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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2024

I Verdi europei votano la guerra permanente

Con 401 voti a favore Ursula von der Leyen è stata rieletta presidentessa della Commissione UE dopo un discorso in cui ha inneggiato alla guerra totale con la Russia ed ha agitato lo spauracchio dell’immigrazione seguendo lo schema narrativo della “difesa dei confini” tipico dei peggiori populisti reazionari.

Determinanti i voti dei Verdi cui ha concesso, in cambio, qualche vaga rassicurazione sul “Green deal” ma che non sia assolutamente di ostacolo alla corsa, feroce e senza regole, alla competitività economica globale delle imprese europee.

Con buona pace delle tante chiacchiere a vuoto delle ex sinistre sul dilagare del lavoro povero e sullo smantellamento del welfare ma, anche, sul riscaldamento globale che sta già dispiegando le sue drammatiche conseguenze anche sul continente europeo.

La linea Von Del Leyen, al netto di qualche dettaglio di puro maquillage, non cambia: ritorno pieno ai rigorosi dettami della solita austerità e aumento consistente della spesa militare dei paesi membri al di fuori dei vincoli previsti dal famigerato “Patto di Stabilità” che, invece, continueranno a produrre tagli sanguinosi su tutti gli altri fronti, in primis, quello sociale e salariale.

Per la immarcescibile guerrafondaia Von der Leyen, è l’invasione russa dell’Ucraina che giustifica i corposi investimenti pubblici nel settore militare che dovranno continuare a crescere vorticosamente nei prossimi anni.

Dopo due anni di guerra, dunque, prosegue la folle corsa bellicista dell’Europa fino allo schianto finale e tutto ciò grazie anche ai fantastici Verdi Europei.

D’altronde prendi, ad esempio, i Verdi tedeschi: Jochka Fischer, loro leader, allora ministro degli Esteri, fu uno dei maggiori falchi ultra-atlantisti promotori e violenti istigatori della criminale aggressione alla Jugoslavia nel 1999.

Certe cose non si dimenticano.

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29/11/2022

L’Italia ancora in guerra. Oggi si votano le mozioni alla Camera

Le diverse mozioni sulla prosecuzione del coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina, approdano oggi nell’Aula della Camera.

Sia la destra al governo che gran parte dell’opposizione (PD, Calenda) sostengono la prosecuzione dell’invio delle armi a Kiev. C’è il serio rischio che questo impegno bellico venga mantenuto d’ufficio anche per tutto il 2023.

La bozza non definitiva della mozione cui lavorano i partiti della maggioranza impegna il Governo, tra le altre cose, “a sostenere le iniziative normative necessarie a prorogare fino al 31 dicembre 2023 l’autorizzazione, previo atto di indirizzo delle Camere, alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative dell’Ucraina nei termini e con le modalità stabilite dall’articolo 2-bis del decreto-legge 25 febbraio 2022, n. 14”, la cui validità scadrà il 31 dicembre prossimo.

Ma non è l’unica cosa grave presente nella mozione che la destra di governo presenterà in Parlamento. Infatti in un altro passaggio della mozione, i partiti della maggioranza intendono impegnare il Governo “ad assumere tutte le iniziative necessarie per conseguire l’obiettivo di una spesa per la Difesa pari al 2% del Pil, anche promuovendo, nel quadro della riforma del Patto di stabilità e crescita, l’esclusione delle spese per gli investimenti nel settore della difesa dal computo dei vincoli di bilancio”.

In pratica le spese militari non dovranno più essere sottoposte ai vincoli di bilancio come gli altri capitoli della spesa pubblica e sociale.

Ma se la destra è orientata in questo modo, nell’opposizione ci sono già tre distinti testi uno del PD, uno del Movimento 5 stelle, e quello dell’Alleanza Verdi-Sinistra.

Il M5S insiste sul coinvolgimento preventivo delle Camere prima di decidere qualsiasi mossa – anche sulle armi – da parte del governo, sulla scia delle richieste, più volte avanzate dai pentastellati, di comunicazioni nelle aule parlamentari, affinché si potesse procedere ad un voto.

Per il PD invece la mozione che verrà presentata esprime il pieno sostegno e solidarietà a Kiev, che ha diritto all’assistenza militare necessaria anche alla luce dell’articolo 51 della Carta delle nazioni Unite che stabilisce il diritto alla propria difesa, individuale e collettiva. Senza dimenticare di “confermare il ruolo dell’Italia nel quadro dell’Alleanza Atalantica; l’importanza di chiedere al governo l’impegno affinchè l’Italia sia protagonista nell’avvio del percorso di una conferenza di pace, la necessità di adoperarsi per il cessate il fuoco immediato e il ritiro delle forze russe che illegittimamente occupando il suolo ucraino”.

Non solo, il PD chiede che nella malaugurata ipotesi del protrarsi della guerra, allo scadere del decreto sull’emergenza Ucraina si provveda con un apposito provvedimento di legge.

La mozione dell’Alleanza Verdi-Sinistra intende invece impegnare il governo a cambiare strategia e approccio dando priorità alla costruzione di un processo di pace e all’attivazione di canali negoziali; a lavorare alla convocazione di una conferenza multilaterale per la pace e la sicurezza guidata dalle Nazioni Unite e a interrompere la fornitura di equipaggiamento militare, concentrando tali risorse sull’assistenza umanitaria e la ricostruzione. Così come a fornire al Parlamento ogni elemento utile circa la natura e la quantità di equipaggiamento militare fin qui fornito all’Ucraina.

Sull’esito delle votazioni alla Camera sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina, viene da chiedersi quale saranno gli effetti della manifestazione nazionale per la pace dello scorso 5 novembre. Le troppe omissioni e ambiguità hanno indubbiamente depotenziato quel messaggio, consentendo a chi era in piazza – vedi Letta e i parlamentari del PD – di proseguire sulla propria linea bellicista senza doverne poi pagare il conto. E la gravità della guerra e la sua fuoriuscita dagli scenari del paese si è ridotta così a un dibattito di routine nelle aule parlamentari.

Fonte

04/10/2021

Elezioni federali tedesche 2021, un’analisi dall’interno

Come Contropiano abbiamo offerto un commento alle elezioni parlamentari tedesche, prima “a caldo”, quando i risultati non erano ancora definitivi, e poi una ricognizione più ragionata, potendo accedere ai dati definitivi e alle stime sulla distribuzione geografica del voto, le sue fasce anagrafiche, ed i travasi degli elettori. La Germania si afferma come un sistema multipartitico con una cordone sanitario nei confronti dell’estrema destra dell’AFD – ormai con un consolidato consenso specie ad Est – ed una marginalizzazione della “sinistra radicale” della Die Linke, in drastico calo.

In realtà, la parte più a destra dei Conservatori, soprattutto ad Est, non è sorda alle sirene di una alleanza con l’AFD e non è detto che tale ipotesi non si affacci in futuro come extrema ratio, considerato che nella variegata famiglia europea dei Popolari l’alleanza con l’estrema destra è già abbondantemente praticata e sdoganata.

In più, come ricorda Kahrs parlando dei leader della CDU. «Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centrosinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i ‘rossi’, la CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD».

Ma questa ipotesi non si è verificata, più a causa della deludente performance di Die Linke che per una volontà contraria da parte della dirigenza della CDU, non certo per una sorta di credo “anti-populista”, come blaterano gli opinion maker di casa nostra.

Questo voto è stato caratterizzato da una forte affluenza alle urne e dal voto per corrispondenza, l’estrema incertezza dei votanti rispetto alle scelte da fare e la grande volatilità del voto, che ha prodotto paradossalmente un risultato per cui i partiti, ed i loro gruppi parlamentari, ridiventano il centro gravitazionale della decisione sulla futura coalizione governativa, qualunque essa sia, e che può trarre ispirazione dalle differenti combinazioni attuate a livello di Stati Federali.

Il successo, molto relativo, della SPD è interpretabile anche come un parziale recupero di voti dei tradizionali votanti socialdemocratici in là con l’età, che avevano sostenuto la Merkel, grazie anche all’abile rivendicazione dell’eredità della cancelleria da parte di Olaf Scholz e nel sapere catalizzare il “voto utile” da parte anche di ex elettori della Die Linke, strizzando l’occhio a misure più progressiste che verrebbero azzerate (o quasi) in caso di governo con i Liberi Democratici.

È chiaro che la parte del leone la faranno i Verdi e proprio i liberal-liberisti della FDL.

Una parte degli elettori che avevano in cima alle proprie preoccupazioni il cambiamento climatico – la preoccupazione della maggioranza dei votanti – ha preferito dare il voto alla traduzione “centrista” dell’istanza, nonostante la rassicurante affidabilità che l’attuale dirigenza dei Die Grünen ha garantito all’establishment.

E questo la dice lunga sull’aspirazione alla “stabilità” della propria popolazione, nonostante gli evidenti disastri ambientali che hanno colpito il territorio tedesco.

L’FDP, il partito del rigore di bilancio e della rigidità fiscale, di cui gli elettori condividono molte preoccupazioni simili a quello conservatore, sarà probabilmente l’ago della bilancia e detterà la linea su alcuni aspetti della politica economica in senso fortemente ordo-liberista.

La coalizione che andrà al governo dovrà affrontare una serie di questioni, in parte ricordate nell’articolo che abbiamo tradotto, insieme ad altre, in un quadro in evoluzione.

Il rapporto economico con la Russia, che alimenta ed alimenterà il fabbisogno energetico tedesco anche grazie al completamento del Nord Stream 2, e la dipendenza delle esportazioni verso la Cina, costantemente in crescita a livello percentuale (circa l’8% di quelle complessive nel 2020), sono due dati strutturali che cozzano frontalmente con il clima da “Nuova Guerra Fredda” che gli USA vorrebbero imporre ai propri alleati atlantici contro quelle due potenze.

La concorrenza nel settore digitale, ed in generale dell’innovazione, vede la Germania indietro rispetto agli investimenti attuati da altri Paesi. Sebbene sia la quarta economia del mondo, il Global Innovation Index Ranking la dà solo al decimo posto in questo settore strategico; una posizione che dovrà essere colmata pena la perdita del suo status economico.

Questa esigenza stride con l’imposizione della rigidità fiscale, se si vuole mantenere una spesa sociale che bilanci la polarizzazione, universalmente percepita, e che legittimi l’azione delle élite politiche di fronte ai propri elettori.

Un altro aspetto critico è quello della concorrenza nel mercato mondiale dell’auto elettrica, e le sue ricadute occupazionali.

Il livello di capitalizzazione delle tre maggiori produttrici di auto tedesche (Volkswagen, Mercedes-Daimler e BMW) è inferiore ai 200 miliardi di dollari, un quarto dei 766 miliardi di Tesla.

Il settore auto impiega direttamente in Germania più di 800mila addetti, e circa ¼ di questi posti lavoro potrebbero andare persi in seguito alla ristrutturazione produttiva imposta dall’elettrico (tutta la motoristica scomparirebbe).

Per il Sistema-Paese si tratta di trovare una difficile quadratura del cerchio: come essere competitivi, senza perdere la pace sociale o gravare i conti dello stato con più di 200 mila disoccupati in più?

Vi sono poi alcuni nodi che la politica tedesca non ha affrontato nel campo delle scelte strategiche, ma che saranno nell’agenda del governo a venire: politica energetica, il futuro dell’Unione Monetaria e della Difesa Europea, la riforma delle pensioni, ecc.

Un quadro complesso, quindi, che moltiplica le criticità dell’azione di governo tedesca all’interno, così come la governance del processo di integrazione europeo, fin qui nelle sue mani.

Buona lettura

*****

L’elezione del ventesimo Parlamento della Germania, il Bundestag, ha segnato la fine della cancelleria di Angela Merkel, durata ben 16 anni.

Insieme alla sua amministrazione, è arrivato a compimento anche lo sconvolgimento del sistema dei partiti: infatti, i Social Democratici della SPD, i Cristiani Democratici e il loro partito gemello, l’Unione dei Social Cristiani, rispettivamente CDU e CSU – ultimi “partiti vecchio stile del popolo” rimasti – non riescono più a superare la soglia del 30 percento e aspirare ad un ruolo dominante nel governo. Il sistema dei partiti si è ampliato.

Come ci si poteva aspettare, dopo le recenti elezioni, il partito antidemocratico Alternative für Deutschland (AfD) ha consolidato la sua posizione. Finora erano presenti diversi partiti democratici, impegnati contro una forza politica che ignora ripetutamente le leggi costituzionali per innestare conflitti politici di interesse. Quanto resisterà questa barricata contro gli antidemocratici dipende da CDU e CSU.

In terzo luogo, la cancelleria Merkel delinea la fine di una decade di riluttante “ritorno dello Stato”. Nei vari scenari di crisi, dal 2008 in poi, lo stato tedesco si è posto come un’autorità salvatrice e protettiva dalle catastrofi (generate dalla mano dell’uomo) naturali e del commercio.

Dall’inizio della crisi da COVID-19 è diventato chiaro a tutti che le istituzioni pubbliche, come anche gli stati, hanno bisogno di modernizzarsi. Il nuovo governo dovrà decidere che piega far prendere alla trasformazione del “capitalismo verde”: se con piena fiducia nelle “illimitate” capacità del mercato, oppure guidata dagli investimenti e dalle regole imposte da uno stato democratico moderno? I risultati delle elezioni indicano che non c’è una strada prediletta dalla popolazione.

È probabile che il prossimo governo federale venga guidato da tre partiti o quattro (escludendo CDU e CSU nel primo caso, includendoli nel secondo). Il candidato per la cancelleria del CDU, Armin Laschet, ha suggerito già la notte delle elezioni che nuovi modelli di governo, come il “modello austriaco” (coalizione tra conservatori e Verdi), potrebbero avere il loro peso.

Dopo l’era Merkel gli equilibri di potere in Germania saranno ribaltati. La trasformazione in un sistema multipartitico sembra essersi completata, con tre partiti che vincono il 15-25 percento e diversi altri che guadagnano il 5-10 percento (senza escludere la possibilità che emergano nuovi partiti e spariscano i vecchi). Incertezza e mutevolezza continuano a crescere tra i votanti tedeschi.

Partecipazione elettorale e circostanze straordinarie

Complessivamente, l’affluenza è stata lievemente più alta rispetto al 2017. Il numero indefinito di voti ha ovviamente incoraggiato la partecipazione. Sembra che l’SPD abbia eccelso nella mobilitazione dei non votanti. C’erano lunghe file fuori dai seggi elettorali, nonostante il record storico delle votazioni per posta.

Le circostanze in cui i votanti hanno deciso la composizione del Bundestag sono per molti aspetti rilevanti rispetto a quelle delle precedenti elezioni. Particolarmente importanti sono le conseguenze della pandemia e le restrizioni legate a questa, che hanno stravolto la routine quotidiana e promosso l’isolamento sociale.

Dopo la terza ondata, il desiderio di stabilità e sicurezza ha avvolto la società tedesca. In molti stanno facendo fatica a tornare alla normalità, ed hanno percepito la stessa campagna come un evento “distante ed astratto”, come l’ha definita Stephan Grünewald del Rheingold Institute.

Queste elezioni sono state caratterizzate da diversi fattori:

- il cancelliere uscente non è andato alla caccia di una rielezione. Dunque, era chiaro che almeno in termini di gestione ci sarebbe stato un nuovo inizio. L’elezione è girata intorno al quesito di quanto sarebbe stato ingente questo “nuovo inizio”.

- Per la prima volta non erano due, ma bensì tre le persone a compere per la cancelleria. Solamente Annalena Baerbock dei Verdi veniva dall’opposizione, mentre gli altri due candidati, Olaf Scholz ed Armin Laschet, rappresentavano la coalizione che ha governato la Germania duranti gli ultimi otto anni.

- Durante l’ultima settimana di elezioni, nessun partito prevaleva totalmente sugli altri. Per la prima volta dal 2005 è stato impossibile prevedere chi avrebbe vinto. Questo è un chiaro indizio del cambiamento nell’organizzazione dei partiti.

- Per la prima volta nella storia del dopoguerra, una coalizione con tre partiti è l’esito più probabile delle elezioni. Sono state testate quattro forme di coalizioni tripartitiche all’interno di stati federali, e tutte sembrano possibili.

- Data la molteplicità di opzioni, è cambiato il carattere delle elezioni: l’elezione serviva a decidere la composizione del Bundestag, non il governo. Saranno i partiti ed i gruppi parlamentari a decidere chi governerà il paese. Ciò rinforza un aspetto della democrazia parlamentare che il presidente federale si è sentito costretto ad enfatizzare a seguito della scorsa elezione: i partiti sono obbligati a formare un governo dopo le elezioni.

Riorganizzazione del Centro

I Cristian Democratici e la loro controparte bavarese hanno ottenuto il peggior risultato della loro storia. Il CDU è sceso sotto il 20 percento (con il 18.9 percento), mentre il CSU ha superato a malapena la soglia per entrare in parlamento (con il 5,2 percento), totalmente sconfitte dal SPD per la prima volta dal 2002. I due partiti CDU/CSU non solo hanno proposto candidati non in grado di far avanzare il partito, ma hanno anche perso credibilità di fronte all’elettorato negli ultimi mesi e anni.

Nonostante ciò, la loro elezione è stata inaspettata rispetto ai pochi voti ricevuti – probabilmente grazie alla mobilitazione dei loro sostenitori più fedeli, terrorizzati all’idea di una “svolta a sinistra”. Avendo previsto questa dinamica, i leader politici di questi partiti hanno rivendicato la vittoria la sera stessa delle elezioni.

Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centro sinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i “rossi”, il CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD.

Se riuscissero a trovare un accordo di governo con Verdi e FDP, CDU e CSU potrebbero ancora mantenere la cancelleria. Inoltre, è necessario che il cancelliere torni ad essere cristiano democratico, per alimentare il conflitto interno del partito ripetutamente messo in scena fino alle ultime elezioni del Bundestag, tenuto sotto controllo quanto bastava per evitare l’imminente disgregazione del partito. Dall’altra parte però, lo scontro rispetto alla linea strategica per il futuro era inevitabile.

L’SPD è il vero vincitore di queste elezioni. Olaf Scholz può aspirare alla carica da cancelliere e formare un governo di maggioranza. È impressionante – rispetto alle scorse tre elezioni – l’implementazione della strategia del SPD. Negli stati dell’est della Germania, l’SPD è chiaramente favorito rispetto al CDU. Ha riscosso il maggiore successo a Brandeburgo con il 29,5 percento. È il secondo partito, dietro all’AfD nella Turingia, con il 23,4 percento, ed in Sassonia con il 19,3 percento.

Il partito Socialdemocratico ha adottato fin da subito una strategia offensiva che ha mantenuto nonostante tutte le previsioni negative. Quando un anno fa Olaf Scholz ha annunciato la sua candidatura a cancelliere, i sondaggi riportavano l’SPD come nettamente sfavorito rispetto a CDU/CSU e Verdi. In molti si sono chiesti: come mai il partito aveva bisogno di un candidato alla cancelleria, se non per il proprio ego? Con chi potrebbe Scholz formare un governo?

L’SPD però, è stato l’unico partito a capire già in fase iniziale cosa avrebbero significato le dimissioni di Angela Merkel. Come ho scritto a settembre dello scorso anno, “se l’SPD vuole espandersi ed entrare effettivamente nella cancelleria, deve conquistare più elettori che preferiscano votare per Scholz piuttosto che per la CDU“.

Il fatto che altre crisi – il disastro delle inondazioni, gli incendi boschivi e il ritiro dell’Afghanistan – siano state virulente in prossimità delle elezioni potrebbe aver ulteriormente rafforzato lo slancio del “quasi-incombente”.

Politicamente, Olaf Scholz ha fatto affidamento sulla riconquista dei sostenitori socialdemocratici della Merkel con tre temi, tutti concreti e che potevano servire da schermo per tutti i tipi di proiezioni: “rispetto” e “dignità” per le persone che lavorano sodo, un aumento significativo del salario minimo insieme a moderati aumenti delle tasse per le persone che “guadagnano tanto quanto me o più”, e una politica industriale rispettosa del clima.

Cosa può ottenere un cancelliere SPD ed in quale costellazione politica e cosa Olaf Scholz rappresenta “veramente”, sono questioni aperte al dibattito. Ciò che è indiscutibile, tuttavia, è che è riuscito a dare alla SPD ciò di cui il suo partito aveva più urgente bisogno dopo una lunga fase di declino: la prospettiva di poter vincere e prendere di nuovo decisioni strategiche. Resta da vedere quanto questo durerà oltre il giorno delle elezioni.

I Verdi possono celebrare uno storico successo elettorale – il loro miglior risultato in un’elezione federale di sempre – anche se sono stati ben al di sotto delle aspettative, alimentate dai buoni numeri dei sondaggi fino all’inizio dell’estate.

Con ogni probabilità, faranno parte del prossimo governo federale e potrebbero avere a che fare con Christian Linder come ministro delle finanze, che non solo è impegnato a mantenere lo “zero nero” (un bilancio federale in pareggio) senza aumentare le tasse, ma ha anche una comprensione fondamentalmente diversa del ruolo dello stato nella vita pubblica.

Per molto tempo, i Verdi sono stati in cima ai sondaggi. Allo stesso tempo, l’esperienza ha insegnato che più si avvicinava il giorno delle elezioni, più gli elettori si sono chiesti se sono davvero d’accordo con i cambiamenti che i Verdi hanno proposto e come hanno pianificato di attuarli.

I Verdi, con la loro immagine di partito ambientalista e climatico, sono stati in più occasioni politicamente graditi, ma quando è arrivato il momento di impegnarsi nelle loro politiche, gli indici di approvazione sono diminuiti. Se i sondaggi devono essere creduti, non sono gli elettori più giovani ma quelli più anziani che tendono a optare per la trasformazione più rilassata verso il capitalismo verde con la CDU o l’SPD.

I sondaggi indicano che una netta maggioranza della popolazione è aperta al cambiamento quando si tratta di politica climatica, senza dubbio a vari livelli. Ma ciò che travolge e disturba molti è la sensazione che, come consumatori e cittadini, solo loro dovrebbero essere responsabili di evitare la catastrofe climatica.

Al di là delle linee di partito, si è parlato di responsabilità personale in molte aree della società per decenni. La paura di essere spinti in una spirale così sovraccarica dalle politiche dei Verdi, porta molte persone il cui umore politico è più o meno rispettoso del clima e verde, a votare altrove.

Consolidamento a destra, Catastrofe a sinistra

Die Linke ha ottenuto un risultato disastroso. Lontano dal suo obiettivo di un risultato a due cifre e dalla partecipazione al governo, con il 4,9% non è riuscito a raggiungere la soglia per entrare in parlamento e ha perso oltre 2 milioni di voti, quasi la metà del suo voto del 2017. Secondo le stime preliminari di Infratest dimap, ancora una volta, circa la metà dei voti persi è andata ai suoi due partner di coalizione, l’SPD e i Verdi.

Tuttavia, poiché il partito è stato in grado di difendere tre mandati diretti a Lipsia (Sören Pellmann) e Berlino (Gesine Lötzsch e Gregor Gysi), dopo tutto entrerà nel Bundestag con un gruppo e i diritti parlamentari presumibilmente limitati, grazie alla “clausola del mandato di base”. Il caso peggiore in assoluto è stato quindi evitato per un pelo.

Nei cinque stati della Germania orientale, Die Linke ha ottenuto risultati a due cifre solo in Turingia (11,4%) e Meclemburgo-Pomerania occidentale (11,1%). Nel Brandeburgo, con l’8,5 per cento, è addirittura dietro i Verdi (9,0 per cento). La media per tutti e cinque gli stati era solo del 9,8%.

Sono prevedibili dure lotte interne al partito sulla direzione futura. In superficie, le debolezze tattiche possono essere lette come ragioni per il risultato elettorale. In realtà, queste debolezze tattiche elettorali sono solo la conseguenza di problemi più profondi e persistenti debolezze strategiche.

Come la CDU, anche Die Linke non è stata in grado di cambiare la sua leadership in tempo per le elezioni a causa della pandemia. Così, la nuova direzione del partito non ha avuto il tempo di stabilire i propri accenti positivi e quindi distinguersi.

Dal crollo del governo di minoranza di Hannelore Kraft nella Renania Settentrionale-Vestfalia e dal successivo fallimento di Die Linke nel vincere la rielezione al parlamento statale nel 2012, il partito si è trovato di fronte al compito di sviluppare una strategia degna di questo nome.

Le strategie sono rivolte a orizzonti temporali a medio termine. Includono promesse elettorali programmatiche su principi politici generali e normativi, risposte a domande su quale ruolo dovrebbe svolgere la massimizzazione del voto e/o il potere contrattuale politico e quali promesse elettorali possono essere soddisfatte dato l’equilibrio di forze tra i diversi partiti.

Tali considerazioni probabilmente non mancano in Die Linke, al contrario. Ciò che manca, tuttavia, è un centro strategico che possa radunare gli attivisti del partito dietro una strategia che consenta loro di convincere gli elettori a sostenere il programma del partito. Questo è il compito che la leadership del partito dovrà svolgere nei prossimi due anni: riconoscere e lavorare attraverso gli “errori degli ultimi anni” e “riqualificare il partito”, come ha dichiarato domenica sera la co-presidente del partito Susanne Hennig-Wellsow.

I Liberi Democratici (FDP) entrano nel nuovo Bundestag con un solido risultato a due cifre. Ancora una volta, devono la propria vittoria a una campagna incentrata sul leader del partito Christian Lindner. È sorprendente che gli elettori attribuiscano al partito una notevole competenza nella “digitalizzazione”, in particolare i giovani elettori (maschi).

Allo stesso tempo, una piccola “ala” social-liberale è emersa negli ultimi anni come antitesi a una comprensione dello stato e della libertà che Christian Lindner promuove: lo stato come un mostro burocratico che deve essere ridotto e domato.

L’FDP è riuscito a presentarsi come una voce della società civile moderata critica delle misure introdotte contro la pandemia. Nel far ciò, ha oltrepassato la sottile linea rossa tra i diritti civili liberal democratici e il risentimento libertario contro lo stato che considera tutte le attività dello stato come una minaccia nei confronti delle libertà del libero mercato.

Tuttavia, l’FDP di Lindner ha approfittato principalmente della debolezza della CDU/CSU e della forza della SPD: la CDU/CSU non sembrava più forte abbastanza da poter nominare un cancelliere in un’alleanza a due partiti (con i Verdi), mentre l’SPD si è rafforzata talmente tanto nei voti da poter nominare un cancelliere in un’alleanza a tre partiti.

In entrambi i casi, L’FDP giocherà un ruolo centrale: assieme ai Verdi, potrebbe far nominare Armin Laschet cancelliere e prevenire un “governo di sinistra” con a capo Olaf Scholz. Era da un po’ di tempo che al partito del libero mercato non veniva data così tanta importanza dopo un’elezione. Lindner ha spinto su ciò chiedendo per sé il posto da ministro delle finanze. Nel 2021, è meglio governare male che non farlo proprio.

Con pochi voti persi, l’AfD entra nel Bundestag per la seconda volta. Non sarà probabilmente più il più grande partito d’opposizione, a meno che SPD e CDU/CSU non formino un governo di coalizione di nuovo. In Turingia, dove il partito è guidato dall’estremista di destra Bjorn Hocke, è diventato il primo partito con il 24% (e 5 seggi diretti), così come in Sassonia con il 24,6% (e 10 seggi). In tre altri stati tedeschi dell’Est, i suoi risultati sono tra il 18 e il 19,6%.

I risultati dell’AfD, assieme ai risultati delle elezioni statali, che hanno permesso un ritorno nelle istituzioni parzialmente più debole, dimostrano che il partito si è finalmente cementato nel sistema elettorale ed ha una base elettorale.

Questo elettorato di base sembra essere collegato, in molte regioni del paese, alla formazioni di ambienti politici propri, che, chiudendosi al flusso delle informazioni sui social e al dibattito pubblico, ha creato dei propri canali informativi, convinzioni di gruppo e realtà.

Dopo le elezioni del Bundestag, il partito deciderà il proprio percorso futuro: la trasformazione in un partito parlamentare che cerca di diventare parte di un blocco conservatore, o continuare con un movimento spinto contro ogni forma di politica statale come mezzo per la radicalizzazione e l’ostilità nei confronti della democrazia.

Quando agli elettori è stato chiesto il giorno delle elezioni di cosa fossero “preoccupati”, gli sono stati dati una serie di questioni che si dividevano chiaramente lungo la faglia dei partiti: la preoccupazione secondo cui troppi immigrati stessero arrivando in Germania era condivisa dagli elettori dell’FDP e dell’AfD; l’idea che l’Islam abbia troppa influenza era condivisa dalla maggioranza degli elettori dell’AfD e un po’ meno da quelli dell’FDP e della CDU/CSU e anche in parte da quelli dell’SPD.

Preoccupazioni riguardo gli standard di vita erano concentrate principalmente tra gli elettori dell’AfD, così come l’idea che la Germania stesse cambiando troppo. Preoccupazioni riguardo il cambiamento climatico erano condivise dagli elettori della Linke fino a quelli della CDU ed era di poco prominente tra quelli della FDP ma non più tra quelli dell’AfD.

Nonostante il dibattito riguardo le crescenti divisioni sociali tra ricchi e poveri e le minacce al centro politico, la maggioranza degli elettori pensano che le cose siano “più giuste” che ingiuste in Germania. Più dei ⅔ degli elettori della CDU, dei Verdi e dell’FDP erano di questa opinione, assieme a una sottile maggioranza di quelli dell’SPD. Solo i sostenitori della Linke e dell’AfD vedono le cose in maniera radicalmente differente. Un futuro governo federale, dominato dalla CDU o dalla SPD, sarebbe un governo i cui sostenitori considerano l’attuale situazione sociale come “abbastanza giusta”.

La situazione però è differente quando si parla di distribuzione della ricchezza. Il 77% degli elettori, che va da un minimo del 57% tra quelli della CDU e un 96% di quelli della Linke, dice che la ricchezza economica non è distribuita equamente. Com’è possibile che solo il 45% degli elettori (tra cui il 19% di quelli della CDU) pensano che le cose siano ingiuste in Germania, ma il 77% di loro (tra il 57% di quelli della CDU) dicono che la ricchezza sia mal distribuita? Ricchezza non redistribuita non scuote la visione secondo cui l’ordine sociale sia giusto (e quindi legittimo).

Queste contraddizioni apparenti nella coscienza di tutti i giorni continuano quando viene chiesto all'elettorato se volesse vedere qualche “cambiamento di sistema” (51%), un “cambiamento fondamentale” (40%), o che “tutto rimanga essenzialmente com’è” (6%), per il futuro del Paese. Mentre il 21% in più vorrebbe vedere un “cambiamento fondamentale” rispetto al 2017, questo tema è allo stesso livello del 1998 e del 2009, ma più basso del 2005.

Attualmente, il desiderio per un cambiamento fondamentale è polarizzato fortemente lungo le linee di divisione politiche: i sostenitori della Linke, dei Verdi e dell’AfD vorrebbero che questo accadesse per più dei ⅔ ma solo una minoranza degli elettori degli altri partiti.

Comunque, le ragioni di queste decisioni elettorali non sono da ritrovarsi in queste visioni, preoccupazioni e desideri necessariamente. Secondo Infratest, il 48% degli elettori dell’SPD dicono che senza Olaf Scholz non avrebbero votato il partito. Questo corrisponde più o meno ai sondaggi di fine 2020/inizio 2021.

Aldilà di chi finirà per formare il prossimo governo in Germania, dovrà affrontare una serie di problemi che sono stati trattati come elefanti nella stanza durante la campagna elettorale:

- rifugiati e immigrazione: l’immigrazione di lavoratori (professionisti), la loro integrazione, e il loro status legale stanno prorompendo sempre di più nel dibattito politico alla luce della struttura di età della forza lavoro domestica, dell’immigrazione nel mercato del lavoro e la politica sui rifugiati mai risolta.

- La democrazia come stile di vita: i toni sempre più accesi della politica di tutti i giorni e le minacce a politici locali fino ad arrivare a insinuare omicidi mettono in pericolo la risoluzione del conflitto democratico nella società e, assieme a bolle di comunicazione identitaria, promuovo esclusione reciproca invece che compromessi. Il principio democratico e deliberativo secondo cui l’avversario potrebbe aver ragione è sempre meno condiviso, e si stanno abbandonando le basi per un dibattito democratico e il riconoscimento di una realtà comune.

- Il futuro delle pensioni e il finanziamento del welfare: la generazione dei baby boomer ha appena iniziato ad andare in pensione. In connessione con l’avanzamento della digitalizzazione nel mondo del lavoro da una parte e la politica sul clima dall’altra, i conflitti lungo l’asse temporale “per oggi/per dopodomani” arriveranno ad un apice. In altre parole, sempre più cittadini dovranno essere convinti da progetti politici nei prossimi dieci anni, dei cui frutti non gusteranno mai il sapore.

- L’Europa e l’Unione Europea come contesto per l’azione: non ci sono opinioni discordanti al fatto che problemi centrali quali i rifugiati e le migrazioni, l’energia e la politica climatica, e l’infrastruttura pubblica digitale possono essere risolti solo all’interno del contesto europeo. Ma questioni centrali nel futuro sviluppo dell’Unione Europea – una comunità di investimenti, un’unione di trasferimenti, la politica di contrattazione collettiva europea etc – sono state evitate nella campagna elettorale.

- La politica estera tedesca: il dibattito sulle lezioni da imparare dalla guerra della NATO in Afghanistan (con un mandato ONU) con la partecipazione della Germania è stato posticipato, nonostante sia ovvio che gli Stati Uniti manterranno la propria attitudine stravolta riguardo la NATO, iniziata sotto Obama e inasprita sotto Trump, così come sotto l’attuale presidente Biden. Cosa significa questo per il ruolo della Germania nel mondo e per la politica estera strategica della Germania?

Il governo futuro avrà subito il compito di tirar fuori riforme importanti per i prossimi quattro anni, il che avrà ripercussioni sugli standard di vita tra 20 o 30 anni. Perfino se queste questioni saranno affrontate coraggiosamente, non c’è nulla che possa suggerire che il bilancio politico del potere si stabilizzerà sotto condizioni intensificate di trasformazione. Infatti, è possibile che il prossimo governo sia semplicemente un governo di transizione.

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16/03/2021

Germania - L'elettorato scarica la CDU

Domenica si sono svolte le elezioni in due regioni della Germania occidentale: la Renania-Palatinato ed il Baden-Wüttemberg.

Le urne hanno penalizzato pesantemente la CDU, già in crisi per i recenti scandali che hanno coinvolto diversi esponenti del partito.

Hanno contribuito al pessimo risultato anche le critiche per i ritmi della vaccinazione, blandi come in Italia e nel resto d’Europa (gli acquisti di dosi erano stati “centralizzati” dalla Ue, con Ursula von der Leyen ora sulla graticola), indirizzate però soprattutto al ministro della sanità Jens Spahn. Ma pesa anche il ritardo, come in Italia, nei versamenti dei “ristori” alle aziende colpite dal lockdown, per cui è stato preso di mira il ministro delle finanze Peter Altmaier.

In sintesi, una parte rilevante dei cittadini tedeschi, è insoddisfatta dell’operato del governo, in cui i conservatori fanno da sedici anni la parte del leone.

Entrambi questi ministeri sono dei conservatori che integrano il governo formato dalla CDU insieme alla SPD, in una riedizione della Grosse Koalition in difficoltà ben prima della pandemia.

Forse abbiamo davanti la crisi più grave dalla fine degli anni '90, quando lo scandalo dei finanziamenti illeciti portò al termine la carriera politica di Helmut Kohl, ma la transizione politica interna alla CDU sembra oggi molto più problematica di allora.

Armin Laschet, da qualche mese leader della storica formazione conservatrice non è riuscito a dire altro che “bisogna fare meglio”, squadernando l’assenza di idee e soluzioni per far fronte ai problemi.

L’attuale governatore del Reno-Westphalia è a capo dei conservatori da gennaio, ed è stato indicato da Frau Angela per la successione dopo che la sua “delfina” (Annegret Kramp-Karrenbauer) si era dimessa a causa del terremoto politico provocato dall’appoggio – poi ritirato – all’ipotesi di un governo regionale insieme all’estrema destra della AFD in un Land orientale.

In questa tornata elettorale, i conservatori escono sconfitti in entrambi i Land, rispettivamente dietro i Verdi nel Baden Württenberg e i socialdemocratici nella Renania Palatinato, scendendo ad una percentuale attorno al 24 nel primo caso e meno del 28 nel secondo.

Il quotidiano Die Zeit parla apertamente di “disastro”, mentre la Süddeutsche Zeitung usa il termine “catastrofe”; in generale la stampa tedesca è unanime in questo giudizio.

Questo è il primo di una serie di test elettorali regionali – si voterà a breve in altre 4 regioni – che precedono le elezioni del parlamento il 24 settembre.

La pessima prestazione della CDU contribuisce a minare la possibilità che il neo-leader del partito possa essere il candidato del centro-destra, considerando che molti conservatori gli preferiscono il capo dei Cristiano Sociali bavaresi della CSU, Markus Söder, la formazione “sorella” della CDU.

Angela Merkel, da tempo non più a capo dei conservatori, almeno “formalmente”, uscirà di scena a settembre dopo 16 anni come Cancelliera della Germania “unificata”, lasciando un vuoto che sarà difficile da colmare.

Ma vediamo i risultati elettorali.

Nel Baden-Wüttemberg i Verdi si confermano la formazione più votata, aumentando i propri consensi, mentre il partito della Merkel li diminuisce in un territorio che prima dell’exploit dei Grünen, una decina di anni fa, aveva ininterrottamente governato, per qualche tempo addirittura con la maggioranza assoluta.

I Cristiano Democratici, che erano soci di minoranza nel governo locale di Winfried Kretshmann – rieletto governatore per la terza volta consecutiva – potrebbero addirittura non entrare nell’esecutivo regionale, considerato che i numeri permetterebbero una “coalizione semaforo” con i socialdemocratici ed i liberali (gialli) dell’FDP; ossia la stessa formula che governava l’altra regione in cui si sono svolte le elezioni, dove verrà probabilmente confermata.

Quasi dieci punti separano infatti i Verdi dalla CDU, con i primi ben oltre il 30%.

Una inchiesta sui flussi elettorali, di Infratest dimap, pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, mostra come il travaso dei 245mila voti persi dalla CDU rispetto al 2016 abbia premiato soprattutto i Verdi. Ma anche la perdita di 270 mila voti da parte della AFD – che hanno preso le direzioni più differenti – è un fatto rilevante, e testimonia una significativa “volatilità” delle preferenze, anche per quanto riguarda riguardato gli stessi verdi.

Nella Renania-Palatinato, totalizzando più di un terzo dei voti, ha vinto la SPD, anche se in leggero calo, riconfermando di fatto al governo Malu Dreyer.

La CDU, secondo partito, perde più del 4% nella regione che costituiva un tempo un proprio bastione, mentre i Verdi migliorano la propria performance del 4%, divenendo il terzo partito e superando l’estrema destra della AFD, in netto calo anche qui, con una perdita superiore al 4% in Renania e oltre il 5% nel B-W.

Die Linke, storicamente più debole ad Ovest, migliora leggermente la sua prestazione nella prima regione superando abbondantemente il 3% e perde leggermente nella seconda attestandosi sotto questa soglia.

Prende quindi quota l’ipotesi di una trasposizione dell’esperienza della “coalizione semaforo” (SPD, Verdi e “Liberali”) anche come possibilità di futuro governo federale, considerata l’ascesa dei consensi dei Verdi, fuori da un esecutivo nazionale fin dal 2005.

È di questa opinione, per esempio, Ulrich Schulte, che da molti anni segue i Verdi per il quotidiano berlinese Die Tageszeitung, il quale non nasconde che a livello nazionale essi hanno una politica più marcata e meno conciliatoria su una serie di questioni, in contrasto con l’approccio dei conservatori anche sulle questioni più squisitamente sociali.

I “Grünen” ad ovest e l’estrema destra della AFD – recentemente messa sotto sorveglianza dai servizi segreti interni (BfV) – sono stati fin qui i maggiori beneficiari della frantumazione del quadro della rappresentanza politica e dell’incapacità di tenuta delle due storiche famiglie politiche tedesche (CDU/CSU e SPD), che governano insieme il Paese dal 2005.

È chiaro che l’AFD rappresenta un problema maggiore per l’establishment, perché nasce da una frattura reale mai ricomposta tra “est” ed “ovest” e, anche se è presente ormai in tutti i parlamenti regionali, resta una presenza rilevante nell’ex Germania Est.

Quello dei Verdi in Baden Württenberg era un risultato abbondantemente previsto dai sondaggi.

Kretschmann fa parte dell’ala moderata della formazione – i “realo” – che ha trionfato sulle istanze più radicali dei fondatori – i “fundis” – coniugando le istanze ambientaliste alle esigenze economiche delle imprese in questa regione sud-occidentale che è il cuore dell’industria tedesca, in particolare automobilistica e delle macchine utensili votate all’esportazione (Daimler-Benz, Bosch e Porsche).

Nel 2016 hanno dato vita ad un insolito governo regionale “verde-nero”, in una regione al centro dell’innovazione elettrica dell’auto-motive a livello continentale o, come ha affermato Sandra Detzer, co-segretaria dei Verdi nella regione, “un modello per la combinazione di economia ed ecologia”.

Il progetto che più simbolizza l’approccio pragmatico dei Verdi è la creazione del “dialogo strategico dell’industria automobilistica” nel 2017.

Come spiega la vice regionale della formazione politica Andrea Lindlohr a Mediapart: “è una piattaforma che riunisce tutti gli attori del settore e che ha messo a punto un calendario, dei metodi e una strategia perché questa industria possa realizzare la sua trasformazione per la motorizzazione elettrica e l’industria digitale con meno conseguenze negative possibili per le persone”.

Si tratta, né più né meno, del nucleo centrale della riconfigurazione produttiva che sta venendo imposta a tutta la UE con la gestione del Recovery Fund, a partire proprio dalla ex locomotiva tedesca.

Lo slogan elettorale “trasformare per proteggere” ben sintetizza lo spirito dell’azione politica dei Verdi in una regione dove hanno messo in campo altri cantieri che strizzano un occhio alla “sostenibilità”: dalle ciclabili, al trasporto ferroviario, passando per la valorizzazione delle produzioni bio.

La sempre maggiore distanza dei Verdi, rispetto ai temi dell’emergenza climatica, ha così portato alla creazione di una “Lista per il Clima” da parte di chi non si ritrova più, né qui né altrove in Germania, nelle politiche solo formalmente “ecologiste”, segno di una spaccatura apertasi non solo nella regione governata da 10 anni, ma anche altrove.

Più segni indicano che l’intero modello di governance che ha dominato la Germania nei decenni post-unitari si è incrinato nel punto più alto della sua rappresentanza politica – la CDU – pilastro ineludibile a Berlino come a Bruxelles. The times they are changing, anche sotto il cielo di Berlino...

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24/02/2020

Germania - Amburgo alle urne bastona Cdu, liberali, nazisti e Spd

La crisi politica tedesca si approfondisce con il voto di ieri ad Amburgo, città-stato che fa land a sé (come Berlino e Brema). L’Spd resta primo partito (37,8%), anche perdendo molti voti (–7,8), che però sono andati a premiare soprattutto i Verdi, ora praticamente al doppio dei consensi (+13,1%, salendo al 24,5).

Molto bene anche la sinistra “radicale” Die Linke, al 9,5%. Mentre crollano i liberali dell’Fdp (sono intorno al 5%, ma ancora non è certo se abbiano superato la soglia di sbarramento) e soprattutto i neonazisti dell’Afd, che perdono l’1,4 e scendono così al 4,7, restando sicuramente fuori dal consiglio regionale.

Il governo uscente era formato da una coalizione tra Spd e Verdi, che dunque verrà probabilmente confermata, con qualche ovvia “compensazione” interna che premi la maggiore rappresentatività dei Verdi e il calo socialdemocratico.

La Cdu della cancelliera Merkel subisce una batosta clamorosa, perdendo oltre il 4% e precipitando così all’11,3. Evidente il peso dello “scandalo Turingia”, dove il partito locale aveva votato per una coalizione di governo insieme ai liberali e ai neonazisti dell’Afd, venendo costretto a ritirare il voto il giorno dopo.

E certo non hanno fatto bene ai democristiani la strage di Hanau, ad opera di un neonazista “fuori di senno”. E ancor meno la scoperta, nella stessa città, di una cellula di poliziotti neonazisti e razzisti.

Non è però il caso di eccedere in sospiri di sollievo. Il boss locale della Spd, teoricamente socialdemocratico, ex sindaco e attuale ministro delle finanze nel governo federale, è quell’Olaf Scholz che risulta tra i principali sostenitori della “riforma del Mes” per rendere questo meccanismo europeo più feroce nei confronti dei Paesi del Mediterraneo.

Di certo c’è solo che la Cdu sta correndo verso la sua crisi più grave, tra tensioni interne che appaiono incontrollabili. Annegret Kramp Karrenbauer, nominata di recente presidente del partito al posto proprio di Angela Merkel, si è dimessa quasi subito. E per evitare uno scontro fratricida per la successione si fa largo l’ipotesi di una “presidenza collettiva” tra i quattro – o più – pretendenti al trono.

Nemmeno i democristiani tedeschi sono più quelli di una volta...

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29/05/2019

Francia - Una prima valutazione delle elezioni europee

Una prima panoramica sulle europee deve considerare un aspetto centrale nella vita democratica francese: la disaffezione per le elezioni della sua popolazione.

L’astensione è da tempo il primo partito tra le classi popolari, ed anche questa volta – sebbene si sia registrato un aumento dei votanti – solo una persona su due circa si è recato alle urne, avvicinando la partecipazione al 52,7% del 1994.

Per la precisione il tasso di partecipazione è stato questa volta del 50,7% rispetto agli aventi diritto, cioè 8,3% in più che nel 2014 – mentre era stato del 40,6% nel 2009.

Tra il 1990 e il 2014 nei paesi della UE la Francia è stata in testa per il tasso medio di astensione (40%), decisamente superiore rispetto al gruppo mediano (Olanda, Spagna, Germania). Inoltre era il solo paese in cui la “non partecipazione” al voto è stata lineare passando dal 32,5% al secondo turno al 44,7% di quello del 2012.

Questa sfiducia nell’assetto politico francese in generale è stata registrata dalla fotografia – più attendibile dei sondaggi – del Cevipof, laboratorio di ricerca in scienze politiche che rende pubblica una inchiesta qualitativa annuale dal 2009.

Nel gennaio 2019, in pieno movimento dei GJ, questa inchiesta rilevava che la fiducia nel presidente in carica e nell’istituzione presidenziale veniva espressa solo dal 23% degli intervistati.

Il 70% dei sondati dichiarava che la democrazia non funziona bene, il 74% si esprimeva dicendo che lo Stato viene gestito nell’interesse di qualcuno, mentre l’85% affermava che i responsabili politici non si preoccupano delle persone come loro.

Un quadro che fa emergere come Macron stesse governando, e stia tuttora governando, senza consenso.

Tra questi dati, poco più della metà (il 57% per la precisione) non è d’accordo con l’affermazione che la politica è un affare per specialisti.

Un dato interessante per due motivi: da un lato perché dimostra che per più della metà del campione la sfera della cosa pubblica è patrimonio dei cittadini e non di una oligarchia; dall’altra questa affermazione viene espressa in un periodo in cui l’azione politica collettiva che si esprime attraverso il movimento dei GJ, sembra essere lo sbocco necessario all’esaurimento di ogni ipotesi di cambiamento all’interno della rappresentanza politica dentro il rigido assetto della Quinta Repubblica.

Una risposta che sembra maturata dentro quell’immensa scuola politica di massa che è stata – ed è tuttora – la marea gialla, che oltre a rivendicazioni sociali esprime precise richieste politiche che sottolineano il deficit strutturale di democrazia in Francia, come ha ben messo in evidenza Edwy Plenel – direttore di “Mediapart” – nel suo bel pamphlet: “La victoire des vaincus. À propos des gilets jaunes”.

Il dato di disaffezione che riportavamo all’inizio si accentua per le europee tenendo anche conto della mancata presa in carico della volontà popolare espressa con il referendum nel 2005, contro il progetto di costituzione europea, bocciata nell’Esagono anche grazie alla mobilitazione della CGT e di quella parte della sinistra radicale (tra cui la sinistra socialista), che pose le basi per l’attuale configurazione politica.

Volendo semplificare, i francesi sono da tempo un popolo di “euro-scettici” che hanno visto susseguirsi una serie di figure politiche alla testa dello Stato che hanno chinato il capo di fronte alla UE, nonostante le promesse elettorali “riformiste”.

Queste considerazioni preliminari erano una premessa dovuta, considerato il fatto che Macron – che esce sconfitto dalle europee, superato dal FN – aveva puntato sul fatto che queste fossero un referendum sul suo operato e sulla sua persona, oltre alla concezione di “nazionalismo europeo” e di smaccato filo-europeismo che ne aveva fatto l’alfiere, a livello continentale, del progetto di integrazione europea – non da ultimo con la firma del trattato di Aquisgrana.

D’altro canto Jean Luc Mélenchon, nella tarda estate dell’anno scorso, durante il tradizionale meeting degli insoumis a Marsiglia aveva espresso la sua volontà di fare delle elezioni europee un referendum anti-Macron, “copiato” poi successivamente da Marine Le Pen che ha di fatto incassato l’ostilità a Macron, nonostante la sua politica converga alquanto con quella del Presidente, con un calco leggermente maggiore sulla politica migratoria ed un euro-scetticismo retorico che però – come tutte le altre forze cosiddette sovraniste nel continente – scompare quando c’è da confrontarsi effettivamente con il “rispetto del trattati”.

Nonostante questa chiara sconfitta già da domenica sera, “il Presidente dei ricchi” affermava che durante il secondo atto del suo quinquennio non avrebbe cambiato la propria direzione, in pratica la continuità con il suo operato, tra l’altro messo in discussione da una mobilitazione che dura dal 17 novembre, e che va tuttora avanti, senza perdere sostanzialmente di vigore.

Sia detto di passaggio, ma le liste di gruppi provenienti dai GJ – fortemente osteggiate dal movimento stesso – presentate alle europee si sono attestate attorno all’1%, cioè non hanno raccolto nemmeno parzialmente quel massiccio consenso, espresso anche nei sondaggi, rispetto all’azione della marea gialla, tramutatesi di fatto in “liste civetta” che hanno penalizzato le formazioni che hanno appoggiato i GJ, come la FI e il PCF.

Marine Le Pen, forte del risultato ottenuto, ha auspicato la dissoluzione dell’attuale assemblea nazionale e l’indizione di nuove elezioni.

Nelle elezioni europee precedenti, il partito dell’allora presidente F. Hollande, quello socialista, conobbe una grave sconfitta raccogliendo solo il 14% dei voti, contro il 24,9% del FN e il 20,8% dell’UMP il partito gollista che esprimeva allora una composizione unitaria.

Guardiamo ora alcunoi dati e tendenze.

Il Rassemblement Nationale, con il capo di lista Jordan Bardella, guadagna 22 eurodeputati con il 23,3%; l’alleanza LREM e MoDem, con alla testa Nathalie Loiseau, guadagna 21 deputati con il 22,4%, i verdi (EEVL) guadagnano 12 deputati con un 13,5% (avevano ottenuto il 16% alle precedenti europee); Les Républicains guadagnano 8 deputati con l’8,5%.

La France Insoumise, che alle precedenti elezioni europee aveva ottenuto un solo deputato, ne ottiene sei, con il 6,3%; ultima formazione ad ottenere dei deputati il Ps, Place Publique, che ottiene 5 deputati con un magro 6,2%, che rappresenta meno della metà dello score alle precedenti europee.

Sono esclusi da avere una rappresentanza in parlamento il PCF – un tempo il secondo più grande partito comunista occidentale dopo quello italiano – che con il capolista Ian Brossat ottiene solo il 2,5% e il movimento Génération.s creato da B. Hamon, da una costola del partito socialista, collegato all’alleanza dell’ex ministro delle finanze del governo Tsipras, Y.Varoufakis, con il 3,3%.

Dopo la sconfitta Hamon ha detto che si ritirerà dalla politica.

Sia detto di passaggio, “Primavera Europea” porta nel parlamento europeo solo Sofia Sakorafa, la deputata uscita da Syriza, eletta in Grecia con MeRA25, mentre Varoufakis presentatosi in Germania con la lista “Demokratie in Europa”, non è passato.

La lista sostenuta dal movimento creato da Macron (LREM) è arrivata in testa in 31 dipartimenti metropolitani e 3 collettività d’oltre-mare, tra cui Parigi.

Il partito di Marine Le Pen si impone in 65 dipartimenti metropolitani e 7 dipartimenti o collettività d’oltremare.

I verdi di EELV – vera “sorpresa” della competizione elettorale – superano il 20% in due dipartimenti (entrambi in Corsica), e sorpassano il 10% in 20 dipartimenti o collettività.

Gli eredi del partito gollista, Les Republicains di L.Wauquiez, sono in caduta libera, così come i socialisti.

La formazione di Wauquiez ha il suo miglior risultato nel dipartimento dell’Alta Loira, di cui è presidente con il 19,6%, ma in nessuno ha superato il 20%, mentre va oltre il 10% in soli 25 dipartimenti o collettività.

Il Partito Socialista è ancora più in crisi superando il 10% solo a Saint-Pierre-et-Miquelon e nelle Landes, mentre in 27 dipartimenti o collettività è al di sotto del 5%.

La France Insoumise oltrepassa il 10% alla Réunion – isola dell’oceano indiano e uno degli epicentri della marea gialla – con il 19%, in Guyana con il 13,6%, in Guadalupe con il 13% ed in Martinica con il 12,9% e a Siant-Pierre-et-Miquelon con il 11,9%.

Nel territorio metropolitano la formazione di J.L. Mélenchon supera il 10% solo a Seine-Saint-Denis – nella regione parigina – con l’11% e in Ariege (10,7%), mentre rimane sotto la soglia del 5% in 20 dipartimenti o collettività.

Le urne hanno sancito una dura sconfitta di Macron ed una vittoria del FN – che progredisce sulla costa atlantica – una discesa agli inferi pressoché inarrestabile della parte del gaullismo non alleata con Macron e del partito socialista – cioè dei due ex-pilastri del sistema politico francese – e la crisi di una parte della sinistra (PCF e Géneration) che non supera lo sbarramento.

I verdi, forza centrista e “compatibilista” come nel resto del continente, hanno un risultato in sintonia con il resto del Nord Europa, anche grazie alla spinta del movimento FFF; oltre ad essersi avvantaggiarsi dell’uscita di scena, lo scorso settembre, del popolare ministro alla transizione ecologica Houlot, in rottura con Macron, che aveva fornito un travestimento ecologista alla narrazione macroniana.

La FI, su cui torneremo più avanti, migliora il suo risultato rispetto alle europee precedenti, ma è in calo sia rispetto allo strabiliante risultato al primo turno delle presidenziali (19,6%) cioè più di 7 milioni di voti, che dei quasi 2 milioni e mezzo di voti delle successive elezioni legislative tenutesi di lì a poco, e che fecero l’11% dei consensi, totalizzando questa volta poco meno di un milione e mezzo di voti (1.428.410), e attestandosi come quinta forza politica francese.

In questo quadro, le mobilitazioni dei GJ non si arrestano e Macron è deciso più che mai a continuare la sua opera di “rullo compressore” in patria e di attore di primo piano della riconfigurazione della UE, segno che anche in Francia le europee non sono state che “un passaggio” relativamente importante che non fanno però cambiare direzione generale né al rappresentante delle oligarchie, per cui il FN come ha affermato Mélenchon ne è “l’assicurazione per la vita”, né ai suoi veri oppositori.

A forza di emulare la destra nel suo campo di “ordine e di disciplina” per potere sottrargli i consensi che perdeva, Macron non ha fatto che avvantaggiarla, in un ben studiato gioco delle parti, teso a creare una opposizione fittizia del tutto funzionale ai suoi grandi sponsor.

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Germania - Le elezioni europee e le sfide politiche a venire

Le elezioni politiche europee in Germania, confermano i trend delle ultime elezioni regionali in Baviera e in Assia tenutesi l’ottobre scorso ed il quadro emerso con le ultime elezioni politiche di settembre 2017.

Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.

La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.

È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.

Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:

“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.

Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...

Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.

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Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.

Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.

In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.

In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.

Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.

Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.

Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...

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Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.

La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.

Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.

Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...

I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.

I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.

La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.

Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.

I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.

È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.

Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.

Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.

Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.

I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).

Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.

Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.

Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.

A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.

Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.

Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!

Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.

Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.

Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

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18/04/2019

Il triciclo di Zingaretti

Guardate questi tre simboli. Il primo è quello della lista che si autodefinisce di sinistra e ambientalista e che sostiene Chiamparino alle elezioni regionali del Piemonte, la più importante consultazione che in Italia il 26 maggio accompagna il voto per le europee. Il secondo è quello di Sinistra Italiana e Rifondazione che si presentano fieramente in alternativa al PD alle elezioni europee. Il terzo è quello della lista dei Verdi e di Possibile, anch’essi in lista per le europee a sinistra del PD.

Cosa hanno in comune le seconda e la terza lista? La prima.

Sinistra Italiana alle Europee, dove ci si conta e basta e non sono in gioco scelte di governo, fa l’estrema sinistra con la sempre disponibile Rifondazione. Dove però è in gioco un potere immediato come in Piemonte, allora il partito di Fratoianni grida viva il PD. E quale PD. Chiamparino è alfiere del TAV e alleato di Salvini in questa impresa, come nel passato è stato il politico più fedele ed utile a Sergio Marchionne. Chiamparino è stato renziano prima di Renzi e persino Macron potrebbe sembrare di sinistra al suo confronto.

Con la lista Liberi Eguali e Verdi, con così poca fantasia si chiama la sinistra pro Chiamparino in Piemonte, sta dunque Sinistra Italiana assieme ai Verdi e a Possibile, che a loro volta hanno una propria lista alle europee.

Quando ci si chiede perché in Italia i verdi non abbiano il successo che raccolgono in tanti paesi europei, basta guardare le elezioni piemontesi per spiegarlo. Essi sono un partitino satellite del PD.

In Piemonte si voterà la stesso giorno delle Europee. Quindi Sinistra Italiana, Verdi e Possibile potranno anche dichiararsi fieramente NOTAV, ma dove conta saranno di fatto SITAV, nella stessa campagna elettorale. Sinistra Italiana potrà anche rivendicare giustizia per il lavoro, ma lo farà mentre in Piemonte porta voti ad un fanatico del Jobs act.

Potranno anche i nostri verdi e sinistri dichiararsi contro la devastante autonomia differenziata, ma in Piemonte vorranno che sia rieletto chi la condivide pienamente e anzi compete a destra con la Lega su come farne di più. E la povera Rifondazione come sempre al carro di tutto questo. Che ha una sola parola per essere definito: TRASFORMISMO.

Potere al Popolo come sappiamo purtroppo non sarà presente alle elezioni europee. Abbiamo provato a fare una lista unitaria con le forze che oggi si proclamano di sinistra, però ci siamo misurati con un’altra parola decisiva: COERENZA. Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori un rifiuto netto dei trattati della UE, assieme alla necessità di essere alternativi al PD non solo nelle elezioni europee, ma anche in quelle italiane... e la lista è saltata.

Noi non abbiamo oggi la forza per raccogliere le 180.000 firme necessarie a candidarci da soli alle europee, sbarramento insuperabile per forze ben più grandi della nostra, sbarramento voluto da PD Forza Italia e Lega proprio per escludere nuove formazioni politiche dal voto. E come forza appena nata non abbiamo ancora sufficienti relazioni internazionali per usufruire di simboli europei riconosciuti. Anche perché alcuni nostri interlocutori si presentano anch’essi per la prima volta, ma senza leggi truffa.

Pur non potendo presentarci da soli, però non abbiamo neanche provato ad aggregarci ad una delle liste di sinistra e ambientaliste (si fa per dire) nelle quali si dice e soprattutto si fa tutto ed il suo contrario.

Perché per noi non si può scendere in piazza contro la devastazione della natura e poi approvare di fatto la Torino Lione. Non si può avversare l’austerità europea e sostenere l’ultraliberismo in Piemonte. Non si può contrastare Macron in Europa e stare con i suoi fan in Italia.

No, Potere al Popolo è una organizzazione nuova e forse anche un poco ingenua, ma una cosa ha ben chiara: non vuole assimilare l’assenza di coerenza ed il trasformismo che hanno distrutto la sinistra in Italia. I tre simboli di Liberi Eguali-Verdi, la Sinistra, Verdi, assieme compongono un triciclo. Un triciclo che nei fatti, e lo vedremo ancor di più dopo le europee, sarà guidato da Zingaretti.

Ecco, noi di Potere al Popolo avremo tanti limiti e difetti, ma una cosa di noi deve essere chiara: di quei tricicli o simili non saremo mai parte.

Saremo presenti alle elezioni in diversi comuni, sia da soli, sia in alleanze coerentemente alternative alla destra e al centrosinistra. Dove questo non è stato possibile, non ci siamo presentati. E non per settarismo, ma per coerenza con il nostro anticapitalismo ed ambientalismo, con il nostro rifiuto del potere patriarcale e di ogni oppressione, che non cambiano a seconda dell’interesse elettorale del momento.

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31/10/2018

Le elezioni in Assia e la crisi politica tedesca

Dopo le elezioni svoltesi in Baviera il 14 ottobre, le elezioni in Assia confermano le tendenze emerse e grosso modo le previsioni effettuate dai sondaggi. I due partiti che formano la GroKo perdono circa undici punti percentuali, rispetto alle elezioni di 5 anni fa, la CDU della cancelleria Angela Merkel – che rinuncia alla leadership del partito e non si candiderà alle elezioni del 2021 – passa dal 38,3% al 27%, rimanendo il primo partito della regione, mentre la SPD diviene il terzo partito, con appena 98 voti in meno dei Verdi.

I Verdi, che co-governavano questo Land, divengono il secondo partito, caratterizzandosi per il loro elettorato giovanile (il 25% dei giovani ha votato per questa formazione), e divenendo la maggior forza politica nelle grandi città.

La forza di estrema destra dell’AFD, dopo avere fatto il suo ingresso nel parlamento bavarese, entra anche in quello dell’Assia, realizzando un risultato leggermente inferiore alle aspettative ma che comunque, con il 13,1% diviene la quarta forza politica della regione, aumentando di 9 punti percentuali rispetto al 2013, ed essendo ormai presente con una propria rappresentanza in quasi tutte le 16 regioni tedesche, dopo appena cinque anni dalla sua formazione.

I liberali guadagnano un più 2,1%, realizzando il 7,1%, mentre Die Linke avanza di un punto percentuale ottenendo il 6,3%.

Le prossime scadenze elettorali – in Sassonia la prossima estate, in Turingia in Autunno e in Brandeburgo il primo settembre – saranno i prossimi test che dovrebbero svolgersi prima della valutazione del lavoro governativo di metà mandato programmato per inizio del 2020.

Non è affatto detto che di qui in avanti le contraddizioni all’interno della Groko non raggiungano un punto di non ritorno, e che le elezioni europee del maggio prossimo non fungano da detonatore dei conflitti interni alle singole formazioni e tra le varie forze che compongono la coalizione.

Il prossimo Congresso della CDU che si svolgerà ad Amburgo questo 7 e 8 dicembre, deciderà se i Cristiano Democratici sceglieranno per la continuità della politica della Merkel con la 56enne Annegret Kramp-Karrembauer – la “mini-Merkel” come l’hanno ribattezzata i media tedeschi – o una rottura con il 38enne Jans Spahn, oppositore della Merkel rispetto alla sua politica sui rifugiati dal 2015, cattolico e gay dichiarato che vanta una amicizia con l’ambasciatore USA a Berlino, Richard Grenell; oppure con l’“outsider” Friedrich Merz, avvocato di 62 anni dell’ala conservatrice del partito, che fa parte del board di differenti società (la più importante è il gigantesco fondo di investimenti Blackrock).

Allo stesso tempo, risulterà significativa la piega che assumerà il dibattito dentro la SPD: Andrea Nahles, a capo dei social-democratici, ha posto un ultimantum ai suoi partner di coalizione, dichiarando che se le cose da qui a metà mandato non miglioreranno, verrà posta la questione della partecipazione dell’SPD al governo.

Anche nella CSU bavarese – che ad ottobre ha fatto registrare il suo risultato storico più basso, calando di 10 punti percentuali – è già cominciata la guerra di successione per il dopo Seehofer, in vista del congresso che dovrebbe tenersi l’autunno prossimo; da una parte il più moderato Manfred Weber, attuale capofila dei conservatori a Strasburgo e possibile candidato per la presidenza della Commissione Europea per i popolari europei, dall’altra Alexander Dobrindt, capofila dei deputati bavaresi della CDU-CSU al Bundestag, che ha posizioni politiche più a destra del suo rivale.

Nonostante i due partiti “storici” tedeschi abbiano ancora un corpo militante considerevole – rispettivamente 450.000 per la SPD e 420.000 per la CDU – sono in crisi da tempo, e al di là delle costellazioni regionali, l’emorragia di voti è una reazione all’immagine desolante del governo federale.

Come ha sottolineato lo studioso Stefan Seidendorf, in un intervento sul “Le Monde” di martedì 30 ottobre: “Al di là delle persone, il disincanto degli elettori proviene da evoluzioni strutturali. Gli ambienti storici che strutturavano la società tedesca si sono disaggregati”.

I tradizioni centri gravitazionali della società tedesca, che fungevano da aggregatori di profili che ruotavano attorno a questi punti fermi, non svolgono più la stessa funzione, mentre i cittadini della Germania orientale non hanno mai sviluppato un vero e proprio attaccamento alle organizzazioni politiche della ex RFT.

*****

Vediamo più da vicino il successo dei Verdi.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale, proprio in Assia nel 1985.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica”(CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD.

Una tendenza centrista di lungo periodo, quindi, che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann, e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

Con un ricambio di ceto politico dirigenziale e una notevole capacità comunicativa, i Verdi si stanno ponendo “al centro” del gioco politico della Germania occidentale, dentro la compatibilità di una “transizione ecologica” che non vede la netta contrapposizione tra l’attuale sistema e la tutela dell’ambiente.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, con lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “dieselgate” ha mostrato come le case automobilistiche, a cominciare da Volkswagen, hanno mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture e stanno subendo l’apertura dei vari procedimenti giudiziari; vi è stata quindi una maggiore attenzione sociale al livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocato in prevalenza dalle macchine con propulsione diesel. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico, mentre sono attese otto sentenze giudiziarie che da qui alla fine dell’anno dovrebbero decidere del divieto o meno della circolazione di veicoli inquinanti in differenti centri cittadini, vista la sostanziale inazione del governo.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente riconosciute, e interessi delle case automobilistiche, difesi dalla GroKo, non depone certo a favore di quest’ultima.

Il voto tedesco di un anno fa, in sede dell’Unione Europea, favorevole al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il Glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer, che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e classificato nel 2015 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabile cancerogeno per gli esseri umani” – ha sollevato uno scandalo politico.

Il Roundup è il pesticida di gran lunga più usato, e Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme per chiederne il bando.

Non essendo stato raggiunto un accordo a riguardo tra le forze che andavano componendo la GroKo, durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando così la scarsa “sensibilità” per un tema tanto delicato della Grande Coalizione in via di formazione.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista transizione ecologica, riportato all’attenzione popolare dallo sgombero violento di metà settembre – un attivista vi ha perso la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della foresta millenaria di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con più forza si oppongono alla cessazione dello sfruttamento minerario e al passaggio alle energie alternative.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, quest’ultima settimana, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare i limiti di questa Coalizione sul fronte delle mancate scelte ambientali, ma anche la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno in pratica fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

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15/10/2018

Baviera. Crollano democristiani e Spd, avanzano Verdi e destre

Di sorpresa non si può proprio parlare, stavolta. Le elezioni regionali nel più grande e ricco Land tedesco, la Baviera, consegnano il risultato ampiamente atteso: la rilevante sconfitta dei cristiano-sociali guidati dal ministro dell’interno Horst Seehofer. Perdono infatti per la prima volta la maggioranza assoluta che detenevano fin dal 1950, crollando dall’oltre 47 al 37,3%.

Raddoppiano invece i Verdi, in versione decisamente “moderata”, che diventano la seconda forza del Land e arrivano a sfiorare il 18%. A picco i socialdemocratici dell’Spd, che pagano l’ennesima partecipazione subordinata alla “Grosse Koalition” con Cdu-Csu, guidata da Angela Merkel.

Anche qui avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fur Deutschland, che supera il 10%, ma non sfonda come si era temuto.

Prova vedere il bicchiere mezzo pieno Markus Soeder, candidato presidente della Csu, che ha comunque rivendicato il diritto al governo: “Non è una giornata facile e abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare”. Soeder ha anche annunciato di “voler parlare con tutti i partiti, ma non con l’Afd”.

I democristiani bavaresi, in effetti, si era posti come soglia-limite quella del 35%, e l’hanno superata, seppur di poco.

Importante, in ottica governo regionale, anche l’affermazione dei Freie Waehler, conservatori abbastanza simili alla Csu, che conquistano l’l’11,6% (+2,6) e potrebbero dunque partecipare a un governo di coalizione con la Csu. I voti non bastano, ma se i liberali (intorno alla soglia del 5%) riusciranno ad avere consiglieri nel Landtag, allora si potrebbe formare un governo locale dal taglio non troppo diverso da quelli precedenti, monocolore.

In alternativa, si potrebbe formare una coalizione con i Verdi. Ma probabilmente questo segnerebbe la fine dell’ascesa di questa formazione, guidata in Baviera dalla 33enne Katharina Schulze.

Sulla situazione tedesca e le possibili conseguenze politiche nazionali – e dunque europee – di questo voto, abbiamo pubblicato ieri una articolata analisi di Giacomo Marchetti.

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24/10/2017

Elezioni 1987, si avvia alla fine “la Repubblica dei partiti”

E’ passato completamente sotto silenzio l’anniversario dei trent’anni delle elezioni politiche svoltesi il 14 giugno 1987: eppure si trattò di un’occasione politicamente fondamentale, in quanto nell’occasione entrò nel vivo la fase finale della “Repubblica dei Partiti”.

Repubblica dei Partiti (dalla felice definizione di Pietro Scoppola) che, poi, attraverso gli effetti della caduta del Muro di Berlino, del Trattato di Maastricht e di Tangentopoli avrebbe trovato la sua conclusione/trasformazione nella campagna propagandistica a favore del sistema maggioritario culminata nel referendum del 14 aprile 1993, nella legge per l’elezione diretta dei Sindaci, nella nuova formula elettorale mista maggioritario (75%) proporzionale (25%) .

Formula denominata “Mattarellum” (da Sergio Mattarella, nell’occasione, relatore alla Camera) che sarebbe stata collaudata per la prima volta con le elezioni legislative generali del 27 marzo 1994 vinte dal centro destra attraverso l’assolutamente geniale trovata della “duplice alleanza” al nord tra Forza Italia e Lega (Polo della Libertà) e al Sud tra Forza Italia e MSI – Alleanza Nazionale (Polo del Buon governo): poi quell’alleanza si ruppe dopo pochi mesi e fu ricomposta successivamente, ma questa non è materia per il nostro semplice richiamo storico.

Torniamo però alle elezioni del 1987.

Si era conclusa anticipatamente la legislatura 1983 – 1987 caratterizzata fortemente dalla prima presidenza del Consiglio socialista e da un duro scontro a sinistra (nel frattempo era improvvisamente scomparso il segretario del PCI Berlinguer) sul tema della scala mobile, sul quale si era anche svolto nel 1985 un referendum che aveva dato ragione alla linea governativa.

Non realizzata la prevista staffetta Craxi – De Mita alla presidenza del Consiglio e costretto il governo a guida socialista alle dimissioni ci si avviò alle elezioni anticipate formando un governo Fanfani battuto in Parlamento: a quel punto (aprile 1987) Cossiga sciolse le Camere e il Governo convocò i comizi elettorali per il 14 giugno.

L’esito di quelle elezioni del 1987 è stato fin qui a torto poco studiato.

Esso invece, ha rappresentato un tornante molto significativo nel progressivo “disfarsi” del sistema politico imperniato nei grandi partiti di massa: si istituzionalizzarono infatti, in quell’occasione, le rappresentanze di movimento per ben due contraddizioni sociali e politiche di grande rilievo.

Quella ambientale, con l’approdo delle “Liste Verdi” in parlamento: secondo elemento, dopo l’ingresso del partito radicale avvenuto nel 1976 del peso che stavano assumendo le cosiddette “contraddizioni post – materialiste” la cui richiesta di rappresentanza politica ebbe un grande significato nel già richiamato disfacimento del sistema imperniato sui grandi partiti di massa perché rappresentative di un “particulare” individualistico: diritti civili, non nel mio giardino, conflitto ambiente/lavoro impostato su posizioni molto rigide da entrambe le parti (da ricordare all’epoca il caso ACNA di Cengio e quello Farmoplant di Massa come quelli più significativi. Iniziò allora anche la lotta delle donne di Cornigliano, pure appartenenti al PCI, almeno nella parte più attiva di quel fondamentale movimento anche per via dell’espressione concreta di una presenza femminile che, invece, sul piano politico non aveva costruito una propria ipotesi di rappresentanza femminista).

La seconda contraddizione socialie rappresentata elettoralmente fu quella della rinnovata discordanza centro/periferia con l’ingresso alla Camera e al Senato di un rappresentante della Lega Lombarda in ognuno dei due rami del Parlamento: Leoni alla Camera, Bossi al Senato (da lì il famoso “Senatur”).

Si trattò del classico caso della “palla di neve” trasformatasi in valanga (valanga poi consolidatasi, sia pure in dimensione ridotta).

La Lega Lombarda accanto alle istanze autonomiste fece immediatamente propria la linea di un dimenticato Movimento di Liberazione Fiscale che, proprio in quella tornata elettorale si era presentato dopo aver svolto alcune importanti manifestazioni di piazza: si trattò del classico caso del nenniano “piazze piene e urne vuote”, perché radunate 30.000 persone a sfilare per Torino i voti poi furono 25.000.

Un seme però era stato gettato e il combinato disposto “autonomia” (declinata in vari modi: devolution, secessione, ecc.) e liberazione fiscale risulta ben attivo ancora adesso, come ha dimostrato l’esito del referendum veneto del 22 Ottobre 2017 (risultato innestatosi su di un particolare quadro di riferimento dal punto di vista dell’organizzazione produttiva e della concezione sociale dell’area geografica interessata).

In quelle elezioni 1987 da ricordare ancora come una lista Liga Veneta – Pensionati Uniti sfiorò il conseguimento del quorum: a dimostrazione di un’ulteriore frammentazione del quadro politico corrispondente a precise, anche se limitate, istanze sociali non comprimibili come si pensò allora all’interno di un sistema elettorale maggioritario.

Sistema elettorale maggioritario che poi, come già ricordato, fu adottato dopo le elezioni 1992 con una formula mista utile a conservare quanto era possibile di ceto politico.

Le elezioni del 1987 registrarono un secondo, netto calo del PCI che perse circa 800.000 voti: calo che seguiva quello registrato nel 1979 e che era stato contenuto in una “sostanziale tenuta” nel 1983, anche grazie all’alleanza con il PdUP – Manifesto (caso a parte ovviamente l’esito delle elezioni europee del 1984 con il famoso “sorpasso”: elezioni svoltesi nel pieno della commozione popolare per la scomparsa di Enrico Berlinguer).

Il dato politico però fu quello dell’eccessiva lentezza nel “riequilibrio a sinistra” invocato dai socialisti: il PCI ottenne comunque il doppio dei voti del PSI e la DC si confermò partito di maggioranza relativa con circa 3 milioni di voti di vantaggio sui comunisti.

Il sistema restava così praticamente bloccato nella dimensione dei maggiori partiti e allargava la rappresentanza istituzionale ai nuovi movimenti portatori di istanze individualiste post – ideologiche.

La percentuale del “non voto” si mantenne, invece, sostanzialmente stabile dopo che nel 1983 era scesa per la prima volta dal 1948 al di sotto del 90% (percentuali comunque impensabili al giorno d’oggi).

Si trattava di un segnale molto forte di riallineamento sistemico che non fu raccolto dall’establishment che concentrò, invece, tutte le sue attenzioni sul cambiamento del sistema elettorale.

Ci si trovava così, per i più inconsapevolmente all’avvio della fase finale del sistema politico che era stato strutturato sulla base dell’esito delle elezioni del 1948, con la DC “partito pivotale” in grado di determinare le alleanze con un moto lento rivolto (salvo brevi scarti) verso il cosiddetto “allargamento democratico” con due passaggi fondamentali: quello del centro sinistra organico nel 1963, e quello del “pentapartito” del 1980 (la solidarietà nazionale comprendente il governo delle astensioni e quello con il PCI in maggioranza tra il 1976 e il 1979 fu troppo fortemente condizionato dalla vicenda Moro e dalla spaccatura “fermezza”/“trattativa” da costituire caso a parte non assegnabile a una fase di evoluzione del sistema).

In realtà le principali forze politiche non avevano colto il primo forte segnale di riallineamento del sistema che era arrivato fin dal giugno 1978 con l’esito di due referendum: il primo sulla cosiddetta “Legge Reale” riguardante l’ordine pubblico e l’altro sul “finanziamento pubblico ai partiti” introdotto con legge del 1974 per cercare di tamponare l’incipiente corruzione, palesatasi al tempo con lo scandalo dei petroli scoperto dai genovesi “pretori d’assalto”, Sansa, Almerighi e Brusco.

I due referendum avrebbero dovuto, tenuto conto dei pronunciamenti parlamentari e del presunto forte legame tra questi e l’elettorato (dal punto di vista del peso e del radicamento dei partiti), concludersi con il 90% di no.

Invece il sì all’abolizione della legge Reale raggiunse il 23% (a favore soltanto radicali e PdUP – Manifesto per una rappresentanza elettorale del 3%), mentre quello sul finanziamento dei partiti addirittura toccò il 46% e la legge si salvò a fatica (per il sì si erano espressi i radicali, il PdUP – Manifesto, i liberali e il MSI: un totale del 10% dell’elettorato).

Si stavano aprendo delle brecce che i grandi partiti sottovalutarono fortemente: era cominciata l’infinita transizione italiana oggi non ancora conclusa, anzi nel pieno del suo caotico andare avanti in un quadro di pressapochismo, arroganza, forzature delle quali la classe politica attuale appare davvero costituire l’emblema.

In ogni caso l’esito delle elezioni del 1987 andrebbe non soltanto ricordato, ma studiato meglio.

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