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06/06/2026

Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi

Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.

I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.

A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.

La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.

I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.

Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.

L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.

Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.

L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.

Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.

È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.

Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.

Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.

E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?

L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.

Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.

Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.

È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.

Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.

Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.

L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.

Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.

Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.

Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.

I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.

Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.

L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.

A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.

Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.

Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.

Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.

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