Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/12/2025

“Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile”

Riceviamo e pubblichiamo chiedendo massima diffusione questo comunicato del Prof. Angelo d’Orsi sui fatti intercorsi durante la Conferenza all’Università Federico II di Napoli nella giornata di lunedì 22 dicembre 2025.

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Comunicato di Angelo D’Orsi (23 dicembre 2025)

Ieri 22 dicembre, all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, quella che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata a Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso.

Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo).

Alla fine chi coordinava (il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio) ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina.

Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, o sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina. Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene.

Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre i suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo.

Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda, che correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia...). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze.

L’inseguimento dura un paio di minuti, finché i simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II.

Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e a un altoparlante alternativo.

Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di Piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su un treno per Roma, ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno.

È il caso di ricordare che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onorevole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il candelabro ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito.

A distanza di pochi minuti essi hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i soliti, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia.

Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto di un luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste.

Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile. E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di:
a) assicurare spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione delle presenze;
b) adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza;
c) servizio d’ordine interno;
d) informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitare di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters.

Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo, di inviare (alla mail ormai nota) una comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni. GRAZIE.

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25/11/2025

Ennesimo flop per la piazza filo-Ucraina di Calenda

La Brigata Parioli ha registrato l’ennesimo flop sulla chiamata a mobilitarsi a sostegno del regime ucraino. “Inizieremo a mobilitarci domenica con le comunità ucraine, speriamo che chi ha a cuore l’Europa decida di partecipare e farsi sentire” aveva scritto in un post qualche giorno fa Carlo Calenda, chiamando alla piazza.

Ma in piazza Esquilino alla mobilitazione chiamata dal leader di Azione ancora fresco di tatuaggio filo-ucraino, hanno risposto in pochissimi. Tra i politici hanno dato riscontro solo Carlo Casini, Riccardo Magi e, un po’ defilato nella foto, Paolo Gentiloni. Non ha dato esito la ricerca della presenza in piazza di Pina Picerno.

Due settimane fa, la mobilitazione chiamata a Torino per contestare la conferenza del prof. Angelo D’Orsi su “russofobia e russofilia”, aveva visto poche decine di persone in piazza celebrare il fatto che un dibattito in un luogo pubblico fosse stato vietato dalle autorità.

Del resto Calenda quando ha in mente un fronte politico che sostenga la guerra dei paesi europei contro la Russia, dimostra di aver una visione piuttosto limitata: “Vedo un solo europeo con la gravitas e la forza per fronteggiare Trump e Putin contemporaneamente e si chiama Mario Draghi”. Evidente che il resto del mondo politico non si senta empatico con le piazze chiamate dal leader di Azione.

L’opinione pubblica in Italia del resto non prova particolare simpatia per Putin ma, nonostante la russofobia diffusa a piene mani dal Quirinale e dal 90% dei mass media, non sembra provare simpatia neanche per il regime di Zelensky sponsorizzato da Calenda e dai governi europei. Soprattutto guarda con estrema preoccupazione e ostilità alle pulsioni guerrafondaie che vorrebbero coinvolgere l’Italia e l’Europa in un conflitto vero e proprio con la Russia.

È la realtà a confermare come il bellicismo dei governi europei per un verso contenga tutti i rischi di un avventurismo militare, per un altro si scontra con i dati sul campo che non lasciano tanti spazi di manovra sulla guerra in Ucraina.

A rendere più ostica ogni empatia verso l’Ucraina in Italia non c’è solo la scarsa simpatia che ispira a molti il leader di Azione, ma c’è anche l’insopportabilità per il doppio standard utilizzato nella condanna e nelle sanzioni adottate o non adottate verso Russia e verso Israele. E questa non è una caratteristica solo di Calenda ma dell’intera compagine governativa.

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13/02/2023

Nulla è più di destra che fare la guerra

Le reazioni isteriche alle dichiarazioni di Berlusconi su Zelensky confermano che c’è un partito unico della guerra – i dirigenti del PD, Renzi e Meloni – che, contro la volontà degli italiani, sta portando il paese alla guerra totale contro la Russia.

È questa la destra più pericolosa, la stessa che, con i proclami dannunziani ed il golpe del re, nel 1915 trascinò il paese nel massacro della prima guerra mondiale e poi nel fascismo.

Vogliono “la guerra per la democrazia”, ma sono i primi a negare la democrazia se la maggioranza del popolo rifiuta la loro guerra.

È il momento di alzare la voce con tutte le nostre forze contro i guerrafondai, che ci stanno spingendo verso la terza guerra mondiale.

Dobbiamo pretendere che si fermi l’invio di armi in Ucraina, che ci sia il cessate il fuoco e che si aprano vere trattative di pace.

I soldi delle armi, anzi molti di più, dovranno essere spesi per ricostruire l’Ucraina e per aiutare il suo popolo, non il suo regime. Così come bisogna togliere le sanzioni alla Siria devastata dal terremoto.

E a quei fanatici idioti che ora accuseranno i pacifisti di stare non solo con Putin, ma anche con Berlusconi, bisogna rispondere a muso duro.

Sono i guerrafondai che, pur di vincere la guerra contro la Russia, stanno con i discendenti dei fascisti italiani ed esaltano come eroi della libertà i battaglioni nazisti in Ucraina e tutti i reazionari in Europa.

Nulla e più di destra che fare la guerra.

“Svuotate gli arsenali e riempite i granai”, disse Sandro Pertini, questa è la vera sinistra.

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19/11/2022

L'atlantismo come fede religiosa

La notizia che alcuni missili russi avrebbero colpito la Polonia, oltre a tenerci tutti col fiato sospeso per varie ore, ha scatenato i più intimi adepti NATO annidati nelle pieghe del putrescente sistema politico italiano. Mi riferisco in primo luogo alla coppia Letta/Calenda, che col suo brillante gioco di squadra ha determinato la resistibile vittoria della destra alle elezioni politiche italiane del 25 settembre. Pare che i due geni della politica in questione abbiano deciso di seguire le indicazioni del loro maître à penser, ovvero del personaggio di cui ora mi sfugge il nome, che poco tempo fa si chiedeva se gli Italiani, come a suo dire gli Ucraini, sarebbero disposti a morire per la “libertà “. A corto di idee e troncata ogni connessione, sentimentale o materiale, col popolo italiano, a costoro non resta che rifugiarsi nella retorica patriottarda (dulce et decorum est pro patria mori) coll’aggravante non trascurabile che in questo caso non si tratta della patria di nessuno, ma semmai degli interessi della NATO e degli Stati Uniti a vedere soddisfatti e garantiti i propri interessi economici e strategici.

Si possono pertanto immaginare le reazioni dei nostri eroi a udire la ferale notizia del presunto attacco missilistico russo contro la Polonia. Tutto lasciava presagire l’arrivo dell’ora delle decisioni irrevocabili di mussoliniana memoria. Essi si precipitavano quindi a twittare virilmente che quello che sta accadendo alla Polonia accade anche a noi (Letta) e che la follia russa generata dalle recenti sconfitte continua (Calenda). Entrambi verosimilmente sulla linea dello scontro epico tra Male e Bene che porta fatalmente all’auspicio della distruzione dei Cattivi formulato dai due mal cresciuti giovinastri calendiani alla loro manifestazione a favore della guerra di Milano. Un approccio degno di chi, come quei giovinastri ma anche come quei sedicenti leader politici, pare abbia formato la propria cultura politica sulle PlayStation in rigoroso isolamento autistico, anziché sui libri e a diretto contatto colle esigenze e i problemi della gente comune. Chissà se ora che tutti quanti, a cominciare dallo stesso governo polacco, si affannano a smentire, riconoscendo che si trattava di un missile ucraino, e che solo l’avventurista Zelensky persiste sulla linea del deliberato attacco missilistico alla Polonia, i nostri si allineeranno a quest’ultimo. Probabilmente no, ed anzi giunge notizia che abbiano prontamente fatta propria la tesi della NATO secondo la quale il fatto che si tratta di un missile ucraino non cambia poi molto la sostanza delle cose, dato che tutta la responsabilità della guerra è di Putin. Posizione ovviamente fatta propria dalla ultras atlantista che si trova a capo del governo italiano, la quale, sfidando a sua volta la logica più elementare ha testualmente affermato che, anche se il missile che ha colpito la Polonia è ucraino, la responsabilità è pur sempre russa. Questo sciagurato “incidente” per usare l’eufemismo usato dal governo polacco ci ha in effetti confermato due cose che già sapevamo. La prima è che siamo da tempo sul baratro della guerra nucleare. La seconda è che siamo in balia di una classe politica di irresponsabili che antepone la propria irresistibile frenesia di essere al servizio degli Stati Uniti al sacrosanto diritto del popolo italiano a vivere in pace e a quello ancora più sacrosanto delle future generazioni ad esistere. Praticamente costoro, con atteggiamento di estrema e sciagurata irresponsabilità, si sono messi l’elmetto gridando all’aggressione missilistica russa prima ancora che venisse accertata la realtà dei fatti che poi hanno negato sostenendo che il fatto che il missile fosse ucraino non cambiava la sostanza delle cose. Ovvero il dogma atlantista può ben sostituire ogni ragionamento autonomo del quale facciamo volentieri a meno dato che rischierebbe di emanciparci dalla nostra condizione di servi.

Che credibilità hanno personaggi del genere nel momento in cui si richiede la scesa in campo di negoziatori esperti per uscire dal pantano ucraino? Ovviamente nessuna. Paradossalmente pare che non ci resti altro che sperare che l’amministrazione statunitense, soddisfatta per i cospicui risultati fin qui raggiunti colla guerra ed inquieta per le incertezze del proprio scontro politico interno, costringa Zelensky ad accettare un’ipotesi d’accordo basata sul congelamento dell’attuale situazione sul terreno e sul rilancio di un assetto del tipo di quello prefigurato dagli Accordi di Minsk per il Donbass oltre che sulla definitiva inevitabile acquisizione della Crimea da parte della Federazione Russa e dall’avvio di una procedura di smobilitazione e disarmo per tutta l’area.

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15/11/2022

La pseudocultura della guerra

I quattro gatti spelacchiati che hanno partecipato all’orribile manifestazione per la guerra organizzata a Milano da Calenda e soci sabato 5 novembre, hanno avuto modo, fra l’altro, di ascoltare dal vivo gli interventi di due ragazzotti, tali Alisei e Intraguglielmo, i quali avrebbero espresso l’auspicio di un’Europa combattente e dichiarato, alla stregua di novelli Catone, che, se necessario la Russia va distrutta.

Si è trattato probabilmente del climax del crescendo di bellicismo che sta contagiando il mondo e in particolare il nostro Paese, patria elettiva degli assaltatori da poltrona e degli intrepidi guastatori da comizio. Ne avevamo viste di tutti i colori, compreso Brunetta che, alla fine della sua carriera politica, inneggiava alla controffensiva ucraina, sfoggiando improbabili doti di stratega militare, ma appare irraggiungibile il vertice di stoltaggine irresponsabile raggiunto dai due dirigenti e membri della gloriosa Federazione giovanile calendiana.

Si tratta con evidenza anche dell’ennesima dimostrazione del fallimento del sistema educativo italiano, dato che i due ardimentosi giovanotti sembrano ignorare che chiunque abbia provato, nel corso dei secoli, a distruggere la Russia, da Napoleone a Hitler, ha finito per distruggere se stesso. Ma si tratta soprattutto della riprova di come il martellante sistema propagandistico guerrafondaio e suprematista messo su da televisioni e stampa (con l’unica eccezione importante de Il Fatto Quotidiano) sia riuscito a fare breccia nelle menti più deboli.

La parola d’ordine del resto non è nuova, essendo stata ripresa e rilanciata dagli ambienti più oltranzisti dell’atlantismo. Ad esempio dal senatore McCain, il quale in epoca ben precedente all’attuale conflitto ucraino l’aveva fatta propria in modo tale da dare adeguata copertura ideologica agli interessi di determinati settori affaristici statunitensi, primo fra tutti ovviamente il complesso militare-industriale. In termini più ampi la posizione che fu di McCain - ma che contraddistingue oggi vari settori dell’establishment e del deep state statunitense - è stata analizzata da John Wight su Counterpunch e ricondotta in sostanza alla ben nota bramosia statunitense di dominare il mondo, spazzando via ogni rivale effettivo o potenziale.

È a tale intento egemonico, sempre più difficile da realizzare nell’attuale contesto internazionale, che vanno fatte risalire le radici dell’attuale conflitto ucraino, con la scelta di intervenire nel Paese per destabilizzarlo e creare un focolaio di crescente tensione colla Russia. Oggi questa stessa nefasta dottrina politica e militare è attiva per vanificare ogni possibilità di cessate il fuoco, di negoziato e di soluzione pacifica del conflitto che pure sarebbe possibile. Di conseguenza essa opera per mantenere l’Europa e il mondo sull’orlo del baratro.

Quanto all’Europa, del resto, l’intento dei guerrafondai atlantisti d’oltreoceano è ben scolpito nelle parole che una di loro ebbe a pronunciare, venendo intercettata, proprio a proposito dei fatti di piazza Maidan che, nel febbraio 2014 segnarono l’inizio conclamato del conflitto ucraino: “Fuck the EU”. Espressione plastica e ben rivelatrice dell’intento di fondo di questa corrente di pensiero, cui gli attuali governanti europei, compresa la nostra finta sovranista Giorgia, oppongono com’è noto un atteggiamento improntato alla virile consapevolezza dell’ineluttabile necessità di una pecoreccia sottomissione a diktat, voleri e interessi del Grande Alleato.

I popoli, nonostante le pesanti campagne di indottrinamento ideologico bellicista, continuano ad essere a favore della pace, come dimostrato fra l’altro dal successo della manifestazione per la pace del 5 novembre a Roma. Un aspetto particolarmente insidioso e deplorevole di questa campagna è costituito dall’intento razzista di delegittimare e svilire la cultura altrui, come premessa della stessa negazione della natura umana del “nemico”. Accade pertanto che una cultura ricca da tanti punti di vista come quella russa sia boicottata dai zelanti esecutori del verbo atlantista ed abbiamo già visto più di un episodio che va in questo senso. L’appello contro la russofobia firmato da varie persone, tra le quali il sottoscritto intende reagire a queste nefandezze, nella consapevolezza del fatto che la cultura deve costituire invece una potente arma per la pace e il dialogo.

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25/08/2021

Brancaccio - I tentativi dell'Italia di disciplinare le delocalizzazioni sono "all'acqua di rose"

I tentativi dell'Italia di disciplinare le delocalizzazioni sono "all'acqua di rose". Eppure il controllo delle delocalizzazioni sarebbe già possibile a livello extra-UE e interpretazioni estensive delle regole potrebbero consentirlo anche intra-UE.


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08/01/2021

Chi vuole Draghi al posto di Conte?


Se ne era parlato già nella Primavera del primo lockdown, ma adesso le voci – e soprattutto gli sgambetti interni alla maggioranza di governo – cominciano a farsi più insistenti.

Soprattutto per la cordata trasversale che vorrebbe silurare Conte ma senza “passare dal via” cioè da nuove elezioni.

La gestione dei miliardi del Recovery Fund, le incognite dopo la riduzione del numero di parlamentari e dunque la ridefinizione dei collegi elettorali, le incertezze sulla evoluzione della pandemia, contribuiscono a frenare chi parla di tornare alle urne per decidere il nuovo esecutivo. Si tratta dunque di salvare capra e cavoli con una operazione di palazzo, con un forte sapore di veleni e pugnali fiorentini ma con una platea di tifosi che va da Giorgetti della Lega fino a Calenda e ad esponenti dello stesso Pd.

Non è un mistero che da tempo agisca – anche nel mondo piddino e nelle sue collateralità – una cordata che punta a rimuovere Conte da premier.

Infatti non solo stampa e telegiornali della destra ma anche quelli filo Pd e Confindustria, da tempo non risparmiano nulla al Presidente del Consiglio, cercando così di scavare un solco che possa diventare baratro.

Qualche giorno fa la Repubblica ha scritto che “L’ultimo tentativo per evitare le urne passa per un governo di larghe intese. Ma chi potrebbe presiederlo? Il nome che circola più insistentemente è quello dell’ex governatore della Banca d’Italia e della Bce, Mario Draghi. Un’ipotesi che, però, non piace al Movimento 5 Stelle che ostacolerebbe la sua nomina”.

Secondo Carlo Calenda al momento invece ci sarebbe già una maggioranza che potrebbe sostenere un eventuale governo Draghi, soprattutto dopo il recente smarcamento di Forza Italia dalla Lega e le aperture europeiste al governo in carica. “Dopo l’approvazione della manovra economica, è tempo di ‘chiamare giro’, puntando ad un altro governo guidato da Mario Draghi – ha dichiarato l’ex ministro Calenda – sostenuto da una replica italiana della maggioranza von der Leyen”.

Per Calenda il nuovo esecutivo potrebbe essere formato da chi “l’anno scorso a Strasburgo ha eletto la presidente della Commissione europea: Popolari, cioè Forza Italia, PD, Italia Viva e la parte più responsabile del M5S, tipo Patuanelli...”.

Il principale e naturale cospiratore è ovviamente Renzi, l’avventuriero politico che sta sistematicamente avvelenando i pozzi al governo Conte. Con una sorta di excusatio non petita, Renzi ha messo le mani avanti negando l’ipotesi di Draghi come premier, ma le sue azioni dicono esattamente il contrario.

Infine c’è Giorgetti. L’eminenza grigia della Lega lo aveva anticipato in una intervista al Corriere della Sera. Adesso i giornali della destra lasciano trapelare che Giorgetti, starebbe facendo pressing su Salvini per imprimere una svolta moderata alla Lega e pensa da tempo a Draghi come presidente del Consiglio di un governo di larghe intese. Il vice segretario della Lega al Corriere della Sera aveva dichiarato: “Draghi? Sarebbe quello che ci vuole, per fare cose che un governo raccogliticcio come quello attuale, tutto e solo preso dal consenso, non potrebbe mai fare”.

Qualcosa si muove anche nel mondo delle imprese, anche se in un settore periferico come quello del Nordest. Nei giorni scorsi è circolato l’appello di un “Movimento spontaneo per Draghi presidente” guidato da Stefano Cautero, imprenditore e consulente del lavoro, di Udine.

“Ci appelliamo a tutti i cittadini italiani per chiedere a Mario Draghi di guidare il Paese e a tutti i gruppi politici di lavorare con lui per 18 mesi per poi andare al voto” si legge in una nota in cui si annuncia la nascita del Movimento che ha come obiettivo un governo a guida Draghi, e poi la sua elezione al Quirinale.

“Ci troviamo nel pieno della più grande emergenza sanitaria del secolo, con l’economia da risollevare e 209 miliardi di euro, parte a fondo perduto e parte quale finanziamento, che l’Unione Europea è pronta a stanziare per il recupero e lo sviluppo dell’Italia. Serve una persona che l’Europa reputi affidabile e che sappia pianificarne l’arrivo e la spesa entro i tempi stabiliti”, spiega ancora la nota. Quest’uomo, secondo la cordata di imprenditori che ha dato vita all’appello è Mario Draghi.

Inutile dire che in tutta questa agitazione intorno a Draghi come uomo della provvidenza – ruolo fausto e infausto su cui Prodi ha messo in guardia l’ex presidente della Bce – la posta in gioco sia soprattutto la gestione e la distribuzione dei 209 miliardi del Recovery Fund, una torta di dimensioni notevoli sulla quale un po’ tutti – al governo e all’opposizione – vogliono mettere le mani e si giocano la reputazione di partito vincente che “porta a casa” i risultati materiali.

Draghi, dal suo ritiro in Umbria, intanto fa sapere che “Mi cercano in tanti”. La Merkel, la Lagarde, ma anche Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, e persino Luigi Di Maio. Con il Quirinale c’è ormai una consuetudine di rapporti, quasi un filo diretto. Sergio Mattarella in questo periodo lo sta consultando spesso.

Del resto Draghi non è un novellino nella sostituzione “dall’alto” di governi in carica. Lo ha fatto già nel 2011 con Berlusconi con una lettera della Bce nella quale ordinava la tabella di marcia delle misure antipopolari che andavano eseguite in nome dell’austerity e dello spread.

I prossimi mesi del 2021 per Giuseppe Conte non saranno affatto un pranzo di gala. Nei corridoi di Palazzo Chigi sono già appostati i fratelli coltelli e nella bouvette di Montecitorio più di qualche cibaria risulta già avvelenata.

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12/02/2020

I Cottarelli e i Calenda non sono mostri sacri. Lo dimostra Marta Collot

La battaglia dell’informazione è tra quelle più complicate e dure che si possano affrontare. Per chi come noi è “fuori e contro” il sistema dominante le alternative non sono mai molte. Si “lavora in proprio”, cercando di far crescere una consapevolezza generale in modo faticoso e difficile, ma almeno senza dover edulcorare quel che si pensa davvero.

Oppure si prova anche a “giocare in campo esterno”, quelle poche volte che per qualche motivo si viene invitati a parlare nel pianeta mainstream.

Lì le regole sono ferree e non sono determinate da noi. Ma ogni regola – come nel calcio o nella vita – descrive semplicemente il campo e i limiti. Se si comprendono sul serio, a quel punto si comincia a giocare. Ovviamente in contropiede...

Qui un estratto della partecipazione di Marta Collot al programma di Giovanni Floris, su La7. Che dimostra come una militante giovanissima, seria allegra senza soggezione possa “perturbare” un gruppo di presunti “cervelloni” disabituati al confronto vero e abituati a darsi ragione a vicenda (anche quando fingono di contrapporsi, come qua e là si vede benissimo, specie nella versione integrale dello streaming)

Si può fare, insomma. Senza illusioni né fraintendimenti.

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Ieri sono tornata a DiMartedì, gli altri parlavano di abbassare le tasse ai ricchi ma di alzarle sulla prima casa, senza fare nessuna distinzione fra appartamenti e superville. E che questo servirebbe ad abbassare le tasse sul lavoro dei giovani, che poveri sono costretti a emigrare. E chi dice questo? Gli stessi che fanno parte di una classe politica italiana ed europea, se non internazionale (Cottarelli ci tiene a rivendicare i suoi ventotto anni al FMI) che negli ultimi trent’anni hanno imposto le politiche neoliberiste, il cui risultato è sotto gli occhi di tutti.

Di cosa ho parlato io? Del fatto che la tassazione serve alla redistribuzione della ricchezza e dell’uguaglianza sociale, per questo vanno tassati non i poveri ma i ricchi, che saranno anche pochi ma detengono la maggior parte della ricchezza. E del fatto che a ergersi a paladini dei giovani non possono essere personaggi come Calenda, dopo che ci hanno venduto per anni il mito dell’Unione Europea e della “generazione Erasmus” mentre quello che ci hanno dato per davvero è di renderci la working poor generation.

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08/02/2020

L’odio di Salvini, Calenda e Renzi

L’ex, senza rimpianti, ministro Calenda lancia un tweet contro lo sciopero. In questo caso quello dei ferrovieri dopo il disastro del Frecciarossa, dove sono stati uccisi due loro compagni, e dei lavoratori di Alitalia, che protestano contro l’abbandono dell’azienda, nel quale ogni governante, Calenda compreso, ha la su parte.

Calenda fa parte di quei politici a cui piacciono i lavoratori solo quando sono schiavi piangenti e sofferenti, perché in questo caso essi possono esprimere tutta la loro compassione e sembrare progressisti.

Se però i lavoratori alzano la testa e lottano contro quelle condizioni che politici come Calenda hanno contribuito a creare, ecco allora che compare l’odio.

Calenda è un odiatore di lavoratori in sciopero come Salvini è un odiatore di migranti. Stanno apparentemente su schieramenti diversi, ma in realtà sono solo due diverse anime della stessa sempre viva estrema destra italiana.

Estrema destra di cui fa parte a pieno titolo Matteo Renzi, con il suo Jobsact che ha portato il fascismo nei luoghi di lavoro e con il suo odio liberista verso il reddito, quota cento e ogni diritto del lavoro.

Nella storia della destra italiana l’odio verso i diversi e quello verso chi lotta sono sempre stati assieme, solo negli ultimi tempi si sono divisi e si sono distribuiti tra i due schieramenti che dominano la politica italiana. Ma la radice è la stessa.

Calenda, Salvini, Renzi cinquant’anni fa sarebbero stati felicemente assieme nello stesso partito, se oggi sono apparentemente avversari è solo un segno dell’involuzione e dello spostamento a destra di tutta la politica dominante in Italia.

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20/10/2019

Mario Monti revolution: dal loden al socialismo reale

di Giacomo Russo Spena

Chi si aspettava il falco dell’austerity o qualche dichiarazione roboante sul mantra del pareggio di bilancio è rimasto deluso. Lo stesso Brancaccio, ad un certo punto, dal microfono ha interpretato lo sconcerto dei presenti: “Oggi abbiamo scoperto un Mario Monti inedito che – con tutti i distinguo del caso – rimpiange il socialismo reale!”. L’economista col loden, seduto al suo fianco, sorride. E non replica. Proprio così, nessun fraintendimento. Alla presentazione del libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci, già recensito sul sito di MicroMega, il tecnico della Bocconi gioca la parte del keynesiano finendo per criticare l’attuale assetto dell’Unione Europea e per rinnegare persino il dogma dell’austerity.

“Credo di non aver mai usato il termine ‘austerità’ anche se a detta di molti l’ho praticata – ha spiegato il senatore a vita – Certo, il mio governo ha fatto una politica restrittiva, ma in quella situazione, con i mercati che stimavano al 40% la probabilità di default dell’Italia, quale altra scelta sarebbe stata possibile?”. Insomma, le politiche anti-popolari e di macelleria sociale durante il suo esecutivo (come dimenticarsi la legge Fornero sulle pensioni e l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione) sarebbero dettate dalla mancanza di una reale alternativa.

Monti, sostiene oggi, non aveva altra scelta. Se avesse potuto, spiega ancora nell’intervento, avrebbe attuato altre misure economiche perché in fondo “preferisco l’Europa del Trattato di Roma, imparziale rispetto alla proprietà pubblica o privata, a quella di Maastricht del ‘92, che invece favorisce la seconda”. In questo passaggio il pubblico rumoreggia, attonito.

Inoltre l’economista col loden si dichiara preoccupato per un sistema che, dopo la Caduta del Muro, ha mostrato il suo volto più criminale: “Il socialismo reale serviva da pungolo ed era funzionale al capitalismo, col suo crollo il sistema capitalistico ha generato le cose peggiori”. Si riferisce all’egemonia della finanza e all’insostenibilità redistributiva: “La concentrazione di ricchezze sta raggiungendo punte inaccettabili”. Il liberale, strenuo difensore dell’élite, scopre tardivamente lo scontro in atto negli ultimi anni, quella lotta di classe (dell’alto contro il basso) che ha generato l’accumulazione di ricchezza in poche mani a scapito del 99% della popolazione mondiale.

“Mi chiedo come mai la sinistra non abbia il coraggio di agire sul terreno fiscale proponendo una sana patrimoniale, ne sarei favorevole”, chiudeva così Monti il suo intervento dettando consigli per ridurre la crescente disuguaglianza nel Paese. Ma con quale credibilità? In molti, in sala, se lo chiedono, tra il divertito e lo stupore, per le parole del senatore a vita.

In realtà, il tecnico della Bocconi è soltanto l’ultimo di una lunga schiera di falchi dell’austerity che, una volta lontani dal potere, hanno rinnegato le politiche attuate. Già Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale proprio negli anni che videro lo scoppio della crisi globale, sempre in un dialogo pubblico con l’economista Brancaccio, aveva rivisto le sue posizioni. In Italia ricordiamo il caso di Giulio Tremonti, il ministro di centrodestra e dei condoni berlusconiani, che una volta lontano dal dicastero ha scritto un libro (No Global) sulle storture della globalizzazione liberista: “Una volta il pronunciamento lo facevano i militari – così si legge sul suo testo Uscita di sicurezza (Rizzoli, 2012) – Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi, in versione postmoderna, lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro (…) lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti (…) Ed è la finanza a farlo, il pronunciamento, imponendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie, convinti ancora del dogma monetarista; ingegneri applicati all’economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi alla Saint-Simon”. E poi ancora il riformista Carlo Calenda, il quale per ultimo ha confessato che “per 30 anni ho ripetuto tutte le banalità del liberismo ideologico: una delle più grandi stupidaggini che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro”.

Dopo la nascita del governo Conte 2 e con l’alleanza (tattica) tra M5S e Pd – due forze che fino al giorno prima dell’intesa si insultavano e si guerreggiavano – ormai vale tutto ed è saltata ogni forma di coerenza politica, e gli stessi cittadini sono assuefatti ai ripensamenti, ma fino a che punto?

La lista dei liberisti pentiti è nutrita: sarebbe divertente un giorno metterli tutti insieme intorno ad un tavolo per una cena dove però, almeno quella volta, saranno loro a pagare il conto. Troppo facile cavarsela con un semplice, e tardivo, “mea culpa”.

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A leggere queste cose, compreso il tono dell'estensore dell'articolo, si resta spaesati, si ha la netta sensazione di essere presi per i fondelli da soggetti praticamente addestrati allo scopo.
Sovviene, però, anche il dubbio che questa serie di dissociazioni, questo cambio di passo nella narrazione di quelli che fino a ieri erano autentici dogmi, nasconda l'approssimarsi dei "fenomeni morbosi più svariati".

06/10/2019

Trent’anni di cazzate

L’ex ministro Calenda, dopo aver passato un pomeriggio con i lavoratori dell’Embraco di Torino, ha dichiarato di aver ripetuto per trent’anni le cazzate del liberismo economico.

È un atto di consapevolezza da apprezzare, ma ancora insufficiente per due ragioni.

La prima è che queste cazzate non le hanno solo ripetute l’ex ministro, gli influencer economici, i mass media. Esse sono state non solo parole, ma materia viva, quella con la quale sono state definite ed imposte le politiche economiche dal 1989 ad oggi.

L’austerità figlia dei trattati UE liberisti, che oggi anche Draghi da dimissionario chiede di superare. E, se guardiamo direttamente in casa nostra, le privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica sociale, la precarizzazione del lavoro dal pacchetto Treu al Jobs act, le controriforme delle pensioni fino alla legge Fornero; e poi la disoccupazione di massa, le ingiustizie sociali, la redistribuzione della ricchezza a favore dei più ricchi.

Tutto questo è stato prodotto dalle cazzate liberiste diventate dottrina di governo. E chiunque criticasse o si opponesse a queste cazzate veniva accusato di essere ideologico, così esse sono diventate anche il senso comune di una società bloccata, incapace di affrontare i suoi drammatici problemi sociali e ora anche ambientali perché paralizzata.

Paralizzata da trent’anni di cazzate.

Ed ecco allora la seconda ragione per cui l’ammissione di Calenda va apprezzata ma non basta. Perché non solo il liberismo ha guastato politica e società, ma ha reso necessaria un’alternativa radicale ad esso. Non basta auspicare come Calenda il ritorno ad un liberalismo più democratico e compassionevole.

Questa possibilità non esiste e la speranza in essa ha distrutto gran parte delle sinistre in Europa. Il liberismo non è solo lo stupido pensiero unico dominante, ma il coagulo di interessi, affari, poteri. Che non molleranno la presa sulla politica e sulla società senza venire sconfitti e rovesciati.

I lavoratori dell’Embraco, come quelli della Whirlpool e tante e tanti altri hanno sperimentato sulla propria pelle le politiche liberiste di reindustrializzazione, anche quelle di Calenda. Ora se si vuole davvero abbandonare il mondo delle banalità e delle false promesse, bisogna realizzare quelle politiche che il liberismo bollava come impossibili o sbagliate, a partire da quelle definite con la parola proibita: nazionalizzazioni.

Ora deve tornare in politica ciò che da trent’anni la politica europea ha espulso: l’alternativa al mercato ed al capitalismo, il pubblico, il socialismo.

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03/09/2019

Night boat to Cairo - Sulle nuove "discese in campo" centriste

Nella serie TV 1992 (con i seguiti 1993 e a breve 1994) si descrive il periodo transitorio in cui emerse, in seguito all'inchiesta Mani Pulite, la figura di Silvio Berlusconi, calatosi nel suo nuovo "mestiere" di leader politico.

In molti hanno comparato le modalità dell'ascesa del Cavaliere di allora ai passetti graduali di avvicinamento nell'agone della Politica di Palazzo di Urbano Cairo. Per chi non lo conoscesse, parliamo del presidente di Rcs (gruppo editoriale che controlla il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport), di La7, così come della squadra di calcio del Torino.

Da anni si parla di un ingresso di Cairo in politica, e questa volta sembrerebbe essere quella buona. Non lo ammette chiaramente, ma lascia aperte tante porte. Inoltre, alcuni movimenti di altri soggetti politici sembrano essere pensati all'unisono con Cairo. Ad esempio quelli di Tosi, ex sindaco di Verona che ha recentemente attaccato duramente Salvini.

Ma non solo. A qualche giorno di distanza da quando Cairo ha preso parola in una intervista telecomandata al Foglio, attaccando Salvini e i 5Stelle rispetto alla loro esperienza di governo, Carlo Calenda, implacabile cinguettatore PDino, annunciava la sua uscita dal Partito. Motivo, la decisione presa di accordarsi con i 5s per il Conte bis.

Cairo, ex manager di Publitalia, e Calenda, ex imprenditore vicino a Forza Italia e per qualche anno renziano convinto, scelgono un momento non casuale per di fatto convergere sull'idea di creare una forza politica nuova. La virata sovranista di Salvini mal si accorda con i desideri di un'Europa dominata dal grande capitale finanziario a cui guarda il ceto industriale medio e alto del Nord. Troppo urlata la politca del Capitano, servono toni più concilianti, anche verso le opzioni di investimento offerte dalla rivoluzione green.

Inoltre, il fallimento dell'opzione renziana nel PD (anche se chissà per quanto) dopo il referendum del 2016 impedisce di pensare a quello spazio come rappresentante in futuro di una borghesia imprenditoriale moderata e iper-liberale, sul modello macroniano. Una Forza Italia in dissoluzione e senza veri e propri leader sembra non consistere in un problema, piuttosto in un gruppo di pretoriani pronti a votarsi armi e bagagli a un nuovo leader carismatico.

Questa combinazione di fattori apre lo spazio, secondo Cairo e Calenda, ad una nuova idea politica di un partito di centro liberale, sul modello di En Marche, fortemente europeista, però da effettuare prima che Renzi faccia la scissione dal PD e batta lui il primo colpo. Il percorso di legislatura - probabilmente lunga - giallorossa probabilmente ha spinto Cairo e Calenda a farsi vivi. Se vorrà, Renzi potrà accordarsi in seguito...

Ma quale idea dietro questa nuova forza politica? Basta leggere l'intervista di Cairo al Foglio o seguire le elucubrazioni di Calenda su temi quali ILVA e grandi opere. Appena dimessosi dal PD, Calenda si è catapultato a La7, emittente come detto posseduta proprio da Cairo, a presentare un programma e una figura personale antitetica sia a un fronte progressista populista che ad uno conservatore e sovranista.

La TAV è strategica. Le grandi opere vanno fatte. Ridurre le tasse alle imprese. Rivedere totalmente quota100 e reddito di cittadinanza per attaccare le risposte controverse date alla attuale fase politica dal governo gialloverde. L'asino cade quando però si parla di quali forze sociali, oltre al grande capitale borghese e moderato, dovrebbero appoggiare questa nuova forza. Ovviamente tra i soggetti a cui fare riferimento ci sono i comitati pro TAV. Le madamin, insomma. Che brio, che enfasi!

Cairo, in passato dichiaratosi favorevole al governo Renzi e allo stile del sindaco milanese Sala di gestione politica (quindi con il modello Expo), propone dunque un ritorno a una politica "morale", non urlata e "del fare". Virgolettato: "Io, nelle mie aziende, determino il corso degli eventi nei primi cento giorni". Ma, come scrivevamo rispetto alle allucinazioni relative al governo giallo-rosso, dubitiamo fortemente che si possa, con una semplice operazione di maquillage e con una nuova figura imprenditoriale "di successo", contendere l'egemonia culturale del sovranismo sui settori popolari.

Piuttosto, sì guarderà agli interessi di padroni di ogni tipo, barattati con qualche briciola liberal ai settori popolari. Proprio sul modello Forza Italia prima ora. Eppure qui non siamo nel 1994, ma nel 2019. Un anno dove sui giornali non ci sono inchieste giudiziarie di massa, bensì gli smottamenti dovuti alla crisi finanziaria globale del 2008. Che potrebbe ritornare realtà nella nuova ondata recessiva di cui molti analisti iniziano a paventare il rischio.

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01/03/2019

La battaglia sui salari: quando la sinistra era presente a se stessa

Marziani o semplicemente razionali? In un editoriale di poche settimane fa ponevamo in grande evidenza il problema del programma politico con cui una forza che abbia l’ambizione di rappresentare – anche elettoralmente – il “blocco sociale” popolare potrebbe cominciare ad avvicinare l’obbiettivo, lavorando tra la gente, nelle strade e nei luoghi di lavoro, senza perdersi ancora una volta nei corridoi in cui si cucinano le “liste elettorali”.

Al primo punto mettevamo – siamo strani, vero? – il problema del salario. Siccome ormai si lavora per una cifra x, che ogni “datore di lavoro” decide ed impone per proprio conto (indistinguibili ormai dall’ultimo caporale mafioso nei campi di pomodori), proponevamo “l’introduzione in Italia del salario minimo, indicizzato all’inflazione e determinato nella misura di 1.200 euro per l’anno 2019. Il lavoro straordinario, festivo o notturno va pagato come minimo il 50% in più”. Ovviamente per qualsiasi tipo di lavoro, come salario d’ingresso (da incrementare con anzianità, passaggi di livello e assegni familiari) e per 40 ore settimanali.

Sognatori...

Ora un corsivo come sempre intelligente di Alessandro Robecchi va a rovistare nella memoria di quella che un tempo aveva senso chiamare “sinistra”, riscoprendo questa “banalità” del salario che deve essere sufficiente per vivere, non per arricchire chi fa finta di dartene uno. Perché è il prezzo del lavoro, non una concessione arbitraria del “padrone”. Scrivevamo quella proposta – insieme ad altre, ovviamente discutibili e implementabili dai soggetti che effettivamente organizzano settori della classe – consapevoli del tabù che circonda ancora oggi in Italia il concetto di “salario minimo”.

Negli anni ’70 e ’80 anche noi eravamo contro la fissazione per legge di una retribuzione minima del lavoro, perché effettivamente a quei tempi avrebbe – per così dire – “scoraggiato la conflittualità” dei lavoratori dipendenti. Se hai già garantito un minimo sufficiente a sopravvivere e riprodurti (famiglia, figli, ecc.), perché mai avresti dovuto impegnarti nella lotta per strappare aumenti salariali anche superiori? Il confitto sindacale d’allora permetteva di ottenere buoni livelli salariali, anche molto superiori al “minimo vitale”, e con una dinamica generale di riduzione delle differenze tra categorie e dimensioni di impresa. Eravamo forti, come lavoratori, e il salario – per qualche tempo – fu davvero una variabile indipendente dall’andamento dei profitti e proporzionata ai rapporti di forza sociali.

La differenza tra allora e oggi sta appunto nel rovesciamento dei rapporti di forza. Nei luoghi di lavoro, oggi, la paura della perdita del “posto” è superiore alla spinta di avere un salario decente. Che infatti scende continuamente, specie per i “nuovi assunti” e per tutti i contratti precari. Senza che ci sia un significativo fermento conflittuale. Il quale riemerge temporaneamente solo al momento della chiusura dello stabilimento (e simili), per delocalizzazione o svendita a investitori internazionali.

Dunque quella motivazione d’allora oggi non sta in piedi. E’ storicamente determinata, dipendente da un insieme di variabili economico-sociali-temporali, non un principio assoluto valido in ogni epoca ed in ogni fase. Basta guardare il movimento francese, dove l’obiettivo dell’aumento del salario minimo è al primo posto nella piattaforma dei gilet gialli.

Rotta la solidarietà di classe nei luoghi di lavoro, insomma, compartimentati i settori produttivi, eliminati – grazie alla complicità di CgilCislUil – i canali di comunicazione tra le migliaia di figure professionali dell’universo del lavoro dipendente (senza distinzioni tra lavoro manuale e intellettuale), l’obiettivo del salario minimo diventa elemento concreto del processo di riunificazione della classe a partire dalla condizione comune dentro e fuori il posto di lavoro. E’ un obiettivo di lotta, non più un elemento di “pacificazione”. Ma guarda tu che ti combina la Storia...

Abbiamo avanzato questa proposta, insieme ad altre, pensando ad un soggetto come Potere al Popolo. E faremo come sempre di tutto perché l’assuma come terreno di campagna politica e organizzazione diretta della classe, ben al di là dei necessari momenti di solidarietà alle lotte esistenti.

Ma in ogni caso, come sempre accade quando la condizione sociale insostenibile comincia a “premere”, pensiamo che diventerà presto un grido collettivo. Nelle piazze d’Italia come in quelle di Francia e di altri paesi europei.

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Qualche settimana fa, in questa rubrichina, ebbi l’ardire di parlare di salari. Lo feci un po’ imbizzarrito, ammetto, dal fatto che alcuni (Confindustria, Boeri e altri) notavano che molti italiani che lavorano prendono più o meno come il reddito di cittadinanza. Pareva dagli accenti, dalle sfumature, e a volte anche da affermazioni dirette, che ciò fosse gravemente lesivo del libero mercato che – prendendo un disoccupato una certa cifra – non avrebbe potuto comprimere ancora di più i salari. Una specie di concorrenza sleale tra disoccupati poveri e lavoratori poveri su cui i “poveri” imprenditori versavano accorate lacrime.

Mal me ne incolse, perché venni subito apostrofato da Carlo Calenda che mi chiedeva (a me!) idee su come alzare i salari, che è un ben strano modo di intendersi esperti del ramo, un po’ come se l’elettrauto mi chiedesse col ditino alzato: “Beh? Come si monta questa cazzo di batteria? Me lo dica, non stia lì solo a criticare!”. Non fa una piega.

Segnalo comunque che nelle settimane intercorse si sono ascoltati tutti discutere su come abbassare il reddito di cittadinanza, e nessuno su come alzare i salari, quindi diciamo così che a pensar male ci si azzecca.

Ora che il Pd affronta un congresso per decidere dove andare, non è male che qualcuno, là dentro, rifletta sul tema della rabbia. Un grande partito sa incanalarla, farne strumento di pressione, volgerla verso decisioni meno inique, mentre il Pd, per quello che si è visto e sentito, l’ha guardata crescere come la mucca guarda passare il treno, e in qualche caso fomentata.

Dal 2010 al 2017 (governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) i salari reali sono calati del 4,3 per cento (fonte: Sole 24 ore), un dato che dice tutto, a proposito di incazzatura. Se volete sommare altri numeretti, che sono noiosi ma spiegano l’ampiezza del problema, sappiate che un italiano su tre dichiara meno di 10.000 euro l’anno, cioè una cifra insufficiente a campare degnamente. Si aggiunga la questione del lavoro “sovraistruito”, cioè quel trentacinque per cento di lavoratori diplomati e laureati che hanno un’occupazione non adeguata al titolo di studio. Insomma: ingegneri che consegnano pizze, sì, ne abbiamo.

E del resto, quando si trattava di ingolosire investitori esteri a venire qui (ottobre 2016), il Ministero dello Sviluppo Economico stampò e diffuse delle belle brochure colorate dove si leggeva: “Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”. Tradotto: venite qui che costiamo meno, veniamo via con poco, due cipolle e un pomodoro. Un vero e proprio vanto (ancora da quella brochure): “I costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitor come Francia e Germania”.

Che culo, eh! Il ministro era – lo dico senza ridere – Carlo Calenda.

Ora, a farla breve, bisogna capire come il salario (che si sognava, a sinistra, variabile indipendente) sia diventato variabile dipendentissima, subordinata e in ginocchio, mentre a diventare variabile indipendente (cioè intoccabile) sono i profitti e le rendite. Capire, sì. E magari anche intervenire sulla vera manovra urgente: riequilibrare la voragine che si è aperta nel reddito dei lavoratori italiani, quelli che hanno pagato la crisi.

Quali forze politiche oggi vogliono e possono prendere questo problema e farne il centro della loro azione? Si direbbe nessuna. Eppure, a proposito di popolo e populismo, quella sui salari sarebbe una battaglia assai popolare, a patto di tornare un po’ verso sinistra (il Pd) o di andarci (i 5 stelle).

Chissà, forse disegnare intorno al lavoro (dignità, salari, diritti) una qualche politica di medio-lungo termine, invece di stare appesi alle battaglie dello sceriffo Salvini, sarebbe una luce in fondo al tunnel.

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20/02/2019

I quattro tavoli e mezzo della “sinistra”per le elezioni europee...

Si avvicina la scadenza per la presentazione delle liste alle elezioni europee e sono in grande agitazione tutte le forze che appartengono a ciò che nel linguaggio comune viene chiamata “sinistra”, anche quando – tra significato reale e sua “rappresentazione” – sono in molti coloro che cominciano a mettere in dubbio questa categoria.

La “crisi della sinistra” in Italia è rappresentata da un paradosso: per la prima volta nella storia delle elezioni, a tre mesi dal voto, nessuna formazione che si richiami ad essa sa ancora quale sarà il simbolo e la lista di cui farà parte. Ed è persino possibile che nessuno dei gruppi parlamentari di sinistra nel parlamento partecipi come tale alle elezioni europee.

A portare a questo stato confusionale sono sia le condizioni politiche, sia le regole elettorali. Che per le europee impongono la raccolta di almeno 180.000 firme ad ogni forza che non possa usufruire di qualche simbolo che abbia già partecipato alle elezioni eleggendo dei parlamentari.

E’ una regola truffa, perché praticamente nessuna forza politica italiana oggi sarebbe in grado di raccogliere quelle firme in meno di due mesi. Quindi la presentazione delle liste, in forme che si propongono di ostentare un qualsiasi rinnovamento rispetto al passato, deve fare i conti con la dura realtà: trovare simboli che permettano di saltare le firme e partecipare al voto.

Quindi visione politica ed esigenze pratiche si intrecciano, specie per le forze più piccole, nelle scelte.

Che però ancora non sono definite: allo stato attuale i tavoli “a sinistra”, una volta si chiamavano “cantieri”, sono almeno quattro e mezzo.

Il primo tavolo è quello di Calenda, che con la sinistra non c’entra nulla ma ne occupa in parte il campo. Calenda ha proposto un appello per una lista alla Macron, cioè europeista e liberista. Questa lista dovrebbe comprendere il PD (simbolo) ma andare oltre, cioè da Monti a Bonino. Tutti i candidati a segretario del PD hanno firmato l’appello di Calenda, ma Zingaretti ha un piano B.

Il secondo tavolo è proprio quello di Zingaretti, un pochino “più a sinistra” di quello precedente. Qui si potrebbe costruire un’alleanza che, oltre al PD, raccogliesse Bonino, i Verdi, la parte ex PD di LEU e qualche componente di Sinistra Italiana. Anche le forze più piccole di questa possibile alleanza hanno un piano B.

Il terzo tavolo è proprio quello dei Verdi, che hanno un simbolo riconosciuto che evita la raccolta delle firme. I verdi sono alleati con il movimento del sindaco di Parma, Pizzarotti, e con essi potrebbero andare anche settori di LEU e Bonino se fallisse il tavolo Zingaretti. Diem25, l’organizzazione italiana di Varoufakis – che è un po’ come l’araba fenice – potrebbe anch’essa far parte della lista, dopo che ha abbandonato il quarto tavolo, quello della lista De Magistris.

Il quarto tavolo, quello della coalizione promossa dal sindaco di Napoli, è ad oggi quello più variabile. Nato su iniziativa di DemA (il partito-movimento di De Magistris), Rifondazione, Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori, questo tavolo è stato sconvolto dall’irruzione in esso di Potere al Popolo, esplicitamente invitato dal sindaco di Napoli. PaP infatti ha posto dei punti programmatici fermi, che hanno sconvolto una lista che stava nascendo sotto il segno del tutto e contrario di tutto.

Di fronte alla disponibilità di De Magistris di accogliere parzialmente i punti di PaP – cosa che ha aperto una discussione interna ad esso – Diem25 ha abbandonato il tavolo, Sinistra Italiana e Possibile quasi, e Rifondazione si è schierata con loro, attaccando il “settarismo” di Potere al Popolo. Va detto però che Rifondazione è titolare del simbolo Sinistra Europea, grazie al quale anche qui si eviterebbe la raccolta delle firme. Nasce così il “mezzo tavolo” che si va ad aggiungere agli altri.

Il “mezzo tavolo” è quello che si riunisce oggi 20 febbraio e che comprende Rifondazione, Sinistra Italiana e Possibile e, nel caso di crisi della lista De Magistris o di indisponibilità del suo promotore, produrrà una propria lista, sempre con il simbolo di Sinistra Europea.

C’è da aggiungere che ci sono forze, come Sinistra Italiana e Possibile, che sono presenti o interessate a più tavoli e questo può produrre sorprese finali in un gioco di composizione delle liste che somiglia sempre più ai quattro cantoni.

In questo contesto il sofferto discutere di Potere al Popolo intorno a punti programmatici – sulla UE, NATO e Venezuela, alternatività al PD, una vera differenza di genere nelle liste – pare davvero appartenere ad un’altra dimensione. Quella della politica fondata su scelte vere e coerenti, lontana da una sinistra che si sta estinguendo in giochi politicisti, sempre più confusi ed inutili.

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18/09/2018

Ilva, due battaglie, una persa e una vinta

Sulla chiusura della vertenza Ilva ed il definitivo subentro di Arcelormittal alla gestione commissariale si sono scaricate, come era ovvio attendersi, tutte le aspettative infrante della città di Taranto. Il larghissimo consenso dei lavoratori all’intesa non può e non deve trarre in inganno. La città è giustamente stanca dei veleni dell’acciaieria e degli altri ecomostri del territorio ed ha visto palesarsi nell’accordo sindacale la realtà di una convivenza ancora lunga. È noto a tutti che non è responsabilità dell’accordo se si continuerà a produrre acciaio a Taranto per la semplice ragione che la vendita alla multinazionale è stata una scelta tutta politica del governo precedente e confermata da quello attuale. Arcelormittal sarebbe subentrata comunque, anche senza accordo sindacale. USB, in totale isolamento, ha posto la questione della nazionalizzazione sin dall’inizio della amministrazione straordinaria. Un passaggio obbligato per qualsivoglia ipotesi di riconversione, chiusura o reale ambientalizzazione. Il movimento ambientalista ha infatti sempre osteggiato questa possibilità perché vissuta come negazione della chiusura del sito. Ed ha delegato, purtroppo, alla politica ed in particolare ai 5S, questa aspirazione.

Il passaggio del gruppo Ilva ad una multinazionale sancisce pertanto una sconfitta, sebbene temporanea, rispetto alla battaglia di USB per un nuovo intervento pubblico in un settore strategico dell’economia nazionale. Un altro pezzo del patrimonio industriale viene ceduto ad un’impresa straniera, ad una multinazionale che governa le sue produzioni e i suoi investimenti in una logica globale che poco si sposa con la centralità della questione ambientale e sociale di Taranto. Abbiamo perso una battaglia ma certo la partita è più aperta che mai. Il tema delle nazionalizzazioni non è più un tabù, una rivendicazione che induce al sorriso, sebbene il processo di privatizzazione prosegua sul terreno sociale indisturbato ed anzi alimentato dal cosiddetto welfare contrattuale praticato da Cgil Cisl Uil (sanità, pensioni, ammortizzatori sociali, formazione). Dopo più di 20 anni di ubriacatura neoliberista gli effetti concreti della ritirata dello Stato in economia hanno riaperto il dibattito nella politica e tra le classi dominanti. “Privato è bello” è ormai uno slogan desueto e soprattutto non ha più consenso popolare. La manifestazione nazionale del prossimo 20 ottobre mette esattamente al centro della giornata il tema delle nazionalizzazioni con la consapevolezza che proprio la supremazia del privato ha reso possibile la progressiva liquidazione del sistema di protezione del lavoro e lo stesso modello sociale del nostro paese.

Ilva ci parla tuttavia anche di una battaglia vinta. Occorre andare molto indietro nel tempo per ritrovare un accordo sindacale sulla cessione di un gruppo in stato fallimentare nel quale ai lavoratori non è tolto un centesimo, un diritto acquisito, non si crea alcun doppio regime salariale e non vi è alcun licenziamento se non volontario. Sarebbe sufficiente confrontare la sequela di accordi sindacali Alitalia o quello della cessione della ex Lucchini di Piombino ad un imprenditore algerino per comprendere appieno il valore di questa intesa. USB non ha sottoscritto l’accordo Cgil Cisl Uil ma è stata protagonista indiscussa dell’accordo e di una trattativa durata oltre un anno nel corso del quale con determinazione ha sistematicamente detto no ad ogni ipotesi di mediazione al ribasso o scambi su salario occupazione, pratica contrattuale tristemente diffusa. In una fase come questa segnata da un processo di spoliazione di diritti e salario fondato sul modello derogatorio del Teso Unico del 10 gennaio 2014 che sembra non trovare, e non ha, un punto di fine, l’accordo Ilva è un indiscutibile fatto positivo. I tanti detrattori dell’accordo, spesso poco informati e poco istruiti o semplicemente strumentali, anziché valutarne la portata nella storia delle relazioni sindacali e sullo stesso sistema contrattuale, preferiscono minimizzarne il valore o addirittura archiviarlo tra gli accordi truffa. Ilva, sul terreno strettamente sindacale, ha rappresentato una vertenza esemplare che andrebbe presa a riferimento per due ragioni di fondo.

La prima è che la vertenza non è stata sostenuta e alimentata da una lotta adeguata dei lavoratori dei diversi stabilimenti. Gli scioperi (pochi purtroppo), che pure ci sono stati, sono stati un fatto episodico, più che il segno di un conflitto reale a sostegno della vertenza. Ciò significa che la determinazione e la soggettività della delegazione sindacale sono stati elementi decisivi per la conquista dell’accordo.

La firma di una accordo senza cedimenti testimonia che spesso è sufficiente dire No e rifiutare il ricatto che sempre viene posto davanti a miliardi di euro di investimenti di un’impresa. Siamo sempre stati consapevoli che il nostro no ad un accordo al ribasso poteva risolversi in un tragico epilogo dal punto di vista industriale, sociale ed economico. Abbiamo scommesso sul valore strategico di Ilva per Arcelor Mittal e sull’impossibilità per qualsivoglia governo di spegnere la più grande acciaieria d’Europa senza un piano straordinario di bonifiche e riconversione sostenuto da enormi risorse economiche pubbliche. Ed abbiamo vinto la scommessa.

In secondo luogo occorre considerare che in questo lungo anno di trattative abbiamo dovuto lottare con l’intransigenza di Arcelor Mittal ma soprattutto con un contratto di vendita firmato dall’ex ministro Calenda e dalla multinazionale dell’acciaio che definiva dettagliatamente le condizioni economiche, ambientali, contrattuali ed occupazionali della cessione. L’accordo riscrive quel contratto sul terreno ambientale, contrattuale e occupazionale. Chiunque può cercare sul sito del ministero dello sviluppo economico la famosa proposta ultimativa di Calenda ed apprezzarne le differenze con l’intesa raggiunta. Un risultato per nulla scontato quindi.

Due battaglie, una persa ed una vinta quindi, ma la battaglia più grande deve ancora giocarsi. Non siamo chiamati solo a vigilare tenacemente sull’effettivo rispetto degli accordi sul terreno ambientale e contrattuale. Siamo chiamati al difficile tentativo di costruire un asse con il movimento ambientalista Tarantino nell’obbiettivo di verificare tempi, bontà ed effettiva riuscita dell’ambientalizzazione dello stabilimento. O si coniuga acciaieria e salute oppure insieme lavoreremo alla chiusura di ogni fonte inquinante che uccide la città e i suoi abitanti.

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09/05/2018

Ilva - USB pronta a una dura mobilitazione

“Lo schema del ministro Calenda è prevedibile e scontato come l’ok dell’Antitrust europeo, adesso secondo lui manca solo l’accordo sindacale per chiudere la partita Ilva”. Così Sergio Bellavita, esecutivo nazionale Unione Sindacale di Base, commenta le dichiarazioni di Calenda dopo l’ok condizionato della UE alla cessione di Ilva a Mittal.

Francesco Rizzo, USB Taranto, rincara la dose: “Per quanto ci riguarda l’accordo sindacale non seguirà lo schema che il governo ha proposto. Siamo pronti alla mobilitazione. Non accettiamo accordi in cui ci sono lavoratori in esubero, né modellati sullo schema degli accordi Piombino-Alitalia, né senza le necessarie garanzie ambientali. Se Calenda pensa di fare il solito accordino sindacale in cui a pagare le conseguenze sono i lavoratori, le famiglie e la comunità tarantina, ci vedrà arrivare a Roma in massa.”

Sergio Bellavita sottolinea ancora una volta che su numero dei lavoratori, discontinuità e sui diritti acquisiti, “non c’è discussione, vanno presi tutti alle stesse condizioni economiche e normative, se Mittal non accetta queste condizioni Ilva si deve nazionalizzare. Il centro della discussione non è il mercato, perché il centro sono la salute delle persone e il lavoro di 18.000 dipendenti di Ilva e delle aziende in appalto. E comunque per noi tutte le decisioni sono vincolate al parere dei lavoratori”.

Sulle convocazioni della Regione Puglia e le dichiarazioni dei 5 Stelle, Rizzo conferma la disponibilità a dialogare con tutti: “La partita Ilva è troppo importante perché riguarda il presente e il futuro di una intera comunità, per questo è necessario il coinvolgimento di tutti”.

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04/05/2018

Industria, errori fatali

Riprendiamo un punto dell’intervista rilasciata oggi dal Ministro Calenda al Corriere della Sera, per fare in modo che i contenuti siano ben chiariti a tutti e non passino così tra una frase e l’altra sulla vacuità della fase politica.

Tra i vari argomenti toccati si cita, infatti, il tasto dei dazi USA che Trump minaccia di estendere all’acciaio e all’alluminio (si ricorda per inciso che acciaio e alluminio rimangono, nonostante e anzi per via dell’innovazione tecnologica, materiali la cui produzione rimane assolutamente strategica).

La domanda rivolta a Calenda sull’argomento è questa: “La scelta americana di attaccare sull’acciaio è simbolica?”

Questa la risposta del Ministro: “Lo è perché ci racconta quanto si è sbagliato fino a ieri. In base ad un’interpretazione dogmatica delle catene globali del valore, abbiamo deciso che l’importante era importare l’acciaio al più basso costo possibile. Non importa se prodotto in dumping in Asia, distruggendo l’industria del settore in Occidente”.

Mi auguro che a tutti sia chiara lettera e senso dell’affermazione del Ministro: si ammette un errore gigantesco, attraverso il quale si è messa in ginocchio l’industria italiana.

Un errore colpevole perché frutto della copertura di speculazioni, di interpretazioni cervellotiche di quella che hanno chiamato “globalizzazione”, di pensieri davvero ideologiche, di una sorta di illimitatezza del mercato.

Intanto si accusavano altri di “ideologismo”.

Un errore clamoroso (denominiamolo ancora così per “carità di patria”) che fornisce l’idea concreta di ciò che è stata ed è la classe presuntuosamente dirigente di questo Paese, da condannare in blocco: a partire dall’operazione smantellamento delle PPSS e scioglimento dell’IRI negli anni’80.

Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5.000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

Tanto per chiarire che esistevano voci dissenzienti sono costretto, scusandomi con tutti, ad auto citarmi riprendendo un passaggio di un mio intervento dell’epoca:

“Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito, ben oltre la stessa Tangentopoli) i paesi europei erano tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale.

Non a caso i Paesi europei hanno una dotazione tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all’intervento diretto del settore pubblico, che permetterà di guardare al proprio futuro in modo più consapevole, mentre l’Italia dovrà importare l’innovazione da altri e rinunciare anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, rinunciando alla siderurgia, all’informatica, all’elettronica, alla chimica, addirittura all’agroalimentare”

Ed in queste condizioni hanno avuto anche la presunzione di cacciarci nell’avventura europea, attraverso la firma del trattato di Maastricht e seguenti.

Mi auguro di aver fornito chiaramente alcuni elementi di giudizio intorno a quello che è stato il disastro italiano perpetrato da un ceto politico, economico, industriale alternatosi in varie forme al potere dagli anni’80 a oggi anche attraverso quel bipolarismo centrodestra/centrosinistra che, alla luce dei fatti, appare sempre di più essere stato una finzione. Finzione che ha causato disastri materiali di livello epocale per questo nostro povero e maltrattato Paese.

Fonte

03/04/2018

Connessi ma lontani: il piano italiano industria 4.0


di MARIO AGOSTINELLI

Una tesi di filosofia per il futuro dell’impresa... fra Calenda/Confindustria, la biosfera, i concreti esseri umani

RIVOLUZIONE INDUSTRIALE MA NELLA CONTINUITA’

La fase di accelerazione delle tecnologie digitali, ormai pervasive e sorrette da notevoli investimenti nelle infrastrutture, sta creando grandi aspettative tra gli operatori economici, eccitazioni nei Governi e affanni di competizione tra i sistemi nazionali. Anche se in generale viene riconosciuto che l’attuale crisi sia generale, a carattere epocale e strutturale e pertanto richieda soluzioni in profonda discontinuità con le ricette che l’hanno provocata, si può verificare come la ricerca del mondo industriale si stia indirizzando prevalentemente fino a concentrarsi sulla pura efficienza e maggior velocità delle connessioni delle elaborazioni e delle esecuzioni materiali, che prescindono dall’utilità sociale dei prodotti, lasciano inalterata la divisione del lavoro, ne incorporano nel macchinario la residua autonomia, estendono la loro potenza organizzativa all’intero tempo dell’esistenza umana. Continua cioè a prevalere in ambito economico e politico la speranza di superare – ostinatamente in un orizzonte rischiarato da una improbabile crescita – il duro avvitamento di una società in cui degrado di natura, limiti alla democrazia, perdita di diritti sono ormai emergenze irrisolvibili, ma, nello stesso tempo, il frutto di scelte maturate nel modo di produzione e di consumo che raggiungono una frequenza insostenibile per una società che usufruisca del diritto alla pace.

Come vedremo più avanti, gli stessi scompensi che hanno accompagnato il recente modello industriale e dei servizi, quello che oggi indichiamo a mo’ di release 3.0 già caratterizzato dall’egemonia persino culturale del privato e dell’impresa, rischiano solo di accentuarsi quando una nuova pretesa di strategia industriale – la 4.0 per semplificare – si autoproclama globale solo perché mette al centro l’impresa come punto di riferimento della mondializzazione e ribadisce obiettivi squisitamente limitati ad un particolare mondo politico ed economico, ma assunti istituzionalmente come: “la finalità è quella di reagire in tempi più brevi alle specifiche del mercato”, “il risultato dev’essere quello di ridurre l’intervallo di tempo necessario ad un’azienda per soddisfare una richiesta del cliente” e, ancora, “opereremo per creare connessioni tra computer, attuatori e sensori plasmando un mondo dotato di intelligenza propria” o, addirittura, di istruire “un sistema misto cyberfisico dove i macchinari interagiscono direttamente tra di loro e gli operatori economici”. (estratto da “Programma rivoluzione industriale 4.0”, X Commissione Permanente Camera dei Deputati, 2 Febbraio 2016). Sono scomparsi qui (e di fatto in tutta la copiosissima documentazione che seguirà alla seduta di quel 2 Febbraio e che è stata registrata negli atti parlamentari del 2016 e 2017 sotto forma di indagine e di mozioni approvate) lavoro e natura, per Marx le due uniche fonti della ricchezza. Nel nuovo sistema essi sarebbero surrogati da un’organizzazione della produzione che satura a livelli mai conosciuti il tempo di sfruttamento del lavoro e consuma la natura a velocità relative elevatissime, incompatibili con la rigenerazione e la conservazione di quella che Francesco ha chiamato “casa comune”, solo per essere subordinata al raggiungimento della più alta competitività industriale. Il che – si ammette negli stessi documenti parlamentari – “potrebbe comportare uno stravolgimento sociale”.

Preoccupati dalla distanza ormai abbacinante tra economia reale e finanza, dalla vulnerabilità di quest’ultima e dalla esposizione alla speculazione, i governi nazionali stanno tutti facendo ritorno ad un impegno di politiche industriali. Tutti – o quasi – coll’intento di superarsi o specializzarsi nella competizione globale, di risolvere il problema dei differenziali del costo del lavoro, di promuovere occupazione anche quando strutturalmente la si contrasta, di limitare i danni all’ambiente sopperendo all’entropia dei processi reali con un ipotetico minor spreco di energia, a seguito della disponibilità di informazioni alla velocità della luce e di algoritmi che simulano la realtà mediante modelli virtuali. Ma anche il complesso ed esteso sistema di digitalizzazione richiede energia e non si può espandere illimitatamente consumandola!

Certamente sono venuti in soccorso di questa ondata di ritorno alla manifattura una interpretazione e una applicazione delle nuove scienze che sconvolge l’idea di spazio-tempo-velocità-controllo del precedente capostipite della organizzazione scientifica del lavoro: quello taylorista, mai accantonato, come vedremo, ma assolutamente vivo nei suoi principi antichi di mantenimento della divisione del lavoro, nella sottrazione di autonomia al lavoratore, nell’ipotizzare di poter allargare all’infinito le potenzialità della produzione, sostituendo oggi illusoriamente energia e materiali con l’informazione e surrogando le sequenze naturali dei tempi con una quasi contemporaneità di esecuzione.

Per concludere questo paragrafo introduttivo vorrei segnalare come emerga anche una connotazione geopolitica nel confronto e nello sviluppo dei vari modelli per industria 4.0. L’unico lato, forse, che mostra una qualche discrepanza nell’adozione dei criteri di fondo a cui viene destinata la ricerca di competitività.

Europa e Usa puntano all’integrazione tra macchine, oggetti e persone (in veste di lavoratori e consumatori) con un’estensione del sistema all’organizzazione dell’intera società. Forte si profila qui l’interazione pubblico-privato, con una sinergia diretta tra autorità pubbliche e leader industriali privati, spinti da una forte incentivazione finanziaria e dalla caduta programmata di vincoli di bilancio e normative di controllo. Basti dire che in America è nato un consorzio per lo sviluppo di industria 4.0 tra giganti come Intel, Cisco, General Electric e AT&T, al fine di uniformare gli standard e prevenire incursioni da altri blocchi con interessi tra loro coesi. In Germania nel settore automotive si è di fatto creato un cartello tra i maggiori produttori tedeschi, quasi sempre integrati nel loro capitale da azioni dei lander di riferimento.

La Cina passa da una tradizionale programmazione quinquennale ad una decennale e punta direttamente e massicciamente sulle produzioni green, definendole ad alto contenuto tecnologico e foriere di occupazione sostitutiva rispetto al manifatturiero tradizionale. I dieci settori chiave della strategia cinese, assai più che dalla velocizzazione dei processi, sono definiti dai prodotti che li caratterizzano e sono tutti a diretto impatto sociale e a forte impatto ambientale (trasporti, automobili elettriche e a risparmio energetico, macchinari per l’agricoltura, produzioni energetiche alternative).

La Corea del Sud mantiene una struttura per grandi imprese e punta alla loro efficienza con un programma più tradizionale e più coi piedi per terra: infatti definisce la propria strategia 3.0 (anziché 4.0) e si propone come leader mondiale della manifattura pesante, integrata dalle ICT.

Il Giappone promuove una digitalizzazione generalizzata della tecnica di produzione e lancia un programma a tutto campo attraverso un consorzio di cooperazione tra 30 aziende multinazionali con sede nipponica, finalizzato a definire standard tecnologici per internazionalizzare il modello industriale del made in Japan attraverso lo sviluppo di un protocollo comune di comunicazione per la connessione delle fabbriche (del livello di Nissan, Mitsubishi, Panasonic, Hitachi etc.) e per la sicurezza dei dati immagazzinati, di proprietà oppure scambiati a valore fissato da specifici contratti.

L’India punta sull’attrazione di ingenti investimenti stranieri, quindi sull’importazione di capitali e sulla disponibilità di personale e ricercatori a formazione elevata, oltre che su un mercato interno in grande espansione.

Se dovessimo individuare le categorie entro cui inquadrare le differenze di approccio – tutte comunque rivolte all’interesse e alla salute dell’impresa e alla subordinazione della gran parte delle lavoratrici e dei lavoratori – è possibile individuare una sensibilità diversa nel focalizzare l’innovazione sui processi anziché sui prodotti, nel ritenere preminente l’aspetto finanziario o industriale, nell’agire in forma cooperativa o meno all’interno dei rapporti tra i grandi gruppi, infine, nel riversare nella dimensione nazionale i vantaggi previsti o nel puntare ad una colonizzazione dei sistemi globali attraverso standard e piattaforme uniche ed esclusive.

Come vedremo d’ora in avanti, L’Italia coniuga il modello 4.0 e concentra – in modo originale, ma anche obbligatorio – la sua attenzione sulla struttura delle PMI e delle Start-up e vi aggiunge un’accelerazione sull’estensione della banda larga ed una strategia energetica che mantenga per il tempo di transizione il più lungo possibile l’asse del rifornimento energetico sul gas fossile.

CONSIDERAZIONI SULL’INNOVAZIONE DEL PIANO CALENDA

In un iter complesso e relativamente partecipato, stante una platea di esperti e specialisti esclusiva, si è portata a compimento una indagine conoscitiva sulla situazione dell’innovazione industriale in quasi tutti i Paesi più significativi, per concludere con il punto sulla condizione italiana. Lo studio, su proposta del Governo, è stato consegnato alle valutazioni della Commissione Parlamentare, che ha organizzato audizioni cui ha partecipato anche il sindacato (di cui il più attento è apparso Marco Bentivogli in rappresentanza della Cisl – e non a caso, vista la sua adesione piena alla cornice ed all’impianto delle deduzioni che verranno assunte).

Nella sua parte ricognitiva il documento si presenta più come un report di quanto si trova già rintracciabile in letteratura che non come una ricerca critica sul campo. Meno scontate sono invece le conclusioni, raccolte sotto il titolo “La via italiana a 4.0”, approvate all’unanimità, in blocco con l’esplorazione dei casi esteri, dalla X Commissione il 30/6/2016. Forte del consenso ottenuto il 21/9/2017 il Governo ha deliberato il Piano Industria 4.0. Il giorno successivo – il 22/9/2017 – un resoconto parlamentare chiarisce i punti di convergenza su cui si dipana la strategia della politica industriale italiana, corroborata dal documento sulla Strategia Energetica Nazionale e dal programma sulla Banda Larga. Protagonista di questa fase sui tre fronti è il ministro dello sviluppo Carlo Calenda, sostenuto con una esplicita e irrituale formalità dal segretario generale della FIM Marco Bentivogli (v. articolo Calenda-Bentivogli Sole 24 Ore 12 Gennaio 2018). Calenda e Bentivogli sono infatti intervenuti sul Sole 24 Ore del 12 Gennaio a sostegno di “un piano industriale delle competenze”. Pur riconoscendo la criticità della situazione con cui si è avviato il 2018 e, quindi, prendendo sul serio la necessità di non appiattirsi sui sussulti momentanei degli indici economico-produttivi, hanno introdotto il dibattito con la necessità imprescindibile di dar continuità alle politiche sostenute nella legislatura che si va a chiudere. Questo incipit dà il segno del limite dell’operazione, in sostanza un sostegno alla riproposizione delle linee del governo in corso con il marchio di un potenziale candidato alla presidenza del consiglio e di un cauto antagonista sul fronte del lavoro. Il quadro in cui gli autori si muovono non riguarda affatto il cosa produrre, ma essenzialmente i modelli produttivi e la conseguente organizzazione del lavoro, peraltro trascurata nei documenti ufficiali e – ad esser sinceri – qui accennata senza grandi approfondimenti nelle sue conseguenze. Tra i pilastri, non previsti esplicitamente dal piano nazionale per l’industria 4.0, i due inseriscono il lavoro, riconoscendo il diritto soggettivo del lavoratore alla formazione per via contrattuale. Per quanto riguarda l’impresa ne esaminano le condizioni sfavorevoli di contesto e denunciano quanto ne risenta un mercato del lavoro ancora troppo centralizzato ed un salario non in linea con le condizioni competitive delle imprese. Accanto a 20 miliardi di euro nella legge 2017 più 10 nell’ultima legge di bilancio, vengono proposti 400 milioni aggiuntivi per gli istituti tecnici ed un credito di imposta alla formazione 4.0.

Poca cosa, insomma sul versante della rivoluzione 4.0, ma, tra le righe, un Contratto Nazionale depotenziato ed il resto da definire a livello decentrato o territoriale in un “patto per la fabbrica” cui aggiungere un salario minimo legale. Poi un appello per la riduzione del costo dell’energia anche per aziende gasivore e una perorazione per attrezzare il paese a prendersi cura degli sconfitti a seguito di tecnologie distruptive e ad adottare soluzioni eccezionali nelle aree di crisi complessa. Insomma, tutte richieste poste a valle del mutamento epocale con cui ci si dovrebbe misurare

Ho volutamente introdotto per primo il commento apparso sul Sole 24 ore per segnalare la scarsa percezione che ci viene mostrata dalla classe dirigente e dai suoi interlocutori, più o meno conflittuali, in una occasione talmente cruciale.

Esaminiamo ora da vicino la forma (tutt’altro che irrilevante) e, più in dettaglio, i contenuti dei documenti che danno vita al piano.

Già il linguaggio utilizzato nello studio documentale e nelle risoluzioni conseguenti è molto indicativo. A parte difetti che sanno di copia e incolla, viene confermata anche sul piano lessicale la continuità, pur infarcita di inglesismi riferiti al mondo digitale, con i temi di politica economica ribaditi da decenni e sotto il dominio delle culture manageriali che hanno ridotto le imprese a inseguire i profitti con la minimizzazione del costo e del numero dei dipendenti, nonché a trasformarsi in ricettacoli di aiuti e decontribuzioni a pioggia. Mentre avanzavano irriducibili gli obiettivi del sistema di impresa, veniva di pari passo costretto in angolo il lavoro, si minimizzava l’impatto anche economico della crisi climatica e si portava al minimo il ruolo dello stato sociale – anch’esso aziendalizzato – continuando, in compenso, a intervenire con sgravi alle imprese e mance ai salariati, anziché con misure fiscali generalizzate e ispirate a progressività. La crisi industriale con il suo carico di esuberi è con tutta evidenza causa prima nella mancata specializzazione del tessuto della maggior parte dei settori soggetti a concorrenza internazionale, nonché responsabile decisiva delle ricadute inarrestabili nella distribuzione dei redditi e nella crescita della povertà.

Anche quando fuori Italia spuntavano e si consolidavano nuove configurazioni dei cicli produttivi, dapprima solo sperimentali, l’ideologia del produttivismo di gran parte della stessa sinistra si è adagiata ossessivamente sul concetto di organizzazione scientifica del lavoro mutuata dal fordismo, non correndo rischio alcuno, ma facendo strame di ogni rapporto con la crescita salariale e l’universalità dei diritti, dopo che essi si erano stabilizzati più che altrove a seguito di una contrattazione sindacale robusta durata fino agli anni ‘90. Sembra destino dell’organizzazione operaia raggiungere il massimo di unità, autonomia, efficacia rivendicativa solo al raggiungimento del culmine dell’organizzazione produttiva che il capitale sta gradualmente abbandonando, se non rivoluzionando alle radici. In questo ritardo di aggiornamento non va poi sottovalutata la matrice culturale della rivoluzione manageriale in Italia, che dopo aver cancellato persino qualsiasi forma dell’antico seppur raro paternalismo padronale, vuole ad ogni costo sopravvivere alla rivoluzione informatica associata alla mondializzazione dei mercati. Di conseguenza, rimane più forte da noi la propensione alla gerarchia e all’unità di comando, che, resistendo al cambiamento, considera la rete intelligente e la velocità dei processi decisionali favoriti dalle connessioni elettroniche un’occasione per non cogliere nella trasformazione del lavoro e nella partecipazione della sua rappresentanza diretta il vero cuore della questione politica. Ogni cenno alla creatività che non sia la banale riproposizione astratta del made in Italy è escluso nei documenti in questione e, pertanto, qualifiche, formazione permanente, organizzazione del lavoro sono solo parole accidentalmente sparse come riempitivo di paragrafi di complemento.

C’è di più. Possiamo affermare che in una fase storica così drammaticamente esposta e a tal punto dotata di risorse tecnologiche e di ricchezza sequestrata nelle mani di pochi, pur di promuovere la competitività industriale, si salta di netto il cosa e quanto diventa sempre più necessario produrre e consumare, per focalizzare ad ogni costo (quindi con il soggetto lavoro ininfluente) attorno alla velocità, alla connettività “simultanea” della fasi e delle filiere produttive, l’eventuale fortuna dell’industria e dei servizi futuri. Ovvio quindi che in quasi 200 pagine pubblicate da Montecitorio non si si introduca mai un cenno alla riduzione dell’orario di lavoro (le connessioni elettroniche non hanno pause...) e non ci sia elaborazione alcuna sulla riorganizzazione dei tempi e delle priorità della società da cui dovrebbe dipendere anche una diversa ripartizione tra lavoro-studio-attività sociale- assistenza-tempo per la partecipazione democratica. Insomma, questa 4.0 è un’accelerata di un vecchio bolide, guidato dagli stessi piloti, che non vuole aver niente a che fare con un progetto di qualità della vita e di sopravvivenza, cui l’umanità in questo stadio potrebbe aspirare solo se rende protagonista il lavoro vivo e le masse contadine nel segno di una biosfera rinnovabile! Questa distanza cruciale risulta evidente quando si legge in un documento approvato in sedi istituzionali che: “Le tecnologie nuove non sono più affiancate al lavoratore, ma sono un paradigma che sostituisce l’uomo e ne amplifica la produttività al lavoro”.

E’ l’adozione di una filosofia incardinata dalla tecnologia e applicata all’impresa e al lavoro su differenti piani, non aconflittuali o benevolmente cooperativi come si vorrebbe far credere. Nella pratica del progetto proposto la svolta nel complesso mondo della produzione e del consumo viene sostanzialmente delegata a sistemi ad ora pochissimo diffusi nel manifatturiero, se non nelle unità a carattere sperimentale. Le fasi investite sono primariamente affidate: per la progettazione, la manutenzione e il rifornimento ad una produzione di dati elaborati da piattaforme digitali; per l’esecuzione a macchine a funzionamento additivo (ad esempio le stampanti 3D); per l’accesso al mercato e la gestione aziendale agli stock alimentati da programmi esperti e ai servizi disponibili nei cloud; per le applicazioni, alla gestione dell’Internet delle cose, ad una estensione cioè di sensori che sostituiscono in automatico il rapporto che finora abbiamo mantenuto tra memoria, cervello e meccanica. Il vantaggio di questi passaggi di mano risiedono nell’utilizzare velocità relative molto differenti rispetto a quelle meccaniche tradizionali, ma contemporaneamente fuori controllo rispetto ai tempi umani e biologici. C’è nella proposizione di questo sistema la predisposizione di una pericolosa intelligenza propria del sistema artificiale, distinta, programmata, estranea all’esperienza e perfino al diritto della persona che interagisce a valle. Una concatenazione di strumenti hardware e software che tende a sostituire l’intervento e la decisione di chi è al lavoro e che conserva una propria autonomia con algoritmi predeterminati e non contrattati. La divisione del lavoro sostanzialmente non muta rispetto a quella ereditata dal Taylorismo, viene semplicemente portata a termine in diversi luoghi, in contesti spaziali più ristretti e tra di loro indifferentemente vicini o lontani. Se ne persegue tuttavia l’efficacia attraverso la connessione in linea con intelligenze artificiali scorporate dal lavoratore e che rendono possibile allontanare e sparpagliare in luoghi separati chi prima comunicava attraverso il linguaggio, il volantino, la bacheca, l’assemblea.

Per poter funzionare anche a costo di un grande turbamento sociale, un sistema siffatto ha bisogno di una cabina di regia fatta da rappresentanti di élite – sindacati compresi – ma non di delegati di fabbrica o di rappresentati nei nodi cruciali della rete! – “in grado di rimuovere eventuali vincoli normativi che ostacolano lo sviluppo di nuovi investimenti”. Un sistema particolarmente attrattivo per il capitale – ne aveva parlato profeticamente il CEO di ABB già nel 1983! – in quanto non lo si dovrà usare solo come paradigma manifatturiero ma lo si dovrà adattare nella sua funzione alienante persino alla “sanità, all’energia e ai trasporti”, cioè laddove il lavoro a più elevata professionalità, le autonomie locali e le lotte per la difesa dei diritti universali si sono saldati per contrastare le scelte liberiste e le privatizzazioni degli anni più recenti.

Gli stanziamenti per industria 4.0 (oltre 2 miliardi all’inizio) sono deliberati a più riprese e vengono aggiornati nelle leggi finanziarie. Boccia, presidente di Confindustria, addirittura arriva a quantificare in 250 milioni le risorse pubbliche-private smosse dal piano su scala pluriennale! L’amplificazione dell’impegno pubblico ad innesco di investimenti privati protetti è ormai usanza in Occidente, in ciò mimando le operazioni discutibili che sullo stesso terreno hanno recentemente lanciato prima Junker in Europa e poi Trump negli USA. Nel piano nazionale siamo su livelli dichiarati assai meno impegnativi, anche se la partnership pubblico privato e il project financing continuano ad attirare la nostra imprenditoria. Le forme di incentivo previste dal piano Calenda sollevano generosamente le imprese da rischi eccessivi: super ammortamenti sugli investimenti ordinari, iperammortamenti sui consumi energetici, spostamento dal 25% del credito di imposta al 50% , ricorso ai fondi di investimento di Cassa Depositi e Prestiti, condizioni speciali per le Start Up, detrazioni fiscali in premio alla maggior produttività da parte dei lavoratori (non paga mai l’impresa!) e premi di welfare aziendale per le aziende riconosciute impegnate nella filiera innovativa (ulteriori finanziamenti ad altri privati operanti in settori non strettamente manifatturieri...).

Per concludere questo paragrafo e per mettere in evidenza la filosofia di fondo adottata, illustro come in un caso specifico la cultura manageriale prevalente distorca gli obiettivi di miglioramento che una nuova tecnologia dovrebbe perseguire. Riporto un’audizione parlamentare sul ruolo dell’interfaccia uomo macchina che si può rintracciare nei documenti parlamentari citati. In essa viene consigliato alla Commissione di specificare nel documento finale la funzione più consona da adottare ed a cui dovrebbe sottostare l’operatore (o l’operatrice) nel sistema 4.0: testualmente: “occorre riconsiderare l’intera esperienza lavorativa che ruota attorno alla macchina stessa facendo mettere – uomo o donna – in comunicazione semplice e intuitiva con l’apparecchiatura, così che sia il linguaggio della macchina in grado di proporre azioni autonome e specifiche attraverso icone, messaggi, smartphone o tablet usati da chi la alimenta e la serve”.

Ad una sfida altamente impegnativa e così talvolta assurda e sconvolgente i rappresentanti in Commissione hanno risposto (almeno per quanto è registrato a verbale) facendo presente la necessità di una tutela della privacy ed un ruolo più consapevole da assegnare ai consumatori e alla tutela dei loro diritti. Nessun riferimento nella discussione generale alla riduzione d’orario, alla formazione retribuita, all’organizzazione del lavoro, alla evoluzione delle qualifiche, allo spettro della disoccupazione. Nessun ricorso al timore di alienazione, di scarto, nessuna preoccupazione di una gerarchia di finalità per le merci e i servizi prodotti e consumati sempre più velocemente. Infine, nessun collegamento tra questo Piano Industriale e il Piano energetico nazionale, ancora fondato sul primato del gas per tutta la fase di transizione (quanto durerà?). Nessun rilievo su come e per quanto il futuro della banda larga, sbandierata ma ancora contesa tra più operatori in concorrenza, proceda mantenendo un digital divide impressionante tra grandi centri e le periferie o le zone più isolate.

IL CONTESTO ECONOMICO, I PILASTRI DI INTERVENTO, I PUNTI ELUSI

Il sistema manifatturiero rappresenta il 14,6% del PIL europeo. In esso la Germania rappresenta il 50%, L’Italia e la Francia il 15%, la Spagna il 9%. Negli ultimi 6 anni il settore è cresciuto del 2,5%, mentre quello delle costruzioni è arretrato del 2,8%. In compenso, l’occupazione ha subito maggior flessione nel primo che non nel secondo.

La ripresa di entrambi i settori, ampiamente energivori potrebbe essere affidata in una visione lungimirante anche alla possibilità di sostituire energia con informazione, per contenere i pericoli di alienazione già accennati e per mantenere un orizzonte di piena occupazione. La base fornita dal Piano Nazionale Industria 4.0 è del tutto inadeguata a questo scopi, pur avendo avuto il merito di scegliere un terreno meno vacuo di quelli cui abitualmente si rivolge la politica nazionale.

Il piano Calenda non propende né per una valorizzazione della creatività del lavoro né per un bilancio positivo sull’occupazione. Sembra soltanto suggerire: proviamo e si vedrà.

Eppure le caratteristiche emergenti dalle nuove tecnologie digitali si possono sintetizzare in velocità di trasmissione e sincronizzazione, possibilità di conservazione a lungo tempo dei dati, occasione di superamento del lavoro in sequenza, accentuata flessibilità, compatibile con la precarietà del lavoro e la personalizzazione del prodotto. La loro capacità di trasformazione del mondo in dati scomponibili e interpretabili attraverso interfacce tecniche offre alle persone in carne ed ossa che le utilizzano un potere nuovo di manipolazione. Poiché l’energia è ampiamente trattata non più solo come potenziale erogatrice di lavoro, ma sempre più come informazione, questo potere sembrerebbe anche in grado di rendere più sostenibile i processi artificiali e più curabile la natura. Cioè, il binomio energia-informazione, rivelato nella sua veste più appropriata dalla scienza più recente, potrebbe risultare indispensabile per protrarre la durata della specie umana intelligente e potrebbe aprire vie convenienti anche per impostare, preservare e valorizzare il futuro del lavoro.

La Natura e l’opera stessa dell’uomo attraverso il lavoro producono complessità, strutture ordinate, resilienza al disordine, vita; trasmettono e conservano informazione, nonostante consumino energia, che andrebbe conservata e rinnovata il più possibile. La ricchezza in natura è costituita da innumerevoli strutture complesse di condensato di energia e massa di lunga durata, veri e propri agglomerati di informazione da decodificare. La ricchezza che viene prodotta nella società umana è il risultato di dissipazione deliberata di energia attraverso l’impiego di lavoro e di una trasformazione e riformulazione cosciente di energia e materiali, che costituiscono energia “congelata”, messa e mantenuta a disposizione prevalentemente per scopi umani. La conoscenza è un tipo di ricchezza immateriale che ci permette di dissipare e di utilizzare la ricchezza naturale nel modo più efficace (a più bassa entropia) per scopi che dovrebbero riguardare l’umanità intera. C’è solo un modo per limitare il danno quando si attua una trasformazione e si compie lavoro: estrarre dalla quantità di informazioni a disposizione il contributo di conoscenza che si conserva e che sostituisce in parte la ricchezza dissipata. Mantenere cioè più ordine possibile ed evitare sprechi.

In fondo, il modello 4.0 e i proclami per andare verso una società della conoscenza, dovrebbero basarsi, più o meno inconsciamente su queste ultime considerazioni. Ma può la ricchezza immateriale delle informazioni e delle idee, che costituisce l’economia della conoscenza, sostituire l’accelerazione dell’impoverimento della ricchezza naturale e la distruzione del lavoro perpetrata nel sistema capitalistico sotto la forma dello spreco e della massimizzazione del profitto, in modo da consentire la sopravvivenza della biosfera? Come faremo evolvere il binomio energia-informazioni per assicurare nuove generazioni a questa civiltà? Ripeto: non trovo questo obiettivo nel sistema 4.0 in esame. Addirittura, con l’estromissione del lavoro dalla conoscenza, ottenuta con l’ormai totale incorporamento di questa nel macchinario – costituito da sistemi di assemblaggio automatico, controllato da algoritmi programmati all’esterno, verificato con dispositivi che trasmettono alla velocità della luce si rischierà la scomparsa irreversibile di donne e uomini dal processo produttivo.

Al di là della complessità delle formulazioni e della incompletezza del ragionamento qui articolato, il bilancio [energia – risorse naturali – trasmissione “istantanea” – elaborazione riservata di informazioni – proprietà della conoscenza] che costituisce il nucleo della filosofia 4.0 merita di essere indagato per come va rapidamente evolvendo in un modo di produzione che sta ingoiando il lavoro e la vita senza opposizione e lotte all’altezza della partita in corso.

Assumendo la novità di un interesse per la politica industriale, il presidente di Confindustria Boccia ha lanciato a Verona il 15 Febbraio 2018 un piano da 250 miliardi in cinque anni con 1,8 milioni di occupati in più “con la partecipazione dell’Europa, del settore pubblico e privato ed una crescita del 12% del Pil in un quinquennio”. Ovviamente, come lascia trapelare in un articolo congiunto non smontando “le cose buone fatte: riforma delle pensioni Jobs act, riforma fiscale, sostegno alla promozione delle imprese all’estero, riforma della pubblica amministrazione. Ma il primo dubbio è che “il piano non c’è” esordisce, senza tanti giri di parole Francesco Seghezzi, direttore di Adapt, relativamente alle linee guida su Industria 4.0. Mauro Lombardi, economista dell’Università di Firenze afferma: “In Germania, Usa, Inghilterra, sono stati elaborati dei documenti precisi, in cui si argomentano delle tesi. In Italia non c’è un piano, un’analisi ben precisa”.

Mancano in effetti le aree strategiche intorno a cui sviluppare la via italiana all’industria 4.0. Credo che si possa dire che la legislazione è usata più per evocare condizioni organizzative, mettendo in sottordine gli interventi diretti sui settori e le singole fasi industriali. Anche la proposta di individuare quattro o cinque poli universitari di eccellenza su cui far confluire gli investimenti e intorno ai quali creare lo sviluppo industriale sembrerebbe una ripetizione del progetto Technopole da costruire sull’area EXPO di Milano, già ampiamente criticato dal mondo accademico. Avendo posto il focus sulle PMI e le Start-up con una riforma che favorisca i finanziamenti alle imprese con rating medio-basso si fanno effettivamente confluire i soldi verso i piccoli, che maggiormente hanno bisogno di stimoli per finanziare l’innovazione. Ma l’incentivo fiscale funziona per stimolare le imprese nel breve periodo. Purtroppo in Italia le imprese non si parlano, e non parlano con i centri di ricerca e, quindi si potrebbero distribuire finanziamenti o agevolazioni senza riuscire a fare sistema. Non sarà facile eludere il digital divide, rischio che corrono soprattutto le piccole imprese e nemmeno sarà semplice evitare di venire colonizzati dai grandi player internazionali del digitale che già vendono pacchetti e adattamenti ai casi specifici.

Non vengono individuate aree strategiche in relazione al nostro sistema economico produttivo: il territorio oltre che i settori sono svaniti nel Piano, tenuti insieme da connessioni che, per quanto veloci, rimangono immateriali e funzionano solo quando diventano materialmente interattive. Perché non si mettono in gioco esplicitamente città, distretti, energie alternative, efficienza energetica ed economia circolare?

Infine, credo abbia poco senso incentivare investimenti in tecnologia innovativa se in parallelo non si contribuisse a sviluppare nuove competenze per gestirla. Ci sono molti meno fondi del previsto per costruire le competenze digitali necessarie e per pilotare le innovazioni digitali: solo 30 milioni rispetto ai 100 promessi.

Quando esaminiamo i pilastri del documento di cui stiamo ragionando, scopriamo come la via italiana sia fatta di scarsa partecipazione (una cabina di regia governativa), di un aumento dei flussi di informazione a macchia di leopardo (progetto a step by step per banda larga), di una formazione concentrata prevalentemente sui bisogni dell’impresa per gli occupati, del rafforzamento di centri di eccellenza dotati di scarsissime risorse e caratterizzati dalla migrazione dei cervelli, di un presunto successo dell’Internet delle cose (internet of things) caratterizzato dal made in Italy, quando non abbiamo player di grande livello né per il software, né per l’hardware. Sembriamo costretti anche qui a rincorrere nella nostra marginalità.

Oggi il settore manifatturiero occupa 4 milioni di addetti e 2 milioni collegati: in tutto più di 500.000 imprese prevalentemente di piccola taglia. E con settori più in vista nell’automotive, farmaceutica, edilizia e alimentare. Difficile pensare ad un aumento di creatività che contrasti l’automatizzazione nei settori così come sono, a meno di immaginare prodotti socialmente e sostenibilmente desiderabili, che rispondano alle emergenze ed al miglioramento non dei profitti, ma della qualità della vita. Qui, bisogna dirlo, manca totalmente la politica, che spesso si genuflette ad una tecnocrazia orientata al successo dell’impresa e meno frequentemente al bene comune e non approfondisce affatto le risorse che anche il pensiero scientifico può offrire alla soluzione delle emergenze e ad una partecipazione democratica al riscatto sociale. L’errore è continuare a sostenere che sia “un circolo virtuoso quello che collega innovazione a produttività e a crescita del modello produttivo”. Non si può pensare che senza indirizzi politici netti e senza una politica economica che si concentri su disuguaglianze nella società e diritti nel lavoro, ci si possa affidare alle PMI e alle start up tra loro connesse per fare massa critica per un modello che ricalca quello oggi in declino. Addirittura, si auspicano liberalizzazioni, flessibilità del mercato del lavoro, partnership pubblico-privato riorganizzazione in senso manageriale delle imprese, come se non fossimo al limite di una penetrazione liberista che ha fatto pagare all’Europa l’abbandono di un modello sociale.

Concludendo, la via italiana a 4.0 sembra non fare abbastanza i conti con la soluzione delle emergenze, con l’invecchiamento della popolazione, con l’estensione degli orari di lavoro e la riduzione di tempo proprio, con una riappropriazione di conoscenza e di un rapporto permanente tra scuola e lavoro che consentirebbe realisticamente una redistribuzione della produttività mai prima d’ora raggiunta. Ho il timore che la filosofia a cui la centralità dell’impresa si possa ispirare non possa prescindere da un’idea di crescita continua come se non fosse stata smentita nei fatti. In fondo, se si affida la velocità relativa dei nostri processi alla velocità della luce senza rendersi conto dei riflessi sulla vita e la biosfera di questa asincronia temporale e se si pensa che la realtà digitalizzata, ridotta a numeri, può anch’essa come i numeri nel loro insieme crescere all’infinito trovando posto nei cloud dove si accatasta tutto (ma occorre energia per mantenerli!), si porta avanti un’illusione che il deperimento della società, della natura e del lavoro mostrano in tutta la sua unilateralità.

(*) da «Alternative per il socialismo», febbraio 2018

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