Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/05/2023
02/05/2023
03/01/2018
L’Iran degli ayatollah in strada contro l’Iran dell’ira
La Guida chiama, il suo Iran risponde. Così dopo l’intervento pubblico davanti a familiari di martiri storici, morti nella guerra contro Saddam Hussein, e martiri più recenti degli interventi iraniani in Siria e Yemen, l’ayatollah Khamenei aveva ieri accusato “i nemici della nazione riuniti nel sostenere con ogni mezzo – denaro, armi, Intelligence – la protesta in atto”. Già nell’occasione alcuni pasdaran presenti non riuscivano a trattenere il desiderio di vedersi autorizzati ad agire contro i dimostranti, al posto della polizia che in sei giorni ne ha accoppati una ventina e arrestati cinquecento, registrando anche una propria vittima, colpita con armi da fuoco. Oggi l’Iran fedele allo sciismo e alla teocrazia torna in piazza, in molte piazze anche quelle delle piccole località messe in subbuglio dai manifestanti stanchi di promesse e rabbiosi contro un regime che non risolve contraddizioni e necessità primarie, di cui il lavoro per un futuro dignitoso è l’asse centrale. Ma nel portare in corteo veterani e donne in chador, il primo degli ayatollah iraniani accelera i tempi, lui non vuole ascoltare le “giuste critiche della piazza” come aveva detto solo tre giorni prima il presidente Rohani. Khamenei sceglie di tirar dritto probabilmente perché ha fiutato i rischi del momento: il rischio interno del disamore di venti e trentenni per una visione tutta ideologica della vita nazionale, e quello esterno, dei nemici dell’Iran, che esistono come esiste la politica del cambio di regime.
Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.
Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante o democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia, periodicamente, riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti.
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Questo, però, può diventare il leit-motiv per tralasciare pecche presenti e ben individuate: corruzione e arricchimenti di pochi rispetto alle condizioni generale di ceti popolari sempre più impoveriti, sì dall’embargo occidentale che non s’è chiuso con la firma dell’accordo sul nucleare, ma anche dalle scelte politiche di dirottare denaro su difesa, milizie pasdaran, guerre in corso. Mentre in settori comunque produttivi, come quello della compagnìa petrolifera Arak, gli stipendi alle maestranze non vengono pagati. Se a tutto ciò s’aggiungono i finanziamenti crescenti per talune bonyad (ultimamente quella dell’ultraconservatore Mesbah-Yazdi) e ‘tesoretti’ che, come un tempo e più d’un tempo fanno capo a mullah e ayatollah di primo piano, l’acredine cresce. Le piazze che tracimano, come s’è notato senza la direzione di leader e partiti, possono contenere anche uomini e interessi esterni, compresi quelli di marca iraniana dal gusto retrò come opposizioni filomonarchiche o di mujaheddin pseudorivoluzionari, ma prendono spunto da contraddizioni reali. Ciò che è mancato finora sono risposte concrete, e la diplomazia di Rohani evidenzia piedi d’argilla perché il suo spirito non pare quello riformatore di fine Novanta e neppure accontenta una generazione che nella rivendicazione laica cerca forse proprio valori di vita che li renda simile ai turisti visti negli ultimi due anni per le vie e nelle belle moschee del Paese. Voglia di globalizzazione? Può darsi. I sociologi narrano della trasformazione della vita nei piccoli centri, di costumi ed esigenze “urbanizzate” secondo sviluppi tecnologici (non secondario il ruolo del web e dei social media come Instagram e Telegram bloccati in questi giorni) inseguendo anche un’ottica consumistica.
Ma c’è chi dice altro. La spaccatura sarebbe sui valori, e dunque sì precarietà e benessere, hijab e capelli al vento, risentimento contro lo strapotere dei chierici, ma riguarderebbe quel che c’è dietro e dentro questo popolo che ha lottato per scrollarsi di dosso l’odiosa dittatura del 'Trono del pavone', perché la disillusione può essere legata al sistema che l’ha sostituito. Alla struttura e ai valori dell’attuale società. Se la redistribuzione della ricchezza, pura utopia sotto le grinfie sanguinose dello Shah (che solo chi non l’ha conosciuto o non vuole approfondire il passato, immagina come tollerante o democratico) non ha seguìto il percorso promesso dalla Rivoluzione khomeinista, arricchendo congreghe o singoli, ecco che i conti non tornano e la rabbia, periodicamente, riaffiora. E in questo essere contro si mescolano la materialità del lavoro e la spiritualità del senso di giustizia, dignità, libertà. Categorie sventolate assieme al tricolore nazionale anche dalla piazza in chador, osservante di un Islam interpretato dalla Guida Suprema, di una società paritaria cui occhi fedelissimi credono senza opporre dubbi. E’ l’attuale Iran che si scontra anziché incontrarsi, fiero del proprio coraggio, unito finora nel rigettare quei richiami di democrazia che rimano con ipocrisia, visti gli autori dei proclami esteri. Una società comunque in subbuglio, con tante mani che s’infilano in una partita già intricata e dagli sviluppi incerti.
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02/01/2018
Iran, proseguono scontri e malcontento
Continuano proteste e rabbia, quella spontanea e quella indotta dai motivi più vari e in luoghi differenti, dalla capitale e dalle grandi città come Mashhad e Isfahan, i centri del culto e del turismo, a località minori (Tonekabon, Abhar nell’area azera del Caspio, e sempre a ovest a Zanjan e Kermanshah, sino alle zone orientali a sud di Mashhad). Le attese della periferia iraniana, rurale e non, si trasformano in accuse per promesse non mantenute, dal presidente, dal governo, dalla politica. Così l’elemento che osservatori esterni e interni notano è un malcontento generalizzato e trasversale di chi è fuori dagli apparati istituzionali: legislativo e amministrativo, militare, teologico. E il quadro non è neppure così definito, perché le piazze della protesta possono essere anche stimolare e agitate dalle fazioni ufficiali: conservatori contro riformisti e moderati, elettori di quest’ultimo blocco, che ha confermato al vertice il chierico diplomatico Rohani, ma sono stufi di non vedere risolti problemi spicci ma essenziali: carovita, corruzione di molti apparati, mancanza di risorse per l’occupazione giovanile. Questioni simili ad altre parti del mondo, ma nella specificità iraniana ancor più particolari.
Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella sinistra ufficiale.
Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.
Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran – non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica – sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.
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Perché per almeno due delle ultime generazioni questo Paese è stato un faro: di lotta all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, che aveva radici antiche nel golpe anti Mossadeq e repressioni sanguinose di una delle più feroci monarchie della storia mondiale recente, quella dello Shah Reza Pahlavi. Quando il divario fra la ricchezza di pochi e la miseria di milioni di anime rappresentava uno dei tanti sfregi operati dai governi-fantoccio sostenuti dalle Sette Sorelle in Medio Oriente. L’Iran della ribellione anti monarchica di fine anni Settanta visse anche una cruenta lotta interna, fra una sinistra tradizionalista (Tudeh) e rivoluzionaria (mujaheddin) contro un Islam politico che risultava più pragmatico degli avversari laici. Tanto che mullah e ayatollah finirono per catturare consensi sempre maggiori per quella vicinanza al sentire di strati sociali umili che teorici di una sorta di marxismo islamico, come Shariati, avevano introdotto nel movimento prima di contestazione, quindi di ribellione alla dinastia Pahlavi. E al di là del proprio ieratico carisma, Khomeini otteneva consenso e seguito per una pratica politico-organizzativa più leninista di certe posizioni presenti nella sinistra ufficiale.
Uno di questi, l’armata in nuce trasformatasi nei Guardiani della Rivoluzione, ha posto le basi del potere politico clericale, facendo accettare anche forzature come quel velayat-e faqih che non era benvisto da taluni ayatollah, ed è diventato nel tempo una zavorra per il regime che gli aliena l’assenso giovanile. Ecco, due elementi che riecheggiano nel malcontento degli ultimi anni in una nazione in cui i giovani sono tanti e le donne idem: repulsione della teocrazia per il mantenimento di regole che, pur non raggiungendo il fanatismo del sunnismo salafita (tutt’altro, visto che lo sciismo se ne distingue per orientamenti teorici e pratici) mantengono formule che stanno strette anche a ragazze fedeli all’Islam. Inoltre gli attuali ventenni e trentenni, ovviamente anche di sesso maschile, non hanno vissuto sulla pelle i sacrifici compiuti da padri e fratelli maggiori immolatisi per la patria nella guerra contro Saddam. Magari portano, e rispettano, lutti familiari, come testimoniano le immagini dei martiri della causa iraniana in quella guerra presenti in città e angoli sperduti del Paese, ma tutto è mediato. E forse da alcuni, neppure tanto meditato. Certo è che o si appartiene a quella che è stata definita la ‘generazione del fronte’, che ha incrementato il senso di corpo di pasdaran e basij, oppure il pur sempre vivo nazionalismo si stempera o si volatizza.
Si vocifera che fra le insofferenze odierne per il carovita ci siano le considerazioni di chi vede aumentare generi di prima necessità come le uova, e prossimamente anche i carburanti, per sostenere l’impegno militare iraniano su fronti esterni. Non difesa della patria, tuttora sotto minaccia imperialista e sionista, ma difesa dei suoi interessi più generali (i detrattori dicono di potenza regionale in antagonismo soprattutto alla dinastia saudita, ma anche del sultano Erdoğan) nei vari conflitti locali in terra mediorientale, di cui il campo di battaglia siriano è stato, ed è tuttora, il più oneroso. Chi grida di voler pensare al futuro in casa e non alla causa di Gaza può essere sprovveduto, qualunquista o al servizio di quei soggetti che in queste ore gracchiano come corvi più che cinguettare da social network, come fa Trump o tramite interviste ufficiali il suo protetto Netanyahu. E’ chiaro che i nemici dell’Iran – non di Rohani, degli ayatollah o della Rivoluzione Islamica – sbavano per una destabilizzazione di quell’area, ma sostenere che le campagne militari all’estero hanno costi che tolgono risorse interne in una fase di oggettiva difficoltà economica può risultare una cruda verità. Da tempo Rohani si barcamena, forse il terreno sotto i piedi glielo minano proprio i chierici conservatori vicini a Khamenei e oltre la sua guida. Ovvero ad agitare anima e corpo di tanti iraniani sia il desiderio di scuffiare i turbanti e togliersi il velo. Un solo pericolo: che la voglia di nuovo peschi in tendenze e periodi torbidi. C’è chi giura che gli anticorpi esistono, l’incognita resta.
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