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mercoledì 31 ottobre 2018

Scontro con la Ue, più recitato che reale

Come lo scorpione della favola, l’Unione Europea non può cambiare la propria natura. Anche se questo la porterà alla catastrofe.

Lo stesso non si può dire per il governo gialloverde, piegato a ogni compromesso con chiunque e “celodurista” sono nella comunicazione pubblica.

L’ultima lettera arrivata da Bruxelles, ieri, sembra confermare il percorso di scontro frontale che sarebbe stato scelto dalla Commissione per ridurre a più miti consigli l’esecutivo italiano, troppo dirazzante rispetto alle “regole” imposte dai trattati. L’altra conferma viene dalla firma in calce alla nuova lettera, quella di Marco Buti, direttore generale degli Affari economici e finanziari della Ue: nella tecnoburocrazia europea non ci si deve attendere un occhio di riguardo dai propri connazionali (basta pensare a Mario Draghi...), a meno che non si tratti di tedeschi che devono scrivere a Berlino.

La missiva chiede spiegazioni sul perché la diminuzione del debito pubblico prevista dal governo grillin-leghista sia così imitata, ben al di sotto di quanto suggerito dalla Commissione, previsto dai trattati e promesso dal governo precedente. Non che quest’ultimo avesse fatto meglio nell’arco della sua vita, ma uscendo da Palazzo Chigi aveva anche lui largheggiato in promesse (alla Ue, non all’elettorato... e questo spiega qualcosa sui risultati).

Il debito italiano al 131,2% del Pil nel 2017, dovrebbe scendere al al 130,9% entro la fine di quest’anno e calare ancora al 130% nel 2019; troppo poco, per la Ue.

Viste le dimensioni dell’economia italiana, la terza del continente, il debito «è anche una fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso», per cui si chiede “di fornire una relazione sui cosiddetti ‘fattori rilevanti’ che possano giustificare un andamento del rapporto Debito/PIL con una riduzione meno marcata di quella richiesta”.

“L’ampia espansione del bilancio 2019 è in contrasto con l’aggiustamento raccomandato dal consiglio” e questo “unito ai rischi al ribasso per la crescita del Pil nominale” è incompatibile con “la necessità di ridurre in maniera risoluta il rapporto debito Pil dell’Italia”.

Emerge con molta chiarezza come alla Commissione non interessi affatto quale sia la congiuntura economica che si sta affrontando, ma solo il rispetto delle proprie indicazioni. E dire che la frenata del Pil (il terzo trimestre si è chiuso con crescita zero, dopo tre anni di timidissimi rialzi) dovrebbe consigliare qualsiasi economista molta prudenza nella riduzione del debito, perché tagliare la spesa pubblica o rinviare gli investimenti potrebbe avere un pessimo effetto “pro ciclico”. Ossia aggravare l'incipiente stagnazione trasformandola velocemente in recessione.

Ma i ragionieri di Bruxelles ragionano con schemini econometrici, psico-matematici, non con i dati dell’economia reale. E dunque il Buti continua imperterrito: “Un debito pubblico così elevato limita lo spazio di manovra del governo per spese più produttive a beneficio dei suoi cittadini. Date le dimensioni dell’economia italiana, è anche una fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso”.

Tutto molto giusto, da manuale... Peccato che proprio il percorso cui sono stati costretti tutti i paesi con debito alto (ma anche alcuni con debito relativamente limitato) ha prodotto il risultato opposto: l’incremento del debito (in Italia ha iniziato a correre da quando ci fu la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, che fin lì aveva calmierato gli interessi sul debito acquistando titoli di stato direttamente in asta).

Perentorio, infine, anche il termine indicato per ottenere una risposta: il 13 novembre, giorno in cui dovrebbe essere presentata anche la manovra “rivista” dopo la bocciatura da parte della Commissione.

Ampiamente attesa anche la risposta dell’omni-ministro Salvini, che garantisce “la manovra non cambierà”.

Chiacchiere, naturalmente. Bisogna ricordare che la bozza di legge di stabilità approvata dal consiglio dei ministri si limita ad indicare le cifre postate per i singoli capitoli di spesa (tot miliardi per “quota 100”, tot per il reddito di cittadinanza, ecc.), ma non contiene alcuna indicazione sul modo in cui queste misure verranno concretizzate. Modi che, naturalmente, possono cambiare anche di molto l’entità della spesa.

Il governo grillin-leghista, insomma, si sta tenendo le mani libere per variare in modo anche rilevante la struttura della manovra, ma con una formula che permette di “comunicare” assoluta “fermezza” nei confronti di Bruxelles.

Una verifica empirica di questo modo furbetto di agire la si è avuta nelle ultime settimane su diversi temi (dal Tap all’Ilva, dal condono fiscale alle spese militari, dal decreto su Genova alla Terra dei fuochi, ecc). Non stranamente la maggior parte delle marce indietro ha riguardato i Cinque stelle, che stanno già pagando dazio con divisioni e caduta nei sondaggi.

Ma quando quei capitoli di spesa saranno riempiti – e a seconda di come lo saranno – anche i leghisti potrebbero esser obbligati a spacciare per “realizzazioni” il contrario di quanto promesso. Con effetti sperabilmente tragici per loro.

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Le elezioni in Assia e la crisi politica tedesca

Dopo le elezioni svoltesi in Baviera il 14 ottobre, le elezioni in Assia confermano le tendenze emerse e grosso modo le previsioni effettuate dai sondaggi. I due partiti che formano la GroKo perdono circa undici punti percentuali, rispetto alle elezioni di 5 anni fa, la CDU della cancelleria Angela Merkel – che rinuncia alla leadership del partito e non si candiderà alle elezioni del 2021 – passa dal 38,3% al 27%, rimanendo il primo partito della regione, mentre la SPD diviene il terzo partito, con appena 98 voti in meno dei Verdi.

I Verdi, che co-governavano questo Land, divengono il secondo partito, caratterizzandosi per il loro elettorato giovanile (il 25% dei giovani ha votato per questa formazione), e divenendo la maggior forza politica nelle grandi città.

La forza di estrema destra dell’AFD, dopo avere fatto il suo ingresso nel parlamento bavarese, entra anche in quello dell’Assia, realizzando un risultato leggermente inferiore alle aspettative ma che comunque, con il 13,1% diviene la quarta forza politica della regione, aumentando di 9 punti percentuali rispetto al 2013, ed essendo ormai presente con una propria rappresentanza in quasi tutte le 16 regioni tedesche, dopo appena cinque anni dalla sua formazione.

I liberali guadagnano un più 2,1%, realizzando il 7,1%, mentre Die Linke avanza di un punto percentuale ottenendo il 6,3%.

Le prossime scadenze elettorali – in Sassonia la prossima estate, in Turingia in Autunno e in Brandeburgo il primo settembre – saranno i prossimi test che dovrebbero svolgersi prima della valutazione del lavoro governativo di metà mandato programmato per inizio del 2020.

Non è affatto detto che di qui in avanti le contraddizioni all’interno della Groko non raggiungano un punto di non ritorno, e che le elezioni europee del maggio prossimo non fungano da detonatore dei conflitti interni alle singole formazioni e tra le varie forze che compongono la coalizione.

Il prossimo Congresso della CDU che si svolgerà ad Amburgo questo 7 e 8 dicembre, deciderà se i Cristiano Democratici sceglieranno per la continuità della politica della Merkel con la 56enne Annegret Kramp-Karrembauer – la “mini-Merkel” come l’hanno ribattezzata i media tedeschi – o una rottura con il 38enne Jans Spahn, oppositore della Merkel rispetto alla sua politica sui rifugiati dal 2015, cattolico e gay dichiarato che vanta una amicizia con l’ambasciatore USA a Berlino, Richard Grenell; oppure con l’“outsider” Friedrich Merz, avvocato di 62 anni dell’ala conservatrice del partito, che fa parte del board di differenti società (la più importante è il gigantesco fondo di investimenti Blackrock).

Allo stesso tempo, risulterà significativa la piega che assumerà il dibattito dentro la SPD: Andrea Nahles, a capo dei social-democratici, ha posto un ultimantum ai suoi partner di coalizione, dichiarando che se le cose da qui a metà mandato non miglioreranno, verrà posta la questione della partecipazione dell’SPD al governo.

Anche nella CSU bavarese – che ad ottobre ha fatto registrare il suo risultato storico più basso, calando di 10 punti percentuali – è già cominciata la guerra di successione per il dopo Seehofer, in vista del congresso che dovrebbe tenersi l’autunno prossimo; da una parte il più moderato Manfred Weber, attuale capofila dei conservatori a Strasburgo e possibile candidato per la presidenza della Commissione Europea per i popolari europei, dall’altra Alexander Dobrindt, capofila dei deputati bavaresi della CDU-CSU al Bundestag, che ha posizioni politiche più a destra del suo rivale.

Nonostante i due partiti “storici” tedeschi abbiano ancora un corpo militante considerevole – rispettivamente 450.000 per la SPD e 420.000 per la CDU – sono in crisi da tempo, e al di là delle costellazioni regionali, l’emorragia di voti è una reazione all’immagine desolante del governo federale.

Come ha sottolineato lo studioso Stefan Seidendorf, in un intervento sul “Le Monde” di martedì 30 ottobre: “Al di là delle persone, il disincanto degli elettori proviene da evoluzioni strutturali. Gli ambienti storici che strutturavano la società tedesca si sono disaggregati”.

I tradizioni centri gravitazionali della società tedesca, che fungevano da aggregatori di profili che ruotavano attorno a questi punti fermi, non svolgono più la stessa funzione, mentre i cittadini della Germania orientale non hanno mai sviluppato un vero e proprio attaccamento alle organizzazioni politiche della ex RFT.

*****

Vediamo più da vicino il successo dei Verdi.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale, proprio in Assia nel 1985.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica”(CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD.

Una tendenza centrista di lungo periodo, quindi, che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann, e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

Con un ricambio di ceto politico dirigenziale e una notevole capacità comunicativa, i Verdi si stanno ponendo “al centro” del gioco politico della Germania occidentale, dentro la compatibilità di una “transizione ecologica” che non vede la netta contrapposizione tra l’attuale sistema e la tutela dell’ambiente.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, con lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “dieselgate” ha mostrato come le case automobilistiche, a cominciare da Volkswagen, hanno mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture e stanno subendo l’apertura dei vari procedimenti giudiziari; vi è stata quindi una maggiore attenzione sociale al livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocato in prevalenza dalle macchine con propulsione diesel. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico, mentre sono attese otto sentenze giudiziarie che da qui alla fine dell’anno dovrebbero decidere del divieto o meno della circolazione di veicoli inquinanti in differenti centri cittadini, vista la sostanziale inazione del governo.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente riconosciute, e interessi delle case automobilistiche, difesi dalla GroKo, non depone certo a favore di quest’ultima.

Il voto tedesco di un anno fa, in sede dell’Unione Europea, favorevole al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il Glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer, che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e classificato nel 2015 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabile cancerogeno per gli esseri umani” – ha sollevato uno scandalo politico.

Il Roundup è il pesticida di gran lunga più usato, e Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme per chiederne il bando.

Non essendo stato raggiunto un accordo a riguardo tra le forze che andavano componendo la GroKo, durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando così la scarsa “sensibilità” per un tema tanto delicato della Grande Coalizione in via di formazione.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista transizione ecologica, riportato all’attenzione popolare dallo sgombero violento di metà settembre – un attivista vi ha perso la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della foresta millenaria di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con più forza si oppongono alla cessazione dello sfruttamento minerario e al passaggio alle energie alternative.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, quest’ultima settimana, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare i limiti di questa Coalizione sul fronte delle mancate scelte ambientali, ma anche la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno in pratica fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

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Il “disagio” dei senatori M5S sul decreto Salvini. Uno scenario ben fissato nella memoria

Il Senato come è noto è il luogo istituzionale dove gli equilibri sono sempre incerti, tant’è che Renzi e la sua cricca volevano abolirlo. Il problema si sta ripresentando sul voto relativo al liberticida Decreto Salvini sulla sicurezza. Il decreto rappresenta un vero e proprio accanimento contro gli immigrati (che, ad esempio, sta già producendo danni in molte città con la chiusura dei centri di accoglienza pubblici), ma anche contro le possibilità di resistenza da parte di lavoratori, senza casa e attivisti con la criminalizzazione di forme di lotta come i blocchi stradali e le occupazioni di edifici.

Insomma un decreto che puzza di stato poliziesco lontano un chilometro e che presenta diversi aspetti di incostituzionalità su cui stanno lavorando giuristi e comitati in tutta Italia. Questa natura liberticida non sembra sfuggire ad alcuni senatori del M5S che cominciano a manifestare pubblicamente il loro disagio e, in alcuni casi, la loro opposizione.

“Il decreto legge sulla sicurezza è un provvedimento partito male e io voglio votare contro”. La senatrice del M5s Paola Nugnes conferma il suo giudizio complessivamente negativo sul decreto sicurezza “partito male – sottolinea – perchè è mancata una sintesi già in Consiglio dei ministri”. Un provvedimento che produrrà effetti ancora più negativi sulla immigrazione irregolare. Sulla ipotesi di fiducia in Aula, la senatrice aggiunge: “Valuterò, in quel caso probabilmente mi asterrò”. Sulla minaccia di espulsione dal Movimento, la senatrice Nugnes replica: “Non ho avuto minacce e non sono ricattata. Sono in perfetta asse con i miei valori e con i valori della Costituzione”. “Io sono portatrice – prosegue – della visione iniziale del movimento e non condivido questa trasformazione alla quale stiamo assistendo”.

Anche il senatore del M5S Mattia Mantero, annuncia che: “Il decreto sicurezza? Io non lo voterò, se votare contro o non votarlo lo deciderò la notte prima, al momento sono più per non votarlo. Anche se ci fosse la fiducia”.

Infine la senatrice M5S Elena Fattori fa sapere che “Il problema è sicuramente Salvini, a noi non sarebbe mai venuto in mente di fare un testo del genere che di sicurezza ha molto poco. Questo decreto forse porterà più insicurezza, mi fa molta paura”, commenta la Fattori, vicepresidente della Commissione Agricoltura, che figura anche tra i quattro senatori M5S che hanno espresso perplessità sul decreto: “Bisognerebbe lasciare spazio non dico alle idee diverse, ma a quelli che ancora la pensano come prima”, aggiunge Fattori alludendo al nuovo orientamento assunto dal Movimento in materia immigrazione dopo essere salito al governo. “Mi lascia un po’ amareggiata questo voler dire no ai pareri contrari sui temi delicati”, conclude Fattori che però aggiunge: “Di Maio è stato conciliante, mi ha detto che non ha nulla in contrario ai voti in dissenso”.

Ma per bloccare al Senato il Decreto Salvini di voti contrari nella maggioranza ne servono almeno sei.

Si va in qualche modo riproducendo la situazione del secondo governo Prodi sulle missioni militari in Iraq e Afghanistan. Nella prima votazione (luglio 2006), tutti i senatori dei partiti di sinistra, nonostante gli appelli del movimento contro la guerra e una riuscitissima assemblea a sostegno del NO che si tenne al centro Frentani a luglio, votarono si e salvarono il governo del centro-sinistra da poco insediato. L’assemblea del movimento pacifista aveva l’obiettivo di creare proprio un “cordone di protezione politico” verso i senatori che avrebbero deciso di votare No, anche mettendo in sollecitazione il neonato governo Prodi. Ma non fu sufficiente e prevalse una “realpolitik” che annunciava il suicidio politico dei partiti della sinistra in Parlamento.

Occorrerà attendere altri sei mesi e una votazione successiva (febbraio 2007), quando solo due senatori (Turigliatto del Prc e Rossi del PdCI) trovarono il coraggio e la coerenza di votare NO alle missioni militari in Afghanistan e Iraq. Ma il governo Prodi, sostenuto da Prc e PdCI, sopravvisse fino a gennaio del 2008, quando andò sotto nel voto sulla incriminazione della moglie di Clemente Mastella (sic!). Una caduta su una questione certamente meno nobile e lungimirante del No al coinvolgimento dell’Italia nelle guerre volute dagli Stati Uniti. I risultati si sono visti e le loro conseguenze sono arrivate fino all’oggi.

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Mega deal commerciale Usa-Cina?

In un comizio in Indiana, ieri, il Presidente Trump ha affermato che gli Stati Uniti sono pronti ad un mega accordo commerciale con la Cina. Gli occhi sono puntati al G20 che si svolgerà a Buenos Aires il 20 novembre prossimo. Dal canto loro i cinesi hanno sempre dichiarato che per un accordo bisognerà aspettare le lezioni del mid term il 4 novembre prossimo.

Oggi sono usciti dati sconfortanti in Cina: l’indice Pmi manifatturiero è ai minimi da 3 anni, sulla soglia della recessione, l’indice degli ordinativi all’export passa da 48 a 46, sotto la soglia della recessione.

Negli ambienti finanziari mondiali si tifa per un accordo Stati Uniti-Cina, anche perché hanno il forte timore che l’esplosione di una probabile crisi finanziaria cinese, dovuta a default di imprese esportatrici, possa sconquassare il sistema finanziario mondiale e lo stesso sistema politico cinese, con una sorte di arrocco politico ed economico che lascerebbe per terra gli esportatori e gli investitori mondiali.

C’è da dire comunque che la Cina ha armi potentissime per contrastare un’eventuale crisi finanziaria. Per il momento utilizza la leva fiscale, comunicando un taglio delle tasse di 140 miliardi di dollari, pari all’1% del pil cinese. Stessa sorte la troviamo negli Stati Uniti, con la promessa di Trump di tagliare ulteriormente le tasse.

Cina e Stati Uniti abbandonano la leva monetaria per indirizzarsi verso la leva fiscale. Il mega accordo, qualora venisse siglato, porterebbe alla seconda globalizzazione, con un forte impulso all’export statunitense e la Cina che diverrebbe la spugna del mercato mondiale. Sarebbe il nuovo G2, in attesa del G3 con la Russia, di cui scriveva due anni fa l’economista Guido Salerno Aletta, per una nuova Yalta Russia Stati Uniti nel Medio Oriente e nel Mediterraneo.

A quel punto la Cina avrebbe la strada spianata in quelle aree per la via della seta.

L’Italia attende gli eventi, certa che un mega deal Usa-Cina porterà benefici politici ed economici consistenti. Europa non pervenuta. A quel punto la guerra commerciale si indirizzerà verso di lei?

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Affare terremoto. Un supermercato invece delle case

Ieri è stato inaugurato il Deltaplano di Castelluccio. È una storia con cui ammorbo tutti da più di un anno e per la quale il sindaco di Norcia Nicola Alemanno e la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini hanno minacciato a più riprese di querelarmi insieme a tutti quelli che hanno sollevato perplessità su questo centro commerciale che sorge nel bel mezzo della piana.

La cosa più sconfortante, oggi, è leggere i resoconti della giornata sulle varie cronache locali: si parla di “passi avanti”, “struttura inserita nel contesto ambientale”, “realtà forte e solida”, “segnale di ripresa”, “speranza per il futuro”.

Torna in mente qualche verso di un marchigiano amato solo per finta dai suoi conterranei, Giacomo Leopardi: “Dipinte in queste rive / son dell’umana gente / le magnifiche sorti e progressive. / Qui mira e qui ti specchia, / secol superbo e sciocco […]”.

Sui motivi per cui tutto questo è una follia ha scritto abbastanza (nei commenti metto il link di qualche pezzo che spiega bene), e ora vorrei soltanto sottolineare un dato, perché alla fine in mezzo a tante chiacchiere i numeri hanno una loro importanza, cioè almeno servono a capire di preciso di cosa parliamo quando discutiamo di ricostruzione.

A due anni da sisma la ricostruzione è ferma allo 0,5% (zero virgola cinque percento) del totale. La colpa di tale palese insuccesso viene data, per lo più, alle regioni, al governo, alla burocrazia, all’Europa, ai migranti, ai commissari eccetera eccetera eccetera.

La verità, però, è che non si tratta di insuccesso ma di preciso disegno politico (la “strategia dell’abbandono”, come si dice): è chiaro ormai che il modello di sviluppo del cratere del terremoto prevede uno spopolamento più o meno coatto e la costruzione continua di centri commerciali, ristoranti, strutture ricettive e altra roba che servirà soltanto ad accogliere turisti.

Non è un complotto, è un discorso serio cominciato negli anni ‘80 e che prosegue ancora adesso: viviamo in un’epoca in cui i profitti valgono più delle persone, quindi – a Castelluccio come altrove – dei residenti (ex, ormai) non gliene frega niente a nessuno, e la cosa più importante è “far ripartire l’economia”, cioè appunto creare profitto. Profitto che, per inciso, non verrà ridistribuito ma andrà nelle tasche di pochissimi.

Per questo si preferisce costruire un centro commerciale invece che una casa. Fermatevi un attimo e pensateci: in quale epoca della storia umana si è pensato a costruire prima i negozi e poi le case? Mai. Cioè oggi. Il terremoto, in questo senso, è un’ottima occasione per riscrivere la storia e le geografia di un’area immensa.

Benvenuti nel futuro: non contavate un cazzo prima, ogni giorno che passa conterete ancora meno.

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martedì 30 ottobre 2018

Milano: le lunghe mani “smart” sulla città

L’ultimo numero di “D La Repubblica” contiene uno speciale interamente dedicato a “Milano vicino all’Europa”: il repertorio completo della retorica e delle celebrazioni che circondano, ormai da tempo, Milano in quanto città-vetrina internazionale, innovativa ed accogliente e che l’hanno portata ad ottenere dalla società FPA, del gruppo Digital 360, per il quarto anno consecutivo, il titolo di città più “smart” d’Italia, ovvero “più vicina ai bisogni dei cittadini, più inclusiva, più vivibile”.

A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.

Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.

Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.

O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:

– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;

– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...

– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.

– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.

– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.

– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.

– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?

– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.

Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.

A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.

Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.

Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.

#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo

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San Lorenzo mon amour

Quelle appena passate sono state giornate tese, è inutile nasconderselo. Prendendo a pretesto la tragedia della sedicenne Desirée Mariottini attori diversi, a livelli diversi, hanno provato a giocarsi la propria partita politica o economica, tentando di ridefinire la geopolitica romana che da più di 70 anni ha fatto del quartiere di San Lorenzo un simbolo della sinistra di classe. Non ci interessa, in questa occasione, ritornare sulla vicenda di cronaca in sé. Appare evidente, con il passare dei giorni, che il “degrado” e “l’abbandono” in cui è maturato l’omicidio non riguardano solo le baracche di via dei Lucani, ma anche l’ambiente umano che ha portato una ragazzina a perdersi in quel modo. Dev’essere altrettanto chiaro, però, che niente e nessuno può giustificare, e nemmeno attenuare, le colpe di chi si è approfittato ed ha abusato della fragilità di un’adolescente. Mai. Esiste un confine, nemmeno troppo sottile, che separa la bestialità dalla capacità di rimanere umani. Una linea di demarcazione che rimane ben visibile in ogni frangente. E chi la oltrepassa ci è comunque nemico, al di là del suo vissuto, del colore della sua pelle, del passaporto che ha in tasca o della lingua che parla.

Ma come scrivevamo non è su questo, però, che vorremmo concentrare il nostro ragionamento, quanto sulla risposta quasi inaspettata che il nostro “popolo”, la nostra “gente”, ha saputo dare con intelligenza e determinazione in questi giorni disinnescando la trappola in cui avrebbero voluto farci infilare.

San Lorenzo, come abbiamo detto, è molto più di un quartiere, è un simbolo che generazioni di militanti si tramandano come fosse il testimone di un’ideale staffetta. Un simbolo che inevitabilmente ogni volta cambia, muta, evolve, riflettendo le trasformazioni sociali in cui siamo perennemente immersi. Il quartiere dei ferrovieri che impedì ai fascisti di entrare durante la marcia su Roma non c’è più, così come non ci sono più il feudo popolare del Pci del dopoguerra, la base rossa dell’Autonomia degli anni Settanta o la trincea del movimento degli anni Ottanta e Novanta. Frammenti della lotta di classe di questo Paese che nel corso del tempo, però, non sono andati dispersi, ma si sono stratificati in una storia collettiva che va difesa con le unghie e con i denti.

Perché anche se oggi questo simbolo è un po’ sbiadito, un po’ ammaccato e sicuramente afflitto da enormi contraddizioni, mantiene comunque un valore per noi irrinunciabile. E a ricordarcene l’importanza, paradossalmente, sono stati proprio quelli che in questi giorni hanno provato ad appropriarsene e le migliaia di compagni che, quasi spontaneamente, sono invece scesi in piazza a difenderlo.

Il ministro Salvini, quando ha provato a risalire per Via dei Lucani, era ben consapevole del significato di quel gesto, ma al posto della solita claque si è ritrovato, per la prima volta dal 4 marzo, la contestazione di chi ha ritenuto intollerabile che si potesse speculare politicamente su una tragedia come quella di Desirée. Un’ipocrisia davvero insopportabile in un Paese in cui quasi quotidianamente “mogli e figlie” vengono assassinate o brutalizzate, quasi sempre in famiglia, senza che nessuna autorità dello Stato senta nemmeno lontanamente il bisogno di rendere loro omaggio.

Così come deve essere stata altrettanto intollerabile, immaginiamo, l’equiparazione strumentale fatta dai media mainstream fra gli spazi abbandonati dalla speculazione edilizia e quelli liberati grazie alle occupazioni. Anche in questo caso con l’ipocrisia di chi finge di ignorare che senza la Palestra Popolare, ad esempio, oggi al posto dei ragazzini che fanno sport a prezzi accessibili avremmo l’ennesima serranda abbassata o l’ennesimo pub. Oppure, che se qualcuno non avesse deciso di occupare il Cinema Palazzo, ci ritroveremmo con una delle tante Sale Slot intente a spellare qualche ludopatico, invece che con uno spazio di socialità e cultura accessibili per il quartiere e per tutta la città.

Per questo motivo venerdì in piazza e poi in corteo per le vie del quartiere c’erano migliaia di donne e di uomini. Per salutare idealmente Desirée, ma anche per ribadire che il quartiere non può essere rappresentato dalla penna morbosa di un giornalista o dalla voce sguaiata di qualche personaggio in cerca di autore e di cinque minuti di celebrità. Lo stesso motivo per cui il giorno dopo, di fronte alla provocazione di Forza Nuova, altre diverse centinaia di compagni hanno presidiato e affollato il quartiere fin dal mattino sbarrando l’accesso ai fascisti. Perché una cosa dev’essere chiara: San Lorenzo è di chi ci vive quanto di chi la fa vivere ogni giorno costruendo iniziativa politica o sociale. San Lorenzo è un bene collettivo che non ci faremo portare via senza combattere, e queste giornate lo hanno dimostrato.

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Merkel e Juncker. Crollano i pilastri dell’Unione Europea

Una costruzione di qualsiasi tipo si regge su “pilastri portanti”. In politica, specie internazionale, difficilmente le singole personalità riescono a diventare dei pilastri, ma se restano a lungo al centro della scena significa, quanto meno, che sono loro il punto di coagulo, mediazione, tenuta, di un complesso gioco di forze economiche, politiche e militari.

L’inizio del nuovo millennio, in Europa, è stato segnato dalla centralità di Angela Merkel. Ossia della Germania e di un certo modello di accumulazione – mercantilista e ordoliberista – che ha disegnato l’Unione Europea (il sistema dei trattati) su misura per le proprie esigenze. Sia produttive che finanziarie.

La sua annunciata uscita di scena – nel 2021, se non ci saranno precipitazioni della crisi interna anche prima di quella data – è quindi una bomba sugli equilibri altamente instabili che caratterizzano sia la potenza continentale egemone che tutta l’Unione. O, più precisamente, il segnale d’allarme proveniente dalle faglie sotterranee che sostenevano quegli equilibri; l’indizio che rivela rotture difficilmente ricomponibili.

Le pesanti sconfitte politiche registrate dalla Cdu in Baviera e in Assia, nelle ultime due settimane, sono state accompagnate da cadute ancora più gravi dello storico alleato-dipendente, la Spd. Il centro dello schieramento politico che aveva segnato tutta la storia recente – sia tedesca che europea – è venuto meno. La “brava massaia” proveniente dall’Est ne ha dovuto trarre le conseguenze, spiegando che non si tratta di un ripiegamento temporaneo, o di un mettersi a disposizione di progetti europei, ma di un ritiro puro e semplice.

«Il governo ha perduto credibilità: non possiamo andare avanti in questo modo», «È giunto il momento di aprire un capitolo nuovo». La “verifica” fissata per dicembre potrebbe addirittura porre fine in anticipo al suo ultimo cancellierato.

Contrariamente all’opinione comune, costruita – specie in Italia – intorno a una narrazione encomiastica delle virtù tedesche e in particolare di questa maestra nell’arte della mediazione, il “regno di Angela” non è stato affatto il regno del buonsenso, della pace, della prosperità. Una sintetica ricapitolazione delle sue imprese – stilata dal sempre attento Giuseppe Masala – è un autentico bollettino di guerra; all’interno e all’esterno dell’Unione, a cominciare dai rapporti tra capitale e lavoro.
Ha trasgredito il Trattato di Roma che è alla base dell’UE: la solidarietà tra nazioni europee è stata sostituita dalla competitività che ha trasformato l’intero continente in una agone dove gli animal spirits delle varie nazioni si sono confrontati con una ferocia inaudita. Una eterna lotta per contendersi quote di mercato a scapito dei partner grazie ad una feroce svalutazione del costo del lavoro.

Ha trasformato l’EU in una zona priva di crescita autonoma totalmente dipendente dalla crescita dei paesi importatori extra UE, in primis gli USA.

Grazie ad un uso spregiudicato del trattato di Maastricht ha affogato la forza del marco nella miseria della peseta, dell’escudo, della dracma e della lira consentendogli di aumentare artificialmente le esportazioni tedesche fuori dalla UE senza che l’Euro si rivalutasse.

Ha appoggiato il golpe nazista ucraino al solo scopo vigliacco di far firmare un trattato di libero scambio tra UE e Ucraina che ha consentito alle merci tedesche di invadere il mercato ucraino trasformando un paese di quasi 50 milioni di abitanti nel più povero d’Europa.

Ha saccheggiato la Grecia senza tenere in minimo conto il principio di solidarietà che dovrebbe muovere la UE.

Ha sostenuto la folle guerra di Sarkozy contro la Libia per dare uno sbocco nel mediterraneo alla Françafrique.

Nonostante la ricchezza enorme accumulata dalla Germania non ha né risolto il problema del sottoutilizzo della Germania Est e soprattutto ha lasciato le classi subalterne tedesche in povertà.

Ha permesso agli industriali tedeschi di creare cartelli oligopolistici illegali al fine di demolire la concorrenza straniera (si pensi allo scandalo delle case automobilistiche tedesche scoppiato in USA).

Nonostante l’enorme ricchezza accumulata ha consentito alle banche nazionali di accumulare per avidità titoli di finanza strutturata che ora, svalutati, rischiano di far saltare il sistema finanziario tedesco.

Per tenere basso il costo del lavoro e mantenere la competitività ha importato milioni di immigrati indifferente alle naturali tensioni sociali che questo avrebbe comportato e in definitiva facendo rinascere forze xenofobe e razziste.

Ha isolato l’UE dal resto del mondo per l’assurda idea di far diventare la Germania, per interposta UE, un player geopolitico mondiale.

A causa delle sue politiche folli, che storicamente portano alla guerra, ha fatto rompere gli indugi agli inglesi che giustamente hanno tagliato la corda da un’avventura che non può finire bene.

Ha trasformato l’UE in un enorme bollitore, di rivendicazioni, rabbia, livore di tutti contro tutti.
Non ha fatto tutto da sola, ovviamente. Nella più completa assenza di un grande progetto politico comunitario, la sua arte mediatoria si è tradotta nell’accompagnare al meglio – col minimo degli scossoni inevitabili – l’adeguamento delle strutture politiche e delle istituzioni europee ai desiderata del grande capitale industriale e finanziario. In primo luogo di quello basato in Germania. La competizione mascherata da “regole” invece della cooperazione.

E’ stata questa la ragione del suo successo e della sua lunga durata. E si tratta naturalmente della stessa ragione che ha portato all’attuale crisi, contemporanea, dell’Unione, della Germania, della Cdu e della propria leadership.

Ora tutti i nodi arrivano contemporaneamente al pettine. Le prossime elezioni europee sono l’orizzonte, o il bivio, che determinerà le sorti dell’Unione. Non perché l’inesistente Parlamento di Strasburgo – unico al mondo senza potere di proposta legislativa – possa mutare alcunché, ma per la probabile emersione sul terreno politico della “competizione economica” coltivata per decenni sotto la regia merkeliana.

Questo comporterà prevedibilmente molti più problemi nella costruzione di indirizzi condivisi, tranne che sui modi peggiori di trattare i flussi migratori.

Un ulteriore indizio verrà dalla scelta del successore di Angela Merkel. Se, come lei stessa ha detto ieri, «È giunto il momento di aprire un capitolo nuovo», allora sono fuorigioco i vertici Cdu a lei più vicini. E salgono le quotazioni dei suoi storici avversari interni. A partire da Friedrich Merz, presidente del gruppo Cdu al Bundestag dal 1998 al 2000 e dal 2002 al 2004. Poi fuori – fino ad un certo punto – dalla politica perché trasformato in lobbista delle imprese metallurgiche, quindi passato al fondo BlackRock (la più grande società di investimento nel mondo con sede a New York. Gestisce un patrimonio totale di oltre 6.000 miliardi di dollari, tre volte il Pil dell’Italia), e fondatore del “Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft” che si occupa della diffusione di una “nuova economia sociale di mercato”.

Un “non nemico” degli Stati Uniti, insomma, sicuramente più gradito a Washington di quanto non sia ormai frau Merkel. Non è uno sforzo eccessivo di fantasia immaginare che, se si dovesse realizzare questo passaggio di consegne, a quel punto l’Unione Europea vedrebbe scendere di parecchio le proprie ambizioni come polo imperialista autonomo. Anche perché molto più lacerata da spinte interne molto contrastanti.

In qualche modo la sensazione che un’epoca, in Europa, stia finendo molto rapidamente e molto male arriva dall’inchiesta su/contro Jean-Claude Juncker pubblicata questa settimana da L’Espresso; ossia da un gruppo editoriale che ha fatto dell’“europeismo senza se e senza ma” il suo marchio di fabbrica.

Un attacco che parte da un’inchiesta giudiziaria puntuale e “documenta il ruolo centrale di Juncker nelle politiche che hanno reso il Lussemburgo il primo paradiso fiscale interno all’Unione europea. Uno scandalo svelato a partire dal novembre 2014, proprio mentre Juncker si insediava al vertice della Ue, dall’inchiesta “LuxLeaks”, firmata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), di cui fa parte l’Espresso in esclusiva per l’Italia. Analizzando oltre 28 mila documenti riservati, i giornalisti del consorzio hanno rivelato i contenuti degli accordi fiscali privilegiati (tax rulings) con cui il Lussemburgo di Juncker ha garantito a 340 multinazionali, da Amazon ad Abbott, da Deutsche Bank a Pepsi Cola, di pagare meno dell’uno per cento di tasse.”

Ma che si trasforma in una durissima accusa alla gestione junckeriana dell’Unione Europea: “Una voragine nei conti dei 28 Paesi dell’Unione europea: mille miliardi di euro all’anno, tra elusione ed evasione fiscale. Multinazionali che non pagano le imposte e smistano decine di miliardi di dollari dei loro profitti, accantonati grazie a operazioni finanziarie privilegiate in Lussemburgo, verso altri paradisi rigorosamente “tax free”. Stati membri dell’Unione che si fanno concorrenza sleale sulle tasse. È disastroso il bilancio che sta lasciando Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, nonché ex padre-padrone del Granducato, mentre imbocca l’ultimo anno del suo mandato, in scadenza dopo le elezioni del 2019: il suo viale del tramonto”.

I due personaggi politici che più e meglio hanno rappresentato gli interessi del capitale multinazionale e finanziario, insomma, escono di scena fra i fischi di quanti li avevano fin qui idolatrati oltre ogni ragionevolezza.

La loro caduta non provocherà la fine dell’Unione, ma ne è il sintomo.

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Il governo gialloverde non cambia la sostanza della legge Fornero

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini, quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Tutte e tutti costoro lasceranno integralmente il versato nelle casse dell’INPS e potranno solo chiedere la pensione sociale, 448 euro al mese, a 67 anni se poveri ai sensi dell’Isee. Va detto che la Fornero ha ereditato questa porcata dal governo di Giuliano Amato che la varò nel 1992 di fronte ad una tempesta monetaria che preparava l’euro. La Fornero ha semplicemente inserito quella norma nel balzo da essa imposto all’età pensionabile. Lo stesso ha fatto con un’altra norma che spesso invece le viene attribuita: il meccanismo di innalzamento automatico dell’età della pensione in proporzione all’incremento della cosiddetta aspettativa di vita: più speri di vivere, più devi lavorare.

Fu Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi nel 2009, a stabilire questa norma stupida e feroce che cancella la fatica del lavoro e trasforma i successi della medicina e della società, di cui usufruiscono prima di tutto i più ricchi, in condanna per i poveri. Naturalmente la Lega di Bossi, Maroni e Salvini votò a favore.

Anche questo meccanismo non viene abolito, ma solo bloccato per alcuni anni; poi riprenderà a fare danni, innalzando sia l’età della pensione di vecchiaia sia i contributi necessari per quella di anzianità. Intanto però saranno passate le prossime elezioni.

Il governo dichiara inoltre di voler mantenere la cosiddetta “opzione donna”. Anche questa è una misura già decisa dai governi precedenti, per stemperare gli eccessi di ferocia della legge Fornero. Le lavoratrici con 58 anni di età se dipendenti, 59 se autonome, se avranno maturato 35 anni di contributi potranno andare in pensione a circa 60 anni. Naturalmente con un pesante taglio alla rendita. Anche questo provvedimento micragnoso e sessista viene confermato, presentandolo come un grande cambiamento, ma allora cosa cambia davvero?

Come si sa il governo chiama abolizione della legge Fornero l’istituzione della cosiddetta “quota 100”. Chi ha 62 anni di età e 38 anni di contributi potrà andare in pensione, ma con alcune avvertenze.

La prima è che non c’è in realtà alcuna quota 100: chi ha 60 anni di età e 40 di contributi non andrà in pensione prima, così pure chi ha 63 anni e 37 di contributi. I due requisiti sono entrambi necessari, se uno dei due manca non si va in pensione. Inoltre tornano le famigerate “finestre”; cioè non si va in pensione quando si maturano i requisiti, ma un po’ dopo. Da un minimo di 4-5 mesi per un lavoratore del privato, ad oltre un anno per un insegnante.

Ora sulla base di tutti questi e di altri piccoli trucchi che si stanno elaborando, il governo prevede di far andare in pensione, prima di quando avrebbero dovuto andarci con la Fornero, circa 350.000 persone, che già sono molte meno di coloro interessate ad una vera quota 100. Anche qui c’è la complicità delle opposte propagande: il governo dice che “cambia tutto”, Boeri e PD che lamentano lo scasso dei conti pubblici. La realtà è molto diversa.

Per andare in pensione nel 2019 a 62 anni di età con 38 anni di contributi bisogna essere nati attorno alla metà degli anni 50, essere andati a lavorare attorno ai 24-25 anni e aver mantenuto un impiego stabile fino al 2018. Chi sono costoro? In grandissima parte impiegati delle grandi aziende private e del settore pubblico. Che effettivamente potranno andare prima via dal lavoro... o dovranno?

Sì perché stranamente questo provvedimento coincide largamente con i bisogni delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di procedere allo svecchiamento del personale. Via impiegati anziani e costosi, dentro giovani pagati molto meno e, ricordiamolo sempre, nel privato senza articolo 18. Del resto quando fu varata la legge Fornero fu proprio Boeri a lamentare che essa avrebbe “ingessato” il mercato del lavoro. Per questo la Confindustria è concorde, al di là di qualche ipocrisia di facciata.

Quello che il governo sta varando non è l’abolizione della legge Fornero, che resta in tutti i suoi meccanismi più feroci e ingiusti, ma un prepensionamento per alcune categorie di impiegati del sistema pubblico e privato. Naturalmente molti di loro saranno contenti di uscire da posti di lavoro sempre peggiori, ma, ripeto, questo non elimina la controriforma del sistema pensionistico.

Per fare davvero una riforma giusta si dovrebbe abbassare per tutte e tutti, e non solo per alcuni, l’età della pensione. Si dovrebbe garantire una pensione dignitosa ai giovani e ai precari. Si dovrebbe rilanciare il sistema pubblico con adeguata contribuzione, invece che colpirlo con i condoni o con le agevolazioni per le pensioni private, anche sindacali.

Non è vero che il sistema pensionistico pubblico sia al collasso, come affermano mentendo tutti i liberisti, di governo e di opposizione. Al contrario il sistema pubblico è in attivo, tolte le spese di assistenza che dovrebbero riguardare la fiscalità generale, recuperati i mancati contributi dello stato per i suoi dipendenti, recuperata la gigantesca evasione contributiva agevolata nel nome delle “imprese”; e soprattutto messi nel conto i 50-60 miliardi annui di tasse che versano i pensionati.

Se tutti questi conti venissero onestamente fatti, verrebbe smentita la propaganda liberista su un sistema pensionistico pubblico insostenibile. E verrebbe fuori invece la brutale realtà di governi che hanno sempre usato le pensioni come bancomat pronta cassa.

Tutto l’impianto della legge Fornero rimane, come quello di tutte la controriforme precedenti, a partire da quel sistema contributivo introdotto dalla legge Dini, che, nell’epoca della precarizzazione del lavoro, ha distrutto la solidarietà tra generazioni nel sistema pubblico.

Il governo gialloverde in realtà copia ciò che fece l’ultimo governo Prodi nel 2007. Allora era in vigore il cosiddetto “scalone Maroni”. Un innalzamento dell’età della pensione attuato dal governo di destra precedente, a cui il ministro leghista del lavoro di allora aveva dato il sui nome. Prodi aveva preso in campagna elettorale il solenne impegno di abolire lo scalone Maroni; e alla fine lo mantenne, mandando in pensione prima alcune classi di età, allora si parlava di quota 95. Ma senza toccare nulla della struttura del sistema pensionistico, anzi facendo pagare alla maggioranza dei lavoratori il miglioramento per alcuni.

Salvini e Di Maio fanno oggi come Prodi allora: mandano in pensione prima una piccola minoranza di lavoratori e accettano che la grande maggioranza di essi vada in quiescenza sempre più tardi.

La lotta per un sistema pensionistico pubblico giusto e umano è ancora tutta da fare.

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L’ultimo errore del Prc

La coincidenza potrebbe essere del tutto casuale ma il risultato non lo è affatto. Negli stessi giorni – sabato e domenica scorsi – il parlamentino di Rifondazione Comunista ha decretato il suo goodbye a Potere al Popolo, mentre Sinistra Italiana ha fatto lo stesso con Liberi e Uguali.

Due esperienze – assai diverse tra loro per composizione, radicamento, programma e finalità – nate entrambe in occasione delle elezioni del 4 marzo, hanno visto così sfilarsi due “azionisti” di relativo peso.

Con qualche interessante, si fa per dire, ricorso storico. Sia il Prc che Sinistra Italiana, frutto della scissione verificatasi al congresso di Rifondazione del 2008 a Chianciano, si ritrovano dieci anni dopo nuovamente in sincronia e in sintonia. Su un progetto strategico che rimetta al centro l’antagonismo di classe nel paese? No, ovviamente. L’orizzonte resta pur sempre una scadenza elettorale: quella delle europee di maggio 2019. E l’obbiettivo non cambia mai: “eleggere” qualcuno, non importa troppo chi, per continuare a sopravvivere.

Uno scenario dunque fin troppo prevedibile, sconsolante nella sua ritualità. Indifferente ai veloci mutamenti economico-politici dell’ultimo decennio – quello della più lunga recessione globale del dopoguerra – agli smottamenti geopolitici e al montare del “rancore sociale” nelle classi popolari.

Una confluenza di intenti che dentro Potere al Popolo era stata individuata e segnalata per tempo, che è stata a lungo negata con sdegno, ma che alla fine si è concretizzata nella separazione non consensuale – ma “naturale” – del Prc rispetto al movimento. Anche se parlare di Rifondazione come una organizzazione unitaria appare spesso del tutto improprio.

L’ultimo Cpn, che ha sancito la “dipartita”, ha nuovamente confermato l’esistenza di ben quattro documenti, corrispondenti ad altrettanti correnti o “sensibilità”. Una assenza di omogeneità interna, di un orientamento comune almeno sul piano della tattica, che per mesi è stata in qualche modo “scaricata” dentro Potere al Popolo, rallentandone in varia misura il processo di definizione, l’attuazione degli obiettivi, la discussione politica. Fino a quando la corda si è rotta.

Tutto questo non ci fa affatto piacere, così come non è mai gradevole arrivare alla rottura di un percorso comune. Gli strascichi – debordanti nei social, assai meno nella società reale e nelle mobilitazioni – sono lì a dimostrarlo.

Eppure, quello che ha diviso questo percorso non è stato tanto quanto avveniva dentro PaP, quanto il rapporto che c’è e deve esserci con quello che “c’è là fuori”, tra la nostra gente, il nostro “popolo”.

Il punto centrale della discussione e delle deliberazioni, sia del Prc (o meglio “dei” vari Prc) che di Sinistra Italiana, sembra essere il continuare a nascondersi che buona parte di questo popolo ha mandato a farsi friggere le varie sigle note della “sinistra” (arcipelago ormai sfuggente a ogni connotazione generalmente condivisa) e in alcuni casi a ritenerle forze ostili ai propri interessi. Come se non fosse problema che li/ci riguarda.

Emerge ancora con disperante evidenza quella coazione a ritrovarsi tra simili, sempre meno e spesso sempre meno simili. A dividersi sulle parole e a ritrovarsi con “contratti a termine” che durano al massimo una campagna elettorale, condotta intorno all’ennesimo “uomo della provvidenza” che magari faccia il miracolo di moltiplicare i consensi. Almeno per un giorno, quello del voto.

In tal senso Potere al Popolo, con la pretesa di fare “tutto al contrario”, è stato il vero miracolo, ma collettivo. Dopo il non entusiasmante risultato elettorale del 4 marzo scorso, per la prima volta dopo oltre dieci anni, è stata rigettata ogni tentazione di liquidazione dell’aggregazione “per passare ad altro”, ovvero per tornare indietro, alle mortifere movenze di un ceto politico espulso quasi ovunque dai palazzi istituzionali, ma incapace di pensare qualsiasi altro modo di “far politica”.

Non aver liquidato Potere al Popolo il 5 marzo è stata probabilmente la variabile che ha fatto saltare molti schemi interpretativi. Ma non per questo sono mancati i tentativi di rallentarne l’evoluzione, di renderlo – per così dire – “biodegradabile” in vista di confluenze più abituali alla “sinistra” fin qui esistente. Anche questa era una dinamica vista e rivista, tanto da farci scrivere fin dall’inizio impediamo che il morto afferri il vivo.

Adesso Prc e Sinistra Italiana sembrano aver ritrovato un terreno comune. Ma il corpo sociale e militante a cui parlano, in questi dieci anni, non solo si è assottigliato, ma si è disperso, spesso travolto da un scetticismo disperato. Pessimismo cosmico che va combattuto nell’unico modo possibile: costruendo un progetto che eviti di rimettere i piedi dove sono stati messi finora, riproducendo esattamente i discorsi di rito che abbiamo visto e sentito sabato e domenica.

Potere al Popolo, in questo contesto, ha funzionato anche da parafulmine. E ha retto alla grande. Si è rivelato un soggetto non biodegradabile, “alieno” proprio perché vuol tenere lontana questa vuota ritualità, per recuperare invece una funzione di rottura del quadro esistente. Di cui si sono perse le tracce da troppo tempo, lasciando che fossero la destra o il “grillismo” a conquistare temporaneamente l’immaginario – e il consenso – di una gran parte nostro blocco sociale.

Prc e Sinistra Italiana faranno probabilmente ancora una volta una lista elettorale per le europee, diramando i soliti appelli all’“unità” momentanea tra piccole organizzazioni gelose della propria diversità. Non è la prima, ma non siamo disposti a scommettere che sia l’ultima. Una lista che punta a strappare per il rotto della cuffia qualche europarlamentare, ma che entrerebbe subito in sollecitazione se nel Pd dovesse prevalere Zingaretti invece che un Renzi boy o Minniti. E quindi ricominciare un altro, solito, giro di giostra di scomposizioni/ricomposizioni senza progetto. Fino a quando i militanti, gli uomini e le donne più attive non resteranno di nuovo frastornati – e stomacati – da questo continuo ritorno al passato.

In Europa si vanno preparando tempi di ferro e di fuoco. Gli apparati dell’Unione Europea risultano incapaci di concepire un altro tipo di governance. Quella fin qui operante ha fatto dilagare un senso comune “rancoroso” anche tra la nostra gente. Una rabbia sorda e spesso cieca, incapace di riconoscere il proprio vero nemico, facile preda delle “distrazioni di massa” continuamente fornite da media servili e politici dal fiato corto. Un individualismo spaventato, rinchiuso tra quattro pareti, che indebolisce le istanze collettive di resistenza ed emancipazione. E su cui le destre riescono ad agire da pifferaio, specie dove “la sinistra” si è ridotta a un ceto politico estraneo.

Davanti a questo quadro occorre saper accettare sfide al di sopra e al di fuori delle liturgie. Potere al Popolo è nato per questo e sta iniziando a sperimentare il percorso per portare questa sfida fino in fondo. Molti compagni del Prc l’hanno capito, altri no.

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Le agenzie di rating coccolano il Governo: i miracoli dell’austerità

Come ciclicamente accade, in questi giorni sono tornate al centro del dibattito pubblico le agenzie di rating, poiché due di esse hanno aggiornato il giudizio che danno dei titoli del debito pubblico italiano. Queste agenzie, infatti, sono deputate ad elaborare delle valutazioni (veri e propri voti) sull’affidabilità dei debitori, privati o pubblici che siano: maggiore è il ‘rating’, maggiore in teoria la probabilità che il debito sarà onorato a scadenza.

Dalle parti di Standard & Poor’s, una delle quattro principali agenzie di rating con sede a New York, si staranno preparando a festeggiare Halloween. Il recente giudizio sul debito pubblico italiano ricorda molto la classica scena: ci dai un dolcetto o ti facciamo uno scherzetto? Sembra proprio che il Governo italiano abbia preferito la prima opzione, perché questo giro di valutazioni da parte delle agenzie di rating Moody’s e Standard & Poor’s non ha riservato scherzetti all’Italia, anzi. Dal clima di guerra che si respirava alla vigilia di questi giudizi sul debito pubblico italiano, siamo passati addirittura alle effusioni: Moody’s che “accarezza” il Governo ed il premier Conte che pubblica un comunicato in cui esprime approvazione per il giudizio di Standard & Poor’s.

Per capire da dove sgorghi questa apparente sintonia tra il Governo populista ed i mercati dobbiamo fare un passo indietro e chiederci due cose: quale ruolo hanno le agenzie di rating e perché mai avrebbero deciso di risparmiare l’Italia da un giudizio negativo.

Il ruolo delle agenzie di rating proviene dalle regole che disciplinano il funzionamento dei principali mercati finanziari. La salute di ogni singola banca dipende, tra le altre cose, dalla possibilità di reperire all’occorrenza denaro liquido in breve tempo senza dover dilapidare il proprio patrimonio, ed il canale principale attraverso cui le banche ottengono liquidità sono i prestiti della banca centrale: nel caso europeo, una qualsiasi banca può ottenere liquidità in prestito dalla Banca Centrale Europea (BCE) in maniera relativamente agevole, scambiandola con titoli. Non tutti i titoli, però, vengono accettati dalla banca centrale per questo tipo di operazioni: solo i titoli caratterizzati da un livello sufficientemente elevato di rating, il livello ‘investment grade’, possono garantire l’accesso alla liquidità illimitata dell’autorità monetaria.

Ecco perché le agenzie di rating sono così importanti: i titoli del debito pubblico italiano vengono acquistati sui mercati finanziari anche perché possono essere utilizzati, all’occorrenza, come contropartita per la liquidità di cui la banca potrebbe avere bisogno; liquidità che la banca centrale fornirà nell’ambito delle cosiddette operazioni di rifinanziamento. Tuttavia, nel caso in cui tutte e quattro le principali agenzie di rating (Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch e DBRS) dovessero declassare il Paese sotto il livello di ‘investment grade’, la maggior parte degli investitori istituzionali (banche, fondi, assicurazioni), che rappresentano la parte più consistente dei detentori di debito pubblico, perderebbe qualsiasi incentivo a detenere nel proprio portafoglio il nostro debito pubblico.

Nel contesto attuale, cioè in assenza di una banca centrale disposta a sostenere il debito pubblico in caso di difficoltà, questo scenario sarebbe un disastro: i titoli del debito pubblico detenuti dalle banche private verrebbero venduti in massa sui mercati, producendo un crollo delle quotazioni ed un conseguente rialzo degli interessi che finirebbe per risultare insostenibile per le casse del Tesoro. Per questa ragione, il rating al di sotto del livello ‘investment grade’ viene definito ‘junk’, immondizia: se un titolo finisce sotto questa etichetta, gli investitori istituzionali che lo detengono si affrettano a venderlo ed il suo valore ragionevolmente crolla. L’Italia si trova oggi, nella scala di valori rappresentata dal rating, ad un grado dal livello immondizia per Moody’s e due livelli prima dell’abisso per le altre tre agenzie: siamo ancora relativamente lontani dalla soglia di pericolo, perché basta anche una sola agenzia di rating che ci giudichi ‘investment grade’ perché la BCE continui ad accettare dalle banche commerciali i nostri titoli del debito pubblico come garanzia per i suoi prestiti. Tuttavia, qualsiasi passo verso quella soglia produce danni concreti: molte banche e fondi pensione, ad esempio, hanno l’obbligo statutario o la prassi di vendere i titoli che si avvicinano al livello ‘junk’, per tenere il proprio portafoglio al riparo da pericoli. Per questo la tornata di giudizi sull’Italia era molto attesa e temuta: due su quattro agenzie di rating dovevano rivedere il proprio giudizio mentre il Governo alzava i toni del confronto con l’Europa sul DEF e mentre le più autorevoli previsioni macroeconomiche convergevano su una contrazione del tasso di crescita previsto per questo e per i prossimi anni.

Il giudizio delle agenzie di rating si esprime sotto forma di un giudizio e di un ‘outlook’ o scenario previsionale: il giudizio riguarda il presente mentre l’outlook si concentra sulle prospettive di medio e lungo termine. In molti ritenevano che la scelta del Governo di eccedere il disavanzo di bilancio indicato dall’Europa portasse al declassamento da parte di Moody’s e di Standard & Poor’s, e quindi ad una immediata revisione al ribasso del giudizio sulla solvibilità, e che le previsioni di un peggioramento dell’economia italiana, sempre più insistenti, portassero anche ad un peggioramento dell’outlook, che prelude ad un prossimo nuovo peggioramento del rating. Se le due agenzie di rating avessero effettivamente peggiorato sia il rating che l’outlook, avrebbero fatto un brutto scherzetto al governo, spingendo numerosi operatori finanziari a svendere i titoli del debito pubblico italiano. Uno scenario, in tal caso, effettivamente da incubo.

Così non è stato. Moody’s ha ridotto il rating lasciando l’outlook a livello ‘stabile’, mentre Standard & Poor’s ha lasciato invariato il rating limitandosi a ridurre l’outlook da ‘stabile’ a ‘negativo’. Perché allora, tutto sommato, tanta clemenza mentre tutti ci raccontano di un Governo ai ferri corti con i poteri forti? Quale sarebbe, in altri termini, il dolcetto che il Governo ha speso per convincere i mercati alla tregua?

La scelta delle agenzie di rating di risparmiare all’Italia la tempesta finanziaria deve essere letta come parte integrante della trattativa con cui la nuova maggioranza giallo-verde sta provando ad accreditarsi quale forza responsabile e affidabile per la gestione ordinata del progetto politico neoliberista. Il Governo sa che deve conservare il consenso almeno fino alla prossima scadenza elettorale, le elezioni europee del maggio prossimo, e per questo ha deciso di alzare i toni con l’Europa sul DEF. Muovendosi sul filo del rasoio, i giallo-verdi hanno dunque disegnato una manovra di bilancio che rispetta il perimetro massimo consentito dall’Europa, il fatidico disavanzo del 3%, ma al tempo stesso non rispetta l’indicazione di tenersi ben al di sotto di quel limite. In risposta a questo timido segnale di insubordinazione, l’Europa ha immediatamente alzato il livello di guardia, bocciando in prima battuta il disegno di legge di bilancio reso pubblico a metà ottobre.

Sembrerebbe un braccio di ferro, ma non lo è. Il Governo vuole dare l’impressione di stare lottando contro l’Europa per bieche ragione elettorali, per conservare quel consenso che serve a cementare questa nuova classe dirigente e questa inedita maggioranza parlamentare. Ma al tempo stesso il Governo – che si regge sulle spalle di due partiti di sistema, che non hanno come priorità la soddisfazione dei bisogni della maggioranza della popolazione – non ha alcuna intenzione di smarcarsi dalla linea neoliberista imposta dall’Europa e dai mercati: non vi è alcuna volontà politica di rottura della gabbia dell’austerità che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Al netto degli strepiti, la coalizione giallo-verde conferma infatti, per l’ennesima volta, che senza una visione radicalmente alternativa di sistema ogni presunta velleità politica di cambiamento si riduce a gioco delle parti e mera cosmesi propagandistica. Le dichiarazioni dei leader di governo, al riguardo, sono illuminanti. Mentre ancora si discuteva dei numeri della manovra, il Salvini delle dichiarazioni bellicose dimostrava inedita prudenza, parlando della necessità di dotarsi di una “ruota di scorta”, ovvero di un piano di revisione del disavanzo di bilancio da mettere in pratica in caso di tempesta finanziaria, per calmare i mercati. Gli faceva eco il temutissimo Ministro Savona, uno dei primi a dire che qualora lo spread dovesse superare quota 400 bisognerebbe ritoccare la manovra per far contenta l’Europa.

I piani del Governo per cavarsela in questa delicata missione, rassicurare l’Europa conservando il consenso di chi dall’Europa si vorrebbe liberare, sembrano trapelare dalle più recenti dichiarazioni di Di Maio, che sulla manovra ha detto: “Io non credo si debba parlare di cambiarla, soprattutto sul 2,4% di deficit. Poi è il Parlamento che discute e decide che politiche fare”. Che significa: noi continueremo a fare la voce grossa con l’Europa, sperando che gli italiani credano davvero che siamo qui per difenderli dalla precarietà e dall’austerità imposte dall’Europa, ma poi lasceremo al Parlamento il lavoro sporco di ritoccare i numeri della manovra nel percorso di approvazione che terminerà solo a dicembre. La manovra è a tutti gli effetti una legge, la legge di bilancio, per cui è pleonastico dire che sarà il Parlamento ad occuparsene. Piuttosto, Di Maio voleva dire che il Parlamento si incaricherà di approvare una manovra diversa da quella presentata dal Governo: più coerente con i vincoli europei e dunque ancora più dura contro i lavoratori e lo stato sociale. Ecco perché tanta clemenza da parte delle agenzie di rating.

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Marchionne è vivo e lotta contro di noi

di Giovanni Iozzoli
“Io vivo nell’epoca dopo Cristo tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa” (S. Marchionne)
Maria Elena Scandaliato, L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2018, pp. 299, € 15,00

L’Era Marchionne di Maria Elena Scandaliato è un bilancio critico e rigoroso, più che sulla carriera e il destino di un manager, su una stagione intera delle relazioni industriali e delle politiche del lavoro, in Italia, nell’ultimo ventennio. Attraverso la vicenda di Sergio l’Americano, si può leggere in controluce la regressione sociale e culturale di un intero paese.

Uscito subito dopo la morte di Marchionne – riprendendo materiale già pubblicato e arricchendolo ulteriormente – il libro può essere considerato una specie di controcanto rispetto alla stucchevole esaltazione che i media hanno messo in campo ad accompagnamento del funerale del Ceo. L’autrice accomuna questo clima, alla reazione innescata cinquant’anni prima dalla morte del vecchio Vittorio Valletta:
I coccodrilli (gli articoli con cui la stampa commemora un personaggio appena morto) sono comparsi sui giornali e sui siti web quando il manager era ancora vivo, seppure in condizioni disperate. Quasi ci fosse l’urgenza di scriverne subito il panegirico, di erigere un unico intoccabile epitaffio del personaggio amministratore-delegato. L’uomo spezzato da una fine prematura, finisce per prevalere sulla sua funzione, sulle sue immense responsabilità sociali. Che non possono essere più discusse o criticate […] Ed ecco che “Repubblica” riporta come “voci dalle fabbriche”, un coro unanime di “ci ha salvato, ha fatto scelte coraggiose (p. 4)
Per non parlare dei commenti del mainstream imprenditoriale e politico: “Oscar Farinetti: era una persona straordinaria e tutti gli italiani gli devono molto” (p. 5). “Matteo Renzi: ha creato posti di lavoro, non cassintegrati. Ha subito l’odio ideologico di chi detesta le persone di talento” (p. 5). E giù editoriali ammirati e reportage melensi sui media di ogni ordine e grado.

Una simile rassegna di acritica unanimità non ha precedenti, se non nei casi di figure catartiche come Madre Teresa di Calcutta o Ghandi – un ossequio ideologico che si autoalimenta e si sublima, fino a trasfigurarsi in una dimensione meta-storica e sovra-umana. Sugli operatori del sistema informativo, la morte di Marchionne ha scatenato la stessa reazione automatica che la morte di Lady Diana innescò nel tele-popolino globale: là il mito eterno della Principessa Triste destinata alla nobile morte romantica; qua la rappresentazione del manager inflessibile e lungimirante, che si immola fino alla fine sull’altare del più puro degli ideali: la tutela dell’interesse degli azionisti.

Ma già prima della improvvisa dipartita, il marchionnismo, aveva impregnato negli anni la società italiana, conducendo una battaglia di forza ed egemonia, proprio contro la società stessa e la sua legge fondamentale, la Costituzione.
Questo libro lo scrissi sette anni fa, sull’onda della “rivoluzione Marchionne”. Che aveva mostrato come la lotta di classe fosse più che mai viva nel nostro paese, praticata non dagli operai, bensì dalla classe padronale, capace in pochi mesi di fare a brandelli diritti conquistati in decenni di battaglie. Sergio Marchionne era l’ariete che aveva demolito le vecchie relazioni industriali; che aveva portato la Fiat fuori da Confindustria e la Fiom […] fuori dalle fabbriche. Che aveva imposto agli operai le “sue” condizioni, con l’arma più potente offerta dalla Globalizzazione, quella della delocalizzazione: o accettate o sposto la produzione in Polonia. (p. 5)
Nel corso di questi sette anni passati dalla prima stesura del libro, il veleno è penetrato sempre più profondamente nel corpo sociale e alcuni arretramenti appaiono irreversibili, soprattutto sul piano culturale e ideologico: è lì che Marchionne ha sfondato, sbaragliando le residuali difese immunitarie di un sistema che aveva già accettato di considerare diritti, tutele, retribuzioni e dignità del lavoro, come variabili dipendenti dalle ragioni d’impresa.

Marchionne viene scelto nel 2005 dalla famiglia Agnelli (sempre più simile alla tribù parassitaria e anacronistica dei Saud) alla morte del vecchio Umberto. Non è un outsider, negli ambienti internazionali il suo nome è già conosciuto. Il suo biglietto da visita è a due facce: da una parte abile e spregiudicato manovratore finanziario, dall’altra disponibile al dialogo sindacale e alle istanze operaie. Le manovre di bilancio servono a tamponare immediatamente la crisi di liquidità del gruppo e farsi legittimare dagli azionisti; le aperture sociali servono a lanciare segnali verso il mondo sindacale e la sinistra di governo, in un momento di grande fragilità dell’universo Fiat, bisognoso di consenso e pacificazione. Raccoglie successi immediati su entrambi i fronti. Bravo e fortunato nelle faccende finanziarie (il suo vero mestiere, altro che metalmeccanico, come amava definirsi per dare una vocazione industriale alla sua biografia di manager), si trova bella e pronta davanti a sé la famosa clausola che, sulla base di piani falliti e accordi già stipulati dalle gestioni precedenti, obbliga la General Motors a sborsare un miliardo e mezzo di dollari, in alternativa all’obbligo di acquisto del comparto auto Fiat: l’esercizio di tale opzione porta una provvidenziale boccata di ossigeno nelle casse dell’azienda torinese. I fondamentali del gruppo cominciano a stabilizzarsi rapidamente. Anche gli investimenti nel miglioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto nello stabilimento simbolo di Mirafiori, provocano reazioni positive e vincono le diffidenze dei sindacati. Marchionne non risparmia i segnali e gli ammiccamenti in tal senso:
I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che simili trasformazioni sono possibili anche in un paese con forte coscienza sindacale. La maggior parte degli analisti finanziari ritiene che le riduzioni di organico siano per definizione positive, ma sono fissazioni. Il costo del lavoro incide solo per il 6-7%. Quindi certe richieste di tagli sono indiscriminate. (p. 35)
L’autrice recupera dichiarazioni che sembrano uscite da un’altra era geologica. A parlare è lo stesso Marchionne che qualche anno più tardi fonderà un’intera stagione sulle “richieste di tagli” e sulla distruzione manu militari di quella “forte coscienza sindacale” che all’inizio sembrava voler rispettare.

Nella fase del Marchionne progressista i politici, soprattutto di centro sinistra, non vedono l’ora di genuflettersi al borghese illuminato con cui rinnovare l’eterno “patto tra produttori”. “Liberazione” scrive che: “c’è un manager che dice che licenziare non va bene. Non vedo perché non dobbiamo essere d’accordo” (p. 35). Valentino Parlato dice di lui: “è uno con cui farei volentieri una chiacchierata” (p. 35). Cesare Damiano, ineffabile ministro del Lavoro, afferma: “dobbiamo saper distinguere tra manager e manager, tra chi ha una vocazione industriale, e così difende anche l’occupazione, e chi pensa solo alle stock options e ne ha fatto una filosofia dagli effetti perversi” (p. 35).
Senza troppi fronzoli, il lungimirante Fassino lo definisce direttamente “un socialdemocratico”; mentre Dario De Vico sul Corrierone scrive che l’avvento di Marchionne conferma come il “darwinismo sociale” applicato al personale d’impresa, dimostra la bontà della selezione della specie. Insomma un tripudio liberal-progressista nel quale tutto un mondo sembra aver trovato il suo eroe metalmeccanico.

A rompere l’idillio sono proprio i metalmeccanici e proprio a Mirafiori, dove Marchionne ha speso soldi per migliorare mense e spogliatoi.
L’idillio tra Lingotto, Governo Prodi e sindacati confederali, infatti a qualcuno dà fastidio. Sono gli operai di Mirafiori – quelli veri – che alla fine del 2006 accolgono i rappresentanti di Cgil CISL UIL in un coro di fischi e contestazioni. Epifani, Angeletti e Bonanni erano andati a parlare – per la prima volta dopo 26 anni – all’assemblea dello stabilimento Fiat, per spiegare i contenuti della Finanziaria e le ragioni per cui l’avevano appoggiata. I lavoratori, però, quelle ragioni le sentivano premere già da un pezzo sulla loro carne: riduzione delle pensioni, allungamento dell’età lavorativa e salari stagnanti; in compenso il Governo aveva adottato una serie di misure liberiste – dal taglio del cuneo fiscale, all’utilizzo del TFR come investimento – a favore dell’impresa. (p. 38).
I lavoratori fischiano il tavolo dei sindacalisti, tenuto a distanza chilometrica dalla platea, difeso da transenne. I destinatari delle contestazioni sono innanzitutto vertici sindacali e “governo amico”. Ma quei fischi arrivano diretti, anche alle orecchie di Sergio. Sono un campanello d’allarme, le chiacchiere possono bastare per i politici e i sindacalisti in perenne crisi di legittimazione. Ma per la forza lavoro non bastano: in Fiat bisogna irrigidire e verticalizzare le gerarchie se si vuole ottemperare al mandato (e ai piani operativi) che gli azionisti gli hanno affidato. Scandaliato è molto efficace nel raccontare la brusca “inversione a U” del socialdemocratico Marchionne:
Sergio Marchionne, però, con la crisi ha cambiato completamente volto. Non è più l’uomo della speranza, del “sindacato-partner”, dei licenziamenti come “fissazioni” del mercato. Il “borghese buono” ha lasciato il posto al borghese senza aggettivi, all’amministratore delegato che fa il suo lavoro e che sa farlo bene, tutelando l’interesse dell’azienda e del profitto. (p. 90)
Eclettismo padronale? Estri caratteriali? No, meglio parlare di flessibilità nei metodi di gestione e capacità di leggere in tempo la crisi che in quegli anni si profila e che provocherà un terremoto terribile nel mercato mondiale dell’auto. Da questo sconvolgimento, la Fiat può uscire solo con due mosse: unirsi a un partner di peso internazionale, per raggiungere quella soglia minima dei 5 milioni e mezzo di veicoli giudicata indispensabile per stare a galla, e sganciare del tutto il settore auto dall’asfittico mercato nazionale, ripristinando nel contempo un pieno comando sugli stabilimenti, le retribuzioni e la prestazione lavorativa in Italia. Così è il capitalismo: le maschere socialdemocratiche cadono in un attimo, quando il gioco si fa duro...

Emblematico il racconto sulla ristrutturazione dello stabilimento G.B. Vico di Pomigliano:
Tanti credono che il piano Marchionne sia stato realizzato formalmente nelle fasi dell’accordo del 2010 […] Noi crediamo, al contrario, che […] sia iniziato ben prima e per la precisione con l’introduzione dei famosi corsi di formazione che si sono tenuti tra l’inizio del gennaio 2008 e il marzo dello stesso anno. Entrammo in fabbrica ognuno nel suo reparto d’appartenenza, ognuno sulla propria linea di produzione […]. Uno spiegamento di vigilantes mai visto prima a cui nessuno riusciva a dare un motivo […]. Iniziarono le pseudo lezioni dove capi e team leader, unitamente ai vigilantes che controllavano il regolare svolgimento dei corsi quasi come se si fosse a un colloquio con detenuti, volevano farci percepire, prima di ogni cosa, il significato di far parte di una squadra vincente e soprattutto cosa si rischiasse a non farne parte. […] I vigilantes, presenti in numero di due o tre sulle varie linee di montaggio, avevano il compito ben preciso di individuare chi durante i corsi esprimeva un semplice dissenso nei confronti delle regole, spiegate vagamente e spesso inventate dai capi. Avevano il compito di individuare tutti coloro che con il progetto Nuova Pomigliano e più tardi con Fabbrica Italia, avrebbero potuto essere pericolosi ostacoli per il processo di desindacalizzazione. Stava iniziando quella che oggi si può definire la “deFiommizzazione” della fabbrica. […] Il terzo giorno, i lavoratori iniziarono a capire che quel corso era una farsa, infatti dopo la teoria rieducativa, iniziava quella pratica. Iniziarono a farci ridipingere l’intero reparto con vernici e solventi chimici. (p. 148)
Questo termine – deFiommizzazione –, lo sradicamento e l’espulsione dal mondo Fiat del sindacato più rappresentativo, ricorrerà spesso negli anni successivi, dentro reportage e pensosi editoriali. Lo si accetterà come un normale neologismo – una parola nuova per definire un’esigenza nuova del sistema –, senza riflettere minimamente sulla portata epocale delle sue implicazioni: il fatto che il padrone scegliesse i sindacati con cui trattare ed espellesse quelli non graditi, in modo pubblico e conclamato, dentro il più grande gruppo industriale del paese, rappresentava il più grave attentato ai diritti politici degli italiani, perpetrato nella storia repubblicana.

E arriviamo alla parte più nota della storia, quella che, a suo tempo, attraverserà, spaccherà e riorienterà l’intera società italiana: lo scontro che si consuma tra Marchionne e la Fiom, sul terreno di una piena riconquista del comando d’impresa sul lavoro.

Tra il 2008 e il 2009 Marchionne elabora un suo piano, Fabbrica Italia, in cui si ridisegna il peso e il ruolo del segmento industriale propriamente italiano del gruppo. Il gioco è subito scoperto: mani libere, oltre e contro il contratto nazionale, in cambio della promessa di mantenimento dei posti di lavoro nella penisola. Per sancire la piena accettazione di questo scambio, Marchionne non si limita a firmare accordi separati con i soliti sindacati complici: chiede di passare attraverso due consultazioni in stabilimenti chiave, Pomigliano e Mirafiori. La spietatezza del cowboy-capitano d’impresa – l’icona americaneggiante che Sergio ama incarnare – qui si rivela in tutta la sua brutalità simbolica: i lavoratori non devono solo cedere nella pratica del rapporti di forza, devono anche sottoscrivere politicamente, attraverso un umiliante passaggio referendario, la loro resa senza condizioni. Mirafiori e Pomigliano risponderanno con grande dignità: nonostante da una parte della bilancia Marchionne abbia posto una pistola carica puntata contro di loro, la vittoria scontata dei SI sarà assai inferiore alle aspettative e la prova di forza si ritorcerà contro la Fiat, a livello di immagine pubblica. Soprattutto la classe operaia dell’ex Alfa Sud darà una significativa prova di orgoglio: centinaia di lavoratori votano NO pur sapendo che una eventuale chiusura della stabilimento G.B. Vico li lascerà allo sbando in un territorio socialmente devastato.

Quella di Marchionne è una sfida a morte contro i diritti politici e sociali dei cittadini-lavoratori, una picconata devastante alla Costituzione e allo Statuto dei lavoratori.

In questa opera demolitoria, l’uomo del maglioncino blu si troverà al suo fianco schierati quasi tutti gli attori politici e sociali che contano: i sindacati complici, i governi prima di destra e poi di centrosinistra, tutte le grandi penne del giornalismo italiano, tutti gli economisti mainstream, tutti i partiti:
A Sinistra, poi, il sostegno al piano Fiat era diventato incontenibile, a tratti imbarazzante. Sergio Chiamparino, allora sindaco di Torino e famoso per le partite a carte con il suo omonimo canadese, dichiarava: non mi pento degli apprezzamenti che ho rivolto a Marchionne. Anzi non capisco come il sindacato non possa cogliere l’occasione che viene offerta. Piero Fassino, originario proprio del Piemonte operaio, faceva eco al collega di partito: se Marchionne non avesse fatto quello che ha fatto finora , non ci troveremmo qui a discutere di Fiat perchè la Fiat non esisterebbe […] Walter Veltroni, ex segretario del Pd, affrontava la questione con fatalismo definendo l’accordo inevitabile e specificando che non avveniva sotto ricatto, bensì a causa di una condizione obiettiva che è figlia della nostra globalizzazione diseguale. (p. 125)
Anche la maggioranza della Cgil si schiera confusamente con Marchionne: qualcuno invoca la “firma tecnica” per non restare fuori dai giochi, qualcuno lavora ad ammorbidire e metabolizzare l’anomalia Fiom, nel passaggio di consegne tra Rinaldini e Landini.
Unico salvagente nella tempesta restava la Fiom, che si ostinava a non avallare la resa di Pomigliano. Non solo: il sindacato metalmeccanico aveva respinto la logica stessa del referendum giudicando illegittimo mettere ai voti dei diritti fondamentali, tutelati dalla stessa Costituzione italiana (p. 122).
La Fiom, sconfitta nelle urne, scacciata dalle salette sindacali, esclusa dai tavoli di trattativa aziendali del gruppo, con diversi delegati licenziati politici da Melfi a Modena a Torino e i suoi iscritti oggetto quasi ovunque di continui ricatti e intimidazioni per abbandonare quella tessera, resiste per alcuni anni, promuovendo scioperi, convegni, mobilitazioni, raccolte di firme, alleanze sociali per rompere l’assedio. Sono anni frenetici in cui il sindacato metalmeccanico si gioca, letteralmente, l’esistenza.

Entrando poi progressivamente nel tunnel della “normalizzazione” delle sue posizioni, oggi pienamente compiuta, almeno sul piano della cultura politica e sindacale.

Il ventaglio delle posizioni e l’elenco dei passaggi politici e sociali passati in rassegna dall’autrice, è veramente ampio e completo. E rappresenta una documentazione narrata “in diretta” di una lunga stagione di strappi e rotture che l’Italia subisce più o meno passivamente, lasciando soli i metalmeccanici e il loro sindacato più rappresentativo.

La storia ci dice com’è andata a finire: la Fiat non esiste più – sostituita dal nuovo gruppo globale Fca. Il piano Fabbrica Italia fu definito dallo stesso Marchionne una sciocchezza, stravolto più volte e abbandonato strada facendo; alcuni importanti stabilimenti italiani del gruppo sono stati chiusi e centinaia di migliaia di ore di cassintegrazione sono tutt’ora in fruizione per un settore importante di forza lavoro, da sud a nord. Negli stabilimenti della ex-Fiat, un minimo di agibilità sindacale è stata ripristinata solo grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale (Marchionne aveva letteralmente sbattuto fuori tutte le Rsu, arrivando persino a collocare in cassa a zero ore gran parte degli iscritti Fiom). Uno tsunami disgraziato che non solo “non ha salvato la Fiat”, ma che ha spostato decisamente verso il basso l’asticella dei diritti e delle aspettative per tutti: una nuova codificazione dei rapporti di forza dentro la società italiana che ha accelerato bruscamente una tendenza già in atto, verso il rafforzamento delle ragioni e degli interessi padronali. Dal Libro Bianco di Sacconi, ai contratti separati, agli accordi più o meno condivisi sui modelli contrattuali, fino ad arrivare al terribile Jobs Act renziano: la politica ha inseguito e assecondato il marchionnismo, dimostrandosi serva, complice e sostanzialmente inutile. Il sindacato confederale, dal canto suo, ha tristemente imboccato la sua deriva finale verso l’approdo aziendalista, fatto di servizi, enti bilaterali, previdenza e sanità integrativa, collateralismo d’impresa.
Niente più rivendicazioni,niente più lotte o inutili contrapposizioni. Il sindacato avrebbe trovato la sua ragion d’essere in una proficua collaborazione con la classe imprenditoriale, naturale avversaria fino a pochi decenni prima. I “padroni” avrebbero smesso di essere tali, e i lavoratori si sarebbero saggiamente impegnati per la competitività dell’azienda, nonostante i profitti rimanessero nelle stesse tasche di sempre. Il ministro Sacconi , d’altronde, lo aveva scritto senza troppi giri di parole:”bilateralità e partecipazione rappresentano la soluzione più autorevole e credibile per superare ogni residua cultura antagonista nei rapporti di produzione. (p. 122)
Quello di Maria Elena Scandaliato è un libro serio e utile, in un paese dalla memoria corta. Infatti fa bene l’autrice, a ricordare, en passant, la dimenticata vicenda di Walter Molinaro, che non c’entra direttamente con Marchionne, ma può dare la misura di una regressione profonda. E’ una storia che ci riporta al 1988, all’Alfa Lancia di Arese, in un paese già abbondantemente pacificato ma ancora innervato da sani elementi di consapevolezza e tenuta democratica.
Walter Molinaro, operaio specializzato all’Alfa Lancia di Arese, è convocato nell’ufficio del direttore del personale. Il dirigente dell’Alfa – passata dall’Iri alla Fiat quasi due anni prima – propone al suo dipendente un incredibile salto di qualità: da operaio specializzato “provetto” (questa era la qualifica) a designer del Centro stile, uno dei reparti più prestigiosi dell’azienda. L’offerta non è casuale: Molinaro è un trentatreenne di belle speranze. Pur lavorando in fabbrica dall’età di sedici anni, sta per laurearsi in Architettura, dove è impegnato in un progetto di riqualificazione dell’area del Portello, storico stabilimento dell’Alfa Romeo. (p. 2)
L’unica condizione che l’azienda pone per questa prestigiosa promozione è che il suo dipendente abbandoni la tessera Fiom. Un piccolo gesto che gli aprirebbe grandi opportunità di carriera e guadagni. L’operaio quasi-architetto, nell’Italia rampante degli anni ’80, risponde no con serena fermezza, pubblicamente. Il suo partito, il Pci, lo trasforma in un caso nazionale attraverso interrogazioni parlamentari e petizioni, riaccendendo i riflettori sul mondo Fiat, otto anni dopo la marcia dei quarantamila. La domanda (retorica), che alimenta la discussione pubblica, è se i meriti professionali del singolo dipendente possano essere subordinati al giudizio politico-sindacale delle gerarchie aziendali. “L’Espresso”, “Repubblica”, il Ministro Formica, tutte le sinistre, si schierano contro “l’arroganza aziendalista”. Il dibattito sui diritti sindacali e politici divampa. Persino il più influente filosofo italiano vivente – Norberto Bobbio – si sente in dovere di intervenire, schierandosi a fianco della dignità del lavoro e del diritto di espressione.

E’ il 1988. Un anno prima della caduta del Muro di Berlino.

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