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27/06/2026

Brexit dieci anni dopo: il Regno Unito non gode ma neppure l’Europa

Dieci anni dopo abbiamo perso tutti

La cronistoria è abbastanza nota. Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votava con una ristretta maggioranza a favore dell’uscita dall’Unione Europea. Spinto dalla presa di posizione dell’United Kingdom Independence Party di Nigel Farage e dalla spinta pro-Brexit del Partito Conservatore britannico di Boris Johnson. Per memoria dei titoli nella Storia. Sintesi: il Regno Unito decise di rompere il cordone ombelicale con Bruxelles 43 anni dopo l’ingresso nell’allora Comunità Economica Europea. Un cordone, già meno stretto di quello del resto dell’Europa, con Londra meno impegnata a finanziare l’agenda comunitaria, mentre John Major e Tony Blair avevano difeso l’indipendenza della sterlina.

Il trauma della Brexit

Vantata da quello spaccone di Boris, la rottura della Brexit fu allora l’evento premonitore (di altre sciagure). Pochi mesi dopo, l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e certificare la nascita di una nuova ondata populista e nazionalista. Dieci anni dopo, i conti tirati da Andrea Moratore di InsideOver: «Londra non è riuscita a distanziarsi dal trend di declino globale che condiziona l’Europa tutta. Non c’è stato un miglioramento delle condizioni di vita. Nessuna nuova primavera economica è emersa e il sogno della “Singapore sul Tamigi”, moderna nave corsara finanziaria pronta a solcare i mari della globalizzazione, è rimasta tale assieme ai progetti di una Global Britain».

Illusioni e incapacità politiche

L’utopia libertaria in campo finanziario come principale promessa dei fautori dell’Exit, alla prova, inciampa su se stessa. L’austerità che ha falcidiato le comunità locali e il poco di Stato sociale garantito, mentre esplode il debito pubblico. E la crisi economica diventa politica con il Regno Unito che conosce diversi shock elettorali e una crisi pesante dell’inflazione e del costo della vita per tre volte in sei anni: «durante la pandemia di coronavirus, che acuì le disuguaglianze territoriali, all’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’attuale crisi del Golfo». Prezzo decisamente alto, non risolvibile con piccoli trucchi di indoratura politica.

Povera Inghilterra nel mezzo

A perdere è stata anche l’Inghilterra, intesa come suo principale corpo costituente tra tanti indipendentismi mai sedati del tutto attorno a quel Regno problematicamente Unito. E i populismi alla Farange diventano, oggi, l’errore tragico che si ripete, «nuovi nazionalismi celtici, separatisti e centrifughi, dalla faglia tra le Midlands e la prospera Londra». Fotografia immediata? «Incerta e zoppicante, l’Inghilterra è tornata terreno di caccia per il populismo incendiario di Farage, tornato in versione remigrazionista, pronto a dare all’ambientalismo e al woke la colpa di ciò che non è andato dal 2016 ad oggi». Auguri.

L’Europa che in parte reagisce

Dieci anni dopo, su alcuni fronti l’Europa è arrivata là dove Londra sognava di giungere firmando accordi commerciali con l’India (Mercosur) e l’Australia, mentre il Regno Unito ha avuto meno potere negoziale in campo commerciale e non si è emancipato su quello geopolitico, «subendo l’attrazione fatale americana e provando a rifarsi slanciando una proiezione contro l’arcirivale russo per inventare influenza». Ma l’uscita del Regno Unito che avrebbe potuto essere la base per serrare le fila e fare dell’Unione Europea, persa l’anomalia frenante britannica, un soggetto più coeso e coerente, razionale persino con qualche ambizione magari di potenza non ha avuto seguito complessivo.

Alla fine, un’occasione perduta

La Brexit, alla fine, è stata un’occasione perduta, con Londra che insiste per tirare una parte del blocco dei Ventisette sul fronte del contenimento antirusso. E la Global Britain sognata da Boris Johnson e suoi alleati è stata poco e nulla Global e rischia nei prossimi decenni di non essere nemmeno più Britain. Abbiamo perso tutti, e dieci anni dopo è più insicuro il Regno Unito nel mondo, lo è l’Europa, «lo è l’operaio delle Midlands che ha votato la Brexit temendo idraulici polacchi, concorrenza salariale al ribasso e tutto ciò che la propaganda dei vari Farage presentava come minaccia esistenziale». Vincono tutti tranne i tribuni di ieri che potrebbero essere potenzialmente chiamati, in futuro, a governare i cocci che essi stessi hanno infranto.

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