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20/10/2018

Memoria senza infingimenti e ipocrisie

di Valerio Evangelisti

Andrea Tanturli, Prima Linea. L’altra lotta armata (1974-1981), vol. I, Derive / Approdi, 2018, pp. 386, € 25,00.

Da tempo, la casa editrice Derive / Approdi sta conducendo un’operazione lodevole: pubblicare volumi che, con taglio strettamente accademico, indaghino i fenomeni di lotta armata di estrema sinistra che condizionarono pesantemente gli anni Settanta del secolo scorso e i primi anni Ottanta. Senza apologie, giustificazioni o invettive, ma con una rievocazione dei fatti ampiamente documentata.

Sono esemplificazioni di questo metodo il volume di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elena Santalena, Brigate rosse. Vol. I: “Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” (2017), preceduto dall’eccellente M. Clementi. Storia delle Brigate Rosse, ed. Odadrek, 2007; e ancora Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse (2013). Adesso vi si aggiunge questo imponente Prima Linea, che dalle origini del gruppo giunge alle soglie dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini.

É palese l’intenzione, dell’editore e degli autori citati, di separarsi nettamente dalla paccottiglia che intasa gli scaffali delle librerie, con una miriade di testi che trattano i conflitti armati di quasi un cinquantennio fa in chiave complottistica, con ipotesi sempre più funamboliche; oppure che ravvivano il fenomeno nel timore che si ripeta, fino a fare del suo contrasto uno dei cardini dell’attuale ordine statuale. Ciò che impedisce ancora oggi un’analisi serena dei fatti, delle loro motivazioni e delle loro conseguenze. Fenomeno non solo italiano, visto che colpisce anche, con quasi maggiore virulenza, l’ETA basca (molto meno, tra i gruppi armati, l’IRA, forse per una tradizione di obiettività tutta anglosassone).

Fatta questa premessa, valeva la pena di consacrare un tomo – presto due – di tali proporzioni a Prima Linea, inferiore numericamente alle Brigate Rosse e non altrettanto radicata su scala nazionale? Penso di sì, per la sua considerevole differenza dalle BR. Se queste ultime si collegavano, non solo idealmente ma anche come composizione, alla tradizione del PCI di epoca partigiana e ai suoi derivati maoisti, PL scaturisce direttamente dalla sinistra extraparlamentare degli anni Settanta (specialmente Lotta Continua dei centri industriali del nord, e una parte di Potere Operaio romano), e si amalgama meglio e più dei brigatisti all’autonomia operaia e al movimento del ’77, senza dissolversi del tutto al suo interno. Non a caso, resisterà a lungo alla scelta di una completa clandestinità, e a imboccare la strada dell’omicidio individuale.

Tanturli segue con grande precisione fasi e svolte di questo percorso tortuoso, a partire dall’esperienza di Senza Tregua (su cui esiste un’ottima ricerca di Emilio Mentasti, Senza Tregua. Storia dei comitati comunisti per il potere operaio, 1975-1976, ed. Colibrì, 2012), che di PL fu la matrice. Lavoro reso difficile a fronte di un’organizzazione poco compatta, mai veramente unitaria, portatrice di una teoria dalle basi spesso fluide ed effimere.

Il limite di questo volume iniziale, come di tutte le ricostruzioni analoghe, è di sottacere il (chiamiamolo così) “lato umano”, la personalità dei militanti, le loro motivazioni intime. Fattori che dovettero avere il loro peso, visto che, al momento del suo crollo, Prima Linea sfornò “pentiti” e “dissociati” a profusione, tra i più letali per l’antagonismo armato (Viscardi, Sandalo, ecc.). Forse se ne parlerà nel secondo volume. Intanto dobbiamo essere grati a Tanturli e a Derive /Approdi per avere riportato alla luce, con onestà, una storia anni luce lontana dal nostro presente, ma che incise molto sul “suo” presente.

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