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13/06/2026

Verso un accordo, tra trappole e sfiducia

È giudizio universale che Donald Trump sia assolutamente privo di credibilità, qualsiasi cosa dica. Ne è consapevole persino lui, tanto che – per dimostrare che effettivamente ci sono stati passi in avanti nella definizione di un primo “memorandum di intesa” con l’Iran – si è sentito obbligato a ri-postare un tweet di Abbas Araghci, ministro degli esteri di Teheran, secondo cui un accordo non è mai stato così vicino, anche se le speculazioni dei media dovrebbero cessare “in attesa della sua finalizzazione”.

Dato che le “speculazioni dei media” si basano al 99% sul compulsivo twittare di Trump, in pratica “il presidente degli Stati Uniti” ha ammesso di essere un fattore di depistaggio e confusione.

Ironia a parte, c’è agitazione nell’amministrazione e nelle ambasciate europee come quando un “pezzo grosso” sta per muoversi. L’indiziato è il vice, J.D.Vance, mentre il luogo dello storico appuntamento tra nemici potrebbe essere Ginevra, un tempo abituata a svolgere questa funzione.

La domanda che non ha risposta è: ma cosa prevede, intanto, questo “memorandum di intesa”? La segretezza, in diplomazia, fa parte dello stile di lavoro comunemente accettato. Da parte Usa, con le pagliacciate del tycoon, si giustifica ora piuttosto con la preoccupazione di avere davvero qualcosa da vendere ai media – ad uso interno – come una “vittoria” in una guerra perduta.

Senza entrare nelle speculazioni, è chiaro che questa “vittoria” non può essere la riapertura dello Stretto di Hormuz, che era perfettamente attraversabile da chiunque fino al giorno dell’attacco israelo-americano (il 28 febbraio). Neanche nelle soap opera si riuscirebbe a spacciare per un “successo” il ritorno alla situazione precedente.

È difficile che lo sia la “fine del programma nucleare” iraniano, o almeno la consegna dei 440 kg di uranio arricchito che sarebbero in qualche laboratorio sotterraneo.

Sulla pretesa di ottenere un “regime change” meglio stendere una lapide, visto che ora la società iraniana, con tutte le contraddizioni di un popolo colto e differenziato (per cultura, status sociale, etnia, ecc.), è ora più compatta di prima intorno alle proprie istituzioni, piacciano o no, “grazie” all’intollerabile aggressione straniera.

Diverse fonti giornalistiche convergono nell’asserire l’esistenza di una “bozza in 14 punti” su cui starebbero ancora lavorando i negoziatori e i mediatori (Pakistan e Qatar).

L’agenzia palestinese Yafa News riferisce di aver ottenuto informazioni attendibili secondo cui la bozza proposta prevede la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, unitamente all’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni iraniani e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica.

Ovviamente ci sarebbe la revoca del “controblocco navale” Usa imposto all’Iran entro un periodo non superiore a 30 giorni, il ritiro delle forze statunitensi dalle sue vicinanze e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Sul piano economico, la bozza prevederebbe la sospensione delle sanzioni relative alla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici, garantendo all’Iran il pieno accesso alle proprie entrate finanziarie, e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, di cui metà da erogare prima dell’inizio dei negoziati finali.

I quali dovrebbero durare almeno 60 giorni nel tentativo di raggiungere un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi e delle relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando al contempo l’impegno di Teheran nei confronti del Trattato di non proliferazione nucleare e la promessa di non perseguire lo sviluppo di armi nucleari.

La bozza includerebbe l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per supervisionare l’attuazione degli accordi, l’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e piani per la ricostruzione dell’economia iraniana del valore di non meno di 300 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda invece il programma missilistico iraniano e il sostegno ai movimenti di resistenza – ovvero i punti di forza che hanno consentito a Teheran di reggere il confronto militare con Israele e Usa – sarebbero esclusi dall’agenda dei negoziati finali.

Da parte statunitense, le indiscrezioni lasciate filtrare sono alquanto più “restrittive”, a partire dallo sblocco dei fondi e delle sanzioni.

Le incognite sono più delle certezze, come sempre. L’Iran cerca una “pace duratura” che non pregiudichi la sua autonomia strategica. Gli Stati Uniti di Trump devono tirarsi fuori da questo conflitto per il peso crescente che ha sull’economia e l’opinione pubblica (l’inflazione interna, a cominciare dal prezzo dei carburanti, alimenta una contrarietà di massa alla guerra), così come devono alleggerire la propria presenza in Europa per concentrare le forze militari su altri scenari, peraltro non definiti.

Israele vorrebbe la guerra perenne per allargarsi ancora, senza limiti né di spazio né di strumenti (il genocidio è “normalizzato” e rivendicato, dall’intera sua classe politica); e l’Iran, ma anche la Turchia, per ora “intoccabile”, è l’ostacolo più robusto al suprematismo nazisionista. E infatti continua a bombardare il Libano per impedire qualsiasi pace.

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