di Paolo Lago e Gioacchino Toni
Per quanto Crimes of the Future
(2022) di David Cronenberg, nel mettere in scena il desiderio degli
esseri umani di ritrovare un barlume di vita nella ricerca del dolore in
un corpo ormai anestetizzato nel suo lento ma inesorabile processo di
artificializzazione, avesse tutte le caratteristiche per risultare
l’episodio finale di una lunga carriera incentrata sui processi di
mutazione del corpo e con esso dell’identità dei personaggi,
evidentemente non si era ancora giunti ai titoli di coda ed al momento
di riaccendere le luci in sala. A distanza di un paio di anni dal film
il regista canadese ha aggiunto alla sua produzione un ulteriore
episodio, portando la macchina da presa sin dentro la tomba, in
quell’ultimo prolungamento di presenza del corpo ancora soggetto alla
trasformazione nel suo lento e inesorabile processo di dissoluzione
finale. Il desiderio di dare a vedere gli splendori e le mostruosità
delle mutazioni del corpo umano in vita si è spinto alla sua ultima
metamorfosi, prima della definitiva scomparsa.
Pensato inizialmente come opera seriale televisiva, The Shrouds
(2024) si è trasformato in un film, presentato in anteprima al 77º
Festival di Cannes nel 2024. Questa ultima produzione cronenberghiana
ruota attorno alla figura di Karsh (Vincent Cassel), produttore di video
industriali, che, dilaniato dalla perdita della moglie Becca (Diane
Kruger), decide di costruire una futuristica necropoli dotata di una
tecnologia, denominata Grave Tech, in grado di mostrare in tempo reale
la decomposizione dei cadaveri avvolti all’interno di avveniristici
sudari.
Nel momento in cui tale innovativa tecnologia si appresta ad essere
lanciata sul mercato internazionale e dunque, potenzialmente, a divenire
una modalità di sepoltura diffusa almeno tra chi può permettersi i
costi, alcune di queste avveniristiche sepolture vengono profanate.
Tentando di individuare i responsabili del gesto e di comprenderne le
motivazioni, il protagonista si trova a fare i conti con una serie di
ipotesi che contemplano non meglio definiti gruppi ecologisti
antitecnologici, hacker al soldo dello spionaggio di potenze straniere e
segrete sperimentazioni mediche, oltre che gelosie e risvolti
passionali inconfessati di amanti ed ex coniugi che toccano i
protagonisti del film, inducendo Karsh a riflettere sulla sua attività
imprenditoriale e sul senso del prolungare il rapporto con il corpo
dell’amata per via scopica.
Se tradizionalmente i sudari (shrouds), a cui ricorrono
diversi riti funebri, intendono celare il volto dei defunti, nel film,
nella loro variante tecnologica, questi manifestano, al contrario,
l’intenzione di rivelare, insieme al volto ed al resto della salma di
chi ha perso la vita, la “morte al lavoro”, nel suo atto di trasformare e
consumare quel che ancora resta dell’essere umano dopo l’ultimo
respiro, il corpo.
L’avveniristica tecnologia capace di prolungare il contatto visivo
con il corpo intende soddisfare la necessità di mantenere il legame con
il corpo di una persona cara, nell’incapacità di pensarla, anche nel
ricordo, oltre ad esso. Per il protagonista del film, il corpo della
moglie defunta resta l’unico, straziante, ancoraggio possibile
all’amata; le immagini che mostrano in diretta il suo processo di
deterioramento divengono, dunque, un ultimo disperato tentativo di
prolungarne la presenza corporea.
Come ribadito tante volte dal cinema cronenberghiano e dallo stesso
autore, il corpo resta la vera essenza dell’essere umano, la sua
identità1.
Un corpo destinato a trasformarsi in continuazione in vita come, per
qualche tempo, dopo il sopraggiungere della morte, prima che di questo
scompaia ogni traccia.
Karsh realizza una necropoli dalle forme minimaliste composta da una
serie ordinata di lapidi dotate di monitor attraverso cui, ricorrendo ad
una app, è possibile osservare i defunti a cui si è legati. Le
sofisticate immagini tridimensionali dei corpi, a differenza di quanto
accade nella tradizione che dalle antiche maschere mortuarie conduce
alle fotografie post mortem, non mirano alla mummificazione
degli effigiati, bensì a soddisfare un voyeurismo necrofilo, un
desiderio scopico da consumare in tempo reale al fine di prolungare il
rapporto, per quanto esclusivamente visivo, con i corpi dei defunti.
Non sfugge come il desiderio di mantenere il legame con la moglie
venuta a mancare si converta in business, a riprova di come anche la
morte ed il lutto non tardino ad essere piegati al profitto, né sfugge
l’impulso a portare alle estreme conseguenze la pratica di
vetrinizzazione ossessiva e continuativa a cui si è votato l’individuo
contemporaneo2,
in assenza della quale sembra non riuscire più a percepire ed a
manifestare al mondo la propria presenza, il proprio esserci e con esso
il proprio essere3.
Emblematica, in tal senso, la conversazione, al loro primo incontro in
un ristornate, tra il protagonista e Myrna Slotnik (Jennifer Dale), in
cui i due ironizzano sull’impossibilità che si possano ancora dare
“incontri al buio”, stante la possibilità tecnologica di sapere e,
soprattutto, vedere tutto della persona con cui ci si incontra per la
prima volta.
Come altri film cronenberghiani, The Shrouds mette in scena l’impossibile unità tra entità distinte e la tematica del doppio4
che si palesa non solo nelle due sorelle Becca e Terry, pressoché
identiche, interpretate dalla medesima attrice e replicate persino nella
grafica di Hunny, l’assistente AI installata sullo smartphone del
protagonista, ma anche nel ricorrere, nel ruolo di quest’ultimo, ad un
attore, Cassel, duplicante le fattezze del regista stesso.
Se nel film si possono cogliere richiami a celebri doppi femminili
hitchcockiani, o a personaggi che si duplicano su più piani
visivo/narrativi in film precedenti dello stesso canadese, a rafforzare
l’effetto moltiplicatore provvedono i tanti schermi dei dispositivi
tecnologici presenti, nonché i momenti di intimità con la moglie che si
replicano nelle apparizioni oniriche di Karsh, mentre le menomazioni e
le cicatrici di Becca ricompaiono, agli occhi dell’uomo, sul corpo di
SooMin Szabo (Sandrine Holt), l’amante che, costretta a cercare il
contatto tattile con la realtà e con gli individui, a causa del suo
stato di cecità, suggerisce un’alternativa alla dipendenza scopica del
protagonista.
Il futuro distopico e ipertecnologico narrato dal film, un futuro
assai vicino e simile alla nostra epoca, in cui l’Intelligenza
Artificiale ed i più diversi dispositivi digitali fanno parte della
sfera più intima degli individui, è ossessionato dalle tombe e dalla
morte come negli interstizi più arcani ed arcaici della modernità.
Sembra che non ci sia nessuna differenza fra un’epoca digitalizzata e
ipermoderna e gli inizi del XVIII secolo in cui si diffuse una vera e
propria “epidemia vampirica” soprattutto nell’Europa dell’est5.
Se i viaggiatori occidentali, all’epoca, erano ‘contagiati’ dalle
credenze e dalle superstizioni delle sperdute lande orientali
dell’Europa, laddove si riesumavano i morti e si mutilavano per paura
che potessero riemergere dal sepolcro per nuocere ai vivi, in pieno
occidente ipertecnologico si costruiscono tombe per poter osservare il
processo di decomposizione dei cadaveri.
Quello messo in scena da Cronenberg è un mondo ossessionato dalla
morte, che guarda con terrore a ciò che sta sottoterra e desidera tenere
sotto controllo i processi di cui sono investiti i corpi nelle tombe:
un mondo molto simile a quello degli inizi del Settecento, quando si
temevano i vampiri e si riesumavano i morti. Le magiche superstizioni si
sono velate di tecnologia ma restano ugualmente crudeli e barbare.
L’orrore della modernità si è trasformato in tecnologia. Le paure
notturne, il terrore degli incubi, quegli esseri che apparivano nella
notte e si posavano sui corpi addormentati gravando su di essi
riemergono sotto forma di ossessioni e depressioni legate a un passato
irrisolto.
Se le fake news sui vampiri, negli anni Trenta del Settecento, hanno posto le basi per le attuali teorie del complotto6,
sembra che queste ultime vadano di pari passo con il miglioramento
delle tecnologie. L’aumento della tecnologia e delle innovazioni
scientifiche corrisponde all’aumento di un sostrato magico7
lungamente represso che riemerge dalle profondità dei cimiteri. L’uomo
digitalizzato, circondato di AI e di smart car che si guidano da sole,
di ritrovati tecnologici all’avanguardia, è superstizioso e intriso di
arcana magia non meno di un contadino della Slesia del Settecento8.
Non a caso, il geniale informatico creatore di AI, Maury (Guy Pearce), è
fermamente convinto di essere vittima di una serie di complotti.
Come per altre opere dell’autore, anche da The Shrouds è
inutile pretendere maggiore verosimiglianza e definizione negli intrecci
complottisti che vengono tratteggiati sommariamente soltanto per fare
da sfondo alle questioni che interessano il regista, d’altra parte anche
il mondo reale contemporaneo non è particolarmente incline alla
plausibilità delle sue spiegazioni, basti pensare, ad esempio, alla
narrazione riguardante le carneficine belliche in corso da parte di
politici, media principali e narratori ‘alternativi’ da social inclini a
limitarsi a ribaltare le versioni ufficiali.
Non è nemmeno impensabile che la smania voyeuristico-esibizionista
contemporanea possa spingersi fino a seguire la decomposizione dei corpi
oltre la morte, se si pensa che nella realtà vetrinizzata dei nostri
giorni c’è persino chi, mosso da un incontenibile desiderio di
esibizionismo sui social, non ha esitato a sottoporre al rischio di
estinzione un’intera comunità indigena isolata dal resto del mondo al
solo scopo di ottenere qualche visualizzazione in più9.
Anche in The Shrouds,
come avviene in diverse altre opere cronenberghiane, viene posta una
certa attenzione sull’atto del cibarsi da parte dei personaggi. La bocca
rappresenta uno dei possibili viatici di accesso all’affascinante mondo
interno ai corpi, a quella bellezza celata dall’epidermide a cui hanno
fatto esplicito riferimento tanto Dead Ringers (1988), quanto Crimes of the Future
(2022). Non a caso, dopo i titoli iniziali avvolti in un suggestivo
pulviscolo luminoso ectoplasmatico dal lentissimo andamento
spiraliforme, il film si apre su una bocca spalancata da un onirico urlo
che si trasforma rapidamente nella cruda ‘realtà’ della cavità orale
del protagonista sottoposto alle cure di un dentista, il dottor Jerry
Hofstra (Eric Weinthal), che gli rivela come nel marcire della sua
dentatura sia possibile vedere uno sorta di somatizzazione della
decomposizione della donna amata osservata grazie ai tecnologici sudari.
L’urlo con cui si apre il film può ricordare quello lanciato da Lucy, sempre nei momenti iniziali della storia, in Nosferatu, il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht,
1979) di Werner Herzog. Qui, dopo una carrellata dalle connotazioni
oniriche che riprende in primo piano diverse inquietanti mummie, vediamo
la giovane svegliarsi di soprassalto e urlare, come se le immagini
mostruose iniziali rappresentassero una prosecuzione ectoplasmatica del
vampiro che sta per sferrare il suo attacco. Anche nel film di
Cronenberg vediamo delle immagini che mostrano il corpo di Becca
all’interno della tomba, un corpo evanescente che sembra uno spettro,
una entità incorporea che non possiede assolutamente la fisicità della
putrefazione cui lo stesso corpo è sottoposto.
Probabilmente, l’urlo viene lanciato proprio perché quel corpo si è
trasformato in una escrescenza vampiresca, in una “mummia del pensiero”,
un “automa spirituale” per utilizzare due espressioni usate da Gilles
Deleuze riguardo agli esseri sonnambulici di Vampyr. Der Traum des Allan Grey (1932) di Carl Theodor Dreyer10.
Come Nosferatu e come la vampira del film di Dreyer, Becca è un “automa
spirituale” che riemerge non solo dalla tomba ma anche dal greve
passato del protagonista. È un corpo non solo fisico ma anche spirituale
perché emerge dalla coscienza ferita del personaggio; è un fantasma, è
un corpo-pensiero divenuto spettro e vampiro. Becca assume connotazioni
evanescenti e vampiresche anche nelle sue visite notturne a Karsh, al
quale si mostra nuda e ricoperta di cicatrici, con un seno e un braccio
amputati. Come in Crimes of the future (2022), le ferite e le
alterazioni dei corpi sono anche ferite e alterazioni mentali e
psicologiche: Becca-vampira è un corpo divenuto pensiero, emerso dalla
terra putrescente ma anche dalle malate plaghe della mente del
protagonista. È fatta più di pensiero che di carne.
Una delle prime sequenze del film mostra Karsh intrattenersi a pranzo
con una donna, Myrna Slotnik (Jennifer Dale), presentatagli dal comune
dentista, in un ristorante collocato nel complesso cimiteriale da lui
realizzato. In un’elegante sala arredata con gusto minimalista
giapponese alle cui pareti sono esposti alcuni esemplari degli
inquietanti sudari tecnologici richiamanti antichi costumi orientali,
Karsh consuma con fare controllato il suo pasto a minuti bocconi e
piccoli sorsi di vino mentre inizia a confidare alla donna quanto ha
realizzato per soddisfare il legame viscerale che continua ad
intrattenere con la moglie scomparsa, in particolare con il suo corpo.
Che si tratti dei gesti del dentista sulla cavità orale dell’uomo,
dei bocconi di cibo e dei sorsi di vino che valicano la bocca, viatico
che conduce all’interno del corpo, o dell’osservazione del cadavere in
decomposizione della moglie, attraverso orifizi, ferite e lacerazioni
Cronenberg continua a condurre con le sue immagini oltre l’epidermide
esplorando l’aspetto più corporeo dell’esistenza umana nella sua
magnificenza e repellenza, nella sua potenza e vulnerabilità. The Shrouds
ribadisce una volta ancora come il corpo resti per Cronenberg l’unico
dato dell’esistenza umana a cui è possibile aggrapparsi, almeno finché
ne resta traccia.
Il complesso cimiteriale e il ristorante di Karsh sono caratterizzati
da linee geometriche e fredde, incastonate in un’architettura dai
tratti razionalistici dai richiami orientali, come del resto la stessa
abitazione avveniristica del personaggio. Non si può non pensare allora
all’istituto di ricerca di Stereo (1969), al centro dermatologico House of Skin di Crimes of the Future (1970), al complesso residenziale delle Starliner Towers di Shivers (1975), alla clinica del dottor Keloid di Rabid (1977) ed al tetragono blocco granitico in cui ha sede la ConSec di Scanners (1981), tutti edifici isolati e caratterizzati da innovative architetture geometriche di stampo razionalista.
Nello spazio ipertecnologico, laddove la stessa tecnologia celebra i
suoi fasti erigendosi a ornamento e sollazzo estetico per le frange più
ricche della società, molto probabilmente, si cela l’orrore più
terribile. Il perturbamento e l’orrore si nascondono negli angoli più
razionali e tecnologici, dove i ricchi e i benpensanti, nei loro abiti
eleganti, conversano amabilmente davanti a elaborate e costose portate.
Ancora una volta Cronenberg ci mostra come il mostro se ne stia
rintanato negli spazi più impensati, nelle vite più regolate e scandite
da razionali orpelli tecnologici e digitali. Se in Videodrome
(1983) il mostro nascosto nell’intimità degli spazi domestici era
rappresentato dallo schermo televisivo, terribile ed inquietante
manipolatore degli individui, dei loro corpi e delle loro menti, The Shrouds
mette in scena la pervasività dell’intelligenza artificiale che si
insinua negli interstizi più privati dell’abitazione del protagonista.
Hunny non è altro che una rivisitazione attuale e distopica dello
schermo televisivo di Videodrome.
La stessa Tesla guidata da Karsh, lungi dall’apparire come un’icona
pubblicitaria utilizzata subdolamente dal regista (niente di più
lontano, crediamo, dagli intenti di Cronenberg per quanto notoriamente
appassionato di automobili e motociclette), appare come un’auto
mostruosa e ‘malvagia’, una versione attualizzata della demonica
Crhistine di Christine la macchina infernale (Christine,
1983) di John Carpenter. Mentre il personaggio è alla guida, appare sì
in primo piano il volante dell’auto con il marchio di fabbrica ma esso
sembra alludere alla mostruosità insita in quello stesso marchio.
Se una volta era il diavolo in persona a guidare le automobili che
andavano da sole, come la già citata Christine o la macchina nera
dell’omonimo film (The Car, 1977) di Elliot Silverstein, adesso
guidatrice fantasma è la tecnologia rappresentata per sineddoche dalle
multinazionali automobilistiche, come Tesla appunto, in mano ad Elon
Musk, braccio destro di Donald Trump e, come il neopresidente degli
Stati Uniti, in prima fila fra le schiere dei negazionisti climatici.
Nel momento in cui Karsh appare ‘prigioniero’ della sua auto,
condotto da Maury contro la sua volontà, la macchina da presa inquadra
il volante mentre in sottofondo ascoltiamo delle sonorità inquietanti e
dalle connotazioni ‘mostruose’, come se l’essere umano alla guida sia in
realtà un impotente burattino in mano alla tecnologia che lo sta
imprigionando e comandando. L’auto assume connotazioni inquietanti come
la vecchia auto guidata da Vaughan in Crash (1996), personaggio
mostruoso e quasi novello Frankenstein. In tale film, l’auto, guidata
da quest’ultimo, sembrava quasi una entità infernale che si muoveva da
sola.
Non possono che tornare alla mente anche le ‘demoniche’ Tesla di un recente film come Il mondo dietro di te (Leave the World behind,
2023) di Sam Esmail, in cui una schiera di Tesla impazzite a guida
automatica rischia di travolgere e uccidere la famiglia protagonista
mentre sta fuggendo dalla misteriosa villa in cui si era recata per una
breve vacanza.
Se la “nuova carne” era il prodotto più mostruoso di film come Videodrome e Crimes of the Future (2022), adesso, in The Shrouds,
la carne sembra essersi ormai decomposta insieme ad ogni residuo di
umanità, mentre resta la ‘nuova tecnologia’ che ormai ha fagocitato i
corpi e li ha sotterrati insieme a quella stessa umanità ormai
putrefatta e dimenticata.
Note
1) David Cronenberg: «il dato più importante
dell’esistenza umana è il corpo e più ci allontaniamo dal corpo umano,
meno le cose diventano reali e dobbiamo inventarle. Forse il corpo è
l’unico dato dell’esistenza umana a cui possiamo aggrapparci»:
intervista rilasciata a Richard Porton,
Il regista come filosofo, in D. Cronenberg,
Una storia di violenza, a cura di D. Schwartz, Wudz Edizioni, Arezzo-Milano, 2024, p. 270.
2) Cfr. V. Codeluppi,
La vetrinizzazione sociale. Il processo di spettacolarizzazione degli individui e della società, Bollati Boringhieri, Torino, 2007.
3) Cfr. E. Mazzarella,
Contro Metaverso. Salvare la presenza, Mimesis, Milano-Udine, 2022.
4) Cfr. A. Chimento, C. Maccaferri,
Dal corpo mutante alla proiezione inconscia: il tema del doppio nel cinema di David Cronenberg, in L. Taddio, a cura di,
David Cronenberg. Un metodo pericoloso, Mimesis, Milano-Udine, 2012.
5) Cfr. F.P. de Ceglia,
Vampyr. Storia naturale della resurrezione, Einaudi, Torino, 2023, p. 20 e seguenti.
6) Cfr. ivi, pp. 22-23.
7) Cfr. V. Susca,
Tecnomagia. Estasi, totem e incantesimi nella cultura digitale, Mimesis, Milano-Udine, 2022.
8) Cfr. G.N. Bovalino,
Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale, Luiss University Press, Roma 2024.
9) Cfr.
Tenta di contattare una delle tribù più isolate del mondo, arrestato youtuber americano, “Rai News.it”, 7 aprile 2025.
10) Cfr. G. Deleuze,
Cinema II. L’immagine tempo, trad. it. Ubulibri, Milano, 1989, p. 190.
Fonte