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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2026

L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta

Per più di tre decenni, gli Stati Uniti hanno usato la diplomazia mediorientale come un esercizio di dettatura delle condizioni per gli altri. La strategia regionale emergente dell’Iran sta sfidando questo privilegio.

La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.

La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.

Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.

La negoziazione, quindi, è meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.

Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.

Iraq e Palestina

L’Iraq è stato l’esempio più lampante. Dopo la Guerra del Golfo del 1991, sanzioni estese devastarono una società già provata. Il programma “Oil-for-Food” delle Nazioni Unite, istituito con la Risoluzione 986 del Consiglio di Sicurezza nel 1995, consentiva all’Iraq di vendere quantità limitate di petrolio, mentre i proventi passavano attraverso un sistema di deposito controllato dall’ONU per pagare beni umanitari.

Fu presentato come un sollievo, ma il suo messaggio più profondo era inequivocabile: l’Iraq poteva accedere alla propria risorsa principale solo all’interno di una struttura progettata e supervisionata dall’esterno.

La sovranità era diventata condizionata e la punizione – inclusi i bombardamenti puntuali da parte degli Stati Uniti – divenne comune.

Il processo di Oslo operò diversamente, ma rifletteva uno squilibrio simile. La Dichiarazione di Principi del 1993 fu negoziata direttamente da israeliani e palestinesi attraverso un canale norvegese e firmata a Washington. Portò al riconoscimento reciproco e creò istituzioni palestinesi provvisorie, ma l’accordo rimandò le questioni decisive (statalità, confini, Gerusalemme, rifugiati e insediamenti) lasciando la potenza occupante a controllo del territorio e dei fatti sul terreno.

Washington sponsorizzò un “processo di pace” senza correggere l’asimmetria che rendeva una pace giusta così sfuggente. L’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e della Cisgiordania divenne strutturalmente permanente.

In entrambi i casi, gli Stati Uniti e le istituzioni che dominavano esercitarono un potente privilegio: determinavano la domanda a cui tutti gli altri erano tenuti a rispondere.

Iran

Con l’Iran, quella domanda è stata per più di due decenni il fascicolo sulle armi nucleari. La preoccupazione non iniziò nel 2005 (la cronologia dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica fa risalire l’impegno intensivo al 2002 e 2003), ma il confronto si inasprì dopo il 2005, quando l’Iran riprese l’attività di conversione dell’uranio per l’energia nucleare e la disputa si spostò verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La leadership iraniana dichiarò di non essere interessata alle armi nucleari, ma fu ignorata. Da allora, quasi ogni discussione sull’Iran è stata organizzata attorno a livelli di arricchimento, centrifughe, ispezioni, tempo di “breakout” e alleggerimento delle sanzioni.

L’inquadramento del programma nucleare iraniano come questione di proliferazione nucleare fu politicamente conveniente per Washington. Ridusse un’ampia contesa sul programma di armi nucleari di Israele, le basi militari statunitensi, le sanzioni e il controllo marittimo a un test di conformità iraniana.

Gli Stati Uniti potevano mantenere un’enorme impronta militare in tutto il Golfo, presentando le capacità iraniane come l’unica fonte di instabilità.

L’Iran sta ora tentando di invertire questo dibattito. Attraverso la diplomazia che coinvolge Oman, Pakistan e altri stati regionali, la posizione di Teheran è che la questione nucleare non può essere separata dall’architettura della sicurezza regionale.

La domanda non è più semplicemente quali limiti l’Iran accetterà, ma anche quali limiti dovrebbero applicarsi alla presenza militare e al potere coercitivo degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Questo è il motivo per cui la questione delle basi statunitensi nel Golfo è importante. Per Washington, quelle installazioni sono infrastrutture che proteggono alleati, forniture energetiche e navigazione. Dal punto di vista di Teheran, sono le posizioni avanzate di una potenza capace di attaccare l’Iran rimanendo al riparo da ritorsioni sul proprio territorio.

L’argomento iraniano è che nessun accordo duraturo può esigere un contenimento permanente di Teheran, trattando nel contempo la postura militare degli Stati Uniti in Asia Occidentale come qualcosa di non negoziabile.

La discussione emergente sullo Stretto di Hormuz rende concreta questa inversione. Iran e Oman hanno riferito di progressi su un nuovo accordo per il traffico marittimo attraverso il corso d’acqua. Secondo resoconti della proposta, l’Iran sovrintenderebbe al traffico in entrata nel Golfo e l’Oman alla corsia in uscita, con una qualche forma di pagamento per servizi di sicurezza o ambientali ancora in discussione.

Il piano non è definitivo e Washington si oppone a qualsiasi accordo che comprometta il libero passaggio o dia a Teheran il controllo sulle proprie acque territoriali. Ciononostante, il significato politico di questo accordo in discussione è considerevole.

Per decenni, gli Stati Uniti si sono presentati come il garante ultimo della navigazione nel Golfo. I colloqui Iran-Oman suggeriscono un principio alternativo: gli stati che confinano con un corso d’acqua strategico possono costruire da soli il proprio ordine operativo.

Questa possibilità espone anche una contraddizione nella politica delle sanzioni. Se le navi commerciali devono entrare nel Golfo attraverso un corridoio amministrato dall’Iran, gli armatori, gli assicuratori e le banche dovranno sapere se i servizi iraniani richiesti, i sistemi dati o le tariffe attivano le restrizioni statunitensi.

Il semplice attraversamento delle acque territoriali iraniane non violerebbe automaticamente ogni sanzione statunitense. Il problema legale non nascerebbe solo dal transito, ma dai pagamenti a entità iraniane, dall’uso di fornitori di servizi sanzionati, dall’esposizione assicurativa e dall’elaborazione dei dati delle navi attraverso un meccanismo amministrato dall’Iran.

Ma un sistema funzionante amministrato dall’Iran potrebbe costringere Washington a concedere licenze, tollerare transazioni strettamente definite o rischiare di ostacolare il commercio che dice di proteggere. Le sanzioni non sarebbero più uno strumento applicato in un vuoto politico; si scontrerebbero con i requisiti pratici del passaggio marittimo.

Cosa significhi questo per la più ampia politica delle sanzioni statunitensi diventerà più chiaro solo in seguito per assicuratori e compagnie di navigazione.

Il quadro regionale più ampio rafforza l’argomentazione iraniana. La riconciliazione del 2023 tra Iran e Arabia Saudita, mediata dalla Cina dopo colloqui preliminari ospitati da Iraq e Oman, ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra i due principali rivali del Golfo.

Non ha risolto la loro competizione né cancellato i loro conflitti. Ma ha dimostrato che la de-escalation poteva essere prodotta da trattative regionali e mediazione non occidentale (in questo caso, in modo sostanziale, dalla Cina) piuttosto che da una campagna di bombardamenti statunitensi.

La mediazione del Pakistan e il crescente dialogo sulla sicurezza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan puntano nella stessa direzione, anche se non devono essere scambiati per un blocco guidato dall’Iran. Questi stati hanno i loro interessi e, a volte, profondi sospetti nei confronti di Teheran.

Il loro significato sta altrove: i governi regionali stanno sperimentando accordi sovrapposti in cui Washington non è più l’unico convocatore, garante o autore. L’azione militare statunitense ha ripetutamente promesso deterrenza, producendo invece escalation, spostamenti di popolazione e nuovi risentimenti.

I bombardamenti possono distruggere impianti e uccidere comandanti, ma non possono creare un ordine regionale legittimo. Né un sistema può essere stabile quando uno stato (Israele) possiede armi nucleari non dichiarate, continua a occupare la terra di un popolo e a condurre un genocidio contro di esso (i palestinesi), e si sente incoraggiato ad attaccare i suoi vicini (Libano, Iran, Siria) quando vuole.

Le vere domande

La vera sfida che l’Iran ha posto a Washington è quindi concettuale. Chi definisce l’agenda? Chi decide quali armi, basi e alleanze sono destabilizzanti? Chi controlla le vie d’acqua attraverso cui passa la ricchezza della regione? E ogni accordo deve essere garantito dall’esterno, oppure le potenze regionali (con tutte le loro rivalità) possono costruire accordi applicabili tra di loro?

Il prossimo accordo mediorientale non sarà duraturo se assomiglierà a un documento di resa. Dovrà affrontare il contenimento nucleare, gli schieramenti militari stranieri, l’accesso marittimo, le sanzioni, i missili e la non aggressione reciproca come parti di un unico problema di sicurezza.

Il risultato dell’Iran non è quello di aver risolto il problema. È che, dopo decenni in cui è stato costretto a rispondere alla domanda di Washington, ha costretto la regione a considerare una domanda diversa.

La questione non è più solo ciò che l’Iran deve cedere. È ciò che ogni potenza (inclusi gli Stati Uniti) deve essere pronta a negoziare.

Fonte

15/06/2026

Accordo raggiunto da Usa e Iran, include il Libano

Dopo settimane di tensioni, minacce reciproche e scontri indiretti, Stati Uniti e Iran ieri hanno raggiunto un accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. L’annuncio è arrivato dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha confermato il raggiungimento di un’intesa per la «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano». La firma ufficiale dell’accordo è prevista per il 19 giugno in Svizzera. Nelle prossime ore dovrebbero entrare in vigore le prime misure concordate.

La notizia è stata confermata anche da Teheran. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Repubblica islamica dall’altra è destinata a concludersi immediatamente. Una missione diplomatica iraniana in India ha rilanciato le sue dichiarazioni, aggiungendo che è finito il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Determinante è stata la scelta compiuta dalla leadership iraniana nelle ultime ore. Secondo il New York Times, Teheran aveva preparato una nuova serie di attacchi missilistici contro Tel Aviv in risposta al bombardamento israeliano di domenica contro la periferia meridionale di Beirut. Tuttavia, dopo intense discussioni interne e l’intervento diretto di Donald Trump, la Repubblica islamica avrebbe deciso di sospendere l’operazione militare.

Secondo funzionari citati dal quotidiano americano, una parte significativa dell’establishment iraniano era convinta che una rappresaglia avrebbe favorito gli interessi del governo israeliano, offrendo a Benyamin Netanyahu il pretesto per sabotare il dialogo in corso con Washington e trascinare nuovamente la regione verso una guerra più ampia.

Trump ha celebrato l’intesa come un successo personale. Ha dichiarato che l’accordo è «completo» e ha annunciato l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran durante la crisi. Parallelamente, Washington porrà fine al blocco dei porti iraniani. In cambio, secondo quanto affermato dalla Casa Bianca, Teheran avrebbe accettato di non sviluppare armi nucleari.

Tuttavia la questione del programma nucleare iraniano sul quale batte da anni il premier israeliano Netanyahu, resta aperta. Trump ha minimizzato il problema, affermando che non esiste alcuna urgenza di intervenire sulle scorte e sui materiali nucleari della Repubblica islamica. «Ce ne occuperemo più avanti, quando saremo pronti», ha detto, lasciando intendere che la questione sarà affrontata in una fase successiva.

Prima dell’annuncio dell’accordo, un alto funzionario iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno accettato di sbloccare subito 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati da anni. L’amministrazione Trump aveva precedentemente affermato che qualsiasi sblocco di fondi iraniani sarebbe avvenuto solo dopo che l’Iran avesse soddisfatto determinate condizioni previste da un accordo di pace.

Il viceministro degli esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha dichiarato che un accordo più ampio, che includerà l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran, sarà negoziato durante un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni. Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz, l’importante rotta marittima per le forniture globali di petrolio e gas che l’Iran ha di fatto bloccato per mesi, sarebbe stato riaperto venerdì e di aver ordinato la fine del blocco statunitense dei porti iraniani. “Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!” ha scritto Trump. I prezzi del petrolio sono crollati in seguito alla notizia.  I futures del Brent sono scesi del 4% nelle prime contrattazioni di lunedì, mentre il West Texas Intermediate statunitense ha perso oltre il 4,6%. Le borse asiatiche hanno registrato un rialzo.

L’accordo include un cessate il fuoco in Libano, elemento particolarmente delicato. Secondo fonti americane, Israele conserverebbe il diritto di reagire militarmente in caso di attacchi provenienti dal territorio libanese. Una formula che cerca di conciliare le pressioni israeliane con la necessità di fermare un conflitto che ha fatto migliaia di vittime e ingenti distruzioni in Libano.

Israele nelle ultime settimane ha ignorato gli appelli a cessare gli attacchi nel paese dei cedri – di cui occupa un’ampia porzione di territorio meridionale – attacchi ai quali Hezbollah ha risposto lanciando razzi e droni verso la Galilea. In una dichiarazione, la segreteria del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha affermato che la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno definitivamente a partire da lunedì sera.

Non c’è stata alcuna reazione immediata all’annuncio da parte di Israele, che ha affermato di non essere parte dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Al governo israeliano l’accordo non piace. Netanyahu si sarebbe opposto fin dall’inizio al compromesso raggiunto tra Washington e Teheran. Il premier ritiene che la Repubblica islamica non sia stata costretta a concessioni sufficientemente significative e continua a sostenere la necessità di mantenere una forte pressione militare.

Le critiche arrivano sia dagli alleati sia dagli oppositori del governo. Molti esponenti della destra nazionalista accusano gli Stati Uniti di limitare la libertà d’azione di Israele in Libano e di aver accettato condizioni troppo favorevoli all’Iran. Prima del bombardamento di Dahiyeh a Beirut, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva pubblicamente invitato Netanyahu a colpire direttamente Beirut, posizione condivisa da altri esponenti dell’estrema destra.

Anche in Iran non mancano anche voci contrarie all’accordo. Un piccolo ma influente gruppo di critici, affiliato al Fronte per la Stabilità della Rivoluzione Islamica (Paydari), si oppone fermamente a qualsiasi accordo con gli Stati Uniti e avverte che il contenuto dell’accordo suggerisce che l’Iran stia rinunciando a una reale influenza in cambio di vane promesse.

Alcuni “falchi” non hanno fatto mistero della loro disapprovazione per l’accordo. Il parlamentare Mahmoud Nabavian ha affermato di aver esaminato il testo dell’accordo e di aver concluso che è “più dannoso” e include maggiori concessioni iraniane rispetto alle bozze precedenti. In una serie di tweet, un altro deputato, l’ultraconservatore Amir Hossein Sabeti, ha criticato figure chiave del team negoziale, tra cui Araghchi e il capo negoziatore Qalibaf. Sabeti ha chiesto l’impeachment di Araghchi, ha avvertito Qalibaf che sarebbe stato responsabile dell’esito dell’accordo e ha affermato che l’intesa “viola le linee rosse” stabilite dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei.

Il commentatore politico Foad Izadi ha apertamente esortato le autorità a “non firmare l’accordo” e a pubblicare un elenco delle principali infrastrutture energetiche e idriche della regione che l’Iran dovrebbe distruggere in caso di un nuovo attacco.

Fonte

13/06/2026

Verso un accordo, tra trappole e sfiducia

È giudizio universale che Donald Trump sia assolutamente privo di credibilità, qualsiasi cosa dica. Ne è consapevole persino lui, tanto che – per dimostrare che effettivamente ci sono stati passi in avanti nella definizione di un primo “memorandum di intesa” con l’Iran – si è sentito obbligato a ri-postare un tweet di Abbas Araghci, ministro degli esteri di Teheran, secondo cui un accordo non è mai stato così vicino, anche se le speculazioni dei media dovrebbero cessare “in attesa della sua finalizzazione”.

Dato che le “speculazioni dei media” si basano al 99% sul compulsivo twittare di Trump, in pratica “il presidente degli Stati Uniti” ha ammesso di essere un fattore di depistaggio e confusione.

Ironia a parte, c’è agitazione nell’amministrazione e nelle ambasciate europee come quando un “pezzo grosso” sta per muoversi. L’indiziato è il vice, J.D.Vance, mentre il luogo dello storico appuntamento tra nemici potrebbe essere Ginevra, un tempo abituata a svolgere questa funzione.

La domanda che non ha risposta è: ma cosa prevede, intanto, questo “memorandum di intesa”? La segretezza, in diplomazia, fa parte dello stile di lavoro comunemente accettato. Da parte Usa, con le pagliacciate del tycoon, si giustifica ora piuttosto con la preoccupazione di avere davvero qualcosa da vendere ai media – ad uso interno – come una “vittoria” in una guerra perduta.

Senza entrare nelle speculazioni, è chiaro che questa “vittoria” non può essere la riapertura dello Stretto di Hormuz, che era perfettamente attraversabile da chiunque fino al giorno dell’attacco israelo-americano (il 28 febbraio). Neanche nelle soap opera si riuscirebbe a spacciare per un “successo” il ritorno alla situazione precedente.

È difficile che lo sia la “fine del programma nucleare” iraniano, o almeno la consegna dei 440 kg di uranio arricchito che sarebbero in qualche laboratorio sotterraneo.

Sulla pretesa di ottenere un “regime change” meglio stendere una lapide, visto che ora la società iraniana, con tutte le contraddizioni di un popolo colto e differenziato (per cultura, status sociale, etnia, ecc.), è ora più compatta di prima intorno alle proprie istituzioni, piacciano o no, “grazie” all’intollerabile aggressione straniera.

Diverse fonti giornalistiche convergono nell’asserire l’esistenza di una “bozza in 14 punti” su cui starebbero ancora lavorando i negoziatori e i mediatori (Pakistan e Qatar).

L’agenzia palestinese Yafa News riferisce di aver ottenuto informazioni attendibili secondo cui la bozza proposta prevede la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, unitamente all’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni iraniani e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica.

Ovviamente ci sarebbe la revoca del “controblocco navale” Usa imposto all’Iran entro un periodo non superiore a 30 giorni, il ritiro delle forze statunitensi dalle sue vicinanze e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Sul piano economico, la bozza prevederebbe la sospensione delle sanzioni relative alla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici, garantendo all’Iran il pieno accesso alle proprie entrate finanziarie, e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, di cui metà da erogare prima dell’inizio dei negoziati finali.

I quali dovrebbero durare almeno 60 giorni nel tentativo di raggiungere un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi e delle relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando al contempo l’impegno di Teheran nei confronti del Trattato di non proliferazione nucleare e la promessa di non perseguire lo sviluppo di armi nucleari.

La bozza includerebbe l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per supervisionare l’attuazione degli accordi, l’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e piani per la ricostruzione dell’economia iraniana del valore di non meno di 300 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda invece il programma missilistico iraniano e il sostegno ai movimenti di resistenza – ovvero i punti di forza che hanno consentito a Teheran di reggere il confronto militare con Israele e Usa – sarebbero esclusi dall’agenda dei negoziati finali.

Da parte statunitense, le indiscrezioni lasciate filtrare sono alquanto più “restrittive”, a partire dallo sblocco dei fondi e delle sanzioni.

Le incognite sono più delle certezze, come sempre. L’Iran cerca una “pace duratura” che non pregiudichi la sua autonomia strategica. Gli Stati Uniti di Trump devono tirarsi fuori da questo conflitto per il peso crescente che ha sull’economia e l’opinione pubblica (l’inflazione interna, a cominciare dal prezzo dei carburanti, alimenta una contrarietà di massa alla guerra), così come devono alleggerire la propria presenza in Europa per concentrare le forze militari su altri scenari, peraltro non definiti.

Israele vorrebbe la guerra perenne per allargarsi ancora, senza limiti né di spazio né di strumenti (il genocidio è “normalizzato” e rivendicato, dall’intera sua classe politica); e l’Iran, ma anche la Turchia, per ora “intoccabile”, è l’ostacolo più robusto al suprematismo nazisionista. E infatti continua a bombardare il Libano per impedire qualsiasi pace.

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01/06/2026

Nel dubbio sul che fare, Trump bombarda

È quasi una regola automatica. Se si cambiano le carte in tavola, ossia le richieste “imprescindibili”, durante una trattativa è scontato che seguirà una qualche forma di attacco militare teso a “convincere” la controparte.

Trump aveva riscritto la parte di accordo “concordata” dai suoi stessi mediatori relativa al “nucleare iraniano” (il solito Witkoff, che ormai ovunque vada viene accolto con sorrisi di compatimento), e nella notte successiva l‘aviazione statunitense ha attaccato postazioni radar e siti di droni iraniani nella città di Goruk e sull’isola di Qeshm, in pieno Stretto di Hormuz.

Teheran aveva più volte avvertito che “restava con il dito sul grilletto”, vista l’inaffidabilità statunitense (ogni volta che aprono una trattativa finiscono per sparare e farla saltare), e ha dimostrato che era vero, colpendo con droni una base Usa in Kuwait, utilizzata per attaccar un’altra isola, quella di Sirik. In precedenza era stato abbattuto – come riconosciuto anche dal Pentagono – un drone MQ1, usato per le missioni di “informazione e spionaggio”.

Attacco Usa e risposta iraniana sono comunque di intensità al di sotto della soglia che comporterebbe una ripresa generalizzata delle ostilità. Il quadro strategico non è del resto cambiato. L’interesse Usa è chiudere una partita ormai persa senza dare l’impressione di una fuga disordinata, stile Kabul, magari vantando una qualche “vittoria” minore.

Quello iraniano è tornare alla vita normale, visto che ha di fatto ottenuto una vittoria importante soltanto resistendo. Di più non poteva pretendere e l’ottusità Usa ha conferito ora a Teheran una capacità egemonica sul Golfo che prima di certo non aveva.

“Merito” dell’altro ottuso genocida che comanda a Tel Aviv e vede una qualsiasi pace come una sconfitta epocale o divina. L’azione di Israele su Gaza e la Cisgiordania (dove non c’è neanche la scusa di Hamas), nonché l’aggressione quasi identica contro il Libano, ha costretto persino le monarchie del Golfo a frenare sui cosiddetti “accordi di Abramo” e la normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista.

Anche da lontano, insomma, i ripensamenti di Trump sugli obbiettivi della trattativa (e, prima ancora, la decisioni di aprire la guerra) sono giustificabili solo come una “finestra di opportunità” lasciata ad Israele per “completare il lavoro”, annettendo più territori possibile in barba a qualsiasi equilibrio internazionale.

Ma proprio questo risulta di fatto indigeribile anche per stomaci abituati a tutto come quelli degli sceicchi. Le scene messe in atto dai coloni israeliani che hanno invaso la moschea di Al Aqsa – terzo luogo sacro dell’Islam – ha costretto addirittura gli Emirati Arabi Uniti (la più anti-iraniana delle monarchie petrolifere) a condannare duramente quella che a tutti gli effetti è una “provocazione”.

Altrettanto ha dovuto fare il cautissimo Qatar e finanche l’Egitto, abituato a nascondersi per non esser preso di mira dallo scomodissimo vicino sionista.

Persino i derelitti europei, di fronte all’insulto della bandiera sionista piantata sul castello di Beaufort – ricordo dei crociati e più recentemente del protettorato francese sul Paese dei cedri – hanno dovuto pigolare espressioni di dissenso esplicito.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che “nulla giustifica” la grave escalation in corso in Libano, dando ordine al suo ministro degli Esteri di richiedere una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (dove è uno dei cinque paesi con diritto di veto).

La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha chiesto a Israele di interrompere le sue attività militari in Libano, affermando che l’escalation ha “ridotto lo spazio per la diplomazia” (si possono continuare a dire sciocchezze anche quando si è obbligati a mostrarsi “critici” contro la propria volontà).

Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha affermato che l’avanzata di Israele è “motivo di seria preoccupazione”, coprendosi subito dopo di ridicolo con l’invito “a tutte le parti di cessare le ostilità”.

Francia, Gran Bretagna e Germania sono peraltro i paesi che fin qui hanno sostenuto Israele senza alcuna critica, e i più duri nella repressione dei movimenti di solidarietà con i palestinesi, fino a vietare quasi tutte le manifestazioni – anche solo verbali – contro le politiche genocide di Tel Aviv.

Il bilancio per gli Stati Uniti, insomma, non potrebbe essere più negativo.

Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center, ha provato a sintetizzare il disastro in un’intervista ad Al Jazeera dicendo

«Non credo che l’amministrazione [Trump] abbia una reale comprensione di quanto sia grave la situazione per gli Stati Uniti.
Abbiamo sostituito la Guida Suprema iraniana con un prodotto delle Guardie Rivoluzionarie, molto più giovane e intransigente. Lo Stretto di Hormuz è ancora di fatto chiuso. E gli Stati Uniti hanno esaurito il loro arsenale missilistico, il che limiterà la nostra capacità di agire in qualsiasi altra parte del mondo.
Abbiamo sempre snobbato gli europei, non li abbiamo consultati, li abbiamo derisi e poi abbiamo detto: “Perché non venite qui a procurarvi il vostro petrolio e ad aprire lo stretto?”
Si è trattato di una grave negligenza in politica estera, che sta lasciando gli Stati Uniti in una posizione ben peggiore rispetto a quella in cui ci trovavamo anche solo uno o due anni fa».
Trump non ha una via d’uscita indolore. Qualsiasi cosa faccia risulta perciò un autogol.

Fonte

31/05/2026

Trump disfa l’accordo per aiutare Netanyahu

È il gioco (diplomatico) più antico del mondo. E il più pericoloso. Quello di cambiare continuamente le carte in tavola e rimettere in discussione i punti già “concordati”. Anche a prescindere dall’importanza stessa dei singoli argomenti “riaperti” questo modo di procedere semina sfiducia nella controparte. La quale, fra l’altro, ricorda ogni giorni di nutrirne pochissima nei confronti degli Stati Uniti.

L’ultima novità è che il presidente Trump ha chiesto diversi emendamenti all’accordo che i suoi stessi “inviati” avevano raggiunto con i loro omologhi iraniani. Almeno stando alle “indiscrezioni” raccolte sia dal New York Times che da Axios (ovviamente tramite il “giornalista” Barak Ravid, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano).

Il punto chiave riguarderebbe il materiale nucleare iraniano, hanno detto due funzionari statunitensi rimasti come sempre coperti da anonimato. L’intento dichiarato è il solito: “assicurarsi che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare”.

La storia recente mostra quanto sia devastante la supponenza idiota nella politica internazionale. La questione era stata infatti affrontata e in buona parte risolta con l’accordo siglato da Obama nel 2015, dopo ben due anni di trattative.

L’accordo non era ovviamente stato raggiunto sulla base di pure dichiarazioni di principio, ma prevedeva controlli stringenti da parte dell’Aiea, ed era stato certamente rispettato fino al 2018. Quando proprio Donald Trump, al suo primo mandato da presidente, lo stracciò dichiarandolo una “sconfitta” per gli Usa.

A quel punto, naturalmente, gli iraniani erano e si sentirono svincolati, procedendo ad arricchire una parte dell’uranio a loro disposizione (sono anche produttori) fino al 60%. Un livello decisamente superiore a quello per usi solo civili (elettricità), intorno al 4%, ma ancora lontano da quello necessario per assemblare un’arma nucleare (oltre l’85%).

La pretesa di Trump – ottenere quei circa 400kg di uranio arricchito “con le buone o le cattive” – si è già rivelata impraticabile sul piano militare portando al disastro di Isfahan malamente camuffato da “salvataggio di due piloti” (peraltro rimasti sconosciuti, contrariamente a tutti i casi simili). Insistere ora significa perder tempo cercando una “vittoria” tramite la diplomazia.

Ma questa è una constatazione elementare che chiunque può fare, anche i diversamente intelligenti che compongono l’attuale amministrazione Usa.

Più plausibile, dunque, che in realtà Trump stia traccheggiando solo per lasciare campo libero a Netanyahu in Libano ancora per qualche giorno, magari pensando a quanti soldi si potranno fare con lo sfruttamento turistico di una location come il Castello di Beaufort, dove stamattina è stata piantata la bandiera dello Stato genocida.

Fonte

30/05/2026

Trump diventa “Re tentenna”

Trump ha parlato della fine della guerra contro l’Iran, ma non ha deciso ancora se firmare il Memorandum of understanding per avviare la trattativa di merito. L’unica conseguenza certa è che questo significa che Israele si sentirà “libero” di continuare a bombardare il Libano, ed anche Beirut, nonostante proprio Trump avesse proclamato il “cessate il fuoco” contemporaneamente a quello sull’Iran (quasi due mesi fa, ormai), e “vietato” di colpire la capitale del paese dei cedri. Ogni morto in più è globalmente un pezzo di credibilità in meno per la “superpotenza”.

Per giustificare in qualche modo il rinvio, agli occhi dei “mercati” e dei suoi elettori, ha confusamente citato “linee rosse” che vorrebbe esser certo saranno rispettate. Ma oltre alla riapertura di Hormuz (che, ricordiamo, era totalmente esente da condizionamenti al transito fino al 28 febbraio, primo giorno di questa guerra) e all’impegno a non fabbricare una bomba atomica (contro cui peraltro pende da anni una fatwa della defunta “Guida suprema”, Ali Khamenei), non si è capito cosa voglia. O non lo dice.

Teheran ha risposto invitandolo a raccontare meno balle mischiate a pezzi di verità, come di solito fanno i depistatori professionali (tipo i servizi segreti, insomma). Dal loro punto di vista, la discussione è al momento solo sulla fine della guerra.

Ma in definitiva un memorandum dovrebbe esistere e, si spera, entrambe le parti dovrebbero avere lo stesso testo.

Nel balletto delle versioni, orchestrato dall’amministrazione statunitense, pesa chiaramente molto la necessità di “vendere” al pubblico di casa una “vittoria” almeno diplomatica, perchè quella sul piano militare non c’è stata.

E di fatto l’unica possibilità rimasta di raccontare questa favoletta sta nella possibilità – oppure no – di avere i famosi 400 kg di uranio altamente arricchito che Teheran avrebbe prodotto negli ultimi anni (dopo che lo stesso Trump, nel precedente mandato, aveva disdetto l’accordo siglato da Obama). Ma sul punto non si vede luce, nel senso che il massimo del “sacrificio” che Teheran appare disposta a subire sta nella consegna del carico alla Cina o alla Russia. Non a Washington.

Tutti gli altri obbiettivi dichiarati, e cambiati spesso, nell’arco di tre mesi non sono stati raggiunti. Meno di tutti il “cambio di regime”, nonostante i pesanti “omicidi mirati” di Ali Khamenei e Larijani.

La maggior parte degli analisti ex diplomatici, oltretutto statunitensi, non ha dubbi sul fatto che comunque vada per Trump sarà nel migliore dei casi un “accordo al ribasso”. Una mezza sconfitta, se non completa, difficile da esaltare.

La responsabilità in genere viene attribuita proprio all’unico alleato-suggeritore: Israele, e Netanyahu in particolare, che avrebbe spinto per l’attacco “decapitante” garantendo che il regime sarebbe poi crollato come un castello di carte. Anche il Mossad, insomma non è più quello di una volta...

Col passare delle settimane, oltretutto, gli interessi di Trump e di Netanyahu si vanno divaricando. Il primo ha bisogno di metter fine ad un conflitto altamente impopolare (la benzina 5 dollari il gallone, come sotto il peggior periodo di Biden, è il suo incubo), mentre il genocida “Bibi” ha bisogno della guerra per provare a restare in sella. O almeno libero (è inseguito da un processo per corruzione che riesce a fare rinviare da mesi solo grazie alle “superiori necessità belliche”).

Ma il manico – economia e forniture di armi – sta in mano a Washington, e prima o poi dovrà prendere una decisione finale.

La partita può ancora sfuggire di mano, soprattutto per l’irresponsabilità criminale di Tel Aviv, chiusa ormai nel ruolo del serial killer senza alternative. Ma appare chiaro che il suprematismo mafioso praticato nella politica estera – “prendere o lasciare”, “o ci date qual che vogliamo o vi facciamo fuori” – non funziona contro paesi e popoli di una certa levatura.

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29/05/2026

Guerra all'Iran - “Forse c’è un accordo”, dicono stavolta gli Usa

L’ultimo annuncio è incerto come i precedenti. L’altroieri erano stati gli iraniani a dare per pronto il “Memorandum of understanding” (MOU) che dovrebbe aprire la fase della trattativa diretta vera e propria, pur sempre con la mediazione del Pakistan e sotto gli auspici dei Paesi del Golfo, che si ritrovano da tre mesi con le economie semi-bloccate.

Oggi le fonti delle indiscrezioni sono principalmente statunitensi, secondo il sito che ha dato la notizia: Axios.

E qui c’è già il problema che aumenta l’incertezza, perché il “giornalista” dedicato dal sito alla guerra contro l’Iran è Barak Ravid, un (ex?) ufficiale israeliano della famigerata “Unità 8200”, ossia la principale e più famosa unità di intelligence informatica e intercettazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), considerata l’equivalente israeliano della NSA statunitense.

Prendere per oro colato i suoi “scoop” – come fanno tutte le testate occidentali – è quanto meno problematico.

Secondo il suo articolo, comunque, i negoziatori statunitensi e iraniani avrebbero raggiunto un accordo su un memorandum d’intesa di 60 giorni per estendere il cessate il fuoco e avviare negoziati sul programma nucleare iraniano. Mancherebbe ancora l’approvazione definitiva di Trump, mentre l’Iran non ha confermato la sua accettazione.

“Questo è un accordo per portare tutti al tavolo. Elaboreremo i dettagli nei negoziati”, avrebbe detto uno dei funzionari statunitensi sentiti da Axios. In realtà i termini dell’accordo sarebbero stati per lo più concordati a partire da martedì – quando la tv iraniana aveva dato la notizia poi smentita dall’amministrazione Usa – ma anche lì mancava l’ok dei rispettivi vertici.

Trump averebbe ora ricevuto i dettagli finali dell’accordo, ma “Il presidente ha trasmesso ai mediatori che vuole un paio di giorni per pensarci”, ha detto un funzionario americano.

Nel frattempo ha fatto bombardare Bandar Abbas e lasciato campo libero ad Israele nell’invasione del Libano (e Netanyahu ha dato in queste ore l’ordine di “occupare il 70% di Gaza”). Ossia l’esatto opposto di quanto dovrebbe essere premesso nel memorandum. Qualcosa insomma sta avvenendo anche nello scambio triangolare di messaggi che costituiscono per ora la “trattativa”, ma che il percorso sia in pianura non si può proprio dire... 

I funzionari statunitensi avrebbero detto che il MOU vale per 60 giorni, durante i quali l’attraversamento dello stretto di Hormuz dovrebbe avvenire “senza restrizioni”. Come prima della guerra scatenata da Usa e Israele, insomma. Non proprio un “successo” quello di ottenere una condizione che già esisteva... 

In più l’Iran dovrebbe rimuovere tutte le mine entro 30 giorni.

Da parte loro gli Stati Uniti revocherebbero il proprio blocco navale, ma in proporzione al ripristino del trasporto marittimo commerciale.

Tra i punti centrali del conflitto, dicono le fonti statunitensi, sarebbe incluso un impegno iraniano a non costruire un’arma nucleare. Mentre la questione dell’uranio arricchito in mano a Teheran dovrebbe essere affrontata nel corso dei 60 giorni previsti dal MOU.

Idem per quanto riguarda l’alleggerimento delle sanzioni Usa e il rilascio di fondi iraniani congelati.

Come si vede, siamo ancora completamente nel campo vaghissimo degli impegni futuri, affidati a discussioni ancora da intavolare.

Il tutto, peraltro, tenendo conto che la “fonte primaria” – l’ex ufficiale israeliano riciclato come giornalista-analista – è tutt’altro che deontologicamente insospettabile.

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24/05/2026

Iran-Usa, un piano di pace c’è. L’incognita è Israele

Habemus memorandum di intesa, non ancora un accordo esigibile. Poi c’è la propaganda trumpiana, bisognosa – ora più che mai – di una “vittoria” da sbandierare per poter chiudere la guerra perduta con l’Iran.

Lasciamo dunque da parte i comunicati e i tweet che arrivano dalla Casa Bianca e basiamoci su quanto riportano fonti dei “mediatori” dell’accordo, in primo luogo Pakistan e Qatar.

Due fonti pakistane hanno riferito a Reuters che Washington ha ricevuto un’offerta – l’ennesima, frutto di revisioni e correzioni nello scambio continuo tra le diverse delegazioni – e aspettano una risposta oggi.

Per quanto riguarda i mediatori, Teheran e Islamabad hanno presentato a Washington una proposta rivista per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz. Trump la racconta come fosse una sua conquista (ricordiamo che prima del 28 febbraio, inizio della guerra, lo Stretto era aperto e senza controlli particolari), mentre Teheran fa sapere che resterà in qualche misura sotto il suo controllo, senza altre specificazioni.

Un funzionario pakistano coinvolto nei negoziati ha dichiarato sabato sera che “l’accordo non può considerarsi definitivo finché non sarà effettivamente completato”. E inoltre che “l’accordo provvisorio per porre fine alla guerra riporta le due parti a una fase in cui erano vicine a raggiungere un accordo durante i colloqui di Islamabad”.

Ha rivelato infine che l’accordo provvisorio nella fase finale è “abbastanza completo per porre fine alla guerra”.

Nel merito, per ora, non ci sono grandi conferme, ma solo indicazioni di massima da verificare.

Il memorandum affronterebbe le disposizioni relative alla de-escalation, tra cui appunto la facilitazione della navigazione nello Stretto di Hormuz, il ritiro della flotta statunitense dalle vicinanze dell’Iran e la fine del blocco navale militare statunitense.

Il memorandum prevede inoltre lo sblocco di metà dei fondi iraniani congelati, pari a 12 miliardi di dollari.

Mentre altre fonti hanno confermato ad Al-Mayadeen, giornale libanese considerato vicino ad Hezbollah e i cui giornalisti vengono spesso uccisi con attacchi mirati da Israele, che l’intesa prevede un termine di trenta giorni per raggiungere un accordo sul nucleare dopo la firma dell’accordo quadro.

Da parte di Teheran, per ora, l’agenzia Fars, citando le Guardie Rivoluzionarie, afferma che l’ultimo post di Trump sui social media è propaganda e che non è stato preso alcun impegno in merito al programma nucleare di Teheran. “Vale la pena ricordare che Trump aveva precedentemente annunciato che i negoziati sul programma nucleare iraniano sarebbero stati una delle condizioni principali e imprescindibili di qualsiasi accordo. Tuttavia, l’Iran non si è impegnato in alcun modo e la questione nucleare non è stata discussa in questa fase”.

Anche se, bisogna ricordare, la Russia si era offerta di ospitare e riprocessare i 400 kg di uranio arricchito iraniano, in modo da garantire al massimo le due parti in causa.

Il memorandum sarebbe maturato nella forma per ora definitiva dopo un complesso giro di telefonate tra il tycoon e “Mohammed bin Salman dall’Arabia Saudita, Mohammed bin Zayed dagli Emirati Arabi Uniti, Tamim bin Hamad, il Primo Ministro Mohammed bin Abdulrahman e il Ministro Ali Al-Thawadi dal Qatar, il Maresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah dal Pakistan, il Presidente Recep Tayyip Erdogan dalla Turchia, il Presidente Abdel Fattah al-Sisi dall’Egitto, il Re Abdullah II dalla Giordania e il Re Hamad bin Isa dal Bahrein”.

Con i Paesi arabi del Golfo ovviamente in pressione per impedire che la guerra ricominci, vista la sicura reazione iraniana – colpire le basi Usa e alcuni impianti – che impedirebbe l’agognato “ritorno alla normalità” nel commercio, anche dando per morto il turismo e gli affari immobiliari almeno per un lungo periodo.

La parte del guerrafondaio eterno è stata recitata ovviamente da Israele. Anche perché il memorandum dovrebbe prevedere l’immediata sospensione dell’attacco al Libano e il ritiro delle truppe di Tel Aviv, che Teheran aveva posto come condizione preliminare a qualsiasi accordo. Netanyahu per il momento tace, dopo una lunga telefonata con Trump, ma media e competitor interni sono già sulle barricate.

Diversi media israeliani hanno apertamente criticato l’ipotesi di accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Guy Ghaziraeli, corrispondente del canale israeliano I24, ha dichiarato durante una trasmissione in diretta che “la conclusione della battaglia in questo modo rappresenta un grave fallimento per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu”.

Dal canto suo, Canale 13 ha affermato che “se il cessate il fuoco venisse esteso per 60 giorni, questo passo sarebbe completamente contrario a ciò che Israele voleva e cercava di ottenere”.

Per Avigdor Lieberman, addirittura, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta sottoponendo tutto Israele a un’umiliante prova con la benedizione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Lieberman ha aggiunto: “Chi non è stato in grado di risolvere alcun fronte per due anni e mezzo, non ci riuscirà mai”.

Riassumendo. Un memorandum c’è, Hormuz non è un problema serio, la questione del programma nucleare iraniano sembra sulla via di una soluzione di compromesso accettabile. C’è l’incognita su cosa si possono inventare i genocidi di Tel Aviv per evitare che la sconfitta militare si traduca anche in una sconfitta diplomatica.

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19/05/2026

Guerra all'Iran - Bombe ferme, trattativa in corso

Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).

Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.

L’obbiettivo era esplicitamente Teheran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.

A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’“inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.

Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre”.

Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.

L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Teheran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.

Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base all’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.

La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata quasi 10 anni contro gli Houthi.

L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Teheran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.

Anzi, riferiscono le agenzie locali, durante un incontro con il ministro pakistano Mohsin Naqvi, che si era recato in Iran per consultazioni, le due parti hanno discusso della cooperazione bilaterale tra Iran e Pakistan, anche nei settori della sicurezza e dell’economia. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli ultimi sviluppi in materia di sicurezza regionale e sugli sforzi in corso volti a porre fine alla guerra di aggressione imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista all’Iran.

Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.

Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.

Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.

Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.

Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile”. Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.

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11/05/2026

L’Iran risponde: picche

Si torna alla casella di partenza. Dopo dieci giorni di attesa – con qualche sparatoria dalle parti di Hormuz per “fare pressione” – è arrivata la risposta iraniana al memorandum di una sola pagina proposto dagli Stati Uniti per arrivare ad un accordo.

Va premesso che nessuno sa esattamente cosa ci sia scritto nella proposta di Trump o nella risposta di Tehran. Tutte le valutazioni, gli articoli, le dichiarazioni di Tizio o Caio, sono pressoché al buio.

Il sito Axios, che fa sempre da apripista pro-Israele per l’informazione occidentale, asserisce di aver sentito telefonicamente Donald Trump che avrebbe manifestato forte delusione: “Non mi piace la loro lettera. È inappropriata. Non mi piace la loro risposta. È totalmente inaccettabile”.

Ancor prima che circolasse qualche “indiscrezione” sul testo di Teheran, comunque, il serial-killer genocida Benjamin Netanyahu aveva già chiuso la porta ad ogni processo di pace. La guerra “non è finita, perché c’è ancora materiale nucleare, l’uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran. Ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati”.

La sua ricetta preferita è semplice: “Si interviene e lo si porta via”. Il tentativo è già stato fatto, vicino ad Isfahan, ma con risultati disastrosi. Ma chi ha non sa far altro che sparare – e “Bibi” viene dalle “teste di cuoio” degli anni ‘70 – proprio non riesce ad immaginare altre soluzioni.

Che Israele voglia la guerra fino alla “vittoria totale”, insomma, era chiaro da anni... 

Più complicato il problema per gli Usa, oltre che per Trump, perché le vicende militari non sono andate bene e riprendere gli attacchi dopo un mese – con la Marina sotto stress e diversi segnali di insofferenza per la conduzione della guerra – non garantisce risultati migliori. Anche se si può sempre vendere qualche obbiettivo distrutto come “grande vittoria” sufficiente a chiudere la partita.

Il prezzo del petrolio ha ricominciato a salire con l’impressione che la pace si stia allontanando, visto che dal Golfo non esce praticamente nulla di paragonabile al traffico normale precedente alla guerra.

Soprattutto, non c’è una strategia ben ragionata sugli obbiettivi politici reali per cui la guerra è stata iniziata. Il “regime” non è stato significativamente destabilizzato nonostante le uccisioni mirate di diversi leader (Ali Khamenei, Larijani, alcuni generali). Il programma nucleare, più volte dato per “eliminato” dallo stesso Trump, resta praticamente intatto. Su questo, ormai, dalla Casa Bianca escono frasi da B-movie (“stiamo monitorando il sito in cui è staccato l’uranio, se qualcuno dovesse avvicinarsi a quel luogo, ne verremmo a conoscenza e lo faremmo saltare in aria”) che saranno sostituite da altre domani.

Sta di fatto che Teheran, stando a fonti pakistane (Islamabad continua la sua opera di mediazione), nella sua risposta avrebbe richiesto di porre fine all’embargo e di consentire la libera esportazione di petrolio, nonché di annullare le restrizioni dell’OFAC relative alle vendite di petrolio iraniano.

Farebbe parte della risposta anche la gestione dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran (di concerto con l’Oman). Il tutto accompagnato dalla revoca delle sanzioni statunitensi e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. In testa a tutto, però, c’è la cessazione dei bombardamenti sul Libano da parte di Israele.

Un pacchetto ben diverso dalla “resa” che Trump aveva più volte detto di attendersi. E quando si esagera con il “pompaggio” delle aspettative, diventa difficile fare retromarcia senza apparire deboli.

Nei commenti politici di parte iraniana, peraltro, si sottolinea proprio che l’accettazione della proposta Usa “avrebbe significato la resa dell’Iran alle eccessive richieste di Trump”. Ma nessuno in Iran “scrive proposte per accontentare Trump. Il team negoziale dovrebbe elaborare proposte solo per i diritti del popolo iraniano, e quando Trump è insoddisfatto del loro lavoro, naturalmente è meglio”.

“Tutto ciò che abbiamo proposto nel testo – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei – era ragionevole e generoso. Non solo per gli interessi nazionali dell’Iran, ma per il bene e il progresso della regione e del mondo. Le parti americane continuano a insistere sulle loro richieste ingiuste”.

L’Iran, ha sottolineato Baqaei, “partecipa ai processi diplomatici in buona fede, mentre gli Stati Uniti si sono rivelati ripetutamente inaffidabili”, come dimostrato con il ritiro dall’accordo Jcpoa nel 2018 (sul nucleare, negoziato con Obama e verificato dall’Aiea) e gli attacchi aerei mentre erano in corso negoziati, a giugno del 2025 e di nuovo a febbraio di quest’anno.

Parole simili a quelle pronunciate dal presidente eletto, Pezeshkian, che ripete ciò che dovrebbe essere ovvio per qualsiasi trattativa diplomatica: “se parliamo di avviare colloqui, non significa che ci arrendiamo o ci ritiriamo, ma piuttosto che puntiamo a realizzare i diritti dell’Iran e a difendere con forza gli interessi nazionali”.

L’amministrazione Usa appare però totalmente incartata nelle conseguenze sia delle scelte pratiche fatte avviando la guerra sia della retorica “da cowboy” adottata nella narrazione a fini interni.

Per esempio. Per bypassare il voto del Congresso – negli Usa il Presidente non può condurre una guerra per oltre 60 giorni senza che questa venga approvata dal parlamento – Trump e i suoi avevano comunicato che “l’operazione Epic Fury” era “terminata” il 7 aprile, quando era scattato un cessate il fuoco unilaterale deciso dalla Casa Bianca e fatto ingoiare anche a Netanyahu. Ora riprendere la stessa operazione come se fosse “un’altra guerra” è un po’ complicato persino per una classe politica imperialista abituata a farne di ogni senza problema.

Gli analisti, da parte loro, vedono pochi strumenti a disposizione della Casa Bianca, e nessuno decisivo nell’immediato. Si può prolungare il controblocco di Hormuz per cercare di strangolare l’economia iraniana, ma Cina, Russia e Pakistan hanno altre vie non marittime per sostenere un interscambio con Tehran, anche se di dimensioni inferiori a quelle anteguerra. Oppure decidere altre sanzioni dagli effetti sempre più incerti.

Si può costruire qualche operazione militare limitata nella zona di Hormuz – sulla falsariga di quella durata appena 24 ore qualche giorno fa – ma il rischio è sempre il solito: non raggiungere risultati di un qualche significato strategico, o almeno rivendibile a fini elettorali interni.

Tra l’altro The Donald è atteso a Pechino questa settimana per colloqui più volte rinviati con Xi Jinping. E la Cina non salta un giorno senza ricordare che questa guerra è assolutamente da fermare perché non doveva essere neanche iniziata. Ufficialmente l’agenda dei colloqui comprende “solo” commercio, dazi e intelligenza artificiale.

Ma è impossibile che non si parli anche e soprattutto delle guerre (Ucraina compresa, e Venezuela) che gli Stati Uniti hanno aperto nel corso degli ultimi anni, rompendo ogni equilibrio, anche commerciale. Trump è atteso per mercoledì sera, e non si vede nulla che possa esser fatto in 48 ore. E tanto meno farlo accadere mentre i colloqui sono in corso...

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08/05/2026

Gli Usa sparano e tirano indietro la mano

“Ti sparo, ma il cessate il fuoco prosegue”. Lo stile israeliano sembra essere stato assunto dagli Stati Uniti, che stanotte hanno condotto una serie di attacchi contro postazioni iraniane mentre ufficialmente Washington stava attendendo una risposta di Tehran alla propria proposta di “memorandum” per riprendere le trattative.

Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz”.

Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.

Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.

Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.

In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.

La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile”.

Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: “Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane”. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran”.

Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando che “il cessate il fuoco resta in vigore”.

Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc.) restano irrisolte.

Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’amministrazione Trump una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.

Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.

Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due...).

Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del carburante aeronautico.

L’amministrazione Usa appare sempre aggrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le proprie mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.

Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Teheran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.

Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche iraniane sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.

La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee”. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori dai propri ricoveri per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati”. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio”.

Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.

In pratica, l'aggressione statunitense-sionista potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.

In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita... ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è...

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06/05/2026

Trump si è fermato ad Hormuz

I contrordini sono diventati la nuova normalità della Casa Bianca. Praticamente non c’è neanche il tempo di registrare una nuova iniziativa Usa che arriva in contemporanea la sua sospensione. Come se anche la geopolitica e la guerra fossero ormai triturate dentro i ritmi della speculazione finanziaria (e la “banda Trump”, ormai è provato, sta facendo miliardi proprio su questi stop and go che fanno salire o scendere le borse, a comando).

La “grande operazione Project Freedom” – che doveva “liberare lo Stretto di Hormuz” spedendo navi militari americane a fare la scorta a navi commerciali di mezzo mondo – è durata in tutto 24 ore. Giusto il tempo di accendere i motori, togliere l’ancora e poi ricalarla in mare.

Nel frattempo, sia dal Pentagono che dai vertici iraniani si vantavano scambi di missili e droni, ma senza farsi troppo male (fanno eccezioni alcuni civili persiani uccisi a bordo di un’imbarcazione non militare). Ma da entrambe le parti si assicurava anche che “la tregua regge” e il “cessate il fuoco” continua anche mentre si sparacchia un po’.

Poi, nella tarda serata di ieri, si veniva a sapere che prima ancora dell’inizio della “grande operazione” – domenica – un funzionario dell’amministrazione Trump di alto livello aveva informato l’Iran dell’imminente operazione degli Stati Uniti per “guidare” le navi attraverso lo Stretto, avvertendo Teheran di “non interferire”.

Di fatto un “ci muoviamo un po’, ma non stiamo facendo sul serio; vediamo di non farci male”.

Teheran, a quanto pare, ha colto il segnale ed è stata al gioco, sparando un po’ senza colpire nulla (gli Emirati lamentano qualche danno, ma non cambia l’equazione).

Subito dopo l’annuncio twittato dalla Casa Bianca: “Su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, e tenuto conto dell’enorme successo militare e dei grandi progressi compiuti verso un accordo completo e definitivo con i leader iraniani, il Project Freedom verrà sospeso per un breve periodo di tempo per vedere se l’accordo può essere finalizzato e firmato”. Anche se “L’embargo rimarrà in vigore a tutti gli effetti”.

Movimenti militari preannunciati come blanda forma di pressione sulla controparte, insomma, ma ad alto impatto mediatico nel proprio campo.

D’altro canto le due navi mercantili statunitensi che aveva provato a seguire la “nuova rotta” indicata dal Pentagono, e che la propaganda Usa aveva descritto come “scortate” dalla Marina... si sono incagliate. Diverse fonti hanno spiegato che “le acque vicino alla costa dell’Oman sono rocciose e le navi non possono né lasciare né far ritorno da quest’area”. Una metafora involontaria della situazione in cui si è andato ad infilare Trump...

Anche un ex capo negoziatore dell’amministrazione Obama, come Robert Malley, ha commentato sarcasticamente: “Sto facendo marcia indietro perché sto vincendo alla grande. Ma se questo è ciò che serve per ridurre le tensioni e cercare di negoziare seriamente un accordo, perché no...”

La notizia seria è una sola: i negoziati continuano e fanno progressi. Il ministro degli esteri iraniano, Seyed Abbas Araghci, è volato a Pechino – il vero “adulto nella stanza”, in questa commedia sanguinosa recitata dalla superpotenza affidata a pagliacci – dove ha incontrato l’omologo Wang Yi. Incassando un supporto importante: “La guerra è illegittima”, ha detto Wang. “Siamo pronti a proseguire i nostri sforzi per allentare le tensioni. Stabilire un cessate il fuoco completo è sia necessario che inevitabile. La regione si trova a un bivio decisivo e gli incontri diretti tra le due parti sono essenziali”.

Da parte Usa c’è sempre il problema del presentare la marcia indietro come una grande avanzata, ma gli sceneggiatori di Hollywood ci stanno lavorando. In fondo quasi nessuno ricorda più che il disastro di Isfahan è stato raccontato come il “glorioso recupero” di due piloti rimasti sconosciuti e senza alcuna medaglia. Forse perché non sono mai esistiti... Nè che due giorni dopo – ma deve essere soltanto una coincidenza – Trump ha dichiarato il cessate il fuoco.

La situazione sul campo resta quella di un mese fa. E le notizie prima nascoste cominciano ad emergere. Per esempio la CNN riporta le confidenzei di un “alto funzionario del Dipartimento di Stato” (il ministero guidato da “Narco” Rubio) che ammette le difficoltà enormi incontrate nel vicino Iraq, dove la maggioranza della popolazione è di fede sciita, quindi “sensibile” alle sorti dell’Iran.

Durante la guerra di Stati Uniti e Israele contro Teheran, in 40 giorni, sono stati effettuati oltre 600 attacchi di rappresaglia contro strutture americane, numerosi dei quali missilistici o con droni contro l’ambasciata a Baghdad, il Centro di supporto diplomatico statunitense e il consolato americano a Erbil.

La stessa ambasciata avverte che “le milizie terroristiche irachene allineate con l’Iran continuano a pianificare ulteriori attacchi contro cittadini statunitensi e obiettivi associati agli Stati Uniti in tutto l’Iraq, compresa la regione del Kurdistan iracheno (Ikr)”. Sotto assedio, insomma.

Uscire da questo pantano è quindi urgente e necessario, ma senza farlo sembrare una fuga.

I problemi, come sempre, vengono da Israele. Il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, rivela che i vertici delle Forze di Difesa dello Stato ebraico cominciano a far filtrare la loro irritazione per una guerra che a loro avviso è stata un vero buco nell’acqua. Certo, dicono, ci sono stati diversi successi “tattici”, peraltro facili bombardando una nazione di fatto senza copertura antiaerea. Ma i risultati che ci si attendeva di conseguire nel lungo periodo restano fuori portata. Nonostante l’immenso sforzo militare, politico ed economico, l’Iran resta con la stessa forza posseduta prima dell’attacco. Uranio arricchito in testa.

«Alti funzionari della Difesa a Tel Aviv – sostiene il giornale – hanno dichiarato che l’ultima guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarà considerata un fallimento a meno che Israele non riesca a ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la rimozione dell’uranio arricchito [ma il tentativo di impossessarsene è fallito ad Isfahan, ndr].
Secondo i funzionari, se la guerra si concludesse con un regime stabile a Teheran e il suo programma nucleare intatto, ciò metterebbe in discussione tutti i successi della campagna. Nel frattempo, i funzionari militari hanno affermato che, nonostante i lunghi preparativi dell’aeronautica israeliana per combattere l’Iran – che ne hanno costituito il principale fronte operativo – le azioni preparatorie non erano commisurate alla portata della sfida.
I funzionari hanno affermato che, nonostante i successi operativi, tra cui l’eliminazione di alti funzionari iraniani e gli attacchi alle industrie della difesa, i piani per rovesciare il regime sono stati rapidamente abbandonati dopo aver compreso che gli attacchi contro l’apparato repressivo del regime non stavano raggiungendo il loro obiettivo e non stavano spingendo le masse in piazza»
.

Di fatto, i vertici dell’esercito chiedono di continuare la guerra e di “prepararla meglio”. Anche se si rendono conto che il loro alleato americano non ha gli stessi interessi e non condivide del tutto la loro paranoia.

Ma la popolazione di Israele sì. Secondo un sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute (IDI), la maggior parte degli israeliani ritiene che porre fine alla guerra con l’Iran nelle condizioni attuali non tutelerebbe a sufficienza i loro interessi di “sicurezza nazionale”. Complessivamente, il 59% degli israeliani si oppone alla fine della guerra in questa fase.

Se non fosse quel bastardo che è, verrebbe quasi da compatirlo, a Trump...

Aggiornamento: il sito americano Axios ha citato funzionari statunitensi secondo i quali Washington e Teheran sarebbero “vicine a un accordo su un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”. Washington “si aspetta una risposta da Teheran su diversi punti chiave entro 48 ore”.

Anche Reuters ha citato una fonte pakistana secondo cui Stati Uniti e Iran sarebbero “vicini a raggiungere un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”, aggiungendo: “La concluderemo molto presto con un accordo americano-iraniano”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”; questi negoziati “potrebbero tenersi a Islamabad o a Ginevra”.

Nello specifico, il memorandum “prevede la sospensione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, la revoca delle sanzioni da parte di Washington e lo sblocco dei fondi iraniani”.

Secondo Axios, l’accordo “prevede anche la revoca, da entrambe le parti, delle restrizioni al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Secondo un funzionario statunitense, “le restrizioni iraniane alla navigazione attraverso lo stretto e il blocco navale statunitense saranno gradualmente revocati nell’arco di 30 giorni”.

Per quanto riguarda i negoziati sulla durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio, alcune fonti indicano che “sarà di almeno 12 anni, mentre un’altra fonte suggerisce che potrebbe arrivare a 15 anni”. È da ricordare che “l’Iran ha proposto una sospensione di 5 anni, gli Stati Uniti ne hanno richiesti 20”.

La fonte ha spiegato che gli Stati Uniti “vogliono includere una clausola che stabilisca che qualsiasi violazione da parte dell’Iran dei termini di arricchimento comporterà un’estensione della moratoria”. Ciò consentirebbe all’Iran di arricchire l’uranio fino a un livello basso del 3,67% dopo la scadenza della moratoria.

“L’Iran si impegnerà inoltre, nell’ambito del memorandum d’intesa, a non cercare di acquisire un’arma nucleare né a intraprendere attività connesse al suo armamento”

Secondo un funzionario statunitense, le due parti stanno discutendo una clausola “in base alla quale l’Iran si impegna a non gestire impianti nucleari sotterranei, oltre a impegnarsi a un regime di ispezioni rafforzato, che include ispezioni a sorpresa da parte di ispettori delle Nazioni Unite”.

In cambio, “gli Stati Uniti si impegneranno, nell’ambito del memorandum d’intesa, a una graduale revoca delle sanzioni imposte all’Iran e al graduale sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in tutto il mondo”.

Due fonti a conoscenza della questione hanno inoltre affermato che l’Iran “accetterà di rimuovere l’uranio altamente arricchito dal Paese”, una richiesta chiave degli Stati Uniti che Teheran ha finora respinto. La Russia si era comunque offerta per rilevarlo.

Molte delle disposizioni del memorandum dipendono dal raggiungimento di un accordo definitivo, il che lascia aperta la possibilità di una ripresa della guerra o di una continua situazione di stallo, in cui il conflitto si interrompe senza una reale soluzione alla crisi.

In questo contesto, il ministro degli Esteri Marco Rubio ha dichiarato martedì: “Non siamo obbligati a redigere l’accordo in un solo giorno”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”.

Tra i punti sollevati figurano la garanzia che non si verifichino attacchi militari, il ritiro delle forze statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni, la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, oltre a un nuovo meccanismo per la gestione dello Stretto di Hormuz e altri ancora.

Fonte: Al Mayadeen

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25/04/2026

Al tavolo di Islamabad, ma senza illusioni

Il copione non cambia: quando il volume delle dichiarazioni si alza fino al punto di sembrare un urlo di battaglia imminente, ecco che arriva la dose di valium sotto forma di riapertura delle trattative. A mercati quasi chiusi, questa volta, anche se Wall Street era ancora in piena contrattazione.

Che americani e iraniani si vedano per parlare, sia pure indirettamente e tramite i vertici del Pakistan, è ovviamente una buona notizia per il resto del Mondo. Dando uno sguardo più da vicino, però, si ha l’impressione che non ci sia proprio moltissimo da attendersi.

La delegazione di Teheran, per esempio, è molto più ristretta rispetto a dieci giorni fa. In pratica c’è solo il ministro degli esteri Seyed Abbas Araghci, mentre non è presente Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento. Anche la schiera di esperti sui vari punti in discussione è stata ridotta all’osso.

Da parte Usa spicca l’assenza di un soggetto istituzionale attendibile. Il vicepresidente J.D Vance stavolta è rimasto a Washington, il ministro degli esteri “Narco” Rubio anche. La testa della delegazione è rappresentata dai soliti Witkoff e Kushner, due immobiliaristi, tecnicamente “privati cittadini”, incaricati da Trump di rappresentare la sua volontà (gli “interessi dell’America” sarebbero altri, probabilmente).

È oltre un anno che questa strana coppia corre in giro per il Mondo al posto del tycoon o dei summenzionati vertici istituzionali in carica, ma la sua credibilità è andata declinando rapidamente. In Medio Oriente, in particolare, sono considerati più rappresentanti di Tel Aviv (lato Mossad) che non di Washington.

I problemi che possono ostacolare persino l’avvio di un “trialogo” sono nel frattempo aumentati, non diminuiti. A partire dal Libano, dove Israele prosegue con raid e omicidi mirati pur essendo in vigore ufficialmente un “cessate il fuoco” dichiarato da Trump, e la stessa Casa Bianca considera quel dossier come “separato” da quello riguardante l’Iran. Che invece lo ha posto esplicitamente, e fin dall’inizio, come parte integrante della trattativa (era uno dei “dieci punti” della sua proposta di discussione).

Anche a Gaza e in Cisgiordania proseguono attacchi, arresti, omicidi mirati. Persino in queste ore, mentre i palestinesi della Striscia si stanno comunque recando alle urne – tra le tende e case abbattute – per eleggere i propri rappresentanti.

L’incontro di Islamabad è stato comunque preceduto da una massiccia campagna di minacce e dichiarazioni statunitensi nel consueto stile “tenetemi, se no faccio un macello” – ma ci vorrebbe un Alberto Sordi all’apice della forma per rendere l’idea – tutte miranti a tenere in piedi la narrazione della “vittoria straripante” anche in assenza di risultati militari davvero significativi.

Lo svalvolato ministro della guerra, Pete Hegseth, sintetizza al meglio lo spirito con cui Washington si racconta a tutti: dopo aver definito la guerra in Iran un “dono per il mondo”, (lo deve spiegare al 77% degli americani che attribuisce giustamente a Trump l’aumento del prezzo della benzina), ha messo la solita pistola sul tavolo delle trattative (“L’Iran ha la possibilità di fare un buon accordo o colpiremo di nuovo”).

Sempre sul fronte “narrativo”, però, la novità è rappresentata dal dipingere gli iraniani come “profondamente spaccati” tra “estremisti” e “moderati”, attribuendo per esempio l’assenza di Ghalibaf a dimissioni di protesta contro “l’intransigenza” dei Guardiani della Rivoluzione. Dimenticando che proprio in quelle fila ha costruito tutta la sua carriera, fino a guidarne l’aeronautica.

Patrick Wintour, giornalista del britannico Guardian, ha peraltro dimostrato che le ripetute dichiarazioni di Trump su “folli divergenze” in Iran erano prive di coerenza e irrealistiche, soprattutto considerando che in precedenza aveva parlato dei limiti della sua conoscenza della nuova leadership iraniana

Più seriamente, la delegazione di Teheran ha messo subito le mani avanti, ricordando che non è previsto alcun incontro diretto con la controparte Usa, cui verranno presentate le posizioni iraniane tramite l’intermediario pakistano. Non aspettatevi, troppo, insomma.

Del resto su varie agenzie iraniane appare chiaramente un’analisi della situazione niente affatto tranquillizzante: “Teheran non considera il cessate il fuoco sui vari fronti come la fine della crisi, bensì come una pausa per riadattare uno scenario che presenta difetti strutturali e funzionali fondamentali”. Insomma, “Il cessate il fuoco unilaterale di Washington non è stato il risultato di una scelta diplomatica, bensì dovuto a una falla fondamentale nella gestione del conflitto”, visto che “le prove sul campo dimostrano enormi lacune nel processo decisionale di Washington e Tel Aviv, unitamente a una situazione di incertezza operativa”.

La trattativa va perciò costruita e messa su un percorso meno “bizzarro” di quanto non vorrebbe il tycoon, il che comporta tempi inevitabilmente lunghi e non coincidenti con le esigenze – elettorali e/o speculative – di questa amministrazione.

Una delle condizioni principali è che qualsiasi tipo di colloquio o negoziato, o qualsiasi progresso in tal senso, sia subordinato alla revoca del controblocco Usa nello Stretto di Hormuz (dopo che l’Iran aveva tra l’altro revocato il proprio).

Schermaglie, si direbbe in contesti diversi. Ma intanto qui si misura quanta “sabbia negli ingranaggi” è stata seminata dall’esigenza statunitense di sovrapporre una narrazione trionfalistica ad un percorso militare e diplomatico assai deludente.

E conferma le analisi dei principali osservatori internazionali: con tutti i suoi problemi, comunque Teheran ha più tempo a disposizione di quanto non ne abbia l’amministrazione Trump. Non è un caso che ieri i soliti tweet scomposti del tycoon abbiano insistito proprio sul tema “abbiamo tutto il tempo che vogliamo, davanti”.

Proprio come per i missili – sia d’attacco come i Tomahawk o difensivi come i Patriot e i Thaad – che ormai scarseggiano nei depositi seminati in tutte le basi del pianeta...

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22/04/2026

Gli USA mettono la marcia indietro

Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.

Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donal Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.

La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato ... ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata”, ha scritto Trump.

Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro”.

In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc. – e devono innestare la marcia indietro.

Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie, la motivazione ufficiale del dietrofront è indicata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.

È possibile, e decisamente normale, che in un sistema di potere complesso come quello iraniano – tra istituzioni civili, militari, religiose intrecciate secondo un assetto che non corrisponde a quelli occidentali, ma neanche a quelli di una “dittatura teocratica”, altrimenti non si sarebbero potute invocare le “spaccature” – ci sia una differenza di opinioni su come affrontare la situazione imposta da Usa e Israele con l’aggressione.

Non sappiamo ovviamente quanto e come ciò possa essere corrispondente al vero, ma si capisce benissimo che la famosa “vittoria” necessaria a metter fine alla guerra da parte americana per ora è stata individuata a livello politico, visto che sul piano militare non è arrivata.

La narrazione diventa perciò “sono spaccati, abbiamo ottenuto un cambio di regime, va bene così, aspettiamo una loro proposta”.

Naturalmente accompagnata dalla minaccia: Trump ha ordinato ai militari statunitensi di mantenere il blocco navale dei porti iraniani e di “rimanere pronti e capaci” di riprendere la guerra se necessario.

Il che contraddice, manco a dirlo, l’attesa di una proposta, visto che proprio il blocco della flotta Usa era diventato il motivo del rifiuto di Teheran di sedersi al tavolo in Pakistan e quindi di trattare con la pistola puntata alla tempia.

La “proposta”, del resto era stata presentata già prima del cessate il fuoco. Era in 10 punti e lo stesso Trump l’aveva definita “workable” – “lavorabile” diplomaticamente – tanto da dichiarare proprio la tregua e l’inizio delle trattative indirette.

Se c’è una “spaccatura”, insomma, questa pare vada individuata soprattutto all’interno di Washington o forse soprattutto tra Stati Uniti e Israele (lo “shock” di Netanyahu nel sentirsi “proibire” la prosecuzione del massacro in Libano).

L’Iran, più seriamente, prende atto della “svolta” ricordando che l’assenza dei negoziatori iraniani in Pakistan è stata dovuta al fatto che, “dopo l’intervento del Pakistan nella mediazione e la richiesta di cessate il fuoco avanzata dagli Stati Uniti, l’Iran ha accettato tale cessate il fuoco e i successivi negoziati volti a porre fine alla guerra sulla base del piano in dieci punti da esso presentato e accettato dagli Stati Uniti”.

La loro sintetica ricostruzione dei vari passaggi corrisponde peraltro ai fatti: “il Pakistan aveva annunciato esplicitamente l’accettazione di questo quadro da parte degli americani. Ma subito dopo, nei giorni successivi, la parte americana ha iniziato a violare gli impegni presi”

In particolare, “si è inizialmente rifiutata di imporre agli israeliani un cessate il fuoco in Libano, e questa mossa ha creato seri ostacoli nei negoziati per diversi giorni”.

Inoltre, “già nel primo round di negoziati a Islamabad, gli americani hanno avanzato numerose richieste eccessive che di fatto violavano i principi iniziali del dialogo, e questo ha portato a una situazione di stallo totale nel primo ciclo di negoziati”.

Poi il contro-blocco dello Stretto di Hormuz proprio quando Teheran decideva di sospendere il proprio, l’attacco ad una nave civile portacontainer con merci cinesi e la cattura dell’equipaggio, ecc.

La proposta è insomma sempre la stessa, è sul tavolo Usa da quindici giorni. Quando decideranno di voler cominciare a discuterne seriamente, si potrà procedere. Senza sbrasate da cowboy, anche se proprio quelle sembrano l’ultima trincea di un’amministrazione perennemente in bilico tra la tragedia e la farsa.

Ma va naturalmente bene la seconda.

Certo, il resto del Mondo farà finta di crederci, le borse prenderanno un gigantesco respiro di sollievo. Ma l’egemonia Usa si dimostra decisamente slabbrata, ormai. E tutti cominceranno a farci diversamente i conti.

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21/04/2026

L’impotenza arrogante di Washington

Se li conosci, li eviti. O quanto meno, fai verifiche triple prima di accettare un incontro...

Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano verso i colloqui con gli Stati Uniti ad Islamabad.

A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento pakistano Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.

A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.

A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).

Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata ala tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).

Stamattina, invece, una petroliera di Teheran è transitata senza problemi, forse perché chi deve scommettere in borsa sulle oscillazioni provocate dalla Casa Bianca aveva bisogno che i titoli tornassero su.

Andar dietro ai singoli episodi, in definitiva, non fornisce una visione chiara. Anzi.

La sintesi migliore della situazione strategica, al momento, resta quella fornita da quella vecchia canaglia di Ian Bremmer, fondatore e capo dell’Eurasia Group: “Trump è in un vicolo cieco, l’unica cosa che può fare è scegliere il danno minore: dichiarare vittoria e chiuderla qui”. Lo stiamo del resto scrivendo da almeno un mese... 

La superiorità militare statunitense e israeliana si è rivelata meno straripante del previsto. E la voglia di Tel Aviv di usare l’atomica (questo e non altro significava “potremmo cancellare una civiltà in una notte”) avrebbe proiettato il Mondo intero in una situazione senza via d’uscita.

È trasparente, infatti, che l’unico vero interesse statunitense per attaccare l’Iran è disgregare la catena di relazioni che si sono andate cementando nei Brics intorno a Russia e Cina, mentre queste due superpotenze nucleari stanno operando il più sottotraccia possibile per contenere la corsa verso il baratro.

Israele ha altri interessi, completamente folli e incompatibili con gli equilibri mondiali esistenti, ma perseguiti tenacemente e apparentemente raggiungibili finché gli Stati Uniti partecipano alla fetida “coalizione Epstein”. Per Tel Aviv, esplicitamente, “il lavoro sull’Iran non è finito”, una trattativa vera, per una pace vera e duratura, sarebbe mortale.

La potenza Usa è insomma relativamente impotente, pressata da ogni lato per una conclusione rapidissima del conflitto che sta gettando l’intero Pianeta nella crisi economica, nella scarsità di carburanti, nell’inflazione e in ormai prevedibili proteste di massa fin dentro il cuore dell’impero. Non c’è un solo Paese che approvi questa guerra, ed anche il blocco elettorale che ha portato Trump di nuovo alla Casa Bianca si va sfaldando.

Nulla ha funzionato come previsto ormai due mesi fa, e non c’è un piano di riserva. Il consiglio di Bremmer è scontato e al tempo stesso difficilissimo da seguire. Sarebbe servita almeno una “vittoria” visibile. Ma non c’è stata. Anche l’uccisione di Ali Khamenei è stata svuotata dalla scelta del figlio Mojtaba come successore.

Così la potenza impotente si sfoga in un’orgia di tweet bipolari che annunciano esiti opposti più volte al giorno e in un’impostazione della diplomazia alla Quentin Tarantino, con pistole e stivali sul tavolo. E un avversario più freddo, che aspetta il momento giusto per sedersi, quando il tavolo sarà ripulito.

Arroganza concentrata nelle parole, impotenza dimostrata nei fatti. Manca solo la presa d’atto del prigioniero del suo stesso gioco. Ma non è affatto detto che avvenga. Né che sia pacifica...

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20/04/2026

La lunga attesa ad Islamabad

Uscire da una guerra è molto più complicato che entrarvi. Se poi non hai una strategia chiara, obbiettivi ben definiti, autonomia decisionale, risultati tangibili da sbandierare, la procedura d’uscita si trasforma in un gioco dell’oca.

L’America in versione trumpiana è nel pieno di questo gorgo. Ancora una volta le dichiarazioni ufficiali sono così contraddittorie da non permettere una sintesi affidabile.

Da un lato si assicura che le trattative mediate dal Pakistan “stanno andando molto bene” e che tra oggi e domani si svolgeranno gli incontri decisivi ad Islamabad. Dall’altra si mantiene il blocco alle navi iraniane (molto) al largo dello Stretto di Hormuz, arrivando ad abbordarne e sequestrarne una.

Conseguenza immediata: l’agenzia di stampa iraniana IRNA ha smentito domenica sera le notizie pubblicate in merito allo svolgimento del secondo round di negoziati a Islamabad, affermando che erano “inesatte”. In dettaglio, ha riferito che “le ambizioni americane” tradotte in “richieste irragionevoli, insieme al protrarsi del blocco navale e alle minacce, hanno contribuito a ostacolare finora i progressi dei negoziati”.

Ha inoltre sottolineato che “le notizie diffuse dagli Stati Uniti non sono altro che giochi mediatici, che si inseriscono nel contesto di uno scambio di accuse e di pressioni sull’Iran”.

Il tutto accompagnato dall’annuncio – da parte del comando delle Guardie della Rivoluzione – di una “risposta” a breve termine all’abbordaggio.

L’esigenza trumpiana di mostrarsi “dominante” nel conflitto, presso il proprio elettorato, sbatte costantemente con l’impossibilità – fin qui – di trovare almeno un “successo militare” che giustifichi la dichiarazione di “vittoria” con cui chiudere una guerra che sta rovinando l’America, il Mondo e la sua stessa possibilità di continuare a dirigere la superpotenza statunitense.

Ma – come appreso all’inizio della sua carriera di affarista da un criminale sionista della peggiore specie – nel suo modus operandi non è prevista la marcia indietro e l’ammissione, almeno implicita, di una sconfitta o un pareggio.

Ergo, non resta che la continua escalation verso il trionfo o la catastrofe totale.

Pensare di presentarsi ad un incontro diplomatico difficile, ma tutto sommato decisivo, con un biglietto da visita come quello che segue è semplicemente da squilibrati. Rendendo noto il sequestro della nave iraniana, infatti, Trump ha scritto il solito post strabordante di suprematismo: “Oggi, una nave mercantile battente bandiera iraniana chiamata ‘Tosca’, lunga circa 270 metri e con un peso paragonabile a quello di una portaerei, ha tentato di forzare il nostro blocco navale, senza riuscirci”

Una nave portacontainer è in effetti un lento bestione di grandi dimensioni, ma completamente disarmato e con pochissime persone di equipaggio. Sarebbe sequestrabile, insomma, anche da un motoscafo con tre uomini armati. Enfatizzarne la grandezza serve solo a glorificare un altrimenti spregevole atto di pirateria internazionale.

Trump ha pure aggiunto: “Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Spruance ha intercettato la nave nel Golfo dell’Oman e le ha intimato formalmente di fermarsi. Tuttavia, l’equipaggio iraniano si è rifiutato di obbedire, quindi la nostra nave da guerra l’ha immediatamente fermata aprendo una falla nella sala macchine. Ora i Marines statunitensi hanno preso il controllo della nave”

Sottolineature necessarie. Il “glorioso” atto di pirateria è avvenuto nel golfo dell’Oman, praticamente nell’Oceano Indiano, a rispettosa distanza dallo Stretto di Hormuz e dai missili iraniani.

Di per sé, militarmente parlando, dimostra soltanto l’intenzione statunitense di attaccare navi civili battenti bandiera iraniana ovunque nel Mondo. Cosa possibile, certamente, in base ai mezzi di cui dispongono gli Usa, ma sicuramente non presentabile come “legale” o fondativa di un “nuovo ordine internazionale”. Non contenti dell’idiozia commessa, gli Usa hanno anche diffuso il video in cui hanno registrato l'“eroico” assalto militare ad una nave civile, un po’ come le baby gang che filmano le proprie aggressioni in strada e poi le postano in rete.

Se ogni potenza paragonabile si mettesse a fare altrettanto, finirebbe in un attimo il commercio internazionale, l’economia mondiale e – ovviamente – anche quel tanto di pace che sopravvive tra potenze nucleari.

In ogni caso, non si può pretendere che quella sia una “base di discussione” con cui presentarsi ad Islamabad per “seri accordi di pace”. Al massimo può servire a recitare la solita parte del mafioso hollywoodiano – “questa è la mia proposta che non puoi rifiutare”, perché “qui comando io” – che non ci sembra abbia fin qui impressionato la controparte.

Praticamente. Islamabad stamattina appare pronta ad accogliere le delegazioni trattanti. Quella statunitense sembra già arrivata, guidata dal vicepresidente J.D. Vance (i soliti Witkoff e Kushner, pur presenti, non hanno alcuna credibilità, per gli iraniani, in quanto considerati più “agenti israeliani” che non inviati della Casa Bianca).

Un Boeing C-17 Globemaster III – l’enorme aereo da trasporto che in questi casi trasporta le auto blindate per la delegazione e la scorta – è ora parcheggiato sulla pista. Due dei principali alberghi della città sono stati requisiti e “sgomberati” dai loro ospiti.

Tutto è effettivamente pronto per l’attesissimo incontro.

Manca solo la delegazione iraniana. Che, in una trattativa seria per arrivare alla pace, sembra sia proprio indispensabile.

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