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29/05/2019

Germania - Le elezioni europee e le sfide politiche a venire

Le elezioni politiche europee in Germania, confermano i trend delle ultime elezioni regionali in Baviera e in Assia tenutesi l’ottobre scorso ed il quadro emerso con le ultime elezioni politiche di settembre 2017.

Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.

La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.

È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.

Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:

“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.

Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...

Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.

*****

Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.

Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.

In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.

In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.

Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.

Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.

Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...

*****

Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.

La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.

Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.

Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...

I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.

I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.

La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.

Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.

I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.

È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.

Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.

Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.

Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.

I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).

Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.

Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.

Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.

A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.

Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.

Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!

Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.

Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.

Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

Fonte

31/10/2018

Le elezioni in Assia e la crisi politica tedesca

Dopo le elezioni svoltesi in Baviera il 14 ottobre, le elezioni in Assia confermano le tendenze emerse e grosso modo le previsioni effettuate dai sondaggi. I due partiti che formano la GroKo perdono circa undici punti percentuali, rispetto alle elezioni di 5 anni fa, la CDU della cancelleria Angela Merkel – che rinuncia alla leadership del partito e non si candiderà alle elezioni del 2021 – passa dal 38,3% al 27%, rimanendo il primo partito della regione, mentre la SPD diviene il terzo partito, con appena 98 voti in meno dei Verdi.

I Verdi, che co-governavano questo Land, divengono il secondo partito, caratterizzandosi per il loro elettorato giovanile (il 25% dei giovani ha votato per questa formazione), e divenendo la maggior forza politica nelle grandi città.

La forza di estrema destra dell’AFD, dopo avere fatto il suo ingresso nel parlamento bavarese, entra anche in quello dell’Assia, realizzando un risultato leggermente inferiore alle aspettative ma che comunque, con il 13,1% diviene la quarta forza politica della regione, aumentando di 9 punti percentuali rispetto al 2013, ed essendo ormai presente con una propria rappresentanza in quasi tutte le 16 regioni tedesche, dopo appena cinque anni dalla sua formazione.

I liberali guadagnano un più 2,1%, realizzando il 7,1%, mentre Die Linke avanza di un punto percentuale ottenendo il 6,3%.

Le prossime scadenze elettorali – in Sassonia la prossima estate, in Turingia in Autunno e in Brandeburgo il primo settembre – saranno i prossimi test che dovrebbero svolgersi prima della valutazione del lavoro governativo di metà mandato programmato per inizio del 2020.

Non è affatto detto che di qui in avanti le contraddizioni all’interno della Groko non raggiungano un punto di non ritorno, e che le elezioni europee del maggio prossimo non fungano da detonatore dei conflitti interni alle singole formazioni e tra le varie forze che compongono la coalizione.

Il prossimo Congresso della CDU che si svolgerà ad Amburgo questo 7 e 8 dicembre, deciderà se i Cristiano Democratici sceglieranno per la continuità della politica della Merkel con la 56enne Annegret Kramp-Karrembauer – la “mini-Merkel” come l’hanno ribattezzata i media tedeschi – o una rottura con il 38enne Jans Spahn, oppositore della Merkel rispetto alla sua politica sui rifugiati dal 2015, cattolico e gay dichiarato che vanta una amicizia con l’ambasciatore USA a Berlino, Richard Grenell; oppure con l’“outsider” Friedrich Merz, avvocato di 62 anni dell’ala conservatrice del partito, che fa parte del board di differenti società (la più importante è il gigantesco fondo di investimenti Blackrock).

Allo stesso tempo, risulterà significativa la piega che assumerà il dibattito dentro la SPD: Andrea Nahles, a capo dei social-democratici, ha posto un ultimantum ai suoi partner di coalizione, dichiarando che se le cose da qui a metà mandato non miglioreranno, verrà posta la questione della partecipazione dell’SPD al governo.

Anche nella CSU bavarese – che ad ottobre ha fatto registrare il suo risultato storico più basso, calando di 10 punti percentuali – è già cominciata la guerra di successione per il dopo Seehofer, in vista del congresso che dovrebbe tenersi l’autunno prossimo; da una parte il più moderato Manfred Weber, attuale capofila dei conservatori a Strasburgo e possibile candidato per la presidenza della Commissione Europea per i popolari europei, dall’altra Alexander Dobrindt, capofila dei deputati bavaresi della CDU-CSU al Bundestag, che ha posizioni politiche più a destra del suo rivale.

Nonostante i due partiti “storici” tedeschi abbiano ancora un corpo militante considerevole – rispettivamente 450.000 per la SPD e 420.000 per la CDU – sono in crisi da tempo, e al di là delle costellazioni regionali, l’emorragia di voti è una reazione all’immagine desolante del governo federale.

Come ha sottolineato lo studioso Stefan Seidendorf, in un intervento sul “Le Monde” di martedì 30 ottobre: “Al di là delle persone, il disincanto degli elettori proviene da evoluzioni strutturali. Gli ambienti storici che strutturavano la società tedesca si sono disaggregati”.

I tradizioni centri gravitazionali della società tedesca, che fungevano da aggregatori di profili che ruotavano attorno a questi punti fermi, non svolgono più la stessa funzione, mentre i cittadini della Germania orientale non hanno mai sviluppato un vero e proprio attaccamento alle organizzazioni politiche della ex RFT.

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Vediamo più da vicino il successo dei Verdi.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale, proprio in Assia nel 1985.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica”(CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD.

Una tendenza centrista di lungo periodo, quindi, che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann, e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

Con un ricambio di ceto politico dirigenziale e una notevole capacità comunicativa, i Verdi si stanno ponendo “al centro” del gioco politico della Germania occidentale, dentro la compatibilità di una “transizione ecologica” che non vede la netta contrapposizione tra l’attuale sistema e la tutela dell’ambiente.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, con lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “dieselgate” ha mostrato come le case automobilistiche, a cominciare da Volkswagen, hanno mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture e stanno subendo l’apertura dei vari procedimenti giudiziari; vi è stata quindi una maggiore attenzione sociale al livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocato in prevalenza dalle macchine con propulsione diesel. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico, mentre sono attese otto sentenze giudiziarie che da qui alla fine dell’anno dovrebbero decidere del divieto o meno della circolazione di veicoli inquinanti in differenti centri cittadini, vista la sostanziale inazione del governo.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente riconosciute, e interessi delle case automobilistiche, difesi dalla GroKo, non depone certo a favore di quest’ultima.

Il voto tedesco di un anno fa, in sede dell’Unione Europea, favorevole al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il Glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer, che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e classificato nel 2015 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabile cancerogeno per gli esseri umani” – ha sollevato uno scandalo politico.

Il Roundup è il pesticida di gran lunga più usato, e Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme per chiederne il bando.

Non essendo stato raggiunto un accordo a riguardo tra le forze che andavano componendo la GroKo, durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando così la scarsa “sensibilità” per un tema tanto delicato della Grande Coalizione in via di formazione.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista transizione ecologica, riportato all’attenzione popolare dallo sgombero violento di metà settembre – un attivista vi ha perso la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della foresta millenaria di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con più forza si oppongono alla cessazione dello sfruttamento minerario e al passaggio alle energie alternative.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, quest’ultima settimana, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare i limiti di questa Coalizione sul fronte delle mancate scelte ambientali, ma anche la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno in pratica fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

Fonte

31/01/2018

Cavie umane per i test sui gas di scarico. Ultima frontiera della corsa al profitto.

Il delirio da profitto che pervade questa nostra società ultracapitalista ormai non ci sorprende più di tanto, e siamo abituati alle sue più oscene perversioni.

La notizia che però arriva dalla Germania è forse un po’ troppo, anche per il nostro ormai altissimo livello di consapevolezza.

Due quotidiani, il Sueddeutsche Zeitung e il Stuttgarter Zeitung, dichiarano che l’Eugt, un gruppo di ricerca europea per l’Ambiente e la Salute nei Trasporti finanziato da Wolkswagenm Bmw e Daimler, avrebbe condotto esperimenti per verificare l'effetto dei gas di scarico sull’uomo.

Non solo sulle scimmie, dunque, ma anche direttamente su esseri umani: il caso è esploso qualche giorno fa in seguito ad una inchiesta del New York Times che ha raccontato come ad Albuquerque, New Mexico, venissero effettuati test sui gas di scarico utilizzando appunto delle scimmie. Nell’inchiesta veniva citato l’Eugt.

Polemiche, indignazione, scuse, sgomento. Qualche articolo inseriva, tra le ultime righe, la notiziola che “alcuni scienziati avessero pensato di fare anche dei test con cavie umane volontarie, ma la folle idea è stata bocciata”.

Altroché bocciata. Lo scoop delle due testate tedesche alza di molto l’asticella, e apre a scenari che fanno venire i brividi.

Il test sarebbe stato svolto tra il 2014 ed il 2015: organizzato dall’Eugt in collaborazione con l’Università di Acquisgrana, consisteva nel far inalare a 25 persone diossido di azoto per tre ore al giorno per quattro settimane, per poi verificare i danni alla salute.

Lo studio è stato addirittura pubblicato nel 2016 sulla rivista International Archives of occupational and environmental health. I risultati, tra l’altro, non evidenziavano particolari aspetti di pericolo rilevante per la salute, anche se alcune voci di critica rispetto al metodo utilizzato si erano levate all’interno dell’ambiente scientifico.

Tutto alla luce del sole, quindi. Però lo scandalo è emerso solo ora, grazie prima al New York Times che ha raccontato degli studi sulle scimmie, poi grazie ai due quotidiani tedeschi.

Per comprendere il significato esatto di quello che è avvenuto partiamo dal 2012: lo IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, inserisce i gas di scarico dei motori diesel all’interno del gruppo di sostanze cancerogene.

Le grandi aziende produttrici a questo punto devono necessariamente affrontare la questione, e le possibilità sono tre: spendere in ricerca e sviluppo per abbattere il livello di emissioni, provare a confutare il verdetto dello IARC sul piano scientifico, oppure provare ad intervenire in altro modo.

Non vogliamo essere sempre quelli che parlano male del capitalismo, delle sue dinamiche e dei suoi protagonisti, per cui ci affidiamo alla cronaca per capire quali strade siano state battute per superare il problema.

Nel 2015 l’Epa (United States Environmental Protection Agency) ha comunicato che la Volkswagen ha illegalmente installato un software progettato per aggirare le normative ambientali sulle emissioni. Il software, rilevando il momento in cui le vetture erano sottoposte ai test, consentiva di bypassare e superare le prove. Successivamente altre case automobilistiche vengono messe sotto indagine.

Ecco, questa ci pare proprio la terza possibilità, il “provare ad intervenire in altro modo”.

Adesso, ad occhio e croce, il tentativo messo in atto è quello di dimostrare che a livello sanitario, tutto sommato, le cose non vanno male.

La situazione ci pare molto simile a come l’ha fotografata in una dichiarazione il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert: le aziende automobilistiche avrebbero dovuto limitare le emissioni, non dimostrarne la presunta innocuità.

La questione è sempre la stessa: quanto è compatibile la massimizzazione del profitto con la tutela dei diritti? Diritto alla salute, alla sicurezza, ad un ambiente salubre. Potremmo andare avanti per altre dieci righe soltanto descrivendo l’elenco di quello che dovrebbe essere tutelato ed invece è a disposizione del mercato: diritto alla casa, al reddito, alla sanità, all’istruzione... Quello che sta avvenendo nel settore automobilistico è in realtà quello che avviene praticamente ovunque, praticamente sempre.

Tornando alla cronaca ed al caso specifico, le case automobilistiche coinvolte si sono dissociate dall’iniziativa dell’Eugt dichiarandosi intenzionate a fare chiarezza.

La Volkswagen ha sospeso un dirigente.

Fonte

14/03/2016

Germania, la crisi auto-bancaria

di Carlo Musilli

Anche la locomotiva più veloce, prima o poi, deve rallentare. E’ quanto sta accadendo alla Germania, che fatica a trascinare fuori dalle sabbie mobili i suoi diamanti più preziosi, i due gruppi sfoggiati per anni nel mondo come modello di gestione illuminata e profittevole: Volkswagen e Deutsche Bank. Il colosso automobilistico sconta in tutto il mondo gli effetti del Dieselgate, lo scandalo delle emissioni truccate (recentemente arrivato a toccare anche Mercedes, contro cui è stata intentata una class action negli Stati Uniti).

Secondo l’agenzia tedesca Adp, la casa di Wolfsburg ha pronto un piano di esuberi che coinvolgerà 3mila dipendenti del settore amministrativo. Non si tratterebbe di licenziamenti, ma di prepensionamenti, trasferimenti e mancati rinnovi di contratti a tempo determinato. Lo scopo è quello di un’azienda qualsiasi in tempo di crisi: ridurre i costi.

Il mercato, nel frattempo, non aiuta: a febbraio le vendite del gruppo sono scese dell’1,2% su base annua, passando da 701.500 a 693.300 unità, a causa della contrazione del giro d’affari nei paesi emergenti e negli Stati Uniti. Il legame fra questa flessione e il Dieselgate è abbastanza evidente, visto che le immatricolazioni del solo marchio Volkswagen sono scese di ben il 4,7%, a 394.400 unità, compensate solo dai risultati degli altri brand della scuderia (Audi, Skoda, Seat e Porsche).

Ma non è finita. Michael Horn, amministratore delegato e direttore generale della divisione americana della casa automobilistica tedesca, si è dimesso mercoledì. Il top manager era stato tra i principali volti pubblici nella gestione dello scandalo sulle emissioni: si era scusato a nome dell’azienda davanti al Congresso Usa, assumendosi la responsabilità per la vicenda e impegnandosi a rimediare.

Intanto, gli Stati Uniti hanno avviato una nuova vertenza giudiziaria chiedendo a Volkswagen informazioni su diverse questioni aperte, per scoprire se il colosso tedesco abbia violato anche alcune leggi contro le frodi bancarie.

Sul gruppo pende già una causa per violazione delle normative ambientali del valore di circa 46 miliardi di dollari. Come se non bastasse, secondo la Sueddeutsche Zeitung, le manipolazioni ai motori diesel di Volkswagen sarebbero più ampie del previsto e sarebbero aumentate mentre gli inquirenti Usa già svolgevano la loro inchiesta.

Quanto a Deutsche Bank, la banca tedesca ha registrato nel 2015 una maxi-perdita da 6,8 miliardi di euro, ma non ha ritenuto opportuno cancellare i bonus del 2015. Li ha semplicemente ridotti del 17%, a 2,4 miliardi di euro, spiegando però che “gli utili, così come i risultati negativi 2015, sono condizionati soprattutto da effetti straordinari”. Insomma, meriti o colpe non c'entrano: è tutto in mano al caso.

Questa scusa però non vale per i vertici dell'istituto: il consiglio di sorveglianza ha inviato un segnale cancellando per intero (almeno) i premi destinati ai membri del consiglio di gestione, che lo scorso anno avevano incassato 15,7 milioni (3,7 milioni a testa ai due co-Ceo, Anshu Jain e Jurgen Fitschen). Per quest'anno il board deve accontentarsi di 22,7 milioni di stipendi fissi. Si consoleranno pensando che è andata assai peggio agli azionisti della Banca, visto che in un anno il titolo in Borsa ha perso circa il 40%.

A ben guardare, le sorti di Volkswagen e di Deutsche Bank hanno qualcosa in comune. In primo luogo, entrambe le società devono risollevarsi da scandali memorabili. Ma se per il gruppo automobilistico il caso da fronteggiare è uno solo, il Dieselgate, negli ultimi anni il colosso bancario è finito sotto inchiesta ai quattro angoli del pianeta per truffe e operazioni illegali di ogni sorta. Ad esempio, ha manipolato insieme ad altri istituti il Libor e l'Euribor, i tassi di riferimento a cui le banche si prestano denaro fra loro, e per questa ragione ha già ricevuto multe per oltre 3,5 miliardi dalla Commissione europea e delle autorità di vigilanza britanniche e americane.

In Svizzera, invece, la Banca è accusata di aver distorto il mercato dell'oro e dell'argento, mentre negli Stati Uniti potrebbe ricevere sanzioni per non aver rispettato in passato l'embargo sull'Iran. A chiusura di questa carrellata (tutt'altro che esaustiva), non si può dimenticare il ruolo svolto da Deutsche nella grande crisi del 2008: in un'inchiesta del Senato Usa, si legge che la Banca tedesca è stata, insieme a Goldman Sachs, quella che più di ogni altra ha costruito i titoli tossici all'origine del collasso finanziario globale.

Ed è qui che si innesta il secondo motivo di analogia con Volkswagen. Come il gruppo automobilistico, che ha peccato di arroganza nel tentativo di vincere la corsa contro Toyota per il primato mondiale, Deutsche Bank ha cercato invano di trasformarsi in un gigante capace di rivaleggiare con i padroni di Wall Street e, per colmare il gap, si è gettata con tanto ardire nella speculazione forsennata che ancora oggi un terzo del bilancio è infettato da prodotti poco trasparenti, derivati in primis.

Di fronte a un quadro simile, anche un vecchio alleato come Stoccolma, uno degli sherpa dell'asse del Nord, si sente in diritto di alzare la voce. La Svezia ha minacciato di portare il governo di Angela Merkel di fronte alla Corte di giustizia europea se Berlino non rispetterà il regolamento di Dublino riammettendo i migranti che, pur essendosi registrati in terra tedesca, sono passati oltreconfine e hanno fatto richiesta di asilo nel Paese scandinavo.

Intanto, si fa strada l'ipotesi che l'Europa proceda finalmente contro la Germania per il suo surplus commerciale eccessivo, visto che ormai da nove anni consecutivi i tedeschi – mentre minacciano procedure d'infrazione a danno degli altri Paesi – violano le regole comunitarie superando la soglia delle esportazioni consentita dall’Unione Europea e danneggiando così l’intera Eurozona. Se un provvedimento arriverà, sarà la dimostrazione di una legge non scritta: quando il potere economico si appanna, il privilegio politico ne risente.

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14/01/2016

L'automobile al centro dell'"economia della truffa". Crollano le borse

Per un secolo l'automobile è stata la merce-pivot dello sviluppo capitalistico. Simbolo di libertà, mezzo di mobilità individuale, status symbol, schiavitù domestica, catalizzatore di tasse e balzelli, bisogno primario nella modernità metropolitana. E aggiungete voi tutto quel che manca a questo elenco.

Normale, dunque, che “i mercati” reagiscano malissimo al tracollo di credibilità che deriva da due notizie pessime in contemporanea – come se non ce ne fossero già abbastanza – concernenti proprio il settore auto. La prima, e più importante, riguarda il gruppo Nissan-Renault, uno dei player globali più solidi, che avrebbe fatto esattamente come Volkswagen, truccando le centraline che dovevano abbattere le emissioni nocive.

France Presse, su segnalazione del sindacato Cgt del sito di Lardy, ha riferito che stamattina gli investigatori del servizio antifrodi francese hanno sequestrato i computer di alcune sedi Renault. L'operazione si era svolta una settimana fa e aveva colpito i settori ”omologazione e messa a punto dei controlli motori”, segno certo che l'imputazione riguarda lo stesso “reato” commesso dal concorrente tedesco.

Gli ispettori francesi sembra abbiano puntato soprattutto sulle centraline di gestione del motore turbodiesel Energy 1.6 dCi (130 e 160 cavalli ), montato su numerosi modelli del gruppo Renault-Nissan (Renault Espace, Nissan Qashqai, ecc) ed anche su qualche Daimler-Mercedes (la Classe C). Il legame con lo scandalo Volkswagen sarebbe in questo caso assolutamente diretto: 1.6 dCi monta infatti le centraline Bosch Edc17, le stesse usate sui motori Volkswagen (EA 189) al centro del diesegate.

Del resto, come aveva sottolineato questo giornale nei giorni dello scandalo Volkswagen, “se nessuno riesce ad abbattere le emissioni al di sotto di certi livelli, vuol dire che c'è un limite fisico, non solo economico o tecnologico”. In altri termini, e prima che anche altri produttori vengano trascinati in catene (metaforiche) davanti a un tribunale, tutto il settore auto globale si regge da alcuni anni su una truffa ai danni dei clienti (che comprano l'auto pensando che sia più “ecologica”, quindi abilitata a circolare anche durante i sempre più frequenti blocchi del traffico) e soprattutto ai danni di tutta l'umanità, che viene allegramente avvelenata da alcune centinaia di milioni di veicoli che rilasciano emissioni molto superiori al dichiarato.

La seconda notizia è più ordinaria, ma sempre di truffa si tratta. E riguarda Fiat Chrysler Automobiles, ovvero il gruppo multinazionale degli Agnelli guidato al momento da Sergio Marchionne. Semplice falsificazione dei dati sulle vendite, come denunciato da 2 concessionari di Chicago, che affermano di essere stati indotti a falsificare i dati sulle vendite mensili per guadagnare un “premio” offerto dalla casa.

Su Fca pesano anche altri problemi, come il ritardo nella produzione della prima auto ibrida del gruppo e il calo drastico delle vendite in Russia (oscillante tra il –35 e il -46%).

Entrambi i gruppi guidano la classifica dei cali in borsa oggi (per Renault, ad un certo punto, anche -20%), in una giornata peraltro aperta in modo tragico da Tokyo (-2,7%) sull'onda dell'altrettanto pessima chiusura di Wall Street ieri. I mercati europei, fino all'apertura di New York, avevano virato molto in ribasso (in alcuni casi oltre il -3), snobbando persino il buon dato sulla crescita tedesca (+1,7%), leggermente superiore alle attese (+1,6); solo il piccolo “rimbalzo” statunitense – a due ore dall'apertura – ha consentito di ridurre le perdite, ma senza lasciare il “territorio negativo”.

Dovunque si giri lo sguardo, il meccanismo dell'accumulazione sembra essersi grippato. E ai vertici si cerca di andare avanti a forza di debito oppure di truffe vecchio stile...

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06/01/2016

Usa contro Volkswagen: una causa a molte facce

Come prova di amicizia eterna non è un granché. E sul piano legale rischia di diventare una bomba sotto il tavolo di trattativa per l'orrendo Ttip. l'”accordo di libero scambio” per unificare di fatto il mercato nordamericano e quello dell'Unione Europea.

La decisione del governo degli Stati Uniti di aprire una causa legale contro la casa automobilistica tedesca Volkswagen apre una serie di questioni molto delicate nel rapporto tra i due continenti. Ad agire sono stati il Dipartimento di Giustizia e l'Environmental Protection Agency (Epa), ma è chiaro che si tratta di una scelta condivisa dalla Casa Bianca. La querela è stata depositata a Detroit, nel Michigan, e verrà poi trasferita in California del Nord, dove già pende una class-action contro Volkswagen.

L'accusa è nota: Volkswagen ha truccato il software di controllo delle emissioni su 500.000 motori diesel da due litri e 85.000 da tre litri, per renderle compatibili con la normativa statunitense, violando così il Clean Air Act, che prevede sanzioni fino a 32.500 dollari per motore 2.000 e 37.00 per quelli di categoria superiore. Totale massimo: quasi 20 miliardi di dollari. Una cifra che rischia seriamente di mettere fuori gioco la casa di Wolfsburg, costringendola a vendere pezzi importanti del gruppo per far fronte alle perdite (senza calcolare i risarcimenti chiesti dai privati attraverso class action e la caduta verticale di vendite, non solo negli States).

Volkswagen ha già confessato, scegliendo la strada della “collaborazione” con il governo più potente del pianeta, di aver truccato le centraline di ben 11 milioni di veicoli (600.000 solo quelli esportati negli Stati Uniti), e resta l'interrogativo di cosa potrà accadere se anche in altri paesi verrà scelta la strada della causa civile contro il gigante di Wolfsburg.

Non è la prima volta che un governo fa causa a un gruppo industriale multinazionale (famosa è quella dell'Unione Europea contro Microsoft, per esempio), ma questa cade nel momento in cui le trattative sul Ttip stanno affrontando un ostacolo di questo tipo: chi fa da arbitro in un conflitto legale tra una multinazionale e un governo? Gli Stati Uniti sostengono che debba farlo il dispositivo Isds, peraltro contenuto in centinaia di accordi di libero scambio siglati nell’ultimo quarto di secolo. Ovvero un “ente arbitrale” privato, composto da specialisti altrettanto privati, che si alternano senza problemi tra il ruolo di avvocato di parte e quello di giudice. Una privatizzazione della giustizia commerciale che ha già avuto, per molti paesi più deboli, effetti devastanti sulle normative nazionali (anti-inquinamento o anti-Ogm, per esempio).

Naturalmente, in questo caso gli Stati Uniti hanno affidato il caso ad un proprio tribunale nazionale. E si tratta di un gesto che non sarà stato molto gradito a Berlino. E quindi a tutta l'Unione Europea.

Ma c'è anche di più, in questa vicenda industriale assai poco “pulita”, sia dal punto di vista ambientale che da quello etico. Una delle figure chiave dello scandalo è l'ex capo della divisione sviluppo motori e trasmissioni di Volkswagen, Wolfgang Hatz. Il quale, mentre era ancora in sella, si era distinto per le aspre critiche alle normative della California, che aveva imposto limiti più drastici alle emissioni dei gas delle auto. «Non sono realistici», aveva detto Hatz.

Un'affermazione che ha almeno due versanti. Il primo, tecnologico, investe tutta la logica (europea) dell'abbassamento progressivo dei limiti alle emissioni, come se non esistesse un limite fisico (non solo tecnologico) alla possibilità di eliminare senza residui determinate sostanze presenti nel carburante (diesel o benzina che sia).

Il secondo, più brutale, riguarda l'ordine delle priorità in campo ambientale. Secondo la visione di Hatz, quindi dell'impresa multinazionale, tocca alle imprese decidere cosa sia “realistico” fare oppure no. E se questo “realismo” – che ovviamente coincide con la possibilità di mantenere-massimizzare il profitto aziendale – entra in conflitto con il “realismo” delle leggi fisiche che regolano l'ambiente e la vita umana... tanto peggio per questi ultimi.

Tant'è vero che subito dopo ha dato ordine di truccare le centraline...

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04/11/2015

Volkswagen-gate. Bloccate le vendite del Porsche Cayenne

Il gorgo aperto dal dieselgate della Volkswagen sta risucchiano anche le creatture più mitiche del gruppo di Wolfsburg. La divisione nordamericana di Porsche ha annunciato il blocco «volontario» delle vendite dei modelli dal 2014 al 2016 della Cayenne diesel, in Usa e Canada.

Del resto l'Epa - dipartimento "ecologico" del governo statunitense - aveva già qualche giorno fa accusato Vw di aver truccato anche motori di classe superiore al 2.000 Tdi montato su una decina di milioni di vetture. E quindi molti modelli superlusso - come appunto il Cayenne, la Touareg o tutte i suv Audi - avevano ormai il destino segnato, almeno sul mercato nordamericano.

Ma lo scandalo, che fin qui aveva riguardato esclusivamente le emissioni di ossidi di azoto (NoX) (qualche imbecille prezzolato scrive ancora che "non sarebbero nocivi per la salute umana"), ma anche le più note emissioni di Co2. Come ammesso addirittura da una nota ufficiale di Vw.

Ma quando deve finire in tragedia non c'è limite al peggio. I veicoli da "resettare" o "ristrutturare" per renderli allineati alle direttive ambientali sarebbero dunque 800.000 in più di quanto finora ammesso. Soprattutto, però, non si tratterebbe solo di modelli ad alimentazione diesel. Anche i 1.400 a benzina presenterebbero infatti "significative anomalie" per quanto riguarda le emissioni di Co2.

Costo industriale stimato per le "riparazioni": 2 miliardi. Naturalmente le spese legali (risarcimenti, ecc) sono al momento inquantificabili.

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