Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/05/2025
Gran Bretagna - Farage è tornato!
Un laboratorio pericoloso si apre nei consigli locali appena conquistati, mentre il sistema elettorale maggioritario mostra l’inadeguatezza a rappresentare la nuova geografia politica del paese.
Le elezioni locali britanniche del 1° maggio 2025, seppur caratterizzate dalla consueta bassissima partecipazione popolare (intorno al 30%) hanno segnato un punto di svolta nella politica del Regno Unito. Reform UK ha ottenuto risultati sorprendenti, conquistando 677 seggi nei consigli locali (nei quali non era presente) e prendendo il controllo di dieci organi, tra cui Staffordshire, Lancashire, Kent, Lincolnshire (si veda anche la Tabella 1).
Di grande impatto simbolico, inoltre, la vittoria nella contea di Durham, simbolo del movimento operaio britannico dato il suo passato legato all’industria mineraria. Inoltre, ha vinto due delle sei elezioni dirette per i sindaci metropolitani, nel nord-est del paese (Greater Lincolnshire e Hull & East Yorkshire); nelle altre quattro votazioni, Reform UK è giunto comunque secondo, insidiando da vicino i vincitori Laburisti (Doncaster, North Tyneside – con margini inferiori ai mille voti – e West of England) e Conservatori (Cambridgeshire & Peterborough).
La vittoria più significativa, ad ogni modo, appare quella nell’elezione suppletiva per il seggio parlamentare di Runcorn & Helsby, strappato, con un margine di soli sei voti, al Partito Laburista (a fronte di un’affluenza del 46%). Annullato, dunque, in meno di dieci mesi, il precedente vantaggio di quindicimila preferenze che aveva consentito alla compagine guidata da Keir Starmer di confermare il proprio successo in questo collegio nel luglio 2024.
Il successo di Reform UK è stato ovviamente forte nei territori deindustrializzati del nord e delle Midlands, tradizionali roccaforti laburiste. In Staffordshire, il partito ha ottenuto 49 seggi su 62, con il 41,2% dei voti, mentre i Conservatori sono scesi al 27,8% e i Laburisti al 16,1%. In Lancashire, ha conquistato 53 seggi su 84, superando i Conservatori (8 seggi) e i Laburisti (5 seggi).
A Doncaster, nonostante la sconfitta nell’elezione diretta del sindaco, Reform UK diventa il principale gruppo consiliare, con ben 37 seggi su 55, riducendo la pattuglia laburista a soli 12 elementi. A Durham, Reform UK ottiene 65 seggi su 98, riuscendo a strappare consensi sia ai Conservatori che ai Laburisti. In questi territori, Farage può certamente fare leva sulle proprie credenziali. Artefice della vittoria referendaria del 2016, ha portato a compimento la missione esistenziale.
La novità è però rappresentata dallo sfondamento dei faragisti nel Sud, bastione conservatore. Impressiona la vittoria nel consiglio di contea del Kent: su 81 seggi, Reform UK ne porta a casa 57, tutti strappati ai Tories, lanciando, dunque, una sfida per l’egemonia a destra.
La combinazione tra la nota capacità di Farage di fare breccia nel Red Wall del Nord inglese, ampiamente sperimentata nel 2016, con i risultati del referendum per l’uscita dall’Unione Europea, e l’abilità di approfittare, in maniera pressoché totale, della crisi conservatrice, costituisce un elemento da non sottovalutare.
Reform UK appare in grado di costruire una coalizione reazionaria, unendo i ceti popolari alienati e disillusi del Nord, con strati sociali più elevati e tradizionalmente orientati a destra del Sud. Un salto di qualità in cui molti osservatori ravvisano una riedizione del trumpismo in salsa britannica, ma che si può certamente anche ricollegare ad analoghi tentativi messi in atto da formazioni della destra europea.
Il Partito Laburista, guidato da Keir Starmer, ha subito perdite significative, tra cui la perdita del seggio di Runcorn & Helsby, precedentemente considerato sicuro. Le politiche di austerità, come i tagli ai sussidi agli anziani per il riscaldamento nei mesi invernali, l’ennesimo giro di vite sulle indennità di invalidità e sul welfare in generale, ha alienato la base elettorale tradizionale del partito.
Nonostante alcune vittorie simboliche – di stretta misura – come quelle per i sindaci metropolitani di North Tyneside e Doncaster, il partito ha mostrato una crescente disconnessione dalle esigenze delle classi lavoratrici. A questo si aggiunge il malcontento crescente in settori progressisti e nelle comunità musulmane, che hanno punito il Labour in città del nord-ovest come Preston e Burnley, dove candidati indipendenti pro-Palestina hanno ottenuto risultati significativi.
Le complicità della leadership di Starmer con le politiche genocide israeliane hanno minato ulteriormente la tenuta del Labour sul fronte sinistro, lasciando spazio a forme di dissenso elettorale che potrebbero strutturarsi in opposizione permanente, come già dimostrato nelle elezioni generali del luglio 2024 che portarono all’elezione di una piccola pattuglia di parlamentari indipendenti (incluso l’ex leader del partito, Jeremy Corbyn).
La campagna elettorale
Nigel Farage ha attraversato il paese come un battitore libero della destra radicale, moltiplicando apparizioni pubbliche, interviste e comizi in stile populista; al momento, Reform UK appare, analogamente alle sue precedenti incarnazioni (UKIP, Brexit Party) una formazione fortemente centrata sul suo leader; tuttavia, l’imponente infornata di rappresentanti negli enti locali potrebbe – ‘finalmente’ – contribuire alla crescita di una classe dirigente diffusa.
Farage ha saputo incarnare il ruolo dell’oppositore antisistema, raccogliendo la disillusione di ampi settori popolari nei confronti del governo laburista, già in difficoltà dopo pochi mesi. Ma non si è limitato alla solita retorica razzista e anti-migranti: ha proposto il ripristino dei i sussidi per le bollette invernali per gli anziani, e, addirittura, la ri-nazionalizzazione dei servizi idrici e del settore della siderurgia, oggetto, al momento, di una grave crisi industriale.
Ha certamente colpito il contrasto con il primo ministro Keir Starmer, che ha scelto la linea dell’invisibilità, disertando persino la campagna per le suppletive di Runcorn and Helsby, dove si votava per un seggio parlamentare cruciale. Una scelta che rivela quanto il Labour, forte di una maggioranza parlamentare ancora solidissima, preferisca, in questa fase, la mera gestione tecnocratica finanche al conflitto elettorale.
Farage ha inoltre continuato ad attaccare senza tregua i Conservatori, ridotti a un’ombra dopo quattordici anni di governo. La nuova leader, Kemi Badenoch, non è ancora riuscita né a ricostruire un’identità politica, né a tenere testa a Farage sul piano della comunicazione. Dentro i Tory si discute se opporsi a Reform UK o avvicinarvisi: un’ambiguità che conferma lo sbandamento strategico del partito, ma che rivela, comunque, la possibilità di un dialogo a destra, e l’assenza di pregiudiziali specifiche all’interno dei Tories.
Da oppositore “puro”, Farage, d’altronde, non offre soluzioni strutturali. I suoi slogan parlano alla pancia del paese. È un populismo d’attacco, costruito sul risentimento locale. Del resto, lo stesso Farage ha ammesso di non avere (ancora) un programma nazionale: lo presenterà, dice, solo un anno e mezzo prima delle prossime elezioni, previste tra il 2028 e il 2029. Intanto si prepara, da destra, a capitalizzare la crisi dell’intero sistema politico britannico.
Tra ricollocamento e radicalizzazione: una nuova classe dirigente?
La nuova ondata di eletti e candidati di Reform UK non rappresenta una novità innocua nella politica locale britannica, ma un potenziale embrione di una nuova classe dirigente reazionaria, composita e pericolosa.
Da un lato, il partito ha arruolato decine di ex quadri conservatori, spesso in cerca di ricollocazione dopo la disfatta elettorale del 2024. Secondo un’analisi del Partito Laburista, almeno 60 candidati provenivano direttamente dai Tories: tra loro, ex deputati come Andrea Jenkyns (ora sindaca a Greater Lincolnshire) ed ex consiglieri locali come Sarah Pochin, vincitrice del seggio parlamentare a Runcorn & Helsby.
Questa operazione di riciclo ha sollevato critiche – non solo da sinistra – su Reform UK come semplice “rebranding” della destra tradizionale. Ma il quadro è più complesso, e più inquietante.
Come documenta Novara Media, accanto agli ex Tory compaiono figure apertamente legate all’estrema destra e all’universo delle destre digitali reazionarie. Candidati che inneggiano al leader fascista Tommy Robinson, all’influencer misogino e patriarcale Andrew Tate, e che hanno condiviso contenuti suprematisti e antisemiti sono stati selezionati e sostenuti da Reform UK in più aree.
A Doncaster, ad esempio, dove il partito ha ottenuto il controllo del consiglio comunale, almeno sette consiglieri eletti risultano segnalati dall’organizzazione Hope Not Hate per la diffusione di materiale razzista e cospirazionista. E figure come Arron Banks, noto finanziatore del “Leave” (lo slogan pro-Brexit, ndr) e coinvolto in vari scandali, ora ambiscono a cariche esecutive regionali sotto le insegne faragiste.
Questo miscuglio di ex establishment e nuovi estremismi è il volto reale del progetto Reform UK: un contenitore trasversale per canalizzare rancori sociali, legittimare l’odio e costruire una nuova egemonia della destra, con meno vincoli e più aggressività. Se c’è un tratto comune in questa “nuova classe dirigente”, è l’attitudine al risentimento autoritario e all’egemonia identitaria.
La prova del governo locale
Con l’acquisizione del controllo di dieci consigli locali, tra cui Kent, Lancashire, Durham e Staffordshire, Reform UK avrà, se non altro, l’opportunità concreta, ma anche la responsabilità, di trasformare la propria retorica in pratica amministrativa.
Le prime dichiarazioni pubbliche dei dirigenti, a partire da Nigel Farage, offrono già indicazioni significative su cosa aspettarsi. Il partito ha promesso che nei territori da esso amministrati si opporrà all’assegnazione di richiedenti asilo, denunciando il sistema attuale come penalizzante per le comunità locali e orientato a scaricare sul nord del paese i “problemi” generati altrove.
Parallelamente, Reform UK ha annunciato l’intenzione di eliminare il lavoro da remoto per i dipendenti pubblici, in nome di una presunta maggiore efficienza; l’idea è quella di importare, nei consigli locali, un “modello Musk”, con la creazione di “dipartimenti per l’efficienza” ispirati al management aziendale più spietato.
Altre priorità includono la cancellazione dei programmi municipali per l’uguaglianza, la diversità e le politiche ambientali, considerati orpelli ideologici forieri di costi inutili. Il presidente del partito, Zia Yusuf, ha parlato apertamente della necessità di una “ri-educazione morale” dei giovani britannici, opponendosi all’insegnamento di contenuti “woke” nelle scuole e invocando un ritorno all’orgoglio nazionale e all’autorità.
In sintesi, Reform UK si prepara a usare il potere locale per sperimentare un laboratorio di restaurazione autoritaria: tagli alla spesa sociale, chiusura verso il diverso, guerra alla cultura progressista. È il primo banco di prova per una destra che punta a governare il Paese intero, partendo dalla conquista dei comuni.
Proiezioni nazionali: un nuovo scenario politico
Secondo le ultime previsioni del sito Electoral Calculus, punto di riferimento per l’analisi elettorale britannica, se oggi si votasse per le elezioni generali (previste nel 2029), Reform UK avrebbe il 49% di probabilità di imporsi come primo partito, lasciando i Laburisti al 35% e i Conservatori al 15%.
È un dato che fotografa una crisi strutturale: il vecchio bipartitismo Westminsteriano sta ormai definitivamente franando, di fronte all’incapacità dei partiti storici di costruire consenso nei propri blocchi di riferimento. Al momento, questa ipotetica distribuzione dei voti produrrebbe una situazione nella quale Reform UK sarebbe il primo gruppo parlamentare (con 245 seggi), pronto a governare col supporto dei Tories (si veda anche la Tabella 2).
Questo scenario può rappresentare una sorpresa solo per gli osservatori meno attenti. La valanga laburista del luglio 2024 fu, a ben vedere, una vittoria drogata dalla frammentazione dell’elettorato di destra: in decine di collegi uninominali, la somma dei voti di Reform UK e dei Conservatori superava ampiamente quella del Labour, che vinse grazie alla divisione del campo avversario. In altre parole, la maggioranza assoluta conquistata da Keir Starmer fu possibile grazie alla presenza di Farage sulla scheda elettorale.
Questa situazione sta accelerando ulteriormente: Reform UK sta progressivamente cannibalizzando l’elettorato conservatore, e non è escluso che si vada verso uno scenario “alla francese”, dove la destra tradizionale – come i gollisti davanti alla crescita del Rassemblement National – divenga subalterna alla sua versione radicalizzata. Il parallelismo tra Farage e Le Pen non è forzato: entrambi costruiscono consensi trasformando la rabbia sociale in identitarismo.
Nel frattempo, il sistema elettorale britannico – fondato su collegi uninominali e maggioranza semplice – mostra tutte le sue distorsioni. In un contesto in cui tre partiti (Labour, Reform e Tories) si attestano su percentuali dal 20 al 25%, con i Liberaldemocratici al 15% e i Verdi al 10%, questa architettura risulta sempre più inadatta a rappresentare la realtà politica del paese. Produce maggioranze artificiali (come gli oltre 450 seggi attribuiti ai Laburisti nelle elezioni del luglio 2024, a fronte di un misero 35% dei voti validi), favorisce i grandi partiti consolidati e penalizza ogni tentativo di alternativa a sinistra.
Nel frattempo, The Economist, dedica la propria copertina a Nigel Farage. “È tornato”, ci informano. E stavolta, non è per la Brexit, ma per prendersi il potere. E se lo dice l’establishment, c’è evidentemente da crederci.
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27/12/2024
L’incredibile fisionomia del super ricco
La prima è costituita dal fatto di essere in larghissima misura di natura finanziaria perché dipende dal valore delle azioni possedute.
La seconda si lega alla formidabile velocità della sua crescita; in meno di un anno è praticamente raddoppiata, con un gigantesco balzo in avanti dopo l’elezione di Donald Trump.
Tra le due caratteristiche esiste un’evidente relazione che testimonia la sempre più evidente fine del mercato.
La vicinanza di Musk con Trump e con altri governanti mondiali, lo mette nelle condizioni di essere in possesso di informazioni e di attenzioni che certo non hanno altre società: in pratica Trump è l’incarnazione di insider trading e infiniti conflitti di interessi che alimentano la corsa delle società di cui possiede pacchetti azionari. Il presunto mercato non fa altro che certificare questa situazione di fatto, rinunciando a contrastarla, magari prendendo in esame il reale stato di salute delle stesse società di Musk.
Intanto l’uomo più ricco del mondo alimenta il suo “grande gioco” buttandola costantemente in politica: nasce di qui il sostegno, pieno, al governo Meloni, l’appoggio incondizionato a Nigel Farage in Gran Bretagna, la celebrazione di AfD in Germania.
In questo senso il più grande miliardario scommette sulla Destra più dura, mettendole a disposizione soldi e comunicazione, per disporre di governi dove domina l’uomo o la donna forte con cui è più facile fare affari senza troppe pastoie parlamentari; in sostanza senza i noiosi inghippi della democrazia.
Per la ricchezza di Musk sono necessari i capi popolo in una dimensione dove la sua narrazione antisistema diventa il collante per rovesciare qualsiasi traccia di opposizione liberale, ritenuta, paradossalmente, un egoistico intellettualismo elitario. Musk è riuscito a far credere che sta con il popolo contro le élite. Una favola.
Fonte
08/12/2024
Quando la Terra diventò piatta
Sembra passato un secolo, vero? I virologi onnipresenti a reti unificate. I grafici con l’andamento della mortalità. Le mascherine, gli elicotteri in spiaggia e i droni sui tetti dei palazzi. Il divieto di uscire di casa, ma l’obbligo sostanziale di andare a lavorare. Un tizio con aria solenne che si affaccia sulle reti tv e fa un elenco di cosa “è consentito”. Un paio d’anni di follia, ma anche di ardite sperimentazioni sociali e inedite tecniche di governance. In quella stagione Milano conobbe il più alto numero di manifestazioni consecutive, mai viste dopo il ’77. Quasi in tutta Italia si coagularono aggregati sociali (e social) nel cui caos poteva nuotare di tutto: nazisti e anarchici, fautori della Costituzione e complottisti estremi. Tutti uniti non da una visione comune – sui vaccini o sul mondo – ma da una diffidenza ostile e irredimibile verso “il potere” o una qualche sua rappresentazione immaginaria.
L’unica cosa che teneva davvero insieme quei mondi, era lo stigma – potentissimo e unanime – che veniva riversato su di essi dai media mainstream e dalle forze politiche. Come se una parte del paese fosse stata dichiarata fuori dal consesso civile. Non c’era programmino tv, dalla satira ai tg e perfino le trasmissioni sportive, in cui quelle persone non venissero impunemente insultate da giornalisti, esperti, soubrette e sottosegretari: terrapiattisti era l’epiteto più gentile. Chi di noi non aveva un parente o un collega o un vicino di casa “renitente” al vaccino o semplicemente ostile al green pass? Questa normale condizione critica venne trasformata in ostracismo civile. La massa informe e anonima dei renitenti non aveva diritto di replica. Solo con i “putiniani” si sarebbe riprodotto lo stesso scenario di conformismo di regime: chi non si fida, chi mostra dubbi, chi è riottoso – in quel caso rispetto alle politiche Nato – va bastonato e censurato. Perché la post-modernità (o quel che diavolo siamo) si fonda essenzialmente sulla fede, proprio come il Medioevo. Cambiano solo gli idoli e i profeti.
Che tutto quel travaglio sociale che spaccò le opinioni pubbliche occidentali, potesse semplicemente dissolversi senza lasciare tracce, era una pia illusione. Tornare alle coordinate socio-politiche “pre covid” senza scossoni o rotture, era impensabile. Le contraddizioni di quella stagione hanno continuato a marciare sotto traccia, lente e profonde, insieme a molte altre preesistenti, costituendo una enorme faglia sismica attiva in attesa di esplodere. E la vittoria di Trump è stata anche – non solo, ovviamente – il segno che quelle isole livorose di opposizione “antisistemica” (così amano definirsi, pur non avendo alcuna lettura comune di cosa sia il sistema), non solo non si erano eclissate ma stavano assumendo una egemonia silenziosa dentro il corpo sociale.
La nomina di Robert Kennedy al ministero della salute, è una nemesi potente: non solo perché durante la stagione del Covid si è posto come punto di riferimento globale dei movimenti no vax, ma anche perché il cognome che porta, collocato in questo dato contesto storico, rappresenta il sostanziale rovesciamento del sogno americano. Se la memoria della prima generazione Kennedy evocava la “nuova frontiera”, la spaziosità in cui viaggia l’eterno enterprise americano, l’omonimo nipote prefigura invece la chiusura un pò paranoide di ogni illusione, la presa d’atto che il “secolo americano” è definitivamente esaurito – altro che again great… Quel cognome, al di là dell’affiliazione democratica o repubblicana, reca in sé un tale potenziale evocativo, un tale volume di suggestioni, che un Kennedy ministro non può essere considerato un mero incidente della storia.
Tra l’altro, una delle farneticazioni profetiche della rete Qanon, riguardava proprio un altro Kennedy – John jr, il figlio del presidente JFK – che non sarebbe mai morto nel 1999 nelle fredde acque dell’Atlantico, ma avrebbe scelto di entrare in uno stato – quasi mistico – di occultamento, pronto a ricomparire per rovesciare il Deep State e la “Cabala” magico-satanica che governa gli States. Curiosamente è il tema centrale dell’arci nemico sciita: l’Imam nascosto in attesa di irrompere nella storia e spezzare la trama anticristica. Il Mito americano per eccellenza, incarnato dal clan Kennedy, subisce una torsione e un adattamento paradossale. E la nomina governativa di Robert darà qualche conforto ai seguaci delle profezie complottiste: un Kennedy è arrivato effettivamente al potere, al fianco di Trump, e sfiderà niente meno che Big Pharma.
Naturalmente è una ingenuità imperdonabile, pensare che un leader politico americano possa osare tanto. Semplicemente non sarebbe lì, se avesse serie velleità di contrastare i giganti del settore. Molto probabilmente il nuovo potere esecutivo e i giganti dell’industria farmaceutica rinverdiranno il loro patto affaristico, magari sul terreno delle assicurazioni sanitarie (meno monoteismo vaccinale, in cambio di un rilancio della centralità delle assicurazioni private). Dietro alla campagna elettorale di Trump c’è un pezzo importante del capitalismo americano – e dopo la vittoria, tutto il resto si accoderà.
Tra il 2021 e il 2022 le manifestazioni di dissenso durante la crisi pandemica, nel mondo e in Italia, avevano toccato il loro apice. Coinvolgevano settori importanti di opinione pubblica, anche se solo una frazione di questi mondi si esponeva pubblicamente nelle piazze. L’assenza di forze solide organizzate, di intellettuali di rilievo e soprattutto di un filo di ragionamento comune, dava a queste armate la parvenza di un esercito sbrindellato, aperto a ogni infiltrazione, rabbioso e incoerente. La crociata dei pezzenti, per citare il primo velleitario tentativo di assalto occidentale in Terra Santa. Ora, passati tre anni da quel ciclo, possiamo dire che i crociati pauperes hanno finalmente trovato il loro Sovrano, affiancato tra l’altro da un tecno-Rasputin miliardario. Quei settori di opinione pubblica vilipesi e oltraggiati dal “razionalismo” progressista, sono in qualche modo giunti al potere: e nella maniera più conclamata possibile.
Certo, proprio come avvenne nel 1096, dopo l’agitazione sconclusionata “dal basso”, stanno arrivando i Principes, quelli che condurranno la vera Crociata, quella in cui si decide l’egemonia americana contro il mondo “non bianco”. Siamo dentro un enorme riassetto dei poteri negli Usa e su scala globale, ma non a rovesciamenti o svolte epocali. L’arrivo di Trump tenderà più alla continuità che alla rottura: la presidenza degli Stati Uniti è sempre la risultante di un riequilibrio dinamico dei centri istituzionali, amministrativi e finanziari. Tale dinamismo funziona anche quando ammazzano i presidenti: e si metterà in moto pure dentro la terribile crisi di egemonia che le classi dirigenti americane stanno attraversando – e che genera appunto fenomeni di degenerazione come il Trumpismo.
Del resto chi crede che Trump abbia il potere di decidere le svolte della storia, coltiva una lettura puerile del sistema mondo. Il presidente degli Stati Uniti non è mai stato una specie di “sovrano universale”, che appicca o spegne le guerre seduto nello Studio Ovale, come un Demiurgo assiso fra le stelle. Non ha mai funzionato così… Gli Usa hanno più o meno perso tutte le guerre che hanno combattuto dal ’45 ad oggi – se si eccettua il vile bombardamento della Serbia. E se questo valeva prima, figuriamoci nel mondo odierno, già multipolare. Altrimenti si cade nel delirio qannonista e si imputano alla Presidenza americana poteri magico-taumaturgici che non ha mai avuto.
Man mano che si rivela la squadra di governo di Trump, viene fuori il campionario di “freaks” di cui Donald ama circondarsi. Sono figure tra l’orrido e il disgustoso. E l’indignazione delle nostre Lilligruber sollecita anche riflessioni più profonde: si tira fuori il Luckas che vede l’irrazionalismo come filosofia della fase decadente dell’imperialismo. E il fatto che l’arcipelago complottista sia arrivato alla Casa Bianca potrebbe autorizzare questa lettura. Non si capisce però quale sarebbe la parte “razionalista” che si contrappone ai mostri trumpiani. Il vecchio Biden che mentre va in pensione ci accompagna giulivo verso la terza guerra mondiale? Oppure Obama che prima si prende il Nobel per la Pace e poi innesca la distruzione della Libia e della Siria? O i sostenitori in servizio permanente, di ogni golpe o rivoluzione colorata dalla Georgia alla Moldavia, oggi più operosi che mai: sarebbero costoro gli eredi del “progetto illuminista”? E la filosofia Woke non è una mitopoiesi che serve a contrastare e distinguersi dalle ideologie dei mondi “autocratici”, in mancanza di visioni sistemiche davvero alternative su cui costruire competizioni, come fu durante la guerra fredda? Diciamo che “l’irrazionalismo” è la cifra filosofica del presente: le due fazioni – che si dividono e si giustappongono confusamente su transizione green, globalismo e protezionismo – per noi pari sono, anche se per il momento la cordata più grezza e impresentabile, riesce a prevalere nell’immaginario collettivo dell’Occidente in decadenza. Ciò che accomuna i due fronti resta la sacra centralità dell’impresa e la corsa demente e autodistruttiva verso il profitto.
Piuttosto rivolgiamo a noi stessi una domanda autocritica: quali osservatori abbiamo messo in campo, nell’ultimo decennio, per decifrare e individuare le correnti sociali profonde che attraversano il corpo sociale? Quali capacità di lettura abbiamo oggi, di questi movimenti tellurici che nel nostro paese sono cominciati con i forconi del 2012, e che compaiono carsicamente determinando svolte elettorali e priorità dell’agenda pubblica? Perché stiamo parlando di un fenomeno massiccio ed epocale: la crisi dei ceti medi, cioè del bastione della stabilità capitalistica costituitosi durante i “Trenta gloriosi”. Il baricentro di ogni blocco sociale di consenso. Li ricordiamo i “mercatari” della periferia torinese e gli autotrasportatori siciliani nel 2012? E il ciclo dei Gilets Jaunes francesi – che tra l’altro dimostrò che una seria contesa politica può sottrarre questi mondi all’egemonia delle destre? La scomposizione di classi, ceti, territori, come la intercettiamo, dall’alto e dal basso, nella povertà dei nostri strumenti d’intervento attuali? Melanchon e Sara Wegenknecht stanno provando empiricamente, sul campo, degli esperimenti politici non solo elettoralistici e non socialmente irrilevanti. Si può sbagliare, certo, ma agire significa in ogni caso raccogliere segnali di ritorno dalla società. E capire qualcosa di più di questo ginepraio.
È importante che anche in Italia si inizi a costruire le forme e il metodo di un nuovo agire politico: classista ma autenticamente popolare, in quanto non settario o elitario. Il progetto anticapitalistico riparte da qui, non dai busti in gesso di Lenin recuperati nei mercatini dell’usato. La decantazione dei ceti medi sarà rapida e deflagrante. Quando le destre riescono a navigare su quelle onde, possono esercitare egemonia sui “nostri” mondi, come l’onda trumpiana lascia ben vedere. Il corto circuito nei prossimi mesi sarà terribile, tra le ansie della piccola borghesia in caduta libera e la rabbia dei tanti quartieri Corvetto che si sono costituiti negli ultimi vent’anni dentro le nostre metropoli. Che ruolo giocheremo, in questi tempi pericolosi e gravidi di futuro?
Fonte
03/12/2024
In rifle we trust. Individualismo, violenza ed armi nella storia statunitense
di Gioacchino Toni
Richard Hofstadter, La repubblica dei fucili. L’America come cultura delle armi e altri saggi, Traduzione di Paolo Bassotti, Saggio introduttivo di Emanuele Bevilacqua, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 192, € 17,00
Per capire qualcosa di più degli Stati Uniti contemporanei, più che ai resoconti confezionati dai commentatori dei media nostrani, spesso derivati dai grandi network statunitensi con l’aggiunta di qualche nota di colore, ed alle analisi che anche a sinistra sembrano spesso più inclini a soddisfare desideri che non a confrontarsi con la realtà statunitense, potrebbe essere di qualche aiuto ricorrere a qualche vecchio scritto di Richard Hofstadter che, da storico che si confronta con le scienze sociali, ha incentrato i suoi studi sulla politica e sulla mentalità statunitensi, soprattutto sugli aspetti populisti, mettendo al centro del dibattito questioni fino ad allora trascurate. Per quanto si tratti di studi datati ed in parte superati da ricerche più recenti e per quanto siano nel frattempo cambiati l’universo sociale ed il panorama politico, risultano ancora di una certa utilità al fine di comprendere un po’ meglio un universo come quello statunitense che in Europa si conosce e comprende forse meno di quel che si pensa.
Dopo essersi occupato nel corso degli anni Quaranta degli aspetti ferocemente competitivi del capitalismo americano del periodo compreso tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo – Social Darwinism in American Thought, 1860-1915 (1944) e The American Political Tradition and the Men Who Made It (1948, tr. it. Il Mulino 1960) –, nei due decenni successivi Hofstadter ha concentrato la sua attenzione sul populismo che ha caratterizzano la storia politica americana sin dall’Ottocento – The Age of Reform (1955) – indagando in particolare gli aspetti “paranoici” che si ritrovano in essa, questione al centro di The Paranoid Style in American Politics (1964), testo recentemente pubblicato da Adelphi1.
L’insistito ricorso all’appello al popolo e le visioni paranoiche e complottiste che caratterizzano gli Stati Uniti di Trump hanno dunque una storia radicata in America a cui si ricollega anche la diffusa quanto viscerale ostilità nei confronti di tutto ciò che “odora di intellettuale” e che viene percepito come parte integrante di quella élite che imbriglia la vita dei “veri e genuini americani”, che Hofstadter indaga nel volume Anti-Intellectualism in American Life (1963; tr. it. Einaudi 1967), testo che sarà a breve riproposto da Luiss University Press2.
Venendo a La repubblica dei fucili, il volume raccoglie alcuni testi scritti da Hofstadter a metà degli anni Cinquanta – La rivolta pseudo-conservatrice (1955), sui cui torna all’inizio del decennio successivo con Pseudo-conservatorismo revisited. Un post-scriptum (1962), ed Il mito dell’allegro possidente (1956) – ed un paio di scritti del 1970, anno in cui scompare: L’America come cultura delle armi (1970) e Riflessioni sulla violenza negli Stati Uniti (1970). Ad introdurre il volume è un saggio di Emanuele Bevilacqua che proietta nell’attuale universo digitale alcune riflessioni di Hofstadter circa la violenza ed il culto delle armi negli Stati Uniti.
Secondo lo storico americano, la violenza negli Stati Uniti deriverebbe in maniera considerevole da alcune condizioni culturali specifiche che si sono evolute nel tempo: la cultura della frontiera ed il mito del pioniere armato; il diritto costituzionale a possedere armi, sancito dal Secondo emendamento, vissuto come baluardo della libertà individuale al fine di proteggersi da ogni forma di oppressione; la normalizzazione della violenza a cui avrebbero concorso gli strumenti di intrattenimento popolare come il cinema e la televisione.
Tutte le culture di massa hanno i loro eroi stereotipati, e nessuno è del tutto privo di violenza, ma niente è paragonabile all’insolita passione degli Stati Uniti per figure solitarie e individualiste come il detective, lo sceriffo o il cattivo della situazione. Nelle narrazioni drammatiche americane rispetto a quelle inglesi, per esempio, è molto più difficile che un conflitto venga risolto con l’intelligenza o secondo un ordine morale piuttosto che con un atto di violenza audace e improvviso (p. 50).
Per quanto il ruolo della frontiera sia stato importante nello strutturarsi della cultura delle armi tra gli americani, secondo lo studioso forse ancora di più ha influito la radicata avversione nei confronti dell’esercito organizzato, derivata dai Whig radicali inglesi, da cui è desunta l’idea della creazione di milizie di cittadini armati al fine di difendersi da eventuali forme di autoritarismo statale. Il possesso delle armi è al centro della
tradizione antimilitarista dei Whig radicali inglesi, ripresa e intensificata dall’America coloniale, soprattutto dalla generazione che precedette la Rivoluzione americana, per poi divenire parte integrante della tradizione politica americana. [...] Gli americani si convinsero che l’unica soluzione possibile al perenne conflitto tra militarismo e libertà fosse la loro proposta alternativa: un popolo armato (pp. 52-53).
Tale preferenza per la milizia popolare ha esercitato un ruolo importante nella stesura del Secondo emendamento della Costituzione. «Il diritto di possedere armi era un diritto collettivo e non individuale, strettamente correlato all’esigenza civile (soprattutto in mancanza di un esercito nazionale adeguato) di una “ben organizzata milizia”; con esso, il Congresso si impegnava a non impedire agli Stati di fare il necessario per il mantenimento di milizie ben regolate» (p. 55).
Storicamente, l’idea del diritto ad essere armati non è un convincimento esclusivo dei fanatici cultori dei pistole e fucili; per molti americani l’accesso diffuso alle armi è visto come contrappeso fondamentale e necessario ad una possibile tirannia. Tale convincimento è «sopravvissuto in tutta la sua gloria e la sua ingenuità anche nell’era tecnologica moderna, venendo ripreso, ad esempio dai giovani neri, soprattutto dalle Panthers, che hanno fatto incetta di armi in modo più letale per loro che per chiunque altro» (p. 57). Così scrive Hofstadter nel saggio L’America come cultura delle armi, pubblicato i n apertura degli anni Settanta, palesando una presa di distanza dalle lotte afroamericane che non hanno disdegnato il ricorso ad armi da fuoco. Mentre in altre società la presenza di piccoli gruppi armati non autorizzati viene vista come un pericolo da eliminare a partire dal contrasto all’accesso alle armi, gli Stati Uniti, sostiene lo storico, preferiscono contrastare il pericolo di tali gruppi armandosi maggiormente a loro volta.
Facendo riferimento al periodo in cui scrive, Hofstadter motiva l’accentuata devozione alle armi del Sud e del Sud-Ovest degli Stati Uniti non solo con le radici rurali che contraddistinguono quelle zone, ma anche ricordando che le armi al Sud sono a lungo state prerogativa riservata ai bianchi per esercitare un maggior controllo sugli schiavi, dunque il possesso di armi è nel tempo divenuto un simbolo di status del maschio bianco per poi venir fatto proprio dagli stessi maschi afroamericani.
Per quanto gli Stati Uniti fossero urbanizzati e industrializzati, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento i parlamenti, tanto a livello locale che nazionale, erano composti in buona parte da uomini di una certa età provenienti dalla provincia rurale. È su tali basi che si sarebbe strutturata la convinzione della legittimità del ricorso alla violenza armata come modalità attraverso cui difendere i diritti individuali. Lo studioso sottolinea anche come tra gli americani sia riscontrabile una tendenza alla rimozione degli effetti negativi della violenza; un’amnesia che minimizza episodi e cause sistemiche e si rivela utile al mantenimento di un’immagine idealizzata della storia nazionale.
In Riflessioni sulla violenza negli Stati Uniti, altro scritto datato 1970, dopo aver sottolineato come gli storici americani abbiano sempre evitato di soffermarsi su quanto la violenza sia ricorrente nella storia del loro Paese e come, nonostante ciò, gli statunitensi tendano a pretendersi una nazione virtuosa come nessun’altra, Hofstadter evidenzia come, a differenza di ciò che accade in altri Paesi, la violenza negli Stati Uniti tenda a dispiegarsi più facilmente tra cittadini piuttosto che tra questi e lo Stato: in America «la violenza non nasce dal desiderio di sovvertire lo Stato, e per questo non danneggia mai la legittimità dell’autorità» (p. 127) e così è sempre stato, con la non irrilevante eccezione della Guerra civile, scrive lo studioso in questo testo del 1970.
Che una mole di violenza come quella che si è dispiegata negli Stati Uniti nel corso della sua storia non abbia preso le mosse dall’intenzione di sovvertire l’autorità statale, induce Hofstadter a passare in rassegna alcune tra le principali forme di violenza che hanno caratterizzato la vita del Paese ponendo l’accento su come in tutte queste sia in qualche modo presente la componente razziale.
Nella storia americana, in conflitto di classe è stato messo nettamente in secondo piano dal conflitto etnico-religioso e razziale. Gli scontri tra gruppi hanno sostituito la lotta di classe, o si sono posti come possibile alternativa. Gli episodi di lotta di classe effettivamente avvenuti raramente si sono svolti “in purezza”, scevri da antagonismi etnico-razziali e dalla nostra complessiva gerarchia d i status fondata su caratteristiche religiose, etniche e razziali (p. 132).
Secondo Hofstadter, la violenza legata al mondo dell’industria ha avuto la sua fase più significativa ai tempi delle società segrete Molly Maguires nelle città ove si estraeva l’antracite, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento ed i primi del secolo successivo. L’imponente sciopero delle ferrovie del 1877 coinvolse una dozzina di città provocando scontri che condussero a quasi un centinaio di morti. «Per la prima volta, si paventò lo spettro di una forza rivoluzionaria nazionale impossibile da gestire (per quanto l’idea neanche sfiorasse gli scioperanti), cosa che portò al rafforzamento della Guardia nazionale e alla creazione di una catena di armerie nelle città più importanti» (p. 140). Lo stesso grande sciopero delle ferrovie del 1886 si rivelò particolarmente violento così come molti altri scoppiati in apertura di Novecento soprattutto ove erano radicati la Western Federation of Miners e l’Industrial Workers of the World (IWW).
Se la conflittualità di classe negli Stati Uniti, pur rifacendosi meno che in altri Paesi a motivazioni ideologiche, ha dato luogo ad esplosioni di violenza che non trovano forse paragoni altrove, secondo lo storico ciò è da ricercarsi più nell’ethos dei capitalisti americani che non in quello dei lavoratori.
Alcune considerazioni Hofstadter le dedica a come anche la sinistra americana si sia fatta affascinare dall’esercizio della violenza nel corso degli anni Sessanta. In tali riflessioni lo storico statunitense, che in età giovanile aveva per qualche tempo militato nel Partito comunista americano, salvo poi uscirsene in dissenso con la deriva stalinista dei paesi socialisti e dei partiti comunisti occidentali, manifesta più volte il suo distacco dalle frange più radicali delle proteste statunitensi sia del mondo del lavoro che dei movimenti studentesche e afroamericani.
Ai saggi stesi da Hofstadter negli anni Cinquanta e Sessanta, presenti in La repubblica dei fucili, sarà dedicato un nuovo scritto su “Carmilla online”.
Note
Richard Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, tr. it. di Francesco Pacifico, Adelphi, Milano 2021. Si veda a tal proposito Sandro Moiso, Il “grande complotto” nella tradizione politica americana (e altrove), in “Carmilla online”, 28 Giugno 2021.
Del meccanismo di eroicizzazione dell’individuo qualunque che, come un novello David, trova la forza ed il coraggio di opporsi al Sistema ed alla sua grande cospirazione, che caratterizza la cultura, soprattutto audiovisiva, americana si è recentemente occupato, tra gli altri, Tom Nichols (The Death of Expertise (2017); id., La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, tr. it. di Chiara Veltri, Luiss University Press, Roma 2023.
14/10/2024
L’enigma Wagenknecht
Dopo le elezioni regionali del Brandeburgo, il partito di Sahra Wagenknecht (BSW) ha confermato di essere una presenza consolidata nel panorama politico tedesco. Il profilo stesso di questa aggregazione non autorizza la sua collocazione nel campo delle performance elettorali effimere o occasionali: le radici sociali sono solide e si collocano dentro un pezzo di storia della sinistra tedesca, con legami sindacali e territoriali radicati nel tempo. Non una forza d’opinione né, si presume, una meteora.
Per la sinistra “alternativa” europea, lo sviluppo impetuoso di questa ipotesi politica, nel cuore geografico ed economico del continente, pone mille interrogativi. Non a caso coincide con lo svuotamento repentino della Linke e la (sacrosanta e meritatissima) eclisse dei Verdi. Ciò che resiste dell’SPD va probabilmente letto dentro la dimensione residuale dei poteri amministrativi e di governo; niente di socialmente vivo e destinato a crescere.
Del resto tutte queste sinistre liberali (le vicende della guerra in Ucraina hanno purtroppo avvicinato anche la Linke a quel versante nefasto), sembrano destinate in qualche modo a diventare un elemento marginale o comunque minoritario delle società europee: approdo naturale per ceti urbani protetti, benestanti o élite acculturate che compiono scelte elettorali “di testa”. Perdere il contatto con le classi operaie, con le periferie, con la sofferenza sociale, orienta ineluttabilmente verso il “centro” anche le migliori intenzioni politiche. Come classificare, dunque, il partito di Sahra Wagenknecht che è un competitor della sinistra “ufficiale” ma anche un argine oggettivo al dilagare dell’AFD? Il rovello sta rovinando i sogni di molti progressisti perplessi.
L’avventura di BSW presenta alcune caratteristiche in comune con La France Insoummise: entrambe le formazioni nascono dalla crisi dei partiti della sinistra tradizionale; entrambe raccolgono consensi nelle periferie territoriali e sociali; entrambe presentano un forte profilo leaderistico. Entrambe non sembrano spaventate dall’accusa di “populismo” e attraversano volentieri il campo tematico che corrisponde a questo stigma perbenista. Le due esperienze si dividono sul tema guerra (intransigente la posizione anti Nato di BSW, mentre Melanchon ha dovuto cedere molto su quel terreno in fase di costruzione del programma elettorale del NFP), oltre che sulla spinosissima questione delle migrazioni.
Addentrarci in questa sede in una discussione su quest’ultimo tema sarebbe impresa impossibile. Il cantiere del dibattito dentro la sinistra sociale e di classe italiana su tali questioni non è stato ancora neanche allestito. Nessuno ha il coraggio di infilarci il naso, la testa e il cuore... Nessuno pare aver elaborato una visione complessiva né sembra avere voglia di farlo. Generalmente ci limitiamo a ripetere le giaculatorie cristiane sul dovere di accoglienza (sacrosanto) mentre la dimensione politica dirompente del tema migrazioni – sicuramente la questione del secolo, che sta incidendo più di qualsiasi altra sugli equilibri politici del nord del mondo – resta letteralmente al di fuori del nostro raggio di attenzione. Con i temi epocali siamo a disagio, mancano gli strumenti di analisi e anche il coraggio della presa di parola.
Il risultato è che qualsiasi cretino di destra – anche il salumiere sotto casa – è in grado di fare un suo discorso sull’immigrazione (conservativo, maligno o paranoico a seconda delle fonti di formazione della sua opinione) mentre a sinistra ci limitiamo a balbettare argomenti sconnessi, sempre difensivi, dando l’idea di intelligenze di corto raggio, che non hanno la minima idea di come affrontare la complessità e la crisi delle società tardo-liberali.
Dal basso della sua inanità politico e sociale, la sinistruccia dell’Italietta è però sempre pronta a sputare su tutto ciò che si muove: rossobrunismo è diventato ormai una categoria dell’animo. Sospetto rossobruno è chiunque si ponga delle domande su temi “sensibili” o controversi; chiunque non si allinei al “washingtonianamente corretto” dell’agenda globale; chiunque non si prefigga il compito di educare i popoli del mondo ai valori scintillanti della modernità liberale. Sono da etichettare come rossobruni in particolare tutti quelli che hanno ancora la capacità di parlare con i proletari: che significa ascoltare, comunicare e organizzare pezzi di società confusi, ostili, ormai refrattari ai ragionamenti collettivi. Le “sinistre” europee sembrano accontentarsi di occupare angolini rassicuranti e disdegnare qualsiasi contatto non solo con il salumiere xenofobo, ma anche con l’operaio preoccupato del prezzo a cui svende la sua forza-lavoro, dentro il nuovo selvaggio mercato del lavoro globale... Ma torniamo alle elezioni tedesche.
Non vivendo in Germania, la maggior parte di noi può informarsi solo attraverso le testimonianze dirette degli osservatori italiani e dei materiali tradotti e pubblicati. E quello si sta cercando di fare in queste settimane: acquisire punti di vista e rielaborarli. Le varianti di cui tener conto, del resto, sono tante, a partire dalle specificità regionali del voto tedesco. Ma cosa si riesce a ricavare, da una lettura generale degli elementi noti?
1) BSW dimostra la oggettiva capacità di aprire canali di dialogo dentro una società fortemente atomizzata. Non è una forza autoreferenziale. Non parla a se stessa. È riuscita a dialettizzarsi con pezzi di società e territorio che si sentono privi di rappresentanza politica.
2) Il suo target è la vasta platea sociale dei perdenti della modernità, che non significa i “poveri” ma larghe masse lavoratrici, a cavallo tra working class e ceto medio, che sentono di subire un arretramento sostanziale e irreversibile della loro condizione, retaggio consunto dei “trenta gloriosi”. La crisi di questi ceti è crisi del patto sociale fordista e dell’imperialismo unipolare a centralità anglosassone.
3) Dentro il concetto di “perdente” va compreso il disorientamento per una società che non riesce a gestire i flussi globali di uomini e capitali da cui è investita (da qui l’immigrazione vista come pericolo) e ha paura di trovarsi in prima linea nella guerra contro la Russia. Da questo punto di vista è una platea che invoca protezione sociale in tutti i sensi: dalla insicurezza quotidiana al terrore di ritrovarsi dentro l’incubo della guerra. Non possiamo dividere le ansie della gente in sane o non sane: la paura è paura e basta – le paure “percepite” sono una invenzione di psicologi e statistici. Si tratta di persone che guardano alle tecnologie con diffidenza, che si sentono ingannate, disorientate, sballottate, in preda ai programmi di centri di comando remoti e invisibili (e non hanno tutti i torti: nella sostanza è quella la loro vita).
4) Quindi non stiamo parlando degli “ultimi”, ma di ceti produttivi, pezzi di classe operaia attivi o in dismissione, segmenti anziani o giovani a bassa scolarizzazione, emarginati a causa delle scarse competenze professionali o da un’appartenenza territoriale penalizzante, ma comunque interni al dispositivo della produzione sociale. Si tratta di larghe masse – tendenzialmente maggioritarie – in libera uscita, culturalmente parlando. È come se la Germania stesse rivivendo un nuovo anno zero: risvegliandosi non più tra le macerie del dopoguerra, ma tra le crepe del modello tedesco e della sua supposta invincibilità. Recessione, chiusure di stabilimenti, continua contrazione del salario reale: e la sensazione di essere rappresentati da un ceto politico che non risponde più alle esigenze di protezione dell’interesse nazionale.
5) Questo humus di massa, non rievoca la drammatica temperie di Weimar – nessun caporaluccio austro-tedesco si intravede all’orizzonte della storia – ma apre comunque a scenari imprevedibili. I vecchi partiti non reggono, non orientano più la maggior parte della società, non rappresentano queste nuove inquietudini di massa. Anche l’evocazione antifascista non funziona più: chi vota AFD non coltiva revanchismo, semplicemente vuole esprimere nel modo più netto possibile la sua distanza dal ceto politico “europeista” e da tutte le sue scelte storiche. Sempre più cittadini europei – soprattutto ceti popolari – votano ormai per le forze identificate come “antisistemiche” – con tutta la fuffa e gli imbrogli che tale attribuzione si porta dietro. Sono isole sociali di livore di massa e di paure in parte reali in parte artificiosamente alimentate. In questa dinamica si possono rintracciare anche i segni di molte gravi rotture maturate durante la stagione dei lockdown, che erano rimaste sottotraccia e aspettavano l’occasione buona per saltare fuori. Voto di protesta, voto di rabbia, voto di stanchezza, voto di sfiducia: tutto si mescola in un calderone acido in cui però è indispensabile mettere le mani. Chi vuole tenersele linde e asettiche, sarà fuori dai giochi.
6) Del resto gli ambienti della sinistra “alternativa” sono pieni di persone di buona volontà che ormai hanno rinunciato a parlare anche coi vicini di casa o con i colleghi di lavoro. Militanti che esibiscono una qualche triste ortodossia, danno a tutti del fascista e non godono della fiducia neanche dei parenti stretti. È da questi ambienti che provengono le peggiori accuse rivolte a Sara Wagenknecht: xenofobia, nazionalismo e riproposizione di “banalità keynesiane”... Qualcuno ha pure scritto che nei programmi di BSW non si parla più di socialismo: sarebbe interessante capire quale forza politica della sinistra europea (al di sopra del 2,5%) cita il socialismo nei suoi programmi elettorali. Quanto alla xenofobia, è curioso che l’accusa provenga da partiti prevalentemente “bianchi e autoctoni”, mentre il gruppo dirigente di BSW è in massima parte composto da cognomi non tedeschi. Cosa che non garantisce di per sé ortodossia e purezza, ma rende perlomeno incongrua l’accusa di “odio verso gli stranieri”.
6) BSW si sta ponendo come unica alternativa praticabile in Germania, in questa fase storica, tra il mondo di Ursula e l’estrema destra liberista. Criticarla sulla base del livore ideologico, oltre che ridicolo è anche controproducente. Significa proprio spingere verso destra un bacino di voti e progettualità che non nascono in quell’alveo e non sembrano volerci finire. Il modello BSW è uno di quelli in cui si articolerà la sinistra europea nei prossimi anni, piaccia o non piaccia. Le cose non vanno come immaginiamo nelle nostre innocue fantasie idealistiche, fatte di iconografie rassicuranti e pugnetti chiusi. Con questo pezzo di realtà bisogna fare i conti: hic et nunc. Questo populismo di sinistra – di cui alcuni segmenti del Movimento 5 Stelle sono stati precursori proprio nel laboratorio Italia – è in grado di parlare con le persone semplici, con gli sfruttati, con i socialmente deboli. È una capacità di dialogo che la sinistra-sinistra non possiede più, a causa della sua insipienza, della sua pigrizia e del suo rifugiarsi in cause ultra-minoritarie, abbandonando i legami di massa e le culture popolari. In Germania – e ovunque se ne creeranno le condizioni – bisogna dialogare con queste esperienze ed evitare che esse finiscano assorbite in un “frontismo” di antifascismo perbenista e istituzionale; o che deraglino verso destra, deriva purtroppo sempre possibile.
Fonte
07/07/2024
Francia - Xenofobia e liberismo, il “nuovo” volto dell’estrema destra
La possibile formazione di un governo di “quasi unità nazionale” tra diverse formazioni, al solo scopo di escludere l’estrema destra vincitrice del primo turno delle elezioni legislative francesi, ha concesso nuovi argomenti al Rassemblement National, tornato a dipingersi come forza anti-sistema discriminata dall’establishment.
Negli ultimi giorni la campagna elettorale ha quindi visto tornare in auge i toni populisti classicamente utilizzati in passato dall’estrema destra francese, precedentemente attenuati al fine di presentare il partito come forza di governo responsabile e pragmatica.
La “nuova destra” di Jordan Bardella
La linea Bardella si è discostata in parte dal messaggio politico e
identitario diffuso negli scorsi anni da Marine Le Pen, che per
l’occasione ha fatto un passo di lato puntando su un personaggio giovane
e non accostabile ai trascorsi fascisti del Front National. La
formazione ha tentato di accreditarsi come un partito di stampo
conservatore e nazionalista, escludendo una parte della “vecchia
guardia” e aggiustando il tiro nella propaganda.
Ma negli ultimi giorni, animati forse dall’euforia della vittoria o da un sentimento di rivalsa a lungo represso, molti militanti dell’estrema destra – non tutti necessariamente riconducibili al partito di Le Pen – si sono dedicati ad aggressioni e minacce nei confronti di esponenti dei partiti centristi o di sinistra, di attivisti, giornalisti, avvocati, semplici rifugiati e cittadini di origine araba o africana, legittimati dall’ondata nera del 30 giugno.
Nostalgici e xenofobi
Buona parte del programma del partito, del resto, è incentrata sul
contrasto all’immigrazione e agli immigrati, a partire dalla proposta di
abolire lo ius soli o di escludere dalle cariche pubbliche più
importanti i cittadini che hanno la doppia cittadinanza. Il RN vuole
anche limitare i permessi di soggiorno e i ricongiungimenti familiari,
escludere dalla sanità pubblica gli stranieri e concedere una “priorità
nazionale” ai cittadini francesi per quanto riguarda aiuti e
sovvenzioni.
Per conquistare i settori più di destra della comunità ebraica e scrollarsi di dosso l’accusa di razzismo, il Rn esprime da mesi un sostegno incondizionato a Israele, accompagnandolo con continui allarmi sul carattere presuntamente antisemita delle mobilitazioni filo-palestinesi e di alcune espressioni religiose o culturali delle comunità islamiche.
Eppure, subito dopo il primo turno Ludivine Daoudi, una candidata del Rassemblement National arrivata terza nel collegio di Calvados, in Normandia, si è dovuta ritirare dopo che sui social è stata diffusa una sua foto che la ritraeva mentre indossava un cappello con la svastica della Luftwaffe.
È rimasta invece in corsa, giunta in testa in un collegio dei Pirenei Atlantici, Monique Becker, nota per diffondere sui social lodi all’OAS (Organizzazione dell’Esercito Segreto), un gruppo paramilitare fascista dedito al terrorismo contro la resistenza algerina e contro le organizzazioni democratiche e antifasciste.
Si tratta soltanto dei casi più eclatanti che smentiscono l’immagine di un partito che si è modernizzato e ripulito abbandonando la cultura razzista del Front National, fondato nel 1972 da molti reduci dell’OAS o collaborazionisti dell’era Petain prendendo a modello il Movimento Sociale Italiano.
Macron “incubatore” dell’estrema destra
Perché milioni di francesi che si sono sempre tenuti alla larga dagli
estremisti di destra e dai nostalgici di Vichy hanno votato
Rassemblement National? La rabbia sociale e la preoccupazione generata
trasversalmente dalle politiche autoritarie e neoliberiste di Macron
hanno fatto saltare lo storico argine ideologico eretto nei confronti
della destra più radicale.
Il RN ha straripato soprattutto nei sobborghi delle grandi città e nei territori deindustrializzati ed economicamente depressi del nord (molti dei quali, in passato, sono stati a lungo bastioni del Partito Comunista) oltre che nei distretti rurali e nei piccoli centri.
Se prima quello al Front e poi al Rassemblement National era soprattutto un voto di protesta di alcuni settori della società francese, che si sommava al voto ideologico degli ambienti più reazionari, alle ultime elezioni Bardella ha conquistato nuovi settori sociali.
La classe media e la piccola borghesia, ad esempio, preoccupate dal déclassement e dalla conseguente l’erosione del proprio potere d’acquisto e del proprio status, causata dai tagli ai servizi e al welfare, hanno in parte voltato le spalle ai centristi di Attal e Macron. Anzi, per molti elettori “traditi”, il voto al RN è la via più breve per togliere di mezzo il presidente e le sue politiche.
Negli ultimi anni, molti media privati (come quelli in mano all’imprenditore Vincent Bolloré) hanno “sdoganato” i leader e gli argomenti dell’estrema destra, rendendoli appetibili e credibili. Nei giorni scorsi, ad esempio, la redazione del quotidiano conservatore Le Figaro si è scagliata contro il direttore (che d’altronde in passato ha collaborato con il Front National) colpevole di aver aperto a Le Pen.
Le proposte del partito di Bardella, poi, appaiono alternative alle politiche macroniane e al tempo stesso desiderabili e fattibili, dal sostegno al potere d’acquisto di salari e pensioni, dall’aumento della sicurezza nelle città e dalla priorità da concedere agli “interessi nazionali” su quelli europei.
Un partito razzista
Nel discorso del RN, che pure ha abbandonato i toni apertamente
razzisti e xenofobi del passato, gli stranieri e le minoranze vengono comunque individuati come responsabili principali del malessere
sociale ed economico della maggioranza dei francesi, fornendo un utile
capro espiatorio ad una società sempre più impaurita e precaria.
Secondo un rapporto pubblicato il 27 giugno dalla “Commission nationale consultative des droits de l’homme” (CNCDH) di Parigi, 9 elettori dell’estrema destra su 10 temono la “sostituzione etnica” o comunque una “diluizione” dell’identità francese. Il 54% degli elettori del RN (e il 26% dei Républicains neogollisti) ammette di essere “molto” o “un po’” razzista e il 21% crede che alcune “razze” siano superiori ad altre.
Quelli che stanno peggio, più in basso nella gerarchia sociale ed economica, diventano il bersaglio preferito – e più comodo – del risentimento popolare che l’estrema destra sfrutta abilmente e alimenta. Gli strali contro chi sta in alto, tipici del discorso populista dell’estrema destra, sono invece sempre molto generici e quindi inoffensivi, rivolti contro le “politiche green”, i “burocrati di Bruxelles” o la “dittatura mondialista”.
Un’estrema destra sempre più liberista
D’altronde, rispetto al passato, il programma economico dell’estrema destra è sempre più compatibile con quel liberismo che molti elettori pensano di contrastare proprio votando Bardella.
Promettendo di abbassare la tassazione sulle imprese e sui grandi patrimoni o rinunciando ad abbassare l’Iva al minimo sui prodotti di prima necessità, Le Pen punta a rassicurare le élite economiche e gli ambienti imprenditoriali che infatti hanno moltiplicato le dichiarazioni a favore del RN o comunque affermano di temere più un’eventuale vittoria della sinistra radicale che dell’estrema destra. Per accreditarsi come partito di governo responsabile, poi, il RN ha fortemente attenuato il suo anti-atlantismo e le critiche rivolte finora al sostegno militare all’Ucraina.
Non è un caso che, all’indomani dell’exploit dell’estrema destra al primo turno, in apertura la Borsa di Parigi abbia registrato un balzo del 2,59% anche se poi molti titoli hanno risentito dei timori che la mancanza di una maggioranza di governo stabile costringa il paese ad un lungo periodo di instabilità politica, lo scenario più probabile per i prossimi mesi.
Per uscirne molti francesi potrebbero decidere di puntare proprio sul Rassemblement National in nome del sempreverde imperativo “legge e ordine”.
28/12/2023
Per capire l’ascesa dell’estrema destra bisogna partire dai media
Nel frattempo, l’ex leader dell’UKIP Nigel Farage si rifà un’immagine riciclandosi come personaggio del reality show britannico I’m a celebrity. Un trattamento di cui ha beneficiato anche Pauline Hanson, leader del partito di estrema destra di maggior successo in Australia negli ultimi anni, invitata all’edizione australiana di Ballando con le stelle un attimo dopo il crollo della sua carriera politica.
La contraddizione nell’affrontare l’ascesa delle politiche di estrema destra nel dibattito pubblico non potrebbe essere più evidente. Ma la contraddizione va ben oltre.
Dovrebbe essere ovvio per chiunque sia preoccupato da questo fenomeno e dalla minaccia che rappresenta per la democrazia e per alcune comunità: umanizzare i leader di estrema destra attraverso divertenti reality show televisivi, puntare i riflettori sui loro hobby e non sulla dimensione politica, serve solo a normalizzarli.
Ciò che è meno evidente, eppure altrettanto dannoso, è la copertura sensazionalistica della minaccia. Milei e Wilders non sono uno “shock”. La ricomparsa di politiche reazionarie è del tutto prevedibile ed è documentata da molto tempo. Eppure ogni vittoria o ascesa è analizzata come nuova e inaspettata, e non come parte di un processo più lungo e più ampio in cui siamo tutti coinvolti.
Lo stesso discorso vale per il termine “populismo”. Tutte le ricerche serie sull’argomento indicano che la natura populista di questi partiti è al massimo secondaria, rispetto ai loro tratti di estrema destra. Ma sia nei media che nel mondo accademico “populismo” è in genere usato con disinvoltura e come tratto distintivo.
L’uso di “populista” al posto di termini più precisi, ma anche stigmatizzanti, come “estrema destra” o “razzista” agisce come una legittimazione chiave di questi partiti e dei loro leader. Conferisce una parvenza di sostegno democratico grazie al legame etimologico con il popolo, cancellando la natura profondamente elitaria – quella che io e Aaron Winter abbiamo definito “democrazia reazionaria”.
Ciò indica che i processi di normalizzazione e sdoganamento nei media della politica di estrema destra dipendono dai media mainstream, più che dall’estrema destra stessa. Infatti, non ci può essere normalizzazione nei media senza che i media stessi accolgano certe idee all’interno del proprio recinto.
In questo caso, il processo di normalizzazione ha comportato l’offerta di una piattaforma, la spettacolarizzazione e la legittimazione delle idee di estrema destra. Il tutto mentre in apparenza ci si opponeva a esse, negando la responsabilità avuta nell’intero processo.
Se da un lato è ingenuo credere che i media tradizionali ci dicano cosa pensare, dall’altro è altrettanto ingenuo ignorare che svolgono un ruolo fondamentale su ciò cui diamo importanza. Come sostenuto in un recente articolo sulla “centralità della questione immigrati”, certi temi sono centrali solo quando gli intervistati pensano al proprio paese nel complesso. Scompaiono quando pensano alla vita di tutti i giorni.
Ciò evidenzia la natura mediata della nostra comprensione della società in senso ampio, che è essenziale se vogliamo pensare al mondo al di là di quello che ci circonda. Tuttavia, benché essenziale, si basa sulla necessità di disporre di fonti di informazione fidate che decidono cosa merita la nostra attenzione e come va inquadrato.
È proprio questa responsabilità che molti dei nostri media hanno attualmente abbandonato o fingono di non avere, come se le loro scelte editoriali fossero eventi accidentali.
Non poteva essere più chiaro di così nel 2018, quando il Guardian lanciò una lunga serie sul “nuovo populismo”, scrivendo nel sommario dell’editoriale di apertura: “Perché il populismo è improvvisamente di moda? Nel 1998, circa 300 articoli del Guardian menzionavano il populismo. Nel 2016, 2000. Cosa è successo?”.
Nessuno degli articoli della serie riflette sul semplice fatto che le stesse scelte della redazione del Guardian possono aver giocato un ruolo nell’aumento dell’uso del termine.
Un processo dall’alto verso il basso
Nel frattempo, la colpa è scaricata sulle “maggioranze silenziose” di “cittadini abbandonati dalla politica” o su una fantomatica “classe lavoratrice bianca”.
Troppo spesso vediamo l’estrema destra come un corpo estraneo, qualcosa di separato e distinto dalle nostre norme e dal mainstream. In un recente articolo si evidenziava quanto sia sorprendente l’assenza di concetti come “razza” e “bianchezza” nelle discussioni accademiche su queste politiche.
L’analisi dei titoli e degli abstract di oltre 2.500 articoli accademici degli ultimi cinque anni ha mostrato come gli autori di volta in volta scelgono di inquadrare le loro ricerca in materia lontano da simili questioni. Al contrario, si ricorre all’eufemismo, all’eccezionalità nell’inquadrare l’estrema destra, concentrandosi su temi come le elezioni e l’immigrazione piuttosto che sugli aspetti più strutturali in gioco.
Questo ci porta a dover fare i conti con il ruolo cruciale giocato dal mainstream. Gli attori d’élite che hanno un ruolo privilegiato nel plasmare il discorso pubblico attraverso i media, la politica e il mondo accademico non sono asserragliati nei bastioni della fortezza del Bene e della Giustizia, mentre all’esterno infuria senza tregua l’assedio dell’orda populista.
Prendono invece parte a un’arena in cui il potere è distribuito in modo profondamente diseguale, in cui le disuguaglianze strutturali che l’estrema destra vuole rafforzare sono spesso al centro dei nostri sistemi e in cui i diritti delle comunità minoritarie sono precari e disattesi.
Hanno quindi una particolare responsabilità nei confronti della democrazia e non possono dare la colpa della situazione in cui ci troviamo ad altri – si tratti dell’estrema destra, di fantomatiche maggioranze silenziose o di comunità minoritarie.
Stare con le mani in mano non è un’opzione valida per chi svolge un ruolo nella costruzione del discorso pubblico. Ciò significa che l’autoriflessione e l’autocritica devono essere al centro della nostra etica.
Fonte
23/11/2023
Olanda - A forza di esser “frugali” si diventa… fascisti
L’ossigenatissimo leader dell’estrema destra boera ha ottenuto stavolta il 23,6% dei voti, che corrispondono a 35-37 seggi in Parlamento. Date le dimensioni del paese, della popolazione e dunque anche della rappresentanza politica, tanto basta ad essere il vincitore assoluto.
Anche in Olanda, infatti, l’offerta politica è parecchio frammentata. Al secondo posto se la battono i socialdemocratici (in coalizione con i Verdi), guidati da Frans Timmermans – ex vicepresidente della Commissione Europea – che, pur crescendo un poco, si fermano al 15% e a 25 seggi.
Seguono i veri sconfitti, i liberali dell’ex premier Mark Rutte, ora rappresentati da una donna, Dilan Yesilgoz, al 14,4% e 22-24 seggi (almeno 10 meno rispetto alla precedente elezione).
Poi il Nuovo Patto Sociale, praticamente democristiano, appena fondato da Pieter Omtzigt, con 20 seggi. Seguono altre cinque o sei formazioni, con una manciata (e anche meno) di seggi a testa.
Il problema ora è formare un governo, ovviamente. Tutti, prima delle elezioni, e soprattutto i partiti più grandi, avevano giurato che non avrebbero mai formato un esecutivo insieme a Wilders. Ma sono bastate poche ore a far cambiare la situazione.
L’unico oppositore vero sembra rimasto Timmermans che, proprio in quanto socialdemocratico (nel significato vacuo in voga oggi) e soprattutto ex dirigente europeo dell’austerità, non può proprio incrociare i destini con un cosiddetto “sovranista”, per di più anti-islamico e anti-immigrazione.
Ma liberali e “nuovi pattisti” sono già meno convinti di prima. Yesilgoz si è nascosta dietro una decisione collettiva che dovrà esser presa dalla direzione del suo partito, non escludendo più nulla. Omtzigt si è invece già sbilanciato nel prospettare una trattativa e un possibile accordo.
Come in tutti i suq politici di questo mondo, insomma, dipenderà da un’adeguata mediazione sulle poltrone più importanti.
Esultano ovviamente gli ultradestri di vari paesi (Orbàn, Le Pen, Salvini su tutti), che già accarezzano l’idea di ritrovarsi in un Parlamento europeo, dopo le elezioni di giugno, completamente spostato a destra.
Fanno ridere, o meglio rabbia, tutti i sedicenti “democratici” che si mostrano ora spaventati da questa prospettiva e dall’avanzata dei cosiddetti “populismi”.
Anche le elezioni argentine hanno mostrato l’identica dinamica politica, a conferma che non si tratta di “infortuni congiunturali”, legati a situazioni nazionali specifiche o a “subculture” nazionali. E all’orizzonte si profila la figura di Trump, pronto a tornare – peggio di prima – alla guida della superpotenza in declino...
È in atto in tutto l’Occidente neoliberista – o, per meglio dire, nell’imperialismo euro-atlantico – una corsa verso il superamento/abbandono della democrazia liberale borghese.
Può sembrare interessante, ed in parte lo è, esaminare questa corsa dal punto di vista solo politologico o, appunto, “culturale”. Ma non si può capire nulla se non si mette al centro dell’analisi la crisi specifica del capitalismo occidentale – uno degli ormai molti capitalismi esistenti e concorrenti – che va avvitandosi al seguito dell’ex economia “egemone” sul pianeta: quella statunitense.
Schematizzando molto, è abbastanza evidente che 50 anni di neoliberismo e di smantellamento dello “stato sociale” hanno creato una situazione in cui gli Stati non hanno più gli strumenti concreti per incidere sulla dinamica economica. E dunque sono obbligati a gestire il bilancio pubblico con in una mano le forbici per tagliare le spese e nell’altra un cappello per chiedere al capitale finanziario privato di comprare il debito pubblico (con adeguati interessi...).
L’esempio italiano è a suo modo paradigmatico. Nel 1981 il ministro Andreatta decide il “divorzio” tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. In pratica, via Nazionale non può più comprare i titoli di stato (emessi dal Tesoro, appunto) direttamente in asta, alzandone così il prezzo e diminuendo quindi gli interessi che lo Stato avrebbe dovuto pagare.
Da quel momento in poi è stato “il mercato” a decidere in piena autonomia il prezzo e il tasso di interesse sui titoli pubblici. E ovviamente il prezzo è crollato, gli interessi sono decollati...
Allora il rapporto debito/Pil, per l’Italia, era al 60%, come poi deciso nei parametri di Maastricht. Ma da lì in poi non ha fatto altro che crescere, perché da un lato la spesa per gli interessi cresceva a dismisura, e dall’altro – grazie ai “tagli” e alle privatizzazioni delle imprese pubbliche (industrie e banche) – lo Stato vedeva diminuire le sue entrate. I “tagli delle tasse”, come logico, hanno poi concorso ad aggravare una situazione comatosa...
Una spirale infernale che ha portato in breve a tagliare pensioni, sanità, istruzione, servizi sociali, trasporti pubblici, ovvero tutte le voci del “salario sociale”, e quindi ad impoverire a ritmi crescenti tutta la popolazione, lavoratrice e non.
Con la creazione della Bce questa spirale infernale è diventata “regola europea”, e tutti i paesi – a cominciare da quelli “frugali”, che l’avevano già introdotta e ne avevano chiesto l’approvazione continentale – hanno preso a correre verso il baratro.
Con la “crescita” azzerata e lo Stato immobilizzato, la povertà ha presto cominciato a mordere. E, nella “battaglia delle idee” in seno alla società, ogni peggioramento delle condizioni sociali veniva addebitato proprio agli “sprechi pubblici” anziché allo strozzinaggio del capitale finanziario, ovviamente “privato”.
Fin quando – e siamo all’oggi – tutta la sofferenza sociale può essere agevolmente indirizzata contro nemici di comodo (immigrati, islamici, “i russi”, “i terroristi”, ecc.), grazie a sistemi di media che sono tutti in mano ad aziende privatissime. E che dunque decidono in base ad interessi privatissimi quali idee “passano” e quali no.
Siamo insomma all’applicazione generale, per tutto il mondo euro-atlantico, dei risultati dell’”esperimento” condotto in Cile con il golpe di Pinochet (liberismo economico e dittatura politico-militare). Ci stiamo arrivando con il “populismo” reazionario che sbanca alle elezioni, anziché con i soldati nelle strade.
Ma, per la natura stessa del liberismo privatistico, non essendo previste risposte politiche all’impoverimento di masse crescenti di popolazione “bianca e occidentale”, i soldati seguono...
Certo, se vi fermate a guardare la capigliatura di Wilders, non vedrete niente...
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20/11/2023
Argentina - Milei è il nuovo presidente
Outsider politico, Milei, in una carriera fulminea è passato da colorito commentatore televisivo, dallo stile violento, a presidente della nazione. Non c’è nessun precedente nella storia argentina per un fenomeno populista come quello di Milei. Non paragonabile affatto all’originale fenomeno del peronismo, Milei è una figura senza alcuna esperienza manageriale nel settore pubblico o privato. Un economista formato nella speculazione finanziaria e nulla più. Proprio questa era la sua forza, perché gli permetteva di incanalare la rabbia di una parte della popolazione contro l’intero sistema politico.
Milei, secondo l’agenzia israeliana Ynet, è‘ anche un esplicito sostenitore di Israele, avendo dichiarato prima dell’inizio della guerra israeliana il 7 ottobre che gli sarebbe piaciuto fare un viaggio diplomatico a Gerusalemme e spostare l’ambasciata argentina in quella città. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche prima delle elezioni, Milei è stato visto sventolare una bandiera israeliana in mezzo a una grande folla a Rosario.
L’altro punto decisivo è stato l’aperto sostegno della candidata del centro-destra arrivata terza al primo turno, Patricia Bullrich, e dall’ex presidente Mauricio Macri come vettore dell’accordo che ha costruito l’alleanza Insieme per il Cambiamento.
Il nucleo della vittoria di Mili si è svolto nella fascia centrale del paese, nelle province di Córdoba, Mendoza, La Pampa, Santa Fe, dove Juntos por el Cambio era forte, e dove il sostegno di Bullrich e Macri al leader di estrema destra ha avuto un indubbio effetto. E anche per la parità raggiunta nella provincia di Buenos Aires, dove Massa ha vinto per poco più di un punto.
La maggioranza del popolo argentino ha votato contro il governo che ha dovuto attraversare quattro anni molto complessi: due anni di pandemia più la pesante inflazione ereditata da Macri e un accordo con il Fondo Monetario Internazionale che ha aggravato i problemi invece di mitigarli.
Negli ultimi mesi l’Argentina era riuscita a mitigare l’ipoteca del Fmi sul proprio debito estero grazie ad un prestito della Cina utilizzando, per la prima volta, lo yuan invece del dollaro. Inoltre è tra i sette paesi ammessi recentemente nel gruppo dei BRICS. La vittoria di Milei, sponsorizzato dagli USA, rischia di vanificare questo risultato.
Il neoeletto presidente ha ribadito le sue proposte di austerità e non ha avuto alcun messaggio per coloro che non lo hanno votato e ha anche promesso di essere “implacabile” contro coloro che resistono. “Oggi segna la fine della decadenza”, ha aggiunto Milei. “Voltiamo pagina e riprendiamo la strada che non avremmo dovuto lasciare. Lo stato onnipresente è finito. Torniamo alle idee di Alberdi, che rispetta i suoi impegni. Il modello di decadenza è giunto al termine. Indietro non si torna”.
Nell’unico momento conciliante del suo messaggio, il presidente eletto ha osservato: “Tutti coloro che vorranno entrare nella nuova Argentina saranno i benvenuti. Sono sicuro che è più ciò che ci unisce che ci separa”, ha detto. E ha chiarito che questo avverrà “ogni volta che vorranno unirsi al cambiamento di cui l’Argentina ha bisogno. Sappiamo che ci sono persone che resisteranno. A tutti loro voglio dire una cosa chiara: dentro la legge tutto, fuori dalla legge niente”.
In risposta a Sergio Massa, che aveva sostenuto che Milei dovrebbe dare “certezze”, ha sottolineato: “Lasciamo che il governo si assuma le sue responsabilità fino alla fine del mandato. La situazione in Argentina è critica. I cambiamenti sono drastici. Non c’è spazio per la tiepidezza. Non c’è spazio per le mezze misure. Se non apportiamo cambiamenti in fretta, andremo incontro alla crisi peggiore. Abbiamo seri problemi davanti a noi. Questi sono problemi che possono essere risolti solo se quelli di noi che vogliono il cambiamento lavorano insieme. Il nostro impegno è per la democrazia, il libero scambio e la pace. Oggi un modo di fare politica è finito e ne sta iniziando un altro. Nonostante gli enormi problemi, voglio dirvi che l’Argentina ha un futuro. Quel futuro esiste se è liberale”.
Dopo le 20, il leader sconfitto, Sergio Massa è salito sul palco allestito al Centro Culturale C, a Chacarita, per prendere atto della sconfitta. Lo ha fatto dopo aver parlato con il presidente eletto. “Speriamo che la consapevolezza democratica e il valore del rispetto per coloro che la pensano diversamente siano installati per sempre in Argentina”, ha detto Massa.
Ha poi ringraziato le organizzazioni “sindacali e della società civile” per il loro sostegno. Ha anche evidenziato la “micro-militanza di chi ha cercato di spiegare la nostra visione del Paese, salendo sugli autobus, sulle metropolitane”.
In un’altra parte del suo discorso, Massa ha detto di aver comunicato con Milei e gli ha augurato buona fortuna per i prossimi quattro anni. L’ho fatto perché “il messaggio che dobbiamo dare è quello del rispetto per chi la pensa diversamente”.
Il candidato di UP ha difeso il nucleo della sua campagna. “Abbiamo scelto di difendere la salute pubblica e l’istruzione. La sicurezza sociale in capo allo Stato. Abbiamo difeso l’industria nazionale e il lavoro argentino” ed ha aggiunto che continuerà a difendere quelle idee.
“La proposta politica che cerca di sintetizzare i progetti della dittatura militare (1976-1983) e del menemismo (1989-1999) ha ottenuto il sostegno di una parte significativa della società argentina. Almeno questo è quello che mostrano i dati elettorali” – scrive Miguel Mazzeo su America Latina Roundup – “Bisognerà aspettare un po’ (brevemente, sicuramente) per sapere se avrà un sostegno sociale e politico di una certa intensità. Ma la circostanza, sebbene annunciata da tempo da vari deterioramenti, è ancora spaventosa. Non siamo sorpresi dal crollo, ma siamo inorriditi dal suo corso. Come è potuta accadere una cosa del genere? Non abbiamo visto l’uovo del serpente. Non abbiamo visto gli innumerevoli nidi. E ora ci troviamo di fronte a un momento storico abissale”.
Forte è la preoccupazione degli ambienti progressisti argentini anche per la vicepresidente di Milei. Victoria Villarruel addestrata a difendere anche l’indifendibile – come i crimini dell’ultima dittatura – la vicepresidente passa da una provocazione all’altra ed è entusiasta di mettere sotto controllo il consenso che la società argentina ha costruito negli ultimi 40 anni. In poco più di una settimana, la numero due de La Libertad Avanza (LLA) ha dato segnali di quello che potrebbe essere il suo programma: la presentazione dei repressori come vittime, dando un’altra destinazione allo Spazio della Memoria e dei Diritti Umani che è stato allestito in quello che era il campo di concentramento della Scuola di Meccanica della Marina (ESMA), la rivendicazione delle forze repressive e l’eventuale abrogazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Fonte
21/08/2023
La pausa della storia
Nel 2021, in piena pandemia, esce La fine della fine della storia. Lo strano ritorno della politica nel XXI secolo (tradotto in Italia da Tlon nel 2022), un testo che nel linguaggio internettiano contemporaneo potremmo chiamare «basato di sinistra» o alt-left: da una prospettiva più o meno dichiaratamente militante i tre autori, uno brasiliano (Alex Hochuli) e due inglesi (George Hoare e Philip Cunliffe), cercano di inquadrare la crisi trentennale della sinistra fino all’ultima delusione della sinistra populista (2020 circa), non prima di aver lungamente indugiato sulla disfatta della sinistra liberale nelle campali battaglie di Trump e Brexit. Parla di fenomeni abbastanza recenti, di cui tuttavia si è discusso già molto, magari in modo frammentato, soprattutto su internet. Il libro ha il merito di raccogliere e organizzare quelle riflessioni in un sistema coerente, il cui raggio d’analisi è nientemeno che un’intera epoca – la nostra.
Ma che cosa è un’epoca? Un'epoca è un periodo di tempo relativamente lungo, caratterizzato da tratti distintivi e rilevanti nello sviluppo della storia, della cultura, della scienza, dell'arte o di altri aspetti della società umana. Un’epoca è di solito più lunga di una singola generazione e può durare da decenni a secoli, se non addirittura più a lungo.
Le epoche sono spesso definite da cambiamenti significativi in vari ambiti, come l'economia, la politica, la tecnologia, l'arte, le credenze religiose o i valori culturali. Ad esempio, l'età del Rinascimento in Europa è stata un'epoca caratterizzata da un grande fermento culturale, scientifico e artistico, mentre l'era industriale ha segnato una rivoluzione nell'economia e nella produzione grazie all'introduzione delle macchine a vapore.
E in cosa consiste la nostra epoca? È prassi ormai comune non porsi affatto questo problema, perché la risposta, qualunque essa sia, comporterebbe l’assunzione di una serie di responsabilità intellettuali che difficilmente i nostri contemporanei sono disposti a prendersi; per farla breve, per descrivere un’epoca è necessario soprattutto fare astrazione. Mentre perlopiù il postmoderno ci ha insegnato il valore del particolare, dell’individuo, della singolarità – rendendo quindi molto impopolare l’astrazione –, questo libro osa invece gettare uno sguardo lungo, astratto, universale, sul nostro tempo e sul suo significato. Ed ecco un altro termine bandito dal milieu filosofico contemporaneo (quantomeno continentale): il «significato», il senso, sono ormai considerati residui di quel periodo ormai alieno (eppure così vicino) che fu il Novecento. Il testo in questione merita dunque di essere letto innanzitutto perché rappresenta una felice e coraggiosa eccezione nel panorama culturale contemporaneo: esso parla del senso della nostra epoca, proprio come avrebbe fatto un filosofo che non aveva ancora conosciuto Lyotard e i suoi ammonimenti.
Approfondiamo il concetto, ed entriamo nel vivo del testo. In questo libro è presente una tesi forte, una narrazione, e non a caso la sua stella polare è Hegel, la nemesi del postmoderno. La tesi del libro è che, mentre ci sembrava che tutto filasse liscio sotto il sole dell’ordine neoliberale, erano in realtà all’opera nel mondo forze telluriche e sotterranee che avrebbero interrotto e turbato quella pace inaugurata con il crollo del Muro di Berlino. Gli autori individuano alcune faglie storiche responsabili di tale sconvolgimento. Ma facciamo un brevissimo passo indietro.
Nel 1989 crolla il Muro di Berlino, e con esso le speranze e i desideri di una significativa parte di mondo che aveva «la necessità di una morale diversa», per dirla con Gaber, da quella del sogno americano. Nel 1992 esce La fine della storia e l'ultimo uomo di Francis Fukuyama, testo che sancisce la ratifica in sede filosofica della fine della Guerra Fredda e della dialettica fra ideologie, e l’inizio della (quantomeno congetturata) serenità neoliberale. Fukuyama sosteneva che la democrazia liberale rappresentasse la forma finale di governo e che avrebbe sancito il culmine dell'evoluzione politica dell'umanità: si trattava appunto dell’epilogo della storia, intesa come «scontro» nel senso greco del termine, pòlemos. La storia, fino a quel momento, era stata il difficile cammino dell’uomo verso il progresso condotto al prezzo di guerre campali e spargimento di sangue; oppure, detto altrimenti, la storia era stata semplicemente il processo di affermazione del più forte, con le buone o con le cattive maniere. Quale che fosse il punto di vista, dopo il crollo del Muro si fece strada l’idea che non esistessero più ideologie alternative o sistemi politici in grado di scontrarsi fra di loro o di competere con la democrazia liberale in termini di legittimità e validità: la stasi di Parmenide si sostituiva al pòlemos eracliteo, e l’ordine americano vinceva definitivamente perché era il più forte e il più giusto, o almeno così sembrava.
Ora, se questa è la celeberrima vulgata che del testo di Fukuyama si diffuse, è tuttavia necessario sottolineare che esso esibiva una serie di sfumature e di sottigliezze che forse ingiustamente furono dimenticate dai suoi critici; insieme a un enorme successo, Fukuyama attirò su di sé moltissime critiche per le quali fu successivamente spinto a ritrattare parte della sua opera – critiche che gli si continuano a muovere ancora oggi: gli si obiettava, a ragione, un eccessivo ottimismo sul futuro del mondo, nonché di assumere una prospettiva eccessivamente occidentale. Quello che interessa a noi in questa sede, però, non è tanto ripercorrere filologicamente quelle diatribe culturali, quanto fissare alcuni punti propedeutici al ragionamento dei nostri autori. In particolare, essi forniscono una parziale riabilitazione di Fukuyama, se non altro stabilendo le coordinate del discorso originario: egli non intendeva dire che la storia fosse finita nel senso che sarebbero scomparsi gli eventi, o che la successione del tempo si sarebbe interrotta, o che gli Stati Uniti avrebbero continuato a dominare il mondo per sempre. Semmai l’idea era che nella Guerra fredda si fosse assistito soprattutto a uno scontro tra ideologie, cioè tra sistemi di governo, e che a un certo punto aveva prevalso (forse per sempre) il sistema della democrazia liberale e dell’economia di mercato, indipendentemente dal paese geografico che più di tutti in quel momento ne rappresentava l’epitome (gli USA). Fin qui, la tesi di Fukuyama.
Ma questo ordine statunitense, sostengono gli autori, non era destinato durare a lungo: oggi infatti «l’autorità intellettuale e politica del neoliberismo è crollata».
Per convalidare questa tesi gli autori propongono una efficace periodizzazione in tre momenti: fino al 1989 era in atto uno scontro di tipo «politico», da un lato il socialismo, dall’altro il neoliberalismo. Dal 1989 fino al 2007 segue la fase della «post-politica», dove si osserva una diminuzione dell'impegno ideologico e un senso di apatia diffuso. I movimenti radicali in questo periodo sono spesso marginali, astratti, disorganizzati e velleitari. La politica diventa sempre più depoliticizzata, e le questioni sociali vengono affrontate affidandosi con sempre più sollievo e senso di deresponsabilizzazione alla tecnocrazia. Infine segue la fase dell'«anti-politica», caratterizzata da movimenti come quello di Beppe Grillo e Podemos, guidati da una crescente rabbia e disillusione collettiva.
Durante la fase della «politica», che precede il crollo del Muro di Berlino, era molto comune la partecipazione politica attiva e l’impegno ideologico marcato. Le divisioni politiche tra Est e Ovest, insieme a una fervente lotta tra ideologie, dominavano il panorama politico internazionale, e ad ogni segmento sociale corrispondeva una rappresentazione politica piena e diretta. Successivamente, nel periodo della «post-politica», un intero ramo ideologico viene ritirato dal mercato delle idee, rendendo l’offerta liberale una sorta di monopolio ideologico della classe media, del quale si convincono o devono convincersi anche ceti sociali che non ne sarebbero stati spontaneamente parte.
Cavalcando la crisi economica del 2008, l'arrivo della fase dell'«anti-politica» conduce a una svolta. Quella disforia di classe (cioè il sentimento soggettivo di appartenere a una classe, la quale però non corrisponde davvero alla propria reale condizione economica), anche indotta da una generalizzata crescita economica, si infrange contro il muro della crisi, del debito accumulato e dei tagli alla spesa. Movimenti come quello di Beppe Grillo in Italia e Podemos in Spagna emergono con una retorica anti-establishment e una rabbia diretta contro la classe politica tradizionale, enfatizzando la corruzione e l'inadeguatezza delle élite, e denunciando la politica come un'arena di interessi privati, malaffare e abiezione.
In questo quadro, segnato da un progressivo allontanamento dalla politica, e poi da un suo progressivo ritorno – nella forma «della rabbia e della sfiducia popolare» – gli autori collocano la fine della pax americana. Ma questa «fine» non è ancora un inizio: «la globalizzazione è entrata in fase di stallo, ma non è ancora regredita, [...] il neoliberismo tira avanti barcollando e risulterebbe irriconoscibile agli occhi di un osservatore degli anni Ottanta», l’impero americano non sembra più così centrale... Viviamo pienamente, secondo gli autori, in quella dimensione di interregno descritta da Antonio Gramsci in una nota dal carcere nel 1930: «La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
Uno degli esempi più rilevanti di questo interregno è il ritorno della politica in una forma talmente iperbolica da risultare caricaturale: nel commentare il populismo (grillino, per esempio) con la sua enfasi contro la «corruzione», gli autori rilevano come tali movimenti mancano di comprendere e riconoscere alla politica, pur esaltandone la purezza, la dimensione di radicale libertà in cui essa dovrebbe muoversi; con un’immagine potente e paradossale gli autori affermano che «l'autonomia della politica vuol dire anche la libertà di essere corrotti»: solo dove esiste una sfera politica autonoma in senso kantiano, esiste anche la possibilità di essere corrotti. La politica viene descritta dagli autori come una volta Andrea Pazienza descrisse il fenomeno dell’amore: «amore è tutto ciò che si può ancora tradire». Non che sia un verso dall’esegesi nitida e univoca, ma ciò che conta, qui come sopra, è la regale e profonda assolutezza del soggetto.
Da qui la parziale delusione per l’angusta visione della politica in questa fine della fine della storia: un mero rifugio e una proiezione dei nostri bisogni. «L’identità politica oggi è una rappresentazione diretta verso l’esterno del proprio sé autentico, una rappresentazione il cui significato in fin dei conti non riguarda la destra o la sinistra, ma il bene e il male. E ognuno necessariamente pensa che la propria identità politica sia quella della brava persona».
Dal punto di vista della forma, siamo davanti a un saggio in cui la voce diretta degli autori è molto presente, a volte anche con dichiarazioni di partigianeria e punte di sarcasmo verso il nemico. Questo registro talvolta suscita un senso di poca oggettività, vagamente straniante nella lettura di un saggio. Si potrebbe inaugurare l’etichetta di gonzo-essay, riprendendo il gonzo-journalism immersivo e marcatamente «di parte» di Hunter Thompson e dei suoi epigoni. E tuttavia il libro ha un tono molto convincente e informale anche quando è impreciso, vago o addirittura contraddittorio. È poco scientifico e molto suggestivo, dimostrandosi perfettamente in linea con la biografia degli autori, accademici ma anche militanti della sinistra populista. Ed è questa identità malcelata a rappresentare il principale limite teorico dell’opera.
Ad esempio, in un passaggio gli autori sostengono che la nuova destra post-neoliberale o anche alt-right che aggrega oggi le classi lavoratrici continuerà a essere egemone solo finché la sinistra non riuscirà a superare il «moralismo minoritario» di oggi per ricostruire «processi decisionali maggioritari». Dietro queste formule a effetto e anche un po’ trite manca, ancora una volta, una vera proposta programmatica. Ma non è questo il problema più grande, perché dietro queste formule c’è invece l’ingenua credenza che la maggioranza delle persone sia automaticamente, naturalmente di sinistra. A prescindere dalla fase storica, dal conto in banca, dall’educazione impartita in famiglia. E se invece un corollario della fine della storia fosse proprio l'idea che essendo tutti un po' vincitori della storia, tutti abbiamo finalmente qualcosa da perdere (ad es. una piccola rendita, una proprietà) e quindi tutti abbiamo qualcosa da conservare? Rispetto al sogno europeo contemporaneo – un proprietarismo moderato e diffuso immerso in un ambiente di tolleranza e welfare – cosa offre oggi la «vera sinistra» di radicalmente alternativo? Come fanno gli autori ad essere sicuri che basterebbe «allargare il processo democratico» per arrivare a maggioranze di sinistra? In fondo, e usando proprio gli strumenti concettuali del libro, non è proprio una fede «tecnocratica» e «postideologica» pensare che le masse siano naturalmente di sinistra senza bisogno che ci sia uno scontro di idee e di prospettive di mondo? Dove finirebbe, a quel punto, il compianto pòlemos?
Altro assente di cui si avverte la mancanza nel testo è la politica internazionale in generale, e in particolare la Repubblica Popolare Cinese. Perché al di là delle scosse di assestamento interne, come Trump o la Brexit, le democrazie liberali occidentali non hanno ancora veri competitor interni; le tesi di Fukuyama, se pensiamo al nostro mondo, possono ancora dormire sonni tranquilli. Il grande avversario oggi è piuttosto la Cina (attenzione: proprio come Fukuyama, qui non ci interessa parlare della Cina o di altri attori come potenze industriali, militari, etc. cioè come «potenze di merito». Il piano della storia sarà pieno di soggetti che emergeranno e si faranno la guerra. Qui parliamo, come Fukuyama, di «alternative di metodo», cioè di tecnologie di gestione del potere). La tecnologia di gestione del potere cinese è radicalmente alternativa alla nostra, e ha dimostrato negli ultimi decenni di essere molto più performante, almeno su alcuni piani (pianificazione, armonia degli obiettivi). Questa competizione di fondo arriva tra l’altro in un momento caratterizzato da problemi sempre più «complessi» (parola di cui ci auguriamo un pronto divieto, ma finché è legale la usiamo e in qualche modo ci capiamo), che noi occidentali – europei in particolare, nell’esempio paradigmatico della crisi climatica – ci fregiamo di voler affrontare di petto e che però hanno bisogno di un coordinamento e di restrizioni capillari, che sono spesso in chiaro conflitto con molte libertà liberali alle quali ci siamo abituati nel Novecento. In opposizione a questa opulenta, costosa e sempre meno efficiente eredità, il modello cinese offre un sistema operativo che sembra essere molto più adatto a svolgere questi compiti. Certamente la fase di uscita dalla povertà del popolo cinese, pur rappresentando un successo straordinario nella storia dei modelli di governance, è stata anche «facilitata» dalla legittimità degli obiettivi e un contesto internazionale ancora poco allarmato. La vera fase di stress-test della tecnologia di governo monopartito inizia ora, con una competizione globale finalmente esplicita e paritaria, un ceto medio interno dalle aspettative sempre più ambiziose e ritmi di crescita che fisiologicamente calano. La partita è ancora aperta, e anzi è pieno di commentatori ottimisti che vedono già i segni di un desiderio diffuso di democrazia liberale tra le maglie della censura di Pechino. E d’altronde un libro che parla di fine della fine della storia, cioè di rimessa in moto del conflitto, può non parlare dell’avversario per eccellenza, l’unico vero altro-da-noi attuale? Ben felici per il primo, non ci resta che confidare in un secondo volume.
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