Nel presentare il “Piano Casa” varato lo scorso 30 aprile, la presidente del Consiglio Meloni ha voluto affermare in prima persona che la casa è un “bene primario” e che il Governo ha deciso di mettere a disposizione le risorse necessarie per garantirlo.
Dietro i roboanti annunci di 100mila nuovi alloggi a prezzi accessibili, in realtà, si celano tre punti principali:
– la mancanza di nuove risorse economiche;
– la decisione di privilegiare la fascia grigia sui ceti sociali già in crisi abitativa;
– l’apripista ai grandi e piccoli privati che lucrano sul mattone attraverso l’ingresso di fondi immobiliari esteri nella gestione del patrimonio edilizio (alla faccia del sovranismo!) e la predisposizione di un disegno di legge per sfratti e sgomberi sprint (e a sorpresa).
A chi e cosa serve, dunque, il Piano Casa del governo Meloni?
Lo diciamo subito, prima di entrare nel merito dei singoli provvedimenti: non certo a liberare quei prigionieri del mattone, i cui redditi ormai in tutta Italia sono gravati da spese per l’abitare ben oltre la soglia di sostenibilità convenzionalmente fissata al 30 percento del reddito disponibile (post-tassazione) e il cui diritto all’abitare è minato da un mercato completamente deregolamentato.
Innanzitutto, partiamo dalle risorse. A fronte di tanta enfasi retorica, il Piano Casa appena varato conferma lo stanziamento di 970 milioni di euro in quattro anni, pari a 150/200 milioni l’anno fino al 2030, in attesa di ulteriori risorse che dovrebbero provenire dalla riprogrammazione dei Fondi di Coesione Europei.
Complessivamente, parliamo di 5 miliardi di euro ipotizzati e così suddivisi: 970 milioni dal ministero infrastrutture, 1,1 miliardi dalla revisione di medio termine dei fondi di coesione da far approvare all’intesa in Conferenza Stato/Regioni e, infine, 3 miliardi dal Fondo per il clima per la riqualificazione energetica, la transizione e il contenimento dei consumi. Tutto questo in dieci anni, attraverso decreti attuativi ancora decisamente lontani. Peraltro, da quanto si legge nel DL, i 970 milioni non saranno a fondo perduto, ma soldi che i comuni dovranno rimborsare con un tasso di interesse al 2%.
Con suddetti importi, dovrebbe avvenire il presunto recupero di circa 60mila alloggi popolari (ERP) oggi non assegnabili perché inagibili. Cosa che, a detta del magnifico Salvini, dovrebbe avvenire addirittura nel giro di un anno. Contestualmente, i (pochi) stanziamenti disponibili al momento saranno orientati anche al recupero di alloggi da destinare a quella fascia grigia che, evidentemente, Meloni e compagnia considerano più solvibile e attrattiva sia dal punto di vista economico sia da quello elettorale, avendola definita da tutelare e su cui legiferare in via prioritaria. Si parla, per capirci, di nuclei familiari i cui redditi arrivano fino a 60mila euro.
Poco e niente si prevede per tutelare quel 40 percento di nuclei familiari che non superano i 15mila euro annui, e 5 milioni di persone sprofondate sotto la soglia della povertà, e che in diverse città si confrontano con canoni di locazione che si sono impennati fino a sfiorare i 20 euro medi a metro quadro. Vuol dire che, per un appartamento di 50 mq, il canone di locazione arriva a 1000 euro, senza contare le spese per le utenze, in continuo aumento a causa della guerra. Lo stesso conflitto, peraltro, sta sconvolgendo anche il mercato dei mutui, tradizionalmente considerato molto più conveniente dell’affitto per le poche persone “fortunate” di avere i requisiti per accenderne uno.
Al contrario, queste fasce sociali per il governo Meloni devono essere messe per strada ancora più rapidamente, e senza passare per le formalità che le già criticabili distinzioni in merito alla “fragilità sociale” richiedevano finora. La parte più odiosa del Piano è stata inserita in un disegno di legge, le cui tempistiche non sono ancora note. I contenuti, invece, sono ormai di pubblico dominio.
Salutato da Confedilizia con grande letizia, il DDL (nato da proposte di deputati leghisti e di Fratelli d’Italia) prevede il cosiddetto “sfratto breve” con decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso del proprietario, esecuzione senza previa notifica e una penale dell’1% del canone per ogni giorno di mancata esecuzione, chiaramente a carico dell’inquilino.
Infine, vengono sanciti una stretta ideologica sulle morosità incolpevoli (rendendo praticamente impossibile sanarle), il rafforzamento dello strumento della finita locazione per accelerare gli sfratti e una restrizione decisa su quei pochi criteri che finora rendevano rinviabile l’esecuzione (come la presenza nel nucleo di persone anziane, disabili e minori, tanto per citarne alcuni). Insomma, un vero e proprio regalo ai proprietari che smaniano per sbarazzarsi degli inquilini nel minor tempo possibile, raggranellando consenso sulla pelle di chi non ce la fa a conciliare le spese per la casa con la sopravvivenza.
Infine, arriviamo al vero cuore del Piano Casa, il più gradito a Confindustria, Confcommercio, Legacoop, Federcasa, Consap e fondi immobiliari vari (gli unici portatori di interesse ad essere stati interpellati sui contenuti del Piano, detto per inciso). Come illustrato sopra, i 970 milioni stanziati dovranno servire per 100mila alloggi da recuperare e mettere a disposizione, anche attraverso meccanismi di rigenerazione urbana e di recupero del patrimonio pubblico attualmente inutilizzato.
Chi deciderà quali progetti siano degni di essere realizzati? Un commissario di governo, dotato di un ampio pacchetto di deroghe giustificate dall’interesse strategico (il Modello Giubileo docet), che coordinerà la costituzione di un nuovo fondo immobiliare denominato “Housing Coesione”. Partecipato da Invitalia, Invimit, e finanziato con risorse di Cassa Depositi e Prestiti, vedrà come principali decisori due fondi immobiliari: il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti Mudabala Investment, e nel ruolo di general partner e strategic advisor il fondo texano Hines.
Quest’ultimo è salito agli “onori” delle cronache per le vicissitudini del suo braccio italiano, COIMA, implicato nel governo Milano, nonché per le opere realizzate in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, per il coinvolgimento nella speculazione sui Mercati Generali in predicato di essere realizzato a Roma e per la compartecipazione di capitali israeliani.
La cabina di regia dell’operazione, guidata dal commissario governativo di cui sopra, sarà composta dal commissario e da tre funzionari. La struttura, finanziata solo fino al 2028, potrà operare con lo strumento di “autorizzazione unica” che avrà valore di variante al piano regolatore in quanto di interesse strategico e godrà attraverso una semplice SCIA che avrà valore autorizzativo per l’inizio delle attività con semplificazioni urbanistiche, potrà utilizzare patrimonio pubblico e realizzare alloggi in edilizia convenzionata per il 70% del totale costruito stipulando un atto convenzionale con il Comune interessato.
In teoria, il soggetto che dovrebbe accedere a questa tipologia deve avere un ISEE superiore a 20mila euro e accettare un patto di futura vendita, il famoso ‘rent to buy’. Anche i notai sono chiamati a fare la loro parte, con un dimezzamento dei costi per la stipula di tali contratti, sempre con la giustificazione dell’interesse strategico di ciò che viene realizzato.
Infine l’articolo 5 del DL prevederà una ulteriore vendita di case popolari comune ed ex-IACP senza fissare un limite; per aggiungere la beffa al danno, il ricavato delle vendite non andrà ai comuni per politiche abitative, ma ad ammortizzare i titoli di stato: insomma, a pagare gli interessi sul debito pubblico.
In definitiva, appare chiaro a chi serve il Piano Casa del Governo Meloni: a chi lucra sulla dimensione sistemica dell’emergenza abitativa, non certo a chi avrebbe bisogno di un intervento sociale deciso, di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata, di norme che calmierino il mercato, di redditi e salari decenti (che di certo non verranno realizzati con l’ennesimo, propagandistico provvedimento presentato, non a caso, il 1 maggio). Di fronte a tutto questo, è necessario rinnovare la capacità di mobilitazione sociale in modo che la vicenda casa sia rappresentata al giusto livello.
Dietro la patina di un piano che, come Renzi prima di loro, hanno l’ardire di definire “Casa”, si cela la continuità con la tendenza di trattare l’emergenza abitativa come un mero problema di ordine pubblica, ad allargare il divario tra esigibilità del diritto proprietario e difesa del diritto all’abitare, e a privatizzare quel poco che resta dell’edilizia residenziale pubblica. Possiamo rompere tutto questo organizzandoci, ma dobbiamo farlo ora! Contro questa via senza ritorno, che potrebbe portare centinaia di migliaia di persone in mezzo alla strada in poco tempo.
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