Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Valerio Evangelisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Valerio Evangelisti. Mostra tutti i post

04/05/2024

“Il nemico è di sopra, non di fianco a noi”

di Gioacchino Toni

“Non sono affatto pacifista, io sono personalmente antimilitarista, che è una cosa completamente differente. […] Mi fanno schifo non tutte le guerre, ma sicuramente le guerre di potere, non le guerre civili, che a volte sono sacrosante. […] La sostanza del discorso è questa: il nemico è di sopra. Il nemico non è di fianco a noi, per cui tutto quello che va a colpire le classi subalterne è un atto di guerra contro il proletariato. La risposta deve essere di guerra a chi fa la guerra, guerra alla guerra, si diceva un tempo”.

Con queste parole Valerio Evangelisti è intervenuto, il 9 aprile 2022, ad un’iniziativa bolognese intitolata Disarmiamo La Guerra1.

Di seguito si intende dare conto di come Evangelisti si è espresso sulla sua “Carmilla” a proposito della guerra in Iraq scoppiata nel 2003, anno in cui la testata è passata alla versione digitale tuttora in attività, nella certezza che quanto ha scritto allora su quella guerra specifica scriverebbe ancora oggi sulle guerre in corso e su quelle a venire.

Sin da prima dell’invasione del Paese ad opera di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America, Evangelisti, come del resto l’intera Redazione, prende posizione “contro l’omicidio di massa che George W. Bush e i suoi complici Blair, Berlusconi, Aznar ecc. stanno preparando”2. Nel criticare aspramente i “commenti degli editorialisti e dei timidi intellettuali di casa nostra”, Evangelisti mette in luce come in essi manchi totalmente “il punto di vista delle vittime” e come i servizi giornalistici si limitino cinicamente a catalogare “i morti in degni di compassione o in ‘perdite collaterali’ a seconda della loro collocazione geografica o del tipo di ‘civiltà’ in cui sono inseriti, si valuta l’utile (politico, economico, strategico, ecc.) corrispondente al loro strazio prima di decidere se meritino pietà”.

A risultare ripugnante sopra ogni altra cosa, scrive Evangelisti, è l’ipocrita “tendenza ad incolpare del sangue che scorrerà il demonio che non si è tolto di mezzo dall’Iraq, e ha pertanto costretto il ‘liberatore’ a lavorare di coltellaccio (o di missili)”: la “guerra preventiva” viene dunque preceduta da un’“assoluzione preventiva”.

Ad essere presi di mira dallo scrittore sono anche gli “esponenti di quella tendenza europea che vede ex leader dell’estremissima sinistra, un tempo incensatori dei regimi più aberranti, dall’Iran di Khomeini […] alla Cambogia di Pol Pot […], passare al campo opposto con la stessa sicumera, quasi non vi fosse rottura di continuità. Dove per ‘campo opposto’ deve intendersi la ‘difesa dell’Occidente’, anche quando l’Occidente ha il viso poco rassicurante di George W. Bush o del suo partner naturale in Medio Oriente, Ariel Sharon”3.

Per cogliere la natura intima del conflitto in atto, Evangelisti invita a riprendere I Proscritti, di Ernst von Salomon, opera che – nel rendere “la voluptas necandi di un’armata”, i Freikorps tedeschi dopo la prima guerra mondiale, “che non ha altro referente ideale che se stessa (con valori quali l’onore astratto e il cameratismo virile), e altro scopo che l’eccidio sistematico di chi la contrasti” – delinea “un paradigma quasi archetipico applicabile a ogni guerra priva di vero movente”4.

La figura emblematica del conflitto in atto, sostiene Evangelisti è ben rappresentata da “l’anziano contadino che, quando l’elicottero degli invasori, gonfio di potenza tecnologica, sorvola il campo, prende il fucile e gli spara (somiglia alla sequenza iniziale di V-Visitors, qualcuno la ricorderà)”. Indipendentemente dal sostegno o meno a Saddam Hussein, dall’essere sciita o sunnita, in quel preciso istante egli opera per difendere l’indipendenza del proprio Paese. “Il partigiano con la barba bianca non reagiva in nome dell’onore o della gloria, che sono valori militari. Reagiva in nome della dignità, che è un sentimento profondamente umano. La madre e il padre di tutti i sentimenti, amore compreso”5. Oppure, scrive in un altro pezzo, come immagine emblematica della guerra in atto si potrebbe prendere quella, mostrata dai media, di un giovane padre che tenta amorevolmente di distrarre dal dolore la figlioletta di pochi anni distesa su un lettino, tutta fasciata6.

Evangelisti dedica diversi interventi all’inaffidabilità delle notizie sulla guerra fornite dai media italiani prendendo di mira, in particolare, i servizi di alcuni giornalisti de “La Repubblica” accusati di redigere i reportage attingendo acriticamente da altri media7. Ad essere citata positivamente è invece l’efficace copertina del numero di aprile della rivista “Volontari per lo sviluppo” che su sfondo nero reca a lettere bianche una frase pronunciata, nel corso del processo di Norimberga, da Hermann Goering che potrebbe benissimo essere stata detta da qualche politico del momento a proposito della guerra in corso e che spiega come sia tutto sommato semplice convincere la popolazione, tanto di paesi democratici quando dittatoriali, dell’inevitabilità della guerra insistendo sia sul fatto di essere stati attaccati che nella denuncia della mancanza di patriottismo tra i pacificasti che si oppongono al conflitto bellico8.

Tra i tanti esempi riportati dai media occidentali utili a mostrare la barbarie del nemico, dunque la necessità dell’intervento militare, Evangelisti si sofferma sulla notizia del ritrovamento, nei sotterranei di Baghdad, di una Vergine di Norimberga, micidiale strumento di morte che trafigge il prigioniero con punte. Stando a quanto riportato dai giornalisti, vi faceva ricorso uno dei figli di Saddam Hussein per punire i calciatori della nazionale irachena rei di aver fornito cattive prestazioni in campo. Visto l’esito mortale prodotto dalla Vergine di Norimberga, ironizza amaramente Evangelisti, la formazione della nazionale sarà stata spesso da rifare. “Adesso che l’Iraq è stato liberato potrà avere, se non altro, una squadra di calcio dalla composizione stabile”. Tutto sommato, si potrebbe dire che tra i meriti della “guerra umanitaria” che ha amputato gli arti ai bambini, vi è stato quello di evitare loro di diventare calciatori con annesso rischio di essere richiusi in quello strumento di morte. “Perché noi siamo l’Occidente, vale a dire la Civiltà. E adesso venite avanti con la vostra scodella, ché vi diamo da mangiare. In ordine, però, e senza spingere, altrimenti vi frustiamo. Arabi di merda”9.

Evangelisti si sofferma anche sul linguaggio che prepara, accompagna e traina la guerra e lo fa a partire da un pezzo sul sito “Iraqui Whores” contenente scene di violenza carnale da parte di marines statunitensi su donne irachene. Pur trattandosi, probabilmente, di messe in scena, a colpire, sostiene Evangelisti, è il linguaggio utilizzato a partire dal nome stesso della testata (trad. “Puttane irachene”) e da altre didascalie che vi compaiono (es. “Sex Crazed Iraqi Bitches”, trad. “Puttane irachene affamate di sesso”).

Le donne irachene sono dunque disprezzate in assoluto, e la violenza che subiscono – sia pure a livello di fiction– è presentata in chiave di costrizione, sì, ma anche di desiderio recondito che i virili marines finalmente soddisfano. In effetti, ciò coincide con la maniera in cui numerosi commentatori, anche italiani, hanno presentato la guerra all’Iraq nel suo complesso: una violenza necessaria per sprigionare desideri sepolti, con una risposta, da parte delle vittime / beneficiarie, al tempo stesso riluttante e vogliosa10.

Varie didascalie insistono “sulla sottomissione, riferita alle donne, certo, ma anche all’Iraq tutto intero”. Probabilmente, nota Evangelisti, il sito è stato pensato per “un pubblico a suo modo patriottico, però poco convinto quando il suo governo parla di una ‘liberazione’ dell’Iraq”. Non possono che tornare alla mente le fotografie delle sevizie, in questo caso assolutamente vere e non messe in scena, dei militari italiani in Somalia – sempre e comunque brava gente, gli italiani – e chissà, continua Evangelisti, che il cineasta dilettante nostrano non abbia aperto un suo “Somali Whores” capace di battere in realismo e “umiliazione della femmina” gli americani. “Se lo trovo vedrò di segnalarlo, in modo che voi maschi occidentali, bianchi e democratici, possiate masturbarvi con patriottica voluttà”.

Evangelisti ricorda come l’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale avesse costruito la sua identità alla luce di quel fenomeno denominato Resistenza indicante tanto la lotta popolare al fascismo quanto all’occupazione armata del suolo nazionale e, in diversi casi, alle disparità sociali. Da allora, e per diversi decenni, il termine “colonialismo” restò carico di negatività. “Nessun capo di Stato, nessun governo europeo od occidentale si sarebbe permesso di sostenere pubblicamente la liceità di un’invasione armata, anche quando ne conduceva o tentava di fatto”11. È stato necessario parecchio tempo per demolire quel tabù.

Desta scandalo che “misteriosi” guerriglieri iracheni prendano di mira i marines. Spesso indicati come nostalgici di Saddam Hussein o come integralisti islamici, in pochi sembrano disposti ad ammettere che si tratti in primo luogo di iracheni con alle spalle un certo consenso popolare e ancora in meno riescono ad ammettere “che hanno il sacrosanto diritto di fare quello che fanno”. Chi osa sparare su chi occupa militarmente il suo Paese è immancabilmente definito “terrorista”. “Oggi un film come La battaglia di Algeri verrebbe ribattezzato La battaglia dei terroristi. Anzi, non sarebbe nemmeno più girato, visto che il colonialismo è tornato in auge. Non è più chiamato così, ma, da tabù che era, è rientrato a fare parte dei valori universalmente condivisi”.

Affinché il tabù colonialista cadesse, scrive Evangelisti, occorreva un passaggio intermedio ed a questo si sono prestate “le forze socialdemocratiche, o comunque di matrice ‘progressista’” che, giunte al governo di numerosi paesi europei negli anni Novanta del Novecento, non hanno esitato a rivedere tutti i loro principi.

Aderirono al liberalismo in politica e al liberismo in economia, spostarono il loro referente dalle classi subalterne ai ceti medi, accantonarono le tematiche egualitarie, si riconobbero a fondo nell’Occidente quale assieme di valori inviolabili. Il socialismo privato dell’egualitarismo si riduce automaticamente a beneficenza; e la beneficenza non si esercita tra soggetti autonomi e di pari dignità, bensì tra un privilegiato e un inferiore da soccorrere. Ecco trovato il pretesto culturale per riportare d’attualità la guerra quale strumento principe di risoluzione delle contraddizioni, e restituirle silenziosamente le forme antiche.

Al di là dei pretesti volti a dare giustificazione morale all’intervento militare – dal burkha da togliere alle donne alle armi di distruzione di massa, dal ritorno della democrazia alla lotta al terrorismo – è evidente come sia in Afghanistan che, in maniera ancor maggiore, in Iraq, l’invasione sia stata preceduta da promesse di benefici economici destinati ai partecipanti. “In epoca di mercato trionfante e assurto al rango di ‘valore’, è al mercato che sono state affidate senza tanti giri di parole le motivazioni di due guerre”.

La Resistenza non compare più come momento fondante dell’Europa, non è più necessario rifiutare con sdegno la pratica colonialista e riconoscere il valore morale delle lotte di liberazione nazionale. “Accettata la nozione di guerra preventiva […], inseriti gli interessi economici tra le motivazioni valide di un conflitto, il campo è sgombro per la conquista e la sottomissione di qualsiasi paese male armato che si dimostri indocile o troppo geloso delle sue ricchezze”.

Il liberalismo, tanto come sistema politico che come dottrina economica, ha il colonialismo nel proprio patrimonio genetico. Ritiene che l’arricchimento di una minoranza, tanto su scala nazionale che su scala mondiale, diffonda a pioggia ricchezza su chi sta sotto. Crede, altresì, che perché ciò possa avvenire, la minoranza debba essere intralciata dal minor numero possibile di regole imposte dalla collettività. Pretende, infine, che a quella minoranza spetti la gestione del potere (il suffragio universale fu strappato ai liberali da lotte condotte dal basso, non ultima la Resistenza europea) e che l’unica democrazia concepibile sia quella che non ostacola l’applicazione della legge del più forte in campo economico.

Per denunciare la follia del concetto stesso di “guerra preventiva”, Evangelisti ricorre anche ad un breve racconto dal titolo Marte distruggerà la Terra, pubblicato originariamente su “il manifesto”12.

A pochi giorni dall’attentato del 12 novembre 2003 alla base italiana dei Carabinieri di Nassiriya, in cui persero la vita numerosi militari italiani, “Carmilla online” pubblica un editoriale firmato da Valerio Evangelisti in cui viene ricordato come, al di là delle tragedie che toccano i parenti delle vittime, occorra pur sempre ricordare come, al pari dei francesi in Algeria, dei belgi in Congo, dei portoghesi in Angola e così via, anche gli italiani in questione si trovassero a svolgere il ruolo di invasori in territori altrui. “Questa volta i patrioti sono gli altri. Noi siamo gli austriaci, i Radetzki, i Cecco Beppe. Gli occupanti, gli invasori: quell’“austriaca gallina” che l’Inno a Oberdan invitava a massacrare a suon di bombe e a colpi di pugnale”. Dunque, conclude perentoriamente il pezzo: “Sia maledetto chi ci ha messi in questa posizione del cazzo, ed espone giovani vite alla morte per quattro latte di petrolio”13.

Note

  1. Affermazioni riportate nello scritto Guerra alla guerra. L’ultimo intervento di Valerio Evangelisti, Potere al Popolo Bologna, in “Contropiano”, 19 aprile 2023.  

  2. Valerio Evangelisti, Con gli occhi delle vittime, in “Carmilla online”, 24 Febbraio 2003.  

  3. Valerio Evangelisti, Giocare a Risiko in una pozza di sangue, in “Carmilla online”, 21 marzo 2003. Editoriale a firma Valerio Evangelisti.  

  4. Valerio Evangelisti, Pulsioni di morte, in “Carmilla online”, 21 marzo 2003. Editoriale a firma Valerio Evangelisti.  

  5. Valerio Evangelisti, Né onore né gloria, in “Carmilla online”, 25 Marzo 2003.  

  6. Cfr. Valerio Evangelisti, Uccidere un bambino, in “Carmilla online”, 2 aprile 2003. Editoriale firmato Valerio Evangelisti.  

  7. Ad essere presi di mira sono in particolare gli inviati Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, definiti ironicamente gli “Stanlio e Ollio” de “La Repubblica” e Magdi Allam del medesimo quotidiano. Cfr.: Valerio Evangelisti, La Repubblica delle patacche, in “Carmilla online”, 27 Marzo 2003; Valerio Evangelisti, Nuove avventure di Bonini & D’Avanzo, in “Carmilla online”, 30 Marzo 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Prima parte: i sosia), in “Carmilla online”, 7 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Seconda parte: i boia), in “Carmilla online”, 9 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Terza parte: San Remo), in “Carmilla online”, 14 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Quarta parte: Allam contro Allam), in “Carmilla online”, 21 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (quinta parte: i parà), in “Carmilla online”, 7 maggio 2023.  

  8. Cfr. Valerio Evangelisti, Volontari coraggiosi, in “Carmilla online”, 18 aprile 2003.  

  9. Cfr. Valerio Evangelisti, La Vergine di Norimberga, in “Carmilla online”, 26 Aprile 2003.  

  10. Valerio Evangelisti, L’America laida, in “Carmilla online”, 6 maggio 2003.  

  11. Valerio Evangelisti, L’Iraq è un severo maestro, in “Carmilla online”, 13 agosto 2003.  

  12. Cfr. Valerio Evangelisti, Marte distruggerà la Terra, in “Carmilla online”, 26 agosto 2003. Pubblicato originariamente da “Il manifesto” del 17 agosto 2003 col titolo Guerre stellari preventive.  

  13. Valerio Evangelisti, Poche parole, in “Carmilla online”, 17 novembre 2003. Editoriale firmato Valerio Evangelisti.

Fonte

21/04/2023

Guerra alla guerra. L’ultimo intervento di Valerio Evangelisti

Un anno fa moriva Valerio Evangelisti, un grande compagno, un grande narratore, fino alla fine antimilitarista, antifascista, comunista. Valerio è stato il primo firmatario dell’appello per Potere al Popolo nel 2017 e ci aveva fatto l’onore di accettare la candidatura nel nostro coordinamento nazionale, in cui è stato fino alla morte. Lo ricordiamo col suo ultimo intervento pubblico, il 9 aprile 2022, all’assemblea Disarmiamo La Guerra. Al di là dei riferimenti alla strettissima attualità di quei giorni, pensiamo che Valerio avesse individuato tutti i nodi centrali. Anche per Valerio, continuiamo a fare guerra alla guerra!

*****

Buonasera a tutti. Devo dire che non accetto il termine pacifista riferito a me. Non sono affatto pacifista, io sono personalmente antimilitarista, che è una cosa completamente differente.

Mi fanno schifo non tutte le guerre, ma sicuramente le guerre di potere, non le guerre civili, che a volte sono sacrosante. Questa guerra in particolare è un orrore come non pensavo di riuscire a vedere. Intanto diciamo subito che praticamente tutte le parti in gioco – che sono più di due, sono almeno tre, Russia, Stati Uniti e Ucraina, e con gli Stati Uniti l’Unione Europea – hanno la loro porzione di ragione. È vero che i russi stavano per essere circondati da basi NATO per loro pericolosissime. È vero che l’Ucraina è stata vittima di un’invasione particolarmente crudele. Tutti quanti hanno le loro motivazioni, l’unica motivazione che non c’entra assolutamente nulla è la democrazia, non c’è alcuna democrazia in gioco in questo caso. Prendiamo la Russia, è una democrazia? Forse, non lo so, non mi interessa neanche. Sta di fatto che il suo capo è legatissimo alla Chiesa ortodossa, la più reazionaria possibile, è autore di misure terribilmente reazionarie verso l’interno ed è legato dai legami internazionali con tutte le destre d’Europa e oltre. Per quanto riguarda l’Ucraina, è tempo perso anche parlarne. Questo eroico presidente ucraino, a parte essere un miliardario e essere terribilmente confuso a livello di idee politiche, è un periodo che vorrebbe portare Putin davanti alla Commissione dell’AIA a cui l’Ucraina non ha mai aderito, per dirne un po’. Tutto il resto sono uscite di questo tipo.

Si nascondono dietro a tutto ciò le bugie più incredibili. Praticamente è diventato indistinguibile un evento vero da uno fasullo e costruito. Non c’è quasi mai prova, ci sono delle posizioni da una parte o dall’altra e uno sceglie quello che gli conviene di più. Quindi non va prestato orecchio a particolari tragedie, di tipo soprattutto sovraccarico. Quando si dice che mille persone sono morte nella distruzione di un teatro da parte dei russi e poi si vede che non è morta neanche una, anzi una sì, ma per problemi propri, si capisce come stanno mentendo e finché funziona, funziona e serve a dire che c’è chi si batte per la democrazia e chi no.

Ora, nessuna guerra di quel tipo è guerra fatta per motivi giustificati e la vittima è sempre la stessa, vale a dire il proletariato. Pensate, solo per ritornare a un piccolo episodio, all’uscita di Draghi, il quale dice che si tratta di scegliere tra la pace e il condizionatore. Ora, il condizionatore di cui parla non è il suo, è quello delle normali famiglie. Le misure restrittive che propone non si applicano alla classe dirigente locale, si applicano alle classi subalterne. E così è in ogni guerra. Ora, per farla breve, quando io ero molto più giovane, addirittura prima che io venissi al mondo, si diceva che un proletario non deve mai sparare su un altro proletario. L’Internazionale – nella versione francese – diceva anche “prendete le armi e sparate sui vostri ufficiali”, cosa che nella versione italiana non esiste, ma quella era la sostanza.

L’unica guerra accettabile era la guerra, e dico guerra in questo caso, non dico pace, dico guerra a chi vuole la guerra, guerra a chi ti impone la guerra in nome di principi del tutto fumosi.

C’è la democrazia in Italia? Devo dire, c’è qualcosa che può assomigliare. Ma sono tre anni che noi non votiamo, che il Parlamento è semimorto e si va avanti così.

La sostanza del discorso è questa: il nemico è di sopra. Il nemico non è di fianco a noi, per cui tutto quello che va a colpire le classi subalterne è un atto di guerra contro il proletariato.

La risposta deve essere di guerra a chi fa la guerra, guerra alla guerra, si diceva un tempo. Quando dico guerra intendo varie forme, cominciando per esempio da uno sciopero generale. Noi non possiamo assolutamente definirci da una parte o dall’altra, o simpatizzanti. Noi siamo fuori, noi siamo a sinistra, a sinistra antagonista, noi non apparteniamo a quel mondo lì, dobbiamo infischiarcene se ci danno dei panzafichisti, come diceva già Mussolini, se ci danno dei pacifisti, dei sabotatori e cose del genere. Una stampa così abietta come non si era mai vista prima. Per cui il mio pensare, che penso sia condiviso da parecchi di voi, è quello che sta nello slogan di questa vostra iniziativa: guerra alla guerra! Buon lavoro.

Fonte

08/03/2023

Immaginari distopici sul grande schermo

di Gioacchino Toni

Mauro Gervasini, Se continua così. Cinema e fantascienza distopica, Mimesis, Milano-Udine, 2022, pp. 156, € 14,00

È nelle sue pessimistiche proiezioni nel futuro di timori e inquietudini del presente che il genere distopico può dirsi politico. È nella lettura del presente, nel saperne individuarne brutture e ingiustizie, per poi amplificarle in scenari futuri, che si palesa la propensione politica di tale genere: Se continua così, non a caso, è il titolo del saggio che Mauro Gervasini dedica alla fantascienza distopica cinematografica.

Ad aprire la rassegna non può che essere Metropolis (1927) di Fritz Lang, opera in cui l’aspetto distopico risiede proprio nella descrizione della condizione umana proiettata nel futuro: «un’umanità schiavizzata, sfruttata, sulla quale si esercita spietato l’egoismo di pochi» (p. 24). Ed è nelle immagini, sottolinea Gervasini, ben più che nella trama, che è da ricercare la “politicità” di tale distopia.

Ad ispirare numerosi racconti distopici, segnala l’autore, è la “fantascienza sociopolitica” britannica di scrittori come Aldous Huxley, H.G. Wells e George Orwell. Suggestioni orwelliane si possono rintraccaire, ad esempio, in V per Vendetta (V for Vendetta, 2005) di James McTeigue, derivato dall’omonimo romanzo a fumetti scritto da Alan Moore e illustrato da David Lloyd, così come ne I figli degli uomini (Children of Men, 2006) di Alfonso Cuarón. Tra le produzioni audiovisive che hanno lasciato un segno indelebile nel tratteggiare scenari distopici, Gervasini ricorda anche l’inquietante serie televisiva britannica Il prigioniero (The Prisioners, 1967-1968) ideata da Patrick McGoohan (che ne è anche interprete) e da George Markstein.

In ambito cinematografico statunitense tra i film distopici su cui si sofferma il volume vi sono, tra gli altri, In Time (2011) e Gattaca – La porta dell’universo (Gattaca, 1997), entrambi di Andrew Niccol, Rollerball (1975) di Norman Jewison, Terminator (The Terminator, 1984) di James Cameron, Strange Days (1995) di Kathryn Bigelow, Minority Report (2002) di Steven Spielberg e La notte del giudizio (The Purge, 2013) di James DeMonaco.

Pur sottolineando come diverse opere, omettendo riferimenti temporali futuri, siano difficilmente collocabili nel genere distopico vero e proprio, non mancano film con tratti distopici che fanno riferimento a scenari postatomici e a problematiche ecologiche, epidemiologiche e tecnologiche. Si pensi ad opere come Il mondo dei robot (Westworld, 1973) scritto e diretto da Michael Crichton, ripreso ultimamente da una serie televisiva della HBO, o a pellicole tratteggianti scenari postnucleari come L’ultima spiaggia (On the Beach, 1959) di Stanley Kramer, The Day After – Il giorno dopo (The Day After, 1983) scritto da Edward Hume e diretto da Nicholas Meyer per la programmazione televisiva e Il giorno dopo la fine del mondo (Panic in Year Zero!, 1962) di Ray Milland.

Non poteva essere omesso dall’autore lo sperimentale cortometraggio La Jetée (1962) di Chris Marker, realizzato con voce fuori campo su di un montaggio di fotografie in bianco e nero e una breve sequenza in movimento, ispiratore del più recente L’esercito delle 12 scimmie (12 Monkeys, 1995) di Terry Gilliam. Per certi versi lo stesso 1997: Fuga da New York (Escape from New York, 1981) di John Carpenter è un film distopico ambientato nel corso di una Terza guerra mondiale in corso. Scenari postatomici fanno da sfondo alla saga australiana inaugurata da Interceptor (Mad Max, 1979) di George Miller che raggiunge con Mad Max: Fury Road (2015), dello stesso regista, una delle più accattivanti ambientazioni del genere mai messe in scena.

Tra le distopie cinematografiche incentrate sul contagio, oltre a un doveroso riferimento alla serie televisiva britannica I sopravvissuti (Survivors, 1975-1977) ideata da Terry Nation, Gervasini si sofferma su film come Contagion (2011) di Steven Soderbergh, 28 giorni dopo (28 Days Later, 2002) di Danny Boyle e 28 settimane dopo (28 Weeks Later, 2007) di Juan Carlos Fresnadillo – pur non trattandosi di vere e proprie distopie, essendo vicende ambientate in un presente ipotetico – 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man, 1971) di Boris Sagal – derivato dal romanzo Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) di Richard Matheson. Un occhio di riguardo è poi concesso al romanzo Andromeda (The Andromeda Strain, 1969) scritto da Michael Crichton e portato sullo schermo nel 1971 da Robert Wise, per il suo contributo al rinnovamento dell’immaginario fantascientifico virale-epidemiologico.

Come in Metallo urlante di Valerio Evangelisti, Andromeda mette in scena il morbo come sorta di resistenza estrema al dominio dell’inorganico (la tecnologia, armi comprese). E svela la debolezza delle sovrastrutture umane, che di fronte all’epidemia, non curabile e non controllabile scientificamente, regrediscono a uno stato semiprimitivo pronto all’homo homini lupus (p. 83).

A portare alle estreme conseguenze la deriva hobbesiana del genere umano, scrive Gervasini, sarà poi l’inquietante Il tempo dei lupi (Le temps du loup, 2003) di Michael Haneke.

Circa le distopie ecologiche, non si può evitare di far riferimento al romanzo Dune (1965) di Frank Herbert – pur non trattandosi di una distopia palese – da cui deriveranno due omonimi film diretti rispettivamente da David Lynch nel 1984 e da Denis Villeneuve che ne trae un’opera in due parti, la prima uscita nel 2021. Sul grande schermo la questione distopico-ecologica compare già negli anni Settanta con 2022: i sopravvissuti (Soylent Green, 1973) di Richard Fleischer, ispirato al romanzo Largo! Largo! (Make Room! Make Room!, 1966) di Harry Harrison, mentre, venendo a tempi più recenti, Gervasini si sofferma sul coreano Snowpiercer (Seolguk-yeolcha, 2013) di Bong Joon-ho e su Interstellar (2014) di Christopher Nolan.

Un intero capitolo del volume è dedicato all’analisi comparata del romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) di Philip K. Dick e dei film Blade Runner (1982) di Ridley Scott e Blade Runner 2049 (2017) di Denis Villeneuve. Gervasini sottolinea come nel film di Scott vengano omessi diversi elementi che hanno invece un ruolo importante nel romanzo, come l’ormai avvenuta scomparsa degli animali naturali sostituiti da copie sintetiche e il culto incentrato attorno al predicatore Mercer, ma, soprattutto, nel film gli esseri artificiali antropomimetici, anziché rappresentare un’umanità disumanizzata, si palesano come oppressi dotati di sentimenti ed emozioni che gli umani stanno invece perdendo. Inoltre, rispetto al romanzo, Scott apre la visione a ciò che c’è “fuori dalla finestra”, dando luogo così a un noir urbano ambientato nel futuro. Venendo poi all’opera diretta da Denis Villeneuve, Gervasini ne mette in luce non solo l’originalità ma anche la complessità e la sofisticatezza che, forse, hanno contribuito al sostanziale insuccesso presso il grande pubblico.

Il volume si sofferma anche sul cyberpunk a partire dalla sua nascita letteraria segnalando come questo, però, si sia nutrito sin dalla sua origine di cinema e videogame, come ha ammesso lo stesso William Gibson che ha indicato esplicitamente il film Blade Runner di Scott e, soprattutto, l’universo videoludico, come importanti fonti di ispirazione. Per quanto riguarda il grande schermo Gervasini si sofferma soprattutto su Matrix (The Matrix, 1999) scritto e diretto da Andy e Larry Wachowski, indicandolo come uno dei film più importanti del genere.

Tra le opere cinematografiche cyberpunk vengono affrontati anche alcuni film che hanno preceduto il romanzo seminale Neuromante (Neuromancer, 1984) di William Gibson: Blade Runner di Scott, Tron (1982) di Steven Lisberger, Videodrome (1983) di David Cronenberg e Brainstorm – Generazione elettronica (Brainstorm, 1983) di Douglas Trumbull. Dunque la rassegna prende in considerazione Strange Days di Kathryn Bigelow, i due Terminator (del 1984 e del 1991) di James Cameron, i giapponesi Akira (1988) di Katsuhiro Ōtomo, Tetsuo (1989) di Shin’ya Tsukamoto e l’anime Ghost in the Shell (1995) di Mamoru Oshii, dunque Hardware (1990) di Richard Stanley, Johnny Mnemonic (1995) di Robert Longo, eXistenZ (1999) di David Cronenberg e Upgrade (2018) di Leigh Whannell.

Circa l’universo distopico cyberpunk, oltre che sull’opera di Andy e Larry Wachowski, Gervasini insiste sull’importanza di un autore come Cronenberg.

Ad avere perfettamente colto l’importanza videoludica in un più ampio discorso su futuro e cyberpunk è David Cronenberg con il citato eXistenZ, film che ha più di un debito con due precedenti titoli del regista canadese, Videodrome e Il pasto nudo (1991). Il tema è quello delle mutazioni antropologiche causate dai mezzi di espressione di massa, ma diciamo meglio. Attraverso la televisione, la scrittura e il gioco si creano mondi ai quali aderiamo tramite procedimenti di immersione cognitivi, dal coinvolgimento puramente emotivo a processi di identificazione con i soggetti stessi della comunicazione. Cronenberg però va oltre ipotizzando un’adesione e un mutamento fisici: la televisione di Videodrome o il game di eXistenZ […] incidono sulla carne dei fruitori e degli utenti creando lacerazioni, escrescenze e anche distorsioni psicologiche come la follia, l’alienazione e soprattutto il delirio. […] La prospettiva di Cronenberg è tutta rivolta alla componente organica, in un duplice cortocircuito perché non si tratta semplicemente di contaminazione bio-meccanica ma proprio del metallo/macchina concepito come carnale (p. 120).

Nonostante il volume sia dedicato alla distopia sul grande schermo – non vengono infatti prese in considerazione le produzioni seriali televisive, salvo brevi riferimenti – l’appendice è dedicata allo scrittore Valerio Evangelisti, indicato come l’autore dell’immaginario distopico più potente e importante del panorama italiano. Se i riferimenti distopici sono ravvisabili nell’intero suo ciclo dedicato all’inquisitore Nicolas Eymerich, secondo Gervasini la digressione distopica dei suoi romanzi trova compimento nel libro Metallo urlante uscito nel 1998, composto da quattro racconti, vero e proprio momento di svolta nella letteratura fantastica prodotta in Italia.

Metallo urlante a ben guardare è un compendio di molti elementi distopici. La visione del futuro, anche quello più remoto, è perennemente minacciosa, spesso i paesaggi umani sono devastati da malattie, pestilenze, ma anche da massacri commessi con armi sempre più sofisticate, di distruzione di massa. Eppure la tensione tra carne e metallo, con il secondo che diventa gradualmente organico quindi a sua volta senziente, e la prima condannata all’apatia, alla corruzione e alla biodegradabilità anche delle emozioni, non ha mai un esito scontato. […] Di sicuro Valerio Evangelisti è uno scrittore politico, così come può e deve esserlo la migliore fantascienza. Metallo urlante lo dimostra una volta di più rappresentando narrativamente scenari di un possibile futuro fondato sui principi dell’autoritarismo e persino del razzismo. Ma anche di un presente arresosi all’idea che il capitalismo, e la sua applicazione sociale, il cosiddetto neoliberismo, non abbiano alternative. Soprattutto è politico perché contempla ipotesi di sovversione, e questa letteratura, fin dagli esordi, non può essere altro che sovversiva (pp. 137-138).

Gervasini ricorda come nella letteratura di genere, scelta da Evangelsiti per portare avanti la sua “insurrezione immaginaria”, lo scrittore bolognese adotti uno stile asciutto che rimanda alla “prosa behaviourista” di Jean-Patrick Manchette, cioè una modalità narrativa che preferisce far desumere le psicologie dei personaggi dalle loro azioni. «Attraverso il fantastico ancora oggi, a quasi 30 anni dal suo esordio, i libri di Valerio Evangelisti dicono moltissimo del nostro mondo (occidentale) e sanno scardinare senza didascalismi ideologici i rapporti di forza dettati dall’unico dio veramente idolatrato nella contemporaneità: il mercato. Scusate se è poco» (p. 140).

Fonte

20/04/2022

Valerio Evangelisti e la resistenza dell’immaginario

Ieri Valerio Evangelisti ci ha lasciati. Non è stato solo un grande scrittore e saggista, uno dei massimi esponenti del “new weird” italiano (un sottogenere in cui rientrano elementi fantasy, fantascientifici e horror), creatore del personaggio di Nicholas Eymerich inquisitore, ma anche e soprattutto un compagno militante, che si è battuto per una società più giusta – sottratta alle logiche alienanti del capitale – affidandosi anche ad una significativa resistenza dell’immaginario. Come ha scritto Giuseppe Genna in un sentito ricordo dell’amico, “Evangelisti ha spalancato il fantastico, sottraendolo alle fumisterie fasciste e ricollocandolo nel cuore del farsi narrazione, aprendo l’idea di ciclo alla possibilità di percorrere nuovamente una scrittura epica e mitopoietica inesausta, infinita”.

Fondatore della webzine “Carmilla online”, scrivendo la prefazione a Immaginari alterati, un volume che raccoglie i saggi di alcuni redattori della rivista, uscito nel 2017, ricordò che proprio nel primo numero cartaceo di “Carmilla“si sosteneva che l’immaginario sarebbe stato uno dei campi di battaglia a venire, per la sinistra di classe e per le forze antagoniste”. Perché oggi, almeno in un Occidente sottoposto alla dittatura del capitalismo, le “imprese gigantesche”, totalmente asservite all’economia, “assicurano vite parallele con brevi escursioni nella fantasia. Occupano l’attività onirica sostituendo sogni fasulli a quelli naturali”. Così concludendo quella bella prefazione: “L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi [...]. Resistere non è mai inutile, e di per sé contrasta il velo di anomia e alienazione che sta calando su noi tutti”.

Se posso aggiungere un ricordo personale, lo avevo conosciuto al “Carmilla Fest” a Bologna, nell’autunno 2019 e, come un gran signore, mi accolse a braccia aperte nel gruppo di “Carmilla”, nel quale avevo ritrovato diversi amici e compagni di viaggio. Altro non potrei dire, con le parole rotte dall’emozione, se non: Valerio Evangelisti, davvero, ci mancherai. Grazie per tutta la resistenza dell’immaginario che ci hai regalato.

Fonte

19/04/2022

Da oggi siamo un po’ più soli, Valerio ci ha lasciati

Dobbiamo annunciare che il nostro direttore, Valerio Evangelisti, ci ha lasciato. Già da tempo aveva problemi di salute, ma ha sempre continuato la sua attività di redazione e di scrittura con la sua lucidità di visione delle cose che lo ha sempre contraddistinto.

D’ora in poi Carmilla non sarà più quella che è stata sino ad oggi e che ha potuto essere nel panorama della letteratura di genere e di critica sociale proprio grazie a Valerio. Tutti noi gli dobbiamo molto e proprio per questo proseguiremo quello che è un grande impegno redazionale con la sua presenza nel nostro cuore.

Ciao Magister!

La redazione di Carmillaonline

Fonte

16/02/2022

USA - La rivincita del precariato

di Valerio Evangelisti

Dire che gli Stati Uniti sono uno dei paesi al cui interno è più acuta la conflittualità sociale può sembrare un paradosso, oppure un’affermazione scherzosa. Invece è proprio così. Ciò significa che i sindacati americani, in maggioranza conservatori ma combattivi, stiano riconquistando l’antica potenza? Niente affatto, è vero il contrario. La colossale AFL-CIO somiglia all’ombra di ciò che era stata.

Riassumo una storia complessa e, per tanti versi, gloriosa. La prima organizzazione dei lavoratori americani, a fine Ottocento, si chiama Knights of Labor, è una società segreta molto vasta (e non troppo segreta). I suoi dirigenti, però, si sentono attratti più dalle sirene della politica che dai conflitti di lavoro. Perdono credibilità. Sono sostituiti ed emarginati, fino a estinguersi, da una forza più agile e forte: la AFL, Federazione americana del lavoro. Il suo fondatore, l’ex sigaraio Samuel Gompers, allora di idee socialdemocratiche, raggruppa i lavoratori più qualificati per categoria, gelosi della propria abilità e delle proprie prerogative salariali.

È una scelta infelice, perché all’interno di uno stesso ramo industriale, o addirittura entro una stessa azienda, sorgono sindacati quasi artigianali in perenne concorrenza reciproca. Gompers è categorico: vanno tenuti alla larga i lavoratori non qualificati e precari, visti come minaccia allo status acquisito dagli operai professionali. La AFL impone quindi costose quote d’iscrizione, capaci di allontanare i paria, e in cambio garantisce ai suoi paghe sempre migliori e un embrione di assistenza sociale.

Di opinione assolutamente opposta è la IWW, Industrial Workers of the World, organizzazione fondata nel 1905 che si richiama al sindacalismo rivoluzionario. I lavoratori vanno organizzati non per mestiere ma per settore industriale, anche perché è lì che prende forma una società socialista futura; gli operai meno stabili, più deboli, meno qualificati hanno diritto al primo posto, dato che rappresentano le trasformazioni in corso della società statunitense e sono numericamente maggioritari.

L’intuizione è giusta, ma la sua messa in atto è terribilmente difficoltosa. Appunto perché non legati a un mestiere, gli operai unskilled passano facilmente da un lavoro a un altro, si muovono per il territorio americano, svuotano in un momento sezioni faticosamente costruite. Gli wobblies (nomignolo dato ai militanti degli IWW) li inseguono viaggiando da clandestini sui treni, creano organizzazione a ogni meta. Coinvolgono i lavoratori di recente immigrazione, diffondono volantini multilingue. Qualche vittoria la ottengono.

Si scontrano con un tratto caratteristico della situazione sociale statunitense: l’uso illimitato della violenza da parte del capitalismo americano e delle autorità che lo proteggono. Sono centinaia gli wobblies uccisi dall’esercito, dalla guardia nazionale, dagli sceriffi. Vi è chi è linciato nelle forme più atroci, chi è trascinato nel deserto e lasciato morire di sete. Ciò diventa frequentissimo durante e dopo la Prima guerra mondiale. Gli wobblies, anarco-sindacalisti in maggioranza (la minoranza è composta da comunisti), sono ovviamente neutralisti. Classificati come traditori, hanno i vertici imprigionati o deportati. L’avventura sindacale libertaria degli IWW si chiude negli anni Venti, e il bilancio è tragico. Poche vittorie pagate caro, molte vittime.

Ha dunque libero campo la AFL di Gompers, che appoggia a fondo la partecipazione degli Stati Uniti alla guerra mondiale, e combatte gli IWW anche con l’uso della forza. Però non tutto il sindacato di Gombers è moderato. Già nel 1910 gli Iron Workers, potente organizzazione affiliata all’AFL, avevano attentato al giornale antisindacale “Los Angeles Times”, lasciando sul terreno ventuno morti e moltissimi feriti. In quel periodo e in quelli successivi, gli attacchi alla dinamite organizzati da sezioni dell’AFL furono un paio di migliaia.

Peggio. Per resistere alla violenza padronale, dispiegata su scala spaventosa (restò nella memoria il massacro di Chicago Sud, il 30 maggio 1937), i militanti del sindacato di Gompers presero a chiedere l’aiuto della malavita organizzata. Questa si prestò volentieri, mettendo mano, in cambio, ai fondi pensione a gestione sindacale. In un secondo tempo, durante la guerra fredda, i gangster diventarono un’efficace forza d’urto contro i sindacalisti comunisti.

Negli anni Trenta, dal cuore stesso dell’AFL, nacque un secondo grande sindacato, la CIO (Comitato, poi Congresso delle organizzazioni industriali). A differenza della sigla madre, da cui si separò nel 1936, era favorevole a coalizzare i lavoratori per area d’industria. Il suo massimo leader, l’ex minatore John L. Lewis, seppe farne un organismo possente, molto radicato in particolare nel settore dell’auto. Se i risultati salariali furono discutibili, poté quanto meno fare riconoscere i sindacati dell’automobile da Henry Ford, che fino a quel momento li aveva rifiutati e repressi con una propria polizia privata.

I sindacati, inclusa la CIO, assecondarono le politiche di F. D. Roosvelt per superare la crisi del 1929 e l’ecatombe di posti di lavoro che ne conseguì. Più controversa fu la partecipazione alla Seconda guerra mondiale, in cui John L. Lewis si contrappose al presidente e alla stessa CIO, passata in altre mani, sulla base di una scelta neutralista a oltranza. Scatenò in pieno conflitto scioperi micidiali di minatori, metalmeccanici e ferrovieri.

Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da forti richieste di aumenti di salario per tutte le categorie, accompagnati da un blocco dei prezzi. Il successore di Roosvelt, Harry Truman, non vi si oppose. Unì però alla concessione, con la legge Taft-Hartley, la condizione che le organizzazioni sindacali si dichiarassero estranee all’ideologia comunista. Era l’anticamera del maccartismo. Gompers e Lewis erano morti, i loro successori – prossimi all’unificazione, avvenuta nel 1955 – avevano abbandonato il vago orientamento a sinistra dei loro padri. Nella nuova leva spiccava il nome di Walter Reuther, leader indiscusso dell’UAW, Unione dei lavoratori dell’automobile. Progressista sì, ma in riferimento all’ala sinistra del Partito democratico, fortemente anticomunista.

La AFL e la CIO non ebbero difficoltà a conformarsi alla legge Taft-Hartley. Reuther, ora capo del CIO, depurò la UAW dei militanti troppo a sinistra. Due soli sindacati importanti, diversissimi tra loro, resistettero: la ILWU, Unione internazionale degli scaricatori e dei magazzinieri, che attraverso il suo leader Harry Bridges era molto vicina al partito comunista (la ILWU dominava la Costa Ovest, mentre i portuali della Est erano vittime delle famiglie mafiose di New York); e la IBT, Fratellanza internazionale dei trasportatori, che aveva a presidente l’ambiguo Jimmy Hoffa.

Hoffa lasciava alla malavita la gestione dei contributi degli iscritti, usava la violenza (forse fino all’omicidio) contro i promotori di scioperi spontanei, professava ideali reazionari. Ciò malgrado era un mito per i suoi camionisti e per i trasportatori in generale, compresi i lattai. Al tavolo delle trattative non faceva sconti, batteva i pugni, riusciva a strappare il massimo degli aumenti salariali. Fece degli iscritti alla IBT il settore operaio meglio pagato d’America in assoluto, mafia o no. La sua scomparsa nel luglio 1975, sicuramente per mano dei suoi complici di Cosa Nostra, non ne offuscò la fama. Tanto è vero che a sostituirlo, dopo un lungo interregno, i camionisti chiamarono suo figlio, James Phillip Hoffa, in carica fino a poche settimane fa.

A ben guardare, sia la ILWU che l’IBT comprendevano quote rilevanti di manodopera precaria e saltuaria; per cui la solidarietà Hoffa-Bridges, che a molti parve scandalosa, aveva una robusta base strutturale. Un mondo distante da quello di Walter Reuther e di George Meany, nuovo presidente dell’AFL. Quando nel 1955 AFL e CIO si unificarono, dopo tante controversie e ostilità reciproche, i sindacati eretici rimasero fuori dalla nuova confederazione. La IBT lo è tuttora, e attorno a essa gravita una piccola ma non trascurabile coalizione di organizzazioni dissidenti, denominata oggi Change to Win, Cambiare per vincere.

La nascita nel 1955 della potentissima AFL-CIO modificò radicalmente il peso del sindacato negli Stati Uniti. Pur rimanendo fermamente anticomunista, Reuther strinse legami sempre più stretti con il Partito democratico, intavolò dialoghi con il padronato, ottenne buoni aumenti per molte categorie affiliate, contribuì all’elezione a presidente di John F. Kennedy. Inoltre, cancellando una tara da cui l’AFL, più che la CIO, era stata gravata fin dalle origini, combatté il razzismo e affiancò la lotta liberatrice di Martin Luther King. Il sindacato entrò in qualche modo nel sistema, ne divenne asse portante. Una componente, benevola e umanitaria, del capitalismo americano.

Seguì un ventennio di espansione apparentemente costante. La AFL-CIO quasi raddoppiò gli iscritti, intrecciò buoni rapporti con l’ala meno retriva del capitale, appoggiò le scelte governative in politica estera, avviò forme di compartecipazione agli utili. Il trionfo di Water Reuther? Sembrava, ma non fu così. Chi trionfava davvero, silenziosamente, fu il reazionario George Meany, presidente della confederazione unificata. Fece del sindacato un pilastro del sistema e una forza economica temibile. Moderò le richieste salariali, ignorò le pulsioni irrequiete della base, allontanò, assieme ai mafiosi, le componenti sindacali maggiormente combattive. La via era quella della concertazione con il capitale, in vista di presunti interessi comuni tra capitale e lavoro. Reuther tollerò a lungo, ma finì col dimettersi dall’AFL-CIO, portando con sé i segmenti di sindacato a lui fedeli, soprattutto nella UAW e tra i minatori. Animò lotte di ampio respiro.

Troppo tardi. Con la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, il mondo industriale subiva profondi, rapidi e radicali processi di ristrutturazione. Erano entrati in fabbrica l’informatica, la robotica, il toyotismo. Nessuna ala del movimento sindacale fu tanto lungimirante da prevedere fino in fondo questi sviluppi. Se la burocrazia si crogiolava nel potere politico acquisito, e i minoritari rami militanti aspiravano a una ripresa di attivismo, entrambi non prestavano sufficiente attenzione allo sgretolarsi della loro base materiale.

Interi distretti industriali si svuotavano, il settore dei servizi minori si gonfiava in maniera ipertrofica, false tipologie di lavoro autonomo sostituivano quello salariato. Paghe basse, occupazione temporanea, assenza di servizi sociali. Era questo il destino di gran parte della manodopera immigrata di recente, e non solo di quella. L’AFL-CIO copriva appena i settori di classe operaia più maturi e, per non perdere anche questo legame, si vide costretta a far chiedere agli iscritti non aumenti, bensì decurtazioni di salario. Le alte retribuzioni conquistate negli anni Sessanta e Settanta diventarono appannaggio di quote esigue di “privilegiati”, in aree produttive prive di valore strategico.

La concorrenza estera, dovuta alla progressiva fusione dei mercati mondiali e a un decentramento sfrenato di plastica ed elettronica, isolò i vertici sindacali dal mercato vero della forza lavoro, così da farne dimenticare la vocazione originaria. Un dirigente dell’AFL-CIO, trasformata in macchina elettorale e in gestore di fondi di investimento, aveva poco da dire a un commesso Walmart o McDonald’s, a una domestica d’albergo, a un bracciante malpagato, a una donna delle pulizie, a un disoccupato, persino a un insegnante con lo stipendio all’osso. Né viene visto da costoro come un difensore naturale, come l’esponente di una coalizione a cui unirsi per reclamare condizioni decenti di vita e lavoro. Rischia anzi di essere considerato, se non un nemico, come rappresentante di un universo separato dal proprio.

La reazione più insidiosa delle classi subalterne si è manifestata in anni recenti, e consiste nella propria “autocancellazione”. A fronte dei salari miseri, nemmeno sufficienti alla sopravvivenza, offerti dal padronato, centinaia di migliaia di lavoratori rinunciano a dichiararsi disoccupati e a richiedere il relativo sussidio, a sua volta esiguo. Preferiscono attività sotterranee e saltuarie, non sempre legali, alla certezza della miseria alla metà del mese, e all’instabilità abitativa. Lamentano le organizzazioni padronali una presunta scarsa voglia di lavorare, alimentata da sussidi di disoccupazione a loro dire eccessivi e incitanti all’ozio.

Malgrado ciò, non esitano a portare a livelli favolosi i compensi dei loro dirigenti e quadri, creando un abisso tra i loro proventi e quanto percepito dalla forza lavoro. Questa è ritenuta suscettibile di mille blandizie, eccetto una: un cospicuo incremento salariale. E gli operai reagiscono in forma individuale, negandosi quale cibo nel banchetto altrui, rifugiandosi nel rifiuto e nell’anonimato. Con un prezzo da pagare: termina, con simile diserzione individuale, un’antica tradizione di solidarietà, che induceva alla coalizione. Aveva consentito di resistere a decenni di violenza dispiegata, a omicidi commessi e rivendicati alla luce del sole.

Finisce con ciò la lotta di classe negli Stati Uniti? Per nulla. Frammenti sindacali esterni all’AFL-CIO, o marginali in essa, raccolgono i più sfruttati degli sfruttati. All’inizio degli anni Duemila fanno una effimera ma sorprendente ricomparsa gli IWW, che guidano a buone vittorie i dipendenti della catena Starbuck Coffee Company negli Stati Uniti e nel Canada. Più numerosi sono tuttavia i collettivi auto-organizzati di strati dall’estrema subalternità, compresi insegnanti, pompieri, manovali dei grandi magazzini, addetti alla logistica e alla distribuzione dei colossi informatici.

Riusciranno costoro a ricostruire una forza sindacale analoga a quella del passato? Difficile, le forze avverse sono troppo forti e compatte. Eppure, una notizia di questi ultimi giorni del 2021 pare indicare scenari divergenti e ottimistici. L’ala sinistra della Fratellanza dei trasportatori, approfittando della fine del mandato di James Phillip Hoffa, ha conquistato lo scorso 15 novembre la direzione della potente IBT. Ha fatto leva sui camionisti che lavorano per Amazon, delle più disparate nazionalità.

La rivista che ha guidato questa piccola rivoluzione si chiama “Labor Notes”, e si propone di coordinare gli attivisti dei sindacati storici con quelli dei collettivi spontanei. Chiama scherzosamente il prodotto di tale ipotetica fusione Troublemakers Union. Difficile prevedere l’esito del progetto, ma certo, fin dalle origini del movimento operaio americano, questo ha conosciuto i suoi momenti salienti quando è stato sensibile alle istanze dei “piantagrane” usciti da una composizione di classe instabile, precaria, multietnica e in continua trasformazione.

Fonte

18/08/2021

[Contributo al dibattito] - Lettera aperta a Contropiano, su green pass e dintorni

di Roberto Sassi - Nico Maccentelli - Valerio Evangelisti

Seguiamo Contropiano, ed occasionalmente vi collaboriamo, fin dalle sue origini, lo riteniamo un prezioso strumento di controinformazione e formazione politica, per questo ci siamo presi il tempo per riflettere e confrontarci prima di scrivere questa lettera.

Riteniamo profondamente sbagliato e dannoso l’approccio con cui è stato affrontato il problema del green pass ed in generale dell’emergenza pandemica, sentiamo l’urgenza di aprire un dibattito sul tema che consenta di rettificare queste posizioni.

Il vaccino senza alternative?

I compagni che difendono o tollerano il green pass partono da un assunto mille volte ripetuto dal governo: la vaccinazione universale è l’unico modo per sconfiggere il virus. Un’affermazione totalmente infondata. Sono molti i modi per affrontare la malattia, anche prevenendo il ricovero ospedaliero: ci sono decine di farmaci, spesso a basso costo, che hanno avuto ottimi risultati, anche nella cura a domicilio. In Cina (dove la libertà di scelta terapeutica è a fondamento del sistema sanitario fin dalle sue origini) è stata utilizzata con successo anche la medicina tradizionale, bloccando le ondate epidemiche prima ancora di disporre del vaccino.

Eppure, non appena qualcuno si alza a sostenere la possibilità di guarigione per altra via che non sia il vaccino, incorre in scomuniche, minacce, insulti. Le sue proposte sono bandite (di recente, un medico mantovano si è suicidato, dopo essere stato deriso per una sua terapia rivelatasi efficace). Perché? Le ragioni sono molteplici. Si è fatto un acquisto spropositato di vaccini (ma sarebbe meglio parlare di sieri) da alcune multinazionali, e bisogna pur smaltirli (in autunno le prime partite andranno a male). L’esistenza di cure valide differenti renderebbe assai arduo fare del vaccino un obbligo.

Chi invoca i vaccini quale panacea risolutiva, quasi mai si interroga sull’efficacia di quelli correnti, in “sperimentazione” fino al 2023, sulla nostra pelle. Il vaccinato non contagia? Niente affatto, contagia eccome. Ripara se stesso dalla contaminazione? Per nulla. Lo si desume da una miriade di ricerche, e dagli stessi bugiardini che accompagnano il prodotto. Ha effetti negativi? Non ne parla nessuno, ma si contano in Europa ben 16.900 casi, tra cui 6.000 morti (e tra i sopravvissuti si trovano ciechi, paralizzati ecc.) [1].

Sono minoranza, dunque il gioco vale la candela, si ribatte. Ma il gioco quale scopo ha? Tutti vaccinati ed ecco che l’epidemia si ferma, ci dicono. Peccato che i paesi col maggior numero di vaccinazioni – Gran Bretagna, Israele, Islanda, ecc. – siano, al momento, quelli in cui la pandemia è più vivace, e si sviluppano “varianti” via via maggiormente aggressive.

Trattamento Sanitario Ricattatorio

La legislazione italiana prevede il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). I TSO possono essere non coattivi (obbligo sanzionato) oppure coattivi. I TSO coattivi sono quelli per:

1. malattie mentali (art. 34 della legge n. 833/78);

2. malattie veneree in fase contagiosa (art. 6 della legge n. 837/756 );

3. malattie infettive e diffusive (art. 253 TU leggi Sanitarie, 27 luglio 1934, n. 1265 e DM5 luglio 1975). La situazione attuale potrebbe essere fatta rientrare dal governo in quest’ultima casistica, ma una coazione implica una responsabilità che chi ci comanda evita di prendersi, preferendo ricorrere ad un’altra pratica, che potremmo definire Trattamento Sanitario Ricattatorio (TSR).

Con i TSR i lavoratori sono costretti periodicamente a confrontarsi quando si sottopongono (pena il licenziamento) alle visite mediche di controllo (art. 41 del D.Lgs 81/08) che stabiliscono la loro idoneità o meno alle mansioni svolte, ivi comprese le vaccinazioni eventualmente previste o le terapie necessarie al ristabilimento dell’idoneità, sempre pena il licenziamento.

Il green pass estende a tutta la società il TSR, consentendo allo Stato ed alle case farmaceutiche di eludere ogni responsabilità nei confronti delle reazioni avverse al vaccino, ma soprattutto amplia ed approfondisce capillarmente il comando capitalistico. L’arbitrio poliziesco, anch’esso estesosi smisuratamente sfruttando la situazione pandemica, trova la sua certificazione.

Dal punto di vista sanitario, non è altro che una buffonata burocratica: come se si potesse fermare un virus con una carta bollata. Dal punto di vista politico rappresenta invece una imposizione paternalistica, una operazione ideologica, prima ancora che poliziesca, che rende maggiormente pervasivo il potere statale di sancire i comportamenti sociali ammessi o meno.

Il terreno delle libertà è troppo importante per essere lasciato ai liberali, che lo costringono nella dimensione illusoria dell’individualità. Sono libertà collettive quelle in pericolo: riunione, manifestazione, socializzazione...

Stiamo attenti, piuttosto, a non confondere il collettivismo con il paternalismo.

Il triangolo no, non l’avevo considerato...

Nell’editoriale di Contropiano “Il delirio sul Green Pass”, leggiamo:
“... in casi come le grandi epidemie lo scontro tra noi e il potere verte sulla capacità o meno di risolvere un problema imprevisto, oggettivo, indifferente alle idee politiche e agli interessi sociali che travolge. E’ un rapporto a tre. Popoli, capitale e virus. Come per l’ambiente, peraltro... Nella “compagneria” la confusione è grande, ci sembra, proprio in virtù del fatto che si continua a ragionare come se fosse un rapporto a due (popolo e capitale/Stato) anche in questo caso.”
Quello che qui non viene considerato, è che sarebbe un rapporto a tre se la pandemia non fosse gestita da uno dei due elementi umani, ossia la borghesia e non il popolo, o meglio non certo le classi sociali subalterne. E questo vale anche per l’ambiente (di cui la pandemia è parte). Sono semmai gli ecologisti liberali, quelli che non intervengono alla base del rapporto tra capitale (ossia umanità nei rapporti di produzione e riproduzione capitalistici) e natura ad avere questa stessa logica del rapporto a tre.

Si dà il caso invece che le misure adottate dal capitalismo nella pandemia siano orientate a salvare e incrementare i profitti e non a salvare l’umanità. Quindi i tre fattori sono piuttosto zoppi. Se non capiamo questo, non comprendiamo neppure il salto autoritario che stiamo facendo, che viene imposto per non fare quello che andrebbe fatto: investire in sanità pubblica e di territorio, adottare un approccio multi-terapeutico, espropriare i brevetti rendere disponibili i vaccini per tutti i popoli.

Essere fautori della libertà di scelta terapeutica, significa anche essere fautori della disponibilità per tutti, gratuitamente, di tutti i tipi di vaccini. In mancanza di tale disponibilità, non vi è reale possibilità di scelta. Non solo, quindi, battersi per la disponibilità dei vaccini e per la libertà di scelta terapeutica non è in contraddizione, ma complementare. Anche chi è favorevole all’obbligo vaccinale, dovrebbe convenire che è legittimo voler scegliere fra i vaccini disponibili, siano essi di tecnologia RNA o tradizionale, prodotti da multinazionali e venduti agli stati in base ad accordi zeppi di omissis o prodotti da laboratori pubblici, estranei al profitto.

Dunque, le discriminazioni vanno rifiutate, l’autoritarismo va combattuto e va rivendicato un cambio di passo epocale verso una modalità di riprodurre la società non più dominata da interessi privati ma dai bisogni della collettività umana. La lotta contro questa forma inedita di fascismo è parte di questa soluzione.

In realtà la lotta di classe, seguendo l’editoriale di Contropiano, si attenua nell’eccesso di fiducia verso un sistema capitalista che invece sta utilizzando la pandemia per avvantaggiare le classi dominanti e i loro apparati di comando sul terreno dei profitti e del controllo sociale, scaricando gli effetti della malattia sui settori popolari, evidenziando che non la pandemia, ma la sua gestione (quindi rapporto a due) è classista.

E infatti se andiamo a vedere dove ci sono state tante vittime lo si capisce subito: in quella massa che è passata da “Tachipirina e vigile attesa” direttamente nelle terapie intensive (se andava bene…) o a crepare a casa, in solitudine. Non certo come Trump, Berlusconi o Briatore.

Ovviamente, con questo non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?

Il green pass in fatti specie non ha nulla di sanitario. E di evidenze scientifiche, di posizioni contraddittorie tra loro ce ne sono e non poche. Quindi quanto meno individuare soluzioni diverse significherebbe spendere finalmente in buona sanità pubblica e in un controllo non sulla popolazione ma sul virus, con l’utilizzo massiccio, capillare e gratuito dei tamponi (anche qui, come in Cina).

Ecco perché abdicare alla lotta contro il green pass significa rinunciare a un terreno fondamentale oggi dello scontro politico e sociale. L’estate porta licenziamenti di massa, il green pass costituisce anche una strategia di raffreddamento dei conflitti in previsione di un autunno carico di tensioni. L’USB sta facendo i conti con questa situazione con assai più senso pratico, fortunatamente.

Nella singolare teoria del rapporto a tre si sente puzza di interclassismo, quasi esistesse una zona neutra, franca nello scontro di classe tra proletariato e borghesie, tra capitalismo e masse popolari.

È stato scelto di bollare le manifestazioni contro il green pass come “reazionarie, borghesi, fasciste”, mentre in Francia le organizzazioni di classe con cui siamo in rapporto si sono mobilitate, hanno contrastato i fascisti in piazza, ottenendo risultati assai significativi, crescenti, in piena estate. A queste manifestazioni, Contropiano ha deciso di dedicare poche righe, dopo un mese… Sotto c’è un equivoco grande come una casa sul come rapportarsi al ceto medio trascinato verso il basso.

Lenin, perdonaci, abbiamo una certa età.

Bologna, 10 Agosto 2021

Note

[1] Fonte dei dati qui.

Fonte

26/01/2020

Valerio Evangelisti con Potere al Popolo e Marta Collot

Ecco uno dei messaggi che ho ricevuto stamattina. Grazie Valerio Evangelisti!
“Io, alle regionali dell’Emilia Romagna, voterò convintamente Potere al Popolo. PaP è diretta, spontanea espressione del nuovo proletariato che il neoliberismo ha generato, fatto di precari, lavoratori sotto perenne minaccia di licenziamento, studenti privati di un futuro, anziani colpiti dai tagli ai servizi, alla spesa sanitaria, all’assistenza.

I militanti di Potere al Popolo hanno deciso di organizzarsi e ribellarsi a un sistema disumano e omicida, senza ideologismi, senza etichette rugginose, e così facendo si sono collegati alla tradizione migliore, quasi dimenticata, del movimento operaio italiano. Basta vedere e ascoltare Marta Collot, candidata presidente nella mia regione, per intuire la confortante novità.

Per chi dovrei votare, altrimenti? Per chi auspica continue privatizzazioni? Per chi abbatte i centri sociali, confini alla barbarie delle periferie? Per chi ha introdotto il jobs act e altre infamie antioperaie? Mi si dice che altrimenti si rischia il fascismo.

Cari miei, non prendiamoci in giro. L’antifascismo è nelle strade, e Potere al Popolo ne è una delle più autentiche espressioni.

Viva Marta Collot, viva Potere al Popolo!“
Fonte

20/10/2018

Memoria senza infingimenti e ipocrisie

di Valerio Evangelisti

Andrea Tanturli, Prima Linea. L’altra lotta armata (1974-1981), vol. I, Derive / Approdi, 2018, pp. 386, € 25,00.

Da tempo, la casa editrice Derive / Approdi sta conducendo un’operazione lodevole: pubblicare volumi che, con taglio strettamente accademico, indaghino i fenomeni di lotta armata di estrema sinistra che condizionarono pesantemente gli anni Settanta del secolo scorso e i primi anni Ottanta. Senza apologie, giustificazioni o invettive, ma con una rievocazione dei fatti ampiamente documentata.

Sono esemplificazioni di questo metodo il volume di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elena Santalena, Brigate rosse. Vol. I: “Dalle fabbriche alla “campagna di primavera” (2017), preceduto dall’eccellente M. Clementi. Storia delle Brigate Rosse, ed. Odadrek, 2007; e ancora Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse (2013). Adesso vi si aggiunge questo imponente Prima Linea, che dalle origini del gruppo giunge alle soglie dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini.

É palese l’intenzione, dell’editore e degli autori citati, di separarsi nettamente dalla paccottiglia che intasa gli scaffali delle librerie, con una miriade di testi che trattano i conflitti armati di quasi un cinquantennio fa in chiave complottistica, con ipotesi sempre più funamboliche; oppure che ravvivano il fenomeno nel timore che si ripeta, fino a fare del suo contrasto uno dei cardini dell’attuale ordine statuale. Ciò che impedisce ancora oggi un’analisi serena dei fatti, delle loro motivazioni e delle loro conseguenze. Fenomeno non solo italiano, visto che colpisce anche, con quasi maggiore virulenza, l’ETA basca (molto meno, tra i gruppi armati, l’IRA, forse per una tradizione di obiettività tutta anglosassone).

Fatta questa premessa, valeva la pena di consacrare un tomo – presto due – di tali proporzioni a Prima Linea, inferiore numericamente alle Brigate Rosse e non altrettanto radicata su scala nazionale? Penso di sì, per la sua considerevole differenza dalle BR. Se queste ultime si collegavano, non solo idealmente ma anche come composizione, alla tradizione del PCI di epoca partigiana e ai suoi derivati maoisti, PL scaturisce direttamente dalla sinistra extraparlamentare degli anni Settanta (specialmente Lotta Continua dei centri industriali del nord, e una parte di Potere Operaio romano), e si amalgama meglio e più dei brigatisti all’autonomia operaia e al movimento del ’77, senza dissolversi del tutto al suo interno. Non a caso, resisterà a lungo alla scelta di una completa clandestinità, e a imboccare la strada dell’omicidio individuale.

Tanturli segue con grande precisione fasi e svolte di questo percorso tortuoso, a partire dall’esperienza di Senza Tregua (su cui esiste un’ottima ricerca di Emilio Mentasti, Senza Tregua. Storia dei comitati comunisti per il potere operaio, 1975-1976, ed. Colibrì, 2012), che di PL fu la matrice. Lavoro reso difficile a fronte di un’organizzazione poco compatta, mai veramente unitaria, portatrice di una teoria dalle basi spesso fluide ed effimere.

Il limite di questo volume iniziale, come di tutte le ricostruzioni analoghe, è di sottacere il (chiamiamolo così) “lato umano”, la personalità dei militanti, le loro motivazioni intime. Fattori che dovettero avere il loro peso, visto che, al momento del suo crollo, Prima Linea sfornò “pentiti” e “dissociati” a profusione, tra i più letali per l’antagonismo armato (Viscardi, Sandalo, ecc.). Forse se ne parlerà nel secondo volume. Intanto dobbiamo essere grati a Tanturli e a Derive /Approdi per avere riportato alla luce, con onestà, una storia anni luce lontana dal nostro presente, ma che incise molto sul “suo” presente.

Fonte

18/01/2018

Valerio Evangelisti. “Perchè voto Potere al Popolo”

Forse non sarei nemmeno andato a votare, se non fosse accaduto un fatto che, ai miei occhi, ha del prodigioso. Espulsi dal Teatro Brancaccio, in cui si sarebbe dovuta rifondare per l’ennesima volta la “sinistra” (con i D’Alema, i Bersani, i Civati, gli Speranza, gli Epifani e altri walking dead), i giovani e meno giovani del centro sociale Je so’ pazzo, ex OPG, tra i più attivi sul territorio napoletano, decidono di continuare da soli.

Riescono a riunire ottocento persone di tutte le età, ed è l’inizio di una valanga. Si tengono, in breve tempo, duecento affollatissime assemblee in ogni regione d’Italia, incluse quelle in cui l’antagonismo politico-sociale sembrava spento per sempre. Aderiscono al progetto nomi storici della sinistra “vera” e non liberale, di integrità non discutibile: Heidi Giuliani, madre di un martire divenuto simbolo di lotta, Nicoletta Dosio, l’instancabile ribelle e fuggiasca No Tav, Giorgio Cremaschi, una vita per i metalmeccanici e per il riscatto operaio. E tanti, tanti altri.

Soprattutto, si adunano sotto la nuova sigla – Potere al Popolo! – i frammenti di una classe subalterna modellata, nel presente, dai rantoli di un’economia e di un dominio antiumani, che solo in nuove guerre e oppressioni trovano slancio vitale. Precari, disoccupati, pseudo-apprendisti licenziati e riassunti (se va bene) ogni quattro mesi, gente che sbarca il lunario come può. Moltissimi giovani ma anche molti anziani, dal pensionamento spostato di continuo, quanto basta per sopprimere occasioni di lavoro per chi non le ha.

Sono il frutto di una tragedia sociale. Consumata in nome di cosa? Del liberismo trionfante, del liberalismo (ideologia portata agli estremi da Emma Bonino, da Eugenio Scalfari, da Napolitano: vecchiaie malvissute). E’ agitato, per celare il crimine, il fantasma del debito pubblico, nascondendo la truffa. Da Reagan-Thatcher in avanti si occulta, anche e soprattutto nelle università, che le dottrine dell’economia politica sono molteplici. Per parte di esse il debito è un’astrazione. Visto che tutti gli Stati sono indebitati (specialmente gli Stati Uniti, favoriti dall’emissione della principale moneta di scambio, oggi al tramonto), si fissavano una volta i tempi di restituzione su scale trenta o cinquantennali. A molti paesi africani è stato condonato il servizio sul debito, e talora il debito stesso. L’economia mondiale non ne ha avuto contraccolpi.

Ma l’Unione Europea si affida solo alla teoria economica, mai verificata scientificamente (si fonda su pure statistiche, come rilevò tra gli altri Federico Caffè), di Milton Friedman e seguaci, poi fatta propria da Reagan, Thatcher e sotto-canaglie, fino a scendere al Cazzaro (si scoprirà chi sia dagli articoli di Alessandra Daniele). Soprattutto l’UE ne fa propri i corollari. Per competere su scala globale, il capitalismo deve rendere debole e malleabile la forza-lavoro. Fiaccarne la forza collettiva, disperderne l’unità, distruggerne una soggettività comune pericolosa. La precarietà eterna è l’arma suprema. Guerra di tutti contro tutti, per un posto che assicuri una sopravvivenza da difendere giorno per giorno. Come? Con l’acquiescenza, la docilità, la rinuncia alla ribellione. Il costo del lavoro scenderà ai minimi. I profitti si allargheranno.

Quella del debito (e dell’austerità per ripararlo) è dunque un’ideologia di asservimento, non una scienza obiettiva. Al pari dell’introduzione del fiscal compact nelle Costituzioni, per sfigurarle una volta per tutte. Quando furono varati i trattati istitutivi dell’UE vi fu chi disse, con franchezza, che essi erano un’assicurazione permanente contro ogni rischio di socialismo. L’esito si è visto. Nato sulle ceneri di una guerra, che ha distrutto la ex Jugoslavia, il nuovo ordinamento europeo ha alimentato innumerevoli conflitti, spesso a carattere esplicitamente coloniale. Con la dominanza al suo interno del capitale finanziario, ha spossessato un’intera generazione dei suoi diritti, ha creato disoccupazione e insicurezza, ha spostato reddito verso le classi privilegiate, ha depauperato aree e nazioni, ha rubato democrazia al popolo. Al popolo: visto che al proletariato vanno ormai sommate frazioni di ceto medio spinte sull’orlo della rovina.

Avere qualche deputato in Parlamento cambierebbe le cose? Certamente no, solo un ingenuo potrebbe crederlo. Ma un’azione politica anche modesta, unendosi all’azione di piazza, potrebbe valorizzare quest’ultima, conquistare spazi di visibilità, imporsi a media che grondano infamia e menzogna, spernacchiare il nemico di classe. Andrea Costa, primo parlamentare socialista italiano, e Lenin, primo trionfatore comunista, dicevano, su questo tema, la stessa cosa. Non lasciare la tribuna all’avversario. E se poi il tentativo non riesce, quanto meno ci si sarà provato. Lo stesso sforzo propagandistico pagherà col tempo.

Potere al Popolo! è la prima, vera espressione politica in Italia, spontanea e non ideologica, del nuovo assetto delle classi subalterne, in primo luogo giovanili. Trascurarla sarebbe un delitto. Pagheremmo l’errore per un altro decennio, a essere ottimisti.

Fonte