La Corte di giustizia UE di Bruxelles – da non confondere mai con la Corte dei diritti umani di Strasburgo, che NON È una istituzione comunitaria – ne ha combinata un’altra delle sue. In questi anni le sue sentenze liberiste hanno colpito i diritti dei lavoratori, i servizi pubblici, lo stato sociale, nel nome del mercato e del liberismo più sfacciato.
Ora la Corte ha dato valore di legge per ogni Stato dell’Unione alla parte più vergognosa e pericolosa del CETA, il trattato firmato tra UE e Canada a favore della distruzione delle regole e dei controlli pubblici sulla produzione e sulla circolazione delle merci.
La Corte ha approvato e reso operativo l’arbitrato internazionale, cioè una multinazionale che voglia diffondere il glifosato cancerogeno in Italia, e se lo veda proibito dallo Stato, potrà fare causa allo Stato stesso e chiedere ad arbitri internazionali, di sua fiducia, di emettere la sentenza.
Un principio che annulla la sovranità democratica di un paese nel nome del profitto multinazionale.
Questa sentenza è grave anche perché la UE, nel silenzio e nella complicità sia degli “europeisti” sia dei “finti sovranisti”, ha riaperto le trattative con gli USA per il famigerato TTIP, un CETA più in grande.
Quando sentirete la propaganda europeista parlare di democrazia, ambiente salute, fate conoscere questa sentenza, inappellabile per i trattati capestro che comandano la UE.
E spiegate che la UE non è il presidio della democrazia europea, ma il primo strumento della sua distruzione.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2019
18/04/2019
Riparte il Ttip e la Lega passa al “prima gli amerikani”
Nel silenzio pressoché generale – soltanto un articolo de Il Fatto Quotidiano l’aveva preannunciato – l’Unione Europea ha riaperto la trattativa con gli Stati Uniti intorno alle materie del trattato Ttip.
Il Consiglio dei ministri per l’Agricoltura, lunedì 15 aprile, ha in effetti approvato due mandati a trattare con l’obbiettivo di “chiudere” entro l’estate. Ossia prima che si possa insediare – con i suoi già scarsi poteri – il nuovo Parlamento europeo, che sarà eletto a fine maggio.
Tanta fretta ha un’ovvia ragione: la pressione dei dazi imposti da Trump a merci europee per circa 11 miliardi di euro. Per impedire che diventino effettivi – devastando buona parte del già sofferente comparto agricolo-alimentare (grazie alle sanzioni contro la Russia) – bisogna procedere di corsa.
Dal sito del Consiglio Europeo apprendiamo infatti che:
E ne sono perfettamente consapevoli i ministri dell’agricoltura europei, che ciò nonostante approvano:
Come rilevava Monica Di Sisto su Il Fatto,
La cosa che in teoria dovrebbe sorprendere è la firma del ministro italiano – il leghista Gian Marco Centinaio – all’autorizzazione a riaprire la trattativa sul Ttip che il suo “caro leader” Salvini aveva definito con parole di fuoco solo qualche tempo fa: Tramite trattati come il Ttip “è in corso un evidente tentativo di genocidio dei popoli che vivono in questa terra”, “un trattato evidentemente criminale nei confronti dell’economia europea” che “solo dei matti potrebbero avallare”, perché “sarebbe una cessione totale di qualsiasi sovranità e controllo dei nostri commerci e della nostra agricoltura”. Fino alla chiosa decisiva, in chiave populista: “purtroppo la maggioranza di questo Parlamento e di questa Commissione è pagata dai cittadini europei per fare gli interessi di altri e cancellare dalla faccia della terra le popolazioni che da secoli vivono in questi Paesi”.
Se i leghisti potessero essere presi sul serio, ne dovremmo concludere che sono passati in pochi mesi dal “prima gli itagliani” al “prima gli europei” per poi approdare, in un attimo, al solito “prima gli amerikani”.
Un cambiamento davvero epocale, che si vede, si sente, si tocca...
Fonte
Il Consiglio dei ministri per l’Agricoltura, lunedì 15 aprile, ha in effetti approvato due mandati a trattare con l’obbiettivo di “chiudere” entro l’estate. Ossia prima che si possa insediare – con i suoi già scarsi poteri – il nuovo Parlamento europeo, che sarà eletto a fine maggio.
Tanta fretta ha un’ovvia ragione: la pressione dei dazi imposti da Trump a merci europee per circa 11 miliardi di euro. Per impedire che diventino effettivi – devastando buona parte del già sofferente comparto agricolo-alimentare (grazie alle sanzioni contro la Russia) – bisogna procedere di corsa.
Dal sito del Consiglio Europeo apprendiamo infatti che:
“Oggi il Consiglio ha approvato mandati che autorizzano la Commissione ad avviare negoziati con gli Stati Uniti relativamente a due accordi: un accordo commerciale che si limita alla soppressione dei dazi sui soli beni industriali, a esclusione dei prodotti agricoli; un accordo sulla valutazione della conformità che punterebbe a eliminare le barriere non tariffarie facilitando le procedure attraverso cui le imprese devono dimostrare che i loro prodotti soddisfano i requisiti tecnici sia nell’UE che negli USA, mantenendo nel contempo un elevato livello di protezione nell’UE”.I due mandati sono palesemente in relazione, ma il secondo è quello più pericoloso, come sanno tutti coloro che si sono opposti per anni al vecchio Ttip, perché le “barriere non tariffarie” che si punta ad eliminare sono quelle che per esempio vietano o limitano l’uso di Ogm, oltre a diversi tipi di erbicidi, insetticidi, fertilizzanti, ecc. che presentano gravi rischi per la salute.
E ne sono perfettamente consapevoli i ministri dell’agricoltura europei, che ciò nonostante approvano:
“L’UE è ora pronta ad avviare con gli USA negoziati che riguarderanno una serie di questioni rigorosamente limitata derivante dalla dichiarazione congiunta rilasciata a luglio dai presidenti Juncker e Trump. I mandati chiariscono inoltre che le direttive di negoziato per il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), approvate nel giugno 2013, devono essere considerate obsolete e non più pertinenti.Al di là delle dichiarazioni rassicuranti – sia sulle materie da trattare sia sull’approvazione finale del Parlamento – è evidente che si riapre una trattativa durata anni per arrivare ad un accordo in pochissimi mesi, in pratica sotto ricatto dei dazi. E l’accordo finale, se i tempi saranno davvero brevi, potrebbe arrivare prima ancora che il nuovo Parlamento si sia insediato.
La Commissione negozierà a nome dell’UE assicurando un’adeguata comunicazione con tutti i pertinenti soggetti interessati dell’UE, fra cui la società civile e gli operatori economici. L’accordo finale dovrà essere concluso dal Consiglio previa approvazione del Parlamento europeo.”
Come rilevava Monica Di Sisto su Il Fatto,
“La strategia della Commissione, per stessa ammissione di Jean-Luc Demarty, direttore generale del dipartimento commercio, è di procedere a tappe partendo dalle aree meno controverse, come la rimozione delle tariffe per i prodotti industriali, e di affrontare le richieste degli Stati Uniti in materia di agricoltura in una fase successiva, a condizione che gli americani azzerino i dazi su acciaio e alluminio e presentino una controfferta negli appalti pubblici.”In pratica, per evitare tracolli in alcuni settori si accetterà la “merda tecnologica” (ogm, glifosato, ecc.) che gli Stati Uniti usano normalmente in campo agricolo.
La cosa che in teoria dovrebbe sorprendere è la firma del ministro italiano – il leghista Gian Marco Centinaio – all’autorizzazione a riaprire la trattativa sul Ttip che il suo “caro leader” Salvini aveva definito con parole di fuoco solo qualche tempo fa: Tramite trattati come il Ttip “è in corso un evidente tentativo di genocidio dei popoli che vivono in questa terra”, “un trattato evidentemente criminale nei confronti dell’economia europea” che “solo dei matti potrebbero avallare”, perché “sarebbe una cessione totale di qualsiasi sovranità e controllo dei nostri commerci e della nostra agricoltura”. Fino alla chiosa decisiva, in chiave populista: “purtroppo la maggioranza di questo Parlamento e di questa Commissione è pagata dai cittadini europei per fare gli interessi di altri e cancellare dalla faccia della terra le popolazioni che da secoli vivono in questi Paesi”.
Se i leghisti potessero essere presi sul serio, ne dovremmo concludere che sono passati in pochi mesi dal “prima gli itagliani” al “prima gli europei” per poi approdare, in un attimo, al solito “prima gli amerikani”.
Un cambiamento davvero epocale, che si vede, si sente, si tocca...
Fonte
13/01/2017
Nola, un ospedale di frontiera. Anche per colpa di Lorenzin e De Luca
Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
E' con noi al telefono Vito Storniello, dell'Usb sanità nella regione Campania. Grazie intanto per il tuo intervento e per il tuo contributo.
Grazie a voi.
Vogliamo parlare con te di questo episodio sconcertante che abbiamo visto in tv: i malati in terra nel pronto soccorso dell'ospedale di Nola. Il governatore della Campania De Luca accusa i dirigenti e i medici di non aver relazionato sullo stato del pronto soccorso, mentre la ministra Lorenzin parla di “eroi”. Dove sta la verità? Soprattutto, la sanità pubblica italiana ha bisogno di eroi?
No. La sanità pubblica ha bisogno di professionisti che devono semplicemente assistere i pazienti che arrivano nei nostri ospedali. Ma io credo che quello che è successo a Nola è – come dire – una emergenza straordinaria dovuta a tante condizioni che si sono verificate quel giorno. Dal maltempo, dalla impraticabilità delle strade per arrivare negli altri ospedali e dalle carenze strutturali dello stesso ospedale nolano. Carenze che sono legate alle politiche governative degli ultimi anni, avallate da tutti i governi regionali. Cosa voglio dire? Se noi riduciamo in Italia decine di migliaia di posti letto, se noi riduciamo i livelli di assistenza, se noi non abbiamo la possibilità di coprire il turnover – per cui c'è una carenza straordinaria di medici e infermieri – è ovvio che prima o poi accadrà anche da altre parti, così come non è successo solo in Campania. Se vi ricordate, è successo anche al San Camillo di Roma; e anche in Toscana, in Lombardia, nel Veneto si sono verificate queste situazioni di emergenza straordinaria. I problemi sono nelle politiche governative di smantellamento del servizio sanitario pubblico. Noi della Unione Sindacale di Base, da anni stiamo denunciando questo attacco al welfare sanitario. Purtroppo però non troviamo sponde in alcuna forza politica presente in parlamento; sembra che ci sia questo “pensiero unico” sulla insostenibilità dell'attuale servizio sanitario pubblico italiano, nonostante che sia invidiato da tantissime altre regioni europee e non, e questa insostenibilità presta il fianco alla riduzione dei posti letto.
Ritorniamo un attimo sul perché di questa diversità di comportamenti tra il governatore della Campania e il ministro Lorenzin? Perché uno attacca dirigenti e medici e l'altro invece li chiama eroi, secondo te?
Potrei dire che ieri sera ho letto alcune dichiarazioni del presidente De Luca che, forse, si è reso conto di aver – come dire – sparato nel mucchio. E ieri ha cominciato a dire: “ma io apprezzo i medici...”. Ma al di là di queste dichiarazioni politiche o diplomatiche, di circostanza, io dico a questi due nostri vertici istituzionali: i mandanti di quello che è successo a Nola siete voi! Si dovrebbero licenziare loro, si dovrebbero sospendere loro dalle loro funzioni... per quanto riguarda la nostra posizione come Usb. Non è possibile che loro, quelli che hanno determinato questi risultati, siano quelli che decidono anche la sospensione o il licenziamento di dirigenti che fanno solo il loro dovere in condizioni estreme. Ecco, questa è la nostra posizione.
Che bacino di utenza ha l'ospedale di Nola?
Il bacino di Nola ha un'utenza grossomodo intorno ai 500mila abitanti. Il problema, quella sera, è che è aumentato a dismisura perché sabato 7 gennaio erano impraticabili tutte le strade a causa del ghiaccio. E qui vi sono responsabilità precise di altre istituzioni, a partire dal sindaco di Avellino – perché l'ospedale Moscati sarebbe stato il punto di riferimento di tutti quelli che poi sono andati a Nola – ma anche del prefetto e di tutti coloro che dovevano prevenire l'impraticabilità delle strade. E' successa una tempesta perfetta: sono andati tutti all'ospedale di Nola che, con una dotazione di 150 posti letto, non poteva assolutamente far fronte a tutto quello che è accaduto quella sera. Ecco perché noi siamo dalla parte dei medici e degli infermieri. Li difendiamo, perché hanno dato quello che potevano, quella sera.
Tu hai parlato delle responsabilità dei governi, cioè i tagli che sono stati fatti alla sanità, la chiusura di ospedali, la riduzione di posti letto pubblici. Ma quale è il futuro?
Per quella che è da sempre la nostra visione, la nostra posizione politica, i governi vogliono far sbarcare in Italia il cosiddetto “sistema del mercato assicurativo”, in maniera tale che i cittadini debbano versare quanti più soldi possibili alla migliore assicurazione possibile per avere la migliore sanità possibile; con una deriva verso l'industria farmaceutica sanitaria privata, dove alcuni grandi gruppi vogliono cominciare a costruire ospedali privati. La deriva è questa. Poi, se leggiamo ancora più in là, se fosse siglato il Ttip, quel famoso mercato internazionale della cosiddetta globalizzazione, entrerebbe in campo anche la cosiddetta globalizzazione sanitaria. Con il Ttip, in Europa, noi avremo spazi sempre più ridotti di sanità pubblica, mentre invece aumenterà sempre di più la sanità privata. La deriva è questa. Io invece ritengo che il nostro sistema – che è universalistico, ripeto; significa che in Italia si presta soccorso a tutti, a prescindere da ceto, censo e qualsiasi altre condizioni sociale – si interviene, si salva la vita al cristiano, e poi dopo si vede... Eventualmente, poi si vede quello che dovrà essere pagato, se deve essere pagato oppure no. E' un sistema universalistico che – come dire – ha ammiratori in tante parti del mondo, in particolare nei paesi Ocse; e che però, per politiche legate alla grande finanza internazionale, al profitto che vogliono fare i grandi gruppi privati, viene affossata in Italia per dare spazio, appunto, a questi altri interessi. Privati.
Tu hai parlato del Ttip. Ma anche l'Unione Europea – su direttive e tagli – ha delle responsabilità?
Certo, certo... La discussione sul Ttip, a Bruxelles, viaggia... Nessuno ne sta parlando, ma sta viaggiando, quindi arriverà... Non so quando, ma ci potrebbero calare addosso ulteriori riduzioni di spazi pubblici. Il cosiddetto welfare, tanto amato negli ultimi 20 anni da alcune forze politiche, ormai è stato messo da parte e si sta facendo spazio invece all'abbandono sociale. Un abbandono che determina 10 milioni di italiani che non riescono più ad avere accesso alle cure sanitarie, per povertà. Questo è un dramma che nessuna forza politica, attualmente, sta prendendo in considerazione; perlopiù fanno finta di discuterne. Questo è il dramma. Il dramma è che noi dovremmo mandare via, a casa, tutti quelli che adesso ci stanno propinando queste politiche.
Un'ultima domanda Vito. Voi avete chiesto la sospensione sia di De Luca che della ministra Lorenzin, e avete avviato delle mobilitazioni. Di che genere?
Noi abbiamo rispedito al mittente quello che, il primo giorno, sia la Lorenzin che De Luca avevano detto. Poi hanno fatto marcia indietro perché hanno capito che era un autogol... Probabilmente si sono resi conto che i mandanti veri e propri di quello che è successo a Nola sono loro e hanno fatto un passo indietro, cominciando a parlare di apprezzamento, o addirittura di eroi. Provocatoriamente abbiamo detto: sospendetevi voi. Magari lo facessero... Era una provocazione, perché noi da anni stiamo lottando per il ripristino di un servizio sanitario nazionale pubblico, con ospedali che diano assistenza adeguata e quindi bisognerebbe coprire i turnover, bisogna dotare di tutte le strumentazioni tecnologiche adeguate per affrontare tutte le acuzie. Le acuzie negli ospedali, attualmente, non sono garantite. In Campania purtroppo, devo dire, ancora meno delle altre regioni, tanto è vero che in Campania le aspettative di vita sono nettamente inferiori alle altre regioni d'Italia.
Sull'iniziativa che avete fatto o che avete in programma...
Ieri abbiamo fatto una conferenza stampa all'ospedale di Nola, dove abbiamo parlato con i medici, abbiamo spiegato le ragioni, quello che sto dicendo a voi lo abbiamo spiegate ai media presenti. Ed erano tante le televisioni presenti: Canale5, Sky tg24, RaiTre e tutte le televisioni locali. Abbiamo fatto un presidio di protesta a Palazzo Santa Lucia, dove c'è la sede del presidente De Luca...
Avete una buona rappresentanza all'ospedale di Nola come sindacato indipendente?
Discreta, solo discreta. Perché la nostra organizzazione sindacale paga un prezzo, quello di essere conflittuale, antagonista con un sistema politico pieno di clientele. E purtroppo anche gli ospedali sono piene di clientele; quindi il nostro sindacato fa fatica, deve sgomitare per cercare di trovare spazi di rappresentanza. Però ce l'abbiamo, stiamo crescendo in tutta Italia.
Una buona notizia... Fuori dalla Campania, da Nola, ci sono altre iniziative?
Sì. Ne stiamo programmando una sotto il ministero della Salute, quindi direttamente dove è il ministro Lorenzin. Stiamo organizzando una manifestazione, un presidio di protesta proprio lì dove ci sono i poteri forti, o cosiddetti forti, che decidono il futuro del nostro servizio sanitario nazionale. Poi lo faremo nei maggiori capoluoghi di regione, mi riferisco a Bologna, Firenze, Milano e Venezia.
Bene, Vito, ti ringrazio per questo tuo intervento e buon lavoro.
Grazi a voi e buon lavoro.
Fonte
E' con noi al telefono Vito Storniello, dell'Usb sanità nella regione Campania. Grazie intanto per il tuo intervento e per il tuo contributo.
Grazie a voi.
Vogliamo parlare con te di questo episodio sconcertante che abbiamo visto in tv: i malati in terra nel pronto soccorso dell'ospedale di Nola. Il governatore della Campania De Luca accusa i dirigenti e i medici di non aver relazionato sullo stato del pronto soccorso, mentre la ministra Lorenzin parla di “eroi”. Dove sta la verità? Soprattutto, la sanità pubblica italiana ha bisogno di eroi?
No. La sanità pubblica ha bisogno di professionisti che devono semplicemente assistere i pazienti che arrivano nei nostri ospedali. Ma io credo che quello che è successo a Nola è – come dire – una emergenza straordinaria dovuta a tante condizioni che si sono verificate quel giorno. Dal maltempo, dalla impraticabilità delle strade per arrivare negli altri ospedali e dalle carenze strutturali dello stesso ospedale nolano. Carenze che sono legate alle politiche governative degli ultimi anni, avallate da tutti i governi regionali. Cosa voglio dire? Se noi riduciamo in Italia decine di migliaia di posti letto, se noi riduciamo i livelli di assistenza, se noi non abbiamo la possibilità di coprire il turnover – per cui c'è una carenza straordinaria di medici e infermieri – è ovvio che prima o poi accadrà anche da altre parti, così come non è successo solo in Campania. Se vi ricordate, è successo anche al San Camillo di Roma; e anche in Toscana, in Lombardia, nel Veneto si sono verificate queste situazioni di emergenza straordinaria. I problemi sono nelle politiche governative di smantellamento del servizio sanitario pubblico. Noi della Unione Sindacale di Base, da anni stiamo denunciando questo attacco al welfare sanitario. Purtroppo però non troviamo sponde in alcuna forza politica presente in parlamento; sembra che ci sia questo “pensiero unico” sulla insostenibilità dell'attuale servizio sanitario pubblico italiano, nonostante che sia invidiato da tantissime altre regioni europee e non, e questa insostenibilità presta il fianco alla riduzione dei posti letto.
Ritorniamo un attimo sul perché di questa diversità di comportamenti tra il governatore della Campania e il ministro Lorenzin? Perché uno attacca dirigenti e medici e l'altro invece li chiama eroi, secondo te?
Potrei dire che ieri sera ho letto alcune dichiarazioni del presidente De Luca che, forse, si è reso conto di aver – come dire – sparato nel mucchio. E ieri ha cominciato a dire: “ma io apprezzo i medici...”. Ma al di là di queste dichiarazioni politiche o diplomatiche, di circostanza, io dico a questi due nostri vertici istituzionali: i mandanti di quello che è successo a Nola siete voi! Si dovrebbero licenziare loro, si dovrebbero sospendere loro dalle loro funzioni... per quanto riguarda la nostra posizione come Usb. Non è possibile che loro, quelli che hanno determinato questi risultati, siano quelli che decidono anche la sospensione o il licenziamento di dirigenti che fanno solo il loro dovere in condizioni estreme. Ecco, questa è la nostra posizione.
Che bacino di utenza ha l'ospedale di Nola?
Il bacino di Nola ha un'utenza grossomodo intorno ai 500mila abitanti. Il problema, quella sera, è che è aumentato a dismisura perché sabato 7 gennaio erano impraticabili tutte le strade a causa del ghiaccio. E qui vi sono responsabilità precise di altre istituzioni, a partire dal sindaco di Avellino – perché l'ospedale Moscati sarebbe stato il punto di riferimento di tutti quelli che poi sono andati a Nola – ma anche del prefetto e di tutti coloro che dovevano prevenire l'impraticabilità delle strade. E' successa una tempesta perfetta: sono andati tutti all'ospedale di Nola che, con una dotazione di 150 posti letto, non poteva assolutamente far fronte a tutto quello che è accaduto quella sera. Ecco perché noi siamo dalla parte dei medici e degli infermieri. Li difendiamo, perché hanno dato quello che potevano, quella sera.
Tu hai parlato delle responsabilità dei governi, cioè i tagli che sono stati fatti alla sanità, la chiusura di ospedali, la riduzione di posti letto pubblici. Ma quale è il futuro?
Per quella che è da sempre la nostra visione, la nostra posizione politica, i governi vogliono far sbarcare in Italia il cosiddetto “sistema del mercato assicurativo”, in maniera tale che i cittadini debbano versare quanti più soldi possibili alla migliore assicurazione possibile per avere la migliore sanità possibile; con una deriva verso l'industria farmaceutica sanitaria privata, dove alcuni grandi gruppi vogliono cominciare a costruire ospedali privati. La deriva è questa. Poi, se leggiamo ancora più in là, se fosse siglato il Ttip, quel famoso mercato internazionale della cosiddetta globalizzazione, entrerebbe in campo anche la cosiddetta globalizzazione sanitaria. Con il Ttip, in Europa, noi avremo spazi sempre più ridotti di sanità pubblica, mentre invece aumenterà sempre di più la sanità privata. La deriva è questa. Io invece ritengo che il nostro sistema – che è universalistico, ripeto; significa che in Italia si presta soccorso a tutti, a prescindere da ceto, censo e qualsiasi altre condizioni sociale – si interviene, si salva la vita al cristiano, e poi dopo si vede... Eventualmente, poi si vede quello che dovrà essere pagato, se deve essere pagato oppure no. E' un sistema universalistico che – come dire – ha ammiratori in tante parti del mondo, in particolare nei paesi Ocse; e che però, per politiche legate alla grande finanza internazionale, al profitto che vogliono fare i grandi gruppi privati, viene affossata in Italia per dare spazio, appunto, a questi altri interessi. Privati.
Tu hai parlato del Ttip. Ma anche l'Unione Europea – su direttive e tagli – ha delle responsabilità?
Certo, certo... La discussione sul Ttip, a Bruxelles, viaggia... Nessuno ne sta parlando, ma sta viaggiando, quindi arriverà... Non so quando, ma ci potrebbero calare addosso ulteriori riduzioni di spazi pubblici. Il cosiddetto welfare, tanto amato negli ultimi 20 anni da alcune forze politiche, ormai è stato messo da parte e si sta facendo spazio invece all'abbandono sociale. Un abbandono che determina 10 milioni di italiani che non riescono più ad avere accesso alle cure sanitarie, per povertà. Questo è un dramma che nessuna forza politica, attualmente, sta prendendo in considerazione; perlopiù fanno finta di discuterne. Questo è il dramma. Il dramma è che noi dovremmo mandare via, a casa, tutti quelli che adesso ci stanno propinando queste politiche.
Un'ultima domanda Vito. Voi avete chiesto la sospensione sia di De Luca che della ministra Lorenzin, e avete avviato delle mobilitazioni. Di che genere?
Noi abbiamo rispedito al mittente quello che, il primo giorno, sia la Lorenzin che De Luca avevano detto. Poi hanno fatto marcia indietro perché hanno capito che era un autogol... Probabilmente si sono resi conto che i mandanti veri e propri di quello che è successo a Nola sono loro e hanno fatto un passo indietro, cominciando a parlare di apprezzamento, o addirittura di eroi. Provocatoriamente abbiamo detto: sospendetevi voi. Magari lo facessero... Era una provocazione, perché noi da anni stiamo lottando per il ripristino di un servizio sanitario nazionale pubblico, con ospedali che diano assistenza adeguata e quindi bisognerebbe coprire i turnover, bisogna dotare di tutte le strumentazioni tecnologiche adeguate per affrontare tutte le acuzie. Le acuzie negli ospedali, attualmente, non sono garantite. In Campania purtroppo, devo dire, ancora meno delle altre regioni, tanto è vero che in Campania le aspettative di vita sono nettamente inferiori alle altre regioni d'Italia.
Sull'iniziativa che avete fatto o che avete in programma...
Ieri abbiamo fatto una conferenza stampa all'ospedale di Nola, dove abbiamo parlato con i medici, abbiamo spiegato le ragioni, quello che sto dicendo a voi lo abbiamo spiegate ai media presenti. Ed erano tante le televisioni presenti: Canale5, Sky tg24, RaiTre e tutte le televisioni locali. Abbiamo fatto un presidio di protesta a Palazzo Santa Lucia, dove c'è la sede del presidente De Luca...
Avete una buona rappresentanza all'ospedale di Nola come sindacato indipendente?
Discreta, solo discreta. Perché la nostra organizzazione sindacale paga un prezzo, quello di essere conflittuale, antagonista con un sistema politico pieno di clientele. E purtroppo anche gli ospedali sono piene di clientele; quindi il nostro sindacato fa fatica, deve sgomitare per cercare di trovare spazi di rappresentanza. Però ce l'abbiamo, stiamo crescendo in tutta Italia.
Una buona notizia... Fuori dalla Campania, da Nola, ci sono altre iniziative?
Sì. Ne stiamo programmando una sotto il ministero della Salute, quindi direttamente dove è il ministro Lorenzin. Stiamo organizzando una manifestazione, un presidio di protesta proprio lì dove ci sono i poteri forti, o cosiddetti forti, che decidono il futuro del nostro servizio sanitario nazionale. Poi lo faremo nei maggiori capoluoghi di regione, mi riferisco a Bologna, Firenze, Milano e Venezia.
Bene, Vito, ti ringrazio per questo tuo intervento e buon lavoro.
Grazi a voi e buon lavoro.
Fonte
15/10/2016
Libero Scambio Ue-Canada: il no della Vallonia inceppa il CETA
Con ben 46 voti a favore, 16 contrari ed una astensione, il parlamento della Vallonia, entità amministrativa del sud francofono del Belgio, ha approvato ieri una mozione contro la ratifica dell'accordo europeo di libero scambio con il Canada (noto con l'acronimo CETA) mettendone così in discussione l’approvazione. Subito dopo il voto parlamentare il ministro e presidente della Vallonia, il socialista Paul Magnette ha quindi annunciato che non darà mandato al governo federale affinché firmi l'intesa commerciale, a meno che non venga riaperto il negoziato diplomatico sulla dichiarazione interpretativa che deve essere associata al CETA, trattato che prevede l’abolizione di circa il 97% dei dazi doganali attualmente in vigore.
La Costituzione belga prevede che gli accordi internazionali per poter essere implementati dal governo statale debbano essere approvati anche dalle entità federate, oltre che dal Parlamento federale. Negli ultimi giorni, lo stesso Magnette ha ricevuto telefonate da diversi leader europei perché ignorasse il risultato della mozione parlamentare di cui però non può non tenere conto. Anche perché a votare contro la firma dell’accordo – difesa invece a spada tratta dai liberali – è stata anche la regione di Bruxelles-Capitale. E comunque il testo in esame deve essere approvato non solo dai 28 singoli stati ma anche dalla maggioranza del Parlamento Europeo. Per cercare di accelerare l’accettazione del trattato, l’Unione Europea ha deciso, in attesa di tutte le ratifiche statali, di far entrare in vigore il CETA in ‘via provvisoria’ a partire esclusivamente dal parere positivo da parte dei soli governi. Per martedì è stata organizzata una riunione straordinaria dei ministri del Commercio con l’obiettivo di portare a casa il risultato prima che qualche parlamento rimetta tutto in discussione, e sperando che l’entrata in vigore decisa dai governi convinca alcuni dei parlamenti e delle regioni riottose a fare un passo indietro. Il problema ora è che, visto che il governo federale belga non può concedere il suo assenso in virtù del voto della Vallonia e di Bruxelles, il meccanismo previsto dai 28 potrebbe incepparsi.
Da giorni ormai la dichiarazione interpretativa – che di fatto regola l’attuazione dell’accordo – è oggetto di un febbrile negoziato all’interno del quale aumentano progressivamente le critiche, da parte di esponenti politici di vario tipo e di diversi paesi, contro un accordo accusato di favorire le grandi imprese d’oltreoceano a scapito degli interessi degli imprenditori e dei mercati europei e di costituire una vera e propria testa di ponte verso la firma del Ttip, trattato tra Ue e Stati Uniti ai quali sia la Francia sia la Germania hanno posto recentemente un serio stop.
In una prima bozza del testo, l’Unione Europea assicura che «l'intesa preserva la capacità dell'Unione europea, dei suoi stati membri e dello stesso Canada di adottare e applicare le proprie leggi e i propri regolamenti per regolare l'attività economica nell'interesse pubblico». Ma non ci credono molte associazioni dei consumatori, degli agricoltori, degli allevatori, dei ristoratori, organizzazioni sindacali e politiche che accusano i promotori dell’accordo di voler bypassare le legislazioni nazionali che proteggono i cittadini, la salute pubblica, la qualità del lavoro e l’ambiente.
Fonte
La Costituzione belga prevede che gli accordi internazionali per poter essere implementati dal governo statale debbano essere approvati anche dalle entità federate, oltre che dal Parlamento federale. Negli ultimi giorni, lo stesso Magnette ha ricevuto telefonate da diversi leader europei perché ignorasse il risultato della mozione parlamentare di cui però non può non tenere conto. Anche perché a votare contro la firma dell’accordo – difesa invece a spada tratta dai liberali – è stata anche la regione di Bruxelles-Capitale. E comunque il testo in esame deve essere approvato non solo dai 28 singoli stati ma anche dalla maggioranza del Parlamento Europeo. Per cercare di accelerare l’accettazione del trattato, l’Unione Europea ha deciso, in attesa di tutte le ratifiche statali, di far entrare in vigore il CETA in ‘via provvisoria’ a partire esclusivamente dal parere positivo da parte dei soli governi. Per martedì è stata organizzata una riunione straordinaria dei ministri del Commercio con l’obiettivo di portare a casa il risultato prima che qualche parlamento rimetta tutto in discussione, e sperando che l’entrata in vigore decisa dai governi convinca alcuni dei parlamenti e delle regioni riottose a fare un passo indietro. Il problema ora è che, visto che il governo federale belga non può concedere il suo assenso in virtù del voto della Vallonia e di Bruxelles, il meccanismo previsto dai 28 potrebbe incepparsi.
Da giorni ormai la dichiarazione interpretativa – che di fatto regola l’attuazione dell’accordo – è oggetto di un febbrile negoziato all’interno del quale aumentano progressivamente le critiche, da parte di esponenti politici di vario tipo e di diversi paesi, contro un accordo accusato di favorire le grandi imprese d’oltreoceano a scapito degli interessi degli imprenditori e dei mercati europei e di costituire una vera e propria testa di ponte verso la firma del Ttip, trattato tra Ue e Stati Uniti ai quali sia la Francia sia la Germania hanno posto recentemente un serio stop.
In una prima bozza del testo, l’Unione Europea assicura che «l'intesa preserva la capacità dell'Unione europea, dei suoi stati membri e dello stesso Canada di adottare e applicare le proprie leggi e i propri regolamenti per regolare l'attività economica nell'interesse pubblico». Ma non ci credono molte associazioni dei consumatori, degli agricoltori, degli allevatori, dei ristoratori, organizzazioni sindacali e politiche che accusano i promotori dell’accordo di voler bypassare le legislazioni nazionali che proteggono i cittadini, la salute pubblica, la qualità del lavoro e l’ambiente.
Fonte
23/09/2016
Il Wto resuscitato per la guerra Usa-Ue su Airbus e Boeing
Diavolo, c'è ancora il Wto! L'organizzazione mondiale per il commercio, camera di compensazione tra gli interessi delle imprese multinazionali e quelli nazionali, assurta quasi a “governo mondiale” negli anni d'oro della seconda globalizzazione, sembrava ormai scomparsa dalla circolazione. Tant'è vero che non si registrano nuovi “round” (l'ultima “conferenza ministeriale” risale ormai al dicembre 2005) da tempo immemore.
E invece è spuntata fuori dal nulla per decretare che l'Unione Europea non ha eliminato – come richiesto – i maxi sussidi che i governi continentali hanno fornito per creare e sostenere Airbus per oltre 40 anni. Anzi, invece di farsi restituire almeno in parte i 17 miliardi erogati al colosso dell'aerospazio europeo, varie istituzioni continentali avrebbero elargito almeno altri 5 miliardi per permettere la costruzione e l'inserimento sul mercato mondiale del modello AX 350, un bimotore per uso civile destinato a rotte a medio-lungo raggio, caratterizzato da una configurazione a fusoliera larga. Non è mancata nemmeno una notazione ironica, nella “sentenza” del Wto: «Sembra che l'A350 XWB non potesse essere lanciato e introdotto nel mercato senza aiuti».
Una valutazione ispirata chiaramente da interessi Usa, che sostengono ovviamente la Boeing, e che ha trovato riscontro in movimenti di borsa (a favore del titolo statunitense) e nei commenti contrapposti. «La decisione storica di oggi finalmente chiama Ue e Airbus a rispondere delle loro trasgressioni delle leggi globali sul commercio», ha dichiarato l'amministratore delegato della Boeing, Dennis A. Muilenburg, secondo cui «questa decisione attesa da tempo è una vittoria per un commercio mondiale giusto e per i lavoratori americani dell'aerospazio».
Airbus ha annunciato appello contro la decisione e la Commissione Europea ha inserito questo episodio nel più vasto contenzioso che da tempo va opponendo le due sponde dell'Atlantico.
Com'è noto, il trattato Ttip è semi-ufficialmente dato per morto e sepolto (sopravvivono le trattative per il Tisa, ma sarebbe davvero bizzarro concludere un accordo sui servizi, anche finanziari, senza una regolamentazione relativa alle merci industriali e ai contenziosi internazionali), mentre si moltiplicano le condanne reciproche tra autorità politiche dei due continenti e le multinazionali di “appartenenza”. Solo per restare alle più note, basta ricordare la condanna negli Usa per Volkwagen, responsabile di aver truccato i test antinquinamento di quasi tutte le proprie vetture con alimentazione diesel; la condanna europea di Apple (14 miliardi di tasse da pagare all'Irlanda, per un accordo preferenziale illegale che le abbatteva al 5/1000, mentre per tutte le altre aziende stanno al 12,5%); l'intimazione Usa rivolta a Deutsche Bank, obbligata a risarcire i clienti con 14 miliardi per la truffa nei loro confronti i materia di mutui subprime e prodotto derivati.
Episodi che delineano una guerra commerciale in corso, sempre più accentuata, e con i rispettivi governi – la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker corrisponde all'amministrazione Obama, sia pure con evidentissime differenze – impegnati a colpire e affondare le multinazionali del “nemico”.
Sarà un caso, ma la crisi del Wto comincia con l'esplosione della crisi finanziaria (estate 2007, con l'esplosione dei mutui subprime). Da allora in poi i continenti hanno preso a separarsi, gli Usa a declinare rapidamente nella loro capacità egemonica, e i conflitti commerciali a moltiplicarsi. Resuscitare il Wto, in questo quadro, è quasi patetico. Specie se lo si fa per un “atto di guerra”, invece che per favorire i “negoziati tra i suoi membri“.
Fonte
E invece è spuntata fuori dal nulla per decretare che l'Unione Europea non ha eliminato – come richiesto – i maxi sussidi che i governi continentali hanno fornito per creare e sostenere Airbus per oltre 40 anni. Anzi, invece di farsi restituire almeno in parte i 17 miliardi erogati al colosso dell'aerospazio europeo, varie istituzioni continentali avrebbero elargito almeno altri 5 miliardi per permettere la costruzione e l'inserimento sul mercato mondiale del modello AX 350, un bimotore per uso civile destinato a rotte a medio-lungo raggio, caratterizzato da una configurazione a fusoliera larga. Non è mancata nemmeno una notazione ironica, nella “sentenza” del Wto: «Sembra che l'A350 XWB non potesse essere lanciato e introdotto nel mercato senza aiuti».
Una valutazione ispirata chiaramente da interessi Usa, che sostengono ovviamente la Boeing, e che ha trovato riscontro in movimenti di borsa (a favore del titolo statunitense) e nei commenti contrapposti. «La decisione storica di oggi finalmente chiama Ue e Airbus a rispondere delle loro trasgressioni delle leggi globali sul commercio», ha dichiarato l'amministratore delegato della Boeing, Dennis A. Muilenburg, secondo cui «questa decisione attesa da tempo è una vittoria per un commercio mondiale giusto e per i lavoratori americani dell'aerospazio».
Airbus ha annunciato appello contro la decisione e la Commissione Europea ha inserito questo episodio nel più vasto contenzioso che da tempo va opponendo le due sponde dell'Atlantico.
Com'è noto, il trattato Ttip è semi-ufficialmente dato per morto e sepolto (sopravvivono le trattative per il Tisa, ma sarebbe davvero bizzarro concludere un accordo sui servizi, anche finanziari, senza una regolamentazione relativa alle merci industriali e ai contenziosi internazionali), mentre si moltiplicano le condanne reciproche tra autorità politiche dei due continenti e le multinazionali di “appartenenza”. Solo per restare alle più note, basta ricordare la condanna negli Usa per Volkwagen, responsabile di aver truccato i test antinquinamento di quasi tutte le proprie vetture con alimentazione diesel; la condanna europea di Apple (14 miliardi di tasse da pagare all'Irlanda, per un accordo preferenziale illegale che le abbatteva al 5/1000, mentre per tutte le altre aziende stanno al 12,5%); l'intimazione Usa rivolta a Deutsche Bank, obbligata a risarcire i clienti con 14 miliardi per la truffa nei loro confronti i materia di mutui subprime e prodotto derivati.
Episodi che delineano una guerra commerciale in corso, sempre più accentuata, e con i rispettivi governi – la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker corrisponde all'amministrazione Obama, sia pure con evidentissime differenze – impegnati a colpire e affondare le multinazionali del “nemico”.
Sarà un caso, ma la crisi del Wto comincia con l'esplosione della crisi finanziaria (estate 2007, con l'esplosione dei mutui subprime). Da allora in poi i continenti hanno preso a separarsi, gli Usa a declinare rapidamente nella loro capacità egemonica, e i conflitti commerciali a moltiplicarsi. Resuscitare il Wto, in questo quadro, è quasi patetico. Specie se lo si fa per un “atto di guerra”, invece che per favorire i “negoziati tra i suoi membri“.
Fonte
21/09/2016
Nutrire il pianeta, da oggi ci pensa Bayer
Che il libero mercato tenda inevitabilmente al monopolio è una legge
economica difficilmente contestabile persino dall’economia politica
borghese neoclassica. Che persino l’alimentazione e i suoi connessi
legati al mondo della produzione agricola vengano governati
esclusivamente dalle logiche privatistiche, è anch’essa un’evidenza
ormai secolare. Nonostante Expo e gli intenti retorici sull’accesso al
cibo e nuove forme di produzione alimentare, a stabilire forme, tempi e
costi dell’agricoltura era, fino al 15 settembre, un ristretto gruppo di
mega aziende multinazionali di sementi e pesticidi. Da quel giorno, di
fatto, l’intero comparto agricolo globale, almeno in Occidente, è
controllato da una sola grande azienda. La recente acquisizione della
monopolista americana degli Ogm Monsanto da parte del colosso chimico
tedesco Bayer si inscrive nella battaglia mondiale in corso tra le
grandi corporation del settore, una guerra che la crisi economica, come
ogni crisi economica, ha incentivato e, in qualche modo, reso
inevitabile.
Un’acquisizione da 66 miliardi di dollari, che era stata preceduta negli ultimi mesi, sempre nel settore agrochimico, da altre due mega acquisizioni: quella tra Dow Chemical e DuPont, e quella avvenuta nelle scorse settimane tra il colosso cinese della chimica ChemCina e la svizzera Syngenta.
Ma ciò avviene in ogni settore. Soltanto in questo primo scorcio di secolo, possiamo verificare che il processo di concentrazione monopolistica e l’ordine di grandezza delle multinazionali ha visto una crescita senza precedenti delle acquisizioni e fusioni delle società nei più svariati campi dell’economia: dall’industria automobilistica alla grande distribuzione, dal mercato dell’energia alla logistica, dalle tecnologie avanzate al settore degli idrocarburi.
L’attuale concentrazione aziendale rappresenta però un salto di qualità: ad essere monopolizzato di fatto è la produzione e l’accesso al cibo. Se la concentrazione nell’Hi-Tech riguarda un campo tutto sommato secondario o comunque non direttamente vitale, il governo della produzione agricola controllato di fatto da un’unica azienda planetaria mina alle fondamenta le possibilità di sviluppo dello stesso genere umano. Sottrae ogni possibile autonomia produttiva individuale o pubblica: da oggi qualsiasi produttore agricolo deve passare per la Bayer per potersi garantire la possibilità di coltivare. Le conseguenze sociali e ambientali di questa operazione sono facilmente intuibili, visto che la Bayer ha un’assoluta posizione di monopolio nel campo della farmaceutica e dei pesticidi, e la Monsanto nel campo dei brevetti Ogm e sulle sementi, sia transgeniche sia convenzionali.
Detto per inciso, Bayer e Monsanto erano, fino al 15 settembre, diretti rivali, come riportato da Linkiesta che linkiamo nella piccola letteratura online in calce: “se si guarda agli erbicidi, Monsanto e Bayer sono concorrenti diretti e molto agguerriti. Dal 1974 la Monsanto ha messo a punto il suo prodotto erbicida a base di glifosato, chiamato Roundup Ready. Negli Usa il principale concorrente è il Liberty Link della Bayer, a base di glufinosato[…]La percentuale di semi utilizzati con brevetto Monsanto la configura come monopolista. Se si guarda ai semi coperti da brevetto utilizzati negli Usa, quelli della Monsanto sono il 97% per la soia, il 75% per il mais e il 95% per il cotone. Parti di questi semi sono venduti da società indipendenti, che però devono fare accordi con la Monsanto.”
Insomma con queste operazioni di “consolidamento”, come asetticamente le chiama Il Sole 24 Ore, il mercato della produzione di cibo e del settore agrochimico nel suo complesso sarà, alla fine di questo processo, in mano a tre colossi multinazionali, mentre solo fino a un anno fa il controllo mondiale di questo settore si spartiva tra 6-7 società multinazionali. Quando crisi fa rima con opportunità, nel mondo della concentrazione finanziaria.
La mega fusione consente anche altre appendici non proprio irrilevanti: è l’escamotage per aggirare il fallimento del TTIP, visto che la Bayer è un’azienda europea, dunque capace di aprire le porte dell’agricoltura continentale ad un’azienda, la Monsanto, che fino ad ora aveva subito forme di controllo capaci quantomeno di “limitare” la sua capacità espansiva e invasiva; ed è lo strumento finale attraverso cui imporre per vie traverse l’utilizzo generalizzato dei fertilizzanti Ogm, vietati in alcuni paesi europei e fortemente limitati in altri, a differenza del mercato americano.
Purtroppo, non solo il dado è ormai tratto, ma le popolazioni europee non hanno al momento alcuno strumento di difesa praticabile, se non quello di rafforzare organi tecnici di controllo continentale che però, paradossalmente, finirebbero per approfondire il problema più che ridurlo, visto che proprio l’ideologia tecnocratica europeista è stata il grimaldello attraverso cui disattivare forme di resistenza politica a processi di concentrazione finanziaria come queste.
Mai come in casi come questo appariamo disarmati di fronte all’esistente, ai macro-processi che determinano il nostro sviluppo, che avviene sopra (e contro) le nostre teste. Come col TTIP, dovremmo sperare che fusioni monopolistiche come queste entrino in conflitto con altri interessi di altri pezzi di borghesia europea, tali da rallentare o magari bloccare un processo altrimenti non arginabile.
Un’immagine decisamente poco rosea del nostro futuro.
Di seguito una sintetica letteratura online utile a capire i passaggi economici, finanziari, produttivi, ambientali e sociali della fusione monstre tra Bayer e Monsanto:
Il Sole 24 Ore:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/bayer-conquista-monsanto-063845.shtml?uuid=AD5HTkKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-15/bayer-monsanto-puo-cambiare-storia-ogm-europa-in-italia-chissa-150236.shtml?uuid=AD09GzKB&fromSearch
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/15/bayer-monsanto-puo-cambiare-la-storia-degli-ogm-in-europa-in-italia-chissa/
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/con-monsanto-bayer-compra-controversi-ogm-e-diserbanti-071049.shtml?uuid=ADoMekKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-29/la-febbre-fusioni-tocca-quota-2200-miliardi-105445.shtml?uuid=ADBpQ1AB
Contropiano:
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/09/15/bayer-si-pappa-monsanto-vuol-padrone-della-vita-083475
Linkiesta:
http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/19/fusione-bayer-monsanto-un-disastro-da-evitare-per-lagricoltura-mondial/31514/
Fonte
Un’acquisizione da 66 miliardi di dollari, che era stata preceduta negli ultimi mesi, sempre nel settore agrochimico, da altre due mega acquisizioni: quella tra Dow Chemical e DuPont, e quella avvenuta nelle scorse settimane tra il colosso cinese della chimica ChemCina e la svizzera Syngenta.
Ma ciò avviene in ogni settore. Soltanto in questo primo scorcio di secolo, possiamo verificare che il processo di concentrazione monopolistica e l’ordine di grandezza delle multinazionali ha visto una crescita senza precedenti delle acquisizioni e fusioni delle società nei più svariati campi dell’economia: dall’industria automobilistica alla grande distribuzione, dal mercato dell’energia alla logistica, dalle tecnologie avanzate al settore degli idrocarburi.
L’attuale concentrazione aziendale rappresenta però un salto di qualità: ad essere monopolizzato di fatto è la produzione e l’accesso al cibo. Se la concentrazione nell’Hi-Tech riguarda un campo tutto sommato secondario o comunque non direttamente vitale, il governo della produzione agricola controllato di fatto da un’unica azienda planetaria mina alle fondamenta le possibilità di sviluppo dello stesso genere umano. Sottrae ogni possibile autonomia produttiva individuale o pubblica: da oggi qualsiasi produttore agricolo deve passare per la Bayer per potersi garantire la possibilità di coltivare. Le conseguenze sociali e ambientali di questa operazione sono facilmente intuibili, visto che la Bayer ha un’assoluta posizione di monopolio nel campo della farmaceutica e dei pesticidi, e la Monsanto nel campo dei brevetti Ogm e sulle sementi, sia transgeniche sia convenzionali.
Detto per inciso, Bayer e Monsanto erano, fino al 15 settembre, diretti rivali, come riportato da Linkiesta che linkiamo nella piccola letteratura online in calce: “se si guarda agli erbicidi, Monsanto e Bayer sono concorrenti diretti e molto agguerriti. Dal 1974 la Monsanto ha messo a punto il suo prodotto erbicida a base di glifosato, chiamato Roundup Ready. Negli Usa il principale concorrente è il Liberty Link della Bayer, a base di glufinosato[…]La percentuale di semi utilizzati con brevetto Monsanto la configura come monopolista. Se si guarda ai semi coperti da brevetto utilizzati negli Usa, quelli della Monsanto sono il 97% per la soia, il 75% per il mais e il 95% per il cotone. Parti di questi semi sono venduti da società indipendenti, che però devono fare accordi con la Monsanto.”
Insomma con queste operazioni di “consolidamento”, come asetticamente le chiama Il Sole 24 Ore, il mercato della produzione di cibo e del settore agrochimico nel suo complesso sarà, alla fine di questo processo, in mano a tre colossi multinazionali, mentre solo fino a un anno fa il controllo mondiale di questo settore si spartiva tra 6-7 società multinazionali. Quando crisi fa rima con opportunità, nel mondo della concentrazione finanziaria.
La mega fusione consente anche altre appendici non proprio irrilevanti: è l’escamotage per aggirare il fallimento del TTIP, visto che la Bayer è un’azienda europea, dunque capace di aprire le porte dell’agricoltura continentale ad un’azienda, la Monsanto, che fino ad ora aveva subito forme di controllo capaci quantomeno di “limitare” la sua capacità espansiva e invasiva; ed è lo strumento finale attraverso cui imporre per vie traverse l’utilizzo generalizzato dei fertilizzanti Ogm, vietati in alcuni paesi europei e fortemente limitati in altri, a differenza del mercato americano.
Purtroppo, non solo il dado è ormai tratto, ma le popolazioni europee non hanno al momento alcuno strumento di difesa praticabile, se non quello di rafforzare organi tecnici di controllo continentale che però, paradossalmente, finirebbero per approfondire il problema più che ridurlo, visto che proprio l’ideologia tecnocratica europeista è stata il grimaldello attraverso cui disattivare forme di resistenza politica a processi di concentrazione finanziaria come queste.
Mai come in casi come questo appariamo disarmati di fronte all’esistente, ai macro-processi che determinano il nostro sviluppo, che avviene sopra (e contro) le nostre teste. Come col TTIP, dovremmo sperare che fusioni monopolistiche come queste entrino in conflitto con altri interessi di altri pezzi di borghesia europea, tali da rallentare o magari bloccare un processo altrimenti non arginabile.
Un’immagine decisamente poco rosea del nostro futuro.
Di seguito una sintetica letteratura online utile a capire i passaggi economici, finanziari, produttivi, ambientali e sociali della fusione monstre tra Bayer e Monsanto:
Il Sole 24 Ore:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/bayer-conquista-monsanto-063845.shtml?uuid=AD5HTkKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-15/bayer-monsanto-puo-cambiare-storia-ogm-europa-in-italia-chissa-150236.shtml?uuid=AD09GzKB&fromSearch
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/15/bayer-monsanto-puo-cambiare-la-storia-degli-ogm-in-europa-in-italia-chissa/
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/con-monsanto-bayer-compra-controversi-ogm-e-diserbanti-071049.shtml?uuid=ADoMekKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-29/la-febbre-fusioni-tocca-quota-2200-miliardi-105445.shtml?uuid=ADBpQ1AB
Contropiano:
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/09/15/bayer-si-pappa-monsanto-vuol-padrone-della-vita-083475
Linkiesta:
http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/19/fusione-bayer-monsanto-un-disastro-da-evitare-per-lagricoltura-mondial/31514/
Fonte
30/08/2016
Dopo la Brexit, muore anche il TTIP. Vorrà dire qualcosa?
La notizia, non del tutto imprevedibile, è che il TTIP, il famoso trattato transatlantico di libero scambio, non si farà. La conferma questa volta è venuta da fonte autorevole ossia il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Sigmar Gabriel. In qualche modo colpiscono anche le motivazioni fornite dal ministro: “I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”.
Pochi mesi fa erano state le autorità francesi a lasciar capire che il TTIP non avrebbe mangiato il panettone neanche nel 2016. E questa estate era stato il ministro italiano Calenda a sbilanciarsi con un “secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione quindi sarà molto difficile che passi e sarà una sconfitta per tutti”.
Le trattative per il TTIP erano iniziate nel 2013, soprattutto su pressione degli Stati Uniti. Il motivo? Il 70% degli investimenti statunitensi in Europa sarebbero stati al di fuori di ogni regolazione del trattato perché si tratta di investimenti finanziari. Non solo. Le magnificenze economiche del TTIP, tanto decantate dai suoi sostenitori, sarebbero state irrisorie: lo 0,2% del Pil in più per l’Unione Europea e lo 0,6% in più per gli Usa. Pochissima roba, praticamente margini, eppure per gli Usa sarebbe stato il triplo che per le economie della UE. Insomma anche ad occhio un affare a perdere anche per le imprese europee penalizzate da una legislazione protezionista statunitense soprattutto sugli appalti nella sfera pubblica.
Ma il fallimento del TTIP era leggibile anche da altri fattori. Le divergenze e la competizione tra gli interessi strategici del capitalismo statunitense e quello europeo, si sono acutizzate pesantemente da quel 1992 in cui venne firmato il Trattato di Maastricht e soprattutto da quell'anno – il 2000 – in cui l’euro divenne la moneta comune dell’Eurozona (entrando però in circolazione solo due anni dopo). Economisti statunitensi come Martin Feldstein avevano profetizzato su Foreign Affairs che “l’introduzione dell’euro avrebbe portato alla discordia e perfino alla guerra dentro l’Europa e tra l’Europa e gli Stati Uniti”. Ragionamento analogo ha fatto più volte un altro personaggio come Henry Kissinger. Ma la tabella di marcia dell’Unione Europea è andata avanti in questi anni rifilando parecchi dispiaceri a Washington.
L’ultimo dispiacere è venuto a luglio dalla Londra votata alla Brexit, privando così gli Usa della loro testa di legno nell’Unione Europea e dunque anche il TTIP del suo player principale tra le sponde dell’Atlantico.
Non solo. La Gran Bretagna, per anni, si era opposta ad ogni forma di politica militare e difesa europea per non entrare in contraddizione con il ruolo di primus inter pares degli Usa nella Nato e nella supremazia militare. Ma adesso Londra non ha più voce in capitolo sulla materia e il recente vertice di Ventotene tra Germania, Francia e Italia ha rimesso la questione sul tappeto con il tono di “chi ci sta, ci sta”.
In questi anni, spesso isolati e in controtendenza, abbiamo sostenuto che la divergenza strategica tra Usa e Ue era destinata a crescere, fino al divorzio o alla completa ridefinizione dei vecchi rapporti tra i due partner transatlantici. Un'ipotesi, questa, che i neocons statunitensi hanno cercato di scongiurare sin dal 1992 (vedi il documento pubblicato sul Washington Post, anticipazione di quel Pnac del 2000 che divenne dottrina durante l’amministrazione di guerra di Bush). Era questa lettura delle tendenze che ci ha portato a guardare con scetticismo all’ultima ondata di euforia altermondialista con la campagna contro il TTIP sollecitata dalla solita Attac France e Le Monde Diplomatique.
Il problema c’era ma non era quello principale. Come di consueto, tutto un mondo a noi vicino – ma forse non più tanto vicino – si è rimesso a guardare il dito che indicava la Luna piuttosto che la Luna stessa, rinunciando ad ogni altra ipotesi di lettura della realtà nello scontro tra Usa e Ue; e soprattutto ad una idea che la costruzione imperialista dell’Unione Europea fosse il “nostro” nemico da battere.
E’ singolare la coincidenza tra le affermazioni del ministro tedesco Gabriel e quelle di tanti oppositori “sociali” al TTIP. Lungi da noi il pensare a qualche “intelligenza con il nemico”, naturalmente, ma fino a quando si continuerà a pensare all’Unione Europea come ad una opzione comunque "progressiva" e non reazionaria e imperialista, si continuerà a guardare il dito e non la Luna. A non vedere, insomma, la macchina stritolante del capitale multinazionale "europeo" dietro lo sbandieramento retorico del “manifesto di Ventotene”.
Il TTIP è morto? Meglio così. Ma guai a pensare che il voto sulla Brexit non sia stato determinante in questo risultato. E se così è, l’ipotesi dell’Italexit non può che occupare l’orizzonte politico di un movimento democratico, popolare e di classe degno di questo nome.
Fonte
Pochi mesi fa erano state le autorità francesi a lasciar capire che il TTIP non avrebbe mangiato il panettone neanche nel 2016. E questa estate era stato il ministro italiano Calenda a sbilanciarsi con un “secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione quindi sarà molto difficile che passi e sarà una sconfitta per tutti”.
Le trattative per il TTIP erano iniziate nel 2013, soprattutto su pressione degli Stati Uniti. Il motivo? Il 70% degli investimenti statunitensi in Europa sarebbero stati al di fuori di ogni regolazione del trattato perché si tratta di investimenti finanziari. Non solo. Le magnificenze economiche del TTIP, tanto decantate dai suoi sostenitori, sarebbero state irrisorie: lo 0,2% del Pil in più per l’Unione Europea e lo 0,6% in più per gli Usa. Pochissima roba, praticamente margini, eppure per gli Usa sarebbe stato il triplo che per le economie della UE. Insomma anche ad occhio un affare a perdere anche per le imprese europee penalizzate da una legislazione protezionista statunitense soprattutto sugli appalti nella sfera pubblica.
Ma il fallimento del TTIP era leggibile anche da altri fattori. Le divergenze e la competizione tra gli interessi strategici del capitalismo statunitense e quello europeo, si sono acutizzate pesantemente da quel 1992 in cui venne firmato il Trattato di Maastricht e soprattutto da quell'anno – il 2000 – in cui l’euro divenne la moneta comune dell’Eurozona (entrando però in circolazione solo due anni dopo). Economisti statunitensi come Martin Feldstein avevano profetizzato su Foreign Affairs che “l’introduzione dell’euro avrebbe portato alla discordia e perfino alla guerra dentro l’Europa e tra l’Europa e gli Stati Uniti”. Ragionamento analogo ha fatto più volte un altro personaggio come Henry Kissinger. Ma la tabella di marcia dell’Unione Europea è andata avanti in questi anni rifilando parecchi dispiaceri a Washington.
L’ultimo dispiacere è venuto a luglio dalla Londra votata alla Brexit, privando così gli Usa della loro testa di legno nell’Unione Europea e dunque anche il TTIP del suo player principale tra le sponde dell’Atlantico.
Non solo. La Gran Bretagna, per anni, si era opposta ad ogni forma di politica militare e difesa europea per non entrare in contraddizione con il ruolo di primus inter pares degli Usa nella Nato e nella supremazia militare. Ma adesso Londra non ha più voce in capitolo sulla materia e il recente vertice di Ventotene tra Germania, Francia e Italia ha rimesso la questione sul tappeto con il tono di “chi ci sta, ci sta”.
In questi anni, spesso isolati e in controtendenza, abbiamo sostenuto che la divergenza strategica tra Usa e Ue era destinata a crescere, fino al divorzio o alla completa ridefinizione dei vecchi rapporti tra i due partner transatlantici. Un'ipotesi, questa, che i neocons statunitensi hanno cercato di scongiurare sin dal 1992 (vedi il documento pubblicato sul Washington Post, anticipazione di quel Pnac del 2000 che divenne dottrina durante l’amministrazione di guerra di Bush). Era questa lettura delle tendenze che ci ha portato a guardare con scetticismo all’ultima ondata di euforia altermondialista con la campagna contro il TTIP sollecitata dalla solita Attac France e Le Monde Diplomatique.
Il problema c’era ma non era quello principale. Come di consueto, tutto un mondo a noi vicino – ma forse non più tanto vicino – si è rimesso a guardare il dito che indicava la Luna piuttosto che la Luna stessa, rinunciando ad ogni altra ipotesi di lettura della realtà nello scontro tra Usa e Ue; e soprattutto ad una idea che la costruzione imperialista dell’Unione Europea fosse il “nostro” nemico da battere.
E’ singolare la coincidenza tra le affermazioni del ministro tedesco Gabriel e quelle di tanti oppositori “sociali” al TTIP. Lungi da noi il pensare a qualche “intelligenza con il nemico”, naturalmente, ma fino a quando si continuerà a pensare all’Unione Europea come ad una opzione comunque "progressiva" e non reazionaria e imperialista, si continuerà a guardare il dito e non la Luna. A non vedere, insomma, la macchina stritolante del capitale multinazionale "europeo" dietro lo sbandieramento retorico del “manifesto di Ventotene”.
Il TTIP è morto? Meglio così. Ma guai a pensare che il voto sulla Brexit non sia stato determinante in questo risultato. E se così è, l’ipotesi dell’Italexit non può che occupare l’orizzonte politico di un movimento democratico, popolare e di classe degno di questo nome.
Fonte
29/08/2016
La Germania annuncia: “Il negoziato Ttip è fallito”
Si era capito dai molti problemi e dati tanti segreti. Poi la Brexit aveva rotto il ponte tra Unione Europea e Stati Uniti. Ora l'annuncio ufficiale da parte del Vice Cancelliere e ministro dell'Economia tedesco, Sigmar Gabriel. "Ritengo che i negoziati con gli Stati Uniti siano 'de facto' falliti, anche se nessuno lo vuole ammettere veramente".
In 14 round di colloqui, le parti non hanno trovato un'intesa su un solo capitolo dei 27 sul tavolo. «I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane».
Con questa ultima precisazione Gabriel chiarisce anche che – come da sempre sostenevano i suoi critici – in realtà il Ttip era un modo per azzerare anche quel poco di differenza ancora esistente tra il "modello europeo" e il "modello anglosassone".
Ma non fatevi soverchie illusioni: questa "non accettazione delle richieste americane" è stata fatta alla luce degli interessi delle società multinazionali europee, non certo in difesa delle popolazioni del continente…
Vedi anche:
http://contropiano.org/news/news-economia/2016/06/28/la-francia-ribadisce-no-al-ttip-081025
http://contropiano.org/news/politica-news/2016/06/01/segreto-del-ttip-riduce-parlamentari-comparse-ignare-079894
http://contropiano.org/interventi/2016/05/30/ttip-partito-della-nazione-vendita-079812
http://contropiano.org/documenti/2016/05/31/ttip-gli-altri-trattati-libero-commercio-gia-firmati-079825
Fonte
In 14 round di colloqui, le parti non hanno trovato un'intesa su un solo capitolo dei 27 sul tavolo. «I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane».
Con questa ultima precisazione Gabriel chiarisce anche che – come da sempre sostenevano i suoi critici – in realtà il Ttip era un modo per azzerare anche quel poco di differenza ancora esistente tra il "modello europeo" e il "modello anglosassone".
Ma non fatevi soverchie illusioni: questa "non accettazione delle richieste americane" è stata fatta alla luce degli interessi delle società multinazionali europee, non certo in difesa delle popolazioni del continente…
Vedi anche:
http://contropiano.org/news/news-economia/2016/06/28/la-francia-ribadisce-no-al-ttip-081025
http://contropiano.org/news/politica-news/2016/06/01/segreto-del-ttip-riduce-parlamentari-comparse-ignare-079894
http://contropiano.org/interventi/2016/05/30/ttip-partito-della-nazione-vendita-079812
http://contropiano.org/documenti/2016/05/31/ttip-gli-altri-trattati-libero-commercio-gia-firmati-079825
Fonte
07/07/2016
L’accordo con il Canada basta a sfasciare L’Unione Europea?
Gli effetti della Brexit, una volta tanto, sono più rapidi nella sfera politica che sui mercati finanziari. Questi ultimi, dopo un capitombolo stratosferico (-12% in un solo giorno), hanno rapidamente preso confidenza con il fatto che per il distacco reale servirà tempo; minimo due anni, in pratica molti di più. Se non altro perché a Londra i capifila mainstream della Brexit (Johnson e Farage) hanno subito alzato bandiera bianca e rinunciato a gestire un passaggio a tutti gli effetti storico. Le borse, dopo aver recuperato terreno, hanno ripreso a perdere, ma la loro attenzione non va alla Gran Bretagna, quanto allo stato comatoso di buona parte del sistema bancario europeo
Sistema niente affatto omogeneo, con i paesi del Nord ingabbiati oltre il livello di guardia con la melma tossica dei “prodotti derivati”, e quelli del Sud azzoppati dalle “sofferenze” (prestiti non restituibili da parte di imprese e famiglie). Per la struttura dei mercati finanziari globali il secondo handicap è molto più grave del primo (un caso evidente di strabismo interessato, viste le dimensioni abnormi del primo handicap), quindi l’Unione Europea monta la guardia soprattutto alle soluzioni “salvifiche” in via di preparazione in Italia e non solo. Ma si sa, “il diritto è il riconoscimento del fatto”, e a poco servono le battutine di Renzi verso i tedeschi (peraltro nemmeno nominati).
La situazione finanziaria è talmente preoccupante che Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan (la banca d’affari che tre anni fa scriveva sulla necessità di abbattere le “Costituzioni socialiste” dell’Europa mediterranea), trova ora “utile” che i soldi pubblici siano usati per rafforzare la capitalizzazione delle banche private:
“Le normative europee non consentono l’intervento pubblico nel capitale delle banche senza burden sharing, ma un accordo per mitigare queste regole in circostanze speciali, nell’incertezza di questi giorni, può meritare” (dall’intervista concessa a IlSole24Ore).
L’importante, detto fuori dai denti, è che “arrivati ad un certo punto i regolatori debbano ridurre la quantità di regole per consentire alle banche di fare il proprio mestiere: finanziare l’economia. La cosa più importante ora è la crescita e non l’introduzione di centinaia di nuove regole”.
Anche perché, a parere di Jp Morgan, intorno al tavolo delle decisioni europee ci sono “troppe persone”; soprattutto non sempre sono quelle che la stessa considera “giuste”. Non è difficile immaginare per cosa siano da considerare “giuste”.
L’intervista arriva a meno di 48 ore dalla decisione della Commissione Europea di approvare a “procedura mista” l’accordo di libero scambio con il Canada, chiamato Ceta. L’accordo anticipa molte delle tematiche e delle soluzioni che fanno parte anche del Ttip (tra Ue e Stati Uniti), anzi è decisamente meno “invasivo” di quest’ultimo. Vi si prevedono infatti la tutela dei marchi “doc” – quasi sempre solo europei – l’attenzione alla compatibilità ambientale un certo grado (minimo) di tutela dei lavoratori dipendenti, ecc.
“Procedura mista” significa che l’accordo dovrà esser ratificato sia dalla Commissione che dai 38 parlamenti dei 28 paesi dell’Unione (Gran Bretagna compresa, visto che non ha ancora notificato la richiesta d’uscita mediante l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona). In pratica è praticamente impossibile che una di queste assemblee parlamentari non bocci l’accodo. E tanto basterà, a regole vigenti, per non farlo entrare in vigore.
Ma come? Non avevano assicurato Hollande, Schaeuble, Merkel e gli altri che d’ora in poi si sarebbe andati avanti a testa bassa, “con chi ci sta”? Non c’è contraddizione. Tutti i paesi più importanti – Germania compresa – sono attraversati da forti movimenti o partiti euroscettici, non solo di destra. E nei prossimi 24 mesi quasi tutti questi andranno al rinnovo dei parlamenti. Rinviar loro la materia, nella certezza che qualcuno alla fine lo boccerà, è un modo per abbassare il prezzo politico da pagare alla scadenza elettorale. Poi sarà la forza di ciascun sistema-paese a stabilire chi e quanto potrà prendere decisioni valide per tutti i paesi membri.
Un gioco rischiosissimo, sul piano politico, che può sfociare in ogni istante nell'implosione della costruzione europea. Un gioco che i mercati finanziari vedono come il fumo negli occhi (ancora Dimon: “È fondamentale per il mondo intero che l’Europa sia forte, solida e con un’economia sana. Europa costituisce ovviamente un’economia più grande rispetto ai singoli Stati. La creazione dell’Eurozona ha rappresentato un processo molto complesso, alcuni errori erano inevitabili. E i momenti difficili sono arrivati”), ma che nessuno appare attrezzato a fermare.
A venti anni dal “trionfo della globalizzazione” la situazione è dunque la seguente: “L’economia è globalizzata, il Doha Round è morto insieme alle intese commerciali multilaterali, ormai dovunque sostituite in modo sistematico dai grandi accordi regionali bilaterali” (come Ceta, Ttip, Nafta, ecc). Ma anche quest’ultima aggregazione multipolare appare molto difficile ora da raggiungere, tanto è vero che, all’interno della Ue, è riapparsa ai massimi livelli la scelta di “ri-nazionalizzare” alcune scelte strategiche. Può darsi che ciò porti a maggiore responsabilizzazione dei governi (e dei capitali) nazionali; più probabile che si inneschi una spirale animata da forze centrifughe incontenibili, con “la politica” costretta a inseguire i capitali che non vogliono morire senza combattere.
Fonte
Sistema niente affatto omogeneo, con i paesi del Nord ingabbiati oltre il livello di guardia con la melma tossica dei “prodotti derivati”, e quelli del Sud azzoppati dalle “sofferenze” (prestiti non restituibili da parte di imprese e famiglie). Per la struttura dei mercati finanziari globali il secondo handicap è molto più grave del primo (un caso evidente di strabismo interessato, viste le dimensioni abnormi del primo handicap), quindi l’Unione Europea monta la guardia soprattutto alle soluzioni “salvifiche” in via di preparazione in Italia e non solo. Ma si sa, “il diritto è il riconoscimento del fatto”, e a poco servono le battutine di Renzi verso i tedeschi (peraltro nemmeno nominati).
La situazione finanziaria è talmente preoccupante che Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan (la banca d’affari che tre anni fa scriveva sulla necessità di abbattere le “Costituzioni socialiste” dell’Europa mediterranea), trova ora “utile” che i soldi pubblici siano usati per rafforzare la capitalizzazione delle banche private:
“Le normative europee non consentono l’intervento pubblico nel capitale delle banche senza burden sharing, ma un accordo per mitigare queste regole in circostanze speciali, nell’incertezza di questi giorni, può meritare” (dall’intervista concessa a IlSole24Ore).
L’importante, detto fuori dai denti, è che “arrivati ad un certo punto i regolatori debbano ridurre la quantità di regole per consentire alle banche di fare il proprio mestiere: finanziare l’economia. La cosa più importante ora è la crescita e non l’introduzione di centinaia di nuove regole”.
Anche perché, a parere di Jp Morgan, intorno al tavolo delle decisioni europee ci sono “troppe persone”; soprattutto non sempre sono quelle che la stessa considera “giuste”. Non è difficile immaginare per cosa siano da considerare “giuste”.
L’intervista arriva a meno di 48 ore dalla decisione della Commissione Europea di approvare a “procedura mista” l’accordo di libero scambio con il Canada, chiamato Ceta. L’accordo anticipa molte delle tematiche e delle soluzioni che fanno parte anche del Ttip (tra Ue e Stati Uniti), anzi è decisamente meno “invasivo” di quest’ultimo. Vi si prevedono infatti la tutela dei marchi “doc” – quasi sempre solo europei – l’attenzione alla compatibilità ambientale un certo grado (minimo) di tutela dei lavoratori dipendenti, ecc.
“Procedura mista” significa che l’accordo dovrà esser ratificato sia dalla Commissione che dai 38 parlamenti dei 28 paesi dell’Unione (Gran Bretagna compresa, visto che non ha ancora notificato la richiesta d’uscita mediante l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona). In pratica è praticamente impossibile che una di queste assemblee parlamentari non bocci l’accodo. E tanto basterà, a regole vigenti, per non farlo entrare in vigore.
Ma come? Non avevano assicurato Hollande, Schaeuble, Merkel e gli altri che d’ora in poi si sarebbe andati avanti a testa bassa, “con chi ci sta”? Non c’è contraddizione. Tutti i paesi più importanti – Germania compresa – sono attraversati da forti movimenti o partiti euroscettici, non solo di destra. E nei prossimi 24 mesi quasi tutti questi andranno al rinnovo dei parlamenti. Rinviar loro la materia, nella certezza che qualcuno alla fine lo boccerà, è un modo per abbassare il prezzo politico da pagare alla scadenza elettorale. Poi sarà la forza di ciascun sistema-paese a stabilire chi e quanto potrà prendere decisioni valide per tutti i paesi membri.
Un gioco rischiosissimo, sul piano politico, che può sfociare in ogni istante nell'implosione della costruzione europea. Un gioco che i mercati finanziari vedono come il fumo negli occhi (ancora Dimon: “È fondamentale per il mondo intero che l’Europa sia forte, solida e con un’economia sana. Europa costituisce ovviamente un’economia più grande rispetto ai singoli Stati. La creazione dell’Eurozona ha rappresentato un processo molto complesso, alcuni errori erano inevitabili. E i momenti difficili sono arrivati”), ma che nessuno appare attrezzato a fermare.
A venti anni dal “trionfo della globalizzazione” la situazione è dunque la seguente: “L’economia è globalizzata, il Doha Round è morto insieme alle intese commerciali multilaterali, ormai dovunque sostituite in modo sistematico dai grandi accordi regionali bilaterali” (come Ceta, Ttip, Nafta, ecc). Ma anche quest’ultima aggregazione multipolare appare molto difficile ora da raggiungere, tanto è vero che, all’interno della Ue, è riapparsa ai massimi livelli la scelta di “ri-nazionalizzare” alcune scelte strategiche. Può darsi che ciò porti a maggiore responsabilizzazione dei governi (e dei capitali) nazionali; più probabile che si inneschi una spirale animata da forze centrifughe incontenibili, con “la politica” costretta a inseguire i capitali che non vogliono morire senza combattere.
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06/07/2016
Salta il Ttip, ma non è il caso di tirare il fiato
Il Ttip salta, per ora. Ed è la prima volta che i ministri del commercio di alcuni paesi europei lo dicono apertamente. Il cumulo dei punti di vista contrastanti è tale da non potere essere sciolto in tempi brevi, comunque non entro la scadenza della presidenza Obama e in piena incertezza su quali saranno le priorità del prossimo inquilino della Casa Bianca. Nè la Clinton, né tantomeno Trump, hanno detto una sola parola chiara sull’argomento.
Naturalmente, vista l’assoluta segretezza con cui sono state fin qui condotte le trattative, nulla vien detto su quali siano i punti di frizione, ma è comunque noto da tempo che su produzione alimentare (gli Stati Uniti chiedono di aprire il mercato alle loro carni agli ormoni e ai prodotti ogm, mentre si rifiutano di assicurare una qualsiasi tutela dei prodotti Doc) e soprattutto sulle corti arbitrali che dovrebbero decidere in caso di contrasto legale tra una multinazionale e un paese sono stati registrati contrasti fin qui irrisolvibili.
Da lunedì prossimo dovrebbe in ogni caso partire il 14esimo round del negoziato, anche se lo spazio per fare passi avanti appare chiuso. Il vice ministro francese per il Commercio estero, Matthias Fekl, è stato particolarmente chiaro: “Stiamo aspettando così tante serie offerte da parte degli Usa che non esiste assolutamente alcuna possibilità che si arrivi a un accordo entro la fine dell’amministrazione Obama. Penso che ormai lo sappiano tutti, anche quelli che sostengono il contrario.”.
E la conferma arriva, con ambiguità tutta italiana, anche dal ministro italiano dello sviluppo economico, Carlo Calenda: “Il Ttip secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione”. Solo una questione di lentezza dei lavori, insomma, anche se è proprio lui a dare il contesto che determina questo fallimento: “rischia di saltare anche l’accordo con il Canada perché c’è una mancanza di fiducia verso tutto quello che è internazionalizzazione e una mancanza di delega a una governance europea certa”
Nessuna fiducia reciproca, dunque, tra i due lati dell’Atlantico, specie per quanto riguarda la possibilità di arrivare a definire regole comuni che non comportino danni serissimi per uno dei due contraenti (e l’Europa è certamente il lato debole); e assoluta incertezza – specie ora che Londra sembra aver smarrito il ruolo storico di cerniera transatlantica, votando la Brexit – su come vada a finire nell’Unione Europea. “Gli americani stanno perdendo uno dei paesi più favorevoli all’accordo”, spiega Chad Bown, ex economista della Banca mondiale. E le priorità europee sono rapidamente cambiate: prima di negoziare con gli americani, serve trattate con gli inglese affinché l’uscita dalla Ue sia il meno disordinata possibile”. Ed è impossibile condurre contemporaneamente due negoziati sulle stesse materie, con gli stessi paesi, ma improntati a logiche opposte: con il Nord America si stava trattando per unire i rispettivi mercati, con Londra bisognerà discutere su come separarli con il minor danno possibile.
“Non è chiara la governance” significa dunque che non si sa bene chi comanda e con quale approccio. L’accumularsi di tensioni antiunitarie (euroscetticismo e populismo sono solo parole) mette in discussione ulteriori passi avanti nell’integrazione continentale. E il riemergere prepotente dell’”approccio intergovernativo”, addirittura nella logica del “chi ci sta, ci sta, gli altri verranno”, consiglierebbe chiunque di rinviare qualsiasi contratto duraturo con “i 27”. Figuriamoci un trattato che dovrebbe definire un mercato comune alla viglia di un anno elettorale – il 2017 – che potrebbe disegnare governi del tutto diversi da quelli che hanno fin qui tessuto la tela del negoziato.
Ed è il paese con il governo meno popolare d’Europa, la Francia, a mettere la parola fine sul Ttip: “Non c’è nulla di peggio che iniziare una trattativa dicendo di voler concludere a qualunque costo. Noi – ha detto ancora il viceministro Fekl – avremmo preferito una buona intesa per l’occupazione in Francia e per i lavoratori”. Ancora più esplicito era stato il premier Manuel Valls: “Non ci può essere un accordo sul trattato transatlantico, non siamo sulla buona strada”. L’accordo “sarebbe imporre un punto di vista che non solo potrebbe essere terreno fertile per il populismo, ma anche un male per la nostra economia”.
La retorica delle conferenze stampa falsa molto la realtà: dei lavoratori, al governo francese, non importa nulla, vista la ribellione totale alla loi travail che, come il jobs act, cancella sette decenni di conquiste sindacali incardinate nel “patto tra produttori” che definisce la costituzione materiale di Parigi. Il problema intollerabile è che la materia del Ttip mette evidentemente a rischio l’ossatura della struttura industriale francese, oltre che la qualità dello champagne, dei vini e dei formaggi d’Oltralpe. In questo senso, dunque, diventa vera anche la preoccupazione per il possibile esplodere della disoccupazione una volta andati a regime gli accordi Ttip.
Dal punto di vista dei lavoratori di entrambe le sponde delll’Atlantico è un’ottima notizia, perché quanto meno rinvia l’ennesimo drastico peggioramento delle condizioni di vita e delle normative contrattuali. Ma ci appare chiaro che il mancato accordo, nel medio periodo, comporterà un aumento della “competizione” economica tra Europa e Nord America, con ovvie conseguenze sui rispettivi mercati del lavoro.
Diciamo dunque che l’arresto del negoziato Ttip può aprire una “finestra di opportunità” che soltanto un ritrovato protagonismo conflittuale dei movimenti dei lavoratori – al momento assolutamente divisi ed estranei tra loro, chiusi come sono nei recinti locali disegnati dai capitali multinazionali (gli unici che possano praticare con profitto un certo tipo di “internazionalismo”) – trasformare in un processo di superamento della crisi sistemica del capitalismo.
Fonte
Naturalmente, vista l’assoluta segretezza con cui sono state fin qui condotte le trattative, nulla vien detto su quali siano i punti di frizione, ma è comunque noto da tempo che su produzione alimentare (gli Stati Uniti chiedono di aprire il mercato alle loro carni agli ormoni e ai prodotti ogm, mentre si rifiutano di assicurare una qualsiasi tutela dei prodotti Doc) e soprattutto sulle corti arbitrali che dovrebbero decidere in caso di contrasto legale tra una multinazionale e un paese sono stati registrati contrasti fin qui irrisolvibili.
Da lunedì prossimo dovrebbe in ogni caso partire il 14esimo round del negoziato, anche se lo spazio per fare passi avanti appare chiuso. Il vice ministro francese per il Commercio estero, Matthias Fekl, è stato particolarmente chiaro: “Stiamo aspettando così tante serie offerte da parte degli Usa che non esiste assolutamente alcuna possibilità che si arrivi a un accordo entro la fine dell’amministrazione Obama. Penso che ormai lo sappiano tutti, anche quelli che sostengono il contrario.”.
E la conferma arriva, con ambiguità tutta italiana, anche dal ministro italiano dello sviluppo economico, Carlo Calenda: “Il Ttip secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione”. Solo una questione di lentezza dei lavori, insomma, anche se è proprio lui a dare il contesto che determina questo fallimento: “rischia di saltare anche l’accordo con il Canada perché c’è una mancanza di fiducia verso tutto quello che è internazionalizzazione e una mancanza di delega a una governance europea certa”
Nessuna fiducia reciproca, dunque, tra i due lati dell’Atlantico, specie per quanto riguarda la possibilità di arrivare a definire regole comuni che non comportino danni serissimi per uno dei due contraenti (e l’Europa è certamente il lato debole); e assoluta incertezza – specie ora che Londra sembra aver smarrito il ruolo storico di cerniera transatlantica, votando la Brexit – su come vada a finire nell’Unione Europea. “Gli americani stanno perdendo uno dei paesi più favorevoli all’accordo”, spiega Chad Bown, ex economista della Banca mondiale. E le priorità europee sono rapidamente cambiate: prima di negoziare con gli americani, serve trattate con gli inglese affinché l’uscita dalla Ue sia il meno disordinata possibile”. Ed è impossibile condurre contemporaneamente due negoziati sulle stesse materie, con gli stessi paesi, ma improntati a logiche opposte: con il Nord America si stava trattando per unire i rispettivi mercati, con Londra bisognerà discutere su come separarli con il minor danno possibile.
“Non è chiara la governance” significa dunque che non si sa bene chi comanda e con quale approccio. L’accumularsi di tensioni antiunitarie (euroscetticismo e populismo sono solo parole) mette in discussione ulteriori passi avanti nell’integrazione continentale. E il riemergere prepotente dell’”approccio intergovernativo”, addirittura nella logica del “chi ci sta, ci sta, gli altri verranno”, consiglierebbe chiunque di rinviare qualsiasi contratto duraturo con “i 27”. Figuriamoci un trattato che dovrebbe definire un mercato comune alla viglia di un anno elettorale – il 2017 – che potrebbe disegnare governi del tutto diversi da quelli che hanno fin qui tessuto la tela del negoziato.
Ed è il paese con il governo meno popolare d’Europa, la Francia, a mettere la parola fine sul Ttip: “Non c’è nulla di peggio che iniziare una trattativa dicendo di voler concludere a qualunque costo. Noi – ha detto ancora il viceministro Fekl – avremmo preferito una buona intesa per l’occupazione in Francia e per i lavoratori”. Ancora più esplicito era stato il premier Manuel Valls: “Non ci può essere un accordo sul trattato transatlantico, non siamo sulla buona strada”. L’accordo “sarebbe imporre un punto di vista che non solo potrebbe essere terreno fertile per il populismo, ma anche un male per la nostra economia”.
La retorica delle conferenze stampa falsa molto la realtà: dei lavoratori, al governo francese, non importa nulla, vista la ribellione totale alla loi travail che, come il jobs act, cancella sette decenni di conquiste sindacali incardinate nel “patto tra produttori” che definisce la costituzione materiale di Parigi. Il problema intollerabile è che la materia del Ttip mette evidentemente a rischio l’ossatura della struttura industriale francese, oltre che la qualità dello champagne, dei vini e dei formaggi d’Oltralpe. In questo senso, dunque, diventa vera anche la preoccupazione per il possibile esplodere della disoccupazione una volta andati a regime gli accordi Ttip.
Dal punto di vista dei lavoratori di entrambe le sponde delll’Atlantico è un’ottima notizia, perché quanto meno rinvia l’ennesimo drastico peggioramento delle condizioni di vita e delle normative contrattuali. Ma ci appare chiaro che il mancato accordo, nel medio periodo, comporterà un aumento della “competizione” economica tra Europa e Nord America, con ovvie conseguenze sui rispettivi mercati del lavoro.
Diciamo dunque che l’arresto del negoziato Ttip può aprire una “finestra di opportunità” che soltanto un ritrovato protagonismo conflittuale dei movimenti dei lavoratori – al momento assolutamente divisi ed estranei tra loro, chiusi come sono nei recinti locali disegnati dai capitali multinazionali (gli unici che possano praticare con profitto un certo tipo di “internazionalismo”) – trasformare in un processo di superamento della crisi sistemica del capitalismo.
Fonte
29/06/2016
La Brexit vista da Washington
di Michele Paris
L’inaspettata decisione degli elettori britannici di trascinare il proprio paese fuori dall’Unione Europea sta avendo ripercussioni tutt’altro che indifferenti sugli Stati Uniti, alla luce dell’importanza di Londra nell’assicurare che gli orientamenti strategici ed economici del vecchio continente rimangano indirizzati verso Washington.
Il voto della settimana scorsa è arrivato oltretutto in un frangente storico segnato da una particolare aggressività americana nel promuovere i propri interessi in Europa, come confermano ad esempio i progetti legati al trattato transatlantico di libero scambio (TTIP) e all’accerchiamento della Russia, entrambi in pericolo senza la presenza della Gran Bretagna nell’Unione.
Il sintomo dei malumori e delle apprensioni che circolano negli ambienti di potere a Washington si può dedurre forse proprio dalle insistenti rassicurazioni di vari membri dell’amministrazione Obama sul fatto che le relazioni con Londra e Bruxelles rimarranno sostanzialmente immutate.
Già domenica scorsa, il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente, Susan Rice, aveva detto di attendersi dalla Brexit “relativamente poche” implicazioni immediate sulla sicurezza degli USA. Lunedì a Londra, il segretario di Stato, John Kerry, nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo britannico, Philip Hammond, ha a sua volta ribadito la “relazione speciale” che lega i due alleati, sia pure sentendosi in dovere di chiedere agli altri paesi UE di evitare sentimenti di “rabbia” o “ritorsioni” nelle trattative con il governo di Londra.
Come già aveva fatto il giorno prima a Roma incontrando il ministro degli Esteri Gentiloni, l’ex senatore Democratico ha invitato entrambe le parti a mostrare “saggezza” e “responsabilità” nelle scelte che dovranno essere prese, facendo trasparire il desiderio di Washington di conservare gli equilibri attuali in larga misura favorevoli agli Stati Uniti.
I toni accomodanti mantenuti a livello ufficiale dall’amministrazione Obama in questi giorni si accompagnano però probabilmente all’espressione privata di un netto disappunto per l’esito del referendum e delle prospettive future sull’asse Washington-Londra-Bruxelles.
Un assaggio della reale disposizione del governo USA nei confronti della Brexit si era avuto lo scorso mese di aprile durante la visita del presidente Obama in Gran Bretagna. In quell’occasione, discutendo dei negoziati sul TTIP, con toni insolitamente duri l’inquilino della Casa Bianca aveva avvertito i cittadini e soprattutto il governo britannico che l’uscita dall’UE avrebbe potuto mettere il loro paese “in fondo alla coda” per quanto riguarda la stipula di simili trattati con Washington, lasciando intendere possibili conseguenze negative sulle relazioni bilaterali.
A
dare sfogo alle preoccupazioni che circolano negli USA dopo la Brexit
sono stati allora alcuni organi di stampa ufficiali, come il New York Times,
spesso vero e proprio portavoce dell’amministrazione Obama. In
un’analisi apparsa questa settimana, il giornale di New York ha
descritto la Gran Bretagna come l’alleato americano meglio disposto sul
fronte della sicurezza, ma anche “il “più efficiente nell’ambito
dell’intelligence” e il più “entusiasta” nell’abbracciare i principi del
libero mercato tradizionalmente promossi dagli Stati Uniti.
Soprattutto, prosegue il Times, “pochi paesi erano pronti”, come la Gran Bretagna, “a intervenire nel dibattito europeo per orientarlo verso le direzioni preferite dagli Stati Uniti”. L’influenza di Londra a favore degli USA, ora “improvvisamente ridimensionata”, si faceva sentire in particolare nel “porre un limite alle richieste europee in ambito commerciale” e nel “convincere gli altri paesi a contribuire maggiormente alle missioni militari della NATO”.
Le recriminazioni di Washington in merito alla Brexit appaiono dunque evidenti. Il timore principale è quello di perdere lo strumento privilegiato con cui gli Stati Uniti avevano la possibilità di influenzare, almeno in parte, le scelte dell’Unione Europea. Il ruolo di Londra all’interno dell’UE, secondo gli USA, era cioè di garantire l’accoglimento delle posizioni americane nel vecchio continente e, assieme, di evitare un eccessivo allontanamento da esse.
L’eventuale perdita della Gran Bretagna come trait d’union tra le due sponde dell’Atlantico è tanto più dolorosa per Washington in quanto giunge in un momento in cui il lavoro di Londra sarebbe risultato cruciale nel portare a compimento una serie di iniziative ritenute fondamentali per gli interessi americani.
Queste ultime, come già anticipato, sono principalmente l’approvazione della travagliata Partnership Transatlantica sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), strumento di penetrazione del capitale USA in Europa e osteggiato da molti governi, e l’espansione verso est della Nato attraverso la militarizzazione dei confini con la Russia.
L’ansia trapelata dalle parole pronunciate da Kerry a Roma, Londra e Bruxelles in questi giorni è d’altra parte comprensibile, visto che su queste e altre questioni sono emersi da tempo disaccordi e divisioni anche profonde all’interno dell’UE. L’incubo di Washington è legato così all’esplosione delle forze centrifughe che erano state in parte contenute anche dalla Gran Bretagna e che ora rischiano invece di mettere in discussione l’idea stessa di un’Europea ancorata strategicamente ed economicamente agli Stati Uniti.
In sostanza, gli scenari post-Brexit potrebbero riservare il crollo del regime delle sanzioni contro Mosca, l’attenuarsi della spinta verso est dell’Alleanza Atlantica e lo svincolo, da parte di svariati paesi europei, a cominciare dalla Germania, dal rigore dettato da Washington nei confronti della Russia.
Proprio il ruolo tedesco è stato valutato con attenzione nel già citato articolo del New York Times.
Nell’escludere di fatto la possibilità che Berlino possa ricoprire in
futuro i compiti svolti da Londra a beneficio degli USA, il Times prefigura
chiaramente l’emergere di possibili conflitti tra Stati Uniti e
Germania, pur mancando di spiegarne la ragione principale, ovvero che
anche quest’ultimo paese nutre sempre più ambizioni da grande potenza e i
suoi interessi tendono a divergere da quelli americani.
Nella peggiore delle ipotesi per gli USA, infine, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE potrebbe ridurre sensibilmente le pressioni sulla Russia, ma anche sulla Cina, favorendo nel medio e lungo periodo il processo d’integrazione economico-strategica dell’immensa regione euro-asiatica. Un’evoluzione, quest’ultima, peraltro già in atto e che rappresenta un’autentica minaccia per gli Stati Uniti e per il miraggio di un mondo unipolare sotto la guida di un’unica grande potenza.
Fonte
L’inaspettata decisione degli elettori britannici di trascinare il proprio paese fuori dall’Unione Europea sta avendo ripercussioni tutt’altro che indifferenti sugli Stati Uniti, alla luce dell’importanza di Londra nell’assicurare che gli orientamenti strategici ed economici del vecchio continente rimangano indirizzati verso Washington.
Il voto della settimana scorsa è arrivato oltretutto in un frangente storico segnato da una particolare aggressività americana nel promuovere i propri interessi in Europa, come confermano ad esempio i progetti legati al trattato transatlantico di libero scambio (TTIP) e all’accerchiamento della Russia, entrambi in pericolo senza la presenza della Gran Bretagna nell’Unione.
Il sintomo dei malumori e delle apprensioni che circolano negli ambienti di potere a Washington si può dedurre forse proprio dalle insistenti rassicurazioni di vari membri dell’amministrazione Obama sul fatto che le relazioni con Londra e Bruxelles rimarranno sostanzialmente immutate.
Già domenica scorsa, il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente, Susan Rice, aveva detto di attendersi dalla Brexit “relativamente poche” implicazioni immediate sulla sicurezza degli USA. Lunedì a Londra, il segretario di Stato, John Kerry, nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo britannico, Philip Hammond, ha a sua volta ribadito la “relazione speciale” che lega i due alleati, sia pure sentendosi in dovere di chiedere agli altri paesi UE di evitare sentimenti di “rabbia” o “ritorsioni” nelle trattative con il governo di Londra.
Come già aveva fatto il giorno prima a Roma incontrando il ministro degli Esteri Gentiloni, l’ex senatore Democratico ha invitato entrambe le parti a mostrare “saggezza” e “responsabilità” nelle scelte che dovranno essere prese, facendo trasparire il desiderio di Washington di conservare gli equilibri attuali in larga misura favorevoli agli Stati Uniti.
I toni accomodanti mantenuti a livello ufficiale dall’amministrazione Obama in questi giorni si accompagnano però probabilmente all’espressione privata di un netto disappunto per l’esito del referendum e delle prospettive future sull’asse Washington-Londra-Bruxelles.
Un assaggio della reale disposizione del governo USA nei confronti della Brexit si era avuto lo scorso mese di aprile durante la visita del presidente Obama in Gran Bretagna. In quell’occasione, discutendo dei negoziati sul TTIP, con toni insolitamente duri l’inquilino della Casa Bianca aveva avvertito i cittadini e soprattutto il governo britannico che l’uscita dall’UE avrebbe potuto mettere il loro paese “in fondo alla coda” per quanto riguarda la stipula di simili trattati con Washington, lasciando intendere possibili conseguenze negative sulle relazioni bilaterali.
Soprattutto, prosegue il Times, “pochi paesi erano pronti”, come la Gran Bretagna, “a intervenire nel dibattito europeo per orientarlo verso le direzioni preferite dagli Stati Uniti”. L’influenza di Londra a favore degli USA, ora “improvvisamente ridimensionata”, si faceva sentire in particolare nel “porre un limite alle richieste europee in ambito commerciale” e nel “convincere gli altri paesi a contribuire maggiormente alle missioni militari della NATO”.
Le recriminazioni di Washington in merito alla Brexit appaiono dunque evidenti. Il timore principale è quello di perdere lo strumento privilegiato con cui gli Stati Uniti avevano la possibilità di influenzare, almeno in parte, le scelte dell’Unione Europea. Il ruolo di Londra all’interno dell’UE, secondo gli USA, era cioè di garantire l’accoglimento delle posizioni americane nel vecchio continente e, assieme, di evitare un eccessivo allontanamento da esse.
L’eventuale perdita della Gran Bretagna come trait d’union tra le due sponde dell’Atlantico è tanto più dolorosa per Washington in quanto giunge in un momento in cui il lavoro di Londra sarebbe risultato cruciale nel portare a compimento una serie di iniziative ritenute fondamentali per gli interessi americani.
Queste ultime, come già anticipato, sono principalmente l’approvazione della travagliata Partnership Transatlantica sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), strumento di penetrazione del capitale USA in Europa e osteggiato da molti governi, e l’espansione verso est della Nato attraverso la militarizzazione dei confini con la Russia.
L’ansia trapelata dalle parole pronunciate da Kerry a Roma, Londra e Bruxelles in questi giorni è d’altra parte comprensibile, visto che su queste e altre questioni sono emersi da tempo disaccordi e divisioni anche profonde all’interno dell’UE. L’incubo di Washington è legato così all’esplosione delle forze centrifughe che erano state in parte contenute anche dalla Gran Bretagna e che ora rischiano invece di mettere in discussione l’idea stessa di un’Europea ancorata strategicamente ed economicamente agli Stati Uniti.
In sostanza, gli scenari post-Brexit potrebbero riservare il crollo del regime delle sanzioni contro Mosca, l’attenuarsi della spinta verso est dell’Alleanza Atlantica e lo svincolo, da parte di svariati paesi europei, a cominciare dalla Germania, dal rigore dettato da Washington nei confronti della Russia.
Nella peggiore delle ipotesi per gli USA, infine, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE potrebbe ridurre sensibilmente le pressioni sulla Russia, ma anche sulla Cina, favorendo nel medio e lungo periodo il processo d’integrazione economico-strategica dell’immensa regione euro-asiatica. Un’evoluzione, quest’ultima, peraltro già in atto e che rappresenta un’autentica minaccia per gli Stati Uniti e per il miraggio di un mondo unipolare sotto la guida di un’unica grande potenza.
Fonte
28/06/2016
La Francia ribadisce il no al Ttip: “E’ un male per la nostra economia”
Il contestatissimo Ttip (“Translatlantic Trade and Investment Partnership”) ossia il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Unione Europea che prevede l’integrazione tra i due mercati, continua a perdere terreno. L’ultima botta gli è arrivata dall’esito della Brexit in Gran Bretagna che ha privato gli Usa del loro troyan dentro la Ue. A mettersi di traverso alla trattativa sul Ttip è ora anche il premier francese Manuel Valls secondo cui l’accordo non può essere approvato, visto che non farebbe gli interessi dell’Ue. La maggiore preoccupazione della Francia riguarda le conseguenze che l’accordo avrebbe sulle quote latte, ossia il settore lattiero-caseario uno dei settori chiavi della Francia. “L’accordo Ttip imporrebbe un punto di vista che non solo potrebbe essere terreno fertile per il populismo, ma rappresenterebbe un male per la nostra economia (...) Ora non deve essere stipulato alcun accordo di libero scambio se non rispetta gli interessi dell’Unione Europea. L’Europa deve essere intransigente. La Francia sarà vigile. Apertamente dichiaro che ora non può esserci nessun accordo. Questo accordo sta andando dalla parte sbagliata” ha affermato Valls.
Una affermazione e un punto di vista completamente diverso da quello assai più servile del governo italiano verso il Ttip. “Non capisco come sia possibile chiedere di fermare le trattative con gli Stati Uniti, il primo partner economico dell’Unione europea, quello che ha gli standard di sicurezza più alti” ha dichiarato il ministro dello sviluppo economico Calenda intervenendo alcuni giorni fa alla Camera.
Negli ultimi mesi sono cresciute le manifestazioni di protesta in tutta Europa contro il Ttip. Gli oppositori denunciano come il trattato andrebbe esclusivamente a soddisfare gli interessi delle multinazionali statunitensi che premono per ridurre le misure di controllo e la deregolamentazione dei mercati europei. Come noto, il 70% degli investimenti statunitensi in Europa sono di carattere finanziario ma proprio questo settore è escluso dal trattato ponendo al riparo da ogni regolamentazione la maggior parte degli investimenti Usa.
Gli Stati Uniti hanno già chiarito che i negoziati per il Ttip dovranno essere conclusi entro la fine del mandato di Barack Obama a fine novembre 2016, ma adesso è arrivata anche la Brexit a guastare la festa di chi voleva imporre una ulteriore mannaia sui diritti dei lavoratori, degli agricoltori e dei consumatori europei.
Fonte
Una affermazione e un punto di vista completamente diverso da quello assai più servile del governo italiano verso il Ttip. “Non capisco come sia possibile chiedere di fermare le trattative con gli Stati Uniti, il primo partner economico dell’Unione europea, quello che ha gli standard di sicurezza più alti” ha dichiarato il ministro dello sviluppo economico Calenda intervenendo alcuni giorni fa alla Camera.
Negli ultimi mesi sono cresciute le manifestazioni di protesta in tutta Europa contro il Ttip. Gli oppositori denunciano come il trattato andrebbe esclusivamente a soddisfare gli interessi delle multinazionali statunitensi che premono per ridurre le misure di controllo e la deregolamentazione dei mercati europei. Come noto, il 70% degli investimenti statunitensi in Europa sono di carattere finanziario ma proprio questo settore è escluso dal trattato ponendo al riparo da ogni regolamentazione la maggior parte degli investimenti Usa.
Gli Stati Uniti hanno già chiarito che i negoziati per il Ttip dovranno essere conclusi entro la fine del mandato di Barack Obama a fine novembre 2016, ma adesso è arrivata anche la Brexit a guastare la festa di chi voleva imporre una ulteriore mannaia sui diritti dei lavoratori, degli agricoltori e dei consumatori europei.
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21/06/2016
Ma che fastidio, ‘sta democrazia…
Due giorni dopo i ballottaggi che segnano l’inizio della fine per la stagione “renziana”, ci sembra utile vedere come “i mercati” intendono la politica. Utile per tutti, perché anche quando si arriva dentro le mitiche “stanze dei bottoni”, da cui si dovrebbe esercitare il potere, si scopre che in realtà sono stanze vuote. La testimonianza di Yanis Varoufakis, al suo primo giorno da ministro dell’economia greco, resta una pietra miliare per le illusioni riformiste (stupisce semmai che lui stesso non ne abbia tratto le necessarie conclusioni).
L’articolo apparso non per caso sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore, è altrettanto illuminante. Esplicito in modo quasi imbarazzante, se pensiamo a quanto il potere sia in genere attento a non apparire troppo invadente e sprezzante nei confronti delle classi popolari.
Un florilegio di affermazioni “economiche” che trasudano fastidio per la democrazia – anche quella “parlamentare borghese” –, per i bisogni della “gente”, per tutto ciò che complica il perseguimento del guadagno facile, veloce, sicuro, prevedibile.
Si comincia citando Joseph A. Sullivan, chairman e ceo di Legg Mason (colosso globale con 700 miliardi di dollari in gestione), costretto ad inserire anche la vittoria dei Cinque Stelle tra le variabili politiche dei suoi calcoli, insieme al rischio Brexit, le elezioni spagnole e l’incognita Donad Trump. Come se non bastassero i “normali” problemi di un sistema economico globale imballato: “gli 8mila miliardi di dollari di bond a rendimenti negativi, l’impellente rivoluzione tecnologico-finanziaria, i crescenti vincoli di una regolamentazione sempre più invasiva, i rischi di deflazione e di stagnazione dilaganti nel mondo”. Roba creata da loro stessi, ma che guardano come un problema caduto dal cielo. In ogni caso, roba da sballare anche la rete di computer che deve tener sotto controllo tutti i fattori di rischio...
Peggio ancora, tutti questi fattori si presentano contemporaneamente, il che rende una scommessa folle qualsiasi mossa fatta razionalmente. «La politica resta centrale perché può portare a cambiamenti molto dirompenti, e per questo i nostri clienti sono preoccupati, ansiosi. Brexit, le elezioni negli Usa e in Europa, il terrorismo, sta accadendo tutto insieme e questa instabilità politica si aggiunge all’enorme incertezza generata dalle banche centrali e le loro politiche monetarie a tassi negativi, interventi non convenzionali che non hanno precedenti, esperimenti di cui non si conoscono gli esiti, non certo una panacea per i mercati».
Lo spirito generale degli operatori è decisamente ostile ai “problemi della gente”, che interferiscono con il business. Un anonimo “trader in Bonos” (i titoli di stato di Madrid) spiega che «La Spagna ha fatto le riforme strutturali, ma potrebbe smantellarle con un nuovo governo più sensibile ai problemi della gente, il tasso di disoccupazione resta alto e i salari per chi lavora sono bassi». Un vero incubo, per lui e i suoi, pensare che possa arrivare un governo preoccupato di alzare i salari, diminuire la disoccupazione e magari anche ripristinare – o smettere di smantellare – alcuni servizi pubblici essenziali o un po’ di welfare...
Si capisce dunque perché un altrettanto anonimo “trader in Btp” (uno dei tanti tipi di titoli di stato italiani) ritiene che sarebbe «Una bomba se Matteo Renzi dovesse dimettersi» in seguito alla ora possibile sconfitta nel referendum costituzionale di ottobre. Lo si può capire, “lo hanno messo lì loro”, come confessava due anni fa Sergio Marchionne...
Vero è che l’incubo più grande, per dimensioni, restano gli Stati Uniti: «Se Donald Trump dovesse diventare presidente degli Stati Uniti e mantenere le sue promesse elettorali per una sfrenata liberalizzazione, il dollaro schizzerebbe all’insù del 20% e gli Usa entrerebbero in recessione».
Tutto comprensibile, tutto logico. Ma con una conseguenza davvero fastidiosa: la politica, ossia la sfera delle decisioni che dipendono da un feedback positivo con le popolazioni, è di fatto incompatibile con il business. O perlomeno lo è quella politica che, riflettendo la variabilità degli umori popolari, e quindi il grado di soddisfazione o meno rispetto alle condizioni di vita della “gente”, potrebbe prendere decisioni non perfettamente allineate con i desiderata del capitale finanziario globale.
Con la democrazia, insomma. E in effetti la riforma contro-costituzionale di Renzi, a leggerla per come è scritta, si propone di eliminarne i “difetti” principali, azzerando la possibilità di prendere decisioni sgradite. Come fa già l’Unione Europea, tra un trattato e l’altro.
Giova qui ricordare come la Commissaria al commercio, Cecilia Malmstroem, protagonista delle trattative sul Ttip, qualifica il trattato stesso: “sarà perfettamente democratico anche se i Parlamenti nazionali non saranno chiamati a votare per approvarlo”.
Rileggete con calma: un trattato internazionale – che decide di come potranno e dovranno esser regolati i mercati tra Ue e Usa, di quali schifezze potranno essere prodotte, di quali diritti dovranno essere sacrificati, di quali interessi andranno posti come prioritari (quelli delle imprese davanti a quelli degli Stati!) – viene preventivamente definito perfettamente democratico anche se non potrà essere sottoposto all’esame critico né delle popolazioni che dovranno subirlo e neanche dei Parlamenti nazionali.
Il “segreto” di questa affermazione? Semplice: “avete firmato un trattato che affida alla Commissione Europea – il “governo” della Ue – tutta questa materia”. Tradotto: avete rinunciato per sempre alla possibilità di esprimere un parere.
Questo sì che trasmette “sicurezza” ai mercati finanziari, altro che “la politica”...
Fonte
L’articolo apparso non per caso sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore, è altrettanto illuminante. Esplicito in modo quasi imbarazzante, se pensiamo a quanto il potere sia in genere attento a non apparire troppo invadente e sprezzante nei confronti delle classi popolari.
Un florilegio di affermazioni “economiche” che trasudano fastidio per la democrazia – anche quella “parlamentare borghese” –, per i bisogni della “gente”, per tutto ciò che complica il perseguimento del guadagno facile, veloce, sicuro, prevedibile.
Si comincia citando Joseph A. Sullivan, chairman e ceo di Legg Mason (colosso globale con 700 miliardi di dollari in gestione), costretto ad inserire anche la vittoria dei Cinque Stelle tra le variabili politiche dei suoi calcoli, insieme al rischio Brexit, le elezioni spagnole e l’incognita Donad Trump. Come se non bastassero i “normali” problemi di un sistema economico globale imballato: “gli 8mila miliardi di dollari di bond a rendimenti negativi, l’impellente rivoluzione tecnologico-finanziaria, i crescenti vincoli di una regolamentazione sempre più invasiva, i rischi di deflazione e di stagnazione dilaganti nel mondo”. Roba creata da loro stessi, ma che guardano come un problema caduto dal cielo. In ogni caso, roba da sballare anche la rete di computer che deve tener sotto controllo tutti i fattori di rischio...
Peggio ancora, tutti questi fattori si presentano contemporaneamente, il che rende una scommessa folle qualsiasi mossa fatta razionalmente. «La politica resta centrale perché può portare a cambiamenti molto dirompenti, e per questo i nostri clienti sono preoccupati, ansiosi. Brexit, le elezioni negli Usa e in Europa, il terrorismo, sta accadendo tutto insieme e questa instabilità politica si aggiunge all’enorme incertezza generata dalle banche centrali e le loro politiche monetarie a tassi negativi, interventi non convenzionali che non hanno precedenti, esperimenti di cui non si conoscono gli esiti, non certo una panacea per i mercati».
Lo spirito generale degli operatori è decisamente ostile ai “problemi della gente”, che interferiscono con il business. Un anonimo “trader in Bonos” (i titoli di stato di Madrid) spiega che «La Spagna ha fatto le riforme strutturali, ma potrebbe smantellarle con un nuovo governo più sensibile ai problemi della gente, il tasso di disoccupazione resta alto e i salari per chi lavora sono bassi». Un vero incubo, per lui e i suoi, pensare che possa arrivare un governo preoccupato di alzare i salari, diminuire la disoccupazione e magari anche ripristinare – o smettere di smantellare – alcuni servizi pubblici essenziali o un po’ di welfare...
Si capisce dunque perché un altrettanto anonimo “trader in Btp” (uno dei tanti tipi di titoli di stato italiani) ritiene che sarebbe «Una bomba se Matteo Renzi dovesse dimettersi» in seguito alla ora possibile sconfitta nel referendum costituzionale di ottobre. Lo si può capire, “lo hanno messo lì loro”, come confessava due anni fa Sergio Marchionne...
Vero è che l’incubo più grande, per dimensioni, restano gli Stati Uniti: «Se Donald Trump dovesse diventare presidente degli Stati Uniti e mantenere le sue promesse elettorali per una sfrenata liberalizzazione, il dollaro schizzerebbe all’insù del 20% e gli Usa entrerebbero in recessione».
Tutto comprensibile, tutto logico. Ma con una conseguenza davvero fastidiosa: la politica, ossia la sfera delle decisioni che dipendono da un feedback positivo con le popolazioni, è di fatto incompatibile con il business. O perlomeno lo è quella politica che, riflettendo la variabilità degli umori popolari, e quindi il grado di soddisfazione o meno rispetto alle condizioni di vita della “gente”, potrebbe prendere decisioni non perfettamente allineate con i desiderata del capitale finanziario globale.
Con la democrazia, insomma. E in effetti la riforma contro-costituzionale di Renzi, a leggerla per come è scritta, si propone di eliminarne i “difetti” principali, azzerando la possibilità di prendere decisioni sgradite. Come fa già l’Unione Europea, tra un trattato e l’altro.
Giova qui ricordare come la Commissaria al commercio, Cecilia Malmstroem, protagonista delle trattative sul Ttip, qualifica il trattato stesso: “sarà perfettamente democratico anche se i Parlamenti nazionali non saranno chiamati a votare per approvarlo”.
Rileggete con calma: un trattato internazionale – che decide di come potranno e dovranno esser regolati i mercati tra Ue e Usa, di quali schifezze potranno essere prodotte, di quali diritti dovranno essere sacrificati, di quali interessi andranno posti come prioritari (quelli delle imprese davanti a quelli degli Stati!) – viene preventivamente definito perfettamente democratico anche se non potrà essere sottoposto all’esame critico né delle popolazioni che dovranno subirlo e neanche dei Parlamenti nazionali.
Il “segreto” di questa affermazione? Semplice: “avete firmato un trattato che affida alla Commissione Europea – il “governo” della Ue – tutta questa materia”. Tradotto: avete rinunciato per sempre alla possibilità di esprimere un parere.
Questo sì che trasmette “sicurezza” ai mercati finanziari, altro che “la politica”...
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01/06/2016
Il segreto del Ttip distrugge anche la parvenza della “democrazia”
Non ci sarà, come qualcuno spera, un “imperialismo europeo” (uno stadio del capitalismo, con blocchi geopolitici differenziati), ma di certo c’è qualcosa e qualcuno che decide, tratta, emana direttive e le fa rispettare. Con le buone e/o le cattive. Se alcune norme di politica economica possono sembrare “quasi oggettive”, secondo una visione alquanto liberista dell’economia, altre sono invece assolutamente soggettive. Ossia politiche nel senso più acuto del termine. E se si scende fino alle “misure di sicurezza”, beh, l’idea che ci sia un comando centrale operativo sovranazionale diventa alquanto concreta.
Ci eravamo occupati qualche mese fa delle incredibili “misure di sicurezza” adottate in Germania contro i parlamentari che chiedevano di prendere visione di almeno alcuni dei documenti oggetto della trattativa tra Usa e Unione Europea per la creazione di un’area di libero scambio transatlantica. Ora veniamo a sapere che le stesse identiche condizioni valgono anche per i parlamentari italiani. Se ne deduce che – fatta salva l’inguaribile tentazione italica di copiare i “più bravi” – esiste una struttura che seleziona le informazioni rilasciabili, le modalità di consultazione, la non riproducibilità dei testi, in definitiva la complessiva inaccessibilità di quanto si va trattando tra le due aree capitalisticamente più avanzate del pianeta. Persino nei confronti di quelli che dovrebbero essere, in una democrazia parlamentare, i delegati della “sovranità popolare” in nome della quale si decide qualsiasi cosa riguardi i rispettivi popoli.
In Germania l’esperimento da supercarcere – l’ingresso nell’inviolabile Leseraum parlamentare che custodisce parte della documentazione – era stato condotto da Katia Lipping, battagliera deputata della Linke.
Qui in Italia le vesti di esploratrice sono state indossate dalla poco conosciuta deputata pentastellata Silvia Benedetti, membro della Commissione Agricoltura e quindi istituzionalmente interessata a sapere quali modifiche nelle normative – sia nazionali che comunitarie – sono previste nel nascendo Ttip. Insieme a lei Stefano Lucidi, capogruppo M5S al Senato e Riccardo Fraccaro, deputato 5stelle in Commissione Politiche Ue. Esperienza in effetti quasi shockante:
Per quanto possano prendere appunti mentalmente (viene loro concessa un’ora appena di lettura!) e poi restituirli in forma sistematica, comunque, la loro opera sarà in ogni caso meno rilevante della diffusione di alcuni documenti da parte di Greenpeace, circa un mese fa. Ma va comunque apprezzata, specie a confronto del silenzio assoluto – o della totale negligenza professionale – dei parlamentari di tutti gli altri gruppi, che non si curano nemmeno di consultare i documenti e tantomeno di renderne note almeno le linee generali. Sintetizza così la Benedetti:
E’ perfino ridicolo pretendere che questa procedura possa condurre a decisioni prese “democraticamente”, visto che nessuno dei parlamentari disporrà di informazioni su un trattato che andrà in ogni caso ratificato. Ognuno voterà, insomma, per “sentito dire” o, più prosaicamente, in base alle dinamiche dello schieramento cui appartiene o che può garantirgli un futuro.
Naturalmente, tutto ciò corrisponde perfettamente nel concetto di “democrazia” che abita nei palazzi del potere globale. Una parola nobile per coprire pratiche immonde...
Fonte
Ci eravamo occupati qualche mese fa delle incredibili “misure di sicurezza” adottate in Germania contro i parlamentari che chiedevano di prendere visione di almeno alcuni dei documenti oggetto della trattativa tra Usa e Unione Europea per la creazione di un’area di libero scambio transatlantica. Ora veniamo a sapere che le stesse identiche condizioni valgono anche per i parlamentari italiani. Se ne deduce che – fatta salva l’inguaribile tentazione italica di copiare i “più bravi” – esiste una struttura che seleziona le informazioni rilasciabili, le modalità di consultazione, la non riproducibilità dei testi, in definitiva la complessiva inaccessibilità di quanto si va trattando tra le due aree capitalisticamente più avanzate del pianeta. Persino nei confronti di quelli che dovrebbero essere, in una democrazia parlamentare, i delegati della “sovranità popolare” in nome della quale si decide qualsiasi cosa riguardi i rispettivi popoli.
In Germania l’esperimento da supercarcere – l’ingresso nell’inviolabile Leseraum parlamentare che custodisce parte della documentazione – era stato condotto da Katia Lipping, battagliera deputata della Linke.
Qui in Italia le vesti di esploratrice sono state indossate dalla poco conosciuta deputata pentastellata Silvia Benedetti, membro della Commissione Agricoltura e quindi istituzionalmente interessata a sapere quali modifiche nelle normative – sia nazionali che comunitarie – sono previste nel nascendo Ttip. Insieme a lei Stefano Lucidi, capogruppo M5S al Senato e Riccardo Fraccaro, deputato 5stelle in Commissione Politiche Ue. Esperienza in effetti quasi shockante:
“La consultazione del TTIP in Italia è soggetta alla stessa normativa che regola il Segreto di Stato, che fino a poco tempo fa ha interessato drammi storici come il disastro aereo di Ustica e le stragi degli anni ’70-’80.
Sapevamo che sul Ttip ci fosse una mancanza di trasparenza, denunciata più volte dal M5S con numerosi atti parlamentari, ma non avremmo mai immaginato che si arrivasse ad applicare la legge sul Segreto di Stato, come si può leggere tra i riferimenti normativi della stessa direttiva per la consultazione del testo disposta dal Mise, che cita in primis un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 6 novembre 2016 n. 5. Inoltre il TTIP si presenta come un documento composto da quasi mille pagine suddivise in otto faldoni, ciascuno con un doppio timbro, uno del Ministero degli Esteri, l’altro del Ministero dello Sviluppo Economico; timbri che in entrambi i casi fanno riferimento ad un ufficio NATO sempre in seno ai predetti ministeri. Alla quale si accede scortati dai Carabinieri, senza poter introdurre cellulari o altri apparecchi in grado di riprodurre il testo. Il M5S oggi ha iniziato a raccogliere gli appunti e, fatti gli opportuni riscontri, si riserva di diffonderli nelle prossime ore”.Ma sarà difficile che ne possa venir fuori qualcosa di importante, viste le condizioni in cui un parlamentare viene tenuto quando entra nella sala di lettura:
“I carabinieri ti accolgono all’ingresso della sede del Mise, in via Veneto, e ti accompagnano in una stanza dedicata con quattro scrivanie numerate – racconta la deputata cinquestelle – Su ogni scrivania ci sono solo dei fogli e una penna. Prima di entrare bisogna consegnare tutto, compreso il cellulare. Al massimo ti concedono di tenere fazzoletti per il naso. Non si possono fare fotografie o fotocopie, soltanto prendere appunti in modo rapido e sommario. Non è concesso infatti trascrivere interi paragrafi. Non si viene lasciati soli ma si sta per tutto il tempo sotto la sorveglianza di un funzionario. Conto di ritornarci per approfondire alcuni aspetti, una sola volta non basta”.Diciamo che un parlamentare avrebbe più diritti nel caso fosse sorpreso sulla scena di un omicidio con la pistola fumante in mano...
Per quanto possano prendere appunti mentalmente (viene loro concessa un’ora appena di lettura!) e poi restituirli in forma sistematica, comunque, la loro opera sarà in ogni caso meno rilevante della diffusione di alcuni documenti da parte di Greenpeace, circa un mese fa. Ma va comunque apprezzata, specie a confronto del silenzio assoluto – o della totale negligenza professionale – dei parlamentari di tutti gli altri gruppi, che non si curano nemmeno di consultare i documenti e tantomeno di renderne note almeno le linee generali. Sintetizza così la Benedetti:
“La lettura, seppure sommaria dei documenti, peraltro già ampiamente anticipati dai leaks di Greenpeace, conferma che il liberismo antisociale è la filosofia alla base di questo trattato. Il vero e unico obiettivo dell’accordo – continua Benedetti – è togliere tutti gli ostacoli normativi, burocratici e amministrativi al commercio. Sul piano alimentare, in particolare, il dato più stridente è la forte pressione degli Usa, che scalpitano per conquistare i mercati europei. Mentre da parte dell’Europa la tutela delle Dop, Igp e Doc è ancora troppo debole. L’effetto sarà di aprire i nostri supermercati a prodotti che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza conquistati dai consumatori europei”.Non ne avevamo dubbio, bisogna dire, perché altrimenti non ci sarebbe stata alcune ragione di secretare sia le trattative che il merito degli accordi in costruzione. Le cose debbono essere nascoste a coloro che ne pagheranno le conseguenze (lavoratori e consumatori, per una volta non contrapponibili, oltre alle piccole e medie aziende delle filiere alimentari di qualità).
E’ perfino ridicolo pretendere che questa procedura possa condurre a decisioni prese “democraticamente”, visto che nessuno dei parlamentari disporrà di informazioni su un trattato che andrà in ogni caso ratificato. Ognuno voterà, insomma, per “sentito dire” o, più prosaicamente, in base alle dinamiche dello schieramento cui appartiene o che può garantirgli un futuro.
Naturalmente, tutto ciò corrisponde perfettamente nel concetto di “democrazia” che abita nei palazzi del potere globale. Una parola nobile per coprire pratiche immonde...
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31/05/2016
Ttip. Il partito della nazione in vendita
Carlo Calenda rappresenta al meglio la casta renziana. Esperienze manageriali sin dalla prima elementare e un’abilità, superiore a quella di Tarzan sulle liane, nel saltare tra le cordate di potere e da un incarico all’altro. Cosi il nostro è balzato agilmente da Montezemolo a Monti e poi da quest’ultimo a Renzi. Che lo ha nominato all’inizio dell’anno nella Commissione Europea, salvo poi ripensarci dopo pochi mesi e collocarlo al vertice del Ministero dello Sviluppo Economico.
Il nuovo salto di Calenda c'é stato il 10 maggio e già il 13, intervenendo da neo ministro a Bruxelles, il nostro ha subito schierato l’Italia tra gli ultras del TTIP. Mentre il governo francese e tedesco cominciavano ad esprimere dubbi sul micidiale trattato che concederebbe licenza di far tutto alle multinazionali, il nostro si è lamentato del fatto che le opinioni pubbliche ed i parlamenti nazionali abbiano rallentato il negoziato. I popoli a volte contano ancora qualcosa rispetto al mercato, che scandalosa arretratezza!
Ora il ministro chiarisce in una intervista sul Corriere della Sera la sua posizione, che evidentemente è anche quella del governo.
L’Italia, sostiene il ministro, è il paese che più avrebbe da guadagnare dalla piena attuazione del TTIP. Non solo non avremmo più il formaggio Asiago prodotto nel Minnesota, ma le nostre piccole imprese avrebbero la possibilità di sconfiggere la prepotenza e i privilegi delle multinazionali e quella di invadere i mercati del mondo, compresi quelli degli USA. E le preoccupazioni per gli OGM, i diritti sociali e del lavoro, le legislazioni ambientali non avrebbero alcuna ragione d’essere, in quanto queste materie non farebbero parte del negoziato.
Neppure l’addetto stampa di una multinazionale del petrolio oggi sarebbe capace di affermare seriamente un tale concentrato di sciocchezze. Per altro clamorosamente messe alla berlina dalle rivelazioni di GreenPeace sulle clausole segrete dei negoziati. Rivelazioni che, accanto alla crescente mobilitazione della opinione pubblica, hanno convinto diversi governi europei a mettere un freno ai negoziati.
Per altro le affermazioni del ministro risultano ancora più ridicole di fronte a ciò che si è sempre saputo essere il cuore del TTIP, cioè quella clausola di arbitrato che sottrarrebbe gli investimenti esteri alle legislazioni nazionali. Per il ministro Calenda tali clausole sarebbero utilizzabili meglio e con più risultati dalle Formaggerie Prealpine, piuttosto che dalla Monsanto. Neppure quando hanno istituito l’Euro, vantandone tutti i magnifici guadagni che ne avrebbe ricevuto l’Italia, i suoi sostenitori si erano spinti a tanto.
Ma ora c’è il rischio che tutto questo sia messo in discussione, lancia l’allarme Calenda, anche perché negli Stati Uniti le amministrazioni pubbliche intendono continuare a privilegiare le aziende del posto in tutti gli appalti. Ma guarda che strano...
Non comprendiamo se il Corriere della Sera condivida il pensiero del ministro in tutto, o in fondo si vergogni un poco della sua sconclusionata rozzezza. Elogi della globalizzazione come quelli che abbiamo letto nell’intervista, oggi farebbe fatica a farli, almeno senza ridere, persino un manager della Banca Morgan.
Ma ciò che dobbiamo purtroppo ricordare è che l’entusiasta fautore del TTIP, che oggi piange sul rischio che esso non si possa realizzare, non è un venditore di obbligazioni che deve convincere un pensionato a dargli i sui risparmi, ma un ministro della Repubblica che vuole convincere il suo paese a mettere in vendita sé stesso.
Sempre più spesso si afferma che Renzi voglia essere il leader di un moderno partito della nazione, e che a questo fine voglia trasformare il PD e smantellare la Costituzione. Ora Calenda chiarisce che quel partito, se si realizzasse ed avesse successo e noi speriamo di no, sarebbe quello della nazione in vendita.
Fonte
Il nuovo salto di Calenda c'é stato il 10 maggio e già il 13, intervenendo da neo ministro a Bruxelles, il nostro ha subito schierato l’Italia tra gli ultras del TTIP. Mentre il governo francese e tedesco cominciavano ad esprimere dubbi sul micidiale trattato che concederebbe licenza di far tutto alle multinazionali, il nostro si è lamentato del fatto che le opinioni pubbliche ed i parlamenti nazionali abbiano rallentato il negoziato. I popoli a volte contano ancora qualcosa rispetto al mercato, che scandalosa arretratezza!
Ora il ministro chiarisce in una intervista sul Corriere della Sera la sua posizione, che evidentemente è anche quella del governo.
L’Italia, sostiene il ministro, è il paese che più avrebbe da guadagnare dalla piena attuazione del TTIP. Non solo non avremmo più il formaggio Asiago prodotto nel Minnesota, ma le nostre piccole imprese avrebbero la possibilità di sconfiggere la prepotenza e i privilegi delle multinazionali e quella di invadere i mercati del mondo, compresi quelli degli USA. E le preoccupazioni per gli OGM, i diritti sociali e del lavoro, le legislazioni ambientali non avrebbero alcuna ragione d’essere, in quanto queste materie non farebbero parte del negoziato.
Neppure l’addetto stampa di una multinazionale del petrolio oggi sarebbe capace di affermare seriamente un tale concentrato di sciocchezze. Per altro clamorosamente messe alla berlina dalle rivelazioni di GreenPeace sulle clausole segrete dei negoziati. Rivelazioni che, accanto alla crescente mobilitazione della opinione pubblica, hanno convinto diversi governi europei a mettere un freno ai negoziati.
Per altro le affermazioni del ministro risultano ancora più ridicole di fronte a ciò che si è sempre saputo essere il cuore del TTIP, cioè quella clausola di arbitrato che sottrarrebbe gli investimenti esteri alle legislazioni nazionali. Per il ministro Calenda tali clausole sarebbero utilizzabili meglio e con più risultati dalle Formaggerie Prealpine, piuttosto che dalla Monsanto. Neppure quando hanno istituito l’Euro, vantandone tutti i magnifici guadagni che ne avrebbe ricevuto l’Italia, i suoi sostenitori si erano spinti a tanto.
Ma ora c’è il rischio che tutto questo sia messo in discussione, lancia l’allarme Calenda, anche perché negli Stati Uniti le amministrazioni pubbliche intendono continuare a privilegiare le aziende del posto in tutti gli appalti. Ma guarda che strano...
Non comprendiamo se il Corriere della Sera condivida il pensiero del ministro in tutto, o in fondo si vergogni un poco della sua sconclusionata rozzezza. Elogi della globalizzazione come quelli che abbiamo letto nell’intervista, oggi farebbe fatica a farli, almeno senza ridere, persino un manager della Banca Morgan.
Ma ciò che dobbiamo purtroppo ricordare è che l’entusiasta fautore del TTIP, che oggi piange sul rischio che esso non si possa realizzare, non è un venditore di obbligazioni che deve convincere un pensionato a dargli i sui risparmi, ma un ministro della Repubblica che vuole convincere il suo paese a mettere in vendita sé stesso.
Sempre più spesso si afferma che Renzi voglia essere il leader di un moderno partito della nazione, e che a questo fine voglia trasformare il PD e smantellare la Costituzione. Ora Calenda chiarisce che quel partito, se si realizzasse ed avesse successo e noi speriamo di no, sarebbe quello della nazione in vendita.
Fonte
28/05/2016
Il governo tedesco accetta gli “arbitrati” del Ttip, ma dice il contrario
Ufficialmente i governi europei stanno trattando sul testo del Ttip (trattato transatlantico mirante a istituire un’area di libero commercio euro-statunitense) in difesa delle regole vigenti su questo continente. In particolare, dicono di opporsi alla pretesa Usa di affidare le eventuali e probabili controversie tra società multinazionali e singoli Stati – per esempio in tema di Ogm o di altri mille normative differenti tra Usa ed Europa – a “corti arbitrali private”, composte in genere da avvocati che lavorano per le stesse multinazionali. Con ovvia e allucinante priorità per gli interessi di poche imprese private rispetto a quelli di intere popolazioni.
Un documento governativo arrivato nella redazione del giornale tedesco Zeit sembra invece dimostrare l’esatto opposto. Evidentemente, lo stile “renziano” è indispensabile per svendere un intero continente alle imprese e alla finanza multinazionale.
Zeit online, 18/05/2016
Il GOVERNO FEDERALE BARA SUI TRIBUNALI ARBITRALI INTERNAZIONALI
Il ministro dell’economia Sigmar Gabriel finora ha criticato i tribunali arbitrali internazionali privati per gli investitori. Un documento interno rivela che invece lui propugna il loro mantenimento.
Contrariamente alle dichiarazioni pubbliche del ministro dell’economia Sigmar Gabriel (SPD), il Governo federale difende i discussi tribunali arbitrali internazionali privati. In un documento informale, un cosiddetto non-paper di inizio aprile che è in possesso del Zeit, il governo federale – assieme agli austriaci, ai finlandesi, ai francesi e agli olandesi – propugna il mantenimento di tribunali arbitrali internazionali privati nella UE.
Davanti a questi tribunali arbitrali gli investitori stranieri possono citare per danni gli stati. Essi lavorano generalmente sulla base di accordi internazionali, le loro decisioni tuttavia sono sempre più controverse – anche per questo in passato il ministro dell’economia ha chiesto pubblicamente che nei nuovi trattati commerciali essi vengano sostituiti da una Corte di giustizia internazionale.
Nel documento, però, i cinque governi si fanno fautori della stipulazione di un nuovo accordo di difesa degli investitori fra tutti i membri della UE per mezzo del quale gli investitori possano accedere ai tribunali arbitrali privati inclusi nella lista della Permanent Court of Arbitration dell’Aia, anche nel caso di controversie intra-europee.
Il nuovo approccio non solo contrasta con la linea ufficiale che propaganda proprio la fine della giurisdizione arbitrale privata, ma mina anche la linea della Commissione europea poiché questa richiede – sì – l’inclusione dei tribunali arbitrali nei trattati internazionali, ma vuole privarli della competenza sui conflitti in ambito UE.
“E’ uno scandalo: sia nel TTIP, che nel CETA o anche solo in ambito UE – il Governo federale incappa continuamente in diritti speciali riconosciuti agli investitori stranieri”, dice Peter Fuchs di Powershift, un’organizzazione che osserva criticamente l’attuale politica commerciale globale. Fuchs chiede la denuncia immediata e senza sostituzione di questi trattati. Esattamente questo nei mesi scorsi aveva propugnato anche la Commissione europea al cospetto dei governi.
Fonte
Un documento governativo arrivato nella redazione del giornale tedesco Zeit sembra invece dimostrare l’esatto opposto. Evidentemente, lo stile “renziano” è indispensabile per svendere un intero continente alle imprese e alla finanza multinazionale.
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Zeit online, 18/05/2016
Il GOVERNO FEDERALE BARA SUI TRIBUNALI ARBITRALI INTERNAZIONALI
Il ministro dell’economia Sigmar Gabriel finora ha criticato i tribunali arbitrali internazionali privati per gli investitori. Un documento interno rivela che invece lui propugna il loro mantenimento.
Contrariamente alle dichiarazioni pubbliche del ministro dell’economia Sigmar Gabriel (SPD), il Governo federale difende i discussi tribunali arbitrali internazionali privati. In un documento informale, un cosiddetto non-paper di inizio aprile che è in possesso del Zeit, il governo federale – assieme agli austriaci, ai finlandesi, ai francesi e agli olandesi – propugna il mantenimento di tribunali arbitrali internazionali privati nella UE.
Davanti a questi tribunali arbitrali gli investitori stranieri possono citare per danni gli stati. Essi lavorano generalmente sulla base di accordi internazionali, le loro decisioni tuttavia sono sempre più controverse – anche per questo in passato il ministro dell’economia ha chiesto pubblicamente che nei nuovi trattati commerciali essi vengano sostituiti da una Corte di giustizia internazionale.
Nel documento, però, i cinque governi si fanno fautori della stipulazione di un nuovo accordo di difesa degli investitori fra tutti i membri della UE per mezzo del quale gli investitori possano accedere ai tribunali arbitrali privati inclusi nella lista della Permanent Court of Arbitration dell’Aia, anche nel caso di controversie intra-europee.
Il nuovo approccio non solo contrasta con la linea ufficiale che propaganda proprio la fine della giurisdizione arbitrale privata, ma mina anche la linea della Commissione europea poiché questa richiede – sì – l’inclusione dei tribunali arbitrali nei trattati internazionali, ma vuole privarli della competenza sui conflitti in ambito UE.
“E’ uno scandalo: sia nel TTIP, che nel CETA o anche solo in ambito UE – il Governo federale incappa continuamente in diritti speciali riconosciuti agli investitori stranieri”, dice Peter Fuchs di Powershift, un’organizzazione che osserva criticamente l’attuale politica commerciale globale. Fuchs chiede la denuncia immediata e senza sostituzione di questi trattati. Esattamente questo nei mesi scorsi aveva propugnato anche la Commissione europea al cospetto dei governi.
Fonte
13/05/2016
I Ministri europei cercano di sbloccare il TTIP contro il volere degli Enti locali
Mentre il Consiglio dell’Unione europea discute di commercio internazionale, decine di Città e Regioni in tutto il continente si oppongono all’approvazione del CETA e ai negoziati per il TTIP.
Oggi, durante il Consiglio dell’Unione europea, i Ministri degli Esteri degli Stati membri discuteranno anche di commercio internazionale. Gli accordi di libero scambio come CETA e TTIP verranno sottoposti ad esame con l’obiettivo di sottoscrivere il primo entro ottobre e sbloccare i negoziati del secondo, ancora in alto mare. L’opposizione dei cittadini europei ha rallentato il processo, convincendo molte amministrazioni locali di tutto il continente ad esprimere la propria contrarietà. Ben 40 sindaci hanno sottoscritto, dopo un summit tenutosi in data 21-22 aprile, la Dichiarazione di Barcellona.
In essa denunciano gli impatti degli accordi bilaterali come il TTIP sui poteri amministrativi esercitati a livello locale, mettendo in pericolo la salute fisica e democratica dei cittadini europei. Gerardo Pisarello, il Primo Vice Sindaco del Consiglio della Città di Barcellona, ha assicurato che «non daremo l’assenso ad alcun accordo che non tenga conto delle città».
Tutte le Città e Regioni europee possono aderire a questa dichiarazione, che sarà presentata alle istituzioni europee, ai governi nazionali e alle opportune organizzazioni. In Italia sono oltre 70 le amministrazioni locali che hanno approvato la mozione Stop TTIP, lo strumento messo a disposizione dalla Campagna Stop TTIP Italia per creare una rete di Comuni e Regioni contrarie all’accordo USA-Ue. I cittadini possono sollecitare i loro rappresentanti eletti a schierarsi contro il TTIP tramite la raccolta di firme on line che ha raggiunto le 12 mila adesioni.
«Alcuni rappresentanti degli Enti locali hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 7 maggio, quando 30 mila persone sono scese in piazza a Roma per chiedere al governo Renzi di opporsi ad un trattato che non tutela l’interesse pubblico – dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Eppure, oggi il nostro esecutivo partecipa al Consiglio dell’Unione europea con l’intento di arrivare alla ratifica del CETA e alla fluidificazione dei negoziati per il TTIP. Invitiamo cittadini e amministratori locali a proseguire le azioni di pressione sulle istituzioni nazionali e comunitarie».
Per formalizzare le adesioni, gli Enti locali possono spedire una e-mail all’indirizzo stopttipitalia@gmail.com con oggetto: “Adesione alla Dichiarazione di Barcellona”.
Barcellona si è dichiarata città libera dal TTIP approvando una dichiarazione istituzionale nel settembre 2015, che è stata spinta e supportata da oltre 90 associazioni e campagne di cittadini che costituiscono parte della piattaforma Catalunya No al TTIP.
Campagna STOP TTIP
Fonte
Oggi, durante il Consiglio dell’Unione europea, i Ministri degli Esteri degli Stati membri discuteranno anche di commercio internazionale. Gli accordi di libero scambio come CETA e TTIP verranno sottoposti ad esame con l’obiettivo di sottoscrivere il primo entro ottobre e sbloccare i negoziati del secondo, ancora in alto mare. L’opposizione dei cittadini europei ha rallentato il processo, convincendo molte amministrazioni locali di tutto il continente ad esprimere la propria contrarietà. Ben 40 sindaci hanno sottoscritto, dopo un summit tenutosi in data 21-22 aprile, la Dichiarazione di Barcellona.
In essa denunciano gli impatti degli accordi bilaterali come il TTIP sui poteri amministrativi esercitati a livello locale, mettendo in pericolo la salute fisica e democratica dei cittadini europei. Gerardo Pisarello, il Primo Vice Sindaco del Consiglio della Città di Barcellona, ha assicurato che «non daremo l’assenso ad alcun accordo che non tenga conto delle città».
Tutte le Città e Regioni europee possono aderire a questa dichiarazione, che sarà presentata alle istituzioni europee, ai governi nazionali e alle opportune organizzazioni. In Italia sono oltre 70 le amministrazioni locali che hanno approvato la mozione Stop TTIP, lo strumento messo a disposizione dalla Campagna Stop TTIP Italia per creare una rete di Comuni e Regioni contrarie all’accordo USA-Ue. I cittadini possono sollecitare i loro rappresentanti eletti a schierarsi contro il TTIP tramite la raccolta di firme on line che ha raggiunto le 12 mila adesioni.
«Alcuni rappresentanti degli Enti locali hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 7 maggio, quando 30 mila persone sono scese in piazza a Roma per chiedere al governo Renzi di opporsi ad un trattato che non tutela l’interesse pubblico – dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Eppure, oggi il nostro esecutivo partecipa al Consiglio dell’Unione europea con l’intento di arrivare alla ratifica del CETA e alla fluidificazione dei negoziati per il TTIP. Invitiamo cittadini e amministratori locali a proseguire le azioni di pressione sulle istituzioni nazionali e comunitarie».
Per formalizzare le adesioni, gli Enti locali possono spedire una e-mail all’indirizzo stopttipitalia@gmail.com con oggetto: “Adesione alla Dichiarazione di Barcellona”.
Barcellona si è dichiarata città libera dal TTIP approvando una dichiarazione istituzionale nel settembre 2015, che è stata spinta e supportata da oltre 90 associazioni e campagne di cittadini che costituiscono parte della piattaforma Catalunya No al TTIP.
Campagna STOP TTIP
Fonte
08/05/2016
Roma. Migliaia di persone in piazza per dire Stop al TTIP
Il colpo d’occhio a Piazza della Repubblica lascia già intendere che la gente a Roma ci è venuta e ci è venuta numerosa per dire con forza Stop al TTIP, il trattato transatlantico che è qualcosa di più e di peggio di un trattato di libero scambio tra i due poli economici più forti del pianeta. Per un po’ agisce anche un errore ottico. Nei giardini si concentrano centinaia di ragazzi, giovani e giovanissimi. Però non sono lì per la manifestazione contro il TTIP ma per l’annuale Marijuana Million March per la liberalizzazione delle droghe leggere. La coincidenza di date ha fatto sì che abbiano accettato di convergere sulla stessa piazza e lo stesso percorso del corteo “politico” e generazionalmente diverso.
Ma anche gli attivisti giunti da tutta Italia per manifestare contro il TTIP cominciano a crescere di numero. Quando vedi arrivare uno striscione con gente da Udine, si capisce che l’appello a manifestare ha funzionato. Dal Veneto sono arrivati quattro pullman, in gran parte di reti e associazioni contadine. Saranno infatti molte realtà agricole a riempire le file del corteo, un segnale che chi lavora e vive con la terra vede il TTIP come una serissima minaccia. Non mancano spezzoni più politici. Ci sono un bel gruppone di Giovani Comunisti, i partiti, qualche pezzo di Cgil, i Cobas, l’Usb. La Piattaforma Sociale Eurostop è in piazza con il suo striscione che riafferma il No all’euro, all’Unione Europea e alla Nato, parole d’ordine che suscitano la curiosità dei giornalisti e attirano molti fotografi. Perché fuori dall’euro e Ue o dalla Nato? Perché sono la medesima strumentazione delle classi dominanti che vorrebbero l’intero pianeta ridotto ad un libero mercato a disposizione dei più forti, senza ostacoli né lacci e lacciuoli.
Ma il TTIP non è detto che veda convergere gli interessi delle classi dominanti in Europa e negli Stati Uniti. Il trattato è asimmetrico a tutto favore degli Usa e i governi europei pesanti come Germania e Francia non sembrano affatto entusiasti di firmarlo. Si può dire che le possibilità che non venga firmato stiano superando quelle di essere firmato. Troppe contraddizioni tra i due principali poli economici della competizione globale in corso.
Il corteo si ingrossa, sfila per via Cavour poi gira verso via Merulana per andare a San Giovanni dove associazioni e sindacati hanno allestito numerosi stand informativi. Si può affermare onestamente che almeno 15mila persone sono scese in piazza oggi. A San Giovanni, mentre i vari spezzoni continuano ad arrivare, si alternano dal palco gli attivisti dei vari comitati anti TTIP di diverse città. In fondo al corteo, per la prima, anche uno spezzone del M5S con lo striscione “Elezioni subito”, slogan legittimo ma effettivamente un po’ sopra le righe rispetto al tema della manifestazione. A parziale giustificazione di questa “sensibilità elettorale” è la verifica che questo è il tema di molti capannelli e chiacchierate lungo il corteo. Oggi sono state pubblicate le liste dei candidati e quasi ovunque si parla solo di questo, con tutti i rituali, talvolta un po’ fastidiosi, di chi ti sgrana un sorriso a32 denti che non ti aveva mai regalato e ti fa sapere con malcelato interesse che “ciao, mi sono candidato alle elezioni, volevo dirti che...”. E uno a chiedersi, ma non potevamo parlarne sei mesi o un anno fa?
Ma la cronaca non è ancora finita perché subito dopo il corteo ufficiale si staglia la massa dei manifestanti della Marijuana Million March, migliaia di giovani e giovanissimi (pischelletti diremmo a Roma). Due mondi che magari ancora non si sono capiti ma che parlano diversamente il linguaggio della ribellione allo stato delle cose presenti.
Non è stata oceanica come quella di Berlino, ma la manifestazione di oggi a Roma ha visto migliaia e migliaia di persone in piazza, in un paese dove il governo non tira calci contro il TTIP come in Germania ma, anzi, vorrebbe sbrigarsi a sottoscriverlo. Un segnale di mobilitazione interessante, soprattutto per la dimostrazione di vitalità di tante reti sociali che agiscono ormai autonomamente dai circuiti politici tradizionali.
Fonte
Ma anche gli attivisti giunti da tutta Italia per manifestare contro il TTIP cominciano a crescere di numero. Quando vedi arrivare uno striscione con gente da Udine, si capisce che l’appello a manifestare ha funzionato. Dal Veneto sono arrivati quattro pullman, in gran parte di reti e associazioni contadine. Saranno infatti molte realtà agricole a riempire le file del corteo, un segnale che chi lavora e vive con la terra vede il TTIP come una serissima minaccia. Non mancano spezzoni più politici. Ci sono un bel gruppone di Giovani Comunisti, i partiti, qualche pezzo di Cgil, i Cobas, l’Usb. La Piattaforma Sociale Eurostop è in piazza con il suo striscione che riafferma il No all’euro, all’Unione Europea e alla Nato, parole d’ordine che suscitano la curiosità dei giornalisti e attirano molti fotografi. Perché fuori dall’euro e Ue o dalla Nato? Perché sono la medesima strumentazione delle classi dominanti che vorrebbero l’intero pianeta ridotto ad un libero mercato a disposizione dei più forti, senza ostacoli né lacci e lacciuoli.
Ma il TTIP non è detto che veda convergere gli interessi delle classi dominanti in Europa e negli Stati Uniti. Il trattato è asimmetrico a tutto favore degli Usa e i governi europei pesanti come Germania e Francia non sembrano affatto entusiasti di firmarlo. Si può dire che le possibilità che non venga firmato stiano superando quelle di essere firmato. Troppe contraddizioni tra i due principali poli economici della competizione globale in corso.
Il corteo si ingrossa, sfila per via Cavour poi gira verso via Merulana per andare a San Giovanni dove associazioni e sindacati hanno allestito numerosi stand informativi. Si può affermare onestamente che almeno 15mila persone sono scese in piazza oggi. A San Giovanni, mentre i vari spezzoni continuano ad arrivare, si alternano dal palco gli attivisti dei vari comitati anti TTIP di diverse città. In fondo al corteo, per la prima, anche uno spezzone del M5S con lo striscione “Elezioni subito”, slogan legittimo ma effettivamente un po’ sopra le righe rispetto al tema della manifestazione. A parziale giustificazione di questa “sensibilità elettorale” è la verifica che questo è il tema di molti capannelli e chiacchierate lungo il corteo. Oggi sono state pubblicate le liste dei candidati e quasi ovunque si parla solo di questo, con tutti i rituali, talvolta un po’ fastidiosi, di chi ti sgrana un sorriso a32 denti che non ti aveva mai regalato e ti fa sapere con malcelato interesse che “ciao, mi sono candidato alle elezioni, volevo dirti che...”. E uno a chiedersi, ma non potevamo parlarne sei mesi o un anno fa?
Ma la cronaca non è ancora finita perché subito dopo il corteo ufficiale si staglia la massa dei manifestanti della Marijuana Million March, migliaia di giovani e giovanissimi (pischelletti diremmo a Roma). Due mondi che magari ancora non si sono capiti ma che parlano diversamente il linguaggio della ribellione allo stato delle cose presenti.
Non è stata oceanica come quella di Berlino, ma la manifestazione di oggi a Roma ha visto migliaia e migliaia di persone in piazza, in un paese dove il governo non tira calci contro il TTIP come in Germania ma, anzi, vorrebbe sbrigarsi a sottoscriverlo. Un segnale di mobilitazione interessante, soprattutto per la dimostrazione di vitalità di tante reti sociali che agiscono ormai autonomamente dai circuiti politici tradizionali.
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04/05/2016
Ttip. Germania e Francia suonano il de profundis?
Ad esser maliziosi – ma neanche troppo – ci sarebbe da sospettare che a Greenpeace Olanda quelle 248 pagine di documenti finora segreti sul contenuto dei negoziati tra le due sponde dell’oceano sul Ttip, glie le abbia fornite una delle parti in causa. Forse quella che proprio in questi giorni sta insistentemente recitando il ‘de profundis’ del Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti?
Già alla fine della scorsa settimana il ministro tedesco dell’economia e numero due del governo di Berlino, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, aveva sentenziato: “Se gli americani resteranno su questa posizione, noi non avremo bisogno di un trattato di libero scambio e il Ttip sarà destinato a fallire”.
Ma poi è arrivata la tegola dei cosiddetti “ttip leaks”, cioè dei documenti resi pubblici dalla sezione olandese di Greenpeace che hanno mostrato nero su bianco quanto molti, nonostante il carattere segreto delle trattative, sospettavano o sapevano. Il trattato, che mira formalmente a istituire una zona di libero scambio tra Usa e Ue, riducendo i dazi doganali per le aziende e approvando nuove leggi che favoriscano il mercato attraverso l’eliminazione delle differenze normative e amministrative, rappresenta un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori, alla protezione dei consumatori e dell’ambiente, alla sopravvivenza di centinaia di migliaia di agricoltori, allevatori e produttori europei.
E – la cosa più importante dal punto di vista dell’establishment dell’Unione Europea – un passepartout a disposizione delle multinazionali statunitensi per invadere i mercati continentali senza freni e senza regole, producendo un danno enorme alle grandi imprese europee che pure nel Ttip vedevano uno strumento per aumentare la loro penetrazione bypassando leggi e regolamenti nazionali. E naturalmente per incrementare i profitti. Secondo uno studio del Center for Economic Policy Research di Londra, infatti, il Trattato permetterebbe un incremento dei ricavi annui di 120 miliardi di dollari per le multinazionali europee e di 95 miliardi per quelle a stelle e strisce. Ma, si accusa da più parti, si tratta di stime gonfiate, e comunque non al passo con l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del negoziato, che ha visto man mano aumentare le pretese statunitensi.
E così dopo i tedeschi, sono ora i francesi – l’altra gamba del processo di integrazione europeo – ad intervenire sulla questione, in maniera netta, dura. Un vero e proprio stop. «Allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici» ha tuonato ieri il presidente Francois Hollande. Prima di lui il premier Manuel Valls aveva espresso «inquietudine per l’andamento del negoziato». Lunedì il ministro al Commercio estero Matthias Fekl, figura emergente del partito socialista e titolare del dossier, era stato assai più chiaro: «L’Europa propone molto e riceve molto poco in cambio. Questo non è accettabile. Alla luce dell’atteggiamento attuale degli Stati Uniti, mi sembra che lo stop alle trattative sia l’opzione più probabile». Ma già a metà aprile lo stesso Hollande aveva avvertito che «Se non ci sarà una totale reciprocità, se non ci sarà sufficiente trasparenza, se ci sarà un pericolo per gli agricoltori, se gli europei non avranno libero accesso alle gare pubbliche mentre gli Stati Uniti potranno avere accesso a tutto in Europa, allora non lo accetterò».
In controtendenza invece il governo italiano, che per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, ha ribadito il ‘Ttip-entusiasmo’ dell’esecutivo Renzi, più sensibile ai richiami e all’influenza di oltreoceano: “Gli accordi sono una grande opportunità per le nostre imprese, ci aiuteranno a far crescere i Pil dei Paesi europei”.
Ma la diffusione degli scottanti documenti, che provano i pesanti ricatti e le pressioni da parte degli Usa per avere il via libera ai propri interessi su tutto il fronte, non poteva che legittimare chi, all’interno degli apparati dell’Unione Europea, pensa ormai di chiudere tutta la faccenda in un cassetto. I negoziati, che vanno avanti dal 2013, sono di fatto ad un punto morto. Di fronte allo scarso entusiasmo delle rispettive opinioni pubbliche sia i socialisti francesi che i socialdemocratici tedeschi potrebbero ora pensare di cavalcare lo stop al Ttip in nome di una posizione ‘protezionistica’ che potrebbe costituire un buon argomento di campagna elettorale per due partiti in crisi nera.
E anche da parte statunitense, fanno notare in molti, gli ostacoli aumentano. Se Barack Obama, come sembra scontato, non riuscirà a portare a casa il risultato – la firma del Ttip – entro la fine del suo mandato, non è detto che chi lo sostituirà nello Studio Ovale sia così propenso a riprendere i negoziati. Per motivi diversi, a volte opposti, infatti sia il repubblicano ultrà Donald Trump sia il democratico ‘socialista’ Bernie Sanders hanno espresso la propria contrarietà a proseguire la trattativa. La popolarità dell’accordo transatlantico è sempre più in ribasso, e non solo in Europa. Secondo la fondazione tedesca Bertelsmann il consenso sul Ttip sarebbe passato dal 55% al 17% in Germania e dal 53% al 15% negli Stati Uniti, le cui imprese avrebbero in realtà tutto da guadagnarci dalla costituzione di quella che in molti definiscono una ‘Nato economica’.
E’ in questo clima notevolmente sfavorevole che a giugno si terrà il prossimo round di negoziati tra la Commissione Europea e gli inviati di Washington – quello precedente si è chiuso il 29 aprile – mentre sabato prossimo a Roma è prevista una manifestazione nazionale contro il Ttip e lo strapotere delle multinazionali. Lo scatto di reni dei governi europei sembrerebbe dare ragione a chi, da sempre, si oppone ad un trattato che concederebbe ancora più potere alle imprese e alle lobby. Ma non è il caso di abbassare la guardia, dando credito a dichiarazioni come quella rilasciata poche ore fa dal ministro socialista francese Matthias Fekl: “Noi vogliamo difendere le nostre piccole e medie imprese, l’agricoltura, l’ambiente. Non avrebbe alcun senso aver partecipato al COP21 (il vertice mondiale sul clima, ndr) di Parigi a dicembre per poi, pochi mesi dopo, firmare un patto che lo contraddice”.
La verità è che i governi e l’establishment dell’Unione Europea non sono affatto preoccupati per l’ambiente, i diritti dei consumatori e dei lavoratori, bensì dalla possibilità che la firma del Ttip consenta alle multinazionali statunitensi di dilagare in Europa a danno degli interessi e dell’egemonia delle grandi imprese continentali.
Occorrerà tenerne conto adeguatamente, sabato, scendendo in piazza a Roma, consci che se pure Bruxelles metterà fine ai negoziati con una potenza competitrice come sono gli Stati Uniti, l’Unione Europea il suo ‘ttip’ lo sta già costruendo e imponendo all’interno dei propri confini.
Fonte
Già alla fine della scorsa settimana il ministro tedesco dell’economia e numero due del governo di Berlino, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, aveva sentenziato: “Se gli americani resteranno su questa posizione, noi non avremo bisogno di un trattato di libero scambio e il Ttip sarà destinato a fallire”.
Ma poi è arrivata la tegola dei cosiddetti “ttip leaks”, cioè dei documenti resi pubblici dalla sezione olandese di Greenpeace che hanno mostrato nero su bianco quanto molti, nonostante il carattere segreto delle trattative, sospettavano o sapevano. Il trattato, che mira formalmente a istituire una zona di libero scambio tra Usa e Ue, riducendo i dazi doganali per le aziende e approvando nuove leggi che favoriscano il mercato attraverso l’eliminazione delle differenze normative e amministrative, rappresenta un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori, alla protezione dei consumatori e dell’ambiente, alla sopravvivenza di centinaia di migliaia di agricoltori, allevatori e produttori europei.
E – la cosa più importante dal punto di vista dell’establishment dell’Unione Europea – un passepartout a disposizione delle multinazionali statunitensi per invadere i mercati continentali senza freni e senza regole, producendo un danno enorme alle grandi imprese europee che pure nel Ttip vedevano uno strumento per aumentare la loro penetrazione bypassando leggi e regolamenti nazionali. E naturalmente per incrementare i profitti. Secondo uno studio del Center for Economic Policy Research di Londra, infatti, il Trattato permetterebbe un incremento dei ricavi annui di 120 miliardi di dollari per le multinazionali europee e di 95 miliardi per quelle a stelle e strisce. Ma, si accusa da più parti, si tratta di stime gonfiate, e comunque non al passo con l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – del negoziato, che ha visto man mano aumentare le pretese statunitensi.
E così dopo i tedeschi, sono ora i francesi – l’altra gamba del processo di integrazione europeo – ad intervenire sulla questione, in maniera netta, dura. Un vero e proprio stop. «Allo stato attuale del confronto, la Francia dice di no all’intesa. Perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura, della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici» ha tuonato ieri il presidente Francois Hollande. Prima di lui il premier Manuel Valls aveva espresso «inquietudine per l’andamento del negoziato». Lunedì il ministro al Commercio estero Matthias Fekl, figura emergente del partito socialista e titolare del dossier, era stato assai più chiaro: «L’Europa propone molto e riceve molto poco in cambio. Questo non è accettabile. Alla luce dell’atteggiamento attuale degli Stati Uniti, mi sembra che lo stop alle trattative sia l’opzione più probabile». Ma già a metà aprile lo stesso Hollande aveva avvertito che «Se non ci sarà una totale reciprocità, se non ci sarà sufficiente trasparenza, se ci sarà un pericolo per gli agricoltori, se gli europei non avranno libero accesso alle gare pubbliche mentre gli Stati Uniti potranno avere accesso a tutto in Europa, allora non lo accetterò».
In controtendenza invece il governo italiano, che per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sandro Gozi, ha ribadito il ‘Ttip-entusiasmo’ dell’esecutivo Renzi, più sensibile ai richiami e all’influenza di oltreoceano: “Gli accordi sono una grande opportunità per le nostre imprese, ci aiuteranno a far crescere i Pil dei Paesi europei”.
Ma la diffusione degli scottanti documenti, che provano i pesanti ricatti e le pressioni da parte degli Usa per avere il via libera ai propri interessi su tutto il fronte, non poteva che legittimare chi, all’interno degli apparati dell’Unione Europea, pensa ormai di chiudere tutta la faccenda in un cassetto. I negoziati, che vanno avanti dal 2013, sono di fatto ad un punto morto. Di fronte allo scarso entusiasmo delle rispettive opinioni pubbliche sia i socialisti francesi che i socialdemocratici tedeschi potrebbero ora pensare di cavalcare lo stop al Ttip in nome di una posizione ‘protezionistica’ che potrebbe costituire un buon argomento di campagna elettorale per due partiti in crisi nera.
E anche da parte statunitense, fanno notare in molti, gli ostacoli aumentano. Se Barack Obama, come sembra scontato, non riuscirà a portare a casa il risultato – la firma del Ttip – entro la fine del suo mandato, non è detto che chi lo sostituirà nello Studio Ovale sia così propenso a riprendere i negoziati. Per motivi diversi, a volte opposti, infatti sia il repubblicano ultrà Donald Trump sia il democratico ‘socialista’ Bernie Sanders hanno espresso la propria contrarietà a proseguire la trattativa. La popolarità dell’accordo transatlantico è sempre più in ribasso, e non solo in Europa. Secondo la fondazione tedesca Bertelsmann il consenso sul Ttip sarebbe passato dal 55% al 17% in Germania e dal 53% al 15% negli Stati Uniti, le cui imprese avrebbero in realtà tutto da guadagnarci dalla costituzione di quella che in molti definiscono una ‘Nato economica’.
E’ in questo clima notevolmente sfavorevole che a giugno si terrà il prossimo round di negoziati tra la Commissione Europea e gli inviati di Washington – quello precedente si è chiuso il 29 aprile – mentre sabato prossimo a Roma è prevista una manifestazione nazionale contro il Ttip e lo strapotere delle multinazionali. Lo scatto di reni dei governi europei sembrerebbe dare ragione a chi, da sempre, si oppone ad un trattato che concederebbe ancora più potere alle imprese e alle lobby. Ma non è il caso di abbassare la guardia, dando credito a dichiarazioni come quella rilasciata poche ore fa dal ministro socialista francese Matthias Fekl: “Noi vogliamo difendere le nostre piccole e medie imprese, l’agricoltura, l’ambiente. Non avrebbe alcun senso aver partecipato al COP21 (il vertice mondiale sul clima, ndr) di Parigi a dicembre per poi, pochi mesi dopo, firmare un patto che lo contraddice”.
La verità è che i governi e l’establishment dell’Unione Europea non sono affatto preoccupati per l’ambiente, i diritti dei consumatori e dei lavoratori, bensì dalla possibilità che la firma del Ttip consenta alle multinazionali statunitensi di dilagare in Europa a danno degli interessi e dell’egemonia delle grandi imprese continentali.
Occorrerà tenerne conto adeguatamente, sabato, scendendo in piazza a Roma, consci che se pure Bruxelles metterà fine ai negoziati con una potenza competitrice come sono gli Stati Uniti, l’Unione Europea il suo ‘ttip’ lo sta già costruendo e imponendo all’interno dei propri confini.
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