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22/06/2026

Convegno di Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la guerra dell’Occidente all’ambiente

Si è svolto sabato 20 giugno a Bologna il Convegno Nazionale di Ecoresistenze. Una fitta giornata di dibattito che ha svelato il volto ecocida europeo tra speculazione finanziaria e economia di guerra.

Mentre i palazzi della politica e i media mainstream continuano a propinare la narrazione rassicurante e mistificatoria della “transizione ecologica”, la realtà materiale bussa violentemente alla porta. Sabato 20 giugno si è tenuto a Bologna il Convegno Nazionale promosso da Ecoresistenze dal titolo inequivocabile: “Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’Occidente dichiara guerra all’ambiente”.

Un appuntamento di dibattito serrato diviso in sessione mattutina e pomeridiana tra ricercatori, attivisti, comitati territoriali e un’importante componente di giovani, uniti dal rifiuto dei finti compromessi della compatibilità capitalista e determinati a rimettere al centro un ambientalismo che vuole affrontare alla radice il problema.

La crisi dell’universalismo occidentale e il bluff del capitalismo “green”

I lavori sono stati aperti da un’analisi strutturale della crisi sistemica che stiamo attraversando. Il primo intervento, affidato a Giorgio Ferrari (perito nucleare), ha tracciato il quadro generale: la crisi da sovrapproduzione capitalistica si innesta oggi sulla rottura del mercato globale e del diritto internazionale, seppellito definitivamente – è stato ricordato – sotto le macerie e il genocidio a Gaza.

In questo contesto, anche la “scienza” e istituzioni come l’IPCC non possono più essere considerate neutrali o sacre, ma vanno analizzate come strumenti spesso piegati a dinamiche politiche ed economiche ben precise. La soluzione al disastro ecologico non risiede nei “comportamenti individuali virtuosi” o nei sermoni moralisti dell’ambientalismo liberale, ma in una rottura politica ed economica con il modo di produzione capitalista ed i suoi alfieri.

La militarizzazione dei territori e l'economia di guerra

La declinazione più brutale e immediata della transizione bellica sui territori è stata sviscerata dall’intervento di Antonio Mazzeo, saggista e da sempre in prima linea nel mappare la penetrazione della NATO e degli apparati militari nel nostro Paese. Mazzeo ha illustrato come la militarizzazione non sia solo un’opzione geopolitica astratta, ma un processo materiale che divora risorse pubbliche, sottrae terre all’agricoltura e alla collettività, ed eguaglia o supera per impatto distruttivo le grandi opere speculative di stampo civile.

L’economia di guerra si traduce nei territori con l’ampliamento delle basi, le esercitazioni militari ecocidiarie e la subordinazione della ricerca scientifica universitaria alle esigenze dell’industria bellica e della difesa, sottraendo fondi vitali alla messa in sicurezza ambientale e idrogeologica del territorio nazionale.

Il territorio come merce e come trincea di resistenza

Elemento fondamentale per il dibattito è stata la dimensione territoriale e urbana. Rossella Marchini, architetta ed esperta di trasformazioni urbane, ha sviscerato il meccanismo con cui la rendita finanziaria globale opera sui territori, imponendo la propria destinazione urbanistica alle amministrazioni locali complici. Attraverso il caso studio dello Stadio di Pietralata a Roma (ma passando anche per tutte le opere inutili ed ecocide che da Milano a Palermo vengono calate sui territori), si è mostrato come l’interesse pubblico sia stato totalmente subordinato al profitto privato.

I territori, tuttavia, non sono solo luoghi di estrazione di valore, ma diventano le trincee in cui si sviluppano le ecoresistenze. Lo sguardo si è allargato anche agli scenari internazionali e post-bellici, denunciando come persino la distruzione di Gaza venga già cavalcata dai flussi finanziari per immaginare speculazioni edilizie iper-tecnologiche sulle macerie.

La ristrutturazione dell’agricoltura nel contesto del mercato globale

A chiudere la prima parte dei lavori è stato l’intervento di Mauro Conti (ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’UniCal), incentrato sulla crisi strutturale del settore primario e sulle trasformazioni dell’agricoltura nel mondo globale. Conti ha analizzato il fallimento delle politiche agricole europee e dei trattati di libero scambio, che hanno stritolato i piccoli produttori a vantaggio della grande proprietà fondiaria e delle multinazionali dell’agroindustria.

Un ruolo centrale lo hanno anche i Nuovi OGM (o TEA) (in questi giorni deregolamentati dal Parlamento Europeo) nell’esemplificare come la “finta transizione” in agricoltura si sta traducendo nella messa a valore sempre più ampia del vivente, dimostrando ancora una volta l’incompatibilità intrinseca tra la logica del massimo profitto e la sovranità alimentare e popolare.

Il grande bluff dell’atomo e della transizione energetica

Sulla stessa linea di critica alle finte soluzioni tecniche a problemi di natura squisitamente politica si è inserita la relazione di Sandro De Cecco (docente di Fisica Nucleare presso La Sapienza di Roma), che ha affrontato quello che oggi rappresenta il vero e proprio cuore della mistificazione ecologista occidentale: la questione del nucleare.

Dati alla mano, è stata smontata pezzo per pezzo la narrazione della fissione nucleare come energia “pulita”, “sicura” e indispensabile per la decarbonizzazione, oggi cinicamente inserita dall’Unione Europea nella cosiddetta “Tassonomia Verde” e sdoganata in Italia dal governo Meloni tramite la legge delega sul nucleare approvata da poco alla Camera dei Deputati.

L’intervento ha messo a nudo la natura strutturale e tutt’altro che pacifica di questa scelta: i tempi di realizzazione biblici e i costi astronomici di realizzazione del “vecchio nucleare” insieme all’inconsistenza dietro la cosiddetta “nuova generazione” (SMR, IV generazione...) dimostrano l’inconsistenza economica e climatica di questo piano per l’abbattimento immediato delle emissioni – esaminato anche alla luce degli scenari al 2050.

Il punto nodale risiede altrove, ovvero nella natura strategica e duale della tecnologia nucleare. La reintroduzione del nucleare civile serve in realtà a mantenere in vita e a finanziare le competenze tecnologiche, le infrastrutture industriali e la filiera di approvvigionamento necessarie al settore militare e agli armamenti strategici del blocco euro-atlantico.

L’interesse collettivo a guida delle priorità politiche: pianificazione e “civiltà ecologica”

Lo sguardo internazionale si è ampliato grazie ai contributi di Francesco Maringiò (giornalista esperto di Cina) e Chen Yiwen (professore associato alla Scuola di Marxismo dell’Università di Tsinghua), che hanno analizzato i modelli di sviluppo alternativi a quello occidentale, focalizzandosi sul concetto di “Civiltà Ecologica” inserito nella costituzione cinese.

I relatori hanno evidenziato come l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese rappresenti oggi un caso di studio cruciale: dopo aver subito i devastanti squilibri ambientali legati alle prime fasi di inserimento selvaggio nel mercato globale, il Paese sta tentando di invertire la rotta attraverso una forte pianificazione economica e una “dialettica marxista dell’ecologia”.

L’analisi degli interventi ha mostrato un dato materiale concreto: l’esistenza di un controllo pubblico e centralizzato dello Stato permette di sganciare la ricerca tecnologica, la transizione energetica e la tutela della biodiversità dalle sole e distruttive logiche del profitto privato a breve termine, offrendo un esempio di come la pianificazione di lungo periodo sia condizione necessaria (anche se sicuramente non sufficiente) a porre le basi per un reale sviluppo sostenibile.

Contro il riduzionismo, per la “militanza scientifica”

Il cuore scientifico e metodologico del convegno ha scardinato l’idea che il collasso ecologico sia un destino ineluttabile della specie umana, offrendo una sponda fondamentale all’ambientalismo sottolineando il rapporto inscindibile tra scienza e società.

Nel solco già tracciato dalle considerazioni di De Cecco, Antonio Bodini (professore di Ecologia presso l’Università di Parma) ha sferrato un attacco frontale al riduzionismo scientifico di stampo neoliberista, la cui pretesa è quella di parcellizzare la crisi ecologica in singoli indicatori quantitativi mercificabili (come le borse della CO2 o i crediti di carbonio).

A dimostrazione che un’alternativa materiale è possibile, Bodini ha valorizzato l’esperienza storica di Cuba. Nonostante il criminale e genocidiario bloqueo statunitense, l’isola caraibica si è dimostrata terreno fertile per l’applicazione di una nuova visione dell’ecologia improntata sul materialismo dialettico, grazie al fondamentale incontro tra Fidel Castro e Richard Levins.

Questo è stato possibile solo grazie alla pianificazione economica centralizzata e all’assenza della logica del profitto privato a guida delle priorità politiche: una testimonianza tangibile di come la tutela dell’ambiente e l’uguaglianza sociale richiedano lo sganciamento dai meccanismi di mercato, ricollegando la ricerca scientifica ai bisogni materiali delle classi popolari.

Continuità della lotta: organizzarsi è la priorità

Nelle conclusioni della giornata è stato tratto il bilancio politico del convegno, inchiodando alle proprie responsabilità tanto la destra di governo quanto le forze politiche del centrosinistra e dei partiti Verdi europei. Questi soggetti sono stati i principali artefici del Green New Deal e oggi sono capofila tra i guerrafondai, reprimendo poi con i manganelli i comitati locali che difendono i territori.

Un importante terreno di battaglia individuato riguarda la nuova svolta verso la nuclearizzazione portata avanti dall’Unione Europea dietro la maschera della sostenibilità. In Italia, il Governo Meloni, attraverso una legge delega già approvata alla Camera, sta promuovendo la reintroduzione dell’energia nucleare, calpestando l’esito dei referendum popolari con cui i cittadini si erano espressi chiaramente in senso contrario. Su questo terreno di complicità bi-partisan si allineano tanto il centrodestra quanto il centrosinistra.

La presenza attiva e numerosa di giovani, studenti e delegati dei comitati territoriali ha dimostrato che esiste un pezzo di paese reale che non si arrende alla transizione bellica. Presenti tra gli altri il Comitato Popolare Pilastro di Bologna, il Collettivo Balia dal Collare da Rieti, I No Ponte Calabria, I No Triv Basilicata e il Coordinamento Sì Parco Sì Ospedale di Pietralata (Roma).

Il dibattito, animato dagli interventi della platea e dalle realtà che hanno seguito i lavori sia in presenza che a distanza, ha confermato la necessità impellente di costruire organizzazione. Non basta l’indignazione, serve un orientamento politico dei conflitti ambientali che sappia legare la lotta contro le grandi opere speculative e la difesa della salute nei territori all’opposizione frontale al modello di sviluppo e all’economia di guerra.

Il convegno di Ecoresistenze non è stato un punto d’arrivo, ma una tappa fondamentale di chiarificazione analitica, filosofica e politica di rilancio della mobilitazione per i prossimi mesi. La reale transizione ecologica può darsi solo fuori e contro la logica del capitalismo e della guerra.

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