imperialismo anglo-francese negli anni ’20 del secolo scorso, ma anche alle mire odierne dell’imperialismo USA e UE, è appena il caso di ricordare quali siano state e siano le loro manovre nel soffiare sul fuoco del separatismo delle élite locali nelle varie periferie dell’URSS.

«Come risultato della politica bolscevica» disse lo scorso febbraio Vladimir Putin, «sorse anche l’Ucraina sovietica, che ai nostri giorni può definirsi con pieno fondamento “Ucraina Vladimir Il’ič Lenin”» – come fosse il nome di una piazza o di una via; «egli è il suo autore e architetto e ciò è pienamente confermato dai documenti d’archivio, incluse alcune rigide direttive leniniane sul Donbass, che fu letteralmente ficcato nell’Ucraina».

Qui di nuovo si ignora qualsiasi considerazione di classe, sostituita dall’egoismo nazionalista: la comunanza di interessi tra lavoratori di nazioni diverse lascia spazio alla concorrenza dei capitali, formalmente russi o ucraini e molto spesso pienamente integrati gli uni con gli altri.

Va da sé che i pochissimi lavoratori industriali dell’Ucraina del tempo e la gran parte dei contadini arretrati, si sentivano di per sé russi, mentre le tendenze più accentuatamente nazionaliste riguardavano solo una cerchia di intellettuali e borghesi di città.

Il fatto che il governo sovietico riconoscesse all’Ucraina la regione del Donbass, mentre serviva anche a togliere terreno al più acceso e reazionario nazionalismo, partiva dal dato dell’integrazione, comunque e di fatto, di lavoratori e masse proletarie russe e ucraine, indipendentemente dai formali confini regionali, poggiante sull’influenza internazionalista del Partito comunista.

Alla Conferenza “d’agosto” (1913) del CC del POSDR, nella risoluzione proposta da Lenin sulla questione nazionale, si affermava che la lotta contro l’oppressione nazionale è indissolubilmente legata alla lotta contro lo zarismo, per una struttura dello Stato coerentemente democratica e repubblicana, che assicuri la piena parità di diritti di tutte le nazioni e lingue. Si giudicavano particolarmente necessari un’ampia autonomia e un democratico autogoverno locale.

Nell’estate 1917, di fronte all’atteggiamento del Governo provvisorio che, sulla scia di quello zarista, negava qualsiasi autonomia all’Ucraina, pur in presenza di dichiarazioni della Rada di non volersi separare “da tutta la Russia, non rompere con lo stato russo”, ma di aspirare a che “il popolo ucraino sulla propria terra abbia il diritto di decidere della propria vita”, Lenin scriveva che nessun «democratico, per non parlare poi dei socialisti, osa negare la piena legittimità delle richieste ucraine... o il diritto dell’Ucraina alla libera separazione dalla Russia: anzi, proprio soltanto l’incondizionato riconoscimento di tale diritto dà la possibilità di fare agitazione per la libera unione di ucraini e grandi-russi, per l’unità volontaria di due popoli in un unico stato.

Proprio soltanto l’incondizionato riconoscimento di tale diritto è in grado di rompere, di fatto, irrevocabilmente, fino in fondo, col maledetto passato zarista, che aveva fatto di tutto per la reciproca estraneazione di due popoli così vicini per lingua, sede di vita, carattere e storia. Il maledetto zarismo aveva trasformato i grandi-russi in carnefici del popolo ucraino, alimentando in esso l’odio per coloro che proibivano anche ai bambini ucraini di parlare e studiare nella loro lingua madre»
.

Come ricorda infatti Edward Carr, negli anni ’70 del XIX secolo il governo zarista aveva emanato un bando contro letteratura e giornali ucraini, in parte attenuato dopo la rivoluzione del 1905, ma pienamente rimesso in vigore nel 1914.

Dunque, continuava Lenin, la democrazia rivoluzionaria russa deve rompere con quel passato e rifondare negli operai e contadini ucraini la fiducia fraterna negli operai e contadini russi: ancora una volta, il perno è costituito dall’unità di classe e non da reciproche pretese nazionaliste.

Al tempo stesso, ancora una volta, si ribadiva che «non siamo sostenitori dei piccoli stati. Siamo per la più stretta unione degli operai di tutti i paesi contro i capitalisti del “proprio” e tutti i paesi in generale. Ma proprio perché tale unione sia volontaria, l’operaio russo, senza credere in nulla e nemmeno per un istante né alla borghesia russa né alla borghesia ucraina, si esprime ora per il diritto degli ucraini a separarsi, non imponendo loro la propria amicizia, ma conquistandola col trattarli da pari a pari, da alleati e fratelli nella lotta per il socialismo».

Ecco l’Ucraina “targata Vladimir Il’ič Lenin” che sembra fare tanto ribrezzo a Vladimir Vladimirovič Putin.

Ancora E. Carr cita a proposito le parole di Lenin nel 1916, a proposito del fatto che chi non abbia riflettuto sulla questione, può trovare “contraddittorio” che i socialdemocratici delle nazioni che opprimono insistano sulla “libertà di secessione” e quelli delle nazioni oppresse insistano sulla “libertà di unione”.

Ma, diceva Lenin, è sufficiente «riflettere un poco per comprendere che non può esserci alcun’altra strada verso l’internazionalizzazione e la fusione delle nazioni, alcun’altra strada dalla situazione presente verso il raggiungimento di quello scopo».

Dunque: chi ha “creato” l’Ucraina?

Difficile dichiararsi d’accordo con quanti accusano Lenin di aver creato l’Ucraina. Per costoro, sarebbe forse stato preferibile che nazioni in cui il 90% della popolazione era costituito da contadini – come era il caso, appunto, dell’Ucraina, ma anche di regioni russe più arretrate e di molte aree del Caucaso – rimanessero indietro rispetto allo sviluppo del centro russo.

Proprio tale arretratezza costituiva uno dei metodi con cui lo zarismo manteneva soggiogata tutta quella metà della popolazione dell’impero che subiva l’oppressione nazionale delle classi dominanti.

Alla Conferenza “d’Aprile” 1917, quando lo zar era già stato rovesciato, si dice ancora una volta che la politica di oppressione nazionale, in quanto eredità dell’autocrazia e della monarchia, è sostenuta da latifondisti, capitalisti e piccola borghesia nell’interesse della conservazione dei loro privilegi di classe e della divisione degli operai delle diverse nazionalità.

L’imperialismo moderno, intensificando l’ambizione a soggiogare i popoli deboli, è un nuovo fattore di aggravamento dell’oppressione nazionale. Per quel che è raggiungibile nella società capitalista l’eliminazione dell’oppressione nazionale, ciò è possibile solo con una struttura repubblicana coerentemente democratica e un’amministrazione statale che garantisca la completa uguaglianza di tutte le nazioni e lingue.

A tutte le nazioni facenti parte della Russia deve essere riconosciuto il diritto alla libera separazione e alla costituzione di uno stato autonomo.

La negazione di un simile diritto e la mancanza di misure che garantiscano la sua pratica attuazione, corrisponde all’appoggio a una politica di conquista e annessione. «Solo il riconoscimento da parte del proletariato del diritto delle nazioni alla separazione assicura la piena solidarietà degli operai delle diverse nazioni e favorisce avvicinamento davvero democratico delle nazioni. Il conflitto sorto oggi tra la Finlandia e il Governo provvisorio, mostra in maniera particolarmente evidente che la negazione del diritto alla libera separazione conduce alla diretta continuazione della politica dello zarismo».

La nuova unione degli stati e delle nazionalità raccolte nel nuovo edificio statale, sovietico, fondato il 30 dicembre 1922, garantiva al contrario i diritti di ogni minoranza nazionale, esteso autogoverno e autonomizzazione regionale, con pieno diritto di separazione.

Quando si afferma di dolersi per la fine dell’Unione Sovietica e si dice che «solo una persona senza cuore può non dispiacersi del crollo dell’Unione Sovietica e solo una persona senza cervello può desiderare il ristabilimento di quella Unione», ci si deve ricordare che l’URSS è divenuta potente, industrialmente avanzata, ha sconfitto l’esercito all’epoca più potente al mondo ed è rimasta unita e compatta proprio grazie alle condizioni e alle regole stabilite al momento della sua fondazione, grazie al socialismo, all’unità del partito e al suo ruolo dirigente (non parliamo qui, ovviamente, delle ultime fasi dell’URSS) e la frammentazione è avvenuta proprio a partire dalle scelte a-classiste o anche apertamente anti-socialiste del partito e dello Stato tardo-sovietico.

A livello di documenti ufficiali: se la prima Costituzione sovietica (1924) definiva la «struttura del potere sovietico, internazionale per la sua natura di classe» e la Costituzione “staliniana” (1936), ai primi due articoli, declamava che «L’URSS è uno stato socialista degli operai e dei contadini. La base politica dell’URSS è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori, sviluppatisi e consolidatisi in seguito all’abbattimento del potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti e alla conquista della dittatura del proletariato», ecco che nella Costituzione “brežneviana” (1977) mancava ogni caratterizzazione di classe: «L’URSS è uno Stato socialista di tutto il popolo... Tutto il potere in URSS appartiene al popolo».

Le separazioni, le scissioni tra le varie Repubbliche sono avvenute allorché le diverse borghesie nazionali hanno rialzato la testa – incoraggiate a prendersi «tanta sovranità quanta ne potete inghiottire» (El’tsin): un’esortazione rivolta non tanto alle regioni, quanto alle borghesie di quelle regioni – ringagliardite dagli appetiti per le ricchezze delle “proprie” regioni e hanno cominciato a farsi concorrenza negli accaparramenti delle risorse nazionali.

La Dichiarazione posta in testa alla Costituzione del 1924 diceva che erano sinora rimasti infruttuosi i tentativi del sistema capitalista di risolvere il problema delle nazionalità conservando il sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

«L’inimicizia nazionale e gli scontri nazionali sono inevitabili finché il capitale è al potere, finché la piccola borghesia e, soprattutto, i contadini dell’ex nazione “potente”, pieni di pregiudizi nazionalisti, seguono i capitalisti» aveva scritto Stalin nelle Tesi per il XII Congresso del RKP(b) nel marzo 1923. Ancora una volta: la questione nazionale subordinata alla questione del potere degli operai e dei contadini.

Nel caso specifico dell’Ucraina, poi, mai completamente persa di vista dall’imperialismo occidentale, la questione delle bramosie della borghesia locale si è intrecciata con il vecchio nazionalismo che, a cavallo tra XIX e XX secolo, ha assunto caratteri reazionari e fascisti, abilmente sfruttati ora dalle potenze centrali, quindi dal nazismo e poi, a guerra appena terminata, dal Dipartimento di stato, con il corollario di un nazionalismo penetrato fino nelle file del partito e transitato fluidamente dall’ultimo periodo sovietico alla cosiddetta “indipendenza” proclamata in ordine sparso dalle ex Repubbliche dell’URSS, Russia compresa.

Perché, invece di accusare i bolscevichi di aver minato la Grande Russia, non ci si ricorda di come dalle file del PCUS, negli anni ’80, venissero gli incoraggiamenti alla creazione dei cosiddetti “Fronti popolari” nelle Repubbliche baltiche, ricettacolo anche di ex volontari SS e apripista dello scontro cruento i cui prodromi Mosca evitò accuratamente di frenare?

Perché Vladimir Putin non mostra altrettanto risentimento di quello che dimostra nei confronti di Lenin, per le scellerate decisioni khruščëviane relative proprio all’Ucraina, che spianarono la strada alla realizzazione dei progetti di penetrazione USA, oppure per le azioni disgregatrici e distruttive di Gorbačëv e El’tsin?

È storia, purtroppo, quella raccontata qualche anno fa dall’ex deputato del Soviet supremo dell’URSS, Viktor Alksnis, sui movimenti “indipendentistici” baltici a fine anni ’80 e su come la CIA avesse radunato a Cracovia i leader dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del “Rukh” ucraino, di Georgia, Moldavia, per dar vita a una Confederazione Baltico-mar Nero e creare un cordone sanitario attorno alla Russia, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA.

Lo sviluppo delineato dai bolscevichi

Lo sviluppo sovietico, come delineato dai bolscevichi, la graduale industrializzazione delle repubbliche del tutto arretrate o a larga maggioranza contadine, come era il caso anche dell’Ucraina, prevedeva la formazione di quadri tecnici locali, che prendessero via via il posto di quelli fino a quel momento giunti dalla Russia, in modo da «realizzare una linea di graduale “nazionalizzazione” delle istituzioni governative in tutte le repubbliche e regioni nazionali, e soprattutto in una repubblica così importante come l’Ucraina».

Perché, se il Turkestan, si diceva, rappresentava la repubblica più importante in termini di rivoluzione dell’Oriente, «il secondo punto debole del potere sovietico deve essere considerato l’Ucraina. Lo stato delle cose in termini di cultura, alfabetizzazione, ecc. qui è lo stesso, o quasi lo stesso, del Turkestan... La situazione in Ucraina è ulteriormente complicata da alcune peculiarità dello sviluppo industriale del Paese. Il fatto è che le principali industrie, carbone e metallurgica, non sono apparse in Ucraina dal basso, non per lo sviluppo naturale dell’economia nazionale, ma dall’alto, impiantate artificialmente dall’esterno».

Tale circostanza aveva determinato il fatto che la «composizione del proletariato industriale non è locale, non è di lingua ucraina. E questa circostanza porta al fatto che l’influenza culturale della città sulla campagna e il legame tra proletariato e contadini sono fortemente ostacolati da queste differenze nella composizione nazionale del proletariato e dei contadini».

Non il socialismo provocava le ambizioni nazionalistiche e le spinte separatiste; a incoraggiare le mire delle risorgenti borghesie nazionali e dell’imperialismo, era casomai la rinuncia al socialismo o un temporaneo arretramento dettato dalle circostanze.

I bolscevichi hanno sempre messo in guardia sia contro lo sciovinismo grande-russo, sia contro il nazionalismo nelle singole Repubbliche dell’Unione: due tarli che qua e là si annidavano in certe sfere della burocrazia sovietica e nello stesso partito e che nei primi anni dalla nascita dell’URSS coincisero con la NEP.

Quest’ultima e «il capitale privato a essa associato nutrono, coltivano il nazionalismo georgiano, azero, uzbeko, ecc.» e favoriscono la crescita del «nazionalismo grande-russo», mentre lo sciovinismo insidiava «l’uguaglianza delle nazionalità sulla cui base è costruito il potere sovietico».

Dunque «i rapporti tra il proletariato dell’ex nazione sovrana e i lavoratori di tutte le altre nazionalità rappresentano i tre quarti dell’intera questione nazionale», afferma Stalin nel 1923 e continua dicendo che «l’essenza di classe della questione nazionale nelle condizioni dell’attuale sviluppo sovietico consiste nell’instaurazione di corretti rapporti tra il proletariato dell’ex nazione dominante e i contadini delle ex nazionalità oppresse ... allo scopo di minare ogni sopravvivenza di sfiducia verso tutto ciò che è russo, una sfiducia nutrita e insinuata per decenni dalla politica zarista, e affinché il proletariato sia tanto vicino e affine ai contadini non russi quanto ai russi».

Con tale obiettivo, è necessario che il «potere sovietico diventi vicino e affine anche per i contadini di altre nazionalità», e sia dunque loro comprensibile nella lingua madre; è necessario che nelle scuole e negli organi governativi ci siano persone locali, che conoscono lingua, costumi, usanze, vita delle nazionalità non russe.

Solo allora e «solo nella misura in cui il potere sovietico, ancora russo fino agli ultimi tempi, diventerà non solo russo, ma anche potere internazionale, affine ai contadini delle nazionalità precedentemente oppresse, solo quando le istituzioni e gli organi di potere nelle repubbliche di questi paesi inizieranno a parlare e lavorare nella loro lingua madre», a ricevere l’istruzione nella lingua madre, come rivendicava già il primo Programma del POSDR nel 1903, allora si procederà in direzione della soluzione della questione nazionale.

Stalin invitava una volta di più a ricordare come la base dell’Unione fosse costituita dalla volontarietà e uguaglianza di diritti dei membri dell’Unione stessa: «...se noi, alle spalle di Kolčak, Denikin, Vrangel e Judenič, non avessimo avuto i cosiddetti “stranieri”, non avessimo avuto popoli precedentemente oppressi che minavano le retrovie di questi generali, con la loro simpatia silenziosa per i proletari russi... noi non avremmo battuto nemmeno uno di quei generali... Perché? Perché quei generali facevano affidamento sull’elemento colonizzatore dei cosacchi, dipingevano davanti ai popoli oppressi la prospettiva della loro ulteriore oppressione».

Di nuovo dunque l’elemento di classe, ignorato o estraneo a chi oggi rimpiange “la Russia che abbiamo perduto”. Un altro fattore, diceva Stalin, che contribuiva alla saldezza dell’Unione, era «l’essenza di classe del Potere sovietico. Ed è chiaro. Il Potere sovietico è il potere degli operai, la dittatura del proletariato che, per sua natura, favorisce il fatto che i lavoratori delle repubbliche e dei popoli, facenti parte dell’Unione, siano orientati su binari di amicizia l’uno con l’altro».

Dunque, attenzione a non scadere nello sciovinismo grande-russo, ma altrettanta cautela a gonfiare troppo le particolarità nazionali: un gruppo di compagni, affermava Stalin nelle conclusioni al XII Congresso, con a capo «Bukharin e Rakovskij, ha esagerato l’importanza della questione nazionale, l’ha esagerata e ha trascurato la questione sociale, la questione del potere della classe operaia, a causa della questione nazionale. Si deve ricordare che, oltre al diritto dei popoli all’autodeterminazione, esiste anche il diritto della classe operaia a rafforzare il proprio potere, e il diritto all’autodeterminazione è subordinato a quest’ultimo diritto».

In conclusione, una concezione del mondo che discenda dagli interessi di classe del proletariato è stata alla base dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Il suo abbandono, sulla scia di altri interessi, ha condotto alla fine dell’URSS e alle vicende di cui tutt’oggi siamo testimoni.

Bibliografia

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Fonte