Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

21/06/2026

Fino a quando quando gli Usa non fermeranno Israele, Hormuz resterà chiuso

Un impegno contro un altro impegno. Questa la normalità di una trattativa seria.

Nel caso dell’Iran, il governo di Teheran si era preso l’impegno di riaprire Hormuz subito. E l’ha fatto. Ieri, il comando Usa al largo dell’Oman ha contato 55 navi di diverso tipo che hanno attraversato lo Stretto.

Il primo impegno Usa, scritto nero su bianco nel “memorandum of understanding” era fermare ogni conflitto armato da parte sua e del suo alleato, compreso il Libano.

Anche un cieco vede che questo impegno non è stato rispettato da Israele, e dunque gli Stati Uniti – loro “unico alleato”, come ricordato dal vicepresidente J.D. Vance – non sono in grado di trattare anche a nome di Tel Aviv. Il che rende largamente inutile la discussione degli altri tredici punti del MoU, perché è difficile credere a una “pace” se un pezzo importante della controparte continua a sparare, ad occupare un paese sovrano, lamentandosi persino di incontrare una Resistenza.

Ma nonostante le telefonate “furiose” di Trump a Netanyahu, nonostante la durissima reprimenda recitata dal suo vice (“Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che ha protetto la loro nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”), l’esercito israeliano ha continuato a massacrare civili, sanitari, giornalisti, seminando fosforo bianco (vietato da tutte le convenzioni internazionali) per rende impossibile il ritorno della popolazione nel sud del paese.

Di conseguenza – e non volendo arrivare immediatamente allo scontro militare diretto con Tel Aviv – Teheran ha dichiarato nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz da ieri pomeriggio. La decisione “è arrivata a causa dell’apparente violazione dei patti da parte di Washington, e dell’inversione del suo impegno a non attuare il primo punto del memorandum d’intesa sulla fine della guerra”.

La chiusura è arrivata anche “in risposta alle continue e ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dell’entità sionista nel sud del Libano, e alla conseguente brutale uccisione e sfollamento di centinaia di migliaia di persone da questo paese oppresso”.

Il regime sionista ha commesso più di 300 chiare violazioni dell’accordo e ha attaccato più di 25 insediamenti e villaggi da venerdì mattina. Gli attacchi includono bombardamenti con aerei, droni, artiglieria e l’uso di bombe a grappolo vietate, che finora hanno ucciso 111 persone e ne hanno ferite altre 176.

Se l’aggressione continua, “altri passi saranno pianificati e implementati per costringere il nemico a rispettare i suoi obblighi”. Da Teheran hanno anche fatto sapere che “il campo [di battaglia, ndr] e la diplomazia stanno lavorando in pieno coordinamento tra loro”, avvertendo però che “l’opportunità è specifica e molto limitata”.

Nonostante questa novità, i negoziatori americani e iraniani – insieme ai mediatori pakistani e qatarioti – si sono messi in viaggio per Burgenstock, in Svizzera, dove da stamattina dovrebbe partire la “discussione di merito” su tutti i punti.

La delegazione negoziale iraniana, intitolata “Minab 168” in ricordo delle bambine massacrate in un attacco Usa nei primi giorni della guerra, guidata da Mohammad Baqer Qalibaf, e con  la partecipazione del ministro degli esteri Abbas Araqchi, oltre a funzionari della sicurezza e dell’economia è arrivata a Zurigo.

Ed è chiaro che il primo punto – fermare Israele in Libano – va concretizzato subito, altrimenti non si va avanti. Anche se i negoziatori iraniani si dicono soddisfatti dell’avanzamento della discussione su tutti gli altri punti.

Ma il portavoce del ministero degli esteri ha anche avvertito che “Se l’altra parte non attua pienamente i suoi obblighi e non agisce il prima possibile, tutta la comprensione sarà messa a repentaglio”.

Non c’è insomma spazio per i soliti giochetti sionisti e statunitensi, per gli impegni presi ma non rispettati, per i cambiamenti di impostazione in corso d’opera, per le “tregue” dichiarate solo sulla carta. Si tratta per arrivare ad un risultato condiviso, oppure non ci sarà nessun accordo. E la cosa riguarda anche – e soprattutto a questo punto – Israele.

Una posizione audace che capitalizza la capacità iraniana di resistenza mostrata nel mese e mezzo di guerra aperta, e non si fonda quindi solo sulla “capacità dialettica” dei negoziatori.

Un primo risultato c’è stato: “Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l’Idf ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano”. Ma è una dichiarazione fatta mille volte e sempre annullata il giorno dopo. Fino all’ora in cui scriviamo (8 di mattina del 21/6) sembra stia tutto sommato reggendo.

Ma, all’opposto, lo stesso Netanyahu fa sapere che Israele rimarrà nel sud del Libano “per tutto il tempo che sarà necessario per difendere le sue frontiere occidentali”. Quelle che nessun trattato internazionale ha potuto indicare, nero su bianco, quali fossero, ma che vengono “spostate” mese dopo mese da Tel Aviv accampando “necessità di sicurezza” sempre e solo per sé.

Il vero problema del Medio Oriente è soprattutto questo.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento