Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2026

Traffico a Washington, vista su Hormuz

Quando Trump e Netanyahu si incontrano e addirittura si mostrano d’accordo la situazione diventa preoccupante per il resto del mondo. Se poi l’ora e mezza di chiacchierata a porte chiuse viene definita “buona e produttiva” da entrambe le parti – assegnando la diffusione del giudizio al solito Barak Ravid di Axios – qualcosa di pessimo sembra in via di maturazione.

Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.

Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.

Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.

Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).

Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.

L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.

In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.

Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.

Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.

Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.

Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.

Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.

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08/02/2026

Primo round di dialogo tra USA e Iran, ma Washington prepara la guerra

In un clima di estrema tensione, tra minacce di bombardamenti e la pressione di marina e aviazione statunitense che si stanno ammassando a ridosso del Golfo Persico, venerdì 6 febbraio, in Oman, è ripreso il dialogo tra Washington e Teheran. Come già in passato, anche questa volta il confronto avviene con il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi che fa da “spola” tra le due parti.

Dialoghi, dunque, resi ancora più complessi da questo meccanismo, con delegazioni che vedono una presenza “strana” per il quadro di scambi diplomatici di questo tipo. Nella delegazione statunitense, infatti, c’è Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ma anche il generale Brad Cooper, comandante delle forze USA in Medio Oriente.

È un messaggio molto chiaro: una nuova iniziativa militare è sul tavolo come strumento di “risoluzione” dei punti di frizione. Anche se non bisogna dimenticare che la guerra dei 12 giorni ha fatto impiegare una gran quantità di materiale bellico che richiede tempo per essere sostituito, e gli alleati regionali statunitensi sopporterebbero male un’escalation, promessa dai vertici di Teheran nel caso di attacco.

Ma l’opzione rimane, anche se il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’incontro “un buon inizio” per cercare una qualche intesa, non sappiamo bene su quali nodi. Tutto ciò che si sa è che dalle trattative sarebbero stati esclusi sia il programma missilistico iraniano sia la questione dei legami tra Teheran e altri attori regionali, quali Hezbollah, Houthi, e così via.

Rimane, ovviamente, la questione centrale del nucleare, su cui l’Iran si era già detto disponibile a trattare prima di essere colpito dal duo Israele-USA la scorsa estate. Ma senza rinunciare al diritto di sviluppare il proprio nucleare civile, e dunque di avere uranio arricchito. Il come rimane in discussione, ma è difficile pensare che Teheran rinunci a una certa autonomia di approvvigionamento su questo lato.

Araghchi ha affermato ad Al Jazeera: “il livello di arricchimento dell’uranio dipende dalle nostre esigenze. L’uranio arricchito non lascerà il territorio iraniano”. Stando a quel che riporta il New York Times, sul tavolo delle trattative sarebbe stato consigliato da paesi vicini all’Iran di portare un limite del 3%.

Secondo la CNN, la delegazione iraniana avrebbe presentato una proposta a quella statunitense. Il fatto che i delegati siano tornati ciascuno nel proprio paese significa che c’è qualcosa da riferire, e ricevere un nuovo mandato prima di continuare le trattative. Ma andare oltre questa consapevolezza significherebbe speculare sul nulla.

Trump, ad ogni modo, non rinuncia alla propria strategia di “massima pressione” sull’Iran: in pratica in concomitanza con i colloqui in Oman, il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che permette di imporre dazi fino al 25% del valore delle merci importate da paesi che commerciano con la Repubblica Islamica, e in particolare acquistano il suo petrolio. Poco dopo, Washington ha inoltre varato sanzioni contro 15 entità collegate alla cosiddetta “flotta ombra” iraniana.

Non a caso, Araghchi ha detto che sono “pronti a ogni scenario”. Se fosse quello bellico, bisogna aspettarsi una nuova conflagrazione del Vicino Oriente per le mire imperialistiche statunitensi, che si appoggiano sull’espansionismo israeliano.

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24/05/2025

Il dialogo sul nucleare iraniano continuerà, ma rimane in bilico

“Abbiamo appena completato il più professionale dei round di negoziati”. Così ha affermato il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, alla conclusione dei colloqui tenutisi ieri a Roma. Era il quinto incontro sul nucleare iraniano tenuto con gli Stati Uniti, a cui si è giunti con molti dubbi sulla possibilità di un accordo tra i due paesi.

Il repentino cambio di rotta dell’amministrazione Trump, che si era si rimangiata la disponibilità ad accettare l’arricchimento di uranio per scopi civili da parte di Teheran, aveva spinto le autorità della Repubblica islamica a ricordare come quella fosse l’unica linea rossa imprescindibile, con un nucleare civile sviluppato secondo i trattati internazionali in merito.

Il convitato di pietra sionista sui colloqui si era già palesato nelle dichiarazioni dell’intelligence statunitense, raccolte e diffuse dalla CNN. Ieri si è presentato direttamente a Roma, con il direttore del Mossad, David Barnea, e il ministro degli Affari strategici di Tel Aviv, Ron Dermer, che hanno incontrato Steve Witkoff, inviato speciale Usa per il Medio Oriente, prima delle trattative con l’Iran.

Negli scorsi giorni, Teheran aveva reso nota la volontà di concedere ulteriori ispezioni internazionali negli impianti nucleari del paese, nel tentativo di mostrare la propria disponibilità a trovare un punto di incontro. Allo stesso tempo, però, aveva messo in chiaro che qualsiasi minaccia israeliana agli interessi iraniani avrebbe avuto ripercussioni anche sui colloqui con Washington.

Il ministro degli Esteri Araghchi aveva infatti inviato una preoccupata, ma netta lettera alle Nazioni Unite, in cui sottolineava come, nel caso di un attacco ai siti nucleari della Repubblica islamica da parte del regime sionista, Teheran avrebbe ritenuto responsabile anche il governo degli Stati Uniti, che vogliono limitare – solo per difficoltà di gestione – il caos che Tel Aviv sta creando in tutto il Medio Oriente.

A quanto pare, la mediazione dell’Oman è riuscita ancora una volta a sbloccare la situazione. Stando alle informazioni diffuse, una proposta omanita, di cui però non sono stati offerti dettagli, sarebbe stato il terreno su cui il dialogo tra Iran e Stati Uniti è rimasto vivo. E nonostante Witkoff abbia dovuto lasciare i colloqui in anticipo per altri impegni, il confronto è continuato con serietà.

Ad ogni modo, più di un analista ha sottolineato come anche le parole di Trump, che ha minacciato attacchi se non verrà raggiunto un accordo, abbiano irrigidito la situazione. Sembra inoltre che la Casa Bianca abbia tentato di tagliar fuori dalle trattative anche i paesi europei, di cui inizialmente era prevista la partecipazione: secondo Abolfazl Zohrehvand, membro della Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Washington avrebbe posto il veto.

Da Teheran, la ricercatrice in relazioni internazionali Fatemeh Sayahi ha dichiarato a Shafaq News che il nucleare è diventata una questione di difesa di “sovranità e identità politica dell’Iran”. La studiosa ha aggiunto: “l’Iran ritiene che ricostruire le infrastrutture sia più facile che perdere la capacità stessa. Conoscenze e competenze non possono essere bombardate. Preservare la capacità tecnica è l’ultima linea di deterrenza strategica”.

Non si è ancora giunti a nessuna conclusione definitiva e un accordo rimane dunque fortemente in bilico. Ricordiamo inoltre come elemento fondamentale per la riuscita di questi colloqui sia la cancellazione di alcune sanzioni statunitensi all’Iran. Il fallimento dei colloqui potrebbe avvenire gradualmente, così come graduale potrebbe essere un’escalation con Teheran.

Va tuttavia sottolineato che Araghchi ha enfatizzato il fatto che ora gli States hanno dato prova di comprendere meglio le posizioni della Repubblica islamica, ma ha anche detto che la faccenda rimane troppo intricata perché venga risolta in pochi round diplomatici. E siamo già ben oltre i tempi che Trump aveva indicato per raggiungere un’intesa.

Per ora il dialogo tra Iran e Stati Uniti è salvo, ma è evidente che o raggiunge una base condivisa in breve tempo, da cui poi magari proseguire su aspetti più tecnici (già comunque trattati negli scorsi incontri), oppure sarà stato uno sforzo a vuoto.

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13/04/2025

Al via in Oman i negoziati sul nucleare iraniano

Tutto è pronto a Muscat, in Oman, per i colloqui indiretti tra funzionari iraniani e statunitensi sul programma nucleare di Teheran voluti da Donald Trump dopo il suo ritorno alla Casa Bianca.

A Teheran sono molto cauti. Temono che le trattative siano un modo per gli Usa per andare alla guerra e non alla pace. Trump infatti ha minacciato un’azione militare in caso di mancato accordo.

“Siamo determinati a utilizzare tutte le nostre risorse per salvaguardare il potere e gli interessi nazionali dell’Iran”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.

Questa mattina il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha consegnato al suo omologo dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, il testo con la posizione di Teheran da inoltrare alla delegazione statunitense e, secondo i media locali, contiene anche i principali argomenti di preoccupazione di Teheran.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian afferma che il suo Paese non sta cercando la guerra né una bomba nucleare.

Sullo sfondo c’è il governo israeliano di Benyamin Netanyahu. Tel Aviv ha accettato la via diplomatica proposta dagli americani per risolvere la controversia sul programma atomico iraniano. Allo stesso tempo, durante l’incontro avuto qualche giorno fa a Washington con Trump, Netanyahu avrebbe, secondo indiscrezioni giornalistiche, strappato a Trump la promessa che se Teheran non accetterà le condizioni poste da Usa e Israele, la parola passerà alle armi. Il tycoon ha dichiarato che in caso di attacco, Tel Aviv avrà un ruolo di primo piano: “Israele sarà ovviamente molto coinvolto – ne sarà il leader”.

La stampa israeliana ha riferito nelle ultime settimane di preparativi in corso per un massiccio raid aereo contro gli impianti nucleari iraniani.

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10/04/2025

Iran, da sabato si tratta in Oman sul nucleare

Iran-Usa: dopo avere agitato efficacemente il bastone, adesso è giunto il momento della carota. Donald Trump ha letteralmente trascinato al tavolo delle trattative gli ayatollah, per ‘discutere’ del loro programma nucleare. Se ne parlerà sabato prossimo nell’Oman, un Paese neutro che farà da mediatore tra Washington e Teheran.

Trump-Netanyahu

Secondo quanto si è appreso, ai colloqui, annunciati dallo stesso Presidente americano dopo il suo incontro con il premier israeliano Netanyahu, dovrebbero partecipare l’inviato speciale Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Il Financial Times riporta testualmente le dichiarazioni di Trump, a metà tra speranza e aperta minaccia: «Tutti concordano che fare un accordo con l’Iran sarebbe preferibile a fare l’ovvio» ha detto il Presidente Usa. E il giornale britannico aggiunge che si tratta di un apparente riferimento alla distruzione della capacità nucleare dell’Iran, con mezzi militari. «E ciò che chiamo "ovvio" non è qualcosa in cui voglio essere coinvolto o, francamente, in cui Israele vuole essere coinvolto, se può evitarlo» ha poi chiarito Trump.

La conferma dall’Iran

Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato la notizia dell’incontro in Oman, definendo i colloqui, allo stesso tempo «tanto un’opportunità quanto un test». Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, Araghchi ha sostenuto che «la palla adesso è nel campo dell’America. L’unica discordanza (non solo formale) in questa fase, appare quella legata ai ‘risvolti tecnici’ dei colloqui. Sono da considerare ‘diretti’? Perché, così avrebbero ben altro peso e significato dal punto di vista politico. Per gli iraniani ‘no’, e per gli americani ‘si’. Un atteggiamento che forse riflette le diverse situazioni di equilibrio dei poteri, all’interno dei due Paesi. Insomma, per farla breve, non deve essere facile, per i moderati e i riformisti di Teheran, portare avanti una strategia di dialogo internazionale pressati come sono dall’ala intransigente della teocrazia.

New York TimesHaaretz

Lo ha spiegato bene il New York Times in un articolo, di cui Haaretz dà un’ulteriore chiave di lettura: «Secondo il New York Times – scrive il giornale di Tel Aviv – la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, si era finora rifiutata di autorizzare colloqui diretti con funzionari statunitensi, citando il ritiro di Trump dall’accordo nucleare. Tuttavia, dopo l’incontro di lunedì tra Trump e Netanyahu, tre funzionari iraniani hanno detto al Times che Khamenei aveva cambiato posizione, in un modo che potrebbe consentire un impegno diretto. Secondo loro, se l’incontro di sabato sarà rispettoso e produttivo, potrebbe aprire la strada a negoziati diretti». Pare di capire che, in questo giro di valzer del potere sciita persiano, sia chiara la minaccia rappresentata dalle pressioni che il premier israeliano sta esercitando sulla Casa Bianca. Pressioni che puntano a indurla ad accettare un bombardamento da Armageddon contro i siti nucleari di Teheran».

La minaccia dei B-2

Un’azione mirata, micidiale e iper-specialistica, da condurre con strumenti eccezionali, come sono appunto gli aerei invisibili B-2 (quelli che costano quanto l’oro). E gli ayatollah sanno che il Pentagono quei bombardieri li ha già messi ad aspettare, con i motori accesi, nelle vicinanze del Golfo Persico. La seconda cosa è che Netanyahu, pur di ottenere la vittoria totale della sua strategia, cioè quella di costruire il Grande Israele mascherandolo dietro il paravento dell’autodifesa, non si fermerà davanti a niente. Meno che mai davanti a un Iran che rischia di diventare potenza nucleare, da un mese all’altro. Questo non solo il Likud, ma nessun altro governo dello Stato ebraico lo permetterà mai. La terza considerazione che dev’essere fatta per spiegare, eventualmente, l’ammorbidimento della Guida suprema iraniana è la caotica situazione interna. La lotta per la successione di Khamenei si è già aperta da un pezzo, e la barcollante economia del Paese non si può permettere lotte intestine che trascurino i bisogni della società civile.

La crisi economica

Soprattutto, in una fase storica in cui la globalizzazione economica è messa all’angolo e all’orizzonte si prospetta una recessione di dimensioni epocali, una realtà già «sanzionata» come l’Iran deve ritrovare la strada giusta per ricollegarsi alla comunità internazionale. L’alternativa è quella di tirare troppo la corda, fino a spezzarla. Per questo, alle ultime elezioni presidenziali, Khamenei si è accontentato di Pezeshkian. È stato il giusto mezzo per far finta di cambiare, perché tutto continuasse come prima. Ma ora l’affaire del nucleare ha fatto venire tutti i nodi al pettine. E quelli che ancora mancano, ce li ricorda il think tank Al Monitor: «I prossimi negoziati in Oman – sostengono gli specialisti di Medio Oriente – coincidono con le consultazioni tra Iran, Russia e Cina sulla questione nucleare a Mosca. Le consultazioni a livello di esperti sono iniziate martedì, dopo un ciclo di colloqui simile che ha coinvolto i vice Ministri degli Esteri dei tre Paesi, svoltosi a Pechino il 14 marzo. Dopo il meeting di Pechino, i tre Paesi hanno concordato di porre fine alle sanzioni e hanno espresso il loro sostegno al diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare.

Iran, Russia, Cina

Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese – conclude Al Monitor – "i tre Paesi hanno inoltre ribadito che l’impegno politico e diplomatico e il dialogo basati sul principio del rispetto reciproco restano l’unica opzione praticabile e praticabile in questo senso". Insomma, prima di bombardare Teheran bisognerà vedersela pure con Mosca e con Pechino. Trump e Netanyahu sono avvisati.

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19/10/2024

“Piano Muscat” Usa-Iran, la differenza tra nucleare e atomica

Si chiama “Piano Muscat” e prende il nome dalla capitale dell’Oman, lo Stato che finora ha fatto da silente mediatore tra gli Stati Uniti e l’Iran. Una diplomazia nascosta ma produttiva, perché ha evitato che diversi ‘incidenti’ diventassero guerra aperta. Il modo che avevano scelto gli ayatollah di Teheran e ‘il grande Satana’ di Washington, per continuare a parlarsi, cercando di evitare guai peggiori.

La caduta del “Piano Muscat”

Questo succedeva fino a un anno fa. C’era la volontà reciproca di trovare un aggiustamento sulla brutta storia del trattato nucleare, prima firmato da tutti e poi rinnegato da Trump. Quale lobby aveva esercitato pressioni, sull’ex Presidente repubblicano, per indurlo a rimangiarsi quanto era stato firmato da Obama? Forse un giorno lo sapremo. Ma intanto, a Vienna, la ripresa dei negoziati, non dava i frutti sperati. In fondo, stracciare il patto era stato un gran favore fatto all’Iran, che ne stava approfittando, accelerando con l’arricchimento dell’uranio. D’altro canto, però, le sanzioni economiche applicate al Paese, lo stavano mettendo in ginocchio e bisognava scendere a patti.

Reciproca ‘cointeressenza’

Così, vista la reciproca ‘cointeressenza’, nonostante la faccia truce, Biden aveva cercato, dietro le quinte, di ritrovare un minimo accordo. Ma le circostanze erano cambiate e, soprattutto, gli israeliani non si fidavano più “di carte scritte”. E poi è arrivato il 7 ottobre, con tutto il resto. In tal modo, l’approccio diplomatico sotterraneo dell’Iran, con gli americani, è stato molto ridimensionato. Ci si è decisi di rivolgersi alla mediazione omanita, solo per evitare “miscalculations”, errori che portassero a una guerra aperta non voluta.

Il ministro iraniano in Oman ad avvertire

Ed è quello che ha appena finito di fare il Ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, che si è recato in Oman per dare però un annuncio non proprio conciliante: l’Iran, in questo momento, riconosce che non ci sono le condizioni per continuare un dialogo, sia pure “mediato”, con gli Stati Uniti. Il “Piano Muscat” deve quindi essere considerato “congelato”, se non proprio morto e sepolto. Attenzione: dato che il round di colloqui era nato, principalmente, per arrivare a un accordo sul nucleare, quella di Araghchi può essere una cattiva notizia trasversale per Biden. E cioè, se il Piano Muscat è annullato, l’Iran potrebbe aver deciso di andare avanti con il suo programma di arricchimento dell’uranio.

Se il nucleare iraniano diventa atomico

In parole povere e vista la tragica situazione geopolitica creatasi nel Golfo Persico, quella di costruirsi la “bomba” oggi sembra un’opzione realistica. La presa di posizione del ministro iraniano è arrivata, con tutti i crismi dell’ufficialità, durante la conferenza stampa congiunta col collega omanita Badr bin Hamad al-Busaidi. La rottura delle relazioni, sia pure condotte ‘di sponda’, degli ayatollah con la Casa Bianca è un pessimo segnale. Potrebbe voler dire che la fazione degli “intransigenti” del regime si accinge a giocare duro. Se è il caso, sfruttando il prevedibile risentimento popolare per un attacco israeliano, si potrebbe arrivare persino a una guerra generalizzata.

Biden con troppo Netanyahu

Inutile dire che la telefonata di 30 minuti tra Biden e Netanyahu, nel corso della quale si è discusso delle modalità del prossimo bombardamento dell’Iran, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli Stati Uniti vengono percepiti da Teheran come parte in causa. Sono ritenuti eventualmente “complici” dell’aviazione di Netanyahu. Già solo il fatto di accordarsi sugli obiettivi, fa vedere Biden nel ruolo di un suggeritore interessato, per motivi principalmente elettorali. Deve evitare che vengano colpite installazioni petrolifere (o siti nucleari), azioni che potrebbero scatenare i pasdaran, inducendoli a bloccare lo Stretto di Hormuz. O, addirittura, capaci di ostacolare la navigazione nel Mar Rosso verso il Canale di Suez, grazie alle incursioni degli Houthi.

L’Iran rispetto ai problemi americani

Biden è costantemente pressato dai regimi sunniti moderati della regione. Tutti temono che una reazione israeliana spropositata, possa scatenare una rappresaglia diffusa degli iraniani contro le “facilities” energetiche della Penisola arabica e del Golfo Persico. Mancano, in ogni caso, informazioni affidabili sull’esistenza di una precisa agenda strategica da parte della teocrazia persiana.

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13/06/2019

Golgo Persico - Esplosioni su due petroliere


Tensione altissima nel Golfo dell’Oman dove la petroliera Altair, battente bandiera delle isole Marshall, è in fiamme e alla deriva perché sarebbe stata colpita da un “siluro” nelle acque tra gli Emirati e l’Iran. La compagnia armatrice norvegese ha comunicato che sulla nave – che trasporta 75.000 tonnellate di nafta – si sono verificate tre esplosioni, non ci sono feriti tra i 23 membri dell’equipaggio composto in gran parte da persone provenienti da Russia, Georgia e Filippine. La Altair è assistita da unità navali della V Flotta Usa che ha la sua base nel Bahrain.

La Guardia costiera dell’Oman, attraverso un suo portavoce, parla apertamente di un “attacco” che ha causato una o più esplosioni a bordo. Anche la compagnia energetica taiwanese CPC, che aveva commissionato il trasporto della nafta a bordo della nave, sostiene che potrebbe essere stata colpita da un siluro. Altre esplosioni hanno coinvolto una seconda nave, la Kokuka Courageous, battente bandiera panamense, il cui equipaggio è stato evacuato e portato al sicuro.

L’accaduto non è ancora chiaro. L’area interessata è nei pressi dello Stretto di Hormuz, importante via d’accesso ai terminal petroliferi nel Golfo dei paesi arabi e dell’Iran. La Marina americana dice di aver ricevuto due chiamate di soccorso, la prima alle 6:12 e una seconda alle 7:00. Quindi si sono diffuse voci di un attacco con siluri. Al momento non si hanno informazioni più precise.

L’incidente giunge a un mese dal sabotaggio di quattro petroliere avvenuto al largo della costa di Fujairah, negli Emirati. L’ambasciatore di Abu Dhabi all’Onu, una settimana fa, ha riferito ai membri del Consiglio di sicurezza che gli attacchi alle quattro navi sono stati frutto di una “operazione sofisticata” coordinata molto probabilmente da un “attore statale” poiché hanno richiesto l’impiego imbarcazioni veloci e di sub esperti per sistemare le mine sotto la linea di galleggiamento delle petroliere. Un riferimento, senza nominarlo, all’Iran che invece gli Stati Uniti hanno direttamente accusato di essere responsabile. Tehran da parte sua ha negato qualsiasi coinvolgimento. Il “falco” anti-iraniano e consigliere per la sicurezza nazionale Usa, John Bolton, aveva detto che mine iraniane erano state probabilmente usate nel sabotaggio senza però fornire alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni.

L’accaduto di questa mattina ha immediatamente fatto salire il prezzo del greggio sul mercato internazionale.

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10/04/2018

Yemen - Nuova strage saudita mentre l'Onu guarda all'Oman

L’ultima strage saudita in Yemen ha avuto come teatro la città sud-occidentale di Taiz: un raid dell’aviazione ha colpito una casa nel distretto di Dimnat Khadir e ucciso 20 persone, tra cui dei bambini. Taiz è da tempo uno dei centri del conflitto in corso tra coalizione a guida saudita e Ansar Allah, il movimento politico dei ribelli Houthi. Che ieri hanno risposto: secondo fonti interne citate dalla tv al-Masirah, vicina ai ribelli, Ansar Allah ha lanciato un missile verso una base militare dell’Arabia Saudita, la base Nahouqa nella regione di Narjan.
 
Secondo le stesse fonti, alcuni soldati sauditi sarebbero morti ma non ci sono conferme da parte di Riyadh. Una situazione che si ripete sempre più spesso: il mese scorso missili balistici lanciati dallo Yemen hanno preso di mira Riyadh, uccidendo un lavoratore migrante e ferendone altri due. E sollevando le proteste della comunità internazionale che ha accusato l’Iran di rifornire di armi i ribelli Houthi.

A quattro anni dall’inizio dell’operazione saudita “Tempesta decisiva”, non c’è pace all’orizzonte. Riyadh, nonostante l’incapacità di vincere la guerra e nonostante l’enorme peso per le casse dello Stato, non intende fare marcia indietro dal solo teatro di conflitto in cui è ancora effettivamente presente. Da parte loro le forze Houthi, pur perdendo piccole porzioni di territorio, non cedono e riescono a resistere e a mantenere il controllo di buona parte dello Yemen del centro e del nord.

In tale contesto le Nazioni Unite tentano un’impossibile mediazione. Il nuovo inviato dell’Onu per lo Yemen, Martin Griffith, ha parlato ieri degli ultimi sforzi diplomatici messi in campo, dicendosi fiducioso di una soluzione: in corso ci sono una serie di incontri con gli attori del conflitto, i cui risultati saranno presentati al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

“Nel corso del primo giro di colloqui ho avvertito una vera voglia di pace, di avviare trattative per porre fine alla guerra e di aiutare il popolo yemenita”, ha detto ieri dall’Oman dove si trova per incontrare i vertici del paese prima di volare negli Emirati Arabi.

E proprio l’Oman è al centro dell’attenzione dell’Onu, a fronte di altri attori meno desiderosi di pace. Con gli Emirati in rotta con l’attuale presidente yemenita – riconosciuto dalla comunità internazionale – Hadi e l’Arabia Saudita poco incline al dialogo, Griffith ha individuato in Muscat una possibile sponda. Domenica l’inviato Onu ha incontrato Yousuf bin Alawi bin Abdullah, ministro degli Affari esteri, con il quale ha discusso del paese vicino.

Ma una soluzione non sembra così vicina, mentre lo Yemen continua a essere devastato da un conflitto brutale e dimenticato. Colera, febbre dengue, malnutrizione, bombe, sfollamento sono la realtà per milioni di yemeniti, intrappolati nelle proprie case senza cibo e acqua potabile.

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29/11/2016

Oman: la variabile indipendente del Golfo

di Francesca La Bella

A volte per cercare di capire i mutamenti di un’area in continuo movimento come il Medio Oriente è necessario osservare i Paesi che, apparentemente periferici, riescono ad assumere un ruolo integrante nelle più vaste dinamiche geopolitiche. E’ questo il caso dell’Oman. Il sultanato della Penisola Arabica, dopo l’inizio della guerra in Yemen, ha, infatti, assunto una posizione di mediazione nella questione e si è posto come attore con comportamenti difformi rispetto alle scelte dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). L’allontanamento dell’Oman dalla sfera di influenza saudita ha, però, un’ampiezza ben più vasta di quella strettamente relativa al conflitto yemenita e ripercuote i suoi effetti sia in ambito politico sia in ambito economico.

A riprova di questo allontanamento, il vertice che si terrà in Bahrain il mese prossimo per il rafforzamento dei legami tra gli stati che compongono il CCG con la prevista creazione di una Unione del Golfo non vedrà la presenza delle autorità dell’Oman. Secondo quanto affermato a tal proposito da Ganem Al Bu Ainain, Ministro degli affari parlamentari bahrainita, l’Unione del Golfo sarà molto più avanzata rispetto al Consiglio di cooperazione. In questo senso, i Paesi che aderiranno all’Unione attraverso misure politiche ed economiche avranno un livello di integrazione più avanzato di quelli che si limiteranno a rimanere nel Consiglio di Cooperazione. La contrarietà al progetto dell’Oman non nasce oggi e già nel 2013 Yusuf bin Alawi, Ministro degli Esteri omanita, aveva preso posizione contro l’Unione. La proposta saudita di rafforzamento dei legami tra i Paesi del Golfo è stata, infatti, a lungo considerata esclusivamente tesa a marginalizzare l’influenza iraniana sulla sponda occidentale del Golfo Persico. In quest’ottica, la scelta dell’Oman di non aderire ha fatto si che alcuni analisti tratteggiassero l’atteggiamento del sultanato come un tentativo di porsi al di sopra delle parti, ostentando una totale neutralità: alcuni di essi, al tempo, parlavano in tal senso dell’Oman come la Svizzera del Golfo.

Ad oggi, però, la situazione sembra essere mutata. L’Oman ha preso le distanze dall’intervento militare in Yemen guidato dall’Arabia Saudita e, secondo alcuni rapporti, la dirigenza di stanza a Muscat si sarebbe parzialmente discostata dalla precedente politica diplomatica, prendendo parte attiva, anche se non ufficialmente, al fianco delle milizie Houthi. All’Oman viene, infatti, imputato un ruolo di tramite tra l’Iran e le milizie ribelli yemenite. La situazione è, però, delicata. La capacità di porsi come mediatore tra le diverse forze in campo nel panorama yemenita ha avuto un risvolto positivo per tutte le parti coinvolte ed una rottura con l’Oman inciderebbe necessariamente anche sui colloqui di pace yemeniti. A metà novembre, infatti, il Segretario di Stato americano John Kerry si è recato proprio in Oman per incontrare il Sultano Qaboos Bin Said per discutere della necessità di trovare una soluzione politica duratura per lo Yemen e per ringraziare la diplomazia omanita per la mediazione in campo yemenita che ha portato nelle scorse settimane al rilascio di cittadini americani detenuti in Yemen come Wallead Yusuf Pitts Luqman, trasportato a Muscat da ribelli Sanaa su un aereo militare dell’Oman il 7 novembre.

Da un lato, dunque, i legami tra Muscat e Teheran vengono considerati fondamentali per mantenere un fragile equilibrio nel contesto yemenita. Dall’altro, l’atteggiamento dell’Oman rende palese la debolezza intrinseca della politica dell’Arabia Saudita che, qualora non riuscisse a stringere a sé le forze del Golfo, si troverebbe privata del suo ruolo di leader regionale e ancor più isolata. La particolare dinamica d’area sembra, in questo senso, riflesso diretto delle linee di tendenza generali che vedono un rinnovato attivismo e riconoscimento del ruolo iraniano ed un progressivo arretramento delle forze saudite in tutti i contesti bellici della regione.

09/12/2015

Yemen - Verso i colloqui di pace, scortati dall'Oman

Colloqui di pace e un cessate il fuoco di sette giorni: si apre uno spiraglio nella mattanza yemenita, a nove mesi dall’inizio della guerra costata la vita ad almeno 6 mila persone. L’inviato Onu Ismail Ould Sheikh Ahmad ha confermato che le principali fazioni in conflitto hanno acconsentito a incontrarsi il prossimo 15 dicembre a Ginevra per negoziare un accordo che ponga fine alle ostilità.

Ci saranno i rappresentanti degli Houthi, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel gennaio scorso ha occupato la capitale Sanaa chiedendo una maggiore rappresentanza nelle istituzioni del paese; ci sarà anche una delegazione del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, spalleggiato dall’Arabia Saudita, che ha ripiegato a Riyadh e chiesto l’intervento armato di una coalizione anti-sciita; e saranno presenti anche gli uomini di Ali Abullah Saleh, l’ex presidente-padrone dello Yemen deposto nel 2011 che lotta accanto agli Houthi nella speranza di riconquistare il potere.

Ieri in serata è arrivata anche la conferma di un cessate il fuoco che inizierà il 15 dicembre e che durerà una settimana: proposta dall’inviato Onu e accettata da tutti e tre i contendenti, si attendeva solo l’adesione alla tregua della coalizione a guida saudita, che dal 26 marzo scorso bombarda incessantemente il paese nel tentativo di distruggere la guerriglia sciita. La mancata cessazione dei raid sauditi era stata la causa principale del fallimento dell’ultima tregua proposta dall’inviato Onu, lo scorso luglio, violazione dovuta, secondo Riyadh, al fatto che gli Houthi non avessero acconsentito a ritirarsi dai territori conquistati durante i mesi precedenti.

Fondamentale è stata la mediazione dell’Oman, secondo quanto rivelato dalla stampa araba, soprattutto nel dialogo con gli Houthi: nelle ultime settimane, infatti, Mascate avrebbe ospitato una doppia delegazione guidata dal portavoce del gruppo sciita Mohammed Abdul Salam e composta da ribelli houthi e da partigiani dell’ex presidente Saleh per intavolare le discussioni in vista di possibili colloqui di pace a Ginevra.

“L’Oman – ha detto l’analista politico Leon Goldsmith al quotidiano Times of Oman – è essenzialmente diventato indispensabile per gli altri stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo come “l’unico” canale reale per condurre negoziati: la domanda di rilascio dei prigionieri da parte del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi può essere inoltrata agli Houthi solo tramite canali omaniti; allo stesso modo le richieste Houthi per un’intesa su un compromesso politico a lungo termine possono essere negoziate dalla diplomazia dell’Oman”.

L’Oman è l’unico paese del Consiglio di Cooperazione del Golfo a non aver preso parte alla coalizione anti-Houthi (cui partecipano Bahrain, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Egitto, Marocco, Giordania, Pakistan e Sudan) costituitasi lo scorso marzo dopo un summit di emergenza dalla Lega Araba. Muscat ha preferito restare neutrale, dialogando con Riyadh ma soprattutto con Teheran, con lo scopo di mantenere i suoi rapporti diplomatici di vecchia data con quella che ora è la Repubblica islamica – unico caso tra gli stati del Golfo – in virtù della vicinanza geografica e della comunanza di interessi sia economici che politici. 

“L’attuale politica dell’Oman – ha spiegato Hassan Houchang Yari, professore Scienze Politiche Università di Sultan Qaboos al Times of Oman – è coerente con la sua diplomazia globale. I suoi partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo comprendono le ragioni di Muscat di non voler partecipare a questa campagna militare. Dopo tutto, l’intera spiegazione dietro l’intervento nello Yemen dei sauditi non è convincente”. Il Sultanato si è anche impegnato nella mediazione per la liberazione di alcuni ostaggi presi dagli Houthi, tra cui tre sauditi, e ha prestato soccorso più volte alla popolazione proprio quando Riyadh bloccava i porti yemeniti e impediva l’accesso degli aiuti umanitari.

Non si tratta però di una neutralità del tutto disinteressata: “Uno Yemen insicuro e distrutto – ha detto Yari – è in grado di produrre ondate di profughi diretti in Oman. Un tale scenario può alterare in modo significativo l’equilibrio demografico del paese e mettere un enorme stress sulle sue risorse”. Secondo il rapporto Onu sui Bisogni Umanitari per il 2016 diffuso in novembre, si stima che 14,4 milioni di persone in Yemen si trovano ad affrontare la crisi alimentare: 7,6 milioni di loro sono in grave situazione di crisi, mentre quasi 320 mila bambini sono “seriamente malnutriti”.

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12/12/2013

L'Oman dice «no». Schiaffo al dominio saudita nel Golfo

I petromonarchi del Golfo hanno fatto una timida apertura al nemico Iran e accolto con (apparente) "favore" l'accordo sul nucleare raggiunto da Tehran con le potenze del 5+1. Hanno attaccato il presidente Bashar Assad, accusandolo di «genocidio», e fatto appello alle «forze straniere» coinvolte nel conflitto - in riferimento alle milizie iraniane, irachene e libanesi che lottano a fianco di Damasco - perché lascino la Siria. E naturalmente hanno espresso pieno sostegno alla posizione presa dall'Arabia Saudita nei confronti dell'Onu, per aver rifiutato, a ottobre, il seggio al Consiglio di Sicurezza.

Eppure dal vertice a Kuwait city, che si è chiuso ieri, dei sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) - Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman - esce sconfitta proprio la monarchia saudita che dall'incontro si aspettava un consenso unanime alla sua linea di scontro a distanza con l'Iran e di polemica accesa con gli alleati americani, "colpevoli" di non aver attaccato militarmente (per il momento) la Siria e di aver sdoganato diplomaticamente l'Iran.

Certo il Ccg ha annunciato la creazione di un comando militare inter-forze congiunto, con sede proprio a Riyadh, per rispondere alle «sfide regionali e internazionali» e «rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza e militare». Tutti però sanno che questo comando unificato esisterà solo sulla carta. Più di tutto i monarchi Saud hanno dovuto digerire il secco "no" all'unificazione dei Paesi del Ccg alla quale lavorano da anni per imporre la loro linea di politica estera e petrolifera.

Il dominio saudita nel Golfo si è indebolito. A renderlo evidente era stato sabato scorso il rappresentante dell'Oman, il Paese più silenzioso del Ccg. Il ministro degli esteri del sultanato, Yusuf bin Alawi, ha annunciato che il suo paese rifiuta categoricamente l'idea di una unione dei Paesi arabi del Golfo. Uno schiaffo in faccia ai sauditi conseguenza, forse, della missione che il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif ha effettuato la scorsa settimana in quattro petromonarchie, lasciando fuori proprio l'Arabia saudita e il suo stato satellite, il Bahrain. Zarif ha rassicurato gli interlocutori arabi e, si dice, avrebbe fatto pressioni proprio sull'Oman, con il quale ha ottimi rapporti, per evitare che il Ccg di Kuwait city si chiudesse con un assalto frontale a Tehran.

L'Oman infatti non ha alcuna intenzione di rompere i buoni rapporti che mantiene da lungo tempo con Tehran. «Già nel 2011 Muscat aveva espresso la sua contrarietà all'unione politica degli Stati del Ccg ma questa volta il rifiuto giunge nel momento più delicato per Riyadh che già deve fare i conti con gli sviluppi del sistema di alleanze nella regione che la stanno indebolendo», spiega l'analista Madawi al Rasheed.

Per il quotidiano pan arabo al Quds al Arabi «Ciò che preoccupa Riyadh, impegnata nella sua grande battaglia con l'Iran, è che Tehran ha saputo scagliare colpi inaspettati, spogliando l'Arabia Saudita di un alleato dopo l'altro, dagli Stati Uniti al 'fratello' Oman».

E a rendere più amara la medicina destinata ai Saud, è giunta la notizia che i soldati americani rimarranno per altri dieci anni nella base di Al Udeid, nel rivale Qatar, grazie a un accordo di cooperazione militare firmato martedi' a Doha dal segretario per la Difesa degli Stati uniti, Chuck Hagel, e il ministro della Difesa del Qatar, Hamad bin Ali Al-Attiya.

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