Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2025

Oasis, impressioni sul tour dell'estate 2025

Il percorso d'avvicinamento all'attesissimo reunion tour degli Oasis parte ad agosto 2024, un anno prima dei concerti previsti, quando arrivano gli annunci che ufficializzano date e luoghi, e vengono messi in vendita i biglietti, oggetto del desiderio di qualsiasi fan. La prima leg si svolge esclusivamente nel Regno Unito e in Irlanda e, dopo una rapida analisi della situazione, risulta lungimirante la nostra scelta di evitare le richiestissime venue di Wembley (il leggendario stadio della capitale, i fan vogliono tutti andare là) e Manchester (città natale dei fratelli Gallagher, i fan vogliono tutti andare là, immaginando che fra le mura di casa possano dare il massimo) per puntare tutto su Edimburgo, data prossima al Ferragosto, l'unica che va a cadere fuori dai weekend, quindi la più scomoda, martedì 12 agosto. Potrebbe essere la più semplice da prendere...

E così è stato: parterre del Murrayfield Stadium conquistato senza troppi patemi, incassando gli insulti degli amici che non son riusciti a entrare in possesso dei tagliandi per Londra e Manchester, causa eccesso di richieste. Per giustificare la trasferta nella costosissima capitale scozzese (dove in agosto la popolazione raddoppia per la presenza del seguitissimo – e consigliatissimo – Fringe Festival, che fa lievitare sino a tre volte e oltre i prezzi degli hotel) gli costruiamo intorno un bel giro della Scozia: partendo dalla vivace Glasgow raggiungeremo Edimburgo attraverso cinque tappe intermedie disposte sulla mappa in senso orario: Oban, Fort William, Inverness, Aberdeen, Dundee. Castelli, laghi, spiagge, montagne, in dieci giorni ci scorrono davanti agli occhi scenari fatati fra i più disparati, con un unico denominatore comune: gli Oasis.

In queste settimane gli Oasis nel Regno Unito sono ovunque, persino nei luoghi più remoti, nei posti più distanti dagli eventi. Entri in un pub di Inverness dove un musicista locale suona traditional scottish music e a fine set non può fare a meno di interpretare una propria versione di "Don't Look Back In Anger", con folla impazzita che balla e canta a squarciagola, incroci un busker lungo una strada del più sperduto dei paeselli, con chitarra e armonica al seguito, ed eccolo intonare "Wonderwall", con tutti i passanti che si fermano a creare un solo grande coro. Il tutto assume un carattere ancor più totalizzante quando giungiamo a Edimburgo, affollata come previsto, un fiume di persone con indosso solo magliette (temperatura diurna 27 gradi, ben oltre le medie del periodo) o cappellini da pescatore, rigorosamente con la scritta “Oasis”.

Alle fermate dei bus e dentro qualsiasi locale persone che mai si sono incontrate prima iniziano a cantare tutte insieme "Supersonic", "Roll With It" o "Some Might Say", così, all'improvviso. Quasi tutti i negozi hanno in vetrina oggetti che riguardano gli Oasis, a iniziare da Adidas, che ha stretto uno dei principali accordi commerciali con il management della band, ma anche Levi’s e tanti altri, pronti a monetizzare la presenza in città dei fratelli Gallagher, senza tralasciare i rivenditori di souvenir, che propongono qualsiasi tipo di accessorio o t-shirt con la scritta "Oasis" seguita da eventuali slogan. In un frequentatissimo store posto lungo la centralissima Princes Street, viene persino organizzata una gara per eleggere il miglior sosia di Liam e Noel, e a presentarsi sono in molti, puntualmente vestiti come i due fratelloni di Manchester.

Su questo e altri concerti del reunion tour nelle ultime settimane avrete letto e visto di tutto: quello che mi sento di poter aggiungere è che anche la descrizione più roboante risulta assolutamente realistica e non frutto dell'abbaglio o dell'esagerazione (anche io avevo questo timore) di qualche fan oltranzista. Ma di là dello stadio molto bello, il Murrayfield, tempio del rugby scozzese da quasi settantamila posti, facilmente raggiungibile dal centro, della scaletta perfetta che include tante hit ma anche qualche pezzo meno scontato, dello spettacolo di altissimo livello, dominato da tre maxi maxischermi che avvolgono il palco ed efficaci visual di grande effetto, dell'organizzazione impeccabile (parleremo più avanti dell’illuminata gestione del parterre), dei Gallagher super-consapevoli del proprio mito e – secondo me – determinati a non fermarsi qui, quello che mi ha colpito di più è stato constatare quanto questa band sia ancora così importante per tutti i britannici e quanto sia, ancora oggi, radicata e centralissima nel complesso tessuto sociale e culturale del paese.

Si capisce che il pubblico locale deve molto a queste canzoni, come se si trattasse di una lunga serie di inni nazionali: ovunque si percepisce, netto, un amore incondizionato nei confronti degli Oasis, anche da parte di chi non sarà allo stadio per il concerto. Non che non fossimo consapevoli di tutta la situazione, ma quando ti ritrovi a viverla, a respirarla, con tutta questa forza, con tutta questa intensità, è davvero pazzesco. Eventi che come partecipazione popolare sono paragonabili a un campionato del mondo di calcio, non trovo altri paragoni per tentare di spiegarli, ma in strada non ci sono bandiere della nazionale, bensì decine e decine di migliaia di magliette e cappellini con su scritto “Oasis”.

Gli scozzesi odiano gli inglesi, ma non odiano gli Oasis, e i fan sono arrivati da tutto il mondo per mettere in scena una festa eccitante, emozionante, alla quale sono stati chiamati a partecipare sul palco anche Richard Ashcroft (sempre in grandissima forma, mette in fila soprattutto le hit dei Verve, e "The Drugs Don't Work" eseguita quasi tutta da solo, voce e chitarra, non sfigura accanto agli evergreen di casa Gallagher) e i Cast (fanno il loro, ma risultano ancor più trascurabili oggi di quanto tutto sommato non fossero all'epoca), scelti come opening act per tutta la leg europea del reunion tour.

Dicevamo della gestione del parterre: ebbene, noi non sapevamo che non fosse previsto un pit, o comunque non lo ricordavamo, avendo acquistato i biglietti da svariato tempo. Il giorno del concerto siamo quindi andati verso lo stadio con relativa calma, convinti che saremmo stati a non meno di 50 metri dal palco. Eravamo in coda per entrare intorno alle 16:30, considerato che le porte aprivano alle 17 e gli Oasis erano previsti per le 20:15, dopo i Cast (alle 18) e Richard Ashcroft (alle 19). Ma l'organizzazione dell'evento di Edimburgo è stata a noi favorevole, e auspico che anche in Italia si possa adottare un sistema simile per la gestione degli ingressi nei grandi eventi. Niente pit: i primi che arrivano fuori lo stadio formano il serpentone per entrare nel "Front Standing", la parte del prato più vicina al palco. Quando il serpentone raggiunge una capacità pari a circa mezzo parterre, tutti quelli che arrivano dopo devono mettersi in fila per entrare nel "Rear Standing", l'area che occupa la metà del parterre più distante dal palco, fisicamente separata dal "Front Standing" per mezzo di una transenna.

Questa strategia consente a chi arriva prima di mantenere le posizioni, senza essere troppo pressati, ed evitando che i furbetti dell'ultimo minuto si possano insinuare avanti. Davanti niente hooligan ubriachi a rompere le scatole, soltanto i fan più fan che si son piazzati presto per entrare. Quindi ci siamo inconsapevolmente ritrovati in quinta-sesta fila, vivendo lo show da vicinissimo (vedi foto), situazione davvero piacevole oltre che, ovviamente, indimenticabile. Alle 20:15, minuto più minuto meno, il sole è ancora ben lontano dal tramontare quando dalle casse parte un classicone degli anni Novanta, "Born Slippy" degli Underworld, a volume così sostenuto da far comprendere che qualcosa stia per accadere. Ed in effetti è il momento dell’ingresso on stage della band, e subito si viene letteralmente schiaffeggiati dalla furia sonora di "Hello" e sorpresi dalle impressionanti immagini proiettate dagli schermi, dove compaiono le gigantografie di Liam e Noel.

La prima parte del set è subito una parata di hit, e prevede chitarre elettriche in primissimo piano, con un taglio quasi shoegaze in corrispondenza di "Morning Glory". Prima di “Bring It On Down” Liam attacca il consiglio comunale di Edimburgo, che nei giorni precedenti aveva espresso preoccupazione per i 210.000 fan degli Oasis attesi nella capitale scozzese, considerati (da parte dei membri del principale organo collegiale locale) prevalentemente uomini di mezza età, grassi e ubriaconi a livelli da alta intossicazione, di conseguenza potenzialmente molesti per la cittadinanza e pericolosi per la quiete pubblica.

Liam ha risposto con foga, difendendo il proprio pubblico e ricordando ai consiglieri comunali che i tre concerti degli Oasis organizzati in città hanno procurato un indotto stimato in circa tre miliardi di “fottute” sterline, recriminando con rabbia il rispetto nei confronti dei fan. Dopo una decina di canzoni Liam si prende una pausa per lasciare l'intera scena a Noel, che canta tre pezzi, “Talk Tonight”, “Half The World Away” e “Little By Little”, poi è di nuovo Liam a condurre lo show con un’altra sfilza di evergreen (in “Whatever” c’è un piccolo inserto di “Octopus’s Garden” dei Beatles, omaggio doveroso nei confronti del quartetto al quale gli Oasis sono sempre stati accostati) fino a una tiratissima versione di “Rock’n’Roll Star”.

I bis si aprono di nuovo con Noel sugli scudi per “The Masterplan” e una “Don’t Look Back In Anger” da brividi, coi quasi settantamila del Murrayfield a sorreggere un coro che (non so se avete visto il reel postato da Radio Deejay) risulterà percepibile a chilometri di distanza dallo stadio. La voce di Liam torna protagonista su “Wonderwall” e “Champagne Supernova”.

Sulla parte finale partono i fuochi d’artificio a rendere ancor più magica la conclusione dello spettacolo, quasi un incantesimo, proprio nella patria di Harry Potter. Quasi tutto il pubblico decide di ritornare a piedi verso il centro della città (le fermate del tram Murrayfield e Haymarket, le più vicine allo stadio, sono impraticabili), coprendo i circa 4 km di strada cantando di nuovo in coro alcuni degli inni nazionali incisi dai Gallagher.

Tutto bellissimo, e tanto di cappello alla città di Edimburgo che per la seconda volta consecutiva ospita il tour più importante dell'anno: nel 2024 fu lo scintillante Eras Tour di Taylor Swift, nel 2025 il reunion tour degli Oasis, che prosegue con Dublino, nove serate in Nord America fra agosto e settembre, un nuovo passaggio per Wembley, poi le date già programmate in Asia, Australia e Sud America, l’ultima – per ora – a San Paolo, Brasile, il 23 novembre. Poi tutti in attesa dei prossimi annunci: sembra ormai quasi certo un tour europeo nell'estate del 2026, con almeno una tappa che dovrebbe toccare l’Italia, si parla con insistenza di Roma (Circo Massimo o Stadio Olimpico) o Milano (San Siro). Molto presto potremo sapere qualcosina di più...

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05/07/2025

Oasis: a Cardiff si consacra la nostalgia

Hanno riaperto il sipario con "Hello", uno dei loro brani-simbolo. Gli Oasis sono tornati, e lo hanno fatto nel modo più clamoroso: Liam e Noel Gallagher di nuovo insieme dopo sedici anni, sul palco del Principality Stadium di Cardiff, davanti a 74.000 fan in delirio. Mano nella mano, hanno dato il via a una serata storica, suggellata da una scaletta piena di classici e dall’avvio di un tour mondiale che toccherà Regno Unito, Irlanda, Stati Uniti, Giappone, Australia e Brasile.

"È bello essere tornati", ha detto Liam tra gli applausi, prima di intonare con Noel "Acquiesce", in cui entrambi cantano e si dichiarano senza giri di parole: "Abbiamo bisogno l’uno dell’altro". Sul palco, una formazione potenziata: oltre a Paul "Bonehead" Arthurs, c’erano anche Gem Archer e Andy Bell, membri storici dal 1999, con l’aggiunta di Joey Waronker (già con R.E.M. e Beck) e Jess Greenfield (già nei The High Flying Birds di Noel).

Il concerto ha ripercorso la parabola della band di Manchester, celebrando i trent’anni di "Definitely Maybe" (1994) e anticipando quelli di "(What's the Story) Morning Glory?" (1995), di cui nei giorni scorsi è stata annunciata la ristampa. In scaletta, hit come "Some Might Say", "Morning Glory", "Cigarettes And Alcohol". "È fatta, non si torna indietro", aveva dichiarato Noel prima del concerto, suggellando una riconciliazione annunciata un anno fa, dopo anni di tensioni culminate nel celebre scioglimento al Rock en Seine nel 2009.

Ecco la scaletta del concerto degli Oasis a Cardiff, prima tappa del loro reunion tour 2025.

  • Hello
  • Acquiesce
  • Morning Glory
  • Some Might Say
  • Bring It On Down
  • Cigarettes & Alcohol
  • Fade Away
  • Supersonic
  • Roll With It
  • Talk Tonight
  • Half the World Away
  • Little by Little
  • D'You Know What I Mean?
  • Stand by Me
  • Cast No Shadow
  • Slide Away
  • Whatever
  • Live Forever (Dedicata a Diogo Jota)
  • Rock 'n' Roll Star
  • The Masterplan
  • Don't Look Back In Anger
  • Wonderwall
  • Champagne Supernova

A scaldare il pubblico prima della performance dei Gallagher, un’altra icona del britpop: Richard Ashcroft. L’ex-leader dei Verve ha infiammato la platea con brani come "Sonnet", "Space And Time", "The Drugs Don't Work", "Bitter Sweet Symphony" (dedicata ai Gallagher) e la sua "Song For Lovers". "Orgoglioso di essere qui con la più grande rock band", ha detto, ricevendo una standing ovation.

Un ritorno agli anni 90 carico di nostalgia e passione, tra magliette mod, cori da stadio e un entusiasmo che attraversa le generazioni.

Mentre infuriano le polemiche per i biglietti venduti a prezzi gonfiati, la Oasis-mania si dimostra più viva che mai. Le prime 17 date britanniche e irlandesi hanno fruttato 400 milioni di sterline (circa 470 milioni di euro), con 1,4 milioni di biglietti venduti. Secondo The Sun, Noel e Liam guadagneranno 6 milioni di sterline a serata, ma riceveranno il cachet solo dopo aver suonato, per evitare sorprese. Il sistema del dynamic pricing ha sollevato polemiche, così come le truffe legate al secondary ticketing, per un valore di oltre 2 milioni di sterline.

Il tour genererà un giro d’affari di oltre 1 miliardo di sterline nel solo Regno Unito, con una spesa media stimata in 900 euro a persona. A Londra e Manchester, le date multiple porteranno un indotto fino a 190 milioni di sterline.

Nel frattempo, la popolarità digitale della band è esplosa: +785% di ricerche su Spotify e oltre 510 mila playlist contenenti “Wonderwall” in una sola settimana. Le ristampe in vinile e le magliette in edizione limitata con Adidas, andate subito esaurite, confermano la portata del fenomeno. Come direbbe Liam Gallagher: “Biblical”.

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04/02/2025

Perché i Rome hanno suonato in spazi antifascisti?

La scorsa settimana il cantautore lussemburghese Jerome Reuter, e il suo gruppo “Rome”, si è esibito in diverse città d’Italia.

In particolare, bisogna soffermarsi sulle date romana e bolognese, in quanto i concerti sono avvenuti in spazi (Innit e Freakout) rispettivamente afferenti al mondo ARCI e AICS, quindi antifascisti per costituzione.

Partiamo dal progetto musicale in particolare: Rome, da un paio di decenni a questa parte, sta cercando di rendere appetibile ad un pubblico sempre meno ristretto sonorità storicamente afferenti al neofolk, sottogenere nato negli anni ‘80 nel Regno Unito dall’eclettismo del post-punk e dell’industrial, spogliandolo delle varie sperimentazioni fatte nel corso dei decenni dagli artisti più diversi ed arrivando quindi ad un suono decisamente più orecchiabile, per quanto ovviamente ancora lontano dall’essere mainstream.

Componente fondamentale del genere neofolk è il rimando alla storia europea e agli stati d’animo che esprime l’artista verso un mondo attuale che sembra essere perduto.

Chiaro che questa mancanza di visione politica della contemporaneità ha portato sin da subito il genere a fare rimandi espliciti all’occultismo e al misticismo, se non addirittura all’apologia, più o meno velata, del nazismo.

Rome, quindi, come altri artisti, si pone immediatamente su un terreno scivoloso. Il suo primo album interamente in inglese “Flowers from Exile” (2009) dà spazio ai ricordi e alle voci di tutti i militanti politici, anarchici in particolare, scappati dalla Spagna alla fine della guerra civile vinta dai franchisti.

La retorica dei “vinti” diventa quindi una costante nell’opera di Rome, che ricompare cinque anni dopo in “A Passage to Rhodesia”, vero e proprio lavoro di retorica sulla pugnalata alle spalle inferta ai colonialisti rhodesiani da parte del mondo occidentale nel loro tentativo di costruire uno stato esplicitamente fondato sull’apartheid.

Il boicottaggio dei prodotti provenienti della Rhodesia, assieme a quello del Sud Africa, fu in realtà ciò che portò alla fine di regimi suprematisti in quell’angolo di mondo ed è tuttora un punto di riferimento per la campagna di boicottaggio dello Stato genocida di Israele.

In seguito, nel corso dell’ultimo decennio, Reuter si sbraccia nel tentativo di difendere la superiorità occidentale nelle sue opere successive.

Il culmine di questo suo sostegno è il concerto del 26 agosto 2023 a Kiev, in un periodo in cui ci veniva detto che la capitale ucraina sarebbe stata rasa al suolo da un momento all’altro, per lanciare il nuovo disco del gruppo, “Gates of Europe” (“Cancelli d’Europa”), che, neanche a dirlo, sulla copertina raffigura, assieme all’ormai onnipresente tridente, simbolo dei collaborazionisti nazisti dell’OUN, un leone stilizzato chiaramente ripreso dalla Divisione Galizia, componente a maggioranza ucraina delle SS.

Crediamo che vada ribadita la necessità di stroncare la presenza di certi artisti soprattutto negli spazi che si dichiarano portatori dei valori dell’antifascismo.

Se è vero che la “battaglia delle idee” deve essere combattuta contro governi occidentali che sempre più si pongono in termini autoritari e reazionari, realisticamente la capillarità, la totalità del Capitale in crisi influenza tutti gli spazi vitali della cultura.

Di conseguenza, in campo artistico, retoriche e sonorità contrapposte all’industria culturale non sono antifasciste di per sé, né lo è la cosiddetta “libertà artistica”.

Dare, quindi, per scontato che qualsiasi atto artistico, per quanto radicale nella forma o per quanto provochi emozioni forti nel pubblico, senza focalizzarsi sulla sostanza di ciò che vuole comunicare, sia meritevole di essere mostrato è un gioco se va bene banale, ma che può presto diventare pericoloso.

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11/07/2024

Fontaines DC - Cosa resterà di questi anni '20

A chi come me ha vissuto l’adolescenza nella prima metà dei Duemila, sembrerà a vita disorientante il fatto che oggi, a più o meno vent’anni di distanza, album come “Is This It”, “Turn On The Bright Lights”, “Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not”, “Funeral” e via discorrendo siano a tutti gli effetti considerati dischi storici, spesso citati come primaria fonte di ispirazione dalle successive generazioni.

Per noi, come per tutti, la storia era il passato, in qualche modo cristallizzato e chiuso in maniera più o meno definitiva; ciò che invece ci passava davanti agli occhi e cresceva con noi, eravamo troppo impegnati a viverlo per immaginare che quella sarebbe stata poi la storia per qualcun altro nel futuro.

Per noi ragazzini nei primi anni Zero, l’ultimo (e per noi più vicino) riferimento a cui concedevamo l’onore della “storicità” erano probabilmente i Nirvana. Kurt Cobain ci aveva lasciati solo pochi anni prima e “Nevermind” era un disco più giovane dei nostri fratelli minori, eppure tutto era già diventato materia da antologia e totem venerabile. Forse, fino alla nostra generazione, il riconoscimento della “storicità” (e del conseguente alone di leggenda) era il più delle volte tristemente mediato proprio dalla morte; gran parte dei miti musicali oggetto di adorazione tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90 avevano purtroppo già concluso la propria esperienza terrena, tra droghe, suicidi e vite al limite. Tutto ciò inevitabilmente aumentava il senso di sacralità verso svariate figure iconiche del rock’n’roll, facilitandone il culto. Fortunatamente, tra gli artisti ascesi alla fama dall’inizio del nuovo millennio in poi, questa tendenza funebre è sensibilmente diminuita; frutto forse di una propensione all’autodistruzione finalmente e intelligentemente scemata nel nuovo mondo rock, forse conseguenza di una certa “intelletualizzazione” a scapito del motto del "live fast/die young", fatto sta che gran parte delle band nate vent’anni fa sono ancora in piena attività.

Probabilmente, sarà anche questa contemporaneità tutt’oggi conservata a non farci pienamente realizzare l’iscrizione di StrokesArctic Monkeys e affini nell’albo dei gruppi già considerabili “storici” (o quantomeno – volendola mettere in tono un po’ minore – dei “modern classic”). Eppure questo è ciò che il capitan senno di poi ci racconta; perché in fondo, la storia altro non è che qualcosa da raccontare. Qualcosa che val la pena raccontare.

Ma davvero, pur se troppo presi nel darci appuntamenti nei bagni (semicit.) a suon di post-punk revival e gin tonic, non ci stavamo accorgendo di nulla? No, non è vero. Ce ne accorgevamo eccome, solo non avevamo tempo e voglia di preoccuparcene.

Dall’avvento di “Is This It”, per la mia generazione cambiò tutto. Quel guanto di pelle posato sulle curve di un corpo nudo soppiantò nel nostro immaginario, in un colpo di spugna, i peggiori strascichi degli anni '90, fino a quel momento ancora dominanti in termini di fenomeni di massa: il tremendo filone post-grunge, le declinazioni più tamarre del nu metal, la metamorfosi zuccherosa del pop-punk e dell’emo. La nuova scena nascente all’epoca ci fece riconsiderare tutti i paradigmi: ai baggy pants sostituimmo i jeans attillati, ai felponi i giubbini di pelle, al gel nei capelli la nostra naturale spettinatura. Ma soprattutto, quella musica, che davvero nuova non era (anzi, apriva praticamente l’epoca delle retromanie), ci restituiva vibrazioni che – quelle sì – erano per noi nuove. Ed erano nostre, in tutto e per tutto.

Che quello fosse il nuovo corso e che ci appartenesse a pieno titolo ce ne rendevamo conto soprattutto nei momenti condivisi. Tra i dischi di cui parlavamo e che ci scambiavamo a scuola o all’università. Nelle feste in cui abbiamo iniziato a ballare sulle note di “Reptilia” o “Take Me Out”. Ai concerti di quelle band dove ci ritrovavamo. Certo, all’inizio gli eventi non erano tanti e tanti non eravamo neanche noi, ma del resto non ci trovavamo nel Lower East Side o a Shoreditch. Proprio questa dimensione contenuta difficilmente poteva lasciarci presagire di guardare dopo un paio di decenni a quel momento come un fondamentale passaggio generazionale (sebbene quegli stessi gruppi che in Italia arrivavano raramente a suonare e per lo più in location medio-piccole, già si esibissero da headliner a Glastonbury o Reading). Eppure, in qualche modo, lo sentivamo ugualmente che il futuro stesse passando da lì, proprio dove c’eravamo anche noi.

Adesso che il futuro è passato (e di questo ce ne siamo accorti, tanto per storpiare un’altra citazione), possiamo constatare come il tempo ci abbia in fondo dato ragione. La legacy di quell’ondata è ampiamente riconosciuta come punto cardinale della storia della musica contemporanea. E ha lasciato a noi che ci siamo cresciuti tante storie da raccontare. Tutt’oggi però, forse offuscati da un senso di naturale nostalgia che ci riporta costantemente lì, a quando avevamo sedici, diciotto o vent’anni e gli Arctic Monkeys erano semplicemente una nuova promessa, ancora fatichiamo a metabolizzare come quel periodo sia già stato, in un certo senso, consegnato alla storia. È strano, nonostante avessimo sempre inconsciamente saputo che sarebbe successo.

Così, avviandomi verso la quarantina, non posso fare a meno di chiedermi quali siano i gruppi dell’attuale nuova scena destinati a rimanere negli annali; come li stiano vivendo i ventenni di oggi e come questi li vedranno nel 2040 o nel 2050. Come li vedrà e come ne sentirà parlare mia figlia, che oggi va all’asilo, quando sarà maggiorenne.

Alla prima domanda tendo a darmi una risposta abbastanza banale, considerando i Fontaines Dc e gli Idles come i capofila dell’ultimissima generazione rock, in senso molto ampio. Al di là dell’indubbia reputazione di queste due band e pur pienamente convinto dell’affermazione, mi piace complicarmi la vita, e mi chiedo: perché Fontaines Dc e Idles sono importanti al giorno d’oggi? Fanno qualcosa di nuovo e rivoluzionario? Probabilmente no. Chiamatelo pure post-post-punk, revival del revival, o come diavolo vi pare, avrete più o meno ragione (al di là dell’inutilità di etichettature arzigogolate). La componente derivativa indubbiamente c’è, eppure è la personalità di Fontaines e Idles a prevalere sul citazionismo, consacrandoli nell’ultimo lustro come gli artisti più capaci di rinnovare il linguaggio del rock più o meno alternativo nel modo più credibile e coerente con l’era contemporanea, con capacità di reinvenzione e crescente qualità artistica sulla lunga distanza della propria discografia, laddove buona parte degli eroi del neo-indie di inizio millennio, dopo dischi di esordio pirotecnici, avevano iniziato a mostrare segni di debolezza e un certo esaurimento di idee già dal terzo album.

Fontaines Dc e Idles rappresentano la radice di un nuovo movimento? Neanche questo. Nonostante siano ormai, senza timore di smentita, i fari della nuova leva alternativa (comunque florida in contesti più di nicchia), non guidano un trend di massa paragonabile a quello sviluppatosi due decenni fa, capace di muoversi dall’underground alla moda mainstream (oh, se a un certo punto tutti sono diventati “indie”, la cosa è partita da lì). Sono in realtà i tempi a essere però radicalmente mutati; in un momento storico che ci mostra come sia il rock in generale a essere uscito fuori dagli allori della gloria – appunto – di massa, con il pop a occupare tutti gli spazi vitali che al rock erano connaturati (dall’impatto mediatico sui giovanissimi alla presenza nei grandi festival, fino addirittura agli endorsement politici), Fontaines DcIdles rappresentano una sorta di fiera resistenza, romantici condottieri di un esercito di desaparecidos ritrovati che vogliono testardamente ribadire il proprio essere al mondo, vivi e non solo sopravvissuti.

Tutto questo non basta però a trovare una soluzione al secondo quesito: cosa lasceranno in eredità queste band per giovani e giovanissimi di oggi e di domani? Per rispondere è necessario prescindere da un freddo approccio di analisi e osservazione critica, per addentrarci nella sfera emotiva. E l’emozione non può passare solo dall’ascolto di un disco e dalla conoscenza maturata tra web e riviste; l’emozione va vissuta appieno nella condivisione, nel sentimento (consapevole o ingenuo che sia) che ciò che sta accadendo ci stia in qualche modo cambiando in senso collettivo, quale sia l’estensione non è poi neanche così importante. Ed è impossibile vivere e percepire questa emotività fuori dal campo.

Un ventenne che frequenta stabilmente concerti e happening vari probabilmente determinate sensazioni può averle già in corpo da un bel pezzo, così come noi ultimi dei millennials sin dagli albori annusavamo nell’aria cosa ci stesse capitando nei primi anni Duemila. Tuttavia, il me stesso di oggi, che passa ormai gran parte delle serate a guardare cartoni e giocare con sua figlia, questi sentimenti non riusciva ad afferrarli. Non riuscivo insomma a decifrare la reale portata, in termini di impatto generazionale, dei paladini odierni.

Per capirlo c’è voluto, appunto, un vero momento di condivisione. Un concerto: quello dei Fontaines Dc all’Auditorium di Roma. In realtà, ad andare a vedere gli irlandesi c’avevo già provato un paio di volte. Biglietti presi e poi rivenduti, per insorte esigenze lavorative e familiari. Il 25 giugno 2024 ci sono finalmente riuscito senza intoppi.

Forse, da un certo punto di vista, la tempistica si è rivelata perfetta: i Fontaines Dc vivono adesso una fase di apice dell’hype, pronti (a un età media dei componenti che non arriva neanche a trent’anni) a dare alle stampe un quarto album che dai singoli sin qui rilasciati già si preannuncia eccellente e degno seguito di tre dischi meravigliosi. Vederli oggi significa trovarsi di fronte a una band pienamente padrona dei propri mezzi, ad ogni modo incontestabilmente eccezionali sin dagli esordi del 2018. Questo è certamente importante, ma non è il punto focale, né io sono qui per raccontare del concerto in sé. Questo non è un live report; al riguardo, basti dire che l’esibizione è stata magnifica, potente e intensa, con perfette scelte di scaletta e una presenza magnetica (se avete voglia di approfondire, potete trovare il reportage completo qui). È invece della famosa sfera emotiva che voglio raccontare, e di come questa mi abbia totalmente investito, in una pulsazione che ho avvertito connessa a quella di ogni singolo spettatore tra le migliaia di presenti che hanno riempito ogni buco dell’Auditorium, fino a giungere a una conclusione: al concerto del 25 giugno, ho assistito all’epifania di una band che sarà (e forse già è) leggenda. Un gruppo che lascerà comunque il segno, magari non come in passato nella fascinazione del rocker maledetto, non nell’avviare un nuovo corso di sottoculture giovanili ormai sempre più disperse e nascoste, bensì nel farsi in qualche modo portatore di un immaginario. Ed è qualcosa che va al di là della bravura e dell’aver pubblicato dei grandi album; è qualcosa che capisci appieno solo leggendola in faccia alle persone intorno a te, esattamente nello stesso modo in cui la stai sentendo tu. Così come la sentivamo nel 2001 o nel 2005.

La mia non più giovane età nel 2024 mi consente inoltre di interpretare quest’emozione con un distacco che non è concesso a chi azzanna la vita a vent’anni (con buona pace di Nizan).

Già l’atmosfera che precede il concerto assume le sembianze di un’attesa religiosa: c’è un senso comunitario palpabile, quasi a essere tutti lì come parte di un’entità unita. Esserci significa appartenere a qualcosa, e che quel qualcosa a sua volta ci appartenga. Si incrociano tra gli spettatori personaggi noti (tra cui i Fast Animals Slow Kids al gran completo), si capisce come in tanti abbiamo percorso centinaia di chilometri per arrivare, si avverte serenità e allo stesso tempo impazienza nelle conversazioni che ti scorrono accanto.

È proprio una liturgia, quella che ha luogo sin dal calare delle luci, con l’ingresso messianico degli irlandesi; Grian stesso scandisce tutta l’esibizione con l’andamento di un sacerdote in un paradossale stato di frenetica estasi. Il pubblico delle prime file si scatena nel pogo e nel crowdsurfing durante i brani più tirati; ho la tentazione di buttarmi in mezzo a loro, ma poi mi ricordo che fiato e gambe non sono più quelli di una volta, così rimango nella buona posizione già ricavata, sempre nel parterre ma leggermente rialzata, da cui la visuale è perfetta. Mi sento un po’ vecchio, devo ammetterlo, ma provo gioia nel vedere i più giovani spremersi di sudore in una danza catartica, piuttosto che puntare le fotocamere dei telefoni come troppo spesso purtroppo oggi accade anche in ambito rock/alternative. In generale, comunque, di schermi illuminati se ne vedono molti meno di come ci siamo recentemente abituati. Gran parte degli spettatori si limita a scattare un paio di foto o un breve video ricordo, per poi lasciarsi cullare dalle bordate che i Fontaines Dc dispensano a iosa. C’è chi ciondola con la testa, c’è chi canta a squarciagola, c’è chi sbarra gli occhi. Tutti siamo comunque rapiti e assuefatti. C’è un’emozione che ci accomuna tutti. Un’emozione che accomuna, c’è da dirlo, un pubblico sorprendentemente variegato nell’età. La fascia predominante è sicuramente quella che va dai venti ai trenta, ma si vedono tantissimi giovanissimi in età da fine scuole superiori, tanti over-40, persino qualche over-50 e oltre. E ciò non è banale; se è abbastanza comune trovare molta varietà anagrafica ai concerti di vecchie glorie che le successive generazioni ciclicamente riscoprono, è piuttosto raro vedere quarantenni e cinquantenni al concerto di un gruppo “nuovo”.

Più tardi, Grian Chatten e soci accolgono l’ovazione finale e la Cavea torna a illuminarsi a giorno. Con i vicini di postazione ci si scambia uno sguardo, un sorriso, quasi a dirsi telepaticamente “wow”. Qualcuno parla già del concerto del prossimo novembre all’Alcatraz di Milano (non a caso, già sold-out). Raggiungendo poco dopo l’uscita, si sente chiaro un clima di entusiasmo generale. I commenti del day-after sparsi per i social avallano quell’entusiasmo e l’impressione che un po’ tutti lasciamo all’Auditorium: il ricordo di aver vissuto qualcosa di grande, che va oltre il semplice concetto di assistere al concerto di una grande band. Tutto ciò rafforza la mia idea che, anche nella visione retrospettica che potremo avere fra dieci, quindici o vent’anni, guarderemo ai Fontaines Dc come simbolo e ispirazione di questi tempi.

Sto esagerando? Può darsi, chi lo sa, del resto solo il giudizio a posteriori potrà dare conferma o smentita. Ma sul fatto che i nostri eroi di Dublino lasceranno un segno tangibile, sarei pronto a scommetterci. Pronto a scommettere che se c’è qualcuno che dai giorni nostri rimarrà anche nella memoria collettiva futura, non potranno essere che loro e probabilmente gli Idles, che pure spero di riuscire presto a vedere dal vivo (dopo aver già fallito anche con loro un paio di tentativi) per avvalorare ulteriormente questa mia convinzione.

Quando ci sarà l’occasione, chiederò alla mia bambina il “permesso” di assentarmi per un’altra serata in cui non potrò farle compagnia nei suoi giochi o nel raccontarle qualche storia. In cambio, le prometterò che quando sarà più grande e arriverà il suo turno di mettersi su treni o bus sgangherati per raggiungere i concerti dei suoi idoli, non le romperò troppo le scatole. Le suggerirò di godersi quei momenti dai suoi occhi, senza usare troppo il telefono, se non per rispondere alle mie chiamate notturne da padre in ansia. Se condividerà le mie passioni, sono comunque sicuro che arriverà il giorno in cui mi chiederà dei Fontaines Dc; e sarà in quel momento che tirerò fuori i vinili di “Dogrel”, “A Hero’s Death”, “Skinty Fia” (e molto probabilmente dell’imminente “Romance” e degli altri futuri album) e potrò raccontarle una bella storia. Che, al di là del giudizio critico o emotivo che potrà essere diverso per ognuno di noi, sono certo che varrà la pena raccontare.

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26/04/2023

“This is not a drill”. Reportage dal concerto di Roger Waters a Bologna

È stato un motivo piuttosto singolare ad aver portato Roger Waters a suonare alla Unipol Arena di Bologna il 21 aprile 2023. Nella stessa data era prevista una tappa del suo tuor mondiale a Cracovia, in Polonia, che è stata però cancellata per via delle posizioni pacifiste del musicista inglese fondatore dei Pink Floyd, profondamente sgradite al governo guerrafondaio di Varsavia.

Che non sarebbe stato possibile districare l’arte dalla politica, quindi, lo si è capito dal momento in cui si era sparsa la voce dell’evento, e come si poteva immaginare di conseguenza non è stata solo la musica ad averlo reso memorabile.

Il palcoscenico scelto per i concerti del tour occupa il centro dell’arena, con il pubblico disposto tutto intorno. Quattro strette passerelle si gettano nel parterre, per ospitare le occasionali escursioni dei solisti e di Waters.

A parte una raffica di mitra contro gli spalti, sparata a salve da Waters durante In the flesh, travestito per l’occasione da Pink-dittatore del film The Wall, i musicisti hanno onorato il grandioso repertorio in maniera molto composta, senza darsi alle tipiche coreografie incandescenti delle rockstar (scivolate, salti e capelli tirati su e giù...), mostrando anzi una notevolissima intesa nonostante una disposizione sul palco molto libera – d’altronde lo spettacolo, in senso letterale, si svolgeva prevalentemente al di sopra di loro.

Un sistema di schermi sovrastante il palco ha infatti costantemente proiettato una complessa sequenza di immagini e video intervallati da riprese in diretta dei musicisti. Una martellante concatenazione di messaggi che si è intrecciata ed ha amplificato il contenuto lirico dei brani, soffermandosi soprattutto in accuse e demistificazioni contro la narrazione dominante delle oligarchie occidentali riguardo molti temi.

Si è detto che sono diritti umani di pari dignità quelli che rivendicano i palestinesi, gli yemeniti, le popolazioni indigene, i gay, i trans...

Che tutti i presidenti USA da Reagan in poi sono responsabili di orrendi crimini di guerra, e che sono quindi criminali di guerra allo stesso modo, senza che essere democratici piuttosto che repubblicani (o aver vinto il Nobel) li assolva.

Che gli omicidi commessi dalle forze di polizia, tanto a sfondo razziale/etnico quanto ai danni di oppositori politici, sono a tutti gli effetti omicidi politici, anche se a commetterli sono i difensori delle cosiddette democrazie.

Ma forse su tutti il passaggio che è emerso maggiormente è stato un altro.

Parliamo dell’esecuzione di Sheep, brano del 1977 contenuto in Animals, durante la quale una mega-pecora gonfiabile è stata fatta volare sopra le teste delle persone – “mimando” l’altro animale-simbolo presente sulla copertina del disco, il maiale, del quale un’altra versione gonfiabile si è presentata durante il concerto a rappresentare la cupidigia e il disinteresse dei potenti (il maiale recava scritto su di sé “Fuck the poor”).

Fra le sequenze proiettate ce n’è una in cui le pecore (che saremmo noi) si schierano, indossano una tuta da arti marziali con scritto “resist” e cominciano a combattere. Così, i singoli frammenti paralleli emersi duranti i vari brani sono stati portati ad un punto di convergenza – un punto visibile e in fondo avvicinabile, sembra dirci Waters.

Un’opera d’arte, per quanto politica, non può costituire un discorso politico sistematico (come invece un trattato, un manifesto...), ma il concerto di Waters è riuscito a costruire una rappresentazione coerente, chiara e argomentata del bisogno di radicale cambiamento e di autentica democrazia che esprimono ampie fasce di mondo – anche qui in Italia, a giudicare dagli apprezzamenti del pubblico.

Ma ha soprattutto espresso che la sola sintesi possibile di tutte le istanze di democrazia radicale è quella che può trovarsi nel conflitto, inteso come lotta di popolo e di popoli oppressi contro le oligarchie capitaliste – e che il primo passo oggi deve essere, come detto a voce dallo stesso Waters, fermare la guerra.

Tutto il concerto si è svolto in un’atmosfera da cui filtrava l’asprezza del clima creatosi negli ultimi tempi attorno a questa tournée e a Waters. Non sarà sfuggito agli amanti dei Pink Floyd presenti a Bologna che la parola “Pink Floyd” è stata pronunciata solo due volte da Waters durante tutto il concerto.

All’inizio: “se vi piacciono i Pink Floyd ma non le mie posizioni politiche, andate a farvi fottere al bar“. E alla fine, quando ha introdotto Two suns in the sunset tratta da The final cut, l’ultimo disco dei Pink Floyd con Waters e non certo il più amato dai fan – mentre invece un capolavoro come Have a cigar è stato genericamente introdotto come una canzone scritta “...quando suonavo con un’altra rock band“.

Ad aver complicato la sua frattura dai Pink Floyd, esacerbata da anni di contenziosi e reciproco isolamento, è sicuramente subentrato negli ultimi mesi anche (di nuovo) il fattore politico, con ulteriori accuse di “antisemitismo” che sono venute niente meno che dalla Polly Samson, moglie del chitarrista dei Pink Floyd David Gilmour – accuse alle quali ha risposto con un messaggio molto chiaro trasmesso sugli schermi: “resist anti-semitism“.

Per il resto, il racconto degli anni nei Pink Floyd da parte di Waters si è esclusivamente fermato sul suo rapporto con Syd Barrett – il ricordo della sua presenza, il dolore per la sua assenza.

Il passaggio più toccante è stato sicuramente quello conclusivo. Fra le dediche dell’ultimo brano suonato da Waters c’è stata quella al fratello maggiore John, scomparso un anno fa – una figura molto importante nella sua vita.

Il padre di Roger e John, Eric Fletcher, morì nel 1944 nelle operazioni militari seguenti lo sbarco di Anzio, quando Roger aveva solo pochi mesi. L’assenza della figura paterna strappatagli dalla guerra mondiale ha fortemente segnato la vita di Waters, come descritto in diversi brani.

Amore, famiglia, dolore, fragilità, morte, arte, politica, guerra, pace... alla fine di tutto, guardando il contesto, gli articoli usciti sui giornali, guardando le stesse affermazioni di Waters, è chiaro che questo è stato un “concerto politico”, e inteso da tutti come tale, ma in un contesto in cui è il confine di ciò che è politico ad essersi dilatato fino a toccare tutto ciò che è più profondamente personale. Ironia della storia, in questa fase di politicizzazione e radicalizzazione delle contraddizioni è il rock di un arzillo ottantenne a rivelarsi avanguardia.

Si sgretola il vecchio mondo, dominato con violenza, sopraffazione e devastazione dalle potenze occidentali, e se ne apre uno nuovo, in cui nuovi equilibri, potenze e alleanze reclamano i propri spazi e in cui comincia a delinearsi una nuova avanguardia progressista su scala continentale: l’America Latina, che Waters non ha mancato di omaggiare proiettando durante i brani di The dark side of the moon la Whipala, la bandiera a scacchi rappresentante i nativi.

Un mondo nuovo che è già qui, che nasce avvolto nelle spire di piombo di una guerra apparentemente destinata a non spegnersi che con brevi tregue e che segna la profondissima linea di demarcazione fra le opzioni e i nuovi percorsi politici che la società dovrà intraprendere.

Nuovo mondo e nuova politica, staremo a vedere come, vorranno dire nuova arte, nuova musica. Roger Waters lascia la staffetta agli artisti che verranno, anche loro sarà il compito di interpretare il nuovo mondo; nostro compito sarà quello di organizzarci e creare le condizioni perché questi siano testimoni del bisogno di pace, giustizia ed emancipazione che sempre più spesso vediamo esprimersi.

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13/08/2019

Flipper With David Yow And Mike Watt

C’è modo e modo di organizzare una reunion – specie in un periodo storico che ne sembra più che mai (e spesso inutilmente) saturo. Al di là del merito di certe discutibili operazioni di “scongelamento”, infatti, si può anche scegliere di celebrare il passato con una scelta filologicamente inesatta, ma “spiritualmente” azzeccatissima. E per nostra fortuna è proprio questo il caso del tour per il quarantennale dei Flipper (1979), veri punk americani d’antan, i cui membri storici rimanenti hanno invitato per l’occasione due coeve leggende della scena: David Yow e Mike Watt, vale a dire rispettivamente LA voce e IL basso del post-hardcore (semplificando sulla tassonomia). Tanto basta a rendere l’evento, più che ghiotto, decisamente irrinunciabile.

La prima delle tre date italiane in calendario è ospitata in un luogo per veri true, un antro bolognese che conserva l’estetica e l’anima dell’underground in senso proprio: il Freakout Club è l’arena ideale per annegare nel sudore e negli spintoni, al ritmo indiavolato di un trio o quartetto d’assalto. A scaldare l’atmosfera ci pensano dunque i texani WE Are The Asteroid, dagli exploit più recenti ma non certo di primo pelo in quanto a età e curriculum artistico (a inizio millennio il bassista Nathan Calhoun ha brevemente militato anche nei Butthole Surfers).

Un sound veramente corposo, il loro, con una sezione ritmica rombante e distorsioni assordanti, che a momenti di stampo hard-blues alterna gravose cadenze stoner, ma sempre all’insegna di un interplay sovreccitato e ricco di personalità. Alla fine dei quaranta minuti d’ordinanza la scatola di sardine è già una sauna, e chi può ne approfitta per una rapida boccata d’aria o di birra fredda.

Per il resto sarebbe stato difficile non avere aspettative elevate nei confronti degli “attuali” Flipper: attese d’altronde ripagate in toto, soprattutto grazie a un frontman che, senza nulla togliere agli altri veterani, ha il potere di ipnotizzare e trascinare nel proprio gorgo allucinato tutti gli astanti. Fra la chitarra di Ted Falconi (il vero “dinosauro” della formazione), la batteria di Steve DePace e l’integerrimo quadrettato Watt, i muscolari riff degli strumentisti sono il trampolino di lancio per il cianciare sudaticcio di Yow, destinato a rubare la scena con siparietti i più sconvenienti possibile.

Le grida di inni ribelli come “Way Of The World”, “I Saw You Shine” e “Life Is Cheap” (dal miliare “Generic”, 1982), nonché il ghigno sardonico di “Ha Ha Ha” (da “Blow’n Chunks”, 1984), vanno man mano confondendosi in un tragicomico balletto con la folla, che il vocalist utilizza a piacimento come piedistallo, giardinetto da innaffiare e conforto affettivo, tra abbracci disperati e baci senza grazia, nel più completo abbandono all’ebbrezza provocata dall’alcol e dalla crescente spossatezza fisica. Se infatti i musicisti sembrano divertirsi parecchio e scambiarsi ammiccamenti d’intesa, anche in questo caso la performance del mastino Yow si tramuta in un gioco al massacro, un libidinoso impeto di autodistruzione che si riflette nel vuoto dei suoi occhi di lucertola e nel barcollamento che lo spinge più volte a poggiarsi per un poco, stremato, contro gli amplificatori ai lati del palco.

Non che il clima di festa ne potesse risentire, ma in fondo ogni grande esibizione punk-rock conserva quell’amarezza di fondo che ne è in sostanza la scintilla originaria, il moto scatenante che porta a imbracciare le chitarre e gettarsi nella mischia senza indugi né amor proprio.

Sarebbe ipocrita negare che la partecipazione di David Yow abbia messo parzialmente in ombra i suoi comprimari, ma d’altro canto ha di certo dato a tutti i partecipanti l’occasione per non rimanere passivi di fronte al più genuino e turbolento spettacolo di rabbia e passione che l’hardcore possa offrire. Certo, alla fine dei giochi il mio unico pensiero è stato di procurarmi al più presto una doccia e un letto, ma quanto ne è valsa la pena.

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22/02/2019

Venezuela - La “battaglia dei concerti” sul confine con la Colombia. L’Impero contro l'autodeterminazione

A prima vista, la sproporzione tra i due spettacoli sembra enorme. Il Live Aid Venezuela, promosso dal businessman britannico Richard Branson, fondatore del Gruppo Virgin, si terrà sul lato colombiano del ponte Tienditas, che collega la città colombiana di Cúcuta con lo Stato venezuelano di Tachira.

A Cucuta sono state stoccate tonnellate di cibo e forniture mediche, gestite dalla famigerata agenzia statunitense USAID (da sempre strumento di ingerenza e spionaggio statunitense), in attesa del loro ingresso in Venezuela. Lo scopo è quello di utilizzare questi aiuti umanitari per sostenere il golpista Guaidó, riconosciuto come “presidente” da più di cinquanta paesi ma disconosciuto come tale da quasi il doppio dei paesi del mondo.

La scaletta di artisti internazionali che si prestano a questa operazione vede Alejandro Sanz e Miguel Bose, Juanes e Carlos Vives, Jose Luis Rodriguez El Puma, Nacho, Chyno Miranda e Carlos Baute, non è certa invece la partecipazione dei Manà. Ma il mondo della musica ha dovuto recepire anche appelli dal segno completamente diverso. “Questo concerto non ha niente a che vedere con gli aiuti umanitari”, ha denunciato il fondatore dei Pink Floyd Roger Waters in un video. “Ha a che vedere solo con Richard Branson... che si è fatto convincere che gli Stati Uniti potessero risolvere le cose in Venezuela, non so per quale ragione. Vogliamo davvero che il Venezuela diventi un altro Iraq, un’altra Siria o Libia? Io no, e credo che lo stesso valga per il popolo venezuelano”. L’appello di Roger Waters a non farsi strumentalizzare è stato raccolto ad esempio da Peter Gabriel (ex Genesis) che ha declinato l’invito di Branson dopo che era già stato infilato nel cartellone degli artisti che dovevano suonare a Cucuta.

Il governo bolivariano del Venezuela, ha risposto a questa sfida con l’annuncio di un concerto in parallelo di due giorni, il 22 e 23 febbraio, ma nella parte venezuelana del ponte Simón Bolívar, al confine principale con la Colombia.

“Abbiamo ricevuto la proposta di un gran numero di artisti venezuelani che hanno cercato di dare vita ad un evento culturale, un grande concerto per la pace e per la vita”, ha detto Jorge Rodriguez, Ministro delle Comunicazioni, annunciando l’evento con lo slogan “Giù le mani dal Venezuela” in una conferenza stampa. Decisamente innervositi dalla risposta e dalla sfida rilanciata dal governo venezuelano, sia Guaidó che i suoi rappresentanti a Cúcuta hanno definito “una presa in giro” l’annuncio del concerto parallelo.

Ma i concerti all’aperto sul confine colombiano-venezuelano non sono una novità . Alcuni degli artisti che saranno a Live Aid Cucuta avevano già partecipato nel 2008 all’evento “Pace senza frontiere”, tenutosi al ponte Simon Bolivar. A quel tempo, i musicisti hanno cercato di sancire con un concerto la fine delle tensioni dovute ad una grave crisi diplomatica che coinvolse Venezuela, Colombia ed Ecuador. Allora erano al potere Hugo Chavez, Álvaro Uribe e Rafael Correa. Venezuela ed Ecuador avevano denunciato un raid dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano per sequestrare Raúl Reyes, il numero due delle FARC.

Gli organizzatori del concerto di sabato 23 a Cucuta hanno intuito i rischi di strumentalizzazione politica contro il governo del Venezuela ed hanno chiesto ai politici di mantenere un certo grado di neutralità. L’ex presidente colombiano Álvaro Uribe ha fatto sapere che non parteciperà in apparente contrasto, con l’attuale presidente Ivan Duque – una creatura di Uribe – che ha invece promesso di essere presente, come anche il presidente cileno Sebastián Piñera ha annunciato che venerdì visiterà Cucuta per sostenere l’ingresso di “aiuti umanitari” nordamericani in Venezuela. Ma la lista dei presidenti latinoamericani disponibili a questa operazione per ora si ferma qui. E anche questo è un segnale.

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10/12/2018

Piccola riflessione sulla strage della discoteca Lanterna Azzurra

Giustamente in queste ore molti sottolineano le responsabilità dei gestori della discoteca che hanno venduto un numero di biglietti che andava ben oltre la capienza del locale. La dinamica degli eventi, infatti, dimostra in maniera inequivocabile che i percorsi e le uscite di sicurezza erano sottodimensionate e non potevano garantire un deflusso ordinato tale dal garantire l’incolumità dei partecipanti.

C’è un aspetto però relativo alla sicurezza che nessuno ha sottolineato e che attiene alla scelta dell’artista protagonista dell’esibizione.

Mi spiego meglio.

In 25 anni di militanza ho partecipato all’organizzazione e alla gestione di più di un centinaio di concerti. Concerti tenuti al chiuso e all’aperto, partecipati da centinaia e a volte da migliaia di persone.

La cosa che ho imparato è che nella valutazione dei rischi il primo elemento da prendere in considerazione è la tipologia di serata. Non credo serva particolare esperienza per capire che un concerto Jazz o di musica Classica presenta problematiche ben diverse rispetto ad un festino Techno o Drum and Bass. Ma non è semplicemente il genere a fare la differenza. La scelta dell’artista è fondamentale. Le possibilità che si verifichino casi di molestie sessuali, risse, consumo di droghe pesanti e abuso di alcool sono strettamente legate al messaggio, all’immagine, alla sensibilità e al tipo di cultura veicolato dall’artista.

A parità di pubblico un concerto di Murubutu ad esempio sarà molto meno pericoloso e tranquillo da gestire rispetto a quello di Guè Pequeno.

Quello che voglio dire è che se l’artista, come nel caso di Sfera Ebbasta, diffonde una “cultura” sessista, iper-individualista dove l’unica cosa importante nella vita sono i soldi, promuove e celebra l’utilizzo delle droghe pesanti, poi non ci si può stupire se succedono i casini (per inciso erano già successi episodi analoghi ai concerto di Sfera Ebbasta). Di questo sono ben consapevoli anche promoter e impresari che però se ne sbattano di risolvere il problema alla radice ma semplicemente cercano di governare il fenomeno per mezzo di altra violenza ovvero quella praticata dai buttafuori.

È per questi motivi che considero le dichiarazioni post-tragedia di Sfera Ebbasta e di altri “artisti” pura ipocrisia. La responsabilità di quanto accaduto non è solo di chi ha organizzato e gestito l’evento ma anche di chi ha determinato l’ambiente in cui è maturata la strage.

Il fatto che ciò non abbia rilevanza penale per me è assolutamente irrilevante.

Sarebbe importante che anche noi che animiamo i Centri Sociali, nel nostro piccolo, facessimo una riflessione seria su questi temi perché un concerto non è semplicemente un attività di autofinanziamento ma sopratutto un evento culturale che dovrebbe sempre rispondere ad una determinata impostazione politica.

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Il discorso sarebbe anche condivisibile, ma nel merito del fatto di cronaca lo trovo una forzatura che rischia di essere scivolosissima.

Per quanto riguarda il discorso "ambiente" credo sia necessario andarci molto cauti, perché è tutta una questione di sensibilità sociale, e siccome quella dominante è di stampo borghese, con questi discorsi si corre il rischio di prestare il fianco alla censura di sistema, quella per cui su un palco non dovrebbero mai salire artisti come Dead Kennedys, Rage Against The Machine o Roger Waters considerate le tematiche, non esattamente simpatiche al potere, che veicolano.

13/06/2017

Un fine settimana surreale nell'ex Stalingrado d'Italia


C'è dell'ironia nel trovarsi quasi per caso a Sesto San Giovanni, in uno spazio denominato "carroponte" ad ascoltare in concerto i Descendents, formazione capostipite – o giù di li – di quell'hardcore fatto da kids (californiani) per kids (californiani) quindi cronaca urlata dei passaggi adolescenziali che hanno condotto tutti, seppur con sfumature diverse, all'età adulta.

Inizialmente pensavo di scrivere una normale recensione della serata, ma l'esplosivo incrociarsi di tante contraddizioni in un solo luogo, ha completamente traviato le mie intenzioni.

Mi risulta molto difficile rappresentare la sensazione di sospensione e straniamento vissuta durante quelle ore. L'unica similitudine che riesco a identificare è quella con la poetica surreale delle pellicole dei fratelli Coen.

A partire dalla mia discesa a Milano Lambrate, con Piazza Bottini attraversata da una cittadinanza che fin da primo impatto ho avvertito come forzatamente normalizzata nel cosmopolitismo, passando per la stanza all'undicesimo piano della Torre appesa con vista sugli ex uffici Alitalia, i cui trascorsi erano testimoniati dal logo della fu compagnia di bandiera accatastato sul tetto dello stabile, ogni cosa gonfiava l'attesa per l'apparizione di qualche personaggio sopra le righe, magari interpretato da John Goodman o dall'altro John, Turturro.

Invece nulla, nessun set, niente "motore e azione" ma una distopia fastidiosamente reale, in cui l'unico personaggio sopra le righe sono stato io, così abile a sembrare uno che non c'entrava nulla da attirare solo di sponda l'interesse di polizia e finanza che perquisivano meticolosamente ogni ingresso in un ambiente che, teoricamente, per gli ACAB ci si aspetterebbe essere fuori giurisdizione.

L'aria che tira e il senso di quella militarizzazione normalizzata, tuttavia, si chiarificano appena varcate le transenne d'ingresso: sotto e intorno al carroponte pochissimi punk o skin, ma hipster e "alternativi" a profusione; zero disagio o rabbia esistenziale pronte a esplodere in musica, ma tante barbe ben curate e lenzuolate di tatuaggi esposti, a volte con ostentazione, su fisicità più o meno toniche.

(Si dirà a suonare sono i Descendents non i Dead Kennedys... touché!...).

Mancava soltanto "The Dude" in pantofole, occhiali da sole e un mozzicone di spinello tra le dita, per completare una scena ai limiti della perfezione, capace d'immortalare lo stato di precaria sospensione che attraversa gli ambienti in cui viviamo e di conseguenza noi stessi.

La medesima sospensione che pervade Sesto, inghiottita da una riconversione al terziario che ha cancellato la storia operaia di quei territori, la cui testimonianza è affidata a un mesto monumento in memoria dei caduti per mano dello sfruttamento capitalista edificato lungo via Carducci – nello spiazzo antistante le sedi di due multinazionali tedesche, una francese e quel che resta di Breda... – e a quel carroponte, costretto nei confini dell'archeologia industriale, tra spazi commerciali e museali la cui costante è il dubbio gusto architettonico.

Osservare quello scheletro d'acciaio nudo stagliarsi nella notte mi ha riempito di malinconia, perché nelle officine meccaniche in cui i carriponte sono la norma, ho dato avvio alla mia maturazione di classe e constatare di aver avuto il privilegio di "vedere l'ultima frontiera prima che scompaia" e senza che qualcuno o qualcosa abbia posto oltre i confini, è stato triste.

E non è sufficiente un'ottima esibizione dei Descendents a riconciliarmi con il modernismo senza prospettive che luccica sulle poche rovine rimaste della fu Stalingrado d'Italia, non è sufficiente verificare che l'attempato quartetto tiene il palco come innumerevoli (tutti?) gruppi di ventenni non avrebbero mai l'energia di fare, perché "Everything sucks today" suona comunque fuori tempo massimo in un mondo che necessita di ben altri inni per celebrarsi e soprattutto inseguire nuovi orizzonti.

Ps: devo fare un ringraziamento a chi mi ha voluto con se in quei luoghi. Senza la sua spinta non avrei vissuto quei momenti di annebbiata lucidità, a dimostrazione che spesso, l'importanza di una persona sta nel condurti dove tu mai avresti immaginato di poterti trovare.