Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2024

Il “Teorema Sanremo” non ha funzionato. Assolto il vigile perseguitato

Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia. Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. L’USB è stato l’unico sindacato a comprendere che cosa fosse davvero successo ai lavoratori e alle lavoratrici. Una sintesi è stata pubblicata su questa rivista in occasione della nomina del direttore generale della Città Metropolitana di Genova.

Il 23 luglio è arrivata finalmente la notizia della sentenza dell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione, grazie alla quale Alberto Muraglia, passato alla storia come il “vigile in mutande” di Sanremo, ha vinto in via definitiva il ricorso contro il licenziamento: il Comune deve versargli, per il momento, 130mila euro. Ma con altri risarcimenti la cifra sarà anche maggiore. Nel febbraio 2024, l’USB Funzioni Locali Liguria ha pubblicato un comunicato dal titolo “Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo””. Alla luce della recente sentenza della cassazione, questo testo, di seguito riportato, è ritornato molto attuale, e vale la pena riportarlo integralmente:
Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo”

Da un po’ di tempo “esperti di codice di comportamento” tengono corsi di formazione nelle pubbliche amministrazioni.

Più che corsi di formazione, però, a volte si tratta di momenti collettivi nei quali il/la docente rivolge velate minacce ai lavoratori e alle lavoratrici degli Enti Locali, con le quali il messaggio di fondo è che i dipendenti pubblici si possono licenziare.

Pagati con soldi pubblici, a volte tali corsi sono tenuti proprio da dipendenti pubblici.

Queste persone possono avere anche ampio spazio sui media mainstream.

Recentemente ad una di queste “formazioni” la relatrice (dipendente pubblica nota in rete) annoverava nella sua aneddotica casi di dipendenti di enti locali licenziati grazie a lei e che, a suo avviso, i lavoratori assolti nel “caso Sanremo” sono “probabilmente” colpevoli, assolti solo a causa di indagini mal condotte. La “formatrice” è entrata quindi nel merito di sentenze emesse dai giudici in diversi processi.

La domanda che sorge spontanea è se un funzionario pubblico nelle vesti istituzionali possa mettere in discussione l’esito di un processo e il lavoro di un tribunale, così come accusare pubblicamente di “probabili” reati persone ormai già proclamate innocenti, senza incorre in una violazione dello stesso Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, oltre che delle più ovvie norme della convivenza civile. Certamente non un bell’esempio.

Il codice di comportamento dovrebbe essere una guida per il dipendente a non commettere reati, e quindi è preventivo e non coercitivo. Il fine non è la punizione, ma mettere in campo ogni strumento per evitare comportamenti errati.

È da osservare, inoltre, come ci si dimentica sistematicamente del fatto che, in caso di licenziamento, per i dipendenti pubblici non è previsto alcun sostegno economico (non c’è la Naspi), ma per la “formatrice” in questione è doveroso licenziare quanto prima per dare l’esempio.

Intanto poi l’eventuale danno da risarcire, pesa sulle tasche dei lavoratori e dei cittadini (vedi Sanremo).

Di recente è arrivata la notizia, con nostra grande soddisfazione, dell’assoluzione definitiva per Alberto, il vigile di Sanremo perseguitato e dileggiato per anni.

A lui e a tutti i lavoratori del Comune di Sanremo dedichiamo un abbraccio collettivo.

Su giornali e nei social media, ora, diverse persone si scusano con Alberto.

USB non deve scusarsi perché da quando siamo entrati al Comune di Sanremo (2017) siamo sempre stati (unici) dalla parte dei lavoratori.

Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia.

Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. Colpire per annichilire e poter cosi privatizzare tutto il possibile e per rendere più deboli i lavoratori, non solo del pubblico impiego, ma di tutto il mondo del lavoro.

Ci hanno raccontato che questi lavoratori sono stati puniti in quanto “furbetti del cartellino”, e infatti tutto il “caso” si sviluppa all’interno della campagna contro i dipendenti pubblici.

Si tratta di una delle peggiori pagine di questa indegna campagna. Un vero e proprio film horror con lavoratori e lavoratrici buttati nel tritacarne.

Storie di uomini e donne spogliati della loro vita, della loro dignità, portati via in manette. Alcuni di loro messi in prigione e agli arresti domiciliari per 85 giorni (Alberto per 87 giorni), molti licenziati e altri che hanno subito provvedimenti disciplinari pesantissimi. Sradicati all’improvviso dalle loro famiglie.

Anche quei pochi colpevoli per davvero di comportamenti sbagliati, e perciò passibili di condanne e licenziamento, trattati come i peggiori assassini pur non avendo ucciso nessuno.

La stragrande maggioranza di loro perseguitata per un caffè, per una sigaretta fumata fuori dal portone.

Ritrovarsi all’improvviso spogliati di ogni briciolo di dignità e di umanità. Avere bisogno di aiuto e non trovare nessuno, avere bisogno di un avvocato e non avere i soldi per pagarlo. Ritrovarsi in un dramma talmente grande che ti soffoca, che non ti permette di ragionare e che ti fa fare scelte che potrebbero costare carissime.

Tutti i lavoratori del Comune di Sanremo sono stati condannati ad un “fine pena mai”.

Chi è rimasto si è trovato a convivere con la paura e la vergogna. Con carichi di lavoro moltiplicati a causa della sospensione di decine di colleghi. Solo grazie a loro il Comune ha continuato a funzionare in quei drammatici mesi.

L’Amministrazione Comunale non provò nemmeno a comprendere quanto stava accadendo. Non ha speso una parola in difesa dei propri dipendenti che da decenni permettevano al Comune di erogare tutti i servizi necessari ai cittadini, nonostante il dissesto finanziario, nonostante i tagli governativi, nonostante un blocco contrattuale più che decennale. Non si è assunta le sue vere responsabilità (se qualche lavoratore si comportava illegalmente i dirigenti dove erano?). Nessuno, in quei giorni, ha speso una parola di solidarietà, di comprensione, di dubbio.

Nemmeno gli altri sindacati spesero una parola.

Ci piacerebbe che fosse punito chi ha sbagliato nel perseguitare i lavoratori del Comune di Sanremo, causando un danno enorme alla collettività.

I lavoratori pubblici non sono fannulloni, non sono furbetti del cartellino. Sono gli unici a difendere lo stato sociale massacrato da tagli e privatizzazioni.

Sempre in prima linea, dovendo subire una dirigenza spesso incapace e amministratori pubblici che pensano solo agli affari loro.

Il problema non era e non è il Codice di Comportamento/Disciplina o le pene per i lavoratori, ma la cattiva organizzazione che vige in tantissime Amministrazioni locali.

È necessario invertire il paradigma: per prima cosa agire sull’organizzazione del lavoro e dopo applicare, nel caso, i “codici di disciplina” (ma a tutti, anche a chi ha accusato ingiustamente). Solo cosi gli enti locali possono tornare ad essere protagonisti della vita sociale del nostro paese.
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20/12/2022

Un’illusione ottica chiamata PNRR

Il PNRR non può essere la panacea di tutti i mali, perché è calato dall’alto e quindi non impatta su benessere e disuguaglianze del paese. Si muove su una linea di governance generalizzata che non riesce a tenere conto delle contraddizioni che agiscono sulla diversità dei territori, sia dal punto di vista delle condizioni socio-demografiche, sia delle peculiarità socioeconomiche.

Non si tratta solo dell’atavica differenza tra Nord e Sud del paese, ma anche della forza con cui gruppi di pressione oligarchici e lobbisti possono influenzare l’erogazione dei finanziamenti e dunque le scelte strategiche.

In senso più generale, se le decisioni vengono dall’alto delle istituzioni politiche, senza il coinvolgimento diretto delle istituzioni locali, dell’associazionismo di base il PNRR diventa niente altro che una pompata di capitali a beneficio di imprenditori privati, favoriti dalle istituzioni politiche.

“Solo la partecipazione attiva dei cittadini permette di raccogliere l’ingente quantità di conoscenza dispersa sui territori – anche attraverso un dibattito acceso, ma informato ed equilibrato – metterla a fattor comune per disegnare politiche efficaci e propriamente democratiche”, scrivono Alessandra Faggian e Gloria Cicerone, rispettivamente direttrice e Ricercatrice del Gssi, Scienze sociali del Gran Sasso Science Istitute (gssi.it), in un importante contributo di analisi sul PNRR pubblicato su Avvenire.

La questione è nelle pari opportunità territoriali, che per altro sono già state gravemente messe in discussione, col rischio di negarne legittimità, dal nuovo governo che spinge per la cosiddetta “autonomia differenziata” con tutte le conseguenze sulla diseguaglianza tra Nord e Sud.

La fretta e l’affanno di raggiungere gli obiettivi fissati dal Recovery and Resilience Plan hanno messo in mora la partecipazione attiva dei cittadini, che in definitiva dovrebbero essere i destinatari finali degli investimenti.

La questione si è invece arrotolata su se stessa, diventando una semplice fattore contabile: ci si è concentrati a essere ammessi ai finanziamenti e non su come, per chi, per cosa e dove investirli. Perché i consigli di fabbrica, i comitati di quartiere, le associazioni della società civile sono stati esclusi dal coinvolgimento nelle decisioni?

Questa prassi verticistica, che considera la democrazia di base come una perdita di tempo, è il vero problema del PNRR. “Correggere la rotta è difficile. Le criticità e le fragilità emerse nella fase di progettazione dei piani possono però fare da monito nella fase d’implementazione, la quale necessita di un monitoraggio costante e continuo delle implicazioni delle misure a livello territoriale e sociale”, sottolinea Faggian “un auspicato processo di miglioramento dell’assetto di governance multilivello, al fine di consentire, nella fase di attuazione, un’adeguata e reale divisione dei compiti tra autorità comunitarie, nazionali, e locali, che possa curvare davvero le politiche ordinarie alle esigenze dei territori.”

Sperare che le somme del PNRR ci salveranno dai morsi del crisi è un’illusione ottica. Una cosa è certa. Disinteressarsi della questione di come verranno utilizzati e per cosa gli investimenti pubblici finanziati dal PNRR può diventare un errore politico.

Al contrario, rivendicare un ruolo nelle decisioni che coinvolgono le comunità e influenzano la coesione sociale, coinvolgendo le forze che organizzano i lavoratori, gli studenti, le donne, gli ambientalisti, le famiglie a basso reddito è un terreno sul quale sarebbe utile misurarsi, per creare la consapevolezza che forme di controllo e contropotere sono giuste e possibili.

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22/07/2020

Lo Stato “mette una pezza” sui buchi di bilancio degli enti locali. Ma urge un cambio di passo

L’emergenza Covid-19 ha aumentato il deficit degli enti locali (Comuni e Province) facendo venire meno gli introiti di imposte come la tassa di soggiorno e la Tari. Per metterci una toppa servirà lo scostamento di bilancio atteso in Consiglio dei ministri per finanziare la manovra estiva, la quale dovrà dedicare un capitolo per coprire i buchi prodotti dal lockdown nei bilanci di Comuni e Province.

Il governo entro luglio dovrebbe ottenere dal Parlamento il via libera al nuovo scostamento di bilancio da circa 20 miliardi per finanziare la manovra finanziaria estiva. Il testo dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri questa settimana, mentre il voto delle Camere è atteso il 29 luglio.

La richiesta di deficit aggiuntivo, è la terza dopo i 20 miliardi del Decreto Cura Italia e i 55 del Decreto Rilancio.

Il confronto tra governo ed enti locali è sui numeri della nota emessa dal Mef per la distribuzione dei 2,5 miliardi residui del Dl 34. La perdita di gettito fiscale dei Comuni viene calcolata intorno ai 5 miliardi.

In questi mesi di lockdown sono venuti meno circa 310 milioni dell’imposta di soggiorno versata dai turisti ai Comuni. Poi ci sono circa 1,1 miliardi evaporati nella Tari (con il suo -11,52% stimato rispetto all’anno scorso).

Ma, al momento, i calcoli non sono definitivi, precisa il Mef, perché i numeri sui risparmi di spesa sono parziali e soprattutto le incognite dell’autunno sono parecchie, in particolare sul turismo e la ripresa di molte attività commerciali in molti centri urbani.

Insomma, lo scostamento di bilancio cercherà di mettere una toppa sui buchi apertisi in molti enti locali. Rimane il problema che già i vincoli del Patto di Stabilità nazionale e di quelli locali in questi anni hanno costretto molti Comuni a tagliare i servizi.

Se non interviene un cambiamento di “filosofia” – e quindi la radicale rimessa in discussione della logica del Patto di Stabilità – lo scostamento di bilancio previsto dal Mef si rivelerà poco più che un palliativo temporale. E intanto molte città, grandi o piccole, da tempo hanno visto precipitare la qualità della vita, i servizi pubblici e il reddito disponibile delle famiglie.

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17/01/2019

L’Unione Europea vuole il potere di veto sulle autonomie locali

Sul piano politico magari hanno problemi di “convergenza”, ma sulle scelte strategiche i tecnocrati di Bruxelles hanno le idee chiare e procedono in automatico. L’ultima novità europea, nel quadro della famigerata Direttiva Bolkestein, riguarda una sorta di diritto di veto della Commissione Europea sulle decisioni di Comuni, aree metropolitane e Province sui servizi politici locali. Lo rende nota la rete Attac in una lettera aperta che riproduciamo qui di seguito.

Con un accordo in fase di trattativa sulla revisione di parte della direttiva Bolkestein, l’UE potrebbe ridurre ulteriormente il potere delle Autonomie Locali e più in generale delle collettività territoriali, di assumere decisioni realmente “progressiste”. In effetti i Comuni, Province ecc. prima di prendere ogni nuova decisione sui servizi quali acqua, energia, rifiuti, edilizia popolare, pianificazione territoriale e urbanistica, ne dovrebbero dare comunicazione – con un anticipo di tre mesi – alla Commissione Europea per approvazione.

Con questa lettera aperta, le organizzazioni e i Comuni firmatari fanno appello alle istituzioni europee e ai governi dei paesi membri affinché respingano tale procedura.

*****

“Noi, rappresentanti di città europee, di organizzazioni della società civile e di sindacati, esprimiamo profonda preoccupazione circa il progetto di Procedura di Notifica sui Servizi. Essa prevede che, invece di informare semplicemente la Commissione come è finora avvenuto, le nuove norme e decisioni locali sui servizi debbano essere notificate in precedenza alla Commissione e soggette alla sua preventiva approvazione. Ciò rappresenta una limitazione a politiche progressiste, specie a livello locale.

Come evidenza una Risoluzione del settembre 2018 del Consiglio comunale di Amsterdam, la Procedura di Notifica proposta, produrrà inutili lungaggini e “comporterà grave pregiudizio all’autonomia delle collettività locali, una minaccia alla stessa democrazia locale.”

Creerebbe grossi ostacoli alle politiche municipali progressiste, come quelle miranti a contenere l’aumento del costo della casa. È una proposta sproporzionata e in contrasto con il principio di sussidiarietà, e con lo stesso obbligo da parte della UE – contenuto nel Trattato di Lisbona – di rispettare l’autonomia delle amministrazioni regionali e locali.

Le città hanno un ruolo determinante nel far fronte ai problemi sociali e ambientali dell’Europa, e per far vivere una democrazia basata sull’impegno attivo dei cittadini.

Il Progetto di Procedura di Notifica sui Servizi restringerebbe lo spazio democratico delle nostre città ed è quindi del tutto inaccettabile”.

Firma direttamente qui:

https://www.cognitoforms.com/ODG2/StopTheEUsServicesNotificationProcedureMunicipalismNeedsDemocraticSpaceToProtectTheInterestsOfCitizens

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03/04/2018

La mannaia del debito sulle amministrazioni locali

I materiali che presentiamo sono spunti di discussione ed alcuni elementi programmatici sulla questione “debito” che come attivisti della Piattaforma Sociale EUROSTOP socializziamo all’attenzione dei compagni, delle associazioni indipendenti e di quanti sono interessati ad una mobilitazione contro l’uso antisociale del dispositivo del “debito”.

I ragionamenti che avanziamo sono dei “semilavorati” e non hanno nessuna pretesa di organicità verso una tematica che attiene non solo alle dinamiche locali amministrative ma all’intera catena di questo processo materiale che strangola comunità, popoli e paesi e che ha assunto, da tempo, una dimensione a scala globale internazionale.

Questo Dossier – curato dai compagni di Napoli del nodo EUROSTOP Campania – è soprattutto un contributo alle mobilitazioni in calendario in città: dall’assemblea delle “reti sociali di movimento” prevista per sabato 7 aprile a Piazza San Domenico al meeting in Piazza Municipio, organizzato dall’Amministrazione Comunale, per il prossimo sabato 14 aprile.

Due diversi appuntamenti indetti che si interrogheranno sulla mannaia del “debito” e su come costruire uno schieramento politico, sociale e sindacale all’altezza della sfida lanciata dai poteri forti, dai governi nazionali e dall’Unione Europea.

Qui l’opuscolo completo: opuscolo debito fine

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01/10/2017

I referendum in Lombardia e Veneto. Le regioni andrebbero abolite

Il 22 ottobre in Lombardia e Veneto si terranno due referendum promossi dai presidenti (pardon, governatori) leghisti Maroni e Zaia al fine di avere l’avallo per chiedere al Governo e al Parlamento una maggiore autonomia. E già qui si vede che si tratta di referendum farlocchi: una tale richiesta Maroni e Zaia potrebbero tranquillamente farla già da oggi, quindi quello che si vuole è un plebiscito, pura propaganda.

A questi referendum si affiancano le mozioni presentate nelle regioni del sud dall’ormai ineffabile M5S per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Così. Di colpo. Senza nessun preliminare ragionamento sulla complessità del processo unitario e dei suoi effetti, sulla natura di classe dell’unificazione. Aria di elezioni, insomma.

Si tratta sì delle ennesime armi di distrazioni di massa. Ma, in realtà, creano confusione e, per questo, sono cose importanti e pericolose. Sono importanti per la prospettiva del paese e delle classi popolari che lo abitano. Sono pericolose perché coincidono con gli interessi dell’imperialismo statunitense e di quello tedesco (per ora – e ancora per poco? – subordinato al primo, ma per noi non meno letale).

L’Italia vive da tempo una situazione di stallo. Più o meno dall’entrata nell’Unione Europea e dalla firma del trattato di Maastricht: 7 gennaio ’92. Come si vede il periodo coincide con il sorgere della cosiddetta seconda repubblica e degli equivoci ideologici che l’hanno generata ed accompagnata.

Ma tale confusione è entrata in una nuova fase. Da una parte avremo l’implementazione dell’Unione a “due velocità”, che accentuerà il baricentro nordico e la germanizzazione dell’Europa (e il recente risultato elettorale tedesco non interromperà il processo, ma lo renderà per noi più pesante). E tutto ciò con l’aiuto contraddittorio della Francia. È dall’avvio dell’Unione che abbiamo sempre dovuto subire gli intrighi, le volontà e l’estorsione del gatto e della volpe, ed ogni idea nostrana di giocare l’uno contro l’altra si è mostrata finora campata per aria: e non soltanto perché non c’è un Cavour. Sempre più il popolo italiano ha tutto da perdere dall’Unione. I paesi mediterranei diventeranno via via più periferici, e così quelli dell’est, che inoltre accentueranno la loro subalternità agli Usa.

Per l’altro verso, l’elezione di Trump e lo scontro in atto negli Usa, hanno reso più blanda la presa statunitense e accentuato i mutamenti e le tendenze multipolari: la Germania sa benissimo che prima o poi dovrà scegliere di percorrere di nuovo la via della politica di potenza, anche se farà di tutto per realizzarla attraverso l’Unione. Infine, terzo e quarto attore, la Russia si presenta come argine militare alle pericolosissime iniziative occidentali e la Cina come alternativa economica (“via della seta”) al deflazionismo (classista) dell’Unione europea: ed entrambi come vasti mercati per le imprese italiane e come soggetti di un ordine finanziario alternativo.

Questa situazione in sé sarebbe positiva, se soltanto si fosse in grado di sfruttarla. Essa infatti amplia gli spazi per costruire una posizione non subalterna agli uni ed agli altri (un ruolo centrale dei paesi mediterranei, o meglio ancora di una confederazione europea radicalmente modificata). Ma a tal fine dovremmo saper riconquistare un po’ di dignità e di indipendenza. In questo contesto, infatti, potremmo meglio sviluppare gli interessi nazionali (cosa a cui abbiamo fatto cenno in un recente articolo: viva la Catalogna abbasso l’Italia) e dall’altra potremmo lavorare meglio per un mondo multipolare, che è l’assetto migliore per tutti i paesi medio-piccoli e per ostacolare l’assoluta mobilità del capitale, causa prima del pluridecennale arretramento dei lavoratori.

Al contrario, se continua questo confusionismo, col nord leghista che vuole diventare il sud della Baviera, col sud che si accontenta di diventare definitivamente la piattaforma USA nel Mediterraneo, il paese rischia la disgregazione, ed ogni sua parte va incontro ed altri secoli di sudditanza.

Ovviamente queste grandi questioni si mischiano alle miserie interne ai partiti. Maroni e Zaia si muovono contro l’ipotesi nazionale di Salvini. Il PD vota Sì ai referendum al nord ed aderisce alle mozioni dei M5S al sud, da un lato mostrando di essere diventato un partito colabrodo, e dall’altro intestardendosi coerentemente con il federalismo: quello fiscale fu un frutto loro. A questo proposito, non tutti sanno che le richieste per le modifiche della “Bassanini” inserite nel recente referendum sulle modifiche Costituzionali erano state avanzate dalle Regioni stesse perché fonti di caos.

Nemmeno il M5S scherza. Al nord stanno col Sì perché si vota con i computer: uno sballo on-line! Al sud propongono una mozione che apre una questione sull’unificazione dell’Italia (cosa, come abbiamo detto, certamente controversa) scegliendo come data della giornata della memoria quella della fine del regno borbonico: un atto reazionario o di estrema stupidità. Perché non scegliere il giorno del massacro di Bronte, sanguinosa espressione del carattere classista dell’unificazione? In questo caso il messaggio storico-politico sarebbe stato chiaro. Forse troppo chiaro. Perché non celebrare il giorno in cui fu ucciso Pisacane, che al cambiamento sociale credeva davvero, e che fu massacrato da contadini istigati dai Borboni e dagli agrari (gli altri decisivi agenti – questi ultimi – di una unificazione che non fu voluta solo dai “piemontesi”)? È su queste questioni che l’Unità d’Italia al sud ha preso la piega gattopardesca che ha dato i risultati che ha dato.

Come si vede, non c’è nessun contenuto classista,progrsessita, democratico in nessuna delle due posizioni.

In ogni caso, mettere di fatto in discussione l’Unità d’Italia, frammentarla, esporla alle incursioni di interessi stranieri è da criminali. Così come lo è stata l’entrata nell’Unione e nell’euro. Ciò non può che accentuare l’autorazzismo degli italiani sempre pronti a denigrarsi: un popolo che dimentica la propria storia (e la sua complessità) non va data nessuna parte.

Ma a questo quadro generale si deve aggiungere un altro tema.

I referendum chiedono più autonomia regionale. Il fatto è che, (a parte l’uso politico che PCI e PSI ne fecero all’epoca, usando con qualche successo le Regioni da loro governate come contraltare al governo centrale democristiano) queste istituzioni sono un fallimento. Costano davvero una barca di soldi. L’unico loro ruolo è distribuire i denari della sanità, dell’assistenza e dei trasporti (80/90% del bilancio) e, nel farlo, contribuiscono non poco ad acuire le già pesanti differenze trai servizi sociali nelle diverse zone del paese. Rendono volutamente complicato il processo decisionale. Legano strettamente i partiti ed i loro uomini ai diversi gruppi di interesse. Sono composte da territori storicamente eterogenei. Non sono sentite come istituzioni veramente interessanti a livello elettorale: le votazioni importanti sono quelle nazionali e quelle locali.

Se da una parte, dunque, va fatto fallire il referendum-plebiscito chiesto da Maroni e Zaia, dall’altra bisognerebbe proporre un modello istituzionale alternativo adeguato ai tempi. Questo non può che essere uno Stato centrale autorevole ed efficace all’interno, con una politica adeguata, forte e cooperativa all’esterno. Uno Stato che sappia trasferire parte dei poteri e delle risorse delle Regioni a livello locale: Comuni e Province. E abolire le Regioni. Allo Stato quello che è dello Stato. Agli enti locali quello che è meglio che gestiscano loro.

Serve un nuovo Stato per un nuovo e diverso interesse nazionale. In fondo è qualcosa di simile a ciò che ha proposto Melénchon con France insoumise.

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01/12/2016

Per devastare i territori #bastaunsì

In caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale verrà sottratta alle autonomia locali la possibilità di decidere sugli impianti inquinanti.

L’avvocato Roberto Lamma ci spiega come i cittadini diverrebbero succubi delle decisioni centrali e come le autonomie locali non avrebbero più nessun possibilità per difenderli.

Dove fare un inceneritore o un discarica verrebbe deciso dal governo centrale senza più interlocutori.


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07/06/2016

Non votate quelli del Sì alla Costituzione di Renzi, futuri impiegati della Troika

Nel confronto sulla controriforma della Costituzione voluta da Renzi si discute soprattutto di Senato ed elezioni e si dimenticano altri cambiamenti, forse ancora più gravi.

Uno di questi riguarda l’articolo 119, che finora garantiva formalmente agli enti locali l’autonomia di spesa. Ora il nuovo testo recita così:
”I Comuni, le Citta’ metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea..”
Dunque per i Comuni e le Regioni diventa obbligo costituzionale rispettare il Fiscal compact, i patti di stabilità, le direttive della Troika e qualsiasi altra follia salti in mente ai banchieri burocrati della Unione Europea. Con questo articolo l’autonomia di Comuni e Regioni non esiste più in nessun ambito di spesa e il compito principale di chi sarà eletto a dirigere quelle istituzioni sarà di tagliare le spese sociali e privatizzare il privatizzabile.

Se c’è un articolo della controriforma che pare scritto direttamente dalla Banca JpMorgan è proprio questo. Ricordiamo infatti che nel suo documento del 2013 contro le costituzioni antifasciste vigenti in Europa, quella banca indicava il potere degli enti locali tra gli ostacoli da battere per realizzare in pieno l’austerità liberista.

Ora con la controriforma di Renzi i sindaci non dovrebbero fare altro che obbedire alle direttive dall’alto che impongono la distruzione dei servizi e dei diritti sociali.

In attesa di votare NO a ottobre alla controriforma, ora ci vuole un altro NO verso quei candidati a sindaco che quella controriforma oggi sostengono. Non ha senso eleggere in un incarico democratico chi ambisce a fare l’impiegato della Troika.

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29/05/2016

Uragano Madia sui bilanci comunali

Con i nuovi decreti, i Comuni sono braccati e costretti a privatizzare, dovendo giustificare perché non affidano al privato i servizi essenziali.


Tra le ultime settimane del 2015 e le prime del 2016 gli enti locali sono stati investiti dal combinato di nuove norme, derivanti dai decreti attuativi Madia e dalle nuove leggi sul bilancio comunale, che sono destinate ad incidere sulla vita economica dei territori. Dunque, di riflesso, sulla vita sociale. Si tratta quindi di entrare nella logica di questo combinato di norme. Spesso infatti si insiste molto, quando si parla di questi temi, sulla citazione della lettera della legge in sé, invece che sulla logica che la muove. Oppure si prende per buono il marketing delle leggi – che le vuole innovative, eque e socialmente progressiste – o, per analizzarle, si importa acriticamente il linguaggio del mondo delle professioni. Come se un linguaggio tecnico fosse, di per sé, non solo neutro ma anche infallibile. Allo stesso tempo si fa spesso l’errore di pensare una legge come qualcosa in grado di incidere in modo coerente sul piano sul quale legifera, di plasmarlo secondo la propria volontà. Non è così, basta ricordarselo per capire dove portano davvero certe leggi. Analizziamo quindi sinteticamente cosa accade, con il testo unico Madia e le nuove leggi sul bilancio comunale, alle partecipate e alle amministrazioni locali.

Panorama

Con gli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, molte essenziali funzioni pubbliche di servizio e di assistenza sono passate dallo stato centrale agli enti locali regionali e territoriali. Lo sviluppo di un sistema di tassazione locale, nello stesso periodo, è stato funzionale proprio a questo passaggio. Come è naturale in questi casi attorno alla crescita, mai organica o coerente, di queste funzioni, si è sviluppata un’economia (di servizi, di fornitori, di consulenze, di vere e proprie esternalizzazioni, di offerta di prodotti finanziari). Funzionalità e disfunzionalità di questi processi erano regolate da una precisa dinamica: quella di una economia locale governata da fondi pubblici e da quelli privati che gli ruotavano attorno. Servizi comunali, rete di istituzioni locali, aziende partecipate, rappresentavano la struttura politico-amministrativa di questo genere di economia. Il modello è entrato in crisi per due fattori: il primo, all’inizio strisciante poi dirompente, è quello della finanziarizzazione dell’economia. Per cui la guida dell’economia, deve passare dalla finanza pubblica a quella privata. Finanza che si crea un ruolo proprio nel declino degli interventi pubblici. Per cui gli enti locali diventano sempre più un’opportunità di privatizzazione e sempre meno questione di servizi da erogare. Il secondo è dovuto alla crisi del 2008 che impone ancora oggi, a livello continentale, di usare i fondi pubblici per stabilizzare le banche togliendo risorse alle istituzioni. E, nel 2011, direttamente nella lettera dei banchieri centrali al governo italiano, sono proprio gli enti locali ad essere indicati come i soggetti da privatizzare. Non è un caso che esca, in quel periodo, il patto di stabilità come definito dalla legge 118/2011, quello che blocca investimenti e spese dei Comuni. Lo scorso anno il sindaco (Pd) di Lido di Camaiore, dalle colonne del Tirreno indicava il corpo di leggi e norme del patto di stabilità come un qualcosa che impediva la funzione fondamentale assegnata ai Comuni dalla Costituzione: indirizzare lo sviluppo dell’economia locale. Senza risorse, in effetti, impossibile dargli torto.

L’economia di gruppo del pubblico e del privato: la logica delle trasformazioni
I decreti Madia, che riguardano la riforma dell’amministrazione nel suo complesso, e le nuove disposizioni sul bilancio (la legge 125 del 2015 ma anche le disposizioni contenute nella legge di stabilità e nel milleproroghe) non sono materia che va intesa come pura misura contabile. Ma come misure che intervengono su una logica che si è consolidata negli anni: espellere l’intervento pubblico nell’economia locale, anche attraverso l’economia generata dall’erogazione dei servizi, quindi contrarre i bilanci. Generando quello che lo stesso Fmi chiamerebbe moltiplicatore fiscale negativo: ovvero una diminuzione del Pil locale maggiore delle risorse economiche “liberate” dai tagli. Ma a quale tipo di economia guardano i decreti Madia e le nuove norme sul bilancio? All’economia di gruppo del pubblico e del privato. Per l’economia di gruppo, già guardando allo storico testo Economia dei gruppi e bilancio consolidato (Marchi-Zavani, Giappichelli, 1998) si capisce la logica che si vuol favorire: l’implementazione del bilancio consolidato, già sperimentale negli anni scorsi, di una amministrazione comunale come gruppo (Comune più partecipate, per capirsi). In modo da tagliare risorse, personale, investimenti nella sinergia delle componenti di tale gruppo. E più si taglia (innumerevoli sono le storie di tagli negli accorpamenti da economia di gruppo), più si deprime l’economia locale. Favorendo però un altro tipo di economia di gruppo: quella privata. Il testo unico Madia sui servizi pubblici, approvato il 26 febbraio, è infatti meno “privatizzante” della bozza entrata nel Consiglio dei Ministri il 20 gennaio ma introduce un principio molto importante. Quello che vuole che il Comune che intenda affidare servizi in house o ad azienda speciale, debba giustificare il mancato ricorso al privato. In poche parole siamo al rovesciamento, e al peggioramento della già privatizzante logica della sussidiarietà: là dove si voleva che il privato intervenisse dove il pubblico non disponeva di risorse, oggi il pubblico deve dimostrare di fare il privato meglio del privato. Altrimenti il servizio deve essere affidato al privato. E il privato in grado di fornire servizi a prezzi concorrenziali è quello pienamente inserito nell’economia dei gruppi: si pensi alle multiutility. Si capisce quindi cosa avviene promuovendo un’economia dei gruppi sui territori: si deprime doppiamente l’economia territoriale, con il pubblico che fa gruppo per risparmiare, con il privato che entra nell’economia delle partecipate con la logica, tipica dell’economia dei gruppi privati, dell’economia di scala che può permettersi il massimo ribasso.

Nuove leggi sul bilancio nella vita dei Comuni e testo unico Madia

A questo punto diventa comprensibile la logica economica delle nuove regole per il bilancio delle amministrazioni comunali, quello definito dall’ultima legge di stabilità. Non a caso il bilancio 2016-2018 è un bilancio consolidato di gruppo e non della semplice amministrazione comunale. In alcuni Comuni, tra cui Livorno, lo era già, in termini sperimentali, da qualche anno. Ma oggi, a differenza del passato, il bilancio di gruppo non è una fotografia di quello che accade ma un documento che vincola l’intero gruppo al pareggio di bilancio complessivo entro il 2018. Le partecipate quindi devono contribuire all’obiettivo di pareggio di bilancio entro quel periodo. A quel punto possono entrare in gioco le leggi Madia: un Comune “inefficiente”, non in grado di fare meglio del privato dovrà alienare alcuni servizi. E così il cerchio si chiude: le nuove leggi di bilancio forzano, quanto possibile, il pareggio di gruppo, il testo unico favorisce le alienazioni dei servizi “inefficienti”. Per i Comuni gli anni difficili saranno dal 2017 in poi visto che, per quest’anno, è previsto l’allentamento del patto di stabilità. Ma già da quest’anno ci sono difficoltà: ci sono già nel 2016 restrizioni alla spesa corrente (stima Legautonomie Toscana), c’è il minor trasferimento di risorse dello Stato centrale, e il limite del 25 per cento alla reintegrazione degli organici pone difficoltà serie di funzionamento agli uffici in servizi sempre più complessi. Senza contare che l’autonomia impositiva dei Comuni viene azzerata. Per cui diviene impossibile prelevare ai più ricchi per redistribuire con una politica di tassazione locale. In questo modo il bilancio di gruppo dei Comuni deve essere per forza restrittivo, come accade nei magazzini dei bus quando l’economia di “gruppo” significa prendere pezzi da un autobus, cannibalizzarlo e fare funzionare i rimanenti. Mentre il privato che ha l’economia di scala a proprio favore, grazie alla finanziarizzazione dell’economia stessa, può intercettare tutti i servizi che ritiene profittevoli. Mentre il Pil locale si deprime. Visto che la contrazione del pubblico sgonfia l’economia locale, mentre il privato che arriva nutre l’economia privata di scala, non quella territoriale. Madia e bilancio sono quindi strumenti tecnici di queste dinamiche. Il resto è per i retori dell’efficienza, della legalità e della “lotta agli sprechi”. Quella che non ammetterà mai la verità: lo spreco, in queste leggi, siamo noi e i servizi ai quali abbiamo diritto.

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13/05/2016

I Ministri europei cercano di sbloccare il TTIP contro il volere degli Enti locali

Mentre il Consiglio dell’Unione europea discute di commercio internazionale, decine di Città e Regioni in tutto il continente si oppongono all’approvazione del CETA e ai negoziati per il TTIP.

Oggi, durante il Consiglio dell’Unione europea, i Ministri degli Esteri degli Stati membri discuteranno anche di commercio internazionale. Gli accordi di libero scambio come CETA e TTIP verranno sottoposti ad esame con l’obiettivo di sottoscrivere il primo entro ottobre e sbloccare i negoziati del secondo, ancora in alto mare. L’opposizione dei cittadini europei ha rallentato il processo, convincendo molte amministrazioni locali di tutto il continente ad esprimere la propria contrarietà. Ben 40 sindaci hanno sottoscritto, dopo un summit tenutosi in data 21-22 aprile, la Dichiarazione di Barcellona.

In essa denunciano gli impatti degli accordi bilaterali come il TTIP sui poteri amministrativi esercitati a livello locale, mettendo in pericolo la salute fisica e democratica dei cittadini europei. Gerardo Pisarello, il Primo Vice Sindaco del Consiglio della Città di Barcellona, ha assicurato che «non daremo l’assenso ad alcun accordo che non tenga conto delle città».

Tutte le Città e Regioni europee possono aderire a questa dichiarazione, che sarà presentata alle istituzioni europee, ai governi nazionali e alle opportune organizzazioni. In Italia sono oltre 70 le amministrazioni locali che hanno approvato la mozione Stop TTIP, lo strumento messo a disposizione dalla Campagna Stop TTIP Italia per creare una rete di Comuni e Regioni contrarie all’accordo USA-Ue. I cittadini possono sollecitare i loro rappresentanti eletti a schierarsi contro il TTIP tramite la raccolta di firme on line che ha raggiunto le 12 mila adesioni.

«Alcuni rappresentanti degli Enti locali hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 7 maggio, quando 30 mila persone sono scese in piazza a Roma per chiedere al governo Renzi di opporsi ad un trattato che non tutela l’interesse pubblico – dichiara Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Eppure, oggi il nostro esecutivo partecipa al Consiglio dell’Unione europea con l’intento di arrivare alla ratifica del CETA e alla fluidificazione dei negoziati per il TTIP. Invitiamo cittadini e amministratori locali a proseguire le azioni di pressione sulle istituzioni nazionali e comunitarie».

Per formalizzare le adesioni, gli Enti locali possono spedire una e-mail all’indirizzo stopttipitalia@gmail.com con oggetto: “Adesione alla Dichiarazione di Barcellona”.

Barcellona si è dichiarata città libera dal TTIP approvando una dichiarazione istituzionale nel settembre 2015, che è stata spinta e supportata da oltre 90 associazioni e campagne di cittadini che costituiscono parte della piattaforma Catalunya No al TTIP.

Campagna STOP TTIP

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03/11/2015

Una manovra da schifo, secondo Regioni e Corte dei Conti

Non è facile, andando a memoria, trovare una “legge di stabilità” (la ex “finanziaria”) con così tanti critici. Non che siano mai andate lisce, ma insomma l'elenco è davvero molto lungo, stavolta.

Mettiamo subito una cosa in chiaro: le nostre critiche non hanno molte parentele con quelle espresse da vari soggetti istituzionali, perché noi guardiamo a criteri come la giustizia sociale (da questo punto di vista la legge in discussione con la Troika è un'azione di killeraggio contro lavoratori, pensionati e fruitori dei servizi pubblici).

Ma anche tra quanti condividono l'obiettivo dichiarato – ridurre il debito pubblico e stimolare la crescita economica – non se ne trovano che condividano anche l'impianto. Sotto accusa è insomma la sua “efficacia” rispetto agli obiettivi. Oppure, nel caso degli enti locali residui (comuni e regioni), il suo far cassa a scapito della loro sopravvivenza.

Questi ultimi si erano già fatti sentire nei giorni scorsi tramite il presidente della Conferenza Stato-Regioni, il renziano Chiamparino, presidente anche della regione Piemonte, che aveva sinteticamente riassunto così: “e allora la sanità se la gestiscano a livello centrale”. A costituzione vigente, infatti, è affidata alle regioni; ma se “il centro” taglia i fondi con una mano e con l'altra blocca la possibilità di trovare risorse compensative con il solito aumento delle tasse locali, allora non ci sono più soluzioni. “Chiederemo un tavolo per affrontare il taglio da 2,2 miliardi solo per le Regioni a statuto ordinario”. Ma “il problema è sul pluriennale, perché i tagli dal 2017 al 2019 configurano una situazione che nei fatti mette a rischio la sopravvivenza del Sistema Regioni“.

Più in dettaglio: "Se non cambiano questi dati vorrà dire che sui farmaci innovativi ci sarà qualcuno a cui bisognerà dire di no. Potremmo poter arrivare a un livello tale che, ad esempio, la centesima persona che arriva e ha bisogno di un farmaco salvavita si sente dire di no perché le Regioni non hanno i soldi per acquistarlo"

La sortita, peraltro con toni estremamente moderati, pare abbia fatto saltare i nervi al guitto di Pontassieve, che ha immediatamente convocato i presidenti regionali per dar loro una memorabile strigliata. "Adesso con le Regioni ci divertiamo, ma sul serio", sembra abbia promesso al suo cerchio magico.

Il suo schema di “comunicazione”, infatti, è fondato sul taglio delle tasse. Dunque, pur sapendo benissimo di aver fatto il furbo eliminando la Tasi per quasi tutti, e quindi di star creando un buco colossale nelle finanze locali, in ogni caso non ci deve essere compensazione; altrimenti tutti possono dire che il governo taglia le tasse con una mano e le aumenta con l'altra (a livello locale).

Vedremo come andrà la partita, che dovrebbe aver luogo domani. Più interessante è la critica “giudiziaria”, per così dire, avanzata dai magistrati della Corte dei Conti, in audizione davanti al Senato. Altro potere sgraditissimo a palazzo Chigi, visto quel che la Corte ha scritto sui quattro anni di Renzi come sindaco: "Inosservanza dei principi contabili di attendibilità, veridicità e integrità del bilancio, anche violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità". Insomma: carte false o poco più.

Il presidente della Corte, Raffaele Squitieri, ha comunque sottolineato con molte riserve il fatto che il governo usa il massimo della flessibilità consentita dalla Troika (Bce, Ue, Fmi), «riducendo esplicitamente i margini di protezione dei conti pubblici». Ma non può evitare di segnalare che in questo modo il governo «lascia sullo sfondo nodi irrisolti (clausole, contratti pubblici, pensioni) e questioni importanti quali il definitivo riassetto del sistema di finanziamento delle autonomie territoriali». E ignorare “i nodi” non sembra un gran modo di governare, anche – bisogna ammettere – in perfetta continuità con i peggiori esempi della storia recente (Andreotti, Craxi, Berlusconi, ecc).

Ma un magistrato contabile deve segnalare con la penna rossa i numerosissimi provvedimenti “una tantum”, dal gettito incerto nell'immediato e irripetibile nel futuro (o, perlomeno, non si può dire oggi che si farà lo stesso trucco tra due o tre anni): la manovra insomma «sconta il carattere temporaneo di alcune coperture e il permanere di clausole di salvaguardia rinviate al futuro».

E nel vicinissimo futuro ci sono le tagliole già pronte a scattare, ossia le clausole di salvaguardia – come l'aumento automatico dell'Iva, fino al 25,5% – se i conti si riveleranno da qui a pochi mesi completamente sballati e “ottimistici”.

Per impedire che scattino, insomma, occorrerebbe individuare «consistenti tagli di bilancio o aumenti di entrate sia pur resi meno onerosi dai benefici di una maggiore crescita». Ma non ce n'è traccia, perché “maggiori entrate” significa più tasse, e dunque...

Critiche più tecniche anche sul regime delle aliquote Iva (di fatto congelato, non riformato), a conferma che questo governo gioca con le chiacchiere e sui rinvii delle questioni più complicate.

Ma l'attacco definitivo avviene sulla logica complessiva della manovra, che sembra prescindere «dal quadro di incertezza che caratterizza l'economia internazionale», «destinato a riverberarsi su un'economia italiana la cui ripresa, dopo una lunga fase recessiva, è per ora basata su dati incoraggianti ma non univoci». Uno dei principali mercati di sbocco, infatti, restano i paesi “emergenti”, che stanno attraversando un momento molto difficile e potrebbe andare in grave crisi se, o quando, la Federal Reserve Usa darà il via effettivo al rialzo dei tassi di interesse.

Non vi sembra curioso un governo che vuole “far ripartire l'Italia” nel consesso mondiale, finga di ignorare quel che sta scritto su ogni quotidiano, anche non specializzato?

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15/10/2015

Il Premier e le «promesse» da 27 miliardi per la manovra

Renzi deve inviare entro giovedì la Legge di Stabilità a Bruxelles. Il premier deve trovare 27 miliardi per abolire la Tasi e per non far scattare le clausole di salvaguardia nel 2016. Vediamo nel merito.

Il gettito Tasi nel 2014 è stato di 4,6 miliardi. Il taglio di tale imposta ha senso solo se i Comuni non mettono nuove tasse e mantengono invariati i servizi che erogano grazie alle entrate della Tasi. Possibile? Solo se il Governo stacca un assegno ad ogni comune pari al suo gettito della Tasi. E Renzi dove trova i soldi? Ha due possibilità: tagliare altre spese (per esempio sanità e scuola) oppure indebitarsi. In tale caso il rapporto Deficit/Pil aumenterà quasi dello 0,3% (4,8 miliardi vale lo 0,3% del Pil) e rischieremo di violare il Fiscal Compact, l'accordo intergovernativo che il Governo Monti sottoscrisse nel 2012 irrigidendo ulteriormente le regole del Patto di Stabilità. La Commissione Europea ci ha subito ammonito. Il Commissario Europeo Moscovici (a Lucia Annunziata nella trasmissione “In 1/2 Ora” su Rai 3) ha ricordato che «se il Governo italiano decide di fare riduzioni fiscali» deve anche «ridurre le spese economiche corrispondenti».

Taglio tasi, versare ai comuni 4,6 miliardi - L'annuncio di Renzi è abile perché prospetta ai contribuenti un risparmio immediato. La Uil, diretta da Carmelo Barbagallo, ha ipotizzato l'abolizione della Tasi e ha prodotto una preziosa simulazione (sulla base del gettito Tasi 2014) sui risparmi medi per famiglia nelle 106 città capoluogo delle ex Provincie. Nel 2014 i comuni hanno avuto dalla Tasi un gettito di 3,8 miliardi per la prima casa, 800 milioni per gli altri immobili. L’abolizione della Tasi sulla prima casa interesserebbe 25,7 milioni di proprietari: significherebbe un risparmio medio di 180 euro annui; nelle città capoluogo di provincia sarebbe di 230 euro. Secondo il Servizio politiche territoriali della Uil (coordinato dal segretario confederale Guglielmo Loy), in valori assoluti il risparmio maggiore sarebbe a Torino, mediamente 403 euro a famiglia; a Roma il risparmio medio sarebbe di 391 euro; a Siena di 356 euro; a Firenze di 346 euro; a Genova di 345 euro; a Bari di 338 euro; a Bologna di 331 euro; a Foggia di 326 euro; a Como di 321 euro; a Napoli e Ancona di 318 euro, e, a Milano di 300 euro.
Abbiamo citato le città dove il risparmio medio sarebbe maggiore. Vediamo ora le 10 città dove il risparmio medio sarebbe minore. Ad Asti il risparmio sarebbe mediamente di soli 19 euro; ad Ascoli Piceno l'importo salirebbe a 46 euro; 51 euro a Crotone; 57 euro a Catanzaro; 60 euro a Cesena; 64 euro a Treviso; 65 euro a Potenza; 79 euro a Matera; 82 euro a Cosenza e 88 euro a Nuoro.
Ma se Renzi taglia la Tasi, quanto dovrebbe versare nelle casse dei singoli comuni? L’assegno per Roma dovrebbe ammontare a 524 milioni di euro; per Milano 205 milioni; per Torino 114 milioni; per Genova 73 milioni; per Napoli 63 milioni; per Bologna 48 milioni; per Firenze 41 milioni; per Bari 40 milioni; per Venezia 33 milioni; per Cagliari 20 milioni; per Palermo 16 milioni e per Reggio Calabria 8,6 milioni. Ma non è finita qui.

22 miliardi per evitare clausola salvaguardia - Renzi deve trovare altri 22 miliardi per mantenere le sue promesse: 1,5 miliardi per estendere al 2016 la decontribuzione totale a beneficio delle aziende che assumono a tempo indeterminato; 2,1 miliardi per permettere la reindicizzazione delle pensioni e il rinnovo dei contratti dei lavoratori del pubblico impiego (lo chiedono le ultime sentenze della Corte Costituzionale); 18,8 miliardi di euro necessari per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare nel 2016 gli aumenti delle accise sui carburanti, l’incremento degli acconti Irpef e Ires, e, l'aumento dell’Iva. L'Ufficio Studi della Cgia di Mestre ha fatto precisamente i calcoli. Una prima clausola di salvaguardia sarebbe scaduta il 30 settembre ed è stata introdotta qualche mese fa poiché la Ue non ha autorizzato l’estensione del “Reverse charge” alla grande distribuzione (misura prevista con la legge di Stabilità 2015). Una seconda clausola (la cui prima scadenza era il 30 settembre) fu introdotta dal Governo Letta ad agosto 2013 con il DL 102/2013. L'allora presidente Letta, quando confermò l’abolizione della prima rata dell’Imu del 2013, ricorse al gettito incassato dalla sanatoria accordata ai concessionari dei giochi (definizione agevolata dei giudizi di responsabilità amministrativa per i concessionari dei giochi) e al maggior gettito Iva generato dal pagamento dei debiti pregressi della Pubblica amministrazione. Malgrado fossero attesi da queste misure 1,52 miliardi di euro furono incassati solo 880 milioni. E così per trovare i rimanenti 640 milioni di euro fu introdotta una clausola di salvaguardia basata su due provvedimenti: l’aumento degli acconti Ires e Irap di 1,5 punti percentuali; l’incremento delle accise a partire dal primo gennaio 2015, per un importo complessivo di 671,1 milioni di euro. Quando divenne premier Matteo Renzi volle evitare l'aumento delle accise e puntò sulla “Voluntary Disclosure” con il DL 192/2014.

Temendo di non avere un gettito sufficiente il Governo Renzi ha prorogato i termini della Voluntary Disclosure dal 30 settembre al 30 novembre. Infine Renzi deve trovare altri 16 miliardi altrimenti scatteranno sia le clausole di salvaguardia inserite dal suo Governo sia quelle inserite dal Governo Letta: il primo gennaio 2016 l'Iva ordinaria passerà dal 22 al 24%, l'aliquota Iva al 10 % salira al 12% e aumenteranno le accise sui carburanti (per neutralizzare questi incrementi occorrono 12,8 miliardi); inoltre verranno ridotte detrazioni e agevolazioni fiscali, saranno aumentate aliquote di imposte se non verranno fatti tagli per altri 3,2 miliardi.
Come si evitano tali aumenti di Iva e accise? Il Governo Renzi nella Nota di aggiornamento al Def presentata a settembre scrive che la copertura della perdita di gettito sarà assicurata da tagli di spesa. Gli Uffici Studi della Camera dei Deputati e del Senato nel Dossier sulla stessa Nota di Aggiornamento al Def esprimono perplessità nel loro linguaggio istituzionale (pag 43-47): infatti la Nota "non fornisce previsioni programmatiche delle voci di entrata". Probabilmente anche i tecnici di Camera e Senato saranno annoverati tra i "Gufi".

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06/09/2015

I numeri di Renzi su Pil e occupazione e l’immediato futuro

Parlare dei dati del governo Renzi risulta sempre difficile quando numeri e commenti vengono sempre anticipati da un tweet della presidenza del consiglio. Si tratta del solito tentativo di anticipare l’interpretazione dei dati, spesso concordato con le redazioni di tv e giornali, per arrivare velocemente all’opinione pubblica. L’effetto ottenuto, spesso, non è solo quello d'orientare l’opinione pubblica favorevole ma anche quella sfavorevole. Quest’ultima si pone spesso come un semplice controcanto della propaganda del governo e sbaglia. Perché si caratterizza solo in negativo o perchè si lascia condizionare dal problema di colpire i bersagli offerti dalla propaganda di Renzi. Per cui la linea comunicativa del variegato fronte che si oppone a Renzi finisce per farla il governo: basta un tweet di Renzi e tutti ne discutono, bene o male.

Eppure non bisogna lasciarsi condizionare dal problema di dover definire solo come “falsi” i dati del governo. E’ importante, soprattutto, orientarsi in quelli veri, forniti dallo stesso esecutivo. E’ il ministro Poletti, per quando in modo piuttosto goffo, ad aver ammesso che i dati sulle assunzioni legate al Jobs Act erano sovradimensionati addirittura del doppio. Non è un dato da poco visto che Istat ha fornito i dati del secondo trimestre 2015. Dati che marcano un aumento dell’occupazione senza un trionfo, a parte i tweet del governo, del Jobs Act. Come sappiamo il provvedimento renziano, un mostro di propaganda che trasforma i posti di lavoro stabili in precari ma viene definito “di stabilizzazione”, definisce a tempo indeterminato contratti nei quali è molto più facile licenziare rispetto al recente passato. Facendo saltare molte distinzioni tra contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato.

Nonostante questo, e non è poco, nell’ultimo trimestre i contratti a tempo determinato sono quelli cresciuti di più in un lieve, complessivo, aumento dell’occupazione. Non solo perché la crescita degli impiegati a tempo parziale è in maggioranza dovuta a contratti di part-time involontario: la maggioranza (64,6 per cento) delle persone assunte cercava sostanzialmente un impiego a tempo pieno, ma si è accontentata, oltre che dei tweet di Renzi, di un part-time. E qui qualche considerazione sul Jobs act come strumento magico di creazione di posti di lavoro andrebbe fatta. Ma si guardi all’aumento degli occupati: riguarda solo i lavoratori dipendenti (più 1,1 per cento). Nel frattempo il numero di contratti a tempo indeterminato promossi con il Jobs Act è cresciuto (0,7 per cento) meno di quelli a tempo determinato (3,3 per cento), mentre si sono ridotti non di poco (-11,4 per cento) i contratti di collaborazione (la cui stipulazione è stata sospesa con uno dei decreti applicativi del Jobs Act fino a gennaio 2016). Insomma, mentre i contratti a tempo indeterminato sono, per le garanzie offerte, indistinguibili da quelli a tempo determinato si continua, quando l’occupazione aumenta, a scegliere questi ultimi.

Sull’aumento di forza lavoro si potrebbero dire molte cose. Di sicuro gli sgravi alle assunzioni il loro effetto l’hanno fatto, visto che cresce il dato occupazionale ma non gli indici di produttività. Questo significa che il governo Renzi dovrà insistere sugli sgravi fiscali, e sugli incentivi occupazionali, se vuole mantenersi almeno su questi dati. Che non sono eccezionali, salvo per la fantasia di qualcuno, che non sono confrontati con il potere di acquisto dei salari (che ci mostrerebbero una forza lavoro impoverita rispetto anche a 5-6 anni fa) ma che marcano un segno più che è reale e proprio per questo da indicazioni importanti.

Ad esempio, è chiaro che questi provvedimenti non c’azzeccano con le misure del governo Renzi, nè Jobs Act, nè 80 euro (i cui studi sui “benefici effetti” di cosa fece vincere le elezioni del 2014 semplicemente non ci sono), ma su altri fattori. Ne contiamo principalmente tre: export, beni durevoli familiari, beni durevoli delle imprese. E nel primo fattore l’euro conta più del prezzo del petrolio, visto l’alto prezzo della tassazione della benzina in Italia.

L’export, nonostante l’euro sia passato da 1,30 alla quasi parità in primavera, per risalire nelle ultime settimane, ha fatto il suo lavoro. Ma, come abbiamo visto, non lascia traccia di creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato (se il Jobs act è definito come tale) né sulla produttività. Non è cosa da poco visto che il modello italiano, ed europeo, è export-oriented come da dogma neomercantilista. Insistere su questo punto, nelle nuove turbolente acque dell’economia mondiale, significherà dover toccare di nuovo il costo del lavoro per rendere competitive le merci nazionali. Secondo una divisione ormai chiara nell’area euro: con una moneta così, che sembra si stia apprezzando come bene rifugio di fronte a nuove crisi, i paesi forti dell’eurozona potranno competere grazie a innovazioni produttive e tecnologiche, quelli poveri svalutando il costo del lavoro. Non ci vuole molto a capire in che parte sta della speciale classifica il governo Renzi, vista la stagnazione (eufemismo) degli investimenti.

Gli altri due fattori, beni durevoli per famiglie e imprese, si leggono sostanzialmente con una voce: aumento degli acquisti per auto. Insomma, sia le famiglie (o quel conglomerato sociale definibile come tale con una certa approssimazione) che le imprese hanno investito sul rinnovo del parco macchine. Il punto è che le imprese non hanno investito in macchinari e attrezzature (che decrescono del 0,2 per cento) e che le costruzioni arretrano di due punti percentuali. Segno che le famiglie e le imprese hanno alimentato una crescita congiunturale, per non restare a piedi in senso proprio letterale, e che fattori più strutturali (macchinari per le imprese e case per le famiglie) mostrano ancora il fiato corto.

Come si vede, le difficoltà strutturali del governo, sul Jobs act e sulla contingenza di quella che viene chiamata “crescita”, emergono dagli stessi dati licenziati come positivi dalla stessa propaganda renziana. Non entriamo in temi reali, quanto respinti da tutti gli attori in campo, come la crisi di questo modello di sviluppo, dello stesso sistema finanziario globale e il tema della fine del lavoro come tale. Quest’ultimo ci ricorda che viviamo in una società dove le tecnologie rimpiazzano più posti di lavoro di quanti ne creino. Come accaduto in quest’ultimo periodo in Spagna dove il Pil è aumentato, grazie all’immissione di innovazione tecnologica, ma non l’occupazione. Ci limitiamo qui alla radiografia economica dell’esistente.

Nel complesso la variazione trimestale positiva di Pil, più 0,7, pur in linea con le previsioni del governo (e di questo ne va dato atto, altri DEF sono stati di pura fantasia) ricorda il dato del primo trimestre del 2008 (più 0,6). Quello prima dell’inizio della grande crisi apertasi con Lehman. Insomma nessun dato, nessuna accumulazione di ricchezza alle viste di fronte alla nuova stagione dura apertasi nell’economia globale. Ma lasciamo per una volta gli scenari globali, quelli che contano sul serio, da parte e guardiamo le previsioni sul debito pubblico, quelle che metabolizzano i dati di segno più che abbiamo commentato. L’indice sul debito pubblico parla da solo. Il capitalismo renziano, quello con una crescita debole e previsioni del debito pubblico, con un trend che arriva fino al 2019, in netta crescita (qui nonostante il DEF).

L’autunno tenderà ad accentuare i problemi di una economia a crescita zero, con un debito pubblico enorme, di fronte ad uno scenario globale non sereno. Renzi di fronte a questa (evidente) impasse ha deciso di provare, in una logica che sembra più legata al consenso che all’economia, a mantenere il favore dell’un per cento della società. L’eventuale abolizione della Tasi, che potrebbe essere la vera “riforma” dello stato liquidando la capacità di erogare servizi per molti comuni italiani, non è infatti una misura che incide sull’economia ma sul patrimonio. Quello del terzo dei contribuenti più ricchi che pagano quasi due miliardi di Tasi in confronto al terzo di quelli più poveri che pagano poco più di trecento milioni.

Questi due miliardi, eventualmente, verranno investiti? Ovviamente no e comunque non c’è certo obbligo, in un mondo globale, di investire nel proprio paese, e in attività produttive, i propri soldi da parte dei ceti più ricchi. Ma in compenso il rischio forte è per le economie territoriali le quali sarebbero colpite dal taglio della Tasi in modo significativo. Basta leggere i bilanci dei comuni il cui taglio degli investimenti è stato brutale secondo i dettami del patto di stabilità. E quanto tutto questo abbia inciso nelle difficoltà della “crescita” italiana e quanto inciderà nel futuro è un bel tema da analizzare.

Ma intanto guardiamo al presente, alla differenza di vedute tra governo e Bruxelles (cioè Berlino) sul taglio delle tasse. Berlino per l’Italia vuole aumento dell’Iva e detrazioni alle imprese sul lavoro. In pieno stile export-oriented che, come abbiamo visto, non genera fiumi di posti di lavoro. Il governo Renzi vuole, per motivi di consenso ma anche di concezione dell’economia, la svolta reaganiana. E così, tra Scilla e Cariddi, si posiziona questo paese.

Redazione, 2 settembre 2015

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28/08/2015

“Guarire” gli italiani dalla lotta politica

La crisi d’identità di ciò che resta della sinistra appare ormai singolarmente complementare alla ”concezione terapeutica” della funzione di governo che ispira la rozza, ma efficace prassi politica di Renzi. La sinistra si sente “malata” e Renzi si comporta come il medico con il paziente.

Se il fascismo, per dirla con Gobetti, voleva “guarire gli Italiani dalla lotta politica”, utilizzando come medicina la “fede nella patria”, Renzi “cura” la crescente paura dell’imprevisto, con ripetute iniezioni di ottimismo. L’Italia fascista si resse su una cambiale firmata in bianco: il regime professava “nuove convinzioni” e lasciava credere che tanto bastasse a modificare la realtà dei fatti. Renzi promette ciò che sa di non poter mantenere, sposta in avanti l’ora dei conti e raccoglie il temporaneo trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Il fascismo ci condusse al disastro. Renzi rischia di ripetere l’impresa. Intanto, ieri come oggi, la fuga in avanti cancella conquiste e diritti in nome di una presunta “malattia” ed esaurisce la complessità delle dinamiche sociali in una “professione di convinzioni”.

Una sinistra attestata con orgoglio sulla barricata del suo sperimentato sistema di valori, più che balbettare formule teoriche, ricorderebbe l’efficacia della pratica, smonterebbe con l’analisi della realtà e la produzione di “fatti nuovi e alternativi” l’infantile fiducia ottimistica in un mondo semplificato secondo le misure di Renzi. Una sinistra convinta di se stessa tornerebbe a credere alla storia più che al progresso e costruirebbe la sua prima trincea negli Enti locali; provocando la crisi, dov’è decisiva, e ovunque affermando la superiorità di una sana “anarchia” contro le false dottrine democratiche di un centralismo sempre più autoritario, che sta smantellando la Costituzione.

Se qualcosa vuol “vivere a sinistra”, occorre che la gente di sinistra – molto più numerosa e attiva di quanto si creda – faccia vivere nelle realtà locali le mille articolazioni della prassi sociale e lotti per “prendere i Municipi”. Per farlo, occorre aprire lo scontro con la borghesia non con l’intento di “escludere”, ma con l’occhio attento alla dinamiche interne alle classi sociali, per intercettare e includere le sempre più ampie fasce proletarizzate. In questo senso ci sono due punti fermi dai quali partire: la storica “polemica contro gli italiani”, di Gobetti, in un antifascismo che era antiautoritarismo, e il diritto a reagire, individuato da Gramsci, quando l’eversione viene dall’alto, da ceti dominanti che mettono arbitrariamente mano alle regole che essi stessi si sono dati. Gobetti sostenne che l’antifascismo, prima di essere ideologia, è un istinto. Bene. E’ quell’istinto che deve indurci a difendere la Costituzione da un governo che la stravolge. Anche qui, non si tratta di violare la legge, ma di esercitare il sacrosanto diritto che Dossetti rivendicò nel dibattito dell’Assemblea Costituente.

Di fronte a quella metà del Paese che non vota perché non si sente rappresentata, ci sono due strade: le rigide formule ideologiche, che dividono, allontanano la gente e consentono a Renzi di trasformare l’astensione in un micidiale strumento di potere, o la “disobbedienza” come base programmatica di una sinistra che batta in breccia la menzogna sulle false “maturità democratiche” straniere. Prima tra tutte quella tedesca. Una sinistra che si affermi, partendo dalle lotte dei movimenti nelle realtà locali, costruendo un nuovo modello di governo, che passi per una “cessione di potere” delle Istituzioni a comitati di lotta e realtà di base. Una sinistra che attinga a piene mani dalla sua storia, come accade in Grecia: mutualismo, cooperazione, solidarietà, autogestione. Su questa base di rinata consapevolezza, si potranno poi raccogliere mille esperienze in una sola forza che si scagli contro i proconsoli dell’Europa delle banche.

Dal momento che il ”nuovo” è rappresentato da Renzi, soprattutto come “falsificazione narrativa”, meglio rifarsi a schemi e approcci “antichi”. Se è vero che Gobetti non aveva torto e “il fascismo fu soprattutto un’indicazione di infanzia”, non è meno vero che l’antifascismo, il seme da cui nasce la Repubblica, fu prova di maturità, fu il tarlo del cosiddetto “consenso”, consentì la Resistenza e costituì la prova storica che il fascismo non è stato “l’autobiografia della nazione” ma era e rimane il baluardo su cui s’infranse un regime. L’Italia di Renzi, che ripropone ed esaspera il concetto di nazione, che riporta all’ordine del giorno la guerra, che impone la collaborazione delle classi, cancella la partecipazione popolare alla lotta politica e asservisce la scuola, cancellando la libertà d’insegnamento, l’Italia di Renzi non è fascista nel senso storico, ma si prefigura come la manifestazione di un male genetico della democrazia borghese di fronte alle gravi crisi finanziarie: una feroce reazione liberal-liberista. A questo punto, se qualcosa vuol vivere a sinistra, occorre tornare almeno a due punti fermi ai quali ancorarsi: la cultura antifascista e i valori e le pratiche di quel socialismo che è stato storicamente la sola alternativa possibile alla barbarie.

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03/08/2015

Il federalismo è stato una truffa. E ora ci riprovano con la pubblica amministrazione

Correva l’anno 2001 quando il governo di centro-sinistra, affidato ancora una volta a Giuliano Amato, modificò il Titolo V della Costituzione e introdusse il federalismo nel nostro paese. Stretti da una perfida forbice tra la Lega che invocava – allora – “la devolution” dei poteri agli enti territoriali e i Ds che aspiravano a diventare Pd e volevano smantellare lo Stato in nome dei poteri locali, il governo varò la legge e la sottopose a referendum confermativo. Solo in pochi ebbero il coraggio e la coerenza di opporvisi. Deus ex Machina dell’operazione nel centro-sinistra fu il ministro Bassanini, ispiratore di leggi e provvedimenti che hanno picconato ben prima di Renzi l’assetto costituzionale del paese.

Quindici anni dopo il federalismo introdotto d’imperio non funziona, soprattutto sul piano fiscale ed economico, anzi. La crescita dell’autonomia finanziaria dei Comuni, infatti, non sembra aver prodotto alcun beneficio né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale. Ma, al contrario, ha portato solo al boom della tassazione locale. A certificarlo, per l’ennesima volta, è la Corte dei Conti nella sua relazione sulla finanza locale.

La riduzione dei finanziamenti statali agli enti locali, non ha prodotto più autonomia decisionale sulla base delle esigenze del territorio ma solo aumenti delle tasse locali.

In quattro anni, dal 2010 al 2014, i Comuni hanno subìto tagli per circa 8 miliardi, compensati da “aumenti molto accentuati” delle tasse locali “per conservare l'equilibrio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Solo nell'ultimo triennio, le imposte comunali sono cresciute del 22%: si è passati dai 505,5 euro 2011 ai 618,4 euro pro capite 2014. Nei Comuni con più di 250 mila abitanti la pressione tributaria è arrivata a 881,94 euro a testa. Nei Comuni tra i 60 mila e i 249 mila abitanti la pressione fiscale pro capite si aggira sui 649,69 euro. Infine nei piccoli Comuni (fin a 1.999 abitanti) si pagano mediamente 628 euro di imposte comunali.

Secondo la relazione della Corte dei Conti, la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti locali non sembra aver prodotto alcun beneficio, né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale, in assenza “di una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”.

La dinamica delle entrate locali, è l'analisi dei magistrati contabili, è dovuta principalmente a due fenomeni: “Il deterioramento del quadro economico, con effetti penalizzanti soprattutto sul gettito risultante dalle più ridotte basi imponibili” e dalle “numerose manovre di risanamento della finanza pubblica, i cui effetti prodotti dal disorganico e talvolta convulso succedersi di interventi sulle fonti di finanziamento degli enti locali hanno determinato forti incertezze nella gestione dei bilanci e nella formulazione delle politiche tributarie territoriali”.

E’ in questo contesto che l’ultima “grande pensata” della demagogia di governo e di opposizione – l’abolizione delle Province – sta innescando un altro possibile cortocircuito. Infatti sempre secondo la Corte dei Conti, le risorse a disposizione delle Province, a riordino non concluso, rischiano di non bastare a "garantire servizi di primaria importanza". Senza interventi "la forbice tra risorse correnti e fabbisogno" tende a una "profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l'intero comparto". Insomma continuiamo ad essere nelle mani degli apprendisti stregoni.

E proprio il principale di essi, Renzi, dal lontano Giappone fa sapere che entro giovedì parte la riforma della pubblica amministrazione. La commissione Affari Costituzionale del Senato lo scorso 31 luglio, ha detto sì all'avvio della "riforma" della pubblica amministrazione. Il ministro Marianna Madia ha dichiarato che poi si aprirà la partita dei decreti attuativi, "che vedo divisi in due pacchetti", almeno in linea di principio. La prima tranche di dlgs dovrebbe partire da "settembre". Lo spirito e gli obiettivi sono gli stessi di Bassanini quattordici anni fa, con i risultati nefasti che abbiamo visto: più imposte, meno servizi, privatizzazioni, nessuna assunzione, riduzione degli organici, punto.

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25/06/2015

I fondi per il "sociale" ormai ridotti a zero

La prova di oggi è un rapporto del Censis a proposito di politiche socio-sanitarie e socio-assistenziali in Italia.

"Il Fondo per le politiche sociali, istituito nel 1997 per trasferire risorse aggiuntive agli enti locali e garantire l'offerta di servizi per anziani, disabili, minori, famiglie in difficoltà, testimonia il progressivo ridimensionamento dell’impegno pubblico sul fronte delle politiche socio-sanitarie e socio-assistenziali. Le risorse assegnate al Fondo sono passate da 1,6 miliardi di euro nel 2007 a 435,3 milioni nel 2010, per poi scendere a soli 43,7 milioni nel 2012 e infine recuperare in parte negli ultimi due anni fino ai 297,4 milioni del 2014. La riduzione è stata dell’81% nel periodo 2007-2014, gli anni della crisi. Anche il Fondo per la non autosufficienza è passato dai 400 milioni di euro del 2010 al totale annullamento nel 2012, per poi risalire a 350 milioni nell’ultimo anno".

Non ci sono giudizi, soltanto dati. E una riduzione dell'81% - che era ad un certo punto arrivata al 97% - è più indicativa di mille discorsi: lo Stato non spende più per mantenere in vita persone, cittadini, esseri umani dotati di pensiero e sentimenti, non più in grado di riuscirci da soli.

"Secondo gli ultimi dati disponibili, la spesa sociale dei Comuni supera i 7 miliardi di euro l’anno, pari a 115,7 euro per abitante. Complessivamente, la spesa è destinata per il 38,9% a garantire interventi e servizi, per il 34,4% al funzionamento delle strutture, per il 26,7% ai trasferimenti in denaro. Le categorie che assorbono la quota maggiore di spesa sono le famiglie e i minori (40%), i disabili (23,2%), gli anziani (19,8%), i poveri e i senza fissa dimora (7,9%)"

Scendendo nei dettagli, si nota che questa politica valida per tutto il paese presenta differenze sostanziali tra Nord e Sud, come per ogni altra statistica."Si passa dai 282,5 euro per abitante nella Provincia autonoma di Trento ai 25,6 euro della Calabria. Mentre gran parte delle regioni del Centro-Nord si colloca al di sopra della media nazionale, il Sud presenta una spesa media pro-capite che ammonta a meno di un terzo (50,3 euro) di quella del Nord-Est (159,4 euro)".

Un ideologo del potere potrebbe sostenere che ciò avviene perché al Sud c'è una cultura e una prassi più “familistica”, per cui molte delle incombenze di assistenza vengono risolte all'interno delle relazioni parentali. Il motivo vero è invece assai più semplice e radicale: gli enti locali del Sud hanno poche “risorse proprie” e i loro bilanci hanno un forte bisogno di essere integrati da trasferimenti centrali. Come avviene in ogni Stato, insomma, la tassazione serve anche a compensare le sacche territoriali meno fortunate.

Se invece, come avviene da anni, lo Stato centrale riduce i trasferimenti agli enti locali - obbedendo a diktat sovranazionali che impongono di tagliare tutta la spesa pubblica “improduttiva” - allora per i territori del Mezzogiorno non c'è più speranza. Quel poco che hanno non basterà mai a coprire le necessità della spesa per i non autosufficienti.

“In compenso”, quei pochi finanziamenti che lo Stato centrale ancora concede per questa finalità sociale sono ormai appannaggio delle “cooperative del terzo settore”. Definizione molto formale - fa riferimento soltanto alla forma societaria - sotto cui si può trovare di tutto; dal gruppo di persone fortemente motivate ai tentacoli stile Mafia Capitale.

E si capisce bene il ruolo svolto in sostituzione del ruolo pubblico proprio in quei settori dove il “privato” classico non investirebbe comunque mai. Da oltre venti anni, tutto l'ambito socio-sanitario e l'assistenza alle persone è stato progressivamente “esternalizzato”. E in questo processo è cresciuto il peso delle società cooperative che riescono ad operare solo grazie a salari di merda, volontariato e bassi o nulli investimenti.

Basti pensare che le “cooperative sociali” costituiscono soltanto il 3,7% sul totale delle istituzioni definite no profit. Ma nel comparto sanitario e dell’assistenza sociale rappresentano il 10,9% dei soggetti attivi nella sanità e al 17,8% nei servizi sociali. E man mano che il servizio pubblico viene smantellato il loro numero cresce, come anche il numero dei dipendenti, attualmente arrivati a 225.000 unità.

Basta ricordare che si tratta di un settore che dipende dai finanziamenti pubblici. Quando si taglia, volano via pezzi. E allora c'è più gente che perde il lavoro e meno persone che ricevono assistenza. “Dovete morire” su due fronti, insomma.

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14/06/2015

Sindache ‘indignate’ a Madrid e Barcellona, grazie ai socialisti

Non si può dire che ieri Madrid, Barcellona e altre città dello Stato Spagnolo non abbiano vissuto un momento storico di cambiamento rispetto al passato sul fronte politico. Grazie ai risultati delle elezioni amministrative dello scorso 24 maggio, nelle principali città del Regno si sono affermate coalizioni di centrosinistra e sinistra che hanno scalzato i consueti partiti che si erano spartiti il potere, all’interno di un’alternanza blindata e soffocante, fin dall’autoriforma del franchismo. Popolari e socialisti non sono spariti dai consigli comunali e dalle assemblee regionali. Anzi, spesso si sono piazzati in testa pur perdendo quantità ragguardevoli di voti sulla spinta della rabbia di ampi settori della popolazione che si sono astenuti oppure hanno votato altre liste con l’intenzione di punire i partiti che hanno applicato le misure di austerity e i tagli ordinati dalla troika e dalle banche senza preoccuparsi delle tremende conseguenze sociali di queste politiche da massacro sociale. E ad avvantaggiarsene sono state le coalizioni formate da Podemos insieme a liste locali espressione di alcuni pezzi dei movimenti degli ‘indignados’ e che in molti casi hanno imbarcato anche i tradizionali partiti di sinistra. Con risultato che da ieri pomeriggio molte delle città dove si è votato hanno eletto sindaci di centrosinistra o addirittura di sinistra, espressione innegabile di una volontà di cambiamento e a volte anche di rottura con il passato, anche se quasi ovunque lo storico risultato è stato ottenuto grazie ai voti dei consiglieri di un odiato Partito Socialista che è così rientrato dalla finestra dopo esser stato messo alla porta da molti dei suoi elettori. Lo scenario spagnolo, per quanto di discontinuità rispetto agli anni scorsi, non assomiglia a quello greco, dove la fortuna di Syriza almeno fino ad ora si è costruita anche a partire dal categorico rifiuto di collaborare in alcun modo con i socialisti del Pasok, responsabili del catastrofico stato in cui versa buona parte della popolazione ellenica (anche se pezzi consistenti di quel partito sono entrati a far parte negli ultimi tre anni della formazione guidata da Tsipras).

Ieri e oggi i media iberici danno ampio risalto alla proclamazione a Madrid di Manuela Carmena, candidata di Ahora Madrid – alleanza tra Podemos, movimenti sociali e partiti ecologisti e di sinistra – che pur arrivando seconda alle elezioni del 24 maggio è riuscita a cacciare la destra reazionaria del PP dall’alcaldia della capitale dopo ben 24 anni. Ma solo grazie al sostegno dei socialisti che in cambio dell’inclusione di alcuni “indipendenti” vicini al Psoe all’interno della nuova giunta hanno deciso di sostenere l’ex magistrata 71enne, comunista ai tempi della dittatura di Franco, poi vicina ad Izquierda Unida ma in buone relazioni con alcuni pezzi grossi del Psoe. Manuela Carmena ha ottenuto la maggioranza assoluta in consiglio comunale grazie ai 20 voti dei consiglieri di Ahora Madrid e ai 9 socialisti che garantiranno l’appoggio esterno.

In contemporanea a Barcellona veniva designata la più giovane Ada Colau, a lungo animatrice del coordinamento contro gli sfratti (Pah) e candidata di Barcelona en Comù, alleanza tra Podemos e vari partiti di sinistra e centrosinistra locali: Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa, Equo, Procés Constituent. La battagliera 41enne ha ottenuto i 21 voti necessari a governare (in consiglio municipale conta 41 eletti) ricevendo il sostegno degli 11 consiglieri di Barcelona en Comù, dei 5 di Esquerra Republicana de Catalunya, dei 4 socialisti e anche di uno dei 3 eletti della Cup, la coalizione della sinistra indipendentista catalana. Gli altri due hanno annullato il proprio voto scrivendo sulla scheda messaggi di solidarietà con i lavoratori di Movistar e con alcuni attivisti antifascisti processati dalla magistratura.

Colau è la prima donna a ricoprire la carica di sindaco di Barcellona nella storia della città, sostituendo il regionalista di centrodestra Xavier Trias di Convergenza e Unione. La neosindaca ha promesso un piano contro le diseguaglianze, che fermi gli sfratti, riduca i prezzi dell'energia elettrica e conceda un reddito minimo di 600 euro ai cittadini senza lavoro. Come Carmena a Madrid, Colau ha promesso anche di portare il proprio stipendio a 2.200 euro al mese, contro i 140.000 euro annui percepiti dal sindaco uscente.

Grande emozione più a nord, a Pamplona, dove per la prima volta dopo tempo immemore l’estrema destra locale rappresentata dall’Unione del Popolo Navarro è stata sconfitta e a sedere sullo scranno di sindaco è Joseba Asiron, un insegnante espressione della coalizione della sinistra indipendentista Eh Bildu sostenuto anche dai consiglieri di Geroa Bai (espressione del Partito Nazionalista Basco), della lista civica Aranzadi (Podemos) e da quella di Izquierda Unida. Qui i socialisti hanno deciso di non sostenere l’estromissione della destra dal comune per non mischiarsi a quelli che la stampa reazionaria locale e spagnola definisce gli ‘amici dell’ETA’. Non è andata altrettanto bene nelle altre province basche, dove la sconfitta della sinistra indipendentista - che negli ultimi anni si è limitata ad un preteso 'buon governo', impossibile e insufficiente in tempi di crisi ed austerity - ha aperto la strada ad un ottimo risultato del Pnv (regionalisti di centrodestra) che governerà da solo o in alleanza con i socialisti.

A guardare la mappa del Regno oggi è difficile non notare come, anche se a geometrie variabili, nelle principali città si siano insediate giunte formate dalle liste civiche espressione di Podemos, dalla Sinistra Unita, dai socialisti, da partiti nazionalisti di sinistra o centrosinistra e da liste civiche formate da spezzoni dei movimenti sociali. Solo considerando i capoluoghi di provincia, le alleanza di centrosinistra-sinistra amministrano ora 27 città, tra le quali ci sono le dieci più popolose tra le prime 12, per un totale di 10.6 milioni di abitanti. Il Partito Popolare continuerà a governare in 18 capoluoghi, il più importante dei quali è Malaga, in Andalusia, per un totale di 3 milioni di abitanti. Uno scenario inedito, sicuramente. Il PP ha ricevuto in molti casi l’ostracismo di Ciutadanos, il partito di centro (anche se si ammanta di un lessico ‘anticasta’ scimmiottando Podemos) che si è imposto alle elezioni amministrative come ago della bilancia e bacino di recupero dei voti in fuga dai due poli dello storico bipartitismo spagnolo. Spesso gli eletti di C’s hanno varato alleanze con il Psoe, permettendo ai socialisti di guadagnare il sindaco in alcune città. Ma in generale il partito di Albert Rivera – nato 9 anni fa a Barcellona come forza nazionalista spagnola di carattere liberista – si tiene le mani libere, e nella regione di Madrid così come in altre località ha realizzato un patto con i popolari, mentre in Andalusia ha deciso di sostenere la candidata socialista, Susana Diaz, sbloccando la situazione che era in stallo dopo le elezioni regionali del marzo scorso. A proposito di regioni alleanza tra C’s e i socialisti anche in Castilla La Mancha e in Estremadura.

Novità probabilmente inaspettata a Valencia, la terza città del Regno e feudo storico della destra popolare. Il sindaco sarà invece Joan Ribó di Compromis (alleanza locale formata da Izquierda Unida, ecologisti e nazionalisti catalani di sinistra) mentre la Comunitat Valenciana – anch’essa bastione per decenni del PP – sarà guidata dal socialista Ximo Puig.

Importanti città come Zaragoza (Aragona), A Coruña (Galizia) e Cádiz (Andalusia) saranno governate da alleanze locali formate da liste civiche, Podemos e partiti di sinistra e centrosinistra.

Ora bisognerà capire se le ampie e eterogenee alleanze che hanno estromesso il PP dal potere locale promettendo discontinuità sul piano economico e politico rispetto all’austerità, alle privatizzazioni e ai tagli sapranno reggere alla prova dei fatti e saranno in grado di mantenere le promesse. In Catalogna si vota in autunno per il rinnovo del parlamento autonomo – nei fatti sarà un referendum sull’indipendenza – e poche settimane dopo sarà la volta delle elezioni generali. E tutti i partiti sono quindi già impegnati in una campagna elettorale che si annuncia molto lunga e complessa, il che non potrà non influire sulle inedite e frastagliate esperienze di governo locale.

Mentre il PP vive la rivolta dei dirigenti di seconda fila contro Rajoy e il suo quartier generale, accusati di aver portato il partito allo squasso, anche all’interno di Podemos il dibattito si è fatto acceso, con una parte del partito che accusa il leader Pablo Iglesias di aver accentrato eccessivamente il controllo escludendo i militanti dalla partecipazione e dalle decisioni più importanti. Dal canto suo la leadership di Podemos sta cercando di non perdere la sua verginità politica per potersi presentare alle prossime elezioni in una posizione di forza contro PP e Psoe, ma certo quanto accadrà nelle città dove i suoi esponenti governano insieme alle sinistre e con il sostegno dei socialisti non potrà non avere conseguenze sul voto autunnale. Dentro Izquierda Unida, invece, il dibattito dopo la sconfitta – anche se a macchia di leopardo – del 24 maggio si è fatto ancora più lacerante che in passato: alcune correnti accusano il partito di immobilismo e chiedono un maggiore coinvolgimento nelle alleanze con Podemos e i nazionalisti progressisti, mentre altri pezzi invocano un ritorno all’iniziativa politica sulla base del recupero dell’indipendenza organizzativa proprio in concorrenza con il partito di Iglesias.

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19/04/2015

Napoli. Riuscita l'assemblea dei sindaci contro lo Sblocca Italia

Nonostante il periodo elettorale, nonostante i costi di trasporto che pesano sulle piccole amministrazioni ma – soprattutto – nonostante i ricatti, espliciti e subdoli, che provengono dal governo Renzi è riuscita l’assemblea dei Sindaci contro lo Sblocca Italia organizzata, a Napoli, dall’Amministrazione Comunale guidata da Luigi De Magistris.

Nei mesi scorsi contro lo “Sblocca Italia” circa 200 Sindaci, attraverso atti formali (delibere di giunte, ordine del giorno, mozioni consiliari..), hanno espresso la loro contrarietà a questo invasivo provvedimento governativo che, di fatto, privatizza e deturpa grandi fette del territorio del paese esautorando completamente, in maniera autoritaria, le rappresentanze elette.

Da tempo il Sindaco Luigi De Magistris aveva preso impegno – durante alcuni momenti di mobilitazione che si erano svolti in varie parti d’Italia – di organizzare un momento di incontro e di coordinamento tra i vari Sindaci che, a vario titolo, si sono opposti al Decreto “Sblocca Italia”.

Una volontà politica maturata all’indomani della decisione del Governo Renzi di scalzare da ogni potere decisionale e progettuale l’Amministrazione Comunale di Napoli circa il futuro prossimo di ben 1/3 del territorio cittadino (l’area occidentale della città) dove i poteri forti del capitale vogliono, attraverso il cavallo di troia della cosiddetta bonifica della zona di Bagnoli, rimettere le mani su questa importante porzione della città.

Ma alla decisione di Luigi De Magistris di opporsi alla decretazione arrogante del governo ha contribuito – soprattutto – lo sviluppo di un articolato movimento di opinione e di lotta che a Napoli, come altrove, contesta i variegati effetti dello Sblocca Italia.

In questo quadro la Manifestazione del 7 novembre scorso, in occasione di una annunciata visita a Napoli di Renzi, culminata con scontri con la polizia schierata a difesa della Città della Scienza (il mega sito abusivo realizzato negli scorsi anni dall’Amministrazione Bassolino sulla linea di costa del litorale di Coroglio in spregio alle norme del Piano Regolatore), rappresenta un importante tappa nel percorso di denuncia e di opposizione consapevole al disegno del Governo.

Infatti da quella data si è enucleata una trama organizzativa che tiene assieme le mobilitazioni napoletane con quelle dei No Triv (nelle zone interne della Campania, della Basilicata e della Sicilia), con i No Tav (particolarmente applaudito è stato l’intervento del Sindaco di Susa che ha raccontato la lunga esperienza di lotta dei valligiani), con quelle in corso a Taranto, a Messina e nelle tante vertenze, grandi e piccole, che punteggiano la penisola.

Ma l’incontro napoletano è stato un ulteriore momento in cui il Sindaco De Magistris ha denunciato l’insieme delle politiche del Governo Renzi le quali – anche attraverso l’annunciato prossimo ulteriore taglio di trasferimenti dallo Stato agli Enti Locali – consolidano la linea di condotta dell’austerity (ben oltre le abituali sparate propagandistiche del premier) e della compressione dei diritti politici e sociali dei settori popolari della società.
Una denuncia forte che si intreccia – tenendo conto le caratteristiche specifiche di rappresentare un punto di vista di una composita Amministrazione – con quella rappresentata dai movimenti sociali e delle associazioni indipendenti che si battano su questo versante del conflitto.

Una denuncia non a caso ridicolizzata ed infangata dal vigente sistema della disinformazione deviante il quale è, quotidianamente, impegnato nell’opera di delegittimazione delle ragioni sociali di queste mobilitazione e nella costante criminalizzazione degli attivisti politici e sociali.

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17/04/2015

"I fondi europei vanno utilizzati per reddito e servizi"

Ross@ partecipa alla manifestazione dei disoccupati romani organizzata per la giornata del 21 aprile con manifestazione dalle ore 10,00 dinanzi la sede della Regione Lazio in via Rosa Raimondi Garibaldi, per l’ assegnazione dei fondi europei per l’inserimento lavorativo.

Sono in via di definizione gli stanziamenti alle regioni dei fondi provenienti da Bruxelles per il sostegno alle politiche di avviamento al lavoro, fondi che in realtà non sono una elargizione ma rappresentano la restituzione, peraltro parziale, di quanto prelevato dalla cassa del Ministero del Tesoro per gli obblighi di partecipazione al fondo Comunitario; insomma soldi delle tasse pagate dai lavoratori dipendenti italiani, notoriamente “titolari” della quasi totalità del gettito fiscale.

Il sostanziale azzeramento dei finanziamenti degli enti locali alle politiche di sostegno all’occupazione, rende l’appuntamento con l’assegnazione dei fondi europei un momento di verifica della distanza siderale tra le necessità di politiche per il lavoro, nel solo Lazio sono oltre 400mila i disoccupati ufficiali, e l’esiguità delle risorse, per cui è indispensabile vigilare affinché l’assegnazione si definisca sulla base di progetti lavorativi e formativi credibili e socialmente qualificati.

Il degrado e il disagio sociale trovano, come noto, la loro ragione primaria nell’assenza di sufficienti livelli di reddito. La costruzione di progetti lavorativi per la tutela del territorio urbano o nei servizi attraverso l'attiva partecipazione di liste di disoccupati, è un tentativo di contrastare i criteri privatistici e di mercato che si vogliono riaffermare nella gestione dei fondi europei.

Il criterio di assegnazione sulla base della profittabilità insita nei progetti, a prescindere anche dalla loro utilità e/o credibilità, diventa il terreno di conquista di agenzie private, finta cooperazione e organismi vari specializzati nella “offerta lavorativa” e addentrati, come ampiamente dimostrato e ben oltre gli illeciti di mafia-capitale, nelle modalità di accreditamento degli stanziamenti.

La spesa sociale, di cui i fondi europei sono una forma surrogata, diviene di fatto privatizzata ed espropriata del ruolo primario di garante della coesione sociale, trasformandosi in strumento desolidarizzante, in cui il rapporto lavorativo si definisce non sulla base della funzionalità del progetto a gestione pubblica, ma nella forma mediata, e in taluni casi personalistica e ricattatoria, del rapporto sociale privatistico.

Ricostruire un rapporto diretto tra politiche sociali ed esigenze popolari, riattivando il protagonismo sociale è fondamentale per recuperare, nelle forme possibili, la socialità dell’investimento pubblico, al pari della funzione di laboratorio dei processi di aggregazione e ricomposizione sociale assunta dal sindacalismo metropolitano.

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16/03/2015

La riforma del titolo V della Costituzione e il bacio della morte del mago di Bientina

Il voto del Consiglio Comunale di Livorno ha approvato la variante anticipatrice del piano regolatore strutturale necessaria per l’approvazione, in sede regionale, del piano strutturale del porto. Il direttore del Tirreno, non parco di iperboli, ha salutato il voto come qualcosa che getta “le basi per una nuova era di prosperità e di speranza”. Come sia possibile in una economia dove le previsioni danno il pil nazionale stagnante almeno fino al 2050 è, probabilmente, segreto custodito con molta gelosia da chi lo detiene parlando di prosperità alle porte. Eppure anche il segretario del Pd territoriale, sindaco di Collesalvetti, si era espresso, sempre parlando di Prp e Darsena Europa, con accenti da profezia del marketing: “Vedremo forme di imprese mai viste”. Nel frattempo le forme di imprese già viste chiudono, come People Care, proprio sul territorio del sindaco di Collesalvetti, e non sarebbe male utilizzare un po’ di questa carica visionaria per salvaguardare i posti di lavoro esistenti.

Sicuramente il Jobs Act produrrà qualche posto di lavoro nuovo, contenendo una forte defiscalizzazione contributiva per i primi 36 mesi di assunzione, tra questo fenomeno, accordi di programma, piccoli segni “+” nel calcolo del Pil, e un po’ di stampa entusiasta, i consensi verso il renzismo nazionale e di provincia dovrebbero permanere. Ma chiuderà anche tante imprese esistenti, perché i lavoratori "vecchio stile" diventeranno una zavorra.

Appare, però, oggettivamente occultata la constatazione dell’evidenza: la rarefazione dei settori produttivi ad alta occupazione è una tendenza del futuro, non un accidente del presente. E questo vale tanto più sul nostro territorio che, ripetere giova, in Toscana è quello per cui ci vogliono più capitali per produrre un posto di lavoro. Per cui quando leggiamo dell’arrivo di piogge di milioni a Livorno, oltretutto non certificate nella loro reale consistenza, ci viene subito da evidenziare una cosa: tutti invocano capitali, nessuno parla di invertire questa legge locale, per cui, i capitali magari si impiegano ma per risparmiare posti di lavoro, rispetto ad altri distretti toscani, non per crearli. Ma quello che vogliamo approfondire, con il voto del Prp è un fattore più politico. Ovvero che quello che appare un voto dettato dalla volontà di un chiaro vincitore, il governatore della regione Toscana, in realtà è qualcosa che, se letto in controluce, rivela la crisi a venire dell’istituzione regionale. Con non piccole conseguenze per la politica locale. Andiamo per gradi.

La legge regionale dell’aprile 2014, che impone di fatto i tempi di realizzazione del piano regolatore portuale (Prp) a Livorno e a Marina di Carrara, contiene, naturalmente, una serie di logiche da parte del legislatore. Anche più strettamente politiche, ad esempio si capisce come la Regione, prima delle elezioni amministrative del maggio-giugno 2014, intendesse in qualche modo determinare, a proprio favore, i rapporti di forza con le amministrazioni locali a prescindere dal risultato del voto.

Questo significa che, vista la faticosa gestazione del Prp labronico, anche in caso di vittoria di Ruggeri non sarebbero mancate le frizioni con l’amministrazione locale livornese. Certo, in modo meno plateale ma sicuramente la Regione, con la normativa del 2014, avrebbe avuto un’arma in più per dirimere le forti differenze non solo tra amministrazioni ma tra poteri Pd del capoluogo e della costa.

Poi, come diceva Raymond Aron, Cleopatra ci ha messo il naso e a Livorno le cose alle elezioni sono andate in modo diverso da quanto pensato dal Pd. La contrapposizione Rossi-Nogarin ha così radicalizzato i problemi del sistema politico Toscana facendo capire alcuni temi del futuro. Primo fra tutti il ruolo decrescente delle Regioni nella filiera dei poteri nazionali così come si profila dalla riforma del titolo V della Costituzione che è in lettura alle camere. Si capisce così che l’insistenza, e i toni aggressivi, di Rossi nei confronti di Nogarin non esistono solo a causa del differente colore politico del rappresentante della regione e del comune. Esistono piuttosto a causa del timore, dei nessi amministrativi alti della regione e del ceto politico qui correlato, di essere emarginati dalla riforma Renzi (il che spiegherebbe perché i renziani hanno lasciato la regione a Rossi, sostanzialmente vedendola come un sacco vuoto). A questo timore di emarginazione corrisponde così, per reazione, un ruolo più forte della Regione non solo nei Prp ma anche in accordi, come quello su Piombino, legato alla ristrutturazione complessiva delle città.

Con la riforma, alle camere, del titolo V (già riformato nel 2001) si sono infatti messe nel mirino le competenze delle regioni, soprattutto i poteri decisionali sulla strategicità delle infrastrutture di trasporto e dell’energia. Presto, con il cambiamento in vista (salvo incidenti clamorosi in una delle camere) le competenze su energia, infrastrutture strategiche, grandi reti di trasporto, salute e previdenza passeranno dalle Regioni allo Stato. E di lì saranno “finalmente” privatizzabili, là dove ci sarà profitto naturalmente sottraendo comunque competenze agli enti locali dai Comuni alle Regioni. Una bella beffa al referendum 2011, tra l’altro.

C’è da chiedersi, una volta ultimato il processo di riforma del titolo V compreso il referendum confermativo, cosa resterebbe della Regione così come la conosciamo. Visto, ad esempio, che la voce sanità rappresenta circa i tre quarti del bilancio regionale. Si capisce, visto proprio il tentativo di fare la voce grossa sui porti da parte di Rossi, come la Regione risponda, al rischio di perdere competenze sulle infrastrutture strategiche verso lo Stato, sostanzialmente commissariando i Prp di porti come quello di Livorno. E pure proponga, con il solito metodo dell’atto di imperio mediatico poi votato alla bersagliera dal Comune di Livorno, un percorso di dichiarazione di area di crisi complessa quando, pochi mesi dopo, la stessa stampa amica di Rossi scopre essere difficilmente praticabile. E qui le istituzioni livornesi, per non dire delle forze politiche, dovrebbero avere l’intelligenza di capire che non siamo di fronte, quando si parla di accordi del genere, ad atti dovuti ai quali rispondere all’unanimità pena l’accusa di tradimento.

Molte forze politiche, comprese quelle autoproclamatesi di sinistra, ragionano invece ancora con mentalità sabauda: scambiano questi movimenti “alla Rossi” tipici della crisi della governance (proliferazione compulsiva di tavoli, soggetti, accordi su temi strategici assieme alla paralisi di funzionamento delle politiche pubbliche) per attivismo dello Stato al quale aderire, se possibile con atti formali, in modo automatico se non entusiastico. Il comportamento di Rossi sta, invece, tutto intero entro la crisi della governance. Un modello economico toscano stagnante, con poche tradizionali punte di eccellenza e con molta depressione economica, un sistema del credito paralizzato (basta vedere il Monte dei Paschi), si innestano in tavoli (così si chiama la governance in ossequio al linguaggio della concertazione sindacato-parti sociali) dove, dai trasporti alla sanità, prevalgono gli interessi pronta cassa dei privati, e la rissosità del ceto politico toscano, la crisi verticale del credito piuttosto che una innovazione di modello rispetto ad una crisi epocale. Crisi che minaccia la stessa forma regione, come abbiamo visto.

E nella vicenda del finanziamento del porto di Livorno, con i famosi milioni che ballano tra cifre e soggetti che cambiano ogni volta, frutto delle follie dell’effetto annuncio sui giornali ma anche della crisi della governance, fa capire che proprio sul piano della composizione politico-amministrativa del finanziamento delle infrastrutture la Regione mostra forti difficoltà. Proprio l’ostentazione con cui il mago di Bientina, Enrico Rossi, mette i milioni della Regione sul tavolo fa capire la difficoltà di governance finanziaria della Regione rispetto alle infrastrutture. Perché, nonostante le cifre ostentate, il cerchio dei finanziamenti non solo non si chiude ma rivela una inattesa, perlomeno a chi non segue questi processi, complessità. E qui una analisi della crisi di Fidi Toscana, del credito toscano alle infrastrutture, e della presenza di Paribas (una delle banche più “subprime” che ci viene a mente, comunque niente rispetto alla bomba Crédit Agricole che, scherzo del dio dei fallimenti, possiede Cariparma) nella nostra regione dovrebbero aiutare a capire molto delle difficoltà di governance finanziaria che incontra il porto di Livorno.

Certo il ragionamento non vale per dei media regionali che, dal Tg3 al Tirreno, sono semplici uffici stampa, alcuni paludati altri più pulp, del potere istituzionale. Ma vale per chi a Livorno deve reinventarsi un futuro. Non aderendo automaticamente magari a tavoli che servono più per un simbolico di coesione sociale che per un reale funzionamento. Non scambiando la crisi della governance per funzionamento di uno stato ormai solo immaginario. Perché la vicenda della riforma del titolo V sta spingendo il mago di Bientina a dare il bacio della morte a chiunque. Nel tentativo di portare, con sé, qualche altra istituzione. Comandandola, naturalmente. Di tutto questo la politica istituzionale non si libera con un atto di volontà. Certo, i patti vanno firmati, forza della legge e della tattica. Ma la politica pura, quella legibus solutus anche quando sembra aderire alla forma della legge, conosce altre strade. Ci sono modelli, come quelli della governance municipale di Barcellona, forse più adatti alle necessità di rigenerazione urbana ed economica locale, che andrebbero studiati ed implementati a Livorno. Magari nel rispetto della legge, con intelligente ambiguità mandando tanti inutili, fragorosi patti nel binario morto. Altrimenti il bacio della morte del mago di Bientina, frutto di un modello economico e politico fallito, arriverà a segno. Qui servono infrastrutture mirate, fondali, posti di lavoro di vecchio e di nuovo tipo, tecnologie, rigenerazione urbana ecologicamente sostenibile. Non mesi di presenza sui giornali, con atteggiamenti da cortile, in attesa della prossima campagna di marketing politico. Entro un modello di governance che appare destinato a declinare. O a svendere ciò che resta dei territori.

Per Senza Soste, Nique La Police

14 marzo 2015


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