Una lunga e articolata intervista con i due portavoce nazionali di Potere al Popolo – Marta Collot e Giuliano Granato – alla vigilia della assemblea nazionale del 14 giugno per costruire un “Campo politico Indipendente”.
Il prossimo 14 giugno ci sarà una assemblea nazionale a Roma per confrontarsi sulla costruzione di quello che definite un “campo politico indipendente”. Cosa intendete definire con questa proposta?
Marta Collot: Questo termine – “campo politico indipendente” – non è affatto generico. Quando parliamo di indipendenza, non intendiamo una semplice autonomia di manovra all’interno del sistema. Noi vogliamo rompere in modo netto e definitivo con due grandi blocchi di potere che si sono alternati al governo in questi decenni, ogni volta promettendo di cambiare le cose quando invece hanno sostanzialmente portato avanti le stesse politiche.
Da un lato, per noi l’indipendenza è dalle forze politiche. Non solo ovviamente da quelle di governo, ma anche da quelle che si dichiarano di opposizione. Che però, quando governano, accettano le regole del gioco: dall’austerità alla guerra, fino alla repressione del dissenso. Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna “corsia preferenziale” per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto “campo largo”, nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale.
Dall’altro lato, rivendichiamo anche l’indipendenza dalle sigle sindacali complici. Lo dico senza mezzi termini: troppe volte i grandi sindacati confederali hanno firmato contratti che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori. Negli ultimi anni, hanno accettato il Jobs Act e lo smantellamento dei servizi pubblici. Hanno fatto da pompiere ai conflitti veri, quando non li hanno traditi apertamente. Per noi, un “campo politico indipendente” deve avere il coraggio di dire che i sindacati che hanno non solo accettato, ma teorizzato la pace sociale, non sono nostri alleati.
Quindi, per rispondere in modo diretto: il campo politico indipendente che proponiamo è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso. Di questo vogliamo parlare domenica all’hotel Hive, con tutti quelli che credono serva costruire una reale alternativa.
Giuliano Granato: Quando pensiamo a quel che non funziona in questo Paese non ragioniamo semplicemente sulla classe politica al governo e all’opposizione, su quella che qualcuno definiva la “casta”.
Pensiamo, piuttosto, a un campo di interessi di cui oltre al potere politico, fanno parte potere economico, potere culturale, potere ideologico.
Un blocco di interessi e di potere che spesso si rivela politicamente trasversale a destre e centrosinistra.
Un esempio concreto: per la America’s Cup che si terrà a Napoli nel 2027 esulta tanto la giunta del campo largo di Manfredi (che riposa su una maggioranza che va da transfughi di Forza Italia a esponenti di AVS) quanto le destre. Non è un caso che la minoranza in Consiglio Comunque abbia scritto una lettera di sostegno al Sindaco piuttosto che fare opposizione in merito al “grande evento”.
I due schieramenti politici condividono l’ideologia/propaganda dei “grandi eventi” che sarebbero vettore di sviluppo. Alle spalle di entrambi ci sono pezzi di quel potere economico che costituisce la colonna vertebrale di tutti e due questi campi politici. E i media cittadini fanno il resto: esaltazione delle enormi opportunità che deriverebbero dalla America’s Cup e minimizzazione dei rischi, nonché occultamento/criminalizzazione delle proteste.
Per questo quando poniamo all’attenzione del dibattito e del confronto la necessità (e gli strumenti) per la costruzione di un “campo politico indipendente”, intendiamo la necessità di un campo che sia politico in senso ampio – laddove “politico” non si restringe né diventa mero sinonimo di “elettorale” – e sappia disputare ogni spazio: politico, sociale, economico, culturale, ideologico.
In questo campo politico indipendente quanto c’è delle mobilitazioni di autunno e quanto c’è del crescente disagio e rabbia sociale?
Marta Collot: L’autunno che abbiamo vissuto non è stato un normale ciclo di proteste. È stato un movimento radicale nei contenuti – rottura netta con ogni complicità verso Israele, sostegno esplicito a tutte le forme di resistenza del popolo palestinese, critica senza peli sulla lingua al governo Meloni e al suo sostegno al genocidio – ma anche radicale nelle pratiche. Per la prima volta dopo anni, abbiamo rivisto blocchi fisici del paese, scioperi che non erano rituali ma interruzioni reali della produzione e della logistica, assemblee permanenti nei territori. Insomma, abbiamo ripreso il vero significato della parola “sciopero”: non una bandierina rituale, ma un’arma in mano ai lavoratori e alle lavoratrici.
Noi di Potere al Popolo eravamo in quelle piazze e all’assemblea di domenica abbiamo invitato tutti i soggetti che le hanno animate: i lavoratori portuali dell’USB, le realtà palestinesi e gli attivisti della Global Sumud Flotilla, gli studenti e le studentesse che hanno occupato scuole e università.
Quindi il campo politico indipendente che stiamo costruendo non è un riflesso pallido o una traduzione elettorale di quelle mobilitazioni. È il tentativo di farle diventare permanenti, organizzate, capaci di colpire quando serve. Perché la rabbia sociale e il disagio già ci sono – basta pensare ai temi caldi di bollette, case, salari, sanità – ma manca una rappresentanza politica degna di questo nome. Noi non vogliamo addomesticare il movimento autunnale. Vogliamo costruire insieme le gambe per camminare tutto l’anno a venire e anche i prossimi.
Giuliano Granato: Disagio e rabbia sociale sono sentimenti che viviamo quotidianamente. E che vive un’enorme maggioranza del Paese. Un disagio che non ha dimensione solo materiale, ma anche psicologica, come registra l’aumento della sofferenza che si palesa in ansia e angoscia, ormai quasi “tratti psicologici” del presente.
Il disagio si accompagna a una rabbia genuina che, però, il blocco di potere esistente è al momento capace di canalizzare verso “nemici inventati” (vedi gli immigrati) o di trasformare in senso di impotenza, che dà vita a una profonda frustrazione.
In questa dinamica le mobilitazioni dell’autunno sono state una potente inversione di tendenza.
L’opposizione al genocidio israeliano in Palestina, alle complicità del nostro governo, che insieme agli alleati statunitensi ed europei lo rendono possibile; la solidarietà con il popolo e la resistenza palestinese, sono diventati il catalizzatore di quel disagio e di quella rabbia sociale.
Se la destra al Governo cercava di delegittimare quelle piazze e quelle giornate, sostenendo si trattasse di una mera manovra antigovernativa della “sinistra”; se il centrosinistra si affrettava a rinculare e a circoscriverle all’interno di un perimetro “umanitario”; noi abbiamo provato a capire le ragioni profonde che hanno spinto milioni di persone a mobilitarsi, a manifestare e a scioperare in tutto il Paese (oltre che contribuire a organizzare quelle giornate): la Palestina è diventata il punto di caduta del nostro “scontento”.
L’autunno scorso è nodo ineludibile per chiunque voglia tirare su un progetto trasformativo perché è all’interno di quelle mobilitazioni che si trovano chiavi ed energie per il futuro di breve e medio periodo.
Il campo largo del centro-sinistra non ha saputo raccogliere né l’onda lunga delle mobilitazioni né il voto di protesta giovanile del referendum costituzionale. Pensate che ci sia ancora possibilità di “capitalizzazione” o l’astensionismo è ormai irrecuperabile?
Giuliano Granato: Il centrosinistra è strutturalmente incapace di “raccogliere”, prima ancora che per le posizioni che esprime per il riflesso pavloviano di ridurre tutto e immediatamente al piano elettorale. Ha guardato alle mobilitazioni autunnali e al voto al referendum vedendo solo i possibili voti che avrebbe potuto catturare.
Significa disconoscere il senso profondo di piazze e urne, che non sono riducibili all’“andiamo a votare per cacciare la destra cattiva”. Nelle mobilitazioni autunnali e nel no al referendum c’è per tanti versi un rifiuto assai più ampio e profondo, che investe gli stessi partiti del centrosinistra e che allo stesso tempo sembra segnalare una disponibilità all’impegno in prima persona per questioni etiche, di senso profondo, che troppo spesso spariscono nella disputa politico elettorale del giorno dopo giorno.
Accanto a questo pezzo, ne esiste un altro: una metà del Paese che non solo non si reca alle urne, ma rinuncia alla partecipazione politica in senso lato. Sono due pezzi che quasi non parlano, che si allontanano sempre più.
In molti è penetrato quel presunto “buon senso” del “tanto non cambia niente”. Che in parte è reale, considerato che chiunque vinca le elezioni, a prescindere dalle promesse elettorali, nulla (o quasi) cambia nella vita quotidiana delle classi popolari.
In parte, però, questo disimpegno è il prodotto di un processo di passivizzazione spinto dall’alto: se il protagonismo popolare può trasformare la realtà, il blocco di potere fa molta attenzione a che non si diano le condizioni per tale attivazione. Non è un destino scontato. Anche questo è spazio di disputa: di senso, di possibilità. E non bastano le parole, serve ricostruire un tessuto di relazioni prima ancora che organizzativo, serve riuscire a rianimare la speranza attraverso vittorie anche piccole ma che incidano nella quotidianità dei nostri e delle nostre, anche di coloro che non partecipano alla vita politica.
Marta Collot: Parto da un fatto che per noi è pacifico: il campo largo non solo non ha saputo raccogliere, ma non avrebbe potuto farlo. Perché chi scende in piazza per bloccare il paese, per sostenere la resistenza palestinese senza se e senza ma, è oggettivamente inconciliabile con una sinistra che va a genuflettersi al Quirinale, che vota i finanziamenti alla guerra, che discute di “responsabilità di unità nazionale”.
Quindi non è un problema di capacità tecnica di capitalizzazione. È un problema politico di fondo: il campo largo non ci rappresenta e non ci ha mai rappresentati. E i giovani – la generazione Gaza, quelli che hanno votato No al referendum costituzionale – lo hanno capito benissimo. Hanno detto no nelle urne di quel referendum perché non era una riforma innocua: era un taglio della democrazia, un accentramento di potere, ma soprattutto era un voto politico contro il Governo Meloni.
Ora, veniamo all’astensionismo. C’è chi dice che è un processo irreversibile, che la popolazione non crede più in nessuna opzione politica. Noi non siamo così fatalisti, ma neanche ingenui. Diciamo una cosa chiara: esiste una differenza fondamentale tra spazio politico e spazio elettorale. La sinistra tradizionale ha sempre sbagliato a sovrapporli, pensando che fare politica significasse rincorrere voti con false promesse, dimenticandosi di costruire davvero un’alternativa nel quotidiano, nei conflitti, nei territori.
Il risultato è che oggi larghe parti della popolazione – e soprattutto i giovani – sono disilluse. Non credono più alle nostre parole? No: non credono più alle false promesse. Ed è giusto così. L’astensionismo non è pigrizia: è l’istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla.
Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti. Lo spazio politico esiste – l’autunno lo ha dimostrato. Le lotte esistono, i sogni esistono, i bisogni di chi non arriva a fine mese e non si accontenta esistono. Lo spazio elettorale non è scontato. Può esistere solo se è in connessione organica con quello politico – non come una scorciatoia. Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più.
Il radicamento sociale e territoriale rimane ancora un fattore decisivo oppure la comunicazione ha preso definitivamente il sopravvento nella lotta politica?
Giuliano Granato: La comunicazione viene spesso considerata come mero spazio di trasmissione dei propri contenuti e delle proprie posizioni. Invece, a maggior ragione in epoca di ipertrofia della comunicazione, diventa spazio di esercizio di potere ideologico e, al contempo, di costruzione dei soggetti. È pertanto un fronte di battaglia su cui dovremmo lavorare più e meglio e partire dal riconoscere che anche su questo terreno le destre hanno costruito un vantaggio notevole.
Ciò però non intacca l’importanza del lavoro di organizzazione, radicamento, sedimentazione. Che è anche quello un lavoro di “comunicazione” se vogliamo, quello in cui il medium principale diventa il proprio stesso corpo, la propria stessa presenza.
Senza un intenso lavoro organizzativo non disporremo mai della forza necessaria a conseguire le trasformazioni per cui ci battiamo.
Marta Collot: Il radicamento sociale e territoriale rimane un fattore decisivo e insostituibile. Nessuna strategia comunicativa, per quanto efficace, può sostituire la presenza concreta nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e dentro i conflitti sociali. La comunicazione può amplificare un messaggio, renderlo più visibile, ma da sola non costruisce rapporti di fiducia, organizzazione e forza collettiva.
Negli ultimi decenni si è cercato spesso di accreditare l’idea che la politica potesse ridursi alla comunicazione, alla leadership mediatica o alla gestione dei social network. Abbiamo visto, come conseguenza, da un lato la proliferazione di “generali senza esercito”: coloro che hanno lanciato il loro partito o proposta politica, pensando che il carisma del singolo potesse essere una scorciatoia per il lavoro quotidiano necessario a costruire una forza di rappresentanza politica.
Dall’altro, la ricerca spasmodica del centrosinistra di nuovi astri nascenti, per poter supplire alla e nascondere l’impresentabilità del Partito Democratico e, oggi, del “campo largo”: la santificazione di Silvia Salis è l’ultimo esempio di una lunga lista.
Parallelamente, è stata demonizzata l’organizzazione collettiva, mentre venivano colpiti tutti quei luoghi in cui si costruisce partecipazione dal basso: i posti di lavoro, i quartieri popolari, le strutture associative e sindacali. Il risultato è stato un indebolimento della capacità delle classi popolari di difendere i propri interessi.
Per noi il radicamento non è un elemento accessorio, ma la condizione necessaria per incidere realmente nella società. È dal lavoro quotidiano nei territori e nelle lotte che nasce la forza necessaria per portare avanti idee, rivendicazioni e progetti di trasformazione. Senza organizzazione, le idee restano opinioni. Quando invece trovano radicamento sociale diventano una forza materiale capace di cambiare i rapporti di forza esistenti.
Questa è l’unica via percorribile, soprattutto se si pensa che i canali in cui avviene la comunicazione oggi sono truccati. Sono in pratica tutti dominati da multinazionali che usano la comunicazione come strumento per creare un “mercato” politico in cui ogni alternativa viene silenziata.
Per noi, la comunicazione è importante, fondamentale anche, ma deve essere al servizio dell’organizzazione, non il suo sostituto. Una politica che esiste solo sugli schermi è destinata a essere fragile, mentre una politica che vive nei territori e nei conflitti sociali può invece costruire consenso, resistenza e cambiamento duraturo.
Potere al Popolo ormai ha quasi otto anni di età. Che bilancio traete dall’esperienza fin qui realizzata? Quanto ha pesato o pesa ancora “l’ansia da prestazione” nel conseguimento degli obiettivi?
Marta Collot: Intanto c’è un dato che consideriamo tutt’altro che scontato: dopo quasi otto anni Potere al Popolo esiste ancora, è presente nei territori e continua a crescere. Se guardiamo a ciò che è accaduto a molti cartelli elettorali della sinistra nati negli ultimi decenni, spesso dissoltisi dopo una o due tornate elettorali, questo risultato non solo non era scontato, ma esprime proprio lo scopo con cui siamo nati: mettere fine a quel tipo di politica.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di non ridurci a un progetto costruito esclusivamente attorno alle scadenze elettorali. Abbiamo investito sul radicamento sociale, aprendo decine di Case del Popolo, sostenendo vertenze territoriali, partecipando alle lotte dei lavoratori, dei migranti e degli studenti, e promuovendo campagne nazionali su temi concreti come il salario minimo, la sicurezza sul lavoro e il contrasto al carovita.
Insieme ad altre organizzazioni, come l’USB, abbiamo anche sostenuto la battaglia per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e la legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo.
Abbiamo animato dal primo momento le lotte contro la guerra, contro il progetto di riarmo o difesa comune europea e l’aumento delle spese militari, legandole con il contrasto allo scivolamento verso un’economia di guerra e animando diverse manifestazioni nazionali negli ultimi anni. Siamo stati in prima linea nella lotta contro l’imperialismo, nella difesa del popolo palestinese e delle sue legittime resistenze, nel sostegno alla rivoluzione di Cuba socialista contro il criminale bloqueo statunitense.
Naturalmente non pensiamo di essere arrivati. La strada è ancora lunga se vogliamo costruire una presenza davvero capillare nel Paese e riconquistare la fiducia delle classi popolari, dimostrando nei fatti di essere qualcosa di diverso e di alternativo a chi negli anni ha tradito le loro aspettative e i loro interessi.
Quanto “all’ansia da prestazione”, direi che non ha mai segnato la nostra azione. Sappiamo che non esistono scorciatoie. La costruzione di un’organizzazione politica popolare richiede tempo, pazienza, continuità e capacità di resistere anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.
Per questo, per misurare l’efficacia del nostro lavoro, certo non ignoriamo i termini elettorali, ma guardiamo soprattutto alla capacità di costruire organizzazione, coscienza e rapporti di forza reali nella società.
Giuliano Granato: Già il fatto di aver spento le candeline per il compleanno numero 8 è in sé un piccolo miracolo. Anzi, miracolo è il termine sbagliato perché fa pensare a qualcosa di trascendente: invece, se dopo 8 anni siamo qui con migliaia di militanti, decine di case del popolo e una presenza che, a macchia di leopardo, copre un po’ tutto il Paese e raggiunge anche l’estero, è solo grazie al lavoro quotidiano di chi, dal primo giorno a oggi, ha lavorato affinché questa organizzazione politica non fosse l’ennesima meteora elettorale, ma diventasse un progetto politico con l’ambizione altissima di trasformare nel profondo il nostro Paese (e non solo). È grazie al lavoro paziente di migliaia e migliaia di militanti se siamo all’ottava candelora.
Siamo nati e cresciuti in tempi difficili, tutt’altro che alle nostre spalle. Crescendo, abbiamo imparato a non drammatizzare eccessivamente passi falsi, a non montarci la testa per qualche vittoria. Viviamo in tempi di montagne russe emotive, in cui cioè si alternano esaltazione e depressione, su e giù anche dall’oggi al domani; sarebbe strano se come militanti non ne fossimo in qualche modo toccate/i anche noi, abbiamo perciò bisogno di dotarci di una tranquillità rivoluzionaria, necessaria a un progetto che si pensa e si costruisce per il medio-lungo periodo e non solo per le incursioni di breve periodo.
Nel vostro appello per un campo politico indipendente, c’è un passaggio significativo quanto impegnativo quando affermate di “percepirvi e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo”. Potete spiegare meglio questo passaggio?
Giuliano Granato: C’è chi si batte per migliorare la situazione all’interno del quadro dato e che, quando tocca i limiti, si ritrae, per paura, incapacità, mancanza di volontà.
Noi, al contrario, crediamo che le battaglie della quotidianità si debbano accompagnare e inserire in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo.
Se l’obiettivo diventa la soddisfazione dei bisogni delle nostre e dei nostri non ci possiamo certo fermare davanti ai vincoli di bilancio o alla paura di scatenare reazioni nelle classi dominanti.
Lavoriamo, cioè, per la transizione a un altro sistema che, per l’appunto, chiamiamo socialismo: un orizzonte che consideriamo necessario perché la logica del capitale si dimostra giorno dopo giorno distruttiva, tanto dell’ambiente quanto della vita umana.
Ai suoi albori il movimento socialista e comunista aveva l’enorme forza del futuro dalla sua: in maniera a volte anche ingenua, prometteva attraverso la lotta non solo qualche soldo in più in busta paga, ma la trasformazione dei rapporti di potere, un domani che per tanti versi si presentava come negazione completa del presente e suo ribaltamento. Questo orizzonte è come se si fosse rotto, viviamo in un eterno presente e il futuro spesso ci si staglia di fronte come perdita più che come conquista. È il frutto avvelenato di una sconfitta storica. Ma la storia non finisce e le guerre si possono vincere anche in seguito a brucianti sconfitte.
Lavorare come parte di un movimento internazionale per e verso il socialismo significa anche uscire dall’ottica meramente “reattiva” e ricostruire invece questo orizzonte, una traiettoria di liberazione collettiva.
Marta Collot: Quando affermiamo di percepirci e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo, non stiamo facendo un richiamo nostalgico. Stiamo partendo da un’analisi molto concreta della realtà che abbiamo di fronte.
La barbarie di questo sistema è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nelle guerre che si moltiplicano, nel sostegno economico, militare e diplomatico che l’Occidente continua a garantire al genocidio dei palestinesi, nei bombardamenti che devastano tutto il Vicino Oriente, nella subalternità della politica italiana alle scelte della NATO e agli interessi geopolitici delle grandi potenze. Non è aggiungendo al loro novero anche la UE che si risolverebbe la questione: si aggiungerebbe solo un altro attore a questo gioco macabro.
La barbarie la vediamo anche nella vita quotidiana delle persone: salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, precarietà, sfratti, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale e crisi climatica, razzismo e violenza di genere. Ogni aspetto della vita viene subordinato alla logica della sopraffazione sull’altro e del profitto.
Ma c’è un altro elemento che ci spinge a parlare di Socialismo: questo sistema non è soltanto ingiusto, è sempre più incapace di rispondere ai bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione. La ricchezza cresce, ma si concentra nelle mani di pochi; aumentano le possibilità tecnologiche e produttive, ma peggiorano le condizioni di vita di milioni di persone.
Per questo riteniamo che oggi non basti un maquillage del sistema, qualche correzione marginale o una stagione di piccole riforme. Serve la capacità di indicare un orizzonte alternativo, una prospettiva di trasformazione profonda della società, che sia fondata sulla proprietà collettiva delle risorse strategiche, sulla pianificazione democratica dell’economia, sulla pace, sulla giustizia sociale e ambientale.
In questo senso guardiamo con interesse e rispetto a tutte quelle esperienze che hanno cercato e cercano di costruire modelli alternativi alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, alla resistenza di Cuba, che da decenni affronta un blocco economico durissimo senza rinunciare a principi di solidarietà internazionale che il mondo ha conosciuto attraverso l’invio di medici e personale sanitario, non di eserciti e bombardieri. “Medici e non bombe” non è soltanto uno slogan: è una diversa idea di relazioni internazionali e di società.
Quando parliamo di Socialismo, quindi, parliamo della necessità di costruire un’alternativa reale a un sistema che riesce a produrre solo guerra, disuguaglianza e devastazione. Non una semplice gestione più “umana” dell’esistente, ma un progetto di trasformazione generale e strutturale, capace di mettere al centro i bisogni delle persone e non i profitti di una minoranza.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/06/2026
Potere al Popolo: “La proposta è un campo politico indipendente”
21/01/2025
L’intimidatorio linciaggio mediatico della destra sul caso Ramy
Ma andiamo con ordine, partendo dai fatti, ossia con lo stato delle indagini. Perché, per quanto ne dicano in queste ore vari politici e opinionisti che chiedono le “scuse per i carabinieri”, le informazioni trapelate dalla Procura di Milano chiariscono che l’inseguimento di Ramy e Fares Bouzidi si è svolto senza violazioni solo perché non esistono protocolli chiari in merito.
Il riferimento è all’articolo 55 del codice penale, che recita: “la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale”.
Tutto qui, un’interpretazione di un testo che non assolve in nulla i militari. E infatti, sono in tre a essere sotto indagine, uno per omicidio stradale (come Fares, alla guida dello scooter, per concorso nello stesso reato) e due per “frode processuale, depistaggio e favoreggiamento” con l’accusa di aver costretto a cancellare i video dello schianto dal cellulare di Omar, un autista di Uber presente al momento dell’incidente. Distruggere alcune prove non è esattamente un “difendere la legge”, specie per dei carabinieri... E sicuramente non è indice di “piena innocenza”.
Insomma, quello che per ora sappiamo, in attesa delle perizie sull’accaduto e sul telefono dell’autista in arrivo alla fine del mese, è che in almeno una delle ricostruzioni della polizia locale si parla nel dettaglio dell’impatto tra la gazzella dei militari e lo scooter, che ha fatto poi cadere i due ragazzi, così come appare dalle immagini rese pubbliche.
Se venissero ritrovate tracce del video cancellato nella copia forense del cellulare di Omar, come ha spiegato Debora Piazza, la legale di Fares, allora il reato di omicidio stradale per il carabiniere potrebbe essere trasformato in omicidio volontario con dolo eventuale. Ovvero un comportamento talmente aggressivo (nell’inseguimento) da mettere in conto che l’effetto poteva essere la morte di un’altra persona.
“Si può basare anche su quanto accaduto prima del fatto di reato, con i dialoghi registrati, e su ciò che è avvenuto dopo, con le minacce che sarebbero state fatte nei confronti del testimone oculare”, ha specificato l’avvocato Piazza. In sintesi, anche non recuperando il video, visto che è stato fatto cancellare, ciò sarebbe già una possibile prova di un omicidio commesso volontariamente (solo chi sa di essere colpevole, o i suoi complici, ha un interesse personale a distruggere le prove).
Chiudiamo qui l’introduzione, perché oltre a chiarire come siamo ancora lontani da una possibile verità giuridica sulla morte di Ramy, pensiamo sia evidente come, anche questa, deriverà da una serie di variabili che bisognerà poi vedere come verranno interpretate in sede di indagini e di successivo dibattimento in tribunale. Ma non necessariamente tutto ciò restituirà l’accaduto nella sua interezza.
Se guardiamo invece alla reazione politica avuta dalle forze di maggioranza rispetto alla vicenda, così come dai giornali di destra, va sottolineato la doppia direttrice delle affermazioni fatte. Da una parte, c’è stata la difesa a priori dei militari, e delle forze dell’ordine in senso lato, dall’altra il linciaggio mediatico di chiunque abbia provato a criticare l’operato dei carabinieri.
Innanzitutto, è stato completamente cancellato il nodo della provenienza di Ramy. Non parliamo solo della sua origine egiziana, sulla quale magari anche le finte opposizioni hanno rimandato al razzismo dei post-fascisti, ma dell’appartenenza a quella schiera di dimenticati dalle istituzioni che costituiscono il popolo delle periferie metropolitane.
La questione sociale insita nel caso è ovviamente tenuta in disparte da chiunque, altrimenti si dovrebbe criticare anche il “modello Sala”. Al contrario, il sindaco di Milano e vari altri esponenti del centrosinistra sono stati strumentalmente attaccati nel solito gioco delle parti del bipolarismo che caratterizza la vita politica del paese.
Ma soprattutto, è stata posta sotto un attacco organizzato la portavoce nazionale di Potere al Popolo, Marta Collot. Ospite al programma di Rete 4, Dritto e Rovescio, ha avuto un duro confronto con gli ospiti della trasmissione (Belpietro, Cruciani e così via), ed è stata poi al centro di post da parte di Fratelli d’Italia e Salvini.
Sin da subito, i suoi profili social sono stati bersagliati da centinaia di commenti, in un’operazione visibilmente architettata da provocatori di professione in gruppi online della destra. Si va dalla difesa dei carabinieri alle promesse di denuncia, fino all’augurio di trovarsi in situazione di pericolo senza però ricevere la tutela delle forze dell’ordine.
Ma soprattutto, tutti i suoi post, vecchi e nuovi, sono stati investiti da un pullulare di insulti razzisti a Ramy e sessisti a Collot stessa. Il tentativo di aizzare il proprio elettorato ha dato via libera alle minacce più schifose, senza preoccuparsi di come figure sociali abbrutite e ingozzate di propaganda di guerra e di discriminazione potessero riversare odio e minacce sulla portavoce di Potere al Popolo.
Per mesi e mesi chi è stato nelle piazze per difendere i lavoratori e solidarizzare con la resistenza palestinese è stato accusato di “diffondere odio” e di esprimere “visioni violente”. In questi giorni abbiamo visto invece come l’odio – quello vero, decerebrato e “di branco” – è invece fomentato contro le esperienze di alternativa.
E questo apre l’ultimo capitolo della vicenda che qui discutiamo. Il linciaggio mediatico della giovane militante non è stato opera solo dei due principali azionisti della maggioranza, ma anche di alcuni giornali, come Libero, che ieri ha ribadito la necessità di “chiedere scusa ai carabinieri”. Dalle colonne dello stesso giornale è stata data voce anche alla deplorazione dell’USMIA.
Il segretario dell’Unione Sindacale Militari Interforze Associati ha criticato la “superficiale narrazione mediatica di alcuni delatori, i quali criminalizzano le forze dell’ordine definendole persino assassine – come ha dichiarato Marta Collot con riferimento al caso Ramy durante una trasmissione televisiva”.
Ha poi commentato: “i crescenti episodi di aggressioni in danno delle forze dell’ordine, gli attentati dinamitardi alle caserme, le violenze di piazza e le devastazioni da parte di vere e proprie guerriglie urbane, impongono un pugno duro e interventi normativi non più differibili per garantire protezione a chi opera quotidianamente in difesa della legalità e della sicurezza dei cittadini”.
Un’altra frase ha poi il sapore del rimando a una svolta storica: “il tempo di subire è finito, è giunto il momento di agire!” E non potrebbe essere più d’accordo il ministro Piantedosi, che avendo ricordato che all’alt ci si ferma, altrimenti può succedere di andare incontro alla morte (come è avvenuto decine di volte ai tempi della criminale “legge Reale”), ne ha approfittato anche per chiedere che si acceleri sul ddl 1660.
“C’è un network tra gruppi antagonisti per fare guerriglia contro le forze dell’ordine, è necessario approvare subito il ddl Sicurezza”, ha detto. E intanto Nordio in Senato ha denunciato l’automatismo dell’iscrizione degli agenti nel registro degli indagati, nei casi in cui venga commesso un reato durante il servizio.
Non proprio uno “scudo penale”, ma di certo una larga garanzia di impunità – e di incognito – per la forza pubblica, un modo di tenersela vicina e obbediente proprio mentre si decide di stringere il cappio della repressione per prevenire qualsiasi dissenso. La pesante intimidazione subita a Brescia anche dalla attivista di Extinction Rebellion, costretta a spogliarsi e a fare piegamenti, ne è un altro esempio.
La strumentalizzazione della morte di Ramy, così come il linciaggio di Marta Collot e le perquisizioni da carcere speciale per chi protesta pacificamente con un cartello in mano, provocano innanzitutto indignazione e disgusto, ma devono suscitare soprattutto preoccupazione politica, perché è evidente come in questo paese dello “stato di diritto” non rimanga più quasi nulla.
E di come le classi dirigenti stiano preparando il terreno all’unico aspetto dello “Stato” che vogliono rimanga in Italia: quello di polizia.
Fonte
28/02/2023
PD, dare l’impressione che tutto cambi, senza cambiare niente
Ha vinto la vice-presidente dell’Emilia Romagna sul presidente della stessa regione, dove quello per cui ha detto di volersi battere è avallato senza batter ciglio.
Cementificazione? A tutto spiano. Lavoro povero e caporalato nei magazzini e nei campi? Al pari o peggio che nelle peggiori situazioni che si vivono nel paese.
Dismissione e privatizzazione della sanità pubblica? In piena continuità con gli anni precedenti.
Autonomia differenziata? In questi mesi sia lei sia Bonaccini hanno espresso prese di distanza, ma l’accordo preliminare tra Regione e Governo per ulteriori forme di autonomia in materia di salute fu confermato proprio a maggio 2020, quando l’operazione maquillage delle Sardine aveva già portato Schlein in viale Aldo Moro.
Ha vinto, parlando di pace, chi quasi un mese fa ha votato il decreto del governo Meloni per prorogare l’invio di armi. Del resto, la Schlein vanta forti legami non solo con Prodi e Franceschini, ma anche coi democratici statunitensi, ovvero l’attuale amministrazione guerrafondaia di Biden.
Inquadriamo un attimo la parabola del PD. Dopo essere stato tritato nell’opinione pubblica per aver incarnato il partito “governista” in tutti i primi 15 anni della sua esistenza, ed essersi assunto tutte le scelte antipopolari utili alle nostre classi dirigenti per resistere nella crisi economica del modello occidentale, lasciato alle spalle il ciclo avviato dalla scalata di Renzi in seguito al governo di larghe intese del tecnico Monti, il PD ritenta la carta del manager “rottamatore“.
Nei mesi successivi al governo del tutti-dentro guidato da Draghi, si tratta di dare una bella verniciata di marketing a leader e burocrazie poco allettanti per il loro stesso elettorato e quindi incapaci di portare avanti fino in fondo il ruolo di cinghia di trasmissione italiana del patto euroatlantico.
Il partito, o quel che ne resta, conferma così la sua natura di “super comitato elettorale” in cui agli iscritti viene lasciato il ruolo di metterci i soldi e la disponibilità del proprio attivismo.
Infatti ha votato in massa anche chi non era iscritto al partito, come la Schlein stessa fino a qualche settimana fa, e questa non è democrazia. È semmai la dimostrazione che al partito stesso non importava quale visione (solo retorica) della società ne sarebbe uscita vincitrice. Le forze che si alternano al governo, centrodestra e centrosinistra, sono ormai dei passacarte delle decisioni di Washington e di Bruxelles.
Il peggio è che Elly Schlein queste decisioni le condivide. Si tratta dell’ennesima dirigenza neoliberista, che si è ammantata di tematiche ecologiste e femministe, senza l’intenzione di fare nulla neanche su questi temi.
Ora che ci avviciniamo all’8 marzo, l’elezione della Schlein ci consegna il compito ancor più urgente di organizzarci, come donne lavoratrici, dei quartieri, sfruttate, e prenderci la nostra emancipazione. Che non passerà dai gazebo del PD, ma solo dalla lotta.
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07/09/2022
Le confessioni di Giovanni Floris
La prima riguarda la differenza profonda, notata da un giornalista di lungo corso, tra i vari protagonisti della scena politica italiana e questa giovane ragazza: «È una donna che crede nella politica, e che quando ha un turno di lavoro rinuncia a venire in trasmissione. Mi ha colpito. Non è certo usuale».
La cosa più importante è però quella che Floris – per ragioni comprensibili – non dice. Se, vista dal vivo, Collot risulta una persona che “crede nella politica” e antepone “i turni di lavoro” all’apparire in video, vuol dire che quasi tutti i personaggi quotidianamente seduti ad urlare nei talk show non ci credono.
Stanno lì, bofonchiano, strepitano, si insultano a telecamere accese, poi vanno tutti insieme al ristorante a farsi i complimenti per come hanno recitato la parte. La politica come l’isola dei famosi o qualsiasi altro reality.
La seconda sottolineatura, ignorata da tutti, è però più importante: «sia che vinca la Meloni, sia che vinca Letta, sia che vincano Calenda o Conte o la Collot, la crisi economica e il contesto europeo porteranno il prossimo presidente del consiglio a fare quello che avrebbe fatto Draghi, né più né meno».
Come i nostri lettori sanno, scriviamo spesso qualcosa di simile. Il “contesto euro-atlantico”, oltre che la crisi economica-energetica, fatto di trattati Nato ed europei, ha definito una gabbia entro cui le scelte dei singoli Stati sono vincolate in modo assoluto.
Chiunque vinca, se soltanto prova a non rispettare anche una singola parte di quegli accordi, verrebbe investito da uno tsunami mosso dai “mercati”, dal Pentagono e dall’Unione Europea (che non è “l’Europa”, ma una struttura semi-statuale che controlla quanto meno la politica monetaria e di bilancio dentro l’eurozona, così come lo Stato Italiano non è “l’Italia”).
Ovviamente un “governo Collot” – al momento nel cielo degli auspici improbabili – costituirebbe una rottura di molti equilibri e aprirebbe una fase di conflitto politico-sociale con importanti ricadute anche nello “schieramento internazionale”. Ma è inutile qui gingillarsi con l’immaginazione...
Il dato centrale è invece la “confessione”, da parte di un officiante mediatico del calibro di Floris, circa l’inutilità della classe politica attualmente sul proscenio. Nessuno di loro – da Meloni a Fratoianni – ha la benché minima volontà o la possibilità di mettere in pratica un millesimo di quanto va promettendo in campagna elettorale. Di fare qualcosa di diverso dall'”agenda Draghi”
Non (solo) perché incompetenti o “arruolati” nel campo euro-atlantico, ma per l’oggettiva dislocazione in altra sede (Nato e UE) delle decisioni strategiche riguardanti (anche) il nostro paese.
Chiunque vinca, sa di essere un automa commissariato. Tranne, appunto, chi “crede nella politica” perché segue una prospettiva di autentica rottura con questo quadro plumbeo sagomato dalla guerra e dall’economia di guerra.
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01/08/2021
L’arroganza delle multinazionali
Forse dal fatto che senza le tonnellate di ricerca pubblica che sta dietro a queste scoperte, in termini di fondi, in termini di ricercatori che vengono formati dalle università, in termini di conoscenza accumulata, le imprese farmaceutiche non sarebbero mai state in grado di produrre questi vaccini. Semmai, allora, a meritarsi qualcosa è il pubblico, che nonostante i tagli alla spesa in sanità e istruzione è e rimane la colonna portante di questi risultati!
O forse dal fatto che abbiamo proprio un’idea diversa di “merito”, se i dirigenti delle case farmaceutiche considerano i vergognosi ritardi con cui hanno consegnato le dosi, i razionamenti unilaterali, gli accordi con l’Unione Europea secretati.
O, forse, che ancora una volta grandi monopoli – perché questo le case farmaceutiche sono – provano a scaricare su altri soggetti – di nuovo, il pubblico, ma anche chi le tasse le paga sempre e comunque, come i lavoratori dipendenti – il loro sacrosanto dovere di contribuire al finanziamento della collettività.
Ancora una volta, il problema non si sarebbe posto se il sistema fosse stato diverso. Se i vaccini fossero stati bene pubblico, prodotti dal pubblico per la collettività, diffusi e accessibili a tutti. È per questo che continuiamo a lottare, perché per uscire da questa crisi sindemica vediamo solo una via: ridare risorse, dignità e centralità al pubblico.
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25/02/2021
Nemmeno la divulgazione scientifica si salva dalla geopolitica
Martedì sera ho assistito ad un pezzo del talk che va in onda su La7, #dimartedì. Ad un certo punto, sotto la conduzione del solito Floris, si fronteggiavano sul tema emergenza Covid la biologa e divulgatrice Barbara Gavallotti, la nostra compagna di PaP, Marta Collot ed un tale che dicono faccia il direttore del Corriere dello Sport, che ne sparava una più grossa dell’altra.
Marta, ad un certo punto della discussione, ha fatto notare che, nonostante 60 anni di embargo (#Bloqueo = blocco economico imposto dagli USA), Cuba è riuscita a produrre un suo vaccino, mentre noi rincorriamo e subiamo lo strapotere ed il ricatto delle multinazionali, come dimostra anche l’ultima decisione di AstraZeneca di dimezzare le dosi di vaccino destinate per contratto all’Italia e che, sicuramente, finiranno al mercato nero parallelo.
Marta ha, poi, concluso il suo breve ragionamento affermando che l’unica soluzione a questa impasse che rischia di allungare di anni il piano di vaccinazione, è pubblicizzare (violandoli) i brevetti e riconvertire la produzione nelle fabbriche farmaceutiche adatte allo scopo, ed ha citato, come esempio, la piccola Cuba che è riuscita a produrre il suo vaccino Soberana, pubblico e gratuito.
A quel punto Marta è stata contraddetta da Barbara Gallavotti che ha affermato “il vaccino cubano Soberana02 è ancora in Fase 1. Il vaccino cubano è solo una speranza di vaccino“.
Qui in Italia non abbiamo neanche la speranza, verrebbe di dire. Ma comunque quell’affermazione è falsa, non è così.
Nonostante le durissime restrizioni economiche causate dall’embargo statunitense, che incidono pesantemente proprio sulle forniture mediche e cliniche, scrivono Ed Augustin e Natalie Kitroeff sul New York Times (organo ufficiale del partito comunista cubano?), Cuba entrerà, fra pochissimi giorni, nella fase tre della sperimentazione di uno dei quattro vaccini contro il covid-19 attualmente allo studio sull’isola.
Ma prima ancora del NYT, ci aveva pensato Fabrizio Chiodo, immunologo italiano che dal 2014 collabora con l’istituto di vaccini Finlay de L’Havana, dove è anche professore alla Facoltà di Chimica, a farci il punto sugli ottimi risultati raggiunti dall’equipe cubana di cui fa parte.
Il compagno e professore Fabrizio Chiodo, tornato da qualche settimana in Italia, ci ha anche illustrato i motivi che hanno portato l’isola sotto embargo ad avere solo 140 morti su 11 milioni e mezzo di abitanti da inizio pandemia: “a Cuba c’è un sistema medico totalmente pubblico e di qualità, c’è un arsenale biotecnologico di altissimo livello e c’è il più alto numero di medici di famiglia per cittadino.”
Per questo, conclude l’immunologo italiano esperto di tecnologie farmaceutiche, “c’è grande fiducia nella scienza e non c’è bisogno di nessun obbligo vaccinale“.
Ero un ammiratore di Barbara Gallavotti ed indubbiamente a lei sono debitore di tantissimi chiarimenti riguardo innumerevoli aspetti della pandemia di covid. Non mi aspettavo che cadesse su una questione così delicata e complessa come quella delle speculazioni e dei brevetti dei vaccini, proprio mentre il nostro paese sta per toccare la tragica cifra di 100.000 morti.
Certo, non aveva mai speso nemmeno una parola per il vaccino russo Sputnik che ha concluso con esito brillante (91,6% di efficacia) la fase 3 della sperimentazione già da alcune settimane ed i cui risultati sono stati pubblicati su The Lancet, prestigiosa rivista scientifica britannica secondo cui, quel vaccino è peer reviewed, ovvero, validato da esperti scientifici esterni.
E che importa se l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha fatto sapere di non aver ancora ricevuto alcuna domanda di autorizzazione per il vaccino russo Sputnik V, “nonostante ci siano articoli che affermano l’opposto”.
Certo i russi sono orgogliosetti, ma in quanto a permalosità pure l’EMA non scherza proprio. Non dovrebbero venir prima la vita e la salute di noi tutti, piuttosto che le scaramucce ed i dispetti tra russi e UE?
E nemmeno una parola, la simpaticissima e bravissima Barbara Gallavotti, ha mai speso sul fatto che mentre a Cuba – come del resto in Cina e Vietnam – i decessi da Covid si contano sulle dita di una mano, nella “più grande democrazia del mondo”, gli Stati Uniti, i morti di Covid sono più di mezzo milione.
Ma cosa contano tutti quei morti davanti agli interessi supremi del “libero mercato” e della “concorrenza”?
Paga o muori: è questo l’imperativo, sacro e irrevocabile, su cui si regge tutto il cucuzzaro che consente ad una risibile minoranza di paperoni di continuare ad arricchirsi selvaggiamente su tutto proprio tutto, salute compresa. E cosa è meglio di una pandemia come quella da Covid-19 per spostare ogni attività speculativa su ciò di cui l’umanità ha ora più bisogno, ovvero, gli irrinunciabili vaccini?
D’altronde, atlantismo, europeismo ed una spruzzata di “ambientalismo” sono i cardini del “governo di salute pubblica” del restauratore Draghi (dopo gli sbandamenti a corrente alternata in politica estera, a volte pro-Cina e a volte pro-Russia dei Governi Conte) e chissà che alla brava Barbara Gallavotti non arrivi una bella chiamata per un bel posto prestigio. Hai visto mai...
Che se poi ti sbilanci, non ti chiamano più a Quark e nemmeno a La7. Oddio...
Prima la scienza? No, prima la “geopolitica”. E prima ancora, la carriera, of course.
E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.
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03/05/2020
Intervista ad Alessandro Barbero
Una lezione di Storia e impegno culturale a tutto tondo.
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20/02/2020
“La ricchezza va redistribuita. I patrimoni sono quelli da colpire”
Sono d’accordo, la ricchezza va sia redistribuita che aumentata. Se non fosse che la redistribuzione di fatto aumenta il dinamismo di un’economia, perché aumenta la capacità di consumo anche delle fasce di reddito medio-basse. E se non fosse che la ricchezza non aumenta in questo paese perché nella crisi economica si è scelto di seguire la religione del pareggio di bilancio per ridurre il reddito: che ovviamente non ha fatto che fermare investimenti pubblici e consumi, rallentando il PIL e, di conseguenza, aumentando anche il debito pubblico!
Ci è stato pure detto che la vera colpa della povertà e del precariato di noi giovani non è dei trent’anni di riforme del lavoro, di austerity e di degrado di quei servizi essenziali come Scuola e Sanità, che fanno progredire una società. No, la colpa è dei nostri padri e nonni che hanno lavorato per 40 anni e oggi percepiscono delle pensioni dignitose, senza il sostegno delle quali nemmeno noi sapremmo come arrivare a pagare l’affitto e le spese alla fine del mese.
Noi la vediamo diversamente, e non perché facciamo “pura propaganda” ma perché, oltre alla nostra vita quotidiana e allo sfruttamento e alle difficoltà che viviamo ogni giorno, anche i dati ci dicono altro.
Ad esempio, ci dicono che la progressività del nostro sistema fiscale negli ultimi 30 anni è diminuita. Dal 1974 ad oggi, le aliquote Irpef per i più ricchi sono scese dal 72% al 43% del reddito da lavoro. E che basta guadagnare circa 2000 euro lordi al mese per essere tassati al 38%.
I dati ci dicono che l’82 percento del gettito che proviene da questa imposta non è pagata dai grandi capitani d’impresa, ma da lavoratori dipendenti, che non possono evadere le tasse. I dati ci dicono anche che c’è tanta parte della ricchezza, quella che non proviene dai redditi ma dai patrimoni, e in particolare dalle rendite finanziarie, che oggi sono tassate al 26%. Ricchezze speculative che vengono tassate giusto l’1% in più di quanto paghi tu, lavoratore o lavoratrice che prendi 1300 euro lordi al mese.
Abbiamo un sistema di tassazione sui patrimoni tra i più bassi nel mondo a capitalismo maturo. La tassa di successione in Italia è in media più bassa di circa 6 volte che in Francia, di 5,5 in Germania, di 5 che in UK e Stati Uniti. È anche per questo, oltre che per l’assenza di servizi di istruzione democratici e di qualità, che l’Italia è uno dei paesi in cui la mobilità sociale è bloccata, ed è tra le più basse dei paesi a capitalismo maturo.
È evidente che queste riforme, sostenute da opinionisti e politici del mainstream, continuano a ripeterci che è uno scandalo che l’operaio voglia il figlio dottore. E noi continuiamo a pensare che la via verso una società più giusta e più egualitaria sia l’unica strada da perseguire.
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12/02/2020
I Cottarelli e i Calenda non sono mostri sacri. Lo dimostra Marta Collot
Oppure si prova anche a “giocare in campo esterno”, quelle poche volte che per qualche motivo si viene invitati a parlare nel pianeta mainstream.
Lì le regole sono ferree e non sono determinate da noi. Ma ogni regola – come nel calcio o nella vita – descrive semplicemente il campo e i limiti. Se si comprendono sul serio, a quel punto si comincia a giocare. Ovviamente in contropiede...
Qui un estratto della partecipazione di Marta Collot al programma di Giovanni Floris, su La7. Che dimostra come una militante giovanissima, seria allegra senza soggezione possa “perturbare” un gruppo di presunti “cervelloni” disabituati al confronto vero e abituati a darsi ragione a vicenda (anche quando fingono di contrapporsi, come qua e là si vede benissimo, specie nella versione integrale dello streaming)
Si può fare, insomma. Senza illusioni né fraintendimenti.
Ieri sono tornata a DiMartedì, gli altri parlavano di abbassare le tasse ai ricchi ma di alzarle sulla prima casa, senza fare nessuna distinzione fra appartamenti e superville. E che questo servirebbe ad abbassare le tasse sul lavoro dei giovani, che poveri sono costretti a emigrare. E chi dice questo? Gli stessi che fanno parte di una classe politica italiana ed europea, se non internazionale (Cottarelli ci tiene a rivendicare i suoi ventotto anni al FMI) che negli ultimi trent’anni hanno imposto le politiche neoliberiste, il cui risultato è sotto gli occhi di tutti.
Di cosa ho parlato io? Del fatto che la tassazione serve alla redistribuzione della ricchezza e dell’uguaglianza sociale, per questo vanno tassati non i poveri ma i ricchi, che saranno anche pochi ma detengono la maggior parte della ricchezza. E del fatto che a ergersi a paladini dei giovani non possono essere personaggi come Calenda, dopo che ci hanno venduto per anni il mito dell’Unione Europea e della “generazione Erasmus” mentre quello che ci hanno dato per davvero è di renderci la working poor generation.
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26/01/2020
Valerio Evangelisti con Potere al Popolo e Marta Collot
“Io, alle regionali dell’Emilia Romagna, voterò convintamente Potere al Popolo. PaP è diretta, spontanea espressione del nuovo proletariato che il neoliberismo ha generato, fatto di precari, lavoratori sotto perenne minaccia di licenziamento, studenti privati di un futuro, anziani colpiti dai tagli ai servizi, alla spesa sanitaria, all’assistenza.Fonte
I militanti di Potere al Popolo hanno deciso di organizzarsi e ribellarsi a un sistema disumano e omicida, senza ideologismi, senza etichette rugginose, e così facendo si sono collegati alla tradizione migliore, quasi dimenticata, del movimento operaio italiano. Basta vedere e ascoltare Marta Collot, candidata presidente nella mia regione, per intuire la confortante novità.
Per chi dovrei votare, altrimenti? Per chi auspica continue privatizzazioni? Per chi abbatte i centri sociali, confini alla barbarie delle periferie? Per chi ha introdotto il jobs act e altre infamie antioperaie? Mi si dice che altrimenti si rischia il fascismo.
Cari miei, non prendiamoci in giro. L’antifascismo è nelle strade, e Potere al Popolo ne è una delle più autentiche espressioni.
Viva Marta Collot, viva Potere al Popolo!“
19/01/2020
La marcia di Bologna, un segnale per il prossimo futuro
Ieri, a Bologna, alla marcia per l’uguaglianza sociale, scadenza di Potere al Popolo per la campagna elettorale delle regionali, ci si aspettava una partecipazione discreta ma non eccezionale. Tra le 300 e 500 persone, diciamo.
Già alla mattina i compagni che l’avevano organizzata sacramentavano contro il tempo: la prima giornata di pioggia dopo un mese e mezzo sole, senza interruzioni. E poi il freddo che si sommava all’umidità. “In un giorno così i bolognesi restano a casa”, al massimo escono per la spesa.
Quando per via Indipendenza, contando uno per uno chi camminava sotto la pioggerellina infame, si è arrivati a superare i mille, qualche sorriso è venuto fuori.
Stiamo parlando di piccoli numeri, non c’è nulla di trionfalistico da buttar giù. Ma è un primo segno che qualcosa si può fare.
Il secondo, importantissimo, è stata l’accoglienza della città. Mentre il corteo si muoveva a centro strada, curiosando sotto i portici tra la massa di cittadini usciti per lo shopping del sabato pomeriggio, ragazze e ragazzi si muovevano al ritmo della musica quando gli altoparlanti lanciavano hit da sound system. E i più anziani sgranavano gli occhi sorridenti quando si alternavano canzoni partigiane e della tradizione comunista.
Le persone prendevano i volantini, li leggevano, li mettevano in tasca o nella borsa. Nessun rifiuto di sapere. Curiosità per questa folla di giovani, in forte prevalenza, che indifferenti alla pioggia e alle sirene del “voto utile”, spingevano in avanti una ragazza altrettanto giovane come Marta Collot, “candidata presidente alla Regione Emilia Romagna”.
Fuori e contro questo sistema, come si leggeva nello striscione d’apertura. Non al fianco del governo di merda che c’è per la paura di uno ancora peggiore che potrebbe venire e che verrà sicuramente, se si continua a fare politiche di merda contro la popolazione.
Senza trionfalismi ridicoli, si può avvertire che il malessere sociale – anche nella “grassa” Bologna e nella certo benestante ex “regione rossa” – non ha ancora trovato un porto sicuro. Ossia qualcosa che risponda davvero a domande e bisogni. E allora una proposta “eccentrica” rispetto al bipolarismo obbligato – “o stai con Bonaccini/Zingaretti o con Salvini” – ha la possibilità di essere notata e registrata. Non raccoglierà ora, immediatamente, risultati clamorosi, ma c’è.
Una sorta di “ah, ci siete anche voi? Buono a sapersi, se questi altri non cambieranno davvero le cose”. Un brivido, un’irrequietezza, un’incrinatura sulla lastra di ghiaccio che sembra aver bloccato le energie migliori di un Paese avviato al declino e al saccheggio.
Senza trionfalismi, perché qui siamo nella patria del “voto utile”, del “votate Pd anche se fa schifo per fermare l’avanzata delle destre”, addirittura delle proposte oscene per un “voto disgiunto”, come se le alchimie sull’uso della scheda elettorale potessero davvero cambiare una deriva politica e sociale con 40 anni di storia alle spalle.
Per collocare con qualche precisione la portata di questo voto e la necessità della presenza autonoma di Potere al Popolo bisogna guardare sia indietro sia avanti o, come si diceva una volta, “da dove veniamo e dove andiamo”.
Veniano da almeno un trentennio di bipolarismo obbligato, favorito dalla scomparsa delle alternative di sistema (in seguito alla caduta del Muro e del “socialismo reale”) e istituzionalizzato in leggi elettorali “maggioritarie”. Che paradossalmente dovevano servire a “garantire la governabilità”, a “sapere la sera del voto chi governa” e che invece si sono rivelate insufficienti a contenere il trasformismo politico (le centinaia di “cambi di casacca”). Perché una crisi di sistema sociale e politico non la contieni con questi sistemi...
All’”unità delle forze democratiche contro l’avanzata delle destre” – dal primo Berlusconi in poi – quella che si diceva “sinistra radicale” ha sacrificato se stessa fino all’attuale scomparsa. E più diventa elettoralmente irrilevante più si si sente (e viene) ricattata perché continui a offrire il suo pur magrissimo sostegno di voti a un sistema marcio che fa avanzare, con la sua sola esistenza, “le destre”.
Ma siamo anche alla fine di quell’era. La bocciatura del quesito referendario leghista per imporre un “maggioritario totale e truffaldino” sta costringendo a disegnare una legge elettorale proporzionale. Con uno sbarramento infame e antidemocratico (5%, nel migliore dei casi), ma proporzionale. Uno schema in cui si può e si deve scegliere i rappresentanti politici dei propri interessi (sociali, culturali, ecc.) e non essere più obbligati a votare “anche una sedia vuota” pur di non far vincere il brubrù di turno (che poi ogni tanto vince e non cambia quasi niente).
Si va insomma verso un ridisegno della mentalità politica di massa per cui il “voto utile” viene svuotato di necessità. E dunque di senso. Non subito, ma nel giro di qualche tempo, questa “libertà” relativa di selezionare una rappresentanza politica più reale si farà strada nella testa della popolazione. E ci sarà un maggiore spazio, anche elettorale, per ipotesi radicalmente alternative.
Per riempirlo servirà lavoro, serietà, intervento e radicamento territoriale, visione generale di dove sta andando l’Occidente e non solo questo disgraziato paese. Servirà organizzazione e senso della militanza. Unità di intenti e concretezza nelle discussioni tra noi. Meno chiacchiere e distintivi, più iniziative di lotta.
Lo spazio politico e sociale c’è ed è fin troppo grande per le nostre piccole forze. Lo spazio elettorale è invece al momento ridottissimo, perché l’uscita dall’incubo del “pensiero bipolare” richiede tempo di maturazione. In tal senso va segnalata nella stessa giornata anche la riuscitissima assemblea regionale di Potere al Popolo in Campania che ha deciso di stare in campo come soggetto politico indipendente nelle elezioni regionali in Campania. Costruire una forza politica e sociale in grado di navigare in questa transizione da una condizione a un’altra è la vera sfida che abbiamo davanti.
L’”ansia di eleggere” (un deputato o un consigliere comunale) ha bruciato già tanti, costringendoli ad alleanze così innaturali e strumentali da essere respingenti per la nostra stessa gente. Non è il caso di aggiungersi alla lista...
P.s. Alla marcia di ieri si sono presentati diversi giornalisti. Di media importanti (la Rai, per dirne solo uno) e di testate online. Ma non è uscito nemmeno un servizio che desse conto di questa “presenza anomala”. Significa che direttori e capiredattori hanno sul proprio tavolo un memorandum preciso: non ci deve essere nessuna alternativa tra le due destre (Pd e Lega). Neanche in piena campagna elettorale, alla faccia ogni presunta “par condicio”...
Questa censura assoluta sembra una prova di forza, ma è un segno di estrema debolezza. Quel brivido, quell’increspatura che abbiamo avvertito per le strade di Bologna, nelle stanze del potere viene avvertito forse con ancora maggiore precisione. E con preoccupazione.
P.s. 2 Con un po’ di fatica, qualcosina comincia comunque a venir fuori...
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