Come nelle saghe simil-nibelungiche che popolano la televisione d’inverno, eserciti politici sparsi nella pianura vengono spazzati via dall’alito dei Draghi volteggianti nell’aere...
Stavolta tocca al Pd, con il segretario Nicola Zingaretti, convinto alle dimissioni – a suo dire – dall’indegno spettacolo della lotta per le poltrone che caratterizzerebbe il suo stesso partito. Difficile crederci, vista la storia del Pd e dello stesso Zingaretti (uno che di poltrone e gestione amministrativa se ne intende), perciò sarà meglio evitare di farsi depistare.
Per capirci qualcosa bisogna alzarsi al di sopra del livello “fenomenico” espresso dalla più squallida classe politica dell’Occidente. Lo stesso terremoto, appena qualche giorno prima, ha scosso dalle fondamenta il Movimento 5 Stelle, con la conversione istantanea del suo “gruppo dirigente” dall’anti-draghismo al viva-draghismo europeista ed atlantico, e la contemporanea diaspora di una parte non secondaria dei suoi parlamentari, ora costituiti in “alternativa”.
Due punti fanno una linea, ci tocca ricordare, in geometria come in politica. Se appena appena si guarda più in là tutti possono notare che anche nella Lega gli equilibri non sono gli stessi di prima (e tre punti fanno un cerchio...).
Ora comanda palesemente l’”europeista” Giancarlo Giorgetti, che lascia volentieri a Salvini il ruolo del guitto davanti alle telecamere. Seduto nel “ministero delle rogne industriali” (lo “sviluppo economico” si occupa in realtà quasi soltanto di “tavoli di crisi”) ha ben altro a cui pensare, e molti equilibri interni all’imprenditoria – internazionale e non – da rispettare.
Perciò le dimissioni di Zingaretti sono comprensibili solo se collocate nel processo di smottamento del sistema politico italiano, messo in moto dal “governo di salvezza nazionale” a guida europea.
È sicuramente vero che “la base” di quel partito, con ancora parzialmente nel cuore la nostalgia per “la Ditta” (come veniva chiamato il Pci, comprese le sue involuzioni successive), ha sentito più “suo” un segretario che veniva da quella storia e che, soprattutto, aveva provato a risollevare lo straccio lasciato da Renzi inventandosi una pretesa “contrapposizione valoriale” tra centrodestra e centrosinistra. Buona per chiedere il “voto utile” ad ogni tornata elettorale, ma non rintracciabile negli atti di governo, sia a livello centrale sia – in modo sfacciato – a livello locale.
Ed è altrettanto vero che i parlamentari oggi figurativamente rappresentanti il Pd sono quasi tutti dei “nominati” da Renzi, che non l’hanno seguito ma, forse, in modo concordato.
Dunque, il “povero Zinga” viveva come un re dimezzato, benvoluto dal suo “popolo” ma impossibilitato dalla corte a fare alcunché.
L’apparenza dell’”unità” sarebbe forse continuata anche a lungo (senza esagerare, certo) se non fosse caduto sulla politica italiana il meteorite Draghi. Ossia il commissariamento del Paese da parte dell’Unione Europea e, in parte, dal “nuovo corso” degli Stati Uniti.
Il governo con “tutti dentro” cancella molte pretese di “differenza valoriale” con la destra, sia moderata sia estrema. Difficile, se non impossibile, presentarsi ad elezioni di qualsiasi livello agitando di nuovo il fantasma del “pericolo fascista” incarnato... dall’alleato Salvini.
Ma anche fuori dalla retorica elettorale, il “partito degli amministratori”, sia regionali sia di città medio-grandi, non offre grandi possibilità di distinguere blocchi differenti (non diciamo “contrapposti”). Tra Bonaccini e Zaia, tra De Luca e Fontana, ecc., ci sono più sintonie che contrasti. Poi, certo, sono differenti le catene clientelari e gli imprenditori di riferimento. Ma neanche sempre...
Del resto il Pd si era caratterizzato nell’ultimo decennio – ma anche in quello precedente – come il “partito del sistema”, la “forza tranquilla” dell’establishment europeista, in grado di tenere insieme le “riforme” anti-popolari e i ceti “riflessivi” acculturati (la piccolissima borghesia delle professioni liberali, con una preferenza per quella cultural-intellettuale, fino agli insegnanti). E viveva quasi con imbarazzo l’etichetta di “sinistra”, utile il giorno delle urne e dimenticata il giorno dopo.
Ma “il sistema europeista” ha ora preso direttamente in mano le residue leve del comando politico-governativo. Dunque il Pd, com’era diventato, non serve più. E non soltanto lui, come si è visto con 5 Stelle e (prossimamente) con la Lega. Persino i nostalgici fascisti di FdI non stanno davvero all’opposizione (basta guardare il loro entusiastico applaudire i generali ai posti di comando), anche perché molto del loro “consenso strutturato” viene da gruppi che non amano stare fuori dai giochi e dai centri di spesa.
Ma se tutti – tutti – i partiti presenti in Parlamento sono diventati inutili, nel momento stesso in cui si sono messi al servizio di Draghi e della Ue, allora deve necessariamente iniziare un ridisegno generale del “sistema politico” nazionale.
Di sicuro, questo nuovo sistema è già ora – mentre si va ancora distruggendo quello precedente, tarda eredità della “seconda repubblica” e della stagione “populista” – segnato dalla prevalenza assoluta di una sola frazione del capitale: quella multinazionale, di dimensione e campo di interessi “europei”.
Contrariamente a quel che in genere si crede, anche “a sinistra”, la “borghesia nazionale” è ridotta a quella robetta che non ha la forza (il capitale, i soldi) per competere fuori dal mercato interno. E dunque si adatta al ruolo di “subfornitore contoterzista” (nei settori industriali), oppure ha provato a resistere nei vari livelli del capitale commerciale. Che è poi la parte che sta venendo spazzata via dalla gestione politica della pandemia (le chiusure riguardano solo questi settori, mai la manifattura, anche se ovviamente ci si contagia allo stesso modo).
Per capirci: una media impresa che ha – per esempio (ma esiste davvero, e con un marchio abbastanza noto) – la sede legale in Germania, paga le tasse in Olanda, un consiglio di amministrazione plurinazionale, l’amministratore delegato italiano e trasforma in uno stabilimento “italico” materie prime provenienti da Bulgaria o Romania… che borghesia rappresenta?
Di sicuro non nazionale, perché il suo business tiene conto dei trattati europei, delle legislazioni di diversi paesi, di differenti sistemi fiscali, di diversi costi del lavoro ed anche di differenti know how (che si modificano più lentamente nel tempo).
Quando parliamo insomma di “borghesia europea” abbiamo in testa quel tipo di imprenditoria che non ha più le caratteristiche del “padrone” e le movenze della “gestione familiare”, e tantomeno l’orizzonte limitato ai confini nazionali. Parliamo di un modo di fare impresa “de-territorializzato”, svincolato da rapporti e obblighi stringenti, pronto a smontare uno stabilimento qui per trasferirlo a 3.000 km di distanza.
E non si tratta più neanche di conglomerati di dimensioni immense (tipo Fiat/Fca ora fusa in Stellantis con Peugeot e Citroen). Basta molto meno, per agire e pensare da multinazionali...
Il capitale finanziario, inutile dirlo, è ancor meno legato agli ambiti territoriali; e anche il sistema bancario, negli ultimi 30 anni, sta limitando all’indispensabile i “presìdi territoriali”, riducendo filiali, personale, erogazione di prestiti.
Questo tipo di “padronato manageriale” oggi governa di fatto in Europa e in Italia. Questo tipo di borghesia pretende “riforme” disegnate sulla base dei propri esclusivi interessi. E avrà bisogno di una diversa classe politica, capace di conquistare silenzio-assenso, più che consenso, in nome di “Tina” (there is no alternative).
Via i “valori”, le “visioni”, gli interessi sociali differenziati da ricomporre attraverso rappresentanze politiche differenziate in partiti.
Via gli Zingaretti e i Salvini, insomma. Avanti gli amministratori obbedienti e i “maghi della comunicazione”.
P.s. Naturalmente, non essendo in quello schema prevista alcuna “rappresentanza politica di lavoratori e classi popolari”, proprio questa è l’esigenza che andrebbe esaudita. Tramite il conflitto sociale, perché nessun “mischione elettorale” può risolvere un problema di questa natura e portata.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Nicola Zingaretti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nicola Zingaretti. Mostra tutti i post
05/03/2021
03/09/2020
Campus Biomedico, soldi pubblici per guadagni privatissimi
Simona “Pasionaria” Consoli, una compagna… con il cuore in mano ci racconta la sua reazione all’inaugurazione del Pronto Soccorso del Campus Biomedico per la quale Zingaretti racconta orgoglioso che “ha investito 110 milioni di euro“...
E scrivi pure la cifra? Nicola caro, ho dedicato anni di vita a te ed ai tuoi consiglieri, anni in cui manco un grazie hai mai saputo pronunciare, ma transeat.
Ora vedere questa PUBBLICITÀ ai danni degli ospedali pubblici che hai abbandonato (il San Eugenio ad esempio) ospedale di frontiera senza macchinari (se non di 30 anni fa), senza tute, mascherine, posti letto, tamponi, beh mi fa capire che la tua idea di sanità è ben altra non solo dalla mia, ma da tutti quelli che hanno sempre creduto nel SSN pubblico.
Ah dimenticavo, 121 mln di euro al campus, 3 milioni di euro agli altri ospedali pubblici. Manco la carta igienica hanno, manco i tendoni per il triage covid. Te lo sei fatto un giro?
Vedi Presidente Zingaretti, ti sei omologato: selfie, gomiti a gomiti, le sfide, le promesse ma ti sei dimenticato di dire che non rispondi a chi ti scrive dagli ospedali pubblici, ti sei dimenticato di dire che hai abbandonato il pubblico, che hai tradito buona parte dei tuoi ex iscritti.
Ti sei dimenticato di dire che in pieno covid avete fatto pervenire donazioni al Gemelli (del Vaticano), al Campus per i tamponi (non infierisco sulla vicenda mascherine), ma tu puoi prendere in giro tante persone. Ma altrettanto tante NO. Ricordatelo, quelli che un tempo ti votavano ed erano tanti oggi si sono accorti che li hai traditi.
È la democrazia. Prima ti votano, ma se amministri male non ti votano più.
Ti chiediamo da anni di investire nella sanità pubblica: NESSUNA RISPOSTA PERVENUTA. Un vecchio detto diceva: “a pulire la testa al somaro si spreca solo tempo e sapone”.
Ecco, tu alla sanità pubblica nemmeno questo hai dato. E ci fai pure un post. Ma chi ti segue la comunicazione? Ma chi è quel genio che scrive pure la cifra dell’investimento? Quel genio, quella mente superiore, quel demente! Una cosa dovevi fare, alleanza con la sinistra che hai lasciato scappare, unità si chiedeva, nemmeno quello.
Adesso vediamoli ‘sti fenomeni del Campus guidati dal dio denaro. Con questo post hai sancito la tua antipolitica che arieggiava da anni, l’omologazione al privato. Complimenti vivissimi...
E poi la foto con le suorine crocerossine dice tutto. Umberto 1, Policlinico, S Camillo, S Eugenio etc, potete crepa’. Però state sereni: ora c’è il pronto soccorso del Campus. W l’Opus Dei! Daje! Aho... tutta un’altra aria eh!
Ah no... era tutta un’altra storia!
Fonte
*****
E scrivi pure la cifra? Nicola caro, ho dedicato anni di vita a te ed ai tuoi consiglieri, anni in cui manco un grazie hai mai saputo pronunciare, ma transeat.
Ora vedere questa PUBBLICITÀ ai danni degli ospedali pubblici che hai abbandonato (il San Eugenio ad esempio) ospedale di frontiera senza macchinari (se non di 30 anni fa), senza tute, mascherine, posti letto, tamponi, beh mi fa capire che la tua idea di sanità è ben altra non solo dalla mia, ma da tutti quelli che hanno sempre creduto nel SSN pubblico.
Ah dimenticavo, 121 mln di euro al campus, 3 milioni di euro agli altri ospedali pubblici. Manco la carta igienica hanno, manco i tendoni per il triage covid. Te lo sei fatto un giro?
Vedi Presidente Zingaretti, ti sei omologato: selfie, gomiti a gomiti, le sfide, le promesse ma ti sei dimenticato di dire che non rispondi a chi ti scrive dagli ospedali pubblici, ti sei dimenticato di dire che hai abbandonato il pubblico, che hai tradito buona parte dei tuoi ex iscritti.
Ti sei dimenticato di dire che in pieno covid avete fatto pervenire donazioni al Gemelli (del Vaticano), al Campus per i tamponi (non infierisco sulla vicenda mascherine), ma tu puoi prendere in giro tante persone. Ma altrettanto tante NO. Ricordatelo, quelli che un tempo ti votavano ed erano tanti oggi si sono accorti che li hai traditi.
È la democrazia. Prima ti votano, ma se amministri male non ti votano più.
Ti chiediamo da anni di investire nella sanità pubblica: NESSUNA RISPOSTA PERVENUTA. Un vecchio detto diceva: “a pulire la testa al somaro si spreca solo tempo e sapone”.
Ecco, tu alla sanità pubblica nemmeno questo hai dato. E ci fai pure un post. Ma chi ti segue la comunicazione? Ma chi è quel genio che scrive pure la cifra dell’investimento? Quel genio, quella mente superiore, quel demente! Una cosa dovevi fare, alleanza con la sinistra che hai lasciato scappare, unità si chiedeva, nemmeno quello.
Adesso vediamoli ‘sti fenomeni del Campus guidati dal dio denaro. Con questo post hai sancito la tua antipolitica che arieggiava da anni, l’omologazione al privato. Complimenti vivissimi...
E poi la foto con le suorine crocerossine dice tutto. Umberto 1, Policlinico, S Camillo, S Eugenio etc, potete crepa’. Però state sereni: ora c’è il pronto soccorso del Campus. W l’Opus Dei! Daje! Aho... tutta un’altra aria eh!
Ah no... era tutta un’altra storia!
Fonte
29/06/2020
“Mes o morte”, grida l’establishment
È partita l’offensiva finale per imporre al governo di richiedere l’accesso alle linee di credito del famigerato Mes. Il panorama dei media, in proposito, è impressionante. Il Corriere della Sera, in particolare, da giorni martella senza tregua, fino a mobilitare un suo vicedirettore, Federico Fubini, per “spiegare cos’è il Mes” e ovviamente concluderne che è da scemi non richiederlo. Con tanto di “simulazioni” sui fantastici benefici che si avrebbero...
Ultimo è arrivato il “pezzo grosso”, ossia il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, il che pone un’ipoteca pesante sull’esecutivo e sul suo presidente, il mediatore estremo Giuseppe Conte. Non per far cadere un governo che più esitante non si può, ma per condizionarne definitivamente le scelte fondamentali.
La cosa divertente – in realtà fa incazzare per la sfrontatezza – è che sul piano politico Zingaretti recita la parte del “riformista progressista”, mentre lo strumento di cui perora l’adozione è nato per imporre un “riformismo” di segno diametralmente opposto.
Fa impressione, in effetti, veder sventolare lo straccio con su scritto “quasi 40 miliardi per la spesa sanitaria” dal capo temporaneo di un partito che – scambiandosi a volte la poltrona con leghisti e berlusconiani – ha contribuito a ridurre la spesa per la sanità... di 37 miliardi in dieci anni.
Alcuni argomenti addotti da Zingaretti, infatti, sembrano una presa d’atto di aver sbagliato tutto nel recente passato (lui personalmente è stato “commissario alla sanità” della regione Lazio, decidendo la chiusura di numerosi ospedali e il taglio di innumerevoli servizi).
Per esempio: “questi mesi ci hanno mostrato quanto sia fondamentale investire nei sistemi sanitari e nelle scienze della vita per poter garantire il diritto a cure di qualità. È evidente la necessità di promuovere il potenziamento e l’ammodernamento del nostro sistema sanitario: rafforzare gli ospedali, puntare sulle tecnologie digitali, aumentare la presenza sui territori, l’assistenza domiciliare, la prevenzione, sostenere la ricerca e costruire un nuovo sistema di presa in carico delle persone, a cominciare dagli anziani. Il sistema sanitario ha risposto ed è stato capace di uno sforzo immane”.
Ma l’autocritica non arriva, neanche quando auspica un “salto nel futuro per costruire un nuovo modello: l’attuale sistema di cura e presa in carico fondato su tre politiche distinte che spesso non comunicano – sanità, sociale e terzo settore – ha mostrato tutti i suoi limiti, non va più bene, è inadeguato. Rinascita è anche questo: avere una visione nuova, fondata su un modello di integrazione delle politiche sanitarie e sociosanitarie da realizzare con idee e investimenti”.
Insomma: sei stato protagonista nell’applicazione di un “modello sbagliato”, ti presenti come quello che vuole “un salto nel futuro” e poi chiedi che si chiami in causa un “meccanismo” nato esattamente per far trionfare di quel “modello sbagliato” nella sanità e ovunque?
Ovvio che l’immagine di quel meccanismo vara passata a un trattamento di photoshop radicale: “Il Mes è stato criticato e combattuto da molti, ma ora è uno strumento finanziario totalmente diverso da quello del passato”.
Credibilità zero, ma potenza di fuoco mediatica assordante.
Fubini si prende il poco onorevole incarico di spiegare “cos’è il Mes” per farne il paradiso in terra.
Parte col dizionario in mano, come fanno i bravi giornalisti: “il Meccanismo europeo di stabilità è un ente intergovernativo la cui base legale è un trattato fra i Paesi dell’area euro, che ne sono azionisti in quote più o meno pari al loro peso economico: ed esiste legalmente dal 27 settembre del 2012.”
Sorvoliamo sul fatto che i soldi del Mes non sono creati da nulla, ma costituiscono “quote azionarie” messe dai singoli Stati (17% nel caso dell’Italia, circa 70 miliardi). Seguiamo la sua esposizione sulle “nuove caratteristiche” di quel fondo che dovrebbero cancellarne l’immagine terroristica (“Forse perché fra il 2010 e il 2012 il Fesf e il Mes hanno concesso circa 98 miliardi di prestiti al Portogallo, oltre 200 miliardi alla Grecia, 76 miliardi all’Irlanda, 41 miliardi alla Spagna: e in quel caso ci fu una «verifica esterna» dei programmi di risanamento dei Paesi da parte delle autorità europee". Ossia il “Memorandum” che ha messo in ginocchio soprattutto la Grecia, riducendola in miseria).
È certamente vero che le condizioni finanziarie sono migliori di quelle che si incontrano generalmente sui mercati (“Il tasso d’interesse sarebbe negativo nel caso di una scadenza a sette anni; e praticamente zero – 0,08% – nel caso di una scadenza a dieci anni. Un prestito a dieci anni del Mes, ai rendimenti attuali dei titoli di Stato, farebbe dunque risparmiare all’Italia 4,8 miliardi rispetto a un prestito che l’Italia dovesse cercare sul mercato collocando titoli di Stato”).
Così come è vero che quei soldi sarebbero erogati “quasi subito” (nell’arco di un anno) e alla condizione che vengano spesi solo per la sanità in generale (“spese dirette e indirette”, facendo sognare possibili “deroghe” in virtù di quell’”indirette”).
Ed è vero persino che l’analisi relativa alla sostenibilità del debito – con l’aggiunta del Mes – è già stata fatta, ha avuto “esisto positivo”.
L’unica cosa falsa è quella decisiva: che non ci sarebbero problemi derivanti dall’intreccio, sul breve e medio periodo, tra condizioni di funzionamento del Mes e altri trattati europei. Su questo Fubini è particolarmente netto, anche se non porta altra prova che la sua parola: “Non c’è niente nei Trattati dell’Unione europea che obblighi il Mes a fare o non fare qualunque scelta. Il Trattato del Mes prevede sì «condizionalità» sui prestiti. Ma, appunto, essa in questo caso prevede solo che il denaro sia investito in spesa sociale. Nient’altro.”
Messa così, chi rifiuta il Mes è un cretino che agita problemi “idologici”. Tanto più che neppure l’altra usuale obiezione (“nessun Paese sta chiedendo i prestiti del Mes”) viene dallo stesso Fubini smontata – molto fiaccamente, sul piano logico – ricordando che “Cipro lo sta facendo”.
Sappiamo per esperienza che la conoscenza dei trattati europei è inesistente nell’opinione pubblica (come nei giornalisti che ne parlano quasi sempre), anche perché – come in tutti i “contratti commerciali” vengono scritti in una lingua per iniziati.
Proprio per questo abbiamo pubblicato numerosi interventi in materia, tentando di spiegare anche ai profani alcuni dei meccanismi più pericolosi.
A tagliare la testa al toro (e anche al disperato tentativo di Fubini-Zingaretti) era del resto arrivata una lettera di Klaus Regling – il Direttore del Mes in persona – alla fine di aprile. Un passaggio chiarissimo, quasi in linguaggio corrente:“La Commissione Europea chiarirà monitoraggio e sorveglianza in accordo con le regole del Two Pack” (un trattato europeo relativamente recente che regola ulteriormente le modalità di stesura della “legge di stabilità” di ogni Paese dell’Unione).
Non è una cattiveria, ma una delle regole fondamentali del Mes, il cui Trattato istitutivo prevede che tutti i Paesi richiedenti l’accesso al prestito siano sottoposti a “sorveglianza rafforzata” da parte della Commissione e della Bce. Manca solo il Fmi e sarebbe riapparso il fantasma della Troika...
La “sorveglianza rafforzata” significa un più stringente controllo sulla spesa pubblica degli Stati che, in determinate condizioni, può tranquillamente portare a un “doloroso programma di aggiustamento macroeconomico”.
Siamo sicuri che Fubini ha letto quella lettera con la stessa nostra attenzione. E che capisca anche meglio di noi i meccanismi interni all’Unione Europea e la stessa logica dei trattati.
Solo che noi contrastiamo quei meccanismi e quella logica, e dunque possiamo permetterci di dire la verità. Chi li difende, invece, è costretto alla recita opposta.
Il giornale inglese The Guardian ha pubblicato i risultati di un sondaggio europeo piuttosto interessante su come i cittadini del Vecchio Continente vedono l’operato dell’Unione Europea di fronte alla pandemia.
“I numeri che percepivano la performance dell’Ue come scarsa (più della metà in Francia) sono superati da chi ha detto che il blocco era “irrilevante”, perché l’impennata del numero di morti ha lasciato alcune comunità in difficoltà per seppellire i loro morti. Le grandi maggioranze di tutte le nazioni intervistate – nove, con due terzi dei cittadini europei – ritengono che il loro paese sia stato lasciato solo o che non sappiano chi sia il loro alleato più utile.”
Addirittura “In Italia, uno dei Paesi colpiti per primo dal virus, il 63% ha dichiarato che l’UE ha abbandonato i suoi cittadini mentre la pandemia dilaniava l’Europa meridionale e, alla domanda su chi fosse stato il loro alleato più utile nei giorni più bui della crisi, solo il 4% degli italiani ha citato l’UE, mentre il 25% ha dichiarato la Cina.”
Poi, certo, la confusione generale produce anche risposte che sembrerebbero dire il contrario: “Tuttavia, il diffuso disappunto per la risposta dell’UE non si è finora tradotto in una spinta per il populismo euroscettico. Una maggioranza convincente, il 63%, di cui il 55% in Germania, l’80% in Spagna e il 91% in Portogallo, ritiene che la pandemia abbia mostrato la necessità che i governi dell’UE agiscano in modo più coeso.”
Per far questo, va da sé, occorrerebbe una svolta socialista, non certo il ritorno all’austerità nelle politiche di bilancio. Dunque c’è da lavorare parecchio...
Fonte
Ultimo è arrivato il “pezzo grosso”, ossia il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, il che pone un’ipoteca pesante sull’esecutivo e sul suo presidente, il mediatore estremo Giuseppe Conte. Non per far cadere un governo che più esitante non si può, ma per condizionarne definitivamente le scelte fondamentali.
La cosa divertente – in realtà fa incazzare per la sfrontatezza – è che sul piano politico Zingaretti recita la parte del “riformista progressista”, mentre lo strumento di cui perora l’adozione è nato per imporre un “riformismo” di segno diametralmente opposto.
Fa impressione, in effetti, veder sventolare lo straccio con su scritto “quasi 40 miliardi per la spesa sanitaria” dal capo temporaneo di un partito che – scambiandosi a volte la poltrona con leghisti e berlusconiani – ha contribuito a ridurre la spesa per la sanità... di 37 miliardi in dieci anni.
Alcuni argomenti addotti da Zingaretti, infatti, sembrano una presa d’atto di aver sbagliato tutto nel recente passato (lui personalmente è stato “commissario alla sanità” della regione Lazio, decidendo la chiusura di numerosi ospedali e il taglio di innumerevoli servizi).
Per esempio: “questi mesi ci hanno mostrato quanto sia fondamentale investire nei sistemi sanitari e nelle scienze della vita per poter garantire il diritto a cure di qualità. È evidente la necessità di promuovere il potenziamento e l’ammodernamento del nostro sistema sanitario: rafforzare gli ospedali, puntare sulle tecnologie digitali, aumentare la presenza sui territori, l’assistenza domiciliare, la prevenzione, sostenere la ricerca e costruire un nuovo sistema di presa in carico delle persone, a cominciare dagli anziani. Il sistema sanitario ha risposto ed è stato capace di uno sforzo immane”.
Ma l’autocritica non arriva, neanche quando auspica un “salto nel futuro per costruire un nuovo modello: l’attuale sistema di cura e presa in carico fondato su tre politiche distinte che spesso non comunicano – sanità, sociale e terzo settore – ha mostrato tutti i suoi limiti, non va più bene, è inadeguato. Rinascita è anche questo: avere una visione nuova, fondata su un modello di integrazione delle politiche sanitarie e sociosanitarie da realizzare con idee e investimenti”.
Insomma: sei stato protagonista nell’applicazione di un “modello sbagliato”, ti presenti come quello che vuole “un salto nel futuro” e poi chiedi che si chiami in causa un “meccanismo” nato esattamente per far trionfare di quel “modello sbagliato” nella sanità e ovunque?
Ovvio che l’immagine di quel meccanismo vara passata a un trattamento di photoshop radicale: “Il Mes è stato criticato e combattuto da molti, ma ora è uno strumento finanziario totalmente diverso da quello del passato”.
Credibilità zero, ma potenza di fuoco mediatica assordante.
Fubini si prende il poco onorevole incarico di spiegare “cos’è il Mes” per farne il paradiso in terra.
Parte col dizionario in mano, come fanno i bravi giornalisti: “il Meccanismo europeo di stabilità è un ente intergovernativo la cui base legale è un trattato fra i Paesi dell’area euro, che ne sono azionisti in quote più o meno pari al loro peso economico: ed esiste legalmente dal 27 settembre del 2012.”
Sorvoliamo sul fatto che i soldi del Mes non sono creati da nulla, ma costituiscono “quote azionarie” messe dai singoli Stati (17% nel caso dell’Italia, circa 70 miliardi). Seguiamo la sua esposizione sulle “nuove caratteristiche” di quel fondo che dovrebbero cancellarne l’immagine terroristica (“Forse perché fra il 2010 e il 2012 il Fesf e il Mes hanno concesso circa 98 miliardi di prestiti al Portogallo, oltre 200 miliardi alla Grecia, 76 miliardi all’Irlanda, 41 miliardi alla Spagna: e in quel caso ci fu una «verifica esterna» dei programmi di risanamento dei Paesi da parte delle autorità europee". Ossia il “Memorandum” che ha messo in ginocchio soprattutto la Grecia, riducendola in miseria).
È certamente vero che le condizioni finanziarie sono migliori di quelle che si incontrano generalmente sui mercati (“Il tasso d’interesse sarebbe negativo nel caso di una scadenza a sette anni; e praticamente zero – 0,08% – nel caso di una scadenza a dieci anni. Un prestito a dieci anni del Mes, ai rendimenti attuali dei titoli di Stato, farebbe dunque risparmiare all’Italia 4,8 miliardi rispetto a un prestito che l’Italia dovesse cercare sul mercato collocando titoli di Stato”).
Così come è vero che quei soldi sarebbero erogati “quasi subito” (nell’arco di un anno) e alla condizione che vengano spesi solo per la sanità in generale (“spese dirette e indirette”, facendo sognare possibili “deroghe” in virtù di quell’”indirette”).
Ed è vero persino che l’analisi relativa alla sostenibilità del debito – con l’aggiunta del Mes – è già stata fatta, ha avuto “esisto positivo”.
L’unica cosa falsa è quella decisiva: che non ci sarebbero problemi derivanti dall’intreccio, sul breve e medio periodo, tra condizioni di funzionamento del Mes e altri trattati europei. Su questo Fubini è particolarmente netto, anche se non porta altra prova che la sua parola: “Non c’è niente nei Trattati dell’Unione europea che obblighi il Mes a fare o non fare qualunque scelta. Il Trattato del Mes prevede sì «condizionalità» sui prestiti. Ma, appunto, essa in questo caso prevede solo che il denaro sia investito in spesa sociale. Nient’altro.”
Messa così, chi rifiuta il Mes è un cretino che agita problemi “idologici”. Tanto più che neppure l’altra usuale obiezione (“nessun Paese sta chiedendo i prestiti del Mes”) viene dallo stesso Fubini smontata – molto fiaccamente, sul piano logico – ricordando che “Cipro lo sta facendo”.
Sappiamo per esperienza che la conoscenza dei trattati europei è inesistente nell’opinione pubblica (come nei giornalisti che ne parlano quasi sempre), anche perché – come in tutti i “contratti commerciali” vengono scritti in una lingua per iniziati.
Proprio per questo abbiamo pubblicato numerosi interventi in materia, tentando di spiegare anche ai profani alcuni dei meccanismi più pericolosi.
A tagliare la testa al toro (e anche al disperato tentativo di Fubini-Zingaretti) era del resto arrivata una lettera di Klaus Regling – il Direttore del Mes in persona – alla fine di aprile. Un passaggio chiarissimo, quasi in linguaggio corrente:“La Commissione Europea chiarirà monitoraggio e sorveglianza in accordo con le regole del Two Pack” (un trattato europeo relativamente recente che regola ulteriormente le modalità di stesura della “legge di stabilità” di ogni Paese dell’Unione).
Non è una cattiveria, ma una delle regole fondamentali del Mes, il cui Trattato istitutivo prevede che tutti i Paesi richiedenti l’accesso al prestito siano sottoposti a “sorveglianza rafforzata” da parte della Commissione e della Bce. Manca solo il Fmi e sarebbe riapparso il fantasma della Troika...
La “sorveglianza rafforzata” significa un più stringente controllo sulla spesa pubblica degli Stati che, in determinate condizioni, può tranquillamente portare a un “doloroso programma di aggiustamento macroeconomico”.
Siamo sicuri che Fubini ha letto quella lettera con la stessa nostra attenzione. E che capisca anche meglio di noi i meccanismi interni all’Unione Europea e la stessa logica dei trattati.
Solo che noi contrastiamo quei meccanismi e quella logica, e dunque possiamo permetterci di dire la verità. Chi li difende, invece, è costretto alla recita opposta.
*****
Il giornale inglese The Guardian ha pubblicato i risultati di un sondaggio europeo piuttosto interessante su come i cittadini del Vecchio Continente vedono l’operato dell’Unione Europea di fronte alla pandemia.
“I numeri che percepivano la performance dell’Ue come scarsa (più della metà in Francia) sono superati da chi ha detto che il blocco era “irrilevante”, perché l’impennata del numero di morti ha lasciato alcune comunità in difficoltà per seppellire i loro morti. Le grandi maggioranze di tutte le nazioni intervistate – nove, con due terzi dei cittadini europei – ritengono che il loro paese sia stato lasciato solo o che non sappiano chi sia il loro alleato più utile.”
Addirittura “In Italia, uno dei Paesi colpiti per primo dal virus, il 63% ha dichiarato che l’UE ha abbandonato i suoi cittadini mentre la pandemia dilaniava l’Europa meridionale e, alla domanda su chi fosse stato il loro alleato più utile nei giorni più bui della crisi, solo il 4% degli italiani ha citato l’UE, mentre il 25% ha dichiarato la Cina.”
Poi, certo, la confusione generale produce anche risposte che sembrerebbero dire il contrario: “Tuttavia, il diffuso disappunto per la risposta dell’UE non si è finora tradotto in una spinta per il populismo euroscettico. Una maggioranza convincente, il 63%, di cui il 55% in Germania, l’80% in Spagna e il 91% in Portogallo, ritiene che la pandemia abbia mostrato la necessità che i governi dell’UE agiscano in modo più coeso.”
Per far questo, va da sé, occorrerebbe una svolta socialista, non certo il ritorno all’austerità nelle politiche di bilancio. Dunque c’è da lavorare parecchio...
Fonte
08/03/2020
Tutti a casa
di Alessandra Daniele
“Non abbracciatevi. Non stringete la mano a nessuno. Mantenete una distanza di sicurezza dagli altri di almeno un metro. Non frequentate luoghi affollati. Lavatevi spesso le mani. Disinfettate le superfici. Uscite di casa il meno possibile”.
Si credeva che l’Apocalisse sarebbe somigliata a un episodio di Supernatural. Invece finora somiglia a un episodio di Monk.
Con la differenza che, al contrario dell’acuto detective fobico e ossessivo-compulsivo, noi non riusciamo a risolvere il caso.
Questo Coronavirus è un microrganismo ancora misterioso: alcuni li uccide, i più debilitati (come l’economia italiana) ad altri invece conferisce superpoteri: Giuseppe Conte era solo un avvocaticchio, una sagoma di cartone segnaposto, adesso invece è diventato un giudice supremo in grado di condannare tutti gli italiani agli arresti domiciliari.
Oltre al record occidentale delle vittime e dei contagiati, l’Italia ha anche il primo leader politico colpito da Covid-19, Nicola Zingaretti.
Il contatore gira in fretta. Ma queste drastiche misure restrittive sono davvero giustificate da un grave pericolo?
Gira voce che il Coronavirus stia mutando.
Fra qualche giorno potrebbe iscriversi a Italia Viva.
Mentre tutti i media mainstream si concentrano sull’epidemia di Covid-19, in una continua alternanza schizofrenica di catastrofismo e negazionismo, nel vano tentativo di salvare capra (il governo) e cavoli (gli interessi economici), infuria l’epidemia di encefalite spongiforme che ha colpito i leader della Lega. Da Fontana che si mette la mascherina sugli occhi, a Zaia che accusa i cinesi di mangiare topi vivi (come i Visitors) a Salvini, lo stalker che continua a citofonare a vuoto a Mattarella, cercando disperatamente di approfittare della crisi, per imbucarsi in un governo che ogni giorno lui stesso accusa d’essere già fin troppo pieno di litigiosi cialtroni voltagabbana.
Salvini è nel panico: se dovesse rinunciare definitivamente ai bagni di selfie coi suoi fans, la sua carriera politica sarebbe finita.
Già la Lega precipita nei sondaggi, adesso che in giro per il mondo i porti sono chiusi alle navi italiane, adesso che gli italiani sono dalla parte sbagliata del muro non hanno più tanta voglia di costruirlo.
Karmavirus.
Intanto negli ospedali l’esiziale carenza di personale e di posti letto rende ben chiara la reale natura della minaccia: se l’epidemia esplode, non sarà il Coronavirus a fare più vittime, saranno i tagli alla Sanità pubblica. Sarà il liberismo.
La vera peste del nostro secolo.
Fonte
“Non abbracciatevi. Non stringete la mano a nessuno. Mantenete una distanza di sicurezza dagli altri di almeno un metro. Non frequentate luoghi affollati. Lavatevi spesso le mani. Disinfettate le superfici. Uscite di casa il meno possibile”.
Si credeva che l’Apocalisse sarebbe somigliata a un episodio di Supernatural. Invece finora somiglia a un episodio di Monk.
Con la differenza che, al contrario dell’acuto detective fobico e ossessivo-compulsivo, noi non riusciamo a risolvere il caso.
Questo Coronavirus è un microrganismo ancora misterioso: alcuni li uccide, i più debilitati (come l’economia italiana) ad altri invece conferisce superpoteri: Giuseppe Conte era solo un avvocaticchio, una sagoma di cartone segnaposto, adesso invece è diventato un giudice supremo in grado di condannare tutti gli italiani agli arresti domiciliari.
Oltre al record occidentale delle vittime e dei contagiati, l’Italia ha anche il primo leader politico colpito da Covid-19, Nicola Zingaretti.
Il contatore gira in fretta. Ma queste drastiche misure restrittive sono davvero giustificate da un grave pericolo?
Gira voce che il Coronavirus stia mutando.
Fra qualche giorno potrebbe iscriversi a Italia Viva.
Mentre tutti i media mainstream si concentrano sull’epidemia di Covid-19, in una continua alternanza schizofrenica di catastrofismo e negazionismo, nel vano tentativo di salvare capra (il governo) e cavoli (gli interessi economici), infuria l’epidemia di encefalite spongiforme che ha colpito i leader della Lega. Da Fontana che si mette la mascherina sugli occhi, a Zaia che accusa i cinesi di mangiare topi vivi (come i Visitors) a Salvini, lo stalker che continua a citofonare a vuoto a Mattarella, cercando disperatamente di approfittare della crisi, per imbucarsi in un governo che ogni giorno lui stesso accusa d’essere già fin troppo pieno di litigiosi cialtroni voltagabbana.
Salvini è nel panico: se dovesse rinunciare definitivamente ai bagni di selfie coi suoi fans, la sua carriera politica sarebbe finita.
Già la Lega precipita nei sondaggi, adesso che in giro per il mondo i porti sono chiusi alle navi italiane, adesso che gli italiani sono dalla parte sbagliata del muro non hanno più tanta voglia di costruirlo.
Karmavirus.
Intanto negli ospedali l’esiziale carenza di personale e di posti letto rende ben chiara la reale natura della minaccia: se l’epidemia esplode, non sarà il Coronavirus a fare più vittime, saranno i tagli alla Sanità pubblica. Sarà il liberismo.
La vera peste del nostro secolo.
Fonte
07/03/2020
Coronavirus in Italia, la serie tv/5 Arriva “er saponetta”
quinto episodio: arriva “er saponetta”
Le serie tv realmente generaliste, da grande pubblico devono contenere differenti stili narrativi. Non sempre è possibile – si pensi a crude distopie come Handsmaid’s Tale o Westworld – ma quel tocco di farsa, quel personaggio ridicolo rende il prodotto televisivo maggiormente appetibile come quel pizzico di sale che serve per far lievitare definitivamente una torta.
La drammatica serie tv Coronavirus in Italia, che è parecchio apprezzata all’estero, trova così il tocco di farsa, il personaggio ridicolo che mancava: Nicola Zingaretti. Non che sia mancata la concorrenza: ma Matteo Salvini, come Matteo Renzi, ha già vinto la palma d’oro per diverse serie tv e questa non può che aggiudicarsela, per distacco, colui che nella politica romana era chiamato “er saponetta”, l’uomo che scivola via da ogni situazione controversa.
Veniamo ai fatti: Zingaretti è risultato positivo al test per il coronavirus. Dispiace ci mancherebbe, auguri di pronta guarigione, ma il ruolo politico che si è ritagliato in questa vicenda scivola velocemente verso la farsa. Come mai? Beh già essere, come presidente di regione, la massima autorità sanitaria del Lazio e prendere il virus non è il massimo, il danno di immagine è molto grave. Poi c’è il, chiamiamolo, attivismo come segretario del PD. Eccolo qua che presenzia al lancio della campagna di trasformazione degli iscritti al Pd come volontari nella lotta contro il coronavirus.
Questo naturalmente senza mancare, come presidente di regione, al lancio della campagna di sensibilizzazione dei cittadini della regione Lazio
Insomma, il commander-in-chief del Pd è finito azzoppato al primo squillo di tromba che annunciava il patriottico assalto al nemico. Per un problema: mentre predicava, a Roma, la massima allerta e la massima prevenzione nei confronti del virus a Milano partecipava ad una bicchierata che portava un messaggio diametralmente opposto alle stesse indicazioni romane del segretario del PD: niente panico, niente isolamento riempiamo i locali. Eccolo qua all’iniziativa della Milano da bere che, a parole, non vuol cedere al panico da misure che lo stesso Zingaretti ha promosso a Roma in nome della lotta patriottica al virus.
E così il coronavirus, con relativa quarantena, ha messo a riposo l’attività di Zingaretti, fervido sostenitore della lotta al virus nonché sponsor di pratiche che contraddicono questo genere di lotta. Del resto, come da tradizione, il PD è il partito di “sinistra” con pratiche di destra, un insieme di amministratori di destra con linguaggio di “sinistra”, covo di retorica sul sociale e sulla protezione dei deboli e attento esecutore di Bruxelles che il sociale lo contraddice con la sua stessa esistenza. Una volta arrivato il virus, Zingaretti non poteva non tradire questa impostazione, diciamo, generalista facendo sia il portavoce delle battaglie contro il virus, sia l’amministratore della regione che esorta a pratiche di massima attenzione, sia il testimonial della bicchierata che esorta a Milano a smentire le pratiche promosse a Roma e, peggio, dal governo nel quale Zingaretti è attore forte.
Del resto: guardiamo bene questa immagine di qualche giorno fa
È la stessa persona che, pochi giorni prima di questo manifesto, dichiarava all’agenzia Agi che sul coronavirus bisognava ”abbassare i timori, assolutamente infondati” di uno svilupparsi impetuoso dell’epidemia. Fareste mai rialzare l’economia a quest’uomo?
Qualche giorno fa, commentando l’infelice campagna di “Milano che si deve rialzare dall’emergenza virus“, quando invece era appena cominciata, parlavamo della città lombarda che sembrava Amity Island de “Lo squalo” di Spielberg; l’isola che voleva risolvere il problema dello squalo facendo finta che fosse già risolto. Per l’Italia, per Milano l’effetto Amity Island è stato assicurato non tanto, per adesso e per fortuna, da una tragedia ma da una farsa con guest star Nicola Zingaretti.
Fonte
Le serie tv realmente generaliste, da grande pubblico devono contenere differenti stili narrativi. Non sempre è possibile – si pensi a crude distopie come Handsmaid’s Tale o Westworld – ma quel tocco di farsa, quel personaggio ridicolo rende il prodotto televisivo maggiormente appetibile come quel pizzico di sale che serve per far lievitare definitivamente una torta.
La drammatica serie tv Coronavirus in Italia, che è parecchio apprezzata all’estero, trova così il tocco di farsa, il personaggio ridicolo che mancava: Nicola Zingaretti. Non che sia mancata la concorrenza: ma Matteo Salvini, come Matteo Renzi, ha già vinto la palma d’oro per diverse serie tv e questa non può che aggiudicarsela, per distacco, colui che nella politica romana era chiamato “er saponetta”, l’uomo che scivola via da ogni situazione controversa.
Veniamo ai fatti: Zingaretti è risultato positivo al test per il coronavirus. Dispiace ci mancherebbe, auguri di pronta guarigione, ma il ruolo politico che si è ritagliato in questa vicenda scivola velocemente verso la farsa. Come mai? Beh già essere, come presidente di regione, la massima autorità sanitaria del Lazio e prendere il virus non è il massimo, il danno di immagine è molto grave. Poi c’è il, chiamiamolo, attivismo come segretario del PD. Eccolo qua che presenzia al lancio della campagna di trasformazione degli iscritti al Pd come volontari nella lotta contro il coronavirus.
Questo naturalmente senza mancare, come presidente di regione, al lancio della campagna di sensibilizzazione dei cittadini della regione Lazio
Insomma, il commander-in-chief del Pd è finito azzoppato al primo squillo di tromba che annunciava il patriottico assalto al nemico. Per un problema: mentre predicava, a Roma, la massima allerta e la massima prevenzione nei confronti del virus a Milano partecipava ad una bicchierata che portava un messaggio diametralmente opposto alle stesse indicazioni romane del segretario del PD: niente panico, niente isolamento riempiamo i locali. Eccolo qua all’iniziativa della Milano da bere che, a parole, non vuol cedere al panico da misure che lo stesso Zingaretti ha promosso a Roma in nome della lotta patriottica al virus.
E così il coronavirus, con relativa quarantena, ha messo a riposo l’attività di Zingaretti, fervido sostenitore della lotta al virus nonché sponsor di pratiche che contraddicono questo genere di lotta. Del resto, come da tradizione, il PD è il partito di “sinistra” con pratiche di destra, un insieme di amministratori di destra con linguaggio di “sinistra”, covo di retorica sul sociale e sulla protezione dei deboli e attento esecutore di Bruxelles che il sociale lo contraddice con la sua stessa esistenza. Una volta arrivato il virus, Zingaretti non poteva non tradire questa impostazione, diciamo, generalista facendo sia il portavoce delle battaglie contro il virus, sia l’amministratore della regione che esorta a pratiche di massima attenzione, sia il testimonial della bicchierata che esorta a Milano a smentire le pratiche promosse a Roma e, peggio, dal governo nel quale Zingaretti è attore forte.
Del resto: guardiamo bene questa immagine di qualche giorno fa
È la stessa persona che, pochi giorni prima di questo manifesto, dichiarava all’agenzia Agi che sul coronavirus bisognava ”abbassare i timori, assolutamente infondati” di uno svilupparsi impetuoso dell’epidemia. Fareste mai rialzare l’economia a quest’uomo?
Qualche giorno fa, commentando l’infelice campagna di “Milano che si deve rialzare dall’emergenza virus“, quando invece era appena cominciata, parlavamo della città lombarda che sembrava Amity Island de “Lo squalo” di Spielberg; l’isola che voleva risolvere il problema dello squalo facendo finta che fosse già risolto. Per l’Italia, per Milano l’effetto Amity Island è stato assicurato non tanto, per adesso e per fortuna, da una tragedia ma da una farsa con guest star Nicola Zingaretti.
Fonte
28/01/2020
Giannuli - Prime riflessioni sul voto alle regionali
Vista la quantità di opinioni, soprattutto nella "sinistra radicale", che il voto emiliano sta producendo (anche se penso sia una sottovalutazione non fare almeno due ragionamenti anche su quello calabrese), val la pena leggere anche l'opinione di un fiformista di ferro ma sempre ben informato come Giannuli.
Dati ancora incompleti ma sufficienti per ragionarci su. Cominciamo dalle evidenze:
- la “spallata” non c’è stata, il governo resta in piedi e non si voterà in primavera per le politiche;
- Salvini incassa la sua prima sconfitta elettorale dal 2018 e vede incrinata la sua ledership carismatica;
- M5s e Forza Italia praticamente non esistono più;
- il blocco di centro destra esce sconfitto, ma non battuto definitivamente perché vince in Calabria e prende quasi il 45% dei voti nella regione roccaforte della sinistra, per cui è ancora un competitore temibile;
- le “sardine” sono state importanti, anche se probabilmente Bonaccini avrebbe vinto egualmente senza di loro, ma con uno scarto molto inferiore a questo 8%;
- la sinistra radicale è ridotta al lumicino non solo perché le tre liste minori (Potere al Popolo, Pci di Rizzo ecc.) prendono risultati infinitesimali, ma anche perché la sinistra più istituzionale, che appoggiava Bonaccini con la sigla Emilia Romagna coraggiosa, non fa nemmeno il 4%.
E veniamo ai presumibili effetti sulle diverse forze politiche:
Movimento 5 stelle: è la fine che avevo previsto sin dall’autunno del 2018 e le dimissioni di Di Maio non solo non hanno spostato niente in positivo ma hanno aggiunto confusione al casino. Ora, per le prossime regionali (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia) la scelta è partecipare o meno? Se si presentano prendono una sfilza di risultati sotto il 5% ed anche il residuo elettorato inizia a pensare che non vale la pena di votarli neppure alle politiche, se non si presentano, comunque escono dal radar degli elettori e alle politiche prenderanno pochissimo. Di Maio tutti i danni che poteva fare li ha fatti ed ora non c’è salvezza.
Lega: ha ancora una solida base elettorale, ma la sconfitta avrà riflessi psicologici non irrilevanti, inoltre ha di fronte un turno di regionali non proprio agevole: ragionevolmente vincerà in Veneto e Liguria, ma perderà in Toscana ed ha buone probabilità di perdere in Campania se il Pd farà l’accordo con De Magistris ed in Puglia dove Emiliano parte avvantaggiato. Unica partita contendibile quella delle Marche. Se finisse 4 a 2 o anche 3 pari ma con la Lega che vince in una sola delle grandi regioni (Veneto) mentre la sinistra vince in ben tre regioni maggiori (Campania, Toscana e Puglia) non sarebbe affatto un bilancio positivo. Ora è probabile che la Lega cercherà di cambiare strada, rinunciando a puntare sullo scenario nazionale, scegliendo candidati più consistenti dell’inesistente Borgonzoni e parlando di temi legati al territorio. Ma è più facile a dirsi che a farsi: in primo luogo perché devi trovare candidati ad hoc e non pare che la Lega ne abbia in Toscana e soprattutto Campania e Puglia. Poi devi avere alle spalle una storia di iniziative sul terreno locale che la Lega non ha, salvo che in Veneto (che infatti è la regione dove più sicuramente vincerà). Il rischio è quello di non guadagnare voti nell’elettorato più moderato ed attento alle questioni regionali e di perderne fra quelli che vogliono la Lega di lotta sul terreno nazionale.
Ma, soprattutto, la Lega deve attrezzarsi ad una traversata nel deserto di almeno un altro anno, sino alla primavera del 2021 se non di due, sino alla primavera 2022 ed i sondaggi fanno presto a squagliarsi.
Pd: è andato innegabilmente bene in Emilia e se l’è cavicchiata in Calabria, ma questo potrebbe indurlo facilmente in errore, sentendosi il perno del nuovo campo riformista, sottovalutando la possibilità che gli elettori abbiano dato quel voto come parcheggio momentaneo in attesa di meglio.
Zingaretti promette un partito completamente nuovo, staremo a vedere ma non ci sembra una cosa molto credibile. Di fatto in Emilia il Pd ha giocato la carta dell’usato sicuro, del buon governo locale ecc. ma queste sono cose che servono poco in una competizione nazionale.
Sardine: hanno avuto un buon successo anche se non strepitoso, si confermano sangue fresco per la sinistra, però ora devono dirci cosa vogliono fare da grandi. Sin qui ci hanno detto montalianamente “cosa non siamo, cosa non vogliano”. Molto bene, Montale ci è sempre piaciuto, ma adesso diteci qualcosa di più, esclusa (almeno per ora) la scelta di presentarsi direttamente alle elezioni, le scelte sono queste:
- restare movimento più o meno sommariamente organizzato con l’unica proiezione della mobilitazione di piazza;
- diventare movimento organizzato e qualificato da una serie di battaglie tematiche con queste possibili sotto scelte: entrare nel Pd e diventarne la componente movimentista, restare fuori dal Pd ma fiancheggiarlo come le Trade Union con il Labour Party, restare fuori e dare genericamente appoggio a tutte le forze del centro sinistra o solo ad alcune di esse.
Di fatto la prima soluzione è quella più debole: antisalvinismo e piazza vanno bene per i due mesi di una campagna elettorale ma, come insegnano le esperienze dei girotondi, della Pantera, dell’Onda ecc., non reggono oltre una manciata di settimane.
Per cui aspettiamo di vedere che decideranno di fare a Scampia. Degli altri parleremo in una prossima occasione.
Chiedo scusa per la lunga assenza dal blog, ma in altri tempi ero in grado di scrivere un libro e contemporaneamente scrivere il blog, ma adesso con i problemi di vista, faccio una cosa o l’altra, ma a breve tornerò.
Fonte
*****
Dati ancora incompleti ma sufficienti per ragionarci su. Cominciamo dalle evidenze:
- la “spallata” non c’è stata, il governo resta in piedi e non si voterà in primavera per le politiche;
- Salvini incassa la sua prima sconfitta elettorale dal 2018 e vede incrinata la sua ledership carismatica;
- M5s e Forza Italia praticamente non esistono più;
- il blocco di centro destra esce sconfitto, ma non battuto definitivamente perché vince in Calabria e prende quasi il 45% dei voti nella regione roccaforte della sinistra, per cui è ancora un competitore temibile;
- le “sardine” sono state importanti, anche se probabilmente Bonaccini avrebbe vinto egualmente senza di loro, ma con uno scarto molto inferiore a questo 8%;
- la sinistra radicale è ridotta al lumicino non solo perché le tre liste minori (Potere al Popolo, Pci di Rizzo ecc.) prendono risultati infinitesimali, ma anche perché la sinistra più istituzionale, che appoggiava Bonaccini con la sigla Emilia Romagna coraggiosa, non fa nemmeno il 4%.
E veniamo ai presumibili effetti sulle diverse forze politiche:
Movimento 5 stelle: è la fine che avevo previsto sin dall’autunno del 2018 e le dimissioni di Di Maio non solo non hanno spostato niente in positivo ma hanno aggiunto confusione al casino. Ora, per le prossime regionali (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia) la scelta è partecipare o meno? Se si presentano prendono una sfilza di risultati sotto il 5% ed anche il residuo elettorato inizia a pensare che non vale la pena di votarli neppure alle politiche, se non si presentano, comunque escono dal radar degli elettori e alle politiche prenderanno pochissimo. Di Maio tutti i danni che poteva fare li ha fatti ed ora non c’è salvezza.
Lega: ha ancora una solida base elettorale, ma la sconfitta avrà riflessi psicologici non irrilevanti, inoltre ha di fronte un turno di regionali non proprio agevole: ragionevolmente vincerà in Veneto e Liguria, ma perderà in Toscana ed ha buone probabilità di perdere in Campania se il Pd farà l’accordo con De Magistris ed in Puglia dove Emiliano parte avvantaggiato. Unica partita contendibile quella delle Marche. Se finisse 4 a 2 o anche 3 pari ma con la Lega che vince in una sola delle grandi regioni (Veneto) mentre la sinistra vince in ben tre regioni maggiori (Campania, Toscana e Puglia) non sarebbe affatto un bilancio positivo. Ora è probabile che la Lega cercherà di cambiare strada, rinunciando a puntare sullo scenario nazionale, scegliendo candidati più consistenti dell’inesistente Borgonzoni e parlando di temi legati al territorio. Ma è più facile a dirsi che a farsi: in primo luogo perché devi trovare candidati ad hoc e non pare che la Lega ne abbia in Toscana e soprattutto Campania e Puglia. Poi devi avere alle spalle una storia di iniziative sul terreno locale che la Lega non ha, salvo che in Veneto (che infatti è la regione dove più sicuramente vincerà). Il rischio è quello di non guadagnare voti nell’elettorato più moderato ed attento alle questioni regionali e di perderne fra quelli che vogliono la Lega di lotta sul terreno nazionale.
Ma, soprattutto, la Lega deve attrezzarsi ad una traversata nel deserto di almeno un altro anno, sino alla primavera del 2021 se non di due, sino alla primavera 2022 ed i sondaggi fanno presto a squagliarsi.
Pd: è andato innegabilmente bene in Emilia e se l’è cavicchiata in Calabria, ma questo potrebbe indurlo facilmente in errore, sentendosi il perno del nuovo campo riformista, sottovalutando la possibilità che gli elettori abbiano dato quel voto come parcheggio momentaneo in attesa di meglio.
Zingaretti promette un partito completamente nuovo, staremo a vedere ma non ci sembra una cosa molto credibile. Di fatto in Emilia il Pd ha giocato la carta dell’usato sicuro, del buon governo locale ecc. ma queste sono cose che servono poco in una competizione nazionale.
Sardine: hanno avuto un buon successo anche se non strepitoso, si confermano sangue fresco per la sinistra, però ora devono dirci cosa vogliono fare da grandi. Sin qui ci hanno detto montalianamente “cosa non siamo, cosa non vogliano”. Molto bene, Montale ci è sempre piaciuto, ma adesso diteci qualcosa di più, esclusa (almeno per ora) la scelta di presentarsi direttamente alle elezioni, le scelte sono queste:
- restare movimento più o meno sommariamente organizzato con l’unica proiezione della mobilitazione di piazza;
- diventare movimento organizzato e qualificato da una serie di battaglie tematiche con queste possibili sotto scelte: entrare nel Pd e diventarne la componente movimentista, restare fuori dal Pd ma fiancheggiarlo come le Trade Union con il Labour Party, restare fuori e dare genericamente appoggio a tutte le forze del centro sinistra o solo ad alcune di esse.
Di fatto la prima soluzione è quella più debole: antisalvinismo e piazza vanno bene per i due mesi di una campagna elettorale ma, come insegnano le esperienze dei girotondi, della Pantera, dell’Onda ecc., non reggono oltre una manciata di settimane.
Per cui aspettiamo di vedere che decideranno di fare a Scampia. Degli altri parleremo in una prossima occasione.
Chiedo scusa per la lunga assenza dal blog, ma in altri tempi ero in grado di scrivere un libro e contemporaneamente scrivere il blog, ma adesso con i problemi di vista, faccio una cosa o l’altra, ma a breve tornerò.
Fonte
30/08/2019
Governo di svolta?
Governo di svolta...
In attesa della nascita del Governo Conte 2, che però, giura Zingaretti non sarà Conte Bis, e della pregiata lista dei nuovi titolari dei Dicasteri, sia consentito dire qualche parola, almeno per dare sfogo al disgusto, davanti a quanto sta accadendo nella torpida indifferenza del popolo italiano che si gode (si fa per dire) le ultime giornata agostane. Disgusto.
Un governo nato in modo anomalo 14 mesi or sono, dopo ben tre mesi di trattative, sulla base di un inedito "contratto"; una cosa mai vista nella storia repubblicana, per di più tra due forze che pur condividendo l’elettorato e una certa ispirazione genericamente populista avevano assai più elementi di dissidio che di concordanza. E come si era previsto, l’esperimento è fallito, non senza aver fatto molti danni.
Ricordiamo anche che prima dell’abbraccio mortale del M5S con la Lega di Salvini, una mezza trattativa era stata avviata con il PD, che fu bloccata da Matteo Renzi che oggi è stato il principale sponsor dell’accordo con i 5S: quel Renzi, che prima della batosta sul referendum del dicembre 2016, aveva garantito che si sarebbe ritirato dalla vita politica, con i suoi fedelissimi, a cominciare da Maria Elena Boschi. Quel Renzi che come il suo sodale Carlo Calenda sta in realtà lavorando per fondare un proprio partito, mentre il suo successore Zingaretti finge di non accorgersene. E lavora a un “governo di svolta”, con il probabile recupero di una parte dei precedenti ministri e dopo aver tuonato che mai il PD avrebbe accettato il ritorno di Giuseppe Conte alla Presidenza, ora afferma che in fondo si può fare basta che non sia un bis...
Ma i Cinque Stelle che in realtà sono il partito che più teme le elezioni (ne sarebbero distrutti) davanti alla mollezza inerte dell’interlocutore alzano la posta. Non basta il presidente, vogliono anche il vice, e Di Maio scalpita per mantenere quella posizione, magari da solo, non più a mezzadria con il mostro Salvini, e davanti al successo di questi che ha raccattato consensi con la sua volgarità mescolata alla sua ferocia, con il suo fare popolano rivestito di grottesca inflessibilità, il povero Di Maio addirittura ha pensato che la poltrona di ministro dell’Interno sarebbe la più utile a lui e al movimento di cui qualcuno lo ha nominato “capo politico” (se questo è il capo...).
Governo di svolta...
E intanto il prof. avv. Conte, il signor Nessuno dalle dubbie credenziali accademiche, uscito dal cilindro del cappellaio matto, che aveva dichiarato di non essere disponibile a proseguire questa avventura, che lui era semplicemente un professore in prestito alla politica, ora si avventa sulla ciambella, pronto ad addentarla e tenerla stretta per altri 3 anni e mezzo. Sostenuto anche da una parte degli ambienti “democratici” soltanto perché qualche giorno fa ha dato alcune sberle a Salvini, pur rivendicando il comune operato, cosa che peraltro non si stanca di fare Di Maio. Sberle date dopo aver sostenuto e firmato ogni nefandezza voluta da Salvini, dopo aver parlato sia pure con toni più morbidi la stessa lingua del suo vice, dopo aver piattamente eseguito tutto ciò che lui e Di Maio gli ordinavano.
Governo di svolta...
Ma come si può pensare un governo di svolta, o "del cambiamento" (ebbene sì abbiamo sentito anche questa espressione che fino all’altro ieri era sulla bocca della coppia Di Maio – Salvini!), con questi figuri? E su quale programma si potranno intendere PD e M5S? Non sta per nascere un altro ircocervo destinato alla paralisi o a fare sfracelli ignominiosi? Certo, ci liberiamo dell’orrido figuro, e non nascondo la gioia, specie davanti agli ultimi suoi atti, come l’ennesima bravata di dire no a chi chiede accoglienza. Quel figuro che non rinuncia, finalmente rientrato alla scrivania del ministero dove nessuno lo ha mai visto dopo il primo giorno del marzo ’18, non ha esitato, lui dimissionario, a firmare l’ennesimo osceno decreto di divieto di ingresso “nelle acque territoriali italiane”, a una nave di ONG, con un centinaio di donne bambini e uomini in cerca di salvezza (faccio notare tuttavia che il decreto è stato regolarmente controfirmato da due ministri 5S, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta, questa seconda in predicato di conservare la titolarità della Difesa nel governo di svolta...).
E intanto v’è chi ha avuto la faccia tosta di citare Marco Minniti come titolare dell’interno, Minniti che fece l’accordo con la Libia, fingendo di non sapere che cosa accadeva nei campi di accoglienza con i migranti che respingevamo in quel Paese, dopo aver contribuito in modo determinante a gettarlo nel caos, con l’aggressione militare del 2011, e l’uccisione proditoria di Gheddafi...
Governo di svolta...
Insomma, la toppa se non rischia di essere peggio del buco, certo difficilmente aprirà scenari progressivi. E davvero questo nascente governo, che per almeno metà sarà animato dagli stessi spiriti populisti ma nella sostanza antipopolari, potrà fare cose così diverse da quello precedente? Noi che non crediamo alla “svolta”, noi che non guardiamo con simpatia a nessuno di costoro, noi che riteniamo che il Partito Democratico abbia compiuto un altro passo verso il baratro, noi che pensiamo che la Costituzione, la grammatica istituzionale, la dialettica democratica, il buonsenso persino, indichino modi assai diversi di fare i governi...; noi, per quanto pochi (forse) e isolati (forse), per quanto ridotti all’angolo, e (forse) destinati a nuove sconfitte...; noi, pur rallegrandoci di non essere più sopraffatti d’ora in poi dalla infinita salvineide che ci ha ammorbato nei mesi scorsi (al mare, in caserma, tra croci e madonne, in pizzeria, tra cannoli e arancini, sui palchi di piazze ricolme di folle o forse no...); noi confessiamo tutto il nostro amaro sconforto, davanti alla annunciata soluzione della crisi. Davanti al “governo di svolta” che sta per nascere.
Eppure, è una promessa, noi non taceremo. Non ci accoderemo. Non batteremo le mani. Non brinderemo. Ma non taceremo. Sappiamo aspettare, sappiamo che la strada è lunga e in salita, ma sappiamo che dobbiamo percorrerla. E ciascuno dovrà fare la sua parte. Cercando nuove unità, non estemporanee, non di facciata, non di cartello elettorale. Ma di sostanza, fondate sui punti essenziali di un programma che voglia aiutare chi, tra un governo e il successivo, rimane comunque sotto, schiacciato, vilipeso. Un programma non genericamente per l’Italia, ma per l’Italia del 25 Aprile e del 2 Giugno, per l’Italia antifascista, che crede nella giustizia sociale, nei valori della cultura, nella solidarietà, nell’umanità. Un programma di tutela idrogeologica del territorio e di prevenzione antisismica. Un programma di salvaguardia ambientale, e paesaggistica; di economia "verde", di equità fiscale, di progresso civile, di lavoro per la gioventù, di aiuto alla ricerca scientifica e alla scuola (pubblica), un programma di difesa e rilancio del welfare, in particolare della sanità (pubblica), e del trasporto (pubblico). Un programma che denunci e rinunci ad ogni proclama inneggiante alle “grandi opere” e si concentri sulle “piccole opere”: le strade provinciali, gli edifici scolastici da mettere in sicurezza, gli argini dei fiumi, le ferrovie locali, gli ospedali cadenti..., e così via. Un programma che cominci almeno a riequilibrare la politica estera del nostro Paese, schiacciata dagli Stati Uniti (ricordiamo che Trump prontamente ha sostenuto con una ulteriore inaccettabile ingerenza Giuseppe Conte, come successore di se stesso), e incapace di cercare vie autonome di pensiero e di azione, anche all’interno di organizzazioni sovranazionali.
Angelo d'Orsi
(29 agosto 2019)
Fonte
In attesa della nascita del Governo Conte 2, che però, giura Zingaretti non sarà Conte Bis, e della pregiata lista dei nuovi titolari dei Dicasteri, sia consentito dire qualche parola, almeno per dare sfogo al disgusto, davanti a quanto sta accadendo nella torpida indifferenza del popolo italiano che si gode (si fa per dire) le ultime giornata agostane. Disgusto.
Un governo nato in modo anomalo 14 mesi or sono, dopo ben tre mesi di trattative, sulla base di un inedito "contratto"; una cosa mai vista nella storia repubblicana, per di più tra due forze che pur condividendo l’elettorato e una certa ispirazione genericamente populista avevano assai più elementi di dissidio che di concordanza. E come si era previsto, l’esperimento è fallito, non senza aver fatto molti danni.
Ricordiamo anche che prima dell’abbraccio mortale del M5S con la Lega di Salvini, una mezza trattativa era stata avviata con il PD, che fu bloccata da Matteo Renzi che oggi è stato il principale sponsor dell’accordo con i 5S: quel Renzi, che prima della batosta sul referendum del dicembre 2016, aveva garantito che si sarebbe ritirato dalla vita politica, con i suoi fedelissimi, a cominciare da Maria Elena Boschi. Quel Renzi che come il suo sodale Carlo Calenda sta in realtà lavorando per fondare un proprio partito, mentre il suo successore Zingaretti finge di non accorgersene. E lavora a un “governo di svolta”, con il probabile recupero di una parte dei precedenti ministri e dopo aver tuonato che mai il PD avrebbe accettato il ritorno di Giuseppe Conte alla Presidenza, ora afferma che in fondo si può fare basta che non sia un bis...
Ma i Cinque Stelle che in realtà sono il partito che più teme le elezioni (ne sarebbero distrutti) davanti alla mollezza inerte dell’interlocutore alzano la posta. Non basta il presidente, vogliono anche il vice, e Di Maio scalpita per mantenere quella posizione, magari da solo, non più a mezzadria con il mostro Salvini, e davanti al successo di questi che ha raccattato consensi con la sua volgarità mescolata alla sua ferocia, con il suo fare popolano rivestito di grottesca inflessibilità, il povero Di Maio addirittura ha pensato che la poltrona di ministro dell’Interno sarebbe la più utile a lui e al movimento di cui qualcuno lo ha nominato “capo politico” (se questo è il capo...).
Governo di svolta...
E intanto il prof. avv. Conte, il signor Nessuno dalle dubbie credenziali accademiche, uscito dal cilindro del cappellaio matto, che aveva dichiarato di non essere disponibile a proseguire questa avventura, che lui era semplicemente un professore in prestito alla politica, ora si avventa sulla ciambella, pronto ad addentarla e tenerla stretta per altri 3 anni e mezzo. Sostenuto anche da una parte degli ambienti “democratici” soltanto perché qualche giorno fa ha dato alcune sberle a Salvini, pur rivendicando il comune operato, cosa che peraltro non si stanca di fare Di Maio. Sberle date dopo aver sostenuto e firmato ogni nefandezza voluta da Salvini, dopo aver parlato sia pure con toni più morbidi la stessa lingua del suo vice, dopo aver piattamente eseguito tutto ciò che lui e Di Maio gli ordinavano.
Governo di svolta...
Ma come si può pensare un governo di svolta, o "del cambiamento" (ebbene sì abbiamo sentito anche questa espressione che fino all’altro ieri era sulla bocca della coppia Di Maio – Salvini!), con questi figuri? E su quale programma si potranno intendere PD e M5S? Non sta per nascere un altro ircocervo destinato alla paralisi o a fare sfracelli ignominiosi? Certo, ci liberiamo dell’orrido figuro, e non nascondo la gioia, specie davanti agli ultimi suoi atti, come l’ennesima bravata di dire no a chi chiede accoglienza. Quel figuro che non rinuncia, finalmente rientrato alla scrivania del ministero dove nessuno lo ha mai visto dopo il primo giorno del marzo ’18, non ha esitato, lui dimissionario, a firmare l’ennesimo osceno decreto di divieto di ingresso “nelle acque territoriali italiane”, a una nave di ONG, con un centinaio di donne bambini e uomini in cerca di salvezza (faccio notare tuttavia che il decreto è stato regolarmente controfirmato da due ministri 5S, Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta, questa seconda in predicato di conservare la titolarità della Difesa nel governo di svolta...).
E intanto v’è chi ha avuto la faccia tosta di citare Marco Minniti come titolare dell’interno, Minniti che fece l’accordo con la Libia, fingendo di non sapere che cosa accadeva nei campi di accoglienza con i migranti che respingevamo in quel Paese, dopo aver contribuito in modo determinante a gettarlo nel caos, con l’aggressione militare del 2011, e l’uccisione proditoria di Gheddafi...
Governo di svolta...
Insomma, la toppa se non rischia di essere peggio del buco, certo difficilmente aprirà scenari progressivi. E davvero questo nascente governo, che per almeno metà sarà animato dagli stessi spiriti populisti ma nella sostanza antipopolari, potrà fare cose così diverse da quello precedente? Noi che non crediamo alla “svolta”, noi che non guardiamo con simpatia a nessuno di costoro, noi che riteniamo che il Partito Democratico abbia compiuto un altro passo verso il baratro, noi che pensiamo che la Costituzione, la grammatica istituzionale, la dialettica democratica, il buonsenso persino, indichino modi assai diversi di fare i governi...; noi, per quanto pochi (forse) e isolati (forse), per quanto ridotti all’angolo, e (forse) destinati a nuove sconfitte...; noi, pur rallegrandoci di non essere più sopraffatti d’ora in poi dalla infinita salvineide che ci ha ammorbato nei mesi scorsi (al mare, in caserma, tra croci e madonne, in pizzeria, tra cannoli e arancini, sui palchi di piazze ricolme di folle o forse no...); noi confessiamo tutto il nostro amaro sconforto, davanti alla annunciata soluzione della crisi. Davanti al “governo di svolta” che sta per nascere.
Eppure, è una promessa, noi non taceremo. Non ci accoderemo. Non batteremo le mani. Non brinderemo. Ma non taceremo. Sappiamo aspettare, sappiamo che la strada è lunga e in salita, ma sappiamo che dobbiamo percorrerla. E ciascuno dovrà fare la sua parte. Cercando nuove unità, non estemporanee, non di facciata, non di cartello elettorale. Ma di sostanza, fondate sui punti essenziali di un programma che voglia aiutare chi, tra un governo e il successivo, rimane comunque sotto, schiacciato, vilipeso. Un programma non genericamente per l’Italia, ma per l’Italia del 25 Aprile e del 2 Giugno, per l’Italia antifascista, che crede nella giustizia sociale, nei valori della cultura, nella solidarietà, nell’umanità. Un programma di tutela idrogeologica del territorio e di prevenzione antisismica. Un programma di salvaguardia ambientale, e paesaggistica; di economia "verde", di equità fiscale, di progresso civile, di lavoro per la gioventù, di aiuto alla ricerca scientifica e alla scuola (pubblica), un programma di difesa e rilancio del welfare, in particolare della sanità (pubblica), e del trasporto (pubblico). Un programma che denunci e rinunci ad ogni proclama inneggiante alle “grandi opere” e si concentri sulle “piccole opere”: le strade provinciali, gli edifici scolastici da mettere in sicurezza, gli argini dei fiumi, le ferrovie locali, gli ospedali cadenti..., e così via. Un programma che cominci almeno a riequilibrare la politica estera del nostro Paese, schiacciata dagli Stati Uniti (ricordiamo che Trump prontamente ha sostenuto con una ulteriore inaccettabile ingerenza Giuseppe Conte, come successore di se stesso), e incapace di cercare vie autonome di pensiero e di azione, anche all’interno di organizzazioni sovranazionali.
Angelo d'Orsi
(29 agosto 2019)
Fonte
No al biscontismo ultima variante del trasformismo
Siamo di fronte a piccoli personaggi frutto della selezione a rovescio della classe politica, prodotta dalla caduta delle alternative vere, non ci sono più destra e sinistra; da sistemi elettorali maggioritari che trasformano le minoranze in grandi maggioranze vuote; e poi della selezione mediatica, di cui il social è oramai una variante.
Il risultato sono leader che si gonfiano e si sgonfiano velocemente ed il cui principio guida è quello sarcasticamente sintetizzato da una battuta di Groucho Marx: questi sono i miei principi, non vanno bene? Ne ho degli altri.
Il governo Bisconte nasce con un presidente del consiglio che aveva definito il governo gialloverde la rappresentanza politica della voglia di cambiamento degli italiani e che ora guida una maggioranza politica opposta. Salvini, che piangerà nella sua stanzetta da bulletto pauroso quale è, prima ha messo in crisi il governo, poi non si è dimesso e ha addirittura proposto di continuare affidando ai Cinquestelle la presidenza.
Delle giravolte di Di Maio per ragioni di spazio ricordiamo solo l’ultima: mai col partito di Bibbiano.
Zingaretti a sua volta ha dovuto rovesciare la posizione che aveva concordato con Salvini: elezioni subito. Non solo ha dovuto smentire questa sua irrinunciabile scelta, ma anche quella successiva: no al Conte bis. E lo ha dovuto fare perché Renzi, che nel passato aveva minacciato la scissione se il PD si fosse alleato con il M5S, ora la minacciava se non avessero governato assieme.
Lasciamo perdere i cespugli parlamentari da LeU a +Europa, mostratisi appunto come puri cespugli.
E i programmi? La sola cosa chiara è che i Cinquestelle hanno votato il Decreto Sicurezza bis con la Lega, che a sua volta con il PD ha votato il TAV e condivide l’autonomia differenziata. Alla fine i tre partiti che litigano sul governo hanno il 99% dei programmi in comune.
Questo governo nasce con la benedizione di Trump e Ursula von der Leyen, della Confindustria che vuole soldi, di Grillo che vuole i tecnici e di Landini che chiede il ritorno al consociativismo sindacale. E i mercati festeggiano e comandano.
Tutto ciò garantisce un governo di pura continuità con tutti i governi passati, compreso l’ultimo. E la soddisfazione,che in molti abbiamo provato, per la pessima figura di Salvini politicamente non vuol dire nulla. Anzi va tenuta nello stesso conto di quella di un tifoso che gioisca per la sconfitta di una squadra antipatica, mentre la propria va in serie B.
Non c’è nulla di consolatorio nel governo BisConte, che anzi annuncia un nuovo degrado della politica italiana: il biscontismo, ultima versione del trasformismo. Di un trasformismo che annuncia la fine del conflitto tra destra e sinistra, perché in realtà tutto il confronto politico ufficiale avviene tra diverse versioni della destra.
Ciò che è difficile ma indispensabile oggi, è costruire una alternativa e una rottura con tutto questo, sul piano sociale, economico, politico e anche culturale. Questo il compito di chi non si rassegna che, agli anni della disastrosa alternanza tra Prodi e Berlusconi, seguano quelli in peggio tra Conte e Salvini. Dobbiamo fermare il degrado risalendo e affrontando le sue cause.
Fonte
Il risultato sono leader che si gonfiano e si sgonfiano velocemente ed il cui principio guida è quello sarcasticamente sintetizzato da una battuta di Groucho Marx: questi sono i miei principi, non vanno bene? Ne ho degli altri.
Il governo Bisconte nasce con un presidente del consiglio che aveva definito il governo gialloverde la rappresentanza politica della voglia di cambiamento degli italiani e che ora guida una maggioranza politica opposta. Salvini, che piangerà nella sua stanzetta da bulletto pauroso quale è, prima ha messo in crisi il governo, poi non si è dimesso e ha addirittura proposto di continuare affidando ai Cinquestelle la presidenza.
Delle giravolte di Di Maio per ragioni di spazio ricordiamo solo l’ultima: mai col partito di Bibbiano.
Zingaretti a sua volta ha dovuto rovesciare la posizione che aveva concordato con Salvini: elezioni subito. Non solo ha dovuto smentire questa sua irrinunciabile scelta, ma anche quella successiva: no al Conte bis. E lo ha dovuto fare perché Renzi, che nel passato aveva minacciato la scissione se il PD si fosse alleato con il M5S, ora la minacciava se non avessero governato assieme.
Lasciamo perdere i cespugli parlamentari da LeU a +Europa, mostratisi appunto come puri cespugli.
E i programmi? La sola cosa chiara è che i Cinquestelle hanno votato il Decreto Sicurezza bis con la Lega, che a sua volta con il PD ha votato il TAV e condivide l’autonomia differenziata. Alla fine i tre partiti che litigano sul governo hanno il 99% dei programmi in comune.
Questo governo nasce con la benedizione di Trump e Ursula von der Leyen, della Confindustria che vuole soldi, di Grillo che vuole i tecnici e di Landini che chiede il ritorno al consociativismo sindacale. E i mercati festeggiano e comandano.
Tutto ciò garantisce un governo di pura continuità con tutti i governi passati, compreso l’ultimo. E la soddisfazione,che in molti abbiamo provato, per la pessima figura di Salvini politicamente non vuol dire nulla. Anzi va tenuta nello stesso conto di quella di un tifoso che gioisca per la sconfitta di una squadra antipatica, mentre la propria va in serie B.
Non c’è nulla di consolatorio nel governo BisConte, che anzi annuncia un nuovo degrado della politica italiana: il biscontismo, ultima versione del trasformismo. Di un trasformismo che annuncia la fine del conflitto tra destra e sinistra, perché in realtà tutto il confronto politico ufficiale avviene tra diverse versioni della destra.
Ciò che è difficile ma indispensabile oggi, è costruire una alternativa e una rottura con tutto questo, sul piano sociale, economico, politico e anche culturale. Questo il compito di chi non si rassegna che, agli anni della disastrosa alternanza tra Prodi e Berlusconi, seguano quelli in peggio tra Conte e Salvini. Dobbiamo fermare il degrado risalendo e affrontando le sue cause.
Fonte
Etichette:
Classe dirigente,
Degrado,
Giorgio Cremaschi,
Governo Conte 2,
Italia,
Lega,
Luigi Di Maio,
M5S,
Matteo Renzi,
Matteo Salvini,
Nicola Zingaretti,
PD,
Politica,
Trasformismo
22/08/2019
L’incubo della “manovra”, ma con qualche differenza...
Fuori dalla miseria delle dichiarazioni politiche, quale manovra di bilancio dovrà affrontare il prossimo governicchio semi-tecnico e “di alto profilo”?
Da mesi gli esperti vicini a Bruxelles (per esempio: Mario Monti) parlano di “tante lacrime e molto sangue”. E certo non sarà una passeggiata di salute per lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, utenti della sanità pubblica.
Ma – nella tragedia sociale – le ipotesi in campo possono essere molto diverse per dimensioni, estensioni, durata.
Sappiamo che il Peracottaro Padano aveva buttato lì l’idea di una manovra da 50 miliardi per tenere insieme l’ennesima sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, la flat tax (che implicava necessariamente una forte riduzione delle entrate fiscali) e altre misure per regalare soldi alle imprese, soprattutto del Nord.
Difficile, con certe cifre e con un’impronta fintamente “anti-europea”, trovare accoglienza favorevole tra i “revisori dei conti pubblici” della Commissione.
Un esecutivo invece pienamente allineato con le direttive di Bruxelles ha sicuramente qualche margine di flessibilità in più, specie se i numeri da far quadrare sono quasi la metà. Non a caso è la prima delle “cinque condizioni” poste da Zingaretti per la trattativa con i Cinque Stelle.
Una manovra da 30 miliardi è comunque molto pesante, ma meno di quanto si possa pensare. La posta più grossa è per congelare l’Iva: 27,6 miliardi, già quantificati dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che comprendono i 23,1 miliardi per Iva e accise e altri 3-4 per il finanziamento delle spese indifferibili. Su questo fronte, Tria ha preparato un piano piuttosto articolato, che potrebbe essere ripreso ed aggiornato dal prossimo ministro dell’economia (se sarà un altro).
Le “coperture” in questo caso arriverebbero dai “risparmi” relativi a reddito di cittadinanza e quota 100, che nella pratica sono stati appannaggio di una platea molto inferiore a quella stimata (come del resto noi di Contropiano avevamo spiegato ancor prima che venissero approvati quei decreti). Si tratta, a consuntivo, di quasi 3 miliardi, cui vanno aggiunte le maggiori entrate Iva derivanti dagli effetti dell’introduzione della fatturazione elettronica, che ha colpito parte dell’evasione su questa imposta.
Come sempre, altri “risparmi” verrebbero dalla riduzione della spesa pubblica corrente per sanità, istruzione, welfare e pensioni. Ma nessuno prova per ora a quantificarle.
L’eventuale ammanco per raggiungere i 30 miliardi richiederebbe appunto una richiesta di maggiore “flessibilità” da parte della Ue (la Commissione al momento non è ancora stata formata). E la congiuntura economica pesantemente negativa, a partire dalla recessione tedesca e dalle incertezze sugli effetti sistemici della Brexit, costringe comunque anche i cerberi di Bruxelles a limitare, per il momento, gli interventi più pesanti sulla terza economia del continente. Aggiungere altra benzina sul fuoco sarebbe controproducente, specie davanti a un governo più “allineato”.
Esiste poi l’ipotesi di un governo di breve durata, che pensi soltanto a presentare la manovra e poi andare ad elezioni anticipate (dipende dal grado di serietà dell’accordo tra Pd e Cinque Stelle). In questo caso, la sterilizzazione dell’Iva potrebbe essere limitata a soli 4 mesi (il tempo necessario a indire elezioni e far formare un nuovo governo), e dunque le risorse necessarie per questo capitolo sarebbero limitate a circa 8 miliardi.
Poi, se la vede chi vince la lotteria delle urne…
Fonte
Da mesi gli esperti vicini a Bruxelles (per esempio: Mario Monti) parlano di “tante lacrime e molto sangue”. E certo non sarà una passeggiata di salute per lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, utenti della sanità pubblica.
Ma – nella tragedia sociale – le ipotesi in campo possono essere molto diverse per dimensioni, estensioni, durata.
Sappiamo che il Peracottaro Padano aveva buttato lì l’idea di una manovra da 50 miliardi per tenere insieme l’ennesima sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, la flat tax (che implicava necessariamente una forte riduzione delle entrate fiscali) e altre misure per regalare soldi alle imprese, soprattutto del Nord.
Difficile, con certe cifre e con un’impronta fintamente “anti-europea”, trovare accoglienza favorevole tra i “revisori dei conti pubblici” della Commissione.
Un esecutivo invece pienamente allineato con le direttive di Bruxelles ha sicuramente qualche margine di flessibilità in più, specie se i numeri da far quadrare sono quasi la metà. Non a caso è la prima delle “cinque condizioni” poste da Zingaretti per la trattativa con i Cinque Stelle.
Una manovra da 30 miliardi è comunque molto pesante, ma meno di quanto si possa pensare. La posta più grossa è per congelare l’Iva: 27,6 miliardi, già quantificati dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che comprendono i 23,1 miliardi per Iva e accise e altri 3-4 per il finanziamento delle spese indifferibili. Su questo fronte, Tria ha preparato un piano piuttosto articolato, che potrebbe essere ripreso ed aggiornato dal prossimo ministro dell’economia (se sarà un altro).
Le “coperture” in questo caso arriverebbero dai “risparmi” relativi a reddito di cittadinanza e quota 100, che nella pratica sono stati appannaggio di una platea molto inferiore a quella stimata (come del resto noi di Contropiano avevamo spiegato ancor prima che venissero approvati quei decreti). Si tratta, a consuntivo, di quasi 3 miliardi, cui vanno aggiunte le maggiori entrate Iva derivanti dagli effetti dell’introduzione della fatturazione elettronica, che ha colpito parte dell’evasione su questa imposta.
Come sempre, altri “risparmi” verrebbero dalla riduzione della spesa pubblica corrente per sanità, istruzione, welfare e pensioni. Ma nessuno prova per ora a quantificarle.
L’eventuale ammanco per raggiungere i 30 miliardi richiederebbe appunto una richiesta di maggiore “flessibilità” da parte della Ue (la Commissione al momento non è ancora stata formata). E la congiuntura economica pesantemente negativa, a partire dalla recessione tedesca e dalle incertezze sugli effetti sistemici della Brexit, costringe comunque anche i cerberi di Bruxelles a limitare, per il momento, gli interventi più pesanti sulla terza economia del continente. Aggiungere altra benzina sul fuoco sarebbe controproducente, specie davanti a un governo più “allineato”.
Esiste poi l’ipotesi di un governo di breve durata, che pensi soltanto a presentare la manovra e poi andare ad elezioni anticipate (dipende dal grado di serietà dell’accordo tra Pd e Cinque Stelle). In questo caso, la sterilizzazione dell’Iva potrebbe essere limitata a soli 4 mesi (il tempo necessario a indire elezioni e far formare un nuovo governo), e dunque le risorse necessarie per questo capitolo sarebbero limitate a circa 8 miliardi.
Poi, se la vede chi vince la lotteria delle urne…
Fonte
Il governo possibile? Già si presenta male
“Il problema non è l’esercizio provvisorio, ma la manovra mostruosa che abbiamo davanti” e che ammonta ad almeno 23 miliardi. “Togliamoci dalla testa che trovare 23 miliardi sia facile per questo la manovra è il primo punto del confronto”. Ad affermarlo è il segretario del Pd Nicola Zingaretti al termine della riunione della direzione del partito nella quale è stato dato semaforo verde alla possibilità di proseguire la legislatura ma con una maggioranza diversa da quella M5S/Lega.
Il segretario del Pd ci ha tenuto a precisare che “Un eventuale nuovo governo deve essere “di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”.
Ma quali sarebbero secondo Zingaretti gli elementi di svolta? E qui, dietro le rassicuranti parole di circostanza, vengono i dolori: “Appartenenza leale all’Unione Europea; pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del parlamento; sviluppo basto sulla sostenibilità ambientale; cambio nella gestione di flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa; svolta delle ricette economiche e sociale, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti”.
Fin qui tutto bene si potrebbe dire, il problema come al solito non è la caduta ma l’atterraggio. Il primo punto di svolta, infatti, contraddice almeno tre degli altri. Tranne che sulla gestione dei flussi migratori, su democrazia rappresentativa, sostenibilità ambientale e ricette economiche che consentano redistribuzione e investimenti, Zingaretti sa bene che l’obbedienza ai diktat dell’Unione Europea non consentirà di farli. E negare questa cosa solo perché la dice anche Salvini è una idiozia. Inoltre, secondo alcune indiscrezioni apparse su L’Avvenire, nei giorni scorsi un primo abboccamento Pd/M5S su un possibile programma di governo comune, vedeva l’eliminazione di Quota 100 al primo posto. Analoga sorte, ma questo sarebbe salutare, toccherebbe alla follia della Flat Tax, mentre ci sarebbero aperture sul salario minimo.
Il problema però è esattamente quello che Zingaretti ha affermato in premessa. Repetita juvant: “Il problema non è l’esercizio provvisorio, ma la manovra mostruosa che abbiamo davanti che ammonta ad almeno 23 miliardi. Togliamoci dalla testa che trovare 23 miliardi sia facile”.
Torniamo dunque al nodo gordiano che non è stato neanche intaccato dalle rodomontate di Salvini o dalle misure del M5S e che, anzi, è stato stretto ancora più fortemente dai professori del “partito del Quirinale” (Conte, Tria, Moavero, Trenta) dentro l’ex governo gialloverde: il rispetto dei vincoli imposti dal pareggio di bilancio e dai diktat della Commissione europea, non consentono di fare politiche espansive su redditi, welfare, investimenti, domanda interna. Lo possono fare, e lo stanno facendo, solo Germania e Francia perché loro sono al posto di comando. Se non si rompe questo vincolo e si taglia questo nodo, ogni governo non potrà che essere uguale o peggiore di quello precedente.
Fonte
Il segretario del Pd ci ha tenuto a precisare che “Un eventuale nuovo governo deve essere “di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”.
Ma quali sarebbero secondo Zingaretti gli elementi di svolta? E qui, dietro le rassicuranti parole di circostanza, vengono i dolori: “Appartenenza leale all’Unione Europea; pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del parlamento; sviluppo basto sulla sostenibilità ambientale; cambio nella gestione di flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa; svolta delle ricette economiche e sociale, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti”.
Fin qui tutto bene si potrebbe dire, il problema come al solito non è la caduta ma l’atterraggio. Il primo punto di svolta, infatti, contraddice almeno tre degli altri. Tranne che sulla gestione dei flussi migratori, su democrazia rappresentativa, sostenibilità ambientale e ricette economiche che consentano redistribuzione e investimenti, Zingaretti sa bene che l’obbedienza ai diktat dell’Unione Europea non consentirà di farli. E negare questa cosa solo perché la dice anche Salvini è una idiozia. Inoltre, secondo alcune indiscrezioni apparse su L’Avvenire, nei giorni scorsi un primo abboccamento Pd/M5S su un possibile programma di governo comune, vedeva l’eliminazione di Quota 100 al primo posto. Analoga sorte, ma questo sarebbe salutare, toccherebbe alla follia della Flat Tax, mentre ci sarebbero aperture sul salario minimo.
Il problema però è esattamente quello che Zingaretti ha affermato in premessa. Repetita juvant: “Il problema non è l’esercizio provvisorio, ma la manovra mostruosa che abbiamo davanti che ammonta ad almeno 23 miliardi. Togliamoci dalla testa che trovare 23 miliardi sia facile”.
Torniamo dunque al nodo gordiano che non è stato neanche intaccato dalle rodomontate di Salvini o dalle misure del M5S e che, anzi, è stato stretto ancora più fortemente dai professori del “partito del Quirinale” (Conte, Tria, Moavero, Trenta) dentro l’ex governo gialloverde: il rispetto dei vincoli imposti dal pareggio di bilancio e dai diktat della Commissione europea, non consentono di fare politiche espansive su redditi, welfare, investimenti, domanda interna. Lo possono fare, e lo stanno facendo, solo Germania e Francia perché loro sono al posto di comando. Se non si rompe questo vincolo e si taglia questo nodo, ogni governo non potrà che essere uguale o peggiore di quello precedente.
Fonte
20/08/2019
Conte la dice tutta e si dimette. I due Mattei straparlano
L’unica cosa chiara, esposta anche in modo onorevole, sono le dimissioni di Giuseppe Conte, e quindi del governo. Il resto è nella mani del signore delle tenebre.
L’attesa per le “comunicazioni del presidente del consiglio” era probabilmente anche esagerata, ma in qualche modo incentivata da un percorso istituzionale fuori da ogni precedente ed esperienza, anche per un paese che è passato per impicci immondi (l’asse Dc-Pci, il Craxi-Forlani-Andreotti, gli anni di Berlusconi, le miserie dell’Ulivo, l’invasione della Ue con il governo Monti, la staffetta Letta-Renzi e infine il pastrocchio gialloverde).
E invece abbiamo visto un professore che ha provato a fare lo statista senza averne probabilmente la statura e sicuramente non “la gavetta” necessaria. Giuseppe Conte ha però giganteggiato rispetto a Salvini e Renzi – almeno agli occhi di chi comprende la complessità e le responsabilità dei meccanismi istituzionali – interpretando onestamente la parte che la Storia gli aveva affidato.
L’attacco a Salvini è stato perciò serio, puntuale documentato, articolato, senza dimenticare quasi nulla di rilevante nelle cazzate commesse da Mr. Mojito in veste di ministro dell’inferno. Gli ha rimproverato tutto, dal Russiagate allo sventolamento del rosario, dalle invasioni di campo in altri ministeri, fino al tentativo di “capitalizzare” il consenso a fini personali e di partito. Un discorso senza sconti.
Appena sporcato – è il caso di notarlo – dalla lunga seconda parte di discorso dedicata a “quel che si dovrebbe fare per l’Italia” che è suonato come un “se volete, posso restare premier di un altro governo...”
Definitivo, si sarebbe potuto dire, se questo paese avesse un’opinione pubblica costruita secondo gli standard della democrazia liberale.
Sappiamo tutti che così non è e dunque la partita che si è aperta anche formalmente in queste ore può avere qualsiasi esito.
Salvini e Renzi, parlando uno dopo l’altro, hanno messo in evidenza che nella classe politica “emergente” o emersa nell’ultimo decennio non esiste alcuna considerazione per la cornice costituzionale. Espressioni identiche degli stessi gruppi di interesse – più massonico-bancari quelli dietro il guitto di Rignano, più piccola-media impresa contoterzista alle spalle del Truce – hanno recitato esattamente la parte che è stata da tempo assegnata loro.
Salvini nelle vesti del tribuno di una parte di popolo corrotto ed egoista, ansioso contemporaneamente di avere un “capo forte” e di poter fare i propri affari senza rispettare alcuna regola, razzista e bigotto (con le scelte di vita altrui), confuso e voglioso di non sapere nulla per poter restare chiuso nel proprio orto.
Un discorso identico a quello che gli abbiamo sentito fare sulle spiagge estive, ma imbolsito, vuoto di contenuti (“tutto chiacchiere e distintivo”...), spesso confusionario, fatto manifestamente a favore delle telecamere e non dell’aula. In certi momenti era quasi palese che si rende conto di aver sbagliato parecchi calcoli.
E l’altro Matteo, specularmente, a recitare la finta parte del “progressismo”, limitato quasi soltanto alle modalità di gestione dell’immigrazione (dimenticando gli orrori di Minniti, con lui premier) e alla doppia fedeltà, verso la Nato e l’Unione Europea.
Fin troppo evidente questo “offrire” l’un l’altro esattamente l’immagine che serve per proseguire nella “comunicazione” stantia delle rispettive sponde.
Una nota di ridicolo, però, Salvini ha voluto lasciarla in sovrappiù, quando – andando verso le conclusioni – ha provato a riaprire la porta ad un proseguimento impensabile di questo governo_ “votiamo la riduzione dei parlamentari”, addirittura “facciamo una manovra finanziaria coraggiosa”, restando ovviamente ministro...
In generale, e in attesa delle mosse successive – terminato il dibattito in Senato, Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni e far partire le consultazioni del Presidente della Repubblica – abbiamo avuto la fotografia della contrapposizione tra un modo di interpretare “classicamente” la funzione istituzionale e un magma incomposto che di quell’architettura se ne frega e non vede l’ora di distruggerla. Renzi, è bene ricordarlo sempre, aveva fatto scrivere una “riforma costituzionale” – poi bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016 – che seguiva passo passo il “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.
Non è più il tempo delle certezze sull’immediato futuro istituzionale. L’unica certezza viene non a caso dai “vincoli esterni” – Nato ed Unione Europea – e ne vedremo gli effetti nelle mosse che Sergio Mattarella sarà costretto a fare.
P.s. A completare il quadro essenziale, c’è da segnalare la sortita extraparlamentare di Nicola Zingaretti, segretario del Pd ma soltanto presidente della Regione Lazio, che ha provato a indebolire la conquista della scena televisiva da parte di Matteo Renzi (che spinge quasi apertamente per un Conte-bis...) diramando una nota che suona come uno stop per tenere in mano (almeno) le redini del Pd.
“Tutto quanto detto sul ministro Salvini questo pomeriggio dal presidente Conte non può che essere condiviso. Ma attenzione anche ai rischi di autoassoluzione. In questi 15 mesi è stato il presidente del Consiglio, anche del ministro Salvini, e se tante cose denunciate sono vere perché ha atteso la sfiducia per denunciarle?”.
Fonte
L’attesa per le “comunicazioni del presidente del consiglio” era probabilmente anche esagerata, ma in qualche modo incentivata da un percorso istituzionale fuori da ogni precedente ed esperienza, anche per un paese che è passato per impicci immondi (l’asse Dc-Pci, il Craxi-Forlani-Andreotti, gli anni di Berlusconi, le miserie dell’Ulivo, l’invasione della Ue con il governo Monti, la staffetta Letta-Renzi e infine il pastrocchio gialloverde).
E invece abbiamo visto un professore che ha provato a fare lo statista senza averne probabilmente la statura e sicuramente non “la gavetta” necessaria. Giuseppe Conte ha però giganteggiato rispetto a Salvini e Renzi – almeno agli occhi di chi comprende la complessità e le responsabilità dei meccanismi istituzionali – interpretando onestamente la parte che la Storia gli aveva affidato.
L’attacco a Salvini è stato perciò serio, puntuale documentato, articolato, senza dimenticare quasi nulla di rilevante nelle cazzate commesse da Mr. Mojito in veste di ministro dell’inferno. Gli ha rimproverato tutto, dal Russiagate allo sventolamento del rosario, dalle invasioni di campo in altri ministeri, fino al tentativo di “capitalizzare” il consenso a fini personali e di partito. Un discorso senza sconti.
Appena sporcato – è il caso di notarlo – dalla lunga seconda parte di discorso dedicata a “quel che si dovrebbe fare per l’Italia” che è suonato come un “se volete, posso restare premier di un altro governo...”
Definitivo, si sarebbe potuto dire, se questo paese avesse un’opinione pubblica costruita secondo gli standard della democrazia liberale.
Sappiamo tutti che così non è e dunque la partita che si è aperta anche formalmente in queste ore può avere qualsiasi esito.
Salvini e Renzi, parlando uno dopo l’altro, hanno messo in evidenza che nella classe politica “emergente” o emersa nell’ultimo decennio non esiste alcuna considerazione per la cornice costituzionale. Espressioni identiche degli stessi gruppi di interesse – più massonico-bancari quelli dietro il guitto di Rignano, più piccola-media impresa contoterzista alle spalle del Truce – hanno recitato esattamente la parte che è stata da tempo assegnata loro.
Salvini nelle vesti del tribuno di una parte di popolo corrotto ed egoista, ansioso contemporaneamente di avere un “capo forte” e di poter fare i propri affari senza rispettare alcuna regola, razzista e bigotto (con le scelte di vita altrui), confuso e voglioso di non sapere nulla per poter restare chiuso nel proprio orto.
Un discorso identico a quello che gli abbiamo sentito fare sulle spiagge estive, ma imbolsito, vuoto di contenuti (“tutto chiacchiere e distintivo”...), spesso confusionario, fatto manifestamente a favore delle telecamere e non dell’aula. In certi momenti era quasi palese che si rende conto di aver sbagliato parecchi calcoli.
E l’altro Matteo, specularmente, a recitare la finta parte del “progressismo”, limitato quasi soltanto alle modalità di gestione dell’immigrazione (dimenticando gli orrori di Minniti, con lui premier) e alla doppia fedeltà, verso la Nato e l’Unione Europea.
Fin troppo evidente questo “offrire” l’un l’altro esattamente l’immagine che serve per proseguire nella “comunicazione” stantia delle rispettive sponde.
Una nota di ridicolo, però, Salvini ha voluto lasciarla in sovrappiù, quando – andando verso le conclusioni – ha provato a riaprire la porta ad un proseguimento impensabile di questo governo_ “votiamo la riduzione dei parlamentari”, addirittura “facciamo una manovra finanziaria coraggiosa”, restando ovviamente ministro...
In generale, e in attesa delle mosse successive – terminato il dibattito in Senato, Conte salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni e far partire le consultazioni del Presidente della Repubblica – abbiamo avuto la fotografia della contrapposizione tra un modo di interpretare “classicamente” la funzione istituzionale e un magma incomposto che di quell’architettura se ne frega e non vede l’ora di distruggerla. Renzi, è bene ricordarlo sempre, aveva fatto scrivere una “riforma costituzionale” – poi bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016 – che seguiva passo passo il “piano di rinascita nazionale” del piduista Licio Gelli.
Non è più il tempo delle certezze sull’immediato futuro istituzionale. L’unica certezza viene non a caso dai “vincoli esterni” – Nato ed Unione Europea – e ne vedremo gli effetti nelle mosse che Sergio Mattarella sarà costretto a fare.
P.s. A completare il quadro essenziale, c’è da segnalare la sortita extraparlamentare di Nicola Zingaretti, segretario del Pd ma soltanto presidente della Regione Lazio, che ha provato a indebolire la conquista della scena televisiva da parte di Matteo Renzi (che spinge quasi apertamente per un Conte-bis...) diramando una nota che suona come uno stop per tenere in mano (almeno) le redini del Pd.
“Tutto quanto detto sul ministro Salvini questo pomeriggio dal presidente Conte non può che essere condiviso. Ma attenzione anche ai rischi di autoassoluzione. In questi 15 mesi è stato il presidente del Consiglio, anche del ministro Salvini, e se tante cose denunciate sono vere perché ha atteso la sfiducia per denunciarle?”.
Fonte
14/07/2019
Il furbastro, il fanatico, il fedele
Il Russiagate in salsa lumbard è profondamente ridicolo, ma rivela una realtà tragica.
Ridicolo è Salvini, capitato in un gioco molto più grande delle sue piccole dimensioni. Ora il leader della Lega si comporta come uno Scaiola qualunque, tutto è a sua insaputa.
Sarà la magistratura ad accertare se son girati davvero soldi, o se i pataccari della Lega Lombarda abbiano cercato solo di millantarsi con Putin.
Il fatto vero è che questo scandalo esplode proprio appena dopo che Salvini si era recato a Washington, per giurare al vicepresidente Pence, a destra di Trump, obbedienza su tutti fronti nei quali gli USA sono in conflitto con la Russia. Comprese quelle sanzioni che il leader della Lega aveva solennemente dichiarato di voler togliere appena giunto al governo e che poi ha confermato per due volte.
Nella politica italiana di oggi la cialtroneria per un po’ paga, in quella internazionale mai. Salvini ha fatto il bullo furbastro con Putin e Trump quasi contemporaneamente. Non si fa; e c’è solo da chiedersi se siano stati gli USA a far esplodere lo scandalo per mettere alla prova il nuovo burattino, o se sia la Russia a voler liquidare chi ha accreditato decisioni e potere che non aveva a disposizione.
Mentre Salvini sprofonda in un ridicolo dai cui danni lo salva solo il degrado attuale della politica italiana, i suoi principali competitori non sono da meno.
Zingaretti ha scritto un commento che è una pura supercazzola. Tra disintegrazione della UE e multilateralismo di non si sa chi, il segretario del PD però una cosa la dice con chiarezza: viva gli USA, viva la NATO.
Zingaretti si mostra un fanatico del partito americano come una volta i socialdemocratici del PSDI, tra i quali quell’Antonio Cariglia a cui il leader del PD fisicamente un poco somiglia e che il grande Fortebraccio definiva con la fronte inutilmente spaziosa.
Di Maio infine ha detto poco, per non rischiare qualche problema ad un governo cui è attaccato come una cozza. Per altro da almeno due anni il leader cinquestelle ha proclamato la propria FEDELTÀ agli USA. Sì, proprio fedeltà è la parola usata dal vicepremier, che così ha voluto scavalcare tutti gli altri leader nella gara a chi più accontenta il padrone americano.
Siamo euroatlantici ha poi più volte aggiunto Di Maio, rispolverando un termine della guerra fredda.
Insomma i tre principali leader politici italiani – il furbastro, il fanatico, il fedele – sono tre servi degli USA che non riescono a non essere ridicoli nella loro gara di servitù.
E questo è l’aspetto tragico per un paese i cui leader principali all’estero sono valutati con una quarta F, quella dei fessi.
Fonte
Ridicolo è Salvini, capitato in un gioco molto più grande delle sue piccole dimensioni. Ora il leader della Lega si comporta come uno Scaiola qualunque, tutto è a sua insaputa.
Sarà la magistratura ad accertare se son girati davvero soldi, o se i pataccari della Lega Lombarda abbiano cercato solo di millantarsi con Putin.
Il fatto vero è che questo scandalo esplode proprio appena dopo che Salvini si era recato a Washington, per giurare al vicepresidente Pence, a destra di Trump, obbedienza su tutti fronti nei quali gli USA sono in conflitto con la Russia. Comprese quelle sanzioni che il leader della Lega aveva solennemente dichiarato di voler togliere appena giunto al governo e che poi ha confermato per due volte.
Nella politica italiana di oggi la cialtroneria per un po’ paga, in quella internazionale mai. Salvini ha fatto il bullo furbastro con Putin e Trump quasi contemporaneamente. Non si fa; e c’è solo da chiedersi se siano stati gli USA a far esplodere lo scandalo per mettere alla prova il nuovo burattino, o se sia la Russia a voler liquidare chi ha accreditato decisioni e potere che non aveva a disposizione.
Mentre Salvini sprofonda in un ridicolo dai cui danni lo salva solo il degrado attuale della politica italiana, i suoi principali competitori non sono da meno.
Zingaretti ha scritto un commento che è una pura supercazzola. Tra disintegrazione della UE e multilateralismo di non si sa chi, il segretario del PD però una cosa la dice con chiarezza: viva gli USA, viva la NATO.
Zingaretti si mostra un fanatico del partito americano come una volta i socialdemocratici del PSDI, tra i quali quell’Antonio Cariglia a cui il leader del PD fisicamente un poco somiglia e che il grande Fortebraccio definiva con la fronte inutilmente spaziosa.
Di Maio infine ha detto poco, per non rischiare qualche problema ad un governo cui è attaccato come una cozza. Per altro da almeno due anni il leader cinquestelle ha proclamato la propria FEDELTÀ agli USA. Sì, proprio fedeltà è la parola usata dal vicepremier, che così ha voluto scavalcare tutti gli altri leader nella gara a chi più accontenta il padrone americano.
Siamo euroatlantici ha poi più volte aggiunto Di Maio, rispolverando un termine della guerra fredda.
Insomma i tre principali leader politici italiani – il furbastro, il fanatico, il fedele – sono tre servi degli USA che non riescono a non essere ridicoli nella loro gara di servitù.
E questo è l’aspetto tragico per un paese i cui leader principali all’estero sono valutati con una quarta F, quella dei fessi.
Fonte
Etichette:
Classe dirigente,
Degrado,
Geopolitica,
Giorgio Cremaschi,
Italia,
Lega,
Luigi Di Maio,
M5S,
Matteo Salvini,
Nicola Zingaretti,
PD,
Pezze al culo,
Politica,
Potere al Popolo,
Russia,
USA
06/07/2019
Rifiuti a Roma, dallo scontro sull’emergenza rispuntano le ditte appaltatrici
Sono Roma e i lavoratori Ama le vittime dello scontro politico sulla gestione dei rifiuti nella capitale. Una situazione che è stata fatta degenerare tra rimpalli e ritardi, tanto c’erano gli operatori di Ama a ricoprire il ruolo dei perfetti capri espiatori, oggetto di violenze e minacce, mentre invece è proprio grazie al loro spirito di sacrificio se lo scenario non ha assunto contorni ancora più devastati.
Mancano gli impianti in cui conferire l’immondizia raccolta, dopo che gli incendi ne hanno messo fuori causa due in pochi mesi, le manutenzioni “programmate” hanno ridotto i quantitativi trattati negli impianti tmb di Malagrotta. Risultato: città in ginocchio perché non si sa dove conferire i rifiuti.
Ma la responsabilità è solo del Comune? Ebbene no, la Regione Lazio, che ha rinnovato il piano rifiuti dopo ben sette anni, è l’ente deputato a identificare le aree dove i comuni laziali possono conferire i rifiuti.
Non solo: in casi come questi dovrebbe attivarsi con tempestività, emettendo un’ordinanza per permettere ad Ama di procedere al conferimento della spazzatura negli impianti risultati idonei. Invece alla Pisana si è voluto attendere l’ultimo momento utile. Chissà perché.
Adesso l’urgenza è togliere dalle strade l’immondizia accumulata. Oggi la sindaca Raggi ha firmato l’ordinanza che individua a Saxa Rubra il sito per il trasbordo dei rifiuti urbani verso gli impianti della Regione. Il governatore-segretario Zingaretti ha invece dato al Comune le 48 ore per lo sgombero dei rifiuti. E, guarda caso, nell’ordinanza della Regione sono rispuntate le ditte appaltatrici.
Ama, dal suo canto, deve lavorare ad un piano industriale che attraverso la raccolta differenziata porta a porta, possa abbattere sensibilmente la mole dei rifiuti non riciclabili.
Fonte
Mancano gli impianti in cui conferire l’immondizia raccolta, dopo che gli incendi ne hanno messo fuori causa due in pochi mesi, le manutenzioni “programmate” hanno ridotto i quantitativi trattati negli impianti tmb di Malagrotta. Risultato: città in ginocchio perché non si sa dove conferire i rifiuti.
Ma la responsabilità è solo del Comune? Ebbene no, la Regione Lazio, che ha rinnovato il piano rifiuti dopo ben sette anni, è l’ente deputato a identificare le aree dove i comuni laziali possono conferire i rifiuti.
Non solo: in casi come questi dovrebbe attivarsi con tempestività, emettendo un’ordinanza per permettere ad Ama di procedere al conferimento della spazzatura negli impianti risultati idonei. Invece alla Pisana si è voluto attendere l’ultimo momento utile. Chissà perché.
Adesso l’urgenza è togliere dalle strade l’immondizia accumulata. Oggi la sindaca Raggi ha firmato l’ordinanza che individua a Saxa Rubra il sito per il trasbordo dei rifiuti urbani verso gli impianti della Regione. Il governatore-segretario Zingaretti ha invece dato al Comune le 48 ore per lo sgombero dei rifiuti. E, guarda caso, nell’ordinanza della Regione sono rispuntate le ditte appaltatrici.
Ama, dal suo canto, deve lavorare ad un piano industriale che attraverso la raccolta differenziata porta a porta, possa abbattere sensibilmente la mole dei rifiuti non riciclabili.
Fonte
24/06/2019
La vendetta del Cazzaro
di Alessandra Daniele
La Mafia aggiusta i processi. Il PD aggiustava direttamente i magistrati.
Lo scandalo delle nomine pilotate strappa al PD la nuova maschera appena indossata. E rinfocola le faide interne.
Matteo Renzi aveva promesso a Zingaretti “niente fuoco amico”. Ma Renzi è un Cazzaro. Quindi nessuno si stupisce che continui ad approfittare di ogni occasione per cercare d’impallinare il suo successore e riprendersi il partito, persino uno sputtanamento epocale come lo scandalo Lotti-CSM, che avrebbe piuttosto dovuto indurre lui e tutta la sua cosca a disintegrarsi dalla vergogna.
“S’è fatto sempre così” obiettano, come se non fosse un’aggravante.
I renziani s’illudono, ed è un peccato, perché il PD meriterebbe davvero che il Cazzaro se lo riprendesse, per distruggerlo definitivamente. La sua esistenza, e il fatto che il PD non riesca a liberarsene, fanno quasi credere all’esistenza d’una giustizia terrena. Renzi è la personificazione del Karma. È la Nemesi che il PCI-PDS-DS-PD ha meritato per aver pugnalato alle spalle i movimenti e le classi sociali che in teoria avrebbe dovuto difendere e sostenere, ed essere diventato il più zelante sicario del Capitale.
Per avere nei suoi anni al governo, con la connivenza implicita o esplicita di Berlusconi, introdotto il pacchetto Treu, e la dottrina Minniti, la legge Fornero, e il Jobs Act.
Per aver depredato, esasperato e disgustato così tanto gli italiani da ridurli a votare uno come Salvini.
Il PD merita Renzi coi suoi renziani, spocchiosi, classisti, queruli, ottusi figli di papà.
La principale caratteristica comune di tutta l’attuale classe politica, dai democratici ai populisti, dai Calenda ai Di Battista, è l’età mentale d’un marmocchio viziato. Stizzoso, petulante, vanesio e cazzaro.
Il PD merita il renzismo, e merita di non riuscire mai a liberarsene, di non riuscire a riciclarsi, a cambiare di nuovo maschera, a sopravvivere alla rovina che ha causato.
Il PD merita Renzi.
E Renzi merita il PD.
Fonte
La Mafia aggiusta i processi. Il PD aggiustava direttamente i magistrati.
Lo scandalo delle nomine pilotate strappa al PD la nuova maschera appena indossata. E rinfocola le faide interne.
Matteo Renzi aveva promesso a Zingaretti “niente fuoco amico”. Ma Renzi è un Cazzaro. Quindi nessuno si stupisce che continui ad approfittare di ogni occasione per cercare d’impallinare il suo successore e riprendersi il partito, persino uno sputtanamento epocale come lo scandalo Lotti-CSM, che avrebbe piuttosto dovuto indurre lui e tutta la sua cosca a disintegrarsi dalla vergogna.
“S’è fatto sempre così” obiettano, come se non fosse un’aggravante.
I renziani s’illudono, ed è un peccato, perché il PD meriterebbe davvero che il Cazzaro se lo riprendesse, per distruggerlo definitivamente. La sua esistenza, e il fatto che il PD non riesca a liberarsene, fanno quasi credere all’esistenza d’una giustizia terrena. Renzi è la personificazione del Karma. È la Nemesi che il PCI-PDS-DS-PD ha meritato per aver pugnalato alle spalle i movimenti e le classi sociali che in teoria avrebbe dovuto difendere e sostenere, ed essere diventato il più zelante sicario del Capitale.
Per avere nei suoi anni al governo, con la connivenza implicita o esplicita di Berlusconi, introdotto il pacchetto Treu, e la dottrina Minniti, la legge Fornero, e il Jobs Act.
Per aver depredato, esasperato e disgustato così tanto gli italiani da ridurli a votare uno come Salvini.
Il PD merita Renzi coi suoi renziani, spocchiosi, classisti, queruli, ottusi figli di papà.
La principale caratteristica comune di tutta l’attuale classe politica, dai democratici ai populisti, dai Calenda ai Di Battista, è l’età mentale d’un marmocchio viziato. Stizzoso, petulante, vanesio e cazzaro.
Il PD merita il renzismo, e merita di non riuscire mai a liberarsene, di non riuscire a riciclarsi, a cambiare di nuovo maschera, a sopravvivere alla rovina che ha causato.
Il PD merita Renzi.
E Renzi merita il PD.
Fonte
16/06/2019
La natura del PD
Se mai ce ne fosse stato bisogno gli episodi di questi giorni rappresentano un ulteriore disvelamento della natura del PD, della logica del potere che ha mosso l’intenzione della “vocazione maggioritaria” e della “governabilità”.
Altro che “la maionese impazzita” richiamata a suo tempo da Massimo D’Alema.
La questione non sta tanto nella “qualità” di vera e propria mostra delle miserie umane evidenziata dalle intercettazioni riguardanti il giro degli “aggiustatori” del CSM e delle Procure, con tutto il loro corollario di cene segrete, turpiloqui, millanterie miranti addirittura a coinvolgere il Presidente della Repubblica.
Il punto sta nella reazione che il PD ha dimostrato anche in quest’occasione, nella quale sotto l’antica spoglia di consuete malversazioni si delinea una crisi di credibilità della magistratura che rende ancor più debole il già fragile impianto del sistema politico italiano, mandando in pericolo (più ancora di quanto non lo fosse già qualche giorno addietro) la democrazia repubblicana.
Da notare, inoltre, che al centro di questa pericolosa dinamica stanno personaggi protagonisti del tentativo, a suo tempo, di modificare la natura parlamentare della Repubblica attraverso riforme costituzionali per fortuna respinte dalla maggioranza di elettrici ed elettori.
La reazione del PD è sconcertante: si permette al protagonista–principe di questa vicenda di usare la formula ambigua “dell’autosospensione” e, da notizie giornalistiche, il nuovo segretario sta cercando di fare in modo che una parte del partito coinvolta oggettivamente in questa vicenda non provochi addirittura una scissione.
Da dove deriva questa preoccupazione di Zingaretti? Dal fatto che la corrente di Lotti controlla anche tanti pezzi di partito sul territorio (citazione testuale da articoli, di giornale nei quali si sottolinea anche la divisione in correnti del gruppo parlamentare e dell’Assemblea Nazionale).
Compreso bene? Il timore è quello di perdere pezzi di cordate di potere in giro per l’Italia: perché di questo si tratta, senza nessun accenno all’enormità della questione che si sta ponendo che, ripetiamo, non è tanto quella dell’intreccio (già tante volte visto e mai affrontato) tra “questione morale” e “questione politica” ma della credibilità dell’intero sistema soprattutto sul nodo delicatissimo della divisione dei poteri.
Calenda, dal canto suo, non è capace di dire altro che “Riformare il CSM”: anche in questo caso non si avverte la profondità della situazione, i rischi per la democrazia, l’alimento ulteriore per l’antipolitica che ormai – in via di esaurimento la sbornia del M5S – sta sempre di più assumendo i tratti della cosiddetta “democrazia illiberale”.
I segnali ci sono tutti e rappresentano i frutti avvelenati della confusione tra governabilità e gestione del potere e dell’assemblaggio indiscriminato sul piano dei valori e dei contenuti che inevitabilmente sta dentro all’idea della “vocazione maggioritaria” e della dismissione del ruolo di “parte” dei partiti (altro discorso quello della politica delle alleanze, tanto per intenderci).
Il pericolo riguarda, prima di tutto, la qualità della nostra vita democratica: sarà il caso di rifletterci prima di tutto a sinistra.
Fonte
Altro che “la maionese impazzita” richiamata a suo tempo da Massimo D’Alema.
La questione non sta tanto nella “qualità” di vera e propria mostra delle miserie umane evidenziata dalle intercettazioni riguardanti il giro degli “aggiustatori” del CSM e delle Procure, con tutto il loro corollario di cene segrete, turpiloqui, millanterie miranti addirittura a coinvolgere il Presidente della Repubblica.
Il punto sta nella reazione che il PD ha dimostrato anche in quest’occasione, nella quale sotto l’antica spoglia di consuete malversazioni si delinea una crisi di credibilità della magistratura che rende ancor più debole il già fragile impianto del sistema politico italiano, mandando in pericolo (più ancora di quanto non lo fosse già qualche giorno addietro) la democrazia repubblicana.
Da notare, inoltre, che al centro di questa pericolosa dinamica stanno personaggi protagonisti del tentativo, a suo tempo, di modificare la natura parlamentare della Repubblica attraverso riforme costituzionali per fortuna respinte dalla maggioranza di elettrici ed elettori.
La reazione del PD è sconcertante: si permette al protagonista–principe di questa vicenda di usare la formula ambigua “dell’autosospensione” e, da notizie giornalistiche, il nuovo segretario sta cercando di fare in modo che una parte del partito coinvolta oggettivamente in questa vicenda non provochi addirittura una scissione.
Da dove deriva questa preoccupazione di Zingaretti? Dal fatto che la corrente di Lotti controlla anche tanti pezzi di partito sul territorio (citazione testuale da articoli, di giornale nei quali si sottolinea anche la divisione in correnti del gruppo parlamentare e dell’Assemblea Nazionale).
Compreso bene? Il timore è quello di perdere pezzi di cordate di potere in giro per l’Italia: perché di questo si tratta, senza nessun accenno all’enormità della questione che si sta ponendo che, ripetiamo, non è tanto quella dell’intreccio (già tante volte visto e mai affrontato) tra “questione morale” e “questione politica” ma della credibilità dell’intero sistema soprattutto sul nodo delicatissimo della divisione dei poteri.
Calenda, dal canto suo, non è capace di dire altro che “Riformare il CSM”: anche in questo caso non si avverte la profondità della situazione, i rischi per la democrazia, l’alimento ulteriore per l’antipolitica che ormai – in via di esaurimento la sbornia del M5S – sta sempre di più assumendo i tratti della cosiddetta “democrazia illiberale”.
I segnali ci sono tutti e rappresentano i frutti avvelenati della confusione tra governabilità e gestione del potere e dell’assemblaggio indiscriminato sul piano dei valori e dei contenuti che inevitabilmente sta dentro all’idea della “vocazione maggioritaria” e della dismissione del ruolo di “parte” dei partiti (altro discorso quello della politica delle alleanze, tanto per intenderci).
Il pericolo riguarda, prima di tutto, la qualità della nostra vita democratica: sarà il caso di rifletterci prima di tutto a sinistra.
Fonte
27/05/2019
Eurepliche
di Alessandra Daniele
Meteor-Matteo, il cazzaro che vince le Europee saturando i media, è una replica in saldo.
Rispetto a Renzi nel ’14, Salvini ha 7 punti in meno, e calcolata l’astensione il suo 34% in realtà significa meno di 2 elettori su 10. Al tramonto però anche i nani proiettano lunghe ombre.
Il rovinoso crollo grillino è una replica renziana in fast-forward: in meno d’un anno di governo, il Movimento 5 Stelle Spente ha già perduto metà degli elettori.
La primissima esperienza politico-mediatica di Beppe Grillo fu commentare da comico una maratona elettorale nei primi anni ’80 dell’ascesa di Craxi.
Ieri sera, nessun grillino ha avuto il coraggio di apparire davanti alle telecamere per commentare il suicidio di massa che hanno compiuto favorendo l’ascesa di Salvini.
Il cerchio s’è chiuso.
Zingaretti invece ha esultato molto più di quanto il misero recupero del suo partito lo autorizzasse a fare.
Il PD festeggia perché Salvini è il nemico ideale, contro il quale spera di ri-mobilitare a suo vantaggio quell’union sacrée orfana dell’antiberlusconismo di facciata, e quegli antifascisti a progetto che oggi fingono di non accorgersi che Salvini non è che la continuazione della dottrina Minniti con gli stessi mezzi, e qualche sceneggiata Teo-Can in più.
Intanto l’élite UE si prepara ancora una volta ad ammortizzare e neutralizzare le ambivalenti spinte al cambiamento espresse dagli elettori in tutti i paesi europei. Come meteore che sfreccino solo per un attimo, per poi inabissarsi nella palude degli affari comuni.
Finché durerà.
Fonte
Meteor-Matteo, il cazzaro che vince le Europee saturando i media, è una replica in saldo.
Rispetto a Renzi nel ’14, Salvini ha 7 punti in meno, e calcolata l’astensione il suo 34% in realtà significa meno di 2 elettori su 10. Al tramonto però anche i nani proiettano lunghe ombre.
Il rovinoso crollo grillino è una replica renziana in fast-forward: in meno d’un anno di governo, il Movimento 5 Stelle Spente ha già perduto metà degli elettori.
La primissima esperienza politico-mediatica di Beppe Grillo fu commentare da comico una maratona elettorale nei primi anni ’80 dell’ascesa di Craxi.
Ieri sera, nessun grillino ha avuto il coraggio di apparire davanti alle telecamere per commentare il suicidio di massa che hanno compiuto favorendo l’ascesa di Salvini.
Il cerchio s’è chiuso.
Zingaretti invece ha esultato molto più di quanto il misero recupero del suo partito lo autorizzasse a fare.
Il PD festeggia perché Salvini è il nemico ideale, contro il quale spera di ri-mobilitare a suo vantaggio quell’union sacrée orfana dell’antiberlusconismo di facciata, e quegli antifascisti a progetto che oggi fingono di non accorgersi che Salvini non è che la continuazione della dottrina Minniti con gli stessi mezzi, e qualche sceneggiata Teo-Can in più.
Intanto l’élite UE si prepara ancora una volta ad ammortizzare e neutralizzare le ambivalenti spinte al cambiamento espresse dagli elettori in tutti i paesi europei. Come meteore che sfreccino solo per un attimo, per poi inabissarsi nella palude degli affari comuni.
Finché durerà.
Fonte
15/05/2019
W il cardinale, ma la legge per staccare le utenze agli occupanti l’ha fatta Renzi
L’art. 5 della Legge del 23 maggio 2014 n. 80 ha inasprito le conseguenze derivanti dall’occupazione di un immobile sfitto, disabitato o abbandonato e fu uno dei primi atti del governo guidato da Matteo Renzi.
In particolare, l’art. 5 comma 1 della Legge che porta la firma dell’ex ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi, è rubricato come “Lotta all’occupazione abusiva di immobili. Salvaguardia degli effetti di disposizioni in materia di contratti di locazione” e prevede che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”.
L’obbiettivo esplicito della nuova legge era cercare di rendere impossibile le occupazioni. Da allora l’occupante non può ottenere la residenza presso l’immobile occupato “abusivamente” e, inoltre, sono dichiarati nulli i contratti di fornitura di servizi (utenze gas, luce, telefonia fissa, ecc.) relativi all’immobile occupato.
Peraltro, al fine d'impedire il godimento, è anche inibita la possibilità di stipulare contratti per le utenze che forniscono servizi all’immobile occupato, in quanto si impone di provare il titolo dell’occupazione prima di poter stipulare tali tipi di contratto. Testualmente: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, gli atti aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”.
Ora, non mi risulta che il nuovo segretario del #PD abbia fin qui palesato l’intenzione di abrogare questa norma, né mi risulta che Zingaretti sia andato in corteo con i militanti del suo partito a difendere la famiglia Rom avente diritto all’alloggio popolare assediata dai fascisti nel quartiere romano di Casalbruciato. Né, infine, mi risulta che Zingaretti abbia messo tra i primi punti del suo programma un corposo rilancio dell’edilizia popolare vista la drammatica situazione che vivono milioni di persone alle prese con il problema casa nel nostro paese.
Dal ma-anchismo di Veltroni passando per Renzi siamo ora al né né di Zingaretti.
Fonte
In particolare, l’art. 5 comma 1 della Legge che porta la firma dell’ex ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi, è rubricato come “Lotta all’occupazione abusiva di immobili. Salvaguardia degli effetti di disposizioni in materia di contratti di locazione” e prevede che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”.
L’obbiettivo esplicito della nuova legge era cercare di rendere impossibile le occupazioni. Da allora l’occupante non può ottenere la residenza presso l’immobile occupato “abusivamente” e, inoltre, sono dichiarati nulli i contratti di fornitura di servizi (utenze gas, luce, telefonia fissa, ecc.) relativi all’immobile occupato.
Peraltro, al fine d'impedire il godimento, è anche inibita la possibilità di stipulare contratti per le utenze che forniscono servizi all’immobile occupato, in quanto si impone di provare il titolo dell’occupazione prima di poter stipulare tali tipi di contratto. Testualmente: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, gli atti aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”.
Ora, non mi risulta che il nuovo segretario del #PD abbia fin qui palesato l’intenzione di abrogare questa norma, né mi risulta che Zingaretti sia andato in corteo con i militanti del suo partito a difendere la famiglia Rom avente diritto all’alloggio popolare assediata dai fascisti nel quartiere romano di Casalbruciato. Né, infine, mi risulta che Zingaretti abbia messo tra i primi punti del suo programma un corposo rilancio dell’edilizia popolare vista la drammatica situazione che vivono milioni di persone alle prese con il problema casa nel nostro paese.
Dal ma-anchismo di Veltroni passando per Renzi siamo ora al né né di Zingaretti.
Fonte
18/04/2019
Liberazione
Sono chiuso qui dentro da almeno ventiquattro ore. Ho dormito su una branda dura e “dormito” è una parola grossa. C’è un viavai di gente che non s’è visto neanche alle ultime primarie del PD. Prima una delle guardie s’è lasciata scappare che fuori ci sono almeno trentamila persone e che il numero cresce di ora in ora.
Passano secondini che mi vogliono toccare, altri che mi guardano e basta, chi con la paura o la rabbia negli occhi, chi con la venerazione. E infine c’è chi sottovoce mormora un grazie. Ma quel soffio di voce deve essere un urlo dentro quel corpo, come quello di Martellini nell’82: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”.
Campioni del cazzo, dico io. Adesso come ne esco da ‘sta situazione? Del governo non si è visto ancora nessuno. Dell’opposizione nemmeno. Staranno litigando sulla linea da prendere nei miei confronti.
L’unica a venire è stata Emma Bonino. Abbiamo parlato un po’, le ho raccontato cosa è successo, come se non l’avesse visto poi: eravamo in diretta TV e su tutti i social, mentre premier e vicepremier ricamavano un paio di cazzate sulla liberazione. La Bonino avrà fumato una decina di sigarette seduta a terra in un angolo, rendendo l’aria anche più irrespirabile.
Le ho chiesto quando mi avrebbero rimesso in libertà, non avendo fatto niente, e lei ha bofonchiato: “Meglio se ti trattieni qui finché le acque non si saranno calmate”.
Mi guardo intorno. La cella è più grande della stanza dove vivo e almeno questa è gratis. Vitto e alloggio pagato, meglio del reddito di cittadinanza.
Non mi fraintendete, non è che voglio farmi mantenere dallo Stato, ma dopo un po’ che mezza Italia ti sfrutta, la tentazione è forte.
Sono un ragazzo a posto, io. Laureato in lettere, obiettore di coscienza. Ho un lavoro precario, sono anni che non vado in vacanza e non mi compro una macchina nuova; vado a lavorare pure con la febbre, pure con la peste, o sono guai. Ho a malapena i soldi per andare a mangiare una pizza il sabato sera. Insomma, me la cavavo fino a ventiquattro ore fa. Tutto fino a quel maledetto 25 aprile. Ma non potevo starmene a casa?
Sento dei passi avvicinarsi. Dietro le sbarre compare una faccia conosciuta. È Di Maio.
Porca puttana, questo mi ammazza ora! Con lui ci sono cinque uomini, in giacca e cravatta, occhiali scuri e con quegli stupidi auricolari all’orecchio. Sembra la scena di Matrix, quando l’agente Smith sta per interrogare Neo. Qui si mette male. Penso a Stefano Cucchi. Se urlo qui sotto, chi vuoi che mi senta?
Di Maio si fa aprire la cella e, incredibilmente, entra da solo. Si siede accanto a me. Non dico una parola, ma sento la vescica sgomitare sotto i pantaloni; se non ci sto attento va a finire che me la faccio sotto.
Il vice premier mi guarda e sul suo volto si apre un sorriso gigantesco. Non posso trattenermi e sorrido a mia volta.
“Allora”, esordisce, “come sta il nostro... come ti devo chiamare?”.
“Col mio nome sarebbe sufficiente signor vice premier signore”. Rispondo quasi in modo militare per apparire rispettoso a sufficienza.
“Diciamocelo” riprende Di Maio quasi sussurandomi all’orecchio, “l’hai combinata grossa eh”.
“Veramente non ho fatto niente signor vice premier, l’avete visto tutti!”, rivolgendomi ai cinque giganti impassibili fuori dalla cella.
“Eh niente... come niente...” dice iniziando a camminare avanti e indietro per poi fermarsi di scatto: “Hai ucciso un vice premier!”
“Ma gli ho solo augurato di morire... e comunque non volevo...”
“No no, tu volevi eccome. Gli hai urlato contro davanti a tutti: ‘Magari muori ora!’ e zac, lui è morto!”.
“Signor Di Maio è stato un caso. Un colpo di fortuna... cioè sfortuna”, insisto io.
“Fortuna, sfortuna. Ma proprio il 25 aprile poi? Ma lo sai che già girano le battute sulla seconda liberazione d’Italia?”.
Di Maio mi guarda con occhi esaltati: “Lo sai che hai mandato in trend l’hashtag #MagariMuoriOra e non si schioda dal primo posto?”.
Resta qualche secondo in silenzio, poi riprende: “Senti, ma come hai fatto? Insomma, questo potere dove l’hai preso?”.
“Ma quale potere...” dico io, mordendomi subito la lingua. Di Maio mi guarda strano. Non dico come farebbe Toninelli, ma poco ci manca. Sembra quasi posseduto dalla mia figura, manco fossi una scia chimica. Se voglio uscire, forse conviene ammettere di averlo questo dono di ammazzare la gente sparando insulti.
“Questo potere”, continuo, “non so se posso parlargliene...”.
Lui resta in silenzio qualche secondo, poi chiede alla sua scorta di uscire.
Deve ripeterlo due volte, quasi spazientito. Ma voi lo lascereste un vice premier solo nella stessa cella con uno capace di farti fuori augurandoti semplicemente la morte?
Appena siamo soli, Di Maio riprende a parlare: “Vedi, io ci ho provato. Ho incontrato Di Battista e gli ho detto: ‘Magari muori ora!’, ma non è successo niente. Funziona solo con gli altri partiti? Tu per chi voti? Perché non mi insegni a farlo? Insieme... potremmo dare finalmente un futuro a questo Paese...” dice, lasciando la frase sospesa con lo sguardo perso nel vuoto come se al posto del muro ci fosse l’orizzonte.
Insieme! Ma quando mai! Se davvero potessi insegnargli a uccidere con un insulto, il primo a farne le spese sarei io.
Confusione, voci concitate. Qualcuno sta discutendo. La porta si spalanca e la scorta rientra velocemente, mentre un’altra scorta si fa largo nel piccolo spazio antistante la cella. Dietro, vedo arrivare Nicola Zingaretti. Di Maio si irrigidisce e come spinto da una molla si alza in piedi. I due si guardano attraverso le sbarre, coronando forse un sogno covato da sempre: vedere l’avversario in gabbia.
“Onorevole vice premier...” dice Zingaretti.
“Presidente Zingaretti, ero venuto a sincerarmi delle condizioni di questo giovane sfortunato”, replica Di Maio che dopo avermi guardato con un sorriso di circostanza mi saluta dicendomi: “Caro ragazzo, sono convinto che avremo altre occasioni per parlare di questa sfortunata circostanza”. Poi, dopo avermi stretto la mano a lungo, fissandomi con i suoi occhi spiritati, esce dalla cella lasciandomi solo con Zingaretti e la sua scorta. Lui, quasi seguendo lo stesso copione di Di Maio resta in silenzio qualche secondo, poi con un cenno chiede alla scorta di essere lasciato solo.
Zingaretti si avvicina e mi si siede accanto: “Qui fuori ci sono mezzo milione di persone e il numero sta crescendo. Ci sono stati già scontri tra tuoi seguaci e tuoi oppositori”.
“Seguaci? Ma se l’unico che mi ascolta quando parlo è mio nipote di cinque anni! E dopo due minuti si stanca pure lui!”.
Zingaretti continua, come se non avessi parlato: “La situazione sta degenerando, andiamo verso la guerra civile. Sappiamo con certezza che nel governo è cominciata la lotta alla successione. Tutti i leghisti della prima ora si stanno ritirando in Lombardia e sembra stiano organizzando un colpo di stato a Milano. Il Presidente della Repubblica ha chiesto a un gruppo di responsabili di prendere in mano la situazione”.
“Ah, quindi voi... il PD...”.
Mi zittisce con un gesto, quasi scocciato per la domanda: “Ci stiamo lavorando... ci stiamo lavorando. Ma il Quirinale sta spiegando l’esercito e ha già allertato l’Unione Europea e la NATO, nel caso la situazione dovesse precipitare”.
Io comincio a piangere coprendomi la faccia con le mani.
Zingaretti riprende: “Allora, cosa è successo?”.
Lo guardo con gli occhi lucidi e stanchi; sarà la cinquantesima volta che lo racconto.
“Niente” dico, come se essere accusato di aver ammazzato Matteo Salvini possa essere una cosa che capita tutti i giorni. “Ero andato alle celebrazioni per il 25 aprile, perché non avevo i soldi per fare altro. Io e la mia ragazza. C’era Salvini che sparava cazzate sui partigiani. Allora non c’ho visto più e quando è tornato il silenzio gli ho urlato: magari muori ora. E lui è morto”.
Scoppio in un pianto disperato. Zingaretti mi poggia la mano sulla spalla, con fare paterno. Poi mi solleva il volto, mi guarda dritto negli occhi e con un sorriso rassicurante alla Montalbano mi dice: “Pensi di poterlo rifare?”
Fonte
Passano secondini che mi vogliono toccare, altri che mi guardano e basta, chi con la paura o la rabbia negli occhi, chi con la venerazione. E infine c’è chi sottovoce mormora un grazie. Ma quel soffio di voce deve essere un urlo dentro quel corpo, come quello di Martellini nell’82: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”.
Campioni del cazzo, dico io. Adesso come ne esco da ‘sta situazione? Del governo non si è visto ancora nessuno. Dell’opposizione nemmeno. Staranno litigando sulla linea da prendere nei miei confronti.
L’unica a venire è stata Emma Bonino. Abbiamo parlato un po’, le ho raccontato cosa è successo, come se non l’avesse visto poi: eravamo in diretta TV e su tutti i social, mentre premier e vicepremier ricamavano un paio di cazzate sulla liberazione. La Bonino avrà fumato una decina di sigarette seduta a terra in un angolo, rendendo l’aria anche più irrespirabile.
Le ho chiesto quando mi avrebbero rimesso in libertà, non avendo fatto niente, e lei ha bofonchiato: “Meglio se ti trattieni qui finché le acque non si saranno calmate”.
Mi guardo intorno. La cella è più grande della stanza dove vivo e almeno questa è gratis. Vitto e alloggio pagato, meglio del reddito di cittadinanza.
Non mi fraintendete, non è che voglio farmi mantenere dallo Stato, ma dopo un po’ che mezza Italia ti sfrutta, la tentazione è forte.
Sono un ragazzo a posto, io. Laureato in lettere, obiettore di coscienza. Ho un lavoro precario, sono anni che non vado in vacanza e non mi compro una macchina nuova; vado a lavorare pure con la febbre, pure con la peste, o sono guai. Ho a malapena i soldi per andare a mangiare una pizza il sabato sera. Insomma, me la cavavo fino a ventiquattro ore fa. Tutto fino a quel maledetto 25 aprile. Ma non potevo starmene a casa?
Sento dei passi avvicinarsi. Dietro le sbarre compare una faccia conosciuta. È Di Maio.
Porca puttana, questo mi ammazza ora! Con lui ci sono cinque uomini, in giacca e cravatta, occhiali scuri e con quegli stupidi auricolari all’orecchio. Sembra la scena di Matrix, quando l’agente Smith sta per interrogare Neo. Qui si mette male. Penso a Stefano Cucchi. Se urlo qui sotto, chi vuoi che mi senta?
Di Maio si fa aprire la cella e, incredibilmente, entra da solo. Si siede accanto a me. Non dico una parola, ma sento la vescica sgomitare sotto i pantaloni; se non ci sto attento va a finire che me la faccio sotto.
Il vice premier mi guarda e sul suo volto si apre un sorriso gigantesco. Non posso trattenermi e sorrido a mia volta.
“Allora”, esordisce, “come sta il nostro... come ti devo chiamare?”.
“Col mio nome sarebbe sufficiente signor vice premier signore”. Rispondo quasi in modo militare per apparire rispettoso a sufficienza.
“Diciamocelo” riprende Di Maio quasi sussurandomi all’orecchio, “l’hai combinata grossa eh”.
“Veramente non ho fatto niente signor vice premier, l’avete visto tutti!”, rivolgendomi ai cinque giganti impassibili fuori dalla cella.
“Eh niente... come niente...” dice iniziando a camminare avanti e indietro per poi fermarsi di scatto: “Hai ucciso un vice premier!”
“Ma gli ho solo augurato di morire... e comunque non volevo...”
“No no, tu volevi eccome. Gli hai urlato contro davanti a tutti: ‘Magari muori ora!’ e zac, lui è morto!”.
“Signor Di Maio è stato un caso. Un colpo di fortuna... cioè sfortuna”, insisto io.
“Fortuna, sfortuna. Ma proprio il 25 aprile poi? Ma lo sai che già girano le battute sulla seconda liberazione d’Italia?”.
Di Maio mi guarda con occhi esaltati: “Lo sai che hai mandato in trend l’hashtag #MagariMuoriOra e non si schioda dal primo posto?”.
Resta qualche secondo in silenzio, poi riprende: “Senti, ma come hai fatto? Insomma, questo potere dove l’hai preso?”.
“Ma quale potere...” dico io, mordendomi subito la lingua. Di Maio mi guarda strano. Non dico come farebbe Toninelli, ma poco ci manca. Sembra quasi posseduto dalla mia figura, manco fossi una scia chimica. Se voglio uscire, forse conviene ammettere di averlo questo dono di ammazzare la gente sparando insulti.
“Questo potere”, continuo, “non so se posso parlargliene...”.
Lui resta in silenzio qualche secondo, poi chiede alla sua scorta di uscire.
Deve ripeterlo due volte, quasi spazientito. Ma voi lo lascereste un vice premier solo nella stessa cella con uno capace di farti fuori augurandoti semplicemente la morte?
Appena siamo soli, Di Maio riprende a parlare: “Vedi, io ci ho provato. Ho incontrato Di Battista e gli ho detto: ‘Magari muori ora!’, ma non è successo niente. Funziona solo con gli altri partiti? Tu per chi voti? Perché non mi insegni a farlo? Insieme... potremmo dare finalmente un futuro a questo Paese...” dice, lasciando la frase sospesa con lo sguardo perso nel vuoto come se al posto del muro ci fosse l’orizzonte.
Insieme! Ma quando mai! Se davvero potessi insegnargli a uccidere con un insulto, il primo a farne le spese sarei io.
Confusione, voci concitate. Qualcuno sta discutendo. La porta si spalanca e la scorta rientra velocemente, mentre un’altra scorta si fa largo nel piccolo spazio antistante la cella. Dietro, vedo arrivare Nicola Zingaretti. Di Maio si irrigidisce e come spinto da una molla si alza in piedi. I due si guardano attraverso le sbarre, coronando forse un sogno covato da sempre: vedere l’avversario in gabbia.
“Onorevole vice premier...” dice Zingaretti.
“Presidente Zingaretti, ero venuto a sincerarmi delle condizioni di questo giovane sfortunato”, replica Di Maio che dopo avermi guardato con un sorriso di circostanza mi saluta dicendomi: “Caro ragazzo, sono convinto che avremo altre occasioni per parlare di questa sfortunata circostanza”. Poi, dopo avermi stretto la mano a lungo, fissandomi con i suoi occhi spiritati, esce dalla cella lasciandomi solo con Zingaretti e la sua scorta. Lui, quasi seguendo lo stesso copione di Di Maio resta in silenzio qualche secondo, poi con un cenno chiede alla scorta di essere lasciato solo.
Zingaretti si avvicina e mi si siede accanto: “Qui fuori ci sono mezzo milione di persone e il numero sta crescendo. Ci sono stati già scontri tra tuoi seguaci e tuoi oppositori”.
“Seguaci? Ma se l’unico che mi ascolta quando parlo è mio nipote di cinque anni! E dopo due minuti si stanca pure lui!”.
Zingaretti continua, come se non avessi parlato: “La situazione sta degenerando, andiamo verso la guerra civile. Sappiamo con certezza che nel governo è cominciata la lotta alla successione. Tutti i leghisti della prima ora si stanno ritirando in Lombardia e sembra stiano organizzando un colpo di stato a Milano. Il Presidente della Repubblica ha chiesto a un gruppo di responsabili di prendere in mano la situazione”.
“Ah, quindi voi... il PD...”.
Mi zittisce con un gesto, quasi scocciato per la domanda: “Ci stiamo lavorando... ci stiamo lavorando. Ma il Quirinale sta spiegando l’esercito e ha già allertato l’Unione Europea e la NATO, nel caso la situazione dovesse precipitare”.
Io comincio a piangere coprendomi la faccia con le mani.
Zingaretti riprende: “Allora, cosa è successo?”.
Lo guardo con gli occhi lucidi e stanchi; sarà la cinquantesima volta che lo racconto.
“Niente” dico, come se essere accusato di aver ammazzato Matteo Salvini possa essere una cosa che capita tutti i giorni. “Ero andato alle celebrazioni per il 25 aprile, perché non avevo i soldi per fare altro. Io e la mia ragazza. C’era Salvini che sparava cazzate sui partigiani. Allora non c’ho visto più e quando è tornato il silenzio gli ho urlato: magari muori ora. E lui è morto”.
Scoppio in un pianto disperato. Zingaretti mi poggia la mano sulla spalla, con fare paterno. Poi mi solleva il volto, mi guarda dritto negli occhi e con un sorriso rassicurante alla Montalbano mi dice: “Pensi di poterlo rifare?”
Fonte
Il triciclo di Zingaretti
Guardate questi tre simboli. Il primo è quello della lista che si autodefinisce di sinistra e ambientalista e che sostiene Chiamparino alle elezioni regionali del Piemonte, la più importante consultazione che in Italia il 26 maggio accompagna il voto per le europee. Il secondo è quello di Sinistra Italiana e Rifondazione che si presentano fieramente in alternativa al PD alle elezioni europee. Il terzo è quello della lista dei Verdi e di Possibile, anch’essi in lista per le europee a sinistra del PD.
Cosa hanno in comune le seconda e la terza lista? La prima.
Sinistra Italiana alle Europee, dove ci si conta e basta e non sono in gioco scelte di governo, fa l’estrema sinistra con la sempre disponibile Rifondazione. Dove però è in gioco un potere immediato come in Piemonte, allora il partito di Fratoianni grida viva il PD. E quale PD. Chiamparino è alfiere del TAV e alleato di Salvini in questa impresa, come nel passato è stato il politico più fedele ed utile a Sergio Marchionne. Chiamparino è stato renziano prima di Renzi e persino Macron potrebbe sembrare di sinistra al suo confronto.
Con la lista Liberi Eguali e Verdi, con così poca fantasia si chiama la sinistra pro Chiamparino in Piemonte, sta dunque Sinistra Italiana assieme ai Verdi e a Possibile, che a loro volta hanno una propria lista alle europee.
Quando ci si chiede perché in Italia i verdi non abbiano il successo che raccolgono in tanti paesi europei, basta guardare le elezioni piemontesi per spiegarlo. Essi sono un partitino satellite del PD.
In Piemonte si voterà la stesso giorno delle Europee. Quindi Sinistra Italiana, Verdi e Possibile potranno anche dichiararsi fieramente NOTAV, ma dove conta saranno di fatto SITAV, nella stessa campagna elettorale. Sinistra Italiana potrà anche rivendicare giustizia per il lavoro, ma lo farà mentre in Piemonte porta voti ad un fanatico del Jobs act.
Potranno anche i nostri verdi e sinistri dichiararsi contro la devastante autonomia differenziata, ma in Piemonte vorranno che sia rieletto chi la condivide pienamente e anzi compete a destra con la Lega su come farne di più. E la povera Rifondazione come sempre al carro di tutto questo. Che ha una sola parola per essere definito: TRASFORMISMO.
Potere al Popolo come sappiamo purtroppo non sarà presente alle elezioni europee. Abbiamo provato a fare una lista unitaria con le forze che oggi si proclamano di sinistra, però ci siamo misurati con un’altra parola decisiva: COERENZA. Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori un rifiuto netto dei trattati della UE, assieme alla necessità di essere alternativi al PD non solo nelle elezioni europee, ma anche in quelle italiane... e la lista è saltata.
Noi non abbiamo oggi la forza per raccogliere le 180.000 firme necessarie a candidarci da soli alle europee, sbarramento insuperabile per forze ben più grandi della nostra, sbarramento voluto da PD Forza Italia e Lega proprio per escludere nuove formazioni politiche dal voto. E come forza appena nata non abbiamo ancora sufficienti relazioni internazionali per usufruire di simboli europei riconosciuti. Anche perché alcuni nostri interlocutori si presentano anch’essi per la prima volta, ma senza leggi truffa.
Pur non potendo presentarci da soli, però non abbiamo neanche provato ad aggregarci ad una delle liste di sinistra e ambientaliste (si fa per dire) nelle quali si dice e soprattutto si fa tutto ed il suo contrario.
Perché per noi non si può scendere in piazza contro la devastazione della natura e poi approvare di fatto la Torino Lione. Non si può avversare l’austerità europea e sostenere l’ultraliberismo in Piemonte. Non si può contrastare Macron in Europa e stare con i suoi fan in Italia.
No, Potere al Popolo è una organizzazione nuova e forse anche un poco ingenua, ma una cosa ha ben chiara: non vuole assimilare l’assenza di coerenza ed il trasformismo che hanno distrutto la sinistra in Italia. I tre simboli di Liberi Eguali-Verdi, la Sinistra, Verdi, assieme compongono un triciclo. Un triciclo che nei fatti, e lo vedremo ancor di più dopo le europee, sarà guidato da Zingaretti.
Ecco, noi di Potere al Popolo avremo tanti limiti e difetti, ma una cosa di noi deve essere chiara: di quei tricicli o simili non saremo mai parte.
Saremo presenti alle elezioni in diversi comuni, sia da soli, sia in alleanze coerentemente alternative alla destra e al centrosinistra. Dove questo non è stato possibile, non ci siamo presentati. E non per settarismo, ma per coerenza con il nostro anticapitalismo ed ambientalismo, con il nostro rifiuto del potere patriarcale e di ogni oppressione, che non cambiano a seconda dell’interesse elettorale del momento.
Fonte
Cosa hanno in comune le seconda e la terza lista? La prima.
Sinistra Italiana alle Europee, dove ci si conta e basta e non sono in gioco scelte di governo, fa l’estrema sinistra con la sempre disponibile Rifondazione. Dove però è in gioco un potere immediato come in Piemonte, allora il partito di Fratoianni grida viva il PD. E quale PD. Chiamparino è alfiere del TAV e alleato di Salvini in questa impresa, come nel passato è stato il politico più fedele ed utile a Sergio Marchionne. Chiamparino è stato renziano prima di Renzi e persino Macron potrebbe sembrare di sinistra al suo confronto.
Con la lista Liberi Eguali e Verdi, con così poca fantasia si chiama la sinistra pro Chiamparino in Piemonte, sta dunque Sinistra Italiana assieme ai Verdi e a Possibile, che a loro volta hanno una propria lista alle europee.
Quando ci si chiede perché in Italia i verdi non abbiano il successo che raccolgono in tanti paesi europei, basta guardare le elezioni piemontesi per spiegarlo. Essi sono un partitino satellite del PD.
In Piemonte si voterà la stesso giorno delle Europee. Quindi Sinistra Italiana, Verdi e Possibile potranno anche dichiararsi fieramente NOTAV, ma dove conta saranno di fatto SITAV, nella stessa campagna elettorale. Sinistra Italiana potrà anche rivendicare giustizia per il lavoro, ma lo farà mentre in Piemonte porta voti ad un fanatico del Jobs act.
Potranno anche i nostri verdi e sinistri dichiararsi contro la devastante autonomia differenziata, ma in Piemonte vorranno che sia rieletto chi la condivide pienamente e anzi compete a destra con la Lega su come farne di più. E la povera Rifondazione come sempre al carro di tutto questo. Che ha una sola parola per essere definito: TRASFORMISMO.
Potere al Popolo come sappiamo purtroppo non sarà presente alle elezioni europee. Abbiamo provato a fare una lista unitaria con le forze che oggi si proclamano di sinistra, però ci siamo misurati con un’altra parola decisiva: COERENZA. Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori un rifiuto netto dei trattati della UE, assieme alla necessità di essere alternativi al PD non solo nelle elezioni europee, ma anche in quelle italiane... e la lista è saltata.
Noi non abbiamo oggi la forza per raccogliere le 180.000 firme necessarie a candidarci da soli alle europee, sbarramento insuperabile per forze ben più grandi della nostra, sbarramento voluto da PD Forza Italia e Lega proprio per escludere nuove formazioni politiche dal voto. E come forza appena nata non abbiamo ancora sufficienti relazioni internazionali per usufruire di simboli europei riconosciuti. Anche perché alcuni nostri interlocutori si presentano anch’essi per la prima volta, ma senza leggi truffa.
Pur non potendo presentarci da soli, però non abbiamo neanche provato ad aggregarci ad una delle liste di sinistra e ambientaliste (si fa per dire) nelle quali si dice e soprattutto si fa tutto ed il suo contrario.
Perché per noi non si può scendere in piazza contro la devastazione della natura e poi approvare di fatto la Torino Lione. Non si può avversare l’austerità europea e sostenere l’ultraliberismo in Piemonte. Non si può contrastare Macron in Europa e stare con i suoi fan in Italia.
No, Potere al Popolo è una organizzazione nuova e forse anche un poco ingenua, ma una cosa ha ben chiara: non vuole assimilare l’assenza di coerenza ed il trasformismo che hanno distrutto la sinistra in Italia. I tre simboli di Liberi Eguali-Verdi, la Sinistra, Verdi, assieme compongono un triciclo. Un triciclo che nei fatti, e lo vedremo ancor di più dopo le europee, sarà guidato da Zingaretti.
Ecco, noi di Potere al Popolo avremo tanti limiti e difetti, ma una cosa di noi deve essere chiara: di quei tricicli o simili non saremo mai parte.
Saremo presenti alle elezioni in diversi comuni, sia da soli, sia in alleanze coerentemente alternative alla destra e al centrosinistra. Dove questo non è stato possibile, non ci siamo presentati. E non per settarismo, ma per coerenza con il nostro anticapitalismo ed ambientalismo, con il nostro rifiuto del potere patriarcale e di ogni oppressione, che non cambiano a seconda dell’interesse elettorale del momento.
Fonte
14/04/2019
I Vitelloni
di Alessandra Daniele
Quello fra Di Maio e Salvini è ormai un dialogo fra Sordi. Intesi come Alberto.
Non fatevi ingannare dall’accento: entrambi sono Alberto Sordi, o meglio suoi personaggi.
Strafottente, opportunista, reazionario, Salvini è un Sordi anni ’70-80, coll’arrogante pretesa d’essere l’unica fedele rappresentazione del popolo, l’incarnazione del senso comune. Alla guida del governo come Il Tassinaro.
Ipocrita, ignorante, arrivista, disposto a svendersi qualsiasi cosa pur di avere successo (anche letteralmente un occhio della testa) Di Maio è un Sordi anni ’50-60, dei quali infatti prometteva Il Boom.
Ed è un Alberto Sordi anche Giuseppe Conte che fa il piacione con le straniere, millantando un potere e un rango che non avrà mai. È Il Conte Max.
In comune hanno l’amore-odio per l’inglese alla Nando Moriconi – i Navigator, la Flat Tax, la Spending Review – e la megalomania – aboliremo la povertà, chiuderemo il parlamento europeo, faremo l’alta velocità Caltanissetta – Kiev.
“Cos’è un megalomane? È uno che si crede un grand’uomo, invece è un cretino ridicolo che si circonda di incapaci” – Franca Valeri, da Il Vedovo.
Pare proprio che sia impossibile avere successo in Italia senza essere Alberto Sordi. A modo loro lo erano anche Berlusconi, e Renzi, il Sordi de Il Vedovo, il cazzaro rampante caduto nella sua stessa trappola.
Sordi, Sordi, volevi solo Sordi, canterebbe Mahmood.
Se Zingaretti vuole recuperare voti dovrà calcare l’accento romanesco, e accentuare l’aria cinica e furbastra. Gli ci vorrà tutta la faccia tosta del miglior Alberto Sordi per dedicare a Greta Thunberg la marcia pro TAV, e continuare a intestare al PD una marriage equality che in Italia in realtà non esiste, perché la legge sulle unioni civili non riconosce uguali diritti sociali. E nemmeno uguali diritti civili.
Chi ha davvero a cuore le minoranze discriminate non abolisce l’Articolo 18, dando via libera ad ogni tipo di licenziamento discriminatorio.
E chi ha davvero a cuore le famiglie non pretende che le donne facciano più figli lavorando fino al 9° mese.
La versione di Alberto Sordi che meglio rappresenta la classe politica italiana resta sempre quella de I Vitelloni. “Lavoratori…”
Fonte

“Ho detto ‘sarà un anno bellissimo’? Era una battuta”
– Giuseppe Conte
Quello fra Di Maio e Salvini è ormai un dialogo fra Sordi. Intesi come Alberto.
Non fatevi ingannare dall’accento: entrambi sono Alberto Sordi, o meglio suoi personaggi.
Strafottente, opportunista, reazionario, Salvini è un Sordi anni ’70-80, coll’arrogante pretesa d’essere l’unica fedele rappresentazione del popolo, l’incarnazione del senso comune. Alla guida del governo come Il Tassinaro.
Ipocrita, ignorante, arrivista, disposto a svendersi qualsiasi cosa pur di avere successo (anche letteralmente un occhio della testa) Di Maio è un Sordi anni ’50-60, dei quali infatti prometteva Il Boom.
Ed è un Alberto Sordi anche Giuseppe Conte che fa il piacione con le straniere, millantando un potere e un rango che non avrà mai. È Il Conte Max.
In comune hanno l’amore-odio per l’inglese alla Nando Moriconi – i Navigator, la Flat Tax, la Spending Review – e la megalomania – aboliremo la povertà, chiuderemo il parlamento europeo, faremo l’alta velocità Caltanissetta – Kiev.
“Cos’è un megalomane? È uno che si crede un grand’uomo, invece è un cretino ridicolo che si circonda di incapaci” – Franca Valeri, da Il Vedovo.
Pare proprio che sia impossibile avere successo in Italia senza essere Alberto Sordi. A modo loro lo erano anche Berlusconi, e Renzi, il Sordi de Il Vedovo, il cazzaro rampante caduto nella sua stessa trappola.
Sordi, Sordi, volevi solo Sordi, canterebbe Mahmood.
Se Zingaretti vuole recuperare voti dovrà calcare l’accento romanesco, e accentuare l’aria cinica e furbastra. Gli ci vorrà tutta la faccia tosta del miglior Alberto Sordi per dedicare a Greta Thunberg la marcia pro TAV, e continuare a intestare al PD una marriage equality che in Italia in realtà non esiste, perché la legge sulle unioni civili non riconosce uguali diritti sociali. E nemmeno uguali diritti civili.
Chi ha davvero a cuore le minoranze discriminate non abolisce l’Articolo 18, dando via libera ad ogni tipo di licenziamento discriminatorio.
E chi ha davvero a cuore le famiglie non pretende che le donne facciano più figli lavorando fino al 9° mese.
La versione di Alberto Sordi che meglio rappresenta la classe politica italiana resta sempre quella de I Vitelloni. “Lavoratori…”
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)

