Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/07/2025

Goffredo Fofi, la condizione umana e il presente come storia

In uno scritto del 2013, apparso sulle pagine di «Zapruder» (2013)[1], conversando con Andrea Brazzoduro, Goffredo Fofi, studioso e critico cinematografico e letterario scomparso recentemente all’età di 88 anni, sostiene che il cinema realizzato tra gli anni Venti ed i Settanta del Novecento ha avuto un ruolo fondamentale di alfabetizzazione di massa, utile, più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione ed espressione, «a capire le illusioni, le speranze, le realtà e i sogni»[2] del momento. Un ultimo, per quanto glorioso sussulto di impegno lo si è avuto, soprattutto in Francia e Italia, nel corso della breve stagione dei movimenti, con la parentesi del “cinema militante”, che pur con tutte le sue contraddizioni, i suoi tentativi maldestri o addomesticati, i suoi linguaggi a volte troppo accondiscendenti, altre inclini allo sperimentalismo gratuito, i suoi legami sinceri o alla moda con movimenti di lotta, resta una pagina importante della storia del cinema e dell’impegno politico, tanto che Fofi vi ha dedicato una riflessione a posteriori in un suo libro[3].

Successivamente, sostiene lo studioso, il cinema ha smesso di essere strumento privilegiato per capire la storia del suo tempo, in parte perché lo ha delegato ad altri media, ma soprattutto perché la cultura di restaurazione che si è diffusa nei decenni successivi si è disinteressata di questa funzione, quando non l’ha deliberatamente osteggiata, preferendo prendere la via della spettacolarizzazione e del disimpegno o dell’autoreferenzialità.

Interessato a cogliere nei film qualche traccia della condizione umana, Fofi ha saputo guardare con interesse anche al cinema popolare ed ai suoi interpreti, quando, anche a sinistra, in molti snobisticamente storcevano il naso, ed ha continuato a cercare anche nel cinema “post restaurazione” tracce utili a comprendere il periodo. Lo ha fatto anche guardando, ad esempio, al cinema di David Cronenberg invitando a considerare eXistenZ (1999) un film per certi versi neorealista, piuttosto che di fantascienza perché «il neorealismo negli anni ottanta-novanta era eXistenZ e non Nanni Moretti, come una volta era Europa 51 e non Zavattini»[4].

«Ci sono dei film che vanno studiati come documenti storici»[5], scrive Fofi, e quelli di Cronenberg appartengono assolutamente a questa categoria: chi meglio di lui ha saputo mettere in luce la disintegrazione dell’identità in un mondo in continua trasformazione? Gli incubi e le metamorfosi che si ritrovano nei suoi film si nutrono di temi comuni come la malattia, la sessualità e altrettanto ordinari e familiari sono gli scenari di partenza, metafore di una condizione umana e di un mondo compromessi dall’incapacità di distinguere tra realtà e immaginazione, dallo sgretolarsi dell’ordine razionale, dal caos mentale, dall’ibridazione biologica, artificiale o mediatica dei corpi e delle menti, sino alla definitiva artificializzazione degli esseri umani e della natura. Nell’era dell’intelligenza artificiale, dell’infosfera digitale, del capitalismo della sorveglianza, della vetrinizzazione social e della prestazione impasticcata è anche dal cinema cronenberghiamo che si può ricavare qualche traccia della condizione umana. Avendo sempre guardato al cinema per la capacità di questo mezzo di raccontare un’epoca e degli esseri umani che la vivono, Fofi ha colto perfettamente l’aspetto testimoniale del cinema del canadese.

D’altra parte, guardando al cinema degli anni Sessanta, Fofi parla del Satyricon (1968) di Fellini come di uno dei pochi film dell’epoca ad essere riuscito a raccontare l’universo degli antichi romani. A dispetto della dimensione onirica del film, ribadita anche da Fellini, Fofi, tramite il suo sguardo eccentrico e militante, afferma che «i film storici interessanti sono quelli che in qualche modo analizzano il presente come storia, coscientemente o incoscientemente»[6]. In questo modo lo studioso pone l’accento sull’indiscutibile presenza, all’interno del film, della società della fine anni Sessanta perché in esso, alla fine, si ripercuote la contestazione che, in quello stesso 1968, stava montando anche in Italia.

Film “storici” importanti, secondo Fofi, sono dunque stati quelli che hanno avuto la capacità di raccontare il presente come storia, come ad esempio i recenti È stato il figlio (2012) di Daniele Ciprì, Corpo celeste (2011) di Alice Rohrwacher, Reality (2012) di Matteo Garrone o Tano da morire (1997) di Roberta Torre. Raccontare il presente come storia significa, probabilmente, comprendere il presente nelle sue mille complessità e trasformazioni come, secondo Fofi, ha fatto il “neo-realismo” di Cronenberg. E Goffredo Fofi, sicuramente, è stato sorprendentemente capace di leggere il presente come storia e di leggerlo, anche e soprattutto, attraverso la lente del cinema, un’arte che – come scrive nel suo I grandi registi della storia del cinema – considerava “morta” con la crisi del cinema di sala e con la fine del “pubblico popolare”. Nonostante questo, secondo lui, sono esistiti e continueranno ad esistere singoli film e singole opere che riescono ancora a conferire a quest’arte la sua dignità, «oltre i rumori e le luci dello spettacolo»[7].

Note

[1]       Goffredo Fofi, Il cinema, il presente, la storia, a cura di Andrea Brazzoduro, in «Zapruder» n. 31, maggio-agosto 2013, pp. 116-123.

[2]       Ivi, p. 119.

[3]       Goffredo Fofi, Breve storia del cinema militante, elèuthera, Milano, 2023.

[4]       Goffredo Fofi, Il cinema, il presente, la storia, op. cit. p., 120.

[5]     Ivi, p. 119.

[6]     Ivi, p. 122.

[7]     Goffredo Fofi, I grandi registi della storia del cinema, Donzelli, Roma, 2008, p. XI.

Fonte

04/03/2015

Whiplash come pretesto. Note sulla critica dell'ideologia artistica


Recentemente è apparso sull'Internazionale un articolo [1] di Goffredo Fofi sull'ultimo film di Damien Chazelle, Whiplash, vincitore di ben tre premi Oscar quest'anno. L'articolo in questione parla del film come di “una favola per gonzi di destra”, cosa che ha fatto storcere il naso a più di uno spettatore [2]. Non è nostra intenzione difendere a spada tratta Fofi, che non ne ha certo bisogno, ma vorremmo soffermarci su un particolare appunto che gli viene mosso, perché crediamo sia perfetto segno dei tempi in cui viviamo: criticare un'opera perché “di destra” o “di sinistra” sarebbe sbagliato.      

Fatta la tara all'ormai ripetitivo discorso populista sulla scomparsa di queste due categorie, si afferma che l'arte sarebbe “al di sopra” delle meschinità della politica, facendo eco alla tardo-romantica concezione dell'arte per l'arte, dell'estetismo fine a se stesso, che rifiuta qualsiasi scorta ideologica o grande messaggio, e si compiace esclusivamente dei propri slanci. In questo modo si colloca l'arte ad un livello assoluto, metafisico, misticheggiante. A meno di non credere che l'opera artistica sia frutto dell'ispirazione di una musa divina o di qualche altro ente soprasensibile, bisogna affermare che l'arte è un prodotto sociale, e come tale ha un contenuto politico, sia esso consapevole o meno. Ciò accade perché l'artista vive nella società e non può evitare completamente che il proprio lavoro risenta del proprio modo di vedere il mondo.          

Posto questo, una critica dell'ideologia di un'opera d'arte non è in sé un'operazione illegittima, né ha meno dignità della critica estetica. Un conto è la valutazione della tecnica di realizzazione di un film e dei suoi risultati; un altro è l'analisi del messaggio ideologico di cui esso si fa portatore. Sarà semmai da rigettare un'analisi che confonda i due piani, rifiutando la tecnica perché l'idea dell'opera è contraria alle nostre convinzioni. Questo vale anche per chi ha come obiettivo l'analisi del discorso dominante: un buon film a livello tecnico va riconosciuto come tale anche e soprattutto se si fa portavoce di istanze reazionarie, perché l'efficacia del suo messaggio, la “presa” sullo spettatore, sono maggiori.          

Fare dell'arte un feticcio totalmente autonomo dalla realtà significa abbassare la guardia e ricevere passivamente qualsiasi favola ci venga propinata dall'industria culturale. A maggior ragione se si tratta della più grande “macchina mitologica” che gli Stati Uniti abbiano a disposizione, cioè Hollywood. Al contrario, ricominciare ad opporsi alla spoliticizzazione totale di ogni discorso – in un momento in cui il disimpegno, l'accettazione passiva della realtà, la delega politica ed etica sono le parole d'ordine di chi ci governa – è un attività da intraprendere con decisione.

Note

[1] http://www.internazionale.it/opinione/goffredo-fofi/2015/02/26/whiplash-damien-chazelle

[2] Mi riferisco sostanzialmente alle reazioni all'articolo in questione sui maggiori social network

Fonte