Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/08/2024
Non, je ne regrette rien. Per Emilio Quadrelli (1956-2024)
C’era una rivista che leggevo da ragazzino, una rivista di musica che si chiamava Rockerilla. La sede, tra l’altro, era a Cairo Montenotte, non lontano da Savona dove vivevo. È sulle pagine di quella rivista che ho incontrato per la prima volta il nome di Emilio Quadrelli. Doveva essere il 1980, e mi colpì moltissimo un suo articolo, intitolato se non ricordo male “Rock e proletariato”. Certo, a catturare la mia attenzione era stato anche il fatto che l’autore scrivesse da non so più quale carcere speciale della Repubblica. Ma avevo già cominciato a leggere i dispacci che provenivano da quei luoghi di segregazione e annientamento. E l’articolo di Emilio mi colpì per la diversa prosa, per la freschezza con cui trasformava una canzone come I can get no, satisfaction nella colonna sonora di un’insorgenza proletaria globale.
Avrei conosciuto Emilio non molti anni dopo, quando nel 1983 uscì per la prima volta dal carcere. E diventammo subito molto amici. Era cresciuto in Via Monterosa, in uno scorcio proletario di Marassi, a Genova, e aveva cominciato giovanissimo a vivere sul crinale tra legalità e illegalità. Soprattutto, giovanissimo era diventato un militante rivoluzionario. Legato a una figura fondamentale della Genova di quegli anni, Gianfranco Faina, si muoveva all’interno dell’autonomia guardando a Senza tregua più che ad altre componenti. Voleva agire, voleva far saltare pullman di lusso spagnoli mentre il regime di Franco metteva in atto le ultime esecuzioni, voleva colpire un’associazione anti-abortista legata alla curia, voleva organizzare un’evasione. Emilio condivideva, negli anni intorno al 1977, una tensione a quella che allora si definiva la “verticalizzazione” dello scontro, diffusa e certo non minoritaria. Questa tensione lo portò ad aderire alla prospettiva della lotta arma, a Prima Linea in particolare. E poi in carcere, per lunghi anni.
Sono solo pochi cenni, a una vicenda complessa che Emilio visse con determinazione senza mai prendere alcuna distanza dalle ragioni delle sue scelte. Al contrario, si può dire che ha mantenuto fino alla fine, fino agli ultimi giorni della sua vita, una estrema fedeltà a quelle scelte. Ma qui sta la peculiarità di Emilio: per lui fedeltà non ha mai significato né ripiegamento agiografico sul passato né dogmatismo. Al contrario, ha sempre cercato di riprendere dagli anni Settanta italiani esperienze e intuizioni teoriche da tradurre nel presente, con la consapevolezza degli scarti radicali e dell’esigenza di un’innovazione altrettanto radicale per rendere efficace quella traduzione.
Uscito dal carcere, Emilio si è impegnato in quest’opera di traduzione ponendosi in ascolto della realtà sociale (ovvero, per lui, della realtà di classe) e dialogando con le componenti che gli parevano di volta in volta più interessanti dei movimenti e delle organizzazioni comuniste. Lo ha fatto per quarant’anni, alcuni trascorsi come ricercatore alla Facoltà di Magistero dell’Università di Genova (La città e le ombre, scritto con Alessandro Dal Lago, è forse il frutto più significativo di quell’esperienza), altri a proseguire un lavoro quotidiano di inchiesta attraverso i suoi due osservatori privilegiati: la palestra, dove oltre a praticare ad alti livelli il powerlifting aveva cominciato ad allenare nella seconda metà degli anni Ottanta, e la comunità dove ha lavorato a lungo con ragazzi prevalentemente di estrazione migrante. I suoi moltissimi libri, anche quando sono intitolati a Lenin o all’autonomia operaia, portano i segni di questo lavoro quotidiano di osservazione, scambio e condivisione.
Negli ultimi mesi Emilio aveva combattuto con coraggio la malattia che lo stava consumando. Lavorava, dialogava, coltivava amicizie e complicità, faceva progetti per il futuro. Tra le altre cose ha preparato la nuova edizione di Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta (DeriveApprodi), scrivendo un nuovo capitolo con Bruno Turci. È un libro straordinario, davvero unico sugli anni Settanta italiani, in cui lo sguardo retrospettivo mette a fuoco i caratteri di una rivolta che investiva e trasformava anche il carcere e i mondi extralegali. Una scrittura nervosa, a tratti quasi cinematografica restituisce lo spirito di un’epoca illuminandone potenzialità ancora inespresse.
Abbiamo appena salutato Emilio, al cimitero di Staglieno a Genova. È il 16 agosto, ma il “tempio laico” non riusciva a contenere la moltitudine di compagne e compagni che si sono stretti attorno a lui. Generazioni lontane, molti giovani e giovanissimi; mondi diversi, la palestra, la comunità, il carcere, le molte stagioni della sua militanza. Non avevano nulla di retorico i pugni chiusi e l’Internazionale, che abbiamo cantato insieme dopo aver ascoltato La mia banda suona il rock e Non, je ne regrette rien. Alla retorica, del resto, Emilio era profondamente estraneo, così come alla nostalgia: troppo forte era la sua ironia, corrosiva in particolare quando si rivolgeva a lui stesso. Ma Emilio era un compagno, era un comunista che dalla frequentazione di mondi diversi derivava sempre nuove motivazioni per rinnovare la sua militanza e la politica di classe. È questa pratica che lascia a noi che restiamo, mentre la sua dolcezza e la sua sensibilità le porterà sempre con sé chi ha avuto il privilegio di averlo vicino.
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15/08/2024
Emilio Quadrelli, un ricordo
Nel reparto oncologia dell’Ospedale Galliera a Genova, poco più di un mese fa, la discussione si protraeva e si faceva accesa. Con Emilio ero raramente d’accordo in politica... Tra lo stupore dei medici, degli infermieri e degli altri attoniti malati la vivace discussione tra il degente e il suo visitatore verteva sul… leninismo. Eravamo partiti commentando la recensione del libro L’altro bolscevismo scritto da Emilio, che il comune amico Sandro Mezzadra aveva da poco pubblicato, per finire poi a parlare del Lenin degli operaisti, tra Toni Negri e Mario Tronti e del destino della forma-partito. Quanto Hegel c’è in Lenin? Marx è veramente così antiautoritario come pare? Soggettività e organizzazione in che rapporto stanno? I quesiti, antichi, insidiosi e per lo più ovviamente inevadibili, echeggiavano per le stanzette striminzite dell’ospedale, divise solo da esili paratie... A un certo punto ce ne siamo resi conto e abbiamo abbassato la voce, e mi è venuto da ridere pensando che pareva quasi fossimo finiti in una fottuta versione di sinistra di Divisione Cancro di Aleksandr Solzenycin... Nonostante la gamba gonfia e i postumi evidenti di una forte terapia farmacologica, Emilio era combattivo e intelligente come al solito. Mi confortai. Temevo di trovarlo peggio. Negli ultimi tempi lo incrociavo di rado, a qualche manifestazione e a qualche dibattito, ma ero io, più di quanto non fosse lui, ad avere diradato le mie presenze pubbliche.
Lo conoscevo di vista dal '77, lo sentii parlare in un paio di assemblee prima che finisse in galera, in particolare ne ricordo una, mi pare fossimo alla vecchia Casa dello Studente di Corso Montegrappa, in cui il suo intervento non mi avevano fatto una grande impressione, mi sembrava su posizioni dure e pure da cui mi sentivo lontano. Seppi poi che era stato arrestato e che era finito in carcere, dove rimase, tra varie condanne, per sette anni. Lo conobbi meglio quando usci definitivamente di prigione, negli anni Ottanta. Animavamo all’epoca con Sandro Mezzadra e altri compagni un circolo politico-culturale il «Pickwick», e lui comparve e comincio a partecipare a qualche riunione. Ebbi in quel periodo modo di apprezzare meglio le sue qualità personali, l’umorismo felpato e sornione sempre pronto a diventare sfottò aperto, la cultura ampia, varia, e sempre originalmente interpretata. Si era anche trasformato fisicamente. Lo ricordavo prima del carcere magro e asciutto, ne uscì massiccio, body-builder e culturista. La pratica sportiva che era diventata uno dei suoi chiodi fissi, contribui non poco a creare intorno a lui un’aura di possanza fisica che ne fece un personaggio. Lo sport lo conservava giovane, sembrava che Emilio non invecchiasse. Mi colpì, una volta che eravamo insieme a una manifestazione, un vecchio compagno che lo rivedeva a distanza molto tempo che gli disse: «Emilio ma sei tu... o sei tuo figlio?».
Fu soprattutto nei Novanta però, in particolare a partire dal 1993 quando demmo vita alla Associazione Città Aperta in risposta ai pogrom anti immigrati del luglio di quell’anno, che la frequentazione tra noi divenne più stretta. Emilio fu vicino all’associazione anche perché la sua insaziabile sete di conoscenza politica lo aveva portato a interessarsi di immigrazione, e lo trovammo al nostro fianco nei non rari fronteggiamenti con membri dei comitati e fascisti che li spalleggiavano. Nel frattempo l’arrivo a Genova di Alessandro Dal Lago aveva richiamato intorno alla Facoltà di Scienza della Formazione un gruppo di ricercatori militanti tra cui Emiio si inserì. Nel 1996 sia io che lui diventammo assistenti di Dal Lago, curando i seminari pomeridiani con gli studenti. Anni di grande lavoro collettivo di ricerca su temi che per il paese erano poco esplorati, e che condussero a una produzione scientifica che rinnovò un settore in precedenza rimasto molto accademico, quale era la Sociologia delle Migrazioni. Dal lavoro di questo periodo scaturisce il libro firmato a due mani con Dal Lago (ma la cui magna pars, non solo le centinaia di interviste, ma anche l’ideazione e la costruzione, va ascritta a Emilio) intitolato La Città e le ombre, uscito nel 2003. Il libro, tuttora citatissimo negli studi urbani, offre uno spaccato unico di una Genova sotterranea, al confine tra città legittima e città illegale. Un sottobosco liminale in cui si muovono tanto figure della piccola criminalità quanto cittadini «modello» - stimati professionisti che pagano volentieri le prestazioni sessuali di immigrati minorenni, impiegati insospettabili che prima di rincasare dal lavoro non disdegnano i favori di prostitute straniere, giovani di buona famiglia che frequentano abitualmente i pusher o tranquilli pensionati che raccolgono scommesse clandestine. Ma Emilio era anche rimasto molto legato al suo passato politico, di cui ricostruiva pazientemente vicende e aspetti, raccogliendo materiali e interviste a coloro che ne erano stati protagonisti.
Da questo enorme lavoro d’indagine sarebbe scaturito Andare ai resti del 2004, uno dei libri più belli sulla stagione di rivolte degli anni Settanta, in cui viene ricostruita la vicenda delle gang giovanili che nelle grandi metropoli del triangolo industriale vanno all’assalto di quel che resta del boom economico italiano. Al crocevia tra il crimine e la politicizzazione della violenza, i protagonisti, parlano in prima persona, decisi a giocarsi il tutto per tutto, a cominciare dalla vita stessa, in una sfida di totale belligeranza verso la società. Per il suo raro talento di intervistatore e per la capacità di restituire storie e vicende personali inserendole in un più ampio contesto storico e sociologico, Emilio avviò anche una collaborazione con il Manifesto, pubblicando spesso suoi materiali sul supplemento Alias, materiali che a volte anticipavano contenuti di suoi libri successivi. Proprio in questi anni ci perdemmo progressivamente di vista, io ormai entrato stabilmente al Politecnico a Milano, lui piano piano marginalizzato dal giro accademico, e costretto a guadagnarsi da vivere con altre attività. Venne ancora qualche volta a fare lezione da me a Milano, e furono lezioni che gli studenti apprezzarono molto.
Faticai anche a pagargli queste sue collaborazioni, perché era così distratto da darmi due volte un IBAN sbagliato su cui accreditargli il compenso... Ci si incrociava ancora nei centri sociali, ricordo un paio di belle discussioni al Crash di Bologna. Gli ultimi suoi libri li avevo guardicchiati senza in realtà leggerli con attenzione, mi parevano tentare di istituire una continuità con il passato che non mi convinceva, ma L’altro bolscevismo lo avevo trovato originale e interessante, come provai a spiegargli nella nostra concitata chiacchierata ospedaliera. Nella mia memoria rimane la sua figura come quella di un pezzo di Settantasette orgoglioso e non sconfitto, coerente con le proprie convinzioni fino all’ostinazione, ma anche capace a volte di dire ancora una parola significante e di offrire una riflessione utile alle generazioni successive, in condizioni storiche così profondamente mutate. Come recitano i versi di una bellissima poesia di Dylan Thomas: «in noi, esiliati, risvegliamo il molle, inerme, scabro e setoso amore, che frantuma ogni pietra».
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Andare a scuola dalle masse
Emilio Quadrelli è morto ieri, 13 agosto 2024. Avevamo in programma questo intervento di Marco Codebò sul suo ultimo geniale libro L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, che era stato già recensito da Sandro Moiso, ma che offre molteplici spunti di riflessione su quell’esperienza rivoluzionaria con cui è impossibile non fare i conti. Ho conosciuto Emilio Quadrelli leggendo il suo nome sui muri di Genova, quando le scritte con lo spray rosso ripetevano “Emilio ed Enza liberi”. Enza era Enza Siccardi.
Quadrelli non era semplicemente stato in carcere, lo aveva vissuto e da quell’esperienza umana e assieme politica e intellettuale ne aveva tratto qualcosa di straordinariamente importante per esistere e per lottare. I suoi libri ora parlano per lui, per il compagno Emilio Quadrelli. [Nico Gallo]
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Emilio Quadrelli. L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo. Roma: DeriveApprodi, 2024
di Marco Codebò
L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, è lo studio di tre congiunture della Storia – la Russia rivoluzionaria fra il 1905 e il 1917, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, il nostro presente – viste attraverso la lente del rapporto fra la classe da una parte e l’intellettualità rivoluzionaria, organizzata o no in partito, dall’altra. Cosa interessi Quadrelli quando parla di classe lo si comprende già dalla dedica del libro, indirizzata a “Rossano Cochis, un amico e un fratello...”. Cochis, rapinatore seriale, braccio destro di Renato Vallanzasca, autore di oltre quattrocento rapine, è stato un bandito degli anni Settanta. Quel che conta è che per Quadrelli sia un fratello, termine che suggerisce l’esistenza di un rapporto stretto di uguaglianza e solidarietà fra chi lo usa e la persona che ne è destinataria. Rapporto però, non fondato sulla comune condivisione di un’idea politica. Fratelli e non compagni, ad esempio, si chiamano fra di loro gli operai delle ditte di appalto dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente a Genova, in gran maggioranza stranieri di religione musulmana.
La dedica de L’altro bolscevismo a un elemento di spicco della più famosa banda di fuorilegge “indipendenti”, non affiliati a organizzazioni mafiose o camorriste, della seconda parte del secolo scorso, aiuta a identificare le aree sociali cui si indirizza Quadrelli nella sua ricerca di soggettività potenzialmente rivoluzionarie. Sono i soggetti che il libro identifica con un nome proprio fin dalla seconda parte del titolo, Lenin l’uomo di Kamo. Kamo, al secolo Semion Aršakhovič Ter Petrosian (1882-1922), è stato un bandito georgiano. Collaborava con l’Ufficio Tecnico, l’apparato illegale del partito bolscevico, in particolare nel settore dell’autofinanziamento, al cui servizio poneva la sua notevole esperienza di rapinatore di banche e portavalori.
Il titolo del lavoro di Quadrelli è la citazione invertita di Kamo l’uomo di Lenin, una biografia del bandito tradotta in italiano da Bompiani nel 1974.[1] Il rovesciamento del rapporto di dipendenza tra Kamo e Lenin è l’espressione grammaticale della tesi centrale del libro di Quadrelli, ovvero che la soggettività del partito, Lenin, è al servizio di quella della classe, Kamo. Concetto, questo, che alberga una seconda eresia: la soggettività della classe si esprime con maggiore intensità e chiarezza nella pratica di vita del proletariato illegale, la criminalità indipendente, libera da legami con organizzazioni di tipo mafioso, piuttosto che in quella degli operai di fabbrica. Nel caso della Russia fra il 1905 e il 1917, cuore della classe sono appunto le bande dei fuorilegge come Kamo e non le officine Putilov, roccaforte operaia della Pietrogrado rivoluzionaria.
Nell’analisi di Quadrelli, Lenin guida il partito bolscevico fuori dalla linea della Seconda Internazionale, che fa dipendere il passaggio al socialismo da una tendenza oggettiva della Storia. Lenin abbandona così il positivismo determinista dei partiti operai dell’Europa occidentale per trasformare i bolscevichi nel “partito dell’insurrezione”, una formazione politica che persegue con tutte le sue forze la rottura del corso della Storia e scopre nella soggettività proletaria l’agente di tale frattura.[2] Quadrelli individua la radice della posizione leniniana (l’aggettivo leninista non compare mai nel testo) nel rapporto fra Lenin e i populisti di Narodnaja Volja (Volontà del popolo), a cui apparteneva suo fratello maggiore, Aleksandr, giustiziato nel 1887 per aver partecipato a un complotto contro la vita dello zar Alessandro III. Del populismo Lenin contrasta in ogni modo la tendenza a guardare all’indietro, a sognare un ritorno della Storia al passato, a idealizzare il contadino russo, ma adotta l’idea dell’inimicizia assoluta fra popolo e classi dominanti e soprattutto quella dell’intellettuale attivista, rivoluzionario di professione.
Lenin può concepire la rottura del flusso della Storia, che poi è sempre quella dell’Occidente e del suo inevitabile dominio sul mondo, afferma Quadrelli, perché è un non-europeo, un barbaro che nega l’educazione e la civiltà occidentali (p. 27). Un concetto, questo, della non-occidentalità di Lenin, che ne arricchisce la pratica politica di una componente anti-coloniale. Il Lenin di Quadrelli non agisce così sulla sola Russia, ma sul sistema-mondo; lo fa a partire dal punto di vista degli esclusi, i Kamo, siano essi i marginalizzati delle metropoli o i colonizzati del Sud del mondo. La soggettività dei Kamo irrompe nella storia russa con la rivoluzione del 1905. È allora che gli intellettuali populisti vanno a lezione dal proletariato extralegale. Imparano dalla guerra partigiana che si diffonde in Russia nel 1905 e nel 1906 (pp. 34-41). E vanno a lezione anche dalle “es”, gli espropri, motivati o no politicamente, che nello stesso biennio conoscono una crescita impressionante in tutto il paese. I bolscevichi dimostrano di aver appreso la lezione degli extralegali nel 1907, quando organizzano, sotto la guida di Kamo, una rapina a Tiflis, in Georgia, che trasferisce nelle casse del partito un bottino di 250.000 rubli, pari a circa mezzo milione di euro attuali.
Lenin tiene in alta considerazione la spontaneità, ma si rifiuta al tempo stesso di adorarla. Si tratta piuttosto di trasformarla in un progetto politico coerente: la guerra partigiana, per esempio, va guidata perché, se lasciata a se stessa, può degenerare nel banditismo. Così, fra il 1905 e il 1917, i bolscevichi mettono in pratica la direttiva leniniana di andare a scuola dalle masse per poterne diventare la testa cosciente. Nell’ultimo atto di questo percorso, nell’ottobre del ‘17, il partito fa sue le scelte più avanzate della classe e conquista il potere. Ma per arrivare a questo passaggio, dopo il suo rientro in Russia il 3 aprile di quell’anno, Lenin si trova di frequente a lottare da solo contro il resto della dirigenza del partito bolscevico. È un processo rappresentato con efficacia in October: The Story of the Russian Revolution (2017), una storia del ‘17 scritta con gli strumenti e il talento del romanziere. L’autore, China Miéville, racconta come Lenin si schieri contro la linea della maggioranza del partito fin dal suo arrivo a Pietrogrado, il 3 aprile del 1917. Può agire così perché coglie qualcosa che agli altri dirigenti bolscevichi resta irraggiungibile, il rifiuto della guerra da parte delle masse. Si collega così alla soggettività dei soldati che disertano e abbandonano il fronte, nonché a quella dei proletari urbani e dei contadini poveri che lottano contro i sacrifici, a partire dalla chiamata alle armi, imposti dal regime di guerra. Si tratta di soggettività più avanzate di quella dei bolscevichi, che ancora ad aprile sono contrari al disfattismo anti-Governo provvisorio e vicini alla riunificazione con i menscevichi. I disertori e renitenti alla leva sono i Kamo del ‘17. È da loro che il partito impara a rifiutare in maniera radicale la guerra, quel conflitto che per il Lenin delle Tesi di Aprile non è altro che una forma imperialista di brigantaggio.
Nella seconda parte del suo studio, Quadrelli si accosta all’Italia degli anni fra il 1960 e il 1980. È un “ventennio rosso”, in cui si assiste a un enorme soprassalto di soggettività. Espressione di tale eccesso sono cinque rivolte di strada: Genova 1960; Torino, Piazza Statuto, 1962; Valdagno 1968; Roma, Valle Giulia, 1968; Torino, Corso Traiano, 1969. Quadrelli affida il racconto di quei vent’anni a cinque storie di vita, tutte biografie che si snodano a cavallo fra legalità e illegalità. A parlare, insomma, sono cinque Kamo – M.C., Graziano, Anna, Vittoria e Mauro – le cui esperienze personali si intrecciano con gli avvenimenti della storia grande.
Particolarmente significativa del peculiare rapporto fra legalità e illegalità che informa queste vite è la storia di Vittoria, una compagna del movimento genovese che ne attraversa varie espressioni, Lotta Continua, un Collettivo femminista legato al Manifesto, il comitato di agitazione di Lettere e Filosofia, l’Autonomia, sempre rimanendo se stessa, una soggettività irriducibile sia alla logica del capitale sia a quella della militanza politica totalizzante. Vittoria non è mai stata né una clandestina né una bandita, eppure partecipa a un’operazione illegale di notevole rischio e significato: la tentata liberazione di alcuni prigionieri politici dal carcere di Perugia. Segno che la soggettività delle Kamo degli anni Settanta, come quella del bandito da cui prendono il nome, non si limita ad agire sul terreno della spontaneità ribelle, ma è anche in grado di gestire momenti di confronto con lo Stato che richiedono un notevole livello di organizzazione.
Fra le aree intellettuali e politiche che si confrontano con il popolo ribelle del “ventennio rosso” italiano, va da sé che all’operaismo tocchi il primo posto, posizione che gli spetta a partire dalla pubblicazione della trontiana “Linea di condotta” nel 1966. Quadrelli, tuttavia, legge una debolezza di metodo nell’approccio operaista alle lotte della classe: gli operaisti non sanno andare al di là del tratteggiare un perenne conflitto in fabbrica. Descrivono uno scontro in cui le posizioni degli avversari restano congelate per sempre: da una parte lo stato-piano, dall’altra la sinistra operaia che lotta contro il lavoro. Alla fine, l’operaismo esce dall’impasse scegliendo il primo termine del confronto, ovvero il riformismo.
Al posto della mera teorizzazione del conflitto, quel che è da fare, sostiene Quadrelli, è osservare l’emergere di un soggetto che si incarichi della critica dell’economia politica. Nell’Italia degli anni Settanta, questa soggettività è rappresentata dal colonizzato – l’emigrato dal Sud, un colonizzato interno – che rifiuta il lavoro. Nel ciclo di lotte che questo soggetto ha ispirato, destinato a spegnersi intorno al 1982, il comunismo si afferma come programma immediato della classe. Ci sarebbero quindi state le condizioni per un ritorno a Lenin, mettendo cioè Kamo, il colonizzato ribelle, al centro della linea politica. Ma negli anni Settanta in Italia Lenin è assente, c’è solo Kamo. Gli intellettuali che hanno decodificato la soggettività operaia, quella del rifiuto del lavoro, nel 1973 abbandonano la lotta o si uniscono, in qualche caso, alle Brigate Rosse. Il passaggio al partito non si compie e Kamo rimane solo.
In quegli anni, in parallelo al manifestarsi di una soggettività antagonista in fabbrica, nasce nel sociale una nuova criminalità, la stessa che Quadrelli ha esplorato diverse volte nella sua ricerca, con particolare efficacia nel notevole Andare ai resti (Roma: DeriveApprodi, 2004). È il mondo delle “batterie”, i nuclei informali, basati sull’amicizia, in cui si raccolgono i rapinatori degli anni Settanta. Una volta in carcere, i Kamo italiani combattono l’ordine carcerario imposto dalla malavita tradizionale, in cui i boss malavitosi collaborano con le guardie carcerarie nel controllo della popolazione detenuta. Quelli delle batterie, i “bravi ragazzi”, stabiliscono invece in carcere un ordine basato sulla fratellanza. Durerà fino all’assassinio, nello speciale di Nuoro, di Francis Turatello, gangster milanese che coi bravi ragazzi delle batterie condivideva il rifiuto di qualsiasi accordo o collaborazione con gli apparati statali. L’assassinio di Turatello segna un cambio di paradigma del tutto simile a quel che accade fuori dalle prigioni, con la trasformazione dei soggetti ribelli, legati fra di loro da rapporti di solidarietà sovversiva, in individui privi di vincoli e legami sociali. In questo senso, assolve la stessa funzione, in carcere, che la marcia dei 40.000, nell’ottobre 1980, ha assolto in fabbrica.
Nella terza parte de L’altro bolscevismo, Quadrelli si sofferma sul nostro presente. Lo fa partendo ancora una volta da Lenin, quello che, nella Russia del primo Novecento, fa suo il punto di vista del colonizzato (p. 153). Anche oggi, davanti alla guerra, può agire solo il partito dell’insurrezione, centrato però su una nuova soggettività, diversa da quella, non più utilizzabile, degli anni Sessanta e Settanta. Ci vuole un nuovo popolo, sinteticamente espresso nella formula Lenin più Fanon. Occorre passare dal partito di Mirafiori a quello delle banlieues: la marginalità di oggi, che comprende quote significative di salariati, corrisponde alla condizione operaia di ieri. L’esclusione come dato interno alla condizione lavorativa inizia con la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991. È un processo che combina il trasferimento di intere filiere produttive (localizzate nel tessile, nella siderurgia, nell’abbigliamento, nella meccanica) nell’est e nel sud del mondo e la conseguente emarginazione sociale di ampi settori della classe operaia del cosiddetto “primo mondo”. Mentre le masse sono espulse dalla vita pubblica, di fronte alla borghesia, come accade nel modello coloniale di società, restano solo canaglie e anormali. Espressione materiale, visiva, di tale situazione è l’urbanistica delle moderne metropoli. Ma nelle banlieues Kamo continua a lottare. Quel che manca è sempre Lenin.
Quadrelli vede in Kamo una figura politica che, dal 1905 ai giorni nostri, in diverse situazioni, trascende ogni volta i limiti del proprio contesto storico e geografico. Collocare Kamo al centro di più di un secolo di pratiche rivoluzionarie permette a L’altro bolscevismo di raggiungere il suo obiettivo chiave: dimostrare la vitalità di Lenin a più di cent’anni dall’ottobre russo. Se il referente di classe di Lenin fossero stati, ad esempio, gli operai delle Officine Putilov, allora i rapporti fra partito e classe sarebbero, di necessità, cambiati nel tempo. Dopo i processi di ristrutturazione industriale iniziati negli anni Ottanta, che hanno comportato un drastico ridimensionamento della centralità produttiva e politica della classe operaia di fabbrica in tutto l’Occidente, anche il partito leninista avrebbe dovuto affrontare un significativo processo di aggiustamento. Ma se la soggettività rivoluzionaria si (ri)produce sempre all’interno del medesimo strato di esclusi, allora anche lo stesso strumento politico, il partito leninista, mantiene intatta tutta la sua vitalità.
Note
[1] Il libro uscito per Bompiani è la traduzione italiana, ad opera di Luisa Cortese, di Jacques Baynac, Kamo, l’homme de main de Lenine (Paris: Fayard, 1972).
[2] “Partito dell’insurrezione” è una citazione da un verso dell’inno di Potere Operaio, gruppo operaista della sinistra extraparlamentare italiana nei primi anni Settanta: “Stato e padroni fate attenzione nasce il partito dell’insurrezione”. L’inno rimanda a sua volta a una serie ragguardevole di altre canzoni rivoluzionarie, dalla Polonia alla Russia, dall’Inghilterra alla Spagna, per mezzo della comune base musicale, tratta dalla Warszawianka, canto socialista polacco del tardo Ottocento.
14/08/2024
Un ricordo di Emilio Quadrelli
Sono stufo di scrivere quando muoiono amici e compagni di una vita stranamente lunga.
Con Emilio abbiamo condiviso vicinanze strettissime e lontananze filosofiche, parlando a bassa voce in ogni caso, come sa di dover fare chi ha imparato l’educazione stando a tavola con gente egualmente armata.
Abbiamo condiviso per esempio un tentativo di evasione da un camerone del carcere speciale di Cuneo, mesi di lavoro silenzioso in un piano in cui le spie del maresciallo Incandela erano quasi più numerose dei “bravi ragazzi”.
Mesi di messa alla prova della nostra pazienza, abilità, concentrazione, senso dell’equilibrio, condivisi con altri due fratelli di cui ho poi perso le tracce.
Anche con Emilio ci eravamo ad un certo punto persi di vista, per sua fortuna, visto il buco nero che stavano diventando gli “speciali” a metà degli anni ‘80, quando la lotta armata esterna era diventata ormai politicamente irrilevante o quasi.
“Per sua fortuna” perché la sua condanna era molto meno grave, e le porte del carcere gli si aprirono pochi anni dopo.
Lo ritrovai quando, ormai semilibero anch’io, dalla scrivania de il manifesto lo scoprii assistente di Alessandro Dal Lago, all’università di Genova.
Era insomma diventato un sociologo, certo molto sui generis, appassionato frequentatore dell’“oggetto” di studio, così come aveva vissuto in gioventù a metà strada tra la compagneria e le “batterie” locali, bande giovanili nate nei quartieri operai che cercavano un riscatto tra rapine e sequestri di persona, senza mai lasciarsi anche nelle difficoltà più estreme.
Quasi leggendaria, ai tempi, quella della sua città – con Mario Rossi (l’“altro Mario”, non il compagno della XXII Ottobre) e Paolo Dongo – capace di arrivare ad assaltare un blindato dei carabinieri per liberare uno di loro.
Leggo che qualcuno lo ascrive, oggi, alla corrente “operaista”, facendogli probabilmente un torto che gli farebbe storcere la bocca. Era un appassionato lettore e analista delle rivolte sociali – questo sì – confidando sempre che dalle esplosioni spontanee potesse emergere l’occasione di una rottura radicale dell’esistente. Cosa per me piuttosto improbabile, come la Storia mi sembra dimostri.
Ma al di là di questa pervicace ricerca di un elemento primigenio e irriducibile della ribellione ben poco d’altro lo accomunava all’“operaismo” italiano.
Volendo spiegare la differenza, era un operaio in rivolta capace di rifletterci sopra, più che un “operaista” pronto a cantarla. Era sicuramente un “uomo del fare” (rivolta) anche quando cominciò a scrivere di banlieue, immigrati, seconde e terze generazioni, colonialismo e neocolonialismo, sfruttamento sulle “linee del colore”.
Ci siamo ritrovati a discuterne in occasioni sempre troppo rare, su traiettorie di vita che a volte ci mettevano insieme per qualche dibattito pubblico, in cui spiegavamo con pazienza e a bassa voce la nostra differenza di vedute teoriche per raggiungere l’identico obiettivo strategico, in qualche modo solidamente rappresentata dalle nostre vite politiche, vicine ma non eguali.
Anche fisicamente lo avevo ritrovato trasformato. Dal ragazzo longilineo e capellone di questa vecchia foto in carcere, a strutturato culturista quasi più largo che lungo. Prese le mie preoccupazioni di lottatore “al naturale” su questo fronte nel suo solito modo (“non un passo indietro, comunque vada”).
Il suo libro più sentito, e che meglio ne rappresenta il nesso inscindibile tra fare e pensare rivolta, è in ogni caso Andare ai resti. Espressione che può comprendere fino in fondo solo chi ha vissuto, scegliendola, una rivolta in carcere, dove ti giochi tutto – la vita o almeno l’integrità fisica – perché hai capito che non puoi accettare di arretrare ancora.
Perché quel che ti resta da difendere è così poco, e in via di eliminazione, che vale la pena di “giocarselo” puntando a rovesciare la condizione. Tanto, peggio di così, non potrà andare...
Un estraneo, da fuori, parla in casi come questi di “follia”, vista la sproporzione abissale di forza tra i rivoltosi e il nemico. Eppure la storia è ricca di manifestazioni del genere, come si è visto a Gaza o nel ghetto di Varsavia.
E se avessimo fatto in tempo a discuterne si sarebbe probabilmente appassionato a trovare le tante similitudini esistenti nelle rivolte di prigionieri di ieri e di oggi. In carceri occidentali come in quartieri mediorientali sotto assedio perenne, nel fondo di un tunnel scavato da militanti islamici o da ebrei comunisti che non hanno voluto attendere – e subire – il genocidio in silenzio.
Me ne diede una copia e tempo dopo mi chiese se mi ero riconosciuto in uno degli episodi lì narrati. In quel libro giustamente senza nomi, di tanti fatti che avevo vissuto direttamente o per vicinanza, m’era sfuggita una scena che mi vedeva protagonista. Ma erano gesti per me dovuti, e non me li segnavo come meriti. Se li ricordano certamente meglio gli altri...
È l’ultimo mio rammarico. Appena rientrato da un viaggio di quasi tre mesi, sfiorando guerre in atto o che stanno per esplodere, non ce l’ho fatta a prendere subito un treno per andarlo a trovare prima della fine. E non c’è rimedio possibile.
Ciao Emilio, non un passo indietro, vada come vada.
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13/08/2024
Genova - È morto, a 68 anni, il compagno, Emilio Quadrelli
Tra la sua vasta produzione di libri, oltre a “Sulla Guerra. Crisi Conflitti Insurrezione e a Le condizioni dell’offensiva”, sono suoi “Senza Tregua. Giornale degli operai comunisti”, pubblicati dalla Red Star Press, “La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini” (con Alessandro Dal Lago; 2003), “Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta” (2004), “Gabbie metropolitane. Modelli disciplinari e strategie di resistenza” (2005), “Evasioni e rivolte. Migranti, CPT, resistenze” (2007), “Autonomia operaia. Scienza della politica e arte della guerra dal ’68 ai movimenti globali” (2008), “Algeria 1962-2012: una storia del presente” del 2012.
Emilio Quadrelli verrà ricordato il 16 agosto, alle ore 12, al Tempio Laico di Staglieno, nella sua Genova. Il ricordo ai nostri microfoni di Sandro Mezzadra.
Più volte ospite sulle nostre frequenze, la redazione di Radio Onda d’Urto lo ricorda e si unisce al lutto riproponendovi le sue interviste dal nostro archivio. Clicca qui.
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12/06/2023
[Contributo al dibattito] - Cronache marsigliesi / 5: un bilancio
di Emilio Quadrelli
La critica va fatta a tempo; bisogna disfarsi del brutto vizio di criticare dopo. (Mao Tse Tung)
Abbiamo iniziato questo viaggio dentro Marsiglia con le quattro puntate di “Le problème n’est pas la chute mais l’atterrissage. Lotte e organizzazione dei dannati di Marsiglia” per proseguire con gli episodi delle “Cronache marsigliesi”. Con ciò possiamo considerare, almeno per il momento concluso questo lavoro a mezzo tra l’inchiesta e la cronaca. Un lavoro che ci auguriamo di riprendere nei prossimi mesi convinti che, a breve, molti dei nodi qua evidenziati finiranno con il venire al pettine.
Al momento, sulla scia dei materiali raccolti, provare a tracciare un bilancio appare utile. Inevitabilmente il “viaggio marsigliese” si è intersecato con ciò che in questi mesi è andato in scena in Francia in relazione al movimento che ha provato a opporsi alla legge relativa al prolungamento dell’età lavorativa. A partire da ciò proveremo a delineare gli intenti e la “linea di condotta” del comando per, in un secondo momento, parlare degli effetti di questo sul tessuto sociale francese e della composizione di classe, rispetto alla quale abbiamo assunto Marsiglia come elemento paradigmatico, sulla quale abbiamo concentrato i nostri articoli-inchiesta. Infine, ma in un successivo articolo, si proverà a ragionare sulle prospettive, ma anche le contraddizioni, che il “nuovo soggetto operaio” si porta appresso. Delineato l’indice del testo entriamo direttamente nel merito delle questioni.
Cominciamo, quindi, con il parlare del movimento che si è opposto alla riforma delle pensioni. In piena solitudine abbiamo sostenuto che non fosse proprio “tutto oro ciò che brillava” e che gli abbagli presi in Italia a proposito di quel movimento fossero colossali. I più, catturati dall’imponenza delle manifestazioni e dalle non secondarie scaramucce imbastite da alcune frange di manifestanti con le forze dell’ordine, hanno intravisto in quelle manifestazioni qualcosa di non dissimile da un momento pre–insurrezionale. Certo, vista soprattutto la prevalente apatia che serpeggia in Italia, un numero di manifestanti così ampio e il prodursi di qualche battaglia di strada, comprensibilmente poteva far sorgere più di un entusiasmo tuttavia è sempre il caso di ricordare che le insurrezioni o i suoi tentativi presuppongono la presenza di strutture organizzate predisposte all’attacco. Di tutto ciò non si è avuta alcuna traccia per cui parlare di momento pre–insurrezionale appare, come minimo, una forzatura.
Identico ragionamento si può fare se dall’ipotesi dell’insurrezione passiamo a quella della “spallata”. In questo caso non necessariamente deve comparire, se non in forme minime, il conflitto armato ma, sicuramente, occorre l’esercizio di una “forza” in grado di arrecare danni considerevoli al nemico di classe. Perché si possa parlare di fase insurrezionale occorre che quanto emerge nelle piazze sia una lotta contro lo Stato e per il potere mentre, nel caso della “spallata”, più modestamente, e forse anche più realisticamente, l’obiettivo è la caduta del governo. Nessuna delle due ipotesi, oggi lo possiamo dire sulla base di una prosaica constatazione empirica, è stata perseguita e questo, altro aspetto non proprio irrilevante, senza che il governo abbia dovuto intervenire in maniera eccezionale. In altre parole il governo, per far rientrare il tutto, non è stato obbligato ad alcuna “forzatura emergenziale” non ha dovuto, cioè, promulgare alcun “stato d’eccezione”, affidare un qualche potere speciale alle forze di polizia, porre in stato dall’erta l’esercito, così come nessun restringimento delle “libertà democratiche” (individuali e collettive), nessuna parvenza di coprifuoco, limitazione della libertà di stampa ecc., sono state messe in campo e neppure ventilate. Il governo si è limitato ad agire sicuramente con fermezza, ma dando anche l’impressione di mantenere entro perimetri piuttosto bassi i livelli repressivi. A sguardi minimamente attenti, oltre che consci degli abituali livelli repressivi posti in atto dalle forze di polizia nei confronti della racaille, è apparso subito chiaro come la polizia si sia mossa con il freno a mano tirato. Evidentemente, e non senza ragione, il governo aveva la netta sensazione di trovarsi di fronte al classico: tanto rumore per nulla. Quelle masse non sarebbero andate oltre. Tutto ciò, del resto, non poteva rientrare negli intenti dei settori di classe che sono scesi in piazza.
Come abbiamo, sin da subito evidenziato, la lotta ha interessato esclusivamente il settore pubblico mentre gli operai e i proletari del settore privato, i precari e i disoccupati ne sono rimasti sostanzialmente estranei. La stessa componente studentesca ha visto una spaccatura simile. A fronte della mobilitazione delle università e delle scuole superiori di élite, la componente studentesca maggiormente legata alla condizione operaia e proletaria, il cui orizzonte è esattamente finire tra le schiere dei non garantiti, ne è rimasta fuori. Il motivo di tutto ciò è abbastanza semplice. L’attacco governativo alle pensioni riguardava, principalmente, quei settori operai e proletari del settore pubblico che, per semplificare, possiamo catalogare come “garantiti” o, per usare un lessico un po’ datato ma non del tutto inattuale, come “aristocrazia operaia”. Un ambito che, in Francia, può vantare numeri considerevoli oltre che postazioni di forza e di potere non secondarie. Questo settore può vantare condizioni salariali, lavorative e previdenziali invidiabili e, se paragonate a quelle italiane, addirittura inimmaginabili. Ciò è il frutto di due cose, da un lato l’esercizio di una forza sindacale costruita con le lotte; dall’altro la possibilità di usufruire di una parte dei profitti che il neocolonialismo francese è in grado di rastrellare, soprattutto in Africa, tramite il Franco CFA o i suoi surrogati. Non è certo una novità il fatto che settori di classe operaia usufruiscano di modeste ma significative parti dei profitti imperialisti e neocoloniali. In Francia, ciò, è quanto mai evidente.
Questi settori di classe hanno provato a difendere, per questo possiamo definirla come una lotta, per quanto corposa, di retroguardia, una condizione che appartiene, sotto il profilo storico, a un’epoca in fase di archiviazione anzi, per essere più precisi, a un’epoca già archiviata dal contemporaneo “piano del capitale” (di ciò l’Italia ne incarna con ogni probabilità il punto più avanzato). Una fase storica segnata in profondità da quel “patto socialdemocratico” il quale, con sfumature diverse, ha fatto da sfondo all’Europa occidentale del secondo dopoguerra. Un patto sicuramente non esente da conflitti, spesso anche molto accesi, dove, però, l’idea della rottura non animava alcuna delle parti in gioco.
Se escludiamo il falò del Maggio e la “anomalia italiana” degli anni ’70, solo paese dell’Europa occidentale dove l’ipotesi della rottura si è concretamente dato tanto da delineare, pur se di breve intensità, lo spettro della “guerra civile”, nel resto dei paesi europei tutto ciò è rimasto sostanzialmente assente. Sovente, questo conflitto, non è andato molto oltre il “simbolico” dove, per “simbolico”, si intende la messa in scena di un conflitto, anche dai toni minacciosi, ma che non va mai oltre la rappresentazione.
L’epilogo di ciò, insieme alla sua infelice conferma, si è avuto proprio nel corso della battaglia per il ritiro della legge sulle pensioni a riprova di come, nella storia, la farsa segua sempre la tragedia. Il 16 marzo, l’opposizione parlamentare, ha interrotto la porta voce del governo alzandosi in piedi e intonando la Marsigliese. Peccato che, a tutto ciò, non abbia fatto seguito alcuna “marcia su Versailles”, alcuna “presa della Bastiglia” e, soprattutto alcuna “formazione di battaglioni”. Prigioniera di un mondo che non c’è più, l’opposizione parlamentare ha fatto ciò che, con ogni probabilità, nel passato sarebbe stato un atto dimostrativo sufficiente per obbligare il governo a una mediazione. Come tutti sanno, le cose sono andate in maniera decisamente diversa. Con ciò l’opposizione ha dimostrato più che la sua inadeguatezza il suo essere fuori contesto. Il canovaccio attuale predisposto dal comando non prevede che in scena vadano “battute” simili e farle non comporta altro che andare incontro a clamorose gaffe.
Con ogni probabilità, Mélenchon e soci, più che intestardirsi con un marxismo–leninismo d’antan trarrebbero maggiori vantaggi dalla lettura di Goffman! Una retorica alla quale, del resto, non si è sottratto neppure quella parte di movimento studentesco sceso in piazza. Chi ha seguito le manifestazioni avrà colto, cosa che probabilmente in un primo momento li avrà riempiti di entusiasmi, le non secondarie assonanze con il Maggio, i suoi slogan e le sue parole d’ordine; ben velocemente, però, è diventato chiaro come, a conti fatti, la rievocazione del Maggio fosse del tutto in linea con il fare simbolico dell’opposizione in parlamento. Così come non vi è stata alcuna “marcia su Versailles” e il “Quartiere latino” ha dormito sonni tranquilli.
Ironie a parte un dato, che racconta molto sulla realtà di questo movimento, è la totale assenza della questione guerra nelle manifestazioni. Tutto ciò che concerne la guerra, il conflitto interimperialista in corso e le ricadute di questo anche dentro la Francia non ha trovato alcun spazio e, del resto, neppure poteva trovarlo. Il mondo dei “garantiti” o “aristocrazia operaia” che dir si voglia è, e questo da sempre, legato al carrozzone del “proprio imperialismo”, pertanto il conflitto non può varcare una certa soglia a meno che quella stessa condizione non inizi a incrinarsi. Qualche avvisaglia di ciò si è iniziata a intravedere nel corso delle “giornate francesi”, ma di tutto questo ne parleremo meglio nella seconda parte dedicata alla “soggettività della classe”. Prima di passare a parlare del “piano del capitale”, anche perché così diventa più semplice comprendere il senso di quanto asserito, un passaggio sulla scena italiana appare utile.
Per quanto in maniera sicuramente minimale, ma di segno identico, anche in Italia abbiamo avuto il nostro clamoroso abbaglio. Ci riferiamo a quanto andato in scena attraverso il “Collettivo di fabbrica GKN” e alle retoriche consumatesi intorno a “Insorgiamo”. La lotta della GKN era ed è, tra l’altro, non uno ma cento passi indietro rispetto alla Francia. Se, in Francia, la lotta di retroguardia dei “garantiti” mirava a difendere una postazione di forza e di potere dove a primeggiare era il “diritto a vivere” e non a lavorare, la lotta della GKN era del tutto perimetrata intorno a quel “diritto al lavoro”, che in soldoni significava semplicemente cercare un nuovo padrone, proprio di quella “destra operaia” che, in epoche ormai remote, ambiva a “farsi stato”. Tutto interno alla CGIL, per quanto legato a quella ipotetica sinistra della quale non se ne sono mai capiti contorni, programmi e intenti, il “Collettivo di fabbrica GKN” di questa organizzazione ne assumeva per intero tutte le retoriche. Produttivismo, ideologia del lavoro, concertazione senza dimenticare il legalitarismo, la reiterata manifestazione di fiducia nelle istituzioni e così via. Palesemente, nonostante i non pochi ammiccamenti nei confronti del “movimento”, la sua interlocuzione principale rimaneva Nardella (sindaco di Firenze), piddino di formazione renziana, il quale se sicuramente non è Lenin non è neppure lontano parente di Pietro Nenni. Facendosi forte di una consolidata tradizione “consociativa”, propria della “destra operaia”, il “Collettivo di fabbrica” considerava la mediazione istituzionale un atto pressoché dovuto il che non è stato. Ciò che il “Collettivo di fabbrica” non ha compreso è che, per la forma attuale del comando il “patto” con la “destra operaia” ha perso qualunque valenza strategica e, con questo, anche tutto l’insieme di “rituali” che gli hanno fatto da sfondo. L’epoca degli “atti simbolici” è abbondantemente alle spalle e “insorgere” nel nulla, come ha fatto il “Collettivo di fabbrica GKN” trascinandosi dietro gran parte del cosiddetto movimento antagonista, può essere ben chiosato con Sartre L’essere e il nulla. Di tutto ciò la Francia ne ha dato qualcosa di più di una semplice esemplificazione.
Passiamo così a parlare degli obiettivi che il “governo Macron”, il quale ha ben poco di francese ma è parte di prim’ordine del comando internazionale del capitale, ha voluto perseguire con la sua riforma. Come in molti ricorderanno uno spettro, da tempo, aleggiava tra le classi subalterne francesi: “Non fare la fine degli italiani”. Con non poca ragione, queste masse, identificavano nell’Italia il paese che più di altri sintetizzava la macelleria sociale del nuovo ordine capitalista il che con non poche ragioni. Per quanto anche in Francia, negli ultimi anni, si sia assistito al proliferare di politiche neoliberiste che hanno modificato radicalmente la composizione di classe del paese e a un non secondario ridimensionamento delle politiche di welfare, agli occhi di un visitatore italiano la Francia appariva pur sempre come il paese dei balocchi.
Con la mossa sulle pensioni, che ne prevede già immediatamente un’altra sulla sanità, il “governo Macron” intende por fine a quella che, per molti versi, appare come la grande anomalia europea. Ciò che deve essere battuta, ridimensionata e tendenzialmente estinta è proprio quella notevole porzione di classe operaia e proletariato “garantito” che in Francia, e in parte in Germania, incarna al meglio la tipologia delle relazioni industriali provenienti dal ‘900 e non è certo un caso che proprio in Francia e Germania si siano prodotte, proprio a opera di questi settori operai, le lotte maggiori.
In Francia questo settore di classe è ancora troppo vasto e non può più essere tollerato, ma deve essere allineato a quella condizione nella quale, non da oggi, sono state ascritte quote considerevoli di forza lavoro. Precarietà, lavoro nero e disoccupazione devono diventare i “luoghi comuni” delle masse operaie e proletarie senza che alcuna significativa forma di welfare li attenui. Proprio considerando questo il “cuore” del progetto politico del “governo Macron” abbiamo assunto Marsiglia come possibile paradigma del presente. Come abbiamo ascoltato in molte delle interviste riportate negli articoli precedenti, Marsiglia sembra presentarsi come un vero e proprio laboratorio per il “piano del capitale”. A renderla tale, aspetto che negli articoli pregressi è stato posto poco in evidenza, è la sua composizione “etnica”. Marsiglia è una città sicuramente abitata da francesi ma non bianca in quanto la presenza di una popolazione “postcoloniale” sembra essere maggioritaria.
Perché questa condizione ne farebbe il luogo ideale per la messa a punto delle politiche che stanno a cuore del comando? Perché Marsiglia si presta, si potrebbe dire come autentico modello ideal – tipico, a essere uno di quei “sud del mondo” sui quali si delineano le attuali politiche del comando e del dominio dove “razzializzazione” e “neocolonialismo” sono i presupposti per l’attuale ciclo di accumulazione. Questo è il passaggio fondamentale attraverso il quale diventa possibile comprendere il senso dell’attacco a tutto tondo portato dal “governo Macron” al mondo dei “garantiti”. Marsiglia, quindi, come vero e proprio specchio del presente. Si tratta di una asserzione probabilmente non semplice e persino in apparenza eccessiva che, pertanto, deve essere argomentata.
Per comprendere il senso di questo passaggio dobbiamo chiederci qual è il modello delle relazioni industriali che il comando sta perseguendo. Lo scarto tra il passato e il presente è colossale in quanto da una relazione simmetrica si è passati a una decisamente asimmetrica. Con ciò, non senza ironia, si può asserire che il comando è andato “oltre Marx” poiché ha esattamente posto in mora quel: “A pari diritti, vince la forza” attraverso cui Marx, se da un lato indicava la “forza” come elemento essenziale del rapporto tra le classi (da qua la funzione dello stato come apparato di classe), dall’altro ne presupponeva l’eguaglianza sotto il profilo giuridico–formale.
Figlio del suo tempo e forzatamente eurocentrico, Marx assumeva le relazioni sociali europee come modello universale ponendo, con ciò, tra parentesi tutta la storia coloniale e, con questo, sia il ruolo svolta da questa nella cosiddetta accumulazione originaria e, in contemporanea, i modelli relazionali sui quali si fondava l’esercizio del dominio nei confronti dei colonizzati. Nasce esattamente dentro questo processo la svalutazione, “antropologica” ancora prima che “politica”, di ciò che le retoriche di senso comune inizieranno a definire come “sud del mondo”. Con ciò il “sud del mondo” diventava l’altro e la relazione con questo, si potrebbe dire per “natura”, non poteva che essere di tipo asimmetrico, ovvero regolata esclusivamente sull’esercizio della forza. Con ciò la storia delle masse subalterne europee e quelle quelle extraeuropee non poteva che essere scritta attraverso due sintassi tanto diverse quanto incommensurabili.
Una storia che ha funzionato sino a quando, attraverso i processi di globalizzazione, i rigidi confini che separavano, a quel punto il mondo occidentale dal resto del pianeta, si sono di fatto azzerati. A quel punto, questa volta per davvero, la condizione subalterna ha iniziato a farsi universale e lo ha fatto assumendo nei nord del mondo le condizioni in uso nel sud. Ciò che dagli articoli d’inchiesta abbiamo appreso è la condizione di esclusione e marginalità sociale nella quale versano coloro che compongono i ranghi della nuova composizione di classe così come, al contempo, abbiamo appreso lo svuotamento della città metropolitana dalle attività industriali, confinate nelle vicine “città satelliti”, a fronte del proliferare delle attività turistiche al suo interno. In questo modo la città viene liberata dall’ingombrante presenza dell’industria e della sua classe operaia, il cui confinamento geografico contribuisce non poco a renderla invisibile, mentre frotte di turisti possono “vivere la città”. Un fenomeno, questo, ben conosciuto in Italia. La nuova classe operaia è stata, per lo più, espulsa dalle città diventate, non a caso, anche queste mete turistiche e dislocata in quegli immensi territori un tempo extraurbani ma oggi, a tutti gli effetti, sterminate periferie delle metropoli oppure confinate, in condizioni servili, negli invisibili comparti agro–alimentari. Ma torniamo a Marsiglia.
Riprendiamo un tema già discusso in alcune interviste, affrontando il nesso indissolubile che lega militarizzazione, repressione e ciclo economico. Chiunque abbia visitato Marsiglia solo qualche anno addietro e lo rifaccia oggi noterà come militarizzazione del territorio insieme a repressione e confinamento della racaille abbiano conosciuto una crescita esponenziale soprattutto ultimamente quando, dopo anni di governo cittadino di destra, l’amministrazione è passata nelle mani di una giunta di sinistra. Potrebbe sembrare un non senso ma, in realtà, l’effetto di questa trasformazione ha ben poco a che fare con le possibili “visioni del mondo” delle donne e degli uomini politici che governano la città ma ha invece molto a che vedere con i processi economici che l’hanno investita. Come sempre non è guardando ai mondi celestiali delle idee e della politica ma andando a scavare tra gli inferi della produzione che diventa possibile comprendere i mondi reali.
Marsiglia, negli ultimi anni, ha conosciuto una veloce e repentina impennata in chiave turistica. Su ciò si sta rimodellando e lo sta facendo su più piani, al proposito apriamo un doveroso inciso. Il turismo di cui stiamo parlando è un turismo di massa cioè di quella robusta middle class che rappresenta l’ossatura dei vari nord del mondo ed è proprio la relazione e l’empatia con questa composizione di classe a fare da sfondo ai modelli di trasformazione urbana. Per prima cosa, infatti, la sta rendendo una città sempre più simile e omologata a tutte le città del mondo le quali, come da tempo è stato ben osservato dalla sociologia urbana, stanno assumendo sempre più aspetti omogenei. Ciò è estremamente rassicurante poiché, in ogni contesto, il turista può utilizzare la medesima mappa cognitiva.
Il turista non è alla ricerca del proprio “romanzo di formazione”, dove centrali diventano le diversità alle quali si va incontro, ma di un continuo non–luogo con il quale è abituato ormai da tempo a convivere e con il quale si immedesima. In seconda battuta il turista ha fame di “esotico”. I selfie che faranno da testimoni alla vacanza se da un lato dovranno fissare l’immagine delle cattedrali dei non–luoghi, dall’altro dovranno anche “raccontare” i “misteri del viaggio”. Nascono così i luoghi “caratteristici della città”, frutto di una nuova “invenzione della tradizione”, dove il turista può usufruire di una narrazione dove la storia della città, o meglio di una sua particolare zona (il quartiere del Le Panier tanto per fare un esempio particolarmente significativo), è totalmente reinventata e manipolata.
Tutto ciò, è evidente, per poter funzionare ha bisogno di due cose, la totale messa in sicurezza dei territori, per cui tutti coloro che disturbano, o potrebbero farlo, devono essere espulsi; una forza lavoro invisibile e priva di legittimazione sociale prona a assecondare le richieste del mercato. Una forza lavoro flessibile, precaria e continuamente sotto ricatto la cui condizione, per forza di cose, oscilla tra precarietà, disoccupazione e illegalità. Una forza lavoro che, nel momento in cui è inoccupata, deve essere confinata nei “Quartieri Nord” o nelle altre zone di Marsiglia off limits per i turisti. Questo, in sintesi, ciò che il comando, a uno stadio piuttosto avanzato, sta realizzando.
Tutto ciò, come abbiamo provato a descrivere negli articoli pregressi, ha comportato il delinearsi di una “nuova composizione di classe” che non ha più nulla a che spartire con ciò che abbiamo definito “relazioni industriali novecentesche”. Se questo è il “piano del capitale” occorre pur sempre che, per essere realizzato, si facciano “i conti con l’oste”. Quanto l’oste sia accondiscendente è ancora tutto da dimostrare. Settori di “aristocrazia operaia”, operai industriali del privato, precari, disoccupati e illegali se, per un verso, non hanno ancora elaborato una loro compiuta sintassi mostrano, se non altro, di avere dalla loro una robusta grammatica. Se per il comando le masse subalterne devono essere relegate a forza nel mondo della voce non pochi indicatori sembrerebbero dire che queste masse si stanno appropriando del linguaggio, il loro linguaggio. Esattamente di ciò proveremo a parlare nel prossimo articolo.
03/06/2023
[Contributo al dibttito] Cronache marsigliesi / 4: l’alba verrà, provate a ripassare
di Emilio Quadrelli
Forse ci sono tempi più belli, comunque questo è il nostro (J. P. Sartre)
Con questo testo concludiamo, almeno per il momento, le nostre “Cronache marsigliesi” pur augurandoci di poterle riprendere al più presto. Se ciò avverrà vorrà dire che questo lavoro poggiava su basi minimamente solide e che il tempo dedicatovi non è andato perso. Alle quattro puntate presenti ne seguirà una quinta che tenterà di fare un bilancio “politico” di quanto appreso in forma cronachistica e avendo a mente anche i materiali raccolti nelle puntate di “Lotte organizzazione dei dannati di Marsiglia” che Carmilla ha ospitato.
Detto ciò, andiamo subito al sodo. Questa puntata ruota tutta intorno agli esiti dell’incontro nazionale, del 6 e 7 maggio, organizzato dalla rete marsigliese dei precari e dei disoccupati. Un incontro che se da un lato ha evidenziato la concreta possibilità della “messa in forma” di un’organizzazione complessiva della nuova composizione di classe, dall’altro ha altresì posto in luce la non linearità di questo passaggio. A partire da ciò abbiamo costruito l’articolo su due interviste che, a ragione, possono ben esemplificare il senso e i toni del dibattito in corso. Tagliando le cose un po’ con l’accetta possiamo dire che a delinearsi sono due ipotesi le quali, pur condividendo la medesima base analitica, tendono a optare per due ipotesi politiche non proprio identiche. In realtà, ma questa è l’opinione di chi scrive, più che in contrapposizione dovrebbero essere complementari anche se, a prescindere dal punto di vista dell’autore, occorre dare conto di dette differenze.
Per semplificare possiamo dire che da un lato vi è una visione molto più “partitica” e “ortodossa”, dall’altra una “movimentista” ed “eretica”. Cominciamo con l’ascoltare L. R. , infermiera precaria e avanguardia politica a tutto tondo della rete dei precari e dei disoccupati, la quale, nel dibattito in corso, incarna significativamente la tendenza maggiormente ortodossa. Per riprendere il filo del discorso siamo ripartiti da quanto andato in scena in Francia e le prospettive di quel movimento per calarci, subito dopo, sulle giornate del 6 e 7 maggio e le ipotesi che da queste sono scaturite.
Sono passati venticinque giorni dal Primo maggio e, a quanto pare, non sembra esservi più alcuna traccia di tutta quella mobilitazione che sembrava dover rovesciare Macron e il suo progetto. Voi siete stati sempre molto cauti sulle reali possibilità di questo movimento e i fatti sembrano darvi ragione. Molto sinteticamente puoi provare a fare un bilancio di tutto ciò?
Direi che si è avuta una conferma di ciò che noi, pur standoci dentro e cercando di far convergere nelle manifestazione anche quella fetta di classe operaia e proletariato rimasta in disparte, abbiamo detto sin da subito sulla natura di questo movimento. In piazza è scesa sostanzialmente l’aristocrazia operaia in difesa di una sua condizione. Questa lotta aveva almeno due limiti, da un lato non era in grado di parlare al resto della classe operaia e del proletariato, e diciamo anche che non ha provato a farlo, dall’altro non ha compreso minimamente la cornice nella quale si muoveva. L’attacco di Macron era un attacco tutto politico finalizzato ad azzerare le postazioni di forza e di potere che questi settori di classe erano, e in parte sono, in condizione di esercitare. La cornice non era quella dello scontro sindacale ma del conflitto politico, insomma una questione di potere. Ciò era, ed è, molto chiaro al governo ma non lo è stato per nulla a chi è sceso in piazza. L’idea, per spiegarsi, da parte di chi è sceso era un po’ questa: Ora gli facciamo vedere che siamo incazzati e questi fanno marcia indietro. Il governo, invece, è andato avanti e chiaramente, di fronte a ciò, si sarebbero dovute fare altre cose, bloccare, e non per un giorno, la Francia, si sarebbe dovuto generalizzare la lotta e prendere atto che si andava verso uno scontro di potere e quindi costruire degli organismi di potere in aperta rottura con lo Stato. Che questi settori di classe potessero approdare a scelte simili era, però, del tutto improbabile. Questi settori di classe non sono anticapitalisti e non lo sono per natura quindi era, come si è dimostrato, del tutto improbabile che potessero arrivare a simili conclusioni. Diciamo che l’errore è stato di fondo, non aver compreso che lo scenario politico è del tutto cambiato e che la borghesia imperialista non ha più alcuna intenzione di governare attraverso una perenne mediazione. La fermezza di Macron è stata quanto mai significativa. Con la riforma delle pensioni ha aperto una breccia enorme e a partire da questa sarà in grado di dilagare e, passo dopo passo, fare fuori tutta quella forza e rigidità operaia che è propria del mondo dei garantiti. Si diceva: Non diventeremo come l’Italia, ma il progetto di Macron è proprio quello di modellare la Francia sull’Italia. Al momento sembra riuscirvi. L’azzeramento della aristocrazia operaia, o di un suo corposo ridimensionamento, è un processo oggettivo dell’attuale sistema capitalista. I tempi di questa destrutturazione non sono certi anche perché molto dipenderà dalle lotte di resistenza che verranno messe in campo ma, questo mi sembra essere il dato obiettivo, la linea del comando è chiara.
Processo, quindi, irreversibile? Dentro questo movimento non si sono avuti segnali che le cose potrebbero andare in altro modo? Insomma i giochi sono fatti?
Non necessariamente. Qualche rottura, non di grandi dimensioni, ma significativa c’è stata. Qua a Marsiglia un gruppo di ferrovieri ha bloccato, nonostante l’opposizione della CGT, la stazione. Questo gruppo ha iniziato a relazionarsi con noi e a discutere il passaggio dentro un’altra struttura sindacale che noi abbiamo individuato nel SUD dove siamo riusciti a costruire un nostro solido gruppo tra i precari della sanità, degli educatori sociali e della ristorazione. Questo, quello della ristorazione, è stato un passaggio molto importante perché, come dirò più avanti, ha posto le premesse per l’organizzazione di un settore di classe che a Marsiglia è molto ampio. Oltre ai ferrovieri vi è anche un gruppo di postali che, nel corso di questa lotta, ha rotto con la CGT e ha iniziato a parlare con noi, non per fare la rivoluzione, sia chiaro, ma per trovare una struttura dove poter difendere la propria condizione. Quello che è successo a Marsiglia è successo anche altrove, Lione tanto per dire ma anche a Lille e pur Parigi anche se di Parigi non ne sappiamo molto, dobbiamo però tenere presente che, al momento, si tratta di rotture di gruppi di avanguardie non ancora in grado di tirarsi dietro la gran massa interna alla CGT. La cosa che non bisogna fare è crearsi delle facili illusioni ma avere la consapevolezza che ciò che dobbiamo svolgere è una attività il cui scenario è la lotta di lunga durata senza illuderci che di colpo vi siano delle spallate o almeno delle spallate in grado di incrinare il potere imperialista. Se pensi a cosa sono state la banlieues nel 2005 e nel 2006 e cosa, in concreto, ne è uscito fuori diventa evidente che senza organizzazione e progettualità politica anche le più radicali insorgenze di massa sono destinate al fallimento. Quindi ciò che oggi va privilegiato è un costante processo di lotta e organizzazione finalizzato a costruire quadri politici a tutti gli effetti. Un altro aspetto che occorre tener presente è la prossima scadenza di settembre. Con le pensioni il governo ha inserito un cuneo che proverà a utilizzare, un fronte dietro l’altro. Il prossimo passaggio, una riforma della sanità all’italiana per capirsi, è già in programma per settembre. Lì potrebbero prodursi fratture anche più consistenti, vedremo.
La tua descrizione appare convincente e i fatti, per di più, sembrano confermarlo. A fronte di ciò, tuttavia, rimane irrisolta la “linea di condotta” del resto della classe operaia e del proletariato non "garantiti". Questi non sono entrati in gioco ma non hanno neppure mostrato di avere una qualche progettualità alternativa. Come si risolve questo impasse?
Il cuore della questione è, come ti ho accennato, l’assenza di un progetto politico in grado di unificare le lotte e i comportamenti di questi settori di classe. Sotto questo aspetto possiamo prendere Marsiglia come vero e proprio paradigma. Questa città, insieme a tutte le sue piccole città satelliti, incarna completamente la realtà di classe contemporanea. Una realtà che vede sempre meno una classe operaia strutturata e un dilagare di forme di esistenza proletaria che oscillano tra le varie tipologie di precariato, alla condizione di disoccupato senza trascurare le quote di proletariato che entrano continuamente nei circuiti illegali. Questa è la fotografia di Marsiglia che, secondo noi, rappresenta, sicuramente non da sola, il destino delle masse proletarie francesi. Marsiglia non è una città facile tanto che, come certificano un po’ tutti i documenti polizieschi, è considerata una città estremamente pericolosa. Su questo è importante dire qualcosa poiché, la svolta propriamente turistica di Marsiglia, ha comportato processi di militarizzazione del territorio non proprio irrilevanti. Apro questa parentesi perché mi sembra molto significativa. Marsiglia ha sempre avuto questo primato di città pericolosa in Europa anche se qualcuno, sicuramente esagerando, la colloca tra le aree urbane più insicure del mondo. Ciò che è sicuramente vero è che questa città è attraversata da una tensione costante con periodiche esplosioni di rabbia. Rabbia sicuramente impolitica insieme a tutto un insieme di comportamenti illegali che la rendono sicuramente molto poco rassicurante soprattutto se, a differenza del passato, il turismo diventa una delle principali voci economiche della città. Qua si aprono una serie di questioni. Mi accorgo che non sto seguendo il filo della tua domanda. Vorrei dilungarmi su questo perché ha molto a che vedere con ciò che noi facciamo o almeno ci proviamo. Ok?
Sicuramente sì, quello che dici mi pare di estremo interesse, quindi affrontare il tema della militarizzazione, ma non da meno quello di Marsiglia città turistica, mi pare essenziale per comprendere dei passaggi che non sono sicuramente locali. Io vivo a Genova e qua siamo del tutto immersi in uno scenario simile.
Bene. Intanto cominciamo con il dire che cosa significa città turistica e a quale tipo di turismo si fa riferimento. Un certo tipo di turismo di élite vi è sempre stato e questo, per forza di cose, è sempre stato racchiuso in determinati perimetri. Se guardi, la stessa zona centrale di Marsiglia, mi riferisco all’area del Vieux – Port, è sempre stata una zona un po’ a sé che poco o nulla aveva a che spartire con il resto della città. Basta pensare che la zona di Noailles, considerata una zona particolarmente insicura e abitata principalmente da algerini e comoriani, è praticamente a ridosso del Vieux – Port. Questo turismo interagiva poco o nulla con la città. Aveva e ha i suoi locali, i suoi yacht, i suoi alberghi di lusso, gli appartamenti da film e le sue ville. Accanto a questo c’era un turismo diciamo di nicchia, persone attratte da Marsiglia le quali arrivavano intenzionate magari a rimanervi. A questi, volendo, possiamo aggiungervi i francesi poveri, soprattutto di Parigi, che venivano al mare a Marsiglia appoggiandosi ai parenti di qua. Questo turismo, sotto tutti i suoi aspetti, incideva molto poco sulla vita della città. Mi pare abbastanza indicativo ricordare che, un po’ da sempre, in estate Marsiglia, per il suo clima, diventa la meta di molti senza fissa dimora. Vedere persone accampate per le vie della città è abbastanza normale e questo non in qualche luogo fuori dalla vista, ma nel centro stesso della città. Chi, nella bella stagione, arriva a Marsiglia con il treno o il bus e scende per la scalinata di Saint – Charles si ritroverà nel viale adiacente dove incontrerà non pochi accampamenti. Non sto scherzando. Vi sono interi nuclei familiari che, di fatto, vi abitano. Sotto questo aspetto Marsiglia è sempre stata una città molto tollerante nonostante le sue amministrazioni di destra. Questo clima sta ormai decisamente cambiando e la causa è il turismo di massa. Turismo di massa vuol dire trasformare il più possibile la città in una vetrina omologata agli standard propri del turismo di massa. Questo, tra l’altro, comporta due cose. Da una parte rimodellare, sotto il profilo urbano e architettonico, la città su quello che è pensato come modello globale della città ovvero far perdere l’identità storica di una città al fine di renderla simile a tutte le altre; dall’altro inventare e costruire luoghi caratteristici, come nel caso del quartiere Le Panier, del tutto inventati e completamente estranei alla sua storia. A differenza del turismo di élite, che non ama sicuramente dilatarsi ma, al contrario, mira a essere del tutto esclusivo quello di massa deve continuamente espandersi. Questo vuol dire che sempre più aree della città devono essere messe a valore, la militarizzazione del territorio soggiace esattamente a questo passaggio che va colto come passaggio tutto interno al ciclo della produzione. La sicurezza non è un totem fascista ma parte integrante di questo ciclo economico. Se, in tendenza, tutta o gran parte della città deve diventare una meta turistica, la messa in sicurezza del territorio è il presupposto dell’organizzazione capitalista della e sulla città. Se oggi, chi dorme per strada, non è oggetto di scandalo perché non sono i turisti che attraversano quelle strade domani, che è già oggi, lo diventa. Messa in sicurezza del territorio da un lato, ma anche disciplinamento della popolazione e della forza lavoro dall’altro. Questo è l’altro aspetto che il turismo di massa si porta appresso. Militarizzazione significa spingere sempre più a nord coloro i quali sono individuati come classi pericolose ma anche essere un potente deterrente per quella forza lavoro impiegata nel turismo alla quale è negata ogni visibilità politica e sociale a partire, e non è proprio cosa da poco, alla libertà di organizzarsi sindacalmente. L’abbiamo presa un po’ alla lontana ma siamo tornati al nostro tema, il problema dell’organizzazione politica di questi enormi settori operai e proletari. Molti affrontano la questione della militarizzazione come aspetto puramente repressivo e non colgono il nesso ciclo economico – repressione. Lo stato non attua la militarizzazione perché ha l’ansia della repressione, ma militarizza perché questa è funzionale a un determinato tipo di economia. Qua a Marsiglia le amministrazioni di destra avevano determinate forme di tolleranza che l’attuale di sinistra non ha. Questo cosa vuol dire che la destra è tollerante e la sinistra no? La trasformazione di Marsiglia in città turistica obbliga, dal punto di vista del comando, a determinati passaggi e questi passaggi diventano di fatto obbligati per chi è chiamato a gestire la trasformazione.
Stiamo andando oltre il nostro spazio per cui torno su quello che, almeno inizialmente, mi ero prefisso di chiederti. Nel precedente articolo mi avevate parlato di questo incontro nazionale con un insieme di realtà con le quali condividevate molti aspetti. Questo incontro si è svolto il 6 e il 7 maggio. Puoi farmene, per quanto difficile, un resoconto esauriente e sintetico?
Ci provo. Prima, però, vorrei aggiungere una cosa che mi sembra
rilevante. Non so se in Italia avete idea di ciò che sta succedendo a
Mayotte, che è un dipartimento francese d’Oltremare delle isole Comore.
Lì è in corso un conflitto piuttosto duro tra la popolazione e la
frazione di comoriani legati alla Francia. A Marsiglia vi è una grossa
fetta di comoriani. Questi vivono, per lo più, nella zona di Noailles
che è anche una delle zone più povere e considerate insicure di
Marsiglia e il conflitto a Mayotte li ha messi in movimento facendo
emergere tutta una memoria anticoloniale e antimperialista. Con alcuni
di questi, che ovviamente sono per lo più disoccupati e illegali, siamo
entrati in contatto e la cosa, oltre a permetterci di entrare dentro
Noailles come forza politica e sindacale ci ha rinforzato la convinzione
di quanto importante sia un discorso politico sull’imperialismo. Ora
provo a rispondere alla tua domanda. Questo incontro ha visto la
presenza di compagni provenienti da una quindicina di città. Le realtà
più significative sono quelle di Lione, Lille, Grenoble e Saint Etienne
perché sono quelle con un maggior radicamento dentro le realtà sociali.
In queste quattro città, infatti, sono presenti dei comitati popolari di
quartiere che svolgono attività del tutto simili a quelle che stiamo
portando avanti noi a Marsiglia. Non sto a ripeterti delle cose
che, in gran parte, ti sono state dette nel corso degli articoli che hai
scritto. Diciamo che, grosso modo, per quanto riguarda l’analisi della
composizione di classe, la fase politica che stiamo vivendo e così via
abbiamo riscontrato punti di vista sostanzialmente comuni. Ci sembrava, e
questa è stata la nostra proposta politica, che una delle principali
carenze che riscontriamo è l’assenza di una dimensione politica. Mi
spiego. Manca una analisi complessiva sulla fase imperialista
contemporanea, un discorso chiaro sulla guerra e la Nato, sulla
militarizzazione dei territori, sulla questione femminile. Manca una
teoria politica senza la quale pensiamo impossibile costruire
organizzazione. Allora il primo passaggio che ci siamo dati è fare una
rivista che assolva a questo compito. Un giornale non è sicuramente
tutto, ma è lo strumento indispensabile per costruire organizzazione.
Questo è quanto principalmente è uscito fuori dalla riunione del 6 e 7
maggio. Ora si tratta di andare a una verifica di tutto ciò.
*****
Il punto di vista ascoltato non è il solo emerso nel corso della
riunione. Qualcosa di diverso, anche se non apertamente contrastante,
emerge attraverso le parole di S. D. una attivista già protagonista nel
corso delle Corrispondenze precedenti. S. D., pur condividendo pressoché
in toto le argomentazioni analitiche esposte da L. R., sembra
propendere per uno sviluppo organizzativo abbastanza diverso. Le sue
argomentazioni ci appaiono particolarmente utili, nonché interessanti,
poiché, come si ricorderà S. D., sta svolgendo un ruolo importante
nell’occupazione abitativa nel Terzo. Le sue sono le parole di “una
avanguardia di lotta” la quale, forse più di altri, è in grado di
comprendere le varie sfaccettature che fanno da sfondo alla vita delle
masse. Il suo essere “empirico” sembra ben distante da un
empirismo incapace di cogliere la complessità ma, al contrario, proprio
in virtù di questo empirismo appare in grado di calarsi per intero
dentro la classe, coglierne gli umori e le immancabili contraddizioni
così come, proprio grazie a questo empirismo, pone in evidenza quanta
importanza abbiano gli immaginari, le culture e le sub culture per le
masse subalterne. Se, come noto, non di solo pane vive l’uomo i “punti
di vista” dei subalterni vanno colti, interpretati e fatti propri.
Questo, del resto, non è una novità. Se pensiamo all’Italia e al peso
che, negli anni ’60, hanno avuto le “culture underground” nel definire
una certa idea della rivoluzione, nella quale l’antiautoritarismo era
diventato il collante unitario di tutto ciò che si apprestava a mettere
radicalmente in discussione gli assetti sociali (il che aveva ben poco a
che vedere con la tradizione del movimento operaio), diventa non solo
ovvio, ma persino banale, tenere presente il punto di vista di S. D. Non
ce ne vogliano i comunisti ad hoc ma è indubbio che per una intera
generazione operaia i Rolling Stones siano stati molto più importanti di
Stalin e i Teddy Boys dei Soviet. Perché oggi dovrebbe essere diverso?
Perché oggi lo sfondo culturale o sub culturale che dir si voglia dei
subalterni dovrebbe essere ignorato? Pur con tutte le sue
contraddizioni, delle quali non è possibile rendere conto nel contesto,
la generazione che negli anni ’70, in Italia ha portato l’assalto al
cielo è sicuramente rintracciabile più dentro Parco Lambro che nelle
anguste sedi dei vari partitini comunisti già pronti a farsi nuova
polizia. Sulla scia di questi presupposti ascoltiamo S. D.
*****
Ciao, a quanto ho capito tu hai una visione delle cose che non coincide esattamente con quanto abbiamo appena sentito. In che cosa tu e non solo ti differenzi?
Allora, intanto faccio una premessa, da un punto di vista dell’analisi concordo interamente con quanto detto da L. R. per cui non starò a ripetere cose già dette. Veniamo invece alle cose sulle quali mi ritrovo meno. L’idea di una rivista, un giornale quello che è va sicuramente bene, ma è sul taglio che ho dei dubbi. Dubbi che finiscono con l’avere a che fare con la nostra pratica. Ecco la prima cosa che non vorrei fare è un giornale dei e per i comunisti. Di cosa ce ne facciamo? Lo leggiamo tra di noi? Serve al movimento di massa? Non credo. Certo mettere dei punti fermi è importante, non è che si può andare avanti senza avere un’idea il più chiara possibile su dove siamo, cosa succede complessivamente e via dicendo, questo è sicuramente un aspetto fondamentale ma non possiamo privilegiare questo aspetto perché così veniamo a perdere la dimensione reale delle masse. Così si finisce con il parlare una lingua che rimane estranea, insomma a me sembra che così si finisca con il partire da noi per arrivare a noi e questo sicuramente non va bene. Certo, in questo modo, diventa tutto più facile ma questa scorciatoia che effetti ha? Come si relazione con il movimento reale? Quanto è in grado di raccogliere ciò che, sicuramente in maniera estremamente contraddittoria, proviene dalle masse? La compagna ha parlato delle ipotesi teoriche del giornale/rivista mentre io mi focalizzerei maggiormente sull’iniziativa che stiamo costruendo dentro al Terzo, ovvero aprire una sala boxe anche dentro a quel quartiere. Se siamo arrivati a questo punto, e credo che il bilancio di ciò che abbiamo fatto sia estremamente positivo, è perché siamo partiti dalla classe e abbiamo sempre avuto la classe, nella sua concretezza e non come astrazione, come punto di riferimento. Ecco, per certi versi, mi sembra che corriamo il rischio di rincorrere l’astrazione dimenticandoci della dimensione concreta la quale, come abbiamo visto anche di recente, non è per nulla facile. Sarò un po’ minimalista, ma ciò che maggiormente mi ha convinto della riunione che abbiamo fatto il 6 e il 7 maggio è il collegamento con i comitati popolari di quartiere, i collettivi operai di Saint – Etienne e Lione. Credo che è a partire da queste realtà che diventa possibile costruire organizzazione perché è dentro a queste situazioni che è possibile avere costantemente il polso della classe e interagire positivamente con questa.
Vorrei portare l’intervista su due aspetti. Il primo è perché e in quale prospettiva state cercando di aprire una sala boxe nel Terzo. Il secondo riguarda i problemi , che hai brevemente accennato, che riguardano la complessità e anche la difficoltà che comporta stare costantemente dentro la concretezza della classe.
L’apertura della sala boxe nel Terzo indica la riuscita che l’occupazione abitativa che stiamo portando avanti in cooperazione con gli abitanti del quartiere, sta dando dei risultati che vanno di gran lunga oltre le aspettative che potevamo immaginare. Il Terzo, come un po’ tutti sanno, è un quartiere difficile e complicato dove non vi era alcuna presenza politica e sociale. Per molti versi possiamo dire che il Terzo rappresenta l’esclusione tra l’esclusione. Oggi possiamo dire che lì è in atto una sperimentazione politica e organizzativa che potrebbe trasformare questo luogo, considerato un po’ da tutti come il quartiere reietto, in quartiere di avanguardia. Oggi, a Marsiglia, il Terzo può essere considerato, almeno dal punto di vista territoriale, il punto più avanzato del conflitto sociale. Ciò dimostra come sia necessario andare tra gli strati più profondi della popolazione e per farlo occorre, per prima cosa, essere in grado di ascoltare ciò che da quegli strati proviene. L’apertura della sala boxe è un passaggio che abbiamo discusso dentro al Comitato di quartiere a partire dal fatto che il poter disporre di uno spazio sociale e sportivo è una necessità politica del quartiere e infatti avrà la connotazione di Casa del popolo e non semplicemente quella di Collectif Boxe Massilia. Il fatto che questa richiesta sia stata portata avanti da non poche donne mi pare decisamente importante e qua vorrei aprire una parentesi. Noi stiamo riscontrando un notevole successo tra le donne proletarie. Questo è vero nel Terzo e un po’ ovunque. Questo significa che vi sono tutti i presupposti per costruire una rete femminista operaia e proletaria in aperta opposizione al discorso del femminismo borghese. Uno dei punti centrali di questa organizzazione dovrà essere l’autodifesa e il rifiuto della delega di se stesse agli apparati statali. Sotto questo aspetto alcune indicazioni che provengono dalle esperienze delle donne curde mi sembrano decisamente importanti. Con questo voglio dire che dobbiamo essere in grado di recepire tutto ciò che proviene sia dalla classe, sia dalle esperienze rivoluzionarie del presente. Anche il Black Panther Party quando è sorto era visto come una specie di eresia mentre oggi, tutti e proprio tutti, lo considerano un’icona non dissimile dal partito di Lenin il quale, dal canto suo, ai suoi tempi non è che fosse considerato uno proprio in linea.
Mi hai parlato di contraddizioni e problemi che avete incontrato nel lavoro di massa i quali sono stati oggetto di notevoli discussioni.
Ti parlo di un solo episodio perché mi sembra che sia quello che ha
portato al pettine tutta una serie di nodi. Mi riferisco al meeting di
boxe, Ladies Boxing Perf’ Marseille che abbiamo organizzato nei
Quartieri Nord. Lì sono emerse una serie di contraddizioni non proprio
da poco. Il primo è stata la questione del velo. Alcune volevano
combattere con il velo. Questo la Federazione non lo consente e quindi è
successo un casino. Inutile che stia a entrare nei dettagli della
giornata, ciò che importa è come ci rapportiamo alla questione del velo
perché è una cosa che, ovviamente, non ci ritroviamo solo nella boxe.
Molte ragazze giovani indossano il velo, questo è un fatto. Il velo, poi
si può discutere sino a domani su questo, è una forma di identità
anticoloniale e antistatuale che le giovani donne, almeno alcune,
utilizzano. Possiamo liquidare questa prassi come arcaicità, come
aspetto reazionario o addirittura come un comportamento
filo-fondamentalista o dobbiamo vederla in un altro modo, ma se optiamo
per questo non è che possiamo risolverla con una bella lezione di
marxismo. A Marsiglia l’islamismo non ha preso molto ma un po’ ha preso e
lo ha fatto perché noi, dico noi comunisti, non siamo in grado di
affrontare la questione in profondità e finiamo, anche senza volerlo,
con l’approdare nell’islamofobia. Ovviamente dentro il Collectif questo
ha aperto un dibattito che non è ancora risolto.
Il secondo casino che è emerso è stato causato dalla sessualizzazione,
chiamiamola così, che soprattutto le pugili lesbiche hanno impresso ai
combattimenti. In poche parole, così come alcune donne musulmane hanno
voluto rimarcare attraverso il velo la loro identità, le pugili lesbiche
hanno voluto rimarcare il loro essere lesbiche in un contesto
prevalentemente omofobo. E qua un altro bel casino. Certo, ed è la cosa
più facile da dire, si può intervenire dicendo: “Questo è un incontro di
boxe e tutto il resto non c’entra”, lo si può dire, ma la cosa
chiaramente non funziona. Così come il velo è un modo, discutibile sin
che si vuole, è un modo per contrastare una discriminazione, ostentare
determinati comportamenti sessuali è un modo per rifiutare il ghetto.
Ultima cosa lo scontro tra gang. Al meeting erano chiaramente presenti
gran parte delle gang e evitare il peggio non è stata certo una
passeggiata. Velo, omosessualità, gang possiamo ignorarli avendo per
ciascuno di questi aspetti una bella formuletta che risolve tutto, ma
così rinunciamo a quote non irrilevanti di classe oppure entriamo in
relazione dialettica con questi aspetti. Per farlo devi stare con
continuità e costanza dentro le situazioni e con questo torno e chiudo
con l’esperienza che stiamo maturando nel Terzo. Non è che lì tutte
queste cose non esistano, non è che lì abbiamo trovato la classe fatta a
nostra immagine e somiglianza, semplicemente abbiamo cercato di
comprendere, interagire, far emergere delle contraddizioni e soprattutto
abbiamo posto in atto dei percorsi di lotta perché dentro la lotta le
cose si modificano. Questo è ciò che continueremo a fare.
09/05/2023
[Conributo al dibattito] - Cronache marsigliesi / 3: a che punto è la notte?
Ci siamo lasciati il 30 aprile in attesa del Primo maggio, al fine di verificare che cosa avesse in serbo la situazione francese. Nei due precedenti articoli avevamo evidenziato come non fosse proprio tutto oro ciò che brillava insieme alla quantità di ombre e abbagli che le pur non secondarie luci provenienti dalla Francia finivano per celare. Il Primo maggio è passato e, a questo punto, diventa forse possibile iniziare a trarre un primo, per quanto provvisorio, bilancio sul movimento francese. Lo facciamo attraverso le parole di M. L., un uomo del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille il quale è sicuramente una delle figure politiche maggiormente significative del Collectif e quella di S. D., del Collectif Boxe Marseilles ma attiva, soprattutto, nel lavoro territoriale la quale, almeno a parere di chi scrive, incarna al meglio quella figura della “avanguardia di lotta” fuoriuscita direttamente dalle esperienze del conflitto proletario. Le interviste possono essere considerate come significative esemplificazioni sia dell'“astratto” e del “concreto” sia del “generale” e del “particolare”. Per questi motivi è sembrato più utile e funzionale farle interagire alternandole. Detto ciò partiamo con la prima domanda a M.L.
Per prima cosa vorrei chiederti un giudizio complessivo, quindi tenendo conto di quanto accaduto in tutta la Francia, della giornata del Primo maggio, Parto da qua perché le immagini e i filmati di Parigi ma anche di Lione, in Italia, hanno dato addito a non pochi entusiasmi tanto che, in non pochi casi, si è parlato apertamente di rivolta generalizzata. Questo giudizio, da Marsiglia e dalla Francia, è condivisibile?
No, nella maniera più assoluta. Il Primo maggio francese del 2023 è stato pressoché identico ai normali primi maggi francesi anzi, per molti versi, vi è stato anche un arretramento. Ora provo a spiegarmi. Ci sono stati i soliti scontri con la polizia, le solite vetrine infrante e qualche incendio di auto, una o due a Lione non molte di più. Questa è una cosa che in Francia rientra, e da tempo, in qualcosa che è diventato un rituale. Se prendi i filmati degli altri anni ti accorgerai che sono praticamente sovrapponibili. Dopo poche ore era tutto finito e quindi parlare di rivolta generalizzata mi pare veramente fuori luogo. Mi sembra che siamo completamente dentro alla logica dell’evento e dello spettacolo nello spettacolo. In Francia ci sono gruppi e aree, anche consistenti, che hanno fatto dell’estetica del conflitto il loro orizzonte. In ogni circostanza il problema diventa fare gli scontri, attaccare simbolicamente qualche simulacro del potere per ottenere il massimo effetto mediatico. Queste cose, alle quali noi siamo ormai abituati da anni, lasciano comunque il tempo che trovano perché hanno ben poco a che vedere con la costruzione della forza operaia e proletaria. Del resto questo è un problema che loro neanche si pongono. Il loro agire non è rivolto alla costruzione effettiva di una forza politico – militare operaia e proletaria perché, alla fine, la classe non gli interessa del resto, non per caso, si definiscono ribelli piuttosto che rivoluzionari. Rivolta generalizzata? Il 2 maggio tutta la Francia era al lavoro, ci vuole molta fantasia per chiamare tutto questo rivolta generalizzata. Rendetevi conto, in Italia, che siamo del tutto dentro al mondo del simbolico, un mondo che è proprio del potere e che ha finito con il contaminare anche gran parte del movimento. Se vogliamo, queste cose, almeno come senso non sono molto diverse da quello che si è visto andare in scena in parlamento. L’opposizione si è alzata in piedi a cantare la Marsigliese peccato che si sia guardata bene dal marciare verso Versailles, prendere la Bastiglia e tagliare la testa al re. Mi sembra che Macron non solo goda di ottima salute ma sia anche saldamente in sella. Poi certo c’è anche tutta una parte del movimento che è contro la violenza per principio e che aspira a farsi nuova polizia. Di questi non mi sembra neppure il caso di parlare. Quindi chiudiamo qui la leggenda della e sulla rivolta.
Mi dicevi che, secondo te, vi è stato addirittura un arretramento, perché?
Il fatto che il corteo di Parigi sia stato aperto insieme da CGT e CFDT (Confédération française démocratique du travail)[1], è molto significativo. Anche su questo, da quello che leggo, in Italia sono in molti a prendere un abbaglio colossale. Questa esaltazione della CGT, contrapposta alla CGIL, non si può sentire. Ciò a cui punta la CGT è diventare come la CGIL e l’abbraccio alla CFDT, sotto questo aspetto, dice tanto. Questo, per chi magari poteva avere ancora dei dubbi, lo si è, visto molto bene nell’ultimo congresso. L’obiettivo, al di là di qualche frase di circostanza, era asfaltare la sinistra ed estromettere tutti quei compagni che, sfruttando il vuoto di quadri intermedi che si era prodotto, avevano utilizzato le strutture della CGT per portare avanti pratiche e discorsi che con la linea ufficiale della CGT non c’entravano nulla. Anche noi, quelli che adesso hanno messo in piedi l’organizzazione dei precari, dei disoccupati, delle donne proletarie e le diverse reti interni ai quartieri per un certo periodo abbiamo sfruttato l’opportunità che nella CGT si era creata ma è stata una esperienza durata solo qualche mese. Sino a quando ci siamo limitati al lavoro sociale, cioè la sala boxe e poco più, abbiamo potuto usufruire dei loro spazi, infatti il Collectif Boxe era in una sede della CGT, ma quando abbiamo iniziato a fare un lavoro più politico e sindacale, organizzando appunto i precari e i disoccupati oppure abbiamo iniziato a porre alcune questioni sui quartieri, non ultimo il problema della e con la polizia, siamo arrivati ai ferri corti e per essere del tutto chiari, alle mani. Tra noi e loro non è finita con una espulsione ma con una rissa dove oltre che ai pugni sono volate le sedie e i tavoli. Quello che è successo con noi, in questi giorni, è successo un po’ ovunque. La sinistra è stata fatta fuori e il riallineamento intorno alla CFDT è il dato che emerge. In qualche modo diventa evidente come la CGT intenda accettare il dialogo proposto da Macron il quale, con ogni probabilità, concederà qualcosa ma non certo sulle pensioni e tutto in qualche modo potrà rientrare. D’altra parte credo che sia un passaggio abbastanza obbligato perché vi è una sproporzione enorme tra, chiamiamolo il “piano di Macron” e le possibilità di risposte che i settori di classe colpiti sono in grado di dare.
In che senso? La cosa non mi è chiara?
Inutile tornare su cosa già dette. Questa lotta è una lotta di un determinato settore operaio e proletario che possiamo definire garantito o aristocrazia operaia. Per sua natura, questo settore di classe, è del tutto interno al modello capitalista anche se, la sua condizione, se la è conquistata dentro lotte e battaglie anche dure ma senza oltrepassare mai un certo limite. La linea di confine di questo settore di classe è ed era la legalità. Per legalità intendo che non si è mai posto il problema del conflitto con lo Stato il che non vuol dire che, in termini diciamo sindacali, non abbiano espresso lotte anche molto dure. Però questo è un limite che cozza non poco con ciò che ha in grembo, per semplificare, Macron. Macron vuole azzerare e polverizzare tutte le posizioni di forza e di rendita di questo segmento di classe e, come ha ampiamente mostrato, è disposto a giocare in maniera particolarmente dura. È evidente che la risposta dovrebbe essere di pari livello, ma è proprio qua che nascono i problemi. Può un segmento di classe come questo, che tra l’altro si percepisce come ceto medio, portare lo scontro al livello di Macron? Dovrebbe utilizzare forme, mezzi e strumenti che non stanno assolutamente nella sua ottica. Certo, ed è una cosa importante, anche all’interno di questi settori si vanno delineando alcune piccole fratture le quali, però, al momento non sembrano in grado di contrastare sul serio la gran massa scesa nelle piazze. Tornando al Primo maggio è abbastanza facile osservare come la stragrande maggioranza sia scesa in piazza come se andasse a una festa, una sfilata non certo a innescare una rivolta.
Quindi, a tuo avviso, il settore operaio e proletario strategico è esattamente quello che voi state organizzando?
Sì e anche su questo occorre essere chiari. Molti ci accusano di avere una sorta di innamoramento verso quello che loro chiamano sottoproletariato non capendo che, quello che loro chiamano sottoproletariato facendosi vanto delle categorie marxiste, in realtà è il nuovo proletariato ed è questa condizione proletaria che il comando capitalista tende a generalizzare. Il sottoproletariato ha sempre rappresentato i residui dei processi di modernizzazione tanto che, al suo interno, sono finiti con il confluire sia pezzi di classi sociali stritolate dai salti organici del capitale, sia comparti operai superati dalla composizione tecnica del capitale ma tutto questo cosa c’entra con la condizione del nuovo soggetto operaio e proletario? Questo soggetto è il frutto più avanzato del modello capitalista non certo un residuo del passato. Sotto questo aspetto anche la tradizionale categoria marxista di “esercito industriale di riserva” va svecchiata. La condizione di disoccupato, oggi, ha ben poco di momentaneo e transitorio, ma è una condizione permanente per almeno due buoni motivi: da una parte vi è sicuramente una parte di classe operaia definitivamente espulsa dalla produzione ma la maggior parte dei disoccupati sono, in realtà, lavoratori che alternano costantemente lavoro e non lavoro a seconda delle esigenze del ciclo economico. Ti faccio un esempio molto concreto. Marsiglia sta diventando sempre più una città turistica. Qui apro una parentesi che mi sembra importante. Questo fenomeno non è solo di Marsiglia ma è abbastanza generalizzato. In Italia questa è una cosa che dovreste conoscere molto bene. Tu sei di Genova, una città che conosco abbastanza bene, e avrai ben chiaro quanto il turismo giochi un ruolo centrale nell’economia della città. Il turismo funziona a ondate e quindi è normale che attragga forza lavoro in maniera diversa a secondo dei periodi. In più, il turismo, presuppone una forza lavoro con scarsissima professionalità, continuamente intercambiabile e a costi moto bassi. Diventa evidente, allora, come questo ciclo produttivo impieghi forza lavoro che oscilla costantemente tra lavoro e non lavoro la cui occupazione intesa come luogo fisico, tra l’altro, muta in continuazione. Il ragionamento mi pare semplice. Questa condizione che troviamo nel turismo è in gran parte analoga a quella che possiamo trovare nell’edilizia ma anche tra i metalmeccanici. Noi, come Collectif, abbiamo compagni inseriti in questi ambiti e anche loro attraversano continuamente la condizione di lavoro e non lavoro. Dopo questa breve descrizione torniamo al Primo maggio e a tutto ciò che si sta muovendo in Francia. Torniamo, soprattutto, a quello che per semplificare abbiamo definito come “progetto Macron”. Non ci vuole molto a capire, anche se i più non sembrano in grado di farlo, che Macron vuole allineare la condizione di tutti quei settori di classe garantiti a quella del nuovo proletariato. L’iniziativa sulle pensioni è il cuneo attraverso il quale questo progetto può dilagare. Una volta infranto il tabù il processo andrà avanti e lo farà, questo è molto chiaro, attraverso la costante contrattazione con la CGT. Probabilmente prima che tutto ciò diventi una vera e propria valanga ci vorrà un po’ di tempo, lotte e resistenze ve ne saranno, ma il percorso è tracciato.
Questo vuol dire che la vittoria del “piano Macron” è scontata?
No, per niente tutto però dipenderà da chi, in termini di settore di classe, sarà in grado di prendere in mano la lotta ed esercitare egemonia sull’intero corpo di classe. Questa, poi, non è una grossa novità e, almeno per voi italiani dovrebbe essere decisamente scontato. Se l’Italia, almeno per un periodo, è stata la punta più avanzata della rivoluzione in Europa lo ha dovuto al fatto che determinati settori operai sono stati in grado di esercitare egemonia e direzione politica su tutto il corpo di classe. Se il movimento rimane in mano ai settori garantiti Macron non avrà grosse difficoltà a portare a casa il risultato se, al contrario, quella che possiamo chiamare la nuova composizione di classe riuscirà a imporre il suo punto di vista le cose potrebbero cambiare ma, anche su questo, occorre cautela perché questa classe, diciamolo, è abbastanza un casino.
Proprio su quest’ultima affermazione che fa intravvedere come il lavoro all’interno della nuova composizione di classe sia tutto tranne che una passeggiata, lasciamo momentaneamente da parte M. L., per ascoltare S. D. la quale, attualmente, è particolarmente attiva nelle occupazioni abitative del Terzo.
A te vorrei chiedere che tipo di mobilitazione vi è stata nel Terzo a proposito del Primo maggio e quanto il lavoro organizzativo che state svolgendo nel quartiere ha avuto delle risposte tra gli abitanti?
Molto realisticamente diciamo che vi è stata una risposta a metà, sicuramente delle luci ma anche molte ombre. In piazza abbiamo portato un buon numero di persone, se tieni a mente che questo settore di classe è rimasto sempre quasi del tutto estraneo a questo tipo di manifestazioni e, ed è la cosa che a mio avviso risulta più importante, il numero delle donne scese in piazza è stato considerevole. Ovviamente tenuto conto dell’invisibilità abituale a cui queste donne sono costrette. Potremmo anche cantare vittoria, ma farlo sarebbe stupido. Nel Terzo, come sai, abbiamo in piedi questa occupazione che sta dando sicuramente dei buoni frutti e intorno a questa si è costruita una realtà militante importante. L’occupazione è gestita e difesa dagli abitanti in prima persona ed è diventata un momento di socializzazione e punto di riferimento costante della vita del quartiere. Possiamo anche dire che, grazie alla occupazione, nel quartiere vi è vita politica. Ma questo è solo un lato della questione. In realtà, e qui si capisce la difficoltà reale che c’è a costruire un movimento politico dei precari, dei disoccupati e io non mi farei problemi nel dire anche degli illegali, siamo riusciti a portare in piazza neppure la metà di coloro che, invece, stanno attivamente nell’occupazione e, pur con modalità diverse, partecipano all’attività del Collectif. Questo perché, per loro, queste manifestazioni rimangono estranee, non fanno parte della loro storia, della loro vita e non ne capiscono il senso. Ma è anche vero che, nella lotta, le cose si trasformano ma, questo mi sembra il punto centrale, si trasformano e prendono delle pieghe che non devono per forza di cose seguire vecchi percorsi. Siamo di fronte all’emergere di un nuovo proletariato il quale, per forza di cose, avrà modelli, schemi e immaginari diversi dal passato. Questo è ciò che dobbiamo capire. In fondo si tratta di andare sempre a scuola dalle masse. Poi, ti ripeto, possiamo cogliere anche delle cose molto positive, soprattutto a partire dalla presenza importante delle donne.
Vorrei approfondire due aspetti delle cose che hai detto. Partiamo con gli illegali. Che tipo di intervento è possibile ipotizzare nei loro confronti?
Partiamo da una considerazione che serve per comprendere meglio la situazione. Quando parliamo di illegalità parliamo di una situazione la quale, a parte piccole quote, non è stabile. Potrebbe far ridere, ma anche l’illegalità ha la sua precarietà. La maggior parte degli illegali lo è temporaneamente e per il resto tira avanti con lavoretti, spesso in nero. Sono molti, per esempio, i manovali dell’edilizia che stanno in questa condizione. È anche vero che, in molti casi, a prevalere è l’illegalità sul resto ma questo non è un buon motivo per ignorarli anche perché, il farlo, vorrebbe dire tagliare fuori non proprio una piccola fetta di questo proletariato e, per di più, lasciarlo in mano a strutture criminali organizzate che rappresentano esattamente l’altra faccia del potere statale. I rapporti tra polizia e organizzazioni criminali, del resto, non è certo una novità. Nei confronti di queste situazioni molte realtà, mi riferisco in particolare ai compagni che operano nella banlieue parigina con i quali ho un certo rapporto e confronto, hanno cercato, sicuramente in piena buona fede, con un’ottica chiamiamola da assistenti sociali. Hanno formato collettivi sociali, cercando finanziamenti pubblici, al fine di trovare un modo per legarsi ai petit, sono loro quelli maggiormente interni ai mondi illegali, ma non hanno avuto alcun successo. Il motivo è anche semplice, alla fine, dopo tanti bei discorsi l’unica cosa che potevano offrire ai petit era una qualche forma di lavoro precario e sotto pagato. Esattamente la realtà che avevano abitualmente. Non è un caso, quindi, che i petit, per lo più, continuino per la loro strada. I petit continuano a fare gli illegali, a scontrarsi con i flic, a finire in carcere e spesso a morire o per mano delle BAC (Brigade anti-criminalité, create nel 1994) o per regolamenti di conti tra loro. Questo approccio, quindi, non funziona e neppure può funzionare poiché, la condizione dei petit, non è una anomalia ma il modello attraverso il quale il capitale governa sulla forza lavoro. Il problema non è trovare delle soluzioni compatibili con questo modello socio – economico, ma lottarvi contro. Lottare contro vuol dire organizzare delle lotte in grado di garantire, sia in forma diretta che indiretta, il salario. Casa e bollette, ne sono una semplice ma significativa esemplificazione ma anche imporre l’abbassamento dei prezzi per quanto riguarda cibo e vestiti rappresentano un ulteriore passaggio. Queste sono le cose che, sin da subito, è possibile organizzare dentro i quartieri. Dopo di che, ovviamente, esiste la questione del salario diretto e della fine della condizione precaria. Questi sono gli elementi unificanti per la gente dei quartieri. Questo il terreno sul quale dobbiamo muoverci, perché solo con e nella lotta possiamo costruire un’organizzazione operaia e proletaria che faccia ottenere dei risultati. Con questo torno un attimo sul Primo maggio. È normale che a questo proletariato che è figlio diretto delle mutazioni radicali del presente, queste ricorrenze dicano poco a questi interessa cosa e quanto una azione, una partecipazione può modificare le loro condizioni, le sfilate commemorative dicono poco. Occorre sempre dare delle prospettive, delle ipotesi, degli obiettivi. Ci sarebbero ancora centinaia di cose da dire ma voglio solo focalizzarmi sulla questione del carcere. Il carcere, non possiamo nascondercelo, è un luogo normale per questo proletariato e lì noi siamo del tutto assenti, lasciando ampiamente spazio al fondamentalismo il quale, invece, dentro le carceri lavora costantemente. A noi, rispetto al carcere, manca una attività come quella delle Black Panther o delle organizzazioni nate dalle lotte nelle carceri italiane negli anni Settanta.
Veniamo alle donne. Mi sembra che questo sia un ambito che offra, a fronte delle indubbie difficoltà, notevoli prospettive. Me ne parli?
Più che volentieri. Nei quartieri le donne sono, per strano che possa sembrare, il vero anello forte. Mentre la popolazione maschile è più prossima alla disgregazione le donne sono quelle che mantengono, o almeno ci provano, i legami familiari e di gruppo. Sono anche quelle che più lavorano e che, proprio in quanto donne e, nel nostro caso, di donne arabe soffrono maggiormente i vari tipi di discriminazione. Questo fa sì che siano proprio loro a svolgere il ruolo di avanguardie di massa e che mostrano di avere più fame di politica oltre a mostrare di saper ragionare in termini politici e organizzativi. Mentre gli uomini vedono tutto e solo in termini di scontro le donne ragionano sull’accumulo di forza, sulla necessità di costruire delle basi solide e durature senza affidarsi agli entusiasmi del momento. Mi sembra importante sottolineare come queste donne proletarie siano del tutto estranee ai discorsi dei vari femminismi che, nei quartieri, non hanno alcuna presa anche perché questi femminismi puzzano di République e loro sanno benissimo quanto la République le sia nemica. Quindi, non è un caso che, proprio sulle donne stiamo concentrando un grosso sforzo organizzativo e politico non solo come ambiti territoriali ma anche come organizzazione dei precari e dei disoccupati.
Sulla scia di quanto ascoltato torniamo a parlare con M. L. Il “concreto” ha messo sul campo non poche questioni che occorre provare a affrontare.
Hai sentito S. D. che ha posto una serie di questioni importanti. In che maniera, come Collectif, ipotizzate di affrontarli?
Cercherò di essere il più sintetico possibile anche se, sulla base delle cose che hai sentito, sarebbe necessario uno spazio maggiore. Bene, veniamo al dunque. La prima cosa che dobbiamo chiarire è che andiamo incontro a una lotta di lunga durata ed è questa lotta che occorre saper organizzare tenendo a mente che la lotta di lunga durata nella metropoli imperialista attuale ha caratteristiche che non possono essere riprese dalle esperienze del passato. Sotto questo aspetto il maoismo è utile, ma sicuramente non riproducibile. Dire questo è però importante perché fa piazza pulita di tutte quelle ipotesi diciamo insurrezionali che vanno sempre alla ricerca di una qualche spallata decisiva. Queste spallate non ci sono e non ci saranno, potranno esserci sicuramente dei momenti di altissimo conflitto ma pensare che su quello, e solo su quello, lo Stato e il comando crollino è pura illusione. Dobbiamo pensare, quindi, a una lotta di lunga durata dove la forza organizzata operaia e proletaria esercita il suo potere in contrapposizione al potere borghese e statale. Per capirci e pur con tutte le tare del caso possiamo forse parlare di qualcosa di simile al modello irlandese. Quindi centrale è l’organizzazione, ma di quale organizzazione parliamo? Ci sono due modi di concepire l’organizzazione il primo, ed è quello con cui solitamente abbiamo a che fare, mette insieme un gruppo di militanti i quali, seduti intorno a un tavolo e dopo aver formulato tutta una serie di analisi, dicono: ecco l’organizzazione. Insomma l’ennesimo piccolo gruppo compatto che scimmiotta Lenin. Di queste organizzazioni ne nascono almeno tre al giorno, ma nessuno se ne accorge. L’altro modo di costruire l’organizzazione è quello che non parte dal tavolino ma dalle lotte. È dalla prassi delle masse che diventa possibile costruire organizzazione. Molti diranno che questo è spontaneismo ma, a noi, questo sembra il solo modo per fare interamente nostra la dialettica di Marx, prassi, teoria, prassi. Con ciò, ed è evidente, non sminuiamo il ruolo dei comunisti e dell’avanguardia politica ma questo ruolo ha senso, e funziona perché questo alla fine è ciò che conta, solo se in costante relazione con ciò che la classe esprime. A partire da ciò stiamo cercando di fare un salto tanto politico, quanto organizzativo. Sabato 6 maggio abbiamo organizzato qua a Marsiglia un incontro con una serie di realtà che, in diverse parti della Francia, si stanno muovendo su un percorso simile al nostro. Non pensiamo, e neppure lo vogliamo, uscire da questo incontro dichiarando al mondo: ecco l’Organizzazione, ma costruire dei legami che ci consentano, nell’immediato, di costruire delle campagne di mobilitazione unitarie. Sicuramente il fronte delle donne e anche quello del carcere rientra fortemente nei nostri orizzonti ma, di tutto questo, spero di potertene parlare con più precisione in futuro. Abbiamo lavorato molto per costruire questo momento e vediamo che cosa siamo in grado di raccogliere.
Chiudiamo così questa “Corrispondenza”. Sono troppe le cose sulle quali, in base a ciò che abbiamo ascoltato, occorrerebbe soffermarsi e riflettere. Ci auguriamo di farlo al più presto augurandoci di essere in grado di fornire, da parte nostra, non solo della “corrispondenza”, ma anche un fondo maggiormente analitico.
Note
1) La Confédération française démocratique du travail, o CFDT (in italiano: Confederazione francese democratica del lavoro) è uno dei più grandi sindacati nazionali francesi. Conta il maggior numero di iscritti, e alle elezioni sindacali è secondo dietro alla Confédération générale du travail (CGT).
Fonte
