Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/04/2025

Iran, da sabato si tratta in Oman sul nucleare

Iran-Usa: dopo avere agitato efficacemente il bastone, adesso è giunto il momento della carota. Donald Trump ha letteralmente trascinato al tavolo delle trattative gli ayatollah, per ‘discutere’ del loro programma nucleare. Se ne parlerà sabato prossimo nell’Oman, un Paese neutro che farà da mediatore tra Washington e Teheran.

Trump-Netanyahu

Secondo quanto si è appreso, ai colloqui, annunciati dallo stesso Presidente americano dopo il suo incontro con il premier israeliano Netanyahu, dovrebbero partecipare l’inviato speciale Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Il Financial Times riporta testualmente le dichiarazioni di Trump, a metà tra speranza e aperta minaccia: «Tutti concordano che fare un accordo con l’Iran sarebbe preferibile a fare l’ovvio» ha detto il Presidente Usa. E il giornale britannico aggiunge che si tratta di un apparente riferimento alla distruzione della capacità nucleare dell’Iran, con mezzi militari. «E ciò che chiamo "ovvio" non è qualcosa in cui voglio essere coinvolto o, francamente, in cui Israele vuole essere coinvolto, se può evitarlo» ha poi chiarito Trump.

La conferma dall’Iran

Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato la notizia dell’incontro in Oman, definendo i colloqui, allo stesso tempo «tanto un’opportunità quanto un test». Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, Araghchi ha sostenuto che «la palla adesso è nel campo dell’America. L’unica discordanza (non solo formale) in questa fase, appare quella legata ai ‘risvolti tecnici’ dei colloqui. Sono da considerare ‘diretti’? Perché, così avrebbero ben altro peso e significato dal punto di vista politico. Per gli iraniani ‘no’, e per gli americani ‘si’. Un atteggiamento che forse riflette le diverse situazioni di equilibrio dei poteri, all’interno dei due Paesi. Insomma, per farla breve, non deve essere facile, per i moderati e i riformisti di Teheran, portare avanti una strategia di dialogo internazionale pressati come sono dall’ala intransigente della teocrazia.

New York TimesHaaretz

Lo ha spiegato bene il New York Times in un articolo, di cui Haaretz dà un’ulteriore chiave di lettura: «Secondo il New York Times – scrive il giornale di Tel Aviv – la Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, si era finora rifiutata di autorizzare colloqui diretti con funzionari statunitensi, citando il ritiro di Trump dall’accordo nucleare. Tuttavia, dopo l’incontro di lunedì tra Trump e Netanyahu, tre funzionari iraniani hanno detto al Times che Khamenei aveva cambiato posizione, in un modo che potrebbe consentire un impegno diretto. Secondo loro, se l’incontro di sabato sarà rispettoso e produttivo, potrebbe aprire la strada a negoziati diretti». Pare di capire che, in questo giro di valzer del potere sciita persiano, sia chiara la minaccia rappresentata dalle pressioni che il premier israeliano sta esercitando sulla Casa Bianca. Pressioni che puntano a indurla ad accettare un bombardamento da Armageddon contro i siti nucleari di Teheran».

La minaccia dei B-2

Un’azione mirata, micidiale e iper-specialistica, da condurre con strumenti eccezionali, come sono appunto gli aerei invisibili B-2 (quelli che costano quanto l’oro). E gli ayatollah sanno che il Pentagono quei bombardieri li ha già messi ad aspettare, con i motori accesi, nelle vicinanze del Golfo Persico. La seconda cosa è che Netanyahu, pur di ottenere la vittoria totale della sua strategia, cioè quella di costruire il Grande Israele mascherandolo dietro il paravento dell’autodifesa, non si fermerà davanti a niente. Meno che mai davanti a un Iran che rischia di diventare potenza nucleare, da un mese all’altro. Questo non solo il Likud, ma nessun altro governo dello Stato ebraico lo permetterà mai. La terza considerazione che dev’essere fatta per spiegare, eventualmente, l’ammorbidimento della Guida suprema iraniana è la caotica situazione interna. La lotta per la successione di Khamenei si è già aperta da un pezzo, e la barcollante economia del Paese non si può permettere lotte intestine che trascurino i bisogni della società civile.

La crisi economica

Soprattutto, in una fase storica in cui la globalizzazione economica è messa all’angolo e all’orizzonte si prospetta una recessione di dimensioni epocali, una realtà già «sanzionata» come l’Iran deve ritrovare la strada giusta per ricollegarsi alla comunità internazionale. L’alternativa è quella di tirare troppo la corda, fino a spezzarla. Per questo, alle ultime elezioni presidenziali, Khamenei si è accontentato di Pezeshkian. È stato il giusto mezzo per far finta di cambiare, perché tutto continuasse come prima. Ma ora l’affaire del nucleare ha fatto venire tutti i nodi al pettine. E quelli che ancora mancano, ce li ricorda il think tank Al Monitor: «I prossimi negoziati in Oman – sostengono gli specialisti di Medio Oriente – coincidono con le consultazioni tra Iran, Russia e Cina sulla questione nucleare a Mosca. Le consultazioni a livello di esperti sono iniziate martedì, dopo un ciclo di colloqui simile che ha coinvolto i vice Ministri degli Esteri dei tre Paesi, svoltosi a Pechino il 14 marzo. Dopo il meeting di Pechino, i tre Paesi hanno concordato di porre fine alle sanzioni e hanno espresso il loro sostegno al diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare.

Iran, Russia, Cina

Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese – conclude Al Monitor – "i tre Paesi hanno inoltre ribadito che l’impegno politico e diplomatico e il dialogo basati sul principio del rispetto reciproco restano l’unica opzione praticabile e praticabile in questo senso". Insomma, prima di bombardare Teheran bisognerà vedersela pure con Mosca e con Pechino. Trump e Netanyahu sono avvisati.

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21/05/2024

Iran - Raisi, l’ultimo volo

Muore il più odiato dagli iraniani, quelli che hanno avuto parenti impiccati, giovani arrestati, donne malmenate e represse.

Ebrahim Raisi, dal 2021 era presidente della Repubblica Islamica. Precedentemente magistrato e procuratore di alcune province era già stato presidente della Corte Suprema, incarico ricoperto con rigore e zelo, fin dalle repressioni del 1988 contro prigionieri politici, volute dal ruhollah Khomeini e contestate dal grande ayatollah e marja’a Ali Montazeri.

Cade vittima del destino, più che d’un agguato mirato com’era accaduto al generale Soleimani, e di recente ad altri pasdraran di vertice della Forza al Quds assassinati in Siria da Israele. In qualche modo può considerarsi vittima dell’embargo, visto che l’elicottero – mezzo rapido di spostamento in territori impervi, ma sempre infido con avverse condizioni meteorologiche – era un residuato delle fornitura statunitense decise dallo scià Palhevi. Un Augusta Bell 212, non solo datato, ma forse arretrato nella manutenzione vista la difficoltà del regime di reperire pezzi di ricambio. Ciononostante le massime autorità si spostano con simili attrezzature in aree difficili da raggiungere, qual è la regione azera del Caspio.

Raisi aveva incontrato l’omologo Aliyev, inaugurando dighe utili alla produzione energetica nella zona e puntava su Tabriz. Nebbia e pioggia hanno reso difficoltoso il volo della delegazione che viaggiava su tre elicotteri, quello col presidente ha perso contatti e non è mai giunto a destinazione. Dispersi, dunque, Raisi e il ministro degli Esteri Amir Abdollahian che l’accompagnava, più l’equipaggio del velivolo.

Da ieri sera la Guida Suprema Khamenei invitava i fedeli alla preghiera per la sorte del presidente. Stamane le numerose squadre di soccorso impegnate con difficoltà in un’area boscosa e montagnosa, hanno dato la notizia del ritrovamento dei rottami e dei cadaveri. Allah non ha ascoltato le suppliche.

Raisi era sostenuto e rispettato dal Paese ultraconservatore, dalla nativa Mashhad ai luoghi dove s’era formato come chierico, Qom, e aveva vissuto, Teheran. Nel futuro poteva aspirare addirittura alla carica di Guida Suprema, in concorrenza con uno dei figli di Khamenei, Mojtaba, sebbene il grande vecchio, dato più volte per spacciato, resista e continui a dettare l’orientamento politico interno e internazionale.

È accaduto nelle recenti elezioni con le candidature nell’Assemblea degli Esperti che hanno escluso, oltre a ogni candidato riformista, una figura di primo piano come l’ex presidente Rohani, considerato troppo moderato e filo occidentale. Ora, secondo la prassi, il Paese dovrà eleggere entro cinquanta giorni un nuovo presidente. Gli osservatori interni ritengono che non ci saranno sorprese, anzi la componente militare di quello Stato nello Stato che sono i Guardiani della Rivoluzione avrà ulteriori spazi nei confronti della nomenclatura clericale carente di figure di prestigio.

Raisi nel suo grigiore era considerato un elemento di rango, la nuova generazione va avanti per filiazione, come appunto nel casato Khamenei. Elemento in scesa è l’attuale speaker del Parlamento il sessantatreenne Mohammad Bagher Ghalibaf, ex militare e già sindaco della capitale, uomo che fa ricordare l’unico presidente laico dell’Iran rivoluzionario, l’altro Mohammad, Ahmadinejad. Emarginato quest’ultimo proprio da Khamenei, dopo lo scandalo d’un secondo mandato conquistato a suon di brogli elettorali. Ma emarginato non per questo motivo, bensì per aver tramato negli anni successivi al 2009 col partito dei pasdaran per mettere all’angolo gli ayatollah a casa loro. In quei centri di potere finanziari che sono le fondazioni religiose (bonyad) atte a controllare la quasi totalità dell’economia interna.

L’altra ipotesi presidenziale coinvolge l’attuale reggente Mohammad Mokhber, 69 anni, uomo d’apparato sempre legato ai pasdaran. Ma l’occhio dell’immarcescibile Ali Khamenei magari conterrà ancora una volta il desiderio dei Guardiani della Rivoluzione di tracimare verso un potere totale. La vigilanza clericale è tuttora forte nonostante la ribellione di strada, per contenerla turbanti e militari finora si sono assecondati.

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28/11/2022

Iran - Nello scontro tra conservatori e radicali, le proteste sono un variabile indipendente (seconda parte)

Ha fatto scalpore in questi giorni la notizia dell’arresto nelle manifestazioni di piazza in Iran della nipote dell’ayatollah Khamenei, cioè della Guida Suprema della Repubblica Islamica. Meno clamore ha avuto la notizia dello sciopero dei lavoratori dell’acciaieria di Isfahan che chiedono aumenti salariali.

Ma il primo fatto potrebbe avere ripercussioni sugli equilibri del blocco di potere in Iran. Secondo l’analisi comune di alcuni think thank statunitensi che hanno accesso a informazioni dell’intelligence Usa (1): “La successione del leader supremo sta influenzando pesantemente il modo in cui l’establishment politico e di sicurezza iraniano risponde alle proteste. Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei e potenziale successore, ha riferito di aver tenuto diversi incontri privati ​​negli ultimi giorni, forse in parte per riaffermare la sua influenza all’interno del regime”.

In un incontro tra Mojtaba e Hossein Taeb si sarebbe discusso del ritorno dello stesso Taeb nell’apparato di sicurezza dopo che il leader supremo Ali Khamenei lo aveva destituito a giugno da capo dell’Organizzazione di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione.

“La lotta per determinare chi sostituirà Ali Khamenei potrebbe anche alimentare i disaccordi all’interno del regime sulla repressione delle proteste”, sostengono gli osservatori statunitensi.

Dunque le proteste popolari si sono sviluppate nel momento in cui è in gioco la nomina della nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica. L’Assemblea degli Esperti è l’organo del regime costituzionalmente responsabile della selezione del prossimo leader supremo (come spiegato nella precedente puntata) e approverà almeno formalmente il successore di Khamenei.

Khamenei ha probabilmente comunicato le sue preferenze in privato alla sua cerchia ristretta, ma non può nominare direttamente il suo successore.

I partiti politici iraniani si dividono essenzialmente in tre grandi correnti, o fazioni: i conservatori pragmatici (o moderati) che sono quelli più benvisti in Occidente soprattutto per la visione liberista in economia; i conservatori tradizionalisti, anche loro forti sostenitori dell’economia privata e soprattutto basati sui bazaari (i commercianti) e poi ci sono i radicali che sostengono invece la centralità dello Stato anche nell’economia.

A livello sociale, la fazione radicale si distingue per l’insistenza su una stretta applicazione del codice morale islamico, al fine di evitare la “rilassatezza dei costumi” che potrebbe portare a una liberalizzazione della società e ad un rovesciamento del carattere islamico della Repubblica dell’Iran.

Le istanze radicali trovano maggiore seguito soprattutto tra le classi più disagiate, nelle aree rurali, tra gli studenti della legge islamica più fedeli alla linea khomeinista originaria, tra i funzionari pubblici e i pasdaran, soprattutto quelli inseriti in posti chiave del governo e dell’economia.

I radicali sono sostenitori di un’economia centralizzata dominata dallo Stato, al fine di ottenere la redistribuzione della ricchezza e la realizzazione di una “società di uguali“. Ma su questa rivendicata “centralità dello Stato in economia”, va inevitabilmente aperto il capitolo sul ruolo economico dei Pasdaran (le “Guardie della Rivoluzione”) che in questi decenni hanno costruito un vero e proprio impero economico fatto di imprese, banche, società, ecc.

In politica estera la fazione dei radicali è quella più intransigente contro le ingerenze imperialiste esterne, soprattutto quelle statunitensi e israeliane, mentre stanno attenuando l’ostilità verso i paesi islamici sunniti.

L’Iran da qualche tempo tende infatti a sottrarsi alle categorizzazioni settarie e al ruolo di portavoce dei soli musulmani sciiti. Teheran mira a farsi portavoce delle minoranze oppresse e vuole essere esempio per l’intera umma islamica, invitando alla ribellione nei confronti di governi ingiusti e oppressori. Inevitabile che questo abbia creato preoccupazioni nelle dinastie al potere, tensioni e scontri con i paesi arabo-islamici, in particolare quelli del Golfo persico.

I conservatori tradizionali differiscono dai radicali per quanto riguarda la politica economica. La fazione conservatrice è infatti favorevole all’iniziativa economica privata e più vicina alla classe dei bazaari, la vecchia classe mercantile, sulla base di quanto contenuto in alcuni insegnamenti islamici, che avallano la proprietà privata e il commercio.

Ma in politica estera i conservatori tradizionali sono meno oppositivi rispetto all’Occidente. Hanno sostanzialmente fatto proprio il principio del maslahat, ovvero applicare un certo grado di pragmatismo se e dove questo è necessario alla tutela della sopravvivenza dello Stato.

Un esempio è l’appello della Guida Suprema Khamenei (vero padrino politico dell’ex presidente Rouhani) a esercitare “flessibilità eroica” per accettare l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015, anche se questo non avesse previsto l’eliminazione di tutte le sanzioni, come invece richiesto dall’Iran durante i negoziati.

L’ex presidente Rouhani, ritenuto un conservatore moderato, ha concluso il suo mandato nel 2021. Con l’elezione del nuovo presidente Ebrahim Raisi c’è stato un aumento dell’influenza delle fazioni politiche più radicali e delle frange militari.

Hassan Rouhani, eletto già nel 2013, di orientamento conservatore pragmatico (così come era stato Rafsanjani), ha agito per ricucire i rapporti con l’Occidente e porre fine all’isolamento diplomatico ed economico del paese. La firma dell’accordo sul nucleare (JCPOA), nel 2015, ha rappresentato un successo in questo senso, contribuendo alla sua rielezione nel 2017.

Il successivo ritiro statunitense dall’accordo, la nuova imposizione delle sanzioni ed infine il terrorismo di stato Usa – che ha portato all’omicidio del generale iraniano Qasen Solemaini, il 3 gennaio 2020 – hanno però privato Rouhani del capitale politico accumulato in precedenza.

Inevitabile dunque che di fronte alla perdurante ostilità degli Usa, alle sanzioni, all’accodamento della Ue su questa linea, nella leadership abbiano ripreso vigore le posizioni più radicali, che trovano nella estesa e complessa rete dei Pasdaran un punto di appoggio decisivo sia nella politica interna sia in quella estera.

Dentro questo contesto politico – dal quale non è possibile prescindere per giungere poi a conclusioni irricevibili, tipo quelle che vorrebbero ridurre la guerra in Ucraina al solo schema “aggressore e aggredito” – vanno inquadrate le proteste sociali in Iran, che hanno assunto una loro piena legittimità come spinta per la trasformazione del paese.

Il problema sono le molte incognite. La naturale domanda di maggiori libertà civili come può influire positivamente nella struttura e nello scontro tra orientamenti diversi nel complicato blocco decisionale della Repubblica Islamica dell’Iran? È possibile coniugare la doverosa spinta al cambiamento interno con una tenuta, e non il crollo, della funzione oggettivamente “antimperialista” della stessa?

Le proteste delle donne, dei giovani e degli altri settori sociali si stanno manifestando come una variabile indipendente nella situazione iraniana. Una attenta conoscitrice del paese, come Paola Rivetti, scriveva in tempi recenti che: “Non stupisce che le recenti proteste siano diverse da quelle che abbiamo visto negli ultimi due/tre decenni: sono per lo più spontanee, acefale, caratterizzate dalla presenza di contrastanti richieste e desideri”.

Ma c’è un “di più” perché, secondo la Rivetti, nonostante la loro origine affondi nella lotta anti-governativa delle fazioni conservatrici, “esse sono velocemente sfuggite al controllo dei conservatori per diffondersi con velocità e attirare diverse soggettività, al di là delle organizzazioni dei lavoratori, e più in generale politiche, pre-esistenti”.

Note

(1) Critical Threats Project (CTP) dell’American Enterprise Institute con il supporto dell’Institute for the Study of War

Fine seconda parte.

La prima parte è leggibile qui: Iran. Cause e conseguenze dello scontro sociale in corso

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17/01/2020

Gli USA ammettono il ferimento di soldati nell'attacco iraniano

Dietro front dell’esercito Usa: in seguito all’attacco iraniano dell’8 gennaio scorso alla base di Ain al-Asad (nell’ovest dell’Iraq), risposta di Teheran all’assassinio di 5 giorni prima del Generale Qasem Soleimani, 11 militari statunitensi sono stati curati per sintomi di commozione.

Ad ammetterlo è stato oggi il capitano Bill Urban, portavoce del Comando centrale Usa. Urban ha anche spiegato che, come misura di precauzione, alcuni soldati sono stati portati in strutture americane in Germania o in Kuwait per ulteriori controlli. “Quando saranno giudicati pronti per riprendere servizio, faranno ritorno in Iraq” ha poi aggiunto. Poche ore dopo il raid e anche il giorno seguente, il presidente Usa Donald Trump disse che “nessun americano” era rimasto ferito nell’attacco iraniano. Una versione che non contrasta con quella che Urban ha presentato oggi: gli statunitensi, ha infatti tenuto a precisare, sono stati trasportati dalla base di al-Asad “nei giorni successivi all’attacco”. Quindi, teoricamente, non quando Trump ha parlato.

Se l’attacco iraniano però non ha causato vittime ed è stato più simbolico che altro (al punto che gli iracheni furono avvisati in anticipo e quest’ultimi, pare, a loro volta lo comunicarono agli americani) e i controlli per commozione sono prassi comune come affermano le autorità statunitensi, resta da chiedersi perché l’esercito Usa ha cercato per giorni di non far uscire questa notizia. Ammetterlo sarebbe stato letto come un segno di debolezza nei confronti della “nemica” Teheran e della comunità internazionale? O semplicemente perché casi del genere vengono derubricati come semplice normalità?

Quel che è certo è che proprio sul “nessun danno” subito dai militari americani in seguito alla risposta iraniana, gran parte della stampa mainstream occidentale – a partire da quella italiana – ha costruito la narrazione della “vittoria” di Trump contro gli iraniani nei giorni post Soleimani. Il “successo” di The Donald, è stato detto e scritto, derivava proprio dalla risposta “debole” (senza nemmeno il ferimento di soldati americani) data dalla Repubblica Islamica. Come se non fosse stato abbastanza palese che l’assassinio di Soleimani era stato in realtà un grossolano errore strategico Usa dato che aveva ricompattato internamente le file iraniane.

Proprio in Iran, intanto, a parlare al sermone consueto del venerdì sarà oggi la Guida Suprema Khamenei. Secondo le indiscrezioni, oltre ad accusare i “nemici” (soprattutto gli Usa) per aver alimentato le proteste interne nel suo Paese in questi ultimi giorni, la Guida Suprema ribadirà il suo sostegno alle Guardie rivoluzionarie nonostante la loro tardiva ammissione sull’abbattimento “per errore” dell’aereo di linea ucraino (176 le vittime) lo scorso 8 gennaio. Un abbattimento figlio delle tensioni nell’area causate dall’assassinio statunitense di Soleimani per cui inizialmente Teheran aveva negato qualunque responsabilità salvo poi tornare sui suoi passi qualche giorno dopo. Il ritardo nell’ammissione di colpevolezza ha scatenato in questi giorni la rabbia di migliaia di iraniani, soprattutto studenti, che hanno gridato in strada duri slogan contro il regime e Khamenei (e sono stati repressi duramente dalle forze dell’ordine).

La Guida suprema parlerà a distanza di 8 anni dall’ultimo sermone del venerdì a Teheran: segno tangibile delle pressioni degli ultimi mesi sia interne (manifestazioni anti-governative sanguinosamente represse) che esterne (abbattimento aereo, ma soprattutto sanzioni statunitensi riattivate dopo l’uscita unilaterale di Washington dall’accordo sul nucleare del 2015) che la Repubblica islamica sta affrontando.

Ad ascoltare le sue parole saranno decine di migliaia di iraniani: le tv di stato hanno mostrato file di bus pieni di persone dirette al luogo in cui il leader iraniano parlerà.

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06/01/2018

Il regime iraniano viene scosso nelle sue fondamenta

di Seyit Evran*

La gente in Iran e in Kurdistan orientale nel corso degli ultimi 20 anni è scesa in strada in massa per la terza volta. Nella sollevazione popolare iniziata tre gironi fa vengono gridate parole d’ordine chiare come “Abbasso la dittatura, vogliamo la libertà”. Una differenza centrale in questa insurrezione popolare rispetto alle proteste precedenti è che questa volta è iniziata nei centri ideologici del regime.

Il Kurdistan orientale e la Piazza della Libertà a Teheran

19 anni dopo che Khomeini fondò in Iran il regime dei Mullah, anche nel 1999 ci sono state grandi sollevazioni. Dopo il rapimento del leader curdo Abdulah Öcalan nel 1999 da parte della Turchia nelle città curde orientali ci furono manifestazioni di massa. Il regime iraniano dei Mullah non intervenne in modo forte durante le prime proteste. Ma nei giorni successivi ci furono violenze in molte città, soprattutto ad Urmia e di città in città ci furono scontri. A seguito delle proteste vennero arrestate e incarcerate molte persone. Prima ancora che finissero le proteste per Öcalan, scesero in piazza gli studenti dell’università di Teheran con la parola d’ordine “Noi vogliamo libertà”. Le proteste iniziarono sulla piazza più grande di Teheran, Piazza della Libertà e si estesero da lì nel giro di pochissimo tempo a diverse città dell’Iran. Il regime iraniano intervenne nelle proteste protratte per diversi gironi, arrestò un gran numero di studenti e ne impicco perfino alcuni.

In Iran in quel periodo la sollevazione e le proteste vennero definite “riformiste”. In realtà il regime fece entrare in gioco Mohammad Khātami che diventò Presidente dello Stato e diede al regime per dieci anni ossigeno per respirare.

Le proteste del 2009 hanno allentato le viti del regime

Le proteste che iniziarono nel 1999 sono state le più grandi dalla fondazione del regime dei Mullah. Sono state represse con l’arresto di un gran numero di studenti e l’instaurazione del nuovo Presidente presuntamente riformista. Esattamente dieci anni dopo, poco dopo le elezioni presidenziali nell’anno 2009 ci fu di nuovo una grande sollevazione. A questa sollevazione questa volta anche il candidato Presidente Mir Hossein Mussawi, Mehdi Karroubi e la figlia dell’ex Presidente Akbar Hāshemi Rafsanjhāni assunsero un ruolo guida. La sollevazione del 2009 iniziò di nuovo a Teheran. Con dozzine di morti e migliaia di arresti questa protesta venne abbattuta in breve tempo. Migliaia di persone, tra loro anche la figlia di Rafsanjhāni, vennero arrestate. Il candidato alla Presidenza Mussawi e anche Karroubi vennero messi agli arresti domiciliari che durano ancora oggi.

Le ragioni e le differenze della sollevazione più recente

L’insurrezione popolare iniziata tre gironi fa in alcune città dell’Iran e che in brevissimo tempo si è estesa ad altre città del Kurdistan orientale presenta serie e significative differenze rispetto alle insurrezioni precedenti. Dalla fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran le centrali delle due grandi sollevazioni sono state le città del Kurdistan orientale e Teheran. Da lì la protesta si è estesa ad altri luoghi. Questa volta la protesta però non è iniziata a Teheran e nel Kurdistan orientale, ma nei centri ideologici dell’Iran come Meshhed, Shiraz, Isfahan e Ghom. La città di Ghom è il centro degli Ajatollah. Coloro che non vengono da quella città o che lì non hanno ricevuto un’istruzione, non possono diventare facilmente Ajatollah.

L’insurrezione è iniziata in questi centri ideologici e si è allargata successivamente ad altre città dell’Iran e del Kurdistan orientale. Che anche in Lorestan, dove dal giorno della fondazione del regime dei Mullah non c’è stata alcuna protesta contro il sistema in essere, sia iniziata la protesta, rende chiara la differenza rispetto alle proteste svoltesi fino ad ora.

Lo sciopero della fame di Mussawi e Karroubi, la dichiarazione di guerra di Ahmadinejad…

Non sarebbe sbagliato inquadrare la sollevazione iniziata tre giorni fa nei centri ideologici e che da lì si va estendendo a tutto l’Iran e il Kurdistan orientale in un certo senso come una prosecuzione dell’insurrezione del 2009 abbattuta dal regime dei Mullah, ma più complessiva. Perché il candidato Presidente Mir Hossein Mussawi messo agli arresti domiciliari dopo le proteste del 2009 nonché Mehdi Karroubi nello scorso agosto hanno iniziato uno sciopero della fame di protesta contro l’ordine esistente. Dopo un certo periodo hanno interrotto lo sciopero. Nel periodo in cui Mussawi e Karroubi hanno interrotto lo sciopero della fame, l’ex Presidente Ahmadinejhad ha iniziato a criticare aspramente Ali Khamene’i e Hassan Rohani. Ahmadinejhad ha aumentato la dose della critica fatta fino ad allora arrivando ad un’aperta dichiarazione di guerra. Nella protesta in corso da tre giorni, che continua ad allargarsi e si intensifica di luogo in luogo, si sono ritrovati i concorrenti del 2009 Ahmadinejhad, Mussawi e Karroubi.

Mussawi è uno dei quadri più anziani della Repubblica Islamica dell’Iran. Mentre Abolhassan Banisadr è stato il primo Presidente eletto della Repubblica Islamica, Mussawi è stato nominato Primo Ministro da Khomeini. Banisadr diede le dimissioni e si recò in Francia. Mussawi continuò nel suo incarico come quadro della Repubblica Islamica. Karroubi viene dalle file dei Mujaheddin del Popolo. Durante la Presidenza di Khātami, Karroubi dal 1997 fino al 2005 ha ricoperto l’incarico di Presidente del Parlamento.

Ahmadinejhad è un quadro centrale dei Mujaheddin del Popolo. Durante la guerra Iran-Iraq è stato comandante di un’unità dei Guardiani Rivoluzionari Iraniani. Nel 1983 è stato inviato da Khomeini nei territori di Sanandaj e Marivan per liquidare Komala e KDP. Nel giro di tre anni ha fatto assassinare migliaia di Peshmerga e civili curdi. Nell’anno 1988 dopo la guerra è diventato responsabile del famigerato carcere di Evin a Teheran. Nel giro di due anni si è reso responsabile della morte di migliaia di prigionieri politici. Ha pianificato l’omicidio del Presidente del Partito Democratico Kurdistan-Iran, Abdul Rahman Ghassemlou.

Il regime viene squassato

Che sia il fatto che l’insurrezione è iniziata nei centri ideologici come Meshhed, Ghom e Isfahan o la posizione e le aspre critiche dei quadri centrali del regime dei Mullah contro Ali Khamene’i e Hassan Rohani; tutto questo mostra che il regime viene scosso nelle sue fondamenta e inizia a sfaldarsi. Questo durerà e se durerà ancora l’insurrezione, è una questione diversa. Lo Stato iraniano come conoscitore dei metodi di guerra speciale forse potrà fermare e abbattere l’insurrezione, ma le posizioni dei quadri centrali del regime ci mostrano che il tempo di vita del sistema è arrivato alla fine. Sembra che il regime dei Mullah, che nel 2009 ha avuto le prime crepe, perfino se le proteste dovessero essere abbattute, non sia in grado di restare in piedi a lungo.

* Il giornalista curdo Seyit Evran sugli sviluppi attuali in Iran e in Kurdistan orientale sulle potenzialità dell’attuale ondata di proteste, 03.01.2018

** Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 01.01.2018 con il titolo “Çatırdayan sistem İran molla rejimi”sulla homepage dell’agenzia stampa Firatnews (ANF).

Fonte

Comprensibilmente, un'opinione molto di parte, a tratti anche troppo. 

03/01/2018

L’Iran degli ayatollah in strada contro l’Iran dell’ira

La Guida chiama, il suo Iran risponde. Così dopo l’intervento pubblico davanti a familiari di martiri storici, morti nella guerra contro Saddam Hussein, e martiri più recenti degli interventi iraniani in Siria e Yemen, l’ayatollah Khamenei aveva ieri accusato “i nemici della nazione riuniti nel sostenere con ogni mezzo – denaro, armi, Intelligence – la protesta in atto”. Già nell’occasione alcuni pasdaran presenti non riuscivano a trattenere il desiderio di vedersi autorizzati ad agire contro i dimostranti, al posto della polizia che in sei giorni ne ha accoppati una ventina e arrestati cinquecento, registrando anche una propria vittima, colpita con armi da fuoco. Oggi l’Iran fedele allo sciismo e alla teocrazia torna in piazza, in molte piazze anche quelle delle piccole località messe in subbuglio dai manifestanti stanchi di promesse e rabbiosi contro un regime che non risolve contraddizioni e necessità primarie, di cui il lavoro per un futuro dignitoso è l’asse centrale. Ma nel portare in corteo veterani e donne in chador, il primo degli ayatollah iraniani accelera i tempi, lui non vuole ascoltare le “giuste critiche della piazza” come aveva detto solo tre giorni prima il presidente Rohani. Khamenei sceglie di tirar dritto probabilmente perché ha fiutato i rischi del momento: il rischio interno del disamore di venti e trentenni per una visione tutta ideologica della vita nazionale, e quello esterno, dei nemici dell’Iran, che esistono come esiste la politica del cambio di regime.

Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.

Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante o democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia, periodicamente, riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti.

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13/06/2017

Iran, la Guida Suprema accusa gli Stati Uniti di terrorismo

Se l’attacco firmato Isis al palazzo del Parlamento iraniano e al Mausoleo dell’ayatollah Khomeini doveva avviare quel processo d’irrigidimento e rinfiammare i rapporti fra Teheran e Wasghington – una tendenza su cui ha lavorato dal suo insediamento l’amministrazione Trump – il piano sta riuscendo a meraviglia. Perché tenere calma l’ala più intransigente del partito dei Pasdaran non è facile neppure per la componente moderata che pure ha vinto le elezioni di maggio con ampio margine. Qualche giorno fa, intervenendo sull’attacco subìto dopo diverso tempo sul proprio territorio, il capo delle forze armate generale Mohammad Baqeri aveva annunciato “indimenticabili lezioni” da dare ai terroristi del Daesh. Stamane sui media iraniani compare la foto dei cadaveri di quattro miliziani (o presunti tali) avvolti in drappi neri del Califfato che sono stati scovati ed eliminati dai reparti di sicurezza nella provincia di Hormozgan, che affaccia sul Golfo Persico ed è prospiciente al Qatar. Un’eliminazione che propagandata offre un po’ di credibilità alle varie strutture militari del Paese che il duplice assalto di Teheran ha posto in difficoltà e imbarazzo innanzitutto davanti ai concittadini.

Nel suo discorso pubblico, Baqeri aveva messo in relazione la simbolica “danza delle spade” offerta dai regnanti sauditi al presidente statunitense in visita a Riyad con gli efferati attentati dei giorni seguenti che hanno fatto 12 vittime (più i cinque jihadisti) e oltre una cinquantina di feriti. Il generale parlava di triangolo fra americani, israeliani e sauditi per incrementare il caos regionale e giustificare armamenti e operazioni repressive. Stamane sul tema è tornato la Guida Suprema che ha attaccato senza mezzi termini la linea di Donal Trump. “Voi e i vostri agenti siete la fonte d’instabilità nel Medio Oriente. Chi ha creato lo Stato Islamico? L’America afferma di combatterlo ma si tratta di una bugia” ha retoricamente tuonato l’ayatollah. La tensione fra le parti era comparsa dai mesi scorsi, col divieto d’ingresso sul suolo statunitense rivolto ai cittadini di alcune nazioni musulmane fra cui l’Iran. Nonostante la smentita all’atto presidenziale venuta da più d’una Corte federale, la politica mediorientale della Casa Bianca prosegue una corsa sfrenata volta a favorire vecchie alleanze reazionarie e filo imperialiste, col l’aggiunta del sostegno agli amici e finanziatori della nuova creatura del jihad che spopola da un triennio. Sempre da Trump era giunto il disconoscimento dell’accordo sul nucleare, la creatura diplomatica su cui il chierico Rohani ha fondato la sua riconferma presidenziale.

Il giudizio tranciante “il peggior accordo mai sottoscritto dagli Usa” non rappresenta solo una critica a posteriori al predecessore nello Studio Ovale, è stato il prodromo di quella volontà aggressiva che vede lo spregiudicato presidente americano aizzare anziché placare gli animi di contendenti regionali impegnati su un terreno infuocato. A questo punto non stupisce che Khamenei abbia pronunciato frasi simili: “Il governo americano è contrario a un Iran indipendente, gli Usa hanno problemi con l’esistenza della Repubblica Islamica iraniana. Molte questioni con loro non possono essere risolte”. Se fosse vera quest’ultima dichiarazione, riportata comunque dall’agenzia Fars, l’orientamento politico interno avrebbe mutato indirizzo. Vorrebbe dire che, in base alla sicurezza nazionale, anche moderati e riformisti stretti attorno al neo rieletto Rohani devono fare buon viso all’incrudimento dei rapporti internazionali. Le posizioni di scontro con l’Occidente, sostenute a prescindere dall’ala militarista dei Pasdaran, che anche negli interventi geostrategici come la presenza nella crisi siriana sono maldigeriti dai riformisti, trovano nuovi punti d’appoggio. Il clero conservatore, elettoralmente sostenitore di Raisi, può ridare fiato a posizioni intransigenti che collimano innanzitutto con la difesa nazionale, e l’attuale establishment pur meno sprezzante non può tirarsi indietro. La Guida Suprema ha parlato: le relazioni implodono.

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16/05/2017

Iran, la difficile scelta di un presidente per tutti

A quattro giorni dal voto per le presidenziali il governatore della provincia di Teheran, Hossein Hashemi, ha ricordato che tutti i raduni a sostegno dei candidati sono vietati. Egualmente eventuali incontri pubblici davanti al quartier generale del proprio politico hanno bisogno d’un permesso governativo. E’ una sorta di stretta dall’alto quella che si percepisce in queste ore nel Paese dove in sei aspirano alla poltrona di Capo di Stato, ma solo in tre appaiono in grado di conquistarla: il presidente uscente Rohani, che può ritrovare l’appoggio di moderati, di riformisti anche radicali e della massa della popolazione che non vuole compiere passi all’indietro che, come all’epoca di Ahmedinejad, incrementino la tensione con l’Occidente. E due personaggi della società conservatrice: il laico sindaco della capitale Qalibaf, e l’ayatollah Raisi, uomo vicino al clero tradizionalista, benvisto dalla stessa Guida Suprema. Quest’ultima, intervenendo ufficialmente qualche giorno fa, aveva fatto riferimento a tre scopi su cui lavorano i nemici dell’Iran: quello a breve termine riguarda la sicurezza interna, che si vuol colpire diffondendo caos e sedizione. Segue un obiettivo a medio termine, volto a indebolire l’economia o lasciarla paralizzata così da peggiorare le condizioni di vita della popolazione. Contro tale disegno bisogna migliorare le linee produttive, spronando creatività e progettualità interne che, comunque secondo Khamenei, da tempo sono riprese.

L’intento più subdolo, a più lunga gittata, punterebbe all’eliminazione dell’establishment islamico e al mutamento di orientamento rispetto alla linea della Rivoluzione islamica finora seguìta. E’ evidente come un intervento di questo genere ponga l’ago della bilancia a favore dei candidati conservatori che, però, non hanno trovato di meglio che presentarsi entrambi e dividere il fronte dei sostenitori. Di fatto si ripete, seppur in maniera meno copiosa, quella frammentazione già registrata nel 2013 che favorì l’ascesa di Rohani. Però, come allora, lui dovrebbe ottenere il pieno di voti subito, al primo turno, perché l’ipotesi di un ballottaggio con uno dei due tradizionalisti potrebbe riversare su Qalibaf o Raisi anche i consensi ricevuti dall’altro. Stavolta dietro le quinte non ci sarà il pragmatico Rafsanjani, scomparso a gennaio, controllore del pesante voto dei commercianti, ma la sempre viva influenza del suo ex entourage dovrebbe confezionare un secondo mandando per il presidente-diplomatico. Eppure la campagna elettorale di Qalibaf è stata rivolta a una spietata critica della sedicente apertura anti sanzioni di Rohani. Il politico sponsorizzato dai pasdaran ricorda come in quattro anni la popolazione ha ricevuto solo promesse e pochi fatti. Anche Raisi ha incentrato gli ultimi interventi sull’argomento del sano realismo, evidenziando ciò che distingue le intenzioni dalla concretezza d’un vero riequilibrio economico, altrimenti si è di fronte solo a proclami che hanno il sapore della beffa.

Per tacere d’una presunta crescita, risultata tuttora deficitaria... La morsa dei due agguerriti avversari potrebbe, perciò, soffocare Rohani più di quanto quest’ultimo preventivasse sin a un mese fa. Ma nell’incertezza gli analisti prevedono minori scossoni e nessuna contestazione di piazza, come accadde nel 2009. La gioventù, che mal sopporta il clero e la sua supervisione su leggi e governo, deve fare i conti coi coetanei non solo di campagna ma gli stessi metropolitani sensibili ai discorsi di attacco alla nazione e di destabilizzazione anche attraverso il voto. Un fattore che compatta attorno alle prospettive certe attualmente incarnate dal clero moderato di Rohani. Ovviamente se le porte socchiuse a investimenti che non arrivano, per nuovi veti politici della Casa Bianca, l’orgoglio interno può aggirare l’ostacolo, come sta già facendo guardando a Oriente, verso i colossi cinese e indiano già in prima fila. E quel che segnerà l’attenzione maggiore, più dell’attuale figura presidenziale, è la carica della futura Guida Suprema, per sostituire un Khamenei malato e dai medici dato a fine corsa. E’ su questo ruolo che gli ayatollah lotteranno intensamente, perché ne va del proprio domani anche personale, con la popolazione a osservare una scelta che a certi figli della Rivoluzione Islamica oggi comincia a star stretta.

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10/02/2017

Iran - L'anniversario della rivoluzione contro Trumpo

L’Ayatollah Ali Khamenei l’aveva annunciato qualche giorno fa nel primo messaggio inviato al nuovo presidente Usa Trump, dopo il Muslim Ban e le nuove sanzioni contro 12 individui e 13 enti iraniani: “Il popolo risponderà il 10 febbraio”.

Così è stato: stamattina nelle città iraniane migliaia di persone sono scese in piazza per celebrare la rivoluzione khomeinista del 1979 che cacciò lo scià sostenuto da Washington e aprì la strada alla nascita della Repubblica Islamica. In tanti ne hanno approfittato per mandare il loro saluto a Trump e alle minacce di un nuovo isolamento di Teheran.

Da Teheran ha parlato il presidente Rouhani che ha attaccato il linguaggio “minaccioso” e provocatorio della Casa Bianca: “Questa manifestazione è la risposta alle false accuse dei nuovi governanti Usa, il popolo dice al mondo con la sua presenza che si deve parlare all’Iran con rispetto. Gli iraniani faranno pentire quelli che usano un linguaggio minaccioso contro la nazione”.

Per le strade tanti colori e slogan, dal più comune “Morte all’America”, quasi un marchio di fabbrica, agli inviti a visitare l’Iran: “Popolo americano, sei il benvenuto in Iran”. Manifestazioni anche online: su Twitter e Facebook si è allargato a macchia d’olio l’hashtag #LoveBeyondFlags per chiedere di non bruciare le bandiere Usa in piazza.

Martedì l’Ayatollah Khamenei aveva usato l’ironia per reagire al divieto di ingresso negli Usa di cittadini iraniani, ma soprattutto alle continue dichiarazioni anti-Teheran della nuova amministrazione: “Siamo grati a questo gentiluomo – aveva detto – Ha mostrato il vero volto dell’America. Quello che abbiamo detto per più di 30 anni, che esiste una corruzione politica, economica, morale e sociale nel sistema di governo degli Usa, è stato portato alla luce durante e dopo le elezioni da questo gentiluomo”.

Un ritorno al passato, ai decenni che hanno preceduto lo scongelamento delle relazioni tra Occidente e Iran? Non proprio. Trump è consapevole di non poter stracciare l’accordo sul programma nucleare, fortemente voluto dal suo predecessore e da un’Europa a caccia di business in un paese che dopo decenni di embargo si riaprirà al mondo. Ma fonti interne parlano della volontà di ridefinire alcuni requisiti dell’intesa, a partire da un maggiore potere a favore dell’agenzia Onu per l’energia atomica nel monitorare le attività nucleari nel paese.

Dietro sta l’interesse di Trump a rafforzare, dopo anni di lievi tensioni, i rapporti con Israele e Arabia Saudita che della guerra all’Iran fanno la propria bandiera ideologica. Chiudere a Teheran è impossibile o comunque troppo pericoloso, ma ridimensionarne il potenziale politico è l’obiettivo della nuova Casa Bianca. Un’eventualità che preoccupa il fronte moderato iraniano che a breve dovrà affrontare le elezioni e che non intende arrivare alle urne con l'indebolimento di un accordo che i conservatori hanno attaccato.

Ma non va dimenticata la Russia, che con Teheran è colonna portante del fronte pro-Assad in Siria. Trump non ha mai nascosto il favore verso il presidente russo Putin che in tal senso potrebbe svolgere un ruolo di mediatore a favore di Teheran. Lasciando a Trump gli sfoghi su Twitter.
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09/01/2017

Muore Rafsanjani, l’ayatollah del compromesso

Con la morte di Ali Hashemi Rafsanjani, stroncato da un attacco cardiaco a 82 anni, se ne va un pezzo centrale della Rivoluzione Iraniana, un chierico vicino a Khomeini che aprì il Paese al post-khomeinismo. Un’apertura giocata con astuzia, e interesse, fra l’osservanza delle direttive del Ruhollah e uno sguardo rivolto al futuro. Attraverso un percorso insidioso, compiuto al fianco e in competizione alla Guida Suprema Ali Khamenei di cinque anni più giovane. I due scalarono i più alti ranghi del potere per decisione dello stesso Khomeini che, fra il 1988 e l’89, stravolse precedenti decisioni alcuni mesi prima di morire. Fece dimettere il delfino Ali Montazeri, presidente negli anni Ottanta dell’Assemblea degli Esperti (massimo organo del velayat-e faqih che elegge la Guida Suprema), che si mostrava critico verso la guerra con l’Iraq e sulle esecuzioni capitali di ‘nemici della rivoluzione’ e lo costrinse a un ritiro meditativo a Qom. Ma l’uomo del destino dell’Iran islamico fece molto di più. Fu lui a volere una modifica dei requisiti per diventare Guida Suprema che non previdero più il titolo di marja’-e taqlid (guida da imitare, qual era Montazeri), ma accettarono un hojatoleslam (qualifica dei religiosi di medio rango che esprimono giudizi legali). Grazie a questo Khamenei potè accedere a quel ruolo, contestualmente Rafsanjani diventava presidente della Repubblica.

I due divisero un comune periodo di diarchia: Rafsanjani dopo una prima elezione dal 1989 al ’93 ne infilò una seconda fino al ’97, fu anche presidente del Parlamento e dal 2007 al 2011 presidente dell’Assemblea degli Esperti. I due non si amarono mai e lessero la politica interna ed estera da sponde diverse, emanazione dell’ala conservatrice del clero qual è Khamenei, mentre Rafsanjani costruì quel variegato pragmatismo che ne ha fatto per quasi un quarantennio il fulcro delle vicende iraniane palesi e occulte. L’origine benestante della famiglia Rafsanjani (imprenditoria e commercio di prodotti agricoli) consentì al giovane Ali studi teologici a Qom, dove fu allievo di Khomeini. La vicinanza si trasformò in ossequiosa militanza quando, nei primi anni Sessanta, il clero sciita s’era posto in aperto contrasto con lo Shah, fino all’esilio forzato subìto da Khomeini. La gestione dello Stato nel primo mandato presidenziale di Rafsanjani dovette fare i conti con la pesante crisi economica frutto del lacerante decennio di guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Lo stesso piano di nazionalizzazione condotto per tutti gli anni Ottanta dai governi radicali (Moussavi fu premier per otto anni) aveva prodotto un accentramento di risorse in mani politico-amministrative non sempre scevre da fenomeni corruttivi.

Rafsanjani lanciò un piano di ricostruzione aprendo all’iniziativa privata, interna ed estera anche verso l’Occidente. Certo, dovendo mediare con gli amici e alleati di potenze imperialiste con cui l’Iran della rivoluzione era entrato in conflitto, dagli Usa sfidati nei 444 giorni di sequestro dei 52 addetti all’ambasciata americana di Teheran (1979-81), alla fatwa contro lo scrittore indiano-britannico Rushdie lanciata da Khomeini in persona (1989). Ma l’abilità diplomatica di Rafsanjani inizialmente non scontentava nessuno: la privatizzazione favorì lobbies interne come quelle del clero e della consolidata corporazione dei Pasdaran le cui fondazioni prestavano attenzione ai bisogni sociali degli strati più poveri della popolazione (mostazafin), si strizzava l’occhio ai bazari, il ceto medio dei mercanti, la cui presenza millenaria nella nazione che fu impero ne continua a fare una componente attiva dell’economia con riflessi sulla politica. In una nazione diretta dal clero gli organismi come le bonyad, fondazioni con intenti finanziari, hanno ricevuto impulso espansivo da questa politica liberalizzante, in tal modo Rafsanjani – che comunque teneva d’occhio anche gli investimenti delle aziende di famiglia e favoriva questo genere di accumulazione, – accontentava la stessa ala conservatrice del clero, vigorosa sostenitrice di Khamenei. Più che sul versante economico, che ebbe comunque scossoni non indifferenti, con un’inflazione galoppante e proteste popolari nel 1992, fu la ricerca di nuove vie di costumi a creare problemi a Rafsanjani.

E gli ayatollah conservatori che aveva rabbonito con gli affari delle bonyad, come tanti altri affaristi interni additati dai chierici radicali come un pessimo esempio di trame corruttive, si strinsero attorno alla Guida Suprema nel criticare le aperture che la modernizzazione di Rafsanjani apportava sul fronte dell’istruzione e delle libertà individuali. A metà degli anni Novanta l’aumento del numero degli studenti fu sensibile, le ragazze erano in prima fila e volevano restarci, durante il secondo mandato uscirà allo scoperto anche la figlia del presidente, Faezeh Hashemi, impegnata con una rivista femminile e nel 2000, durante il secondo mandato presidenziale del riformista doc Khatami, addirittura deputata. Se l’equilibrismo paterno, oscillante fra tradizione e innovazione condite d’un sano realismo, restano appese alla real politik che caratterizza la maggior parte del ceto iraniano (ne sono un esempio l’attuale presidente Rohani e il ministro degli esteri Zarif) l’accusa che ha continuato a seguire Rafsanjani in tutto il suo percorso pubblico è chiaramente quella d’essere stato il ‘cavallo di Troia’ del riformismo. Questo può sfociare in un radicalismo protestatario che, come l’Onda verde giovanile del 2010, rischia d’incrinare tratti fondanti della Repubblica Islamica che i conservatori considerano indiscutibili. Il confronto-scontro fra le due componenti prosegue, si riproporrà nelle presidenziali del maggio prossimo. E come i Mousavi e Karoubi non vogliono scomparire di scena, egualmente la vecchia guardia reazionaria si ripropone compatta. Nei mesi scorsi ha piazzato l’ultranovantenne Jannati in cima all’Assemblea degli Esperti, proverà a scalzare Rohani al quale stavolta mancherà l’ombra rassicurante di Rafsanjani, l’ayatollah del compromesso che ne aveva favorito l’elezione.


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02/02/2016

Shirin Ebadi: "E' ora che l'Iran faccia pace con il proprio popolo"

di Giorgia Grifoni

Rilascio dei prigionieri statunitensi, riavvicinamento all’Occidente, accordo sul nucleare, speranze per l’economia del paese. Teheran esce dall’isolamento internazionale facendo passi da gigante, dimostrando abilità di negoziazione e di compromesso soprattutto con il suo storico nemico, gli Stati Uniti. Ma non basta: “Ora c’è bisogno che l’Iran faccia pace anche con il suo popolo”. Parola di Shirin Ebadi, avvocato e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace 2003 in esilio a Londra. Per lei, che ha passato gran parte della sua vita a difendere i dissidenti politici, il tanto lodato presidente Hassan Rohani non può chiudere gli occhi sulle carceri iraniane, zeppe di artisti, attivisti e politici colpevoli di aver espresso liberamente il proprio pensiero.

“Se il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale – ha scritto Ebadi in una lettera indirizzata al presidente in persona dopo lo scambio di prigionieri – può rilasciare un giornalista in ostaggio come ‘gentilezza’ per la riconciliazione con gli Stati Uniti, perché non è in grado di rilasciare un professore universitario e un’artista femminile, come ad esempio Zahra Rahnavard? Se la Magistratura può rilasciare Saeed Abedini, il cui crimine è stato il suo credo religioso, a causa della sua doppia cittadinanza, perché non intraprendere alcuna azione per facilitare il rilascio di Mehdi Karrubi, cui unico crimine era quello di protestare contro i risultati elettorali [del 2009, ndr]? Se il signor Zarif ha potuto negoziare con i superpoteri, come gli Stati Uniti, per rilasciare alcuni uomini d’affari iraniani provenienti dalle carceri americane, perché non fare lo stesso per i prigionieri degli eventi del 2009?”

Sono centinaia i prigionieri politici nelle carceri iraniane. Nel 2014, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura aveva fissato il loro numero a circa 850 casi formalmente registrati e riconosciuti come incarcerazioni politicamente motivate, mentre secondo Human Rights Watch il bilancio potrebbe essere più alto. Mentre non vi è alcuna definizione nel diritto internazionale né in quello iraniano per “prigionieri politici”, generalmente si considerano tali i difensori dei diritti umani, gli attivisti politici, i politici dell’opposizione e i giornalisti. Accanto a essi, secondo Global Voices Online, c’è una folta schiera di blogger e internauti, oltre ad artisti come registi, scrittori e intellettuali. In più, ci sarebbero alcuni tecnologi e fisici, sospettati di spionaggio o che avevano semplicemente espresso pareri differenti dalle autorità sul programma nucleare.

Se è vero che i media internazionali puntano continuamente il dito contro la realtà carceraria iraniana dimenticando che i paesi arabi del Golfo hanno tassi di detenzione e di esecuzione equivalenti rispetto al numero di cittadini che li popolano, è innegabile che le violazioni dei diritti umani a Teheran siano in costante aumento: l’era Rohani, la più florida dal punto di vista delle relazioni internazionali dai tempi della rivoluzione del 1979, sembra essere anche la più florida per i boia. In un rapporto diffuso qualche settimana fa dalla ONG “Nessuno tocchi Caino”, si evidenzia che nel 2015 nella Repubblica Islamica ci sono state almeno 980 condanne a morte, con un aumento del 22,5% rispetto alle 800 del 2014 ed un aumento del 42,6% rispetto alle 687 del 2013.

Lungi dal sollevare Rohani da ogni responsabilità nei confronti dei suoi carcerati, non bisogna però dimenticare che in Iran non si muove una foglia se non lo decide la Guida Suprema, l’ayaollah Ali Khamenei. Sebbene la Repubblica islamica abbia qualche struttura democratica, come l’elezione del presidente e del Parlamento, la maggior parte delle sue istituzioni sono di natura non elettiva, ma nominata dalla Guida Suprema stessa. E’ il caso dei candidati alla presidenza, che devono passare il vaglio della rigida commissione scelta per larga parte dalle autorità clericali: non è un caso, infatti, che nelle scorse elezioni i candidati riformisti – l’opposizione, per intenderci – non siano stati presenti se non di facciata, con la paventata candidatura dell’ex presidente Rafsanjani, poi bloccata per ragioni di età. Come spiega bene un grafico del Washington post, la decisione di quasi tutto è nelle mani di Khamenei e del Guardiani della Rivoluzione.

Shirin Ebadi, che di questa situazione è pienamente cosciente, non risparmia il suo appello neanche alle altre cariche dello Stato: “La Guida Suprema, la magistratura, il Consiglio supremo di sicurezza nazionale e lei stesso – continua nella lettera aperta a Rohani – siete ben consapevoli del fatto che, in mancanza di un sistema giudiziario indipendente, i prigionieri politici e di coscienza sono privi di un processo equo e, infatti, sono tenuti in ostaggio dalle forze di sicurezza”. Ma nonostante tutto, ora l’immagine dell’Iran è Rohani, scelto anch’egli dalla Guida Suprema, e Shirin Ebadi è cosciente della sua fama e forza internazionale. “Mi dispiace che altri prigionieri che detengono solo cittadinanze iraniane debbano rimanere in carcere. Ha dimenticato il suo giuramento di preservare la Costituzione? Quali prigionieri politici e di coscienza in Iran sono stati giudicati in modo aperto e in presenza di una giuria?”. Domande che restano senza risposta, e che probabilmente lo resteranno fino alla nomina del prossimo Ayatollah.

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18/11/2014

Iran e Stati Uniti il Califfo li unisce ma Israele dice no


Sessione decisiva a Vienna sul nucleare iraniano tra Theran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania. Ma molti ‘remano contro’. La destra Repubblicana. L’Asse Sunnita che non ama un riavvicinamento Usa col mondo sciita. Poi gli obblighi statunitensi con Israele.

Vigilia di decisioni strategiche sul nucleare iraniano, ma gli auspici non sembrano favorevoli per almeno tre complesse situazioni che si sono create alla vigilia del vertice di Vienna. Vediamo quali.

Primo problema. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’AIEA, sostiene che l’Iran non ha ancora risposto alle richieste di maggiore trasparenza avanzate dagli ispettori come previsto a Ginevra l’anno precedente.

La contestazione arriva a ridosso del Vertice in Oman del 9 e 10 novembre tra Iran, USA ed EU. In ballo, allora, due possibilità:

1) Sospensione della maggior parte delle sanzioni USA contro Teheran, possibile anche senza voto parlamentare, permettendo al Paese di arricchire l’uranio al 5% e confermando il via libera al programma nucleare per scopi civili;

2) Nessuna sospensione anche perché, secondo un articolo del New Your Times, le Autorità iraniane avrebbero trasferito ingenti riserve di uranio in Russia che avrebbe convertito l’uranio in barre di combustibile nucleare per alimentare la centrale di Busheir, anche se ciò rendeva estremamente difficile la loro riutilizzazione per la produzione di armi atomiche.

Smentita delle rivelazioni stampa da parte iraniana, ma la riunione di Mascate si è conclusa con un nulla di fatto.

Seconda questione. Episodio preoccupante, la posizione dell’Ayatollah Khamenei. Nel corso dei lavori in Oman, la ‘Guida’ ha polemizzato con USA e Occidente affidando a Twitter le sue dichiarazioni.

Alì Kamenei ha ricordato come l’Iran sia stata vittima delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein ricevuto da USA e Paesi occidentali nel silenzio di tutto il mondo.

Il leader ha citato 572 attacchi con ordigni chimici fra il 1983 e il 1988, un milione di persone esposte alle esalazioni chimiche e 100 mila affetti da significative patologie derivate dall’esposizione a quegli ordigni.

E tutto è avvenuto senza che il Consiglio di Sicurezza ONU abbia dato un segnale o assunto un’iniziativa.

Tutto vero e tutto sgradevole per molti degli ‘arbitri’ internazionali sul fronte Usa e Ue che dovevano decidere sulle sanzioni.

In conclusione, il ‘Grande Ayatollah’ ha espresso il sua sostegno ai colloqui con un piccolo ripasso della storia recente a difendere il dovere della memoria.

Tre, quella lettera galeotta. Non meno preoccupante per l’esito del Vertice di Vienna è la divulgazione da parte di media USA di una lettera personale ‘segreta’ che il Presidente statunitense avrebbe indirizzato direttamente ad Alì Kamenei in coincidenza con i colloqui in Oman.

Nella missiva il Presidente avrebbe chiesto all’Ayatollah di combattere insieme Daish, il califfato di al-Baghdadi.

La lettera ha preoccupato il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), Israele e Turchia anche per le ricadute che potrebbe avere nei colloqui di Vienna sul nucleare iraniano.

Cosa succede?

Nei giorni precedenti, dopo che militanti di Daish avevano ucciso 11 soldati a Tripoli del Libano, nel Nord, minacciando di innescarvi una guerra civile, gli USA hanno adottato un nuovo piano per contrastare il movimento jihadista offrendo sostegno a tutti i Governi che intendano combattere Daish.

In questo contesto hanno proposto questo sostegno anche al Libano.

L’obbligo a garantire Israele. Quello che solo pochi sanno è che l’azione degli USA in questi casi è vincolata da una legge nazionale che obbliga a fornire ‘un vantaggio militare quantitativo a Israele rispetto ai suoi vicini’.

In realtà in Libano, come in Iraq e Siria, solo Hezb’Allah e le Guardie Rivoluzionarie Iraniane stanno combattendo e vincendo la guerra contro Daish.

L’unica vittoria riportata dall’Esercito iracheno a fine ottobre contro i jihadisti a Jurf al Safer, sulla riva dell’Eufrate, in realtà è stata combattuta in prima linea da Hazb’Allah e Guardie Rivoluzionarie Iraniane al cui capo era il generale Ghasem Suleimani.

Da qui lo sconcerto del cosiddetto ‘Asse Sunnita’, che vede il pericolo di una cooperazione militare degli USA con gli esponenti della ‘Mezzaluna Sciita’, di cui fa parte anche la Siria.

A rincorrere l’impatto negativo della lettera in certi ambienti è lo stesso Presidente USA che il 15 novembre si affretta a dire che la guerra a Daish è anche contro la Siria per estrometterne il regime sciita-alawita imposto dalla famiglia Bashar.

Tornando alla questione del nucleare iraniano la situazione non presenta indicatori favorevoli a una soluzione politica al caso, mentre nella regione esistono altri Paesi già in possesso di armi atomiche pur non avendo mai aderito al relativo Trattato e al protocollo disciplinati dall’AIEA.

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