Anticipato da ben quattro singoli, più un altro paio di tracce
opportunamente testate dal vivo, "Romance" arriva a fine agosto 2024 con
qualche sorpresa ancora da rivelare: le undici canzoni che vi sono
racchiuse, pur vivendo di contrasti, si rivelano ben più solide e legate
ai trascorsi della band di quanto gli spot promozionali potessero
lasciar presagire. Chi temeva una svolta troppo "pop", per via dei
vestiti fluo e delle acconciature colorate esibite nelle immagini
diffuse da diversi mesi (sul palco a Roma lo scorso giugno sembravano appena usciti da un rave), può ora sentirsi rassicurato: "Romance", il quarto album dei Fontaines D.C.,
pur mostrando un più basso coefficiente di drammaticità rispetto al
passato, conserva una determinante matrice rock (ma hanno ancora senso
queste categorizzazioni?). Meno nervoso e al contempo più fruibile dei
precedenti lavori, ma a ben pensarci, anche una "Roman Holiday" sul
precedente "Skinty Fia" non lesinava certo in rotondità dal taglio radiofonico. "Romance" non è un disco barricadero, come ad esempio doveva esserlo "Dogrel",
così denso di orgoglio irlandese, ma i collegamenti chitarristici con
la storia del gruppo sono inequivocabili, in particolare nel deciso
alt-rock sbandierato con fierezza in occasione di "Death Kink" e "Here's
The Thing".
Così come fecero i concittadini U2
(l'epicità espressa nella maestosa "In The Modern World" non può non
ricordarli), che dopo i primi album si allontanarono dalla guerriglia
urbana dublinese per arricchire il proprio sound attingendo dalla
polvere raccolta nel deserto e lungo le sconfinate route americane,
generando nello spazio di pochi mesi "The Joshua Tree"
e "Rattle & Hum", anche i Fontaines D.C. proseguono il personale
processo di allontanamento dalla terra natia, alla costante ricerca di
nuovi luoghi, nuovi riferimenti, nuove direzioni da intraprendere. Se "Skinty Fia"
due anni fa spostava il punto d'osservazione dall'Irlanda a Londra,
dove si trasferirono 4/5 della band (il quinto elemento finì a Parigi),
oggi "Romance" mette a fuoco uno zoom ancor più cosmopolita. I cinque dubliners
non sono più i ragazzi con tanti sogni nel cassetto, a spasso per il
Trinity College o Temple Bar: la vita in tour, le trasferte
promozionali, le interviste in ogni angolo del globo li hanno resi
consapevoli cittadini del mondo, e (indie)-rockstar globali.
Naturale
conseguenza di tale processo è l'incremento del numero di
contaminazioni riflesse nel processo di scrittura del quintetto. Se
nell'iniziale title track Grian Chatten sotto una cascata di synth emula con la voce le inflessioni di Thom Yorke,
la successiva "Starburster" svela inedite coloratissime architetture
che trovano fonte d'ispirazione nel funk/hip-hop, raffigurando una
rincorsa durante la quale Chatten trasmette la volontà di voler
riprendere fiato. Se in "Sundowner" (cantata da Conor Curley) vengono
introdotte centratissime atmosfere dream-pop (qualcuno ha detto Slowdive?) e in "Desire" si percepiscono echi dei primissimi Coldplay, le orchestrazioni che arricchiscono la malinconica ballad "Horseness Is The Whatness" hanno il medesimo sapore retro dei recenti Arctic Monkeys,
con i quali i Fontaines D.C. hanno condiviso pochi mesi fa un tour
negli Stati Uniti. Non è un caso, vista la scelta di affidarsi al
produttore James Ford, in cabina di regia per "The Car" e "Tranquility Base Hotel + Casino", i dischi che hanno sancito la svolta confidenziale della formazione di Alex Turner. Non proseguire il proficuo cammino con Dan Carey, uno dei producer più ricercati del momento, esprime in maniera chiara la ferma necessità di ideare qualcosa di diverso.
I
ragazzi si prendono dei rischi, calcolati, e scelgono la sfida,
troncando sul nascere qualsiasi potenziale rischio di ripetersi
all'infinito: una nuova identità creativa accompagnata dalla scrittura
di diverse canzoni iper-melodiche, fra le quali "Bug" e "Favourite", e
dal netto miglioramento delle performance canore di Chatten. In questi
undici brani viene compresso tutto quello che sono oggi i Fontaines
D.C., un gruppo di amici scaraventati verso il meritato successo
mondiale che cercano di mantenere una solida scorza di normalità. Fra
romanticismo, distopie e attacchi di panico, "Romance" ha l'unico
difetto di non presentare una svolta davvero completa: introduce nuove
ipotesi stilistiche senza sposarle completamente, evitando il pericolo
che deriverebbe dalla completa rottura con il passato: nonostante il
pubblico di solito non premi i progetti che restano a metà del guado,
"Romance" ha tutte le carte in regola per diventare il più grande
successo commerciale della band. Tutto sommato non dispiacerà ai fan
della prima ora (che sapranno apprezzare la capacità di reinventarsi
senza snaturarsi) e sarà senz'altro in grado di conquistarne di nuovi.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/09/2024
Fontaines D.C. (2024) Romance
11/07/2024
Fontaines DC - Cosa resterà di questi anni '20
A chi come me ha vissuto l’adolescenza nella prima metà dei Duemila,
sembrerà a vita disorientante il fatto che oggi, a più o meno vent’anni
di distanza, album come “Is This It”, “Turn On The Bright Lights”, “Whatever People Say I Am, That’s What I Am Not”, “Funeral”
e via discorrendo siano a tutti gli effetti considerati dischi storici,
spesso citati come primaria fonte di ispirazione dalle successive
generazioni.
Per noi, come per tutti, la storia era il passato, in
qualche modo cristallizzato e chiuso in maniera più o meno definitiva;
ciò che invece ci passava davanti agli occhi e cresceva con noi, eravamo
troppo impegnati a viverlo per immaginare che quella sarebbe stata poi
la storia per qualcun altro nel futuro.
Per noi ragazzini nei primi anni Zero, l’ultimo (e per noi più vicino) riferimento a cui concedevamo l’onore della “storicità” erano probabilmente i Nirvana. Kurt Cobain ci aveva lasciati solo pochi anni prima e “Nevermind”
era un disco più giovane dei nostri fratelli minori, eppure tutto era
già diventato materia da antologia e totem venerabile. Forse, fino alla
nostra generazione, il riconoscimento della “storicità” (e del
conseguente alone di leggenda) era il più delle volte tristemente
mediato proprio dalla morte; gran parte dei miti musicali oggetto di
adorazione tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90 avevano purtroppo già
concluso la propria esperienza terrena, tra droghe, suicidi e vite al
limite. Tutto ciò inevitabilmente aumentava il senso di sacralità verso
svariate figure iconiche del rock’n’roll, facilitandone il culto.
Fortunatamente, tra gli artisti ascesi alla fama dall’inizio del nuovo
millennio in poi, questa tendenza funebre è sensibilmente diminuita;
frutto forse di una propensione all’autodistruzione finalmente e
intelligentemente scemata nel nuovo mondo rock, forse conseguenza di una
certa “intelletualizzazione” a scapito del motto del "live fast/die
young", fatto sta che gran parte delle band nate vent’anni fa sono
ancora in piena attività.
Probabilmente, sarà anche questa
contemporaneità tutt’oggi conservata a non farci pienamente realizzare
l’iscrizione di Strokes, Arctic Monkeys e
affini nell’albo dei gruppi già considerabili “storici” (o quantomeno –
volendola mettere in tono un po’ minore – dei “modern classic”). Eppure
questo è ciò che il capitan senno di poi ci racconta; perché in fondo,
la storia altro non è che qualcosa da raccontare. Qualcosa che val la
pena raccontare.
Ma davvero, pur se troppo presi nel darci appuntamenti nei bagni (semicit.) a suon di post-punk revival
e gin tonic, non ci stavamo accorgendo di nulla? No, non è vero. Ce ne
accorgevamo eccome, solo non avevamo tempo e voglia di preoccuparcene.
Dall’avvento di “Is This It”,
per la mia generazione cambiò tutto. Quel guanto di pelle posato sulle
curve di un corpo nudo soppiantò nel nostro immaginario, in un colpo di
spugna, i peggiori strascichi degli anni '90, fino a quel momento ancora dominanti in termini di fenomeni di massa: il tremendo filone post-grunge,
le declinazioni più tamarre del nu metal, la metamorfosi zuccherosa del
pop-punk e dell’emo. La nuova scena nascente all’epoca ci fece
riconsiderare tutti i paradigmi: ai baggy pants sostituimmo i
jeans attillati, ai felponi i giubbini di pelle, al gel nei capelli la
nostra naturale spettinatura. Ma soprattutto, quella musica, che davvero
nuova non era (anzi, apriva praticamente l’epoca delle retromanie), ci
restituiva vibrazioni che – quelle sì – erano per noi nuove. Ed erano
nostre, in tutto e per tutto.
Che quello fosse il nuovo corso e che
ci appartenesse a pieno titolo ce ne rendevamo conto soprattutto nei
momenti condivisi. Tra i dischi di cui parlavamo e che ci scambiavamo a
scuola o all’università. Nelle feste in cui abbiamo iniziato a ballare
sulle note di “Reptilia” o “Take Me Out”.
Ai concerti di quelle band dove ci ritrovavamo. Certo, all’inizio gli
eventi non erano tanti e tanti non eravamo neanche noi, ma del resto non
ci trovavamo nel Lower East Side o a Shoreditch. Proprio questa
dimensione contenuta difficilmente poteva lasciarci presagire di
guardare dopo un paio di decenni a quel momento come un fondamentale
passaggio generazionale (sebbene quegli stessi gruppi che in Italia
arrivavano raramente a suonare e per lo più in location medio-piccole, già si esibissero da headliner
a Glastonbury o Reading). Eppure, in qualche modo, lo sentivamo
ugualmente che il futuro stesse passando da lì, proprio dove c’eravamo
anche noi.
Adesso che il futuro è passato (e di questo ce ne
siamo accorti, tanto per storpiare un’altra citazione), possiamo
constatare come il tempo ci abbia in fondo dato ragione. La legacy
di quell’ondata è ampiamente riconosciuta come punto cardinale della
storia della musica contemporanea. E ha lasciato a noi che ci siamo
cresciuti tante storie da raccontare. Tutt’oggi però, forse offuscati da
un senso di naturale nostalgia che ci riporta costantemente lì, a
quando avevamo sedici, diciotto o vent’anni e gli Arctic Monkeys
erano semplicemente una nuova promessa, ancora fatichiamo a
metabolizzare come quel periodo sia già stato, in un certo senso,
consegnato alla storia. È strano, nonostante avessimo sempre
inconsciamente saputo che sarebbe successo.
Così, avviandomi verso la
quarantina, non posso fare a meno di chiedermi quali siano i gruppi
dell’attuale nuova scena destinati a rimanere negli annali; come li
stiano vivendo i ventenni di oggi e come questi li vedranno nel 2040 o
nel 2050. Come li vedrà e come ne sentirà parlare mia figlia, che oggi
va all’asilo, quando sarà maggiorenne.
Alla prima domanda tendo a darmi una risposta abbastanza banale, considerando i Fontaines Dc
e gli Idles come i capofila dell’ultimissima generazione rock, in senso
molto ampio. Al di là dell’indubbia reputazione di queste due band e
pur pienamente convinto dell’affermazione, mi piace complicarmi la vita,
e mi chiedo: perché Fontaines Dc e Idles sono importanti al giorno d’oggi? Fanno qualcosa di nuovo e rivoluzionario? Probabilmente no. Chiamatelo pure post-post-punk,
revival del revival, o come diavolo vi pare, avrete più o meno ragione
(al di là dell’inutilità di etichettature arzigogolate). La componente
derivativa indubbiamente c’è, eppure è la personalità di Fontaines e
Idles a prevalere sul citazionismo, consacrandoli nell’ultimo lustro
come gli artisti più capaci di rinnovare il linguaggio del rock più o
meno alternativo nel modo più credibile e coerente con l’era
contemporanea, con capacità di reinvenzione e crescente qualità
artistica sulla lunga distanza della propria discografia, laddove buona
parte degli eroi del neo-indie di inizio millennio, dopo dischi di
esordio pirotecnici, avevano iniziato a mostrare segni di debolezza e un
certo esaurimento di idee già dal terzo album.
Fontaines Dc e Idles
rappresentano la radice di un nuovo movimento? Neanche questo.
Nonostante siano ormai, senza timore di smentita, i fari della nuova
leva alternativa (comunque florida in contesti più di nicchia), non
guidano un trend di massa paragonabile a quello sviluppatosi due decenni
fa, capace di muoversi dall’underground alla moda mainstream
(oh, se a un certo punto tutti sono diventati “indie”, la cosa è
partita da lì). Sono in realtà i tempi a essere però radicalmente
mutati; in un momento storico che ci mostra come sia il rock in generale
a essere uscito fuori dagli allori della gloria – appunto – di massa,
con il pop a occupare tutti gli spazi vitali che al rock erano
connaturati (dall’impatto mediatico sui giovanissimi alla presenza nei
grandi festival, fino addirittura agli endorsement politici), Fontaines Dc e Idles rappresentano una sorta di fiera resistenza, romantici condottieri di un esercito di desaparecidos ritrovati che vogliono testardamente ribadire il proprio essere al mondo, vivi e non solo sopravvissuti.
Tutto
questo non basta però a trovare una soluzione al secondo quesito: cosa
lasceranno in eredità queste band per giovani e giovanissimi di oggi e
di domani? Per rispondere è necessario prescindere da un freddo
approccio di analisi e osservazione critica, per addentrarci nella sfera
emotiva. E l’emozione non può passare solo dall’ascolto di un disco e
dalla conoscenza maturata tra web e riviste; l’emozione va vissuta
appieno nella condivisione, nel sentimento (consapevole o ingenuo che
sia) che ciò che sta accadendo ci stia in qualche modo cambiando in
senso collettivo, quale sia l’estensione non è poi neanche così
importante. Ed è impossibile vivere e percepire questa emotività fuori
dal campo.
Un ventenne che frequenta stabilmente concerti e happening
vari probabilmente determinate sensazioni può averle già in corpo da un
bel pezzo, così come noi ultimi dei millennials sin dagli albori
annusavamo nell’aria cosa ci stesse capitando nei primi anni Duemila.
Tuttavia, il me stesso di oggi, che passa ormai gran parte delle serate a
guardare cartoni e giocare con sua figlia, questi sentimenti non
riusciva ad afferrarli. Non riuscivo insomma a decifrare la reale
portata, in termini di impatto generazionale, dei paladini odierni.
Per
capirlo c’è voluto, appunto, un vero momento di condivisione. Un
concerto: quello dei Fontaines Dc all’Auditorium di Roma. In realtà, ad
andare a vedere gli irlandesi c’avevo già provato un paio di volte.
Biglietti presi e poi rivenduti, per insorte esigenze lavorative e
familiari. Il 25 giugno 2024 ci sono finalmente riuscito senza intoppi.
Forse, da un certo punto di vista, la tempistica si è rivelata perfetta: i Fontaines Dc vivono adesso una fase di apice dell’hype,
pronti (a un età media dei componenti che non arriva neanche a
trent’anni) a dare alle stampe un quarto album che dai singoli sin qui
rilasciati già si preannuncia eccellente e degno seguito di tre dischi
meravigliosi. Vederli oggi significa trovarsi di fronte a una band
pienamente padrona dei propri mezzi, ad ogni modo incontestabilmente
eccezionali sin dagli esordi del 2018. Questo è certamente importante,
ma non è il punto focale, né io sono qui per raccontare del concerto in
sé. Questo non è un live report; al riguardo, basti dire che
l’esibizione è stata magnifica, potente e intensa, con perfette scelte
di scaletta e una presenza magnetica (se avete voglia di approfondire,
potete trovare il reportage completo qui).
È invece della famosa sfera emotiva che voglio raccontare, e di come
questa mi abbia totalmente investito, in una pulsazione che ho avvertito
connessa a quella di ogni singolo spettatore tra le migliaia di
presenti che hanno riempito ogni buco dell’Auditorium, fino a giungere a
una conclusione: al concerto del 25 giugno, ho assistito all’epifania
di una band che sarà (e forse già è) leggenda. Un gruppo che lascerà
comunque il segno, magari non come in passato nella fascinazione del
rocker maledetto, non nell’avviare un nuovo corso di sottoculture
giovanili ormai sempre più disperse e nascoste, bensì nel farsi in
qualche modo portatore di un immaginario. Ed è qualcosa che va al di là
della bravura e dell’aver pubblicato dei grandi album; è qualcosa che
capisci appieno solo leggendola in faccia alle persone intorno a te,
esattamente nello stesso modo in cui la stai sentendo tu. Così come la
sentivamo nel 2001 o nel 2005.
Già l’atmosfera che precede il concerto assume le sembianze di un’attesa religiosa: c’è un senso comunitario palpabile, quasi a essere tutti lì come parte di un’entità unita. Esserci significa appartenere a qualcosa, e che quel qualcosa a sua volta ci appartenga. Si incrociano tra gli spettatori personaggi noti (tra cui i Fast Animals Slow Kids al gran completo), si capisce come in tanti abbiamo percorso centinaia di chilometri per arrivare, si avverte serenità e allo stesso tempo impazienza nelle conversazioni che ti scorrono accanto.
È proprio una liturgia, quella che ha luogo sin dal calare delle luci, con l’ingresso messianico degli irlandesi; Grian stesso scandisce tutta l’esibizione con l’andamento di un sacerdote in un paradossale stato di frenetica estasi. Il pubblico delle prime file si scatena nel pogo e nel crowdsurfing durante i brani più tirati; ho la tentazione di buttarmi in mezzo a loro, ma poi mi ricordo che fiato e gambe non sono più quelli di una volta, così rimango nella buona posizione già ricavata, sempre nel parterre ma leggermente rialzata, da cui la visuale è perfetta. Mi sento un po’ vecchio, devo ammetterlo, ma provo gioia nel vedere i più giovani spremersi di sudore in una danza catartica, piuttosto che puntare le fotocamere dei telefoni come troppo spesso purtroppo oggi accade anche in ambito rock/alternative. In generale, comunque, di schermi illuminati se ne vedono molti meno di come ci siamo recentemente abituati. Gran parte degli spettatori si limita a scattare un paio di foto o un breve video ricordo, per poi lasciarsi cullare dalle bordate che i Fontaines Dc dispensano a iosa. C’è chi ciondola con la testa, c’è chi canta a squarciagola, c’è chi sbarra gli occhi. Tutti siamo comunque rapiti e assuefatti. C’è un’emozione che ci accomuna tutti. Un’emozione che accomuna, c’è da dirlo, un pubblico sorprendentemente variegato nell’età. La fascia predominante è sicuramente quella che va dai venti ai trenta, ma si vedono tantissimi giovanissimi in età da fine scuole superiori, tanti over-40, persino qualche over-50 e oltre. E ciò non è banale; se è abbastanza comune trovare molta varietà anagrafica ai concerti di vecchie glorie che le successive generazioni ciclicamente riscoprono, è piuttosto raro vedere quarantenni e cinquantenni al concerto di un gruppo “nuovo”.
Più tardi, Grian Chatten e soci accolgono l’ovazione finale e la Cavea torna a illuminarsi a giorno. Con i vicini di postazione ci si scambia uno sguardo, un sorriso, quasi a dirsi telepaticamente “wow”. Qualcuno parla già del concerto del prossimo novembre all’Alcatraz di Milano (non a caso, già sold-out). Raggiungendo poco dopo l’uscita, si sente chiaro un clima di entusiasmo generale. I commenti del day-after sparsi per i social avallano quell’entusiasmo e l’impressione che un po’ tutti lasciamo all’Auditorium: il ricordo di aver vissuto qualcosa di grande, che va oltre il semplice concetto di assistere al concerto di una grande band. Tutto ciò rafforza la mia idea che, anche nella visione retrospettica che potremo avere fra dieci, quindici o vent’anni, guarderemo ai Fontaines Dc come simbolo e ispirazione di questi tempi.
Sto esagerando? Può darsi, chi lo sa, del resto solo il giudizio a posteriori potrà dare conferma o smentita. Ma sul fatto che i nostri eroi di Dublino lasceranno un segno tangibile, sarei pronto a scommetterci. Pronto a scommettere che se c’è qualcuno che dai giorni nostri rimarrà anche nella memoria collettiva futura, non potranno essere che loro e probabilmente gli Idles, che pure spero di riuscire presto a vedere dal vivo (dopo aver già fallito anche con loro un paio di tentativi) per avvalorare ulteriormente questa mia convinzione.
Quando ci sarà l’occasione, chiederò alla mia bambina il “permesso” di assentarmi per un’altra serata in cui non potrò farle compagnia nei suoi giochi o nel raccontarle qualche storia. In cambio, le prometterò che quando sarà più grande e arriverà il suo turno di mettersi su treni o bus sgangherati per raggiungere i concerti dei suoi idoli, non le romperò troppo le scatole. Le suggerirò di godersi quei momenti dai suoi occhi, senza usare troppo il telefono, se non per rispondere alle mie chiamate notturne da padre in ansia. Se condividerà le mie passioni, sono comunque sicuro che arriverà il giorno in cui mi chiederà dei Fontaines Dc; e sarà in quel momento che tirerò fuori i vinili di “Dogrel”, “A Hero’s Death”, “Skinty Fia” (e molto probabilmente dell’imminente “Romance” e degli altri futuri album) e potrò raccontarle una bella storia. Che, al di là del giudizio critico o emotivo che potrà essere diverso per ognuno di noi, sono certo che varrà la pena raccontare.
31/12/2022
Capisaldi 2022
È indiscutibilmente difficile fare il punto sull'anno che si conclude.
Nel 2022 la realtà ha più che doppiato qualsiasi fantasia: crisi sistemica del modello capitalista, crisi climatica, crisi pandemica cui ha fatto eco quella sociale accentuata dalla guerra in Ucraina.
Rammentando che al peggio non c'è mai fine vengono i sudori freddi...
Complesso, quindi, fare previsioni per il 2023 che non siano fosche, non fosse altro per gli spettri di guerra a tutto campo – compresa quella nucleare – che in Occidente vengono sventolati dai media come si trattasse di gagliardetti in una partita di calcio.
È evidente che i tempi attuali non vivono una banale sommatoria di emergenze, ma una complessiva crisi di civiltà. Il problema è che il senso comune è lontano dal prenderne compiutamente atto, mentre il tempo stringe.
Su questo versante il mondo dell'arte e della cultura – che, seppur di sistema, nei decenni passati ha rappresentato un antidoto al sonno della ragione – ha mostrato un allineamento agli interessi dominanti sfacciato, disgustoso e con sempre meno eccezioni.
Con queste premesse era arduo trovare appagamento nelle novità e infatti anche gli ascolti del 2022 sono stati prevalentemente all'insegna dell'antologia.
Fanno eccezione:
- i Fontaines D.C. autori di un trittico entusiasmante pubblicato tra 2019 e 2022;
- i Voivod usciti con l'ennesimo disco più che lusinghiero in una carriera 40ennale e soprattutto protagonisti di un concerto memorabile in quel di Genova;
- e sulla scia dei canadesi gli E-Force di Eric Forrest, frontman dei medesimi Voivod a metà anni '90, nel periodo industrial del gruppo.
Per il resto ho recuperato:
- Ummagumma e More dei Pink Floyd, che senza una valida ragione ho sempre considerato album minori e quindi di scarso interesse. Manco a dirlo mi sono dovuto ricredere, non fosse altro perchè questi sono gli ennesimi dischi che danno corpo alla tesi per cui il periodo artisticamente più fecondo per la musica pop sia stato quello degli anni '60;
- il debutto dei Dillinger Escape Plan, una pietra miliare di un genere che fondamentalmente detesto, probabilmente perchè ha esaurito tutto quello che poteva dire con questo Calculating Infinity;
- i Gun Club di Fire of Love in particolare, che a mio modesto avviso è quello che i Rolling Stones sarebbero dovuti diventare dopo il 1972 senza riuscirvi;
- i Red Temple Spirits, scoperti in questi ultimi giorni con un album monumentale, uno dei pochi che, terminato l'ascolto, lascia la sensazione netta di qualcosa di senza tempo al pari di pochissime altre opere come l'esordio dei Velvet Undergorund;
- gli Who, finalmente ascoltati oltre la dimensione dei singoli. Mi ha particolarmente colpito Quadrophenia, mentre mi ha lasciato più tiepido del previsto Tommy, abbastanza inutile discettare su Who's Next per evidenti meriti oggettivi;
- i Rolling Stones, ascoltati in rigoroso ordine enciclopedico dagli esordi a metà anni '70. Memorabili in ordine di gradimento: Aftermath, Beggars Banquet e Sticky Finges;
- i Beatles, gruppo dell'anno e la chiudo qui, perchè non so come rendere lo stupore reiteratamente vissuto ascoltando i dischi pubblicati nella seconda metà dei '60.
A pensare che questi tipi tra il 1965 e il 1969 hanno infilato Help, Rubber Soul, Revolver, Sgt. Pepper's, il White Album ed Abbey Road fa venire le vertigini e da la misura del perchè, a 60 anni di distanza, un'epoca così densa di arte pop sia assurta a mito intergenerazionale, con una punta di rammarico per non averla potuta nemmeno sfiorare.
06/06/2022
Dentro all'hype
“La band più sopravvalutata di tutti i tempi”. Così recitava un commento al post Facebook che lanciava l’ultimo disco del mese di OndaRock, “Skinty Fia”, degli irlandesi Fontaines D.C. Mi ha stupito. Oggetto della critica è una formazione che al terzo album ha faticosamente raggiunto il primo posto (in Irlanda e Gran Bretagna), che ha mancato precedentemente il Grammy e il Mercury Prize, e che a oggi conta per il suo disco di maggior successo meno streaming degli ultimi ellepì di Liberato (in napoletano) e Harry Styles (uscito pochi giorni fa). Che un progetto con questi fondamentali sia inserito in cima a un’ipotetica lista degli artisti più sopravvalutati di sempre appare - questa sì - una notevole sopravvalutazione!
In
seguito, mi è capitato di tornare a interrogarmi sulla frase. Ma
“sopravvalutati” da chi? Non si tratta di un’espressione che possa
essere utilizzata prescindendo da una qualche comunità valutatrice.
Quale sarebbe, in questo caso? Le ipotesi possibili non sono molte:
dopotutto, per buona parte degli appassionati di musica, gli irlandesi
in questione sono giusto un nome che fa una comparsata di una settimana
in cima alla classifica britannica, per poi risprofondare nei bassifondi
della top 100. A meno che uno sia immerso nella “bolla informativa”
costituita da testate, ascoltatori e rispettivi profili social che
prestano molta attenzione all’orizzonte indie/alternative — l’unico in cui effettivamente i Fontaines D.C. godano, insieme peraltro a tutto il filone post-post-punk, di un’esposizione impareggiata.
La
questione ora è più circostanziata: “È vero che l’ambito
indie/alternative sopravvaluta i Fontaines D.C.?”. Prima di affrontarla,
conviene occuparsi di un tema attiguo: perché, a questa fascia di
pubblico, piacciono tanto? Per scoprirlo, ho provato a basarmi sulle
impressioni degli amanti: i tanti fan presenti sulla pagina Facebook
della nostra webzine, ma anche gli autori delle recensioni positive
presenti in rete, nonché dei commenti su piattaforme come RateYourMusic.
Dalla ricerca di peculiarità e fili comuni è emerso un quadro più
chiaro del perché (bravura a parte - perché di artisti bravissimi è
pieno il mondo) ci sia nel contesto indie tanta frenesia attorno a questo nome e alla scena di cui è capofila.
I Fontaines D.C. piacciono da matti a chi si riconosce musicalmente nei filoni indie/alternative perché rispecchiano al massimo grado i valori centrali per quella comunità. Su quali siano questi valori e in che modo i Fontaines D.C. li esprimano, tornerò fra pochissimo. Anticipo però la conclusione. Sopravvalutati? Decisamente no. Ci sarebbe, anzi, da parlare di sottovalutazione, se una band con caratteristiche simili non fosse idolatrata dal pubblico alternativo di oggi. Certo, ascoltatori meno strettamente legati a quel mondo facilmente troveranno poco attraente la loro musica. Implausibile, dunque, che possa trattarsi di una band che, come qualcuno vorrebbe, “salverà il rock”. Sono pochi, tuttavia, a sostenere una simile linea. Un aspetto curioso che emerge chiaramente dal confronto condotto, anzi, è proprio la frequente percezione che anche per chi più li ama i Fontaines D.C. non rappresentino, dal punto di vista sonoro, alcunché di nuovo o rivoluzionario. Ma è bene procedere con ordine.
Un bignami alternative per l'era post-Brexit
L’estetica
“indipendente” si è definita nel corso degli anni Ottanta, per poi
diffondersi notevolmente negli anni Novanta con l’esplosione anche a
livello mainstream del filone alternative. Anche
quando il boom commerciale si è esaurito, nei primi anni Duemila, la
grande accessibilità portata da Internet all’ascolto e all’informazione
musicali ha consentito a una vasta platea di amanti di attrarre nuovi
adepti e continuare a evolversi. Come tutte le prospettive identitarie,
anche quella indie/alternative, è fondata su alcuni cardini: fra questi, oltre al ben noto culto del Do-It-Yourself (D.I.Y.),
l’importanza dell’espressione al di sopra della perizia tecnica, la
spontaneità dell’artista, il rifiuto dei cliché ottimistici e dei
condizionamenti, la valorizzazione di debolezze e imperfezioni, il
disagio rispetto alla società - e in particolare ai suoi meccanismi
economici e politici dominanti. Riscontrabili, uno qua e uno là, in gran
parte delle musiche apprezzate in campo indipendente negli ultimi anni,
questi elementi sono molto vistosi nella proposta di quel post-post-punk di cui i Fontaines D.C. sono oggi gli esponenti più acclamati.
Alla domanda “Che cosa vi piace della musica dei Fontaines D.C.?” i follower di
OndaRock rispondono in vario modo, evidenziando però alcuni temi
ricorrenti. Uno, particolarmente rappresentato, chiama in causa un
trittico di sostantivi: sincerità, onestà, spontaneità.
Nelle canzoni di “Skinty Fia” e dei precedenti album è percepita una
trasparenza completa dell’artista, un mettere a nudo i propri pensieri e
le proprie sensazioni. Non è un’impressione soltanto di chi segue
questo sito: su Pitchfork,
Stuart Berman rimarca fin dalla didascalia introduttiva come “Skinty
Fia” sia un disco “a cuore aperto”, e lo descrive come “un equilibrio
perfetto di durezza e tenerezza”. L’impressione di visceralità legata a
questo mix è amplificata anche dall’asprezza del sound
chitarristico, e diversi commentatori riconducono il loro apprezzamento
alla “foga” trasmessa dai pezzi e alla sensazione che la band viva la
comunicazione musicale come un’assoluta necessità (qualche follower scomoda
a riguardo una delle espressioni più in voga presso la critica
indipendente a inizio anni Duemila: “urgenza espressiva”).
Amplifica l’effetto la particolare vocalità del cantante Grian Chatten, descritta dalla stampa specializzata come Sprachgesang e notata dai fan consultati soprattutto per il suo registro baritonale e la vicinanza ai modelli di Ian Curtis e Mark E. Smith.
Questo ibrido fra declamazione e canto ha un indubbio carattere
monotono (ben combinato alle atmosfere cupe di diversi pezzi), ma si
presta anche a evoluzioni inattese: come scrive Sophie Williams per Nme,
l’approccio alla melodia è “cupo e metodico”, ma “nelle uscite
precedenti, Chatten pronunciava le sue parole senza riprender fiato,
come se i suoi pensieri stessero arrivando urgenti e veloci. L’ossessivo
lead single ‘Jackie Down The Line’, invece, lo vede in pieno controllo nel proporre un gran ritornello pop, subito prima di spedire col bridge
la sua voce in un gorgo di eco”. Ed è ancora Pitchfork a notare come
gli “inni da mascalzone” di Chatten, “carichi di disprezzo per se
stesso”, siano in realtà pronti a riciclarsi come “grida perfette per
Wembley” (“Wembley-ready wails”). Sensazione di autenticità, tormento e
ruvidezza dunque - tutti elementi che senz’altro risuonano coi
sentimenti del pubblico indie. Ma anche capacità di offrire lo slancio giusto per cori da stadio che incendino l’entusiasmo dei fan.
Posta al centro della recensione
di Claudio Lancia per OndaRock, ma meno frequentemente evidenziata da
webzine e appassionati italiani, è la relazione coi testi, che invece
svolge una parte preponderante nelle disamine anglosassoni (arrivando,
in più di un caso, a eclissare le considerazioni musicali). Qualche follower considera i toni poetici uno dei principali elementi di fascino, e Steven Loftin della webzine britannica Line Of Best Fit
identifica il punto di forza della conclusiva “Nabokov” in “un uragano
avvolgente e totalizzante di rumore e lirismo”. Molta critica osserva
come “Skinty Fia” sia un album particolarmente introspettivo. David Chiu
su Newsweek
lo considera “riflessivo ma esplosivo”. Per Nme “In ‘I Love You’,
potente e virulenta, Chatten si mette sotto processo, dissezionando le
sue stesse preoccupazioni prima di indirizzarsi ai giovani
dell’Irlanda”. Il termine “poesia” ricorre con frequenza anche nei
commenti su RateYorMusic, dove spesso ne incontra un altro: politica.
Lo sguardo duplice a Irlanda e Gran Bretagna - terra natale e casa d’elezione - è un tema centrale di “Skinty Fia”. Ed è duplice non solo perché due sono le nazioni, ma anche perché caustico e affezionato al tempo stesso. È ancora Nme a osservare: “il songwriting di Grian Chatten - che in precedenza si era occupato di temi importanti come la disuguaglianza salariale in Irlanda e la disillusione giovanile - ha sempre avuto possibilità più ampie dei suoi contemporanei, e una capacità di spaziare fra il futuro e il passato del suo paese”. E ancora, Claudio Lancia su OndaRock: “L'irlandese che si integra con difficoltà nel tessuto sociale inglese, e non di rado viene tuttora associato alla drammatica faccenda dell'Ira. […] Critiche contro gli inglesi, ma dopo la diaspora è ovvio che le liriche di ‘Skinty Fia’ si abbattano con forza anche sul governo irlandese, reo di non aiutare a sufficienza i propri giovani.” Anche nella percezione dei lettori il rapporto conflittuale con la Irishness è un fattore localistico particolarmente apprezzato: ecco una band di richiamo internazionale che però non rinuncia alle proprie radici, ma anzi ne fa il perno della propria visione artistica.
Libera espressione e relazione critica con la società, in una forma di “poesia impegnata” il cui messaggio è elemento di richiamo, tanto in Irlanda quanto in Gran Bretagna, per più di una generazione di ascoltatori, siano essi indie storici o giovani che si avvicinano alla band (e ad altri iperlocalisti come gli Sleaford Mods) per via dei temi trattati.
Dal culto del nuovo all'usato garantito
La situazione al di qua della Manica è ben descritta dalla recensione di Claudio Lancia: i plateali riferimenti a stili del passato (il post-punk di Joy Division e Fall, ma anche le inclinazioni pop degli Smiths, i ritmi Madchester degli Stone Roses, gli Oasis) creano “un corto circuito generazionale: la maggior parte del loro pubblico non è composto da coetanei, bensì da ultratrentenni che ritrovano in questi suoni quelli delle band alle quali musicalmente i cinque si ispirano”.
Si evidenzia, proprio in relazione al marcato revivalismo delle formule post-post-punk, un’interessante “inversione del giudizio” rispetto all’ondata nu wave degli anni Duemila, che segnala una distanza fra i due fenomeni a livello di ricezione. Al tempo di Interpol, Bloc Party, Strokes, Franz Ferdinand e via dicendo, le frequenti accuse di plagio nei confronti del primo post-punk provenivano soprattutto dagli ascoltatori di lungo corso, che conoscevano band storiche come Gang Of Four, Sound, Television, Chameleons ecc. da prima del nuovo boom. I giovani nuovi a entrambe le scene, al contrario, sfruttavano le formazioni moderne per avvicinarsi a quelle di vent’anni più vecchie, e spesso notavano differenze sostanziali fra le une e le altre. Tratti macroscopici che rendevano (oggi è palese) il sound ipercinetico dei Bloc Party altra cosa rispetto agli spigoli taglienti dei Gang Of Four, dei quali erano tacciati di scimmiottamento. Questa dinamica si ritrova — mutatis mutandis — anche in altre scene revivalistiche: il neoprog ottantiano, ad esempio, fu apprezzato più dai giovani che dai progster del decennio precedente.
Con Fontaines e accoliti, invece, il meccanismo non sembra operare allo stesso modo. In questo caso, sono soprattutto gli amanti consolidati di post-punk, indie e alternative ad appassionarsi alle nuove band, e i chiari richiami al passato non rappresentano più un problema ma sono, anzi, un fattore cruciale per l’apprezzamento. Di tutti gli aspetti citati dai follower di OndaRock, il più ricorrente è infatti - e con ampio distacco - quello della vicinanza ai modelli anni 70-80-90. Non solo: sono proprio gli stessi ammiratori ad affermare che lo stile della band non ha sostanziali elementi di novità, e che tuttavia questo non pregiudica (anzi!) la grandezza da attribuire alla musica prodotta.
Come mai? Probabile che di mezzo ci sia la banale circostanza che una parte dei “giovani” di ieri coincide coi “vecchi” di oggi, e come allora era bendisposta verso i riciclaggi fatti con personalità così lo è adesso. Forse però non è tutto qui. Uno dei valori caratterizzanti dell’indiepensiero anni Duemila sembra essersi dissolto, rimpiazzato da un atteggiamento che assomiglia al suo opposto diametrale. L’innovazione non pare più essere un parametro fondamentale secondo cui il mondo indie/alternative sancisce la validità musicale. La retromania ormai si confonde col paesaggio; l’impressione dominante è che la musica rock abbia esaurito il suo slancio e gli entusiasmi possano nascere, al più, da una riproposizione appassionata degli stili già esplorati.
Ha fatto il suo tempo la ricerca spasmodica del mai sentito, che veniva dalla critica indipendente anni Ottanta/Novanta e si era saldata a inizio Duemila con l’esigenza di scremare le grandi moli di musica a cui il Peer-To-Peer consentiva l’accesso. Oggi l’ascoltatore giunto dalle parti degli -anta, vuoi per mancanza di tempo, vuoi per la sensazione che la pretesa sia inapplicabile allo scenario attuale, accetta di buon grado la percepita stagnazione - e con essa la dittatura di filtri e aggregatori di webzine, che evidenziano sistematicamente la musica che ha più probabilità di attecchire su un dato pubblico. Realisticamente, che i Fontaines D.C. e gli altri gruppi post-post-punk si limitino a riscaldare la minestra delle formazioni che li hanno preceduti decenni prima è tanto discutibile quanto le equivalenze “Bloc Party = Gang Of Four” o “Marillion = Genesis”.
Ai tempi, tuttavia, questi appiattimenti erano rigettati dagli amanti delle band; oggi, al contrario, sono visti proprio dagli appassionati come prima chiave di lettura della proposta musicale che amano. Emblematico uno dei commenti letti sulla nostra pagina Facebook:
I Fontaines hanno una peculiarità incredibile, sono LA PIÙ GRANDE COVER BAND DI TUTTI I TEMPI. E ribadisco che mi piacciono veramente tanto. Mai mi è capitato di sentire da una band un pezzo che è puro Joy Division, un altro un lentone irlandese à la Pogues, passando per tutte le band più celebri degli ultimi decenni, sempre coniugate nel momento di passaggio tra le sonorità più dure e il passaggio al mainstream. Chicca: La loro canzone che forse più mi piace dell'ultimo disco, Roman Holidays, è IDENTICA come sonorità, eco, riverbero, tono, ritmo, ad almeno due o tre pezzi dei War on Drugs. Tra l’altro spesso accusati di essere a loro volta una cover band…
Ciò che resta del rock?
I
meccanismi sopra discussi non dovrebbero, di per sé, essere etichettati
negativamente. Ben venga se un convergere di fattori determina nella
comunità indie/alternative quella sensazione di “qui e ora” che
è essenziale all’entusiasmo per il contemporaneo, e che tanti sentivano
mancare da un po'. Il potenziale esplosivo era già diffuso presso il
pubblico, ma i Fontaines D.C. sono stati l’innesco. Lo scrive Alexis
Petridis sul Guardian
(“Una band che sembrò un pulsante reset per la moribonda scena
alt-rock”), e ancora più chiaramente la nostra recensione: “I Fontaines
D.C. sono qui, sono ora, stanno lavorando sodo e continuano a crescere.
Li stiamo osservando in diretta, li respiriamo, canzone dopo canzone,
mentre diventano qualcosa di importante. Una sensazione che temevamo di
aver smarrito, per sempre.”
Suonano forzate le letture secondo cui l’intero filone post-post-punk
sarebbe “costruito in laboratorio” perché diverse band della scena sono
supportate da un drappello di produttori avveduti (su tutti Dan Carey,
all’opera con Fontaines, Squid, Wet Leg, black midi). Non basta la volontà di costruire un hype per creare l’hype: serve sempre anche la band giusta al momento giusto, e per il giro indie/alternative i Fontaines D.C. lo sono (in buona compagnia di black midi, Black Country, New Road, Idles e via discorrendo).
Altrettanto
limitanti sono però le prospettive che vedono in questa scena l’unica
fiammella capace di tener vivo il fermento rock. Fenomeni mainstream come i nostrani Måneskin o il ritorno sulla cresta dell’onda del batterista dei Blink-182 Travis Barker, produttore di Avril Lavigne e responsabile della svolta pop-punk del fu rapper Machine Gun Kelly, mostrano come le sonorità chitarrose
stiano proprio in questi anni tornando a esercitare un’attrattiva su
giovani e giovanissimi. Su coordinate lontane da quelle più amate in
ambito indipendente, certo, ma ordini di grandezza più significativi in
termini di riscontri di pubblico. In lidi più affini ai valori
alternativi, un album come il nuovo di Jack White sembra fatto apposta per convincere come il linguaggio rock, opportunamente ibridato, sappia ancora generare sound
riusciti e inattesi. E allargando lo sguardo a nomi, stili e terre meno
al centro dei riflettori algoritmici - che è poi ciò che ogni giorno
provano a fare webzine come questa - il panorama si popola di
altri artisti, di culto presso un pubblico talvolta nient’affatto
ridotto: il britannico (ma assai americaneggiante) Sam Fender, la trita-generi statunitense Poppy, gli austriaci Bilderbuch, i giapponesi Polkadot Stingray, i cinesi Omipotent Youth Society, i messicani Camilo Séptimo, l'israeliano Bar Tzabary...
Ma
guardarsi attorno è senz’altro ciò che chi ci segue è abituato a fare.
Semplicemente, ciascuno lo fa in direzioni differenti, e a livello di
tendenza emergono soprattutto gli ascolti comuni, creando attraverso le echo chamber dei social l’impressione che esista solo ciò che è più discusso. Che il post-post-punk
e i Fontaines D.C. abbiano la capacità di unire come nessun altro in
questo momento gli appassionati di musica indipendente non è una colpa, è
un merito. Sì, il loro apprezzamento è supportato da abbondanti
sentimenti nostalgici, e dal punto di vista sonoro l'intera scena si
situa giusto accanto alla comfort zone del suo pubblico. Ma
d’altra parte il grosso di esso non ha più vent’anni, almeno nell'Europa
continentale, e non cerca più, musicalmente parlando, la rivoluzione ad
ogni costo.
Sta dunque all’ascoltatore curioso (o legittimamente
insoddisfatto) di sondare oltre la propria bolla per incontrare le tante
altre proposte che in questo stesso momento stanno arricchendo il
panorama. Chi in questi anni ha trovato una raison d'être musicale in Fontaines e accoliti ha ogni ragione di eccitarsi. Gli altri guardino altrove, e cerchino di non rosicare troppo.
P.S. Probabilmente fra le righe lo si sarà colto, ma a me che ho scritto l'articolo i Fontaines D.C. e gran parte del filone post-post-punk
dicono davvero poco. L'invito finale è anche autorivolto: la reazione
più spontanea a un entusiasmo di cui non si riesce a essere partecipi è
spesso il rigetto. Avessi messo nero su bianco le mie opinioni qualche
anno o qualche settimana fa, questo articolo sarebbe stato una invettiva
scomposta e di nessun interesse per il lettore. Ho cercato invece di
guardare alla questione da altre angolazioni, e mi è sembrato utile
ricorrere alle impressioni di chi al fenomeno si è appassionato. Non
credo al concetto di "ascoltatore medio" e analoghe brutalizzazioni
della statistica, e per questo ho preferito astrarre e impostare la
riflessione in termini di valori comunitari. Probabilmente l'effetto è
altrettanto distorsivo, ma la speranza è di avere comunque individuato
alcune chiavi di lettura condivisibili. Sia da chi apprezza, sia da chi
continuerà a non farlo.
