di Guido Salerno Aletta
È un paradosso del capitalismo: Internet ha realizzato la più grande socializzazione globale della proprietà privata, rendendo gratuitamente disponibile a tutti praticamente ogni contenuto intellettuale che prima era "segregato", essendo fornito solo dietro pagamento: informazioni giornalistiche, film, canzoni, libri, statistiche, mappe geografiche, enciclopedie, traduttori istantanei.
Internet è la più grande biblioteca mai pensata al mondo: nessuno mai prima d'ora ha avuto questo incomparabile privilegio, di avere quasi tutto la scibile a portata di mano e gratuitamente. Una volta che un qualsiasi contenuto è stato messo in Rete, su un sito aperto, diviene patrimonio comune dell'Umanità.
Ci sono poi i servizi di telecomunicazioni: con un abbonamento mensile a costo modico, a forfait, si ha accesso praticamente illimitato a telefonate, SMS, e ad internet. Di qui la possibilità di inviare gratuitamente e-mail, posta certificata, fare pagamenti su piattaforme globali anche queste gratuite, accedere ai siti di e-commerce.
Al contrario di quanto avviene normalmente, con uno scambio contemporaneo di merci e servizi in un senso e di denaro nell'altro, nella rete non c'è un corrispondente movimento. All'inizio, si immaginava di poter tariffare tutto, visto che ogni informazione ed ogni servizio sarebbero stati a pagamento, facendo transitare obbligatoriamente "l'abbonato ad Internet" attraverso il "portale" dell'ISP (Internet Service Provider): lì ci sarebbe stato il menu di accesso ai diversi siti, con il controllo dei tempi e dei contenuti e la conseguente tariffazione.
Le cose sono andate diversamente: la "rete" ha dimostrato la sua vera natura, uno strumento creato per non essere controllabile, concepito per fini militari e scientifici e non economici: i "browser" hanno sconvolto l'assetto teorico di "accesso controllato e tariffato all'ingresso dall'ISP": l'utente accede infatti direttamente ai siti formulando una interrogazione, digitando una o più parole chiave che rimandano ad un archivio di corrispondenze, e di lì ai siti. L'ISP istrada solo l'accesso alla rete, ma non lo controlla: il controllo si fa direttamente al sito che offre informazioni o servizi, che per la stragrande quantità sono gratuiti.
Ci sono due aspetti che vanno considerati a questo punto, sul piano patrimoniale e su quello economico.
Innanzitutto c'è stato un abbattimento del valore degli asset esistenti: la concorrenza delle enciclopedie on-line ha abbattuto il valore di quelle storiche. Lo stesso vale per gli immensi archivi di musica, di film e di opere letterarie: una volta digitalizzate ed immesse in rete, è stato quasi impossibile mantenere in piedi i vecchi modelli di business basati sulla vendita dei supporti fisici e l'incasso dei relativi diritti di sfruttamento.
Mentre da una parte la platea dei fruitori dei contenuti si è moltiplicata a dismisura, il prezzo dei contenuti in rete è crollato fino alla gratuità assoluta. Nonostante gli sforzi di controllare il pirataggio e lo sviluppo delle piattaforme a pagamento, il modello pay è assolutamente minoritario.
Il sistema postale e quello telefonico tradizionale sono usciti devastati: non si mandano più lettere o cartoline, né si spediscono più fatture, perché tutto va sulla rete. E le bollette telefoniche sono quasi tutte a forfait, mentre una volta il traffico era tariffato a tempo ed a distanza, a scatti oppure a secondi. Oggi si può stare tranquillamente al telefono per ore chiacchierando con chiunque in capo al mondo, o fare collegamenti video anche sullo smartphone: quella che nei primi anni duemila sembrava una gigioneria, la videochiamata sui primi telefonini UMTS di terza generazione, è diventata pratica comune. Anche qui, tutto gratis: dalle e-mail alle telefonate via Skype o equivalenti, alle chat sui social media, alle videochiamate.
Se volessimo dare un valore monetario a tutto questo enorme traffico sulla rete, allo scambio di contenuti ed alla fornitura di servizi, il PIL registrerebbe una crescita enorme. Immaginate di dare il valore di 10 centesimi di euro o di dollaro per ogni mail inviata e anche solo di 1 centesimo per ogni foto caricata o inviata: in un anno, si arriverebbe, a livello planetario, ai fantastiliardi. Ed invece, essendo servizi gratuiti, tutto questo non viene in alcun modo valorizzato: ci sono solo i costi di gestione e di alimentazione dei siti e dei contenuti che vengono caricati, trovando la pubblicità o con altri servizi.
Internet ha determinato una socializzazione della ricchezza intellettuale mai immaginata prima e dà vita in ogni istante ad un valore sociale ed economico immenso: ma tutto questo non viene computato.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/05/2022
02/08/2019
Meridione sottoposto ad un “doppio divario”. Ultima chiamata dal rapporto dello Svimez
Come previsto nel Rapporto Svimez dello scorso anno, se l’Italia rallenta, il Sud subisce una brusca frenata. Si sta consolidando sempre più il “doppio divario”: dell’Italia rispetto all’Unione Europea e del Sud rispetto al Centro-Nord. È nel problema italiano, dunque, che si accentua il problema meridionale, su cui grava ora lo spettro di una nuova recessione.
Secondo le anticipazioni diffuse alla stampa da Svimez, le persone che sono emigrate dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi, si legge nel rapporto, “66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)”. La ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.
Secondo lo Svimez, ormai sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.
In base alle elaborazioni dell’istituto, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.
Ma se la situazione di stagnazione economica dell’intero paese continua ad essere l’ipoteca sul presente e sul futuro, nel Meridione le cose vanno anche peggio. “Nel progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito” sostiene lo Svimez. Nel 2019 l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del -0,3%”.
“Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5%), ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico”.
Alle difficoltà economiche, si aggiunge un peggioramento del situazione dal punto di vista del lavoro.
“La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%). Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%)”.
Ma sul declino del Meridione, pesa anche la riduzione dell’intervento pubblico che in passato era servito come fattore di riequilibrio verso il resto del paese.
“L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania. Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido”.
Le conclusioni annunciate dallo Svimez (e che rimandano al prossimo rapporto autunnale) sono pesanti come macigni: “Lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle nostre previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo. Il problema meridionale non è la causa del problema italiano, ma nel problema italiano si accentua, configurando il “doppio divario” rispetto ai principali paesi europei”.
Fonte
Secondo le anticipazioni diffuse alla stampa da Svimez, le persone che sono emigrate dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di questi, si legge nel rapporto, “66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33% laureati)”. La ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.
Secondo lo Svimez, ormai sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.
In base alle elaborazioni dell’istituto, i cittadini stranieri iscritti nel Mezzogiorno provenienti dall’estero sono stati 64.952 nel 2015, 64.091 nel 2016 e 75.305 nel 2017. Invece i cittadini italiani cancellati dal Sud per il Centro-Nord e l’estero sono stati 124.254 nel 2015, 131.430 nel 2016, 132.187 nel 2017.
Ma se la situazione di stagnazione economica dell’intero paese continua ad essere l’ipoteca sul presente e sul futuro, nel Meridione le cose vanno anche peggio. “Nel progressivo rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta la frattura territoriale che arriverà a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito” sostiene lo Svimez. Nel 2019 l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. Al Centro-Nord dovrebbe crescere poco, di appena lo +0,3%. Nel Mezzogiorno, invece, l’andamento previsto è del -0,3%”.
“Il dato più preoccupante, nel 2018, che segna la divergente dinamica territoriale, è il ristagno dei consumi nell’area (+0,2, contro il +0,7 del resto del Paese). Mentre il Centro-Nord ha ormai recuperato e superato i livelli pre crisi, nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -9%. A pesare nel 2018 è il debole contributo dei consumi privati delle famiglie (con i consumi alimentari che calano dello 0,5%), ma soprattutto è mancato l’apporto del settore pubblico”.
Alle difficoltà economiche, si aggiunge un peggioramento del situazione dal punto di vista del lavoro.
“La dinamica dell’occupazione meridionale presenta dalla metà del 2018 una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord: sulla base dei dati territoriali disponibili, gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati complessivamente di 107 mila unità (-1,7%); nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%). Nello stesso arco temporale, aumenta la precarietà al Sud e si riduce nel Centro-Nord: i contratti a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sono stati 84 mila in meno (-2,3%), mentre nelle regioni centro-settentrionali sono aumentati di 54 mila (+0,5%), con un saldo italiano negativo di 30 mila unità, pari a -0,2%. Per converso, i dipendenti a tempo determinato sono cresciuti di 21 mila unità nel Mezzogiorno (+2,1%), mentre sono calati al Centro-Nord di 22 mila (-1,1%)”.
Ma sul declino del Meridione, pesa anche la riduzione dell’intervento pubblico che in passato era servito come fattore di riequilibrio verso il resto del paese.
“L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani. Infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno, di cui addirittura 4 su 10 mila in Basilicata, 8 in Molise, 11 in Sardegna, 15 in Sicilia. Mentre i posti letto nelle strutture residenziali e semi residenziali, comprensivi degli istituti di riabilitazione, ogni 10 mila persone (non solo anziani) sono 73,47 al Centro-Nord, e 21,21 al Mezzogiorno, con punte di appena 9,85 in Sicilia e 14,28 in Campania. Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%. Con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Le carenze strutturali del sistema scolastico meridionale insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%, con punte oltre il 20% in Calabria, Sicilia e Sardegna. Tali dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido”.
Le conclusioni annunciate dallo Svimez (e che rimandano al prossimo rapporto autunnale) sono pesanti come macigni: “Lo spettro della recessione si può evitare, l’allarme delle nostre previsioni rappresenta un’ultima chiamata per le politiche di sviluppo. Il problema meridionale non è la causa del problema italiano, ma nel problema italiano si accentua, configurando il “doppio divario” rispetto ai principali paesi europei”.
Fonte
25/05/2018
Il caso Bolkestein, i balneari ed il caos politico italiano
La confusione politica attuale in Italia non è frutto del caso.
Per molti la direttiva europea “servizi” 2006/123/CE i cui lavori furono coordinati da Friz Bolkestein
riguarda solo quei casini degli stabilimenti balneari, spesso ladri e
cementificatori, e degli ambulanti che commerciano su suolo pubblico,
poco inclini a fare scontrini. Oltre non si va. Peccato.
Questo esempio sui balneari e ambulanti
si adatta bene a dimostrare come la politica nazionale abbia poco
margine sui rivolgimenti sistemici che invece sono sempre stato dominio
dei liberal di stampo anglosassone. La facile propaganda politica si fa
su ciò che si vede, quindi: immigrazione incontrollata, competizione
“sleale” e sicurezza. Tutte, chiaramente, “colpa della sinistra” si
sostiene a destra. Con questi presupposti sociali e politici, perché di
fatto sono legittimati dalle menti di tante persone, si va verso un
inconcludente caos.
La direttiva “servizi” invece è
stato un passo enorme dal punto di vista normativo le cui linee guida
hanno uno spessore politico non di poco conto su tutto il territorio
europeo. E’ una norma che regola il mondo delle masse che
vivono del reddito da lavoro, è la norma infatti che definisce ancora di
più la realtà del Mercato Unico Europeo e da forma alla Strategia di
Lisbona. Quelle masse oggi in piena crisi a cui si chiedono sforzi, a
cui si è fatto scendere il valore reale del reddito. Ecco proprio quelle
dove ci stiamo tutti noi che facciamo parte del mondo reale. Dopo
dodici anni dalla sua emanazioni si può fare un punto della situazione
economica che si è generata da questa impostazione normativa.
In prima battuta c’è da rendersi conto del peso che l’economia dei servizi ha sul territorio europeo che storicamente aveva agricoltura e industria come settori principali. Oggi in Europa alcuni documenti istituzionali dicono che 9 lavoratori su 10 sono impiegati nei servizi e la direttiva stessa afferma che il 70% del PIL è prodotto dai servizi.
Di seguito si deve capire poi come la direttiva voglia entrare nel funzionamento della pubblica amministrazione dei vari paesi membri affinché la concorrenza e la libertà di impresa venga tutelata e promossa.
Siamo di fronte alla concreta
implementazione dei principi di libertà che la destra liberale ha sempre
professato, anteponendo quella particolare libertà dell’impresa come se
fosse un diritto naturale. Inoltre i servizi finanziari,
esclusi dalla direttiva, sono anch’essi regolati con leggi specifiche le
cui norme arrivano a far affermare gli stessi principi di libertà della
destra conservatrice.
Da una parte l’impresa deve poter agire
liberamente sul territorio comunitario, dall’altra il sistema bancario e
assicurativo deve poter fare la stessa cosa non condividendo troppo il
rischio d’impresa.
Una vicenda molto complessa ma allo
stesso tempo visibile e percepibile sulla quale vengono messe alla prova
tutte le forze politiche presenti in Europa a tal punto di esser
completamente spiazzate per l’insignificanza che esprimono. Abbiamo
sotto gli occhi l’Italia ma anche negli altri paesi si ricorre a grandi
coalizioni di governo perché i partiti in sé non hanno più la forza per
stare in piedi, poiché nessuno ha la proposta vincente. Nessuna
legge elettorale può aiutare i partiti che sostanzialmente sono stati
sorpassati dall’affermazione delle norme che immesse nel sistema
giuridico europeo penetrano nelle varie nazioni e mettono in stretto
contatto il significato politico contenuto appunto nella norma e le
procedure amministrative. Le norme hanno permesso lo sviluppo economico di aree che non necessariamente coincidono con i confini degli stati membri[1].
Ad oggi le idee espresse storicamente da forze politiche stile People’s Party for Freedom and Democracy hanno momentaneamente vinto, paradossalmente in un contesto di crisi e l’ex commissario in pensione Bolkestein si può permettere di dire che i balneari italiani e anche gli ambulanti non dovevano rientrare in questa direttiva!
Le forze di sinistra, in Italia, gioirono per quella che al tempo sembrava come una liberazione del demanio marittimo dallo sfruttatore, a cui sarebbe succeduto poi in realtà solo un altro sfruttatore, portata per mano da idee e uomini della destra conservatrice liberale del nord europa. Bolkestein è figlio d’arte in tal senso, suo nonno era già un ministro del governo olandese ed esponente del Free Thinking Democratic League.
Le forze di destra locali invece
sono sempre legate ai signorotti più o meno borgatari e palazzinari che
con l’impresa non hanno mai avuto niente a che vedere e nemmeno con una
sana competizione. Una destra che è detestata a livello europeo in quanto fiscalmente sfuggente.
Sta il fatto che nessuna attività
politica critica efficace è mai riuscita a scalfire la forza della
governance europea orientata al rapporto cittadino-impresa; l’adeguamento
di Forza Italia e del Pd alla gestione politica dettata dall’Unione
Europea, Commissione e settori di Regolazione è tutt’ora in corso.
Oggi però sul nostro territorio si fatica enormemente per trovare o mantenersi un lavoro poiché l’impresa liberalizzata spesso non arriva neanche, pensiamo a porti e logistica, a partecipare agli stupidi e sconvenienti bandi lanciati dalle pubbliche amministrazioni, pensiamo quindi a un ciclo economico che si annichilisce non trovando mai rilanci soprattutto orientati al miglioramento della vita. Niente di questo vien fatto.
L’Europa a guida liberale lo sa, e nel 2017 Juncker scrive il suo Libro Bianco che la sinistra
non ha neanche letto visto che professa certe idee che Juncker invece
ha scritto prima, senza saperlo.
Confusione totale e il risultato è l’insignificanza e l’inconcludenza. Non è che la politica non ascolta i cittadini, è il fatto che la politica non sa più dove si trova,
quale sia il suo piano di azione ed è infatti morente. Parla così di
sicurezza e immigrazione invasiva perché è stata colpita e invasa essa
stessa da chi ha avuto potere e lucidità per metterla in un angolo.
Sindacato compreso chiaramente.
Il rapporto impresa-cittadino ha assunto
il significato principale nelle aspirazioni di un maggior benessere
(l’ascesa di Berlusconi era fondata su quest’idea), forse lo è sempre
stato ma oggi il cittadino se esce dall’abbaglio della comunicazione
mainstream capisce bene che la politica è irrilevante, molto più
efficace un’associazione consumatori.
Da qui si inizia a comprendere il ruolo
della pubblica amministrazione che deve liberare il campo da ogni
ostacolo che possa limitare l’azione di tutte quelle imprese che
prevedono di spostarsi per prestare i loro servizi.
Il dibattito di restare in Europa oppure uscirne è una gag comica.
Restarci invece dentro a queste condizioni è davvero una realtà
infelice poiché i raggruppamenti demografici cambieranno e il rischio di
lasciare zone urbane semi deserte c’è ed è reale.
La libertà di impresa e la tutela della concorrenza su quale piano si giocano e per quali risultati?
Il binomio impresa-cittadino,
entrambi liberi di guadagnare per poi gestire in proprio come
spendere tali guadagni, fa in modo che siano i gusti a decidere le linee di sviluppo
europeo compresi i flussi di import.
Alla “direttiva servizi” si sono sommate le precedenti direttive UE la 17 e la 18 del 2004 sulla concorrenza, appunto, che hanno lanciato i contenuti di base. Parallelamente esiste ed è in vigore tutta la normativa sulla Regolazione nei vari settori, dalla politica agricola fino ai settori della IT (information tecnology).
C’è da chiedersi oggi cosa si voglia
fare di politicamente rilevante al fine di interrompere questa crisi in
cui i liberal conservatori hanno condotto milioni di persone sulle
spalle di altri miliardi di persone ancora più povere.
Di certo aver gioito e quasi
idolatrato Bolkestein perché gli stabilimenti balneari e gli ambulanti
andassero all’asta è stata una miopia enorme da parte del centro
sinistra e della sinistra, dalla Gabbanelli fino all’amante della costa
libera che però purtroppo nessuno pulisce. Le eventuali aste
non sono un cambiamento di linea politica di gestione della costa, sono
solo un avvicendamento di imprese nella speranza di far cadere i prezzi,
che in questo preciso settore non cadranno mai fino a che la domanda
rimane alta. Un po’ poco per una visione politica di successo nel tempo.
La destra, sia Lega che FdI e FI, invece protegge le posizioni
privatistiche più becere a tal punto di sognare la sdemanializzazione
ossia la vendita delle superfici attualmente pubbliche. Il PD invece
vuole le aste e non pensa mai a cosa sia successo nel settore
manifatturiero e dei servizi che serviva tutto il settore balneare
nazionale in questi otto anni di blocco.
Tornando a trattare della situazione
generale, nell’imminenza c’è il rigore delle questioni di bilancio
nazionale che spingeranno l’IVA al 25%[2] a partire dal 1° Gennaio 2019 come già anticipato nell’ultima finanziaria.
Il quadro che emerge è particolare, e
grave, dove accanto alle idee liberali in concreto aumenta la pressione
fiscale a tal punto che è sempre più un limite per la volontà di fare e
organizzare azioni lavorative. Inoltre gli impiegati nella pubblica
amministrazione, attualmente, hanno tutele incredibilmente superiori
rispetto ai lavoratori dei settori privati, a parità di servizio spesso
anche più scadente.
Quindi da una parte ci sono i
regolatori della concorrenza che hanno creato un ambiente privato
aggressivo, dall’altra uno Stato Apparato che non molla e vuole
attualizzare in ogni caso la remunerazione dei suoi fattori.
Per lo Stato la norma sul Pareggio di Bilancio è diventato uno scudo
contro la crisi. Lo Stato tenta di salvarsi a spese della massa, questo
chiaramente creerà reazioni in futuro.
Se l’Italia non trova una produttività
fondata su settori legati al territorio in modo da redistribuire in
maniera omogenea, potrebbe spopolarsi[3] offrendo intelligenza e manodopera ad altre aree del mercato unico europeo che non necessariamente sono i suoi pochi distretti.
Il leghismo come i movimentisti del 5
Stelle non si rendono conto della situazione e lo dimostra il fatto che
non riescono ad andare oltre ad una trattazione molto superficiale[4];
Pd e FI sono europeisti della corrente che governa attualmente
continuando a battere la strada, in salita, del rigore senza speranza
che li sta portando ad esaurirsi. Con l’idea di Governo Neutrale il
presidente Mattarella conferma il suo stato di paura, un argine molto
debole per una situazione molto agitata.
Per Senza Soste, Jack RR
24 maggio 2018
[1] http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/05/07/disoccupazione-mezzitalia-tedesca-resto-garlic-belt/
[4] https://it.businessinsider.com/governo-lega-m5s-diplomazie-al-lavoro-sul-def-ce-gia-lintesa-su-iva-e-fornero/
Ragionamento fondamentalmente corretto ma abbastanza confuso, soprattutto in merito alle prospettive. Detto chiaramente non si capisce quale dovrebbe essere l'approccio nei confronti della UE e trovo opinabile il discorso sui dipendenti pubblici che presta terribilmente il fianco alla guerra tra poveri.
07/01/2018
Valanga di aumenti di tariffe. Nazionalizzare ciò che è stato svenduto
Gas, elettricità, autostrade, persino l’acqua che avrebbe dovuto restare pubblica, con l’inizio dell’anno una valanga di aumenti di tariffe di servizi essenziali per la nostra vita si abbatte su salari, pensioni, redditi popolari sempre più miseri, per chi riesce a metterli assieme.
È un salasso terribile, che annulla anche quei piccoli aumenti, quelle mance concesse qua e là.
Dove sono finiti quei cialtroni che avevano esaltato le privatizzazioni come un grande guadagno per i consumatori? E tutti i governanti di centrosinistra e centrodestra che hanno svenduto ai privati il patrimonio pubblico che cosa dicono?
Fanno finta di niente. Contano tutti sulla smemoratezza collettiva alimentata dai mass media, anch’essi guidati dai padroni delle privatizzazioni. Così si rimuove che tutte le reti ed i servizi essenziali fino agli anni '90 erano in mano pubblica. E che le tariffe erano sottoposte a controllo e calmiere per tutte le famiglie a basso reddito. Poi nel nome del mercato e dei trattati liberisti della Unione Europea tutto è stato messo all’asta.
Il mercato ha vinto, con la vergognosa complicità di TUTTI coloro che hanno governato, e noi abbiamo perso. Ora i padroni di servizi di pubblica utilità vengono a riscuotere la loro vittoria. Paghiamo tutti i costi delle privatizzazioni.
Ma perché i Benetton devono essere i padroni delle autostrade, perché l’energia e i servizi che ci servono per vivere devono solo fare profitti per i privati?
Altro che il furto sui sacchetti dei supermercati, qui c’è una rapina che colpisce la grande maggioranza del popolo. E che è solo cominciata. Per fermarla c’è una sola via a parte le chiacchiere: tornare alla gestione e al controllo pubblico dei grandi servizi e delle reti. NAZIONALIZZARE ciò che è stato svenduto. E all’inferno i vincoli e i trattati UE che ci hanno rovinato.
Fonte
È un salasso terribile, che annulla anche quei piccoli aumenti, quelle mance concesse qua e là.
Dove sono finiti quei cialtroni che avevano esaltato le privatizzazioni come un grande guadagno per i consumatori? E tutti i governanti di centrosinistra e centrodestra che hanno svenduto ai privati il patrimonio pubblico che cosa dicono?
Fanno finta di niente. Contano tutti sulla smemoratezza collettiva alimentata dai mass media, anch’essi guidati dai padroni delle privatizzazioni. Così si rimuove che tutte le reti ed i servizi essenziali fino agli anni '90 erano in mano pubblica. E che le tariffe erano sottoposte a controllo e calmiere per tutte le famiglie a basso reddito. Poi nel nome del mercato e dei trattati liberisti della Unione Europea tutto è stato messo all’asta.
Il mercato ha vinto, con la vergognosa complicità di TUTTI coloro che hanno governato, e noi abbiamo perso. Ora i padroni di servizi di pubblica utilità vengono a riscuotere la loro vittoria. Paghiamo tutti i costi delle privatizzazioni.
Ma perché i Benetton devono essere i padroni delle autostrade, perché l’energia e i servizi che ci servono per vivere devono solo fare profitti per i privati?
Altro che il furto sui sacchetti dei supermercati, qui c’è una rapina che colpisce la grande maggioranza del popolo. E che è solo cominciata. Per fermarla c’è una sola via a parte le chiacchiere: tornare alla gestione e al controllo pubblico dei grandi servizi e delle reti. NAZIONALIZZARE ciò che è stato svenduto. E all’inferno i vincoli e i trattati UE che ci hanno rovinato.
Fonte
25/12/2017
Liguria: occupazione in calo, turismo in crisi
La rielaborazione seguita dall’Ufficio Economico della CGIL sulla base dei dati ISTAT riguardante la situazione del mondo del lavoro in Liguria conferma un’analisi sostenuta da tempo da chi scrive e pare il caso di rivendicarla con forza: l’occupazione nella nostra Regione è in calo, si salva il settore manifatturiero (nonostante l’assenza d’investimenti e la crisi di veri e propri punti strategici del settore nell’area centrale: ILVA, Piaggio, Bombardier, chiusura di Tirreno Power, Mondomarine) e il tanto decantato turismo, sede di supersfruttamento e precarietà (come vedremo meglio) funziona da freno.
Prima di tutto il dato generale: nell’ultimo anno la Liguria ha perso 7.000 occupati.
Nel corso degli ultimi 5 anni gli occupati persi assommano a 20.000.
Mentre l’occupazione a livello nazionale sale dell’1,1% e nel Nord – Ovest (l’antico “triangolo”) dell’1% in Liguria, nel periodo gennaio – settembre 2017, il segno è – 1%.
La disoccupazione è al 9% (11,7% maschile, 6,8% femminile).
Sessantamila persone in Liguria cercano un’occupazione: l’8,4% in più se rapportiamo il trimestre Luglio – Settembre 2016 al trimestre Luglio – Settembre 2017.
Nel settore turistico, proprio nel periodo estivo, si registra un calo del 4% , con l’aggiunta che il quadro contrattuale del settore appare il più “provvisorio” del mercato del lavoro in Liguria. Tempo determinato e “lavoro nero” la fanno sempre più da padroni nel turismo ligure.
Si salva – come già accennato – il settore manifatturiero con una crescita del 2,3% corrispondente a 3.000 occupati in più.
Il terziario, inoltre, perde oltre 2.000 occupati.
Da notare ancora come su 100 assunzioni, 83 sono fatte con contratti a termine, con termini brevissimi, ovvero di qualche giorno, fino al massimo di uno – tre mesi, in media. Tutti gli 83 contratti a termine sono stipulati nei settori turistico e terziario mentre i 17 a tempo indeterminato nell’industria.
L’ufficio economico della CGIL fa notare ancora: la disoccupazione in Liguria è lo stato “normale” dei lavoratori che, temporaneamente e ripetutamente, diventano occupati. Si potrebbe parlare, cioè, di una sorta di “disoccupati circolari” perché quella è la condizione da cui lavoratrici e lavoratori partono e quella a cui ritornano nel corso della loro vita professionale”.
Ancora un dato riguardante l’agricoltura, il settore del celebrato “ritorno alla terra”: nel terzo trimestre 2017 l’indice ISTAT registra un meno 18% rispetto all’analogo periodo del 2016 (nonostante la disponibilità di forti quote di fondi europei destinati al settore).
Registriamo così, per l’ennesima volta, la fallacia del modello di economia del “mordi e fuggi” che si è voluto imporre alla nostra Regione e del quale Savona è stata capofila con lo scambio tra deindustrializzazione e speculazione edilizia che ha ridotto la nostra Città alla miseria delle crociere e alla cementificazione delle aree portuali “storiche”.
Modello pseudo – economico sul quale storditamente anche l’attuale amministrazione comunale di Savona insiste mentre i suoi componenti appaiono più preoccupati del loro personale “apparire” in luogo dell’”essere” della realtà economica e sociale.
I problemi però sono molto più drammatici e vengono da lontano: manca completamente (ed è mancata, centrodestra e centrosinistra indifferentemente, giunta Biasotti 2000 – 2005; giunta Burlando 2005 – 2015; giunta Toti 2015 a oggi, per ricordare che hanno governato tutti da Rifondazione Comunista a Fratelli d’Italia) una regia dello sviluppo da parte della Regione. Un’assenza di regia che ha portato il terziario a rappresentare il 75% degli occupati. E’ evidente come la crisi del settore si stia rivelando assolutamente disastrosa.
Tutti dati sui quali non ci sarebbe soltanto da meditare ma da agire politicamente e progettualmente.
Fonte
Prima di tutto il dato generale: nell’ultimo anno la Liguria ha perso 7.000 occupati.
Nel corso degli ultimi 5 anni gli occupati persi assommano a 20.000.
Mentre l’occupazione a livello nazionale sale dell’1,1% e nel Nord – Ovest (l’antico “triangolo”) dell’1% in Liguria, nel periodo gennaio – settembre 2017, il segno è – 1%.
La disoccupazione è al 9% (11,7% maschile, 6,8% femminile).
Sessantamila persone in Liguria cercano un’occupazione: l’8,4% in più se rapportiamo il trimestre Luglio – Settembre 2016 al trimestre Luglio – Settembre 2017.
Nel settore turistico, proprio nel periodo estivo, si registra un calo del 4% , con l’aggiunta che il quadro contrattuale del settore appare il più “provvisorio” del mercato del lavoro in Liguria. Tempo determinato e “lavoro nero” la fanno sempre più da padroni nel turismo ligure.
Si salva – come già accennato – il settore manifatturiero con una crescita del 2,3% corrispondente a 3.000 occupati in più.
Il terziario, inoltre, perde oltre 2.000 occupati.
Da notare ancora come su 100 assunzioni, 83 sono fatte con contratti a termine, con termini brevissimi, ovvero di qualche giorno, fino al massimo di uno – tre mesi, in media. Tutti gli 83 contratti a termine sono stipulati nei settori turistico e terziario mentre i 17 a tempo indeterminato nell’industria.
L’ufficio economico della CGIL fa notare ancora: la disoccupazione in Liguria è lo stato “normale” dei lavoratori che, temporaneamente e ripetutamente, diventano occupati. Si potrebbe parlare, cioè, di una sorta di “disoccupati circolari” perché quella è la condizione da cui lavoratrici e lavoratori partono e quella a cui ritornano nel corso della loro vita professionale”.
Ancora un dato riguardante l’agricoltura, il settore del celebrato “ritorno alla terra”: nel terzo trimestre 2017 l’indice ISTAT registra un meno 18% rispetto all’analogo periodo del 2016 (nonostante la disponibilità di forti quote di fondi europei destinati al settore).
Registriamo così, per l’ennesima volta, la fallacia del modello di economia del “mordi e fuggi” che si è voluto imporre alla nostra Regione e del quale Savona è stata capofila con lo scambio tra deindustrializzazione e speculazione edilizia che ha ridotto la nostra Città alla miseria delle crociere e alla cementificazione delle aree portuali “storiche”.
Modello pseudo – economico sul quale storditamente anche l’attuale amministrazione comunale di Savona insiste mentre i suoi componenti appaiono più preoccupati del loro personale “apparire” in luogo dell’”essere” della realtà economica e sociale.
I problemi però sono molto più drammatici e vengono da lontano: manca completamente (ed è mancata, centrodestra e centrosinistra indifferentemente, giunta Biasotti 2000 – 2005; giunta Burlando 2005 – 2015; giunta Toti 2015 a oggi, per ricordare che hanno governato tutti da Rifondazione Comunista a Fratelli d’Italia) una regia dello sviluppo da parte della Regione. Un’assenza di regia che ha portato il terziario a rappresentare il 75% degli occupati. E’ evidente come la crisi del settore si stia rivelando assolutamente disastrosa.
Tutti dati sui quali non ci sarebbe soltanto da meditare ma da agire politicamente e progettualmente.
Fonte
05/10/2017
Mafia. Tra gli arrestati c’è un uomo dei servizi segreti
Non è un dettaglio, ma uno dei due carabinieri arrestati nell’ambito dell’operazione contro il clan Rinzevillo e le sue propaggini in tutta Italia è un agente dei servizi segreti. All’epoca dei fatti contestati, secondo quanto emerge dagli atti d’indagine, il carabiniere Marco Lazzari lavorava all’Aisi, una delle agenzie dei servizi d’intelligence. Nei suoi confronti la procura di Roma contesta il reato di accesso abusivo a sistemi informatici mentre quella di Caltanissetta ha ipotizzato il concorso esterno in quanto, secondo le indagini, il militare avrebbe gestito anche i contatti con alcuni affiliati del clan mafioso.
Da pochi giorni Lazzari e’ rientrato nell’arma dei Carabinieri. L’altro militare arrestato, Cristiano Petrone, all’epoca dei fatti era invece in servizio al Ros ma da qualche tempo era stato trasferito alla Compagnia speciale. Quando i suoi stessi superiori sono andati a contestargli gli accessi abusivi alla banca dati, ha cercato di giustificarsi sostenendo di voler sapere se vi erano precedenti a carico di persone che conosceva. Una spiegazione che il Gip, nell’ordinanza che ha portato all’arresto, definisce “mistificatoria”.
Dalle carte dell’inchiesta delle procure di Caltanissetta e Roma che hanno portato in carcere 37 persone, emerge l’ennesima collusione tra colletti bianchi, appartenenti ai corpi dello Stato e organizzazioni mafiose.
Nell’ordinanza della magistratura che ha portato agli arresti, si rileva che per l’uomo dei servizi segreti, lo “zio” Salvatore Rinzevillo era persona degna di “grande rispetto”, il ‘capo’ con il quale c’era “un’amicizia” nata da un rapporto costante.
Una convergenza di interessi che, secondo il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, mina alle radici la lotta alla criminalità organizzata. “Una delle caratteristiche fondamentali delle mafie, una di quelle che ne fanno la loro forza, e’ proprio il sistema delle relazioni con il mondo non mafioso”, che si pone “al servizio dell’organizzazione e ne cura gli interessi” spiega il magistrato. Un sistema che, anche stavolta, poteva contare su due carabinieri, Marco Lazzari e Cristiano Petrone – il primo all’epoca dei fatti in servizio all’Aisi, il secondo al Ros.
Secondo gli atti dell’inchiesta i due carabinieri avrebbero interrogato le banche dati delle forze di polizia – Petrone su richiesta di Lazzari – per avere informazioni sulle vittime di estorsione del clan e sulle loro attività commerciali. L’ex 007, inoltre, avrebbe anche gestito i rapporti con altri affiliati e svolto pedinamenti per conto del boss Rinzevillo. Quale fosse la disponibilità di Lazzari nei confronti di Rinzivillo, è lo stesso carabiniere a spiegarlo, in un’intercettazione con un altro membro dell’organizzazione in cui critica “l’assenza di remunerazione per tutti i “favori” fatti: “rimane sempre l’amicizia, un grande rispetto, non è che me distacco, non è che io... io rispetto, è una brava persona... senno andrei contro i miei principi e ciò che ho detto... però devo ribadire... perché poi ho fatto altre cose che lui era fuori... però io una parola do e quella faccio... però... io non è che voglio però me so stufato, perché non è andato un affare non è andato quell’altro... qui non è che navighiamo tutti nell’oro... se c’era da mangià c’era da mangià bene tutti”.
Un rapporto con il boss mafioso di cui il carabiniere conosce bene i rischi, visto che più avanti afferma: “non è che voglio fa il paladino di Francia, chi s’è esposto più di tutti so io... la faccia, le notizie, gli avvisi, che poi io sono in una posizione delicatissima... chi va a perde, perdo solo io”. “Speriamo che non se lo caricano” dice al telefono l’avvocato D’Ambra (anche lui arrestato) al carabiniere/agente Lazzari, riferendosi al boss Rinzevillo, preoccupato che i suoi colleghi scoprissero i loro movimenti e arrestino tutti.
La presenza di due carabinieri, di cui uno nei servizi segreti, dentro la rete dell’organizzazione mafiosa che si era allargata dalla Sicilia a Roma e Milano, non è purtroppo un'eccezione.
Nel 2011 la Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni 10 mesi e 20 mila euro di multa a carico di Michele Riccio, ex comandante dei Ros e della Dia genovese accusato di detenzione e spaccio di stupefacenti finalizzato a favorire i suoi confidenti e consentirgli di fare operazioni di successo per ottenere avanzamenti di carriera. In primo grado, il tribunale di Genova, il 28 marzo del 2007 aveva inflitto a Riccio una condanna più pesante, pari a 9 anni e 6 mesi di reclusione. Il colonnello Riccio gestiva la fonte Oriente, Luigi Ilardo, infiltrato dentro il clan di Provenzano e che aveva indicato la masseria dove stava il superlatitante. Ilardi venne ucciso due giorni prima che testimoniasse davanti alla Direzione Nazionale Antimafia.
Nel 2014 a Gela tre carabinieri in servizio e uno in pensione vengono arrestati in una operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, prendendo spunto dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia affiliato al clan mafioso capeggiato da Giuseppe Alferi.
Secondo l’accusa, i militari indagati avrebbero estorto denaro a un imprenditore e successivamente avrebbero stabilito con la vittima un rapporto di scambio di favori. All’imprenditore sarebbe anche stato così permesso di acquisire informazioni riservate, mediante la visione di fascicoli e l’accesso abusivo alle banche dati. Sarebbe stato anche agevolato nell’acquisizione di certificati amministrativi presso gli uffici giudiziari.
Fonte
Da pochi giorni Lazzari e’ rientrato nell’arma dei Carabinieri. L’altro militare arrestato, Cristiano Petrone, all’epoca dei fatti era invece in servizio al Ros ma da qualche tempo era stato trasferito alla Compagnia speciale. Quando i suoi stessi superiori sono andati a contestargli gli accessi abusivi alla banca dati, ha cercato di giustificarsi sostenendo di voler sapere se vi erano precedenti a carico di persone che conosceva. Una spiegazione che il Gip, nell’ordinanza che ha portato all’arresto, definisce “mistificatoria”.
Dalle carte dell’inchiesta delle procure di Caltanissetta e Roma che hanno portato in carcere 37 persone, emerge l’ennesima collusione tra colletti bianchi, appartenenti ai corpi dello Stato e organizzazioni mafiose.
Nell’ordinanza della magistratura che ha portato agli arresti, si rileva che per l’uomo dei servizi segreti, lo “zio” Salvatore Rinzevillo era persona degna di “grande rispetto”, il ‘capo’ con il quale c’era “un’amicizia” nata da un rapporto costante.
Una convergenza di interessi che, secondo il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, mina alle radici la lotta alla criminalità organizzata. “Una delle caratteristiche fondamentali delle mafie, una di quelle che ne fanno la loro forza, e’ proprio il sistema delle relazioni con il mondo non mafioso”, che si pone “al servizio dell’organizzazione e ne cura gli interessi” spiega il magistrato. Un sistema che, anche stavolta, poteva contare su due carabinieri, Marco Lazzari e Cristiano Petrone – il primo all’epoca dei fatti in servizio all’Aisi, il secondo al Ros.
Secondo gli atti dell’inchiesta i due carabinieri avrebbero interrogato le banche dati delle forze di polizia – Petrone su richiesta di Lazzari – per avere informazioni sulle vittime di estorsione del clan e sulle loro attività commerciali. L’ex 007, inoltre, avrebbe anche gestito i rapporti con altri affiliati e svolto pedinamenti per conto del boss Rinzevillo. Quale fosse la disponibilità di Lazzari nei confronti di Rinzivillo, è lo stesso carabiniere a spiegarlo, in un’intercettazione con un altro membro dell’organizzazione in cui critica “l’assenza di remunerazione per tutti i “favori” fatti: “rimane sempre l’amicizia, un grande rispetto, non è che me distacco, non è che io... io rispetto, è una brava persona... senno andrei contro i miei principi e ciò che ho detto... però devo ribadire... perché poi ho fatto altre cose che lui era fuori... però io una parola do e quella faccio... però... io non è che voglio però me so stufato, perché non è andato un affare non è andato quell’altro... qui non è che navighiamo tutti nell’oro... se c’era da mangià c’era da mangià bene tutti”.
Un rapporto con il boss mafioso di cui il carabiniere conosce bene i rischi, visto che più avanti afferma: “non è che voglio fa il paladino di Francia, chi s’è esposto più di tutti so io... la faccia, le notizie, gli avvisi, che poi io sono in una posizione delicatissima... chi va a perde, perdo solo io”. “Speriamo che non se lo caricano” dice al telefono l’avvocato D’Ambra (anche lui arrestato) al carabiniere/agente Lazzari, riferendosi al boss Rinzevillo, preoccupato che i suoi colleghi scoprissero i loro movimenti e arrestino tutti.
La presenza di due carabinieri, di cui uno nei servizi segreti, dentro la rete dell’organizzazione mafiosa che si era allargata dalla Sicilia a Roma e Milano, non è purtroppo un'eccezione.
Nel 2011 la Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni 10 mesi e 20 mila euro di multa a carico di Michele Riccio, ex comandante dei Ros e della Dia genovese accusato di detenzione e spaccio di stupefacenti finalizzato a favorire i suoi confidenti e consentirgli di fare operazioni di successo per ottenere avanzamenti di carriera. In primo grado, il tribunale di Genova, il 28 marzo del 2007 aveva inflitto a Riccio una condanna più pesante, pari a 9 anni e 6 mesi di reclusione. Il colonnello Riccio gestiva la fonte Oriente, Luigi Ilardo, infiltrato dentro il clan di Provenzano e che aveva indicato la masseria dove stava il superlatitante. Ilardi venne ucciso due giorni prima che testimoniasse davanti alla Direzione Nazionale Antimafia.
Nel 2014 a Gela tre carabinieri in servizio e uno in pensione vengono arrestati in una operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, prendendo spunto dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia affiliato al clan mafioso capeggiato da Giuseppe Alferi.
Secondo l’accusa, i militari indagati avrebbero estorto denaro a un imprenditore e successivamente avrebbero stabilito con la vittima un rapporto di scambio di favori. All’imprenditore sarebbe anche stato così permesso di acquisire informazioni riservate, mediante la visione di fascicoli e l’accesso abusivo alle banche dati. Sarebbe stato anche agevolato nell’acquisizione di certificati amministrativi presso gli uffici giudiziari.
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13/06/2017
Un fine settimana surreale nell'ex Stalingrado d'Italia
C'è dell'ironia nel trovarsi quasi per caso a Sesto San Giovanni, in uno spazio denominato "carroponte" ad ascoltare in concerto i Descendents, formazione capostipite – o giù di li – di quell'hardcore fatto da kids (californiani) per kids (californiani) quindi cronaca urlata dei passaggi adolescenziali che hanno condotto tutti, seppur con sfumature diverse, all'età adulta.
Inizialmente pensavo di scrivere una normale recensione della serata, ma l'esplosivo incrociarsi di tante contraddizioni in un solo luogo, ha completamente traviato le mie intenzioni.
Mi risulta molto difficile rappresentare la sensazione di sospensione e straniamento vissuta durante quelle ore. L'unica similitudine che riesco a identificare è quella con la poetica surreale delle pellicole dei fratelli Coen.
A partire dalla mia discesa a Milano Lambrate, con Piazza Bottini attraversata da una cittadinanza che fin da primo impatto ho avvertito come forzatamente normalizzata nel cosmopolitismo, passando per la stanza all'undicesimo piano della Torre appesa con vista sugli ex uffici Alitalia, i cui trascorsi erano testimoniati dal logo della fu compagnia di bandiera accatastato sul tetto dello stabile, ogni cosa gonfiava l'attesa per l'apparizione di qualche personaggio sopra le righe, magari interpretato da John Goodman o dall'altro John, Turturro.
Invece nulla, nessun set, niente "motore e azione" ma una distopia fastidiosamente reale, in cui l'unico personaggio sopra le righe sono stato io, così abile a sembrare uno che non c'entrava nulla da attirare solo di sponda l'interesse di polizia e finanza che perquisivano meticolosamente ogni ingresso in un ambiente che, teoricamente, per gli ACAB ci si aspetterebbe essere fuori giurisdizione.
L'aria che tira e il senso di quella militarizzazione normalizzata, tuttavia, si chiarificano appena varcate le transenne d'ingresso: sotto e intorno al carroponte pochissimi punk o skin, ma hipster e "alternativi" a profusione; zero disagio o rabbia esistenziale pronte a esplodere in musica, ma tante barbe ben curate e lenzuolate di tatuaggi esposti, a volte con ostentazione, su fisicità più o meno toniche.
(Si dirà a suonare sono i Descendents non i Dead Kennedys... touché!...).
Mancava soltanto "The Dude" in pantofole, occhiali da sole e un mozzicone di spinello tra le dita, per completare una scena ai limiti della perfezione, capace d'immortalare lo stato di precaria sospensione che attraversa gli ambienti in cui viviamo e di conseguenza noi stessi.
La medesima sospensione che pervade Sesto, inghiottita da una riconversione al terziario che ha cancellato la storia operaia di quei territori, la cui testimonianza è affidata a un mesto monumento in memoria dei caduti per mano dello sfruttamento capitalista edificato lungo via Carducci – nello spiazzo antistante le sedi di due multinazionali tedesche, una francese e quel che resta di Breda... – e a quel carroponte, costretto nei confini dell'archeologia industriale, tra spazi commerciali e museali la cui costante è il dubbio gusto architettonico.
Osservare quello scheletro d'acciaio nudo stagliarsi nella notte mi ha riempito di malinconia, perché nelle officine meccaniche in cui i carriponte sono la norma, ho dato avvio alla mia maturazione di classe e constatare di aver avuto il privilegio di "vedere l'ultima frontiera prima che scompaia" e senza che qualcuno o qualcosa abbia posto oltre i confini, è stato triste.
E non è sufficiente un'ottima esibizione dei Descendents a riconciliarmi con il modernismo senza prospettive che luccica sulle poche rovine rimaste della fu Stalingrado d'Italia, non è sufficiente verificare che l'attempato quartetto tiene il palco come innumerevoli (tutti?) gruppi di ventenni
non avrebbero mai l'energia di fare, perché "Everything sucks today"
suona comunque fuori tempo massimo in un mondo che necessita di
ben altri inni per celebrarsi e soprattutto inseguire nuovi orizzonti.
Ps:
devo fare un ringraziamento a chi mi ha voluto con se in quei luoghi. Senza la sua
spinta non avrei vissuto quei momenti di annebbiata lucidità, a
dimostrazione che spesso, l'importanza di una persona sta nel condurti
dove tu mai avresti immaginato di poterti trovare.
08/06/2016
La Consulta boccia il decreto Monti sulla spending review per i Comuni
Come fa l’Unione Europea a governare in nome degli interessi supremi dei “mercati finanziari”? Determinandone le decisioni politiche, prese in teoria dai governi nazionali, sulla base di prescrizioni ultimative scritte nelle “leggi di stabilità” (nuovo nome della legge finanziaria, che regola entrate e uscite di uno Stato per l’anno successivo), che la Commissione provvede materialmente a determinare “correggendo” quanto proposto dai singoli governi; violando quelle prescrizioni entrano in funzione quasi automaticamente dei meccanismi istituzionali europei che a loro volta sollecitano le agenzie di rating a rivedere i giudizi e quindi anche i mercati finanziari a correggere il tiro delle manovre speculative, fiondandosi come avvoltoi sui paesi che dovessero “uscire dal seminato”. Chiedere ai greci per esempi concreti...
Tutto già noto? In parte sì, ovviamente. Quello che non è altrettanto chiaro è che questi meccanismi si impongono stravolgendo le Costituzioni dei vari paesi (di “impronta antifascista”, come si lamentava tempo fa la banca JpMorgan, una dei protagonisti assoluti dei “mercati finanziari”), cancellando poteri e prerogative diversi da quelli governativi. Una dittatura finanziaria, in altri termini, che non ci sembra proprio meno stragista di quelle tipicamente militari (affamare un popolo significa comunque far fuori un sacco di gente, anche senza sparare un colpo), ma che – par di capire – non esclude neanche soluzioni più “costrittive” (basti guardare agli “stati di emergenza” che piovono come macigni sulle dinamiche sociali classiche, ad esempio in Francia contro il movimento popolare che si oppone alle loi travail voluta dalla Ue e imposta da Hollande).
Qualcuno potrebbe dire: “che complottisti che siete, che c’entrano le leggi di stabilità con le modifiche costituzionali?”
C’entrano. Lo ha affermato definitivamente e concretamente la Corte Costituzionale l’altro ieri, depositando la sentenza 129/2016, che accoglie i ricorsi al Tar del Lazio presentati da due Comuni (Andria e Lecce) contro il decreto del governo Monti (7 agosto 2012, n. 135) che introduceva la famosa spending review.
Naturalmente la Consulta non può entrare nel merito (è necessario o no ridurre la spesa pubblica?), ma si pronuncia sul modo. In pratica, per recuperare risorse e guadagnare credibilità agli occhi dei mercati finanziari, il governo Monti varò una serie di tagli alla spesa pubblica che colpirono anche gli enti territoriali, senza minimamente tener conto dei poteri garantiti a questi enti dalla Costituzione italiana. Un taglio di 2,25 miliardi effettuato motu proprio dal governo che, dice la Consulta, “non prevede, nel procedimento di determinazione delle riduzioni del Fondo sperimentale di riequilibrio da applicare a ciascun comune nell’anno 2013, alcuna forma di coinvolgimento degli enti interessati, né l’indicazione di un termine per l’adozione del decreto di natura non regolamentare del ministero dell’Interno”.
Per dire: non era nemmeno stata convocata la Conferenza Stato-Città, che avrebbe potuto e dovuto discutere la richiesta di riduzione della spesa e magari arrivare a decidere le stesse cose o altre soluzioni. Il governo Monti, dunque, ha palesemente violato l’art. 119 della Costituzione che sancisce l’autonomia finanziaria di entrate e di spese di comuni, province, città metropolitane e regioni. In particolare – secondo la sentenza depositata – per la parte “che individua nei «consumi intermedi» il criterio per la determinazione della quota di riduzione delle risorse da trasferire, senza decurtare da detti consumi le spese sostenute per i servizi ai cittadini. Infine, la scelta del legislatore violerebbe il terzo comma dello stesso art. 119 Cost., ricorrendo a un criterio (i consumi intermedi) diverso da quello previsto dalla disposizione costituzionale per il fondo perequativo (minore capacità contributiva per abitante).”
In pratica: il governo Monti ha tagliato quel fondo senza distinguere tra “spese per il funzionamento amministrativo” (in cui come sempre si nascondono molti sprechi ed elargizioni clientelari) e servizi da garantire ai cittadini. Conoscendo poi il modo di funzionare di molte amministrazioni locali – vogliamo parlare di Mafia Capitale? – al danno causato dal governo si è aggiunta molto spesso la beffa: sono stati tagliati i servizi e salvaguardate le spese clientelari...
Naturalmente la Consulta non è affatto per una spesa incontrollata degli enti locali, né tantomeno per una sorta di “indipendenza” dei poteri locali rispetto a quelli nazionali: “Nessun dubbio che le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche possano incidere anche sull’autonomia finanziaria degli enti territoriali; tuttavia, tale incidenza deve, in linea di massima, essere mitigata attraverso la garanzia del loro coinvolgimento nella fase di distribuzione del sacrificio” e “non può essere tale da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni degli enti in questione”.
Insomma: se da un lato neanche li si coinvolge, e dall’altro si blocca il funzionamento di servizi dovuti alla cittadinanza, la decisione del governo diventa incostituzionale.
La sentenza cade in piena campagna elettorale per i ballottaggi in quasi tutti i comuni coinvolti in questa tornata. Sarebbe interessante sapere da ogni candidato sindaco se intende avvalersi oppure no di questa sentenza per ripristinare prerogative – sia nelle entrate che nelle spese – che sono proprie dei sindaci. Ma per ora, a parte Luigi De Magistris, nessuno ha detto nulla.
In secondo luogo, questa è materia su cui ci si dovrà pronunciare, a ottobre, in sede di referendum sulla riforma contro-costituzionale voluta da Renzi e affidata al ddl Boschi. In quella “riforma” infatti, l’art. 199 è stato modificato come segue:
p.s. Nel governo Monti, come viceministro per l’economia, dunque pienamente coinvolto come estensore delle norme previste in questo decreto, sedeva Stefano Fassina. Se poi non avete ancora capito perché questo personale politico risulta assolutamente non credibile come “sinistra”, allora dovete farvi vedere da qualche specialista...
Fonte
Tutto già noto? In parte sì, ovviamente. Quello che non è altrettanto chiaro è che questi meccanismi si impongono stravolgendo le Costituzioni dei vari paesi (di “impronta antifascista”, come si lamentava tempo fa la banca JpMorgan, una dei protagonisti assoluti dei “mercati finanziari”), cancellando poteri e prerogative diversi da quelli governativi. Una dittatura finanziaria, in altri termini, che non ci sembra proprio meno stragista di quelle tipicamente militari (affamare un popolo significa comunque far fuori un sacco di gente, anche senza sparare un colpo), ma che – par di capire – non esclude neanche soluzioni più “costrittive” (basti guardare agli “stati di emergenza” che piovono come macigni sulle dinamiche sociali classiche, ad esempio in Francia contro il movimento popolare che si oppone alle loi travail voluta dalla Ue e imposta da Hollande).
Qualcuno potrebbe dire: “che complottisti che siete, che c’entrano le leggi di stabilità con le modifiche costituzionali?”
C’entrano. Lo ha affermato definitivamente e concretamente la Corte Costituzionale l’altro ieri, depositando la sentenza 129/2016, che accoglie i ricorsi al Tar del Lazio presentati da due Comuni (Andria e Lecce) contro il decreto del governo Monti (7 agosto 2012, n. 135) che introduceva la famosa spending review.
Naturalmente la Consulta non può entrare nel merito (è necessario o no ridurre la spesa pubblica?), ma si pronuncia sul modo. In pratica, per recuperare risorse e guadagnare credibilità agli occhi dei mercati finanziari, il governo Monti varò una serie di tagli alla spesa pubblica che colpirono anche gli enti territoriali, senza minimamente tener conto dei poteri garantiti a questi enti dalla Costituzione italiana. Un taglio di 2,25 miliardi effettuato motu proprio dal governo che, dice la Consulta, “non prevede, nel procedimento di determinazione delle riduzioni del Fondo sperimentale di riequilibrio da applicare a ciascun comune nell’anno 2013, alcuna forma di coinvolgimento degli enti interessati, né l’indicazione di un termine per l’adozione del decreto di natura non regolamentare del ministero dell’Interno”.
Per dire: non era nemmeno stata convocata la Conferenza Stato-Città, che avrebbe potuto e dovuto discutere la richiesta di riduzione della spesa e magari arrivare a decidere le stesse cose o altre soluzioni. Il governo Monti, dunque, ha palesemente violato l’art. 119 della Costituzione che sancisce l’autonomia finanziaria di entrate e di spese di comuni, province, città metropolitane e regioni. In particolare – secondo la sentenza depositata – per la parte “che individua nei «consumi intermedi» il criterio per la determinazione della quota di riduzione delle risorse da trasferire, senza decurtare da detti consumi le spese sostenute per i servizi ai cittadini. Infine, la scelta del legislatore violerebbe il terzo comma dello stesso art. 119 Cost., ricorrendo a un criterio (i consumi intermedi) diverso da quello previsto dalla disposizione costituzionale per il fondo perequativo (minore capacità contributiva per abitante).”
In pratica: il governo Monti ha tagliato quel fondo senza distinguere tra “spese per il funzionamento amministrativo” (in cui come sempre si nascondono molti sprechi ed elargizioni clientelari) e servizi da garantire ai cittadini. Conoscendo poi il modo di funzionare di molte amministrazioni locali – vogliamo parlare di Mafia Capitale? – al danno causato dal governo si è aggiunta molto spesso la beffa: sono stati tagliati i servizi e salvaguardate le spese clientelari...
Naturalmente la Consulta non è affatto per una spesa incontrollata degli enti locali, né tantomeno per una sorta di “indipendenza” dei poteri locali rispetto a quelli nazionali: “Nessun dubbio che le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche possano incidere anche sull’autonomia finanziaria degli enti territoriali; tuttavia, tale incidenza deve, in linea di massima, essere mitigata attraverso la garanzia del loro coinvolgimento nella fase di distribuzione del sacrificio” e “non può essere tale da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni degli enti in questione”.
Insomma: se da un lato neanche li si coinvolge, e dall’altro si blocca il funzionamento di servizi dovuti alla cittadinanza, la decisione del governo diventa incostituzionale.
La sentenza cade in piena campagna elettorale per i ballottaggi in quasi tutti i comuni coinvolti in questa tornata. Sarebbe interessante sapere da ogni candidato sindaco se intende avvalersi oppure no di questa sentenza per ripristinare prerogative – sia nelle entrate che nelle spese – che sono proprie dei sindaci. Ma per ora, a parte Luigi De Magistris, nessuno ha detto nulla.
In secondo luogo, questa è materia su cui ci si dovrà pronunciare, a ottobre, in sede di referendum sulla riforma contro-costituzionale voluta da Renzi e affidata al ddl Boschi. In quella “riforma” infatti, l’art. 199 è stato modificato come segue:
Art. 33.Non occorre essere dei fini costituzionalisti per capire che anche le decisioni del più piccolo dei Comuni italiani saranno soltanto applicazioni minuziose di quanto deciso dell’Unione Europea, che per la prima volta viene citata esplicitamente come organo “costituzionale” pur non avendo a sua volta alcuna Costituzione.
(Modifica dell’articolo 119 della Costituzione).
1. L’articolo 119 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 119. – I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea.
I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri e dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio, in armonia con la Costituzione e secondo quanto disposto dalla legge dello Stato ai fini del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti assicurano il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Regioni. Con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni.
Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Città metropolitane e Regioni.
I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i princìpi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio. È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti».
p.s. Nel governo Monti, come viceministro per l’economia, dunque pienamente coinvolto come estensore delle norme previste in questo decreto, sedeva Stefano Fassina. Se poi non avete ancora capito perché questo personale politico risulta assolutamente non credibile come “sinistra”, allora dovete farvi vedere da qualche specialista...
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20/10/2015
Senza che neppure ce ne accorgiamo
Una considerazione forse un po' perbenista, ma spietata con il governo Renzi. L'abolizione della Tasi sulla casa "per tutti", infatti, oltre che incostituzionale è criminogena.
Avalla infatti la convinzione che tutto sia appropriabile e privato, e nulla debba essere pubblico. Quindi che si possa "rubare", in senso stretto e in senso lato, qualcosa al "pubblico" come cosa normale. Poi, è ovvio, ci sarà sempre chi ruba molto e chi pochissimo. Anche se stavolta l'entità del bottino si sa prima e non dipende all'abilità del singolo ladro, ma solo dalla sua ricchiezza immobiliare pregressa.
In fondo, Mafia Capitale è partita da questa stessa idea...
«La Tasi sulle case di lusso produce un gettito fiscale quasi irrisorio per lo Stato: quindi si sta a fare tanta cagnara per due lire, anziché essere contenti che hanno diminuito le tasse per tanta gente». C'è tutto il disastro mentale e civile dell'Italia 2015, in questa diffusa argomentazione con cui si difende l'abolizione universale (e non modulata su patrimoni e redditi) delle imposte sulla prima casa.
Il principio che sottende questo preteso ragionamento è molto semplice: non importa se viene commessa una palese ingiustizia, l'importante è che da questa ingiustizia anche tu - proprietario di bilocale a Tor Pignattara o Gratosoglio - possa pensare di avere tratto una fettina di vantaggio personale. Così ti trasformo in complice dell'ingiustizia stessa.
Il meccanismo di coinvolgimento è un po' ingannevole, certo: il meno abbiente già rischia di perderci - complessivamente - se lo sconto sulla sua Tasi si tradurrà in meno autobus per andare al lavoro, in ospedali più scrausi se si ammala e in scuole più scadenti per i suoi figli; ma ancor di più ci rimetterà se quegli autobus, quegli ospedali e quelle scuole perdono anche i finanziamenti derivanti dalle imposte sui più ricchi, per quanto poco gettito queste producano.
Più in generale, l'argomentazione fa leva su una presunta convenienza personale (seppur in molti casi ingannevole, come si è detto) per sdoganare la liceità morale di un atto (l'uguale trattamento fiscale di magioni milionarie e di monoloculi iperperiferici) la cui immoralità e ingiustizia è invece talmente palese da non lasciare dubbi ad alcuno.
È, quindi, il contrario esatto rispetto all'idea che la politica possa avere talvolta uno straccio di ispirazione etica, che possa fare un po' di giustizia in questo mondo: anzi, si passa il messaggio che la politica si occupa di produrre ingiustizie, però "credimi questa ingiustizia conviene anche a te, quindi zitto e anzi sii contento".
Per quanto spesso farlocca, questa convenienza percepita crea appunto complicità con l'ingiustizia e con chi la commette.
È la riduzione della persona a stomaco, la sua negazione come essere morale - o almeno anche con aspirazioni morali.
È insomma un modo per far vincere, dentro di noi, la nostra parte peggiore, senza che neppure ce ne accorgiamo.
da http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Fonte
Avalla infatti la convinzione che tutto sia appropriabile e privato, e nulla debba essere pubblico. Quindi che si possa "rubare", in senso stretto e in senso lato, qualcosa al "pubblico" come cosa normale. Poi, è ovvio, ci sarà sempre chi ruba molto e chi pochissimo. Anche se stavolta l'entità del bottino si sa prima e non dipende all'abilità del singolo ladro, ma solo dalla sua ricchiezza immobiliare pregressa.
In fondo, Mafia Capitale è partita da questa stessa idea...
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«La Tasi sulle case di lusso produce un gettito fiscale quasi irrisorio per lo Stato: quindi si sta a fare tanta cagnara per due lire, anziché essere contenti che hanno diminuito le tasse per tanta gente». C'è tutto il disastro mentale e civile dell'Italia 2015, in questa diffusa argomentazione con cui si difende l'abolizione universale (e non modulata su patrimoni e redditi) delle imposte sulla prima casa.
Il principio che sottende questo preteso ragionamento è molto semplice: non importa se viene commessa una palese ingiustizia, l'importante è che da questa ingiustizia anche tu - proprietario di bilocale a Tor Pignattara o Gratosoglio - possa pensare di avere tratto una fettina di vantaggio personale. Così ti trasformo in complice dell'ingiustizia stessa.
Il meccanismo di coinvolgimento è un po' ingannevole, certo: il meno abbiente già rischia di perderci - complessivamente - se lo sconto sulla sua Tasi si tradurrà in meno autobus per andare al lavoro, in ospedali più scrausi se si ammala e in scuole più scadenti per i suoi figli; ma ancor di più ci rimetterà se quegli autobus, quegli ospedali e quelle scuole perdono anche i finanziamenti derivanti dalle imposte sui più ricchi, per quanto poco gettito queste producano.
Più in generale, l'argomentazione fa leva su una presunta convenienza personale (seppur in molti casi ingannevole, come si è detto) per sdoganare la liceità morale di un atto (l'uguale trattamento fiscale di magioni milionarie e di monoloculi iperperiferici) la cui immoralità e ingiustizia è invece talmente palese da non lasciare dubbi ad alcuno.
È, quindi, il contrario esatto rispetto all'idea che la politica possa avere talvolta uno straccio di ispirazione etica, che possa fare un po' di giustizia in questo mondo: anzi, si passa il messaggio che la politica si occupa di produrre ingiustizie, però "credimi questa ingiustizia conviene anche a te, quindi zitto e anzi sii contento".
Per quanto spesso farlocca, questa convenienza percepita crea appunto complicità con l'ingiustizia e con chi la commette.
È la riduzione della persona a stomaco, la sua negazione come essere morale - o almeno anche con aspirazioni morali.
È insomma un modo per far vincere, dentro di noi, la nostra parte peggiore, senza che neppure ce ne accorgiamo.
da http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
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03/08/2015
Il federalismo è stato una truffa. E ora ci riprovano con la pubblica amministrazione
Correva l’anno 2001 quando il governo di centro-sinistra, affidato ancora una volta a Giuliano Amato, modificò il Titolo V della Costituzione e introdusse il federalismo nel nostro paese. Stretti da una perfida forbice tra la Lega che invocava – allora – “la devolution” dei poteri agli enti territoriali e i Ds che aspiravano a diventare Pd e volevano smantellare lo Stato in nome dei poteri locali, il governo varò la legge e la sottopose a referendum confermativo. Solo in pochi ebbero il coraggio e la coerenza di opporvisi. Deus ex Machina dell’operazione nel centro-sinistra fu il ministro Bassanini, ispiratore di leggi e provvedimenti che hanno picconato ben prima di Renzi l’assetto costituzionale del paese.
Quindici anni dopo il federalismo introdotto d’imperio non funziona, soprattutto sul piano fiscale ed economico, anzi. La crescita dell’autonomia finanziaria dei Comuni, infatti, non sembra aver prodotto alcun beneficio né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale. Ma, al contrario, ha portato solo al boom della tassazione locale. A certificarlo, per l’ennesima volta, è la Corte dei Conti nella sua relazione sulla finanza locale.
La riduzione dei finanziamenti statali agli enti locali, non ha prodotto più autonomia decisionale sulla base delle esigenze del territorio ma solo aumenti delle tasse locali.
In quattro anni, dal 2010 al 2014, i Comuni hanno subìto tagli per circa 8 miliardi, compensati da “aumenti molto accentuati” delle tasse locali “per conservare l'equilibrio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Solo nell'ultimo triennio, le imposte comunali sono cresciute del 22%: si è passati dai 505,5 euro 2011 ai 618,4 euro pro capite 2014. Nei Comuni con più di 250 mila abitanti la pressione tributaria è arrivata a 881,94 euro a testa. Nei Comuni tra i 60 mila e i 249 mila abitanti la pressione fiscale pro capite si aggira sui 649,69 euro. Infine nei piccoli Comuni (fin a 1.999 abitanti) si pagano mediamente 628 euro di imposte comunali.
Secondo la relazione della Corte dei Conti, la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti locali non sembra aver prodotto alcun beneficio, né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale, in assenza “di una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”.
La dinamica delle entrate locali, è l'analisi dei magistrati contabili, è dovuta principalmente a due fenomeni: “Il deterioramento del quadro economico, con effetti penalizzanti soprattutto sul gettito risultante dalle più ridotte basi imponibili” e dalle “numerose manovre di risanamento della finanza pubblica, i cui effetti prodotti dal disorganico e talvolta convulso succedersi di interventi sulle fonti di finanziamento degli enti locali hanno determinato forti incertezze nella gestione dei bilanci e nella formulazione delle politiche tributarie territoriali”.
E’ in questo contesto che l’ultima “grande pensata” della demagogia di governo e di opposizione – l’abolizione delle Province – sta innescando un altro possibile cortocircuito. Infatti sempre secondo la Corte dei Conti, le risorse a disposizione delle Province, a riordino non concluso, rischiano di non bastare a "garantire servizi di primaria importanza". Senza interventi "la forbice tra risorse correnti e fabbisogno" tende a una "profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l'intero comparto". Insomma continuiamo ad essere nelle mani degli apprendisti stregoni.
E proprio il principale di essi, Renzi, dal lontano Giappone fa sapere che entro giovedì parte la riforma della pubblica amministrazione. La commissione Affari Costituzionale del Senato lo scorso 31 luglio, ha detto sì all'avvio della "riforma" della pubblica amministrazione. Il ministro Marianna Madia ha dichiarato che poi si aprirà la partita dei decreti attuativi, "che vedo divisi in due pacchetti", almeno in linea di principio. La prima tranche di dlgs dovrebbe partire da "settembre". Lo spirito e gli obiettivi sono gli stessi di Bassanini quattordici anni fa, con i risultati nefasti che abbiamo visto: più imposte, meno servizi, privatizzazioni, nessuna assunzione, riduzione degli organici, punto.
Fonte
Quindici anni dopo il federalismo introdotto d’imperio non funziona, soprattutto sul piano fiscale ed economico, anzi. La crescita dell’autonomia finanziaria dei Comuni, infatti, non sembra aver prodotto alcun beneficio né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale. Ma, al contrario, ha portato solo al boom della tassazione locale. A certificarlo, per l’ennesima volta, è la Corte dei Conti nella sua relazione sulla finanza locale.
La riduzione dei finanziamenti statali agli enti locali, non ha prodotto più autonomia decisionale sulla base delle esigenze del territorio ma solo aumenti delle tasse locali.
In quattro anni, dal 2010 al 2014, i Comuni hanno subìto tagli per circa 8 miliardi, compensati da “aumenti molto accentuati” delle tasse locali “per conservare l'equilibrio in risposta alle severe misure correttive del governo”. Solo nell'ultimo triennio, le imposte comunali sono cresciute del 22%: si è passati dai 505,5 euro 2011 ai 618,4 euro pro capite 2014. Nei Comuni con più di 250 mila abitanti la pressione tributaria è arrivata a 881,94 euro a testa. Nei Comuni tra i 60 mila e i 249 mila abitanti la pressione fiscale pro capite si aggira sui 649,69 euro. Infine nei piccoli Comuni (fin a 1.999 abitanti) si pagano mediamente 628 euro di imposte comunali.
Secondo la relazione della Corte dei Conti, la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti locali non sembra aver prodotto alcun beneficio, né sui servizi, né sui consumi e sull'occupazione locale, in assenza “di una adeguata azione di stimolo derivante dagli investimenti pubblici”.
La dinamica delle entrate locali, è l'analisi dei magistrati contabili, è dovuta principalmente a due fenomeni: “Il deterioramento del quadro economico, con effetti penalizzanti soprattutto sul gettito risultante dalle più ridotte basi imponibili” e dalle “numerose manovre di risanamento della finanza pubblica, i cui effetti prodotti dal disorganico e talvolta convulso succedersi di interventi sulle fonti di finanziamento degli enti locali hanno determinato forti incertezze nella gestione dei bilanci e nella formulazione delle politiche tributarie territoriali”.
E’ in questo contesto che l’ultima “grande pensata” della demagogia di governo e di opposizione – l’abolizione delle Province – sta innescando un altro possibile cortocircuito. Infatti sempre secondo la Corte dei Conti, le risorse a disposizione delle Province, a riordino non concluso, rischiano di non bastare a "garantire servizi di primaria importanza". Senza interventi "la forbice tra risorse correnti e fabbisogno" tende a una "profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l'intero comparto". Insomma continuiamo ad essere nelle mani degli apprendisti stregoni.
E proprio il principale di essi, Renzi, dal lontano Giappone fa sapere che entro giovedì parte la riforma della pubblica amministrazione. La commissione Affari Costituzionale del Senato lo scorso 31 luglio, ha detto sì all'avvio della "riforma" della pubblica amministrazione. Il ministro Marianna Madia ha dichiarato che poi si aprirà la partita dei decreti attuativi, "che vedo divisi in due pacchetti", almeno in linea di principio. La prima tranche di dlgs dovrebbe partire da "settembre". Lo spirito e gli obiettivi sono gli stessi di Bassanini quattordici anni fa, con i risultati nefasti che abbiamo visto: più imposte, meno servizi, privatizzazioni, nessuna assunzione, riduzione degli organici, punto.
Fonte
29/05/2015
L'Istat conferma: Pil +0,3%, grazie all'agricoltura
A guardare i grandi media online sembra di sognare: "Istat conferma la fine della recessione". E siccome non bisogna farsi mancare nulla "Italia fuori da deflazione: prezzi +0,2% annuo".
Partiamo dal Pil. In realtà si tratta della conferma delle "stime provvisorie" pubblicate sempre dall'Istat un mese fa. Il periodo di riferimento è lo stesso (primo trimestre di quest'anno), ed anche il livello quantitativo. Diciamo che sarebbe stata una notizia se ci fosse stata qualche differenza in più o in meno. Ma i giornali padronali debbono spargere ottimismo, e quindi ne parlano in modo che i non addetti ai lavori possano pensare che abbiamo avuto un altro trimestre di "crescita". E invece no.
Su base annua, poi, la "ripresa" è davvero poca cosa: appena lo 0,1% in più del corrispondente trimestre dell'anno scorso. Ma tanto basta - tecnicamente - per parlare di "fine della recessione". Che però è durata - tecnicamente - più di tre anni con una perdita di Pil superiore al 5% (oltre il 10, se rapportato al periodo pre crisi 2008). Ragion per cui ci sarebbe ben poco da festeggiare...
Se poi si va a guardare i dati disaggregati, la gioia dovrebbe essere anche minore. Diminuiscono infatti i consumi (-0,1% rispetto al trimestre precedente), mentre crescono in modo più consistente gli investimenti fissi lordi (+1,5%). Anche dal lato degli scambi con l'estero le cose non vanno benissimo, visto che le importazioni sono aumentate (1,4%) e le esportazioni sono rimaste stazionarie.
In particolare, una grossa mano è venuta dal settore "primario", ovvero dall'agricoltura, non dall'industria o dal terziario. Questa componente ha pesato addirittura per un +6,0%, mentre l'industria ha registrato appena un +0,6%, con i servizi rimasti a zero. Ma in termini tendenziali (ossia su base annua, non trimestrale), il valore aggiunto dell'agricoltura è cresciuto soltanto dello 0,2%, quello delle costruzioni è diminuito dell'1,6%, quello dell'industria in senso stretto dello 0,4%, mentre quello dei servizi è cresciuto dello 0,1%.
Vi pare un quadro di cui gioire? Se credete di sì, guardate meglio il grafico in apertura...
Il rapporto dell'Istat.
Le serie storiche.
Fonte
Partiamo dal Pil. In realtà si tratta della conferma delle "stime provvisorie" pubblicate sempre dall'Istat un mese fa. Il periodo di riferimento è lo stesso (primo trimestre di quest'anno), ed anche il livello quantitativo. Diciamo che sarebbe stata una notizia se ci fosse stata qualche differenza in più o in meno. Ma i giornali padronali debbono spargere ottimismo, e quindi ne parlano in modo che i non addetti ai lavori possano pensare che abbiamo avuto un altro trimestre di "crescita". E invece no.
Su base annua, poi, la "ripresa" è davvero poca cosa: appena lo 0,1% in più del corrispondente trimestre dell'anno scorso. Ma tanto basta - tecnicamente - per parlare di "fine della recessione". Che però è durata - tecnicamente - più di tre anni con una perdita di Pil superiore al 5% (oltre il 10, se rapportato al periodo pre crisi 2008). Ragion per cui ci sarebbe ben poco da festeggiare...
Se poi si va a guardare i dati disaggregati, la gioia dovrebbe essere anche minore. Diminuiscono infatti i consumi (-0,1% rispetto al trimestre precedente), mentre crescono in modo più consistente gli investimenti fissi lordi (+1,5%). Anche dal lato degli scambi con l'estero le cose non vanno benissimo, visto che le importazioni sono aumentate (1,4%) e le esportazioni sono rimaste stazionarie.
In particolare, una grossa mano è venuta dal settore "primario", ovvero dall'agricoltura, non dall'industria o dal terziario. Questa componente ha pesato addirittura per un +6,0%, mentre l'industria ha registrato appena un +0,6%, con i servizi rimasti a zero. Ma in termini tendenziali (ossia su base annua, non trimestrale), il valore aggiunto dell'agricoltura è cresciuto soltanto dello 0,2%, quello delle costruzioni è diminuito dell'1,6%, quello dell'industria in senso stretto dello 0,4%, mentre quello dei servizi è cresciuto dello 0,1%.
Vi pare un quadro di cui gioire? Se credete di sì, guardate meglio il grafico in apertura...
Il rapporto dell'Istat.
Le serie storiche.
Fonte
29/04/2015
Crisi: le origini del disastro
La crisi, come si sa, ha avuto origini finanziarie, ma questo non spiega tutto. Ci sono ragioni molto più profonde che si riferiscono all’evoluzione dell’economia reale. Dalla fine degli anni settanta, si è manifestata a livello mondiale una tendenza al calo dell’occupazione manifatturiera, nonostante un forte incremento assoluto di produzione industriale; e questo è in larga parte spiegabile con il “salto” tecnologico prodotto dalla combinazione fra robot ed informatica, che ha ridotto la domanda di forza lavoro.
Ma questo calo non è avvenuto omogeneamente: mentre nei paesi in via di sviluppo (prima Corea del Sud, Thailandia, Singapore, Taiwan, poi Cina, India e, via via, Vietnam, Messico, Egitto, Turchia, Indonesia, Argentina) la componente di occupazione industriale è fortemente aumentata, nei paesi avanzati (Usa, Europa, Giappone) essa è crollata, ed è quasi scomparsa nei paesi dell’ex blocco sovietico (salvo Polonia, Germania Orientale e Boemia, nei quali si è registrata una recente ripresa).
Questo andamento è stato determinato in larga parte da un sostenuto processo di deindustrializzazione dei paesi avanzati, nei quali sono stati fortemente ridimensionati settori quali la siderurgia, i materiali da costruzione, la chimica base, il tessile e, parzialmente, l’alimentare.
Un altro fenomeno che ha agito in questo senso è stato della cd “fabbrica globale”, per cui in alcuni settori (soprattutto trasporti e meccanica in generale, ma anche informatica e prodotti per telecomunicazione) i singoli componenti sono prodotti in diversi paesi emergenti, per essere poi assemblati negli stabilimenti della ditta che firma il prodotto. Di fatto, in Occidente hanno resistito solo pochi settori (come la chimica fine, l’ottica o la farmaceutica) ed hanno conosciuto un incremento (sia in termini di occupati che di fatturato) le sole industrie delle armi, del settore satellitare e del lusso.
Questo processo è stato determinato dal massiccio trasferimento di capitali ed impianti in paesi dell’Asia e dell’America Latina e dal parallelo processo di smobilitazione industriale nei paesi avanzati.
Tutto ciò è stato il frutto di diversi fattori come il rigetto delle popolazioni locali nei confronti delle lavorazioni altamente inquinanti, ma soprattutto dall’esigenza da parte imprenditoriale di abbattere i salari. Le delocalizzazioni sono state la principale arma imprenditoriale nella rivincita contro i lavoratori. Un’operazione brillantemente riuscita – grazie alla collaborazione dei governi di Usa, Europa e Giappone, indifferentemente dal loro colore politico nel tempo e da paese a paese – e, mentre i tassi di disoccupazione sono saliti mediamente del 4-5%, i salari reali sono calati, è cresciuta una massiccia fascia di precariato e dovunque è peggiorata la parte normativa del rapporto di lavoro.
Questo trasferimento della produzione verso i paesi del sud del Mondo è stato permesso dal costo inferiore della forza lavoro, spesso priva dei più elementari diritti sindacali, ma anche da un concorso di altri fattori quali la disponibilità di terreni a costo zero per gli stabilimenti, la debole pressione fiscale dovuta all’assenza di un sistema previdenziale e sanitario, l’assenza di qualsivoglia normativa di tutela ambientale ma, soprattutto, dai prezzi bassissimi dei trasporti e dal particolare sistema dei cambi monetari. Il periodo che va dal 1982 al 2006 è stato quello di un autentico “bengodi petrolifero” durante il quale il prezzo del barile (inferiore ai 40 dollari) ha consentito uno sviluppo senza precedenti dei trasporti, soprattutto marittimi, quel che ha permesso ai prodotti di arrivare sui mercati a prezzi ancora largamente concorrenziali, dopo aver percorso migliaia di miglia marine. E infatti sono stati gli anni in cui il prezzo dei noli marittimi (registrato dall’indice Baltic Dry) hanno conosciuto una stagione di fortuna irripetibile.
In secondo luogo i cambi: l’introduzione della fiat money e la conseguente demetallizzazione del sistema monetario, ha avuto riflessi imprevisti in particolare nei confronti della Cina, la cui moneta non è convertibile (in realtà lo è ma solo attraverso la Boc che, ovviamente, applica i criteri che ritiene più opportuni per sostenere le esportazioni). Il risultato è il “grande disordine monetario” di valute sganciate da qualsiasi parametro oggettivo, alcune in reciproco apprezzamento che fluttua di giorno in giorno, altre governate politicamente, altre ancora rette artificialmente dal gioco dei regimi fiscali, ecc.
Di fatto, questo ha reso molto più facili le esportazioni dei paesi emergenti, che operano proprio sui margini offerti dal cambio. Facciamo un esempio molto semplice: l’aglio che consumiamo è in gran parte prodotto in Cina. Si consideri il costo del trasferimento del prodotto da uno dei porti cinesi a un qualsiasi porto italiano e si consideri quanto sia limitato l’utile commerciale del prodotto in sé, dato il suo costo al dettaglio. E’ evidente che a renderlo competitivo rispetto al prodotto locale (che costa immensamente meno per il trasporto) non può essere solo la differenza del costo del lavoro ma che la componente decisiva è proprio quella del regime alterato dei cambi monetari.
Le delocalizzazioni si sono rivelate il suicidio dell’Occidente. Come si è detto, la scelta di deindustrializzare i paesi sviluppati fu orientata in primo luogo a colpire i livelli salariali raggiunti ed a smantellare l’organizzazione operaia che aveva il suo punto di concentrazione nelle grandi industrie. Le nostre economie da industriali sono diventate economie basate sui servizi e sull’intermediazione finanziaria.
Questa ipotesi – che in un primo tempo ha funzionato – si è rivelata fallimentare sul medio periodo e non solo per il disastro finanziario, ma anche per quello della bilancia dei pagamenti, intaccata sia dal deflusso di capitali che dal costante passivo della bilancia commerciale. Come dice Emiliano Brancaccio:
Per cui è evidente che la bilancia commerciale, attraverso l’esportazione dei servizi, recupera solo una parte di quello che ha perso sul piano della manifattura.
In secondo luogo, le previsioni sulla capacità di sviluppo dei paesi emergenti sono state molto al di sotto della realtà: la Cia, nel 2002 elaborò una ipotesi di scenario per il 2020 nel quale ipotizzava che la Cina avrebbe raggiunto certi traguardi non prima del 2025, ma essi risultarono poi raggiunti già nel 2008. Nel caso dei servizi la grande sorpresa è venuta dall’India: già da tempo New Dheli è definita il “call center del mondo” per i servizi di consulenza più diversi, oggi inizia ad affacciarsi l’ipotesi di trasferire la diagnostica a medici indiani on line sulla base dei risultati delle analisi cliniche, inoltre le università indiane stanno scalando i primi posti per quanto riguarda le facoltà di matematica, le società indiane offrono servizi di calcolo sempre più sofisticati, le compagnie aeree (Air India, Air Deccan) iniziano a far sentire la loro concorrenza anche sulle rotte internazionali.
Dunque chi pensava che gli “arretrati asiatici” ci avrebbero messo decenni per rivaleggiare anche sui servizi, oggi deve prendere atto che anche qui le cose sono andate molto diversamente.
Per dirla in due parole: le economie avanzate sono state svuotate, perché la manifattura è emigrata in Asia e i profitti finanziari sono emigrati a Riccolandia. E questa è la base della nostra crisi irrisolta.
Fonte
Capitalismo...
Ma questo calo non è avvenuto omogeneamente: mentre nei paesi in via di sviluppo (prima Corea del Sud, Thailandia, Singapore, Taiwan, poi Cina, India e, via via, Vietnam, Messico, Egitto, Turchia, Indonesia, Argentina) la componente di occupazione industriale è fortemente aumentata, nei paesi avanzati (Usa, Europa, Giappone) essa è crollata, ed è quasi scomparsa nei paesi dell’ex blocco sovietico (salvo Polonia, Germania Orientale e Boemia, nei quali si è registrata una recente ripresa).
Questo andamento è stato determinato in larga parte da un sostenuto processo di deindustrializzazione dei paesi avanzati, nei quali sono stati fortemente ridimensionati settori quali la siderurgia, i materiali da costruzione, la chimica base, il tessile e, parzialmente, l’alimentare.
Un altro fenomeno che ha agito in questo senso è stato della cd “fabbrica globale”, per cui in alcuni settori (soprattutto trasporti e meccanica in generale, ma anche informatica e prodotti per telecomunicazione) i singoli componenti sono prodotti in diversi paesi emergenti, per essere poi assemblati negli stabilimenti della ditta che firma il prodotto. Di fatto, in Occidente hanno resistito solo pochi settori (come la chimica fine, l’ottica o la farmaceutica) ed hanno conosciuto un incremento (sia in termini di occupati che di fatturato) le sole industrie delle armi, del settore satellitare e del lusso.
Questo processo è stato determinato dal massiccio trasferimento di capitali ed impianti in paesi dell’Asia e dell’America Latina e dal parallelo processo di smobilitazione industriale nei paesi avanzati.
Tutto ciò è stato il frutto di diversi fattori come il rigetto delle popolazioni locali nei confronti delle lavorazioni altamente inquinanti, ma soprattutto dall’esigenza da parte imprenditoriale di abbattere i salari. Le delocalizzazioni sono state la principale arma imprenditoriale nella rivincita contro i lavoratori. Un’operazione brillantemente riuscita – grazie alla collaborazione dei governi di Usa, Europa e Giappone, indifferentemente dal loro colore politico nel tempo e da paese a paese – e, mentre i tassi di disoccupazione sono saliti mediamente del 4-5%, i salari reali sono calati, è cresciuta una massiccia fascia di precariato e dovunque è peggiorata la parte normativa del rapporto di lavoro.
Questo trasferimento della produzione verso i paesi del sud del Mondo è stato permesso dal costo inferiore della forza lavoro, spesso priva dei più elementari diritti sindacali, ma anche da un concorso di altri fattori quali la disponibilità di terreni a costo zero per gli stabilimenti, la debole pressione fiscale dovuta all’assenza di un sistema previdenziale e sanitario, l’assenza di qualsivoglia normativa di tutela ambientale ma, soprattutto, dai prezzi bassissimi dei trasporti e dal particolare sistema dei cambi monetari. Il periodo che va dal 1982 al 2006 è stato quello di un autentico “bengodi petrolifero” durante il quale il prezzo del barile (inferiore ai 40 dollari) ha consentito uno sviluppo senza precedenti dei trasporti, soprattutto marittimi, quel che ha permesso ai prodotti di arrivare sui mercati a prezzi ancora largamente concorrenziali, dopo aver percorso migliaia di miglia marine. E infatti sono stati gli anni in cui il prezzo dei noli marittimi (registrato dall’indice Baltic Dry) hanno conosciuto una stagione di fortuna irripetibile.
In secondo luogo i cambi: l’introduzione della fiat money e la conseguente demetallizzazione del sistema monetario, ha avuto riflessi imprevisti in particolare nei confronti della Cina, la cui moneta non è convertibile (in realtà lo è ma solo attraverso la Boc che, ovviamente, applica i criteri che ritiene più opportuni per sostenere le esportazioni). Il risultato è il “grande disordine monetario” di valute sganciate da qualsiasi parametro oggettivo, alcune in reciproco apprezzamento che fluttua di giorno in giorno, altre governate politicamente, altre ancora rette artificialmente dal gioco dei regimi fiscali, ecc.
Di fatto, questo ha reso molto più facili le esportazioni dei paesi emergenti, che operano proprio sui margini offerti dal cambio. Facciamo un esempio molto semplice: l’aglio che consumiamo è in gran parte prodotto in Cina. Si consideri il costo del trasferimento del prodotto da uno dei porti cinesi a un qualsiasi porto italiano e si consideri quanto sia limitato l’utile commerciale del prodotto in sé, dato il suo costo al dettaglio. E’ evidente che a renderlo competitivo rispetto al prodotto locale (che costa immensamente meno per il trasporto) non può essere solo la differenza del costo del lavoro ma che la componente decisiva è proprio quella del regime alterato dei cambi monetari.
Le delocalizzazioni si sono rivelate il suicidio dell’Occidente. Come si è detto, la scelta di deindustrializzare i paesi sviluppati fu orientata in primo luogo a colpire i livelli salariali raggiunti ed a smantellare l’organizzazione operaia che aveva il suo punto di concentrazione nelle grandi industrie. Le nostre economie da industriali sono diventate economie basate sui servizi e sull’intermediazione finanziaria.
Questa ipotesi – che in un primo tempo ha funzionato – si è rivelata fallimentare sul medio periodo e non solo per il disastro finanziario, ma anche per quello della bilancia dei pagamenti, intaccata sia dal deflusso di capitali che dal costante passivo della bilancia commerciale. Come dice Emiliano Brancaccio:
La bilancia commerciale rappresenta il principale indicatore della forza competitiva del sistema produttivo nazionale. Il surplus commerciale segnala che il Paese non avrà bisogno di deprezzare la propria moneta per reggere la concorrenza, il che rassicura i creditori circa il valore futuro atteso dei titoli emessi...
(per cui), anziché imporre un controproducente pareggio di bilancio pubblico, bisognerebbe orientare le politiche economiche di tutti i Paesi dell’eurozona al perseguimento tendenziale di un altro pareggio: quello delle bilance commerciali. L’Italia, ad esempio, con un disavanzo verso l’estero superiore al quattro per cento del Pil, dovrebbe realizzare interventi strutturali realmente in grado di rilanciare una produttività del lavoro da tempo stagnante...
Da oltre venti anni la bilancia commerciale dei paesi sviluppati (con l’eccezione, peraltro non costante, di Germania e Giappone) è sostanzialmente in rosso e questo per due ottime ragioni: perché lo sviluppo dei servizi non compensa da solo la flessione occupazionale dell’industria e perché la concorrenza dei paesi emergenti (la cui crescita fu troppo sottovalutata all’inizio del processo di globalizzazione) si è fatta sentire anche in quel campo. Due parole di spiegazione: in primo luogo, mentre quasi tutte le merci sono esportabili, non tutti i servizi lo sono, per cui, se posso “esportare” i viaggi aerei con rotte internazionali, non posso esportare il servizio tramviario, allo stesso modo in cui, se posso fornire all’estero servizi di consulenza di vario genere, non posso esportare il servizio dell’anagrafe o quello di chirurgia d'urgenza. Una parte significativa dei servizi è destinata per sua natura al consumo interno e non può essere diversamente.
Per cui è evidente che la bilancia commerciale, attraverso l’esportazione dei servizi, recupera solo una parte di quello che ha perso sul piano della manifattura.
In secondo luogo, le previsioni sulla capacità di sviluppo dei paesi emergenti sono state molto al di sotto della realtà: la Cia, nel 2002 elaborò una ipotesi di scenario per il 2020 nel quale ipotizzava che la Cina avrebbe raggiunto certi traguardi non prima del 2025, ma essi risultarono poi raggiunti già nel 2008. Nel caso dei servizi la grande sorpresa è venuta dall’India: già da tempo New Dheli è definita il “call center del mondo” per i servizi di consulenza più diversi, oggi inizia ad affacciarsi l’ipotesi di trasferire la diagnostica a medici indiani on line sulla base dei risultati delle analisi cliniche, inoltre le università indiane stanno scalando i primi posti per quanto riguarda le facoltà di matematica, le società indiane offrono servizi di calcolo sempre più sofisticati, le compagnie aeree (Air India, Air Deccan) iniziano a far sentire la loro concorrenza anche sulle rotte internazionali.
Dunque chi pensava che gli “arretrati asiatici” ci avrebbero messo decenni per rivaleggiare anche sui servizi, oggi deve prendere atto che anche qui le cose sono andate molto diversamente.
Per dirla in due parole: le economie avanzate sono state svuotate, perché la manifattura è emigrata in Asia e i profitti finanziari sono emigrati a Riccolandia. E questa è la base della nostra crisi irrisolta.
Fonte
Capitalismo...
11/04/2015
Project financing, il buco segreto da 200 miliardi nei conti pubblici
Malato terminale. Esempio di ospedale costruito con il project financing. Esaurita la funzione di far guadagnare i suoi finanziatori, sarà «dismesso»? Non solo corruzione. Dietro gli appalti di Ischia, anche la pratica dei contratti stipulati dagli enti locali o dalle Asl che arricchiscono i privati a spese nostre
di Giorgio Meletti - Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2015
La prima impressione è che il gas di Ischia costi più del vino di D’Alema. Dando un’occhiata ai bilanci della Cpl Concordia, sotto inchiesta per presunte pratiche di corruzione, s'intuisce un chiaro movente. Nel 2013 la cooperativa ha fatturato 415 milioni di euro e ha conseguito un utile netto consolidato di 4,5 milioni di euro. La sua controllata Ischia Gas, microscopica società di distribuzione dell’isola, ha conseguito un utile netto di 1,6 milioni (un terzo di tutto il gruppo) dando il gas a 1800 utenti e trasportandone 1,9 milioni di metri cubi. In pratica un utile netto di circa 80 centesimi a metro cubo, che è all’incirca il prezzo di mercato del metano.
I MAGISTRATI NAPOLETANI ci spiegheranno, se riusciranno a provarli, i meccanismi della corruzione, ma sarebbe anche utile che si addentrassero nella ricetta della vera pozione miracolosa di casi come Ischia: il project financing. Questo sistema è il vero cancro nascosto della finanza pubblica. Con o senza corruzione sta scavando una voragine nelle casse dello Stato.
Pochi giorni fa l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone ha chiesto alla Asl 3 di Nuoro i documenti sul contratto di project financing per la costruzione del nuovo ospedale, dove multinazionali dai nomi altisonanti (accompagnate dall’immancabile cooperativa rossa) si sono presentate a catturare il lucroso affare. Il Fatto ha già raccontato la storia due anni fa. A Nuoro, per investire 45 milioni sull’ospedale, non potendo accedere a mutui perché i conti della Asl non lo consentivano, hanno fatto il mitico project: il privato ci mette il capitale e viene ripagato con un sontuoso affitto della nuova struttura, più vari contratti per servizi ospedalieri non sanitari (pulizia, sorveglianza etc.). Il tutto per la durata di 28 anni. Non avendo potuto fare un mutuo da 45 milioni la Asl si è impegnata a dare ai privati circa 800 milioni in tutto, violando non solo il buon senso ma anche le norme europee secondo cui gli appalti dei servizi non possono durare più di tre-cinque anni. L’Italia è ormai piena di operazioni del genere, il vero bengodi di costruttori e società di servizi.
È un calcolo complicato da fare, perché ormai ciascuna Asl e ciascuno dei quasi novemila comuni, hanno scoperto il giochetto ed è difficile raccogliere tutti i dati. Un solo esempio. L’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha bandito nel 2010 una gara per la costruzione della cosiddetta centrale tecnologica. Ha vinto la Manutencoop, gigante delle coop rosse, guidata da trent’anni dal pluriindagato Claudio Levorato. Ma un altro manager rosso, Roberto Casari (foto sotto) della Cpl Concordia, oggi agli arresti per la vicenda Ischia, si è talmente arrabbiato per essere arrivato secondo da presentare un esposto alla procura di Bologna.
La pm Rossella Poggioli ha così scoperto che la centrale tecnologica ha un costo di 30 milioni, che il bando di gara indicava un valore dell’appalto di circa 6 milioni (perché il resto del costo è coperto da capitali privati), ma che alla fine il contratto vinto da Levorato vale circa 400 milioni, perché comprende forniture di servizi vari per 25 anni.
Trattandosi di contratti per la fornitura dei servizi non risultano né tra gli investimenti né tra i debiti. Praticamente non lasciano traccia nei bilanci pubblici. Ma la stima prudente degli addetti ai lavori indica un indebitamento implicito, sotterraneo o nascosto di circa 200 miliardi di euro. Si tratterebbe del 10 per cento in più rispetto al dato ufficiale del debito italiano.
UNA COLTRE DI SILENZIO COPRE il fenomeno, e si capisce perché: i ras politici hanno trovato il modo di tagliare nastri alla faccia delle ristrettezze finanziarie degli enti locali. Ogni tanto si scopre quasi per caso un brandello di verità. Quando nel Veneto fu arrestato Piergiorgio Baita, capo della Mantovani e quindi dominus del Mose di Venezia, e noto come «mago del project», tutta la regione andò nel panico, temendo uno stop traumatico ai numerosi project financing in corso. A parte una serie di strade e autostrade modello «classico» Brebemi (i privati anticipano il capitale poi se il traffico è inferiore alle attese lo Stato paga la differenza), si scoprì che in project financing si stavano costruendo anche l’ospedale di Padova e il tribunale di Rovigo.
Ora sarà lecito chiedersi che senso ha il modello dell’investimento privato su un tribunale: qual è il rischio di mercato? L’opera viene ripagata da appositi pedaggi o con multe comminate ai condannati? O anche l’innocente deve pagare qualcosa per il disturbo? Niente di tutto ciò ovviamente: sarà la pubblica amministrazione a pagare un canone di affitto a lungo termine al costruttore. Così l’edificio costerà ai contribuenti molto più che chiedere un mutuo in banca. Solo che con il project nessuno vede niente. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project financing: qualcuno l’ha costruita e il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni l’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il Comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che sarà pagato dai figli del geniale sindaco che ha fatto il contratto.
L’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, teorizzava nel 2010: «L’alternativa non è fare un ospedale con i soldi pubblici o farlo con i soldi dei privati. Perché la prima possibilità non è data. Se non ci fossero stati i capitali privati, a Mestre non ci sarebbe un nuovo ospedale». Invece Mestre ha il nuovo ospedale. Che bello. I conti andò a farli Mariano Maugeri del Sole 24 Ore, scoprendo che è costato 140 milioni di euro a chi l’ha costruito, che ha messo 20 milioni suoi e 120 presi in banca, e ha avuto indietro dalla regione dell’astuto Galan il capitale più 280 milioni di interessi più contratti di forniture per 1,2 miliardi in 24 anni. I conti sono presto fatti: grazie al project financing un ospedale può costare fino a dieci e anche venti volte il valore dell’opera edificata.
Fonte
di Giorgio Meletti - Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2015
La prima impressione è che il gas di Ischia costi più del vino di D’Alema. Dando un’occhiata ai bilanci della Cpl Concordia, sotto inchiesta per presunte pratiche di corruzione, s'intuisce un chiaro movente. Nel 2013 la cooperativa ha fatturato 415 milioni di euro e ha conseguito un utile netto consolidato di 4,5 milioni di euro. La sua controllata Ischia Gas, microscopica società di distribuzione dell’isola, ha conseguito un utile netto di 1,6 milioni (un terzo di tutto il gruppo) dando il gas a 1800 utenti e trasportandone 1,9 milioni di metri cubi. In pratica un utile netto di circa 80 centesimi a metro cubo, che è all’incirca il prezzo di mercato del metano.
I MAGISTRATI NAPOLETANI ci spiegheranno, se riusciranno a provarli, i meccanismi della corruzione, ma sarebbe anche utile che si addentrassero nella ricetta della vera pozione miracolosa di casi come Ischia: il project financing. Questo sistema è il vero cancro nascosto della finanza pubblica. Con o senza corruzione sta scavando una voragine nelle casse dello Stato.
Pochi giorni fa l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone ha chiesto alla Asl 3 di Nuoro i documenti sul contratto di project financing per la costruzione del nuovo ospedale, dove multinazionali dai nomi altisonanti (accompagnate dall’immancabile cooperativa rossa) si sono presentate a catturare il lucroso affare. Il Fatto ha già raccontato la storia due anni fa. A Nuoro, per investire 45 milioni sull’ospedale, non potendo accedere a mutui perché i conti della Asl non lo consentivano, hanno fatto il mitico project: il privato ci mette il capitale e viene ripagato con un sontuoso affitto della nuova struttura, più vari contratti per servizi ospedalieri non sanitari (pulizia, sorveglianza etc.). Il tutto per la durata di 28 anni. Non avendo potuto fare un mutuo da 45 milioni la Asl si è impegnata a dare ai privati circa 800 milioni in tutto, violando non solo il buon senso ma anche le norme europee secondo cui gli appalti dei servizi non possono durare più di tre-cinque anni. L’Italia è ormai piena di operazioni del genere, il vero bengodi di costruttori e società di servizi.
È un calcolo complicato da fare, perché ormai ciascuna Asl e ciascuno dei quasi novemila comuni, hanno scoperto il giochetto ed è difficile raccogliere tutti i dati. Un solo esempio. L’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha bandito nel 2010 una gara per la costruzione della cosiddetta centrale tecnologica. Ha vinto la Manutencoop, gigante delle coop rosse, guidata da trent’anni dal pluriindagato Claudio Levorato. Ma un altro manager rosso, Roberto Casari (foto sotto) della Cpl Concordia, oggi agli arresti per la vicenda Ischia, si è talmente arrabbiato per essere arrivato secondo da presentare un esposto alla procura di Bologna.
La pm Rossella Poggioli ha così scoperto che la centrale tecnologica ha un costo di 30 milioni, che il bando di gara indicava un valore dell’appalto di circa 6 milioni (perché il resto del costo è coperto da capitali privati), ma che alla fine il contratto vinto da Levorato vale circa 400 milioni, perché comprende forniture di servizi vari per 25 anni.
Trattandosi di contratti per la fornitura dei servizi non risultano né tra gli investimenti né tra i debiti. Praticamente non lasciano traccia nei bilanci pubblici. Ma la stima prudente degli addetti ai lavori indica un indebitamento implicito, sotterraneo o nascosto di circa 200 miliardi di euro. Si tratterebbe del 10 per cento in più rispetto al dato ufficiale del debito italiano.
UNA COLTRE DI SILENZIO COPRE il fenomeno, e si capisce perché: i ras politici hanno trovato il modo di tagliare nastri alla faccia delle ristrettezze finanziarie degli enti locali. Ogni tanto si scopre quasi per caso un brandello di verità. Quando nel Veneto fu arrestato Piergiorgio Baita, capo della Mantovani e quindi dominus del Mose di Venezia, e noto come «mago del project», tutta la regione andò nel panico, temendo uno stop traumatico ai numerosi project financing in corso. A parte una serie di strade e autostrade modello «classico» Brebemi (i privati anticipano il capitale poi se il traffico è inferiore alle attese lo Stato paga la differenza), si scoprì che in project financing si stavano costruendo anche l’ospedale di Padova e il tribunale di Rovigo.
Ora sarà lecito chiedersi che senso ha il modello dell’investimento privato su un tribunale: qual è il rischio di mercato? L’opera viene ripagata da appositi pedaggi o con multe comminate ai condannati? O anche l’innocente deve pagare qualcosa per il disturbo? Niente di tutto ciò ovviamente: sarà la pubblica amministrazione a pagare un canone di affitto a lungo termine al costruttore. Così l’edificio costerà ai contribuenti molto più che chiedere un mutuo in banca. Solo che con il project nessuno vede niente. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project financing: qualcuno l’ha costruita e il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni l’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il Comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che sarà pagato dai figli del geniale sindaco che ha fatto il contratto.
L’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, teorizzava nel 2010: «L’alternativa non è fare un ospedale con i soldi pubblici o farlo con i soldi dei privati. Perché la prima possibilità non è data. Se non ci fossero stati i capitali privati, a Mestre non ci sarebbe un nuovo ospedale». Invece Mestre ha il nuovo ospedale. Che bello. I conti andò a farli Mariano Maugeri del Sole 24 Ore, scoprendo che è costato 140 milioni di euro a chi l’ha costruito, che ha messo 20 milioni suoi e 120 presi in banca, e ha avuto indietro dalla regione dell’astuto Galan il capitale più 280 milioni di interessi più contratti di forniture per 1,2 miliardi in 24 anni. I conti sono presto fatti: grazie al project financing un ospedale può costare fino a dieci e anche venti volte il valore dell’opera edificata.
Fonte
15/01/2015
Rivendicazione di Al Quaeda per la strage di Parigi. Cosa ne deduciamo?
Al Quaeda della Penisola Arabica - Aqpa - (ex Al Quaeda Yemen) ha rivendicato l’attentato a Charlie,
con un video, sulla cui autenticità non mi pare possano esserci dubbi.
E’ interessante notare che non si parla di una cellula di “Lupi
solitari”, ma si dice esplicitamente che la decisione è venuta dal numero uno di tutta Aq Ayman al-Zawahiri
e che l’azione è stata ordinata ai fratelli Kouachi (secondo la
dichiarazione di Nasser bin Ali al-Ansi (dirigente del braccio operativo
di Aqpa). Dunque, Aqpa è restata
nell’orbita di Aq e non è passata all’Isis, come era balenato per un
momento, e Aq manterrebbe un reticolo organizzato e centralizzato.
E, con questo, possiamo mettere da parte
due teorie: quella dell’auto attentato francese (alla quale non ho mai
creduto molto) e quella dell’azione di una cellula autonoma e non
collegata ad una organizzazione. D’altra parte, i due avevano gridato di
essere di Al Quaeda già durante l’azione e questo è il timbro finale.
Si indebolisce (ma non scompare) il possibile ruolo di un “terzo
intervenuto” che potrebbe spiegare alcuni aspetti ancora oscuri di
questa vicenda. Resta, invece, in piedi più che mai la “puzza di
bruciato” del comportamento di polizia e servizi ed i pasticci e le
contraddizioni della versione ufficiale.
Ad esempio, bella figura ci fanno i
servizi ad aver ritenuto non più pericolosi i due e proprio mentre, da
qualche parte, arrivava l’ordine di procedere contro Charlie! Ma di
questo parleremo quando arriveranno altre notizie.
Invece è interessante notare che i
dirigenti di Aqpa si preoccupino di smentire un coordinamento fra i due e
Coulibaly. Potrebbe trattarsi di un semplice depistaggio (ma è poco
credibile), ma se prendiamo sul serio quello che dicono si pone una
domanda: Coulbaly è intervenuto per solidarietà verso i vecchi compagni
di cella o per inserire l’Isis nell’operazione?
In questo secondo caso, la dichiarazione
di Aqpa serve a rivendicare il pieno merito dell’operazione,
respingendo il tentativo di inserimento dei rivali. Vice versa, se c’è
stato coordinamento, questo fa pensare ad una qualche intesa fra le due
organizzazioni che, però, non si intende rendere pubblica almeno per
ora. Nel complesso, mi sembra più realistica l’ipotesi del tentato
inserimento smentito da Aqpa.
Questo significa che fra le due
organizzazioni perdura la concorrenza e che Aq sta tentando di recuperare
il terreno perduto riprendendo la strategia delle azioni spettacolari
contro il “nemico lontano”, mentre l’Isis cerca di realizzare la sua
linea di conquista di uno spazio territoriale e di lotta contro il
“nemico vicino”.
Se le cose restassero così, la cosa più
probabile è che Aq cercherà di fare altri attentati spettacolari: anche
se Charlie non è le due torri, tuttavia è pur sempre un attentato che
parla al “cuore” delle masse islamiche, sensibili al tema delle offese
al Profeta. E dobbiamo pensare ad altre azioni di forte valore
simbolico. L’obiettivo ovvio sarebbe il Vaticano o il Papa in persona,
ma credo che siano obiettivi particolarmente difficili da raggiungere e
non tanto per l’azione della sicurezza italiana (che, pure, qualche
capacità di penetrazione del campo islamico lo ha), quanto per altri
fattori come l’efficientissimo servizio vaticano, ben più ricco di
flussi informativi dell’intelligence italiana. Inoltre, un attentato al
Papa sarebbe visto con sfavore da molti altri soggetti per propri
interessi. Un esempio? La mala vita organizzata: un attentato al Papa o
al Vaticano, scatenerebbe una ondata senza precedenti di controlli,
blocchi, intercettazioni ecc, tutte cose che disturberebbero in massimo
grado gli affari criminali, e la malavita ha mille superfici di contatto
con il terrorismo mediorientale (con conseguenti flussi informativi):
dalle carceri al mondo del traffico d’armi o dei clandestini, dal
contrabbando ai traffici finanziari, e, per di più, la malavita talvolta
ha un controllo del territorio anche superiore a quello della polizia
(vi dice niente il fatto che il terrorismo brigatista non ha mai fatto
alcun attentato di rilievo in Sicilia?).
E c’è anche un altro aspetto su cui
meditare: come abbiamo detto ripetutamente, i due fratelli Koubachi
sapevano sparare, ma per il resto erano dilettanti allo sbaraglio, che
hanno fatto un mucchio di errori, per cui, ne deducevamo, che loro due
era quello di cui l’organizzazione poteva disporre. Per cui, può darsi
che Aq disponga di una rete non piccola di jihadisti, ma non è detto che
il livello qualitativo di essa sia eccelso.
Dunque, prepariamoci all’eventualità di
attentati spettacolari, questo si, ma probabilmente si tratterà di
azioni ad alto contenuto simbolico, ma a basso livello tecnico. Il fatto
che non abbiano neppure provato a far qualcosa contro la manifestazione
di domenica, lasciandosi sfuggire l’occasione di qualcosa che avrebbe
oscurato il ricordo dell’11 settembre, dice che non hanno il livello
sufficiente per azioni troppo complesse. Comunque sia, stiamo in
guardia.
Un’ultima riflessione:
colpire gli autori delle vignette su Maometto è una idea fissa dei
fondamentalisti da almeno 10 anni, dal tempo della tempesta per le
vignette danesi. Il fatto che, dieci anni dopo, ci siano riusciti,
nonostante la crociata contro il terrorismo che ha impegnato decine di
migliaia di uomini dell’intelligence occidentale ed il fiume di denaro
speso, dice che qualcosa di sbagliato c’è stato.
Sarebbe il caso di rivedere totalmente
strategia e tecniche della lotta al terrorismo islamico, vi pare? Invece
vediamo che si torna sempre sulle solite fesserie: frenare Schenghen,
chiudere le moschee, chiudere i siti fondamentalisti sul web… che
tristezza!
03/09/2014
In crisi anche i servizi, e non solo in Italia
È un vero peccato che l'economia reale non ascolti l'ottimismo parolaio del premier di Rignano sull'Arno. E dire che ne avrebbe molto bisogno...
Gli indici relativi alla manifattura in Italia erano stati molto negativi, ma ci si era abituati a vedere nel miglioramento di quello dei servizi una sorta di “compensazione”, accompagnata da teorie ad hoc sulle trasformazioni produttive di questo paese.
Ora arriva l’indice Pmi relativo ai servizi, che è sceso sotto i 50 punti, soglia che marca il confine fra espansione e contrazione. L'istituto Markit/Adaci indica una flessione in agosto a 49,8 punti, dai 52,8 di luglio. Gli analisti avevano stimato invece possibile un miglioramento a 51,8. Niente da fare, anche i servizi annusano aria di recessione dura.
Il confronto con la concorrenza infra europea è peraltro disperante. Vanno male anche i francesi, ma il loro indice Pmi servizi – pur scendendo di pochissimo, da 50,4 a 50,3 – resta comunque in “zona speranza” (sopra i 50). Mentre la Spagna sembra il regno di Bengodi, con un incremento da 56,2 a 58,1. Basta dimenticare la lunga fase di crisi nera attraversata dal paese iberico, che soltanto ora sta risalendo, pur senza nemmeno avvicinare i livelli precedenti l'esplosione della crisi, nel 2008. Bisogna ricordare che questi indici, infatti, fotografano spostamenti a beve termine, in percentuale, non in cifre assolute. Quindi, se per caso eri finito “sottozero” in termini di Pil, un miglioramento anche minimo ti porta immediatamente sopra i 50 punti nell'indice Pmi.
Gli altri dati, relativi a paesi extraeuropei, fotografano una realtà ben diversa. La Russia, ad esempio, sembra al riparo dalle conseguenze del confronto sull'Ucraina e anche delle “sanzioni” applicate da Usa ed Unione Europea. Il dato Pmi sale infatti sopra quota 50 per la prima volta da febbraio, portandosi a 50,3 punti. Al contrario, il super-liquido Giappone ridiscende sotto i 50 punti dopo appena un mese di “ritorno al buonumore”: da 50,4 a 49,9 punti.
Tutt'altra musica, naturalmente, per la Cina. Da luglio e agosto l'indice passa da 50 a 54,1 punti, il massimo da 17 mesi, in conseguenza dello sviluppo del mercato interno, come voluto dai dirigenti di Pechino.
Fonte
Gli indici relativi alla manifattura in Italia erano stati molto negativi, ma ci si era abituati a vedere nel miglioramento di quello dei servizi una sorta di “compensazione”, accompagnata da teorie ad hoc sulle trasformazioni produttive di questo paese.
Ora arriva l’indice Pmi relativo ai servizi, che è sceso sotto i 50 punti, soglia che marca il confine fra espansione e contrazione. L'istituto Markit/Adaci indica una flessione in agosto a 49,8 punti, dai 52,8 di luglio. Gli analisti avevano stimato invece possibile un miglioramento a 51,8. Niente da fare, anche i servizi annusano aria di recessione dura.
Il confronto con la concorrenza infra europea è peraltro disperante. Vanno male anche i francesi, ma il loro indice Pmi servizi – pur scendendo di pochissimo, da 50,4 a 50,3 – resta comunque in “zona speranza” (sopra i 50). Mentre la Spagna sembra il regno di Bengodi, con un incremento da 56,2 a 58,1. Basta dimenticare la lunga fase di crisi nera attraversata dal paese iberico, che soltanto ora sta risalendo, pur senza nemmeno avvicinare i livelli precedenti l'esplosione della crisi, nel 2008. Bisogna ricordare che questi indici, infatti, fotografano spostamenti a beve termine, in percentuale, non in cifre assolute. Quindi, se per caso eri finito “sottozero” in termini di Pil, un miglioramento anche minimo ti porta immediatamente sopra i 50 punti nell'indice Pmi.
Gli altri dati, relativi a paesi extraeuropei, fotografano una realtà ben diversa. La Russia, ad esempio, sembra al riparo dalle conseguenze del confronto sull'Ucraina e anche delle “sanzioni” applicate da Usa ed Unione Europea. Il dato Pmi sale infatti sopra quota 50 per la prima volta da febbraio, portandosi a 50,3 punti. Al contrario, il super-liquido Giappone ridiscende sotto i 50 punti dopo appena un mese di “ritorno al buonumore”: da 50,4 a 49,9 punti.
Tutt'altra musica, naturalmente, per la Cina. Da luglio e agosto l'indice passa da 50 a 54,1 punti, il massimo da 17 mesi, in conseguenza dello sviluppo del mercato interno, come voluto dai dirigenti di Pechino.
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