di Gioacchino Toni
Dato
alle stampe per la prima volta da DeriveApprodi nel 2004, quando ancora
gli echi della conflittualità degli anni Settanta, seppur flebili,
continuavano a suscitare interesse, per quanto in ambiti sempre più
ristretti, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta
di Emilio Quadrelli è stato riproposto dal medesimo editore, dopo una
seconda ristampa nel 2014, in un’edizione aggiornata nel 2024, in
un’epoca, l’attuale, in cui anche gli ultimi sussurri di quel decennio
si sono dissolti di pari passo alla scomparsa di molti di quegli attori
sociali che proprio nei Settanta avevano preferito imboccare strade
senza ritorno, “andare ai resti”, giocarsi la vita pur di non lasciarla
scorrere lungo i binari della triste e ingiusta quotidianità ereditata. È
proprio a questi uomini e a queste donne che fa riferimento il testo.
Quanto raccontato dal volume appartiene ormai all’archeologia illegale.
Leggere oggi le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto
attivamente quella stagione e le considerazioni che ne deriva Quadrelli,
che quel mondo l’ha affrontato in prima persona, consente di guardare
all’universo degli anni Settanta senza ometterne le parti più “scomode” e
senza i filtri delle narrazioni ufficiali celebrative dell’ordine
ri-costituito, degli amarcord da anniversario e delle fantasie dietrologiche ad orologeria. Infine, riprendere Andare ai resti rappresenta anche un piccolo omaggio personale alla memoria del suo autore, Emilio Quadrelli.
Ricorrendo alle metodologie della ricerca etnografica, ovvero
all’importanza che questa assegna e riconosce alla narrazione in prima
persona degli attori sociali, Quadrelli ricostruisce una particolare
parentesi, anomala, breve quanto intensa, del mondo della prigione e
degli universi illegali dell’Italia degli anni Settanta. Una stagione
capace, a suo modo e analogamente alle insorgenze sociali e politiche
che attraversavano la società in quel periodo, di mettere radicalmente
in discussione il passato e lo status quo, prima di essere
annientata sotto i colpi dell’atomizzazione sociale – diffusa attraverso
l’eroina nei quartieri , la ristrutturazione del sistema produttivo, il
dilagare della malavita “massificata” e le pratiche disciplinari volte a
patologizzare la conflittualità – più ancora che dalla repressione
militare. Per quanto sconfitti da un mondo che per mantenersi non ha
esitato a smembrare i tessuti sociali e le loro culture solidaristiche
diffondendo atomizzazione, solitudine e competitività nei quartieri e
sul lavoro, gli uomini e le donne che, seppur per una breve stagione,
hanno messo sul piatto la loro incompatibilità con il sistema vigente, i
suoi valori, le sue gerarchie e i destini tracciati, hanno scelto di
vivere, a loro modo, fino in fondo.
La stagione narrata da Quadrelli prende il via alla fine degli anni
Sessanta, quando, soprattutto nelle grandi città del triangolo
industriale del Nord, iniziano a diffondersi forme di criminalità del
tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, che presto assumono la forma
delle “batterie” di rapinatori. Per quanto anomale, queste forme di
criminalità mantengono legami con l’ambiente proletario da cui
provengono. La scelta di “andare ai resti”, di giocarsi tutto e vada come vada,
degli uomini e delle donne delle batterie, si colloca all’interno di
una visione del mondo irriducibilmente conflittuale e di una propensione
a mettersi in gioco in maniera risoluta che, nel corso degli anni
Settanta, attraversa una parte importante del corpo sociale, soprattutto
la sua componente proletaria e giovanile.
A differenza delle abituali attività illegali praticate
dagli ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una
semplice variante dell’economia politica, le “batterie” sembrano
ragionevolmente rappresentarne una critica. Perciò, anziché
inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle regole del
disordine come abitualmente fa la malavita tradizionale, tendono a
infrangere ogni regola ordinata e a fare della sfida e del conflitto con
i rappresentanti della società legittima, e in particolare con le forze
dell’ordine, la cornice esistenziale del loro stile di vita. Più che ad
accumulare denaro, il loro interesse s’incentra su un accumulo di
potenza dove la principale posta in palio sembra essere la derisione del
nemico [p. 29].
Gli uomini e le donne delle batterie non pensano alla possibilità di un altro mondo, si muovono nella convinzione che occorra confrontarsi con l’esistente per quello che è e che lo si possa fare o passando la mano o rilanciando.
«Buttare sul piatto i resti rimane, in fondo, una scelta forse tragica
ma non disperata» [p. 34]. Per quanto nella conflittualità espressa
dalle batterie, giocata com’è a livello esistenziale, non sia possibile individuare una qualche forma di coscienza politica,
è innegabile, sostiene Quadrelli, che siano in essa ravvisabili
elementi di contiguità, di relazione e di scambio con le componenti
politiche radicali, a partire dal comune desiderio di prendersi il mondo loro negato e di prenderselo subito;
un immaginario generazionale a cui parte del cinema e della musica rock
dell’epoca hanno saputo dare immagine e voce. «La figura del rapinatore
finisce per incarnare al meglio questo senso di ribellione permanente
al realismo del tempo presente e per rappresentare, in quanto utopia,
la forma di rottura più radicale» [p. 39]. Una ribellione che ha ben
poco di romantico o di disperato, mossa com’è da una dimensione ludica e
beffarda dell’esistenza. «Stare in una “batteria” e “andare giù di
dure” non è altro che la materializzazione, hic et nunc, di un rapporto di belligeranza dove, a ben vedere, il fine non ha alcuna finalizzazione» [pp. 41-42].
Alla cultura della malavita tradizionale, abituata a ragionare in
termini opportunistici, a guardare alle istituzioni come alla “naturale”
controparte del gioco a cui sottostare, senza tante storie, nei momenti
in cui queste hanno la meglio, gli uomini e le donne delle batterie
contrappongono un immaginario completamente diverso, sintetizzabile
nella formula “o noi o loro”, in cui non esiste possibilità di dialogo
né, tantomeno, di assoggettamento. Se i malavitosi tradizionali
considerano il carcere una sorta di “incidente di percorso” al cui
interno occorre necessariamente trovare forme di compromesso con le
guardie al fine di viverlo “al meglio”, senza porsi il problema di
fuggire da esso, i giovani e le giovani delle batterie, una volta in
prigione, non intendono negoziare alcunché e progettano sin da subito
come tornarsene a casa. Per questi uomini e queste donne, in carcere
come durante una rapina, non sono contemplate vie di fuga individuali,
si pensa e si agisce sempre per “portare tutti a casa”, come del resto
avviene nelle organizzazioni politiche. L’agibilità, in entrambi i casi,
sottolinea l’autore, è possibile soltanto in presenza di un contesto
sociale disposto, in un modo o nell’altro, a supportare o, almeno, a
tollerare tali condotte illegali. La stessa evasione, come ogni altra
pratica sociale, «è possibile solo se è legittimata all’interno di un
ambito collettivo» [p. 131] sia interno che esterno al carcere.
Il mondo delle batterie, tiene a puntualizzare Quadrelli, non è
riconducibile alla figura del “selvaggio”, cara alla letteratura e agli
studiosi, che merita di essere “recuperata” attraverso un paternalistico
processo di “civilizzazione”. Il “barbaro” delle batterie «è sinonimo
di distruzione, inciviltà, rapina e saccheggio. […] A differenza del
barbaro il selvaggio accetta la logica dello scambio e
dell’assoggettamento. È curabile, educabile e socialmente recuperabile»
[pp. 52-53]. Ecco l’anomalia con cui le istituzioni e la malavita
tradizionale si trovano ad avere a che fare, del tutto incapaci di
comprenderne la cultura e la condotta: un’anomalia che porta nelle
carceri la belligeranza espressa fuori da esse e che si scontra con un
universo penitenziario in cui “l’uomo di rispetto” e la guardia
esprimono i medesimi modelli culturali e stili di vita, incentrati sulla
gerarchia e sulla pacificazione concertata del territorio, sia esso
carcerario o urbano. La cultura irriducibilmente conflittuale, che non
contempla mediazioni, espressa dai “duri” e dalle “dure” delle batterie è
la medesima che, sin dalla fine degli anni Sessanta, inizia a
manifestarsi anche sui luoghi di lavoro da parte di settori non
marginali della classe operaia.
L’universo carcerario degli anni Settanta delle principali grandi
città del triangolo industriale ne riflette le specificità territoriali e
produttive. Alle Nuove di Torino i prigionieri più giovani, perlopiù di
origine meridionale, tendono a replicare le pratiche di
insubordinazione espresse dall’operaio-massa che contraddistingue il
tessuto produttivo del territorio. A San Vittore a Milano il mondo
delle batterie si trova a fare i conti, oltre che con la presenza di una
preesistente malavita professionale “elitaria”, incline a contribuire
al mantenimento dell’ordine carcerario, con il “gangsterismo urbano” i
cui membri se da un lato guardano al modello degli “uomini d’onore”,
dall’altro mantengono caratteristiche tipiche del mondo della strada.
«Si pensano eroi pur agendo da mercanti» [p. 109] e ciò li mantiene in bilico, al momento delle scelte, tra la compatibilità mercantile e la generosità eroica
e solidale di chi viene dalla strada. Il carcere di Marassi di Genova,
all’opposto di quanto avviene a Torino, è invece contraddistinto dalla
presenza di soggetti soprattutto autoctoni sia tra le fila della
criminalità tradizionale che in quella delle batterie, in linea con la
diversa composizione del mondo del lavoro dei due territori:
l’operaio-massa dequalificato, spesso di provenienza meridionale, nella
città della Fiat, e una composizione operaia ancora di tipo qualificato
nel genovese.
«Il carcere non è un blocco sociale omogeneo e al suo interno si
riproducono, per di più in forma amplificata, le identiche
contraddizioni presenti nel mondo sociale esterno. Un aspetto
completamente trascurato dai movimenti politici, che iniziano a guardare
al mondo carcerario con un certo interesse» [p. 117]. Ragionando su un
astratto “movimento carcerario”, tali movimenti, sostiene Quadrelli,
faticano ad andare oltre a una dimensione populista incurante della reale composizione del corpo prigioniero nei diversi istituti di pena.
Nel momento in cui le prigioni iniziano a riempirsi di detenuti e
detenute per motivi politici è inevitabile che questo universo incontri
quello delle batterie di cui, pur con altre finalità, tutto sommato,
condivide l’irriducibile avversione al potere e l’insofferenza per la
condizione di detenzione. Al di là di singoli casi, il rapporto delle
batterie con la politica, sostiene Quadrelli, «sembra segnato da un
completo disincanto e da una sorta di equidistanza tra la destra e la
sinistra. Un’impressione che solo in parte corrisponde alla realtà. Il
loro agire è, in ogni caso, istintivamente portato a schierarsi contro
il potere infischiandosene delle offerte di collaborazione che questo,
non raramente, gli offre» [p. 124]. Se difficilmente sono andati in
porto i tentativi di parte neofascista e di apparati dello Stato di
ricorrere alla manovalanza delle batterie di rapinatori, ciò, sostiene
l’autore, è dovuto più alla «distanza culturale che separa questi gruppi
da qualunque ipotesi di potere» [p. 124] che non a prese di posizione ideologiche.
Nemmeno l’apertura delle carceri speciali, per quanto riduca
drasticamente le possibilità di fuga, doma del tutto il “modo d’essere”
degli uomini e delle donne delle batterie e della guerriglia. Più che
l’inasprimento delle forme di detenzione, a modificare le cose
all’interno degli speciali è, secondo Quadrelli, il prendere piede di un
sempre più ossessivo meccanismo di controllo tra gli stessi
prigionieri:
Cominciano a formarsi, all’interno delle carceri speciali, dei dispositivi di controllo che non casualmente si definiranno come comitati di salute pubblica,
incaricati di passare al setaccio i comportamenti quotidiani di ogni
prigioniero. Un meccanismo contorto, paranoico e grottesco al contempo
[...]. Un clima che incrina e azzera quello che era stato il collante
principale della comunità prigioniera: la fiducia [p. 165].
All’idea di giustizia vigente sino ad allora tra i banditi e i
guerriglieri prigionieri basata sulla netta distinzione “noi/loro”, si
«sovrappone, pur mantenendone alcune retoriche formali, una giustizia
modellata su organismi autonomi e dotati di un potere/sapere
autoreferenziale», un meccanismo che concentra il potere nelle mani di
una casta burocratica di detenuti che non ammette negoziazioni in quanto
deriva il suo giudizio da «un’indagine “scientificamente” accertata»
[p. 169]. In men che non si dica il potere effettivo scivola nelle mani
di piccoli e insignificanti funzionari che, inaspettatamente, scoprono
di disporre, letteralmente, della vita e della morte dei compagni di
detenzione, e infine il meccanismo giunge, per inerzia, a funzionare
autonomamente. I primi ad entrare nel mirino di questo meccanismo sono i
politici.
L’avversario politico inizia a perdere la dignità del contendente di pari grado per diventare l’altro, lo straniero, il diverso, l’anormale.
La sua “errata” impostazione politica è tale perché viziata da
un’anomalia di fondo che, non raramente, presenta tratti oscuri e
ambigui. Il compito della nuova macchina governativa sarà proprio quello
di scoprire e rendere inoffensivi i nemici interni [p. 173].
Un simile meccanismo cancella il concetto di biografia e storia
individuale, sostiene Quadrelli, una biografia al contempo individuale e
collettiva. Alla luce della macchina del controllo, le biografie
perdono d’importanza, le identità dei prigionieri sono azzerate e
riscritte sulla base delle osservazioni e delle indagini interne svolte
da un manipolo di piccoli funzionari che alimentano la propria funzione
nello scovare a tutti i costi la “cancrena” da cui liberare l’universo
carcerario.
Prima di implodere definitivamente, la “comunità”
utilizza i processi di epurazione come una sorta di pozione magica.
Sullo sfondo vi è la restaurazione immaginaria di una comunità
purificata, senza macchie e senza colpe. I primi a essere colpiti devono
essere gli “infami”. Ben presto, però, il termine perde ogni
riferimento empiricamente accertabile per modellarsi su chiunque non
rientri nei canoni, che peraltro sembrano mutare di continuo, della
“comunità”. Avversari, gruppi troppo autonomi, improbabili responsabili
del fallimento di fantomatiche evasioni pagano con la vita il bisogno di
sangue che, sempre di più, la “comunità immaginata” sembra richiedere
[p. 193].
Il carcere passa presto sotto al controllo delle “masse senza
storia”, provenienti soprattutto dalle fila della Nco cutoliana e dalla
Nuova Famiglia, portatrici di una mentalità incompatibile con quella
introdotta nelle carceri dai banditi che mina definitivamente la
coesione tra i prigionieri. Mentre le batterie si legittimavano
socialmente nell’affrontare il “nemico esterno”, i giovani camorristi
individuano il loro obiettivo strategico all’interno del loro mondo. È
insomma lo scontrarsi di due modelli sociali, due stili di vita e
culture che attraversano l’interno come l’esterno del carcere. Scrive a
tal proposito Quadrelli che il conflitto tra questi due blocchi sociali
può essere letto come uno degli aspetti che hanno
caratterizzato il passaggio dall’epoca in cui la centralità della
fabbrica disegnava e influenzava, in un processo a cascata, gli stili di
vita di gran parte delle classi sociali subalterne o dei ribelli
transfughi delle classi sociali benestanti, a un’epoca in cui, con il
venir meno della centralità politica del proletariato industriale,
decade ed evapora un modello sociale e culturale incentrato sulla
solidarietà e la cooperazione, lasciando affiorare uno stile di vita
che, fuor di metafora, ricorda le logiche evocate dallo stato di natura.
In questo processo elementi di arcaicità si saldano con le più
innovative pratiche cosiddette postmoderne. La condotta delle masse
camorriste sembra mostrare chiaramente il riaffiorare di elementi
arcaici nella definizione dei nuovi stili di vita metropolitani [p.
198].
A palesare la portata della trasformazione è il differente rapporto
che banditi e camorristi instaurano con il territorio in cui vivono: un
rapporto di appartenenza, internità e inclusione per i primi e di pura
dominazione per i secondi. Se l’universo dei banditi è «impregnato di
tempo storico e di memorie di classe», quello delle masse camorriste è pervaso «da una dimensione atemporale e da un pragmatismo
tanto cinico quanto rozzo». Queste ultime «crescono in una sorta di
limbo astorico dove tutto va “come è sempre andato”» [p. 204] in cui non
è contemplata nemmeno l’idea di emanciparsi da esso.
I camorristi, al pari di qualunque massa, anche nei
momenti di massima potenza ed espansione manterranno sempre un oggettivo
rapporto di subordinazione con il potere legittimo. Questo, più che il
risultato di una connivenza al vertice tra criminalità organizzata e
apparati istituzionali – tesi buona per tutte le stagioni e che finisce
con lo spiegare sempre tutto e nulla – sembra essere piuttosto il
tradizionale e scontato comportamento delle masse perennemente estranee
alle trasformazioni storiche e sociali. Rinchiuse nella loro arcaicità,
osservano impotenti e disinteressate l’accadere del mondo, nel quale il
loro spazio sembra essere sempre troppo stretto. La subordinazione al
potere, pertanto, più che l’effetto di accordi strategici appare come un
dato di fatto inamovibile [pp. 217-218].
Nelle carceri maschili, ad un certo punto, la “fratellanza” tra
detenuti viene spazzata via dalla violenza cieca e indiscriminata delle
vendette interne, dalle imposizioni gerarchiche camorriste e dalle
pratiche “epurative” di alcuni settori della lotta armata alla paranoica
ricerca di un “nemico interno” da sanzionare o eliminare per “risanare”
il corpo politico carcerario. In ambito femminile, invece, la
“sorellanza” che si è creata tra le prigioniere a partire dai primi anni
Settanta, una volta emarginata la vecchia criminalità, resiste più a
lungo. Quadrelli ritiene «che nel quadro dell’obiettiva subordinazione
socio-culturale in cui le donne sono storicamente confinate le loro
scelte non convenzionali finiscono con l’essere sempre più radicali e
meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle dei colleghi maschi»
[p. 239]. Non è un caso che il pentitismo, sia politico che comune,
abbia toccato soltanto marginalmente l’universo femminile e che questo
non abbia sostanzialmente conosciuto la ferocia “epurativa” dei maschili
né il fenomeno della cogestione delle rivolte dei politici con i
camorristi.
A differenza degli uomini che, anche quando imboccano vie
estreme non sono mai considerati fuori posto, l’insubordinazione
femminile entra immediatamente in rotta di collisione, ancora prima che
con la legge, con un ruolo sociale e culturale. [...] Per questo quando le
donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una
determinazione sconosciuta ai mondi maschili, il che contribuisce a
rendere pressoché inossidabile il legame di “sorellanza”. Ancora prima
di essere delle comuni o delle politiche, le bandite o guerrigliere sono
donne che hanno scelto, e per farlo non hanno dovuto semplicemente
infrangere la legge ma battersi e modificare i micro rapporti di potere
della vita quotidiana, i condizionamenti culturali e i modelli di
gerarchia considerati inamovibili [pp. 239-240].
A partire dalle testimonianze raccolte, l’autore ritiene che, mentre
per i detenuti maschi la rivolta contro il carcere si manifesta come una
lotta di potere, per le donne, invece, lo scontro con l’istituzione totale diviene «pratica di liberazione
finalizzata alla disarticolazione dei rapporti di dominio» [p. 254].
Quella espressa dalle donne sarebbe dunque, sostiene Quadrelli, una
sorta di “inimicizia esistenziale”, non dissimile da quella del
colonizzato nei confronti del mondo coloniale, che può evolversi anche
in forme politiche. È a partire dallo scarto tra affermazione di potere (maschile) e pratica di liberazione
(femminile) che, secondo l’autore, si spiega la tenuta più estesa della sorellanza tra le detenute rispetto alla fratellanza nelle sezioni
maschili.
Come per i combattenti vietnamiti, e qua la relazione donne/popoli colonizzati sfuma fino a confondersi, resistere è già vincere.
Resistere, non tanto per affermare un improbabile rapporto di potere,
ma per testimoniare una presenza, un modello di relazione, un’identità
irriducibile alle logiche del dominio. Nei maschili l’obiettiva
impossibilità di continuare a combattere, sul piano militare, finisce
con il fare implodere gran parte dei rapporti sociali e dei legami
solidali, dando il via a un gioco al massacro dove l’unica logica sembra
essere: solo i più forti sopravvivono. In altre parole, solo la forza
individuale può garantire la possibilità di affermazione e
sopravvivenza. Nelle donne tende a prevalere, invece, un io collettivo. Perché esse saggiamente sanno che si è deboli o forti come collettività e comunità [pp. 256-257].
Le carceri femminili iniziano a popolarsi di detenute politiche dopo
il 1977, quando ormai, sostiene Quadrelli, a differenza della
generazione precedente, la scelta di imbracciare le armi più che da
solide motivazioni ideologiche deriva dalla rabbia, dall’odio,
dall’insofferenza e dall’impazienza di buttare tutto all’aria. Stando a
diverse testimonianze raccolte dall’autore, la “sorellanza” all’interno
dei femminili inizia a sgretolarsi soltanto dopo il 1983, e se tali
sezioni, come detto, sono toccate soltanto marginalmente dal
“pentitismo” e dalla deriva “epurativa” di alcune formazioni
guerrigliere, a far implodere i vincoli di solidarietà concorrono
piuttosto in maniera rilevante le logiche di governamentalità
assunte dall’istituzione totale volte a patologizzare ogni forma di
conflittualità isolando l’individuo dalla sua appartenenza ad ambiti
collettivi.
A differenza delle sezioni maschili, in cui i vincoli di solidarietà
sono già allentati da derive interne al corpo detenuto, quelle femminili
reggono fino ai primi anni Ottanta, per poi crollare con il mutare
della composizione del corpo prigioniero, sempre più composto da
tossicodipendenti, e con il prendere piede del processo di medicalizzazione
dei soggetti conflittuali. Fino a tutti gli anni Settanta i
comportamenti conflittuali, in tutte le loro molteplici espressioni,
sono interpretati come varianti, più o meno estreme, di conflitto
sociale e come tali vengono contrastati dalle istituzioni. Con il
passaggio al nuovo decennio l’idea stessa di “conflitto” viene
accantonata in favore di quella di “disagio”, dunque i comportamenti
considerati illegittimi
non sono più trattati in termini di repressione, o meglio
non solo, ma prevalentemente di cura. Le pratiche illegali,
indipendentemente dalla loro natura, non configurano più, pertanto,
l’esistenza di un’altra città, di un’altra morale o di stili di vita
forse illegittimi, ma profondamente radicati e completamente normali in
determinati mondi sociali. [...] Spostando l’attenzione dal conflitto alla
patologia esplicitamente si ammette che la società è una ed è tale
perché comunemente condivide un unico insieme di valori. [...] Compito
prioritario della società, la cui unicità è indiscutibile, è educare
tutti i suoi figli e riportarli nell’ambito dei valori comuni [pp. 266-267].
Gli anni Ottanta si aprono dunque con un vero e proprio cambio di
paradigma di controllo sociale derivato, sottolinea Quadrelli, non da un
progetto pianificato a tavolino, ma dal constatare empiricamente,
strada facendo, l’efficacia di «un intervento improvvisato che inizia a
prendere forma nel momento in cui il fenomeno eroina assume sempre più i
tratti dell’emergenza. Da “corpo ribelle”, il mondo carcerario si
trasforma in “corpo malato”, sostanzialmente docile e mansueto» [p.
270]. Insomma, a mandare in frantumi il mondo della “sorellanza” sono
soprattutto l’eroina, la medicalizzazione del conflitto, la
rilegittimazione della malavita tradizionale e, a partire dalla metà del
decennio, la presenza sempre più massiccia all’interno delle carceri di
donne straniere portatrici di culture e condotte aliene a quel mondo,
con il conseguente riemergere dell’importanza della linea del colore anche all’interno del corpo prigioniero.
Più che le leggi sui “pentiti” e i “dissociati” – strumenti che
«appartengono alla tradizionale gestione e risoluzione dei conflitti,
politici e sociali, all’interno dei quali la relazione di inimicizia
è giocata in tutta la sua intensità» [pp. 279-280] –, la «stragrande
maggioranza dei guerriglieri, ma anche dei banditi e dei rapinatori,
troverà all’interno della nuova legge penitenziaria lo strumento,
apparentemente tecnico, per porre fine allo stato di guerra degli anni
precedenti» [pp. 281-282]. Una tecnica disciplinare capace di estendersi all’intero corpo sociale tutto sommato, sostiene Quadrelli, «non dissimile da quella messa in atto dai comitati di salute pubblica
all’interno delle carceri che, non incidentalmente, si preoccupa in
prima battuta di azzerare le biografie individuali sedimentate dagli
eventi storici per sostituirle con le biografie legittime costruite dal
potere-sapere degli apparati di controllo» [p. 282]. Una riforma
penitenziaria che, spostando «l’ordine del discorso dalla storia al
patologico, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale» [p.
282], «non ha sicuramente contribuito a decarcerizzare la società ma, semmai, a dilatare, estendere, fino a rendere normale e trasparente la forma carcere ben oltre le sole mura penitenziarie» [p. 287].
Il capitolo introduttivo1
di cui si avvale la nuova edizione (2024) del volume di Quadrelli,
steso per l’occasione insieme a Bruno Turci, avvalendosi di diverse
testimonianze, puntualizza come l’episodio dell’uccisione di Francis
Turatello, avvenuta nell’estate del 1981 nel carcere di Nuoro, sia
dunque da leggere come manifestazione non dell’inizio della fine di una stagione particolare della criminalità di questo Paese, ma come evento permesso da una fine avvenuta
già da almeno un paio di anni. La figura di Turatello «non ha nulla di
romantico e solo in parte ha a che fare con la cornice culturale ed
esistenziale delle batterie degli anni Settanta. Turatello è figlio di
un’altra epoca anche se, non diversamente dalle batterie, rappresenta
una rottura radicale rispetto ai mondi tradizionali della malavita» [p.
7]. Si tratta di un gangster interessato a fare soldi fornendo, con le
sue bische, un servizio che, per quanto illegale, appare legittimo
agli occhi della maggioranza della popolazione milanese, un uomo di
potere, certo, che però non esercita in maniera dittatoriale, alla
maniera della criminalità organizzata, più propenso al “vivi e lascia
vivere” e che ognuno si occupi del proprio settore senza interferire con
quello altrui. «Turatello è figlio di quella mentalità dove l’essere un
“bravo ragazzo”, di qua la sua obiettiva affinità elettiva, culturale più che esistenziale, con il mondo delle batterie,
è il solo e unico passaporto che conta» [p. 9]. Ed è per questo che,
nonostante amasse dichiararsi di destra, non si è prestato alle
richieste di collaborazione dello Stato per darsi da fare all’epoca del
sequestro Moro «perché lui è un “bravo ragazzo” e “bravi ragazzi” sono i
brigatisti mentre, per definizione, chi sta con lo Stato è solo un
infame» [p. 22]. In un mondo ormai cambiato, dentro e fuori dal carcere,
in cui la ventata di illegalità barbarica è stata rimossa, e con essa
il senso di appartenenza collettiva e l’idea stessa di lotta, la “nuova
società” degli anni Ottanta
può certo felicemente convivere con ogni forma di
organizzazione criminale, ma non può tollerare gangster e banditi. È il
tempo storico di Turatello a venir meno e, con questo, quello di
un’intera tragica epopea. Ma il tempo storico che segna la fine
dell’epopea di Turatello è esattamente il tempo storico entro il quale
tutti noi siamo costretti, così come quella tragica epopea è stata per
intero anche la nostra epopea poiché, tutti, siamo stati da una parte o
dall’altra della barricata. Del resto, in mezzo, può starci solo la
barricata [p. 23].
Ecco perché quell’uccisione, che soltanto pochi anni prima sarebbe
stata impensabile all’interno delle carceri, secondo Quadrelli, Turci e
diversi altri intervistati, segna un’avvenuta trasformazione e non il suo inizio.
L’ultima parte del volume è dedicata allo spaesamento esistenziale
patito dagli uomini e dalle donne che hanno vissuto conflittualmente gli
anni Settanta e all’avvento di un nuovo tipo di illegalità di cui sono
portatori soprattutto soggetti immigrati. Nel momento in cui l’ordine
che hanno osato infrangere è stato ristabilito in forme nuove, per certi
versi ancora peggiore di quello dell’ancien regime precedente,
banditi e guerriglieri, privati della loro identità personale e
collettiva, incapaci di riconoscersi nel nuovo panorama carcerario,
all’uscita si ritrovano catapultati in un mondo completamente mutato in
cui non esiste più quel contesto sociale che aveva legittimato o,
almeno, tollerato le loro vecchie scelte. Comune a molti uomini e donne
intervistati è la lucida consapevolezza che la loro nuova condizione di
vita, grigia, competitiva, gerarchizzata e individualizzata, non è una
sorta di pena accessoria a cui sono condannati per il loro passato
turbolento, ma è la tragica normalità vissuta da tutti e tutte fuori dal carcere.
Circa il nuovo tipo di illegalità immigrata, occorre tener presente
che il volume è stato steso da Quadrelli all’inizio del nuovo millennio e
che nel frattempo il fenomeno ha inevitabilmente subito evoluzioni.
L’autore inquadra il nuovo contesto immigrato all’interno di una realtà
più generale in cui
il problema intorno al quale ruotano le esistenze di
ampie quote di popolazione subordinata [consiste nella] assenza di una
dimensione storica propria all’interno della quale esercitare la particolarità
dei propri diritti. Una condizione che attraversa, con diversi gradi
d’intensità, l’insieme delle classi subalterne. La reale differenza tra i
barbari di ieri e la moltitudine selvaggia di oggi non è che
lo scarto tra un’epoca in cui le classi sociali subalterne ponevano al
centro della loro pratica sociale e politica l’affermazione dei propri
diritti e una dove l’idea stessa di imporli è svanita. [...] La tendenza è
la ricerca di vie di fuga individuali o di forme di microdominazione
nei confronti di chi si mostra più debole. In tutto ciò non vi è nulla
di nuovo ma il bieco e realistico riconoscimento degli inossidabili
rapporti di dominazione [p. 329].
La generazione che si è spesa “andando ai resti” negli anni Settanta,
oltre che per l’irriducibilità conflittuale con cui è scagliata contro
l’esistente, si è contraddistinta anche per aver partorito figure di
analisti sociali capaci di offrire chiavi di lettura non convenzionali
ancora preziose. Emilio Quadrelli è l’espressione esemplare di un
universo conflittuale che, con tutti i limiti e le tragedie di quella
stagione, merita ancora oggi di essere conosciuto.
Note
1) Si veda a tal proposito lo scritto pubblicato in due parti uscito su “Carmillaonline”: Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 1, «Carmillaonline», 25 Febbraio 2023 e Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 2, «Carmillaonline», 28 Febbraio 2023
Fonte