Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2026
“Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation
Attraverso una nota diffusa dall’emittente di Stato Irib, i vertici militari iraniani hanno ricordato un dato di fatto acquisito ormai da chiunque ragioni con un po’ di onestà intellettuale: l’amministrazione Trump fa certe dichiarazioni per manipolare l’andamento delle quotazioni del petrolio e mascherare i limiti della propria operazione militare.
L’ammiraglio Bradley Cooper, comandante del Centcom, ha dichiarato che le forze armate americane hanno sminato con successo lo Stretto, ma oltre ai legittimi dubbi in merito, il nodo rimane il controllo effettivo del corridoio commerciale. Mohsen Rezaei, presidente del Consiglio iraniano per la sicurezza nazionale, ha confermato che Hormuz resta chiuso a tutte le navi che intendono transitare senza coordinamento con Teheran.
L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) ha segnalato una media di circa 29 navi commerciali al giorno in transito nell’ultima settimana, con un leggero incremento rispetto ai minimi toccati all’inizio del mese. Ma gli operatori energetici e i mercati finanziari restano in allerta.
Affinché si torni a parlare di stabilizzazione dello Stretto, Rezaei ha ribadito un elenco di condizioni per la sua riapertura, a partire dalla fine delle aggressioni regionali condotte da Israele, compresi il Libano, la Siria e anche Gaza. C’è poi l’attuazione degli impegni del Memorandum di Islamabad, con la revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche e lo sblocco delle risorse finanziarie.
L’obiettivo, infine, è la costruzione di un’architettura di sicurezza congiunta per l’Asia occidentale, che arriverebbe a tagliare fuori importanti influenze statunitensi. Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riportato di aver concordato con l’Oman la definizione di un corridoio di navigazione sicuro.
Non è l’unica iniziativa diplomatica che spinge verso la conferma della sconfitta strategica stelle-e-strisce, e del regime sionista. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in visita a Teheran per un vertice ad alto livello con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi.
L’obiettivo prioritario dell’emirato è favorire una rapida de-escalation, ristabilire canali di dialogo indiretto tra Washington e Teheran e sbloccare la navigazione commerciale attraverso Hormuz, soprattutto ora che i nuovi equilibri militari regionali dovuti alla “NATO islamica” e suoi associati hanno portato alla reazione ancora più sclerotica e guerrafondaia da parte di Tel Aviv.
Nel frattempo, sono stati rinviati i colloqui sul futuro dello Stretto promossi dalla Turchia e dalla Germania, che avrebbero dovuto tenersi domenica a Istanbul. All’incontro avrebbero dovuto partecipare i ministri degli Esteri di Germania, Turchia, Francia e Gran Bretagna, e nella capitale turca si sarebbero svolti incontri con i capi della diplomazia di Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto.
Se per i paesi della regione un tale incontro, anche se rimandato, conferma una crescita di influenza sugli affari locali, per le capitali europee il rinvio (a data da destinarsi) ribadisce l’assoluta marginalità negli affari internazionali. Si agitano per mostrarsi attori globali, ma ogni atto conferma come il Vecchio Continente sia fuori dai giochi, tolta la complicità strutturale per via delle basi statunitensi sui propri territori.
Fonte
11/08/2026
L’Iran ha cambiato la domanda. Washington non ha risposta
La prova immediata è nello Stretto di Hormuz. Iran e Oman stanno negoziando un accordo in base al quale Teheran potrebbe sovrintendere alle navi in entrata nel Golfo, mentre Mascate gestirebbe il traffico in uscita.
La proposta rimane ancora indefinita, ma rappresenta qualcosa di più grande di un semplice accordo marittimo: l’Iran sta tentando di spostare l’agenda diplomatica dalla ristretta questione della sua conformità nucleare verso l’architettura più ampia della sicurezza del Golfo.
Dalla fine della Guerra Fredda, la diplomazia statunitense in Medio Oriente è spesso partita da una conclusione: Washington definisce la crisi, identifica le parti accettabili e stabilisce i confini dell’accordo finale.
La negoziazione, quindi, è meno una discussione sull’ordine politico e più un processo attraverso il quale si chiede agli stati più deboli di accettarlo. Gli accordi prodotti sotto questo sistema non erano letteralmente documenti di resa.
Eppure, spesso portavano con sé la logica politica della resa: una parte manteneva il potere di decidere cosa costituisse conformità, mentre l’altra era tenuta a dimostrare la propria idoneità per ottenere sollievo economico, riconoscimento politico o un’autonomia limitata.
Iraq e Palestina
L’Iraq è stato l’esempio più lampante. Dopo la Guerra del Golfo del 1991, sanzioni estese devastarono una società già provata. Il programma “Oil-for-Food” delle Nazioni Unite, istituito con la Risoluzione 986 del Consiglio di Sicurezza nel 1995, consentiva all’Iraq di vendere quantità limitate di petrolio, mentre i proventi passavano attraverso un sistema di deposito controllato dall’ONU per pagare beni umanitari.
Fu presentato come un sollievo, ma il suo messaggio più profondo era inequivocabile: l’Iraq poteva accedere alla propria risorsa principale solo all’interno di una struttura progettata e supervisionata dall’esterno.
La sovranità era diventata condizionata e la punizione – inclusi i bombardamenti puntuali da parte degli Stati Uniti – divenne comune.
Il processo di Oslo operò diversamente, ma rifletteva uno squilibrio simile. La Dichiarazione di Principi del 1993 fu negoziata direttamente da israeliani e palestinesi attraverso un canale norvegese e firmata a Washington. Portò al riconoscimento reciproco e creò istituzioni palestinesi provvisorie, ma l’accordo rimandò le questioni decisive (statalità, confini, Gerusalemme, rifugiati e insediamenti) lasciando la potenza occupante a controllo del territorio e dei fatti sul terreno.
Washington sponsorizzò un “processo di pace” senza correggere l’asimmetria che rendeva una pace giusta così sfuggente. L’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e della Cisgiordania divenne strutturalmente permanente.
In entrambi i casi, gli Stati Uniti e le istituzioni che dominavano esercitarono un potente privilegio: determinavano la domanda a cui tutti gli altri erano tenuti a rispondere.
Iran
Con l’Iran, quella domanda è stata per più di due decenni il fascicolo sulle armi nucleari. La preoccupazione non iniziò nel 2005 (la cronologia dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica fa risalire l’impegno intensivo al 2002 e 2003), ma il confronto si inasprì dopo il 2005, quando l’Iran riprese l’attività di conversione dell’uranio per l’energia nucleare e la disputa si spostò verso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La leadership iraniana dichiarò di non essere interessata alle armi nucleari, ma fu ignorata. Da allora, quasi ogni discussione sull’Iran è stata organizzata attorno a livelli di arricchimento, centrifughe, ispezioni, tempo di “breakout” e alleggerimento delle sanzioni.
L’inquadramento del programma nucleare iraniano come questione di proliferazione nucleare fu politicamente conveniente per Washington. Ridusse un’ampia contesa sul programma di armi nucleari di Israele, le basi militari statunitensi, le sanzioni e il controllo marittimo a un test di conformità iraniana.
Gli Stati Uniti potevano mantenere un’enorme impronta militare in tutto il Golfo, presentando le capacità iraniane come l’unica fonte di instabilità.
L’Iran sta ora tentando di invertire questo dibattito. Attraverso la diplomazia che coinvolge Oman, Pakistan e altri stati regionali, la posizione di Teheran è che la questione nucleare non può essere separata dall’architettura della sicurezza regionale.
La domanda non è più semplicemente quali limiti l’Iran accetterà, ma anche quali limiti dovrebbero applicarsi alla presenza militare e al potere coercitivo degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Questo è il motivo per cui la questione delle basi statunitensi nel Golfo è importante. Per Washington, quelle installazioni sono infrastrutture che proteggono alleati, forniture energetiche e navigazione. Dal punto di vista di Teheran, sono le posizioni avanzate di una potenza capace di attaccare l’Iran rimanendo al riparo da ritorsioni sul proprio territorio.
L’argomento iraniano è che nessun accordo duraturo può esigere un contenimento permanente di Teheran, trattando nel contempo la postura militare degli Stati Uniti in Asia Occidentale come qualcosa di non negoziabile.
La discussione emergente sullo Stretto di Hormuz rende concreta questa inversione. Iran e Oman hanno riferito di progressi su un nuovo accordo per il traffico marittimo attraverso il corso d’acqua. Secondo resoconti della proposta, l’Iran sovrintenderebbe al traffico in entrata nel Golfo e l’Oman alla corsia in uscita, con una qualche forma di pagamento per servizi di sicurezza o ambientali ancora in discussione.
Il piano non è definitivo e Washington si oppone a qualsiasi accordo che comprometta il libero passaggio o dia a Teheran il controllo sulle proprie acque territoriali. Ciononostante, il significato politico di questo accordo in discussione è considerevole.
Per decenni, gli Stati Uniti si sono presentati come il garante ultimo della navigazione nel Golfo. I colloqui Iran-Oman suggeriscono un principio alternativo: gli stati che confinano con un corso d’acqua strategico possono costruire da soli il proprio ordine operativo.
Questa possibilità espone anche una contraddizione nella politica delle sanzioni. Se le navi commerciali devono entrare nel Golfo attraverso un corridoio amministrato dall’Iran, gli armatori, gli assicuratori e le banche dovranno sapere se i servizi iraniani richiesti, i sistemi dati o le tariffe attivano le restrizioni statunitensi.
Il semplice attraversamento delle acque territoriali iraniane non violerebbe automaticamente ogni sanzione statunitense. Il problema legale non nascerebbe solo dal transito, ma dai pagamenti a entità iraniane, dall’uso di fornitori di servizi sanzionati, dall’esposizione assicurativa e dall’elaborazione dei dati delle navi attraverso un meccanismo amministrato dall’Iran.
Ma un sistema funzionante amministrato dall’Iran potrebbe costringere Washington a concedere licenze, tollerare transazioni strettamente definite o rischiare di ostacolare il commercio che dice di proteggere. Le sanzioni non sarebbero più uno strumento applicato in un vuoto politico; si scontrerebbero con i requisiti pratici del passaggio marittimo.
Cosa significhi questo per la più ampia politica delle sanzioni statunitensi diventerà più chiaro solo in seguito per assicuratori e compagnie di navigazione.
Il quadro regionale più ampio rafforza l’argomentazione iraniana. La riconciliazione del 2023 tra Iran e Arabia Saudita, mediata dalla Cina dopo colloqui preliminari ospitati da Iraq e Oman, ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra i due principali rivali del Golfo.
Non ha risolto la loro competizione né cancellato i loro conflitti. Ma ha dimostrato che la de-escalation poteva essere prodotta da trattative regionali e mediazione non occidentale (in questo caso, in modo sostanziale, dalla Cina) piuttosto che da una campagna di bombardamenti statunitensi.
La mediazione del Pakistan e il crescente dialogo sulla sicurezza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan puntano nella stessa direzione, anche se non devono essere scambiati per un blocco guidato dall’Iran. Questi stati hanno i loro interessi e, a volte, profondi sospetti nei confronti di Teheran.
Il loro significato sta altrove: i governi regionali stanno sperimentando accordi sovrapposti in cui Washington non è più l’unico convocatore, garante o autore. L’azione militare statunitense ha ripetutamente promesso deterrenza, producendo invece escalation, spostamenti di popolazione e nuovi risentimenti.
I bombardamenti possono distruggere impianti e uccidere comandanti, ma non possono creare un ordine regionale legittimo. Né un sistema può essere stabile quando uno stato (Israele) possiede armi nucleari non dichiarate, continua a occupare la terra di un popolo e a condurre un genocidio contro di esso (i palestinesi), e si sente incoraggiato ad attaccare i suoi vicini (Libano, Iran, Siria) quando vuole.
Le vere domande
La vera sfida che l’Iran ha posto a Washington è quindi concettuale. Chi definisce l’agenda? Chi decide quali armi, basi e alleanze sono destabilizzanti? Chi controlla le vie d’acqua attraverso cui passa la ricchezza della regione? E ogni accordo deve essere garantito dall’esterno, oppure le potenze regionali (con tutte le loro rivalità) possono costruire accordi applicabili tra di loro?
Il prossimo accordo mediorientale non sarà duraturo se assomiglierà a un documento di resa. Dovrà affrontare il contenimento nucleare, gli schieramenti militari stranieri, l’accesso marittimo, le sanzioni, i missili e la non aggressione reciproca come parti di un unico problema di sicurezza.
Il risultato dell’Iran non è quello di aver risolto il problema. È che, dopo decenni in cui è stato costretto a rispondere alla domanda di Washington, ha costretto la regione a considerare una domanda diversa.
La questione non è più solo ciò che l’Iran deve cedere. È ciò che ogni potenza (inclusi gli Stati Uniti) deve essere pronta a negoziare.
Fonte
07/08/2026
Ballo a due su Hormuz, quasi senza gli Usa
“E il modo ancor m’offende...”
Iran e Oman hanno raggiunto, sembra, lo sperato accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz che dovrebbe portare alla riapertura della via d’acqua al momento più importante al mondo.
I dettagli sono per il momento ancora vaghi, ma ricalcano quanto già indicato nei giorni scorsi: a Teheran la competenza (e gli introiti futuri) sul canale di ingresso e a Muscat quella sul canale di uscita (con le informazioni condivise con l’Iran). Nessun “diritto di passaggio” da esigere per i prossimi 60 giorni, necessari a “svuotare” l'accumulo di navi bloccate nel Golfo, e poi si vedrà il come, il quanto e con quale giustificazione.
La notizia chiave è però l’esclusione degli Stati Uniti da questa trattativa, che sarebbe stata perciò limitata ai due Stati che fisicamente “contengono” lo Stretto, come sarebbe peraltro logico e coerente con il diritto internazionale (la vittima principale delle guerre recenti).
Naturalmente non è del tutto vero, anche se da Teheran si batte molto su questo tasto, dato che proprio l’Iran aveva lamentato nei giorni scorsi “rallentamenti e complicazioni” nella discussione con i dirimpettai a causa delle ingerenze statunitensi. Ma lo spostamento del baricentro – dalla volontà statunitense agli interessi dei paesi rivieraschi – resta evidente.
Le dichiarazioni pubbliche del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi sono esplicite: “L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa. Non ci sono stati negoziati”.
I canali di comunicazione con Washington non sono stati però mai chiusi del tutto, visto che l’Iran – secondo il vice di Araghci – ha ricevuto messaggi dagli Usa sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti.
Lo stesso Donald Trump ha parlato più volte nelle ultime ore di “ottimi colloqui” in corso con Teheran, anche se sembra più una vanteria a beneficio di telecamera per rivendicare un ruolo di primo piano, almeno sui media.
La situazione resta infatti complicata soprattutto dal lato Usa, visto che il Washington Post (un quotidiano storicamente “dem” riallineato però sul fronte trumpiano dopo l’acquisto da parte di Jeff Bezos, patron di Amazon) ha riferito di una sfuriata del tycoon in quel di Camp David contro il somaro da lui stesso messo a guidare il “ministero della guerra”, quel Pete Hegseth ora individuato come responsabile della carenza di missili – sia d’attacco che intercettori, come i Patriot – che ha costretto l’America a rinunciare a nuove offensive contro Teheran.
La CNN, da parte sua, ha dettagliato meglio questa carenza quantificando che le riserve di missili sarebbero scese dell’80%, il che lascia scoperti gli stessi Stati Uniti e quindi li costringe a non rifornire più gli alleati principali (Ucraina, Israele, stati arabi del Golfo).
Lo stile di lavoro dei funzionari a Washington, con l’avvento di Trump, sembra completamente degenerato nell’italianissimo scaricabarile. Hegseth si sarebbe infatti difeso attribuendone la responsabilità al suo vice, Stephen Feinberg.
Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, è stata a quel punto interpellata da diversi media e costretta a definire la storia una “fake news al 100%. Il presidente Trump ha la massima fiducia nel segretario Hegseth”.
Il licenziamento del buzzurro diventa perciò una ipotesi da non scartare...
Sta di fatto, comunque, che le opzioni a disposizione della Casa Bianca si sono ridotte drasticamente. O avalla l’accordo Iran/Oman facendolo proprio con le consuete operazioni di “abbellimento propagandistico”, oppure lo ostacola mantenendo il blocco dello Stretto dall’unica parte che controlla a distanza.
Ma senza più la possibilità di minacciare “attacchi davvero distruttivi” la pressione possibile cala quasi a zero. A meno di non prendere in considerazione l’uso dell’atomica (con tutte le conseguenze inimmaginabili sul piano globale).
Se le prossime settimane confermeranno questa “impressione”, la fine della guerra con l’Iran segnerebbe una sconfitta strategica ben più seria della disordinata fuga dall’Afghanistan il 15 agosto 2021.
Fonte
05/08/2026
In attesa del miracolo di Hormuz
In teoria oggi potrebbe arrivare l’annuncio di un accordo per la gestione, e dunque la riapertura, dello Stretto di Hormuz.
Il problema è: un accordo tra chi?
Le fonti Usa, come sempre, danno per scontato che sarebbe stata accettata l’imposizione statunitense. Tutte quelle mediorientali, sia iraniane che arabe, raccontano una storia diversa. E questo naturalmente rende meno certa una soluzione positiva.
Al momento la situazione sarebbe la seguente, in base agli accordi tra Iran e Oman, con la mediazione di Pakistan e Qatar, l’Iran controllerebbe il canale di ingresso nel Golfo Persico, che passa tra le isole di Larak e Qeshm, mentre l’Oman quello di uscita, più vicina alle proprie coste. L’Iran manterrebbe in questo caso il diritto ad essere informato circa i movimenti su questo canale.
Per i 60 giorni necessari a formalizzare l’accordo, e soprattutto a smaltire il traffico bloccato da cinque mesi, non sarebbe richiesto il pagamento di diritti di passaggio, che entrerebbero in vigore solo in seguito sotto la dizione “per la sicurezza e la protezione dell’ambiente”.
Alcune fonti vicine al negoziato hanno riferito a Reuters che l'Iran “è improbabile che cambi la sua posizione attuale” poiché ha già abbandonato la sua richiesta iniziale di pieno controllo sul traffico in entrambe le direzioni.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha confermato che i colloqui sono “concentrati sulla creazione di rotte di navigazione sicure, salvaguardando gli interessi sovrani in materia di diritti e sicurezza dell’Iran e dell’Oman”. Ma ha anche spiegato che tutto sarebbe andato più velocemente se gli americani non fossero più volte intervenuti per condizionare la parte omanita.
Ogni esternazione di Trump rischia però di far saltare tutto, perché la delegazione iraniana ricorda spesso che non accetterà mai “pressioni e minacce” per arrivare ad un accordo non condiviso.
Ma non per questo il tycoon rinuncia a una “comunicazione” tutta orientata a far credere – ai soli cittadini statunitensi – che finalmente sta ottenendo una qualche “vittoria”. Ieri, per esempio, ha pubblicato il miliardesimo tweet in cui dichiarava che che Washington sta avendo “ottime discussioni” con l’Iran, che stanno “andando molto bene”, ma avverte che Teheran sarà colpita “molto duramente” se i colloqui falliscono.
I media statunitensi, nelle stesse ore, pubblicavano inchieste da cui risulta che l’esercito americano ha utilizzato quasi tutte le sue scorte globali di missili di precisione a lungo raggio e quasi l’80% degli intercettori THAAD.
Dunque un eventuale nuova ondata di attacchi dovrebbe come minimo avvenire dopo la definizione di nuove strategie. Ma non sembra ci siano molte idee in proposito, ed ha fatto ridere il mondo la notizia per cui il Pentagono avrebbe lanciato una sorta di “concorso” per avere suggerimenti in proposito.
Nel frattempo, però, “i mercati” stanno scommettendo sul fatto che un qualche sblocco dello Stretto sia alle porte, tanto che il prezzo del petrolio è sceso sotto gli 80$ al barile, mentre a Wall Street sia il Dow Jones che l’S&P 500 hanno raggiunto livelli record, mentre il Nasdaq è salito del 2,6%.
Sta di fatto, comunque, che i “percorsi negoziali” sono almeno due. Uno riguardante Hormuz, animato dai diretti interessati (con interferenze Usa, come detto), a ribadire che la gestione non dipende da “potenze che stanno a migliaia di km di distanza”.
L’altro, direttamente tra Iran e Stati Uniti, che soffre però di una diffidenza cresciuta esponenzialmente per colpa dei continui ripensamenti di Washington. Ma è anche l’unico che può metter fine, oppure no, alla guerra.
Il problema ulteriore è che questa trattativa riguarda tutto lo scenario mediorientale, Libano compreso, dove invece Israele prosegue nell’opera di demolizione di tutte le case nel Sud del paese, in modo da impedire il ritorno degli sfollati e trasformare un’occupazione illegale in “territorio israeliano”.
Una tattica che va avanti da 80 anni ed è alla radice di tutte le guerre che ci sono state e purtroppo ci saranno nella regione.
Fonte
30/07/2026
Traffico a Washington, vista su Hormuz
Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.
Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.
Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.
Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).
Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.
L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.
In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.
Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.
Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.
Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.
Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.
Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.
Fonte
08/02/2026
Primo round di dialogo tra USA e Iran, ma Washington prepara la guerra
Dialoghi, dunque, resi ancora più complessi da questo meccanismo, con delegazioni che vedono una presenza “strana” per il quadro di scambi diplomatici di questo tipo. Nella delegazione statunitense, infatti, c’è Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ma anche il generale Brad Cooper, comandante delle forze USA in Medio Oriente.
È un messaggio molto chiaro: una nuova iniziativa militare è sul tavolo come strumento di “risoluzione” dei punti di frizione. Anche se non bisogna dimenticare che la guerra dei 12 giorni ha fatto impiegare una gran quantità di materiale bellico che richiede tempo per essere sostituito, e gli alleati regionali statunitensi sopporterebbero male un’escalation, promessa dai vertici di Teheran nel caso di attacco.
Ma l’opzione rimane, anche se il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’incontro “un buon inizio” per cercare una qualche intesa, non sappiamo bene su quali nodi. Tutto ciò che si sa è che dalle trattative sarebbero stati esclusi sia il programma missilistico iraniano sia la questione dei legami tra Teheran e altri attori regionali, quali Hezbollah, Houthi, e così via.
Rimane, ovviamente, la questione centrale del nucleare, su cui l’Iran si era già detto disponibile a trattare prima di essere colpito dal duo Israele-USA la scorsa estate. Ma senza rinunciare al diritto di sviluppare il proprio nucleare civile, e dunque di avere uranio arricchito. Il come rimane in discussione, ma è difficile pensare che Teheran rinunci a una certa autonomia di approvvigionamento su questo lato.
Araghchi ha affermato ad Al Jazeera: “il livello di arricchimento dell’uranio dipende dalle nostre esigenze. L’uranio arricchito non lascerà il territorio iraniano”. Stando a quel che riporta il New York Times, sul tavolo delle trattative sarebbe stato consigliato da paesi vicini all’Iran di portare un limite del 3%.
Secondo la CNN, la delegazione iraniana avrebbe presentato una proposta a quella statunitense. Il fatto che i delegati siano tornati ciascuno nel proprio paese significa che c’è qualcosa da riferire, e ricevere un nuovo mandato prima di continuare le trattative. Ma andare oltre questa consapevolezza significherebbe speculare sul nulla.
Trump, ad ogni modo, non rinuncia alla propria strategia di “massima pressione” sull’Iran: in pratica in concomitanza con i colloqui in Oman, il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che permette di imporre dazi fino al 25% del valore delle merci importate da paesi che commerciano con la Repubblica Islamica, e in particolare acquistano il suo petrolio. Poco dopo, Washington ha inoltre varato sanzioni contro 15 entità collegate alla cosiddetta “flotta ombra” iraniana.
Non a caso, Araghchi ha detto che sono “pronti a ogni scenario”. Se fosse quello bellico, bisogna aspettarsi una nuova conflagrazione del Vicino Oriente per le mire imperialistiche statunitensi, che si appoggiano sull’espansionismo israeliano.
Fonte
24/05/2025
Il dialogo sul nucleare iraniano continuerà, ma rimane in bilico
Il repentino cambio di rotta dell’amministrazione Trump, che si era si rimangiata la disponibilità ad accettare l’arricchimento di uranio per scopi civili da parte di Teheran, aveva spinto le autorità della Repubblica islamica a ricordare come quella fosse l’unica linea rossa imprescindibile, con un nucleare civile sviluppato secondo i trattati internazionali in merito.
Il convitato di pietra sionista sui colloqui si era già palesato nelle dichiarazioni dell’intelligence statunitense, raccolte e diffuse dalla CNN. Ieri si è presentato direttamente a Roma, con il direttore del Mossad, David Barnea, e il ministro degli Affari strategici di Tel Aviv, Ron Dermer, che hanno incontrato Steve Witkoff, inviato speciale Usa per il Medio Oriente, prima delle trattative con l’Iran.
Negli scorsi giorni, Teheran aveva reso nota la volontà di concedere ulteriori ispezioni internazionali negli impianti nucleari del paese, nel tentativo di mostrare la propria disponibilità a trovare un punto di incontro. Allo stesso tempo, però, aveva messo in chiaro che qualsiasi minaccia israeliana agli interessi iraniani avrebbe avuto ripercussioni anche sui colloqui con Washington.
Il ministro degli Esteri Araghchi aveva infatti inviato una preoccupata, ma netta lettera alle Nazioni Unite, in cui sottolineava come, nel caso di un attacco ai siti nucleari della Repubblica islamica da parte del regime sionista, Teheran avrebbe ritenuto responsabile anche il governo degli Stati Uniti, che vogliono limitare – solo per difficoltà di gestione – il caos che Tel Aviv sta creando in tutto il Medio Oriente.
A quanto pare, la mediazione dell’Oman è riuscita ancora una volta a sbloccare la situazione. Stando alle informazioni diffuse, una proposta omanita, di cui però non sono stati offerti dettagli, sarebbe stato il terreno su cui il dialogo tra Iran e Stati Uniti è rimasto vivo. E nonostante Witkoff abbia dovuto lasciare i colloqui in anticipo per altri impegni, il confronto è continuato con serietà.
Ad ogni modo, più di un analista ha sottolineato come anche le parole di Trump, che ha minacciato attacchi se non verrà raggiunto un accordo, abbiano irrigidito la situazione. Sembra inoltre che la Casa Bianca abbia tentato di tagliar fuori dalle trattative anche i paesi europei, di cui inizialmente era prevista la partecipazione: secondo Abolfazl Zohrehvand, membro della Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Washington avrebbe posto il veto.
Da Teheran, la ricercatrice in relazioni internazionali Fatemeh Sayahi ha dichiarato a Shafaq News che il nucleare è diventata una questione di difesa di “sovranità e identità politica dell’Iran”. La studiosa ha aggiunto: “l’Iran ritiene che ricostruire le infrastrutture sia più facile che perdere la capacità stessa. Conoscenze e competenze non possono essere bombardate. Preservare la capacità tecnica è l’ultima linea di deterrenza strategica”.
Non si è ancora giunti a nessuna conclusione definitiva e un accordo rimane dunque fortemente in bilico. Ricordiamo inoltre come elemento fondamentale per la riuscita di questi colloqui sia la cancellazione di alcune sanzioni statunitensi all’Iran. Il fallimento dei colloqui potrebbe avvenire gradualmente, così come graduale potrebbe essere un’escalation con Teheran.
Va tuttavia sottolineato che Araghchi ha enfatizzato il fatto che ora gli States hanno dato prova di comprendere meglio le posizioni della Repubblica islamica, ma ha anche detto che la faccenda rimane troppo intricata perché venga risolta in pochi round diplomatici. E siamo già ben oltre i tempi che Trump aveva indicato per raggiungere un’intesa.
Per ora il dialogo tra Iran e Stati Uniti è salvo, ma è evidente che o raggiunge una base condivisa in breve tempo, da cui poi magari proseguire su aspetti più tecnici (già comunque trattati negli scorsi incontri), oppure sarà stato uno sforzo a vuoto.
Fonte
13/04/2025
Al via in Oman i negoziati sul nucleare iraniano
A Teheran sono molto cauti. Temono che le trattative siano un modo per gli Usa per andare alla guerra e non alla pace. Trump infatti ha minacciato un’azione militare in caso di mancato accordo.
“Siamo determinati a utilizzare tutte le nostre risorse per salvaguardare il potere e gli interessi nazionali dell’Iran”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.
Questa mattina il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha consegnato al suo omologo dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, il testo con la posizione di Teheran da inoltrare alla delegazione statunitense e, secondo i media locali, contiene anche i principali argomenti di preoccupazione di Teheran.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian afferma che il suo Paese non sta cercando la guerra né una bomba nucleare.
Sullo sfondo c’è il governo israeliano di Benyamin Netanyahu. Tel Aviv ha accettato la via diplomatica proposta dagli americani per risolvere la controversia sul programma atomico iraniano. Allo stesso tempo, durante l’incontro avuto qualche giorno fa a Washington con Trump, Netanyahu avrebbe, secondo indiscrezioni giornalistiche, strappato a Trump la promessa che se Teheran non accetterà le condizioni poste da Usa e Israele, la parola passerà alle armi. Il tycoon ha dichiarato che in caso di attacco, Tel Aviv avrà un ruolo di primo piano: “Israele sarà ovviamente molto coinvolto – ne sarà il leader”.
La stampa israeliana ha riferito nelle ultime settimane di preparativi in corso per un massiccio raid aereo contro gli impianti nucleari iraniani.
Fonte
10/04/2025
Iran, da sabato si tratta in Oman sul nucleare
Trump-Netanyahu
Secondo quanto si è appreso, ai colloqui, annunciati dallo stesso Presidente americano dopo il suo incontro con il premier israeliano Netanyahu, dovrebbero partecipare l’inviato speciale Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Il Financial Times riporta testualmente le dichiarazioni di Trump, a metà tra speranza e aperta minaccia: «Tutti concordano che fare un accordo con l’Iran sarebbe preferibile a fare l’ovvio» ha detto il Presidente Usa. E il giornale britannico aggiunge che si tratta di un apparente riferimento alla distruzione della capacità nucleare dell’Iran, con mezzi militari. «E ciò che chiamo "ovvio" non è qualcosa in cui voglio essere coinvolto o, francamente, in cui Israele vuole essere coinvolto, se può evitarlo» ha poi chiarito Trump.
La conferma dall’Iran
Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato la notizia dell’incontro in Oman, definendo i colloqui, allo stesso tempo «tanto un’opportunità quanto un test». Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, Araghchi ha sostenuto che «la palla adesso è nel campo dell’America. L’unica discordanza (non solo formale) in questa fase, appare quella legata ai ‘risvolti tecnici’ dei colloqui. Sono da considerare ‘diretti’? Perché, così avrebbero ben altro peso e significato dal punto di vista politico. Per gli iraniani ‘no’, e per gli americani ‘si’. Un atteggiamento che forse riflette le diverse situazioni di equilibrio dei poteri, all’interno dei due Paesi. Insomma, per farla breve, non deve essere facile, per i moderati e i riformisti di Teheran, portare avanti una strategia di dialogo internazionale pressati come sono dall’ala intransigente della teocrazia.
New York Times – Haaretz
Lo ha spiegato bene il New York Times in un articolo, di cui Haaretz dà un’ulteriore chiave di lettura: «Secondo il New York Times – scrive il giornale di Tel Aviv – la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, si era finora rifiutata di autorizzare colloqui diretti con funzionari statunitensi, citando il ritiro di Trump dall’accordo nucleare. Tuttavia, dopo l’incontro di lunedì tra Trump e Netanyahu, tre funzionari iraniani hanno detto al Times che Khamenei aveva cambiato posizione, in un modo che potrebbe consentire un impegno diretto. Secondo loro, se l’incontro di sabato sarà rispettoso e produttivo, potrebbe aprire la strada a negoziati diretti». Pare di capire che, in questo giro di valzer del potere sciita persiano, sia chiara la minaccia rappresentata dalle pressioni che il premier israeliano sta esercitando sulla Casa Bianca. Pressioni che puntano a indurla ad accettare un bombardamento da Armageddon contro i siti nucleari di Teheran».
La minaccia dei B-2
Un’azione mirata, micidiale e iper-specialistica, da condurre con strumenti eccezionali, come sono appunto gli aerei invisibili B-2 (quelli che costano quanto l’oro). E gli ayatollah sanno che il Pentagono quei bombardieri li ha già messi ad aspettare, con i motori accesi, nelle vicinanze del Golfo Persico. La seconda cosa è che Netanyahu, pur di ottenere la vittoria totale della sua strategia, cioè quella di costruire il Grande Israele mascherandolo dietro il paravento dell’autodifesa, non si fermerà davanti a niente. Meno che mai davanti a un Iran che rischia di diventare potenza nucleare, da un mese all’altro. Questo non solo il Likud, ma nessun altro governo dello Stato ebraico lo permetterà mai. La terza considerazione che dev’essere fatta per spiegare, eventualmente, l’ammorbidimento della Guida suprema iraniana è la caotica situazione interna. La lotta per la successione di Khamenei si è già aperta da un pezzo, e la barcollante economia del Paese non si può permettere lotte intestine che trascurino i bisogni della società civile.
La crisi economica
Soprattutto, in una fase storica in cui la globalizzazione economica è messa all’angolo e all’orizzonte si prospetta una recessione di dimensioni epocali, una realtà già «sanzionata» come l’Iran deve ritrovare la strada giusta per ricollegarsi alla comunità internazionale. L’alternativa è quella di tirare troppo la corda, fino a spezzarla. Per questo, alle ultime elezioni presidenziali, Khamenei si è accontentato di Pezeshkian. È stato il giusto mezzo per far finta di cambiare, perché tutto continuasse come prima. Ma ora l’affaire del nucleare ha fatto venire tutti i nodi al pettine. E quelli che ancora mancano, ce li ricorda il think tank Al Monitor: «I prossimi negoziati in Oman – sostengono gli specialisti di Medio Oriente – coincidono con le consultazioni tra Iran, Russia e Cina sulla questione nucleare a Mosca. Le consultazioni a livello di esperti sono iniziate martedì, dopo un ciclo di colloqui simile che ha coinvolto i vice Ministri degli Esteri dei tre Paesi, svoltosi a Pechino il 14 marzo. Dopo il meeting di Pechino, i tre Paesi hanno concordato di porre fine alle sanzioni e hanno espresso il loro sostegno al diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare.
Iran, Russia, Cina
Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese – conclude Al Monitor – "i tre Paesi hanno inoltre ribadito che l’impegno politico e diplomatico e il dialogo basati sul principio del rispetto reciproco restano l’unica opzione praticabile e praticabile in questo senso". Insomma, prima di bombardare Teheran bisognerà vedersela pure con Mosca e con Pechino. Trump e Netanyahu sono avvisati.
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19/10/2024
“Piano Muscat” Usa-Iran, la differenza tra nucleare e atomica
La caduta del “Piano Muscat”
Questo succedeva fino a un anno fa. C’era la volontà reciproca di trovare un aggiustamento sulla brutta storia del trattato nucleare, prima firmato da tutti e poi rinnegato da Trump. Quale lobby aveva esercitato pressioni, sull’ex Presidente repubblicano, per indurlo a rimangiarsi quanto era stato firmato da Obama? Forse un giorno lo sapremo. Ma intanto, a Vienna, la ripresa dei negoziati, non dava i frutti sperati. In fondo, stracciare il patto era stato un gran favore fatto all’Iran, che ne stava approfittando, accelerando con l’arricchimento dell’uranio. D’altro canto, però, le sanzioni economiche applicate al Paese, lo stavano mettendo in ginocchio e bisognava scendere a patti.
Reciproca ‘cointeressenza’
Così, vista la reciproca ‘cointeressenza’, nonostante la faccia truce, Biden aveva cercato, dietro le quinte, di ritrovare un minimo accordo. Ma le circostanze erano cambiate e, soprattutto, gli israeliani non si fidavano più “di carte scritte”. E poi è arrivato il 7 ottobre, con tutto il resto. In tal modo, l’approccio diplomatico sotterraneo dell’Iran, con gli americani, è stato molto ridimensionato. Ci si è decisi di rivolgersi alla mediazione omanita, solo per evitare “miscalculations”, errori che portassero a una guerra aperta non voluta.
Il ministro iraniano in Oman ad avvertire
Ed è quello che ha appena finito di fare il Ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, che si è recato in Oman per dare però un annuncio non proprio conciliante: l’Iran, in questo momento, riconosce che non ci sono le condizioni per continuare un dialogo, sia pure “mediato”, con gli Stati Uniti. Il “Piano Muscat” deve quindi essere considerato “congelato”, se non proprio morto e sepolto. Attenzione: dato che il round di colloqui era nato, principalmente, per arrivare a un accordo sul nucleare, quella di Araghchi può essere una cattiva notizia trasversale per Biden. E cioè, se il Piano Muscat è annullato, l’Iran potrebbe aver deciso di andare avanti con il suo programma di arricchimento dell’uranio.
Se il nucleare iraniano diventa atomico
In parole povere e vista la tragica situazione geopolitica creatasi nel Golfo Persico, quella di costruirsi la “bomba” oggi sembra un’opzione realistica. La presa di posizione del ministro iraniano è arrivata, con tutti i crismi dell’ufficialità, durante la conferenza stampa congiunta col collega omanita Badr bin Hamad al-Busaidi. La rottura delle relazioni, sia pure condotte ‘di sponda’, degli ayatollah con la Casa Bianca è un pessimo segnale. Potrebbe voler dire che la fazione degli “intransigenti” del regime si accinge a giocare duro. Se è il caso, sfruttando il prevedibile risentimento popolare per un attacco israeliano, si potrebbe arrivare persino a una guerra generalizzata.
Biden con troppo Netanyahu
Inutile dire che la telefonata di 30 minuti tra Biden e Netanyahu, nel corso della quale si è discusso delle modalità del prossimo bombardamento dell’Iran, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli Stati Uniti vengono percepiti da Teheran come parte in causa. Sono ritenuti eventualmente “complici” dell’aviazione di Netanyahu. Già solo il fatto di accordarsi sugli obiettivi, fa vedere Biden nel ruolo di un suggeritore interessato, per motivi principalmente elettorali. Deve evitare che vengano colpite installazioni petrolifere (o siti nucleari), azioni che potrebbero scatenare i pasdaran, inducendoli a bloccare lo Stretto di Hormuz. O, addirittura, capaci di ostacolare la navigazione nel Mar Rosso verso il Canale di Suez, grazie alle incursioni degli Houthi.
L’Iran rispetto ai problemi americani
Biden è costantemente pressato dai regimi sunniti moderati della regione. Tutti temono che una reazione israeliana spropositata, possa scatenare una rappresaglia diffusa degli iraniani contro le “facilities” energetiche della Penisola arabica e del Golfo Persico. Mancano, in ogni caso, informazioni affidabili sull’esistenza di una precisa agenda strategica da parte della teocrazia persiana.
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13/06/2019
Golgo Persico - Esplosioni su due petroliere
Tensione altissima nel Golfo dell’Oman dove la petroliera Altair, battente bandiera delle isole Marshall, è in fiamme e alla deriva perché sarebbe stata colpita da un “siluro” nelle acque tra gli Emirati e l’Iran. La compagnia armatrice norvegese ha comunicato che sulla nave – che trasporta 75.000 tonnellate di nafta – si sono verificate tre esplosioni, non ci sono feriti tra i 23 membri dell’equipaggio composto in gran parte da persone provenienti da Russia, Georgia e Filippine. La Altair è assistita da unità navali della V Flotta Usa che ha la sua base nel Bahrain.
La Guardia costiera dell’Oman, attraverso un suo portavoce, parla apertamente di un “attacco” che ha causato una o più esplosioni a bordo. Anche la compagnia energetica taiwanese CPC, che aveva commissionato il trasporto della nafta a bordo della nave, sostiene che potrebbe essere stata colpita da un siluro. Altre esplosioni hanno coinvolto una seconda nave, la Kokuka Courageous, battente bandiera panamense, il cui equipaggio è stato evacuato e portato al sicuro.
L’accaduto non è ancora chiaro. L’area interessata è nei pressi dello Stretto di Hormuz, importante via d’accesso ai terminal petroliferi nel Golfo dei paesi arabi e dell’Iran. La Marina americana dice di aver ricevuto due chiamate di soccorso, la prima alle 6:12 e una seconda alle 7:00. Quindi si sono diffuse voci di un attacco con siluri. Al momento non si hanno informazioni più precise.
L’incidente giunge a un mese dal sabotaggio di quattro petroliere avvenuto al largo della costa di Fujairah, negli Emirati. L’ambasciatore di Abu Dhabi all’Onu, una settimana fa, ha riferito ai membri del Consiglio di sicurezza che gli attacchi alle quattro navi sono stati frutto di una “operazione sofisticata” coordinata molto probabilmente da un “attore statale” poiché hanno richiesto l’impiego imbarcazioni veloci e di sub esperti per sistemare le mine sotto la linea di galleggiamento delle petroliere. Un riferimento, senza nominarlo, all’Iran che invece gli Stati Uniti hanno direttamente accusato di essere responsabile. Tehran da parte sua ha negato qualsiasi coinvolgimento. Il “falco” anti-iraniano e consigliere per la sicurezza nazionale Usa, John Bolton, aveva detto che mine iraniane erano state probabilmente usate nel sabotaggio senza però fornire alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni.
L’accaduto di questa mattina ha immediatamente fatto salire il prezzo del greggio sul mercato internazionale.
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10/04/2018
Yemen - Nuova strage saudita mentre l'Onu guarda all'Oman
Secondo le stesse fonti, alcuni soldati sauditi sarebbero morti ma non ci sono conferme da parte di Riyadh. Una situazione che si ripete sempre più spesso: il mese scorso missili balistici lanciati dallo Yemen hanno preso di mira Riyadh, uccidendo un lavoratore migrante e ferendone altri due. E sollevando le proteste della comunità internazionale che ha accusato l’Iran di rifornire di armi i ribelli Houthi.
A quattro anni dall’inizio dell’operazione saudita “Tempesta decisiva”, non c’è pace all’orizzonte. Riyadh, nonostante l’incapacità di vincere la guerra e nonostante l’enorme peso per le casse dello Stato, non intende fare marcia indietro dal solo teatro di conflitto in cui è ancora effettivamente presente. Da parte loro le forze Houthi, pur perdendo piccole porzioni di territorio, non cedono e riescono a resistere e a mantenere il controllo di buona parte dello Yemen del centro e del nord.
In tale contesto le Nazioni Unite tentano un’impossibile mediazione. Il nuovo inviato dell’Onu per lo Yemen, Martin Griffith, ha parlato ieri degli ultimi sforzi diplomatici messi in campo, dicendosi fiducioso di una soluzione: in corso ci sono una serie di incontri con gli attori del conflitto, i cui risultati saranno presentati al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
“Nel corso del primo giro di colloqui ho avvertito una vera voglia di pace, di avviare trattative per porre fine alla guerra e di aiutare il popolo yemenita”, ha detto ieri dall’Oman dove si trova per incontrare i vertici del paese prima di volare negli Emirati Arabi.
E proprio l’Oman è al centro dell’attenzione dell’Onu, a fronte di altri attori meno desiderosi di pace. Con gli Emirati in rotta con l’attuale presidente yemenita – riconosciuto dalla comunità internazionale – Hadi e l’Arabia Saudita poco incline al dialogo, Griffith ha individuato in Muscat una possibile sponda. Domenica l’inviato Onu ha incontrato Yousuf bin Alawi bin Abdullah, ministro degli Affari esteri, con il quale ha discusso del paese vicino.
Ma una soluzione non sembra così vicina, mentre lo Yemen continua a essere devastato da un conflitto brutale e dimenticato. Colera, febbre dengue, malnutrizione, bombe, sfollamento sono la realtà per milioni di yemeniti, intrappolati nelle proprie case senza cibo e acqua potabile.
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29/11/2016
Oman: la variabile indipendente del Golfo
09/12/2015
Yemen - Verso i colloqui di pace, scortati dall'Oman
Ci saranno i rappresentanti degli Houthi, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel gennaio scorso ha occupato la capitale Sanaa chiedendo una maggiore rappresentanza nelle istituzioni del paese; ci sarà anche una delegazione del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, spalleggiato dall’Arabia Saudita, che ha ripiegato a Riyadh e chiesto l’intervento armato di una coalizione anti-sciita; e saranno presenti anche gli uomini di Ali Abullah Saleh, l’ex presidente-padrone dello Yemen deposto nel 2011 che lotta accanto agli Houthi nella speranza di riconquistare il potere.
Ieri in serata è arrivata anche la conferma di un cessate il fuoco che inizierà il 15 dicembre e che durerà una settimana: proposta dall’inviato Onu e accettata da tutti e tre i contendenti, si attendeva solo l’adesione alla tregua della coalizione a guida saudita, che dal 26 marzo scorso bombarda incessantemente il paese nel tentativo di distruggere la guerriglia sciita. La mancata cessazione dei raid sauditi era stata la causa principale del fallimento dell’ultima tregua proposta dall’inviato Onu, lo scorso luglio, violazione dovuta, secondo Riyadh, al fatto che gli Houthi non avessero acconsentito a ritirarsi dai territori conquistati durante i mesi precedenti.
Fondamentale è stata la mediazione dell’Oman, secondo quanto rivelato dalla stampa araba, soprattutto nel dialogo con gli Houthi: nelle ultime settimane, infatti, Mascate avrebbe ospitato una doppia delegazione guidata dal portavoce del gruppo sciita Mohammed Abdul Salam e composta da ribelli houthi e da partigiani dell’ex presidente Saleh per intavolare le discussioni in vista di possibili colloqui di pace a Ginevra.
“L’Oman – ha detto l’analista politico Leon Goldsmith al quotidiano Times of Oman – è essenzialmente diventato indispensabile per gli altri stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo come “l’unico” canale reale per condurre negoziati: la domanda di rilascio dei prigionieri da parte del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi può essere inoltrata agli Houthi solo tramite canali omaniti; allo stesso modo le richieste Houthi per un’intesa su un compromesso politico a lungo termine possono essere negoziate dalla diplomazia dell’Oman”.
L’Oman è l’unico paese del Consiglio di Cooperazione del Golfo a non aver preso parte alla coalizione anti-Houthi (cui partecipano Bahrain, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Egitto, Marocco, Giordania, Pakistan e Sudan) costituitasi lo scorso marzo dopo un summit di emergenza dalla Lega Araba. Muscat ha preferito restare neutrale, dialogando con Riyadh ma soprattutto con Teheran, con lo scopo di mantenere i suoi rapporti diplomatici di vecchia data con quella che ora è la Repubblica islamica – unico caso tra gli stati del Golfo – in virtù della vicinanza geografica e della comunanza di interessi sia economici che politici.
“L’attuale politica dell’Oman – ha spiegato Hassan Houchang Yari, professore Scienze Politiche Università di Sultan Qaboos al Times of Oman – è coerente con la sua diplomazia globale. I suoi partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo comprendono le ragioni di Muscat di non voler partecipare a questa campagna militare. Dopo tutto, l’intera spiegazione dietro l’intervento nello Yemen dei sauditi non è convincente”. Il Sultanato si è anche impegnato nella mediazione per la liberazione di alcuni ostaggi presi dagli Houthi, tra cui tre sauditi, e ha prestato soccorso più volte alla popolazione proprio quando Riyadh bloccava i porti yemeniti e impediva l’accesso degli aiuti umanitari.
Non si tratta però di una neutralità del tutto disinteressata: “Uno Yemen insicuro e distrutto – ha detto Yari – è in grado di produrre ondate di profughi diretti in Oman. Un tale scenario può alterare in modo significativo l’equilibrio demografico del paese e mettere un enorme stress sulle sue risorse”. Secondo il rapporto Onu sui Bisogni Umanitari per il 2016 diffuso in novembre, si stima che 14,4 milioni di persone in Yemen si trovano ad affrontare la crisi alimentare: 7,6 milioni di loro sono in grave situazione di crisi, mentre quasi 320 mila bambini sono “seriamente malnutriti”.
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12/12/2013
L'Oman dice «no». Schiaffo al dominio saudita nel Golfo
Eppure dal vertice a Kuwait city, che si è chiuso ieri, dei sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) - Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman - esce sconfitta proprio la monarchia saudita che dall'incontro si aspettava un consenso unanime alla sua linea di scontro a distanza con l'Iran e di polemica accesa con gli alleati americani, "colpevoli" di non aver attaccato militarmente (per il momento) la Siria e di aver sdoganato diplomaticamente l'Iran.
Certo il Ccg ha annunciato la creazione di un comando militare inter-forze congiunto, con sede proprio a Riyadh, per rispondere alle «sfide regionali e internazionali» e «rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza e militare». Tutti però sanno che questo comando unificato esisterà solo sulla carta. Più di tutto i monarchi Saud hanno dovuto digerire il secco "no" all'unificazione dei Paesi del Ccg alla quale lavorano da anni per imporre la loro linea di politica estera e petrolifera.
Il dominio saudita nel Golfo si è indebolito. A renderlo evidente era stato sabato scorso il rappresentante dell'Oman, il Paese più silenzioso del Ccg. Il ministro degli esteri del sultanato, Yusuf bin Alawi, ha annunciato che il suo paese rifiuta categoricamente l'idea di una unione dei Paesi arabi del Golfo. Uno schiaffo in faccia ai sauditi conseguenza, forse, della missione che il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif ha effettuato la scorsa settimana in quattro petromonarchie, lasciando fuori proprio l'Arabia saudita e il suo stato satellite, il Bahrain. Zarif ha rassicurato gli interlocutori arabi e, si dice, avrebbe fatto pressioni proprio sull'Oman, con il quale ha ottimi rapporti, per evitare che il Ccg di Kuwait city si chiudesse con un assalto frontale a Tehran.
L'Oman infatti non ha alcuna intenzione di rompere i buoni rapporti che mantiene da lungo tempo con Tehran. «Già nel 2011 Muscat aveva espresso la sua contrarietà all'unione politica degli Stati del Ccg ma questa volta il rifiuto giunge nel momento più delicato per Riyadh che già deve fare i conti con gli sviluppi del sistema di alleanze nella regione che la stanno indebolendo», spiega l'analista Madawi al Rasheed.
Per il quotidiano pan arabo al Quds al Arabi «Ciò che preoccupa Riyadh, impegnata nella sua grande battaglia con l'Iran, è che Tehran ha saputo scagliare colpi inaspettati, spogliando l'Arabia Saudita di un alleato dopo l'altro, dagli Stati Uniti al 'fratello' Oman».
E a rendere più amara la medicina destinata ai Saud, è giunta la notizia che i soldati americani rimarranno per altri dieci anni nella base di Al Udeid, nel rivale Qatar, grazie a un accordo di cooperazione militare firmato martedi' a Doha dal segretario per la Difesa degli Stati uniti, Chuck Hagel, e il ministro della Difesa del Qatar, Hamad bin Ali Al-Attiya.
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