Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

Staycation, ovvero: l'estetizzazione della povertà

Staycation. È questo il nome che hanno dato al fatto di restare a casa per le vacanze, cosa che accadrà a 1 italiano su 2, prevalentemente per ragioni economiche. L’espressione in inglese serve a produrre una distanza semantica e a trasformare la rinuncia in una tendenza. Se ci pensate, non è la prima volta: spesso lo si fa con lavori particolarmente pesanti (rider, ad esempio, suona più contemporaneo di fattorino) oppure – ne abbiamo parlato tante volte – con la dimensione abitativa; abitare in pochi metri quadri è “micro-living”, e l’inglese viene utilizzato come vernice narrativa per rendere immediatamente più moderne o desiderabili condizioni che in italiano apparirebbero più dure. Questa volta tocca alle vacanze.

Pensate che questa espressione, Staycation, risale alla Seconda Guerra Mondiale: negli Stati Uniti, benzina e pneumatici venivano razionati e gli spostamenti non necessari erano fortemente limitati; la Gran Bretagna, invece, invitò la popolazione a trascorrere le ferie vicino casa per non gravare sui trasporti, necessari allo sforzo bellico. Parliamo in ogni caso di contesti anglofoni, in cui il neologismo era semplicemente una crasi (in italiano potrebbe essere vacasa) e non rispondeva al bisogno di mistificare o glamourizzare una condizione dichiarata ed emergenziale di scarsità.

Oggi quella scarsità non solo non è più emergenziale, ma è così strutturale che sentiamo il bisogno di trasformarla in scelta, tendenza, lifestyle. Non potendo intervenire materialmente sulla scarsità, decidiamo di agire sulla narrazione che ne facciamo. Così, trovare il lato positivo suona come una totale depoliticizzazione della faccenda, che spazza via qualsiasi domanda o rivendicazione sulla povertà e neutralizza il conflitto. Il problema sociale viene trasformato in capacità individuale di adattamento e raccontato come una scelta, per di più virtuosa.

Tanti sono gli articoli, più o meno critici, che sono stati scritti a partire dall’agenzia ANSA che diffondeva i dati della ricerca (realizzata da Tecnè per Federalberghi) sugli italiani che non possono permettersi di partire. Nessuno questionava la parola scelta come snervante tentativo di romanticizzazione. Ma quello scritto da Vogue Italia sembra accogliere con favore ed entusiasmo questa voglia di estetizzare la povertà. Perché non si limita a descrivere il fenomeno ma inserisce nel titolo “che fa bene alla salute mentale” e si spinge a trovare 5 benefici del restare a casa per le vacanze. Con un risultato tragicomico e grottesco.

1. “è una vacanza economica”. E tanto per cominciare, inverte il nesso causa effetto. Il fatto di non partire (conseguenza) perché non si hanno i soldi (causa) diventa: grazie al fatto che non parto (causa) non spendo soldi (conseguenza) che – spoiler – non ho. Quindi non sto risparmiando perché scelgo di farlo, ma semplicemente non ho i soldi che occorrono ad allontanarmi da casa per le ferie.

È snervante ma provoca un riso amaro perché sembra assecondare il tono di voce di chi, in un mondo classista, cerca di raccontare a se stesso e agli altri le cose che non può permettersi come una scelta libera: sarebbe da sfigati dire “non posso”, in un mondo in cui sembra che tutti possano. Abbiamo assorbito la iper-responsabilizzazione individuale circa le nostre condizioni: non è colpa dell’inflazione, dei salari fermi a trent’anni fa, o dei lavori sottopagati. Questa scelta narrativa produce competizione e frammentazione: anziché parlarci con franchezza delle nostre condizioni materiali, e trasformare così quella condizione individuale in una rivendicazione collettiva, siamo portati a mistificare la realtà pur di non percepirci/essere percepiti come poveri. La reinterpretazione della scelta obbligata come scelta libera agisce sul racconto senza mettere in discussione la materialità

2. “È una scelta sostenibile”. Ci dicono che non partire è una scelta eco-friendly perché, con qualsiasi mezzo viaggiamo, comunque produciamo emissioni. E non per benaltrismo, ma francamente puntare sul senso di colpa per le emissioni che anche un viaggio in treno produce (“meno emissioni di carbonio: macchina, treni o aerei poco importa”) significa chiedere un sacrificio alle persone sbagliate. Un weekend in treno (500 km all’andata + 500 al ritorno) produce circa 23 kg di CO₂ per passeggero; un’ora di volo su un jet privato, invece, può produrre circa 2.000 kg di CO₂.

Oggi Vogue Italia ci fa la morale anche sui piccoli spostamenti in treno (poco importa!) ma nel 2020 era tipo “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” o, più di recente, a maggio 2026, ci raccontava le vacanze di Bella Hadid a Saint-Tropez “a bordo di uno yacht di lusso”. Senza minimamente problematizzare l’impatto ambientale. Lo scorso 23 giugno ci proponeva “Ville da sogno da affittare in Italia”, con charter in elicottero... e potremmo continuare in eterno, mostrando come proprio dal mondo della moda sia a lungo stato costruito un immaginario inarrivabile fatto di lusso e celebrazione acritica del privilegio. E in questo punto ci mettono anche un po’ di “sano patriottismo”: se resti vicino casa puoi acquistare un souvernir da un artigiano della zona, supportare l’economia locale e mantenere intatte le magiche tradizioni local. Non solo ci chiedono di fare i turisti a casa nostra, ma addirittura ci invitano ad acquistare un souvenir. Siamo alla frutta. Ma il punto numero 3 è più esilarante...

3. “Non richiede organizzazione”. E certo che non richiede organizzazione, se non parti. Ma che vantaggio è? Arriveremo a dire che se non mangi non devi fare la spesa o lavare i piatti? Magari saremo chiamati a compiacerci di quanto sia eco-friendly questa scelta della fame, nella misura in cui non accendi i fornelli e non sprechi acqua? La domanda non sembra essere se ci arriveremo, ma quando. Secondo me manca poco.

E continua: niente ansia da prenotazione e, soprattutto, tante volte le foto dei posti che prenoti per il pernottamento si rivelano ingannevoli. Quindi, sai che c’è? Niente vacanza, niente fregatura. Non fa una piega.

4. “è una vacanza no stress”. Cioè, nel pezzo di cui sopra “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” ci dicevano che viaggiare ed esplorare un nuovo posto – rigorosamente in jet privato – ‘può fare miracoli per la salute mentale ed emotiva: è un ottimo antistress, ci aiuta ad aumentare la nostra creatività e resilienza e ci dà una bella spinta per tornare carichi al lavoro.’ Adesso improvvisamente non fare un viaggio è la vacanza ideale perché riduce lo stress da viaggio.

Last but not least

5. “è educativa”. “La vacanza vicino casa riaccende la curiosità rispetto alla nostra identità, bene sempre più prezioso in un mondo sempre più omologato da luoghi senza personalità”. Mi avete convinto. Potrei fare un safari in Africa, visitare le capitale europee, andare a vedere l’aurora boreale, la fioritura dei ciliegi in Giappone, esplorare la Cina imperiale o recarmi in India. E invece, sapete che c’è? Rimango nella mia città: la visito con occhi diversi, cerco di dissociarmi e vestire i panni del turista, così da assaporare appieno il gusto della povertà. E della frustrazione di non potersi allontanare neppure per sbaglio, ostaggio del posto in cui “vivo” e lavoro.

Insomma, va bene trovare il lato positivo. Ma articoli come questo sono davvero un insulto alla nostra intelligenza. E sembrano prendersi gioco della condizione materiale (oltre che psicologica) di chi legge.

Fonte 

26/08/2026

Il riscaldamento globale come apocalisse culturale

di Paolo Lago

Il concetto di “apocalisse culturale” è stato studiato a fondo da Ernesto De Martino, il quale afferma che il Novecento ha introiettato in sé una “acuta coscienza culturale del finire del mondo”. Sono infatti diverse le testimonianze filosofiche, letterarie, poetiche ed artistiche che denotano “uno stesso rischio radicale, e cioè la possibilità di un mondo che crolla in quanto crolla lo stesso ethos culturale che lo condiziona e lo sostiene”1. Certo – continua lo studioso – il Novecento ha conosciuto diversi baratri infernali come le guerre mondiali, i morti di Hiroshima e quelli dei campi di sterminio nazisti che, da soli, basterebbero a giustificare questo senso di crisi e di crollo di un mondo: “Dovrebbe infatti bastare l’immagine di un solo volto umano che porta i segni della violenza e della offesa subita da un altro uomo, per porre in movimento, chi guarda quel volto, la drammatica tensione del mondo che «può» ma non «deve» finire”2. Ma non ci sono solo Hiroshima e i campi di sterminio; c’è anche il cambiamento radicale di un mondo, le rapidissime trasformazioni portate dal diffondersi del progresso tecnico, le migrazioni dalla campagna alla città, le trasformazioni di regioni sottosviluppate in regioni industriali. C’è stata la crisi di “un gran numero di patrie culturali tradizionali senza che tuttavia l'integrazione nella nuova patria culturale avesse avuto il tempo di maturarsi”3. Le distruzioni e i genocidi, così come i cambiamenti apportati dalla tecnologia, cambiamenti radicali ad abitudini culturali consolidate, come il passaggio da una condizione contadina a una operaia, rappresentano tante apocalissi culturali, un crollo dei sistemi simbolici, religiosi e valoriali che danno senso all’esistenza. Come il contadino calabrese incontrato da De Martino durante un suo viaggio di studio nel Meridione, che, una volta fatto salire in auto per poter meglio indicare la direzione giusta, si sente sperduto perché non vede più il campanile del suo paese, il proprio punto di riferimento4, così l’uomo moderno si sente attraversato da un senso di perdita della propria esistenza. Evidentemente, quel contadino nella sua vita non aveva mai perso di vista il campanile che, per lui, non rappresentava solamente lo spazio domestico ma il luogo in cui solamente poteva vivere ed esistere. Non vedendolo più, forse, avrebbe percepito la propria stessa morte.

Il nuovo millennio, solo nei suoi ventisei anni di vita, ha conosciuto e sta conoscendo tanti altri avvenimenti che De Martino potrebbe catalogare come responsabili di apocalissi culturali: guerre, genocidi, devastazioni del territorio e, non da ultimo, una svolta drastica nella cultura e nell’esistenza, un’innovazione – quella digitale – paragonabile alla tecnologizzazione occidentale del secondo dopoguerra. In tutto ciò, però, c’è una spada di Damocle che incombe non solo sull’esistenza dell’Occidente ma di tutto il mondo, cioè il cambiamento climatico o, meglio, il riscaldamento globale. Come osserva Timothy Morton, infatti, è preferibile usare quest’ultima definizione perché “utilizzare «cambiamento climatico» come alternativa di «riscaldamento globale» è come parlare di «svolta culturale» invece che di Rinascimento o di «cambiamento delle condizioni di vita» invece che di Olocausto”5. Il riscaldamento globale, secondo la definizione di Morton, appartiene alla categoria degli “iperoggetti”, cioè “entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo”6. Come nota lo studioso, la fine del mondo è già avvenuta, non solo a partire dal Novecento ma nel momento in cui, nel 1784, James Watt brevetta la macchina a vapore, “un gesto che ha dato inizio al deposito di carbone sulla crosta terrestre”7. È la cosiddetta rivoluzione industriale a far iniziare la fine del mondo, il momento in cui l’essere umano comincia modernamente ad inquinare. Infatti, “ciò che gli esseri umani hanno davanti agli occhi in questo momento è proprio la fine del mondo, determinata dall’invasione degli iperoggetti”8.

Il riscaldamento globale si configura come una vera e propria apocalisse culturale secondo la definizione di De Martino dal momento che pone in atto uno stravolgimento del tempo ciclico, legato all’avvicendarsi delle stagioni; infatti, “il tempo ciclico è tempo della prevedibilità e della sicurezza: il suo modello è offerto dal ciclo astronomico e stagionale”9. D’altra parte, lo stesso Morton, in tempi più recenti, osserva che “il tempo meteorologico, sfondo rassicurante dei «mondi della vita», ha cessato di esistere e, con esso, lo stesso concetto rassicurante di «mondo della vita»”10. Non c’è più niente di rassicurante in un caldo estivo che sfiora quasi sempre i quaranta gradi, in un autunno mite caratterizzato da alluvioni, grandinate e altri fenomeni meteorologici estremi, in un inverno altrettanto mite che, alle latitudini più meridionali d’Europa, vede la quasi definitiva scomparsa della neve in pianura. Il “mondo della vita” si sta sciogliendo insieme ai ghiacciai alpini e a quelli del Polo Nord e viene sommerso e devastato da alluvioni sempre più disastrose. Non è più un “mondo della vita” quello che ci circonda nelle ultime estati, con il sole che picchia a quasi quaranta gradi, con le notti tropicali che trasformano il Mediterraneo in acqua bollente, con il prosciugamento di fiumi e torrenti. Il ciclo esistenziale e culturale della vita degli individui sta subendo un tracollo eppure, apparentemente, nessun essere umano sembra entrare in allarme come il contadino calabrese, disperato perché non riusciva più a vedere il campanile del suo paese. Oggi, solo rispetto a trenta o quaranta anni fa, non è più possibile percepire in modo normale l’alternarsi delle stagioni. Entra in crisi, per la prima volta, non soltanto una percezione della propria esistenza, del proprio ‘essere nel mondo’ ma anche tutto un apparato culturale che accompagna questa esistenza: proverbi, modi di dire, canzoni e filastrocche popolari, espressioni artistiche e letterarie. Tutto ciò che definiva, come cultura, il nostro essere nelle stagioni, sembra non valere più; non valgono più perché appartengono ad un’altra era le poesie e le filastrocche sull’alternarsi delle stagioni, i proverbi, i quadri che mostrano le attività umane nei diversi momenti dell’anno, poesie come Novembre di Pascoli che focalizzano determinati momenti stagionali cristallizzati nella cultura, persino un’opera musicale come Le quattro stagioni di Vivaldi. Ma, anche senza scomodare la cultura, nell’estate di oggi risulta assai difficile compiere azioni quotidiane considerate normali come trascorrere una giornata in spiaggia o, semplicemente, vivere in un appartamento senza condizionatore.

Nella confusione digitale della società contemporanea, nelle lamentele e nelle chiacchiere da social emerge una profonda sofferenza di carattere privato e personale legata al fenomeno del riscaldamento globale; è una microframmentazione di una sofferenza collettiva che parla pubblicamente ancora con poche voci, quelle degli scienziati e di alcuni esponenti di un pensiero di matrice ecologista. La sofferenza individuale si trasforma assai spesso in nostalgia di un passato in cui le stagioni erano ancora ‘normali’, in cui le estati erano fresche e gli inverni freddi e nevosi. Ma questa nostalgia non porta da nessuna parte: innanzitutto perché si tratta di un sentimento puramente personale, magari legato al rimpianto per la propria giovinezza, quindi risulta assai poco attendibile e confuso; in secondo luogo perché la nostalgia tende a mitizzare il passato e a trasformarlo in qualcosa di irreale e di astratto, secondo il processo descritto da Furio Jesi e definito dallo studioso come “macchina mitologica”11. La nostalgia è una “macchina mitologica” che consegna le stagioni del passato all’universo indistinto del mito. Da questo universo indistinto, imbandito dalla stessa “macchina mitologica”, emerge quindi un’immagine falsificata del passato nello stesso modo in cui, secondo Jesi, agisce la “cultura di destra”: essa attinge a un passato immemoriale e lo trasforma in una “pappa”, “una pasta che si può modellare e cuocere come si vuole: la materia per eccellenza dei miti tecnicizzati”12.

Oltre che nella nostalgia, la sofferenza privata sfocia nella solastalgia, un termine coniato da Glenn Albrecht nel 2003 e che indica la “perdita di paesaggi amati a causa dei cambiamenti climatici”13. Si tratta di una sorta di eco-ansia che può portare a profonda sofferenza ma che, a differenza della nostalgia, può porre le basi per una ribellione, anche collettiva, allo status quo. Nella narrativa italiana contemporanea incontriamo un personaggio che soffre di solastalgia e di eco-ansia, la geografa Antonia Nevi, nipote del combattente partigiano Ilario, in Gli uomini pesce (2024) di Wu Ming 1. Antonia percorre il basso ferrarese in un’estate caldissima e vede ogni dove i segni della devastazione. Oltre che rappresentare in forma realistica il caldo tropicale delle estati degli ultimi anni, il romanzo mette a fuoco (è proprio il caso di dirlo) il riscaldamento globale in un dato territorio – l’Italia e il basso ferrarese in particolare – ma, soprattutto, la ricezione mediatica di questo fenomeno. I fenomeni estremi e le emergenze, macinati dal linguaggio dei media, si trasformano in “fattoidi”, in “riempitivi semiotici” e in “spazzatura verbale”: “Tutto era addomesticato, legato a contingenze, spiegato solo con fenomeni magari prolungati ma passeggeri”14. Il gergo mediatico continua a parlare di emergenza o di caldo eccezionale come se si trattasse di fenomeni passeggeri tralasciando un punto fondamentale: che tutto ciò non ha niente di eccezionale ma rappresenta la nuova normalità.

Se nella contemporaneità ci troviamo dinanzi a micro-sofferenze frammentate nell’individualismo e nella sofferenza privata e personale, cosa dicono allora i media? Come si comportano di fronte a questa apocalisse culturale che ci sta investendo? Fondamentalmente, o tacciono, o gridano all’emergenza e all’eccezionalità dei fenomeni come viene mostrato in Gli uomini pesce. Se scorriamo un giornale o ascoltiamo un telegiornale, se leggiamo le notizie online sui social o sui siti di informazione, sarà assai difficile trovare qualcosa sui cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale. Certo, all’inizio dell’estate si potevano leggere notizie sul caldo eccezionale in Francia, sulle ondate di anticicloni africani che ci avrebbero accompagnato nel corso dei mesi estivi. Ma tutto come se fosse, appunto, qualcosa di eccezionale. E poi, le solite notizie incentrate sulle guerre del capitale: l’Ucraina, l’Iran, gli Stati Uniti, il tutto sormontato dal gossip proveniente dalla squallida politica italiana. Eppure, il nuovo e tremendo assetto climatico che si sta prospettando dovrebbe essere una notizia da prima pagina per diversi giorni. Il problema, invece, viene sollevato soltanto in occasione di eventi catastrofici come alluvioni, esondazioni di fiumi, inondazioni, per poi sparire immediatamente al ritorno di una presunta ‘normalità’. La comunicazione mediatica digitale e iperspettacolarizzata, mediamente, tace su questo tema che sembra essere diventato un tabù come il genocidio in corso in Palestina, continuamente allontanato e desemantizzato dal discorso mediatico ufficiale. Perché, come ci sono i negazionisti mainstream del genocidio in corso, così non possono mancare i negazionisti del riscaldamento globale le cui idee, spesso patrocinate dal potere, si muovono contro l’opinione diffusa fra gli scienziati al 98%15.

Per sconfiggere questa diffusa indifferenza mediatica, secondo Morton, ci sarebbe “disperato bisogno” di un “appropriato livello di shock e preoccupazione su uno specifico trauma ecologico, che è poi il trauma ecologico della nostra epoca: quello che ci permette di definire l’Antropocene come tale”16. Ci vorrebbe un evento improvviso e catastrofico come quello che avviene nel disaster movie The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo (2004) di Roland Emmerich, una improvvisa glaciazione dovuta allo scioglimento della banchisa polare che, ormai alla deriva, interrompe il flusso delle correnti oceaniche. Si tratta in effetti di un evento che potrebbe avvenire anche nella realtà, ma su tempistiche di molti anni. Il merito del film è quello di mostrare uno shock improvviso, una catastrofe che avviene dopo pochissimo tempo che gli scienziati hanno lanciato l’allarme, naturalmente, senza essere creduti o presi sul serio. La società mediatica e spettacolare, fondata su un capitalismo improntato alla guerra, ha perciò bisogno di un trauma violento e improvviso per prendere sul serio i pericoli legati al riscaldamento globale. Anche in Don’t Look Up (2021) di Adam McKay, sotto l’immagine della cometa in rotta di collisione con la Terra, si potrebbe intravedere il riscaldamento globale, divenuto esso stesso attore del vacuo spettacolo contemporaneo. Nessuno crede davvero all’imminente pericolo che, di conseguenza, viene sottovalutato mentre il potere politico ed economico intende sfruttare la ricchezza mineraria della cometa a scapito della salvezza della Terra.

Gli scienziati che lanciano l’allarme e tutti coloro che soffrono di eco-ansia, anche nella nostra realtà mediatizzata, vengono trattati come voci che urlano nel deserto, come se fossero dei pazzi che, invece di occuparsi di problematiche più spicciole o più stringenti legate agli immediati interessi del capitale, delirano riguardo a fantomatici disastri ambientali. Le loro stesse voci che urlano in un deserto sempre più arido e sempre più caldo vengono desemantizzate e svuotate di senso. E, ormai, non basta più l’immagine di un solo volto umano che porta i segni della violenza e della offesa subita da un altro uomo a creare le condizioni per pensare a un mondo che “può” ma non “deve” finire, come scrive De Martino. La fine del mondo appare quotidianamente nei volti sofferenti della popolazione di Gaza, in quelli dei migranti e di tutti i ‘paria’ della Terra, desemantizzati e disumanizzati dal linguaggio mediatico. Probabilmente, solo una rivoluzione culturale che riuscisse ad andare al di là dell’indifferenza e del cinismo che corrono veloci sui media, scavalcando l’ormai diffusa “cultura di destra” legata alla nostalgia e alle vuote “pappe” del passato e ricomponendo la diffusa frammentazione individualistica che caratterizza il nostro tempo, potrebbe fronteggiare le innumerevoli apocalissi esistenziali e culturali che ci troviamo a vivere quotidianamente sulla nostra pelle.

Note

  1. E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino, 2019, p. 71. 
  2. Ibid. 
  3. Ivi, pp. 71-72 
  4. cfr. ivi, pp. 72-73. 
  5. T. Morton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, trad. it. di V. Santarcangelo, Nero Edizioni, Roma, 2018, p. 19.
  6. Ivi, p. 11.
  7. Ivi, p. 18.
  8. Ibid.
  9. E. De Martino, La fine del mondo, cit., p. 131. 
  10. T. Morton, Iperoggetti, cit., p. 135. 
  11. Cfr. F. Jesi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea, Einaudi, Torino, 2001, p. 104 e seguenti.
  12. Id., Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 186.
  13. S. Levantesi, I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, Laterza, Bari-Roma, 2021, p. 175.
  14. Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, Torino, 2024, p. 295.
  15. Cfr. S. Levantesi, I bugiardi del clima, cit., p. 8.
  16. T. Morton, Iperoggetti, cit., p. 19.

Fonte

24/08/2026

Il fattorino come imprenditore di sé

C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.

Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).

Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.

La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.

Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.

Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.

Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.

L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.

L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?

La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.

La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.

Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.

Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.

“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.

In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.

Fonte 

23/08/2026

Andare ai resti. Giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari dell’insostenibile quotidianità ereditata

di Gioacchino Toni

Dato alle stampe per la prima volta da DeriveApprodi nel 2004, quando ancora gli echi della conflittualità degli anni Settanta, seppur flebili, continuavano a suscitare interesse, per quanto in ambiti sempre più ristretti, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta di Emilio Quadrelli è stato riproposto dal medesimo editore, dopo una seconda ristampa nel 2014, in un’edizione aggiornata nel 2024, in un’epoca, l’attuale, in cui anche gli ultimi sussurri di quel decennio si sono dissolti di pari passo alla scomparsa di molti di quegli attori sociali che proprio nei Settanta avevano preferito imboccare strade senza ritorno, “andare ai resti”, giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari della triste e ingiusta quotidianità ereditata. È proprio a questi uomini e a queste donne che fa riferimento il testo.

Quanto raccontato dal volume appartiene ormai all’archeologia illegale. Leggere oggi le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto attivamente quella stagione e le considerazioni che ne deriva Quadrelli, che quel mondo l’ha affrontato in prima persona, consente di guardare all’universo degli anni Settanta senza ometterne le parti più “scomode” e senza i filtri delle narrazioni ufficiali celebrative dell’ordine ri-costituito, degli amarcord da anniversario e delle fantasie dietrologiche ad orologeria. Infine, riprendere Andare ai resti rappresenta anche un piccolo omaggio personale alla memoria del suo autore, Emilio Quadrelli.

Ricorrendo alle metodologie della ricerca etnografica, ovvero all’importanza che questa assegna e riconosce alla narrazione in prima persona degli attori sociali, Quadrelli ricostruisce una particolare parentesi, anomala, breve quanto intensa, del mondo della prigione e degli universi illegali dell’Italia degli anni Settanta. Una stagione capace, a suo modo e analogamente alle insorgenze sociali e politiche che attraversavano la società in quel periodo, di mettere radicalmente in discussione il passato e lo status quo, prima di essere annientata sotto i colpi dell’atomizzazione sociale – diffusa attraverso l’eroina nei quartieri , la ristrutturazione del sistema produttivo, il dilagare della malavita “massificata” e le pratiche disciplinari volte a patologizzare la conflittualità – più ancora che dalla repressione militare. Per quanto sconfitti da un mondo che per mantenersi non ha esitato a smembrare i tessuti sociali e le loro culture solidaristiche diffondendo atomizzazione, solitudine e competitività nei quartieri e sul lavoro, gli uomini e le donne che, seppur per una breve stagione, hanno messo sul piatto la loro incompatibilità con il sistema vigente, i suoi valori, le sue gerarchie e i destini tracciati, hanno scelto di vivere, a loro modo, fino in fondo.

La stagione narrata da Quadrelli prende il via alla fine degli anni Sessanta, quando, soprattutto nelle grandi città del triangolo industriale del Nord, iniziano a diffondersi forme di criminalità del tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, che presto assumono la forma delle “batterie” di rapinatori. Per quanto anomale, queste forme di criminalità mantengono legami con l’ambiente proletario da cui provengono. La scelta di “andare ai resti”, di giocarsi tutto e vada come vada, degli uomini e delle donne delle batterie, si colloca all’interno di una visione del mondo irriducibilmente conflittuale e di una propensione a mettersi in gioco in maniera risoluta che, nel corso degli anni Settanta, attraversa una parte importante del corpo sociale, soprattutto la sua componente proletaria e giovanile.

A differenza delle abituali attività illegali praticate dagli ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una semplice variante dell’economia politica, le “batterie” sembrano ragionevolmente rappresentarne una critica. Perciò, anziché inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle regole del disordine come abitualmente fa la malavita tradizionale, tendono a infrangere ogni regola ordinata e a fare della sfida e del conflitto con i rappresentanti della società legittima, e in particolare con le forze dell’ordine, la cornice esistenziale del loro stile di vita. Più che ad accumulare denaro, il loro interesse s’incentra su un accumulo di potenza dove la principale posta in palio sembra essere la derisione del nemico [p. 29].

Gli uomini e le donne delle batterie non pensano alla possibilità di un altro mondo, si muovono nella convinzione che occorra confrontarsi con l’esistente per quello che è e che lo si possa fare o passando la mano o rilanciando. «Buttare sul piatto i resti rimane, in fondo, una scelta forse tragica ma non disperata» [p. 34]. Per quanto nella conflittualità espressa dalle batterie, giocata com’è a livello esistenziale, non sia possibile individuare una qualche forma di coscienza politica, è innegabile, sostiene Quadrelli, che siano in essa ravvisabili elementi di contiguità, di relazione e di scambio con le componenti politiche radicali, a partire dal comune desiderio di prendersi il mondo loro negato e di prenderselo subito; un immaginario generazionale a cui parte del cinema e della musica rock dell’epoca hanno saputo dare immagine e voce. «La figura del rapinatore finisce per incarnare al meglio questo senso di ribellione permanente al realismo del tempo presente e per rappresentare, in quanto utopia, la forma di rottura più radicale» [p. 39]. Una ribellione che ha ben poco di romantico o di disperato, mossa com’è da una dimensione ludica e beffarda dell’esistenza. «Stare in una “batteria” e “andare giù di dure” non è altro che la materializzazione, hic et nunc, di un rapporto di belligeranza dove, a ben vedere, il fine non ha alcuna finalizzazione» [pp. 41-42].

Alla cultura della malavita tradizionale, abituata a ragionare in termini opportunistici, a guardare alle istituzioni come alla “naturale” controparte del gioco a cui sottostare, senza tante storie, nei momenti in cui queste hanno la meglio, gli uomini e le donne delle batterie contrappongono un immaginario completamente diverso, sintetizzabile nella formula “o noi o loro”, in cui non esiste possibilità di dialogo né, tantomeno, di assoggettamento. Se i malavitosi tradizionali considerano il carcere una sorta di “incidente di percorso” al cui interno occorre necessariamente trovare forme di compromesso con le guardie al fine di viverlo “al meglio”, senza porsi il problema di fuggire da esso, i giovani e le giovani delle batterie, una volta in prigione, non intendono negoziare alcunché e progettano sin da subito come tornarsene a casa. Per questi uomini e queste donne, in carcere come durante una rapina, non sono contemplate vie di fuga individuali, si pensa e si agisce sempre per “portare tutti a casa”, come del resto avviene nelle organizzazioni politiche. L’agibilità, in entrambi i casi, sottolinea l’autore, è possibile soltanto in presenza di un contesto sociale disposto, in un modo o nell’altro, a supportare o, almeno, a tollerare tali condotte illegali. La stessa evasione, come ogni altra pratica sociale, «è possibile solo se è legittimata all’interno di un ambito collettivo» [p. 131] sia interno che esterno al carcere.

Il mondo delle batterie, tiene a puntualizzare Quadrelli, non è riconducibile alla figura del “selvaggio”, cara alla letteratura e agli studiosi, che merita di essere “recuperata” attraverso un paternalistico processo di “civilizzazione”. Il “barbaro” delle batterie «è sinonimo di distruzione, inciviltà, rapina e saccheggio. […] A differenza del barbaro il selvaggio accetta la logica dello scambio e dell’assoggettamento. È curabile, educabile e socialmente recuperabile» [pp. 52-53]. Ecco l’anomalia con cui le istituzioni e la malavita tradizionale si trovano ad avere a che fare, del tutto incapaci di comprenderne la cultura e la condotta: un’anomalia che porta nelle carceri la belligeranza espressa fuori da esse e che si scontra con un universo penitenziario in cui “l’uomo di rispetto” e la guardia esprimono i medesimi modelli culturali e stili di vita, incentrati sulla gerarchia e sulla pacificazione concertata del territorio, sia esso carcerario o urbano. La cultura irriducibilmente conflittuale, che non contempla mediazioni, espressa dai “duri” e dalle “dure” delle batterie è la medesima che, sin dalla fine degli anni Sessanta, inizia a manifestarsi anche sui luoghi di lavoro da parte di settori non marginali della classe operaia.

L’universo carcerario degli anni Settanta delle principali grandi città del triangolo industriale ne riflette le specificità territoriali e produttive. Alle Nuove di Torino i prigionieri più giovani, perlopiù di origine meridionale, tendono a replicare le pratiche di insubordinazione espresse dall’operaio-massa che contraddistingue il tessuto produttivo del territorio. A San Vittore a Milano il mondo delle batterie si trova a fare i conti, oltre che con la presenza di una preesistente malavita professionale “elitaria”, incline a contribuire al mantenimento dell’ordine carcerario, con il “gangsterismo urbano” i cui membri se da un lato guardano al modello degli “uomini d’onore”, dall’altro mantengono caratteristiche tipiche del mondo della strada. «Si pensano eroi pur agendo da mercanti» [p. 109] e ciò li mantiene in bilico, al momento delle scelte, tra la compatibilità mercantile e la generosità eroica e solidale di chi viene dalla strada. Il carcere di Marassi di Genova, all’opposto di quanto avviene a Torino, è invece contraddistinto dalla presenza di soggetti soprattutto autoctoni sia tra le fila della criminalità tradizionale che in quella delle batterie, in linea con la diversa composizione del mondo del lavoro dei due territori: l’operaio-massa dequalificato, spesso di provenienza meridionale, nella città della Fiat, e una composizione operaia ancora di tipo qualificato nel genovese.

«Il carcere non è un blocco sociale omogeneo e al suo interno si riproducono, per di più in forma amplificata, le identiche contraddizioni presenti nel mondo sociale esterno. Un aspetto completamente trascurato dai movimenti politici, che iniziano a guardare al mondo carcerario con un certo interesse» [p. 117]. Ragionando su un astratto “movimento carcerario”, tali movimenti, sostiene Quadrelli, faticano ad andare oltre a una dimensione populista incurante della reale composizione del corpo prigioniero nei diversi istituti di pena.

Nel momento in cui le prigioni iniziano a riempirsi di detenuti e detenute per motivi politici è inevitabile che questo universo incontri quello delle batterie di cui, pur con altre finalità, tutto sommato, condivide l’irriducibile avversione al potere e l’insofferenza per la condizione di detenzione. Al di là di singoli casi, il rapporto delle batterie con la politica, sostiene Quadrelli, «sembra segnato da un completo disincanto e da una sorta di equidistanza tra la destra e la sinistra. Un’impressione che solo in parte corrisponde alla realtà. Il loro agire è, in ogni caso, istintivamente portato a schierarsi contro il potere infischiandosene delle offerte di collaborazione che questo, non raramente, gli offre» [p. 124]. Se difficilmente sono andati in porto i tentativi di parte neofascista e di apparati dello Stato di ricorrere alla manovalanza delle batterie di rapinatori, ciò, sostiene l’autore, è dovuto più alla «distanza culturale che separa questi gruppi da qualunque ipotesi di potere» [p. 124] che non a prese di posizione ideologiche.

Nemmeno l’apertura delle carceri speciali, per quanto riduca drasticamente le possibilità di fuga, doma del tutto il “modo d’essere” degli uomini e delle donne delle batterie e della guerriglia. Più che l’inasprimento delle forme di detenzione, a modificare le cose all’interno degli speciali è, secondo Quadrelli, il prendere piede di un sempre più ossessivo meccanismo di controllo tra gli stessi prigionieri:

Cominciano a formarsi, all’interno delle carceri speciali, dei dispositivi di controllo che non casualmente si definiranno come comitati di salute pubblica, incaricati di passare al setaccio i comportamenti quotidiani di ogni prigioniero. Un meccanismo contorto, paranoico e grottesco al contempo [...]. Un clima che incrina e azzera quello che era stato il collante principale della comunità prigioniera: la fiducia [p. 165].

All’idea di giustizia vigente sino ad allora tra i banditi e i guerriglieri prigionieri basata sulla netta distinzione “noi/loro”, si «sovrappone, pur mantenendone alcune retoriche formali, una giustizia modellata su organismi autonomi e dotati di un potere/sapere autoreferenziale», un meccanismo che concentra il potere nelle mani di una casta burocratica di detenuti che non ammette negoziazioni in quanto deriva il suo giudizio da «un’indagine “scientificamente” accertata» [p. 169]. In men che non si dica il potere effettivo scivola nelle mani di piccoli e insignificanti funzionari che, inaspettatamente, scoprono di disporre, letteralmente, della vita e della morte dei compagni di detenzione, e infine il meccanismo giunge, per inerzia, a funzionare autonomamente. I primi ad entrare nel mirino di questo meccanismo sono i politici.

L’avversario politico inizia a perdere la dignità del contendente di pari grado per diventare l’altro, lo straniero, il diverso, l’anormale. La sua “errata” impostazione politica è tale perché viziata da un’anomalia di fondo che, non raramente, presenta tratti oscuri e ambigui. Il compito della nuova macchina governativa sarà proprio quello di scoprire e rendere inoffensivi i nemici interni [p. 173].

Un simile meccanismo cancella il concetto di biografia e storia individuale, sostiene Quadrelli, una biografia al contempo individuale e collettiva. Alla luce della macchina del controllo, le biografie perdono d’importanza, le identità dei prigionieri sono azzerate e riscritte sulla base delle osservazioni e delle indagini interne svolte da un manipolo di piccoli funzionari che alimentano la propria funzione nello scovare a tutti i costi la “cancrena” da cui liberare l’universo carcerario.

Prima di implodere definitivamente, la “comunità” utilizza i processi di epurazione come una sorta di pozione magica. Sullo sfondo vi è la restaurazione immaginaria di una comunità purificata, senza macchie e senza colpe. I primi a essere colpiti devono essere gli “infami”. Ben presto, però, il termine perde ogni riferimento empiricamente accertabile per modellarsi su chiunque non rientri nei canoni, che peraltro sembrano mutare di continuo, della “comunità”. Avversari, gruppi troppo autonomi, improbabili responsabili del fallimento di fantomatiche evasioni pagano con la vita il bisogno di sangue che, sempre di più, la “comunità immaginata” sembra richiedere [p. 193].

Il carcere passa presto sotto al controllo delle “masse senza storia”, provenienti soprattutto dalle fila della Nco cutoliana e dalla Nuova Famiglia, portatrici di una mentalità incompatibile con quella introdotta nelle carceri dai banditi che mina definitivamente la coesione tra i prigionieri. Mentre le batterie si legittimavano socialmente nell’affrontare il “nemico esterno”, i giovani camorristi individuano il loro obiettivo strategico all’interno del loro mondo. È insomma lo scontrarsi di due modelli sociali, due stili di vita e culture che attraversano l’interno come l’esterno del carcere. Scrive a tal proposito Quadrelli che il conflitto tra questi due blocchi sociali

può essere letto come uno degli aspetti che hanno caratterizzato il passaggio dall’epoca in cui la centralità della fabbrica disegnava e influenzava, in un processo a cascata, gli stili di vita di gran parte delle classi sociali subalterne o dei ribelli transfughi delle classi sociali benestanti, a un’epoca in cui, con il venir meno della centralità politica del proletariato industriale, decade ed evapora un modello sociale e culturale incentrato sulla solidarietà e la cooperazione, lasciando affiorare uno stile di vita che, fuor di metafora, ricorda le logiche evocate dallo stato di natura. In questo processo elementi di arcaicità si saldano con le più innovative pratiche cosiddette postmoderne. La condotta delle masse camorriste sembra mostrare chiaramente il riaffiorare di elementi arcaici nella definizione dei nuovi stili di vita metropolitani [p. 198].

A palesare la portata della trasformazione è il differente rapporto che banditi e camorristi instaurano con il territorio in cui vivono: un rapporto di appartenenza, internità e inclusione per i primi e di pura dominazione per i secondi. Se l’universo dei banditi è «impregnato di tempo storico e di memorie di classe», quello delle masse camorriste è pervaso «da una dimensione atemporale e da un pragmatismo tanto cinico quanto rozzo». Queste ultime «crescono in una sorta di limbo astorico dove tutto va “come è sempre andato”» [p. 204] in cui non è contemplata nemmeno l’idea di emanciparsi da esso.

I camorristi, al pari di qualunque massa, anche nei momenti di massima potenza ed espansione manterranno sempre un oggettivo rapporto di subordinazione con il potere legittimo. Questo, più che il risultato di una connivenza al vertice tra criminalità organizzata e apparati istituzionali – tesi buona per tutte le stagioni e che finisce con lo spiegare sempre tutto e nulla – sembra essere piuttosto il tradizionale e scontato comportamento delle masse perennemente estranee alle trasformazioni storiche e sociali. Rinchiuse nella loro arcaicità, osservano impotenti e disinteressate l’accadere del mondo, nel quale il loro spazio sembra essere sempre troppo stretto. La subordinazione al potere, pertanto, più che l’effetto di accordi strategici appare come un dato di fatto inamovibile [pp. 217-218].

Nelle carceri maschili, ad un certo punto, la “fratellanza” tra detenuti viene spazzata via dalla violenza cieca e indiscriminata delle vendette interne, dalle imposizioni gerarchiche camorriste e dalle pratiche “epurative” di alcuni settori della lotta armata alla paranoica ricerca di un “nemico interno” da sanzionare o eliminare per “risanare” il corpo politico carcerario. In ambito femminile, invece, la “sorellanza” che si è creata tra le prigioniere a partire dai primi anni Settanta, una volta emarginata la vecchia criminalità, resiste più a lungo. Quadrelli ritiene «che nel quadro dell’obiettiva subordinazione socio-culturale in cui le donne sono storicamente confinate le loro scelte non convenzionali finiscono con l’essere sempre più radicali e meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle dei colleghi maschi» [p. 239]. Non è un caso che il pentitismo, sia politico che comune, abbia toccato soltanto marginalmente l’universo femminile e che questo non abbia sostanzialmente conosciuto la ferocia “epurativa” dei maschili né il fenomeno della cogestione delle rivolte dei politici con i camorristi.

A differenza degli uomini che, anche quando imboccano vie estreme non sono mai considerati fuori posto, l’insubordinazione femminile entra immediatamente in rotta di collisione, ancora prima che con la legge, con un ruolo sociale e culturale. [...] Per questo quando le donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una determinazione sconosciuta ai mondi maschili, il che contribuisce a rendere pressoché inossidabile il legame di “sorellanza”. Ancora prima di essere delle comuni o delle politiche, le bandite o guerrigliere sono donne che hanno scelto, e per farlo non hanno dovuto semplicemente infrangere la legge ma battersi e modificare i micro rapporti di potere della vita quotidiana, i condizionamenti culturali e i modelli di gerarchia considerati inamovibili [pp. 239-240].

A partire dalle testimonianze raccolte, l’autore ritiene che, mentre per i detenuti maschi la rivolta contro il carcere si manifesta come una lotta di potere, per le donne, invece, lo scontro con l’istituzione totale diviene «pratica di liberazione finalizzata alla disarticolazione dei rapporti di dominio» [p. 254]. Quella espressa dalle donne sarebbe dunque, sostiene Quadrelli, una sorta di “inimicizia esistenziale”, non dissimile da quella del colonizzato nei confronti del mondo coloniale, che può evolversi anche in forme politiche. È a partire dallo scarto tra affermazione di potere (maschile) e pratica di liberazione (femminile) che, secondo l’autore, si spiega la tenuta più estesa della sorellanza tra le detenute rispetto alla fratellanza nelle sezioni maschili.

Come per i combattenti vietnamiti, e qua la relazione donne/popoli colonizzati sfuma fino a confondersi, resistere è già vincere. Resistere, non tanto per affermare un improbabile rapporto di potere, ma per testimoniare una presenza, un modello di relazione, un’identità irriducibile alle logiche del dominio. Nei maschili l’obiettiva impossibilità di continuare a combattere, sul piano militare, finisce con il fare implodere gran parte dei rapporti sociali e dei legami solidali, dando il via a un gioco al massacro dove l’unica logica sembra essere: solo i più forti sopravvivono. In altre parole, solo la forza individuale può garantire la possibilità di affermazione e sopravvivenza. Nelle donne tende a prevalere, invece, un io collettivo. Perché esse saggiamente sanno che si è deboli o forti come collettività e comunità [pp. 256-257].

Le carceri femminili iniziano a popolarsi di detenute politiche dopo il 1977, quando ormai, sostiene Quadrelli, a differenza della generazione precedente, la scelta di imbracciare le armi più che da solide motivazioni ideologiche deriva dalla rabbia, dall’odio, dall’insofferenza e dall’impazienza di buttare tutto all’aria. Stando a diverse testimonianze raccolte dall’autore, la “sorellanza” all’interno dei femminili inizia a sgretolarsi soltanto dopo il 1983, e se tali sezioni, come detto, sono toccate soltanto marginalmente dal “pentitismo” e dalla deriva “epurativa” di alcune formazioni guerrigliere, a far implodere i vincoli di solidarietà concorrono piuttosto in maniera rilevante le logiche di governamentalità assunte dall’istituzione totale volte a patologizzare ogni forma di conflittualità isolando l’individuo dalla sua appartenenza ad ambiti collettivi.

A differenza delle sezioni maschili, in cui i vincoli di solidarietà sono già allentati da derive interne al corpo detenuto, quelle femminili reggono fino ai primi anni Ottanta, per poi crollare con il mutare della composizione del corpo prigioniero, sempre più composto da tossicodipendenti, e con il prendere piede del processo di medicalizzazione dei soggetti conflittuali. Fino a tutti gli anni Settanta i comportamenti conflittuali, in tutte le loro molteplici espressioni, sono interpretati come varianti, più o meno estreme, di conflitto sociale e come tali vengono contrastati dalle istituzioni. Con il passaggio al nuovo decennio l’idea stessa di “conflitto” viene accantonata in favore di quella di “disagio”, dunque i comportamenti considerati illegittimi

non sono più trattati in termini di repressione, o meglio non solo, ma prevalentemente di cura. Le pratiche illegali, indipendentemente dalla loro natura, non configurano più, pertanto, l’esistenza di un’altra città, di un’altra morale o di stili di vita forse illegittimi, ma profondamente radicati e completamente normali in determinati mondi sociali. [...] Spostando l’attenzione dal conflitto alla patologia esplicitamente si ammette che la società è una ed è tale perché comunemente condivide un unico insieme di valori. [...] Compito prioritario della società, la cui unicità è indiscutibile, è educare tutti i suoi figli e riportarli nell’ambito dei valori comuni [pp. 266-267].

Gli anni Ottanta si aprono dunque con un vero e proprio cambio di paradigma di controllo sociale derivato, sottolinea Quadrelli, non da un progetto pianificato a tavolino, ma dal constatare empiricamente, strada facendo, l’efficacia di «un intervento improvvisato che inizia a prendere forma nel momento in cui il fenomeno eroina assume sempre più i tratti dell’emergenza. Da “corpo ribelle”, il mondo carcerario si trasforma in “corpo malato”, sostanzialmente docile e mansueto» [p. 270]. Insomma, a mandare in frantumi il mondo della “sorellanza” sono soprattutto l’eroina, la medicalizzazione del conflitto, la rilegittimazione della malavita tradizionale e, a partire dalla metà del decennio, la presenza sempre più massiccia all’interno delle carceri di donne straniere portatrici di culture e condotte aliene a quel mondo, con il conseguente riemergere dell’importanza della linea del colore anche all’interno del corpo prigioniero.

Più che le leggi sui “pentiti” e i “dissociati” – strumenti che «appartengono alla tradizionale gestione e risoluzione dei conflitti, politici e sociali, all’interno dei quali la relazione di inimicizia è giocata in tutta la sua intensità» [pp. 279-280] –, la «stragrande maggioranza dei guerriglieri, ma anche dei banditi e dei rapinatori, troverà all’interno della nuova legge penitenziaria lo strumento, apparentemente tecnico, per porre fine allo stato di guerra degli anni precedenti» [pp. 281-282]. Una tecnica disciplinare capace di estendersi all’intero corpo sociale tutto sommato, sostiene Quadrelli, «non dissimile da quella messa in atto dai comitati di salute pubblica all’interno delle carceri che, non incidentalmente, si preoccupa in prima battuta di azzerare le biografie individuali sedimentate dagli eventi storici per sostituirle con le biografie legittime costruite dal potere-sapere degli apparati di controllo» [p. 282]. Una riforma penitenziaria che, spostando «l’ordine del discorso dalla storia al patologico, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale» [p. 282], «non ha sicuramente contribuito a decarcerizzare la società ma, semmai, a dilatare, estendere, fino a rendere normale e trasparente la forma carcere ben oltre le sole mura penitenziarie» [p. 287].

Il capitolo introduttivo1 di cui si avvale la nuova edizione (2024) del volume di Quadrelli, steso per l’occasione insieme a Bruno Turci, avvalendosi di diverse testimonianze, puntualizza come l’episodio dell’uccisione di Francis Turatello, avvenuta nell’estate del 1981 nel carcere di Nuoro, sia dunque da leggere come manifestazione non dell’inizio della fine di una stagione particolare della criminalità di questo Paese, ma come evento permesso da una fine avvenuta già da almeno un paio di anni. La figura di Turatello «non ha nulla di romantico e solo in parte ha a che fare con la cornice culturale ed esistenziale delle batterie degli anni Settanta. Turatello è figlio di un’altra epoca anche se, non diversamente dalle batterie, rappresenta una rottura radicale rispetto ai mondi tradizionali della malavita» [p. 7]. Si tratta di un gangster interessato a fare soldi fornendo, con le sue bische, un servizio che, per quanto illegale, appare legittimo agli occhi della maggioranza della popolazione milanese, un uomo di potere, certo, che però non esercita in maniera dittatoriale, alla maniera della criminalità organizzata, più propenso al “vivi e lascia vivere” e che ognuno si occupi del proprio settore senza interferire con quello altrui. «Turatello è figlio di quella mentalità dove l’essere un “bravo ragazzo”, di qua la sua obiettiva affinità elettiva, culturale più che esistenziale, con il mondo delle batterie, è il solo e unico passaporto che conta» [p. 9]. Ed è per questo che, nonostante amasse dichiararsi di destra, non si è prestato alle richieste di collaborazione dello Stato per darsi da fare all’epoca del sequestro Moro «perché lui è un “bravo ragazzo” e “bravi ragazzi” sono i brigatisti mentre, per definizione, chi sta con lo Stato è solo un infame» [p. 22]. In un mondo ormai cambiato, dentro e fuori dal carcere, in cui la ventata di illegalità barbarica è stata rimossa, e con essa il senso di appartenenza collettiva e l’idea stessa di lotta, la “nuova società” degli anni Ottanta

può certo felicemente convivere con ogni forma di organizzazione criminale, ma non può tollerare gangster e banditi. È il tempo storico di Turatello a venir meno e, con questo, quello di un’intera tragica epopea. Ma il tempo storico che segna la fine dell’epopea di Turatello è esattamente il tempo storico entro il quale tutti noi siamo costretti, così come quella tragica epopea è stata per intero anche la nostra epopea poiché, tutti, siamo stati da una parte o dall’altra della barricata. Del resto, in mezzo, può starci solo la barricata [p. 23].

Ecco perché quell’uccisione, che soltanto pochi anni prima sarebbe stata impensabile all’interno delle carceri, secondo Quadrelli, Turci e diversi altri intervistati, segna un’avvenuta trasformazione e non il suo inizio.

L’ultima parte del volume è dedicata allo spaesamento esistenziale patito dagli uomini e dalle donne che hanno vissuto conflittualmente gli anni Settanta e all’avvento di un nuovo tipo di illegalità di cui sono portatori soprattutto soggetti immigrati. Nel momento in cui l’ordine che hanno osato infrangere è stato ristabilito in forme nuove, per certi versi ancora peggiore di quello dell’ancien regime precedente, banditi e guerriglieri, privati della loro identità personale e collettiva, incapaci di riconoscersi nel nuovo panorama carcerario, all’uscita si ritrovano catapultati in un mondo completamente mutato in cui non esiste più quel contesto sociale che aveva legittimato o, almeno, tollerato le loro vecchie scelte. Comune a molti uomini e donne intervistati è la lucida consapevolezza che la loro nuova condizione di vita, grigia, competitiva, gerarchizzata e individualizzata, non è una sorta di pena accessoria a cui sono condannati per il loro passato turbolento, ma è la tragica normalità vissuta da tutti e tutte fuori dal carcere.

Circa il nuovo tipo di illegalità immigrata, occorre tener presente che il volume è stato steso da Quadrelli all’inizio del nuovo millennio e che nel frattempo il fenomeno ha inevitabilmente subito evoluzioni. L’autore inquadra il nuovo contesto immigrato all’interno di una realtà più generale in cui

il problema intorno al quale ruotano le esistenze di ampie quote di popolazione subordinata [consiste nella] assenza di una dimensione storica propria all’interno della quale esercitare la particolarità dei propri diritti. Una condizione che attraversa, con diversi gradi d’intensità, l’insieme delle classi subalterne. La reale differenza tra i barbari di ieri e la moltitudine selvaggia di oggi non è che lo scarto tra un’epoca in cui le classi sociali subalterne ponevano al centro della loro pratica sociale e politica l’affermazione dei propri diritti e una dove l’idea stessa di imporli è svanita. [...] La tendenza è la ricerca di vie di fuga individuali o di forme di microdominazione nei confronti di chi si mostra più debole. In tutto ciò non vi è nulla di nuovo ma il bieco e realistico riconoscimento degli inossidabili rapporti di dominazione [p. 329].

La generazione che si è spesa “andando ai resti” negli anni Settanta, oltre che per l’irriducibilità conflittuale con cui è scagliata contro l’esistente, si è contraddistinta anche per aver partorito figure di analisti sociali capaci di offrire chiavi di lettura non convenzionali ancora preziose. Emilio Quadrelli è l’espressione esemplare di un universo conflittuale che, con tutti i limiti e le tragedie di quella stagione, merita ancora oggi di essere conosciuto.

Note

1) Si veda a tal proposito lo scritto pubblicato in due parti uscito su “Carmillaonline”: Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 1, «Carmillaonline», 25 Febbraio 2023 e Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 2, «Carmillaonline», 28 Febbraio 2023 

Fonte 

Una bambina di quattro anni è morta di difterite

In Italia non succedeva dal 1991. Non ce l’ho con quei genitori. Ce l’ho con chi li ha convinti.

Scrivo questo articolo con le mani che tremano un po’, e vi chiedo scusa in anticipo se non sarò freddo come dovrebbe essere un medico.
Alcuni giorni fa, all’ospedale dei Bambini di Palermo, è morta una bambina di quattro anni.
I primi sintomi erano comparsi la settimana scorsa. Febbre, vomito, inappetenza. Sembrava una tonsillite – perché così sembra, all’inizio. Poi le condizioni sono precipitate. È stata intubata, portata in terapia intensiva, e i medici hanno tentato anche la circolazione extracorporea: l’ultima cosa che si può fare quando il cuore e i polmoni non reggono più.
Non è bastato. La tossina aveva già colpito il cuore, il fegato, l’intestino.
I tamponi sono positivi al batterio della difterite. La conferma definitiva dell’Istituto Superiore di Sanità arriverà nei prossimi giorni – finché non arriva parliamo di sospetto – ma il direttore sanitario ha detto che per loro dubbi non ce ne sono.
La bambina non era vaccinata.
L’ultima morte per difterite in Italia risale al 1991. Trentacinque anni fa.

Ai genitori, prima di tutto il resto

Da stamattina leggo commenti feroci contro quel padre e quella madre. Capisco la rabbia. Non ci partecipo, e vi chiedo di non parteciparci.
C’è una famiglia che ha perso una figlia di quattro anni. Ci sono quattro fratelli che hanno perso una sorella. E ci sono due genitori che dovranno convivere, ogni singolo giorno per il resto della loro vita, con una domanda che nessuno di noi vorrebbe nemmeno sfiorare.
Non esiste punizione che il mondo possa aggiungere a questa. Nessuna.
Non li conosco e non li giudico. So soltanto una cosa, dopo quarant’anni passati in un ambulatorio pediatrico: nessun genitore rinuncia a un vaccino perché non ama suo figlio.
Mai. Nemmeno una volta, in quarant’anni.
Ci rinuncia perché ha paura. E la paura, nei genitori, nasce esattamente nello stesso posto in cui nasce l’amore. Chi non capisce questo non ha mai fatto il mio mestiere.
Quei due, oggi, sono le vittime più devastate di questa storia dopo la loro bambina.

Adesso passo alla parte in cui non sono più gentile

Perché se la mia rabbia non va verso di loro, da qualche parte va.
Va verso chi li ha convinti.
In questi anni si è costruita un’industria del dubbio. Non uso la parola a caso. C’è chi ci ha costruito sopra un pubblico, una notorietà, una carriera, in qualche caso un reddito. Ci sono libri, conferenze, video, canali. C’è tutto un ecosistema che vive del terrore dei genitori, e che quel terrore lo coltiva perché è la sua materia prima.
E poi – e questa è la parte che mi fa più male – ci sono migliaia di persone perbene che condividono.
Persone che non hanno alcuna cattiva intenzione. Che inoltrano un video nel gruppo WhatsApp della scuola. Che ripubblicano un post perché “fa riflettere”, “male non fa”, “sentiamo tutte le campane”. Che non hanno letto lo studio, non hanno controllato la fonte, non hanno verificato se quel medico esercita ancora.
A voi voglio dire una cosa, con tutto il rispetto: quel gesto non è neutro.
Condividere non è un’opinione. È un atto che ha conseguenze. Quel contenuto arriva a un genitore che sta decidendo, e quel genitore lo legge nel gruppo della scuola – cioè nel posto dove si fida – e ci trova la faccia di qualcuno che conosce.
E quel messaggio, in quel momento, pesa più di me. Pesa più di quarant’anni di dati.
Vorrei che chi ha condiviso quei contenuti negli ultimi anni oggi ci pensasse. Non per sentirsi in colpa: non è quello che chiedo, e la colpa non serve a niente. Ma per pensarci la prossima volta, prima di premere “inoltra”.
Perché una catena di condivisioni non ha un colpevole. Ha mille persone che hanno fatto un gesto piccolissimo. E in fondo alla catena, qualche volta, c’è un bambino.

Qualche spiegazione: cosa è la difterite, per chi non l’ha mai vista

Nessuno l’ha mai vista. Io compreso, e ho quarant’anni di mestiere alle spalle.
Comincia come un mal di gola qualunque. Poi nella gola si forma una membrana grigiastra, spessa, aderente, che ostruisce progressivamente il respiro. Un tempo la chiamavano “il male che strangola i bambini”.
Ma ciò che uccide più spesso non è il soffocamento: è una tossina che il batterio produce e che entra nel sangue, raggiungendo il cuore, i nervi, i reni. Nei non vaccinati, senza trattamento adeguato, la difterite è letale in circa tre casi su dieci.
E c’è un dettaglio che dovrebbe restare a tutti: il vaccino non protegge dal batterio, protegge dalla tossina. Non impedisce di incontrare l’infezione – impedisce che l’infezione uccida.
È esattamente ciò che qui è mancato.
Negli ultimi trent’anni in Italia si sono accertati otto casi di difterite, tutti non letali, tutti causati da ceppi che la tossina non la producevano.
Poi stanotte.

Il paradosso che dobbiamo capire

Ecco il punto che vorrei restasse più di ogni altro.
I vaccini sono vittime del proprio successo.
Funzionano così bene da far sparire le malattie dalla nostra vista. E quando una malattia sparisce dalla vista, sparisce anche dalla mente: diventa una cosa dei libri di storia, dei racconti dei nonni, delle fotografie in bianco e nero.
A quel punto succede l’inevitabile. Resta visibile solo il rischio del vaccino, mentre il rischio della malattia diventa invisibile.
Da una parte una puntura, la febbriciattola, la possibilità rarissima di una reazione. Dall’altra parte, apparentemente, niente. Un fantasma.
Ma il fantasma non se n’era andato. Si era soltanto tolto dai piedi finché eravamo in tanti a difenderci.
Nel mondo, nel 2025, l’OMS ha registrato oltre 30.000 casi di difterite. Nei Paesi dell’Unione Europea, nel solo 2024, ne sono stati segnalati 151. Il batterio non è stato eradicato da nessuna parte, e viaggia esattamente come viaggiamo noi.
E non riguarda solo la difterite.
Il morbillo in Italia sta risalendo: nei primi cinque mesi del 2026 le segnalazioni sono state 609 contro le 342 dello stesso periodo dell’anno prima. Quasi il doppio. La copertura della seconda dose di MPR è ferma all’84%, e nessuna Regione italiana raggiunge il 95% necessario a fermare la circolazione del virus.
Negli Stati Uniti va molto peggio, ed è il risultato diretto di scelte politiche che hanno sistematicamente alimentato il dubbio: nel 2026 hanno superato i 2.300 casi di morbillo, il massimo dal 1991, con il 93% dei malati non vaccinato. Rischiano di perdere lo status di Paese in cui il morbillo era stato eliminato.
Non è sfortuna. È una conseguenza.

Il dettaglio che mi toglie il sonno

Nelle cronache di oggi si legge che quei genitori avrebbero rinunciato ai vaccini perché convinti che l’autismo di un cugino fosse stato causato dal vaccino trivalente.
Non so se sia vero. Sono notizie giornalistiche, e le riporto con tutte le cautele.
Ma se lo fosse, guardiamo insieme cosa significa.
Il vaccino contro la difterite non è il trivalente. Sono due vaccini diversi, componenti diverse, momenti diversi della vita. La difterite si previene con l’esavalente, nei primi mesi.
La paura riguardava una cosa. La bambina è morta di un’altra.
Ed è così che funziona la disinformazione. Non convince di un fatto preciso: semina una diffidenza generale, indistinta. Poi quella diffidenza si allarga da sola, copre tutto, e alla fine lascia scoperto proprio il punto da cui arriverà il colpo.
Chi diffonde quei contenuti non ha detto a quella famiglia “non vaccinate contro la difterite”. Ha detto qualcosa di più vago e di più efficace: “non fidatevi”.
Sul legame tra vaccini e autismo ripeto quello che ripeto da anni. È stato cercato sul serio, da persone che avrebbero avuto tutto da guadagnare a trovarlo. Su 657.000 bambini in Danimarca. Su 95.000 negli Stati Uniti, compresi quelli che avevano già un fratello autistico, quindi con un rischio più alto in partenza. Su oltre un milione nelle analisi complessive.
Nessun aumento del rischio. Mai.
E l’autismo – che esiste, che è reale, e con cui migliaia di famiglie italiane convivono ogni giorno con enorme fatica – comincia a manifestarsi tra i dodici e i ventiquattro mesi. Cioè esattamente nell’età in cui si fanno i vaccini. Qualunque cosa si facesse a quell’età sembrerebbe la causa.
Non è colpa di quei genitori se hanno creduto a questo. È colpa di chi glielo ha raccontato.

Quello che chiedo alle famiglie

Non a tutte. So bene che chi ha già deciso di non ascoltare non cambierà idea per un articolo, e ho smesso da tempo di illudermi.
Parlo a chi ha dei dubbi e li tiene aperti. A chi è incerto. A chi ha letto qualcosa che l’ha spaventato e non sa più a chi credere.
Controllate il libretto vaccinale dei vostri figli. Stasera. Guardate i richiami, guardate le date.
Se avete saltato qualcosa, non è tardi. Non si ricomincia da capo: si riprende da dove ci si era interrotti, a qualunque età. Chiedete al vostro pediatra o al centro vaccinale.
E se avete paura, ditela. A voce alta, nel mio ambulatorio o in quello del vostro pediatra. Non esistono domande sciocche e non esistono domande imbarazzanti – e se qualcuno vi fa sentire stupidi perché fate una domanda su vostro figlio, quel qualcuno sta sbagliando mestiere.
Io preferisco mille volte un genitore che dubita, chiede, discute e alla fine sceglie capendo, a uno che firma senza guardare. L’ho scritto tante volte: preferisco famiglie convinte a famiglie adempienti.
Ma per convincersi bisogna parlare. E per parlare serve qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.
Io ci sono. E i miei colleghi anche.

Un’ultima cosa, ai colleghi

Una malattia che non vediamo da trentacinque anni è tornata a uccidere.
Rimettiamola tra le diagnosi possibili davanti a un mal di gola che peggiora in fretta in un bambino non vaccinato. Perché la difterite, all’inizio, sembra una tonsillite. Sembra esattamente una tonsillite.
E se non ci pensiamo, non la vediamo.

Rischi e limiti

La causa del decesso non è ancora ufficialmente confermata: i tamponi sono positivi al batterio, ma si attende l’accertamento dell’Istituto Superiore di Sanità.
È in corso un’indagine della Procura, che riguarda anche la ricostruzione del percorso assistenziale. Non entro nel merito e invito a non farlo: un’inchiesta serve esattamente a stabilire ciò che oggi nessuno sa.
Le informazioni sulle motivazioni della famiglia provengono da fonti giornalistiche e non sono verificate.

Cosa cambia da ora in poi?

Per i genitori. Controllate il libretto vaccinale. Se mancano richiami, chiedete: si recupera sempre, a qualunque età.
Per chi condivide contenuti sui social. Prima di premere “inoltra”, chiedetevi due cose: chi lo ha scritto, e cosa succede se qualcuno ci crede.
Per tutti noi. Questa storia ha una lezione sola, e non riguarda una famiglia di Palermo.
Riguarda il fatto che ci eravamo dimenticati di avere paura.
E che la difterite, invece, non si era dimenticata di noi.

Fonti: ANSA, Il Post, Giornale di Sicilia, Euronews (20 agosto 2026) · OMS, dati difterite 2025 · ECDC, sorveglianza difterite UE/SEE 2024 · ISS-EpiCentro, morbillo e coperture vaccinali in Italia · Hviid A et al., Ann Intern Med 2019 · Jain A et al., JAMA 2015 · Taylor LE et al., Vaccine 2014.

Fonte

15/08/2026

Russia verso le elezioni: vittoria scontata ma Putin si sta sta perdendo un pezzo di società

di Fulvio Scaglione 

Su Polymarket, il più grande sito di scommesse predittive oggi attivo sul pianeta, la sconfitta di Russia Unita, il partito putiniano, alle elezioni parlamentari del 20 settembre è data all’1,6%. Invece il ritorno di Gesù Cristo sulla terra nel 2027 è dato al 2%. In poche parole, è considerato più probabile. Non servirebbero molte altre considerazioni per capire quale sia il clima in cui i russi si apprestano a votare per rinnovare il mandato quinquennale ai 450 deputati della Duma in quella che Volodymyr Zelensky ha giustamente definito “un’elezione farsa”. Comunque sia, i più recenti sondaggi danno l’attuale maggioranza di Governo (in sostanza Russia Unita e Partito liberal-democratico, più un certo numero di candidati indipendenti) intorno a un comodo 65%, senza contare gli appoggi esterni (per esempio quello di Novye Ljudi, dato intorno all’11%) e nonostante la flessione di Russia Unita, ampiamente compensata, però, dalla crescita dei nazionalisti liberal-democratici.

Non sarà inutile, però, ricordare brevemente come si è giunti a questo appuntamento. Il rumore di fondo, ovviamente, è quello della guerra con l’Ucraina, arrivata a quattro anni e mezzo di durata. Sarebbe però un errore pensare che sia solo la guerra a influenzare il sentiment dei russi, soprattutto in questa fase. E illusorio credere che proprio l’eventuale insoddisfazione della popolazione per i risultati al fronte possa aprire crepe decisive nel sistema di potere del Cremlino. Certo è che in questa prima metà abbondante del 2026 abbiamo assistito a un progressivo calo della fiducia (o aumento della sfiducia, dipende dai punti di vista e dalle speranze di chi osserva) nei confronti delle autorità. Putin, che all’inizio dell’anno ancora godeva di un tasso di approvazione intorno all’81%, in aprile era sceso sotto il 67%. E con lui il governo di Mikhail Mishustin, giudicato positivamente solo da poco più del 40% dei cittadini.

Un crollo rapido, iniziato però prima che l’Ucraina cominciasse a colpire a ripetizione le infrastrutture russe, anche molto in profondità nel territorio, causando apprensione e disagi come il razionamento della benzina e del diesel, che hanno impattato non solo sulle abitudini quotidiane ma anche sulle attività economiche. Questo perché il 2026 era comunque cominciato all’insegna di una difficoltà generale, all’insegna di prezzi più alti e tasse più numerose e pesanti (ne abbiamo parlato nello specifico qui su InsideOver), che i russi non avevano fino ad allora sperimentato, nonostante la guerra. In parallelo, i russi hanno cominciato a rifiutare il sempre più stringente controllo di Stato sulla loro libertà di comunicare. Anche di questo abbiamo parlato qui, sia molto di recente (si legga qui) sia in tempi meno sospetti di questi.

L’apice simbolico di questa campagna, che ha radici che risalgono a ben prima dell’invasione dell’Ucraina, può essere considerato il mandato d’arresto internazionale spiccato nei confronti di Pavel Durov, il creatore di Telegram, accusato di complicità col terrorismo per il fatto che la sua piattaforma protegge i dati di tutti gli utenti, buoni o cattivi che siano. Come si diceva, un apice perché dal 2019 il Cremlino persegue senza deflettere il progetto di creare un Internet russo (chiamato appunto RuNet) che all’occorrenza possa essere staccato dal World Wide Web e funzionare in maniera autonoma, ovviamente sotto il diretto controllo delle autorità. Nel frattempo i social occidentali sono stati bloccati (e vedremmo tra poco perché) e per tutta una serie di funzioni i russi sono ora costretti a servirsi di Max, l’app di Stato che trasferisce tutti i dati e le comunicazioni degli utenti ai servizi segreti.

Ma ora Putin recupera

Può sembrare un paradosso ma le vicende tormentate della guerra, con gli ovvi risvolti patriottici e nazionalisti e con le notizie “positive” perennemente gonfiate, servono semmai a rinsaldare il rating delle autorità. E infatti: da quando il Cremlino è riuscito a rimediare alla carenza di carburanti portata dalle incursioni ucraine contro depositi e raffinerie (i giornali occidentali ne parlavano un mese fa come della crisi decisiva, ora non ne parlano più) e ha cominciato a replicare zerkalno (in russo “specularmente”, è una delle espressioni favorite di Putin) colpendo i porti ucraini e le navi che vi si dirigono sul Mar Nero, anche l’opinione pubblica ha in parte cambiato orientamento. L’ultima (inizio agosto) ricerca del Levada Center, l’unico centro affidabile rimasto per l’osservazione della società russa, attesta che Putin sta recuperando nella fiducia dei cittadini (siamo al 74%: non è l’81% di inizio anno ma nemmeno il 67% di poche settimane fa) e che il 54% dei russi pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione (il 29% pensa il contrario).

Quello che è più interessante notare, e che rivela molto dei movimenti interni alla società russa, è la spaccatura sotterranea che questi dati rivelano. Sia per Putin personalmente sia per il giudizio complessivo sulla situazione del Paese, vale la stessa considerazione: ad approvare sono soprattutto i meno giovani (over 55), gli abitanti delle grandi città e i benestanti; a criticare sono i giovani (tra i 18 e i 40 anni la percentuale degli insoddisfatti totali sfiora il 35%), gli abitanti delle province (dove le vittime della guerra sono più numerose) e i meno garantiti. Insomma: patriottismo e nazionalismo possono garantire un’apparenza di compattezza ma i problemi della vita quotidiana di fatto stanno dividendo la società russa in due porzioni che hanno esigenze diverse che potrebbero, se la tendenza non viene in qualche modo corretta, diventare anche contrapposte. Anche se per ora la questione demografica, che ha portato l’età media dei russi a 40,7 anni, sembra lavorare per Putin.

Il Levada Center, infine, aggiunge un dato significativo. Il tasso di approvazione è particolarmente alto (82%) tra i russi che hanno la televisione come principale o esclusivo strumento d’informazione, mentre è particolarmente alto (50%) il tasso di disapprovazione tra coloro che usano i social per informarsi. Il che spiega più che a sufficienza le dinamiche che abbiamo qui sopra provato a descrivere.

Riferimenti

Per i sondaggi.

Per il controllo sui social.

Per la rilevazione del Levada Center.

Fonte

12/08/2026

L’Italia di oggi

Marina ha 38 anni, lavora in una cooperativa di pulizie, guadagna 800 euro al mese, vorrebbe sposarsi con il compagno ma l’azienda sta tagliando le ore per risparmiare.

Stella lavora in un bar fino al mattino perché il marito ha abbandonato lei e la sua bimba di 4 anni e lei deve portare il pane a tavola. Guadagna 1100 euro. Per far quadrare i suoi conti, deve chiedere aiuto a sua madre, pensionata e vedova, che lo Stato sostiene con poco più di 700 euro.

Marco ha 42 anni, si fa il mazzo da mattina a sera. Va avanti e indietro sulla statale 18, rischiando la vita ogni momento. Guadagna 1700 euro, uno stipendio che dieci anni fa lo aveva fatto sentire Bill Gates e che oggi, con il carburante a 2,30 al litro, gli lascia ben poco potere d’acquisto. Dice che ama la fidanzata e vorrebbe un figlio da lei. Ma poi dice che di notte, nel letto, a luce spenta, si fa due calcoli e teme di non poter dare a suo figlio il futuro che spera per lui.

Poi c’è Maria. Maria ha 50 anni ed è in salute, per fortuna, ma non trova lavoro. Tre anni fa ha deciso di lasciare un marito idiota che l’assillava con scenate di rabbia solo perché aveva messo un like a un vicino di casa o sotto la foto di Stefano De Martino.

A lei dicono che non è più giovane per fare certi lavori o per impararli, e non è nemmeno vicina all’età pensionabile. Maria, come tante donne e tanti italiani, vive nel limbo dell’incertezza, non sa che ne sarà del suo domani e le viene impedito di sognare.

Il marito invia i soldi del mantenimento a singhiozzo e lei per mantenersi deve fare piccoli lavoretti in nero, fa le pulizie, stira ad ore, accompagna un’anziana a fare le commissioni, ma non sa mai quanto guadagnerà questo mese, se può permettersi una piega dal parrucchiere o se potrà mangiare pesce fresco almeno una volta.

Poi c’è Vito, nome italiano ma pelle scura, che sul cantiere deve lavorare il doppio degli altri perché lui è quello nero della situazione e quindi lo schiavo nell’immaginario collettivo. Nessuno glielo ha mai detto, ma lo ha compreso dagli sguardi e dalla risatine dei colleghi. Gli danno 1000 euro per fare lo schiavo sotto il sole e deve stare pure zitto perché siccome è nero non è che tutti siano disposti a dargli lavoro.

Va al lavoro in bici e ci arriva già sudato come una cozza. Ma non è per risparmiare. È perché lui la macchina non può comprarsela, nemmeno di seconda o terza mano. Non è per razzismo, eh, è solo che quelli con la pelle scura sono schiavi e basta. Lavorano di più per guadagnare meno. Non lo so chi l’ha deciso ma è così. Per la società è così.

Questa è l’Italia di oggi. Non a Milano, non a Bergamo, non a Roma. Qui, da noi, al sud, nella meravigliosa Riviera dei Cedri, tutta sole e mare.

Al sud, dove una volta si viveva in serenità, dove una volta un operaio era benestante e comprava la villetta vista spiaggia.

Non oso immaginare come viva la gente al nord, dove una stanza condivisa costa 800 euro al mese.

Eppure sento parlare di tutto, di tutto, meno del fatto che lo Stato, dalla pandemia in poi, ci ha messo in modalità sopravvivenza.

Moriamo di più, perché facciamo meno prevenzione; siamo più tristi, perché non abbiamo svaghi; non facciamo più figli perché non li possiamo mantenere e perché il solo pensiero di metterli a questo mondo ci fa rabbrividire.

Ma siamo immobili, imbambolati, incapaci di reagire, di ribellarci e di far valere i nostri diritti.

Leoni sui social e coglioni innanzi al potere.

E non riesco ancora a capire il perché, cos’è che ci ha disarmato mentalmente.

Fonte

11/08/2026

In Cina la manodopera non è più a basso costo

Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale

di Gioacchino Toni

Luciano Di Gregorio, La necessità del mito. Eroi, supereroi e mostri. Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 226, € 20,00

Nelle civiltà arcaiche, la narrazione mitica serviva a spiegare l’ignoto, a giustificare l’ordine sociale e a dare risposte a catastrofi naturali in assenza di conoscenze scientifiche. Il perdurare della mitopoiesi ai nostri giorni, sostiene Luciano Di Gregorio nel suo libro La necessità del mito (Mimesis, 2026), sembra rispondere a un generale senso di insicurezza e di impotenza che caratterizza una realtà sempre più indecifrabile e minacciosa che non trova conforto nella razionalità scientifica. Insomma, di fronte all’ignoto, come accadeva nelle comunità antiche, ancora una volta l’umanità sembra non disdegnare di cercare rifugio nell’immaginario mitologico.

Secondo lo studioso, l’interpretazione della realtà attraverso il mito nella società contemporanea ha a che fare con il desiderio degli esseri umani di rappresentarsi o di identificarsi in figure dotate di superpoteri. Ciò è suggerito dalle pubblicità, nell’attribuzione di superpoteri alle merci o a determinate pratiche di consumo, così come dai social media, caratterizzati dall’insistita autoattribuzione di facoltà straordinarie da parte degli utenti, e dalle illimitate promesse tecnologiche. Certo, quello contemporaneo è un mito democratizzato, che vede l’individuo accontentarsi del successo di riflesso. In linea con l’imperversante logica prestazionale, l’essere umano si sente in dovere di ottenere un’affermazione pubblica straordinaria e, in mancanza di potere reale, il desiderio di sentirsi parte di un’aura mitologica ripiega sulla partecipazione e sull’identificazione.

L’attribuzione di superpoteri a leader carismatici tende a trasformare le comunità in “tribù” omogenee, propense ad affidarsi ciecamente a queste figure “rassicuranti”, percepite come divinità contemporanee o supereroi capaci di risolvere, come per incanto, i problemi complessi con formule magiche o slogan. La giustificazione dell’autoritarismo e l’accettazione delle disuguaglianze, sottolinea lo studioso, rappresentano il prezzo da pagare in cambio del senso di sicurezza emanato da tali leader carismatici. Anche la religione continua a fare la sua parte, rispondendo al bisogno di protezione attraverso il rimando alla provvidenza divina, oltre che a leader religiosi rassicuranti nella loro promessa di un mondo migliore.

Secondo Di Gregorio è dunque possibile leggere la mitopoiesi del supereroe come risposta a una necessità securitaria globale. Che ci si affidi a un brand commerciale, alle promesse di qualche tecno-guru, a un demagogico leader politico autoritario o a un’entità spirituale, l’obiettivo profondo degli esseri umani contemporanei è il medesimo: allontanare il senso di precarietà e immaginare un futuro migliore, sentendosi parte della fazione vincente della società.

Anche nella civiltà contemporanea, accanto alla visione razionale, perdura una modalità immaginaria di approccio alla comprensione della realtà e alla visione del mondo che riprende il mito, in particolare quello dell’eroe, attualizzandolo e indirizzandolo a svolgere una funzione protettiva nei confronti delle minacce che inquietano la nostra epoca. Nei periodi di incertezza sociale, l’individuo proietta il proprio Ideale dell’Io su una figura esterna di leader carismatico, accettando una forma di sudditanza che prevede l’annullamento del pensiero critico e della propria originalità.

Molti dei miti originati in epoche lontanissime conservano attualità ancora oggi, in un contesto enormemente mutato. L’antico “mito dell’eroe”, con il suo archetipico viaggio – comprendente la chiamata all’avventura, la lotta contro le forze oscure e il ritorno del sé trasformato –, continua ancora oggi a rispecchiare la lotta degli individui contro l’ignoto e il desiderio di superare anche gli ostacoli più ardui. A differenza dell’eroe di un tempo, quello contemporaneo non è più un semidio dotato di poteri straordinari, ma un individuo capace, grazie alla resilienza e al coraggio, di compiere imprese che possono dirsi eroiche pur non disponendo di abilità soprannaturali; imprese che consentono di continuare a essere propositivi in un mondo che richiede invece accettazione e inazione.

Nella cultura pop gli eroi incarnano la classica traiettoria di scoperta di sé e lotta contro il male. Il ritorno dei simboli mitici e delle fiabe agisce in maniera compensativa: di fronte a una realtà sempre più tecnologizzata, l’essere umano riscopre la necessità della fantasia e del simbolo. In un’epoca segnata da un’angoscia crescente, il mito contribuisce a ridurre il senso di impotenza.

Se da un lato il ricorso al mito viene finalizzato al mantenimento e alla giustificazione dell’ordine sociale, dunque all’inazione e all’accettazione, dall’altro può servire a ridurre tale senso di impotenza. Resta da vedere se, in questo secondo caso, il ricorso al mito si limiti ad agire da anestetico, utile a sopportare la realtà, o funga da stimolo al cambiamento della stessa.

Fonte