Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/01/2026

Immaginario e costruzione sociale della realtà

di Gioacchino Toni

Patrick Legros, Frédéric Monnyeron, Jean-Bruno Renard, Patrick Tacussel, Sociologia dell’immaginario, Traduzione e cura di Fabio La Rocca e Francesco Barbalace, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 220, € 20,00

Valerio Evangelisti aveva da tempo compreso come l’immaginario sarebbe divenuto uno dei campi di battaglia per le forze antagoniste al sistema vigente. Nell’introdurre il volume Immaginari alterati (Mimesis 2017), steso da alcuni redattori di “Carmilla online”, lo scrittore bolognese aveva evidenziato come, in Occidente, un settore non irrilevante dell’economia guardi ormai esclusivamente alla produzione di informazione finalizzate a offrire esperienze di vita parallela colonizzando sogni e desideri degli individui e come il fascino di cui ha saputo ammantarsi l’Occidente abbia concorso tanto alla caduta del blocco socialista, quanto al dare il via a immensi fenomeni migratori.

“L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi”, ha scritto Evangelisti, e in linea con il suo convincimento, gli autori di Immaginari alterati hanno esplicitamente parlato nel loro volume della necessità di “liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e per far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti”. Del resto, l’importanza assegnata dalla redazione di “Carmilla online” all’immaginario è testimoniata dal sottotitolo che continua a campeggiare a fianco della testata: “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione”.

Scrive Fabio La Rocca nel suo Preambolo a Sociologia dell’immaginario (Mimesis 2025): «l’immaginario non si definisce, o meglio non ha un’unica designazione, perché esso si vive, si sente, lo proviamo e lo sperimentiamo in quanto esperienza. L’immaginario è parte integrante della realtà, come indicava André Breton: l’imaginaire, ce qui tend à devenir réel. Ovvero è quello che tende a diventare realtà, o nell’ottica moriniana, è più reale del reale» (p. 9).

Essendo che l’immaginario contribuisce a definire la realtà vissuta incidendo sul divenire della società, «la sociologia dell’immaginario rappresenta innanzitutto una visione del sociale e possiede una polisemia tematica e un tipo di trasversalità che si applica all’elaborazione della conoscenza del mondo e, nella riflessione sul sociale, si basa sulle rappresentazioni collettive, le credenze, il simbolico, i miti e l’immagine» (pp. 9-10). Riprendendo le riflessioni elaborate da Norbert Elias nel suo Il processo di civilizzazione del 1939, l’immaginario può essere considerato «come una sfera di influenza di questo processo in quanto determina riti e usanze socioculturali» (p. 10), ciò che istituisce la società come un mondo di significazioni, come sostiene Cornelius Castoriadis nel suo L’istituzione immaginaria della società del 1975.

Immaginario e reale si influenzano dunque vicendevolmente e se il sociologo intende comprendere e interpretare il mondo in cui si vive, scrive La Rocca, allora non può prescindere dal saper vedere, dunque indagare, «l’elemento dell’immaginario poiché in esso si rivelano le rappresentazioni sensibili che influenzano la sfera della vita quotidiana» (p. 11). In linea con quanto proposto da Charles Margrave Taylor nel suo Modern Social Imaginaries del 2004, l’immaginario è dunque da intendersi «come un processo di comprensione di una società e, allo stesso tempo, come un repertorio di pratiche e attività simboliche che danno significato alla società» (p. 11).

Se a lungo l’immaginario è stato pensato come un qualcosa staccato dalla realtà, appartenente alla sfera del sogno, scrive la Rocca, è giunto il momento di vedere in esso un qualcosa che «invita a pensare alla realtà e a come agire» (p. 11), come a un qualcosa che, come suggerisce Gilbert Durand, «coincide con una dimensione costitutiva dell’umanità» (p. 11). Apprendere il mondo, conclude La Rocca nel suo Preambolo al volume, è la «finalità dell’immaginario», è attraverso esso che «diamo senso alle nostre azioni» (p. 13).

La sociologia dell’immaginario, viene messo in chiaro nell’Introduzione generale al volume, nel suo interessarsi alla dimensione immaginaria delle attività umane, si propone come un punto di vista sul sociale che non si accontenta di un’analisi di superficie, pratica a cui si è ridotta tanta sociologia contemporanea fatta di sondaggi e visioni impressionistiche, ambendo piuttosto a «una sociologia del profondo, che cerca di raggiungere le motivazioni più intime e le correnti dinamiche che sottendono e guidano le società umane» (p. 15). Sociologia dell’immaginario si propone di legittimare tale tipo di sociologia dandole «un supporto storico, definitorio e metodologico», delineando le sue principali caratteristiche contemporanee traducibili in funzioni sociali:

il bisogno di fantasticheria; una funzione di regolazione umana di fronte all’incomprensibile (la morte, ad esempio): operando attraverso il mito, il rito, il sogno o la scienza; una funzione di creatività sociale e individuale: rappresentando i principali meccanismi della creazione e offrendo un’apertura epistemologica (relativizzando la percezione della realtà); una funzione di comunione sociale: promovendo, in particolare attraverso il mimetismo, idealtipi, sistemi di rappresentazione e memoria collettiva (p. 17).

Nella Conclusione generale al volume viene messo in luce come l’interesse per l’immaginario sia esploso soltanto negli ultimi decenni, soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso; se l’aggettivo “immaginario” è presente in lingua francese fin dal XVI secolo, il sostantivo risulta di uso più recente. Per quanto il termine immaginario abbia fatto capolino negli studi umanistici, restano comunque scarsi i lavori teorici e metodologici a esso dedicati ed è tale lacuna che il volume intende contribuire a colmare nella convinzione che l’immaginario rappresenti un ambito essenziale nella comprensione della vita sociale.

In Sociologia dell’immaginario, Legros, Monnyeron, Renard e Tacussel, guardano trasversalmente all’immaginario, adottando un approccio multidisciplinare che permette loro di cogliere la complessità delle dinamiche sociali contemporanee.

La prima parte del volume – L’immaginario nella tradizione sociologica – si struttura in due capitoli dedicati rispettivamente a come è stato diversamente utilizzato il concetto di immaginario dai fondatori della sociologia e alla presentazione dei principali autori che hanno posto le basi per una sociologia dell’immaginario.

La seconda parte del testo – Epistemologia e metodologia dell’immaginario –, scansionata anch’essa in due capitoli dedicati alle interpretazioni dell’immaginario e ai metodi, si concentra sulle nozioni di rappresentazione, ideologia, immaginazione e simbolico.

La terza ed ultima parte del volume – I campi di ricerca – presenta tre capitoli: Immaginario e vita quotidiana, ove, a partire da Don Giovanni, si indagano le figure della seduzione moderna, i rumors e leggende contemporanee; Immaginario e concezioni del mondo, in cui si analizzano i miti nella storia e la politica, il rapporto tra religione e immaginario, l’immaginario religioso e quello sociale, l’immaginario della religione popolare, le credenze parareligiose, le religioni secolari, il rapporto tra scienza e immaginario e l’immaginario prima, durante e dopo la scienza; Finzione e immaginario, capitolo in cui vengono passati in rassegna il sogno e la fantasticheria, la letteratura e l’immaginario sociale, gli esseri fantastici e l’angoscia della finitudine, l’interpretazione sociologica e i giganti.

Se, come scrive Francesco Barbalace nella Postfazione al volume, l’immaginario viene inteso come «parte integrante del processo di costruzione sociale della realtà» e come «potente dispositivo euristico e analitico capace di fornire importanti dati sulle percezioni, le credenze, le pratiche quotidiane, le angosce, le paure e le aspirazioni per il futuro di una data cultura» (p. 211), allora la sociologia dell’immaginario deve essere vista «come una prospettiva che permette di analizzare la realtà sociale attraverso la lente delle rappresentazioni simboliche, degli archetipi e delle narrazioni collettive» (p. 212). Nel suo riconoscere «il valore della dimensione simbolica e della narrazione nella costruzione del mondo sociale», scrive Barbalace, la sociologia dell’immaginario «si pone come un ponte tra le scienze sociali e le discipline umanistiche, tra l’analisi razionale e la comprensione intuitiva ed esperienziale del mondo» (p. 212).

Barbalace invita a rintracciare nella sociologia dell’immaginario strumenti critici utili a decostruire le narrazioni dominanti e immaginare nuovi orizzonti in svariati ambiti riguardanti le urgenze contemporanee; dalle problematiche ecologiche a quelle legate alla post-verità e al crescente intrecciarsi di politica e tecnologia. Di fronte al ruolo che stanno assumendo gli algoritmi, l’intelligenza artificiale e le piattaforme online nella proliferazione di immaginari digitali, la sociologia dell’immaginario può rivelarsi utile a svelare le dinamiche di potere che si celano dietro le tecnologie. «L’immaginario non è solo uno specchio del presente, ma un laboratorio del futuro, un campo di tensione in cui si decidono le forme del possibile. Ripensare l’immaginario significa ripensare il mondo, aprendo nuove strade per l’azione e la conoscenza» (p. 215).

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29/07/2025

La società delle singolarità e della competitività distintiva

di Gioacchino Toni

Andreas Reckwitz, La società delle singolarità. La trasformazione strutturale della modernità, Prefazione di Michele Sorice, Lorenzo Viviani e Andrea Volterrani, Traduzione di Massimo De Pascale, Meltemi, Milano, 2025, pp. 540, € 25.00

A distanza di alcuni anni dall’uscita in lingua tedesca è ora disponibile in  italiano il volume La società delle singolarità (Meltemi, 2025) di Andreas Reckwitz, tradotto da Massimo De Pascale, impreziosito da una corposa Prefazione stesa da Michele Sorice, Lorenzo Viviani e Andrea Volterrani, a cui si farà ampio riferimento di seguito, che introduce al quadro teorico entro cui si muove il sociologo tedesco.

Il volume indaga il passaggio dalla logica del generale, propria della società industriale, a quella delle singolarità, caratterizzante la società postindustriale. L’affannosa ricerca della distinzione e dell’unicità che si manifestano nel lavoro, nel consumo, nelle relazioni sociali e nella costruzione dell’identità da parte degli individui della tarda modernità ha, sostiene Reckwitz, soppiantato la valorizzazione della standardizzazione, della conformità a modelli generali di classe, professione e consumo proprie della modernità industriale.

Il consumo e le esperienze culturali si sono andati sempre più trasformando da atti di adesione a standard collettivi a pratiche di auto-espressione, di definizione di un’identità personale e distintiva, così come le esperienze di “lavoro creativo”, fattesi sempre più precarie – quando remunerate e non direttamente estorte dalle piattaforme  con cui ci si relaziona online – e spalmate ben oltre un canonico orario di lavoro, sono caratterizzate da una forte individualizzazione e da un’incessante richiesta di aggiornamento al fine di mantenersi competitivi o, almeno, partecipi all’universo digitale.

La società delle singolarità prospera sulla fluidità delle identità contemporanee e sul processo di estetizzazione della vita quotidiana che si palesa nella costruzione identitaria sulle piattaforme e sui social digitali. Questi ultimi, inoltre, si fanno dispensatori di un’informazione sempre più compartimentata per bolle omogenee che, attraverso la selezione algoritmica, tende a farsi sempre più individuale.

Il diffondersi della logica della singolarità implica trasformazioni politiche e sociali, visto che questa, sostiene Reckwitz, determina una nuova stratificazione sociale basata certamente sul capitale economico, ma anche su quello culturale e simbolico, imponendo nuove forme di disuguaglianza e vulnerabilità derivate dalle disponibilità economiche e culturali necessarie per perseguire l’imperativo di uno stile di vita singolare.

Insomma, secondo il sociologo tedesco, la stratificazione sociale non deriverebbe più soltanto dalla collocazione nella struttura economica e nel mercato del lavoro, ma anche, e soprattutto, dalla polarizzazione socio-culturale che emerge dai processi di singolarizzazione.

Secondo Reckwitz, la società contemporanea – in cui la competizione distintiva non manca di generare ansia, insicurezza e timore di marginalizzazione negli individui costretti a confrontarsi attraverso pratiche di auto-espressione e innovazione – è caratterizzata da una peculiare stratificazione. Oltre a una ristretta upper class, espressione del mondo della finanza e dei settori ad alta redditività, si ha:
– una nuova classe media, dotata di una certa cultura e di una spiccata attenzione alla distinzione estetica;
– una classe tradizionale, la vecchia classe media non particolarmente acculturata (un tempo partecipe delle promesse di progresso della modernità e che ora sperimenta la percezione di crescente insicurezza, marginalità, alienazione rispetto a un sistema che promuove le forme della singolarizzazione e dell’ipercultura) più legata a modelli di consumo e stili di vita standardizzati;
– una classe inferiore, dotata di basso capitale culturale, in balia della precarietà e della disoccupazione, dotata di scarso accesso alle risorse necessarie per la competizione simbolica richiesta dalla società delle singolarità.

Nel momento in cui la vecchia classe media percepisce di essere stata messa all’angolo, non potendo più aspirare ad uno sviluppo verso l’alto ma, viceversa, di essere destinata a scivolare sempre più verso il basso, matura il suo risentimento tanto nei confronti di chi, sopra di essa, riesce a sfruttare le opportunità della società delle singolarità, quanto nei confronti di coloro che, in termini di opportunità, si pongono sotto di essa, a cui guarda con disprezzo anche per il timore di finire per farne presto parte.

La riconfigurazione della struttura di classe tardo moderna dettata, come detto, dalle diseguaglianze economiche, educative, culturali e degli stili di vita, secondo Reckwitz ha eroso il sostegno nei confronti degli attori tradizionali della politica. «In chiave sociologica», come viene sintetizzato nella Prefazione, «queste sono le radici sociali e culturali di fenomeni solitamente identificati con le etichette del nuovo cleavage, che contrappone sovranisti e cosmopoliti, “vincitori” e “perdenti” della globalizzazione, fino alle declinazioni socio-politologiche di nuove destre tradizionaliste, autoritarie e nazionaliste e nuove sinistre ecologiste, alternative e libertarie» (pp. 28-29).

È tra gli anni Sessanta ed i primi decenni del nuovo millennio, scrivono Sorice, Viviani e Volterrani nella Prefazione al volume, che, secondo Reckwitz, la logica della singolarizzazione diviene un principio costitutivo dell’intera società.

A farne le spese è la linea di separazione propria delle forme dell’individualizzazione moderna. Laddove la sfera privata era il luogo dell’individualità, riconosciuta e protetta dall’invasione dei condizionamenti tradizionali attraverso l’istituzionalizzazione dei diritti individuali, e le istituzioni pubbliche (economiche, politiche, scientifiche) erano il luogo della generalizzazione e dell’“uguaglianza” a sostegno delle interazioni sociali, nella tarda modernità la singolarizzazione opera all’interno delle forme stesse del legame sociale. Il lavoro, le relazioni affettive, la vita quotidiana, la politica, assumono la centralità del singolo nel suo saper cogliere le opportunità di raggiungere, e dimostrare, il successo personale, prima, oltre e contro la dimensione collettiva. Si tratta del fenomeno dell’ipercultura, ossia della valorizzazione radicalizzata della densità di significato, esperienza, successo, associata a ogni ambito della vita quotidiana. L’ipercultura rappresenta per Reckwitz lo specifico terreno che ridisegna la nuova struttura delle classi sociali nella società tardo-moderna, e la loro progressiva nuova contrapposizione. Nell’ambito dell’ipercultura, che innalza continuamente il vessillo dell’affermazione della propria unicità, l’individuo deve – non può – saper cogliere le opportunità che si creano a partire dall’insieme delle possibilità messe a disposizione dalla cultura alta e bassa, dal locale e globale, in una de-gerarchizzazione di valore fra le diverse sfere e, di contro, in una spinta verso la continua combinazione di esperienze diverse che sostanziano il cosmopolitismo contemporaneo (p. 24).

Secondo il sociologo, ad acquisire sempre maggiore importanza nella società tardo moderna è l’accesso alle opportunità culturali e simboliche legate alla cultura dell’affermazione di sé e agli stili di vita singolarizzati. Un cambio di paradigma, come viene sottolineato nella Prefazione, che «ha il suo momento simbolico nel 1968, con la rivoluzione dell’autenticità, l’accresciuta rilevanza della qualità della vita e delle relazioni sociali, la centralità dell’emancipazione dai residui vincoli che limitano l’autonomia personale, e il perseguimento della qualità della democrazia tramite i processi di cittadinanza politica attiva» (p. 27).

[Per Reckwitz] questa trasformazione dismette il carattere costitutivo della precedente modernità organizzata. In particolare, a essere rivisitata è la promessa del progresso come fonte di benessere per tutti. Ecco allora che la singolarizzazione dispiega la sua ambivalenza e alcuni – solo apparenti – paradossi. La singolarizzazione meritocratica non è accessibile a tutti, e la modernizzazione avanzata sembra riproporre il tema dell’anomia e del risentimento come effetto della mancata integrazione sociale e della politica di parti crescenti della società che si confrontano con la tensione fra aspettative sociali e privazione degli strumenti per raggiungerle (p. 27).

Nella tarda modernità, spetta, secondo Reckwitz, soprattutto agli ecosistemi digitali, in particolare alle piattaforme online, in cui si struttura l’economia dell’attenzione e della visibilità, agire come architetture della singolarizzazione. Un universo digitale che, sottolinea il sociologo, non deve essere pensato come luogo a sé rispetto alla materialità, stante il fatto che non manca di incidere su questa.

Insieme alla fine delle illusioni neoliberale, cosmopolita e tecnologica, la tarda modernità è caratterizzata anche dai fenomeni di disintegrazione sociale, sofferenza psicologica e di sempre più scarsa partecipazione democratica, inoltre, sostiene il sociologo tedesco, il nuovo contesto risulta permeato dalla dialettica fra iper-complessificazione e de-complessificazione da cui traggono nutrimento polarizzazioni, estremismi e fondamentalismi di ogni tipo.

Per comprendere le implicazioni politiche della teoria della società tardo-moderna di Reckwitz [scrivono Sorice, Viviani e Volterrani] occorre esplorare un ambito centrale dei processi socio-politici della tarda modernità: la singolarizzazione dei collettivi e l’emergere dell’essenzialismo culturale. A fianco dell’ipercultura prende avvio, infatti, un altro processo, di chiara origine post-romantica, in cui la culturalizzazione non passa per il singolo ma per un’ulteriore dimensione di pratica del fare singolarità: i collettivi. In questo passaggio emergono i richiami alla teoria di Charles Taylor [Radici dell’io, 1993] sulle forme del comunitarismo, e al tempo stesso le ricerche di Benedict Anderson [Comunità immaginate, 1996] sulle comunità immaginate. La singolarizzazione non coinvolge soltanto individui, oggetti, spazi nella loro unicità, ma diventa una modalità propria anche delle forme neo-comunitarie di aggregazione sociale. I collettivi singolarizzati sono neo-comunità che si aggregano sulla base di una specifica unicità storica, geografica o etica, generando rappresentazioni collettive di comunità immaginate. La dimensione immaginata non equivale a quella “fittizia”, nella produzione di effetti sociali, dato che questo tipo di collettivi attira i “simili a sé” e respinge gli “altri da sé”, in una logica che mette in discussione la domanda di ricerca centrale della sociologia, ossia la capacità di integrazione in contesti plurali di tipo societario. Se nella modernità classica i gruppi sociali venivano perimetrati e istituzionalizzati politicizzando particolari basi sociali pre-politiche, nei collettivi singolarizzati la politica dell’identità è intesa come affermazione antagonistica che opera sul doppio binario della valorizzazione e della de-valorizzazione. Una tale natura differenziale non sottende solo la rilevanza del particolare, ma afferma l’unicità non diluibile nella relazione con gli altri. Ne consegue che il collettivo singolarizzato si distingue per una complessità e una densità interne che coinvolgono la dimensione etica, estetica e progettuale. La natura bonding e non bridging di tali gruppi pone una sfida costitutiva alla democrazia intesa come processo di integrazione dei conflitti. La logica amico-nemico, propria della categorizzazione del politico in Carl Schmitt, riemerge nelle interpretazioni politiche che si basano sulla natura dei collettivi singolarizzati. Non è un caso che, nell’analisi sulla ricostruzione delle identità politiche, questa polarizzazione radicalizzata si esprima in termini di antagonismo come modalità del conflitto politico propria dei neo-populismi [Laclau, La ragione popuilista, 2008; Mouffe, Sul politico, 2007]. In-group e out-group, interno ed esterno, amico e nemico sono le modalità espressive dei conflitti che rientrano nella culturalizzazione dei collettivi singolarizzati [Reckwitz, The Society of Singularities, 2019]. Ciò che sta fuori dal gruppo non solo non ha valore, ma assume un valore negativo e incarna il ruolo di avversario da cui difendersi e contro cui opporsi (pp. 29-30).

Secondo Reckwitz, a partire dagli anni Sessanta, mentre da una parte «i valori di autorealizzazione e valorizzazione del sé del liberalismo aperturista hanno favorito l’integrazione e il riconoscimento di gruppi precedentemente discriminati [...], e hanno innervato la singolarizzazione degli individui della nuova classe media istruita e dell’upper class», dall’altra, «hanno attivato modalità reattive, difensive e rivendicative da parte di coloro, specie la vecchia classe media, che si sono trovati esclusi dalla capacità di accesso alla valorizzazione dell’unicità offerta dai dispositivi della razionalità del generale che continua a operare come infrastruttura della società delle singolarità» (p. 31). Non si tratta, per Reckwitz, di un atteggiamento anti-moderno, di messa in discussione delle ragioni delle diseguaglianze, ma, piuttosto, di un tentativo di entrare individualmente nel nuovo sistema.

A fronte del venir meno delle ideologie che avevano cementato il perimetro di appartenenza dei “popoli” dei diversi partiti e movimenti politici in conflitto, si avvia una “ri-semantizzazione” del “popolo” come comunità immaginata unitaria, moralmente superiore, coesa, e al tempo stesso rappresentata come “spogliata” della sua sovranità dagli attori mainstream della rappresentanza. Neo-comunità in cui il collettivo ha una sua unicità e una sua densità di appartenenza, con la sua storia particolare, le sue credenze e le sue origini mitizzate. In breve, nell’ipercultura il luogo della singolarità è la persona individuale, mentre nell’essenzialismo culturale è la comunità nel suo insieme a farsi singolarizzata. In questo senso [scrivono Sorice, Viviani e Volterrani] Reckwitz ci guida in una delle contrapposizioni determinanti della società occidentale attuale, socialmente e culturalmente fondata e che vede farsi fronte proprio l’ipercultura e l’essenzialismo culturale (p. 32).

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15/08/2024

Emilio Quadrelli, un ricordo

Agostino Petrillo ricorda Emilio Quadrelli, con cui ha condiviso varie esperienze politiche.

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Nel reparto oncologia dell’Ospedale Galliera a Genova, poco più di un mese fa, la discussione si protraeva e si faceva accesa. Con Emilio ero raramente d’accordo in politica... Tra lo stupore dei medici, degli infermieri e degli altri attoniti malati la vivace discussione tra il degente e il suo visitatore verteva sul… leninismo. Eravamo partiti commentando la recensione del libro L’altro bolscevismo scritto da Emilio, che il comune amico Sandro Mezzadra aveva da poco pubblicato, per finire poi a parlare del Lenin degli operaisti, tra Toni Negri e Mario Tronti e del destino della forma-partito. Quanto Hegel c’è in Lenin? Marx è veramente così antiautoritario come pare? Soggettività e organizzazione in che rapporto stanno? I quesiti, antichi, insidiosi e per lo più ovviamente inevadibili, echeggiavano per le stanzette striminzite dell’ospedale, divise solo da esili paratie... A un certo punto ce ne siamo resi conto e abbiamo abbassato la voce, e mi è venuto da ridere pensando che pareva quasi fossimo finiti in una fottuta versione di sinistra di Divisione Cancro di Aleksandr Solzenycin... Nonostante la gamba gonfia e i postumi evidenti di una forte terapia farmacologica, Emilio era combattivo e intelligente come al solito. Mi confortai. Temevo di trovarlo peggio. Negli ultimi tempi lo incrociavo di rado, a qualche manifestazione e a qualche dibattito, ma ero io, più di quanto non fosse lui, ad avere diradato le mie presenze pubbliche.

Lo conoscevo di vista dal '77, lo sentii parlare in un paio di assemblee prima che finisse in galera, in particolare ne ricordo una, mi pare fossimo alla vecchia Casa dello Studente di Corso Montegrappa, in cui il suo intervento non mi avevano fatto una grande impressione, mi sembrava su posizioni dure e pure da cui mi sentivo lontano. Seppi poi che era stato arrestato e che era finito in carcere, dove rimase, tra varie condanne, per sette anni. Lo conobbi meglio quando usci definitivamente di prigione, negli anni Ottanta. Animavamo all’epoca con Sandro Mezzadra e altri compagni un circolo politico-culturale il «Pickwick», e lui comparve e comincio a partecipare a qualche riunione. Ebbi in quel periodo modo di apprezzare meglio le sue qualità personali, l’umorismo felpato e sornione sempre pronto a diventare sfottò aperto, la cultura ampia, varia, e sempre originalmente interpretata. Si era anche trasformato fisicamente. Lo ricordavo prima del carcere magro e asciutto, ne uscì massiccio, body-builder e culturista. La pratica sportiva che era diventata uno dei suoi chiodi fissi, contribui non poco a creare intorno a lui un’aura di possanza fisica che ne fece un personaggio. Lo sport lo conservava giovane, sembrava che Emilio non invecchiasse. Mi colpì, una volta che eravamo insieme a una manifestazione, un vecchio compagno che lo rivedeva a distanza molto tempo che gli disse: «Emilio ma sei tu... o sei tuo figlio?».

Fu soprattutto nei Novanta però, in particolare a partire dal 1993 quando demmo vita alla Associazione Città Aperta in risposta ai pogrom anti immigrati del luglio di quell’anno, che la frequentazione tra noi divenne più stretta. Emilio fu vicino all’associazione anche perché la sua insaziabile sete di conoscenza politica lo aveva portato a interessarsi di immigrazione, e lo trovammo al nostro fianco nei non rari fronteggiamenti con membri dei comitati e fascisti che li spalleggiavano. Nel frattempo l’arrivo a Genova di Alessandro Dal Lago aveva richiamato intorno alla Facoltà di Scienza della Formazione un gruppo di ricercatori militanti tra cui Emiio si inserì. Nel 1996 sia io che lui diventammo assistenti di Dal Lago, curando i seminari pomeridiani con gli studenti. Anni di grande lavoro collettivo di ricerca su temi che per il paese erano poco esplorati, e che condussero a una produzione scientifica che rinnovò un settore in precedenza rimasto molto accademico, quale era la Sociologia delle Migrazioni. Dal lavoro di questo periodo scaturisce il libro firmato a due mani con Dal Lago (ma la cui magna pars, non solo le centinaia di interviste, ma anche l’ideazione e la costruzione, va ascritta a Emilio) intitolato La Città e le ombre, uscito nel 2003. Il libro, tuttora citatissimo negli studi urbani, offre uno spaccato unico di una Genova sotterranea, al confine tra città legittima e città illegale. Un sottobosco liminale in cui si muovono tanto figure della piccola criminalità quanto cittadini «modello» - stimati professionisti che pagano volentieri le prestazioni sessuali di immigrati minorenni, impiegati insospettabili che prima di rincasare dal lavoro non disdegnano i favori di prostitute straniere, giovani di buona famiglia che frequentano abitualmente i pusher o tranquilli pensionati che raccolgono scommesse clandestine. Ma Emilio era anche rimasto molto legato al suo passato politico, di cui ricostruiva pazientemente vicende e aspetti, raccogliendo materiali e interviste a coloro che ne erano stati protagonisti.

Da questo enorme lavoro d’indagine sarebbe scaturito Andare ai resti del 2004, uno dei libri più belli sulla stagione di rivolte degli anni Settanta, in cui viene ricostruita la vicenda delle gang giovanili che nelle grandi metropoli del triangolo industriale vanno all’assalto di quel che resta del boom economico italiano. Al crocevia tra il crimine e la politicizzazione della violenza, i protagonisti, parlano in prima persona, decisi a giocarsi il tutto per tutto, a cominciare dalla vita stessa, in una sfida di totale belligeranza verso la società. Per il suo raro talento di intervistatore e per la capacità di restituire storie e vicende personali inserendole in un più ampio contesto storico e sociologico, Emilio avviò anche una collaborazione con il Manifesto, pubblicando spesso suoi materiali sul supplemento Alias, materiali che a volte anticipavano contenuti di suoi libri successivi. Proprio in questi anni ci perdemmo progressivamente di vista, io ormai entrato stabilmente al Politecnico a Milano, lui piano piano marginalizzato dal giro accademico, e costretto a guadagnarsi da vivere con altre attività. Venne ancora qualche volta a fare lezione da me a Milano, e furono lezioni che gli studenti apprezzarono molto.

Faticai anche a pagargli queste sue collaborazioni, perché era così distratto da darmi due volte un IBAN sbagliato su cui accreditargli il compenso... Ci si incrociava ancora nei centri sociali, ricordo un paio di belle discussioni al Crash di Bologna. Gli ultimi suoi libri li avevo guardicchiati senza in realtà leggerli con attenzione, mi parevano tentare di istituire una continuità con il passato che non mi convinceva, ma L’altro bolscevismo lo avevo trovato originale e interessante, come provai a spiegargli nella nostra concitata chiacchierata ospedaliera. Nella mia memoria rimane la sua figura come quella di un pezzo di Settantasette orgoglioso e non sconfitto, coerente con le proprie convinzioni fino all’ostinazione, ma anche capace a volte di dire ancora una parola significante e di offrire una riflessione utile alle generazioni successive, in condizioni storiche così profondamente mutate. Come recitano i versi di una bellissima poesia di Dylan Thomas: «in noi, esiliati, risvegliamo il molle, inerme, scabro e setoso amore, che frantuma ogni pietra».

Fonte

14/08/2024

Un ricordo di Emilio Quadrelli

di Francesco Piccioni

Sono stufo di scrivere quando muoiono amici e compagni di una vita stranamente lunga.

Con Emilio abbiamo condiviso vicinanze strettissime e lontananze filosofiche, parlando a bassa voce in ogni caso, come sa di dover fare chi ha imparato l’educazione stando a tavola con gente egualmente armata.

Abbiamo condiviso per esempio un tentativo di evasione da un camerone del carcere speciale di Cuneo, mesi di lavoro silenzioso in un piano in cui le spie del maresciallo Incandela erano quasi più numerose dei “bravi ragazzi”.

Mesi di messa alla prova della nostra pazienza, abilità, concentrazione, senso dell’equilibrio, condivisi con altri due fratelli di cui ho poi perso le tracce.

Anche con Emilio ci eravamo ad un certo punto persi di vista, per sua fortuna, visto il buco nero che stavano diventando gli “speciali” a metà degli anni ‘80, quando la lotta armata esterna era diventata ormai politicamente irrilevante o quasi.

“Per sua fortuna” perché la sua condanna era molto meno grave, e le porte del carcere gli si aprirono pochi anni dopo.

Lo ritrovai quando, ormai semilibero anch’io, dalla scrivania de il manifesto lo scoprii assistente di Alessandro Dal Lago, all’università di Genova.

Era insomma diventato un sociologo, certo molto sui generis, appassionato frequentatore dell’“oggetto” di studio, così come aveva vissuto in gioventù a metà strada tra la compagneria e le “batterie” locali, bande giovanili nate nei quartieri operai che cercavano un riscatto tra rapine e sequestri di persona, senza mai lasciarsi anche nelle difficoltà più estreme.

Quasi leggendaria, ai tempi, quella della sua città – con Mario Rossi (l’“altro Mario”, non il compagno della XXII Ottobre) e Paolo Dongo – capace di arrivare ad assaltare un blindato dei carabinieri per liberare uno di loro.

Leggo che qualcuno lo ascrive, oggi, alla corrente “operaista”, facendogli probabilmente un torto che gli farebbe storcere la bocca. Era un appassionato lettore e analista delle rivolte sociali – questo sì – confidando sempre che dalle esplosioni spontanee potesse emergere l’occasione di una rottura radicale dell’esistente. Cosa per me piuttosto improbabile, come la Storia mi sembra dimostri.

Ma al di là di questa pervicace ricerca di un elemento primigenio e irriducibile della ribellione ben poco d’altro lo accomunava all’“operaismo” italiano.

Volendo spiegare la differenza, era un operaio in rivolta capace di rifletterci sopra, più che un “operaista” pronto a cantarla. Era sicuramente un “uomo del fare” (rivolta) anche quando cominciò a scrivere di banlieue, immigrati, seconde e terze generazioni, colonialismo e neocolonialismo, sfruttamento sulle “linee del colore”.

Ci siamo ritrovati a discuterne in occasioni sempre troppo rare, su traiettorie di vita che a volte ci mettevano insieme per qualche dibattito pubblico, in cui spiegavamo con pazienza e a bassa voce la nostra differenza di vedute teoriche per raggiungere l’identico obiettivo strategico, in qualche modo solidamente rappresentata dalle nostre vite politiche, vicine ma non eguali.

Anche fisicamente lo avevo ritrovato trasformato. Dal ragazzo longilineo e capellone di questa vecchia foto in carcere, a strutturato culturista quasi più largo che lungo. Prese le mie preoccupazioni di lottatore “al naturale” su questo fronte nel suo solito modo (“non un passo indietro, comunque vada”).

Il suo libro più sentito, e che meglio ne rappresenta il nesso inscindibile tra fare e pensare rivolta, è in ogni caso Andare ai resti. Espressione che può comprendere fino in fondo solo chi ha vissuto, scegliendola, una rivolta in carcere, dove ti giochi tutto – la vita o almeno l’integrità fisica – perché hai capito che non puoi accettare di arretrare ancora.

Perché quel che ti resta da difendere è così poco, e in via di eliminazione, che vale la pena di “giocarselo” puntando a rovesciare la condizione. Tanto, peggio di così, non potrà andare...

Un estraneo, da fuori, parla in casi come questi di “follia”, vista la sproporzione abissale di forza tra i rivoltosi e il nemico. Eppure la storia è ricca di manifestazioni del genere, come si è visto a Gaza o nel ghetto di Varsavia.

E se avessimo fatto in tempo a discuterne si sarebbe probabilmente appassionato a trovare le tante similitudini esistenti nelle rivolte di prigionieri di ieri e di oggi. In carceri occidentali come in quartieri mediorientali sotto assedio perenne, nel fondo di un tunnel scavato da militanti islamici o da ebrei comunisti che non hanno voluto attendere – e subire – il genocidio in silenzio.

Me ne diede una copia e tempo dopo mi chiese se mi ero riconosciuto in uno degli episodi lì narrati. In quel libro giustamente senza nomi, di tanti fatti che avevo vissuto direttamente o per vicinanza, m’era sfuggita una scena che mi vedeva protagonista. Ma erano gesti per me dovuti, e non me li segnavo come meriti. Se li ricordano certamente meglio gli altri...

È l’ultimo mio rammarico. Appena rientrato da un viaggio di quasi tre mesi, sfiorando guerre in atto o che stanno per esplodere, non ce l’ho fatta a prendere subito un treno per andarlo a trovare prima della fine. E non c’è rimedio possibile.

Ciao Emilio, non un passo indietro, vada come vada.

Fonte

03/03/2024

Per una sociologia degli algoritmi. La cultura nel codice e il codice nella cultura

di Gioacchino Toni

Massimo Airoldi, Machine Habitus. Sociologia degli algoritmi, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 178, € 21,00 edizione cartacea, € 11,99 edizione ebook

Che gli algoritmi siano strumenti di potere agenti sulla vita degli individui e delle comunità, che lo facciano in maniera del tutto opaca e che alcuni di essi siano capaci di apprendere dagli esseri umani e dai loro pregiudizi, è ormai patrimonio diffuso anche perché, in un modo o nell’altro, lo si sta sperimentando direttamente. Dalla percezione di come le macchine sembrino essere sempre più simili agli esseri umani sono sin qua derivati soprattutto studi comparativi incentrati su conoscenze, abilità e pregiudizi delle macchine oscurando quella che Massimo Airoldi ritiene essere la ragione sociologica alla radice di tale somiglianza: la cultura.

Airoldi, sociologo dei processi culturali e comunicativi, vede nella cultura – intesa come «pratiche, classificazioni, norme tacite e disposizioni associate a specifiche posizioni nella società» – «il seme che trasforma le macchine in agenti sociali»1. La cultura nel codice è ciò che permette agli algoritmi di machine learning di affrontare la complessità delle realtà sociali come se fossero attori socializzati. Il codice è presente anche nella cultura «e la confonde attraverso interazioni tecno-sociali e distinzioni algoritmiche. Insieme agli esseri umani, le macchine contribuiscono attivamente alla riproduzione dell’ordine sociale, ossia all’incessante tracciare e ridisegnare dei confini sociali e simbolici che dividono oggettivamente e intersoggettivamente la società in porzioni diverse e diseguali»2.

Visto che la vita sociale degli esseri umani è sempre più mediata da infrastrutture digitali che apprendono, elaborano e indirizzano a partire dai dati disseminati quotidianamente – più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente – dagli utenti, secondo Airoldi occorre considerare le “macchine intelligenti”, al pari degli individui, come «agenti attivi nella realizzazione dell’ordine sociale»3, visto che «ciò che chiamiamo vita sociale non è altro che il prodotto socio-materiale di relazioni eterogenee, che coinvolgono al contempo agenti umani e non umani»4. Al fine di comprendere il comportamento algoritmico è perciò necessario capire come la cultura entri nel codice dei sistemi algoritmici e come essa sia a sua volta plasmata da questi ultimi.

La necessità di provvedere a una sociologia degli algoritmi deriva, secondo l’autore di Machine Habitus, dalla combinazione di due epocali trasformazioni: una di ordine quantitativo, costituita dall’inedita diffusione delle tecnologie digitali nella quotidianità individuale e sociale, e una di ordine qualitativo, inerente al livello che ha potuto raggiungere l’intelligenza artificiale grazie al machine learning permesso dai processi di datificazione digitale. «Questo cambiamento paradigmatico ha reso improvvisamente possibile l’automazione di compiti di carattere sociale e culturale, a un livello senza precedenti». Ad essere sociologicamente rilevante non è quanto accade nel “cervello artificiale” della macchina ma, puntualizza lo studioso, «ciò che quest’ultima comunica ai suoi utenti, e le conseguenze che ne derivano»5. I livelli raggiunti dai modelli linguistici con cui operano sistemi come ChatGpt mostrano modalità di partecipazione sempre più attive e autonome dei sistemi algoritmici nel mondo sociale destinati, con buona probabilità, ad incrementarsi ulteriormente in futuro.

Gli algoritmi possono essere sinteticamente descritti come sistemi automatizzati che, a partire dalla disponibilità e dalla rielaborazione di dati in entrata (input), producono risultati in uscita (output). Si tratta di un’evoluzione socio-tecnica che ha conosciuto diverse fasi, schematicamente così riassumibili: l’Era analogica (non digitale), che va dall’applicazione manuale degli algoritmi da parte dei matematici antichi fino alla comparsa dei computer digitali al termine della seconda guerra mondiale; l’Era digitale, sviluppatasi a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, che ha condotto all’archiviazione digitale delle informazioni, dunque alla loro circolazione attraverso internet e all’elaborazione automatizzata di enormi volumi di dati ponendo le premesse per la successiva evoluzione; l’Era delle piattaforme, contesto di applicazione delle macchine autonome e fonte della loro “intelligenza” attraverso il deep learning di inizio del nuovo millennio.

Se nell’era digitale la commercializzazione degli algoritmi aveva soprattutto scopi analitici, con il processo di platformizzazione questi sono divenuti a tutti gli effetti anche dispositivi operativi. Dall’effettuazione meccanica di compiti assegnati si è passati a tecnologie IA in grado di apprendere dall’esperienza datificata che funzionano come agenti sociali «che plasmano la società e ne sono a loro volta plasmati»6.

Mentre ad inizio millennio il discorso sociologico in buona parte guardava ai big data, ai nuovi social network e alle piattaforme streaming per certi versi limitandosi ad evidenziarne le potenzialità, in ambiti più tangenziali si ponevano le basi di quegli studi che nell’ultimo decennio hanno dato vita ai critical algorithm studies e ai critical marketing studies che hanno posto l’accento: sulla loro opera di profilazione selvaggia; sui meccanismi di indirizzo comportamentale; sullo sfruttamento di risorse naturali e manodopera; su come l’analisi automatizzata e decontestualizzata dei big data conduca a risultati imprecisi o distorti; su come la trasformazione dell’azione sociale in dati quantificati online risulti sempre più importante nel capitalismo contemporaneo; sulle modalità con cui vengono commercializzati e mitizzati gli algoritmi; su come il meccanismo di delega sempre più diffusa delle scelte umane ad algoritmi opachi restringa le libertà e agency umane e su quanto questi non si limitino a mediare ma finiscano per concorrere a costruire la realtà, assumendo un ruolo di “inconscio tecnologico”.

Alla luce dello svilupparsi di tanta letteratura critica, Airoldi motiva il suo obiettivo di costruire un framework sociologico complessivo a partire da una riflessione sul concetto di feedback loop degli algoritmi di raccomandazione tendenti alla reiterazione e all’amplificazione di pattern già presenti nei dati. Le raccomandazioni automatiche generate dagli algoritmi di una piattaforma come Amazon tendono ad indirizzare notevolmente il consumo degli utenti e siccome, allo stesso tempo, gli algoritmi analizzano le modalità di consumo, si genera un vero e proprio feedback loop. Se l’influenza della società sulla tecnologia e l’influenza di quest’ultima sulla prima procedono di pari passo, si giunge secondo lo studioso a due “quesiti sociologici”: la cultura nel codice (l’influenza della società sui sistemi algoritmici) e il codice nella cultura (l’influenza dei sistemi algoritmici sulla società).

Circa l’influenza della società sui sistemi algoritmici, lo studioso ricorda come le piattaforme “imparino” «dai discorsi e dai comportamenti datificati degli utenti, i quali portano con sé le tracce delle culture e dei contesti sociali da cui questi hanno origine»7; dunque derivino dalla società pregiudizi e chiusure mentali. Proporsi di “ripulire” i dati, oltre che probabilmente impossibile, non è forse nemmeno auspicabile in quanto presupporrebbe, in definitiva, un pensiero unico costruito a tavolino secondo logiche parziali.

Per quanto riguarda, invece, l’influenza dei sistemi algoritmici sulla società, basti pensare che gli algoritmi di piattaforme come Netflix ed Amazon riescono ad indirizzare circa l’80% delle “scelte” degli utenti; ciò rende l’idea di come i sistemi autonomi digitali non si limitino a mediare le esperienze digitali ma le costruiscano orientando i comportamenti e le opinioni degli utenti. «Ciò che accade dunque è che i modelli analizzano il mondo, e il mondo risponde ai modelli. Di conseguenza, le culture umane finiscono per diventare “algoritmiche”»8.

Spesso, sostiene Airoldi, si è insistito nel guardare le cose in maniera unidirezionale prospettando un certo determinismo tecnologico mentre in realtà diversi studi recenti dimostrano come gli output prodotti dai sistemi autonomi vengano costantemente negoziati e problematizzati dagli esseri umani. «Gli algoritmi non plasmano in maniera unidirezionale la nostra società datificata. Piuttosto, intervengono all’interno di essa, prendono parte a interazioni socio-materiali situate che coinvolgono agenti umani e non umani. Dunque il contenuto della “cultura algoritmica” è il risultato emergente di dinamiche interattive tecno-sociali»9.

Alla luce di quanto detto, le due questioni principali che approfondisce lo studioso in Machine Habitus riguardano le modalità con cui sono socializzati gli algoritmi e come le macchine socializzate partecipano alla società riproducendola.

Airoldi riprende il concetto di habitus elaborato da Pierre Bourdieu: «luogo dove interagiscono struttura sociale e pratica individuale, cultura e cognizione. Con i loro gesti istintivi, schemi di classificazione sedimentati e bias inconsci, gli individui non sono né naturali né unici. Piuttosto sono il “prodotto della storia”»10. Né determinata a priori, né completamente libera, «l’azione individuale emerge dall’interazione tra un “modello” cognitivo plasmato dall’habitus e gli “input” esterni provenienti dall’ambiente. Risulta evidente come un sistema automatico dipenda dalla scelta dell’habitus datificato su cui viene addestrato. «A seconda dell’insieme di correlazioni esperienziali e disposizioni stilistiche che strutturano il modello, l’algoritmo di machine learning genererà risultati probabilistici diversi. Ergo la frase di Bourdieu “il corpo è nel mondo sociale, ma il mondo sociale è nel corpo” potrebbe essere facilmente riscritta in questo modo: il codice è nel mondo sociale, ma il mondo sociale è nel codice»11.

L’habitus codificato dai sistemi di machine learning è l’habitus della macchina. Di fronte a nuovi dati di input, i sistemi di machine learning si comportano in modo probabilistico, dipendente dal percorso pre-riflessivo. Le loro pratiche «derivano dall’incontro dinamico tra un modello computazionale adattivo e uno specifico contesto di dati, vale a dire tra “la storia incorporata” dell’habitus della macchina e una determinata situazione digitale»12. Nonostante siano privi di vita sociale, riflessione e coscienza, gli algoritmi di machine learning rivestono un ruolo importante nel funzionamento del mondo sociale visto che contribuiscono attivamente alla reiterazione/amplificazione delle diseguaglianze sia di ordine materiale che simbolico. In sostanza, scrive Airoldi, ancora più degli esseri umani, tali macchine contribuiscono a riprodurre, dunque perpetuare un ordine sociale diseguale e naturalizzato.

La proposta dello studioso è pertanto quella di guardare ai sistemi di machine learning come ad «agenti socializzati dotati di habitus, che interagiscono ricorsivamente con gli utenti delle piattaforme all’interno dei campi tecno-sociali dei media digitali, contribuendo così in pratica alla riproduzione sociale della diseguaglianze e della cultura»13.

Ricostruita la genesi sociale del machine habitus, Airoldi sottolinea come questo si differenzi dal tipo di cultura nel codice presente in tanti altri artefatti tecnologici, «cioè la cultura dei suoi creatori umani, la quale agisce come deus in machina»14. Nonostante il discorso pubblico sull’automazione tenda a concentrarsi sui benefici che è in grado di offrire in termini sostanzialmente economici (tempo/denaro), ad essere stato introiettato a livello diffuso è soprattutto il convincimento della sua supposta oggettività, dell’assenza di arbitrarietà. Basterebbe qualche dato per dimostrare quanto la tecnologia sia, ad esempio, genderizzata e razzializzata: la stragrande maggioranza degli individui che hanno realizzato le macchine sono uomini bianchi, circa l’80% dei professori di intelligenza artificiale, l’85% dei ricercatori di Facebook ed il 90% di Google sono maschi (Fonte: AI Now 2019 Report).

Di certo per comprendere la cultura contenuta nei codici non è sufficiente individuare i creatori di macchine e il deus in machina; nei più recenti modelli di IA le disposizioni culturali fatte proprie dai sistemi di machine learning non derivano dai creatori ma da una moltitudine di esseri umani utenti di dispositivi digitali coinvolti a tutti gli effetti, in buona parte a loro insaputa, nel ruolo di “addestratori” non retribuiti che agiscono insieme a lavoratori malpagati.

Se correggere i pregiudizi presenti nel design degli algoritmi è relativamente facile, molto più problematico è agire sui data bias da cui derivano il loro addestramento. «Quando una macchina apprende da azioni umane datificate, essa non apprende solo pregiudizi discriminatori, ma anche una conoscenza culturale più vasta, fatta di inclinazioni e disposizioni e codificata come machine habitus»15. Per un sistema di machine learning i contesti di dati sono astratte collezioni di attributi elaborati come valori matematici e per dare un senso a una realtà vettoriale datificata, tali sistemi sono alla ricerca di pattern che non hanno nulla di neutrale, derivando dagli umani che stanno dietro alle macchine.

Una volta affrontata la cultura nel codice nelle macchine che apprendono da contesti di dati strutturati socialmente (da “esperienze” datificate affiancate da un deus in machina codificato da chi le ha realizzate), dal momento che, come detto, le macchine imparano dagli umani e questi ultimi dalle prime attraverso un meccanismo di feedback loop, Airoldi si concentra sul codice nella cultura indagando i modi con cui le macchine socializzate plasmano la società partecipando ad essa.

Gli algoritmi agiscono all’interno di un più generale ambiente tecnologico composto da piattaforme, software, hardware, infrastrutture di dati, sfruttamento di risorse naturali e manodopera, insomma in un habitat tecnologico che, a differenza di quanto si ostina a diffondere una certa mitologia dell’high tech, non è affatto neutro, sottostante com’è ad interessi economici e politici. Risulta dunque di estrema importanza occuparsi di come i sistemi di machine learning prendano parte e influenzino la società interagendo con essa considerando i loro contesti operativi e la loro agency (i loro campi e le loro pratiche, in termini bourdieusiani). Nonostante le macchine socializzate non siano senzienti, queste, sostiene Airoldi, hanno «capacità agentiche». Certo, si tratta di agency diverse da quelle umane mosse da intenzioni e forme di consapevolezza, ma che comunque si intrecciano ad esse. «La società è attivamente co-prodotta dalle agency culturalmente modellate di esseri umani e macchine socializzate. Entrambe operano influenzando le azioni dell’altra, generando effetti la cui eco risuona in tutte le dimensioni interconnesse degli ecosistemi tecno-sociali»16.

Visto che ormai i “sistemi di raccomandazione” delle diverse piattaforme risultano più influenti nel guidare la circolazione di prodotti culturali e di intrattenimento (musica, film, serie tv, libri...) rispetto ai tradizionali “intermediari culturali” (critici, studiosi, giornalisti...), viene da domandarsi se non si stia procedendo a vele spiegate verso una “automazione del gusto” con tutto ciò che comporta a livello culturale e di immaginario. È curioso notare, segnala lo studioso, che se il sistema automatico delle raccomandazioni conosce “tutto” degli utenti, questi ultimi invece non sanno “nulla” di esso. Se tale asimmetria informativa è «una caratteristica intrinseca dell’architettura deliberatamente panottica delle app e delle piattaforme commerciali»17, occorre domandarsi quanto sia effettivamente arginabile attraverso un incremento del livello di alfabetizzazione digitale degli esseri umani e attraverso politiche votate a ottenere una maggiore trasparenza del codice. Quel che è certo è che ci si trova a rincorrere meccanismi che si trasformano con una velocità tale per cui risulta difficile pensare a come “praticare l’obiettivo” in tempo utile, prima che tutto cambi sotto ai nostri occhi.

Airoldi ricostruisce come la cultura nel codice sia impregnata delle logiche dei campi platformizzati, dove i sistemi di machine learning vengono applicati e socializzati, e come le stesse logiche di campo e la cultura siano “confuse” dalla presenza ubiqua di output algoritmici. È soprattutto a livello di campo, ove si ha un numero elevatissimo di interazioni utente-macchina, che, sostiene lo studioso, importanti domande sociologiche sul codice nella cultura necessitano di risposta. «Le logiche di campo pre-digitali incapsulate dalle piattaforme sono sistematicamente rafforzate da miliardi di interazioni algoritmiche culturalmente allineate? Oppure, al contrario, le logiche di piattaforma che confondono il comportamento online finiscono per trasformare la struttura e la doxa dei campi sociali a cui sono applicate?»18.

Dopo essersi occupato, nei primi capitoli, della genesi sociale del machine habitus, delle sue specificità rispetto alla cultura nel codice presente in altri tipi di artefatti tecnologici e del codice nella cultura, analizzando i modi con cui le macchine socializzate plasmano la società partecipando ad essa, Airoldi si propone di «riassemblare la cultura nel codice e il codice nella cultura al fine di ricavare una teoria del machine habitus in azione» così da mostrare «come la società sia alla radice dell’interazione dinamica tra sistemi di machine learning e utenti umani, e come ne risulti (ri)prodotta di conseguenza»19.

Una volta mostrato come i sistemi di machine learning sono socializzati attraverso l’esperienza computazionale di contesti di dati generati dagli esseri umani da cui acquisiscono propensioni culturali durevoli in forma di machine habitus, costantemente rimodulate nel corso dell’interazione umano-macchina, Airoldi affronta alcune questioni nodali riconducibili a una serie di interrogativi: cosa cambia nei «processi di condizionamento strutturale che plasmano la genesi e la pratica del machine habitus» rispetto a quanto teorizzato da Bourdieu per il genere umano?; «come le disposizioni cultuali incorporate e codificate come machine habitus mediano nella pratica le interazioni umano-macchina all’interno dei campi tecno-sociali?»; «in che modo i feedback loop tecno-sociali influenzano le traiettorie disposizionali distinte di esseri umani e macchine socializzate, nel tempo e attraverso campi diversi?»; «quali potrebbero essere gli effetti aggregati degli intrecci tra umani e macchine a livello dei campi tecno-sociali?»20.

Inteso come attore sociale in senso bourdieusiano, un algoritmo socializzato risulta tanto produttore quanto riproduttore di senso oggettivo, derivando le sue azioni da un modus operandi di cui non è produttore e di cui non ha coscienza. Non essendo soggetti senzienti, i sistemi di machine learning non problematizzano vincoli ad essi esterni come, ad esempio, forme di discriminazione e di diseguaglianza che però, nei fatti, “interiorizzano”. Le piattaforme digitali sono palesemente strutturate per promuovere engagement e datificazione a scopi di profitto e funzionano al meglio con gli utenti a minor livello di alfabetizzazione digitale e di sapere critico. «Se il potere dell’inconscio sociale dell’habitus risiede nella sua invisibilità […] il potere degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale sta nella rimozione ideologica del sociale dalla black box computazionale, che viene quindi narrata come neutrale, oggettiva, o super-accurata. Al di là delle ideologie, sullo sfondo di qualsiasi interazione utente-macchina si nasconde un intreccio più profondo, che lega gli agenti umani e artificiali alla doxa e alle posizioni sociali di un campo, attraverso habitus e machine habitus»21.

I sistemi di machine learning non soddisfano (come vorrebbero i tecno-entusiasti della personalizzazione) o comandano (secondo i tecno-apocalittici della manipolazione) ma negoziano, nel tempo e costantemente, con gli esseri umani un terreno culturale comune. È dunque, sostiene lo studioso, dalla sommatoria di queste traiettorie non lineari che deriva la riproduzione tecno-sociale della società. A compenetrarsi in un infinito feedback loop sono due opposte direzioni di influenza algoritmica: una orientata alla trasformazione dei confini sociali e simbolici ed una volta al loro rafforzamento.

In un certo senso, scrive Airoldi, «gli algoritmi siamo noi». Noi che tendiamo ad adattarci all’ordine del mondo come lo troviamo, che sulla falsariga di quanto fanno i sistemi di machine learning apprendiamo dalle esperienze che pratichiamo nel mondo riproducendole. Lo studioso propone dunque una rottura epistemologica nel modo di comprendere la società e la tecnologia: i sistemi di machine learning vanno a suo avviso intesi «come forze interne alla vita sociale, sia soggette che parte integrante delle sue proprietà contingenti»22. Oggi una sociologia degli algoritmi, ma anche la stessa sociologia nel suo complesso, sostiene Airoldi, dovrebbe essere costruita attorno allo studio di questa riproduzione tecno-sociale.

Nella parte finale del libro, lo studioso delinea alcune direzioni di ricerca complementari per una «sociologia (culturale) degli algoritmi»: seguire i creatori di macchine ricostruendo la genesi degli algoritmi e delle applicazioni di IA, dunque gli interventi umani che hanno contribuito a «spacchettare la cultura nel codice e i suoi numerosi miti»; seguire gli utenti dei sistemi algoritmici individuando «gli intrecci socio-materiali dalla loro prospettiva sorvegliata e classificata»; seguire il medium per mappare l'infrastruttura digitale «concentrandosi sulle sue affordance e/o sulle pratiche più che umane che la contraddistinguono»23; seguire l’algoritmo, ad esempio analizzando le proposte generate automaticamente dalle piattaforme.

Se è pur vero che le macchine socializzate sono tendenzialmente utilizzate da piattaforme, governi e aziende per datificare utenti al fine di orientare le loro azioni, non si può addebitare loro la responsabilità dei processi di degradazione e sfruttamento della vita sociale. «Il problema non è il machine learning strictu sensu […] ma semmai gli obiettivi inscritti nel codice e, soprattutto, il suo contesto applicativo più ampio: un capitalismo della sorveglianza che schiavizza le macchine socializzate insieme ai loro utenti»24. Altri usi di IA, altri tipi di intrecci tra utente e macchina sarebbero possibili. Certo. Ma si torna sempre lì: servirebbe un contesto diverso da quello sopra descritto.

Fonte

 

17/11/2023

Preve a dieci anni dalla morte, luci e ombre di una eredità

Il decennale della morte è uno stimolo per ragionare sul lascito di Costanzo Preve in merito all’attualità di Marx e del suo pensiero. In questo articolo mi occupo di tre testi, La Scuola di Francoforte, Adorno e lo spirito del Sessantotto (Opere, vol. III ; Shibboleth, Roma 2023), La filosofia imperfetta. Una proposta di ricostruzione del marxismo (Franco Angeli, Milano 1984, prossimamente ripubblicato da Shibboleth) e “Demos e Libertà” un articolo apparso sulla rivista “Eretica”. Ho strutturato l’articolo in cinque paragrafi dedicati, rispettivamente, al rapporto fra Preve e Lukács, alla critica del postmodernismo, alla critica della sinistra, al presunto idealismo di Marx, ai limiti del pensiero sociologico e politico di Preve.

Preve e Lukács

Preve è uno dei pochi filosofi italiani che abbia colto la portata del contributo dell’ultimo Lukács, raccolto nei quattro volumi della Ontologia dell’essere sociale (1). Negli anni Ottanta e Novanta – allorché la cultura neoliberale celebrava il funerale del comunismo – i marxisti ortodossi, ridotti a un manipolo di nostalgici, associavano il filosofo ungherese quasi esclusivamente a Storia e coscienza di classe (2), opera giovanile parzialmente ripudiata dall'autore (3), al contrario di Preve, il quale aveva capito il potenziale dirompente dell’Ontologia, un’opera monumentale che faceva giustizia dei dogmi del “materialismo storico e dialettico” senza accodarsi al liquidazionismo eurocomunista, mentre cercava di ridefinire e attualizzare le linee fondamentali del pensiero marxiano, sfrondandole dagli equivoci associati a certi “regimi narrativi” – così li definiva Preve (4) – presenti in alcune opere dello stesso Marx.

Elenco qui di seguito tre degli equivoci in questione. Il primo è il prodotto delle interpretazioni “provvidenzialiste” della concezione marxiana della storia. In un celebre commento (5) alla recensione alla prima edizione russa del Primo Libro del Capitale, Marx aveva smentito il recensore, secondo il quale il suo intento sarebbe stato quello di descrivere le “leggi generali” del processo storico, rappresentandolo come una successione necessaria e scientificamente prevedibile fra differenti modi di produzione. Marx ribatte di non avere mai nutrito una simile ambizione, essendosi limitato a descrivere la transizione dal tardo feudalesimo e dalla società mercantile al capitalismo industriale in un ben definito e concreto contesto storico (l’Inghilterra dei secoli XVII , XVIII, XIX) senza elevare tale evento a modello universale valido per tutti i luoghi e tutte le epoche.

È a questo Marx che fanno riferimento sia Lukács che Preve, non al Marx che la vulgata dei cattivi discepoli ha trasformato nel teorico delle "leggi" della Storia, di una necessità immanente che, allo stesso modo in cui la smithiana mano invisibile del mercato provvede a generare il bene comune dall'interazione fra gli egoismi individuali, provvederebbe a far sì che le contraddizioni oggettive del modo di produzione capitalistico generino la transizione al socialismo. Questa interpretazione è il bersaglio contro cui si sono accaniti filosofi liberali come Popper, beffandosi di presunte leggi scientifiche che si sono rivelate incapaci di predire i propri effetti sulla realtà sociale. È vero che per Marx l'unica scienza era la storia, scrive Lukács, ma quella scienza non aveva per lui alcuna relazione con le leggi della natura né tantomeno con la loro capacità di prevedere gli esiti di un determinato fenomeno. La storia non è governata da alcuna necessità immanente, non contiene alcun principio teleologico, non incorpora alcuna versione secolarizzata della divina provvidenza, e le sue "leggi", o meglio i nessi causali che producono determinati eventi, sono comprensibili solo post festum, a partire dai loro effetti. Ragionando sul 68, Preve scrive a sua volta che la “verità” dell'evento storico in questione è l’accertamento a posteriori dei suoi risultati (6). L’unica attività che introduce un fattore teleologico nella storia umana è il lavoro che, grazie alla sua proprietà di generare più risorse di quelle necessarie alla riproduzione del lavoratore, è fonte della possibilità, non della necessità, della transizione da un modo di produzione a un altro (è a partire da questa visione, scrive Lukács e ribadisce Preve, che si può definire il marxismo "filosofia della prassi").

In Preve il rifiuto della interpretazione provvidenzialista della concezione marxiana della storia è associato al rifiuto della narrazione profetico-messianica che attribuisce al proletariato il ruolo di soggetto “predestinato” a fungere da becchino del modo di produzione capitalistico. Anche in questo caso esistono assonanze con il pensiero di Lukács, anche se i due punti di vista non sono integralmente sovrapponibili. Lukács, come ho argomentato altrove (7), ripropone la visione leninista della necessità di introdurre dall'esterno la coscienza politica, intesa come capacità di comprendere i rapporti fra tutte le classi sociali, in una classe operaia che non riesce ad elevarsi spontaneamente al di sopra della concezione tradeunionista dei propri interessi. Preve, come vedremo più avanti ragionando sui limiti del suo pensiero sociologico e politico, ha una visione radicalmente più pessimista della classe operaia, la quale, dopo la controrivoluzione neoliberale, avrebbe smarrito ogni forma di autoconsapevolezza, ancorché embrionale.

Un terzo punto sul quale il pensiero di Preve e quello dell'ultimo Lukács convergono è la questione dell’ideologia. Preve ribadisce a più riprese che l'ideologia è una dimensione antropologicamente e socialmente ineliminabile della prassi umana, per cui la narrazione postmoderna sulla cosiddetta "fine delle ideologie" non è altro che l'ideologia dell'epoca del trionfo della controrivoluzione neoliberale. Lukács sarebbe del tutto d'accordo con tale affermazione, tuttavia la sua posizione in merito è ancora più netta, come emerge laddove (nel quarto volume della Ontologia) discute del concetto gramsciano di ideologia. Mentre Gramsci mantiene la definizione dell'ideologia come "falsa coscienza", Lukács sostiene che tale formula è applicabile solo a livello dei singoli individui, mentre l'ideologia come autorappresentazione collettiva dei propri interessi come interessi generali della nazione, o addirittura dell'umanità, da parte delle classi dominanti, non è falsa coscienza bensì condizione necessaria della riproduzione del loro potere, si tratta quindi d'una "potenza materiale", di un fattore che trascende l'opposizione fra struttura e sovrastruttura.

Preve e il postmoderno

Il postmoderno canonizzato da Lyotard come "la fine dei grandi racconti di emancipazione" (8), rappresenta per Preve l'esito finale di un processo storico caratterizzato dalla progressiva sostituzione del concetto di verità ontologica con il concetto di certezza gnoseologica e conclusosi con l'approdo al concetto di "performatività" (9). Un percorso che, partito dallo scetticismo di Hume, transitato dall'illuminismo "critico" di Kant, dalla nietzschiana volontà di potenza e dal weberiano politeismo dei valori, trova il proprio coronamento in autori come Lyotard, i quali traducono il trionfo della virtualità tecnologica ed economica in virtualità teorico-filosofica.

Fra i meriti di Preve va ascritto il sarcasmo con cui associa il disincanto lyotardiano alla delusione dell'ex militante trotzkista, nonché membro del cenacolo marxista "eretico" di Socialisme ou Barbarie, per il fallimento delle sue illusioni rivoluzionarie. Del resto, non è un caso se la Francia è la culla dei nouveaux philosophes: fra i primi a decretare, anticipando la diagnosi di Berlinguer, l'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre e a spostare le proprie aspettative dal socialismo reale alle utopie libertarie dei "nuovi movimenti", gli intellettuali francesi di sinistra si sono convertiti in apologeti del liberalismo "progressista" post sessantottino, sancendo il divorzio – per usare la formula di Boltanski e Chiapello (10) – fra "critica sociale" e "critica artistica".

Altrettanto spietata la diagnosi di Preve sull'ala "sovversiva" di questa corrente liberale di sinistra (vedi Antonio Negri e altri esponenti del pensiero post operaista come André Gorz). Preve rintraccia le radici di questa scuola nella rivista "Quaderni Rossi", di cui salva il solo Raniero Panzieri, liquidando a mio avviso con eccessiva severità certi contributi di analisi di quella testata sulle trasformazioni della classe operaia italiana. Coglie invece con grande lucidità le derive successive di autori come Negri che, mentre rivendicano l'ambizione di andare "oltre Marx" (11) a partire da poche righe dei Grundrisse, appaiono piuttosto debitori del pensiero di Foucault e Deleuze, dai quali traggono ispirazione per spingersi oltre la diagnosi lyotardiana sulla "fine dei grand récit", al punto che decretano, ad un tempo, la fine dell'imperialismo (liquidando come antiamericanismo i discorsi che si attardano ad accusare di imperialismo gli Stati Uniti) e la fine degli stati nazione, ed esaltano la globalizzazione come fattore di accelerazione (12) verso la transizione al comunismo senza transitare da una rivoluzione politica. Una visione economicista che associa la possibilità di tale transizione esclusivamente ai punti più alti dello sviluppo capitalistico e ne affida la gestione ai lavoratori della conoscenza, cioè agli strati più elevati della forza lavoro che operano nei settori della New Economy (13).

Questa polemica può oggi suonare marginale, dal momento che la crisi della globalizzazione e il ritorno del conflitto militare fra grandi potenze ha fatto giustizia dei deliri appena descritti, mantiene invece assoluta attualità la riflessione di Preve sul rapporto fra postmodernità e sistema dei media. Da un lato, seguendo le tracce di Guy Debord e Jean Baudrillard, Preve descrive la trasformazione dell'apparato mediatico in un sistema integrato di simulazione in grado di manipolare l'opinione pubblica (vedi la costruzione del mito di Auschwitz come il Male Assoluto e dell'Olocausto come evento unico e irripetibile, tema ricorrente nei lavori di Preve che assume enorme rilievo nell'attuale fase contesto storico). Dall'altro lato, denuncia la progressiva privatizzazione dello spazio pubblico, colonizzato da grandi imprese che promuovono il politicamente corretto non solo come arma di distrazione di massa, ma anche e soprattutto come strumento di allargamento del mercato attraverso l'illimitata estensione di "diritti" individuali (14) che ha l'obiettivo di trasformare i desideri in merci.

Preve e la sinistra

Evito di dilungarmi sulla polemica di Preve autore "rossobruno", accusa rivolta ad altri intellettuali che – come Jean-Claude Michéa (15) – hanno messo in discussione l'attualità dell'opposizione destra-sinistra. Ammesso che a Preve si può rimproverare di aver concesso eccessivo credito a un esponente della Nuova Destra come Alain De Benoist; ammesso che certe sue prese di posizione sul tema hanno peccato di gusto della provocazione, cedendo alla tentazione di épater le bourgeois mettendo nel mirino il conformismo delle sinistre politicamente corrette; ammesso che le sue denunce di ciò che definiva "antifascismo in assenza di fascismo" erano giustificate in quanto riferite all'impossibilità del riproporsi di una esperienza storica resa anacronistica dalle forme attuali del conflitto sociopolitico, ma avrebbero richiesto un'integrazione relativa alle nuove, non meno feroci, forme di autoritarismo associate al potere neoliberale. Ammesso tutto ciò, il linciaggio ideologico cui Preve è stato sottoposto è servito a concentrare l'attenzione sul dito distogliendola dalla Luna, distogliendola cioè dalla critica alle responsabilità di una sinistra istituzionale totalmente integrata nel sistema di potere neoliberale. Parlare di responsabilità rischia però di essere depistante: la "colpa" della sinistra, per Preve, non chiama in causa la morale bensì la capacità di cogliere la realtà. Di fronte al crollo della democrazia, alla transizione a un regime postdemocratico (16) che sottrae al popolo la sovranità per consegnarla ai mercati e al dominio politico-militare dell'imperialismo americano, la sinistra non ha saputo cogliere la svolta epocale in atto dagli ultimi decenni del Novecento. Per i Bobbio, i Sartorie e le Urbinati di turno il fatto che permangono le procedure formali è quanto basta per affermare che restano in vigore le regole della democrazia.

Invece di prendere atto della realtà, e della conseguente necessità di cambiare paradigma, la sinistra disprezza la plebe, che vive ormai in un altro mondo, nelle periferie lontane dai centri gentrificati che ospitano le anime belle del politicamente corretto, insulta le masse che le voltano le spalle e cercano salvezza nei populismi di destra e di sinistra e, una volta esaurite le speranze, smettono di partecipare al gioco truccato di questo simulacro di democrazia. Evocare dicotomie ormai prive di contenuto reale, come progressisti/conservatori, atei/credenti, destra/sinistra non serve più a raccogliere consenso. Come hanno dimostrato innumerevoli ricerche sui flussi elettorali il voto si polarizza geograficamente: centri urbani vs periferie, metropoli vs province, e i richiami alla tutela dei diritti civili non fanno più presa su un popolo che reclama i diritti sociali che gli sono stati scippati (anche perché, nota Preve, a erigersi a paladini dei diritti civili sono sempre più spesso i super ricchi che hanno fatto strame di salari, occupazione e diritti sociali delle classi subalterne).

Preve e la filosofia

“La filosofia – scrive Preve – deve limitarsi al concetto che è, al tempo stesso, il suo oggetto e il suo limite”, ma questo attestato di modestia non tragga in inganno, perché Preve attribuisce al termine lo stesso contenuto che gli accredita Hegel, vale a dire quello di immanente verità del reale, di sua struttura logica. Questo ruolo ipertrofico del pensiero filosofico è un'eredità della filosofia greca classica, cui Preve riconosce l'assoluta esclusiva del modo occidentale di pensare, e dato che la filosofia occidentale è considerata come l'unica che possa definirsi tale, ne deriva una visione eurocentrica che personalmente considero uno dei, se non il, limite maggiore del contributo di Preve, limite di cui mi occuperò più avanti discutendo alcune sue idee politiche.

Questo riferimento alla presunta struttura logica dell'essenza stessa del reale fa sì che la visione previana del processo storico sia di natura essenzialmente "continuista": dalla contraddizione nasce sì la possibilità del superamento, ma tale superamento si dà, hegelianamente, come aufhebung, cioè come ossimorica sintesi di oltrepassamento e conservazione. Trasposta sul piano della prassi politica questa visione appare incompatibile con il concetto di rivoluzione come frattura temporale, discontinuità del processo storico, come ciò che Walter Benjamin definiva "il balzo di tigre" (17). Anche Marx viene da Preve inglobato in questo dispositivo logico: da un lato il filosofo di Treviri rappresenta, a suo avviso, l'unico esponente, assieme ad Hegel, di una scuola Dialettica che si proietta al di là dell'opposizione fra Idealismo e Materialismo, ma questo al di là significa in realtà che il "materialismo" delle categorie marxiane appare integralmente sussunto dalla forma idealista del loro sviluppo evolutivo.

Quanto appena affermato fa sì che Marx appaia, in ultima istanza, come l'esito più coerente ed estremo dell'universalismo borghese. Ciò emerge con chiarezza laddove Preve enuncia la sua tesi in merito a quella che definisce la "finestra storica" 1810/1990. L’epoca in questione, tesa fra l'affermazione della ragione illuminista e la crisi della ragione tardo moderna, sarebbe a suo avviso caratterizzata dalla “fessurazione dolorosa” fra universalismo borghese e nichilismo capitalistico: la contraddizione insanabile fra i principi universali enunciati dalla rivoluzione del 1789 e la prassi nichilista che governa il modo di produzione capitalista è la fonte di quella "coscienza infelice" del grande pensiero borghese di cui Marx, secondo Preve, è indiscutibilmente il maggiore esponente. La chiusura di quella finestra storica, dovuta agli effetti convergenti della caduta del socialismo reale, della controrivoluzione neoliberale e del trionfo del pensiero postmoderno, fa sì che, assieme all'universalismo borghese, scompaiano anche le condizioni che avevano reso possibile la coscienza infelice e quindi anche del superamento dell'esistente. Da questa chiusura autoreferenziale di una prospettiva filosofica che associa al venir meno dei principi della moderna (e occidentale!) ragione universale l'impossibilità di una fuoruscita dal capitalismo, derivano i limiti del pensiero sociologico e politico di Preve che esporrò nell'ultimo paragrafo di questo articolo.

Preve sociologo e politico

Si è detto che Preve non attribuisce alcuna autonomia di azione politica alle classi subalterne. Ma sarebbe più corretto dire che è il concetto stesso di classe sociale a svolgere un ruolo marginale nel suo pensiero. Abbiamo ricordato il suo sarcasmo nei confronti della scuola operaista, non solo nei confronti delle elucubrazioni negriane ma anche delle analisi dei Quaderni Rossi sul presunto ruolo antagonista dell'operaio-massa della grande fabbrica fordista. Con l'avvento del capitalismo globalizzato e finanziarizzato è l'idea stessa di classe a sfumare a mano a mano che si entra in una realtà "post borghese" e "post proletaria". Il nuovo magma sociale si articola in tre categorie che Preve definisce, rispettivamente (forse con ironico riferimento ai tre stati pre moderni) bellatores, oratores e laboratores. I bellatores coincidono con le élite oligarchiche dei super ricchi e dei potenti in cui si mescolano finanzieri, monopolisti industriali, vertici politico-militari (con prevalenza dei primi); gli oratores sono i ceti professionali deputati alla gestione del consenso (giornalisti, accademici, intellettuali), mentre i laboratores appaiono una massa residuale priva di sostanziale identità.

Questo scenario si giustifica solo tenendo conto del fatto che, per Preve, le classi sono "pure astrazioni", un'affermazione che ci fa capire come Preve, pur avendo preso le distanze da Althusser, abbia continuato a subire l'influsso della sua visione strutturalista: per lui i soggetti collettivi non hanno spessore reale; non riesce letteralmente a considerarli come entità concrete, al punto di affermare che "la sola unità veramente concreta è l'unità di vita individuale". Insomma, al fondo del suo pensiero sociale c'è una base individualista che assume a tratti connotati "biografici", come laddove ironizza sui filosofi accademici, che disprezza in quanto membri di una corporazione integrata nella piramide gerarchica, mentre i "veri" filosofi sarebbero "singolarità irripetibili", un'affermazione che Marx avrebbe liquidato come una versione filosofica delle robinsonate dell'economia politica.

L'eurocentrismo e il mix di universalismo e individualismo plasmano anche la visione politica di Preve. Per dimostrarlo, mi concentrerò su due aspetti che considero fra loro intrecciati: il concetto di democrazia e la critica del socialismo reale. Nel libro su Adorno e il '68 c'è un passaggio in cui Preve afferma di considerare la filosofia superiore alla democrazia. La battuta suona ambigua a meno che non la si metta in relazione con la convinzione del suo autore in merito alla insuperabilità della concezione greca della democrazia, concezione che Preve sintetizza con le seguenti parole: "La democrazia non è dunque una particolare forma di governo e di stato, ma è semplicemente lo stato di prevalenza del demos, in cui il demos tramite la correzione politica democratica corregge appunto la sproporzione di potere data dal possesso del denaro".

Tale definizione – la si consideri o meno ermeneuticamente fondata – "attualizza" l'approccio della filosofia classica al tema dell'azione dissolutrice della ricerca smodata di ricchezza sui corretti equilibri della comunità sociale e politica in misura tale da elevarla a modello sovrastorico. È in nome di questo modello, oltre che dei principi universali della Rivoluzione francese, che Preve condanna i regimi di socialismo reale (pur non negandone il merito storico di esperimenti di emancipazione dell'umanità dall'oppressione e dallo sfruttamento capitalistici). Così sposa le critiche che Rosa Luxemburg rivolse a Lenin e al Partito Bolscevico per avere negato alle opposizioni il diritto di organizzare, rappresentare ed esprimere le proprie opinioni. Quindi, dopo avere citato la grande rivoluzionaria polacca laddove afferma che "la libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente", scrive: "In quanto amico delle rivoluzioni trovo anche normale (...) che per qualche anno dopo il 1789 i francesi non lascino libertà di espressione pubblica ai realisti borbonici, e che per qualche anno dopo il 1917 i russi non lascino libertà di espressione pubblica ai seguaci dello zar"; a condizione, aggiunge, che si tratti di una "sospensione" perché, se l'emergenza diventa normalità, "allora c'è una patologia in atto, che in termini gramsciani potremo definire un deficit di egemonia". Se le rivoluzioni socialiste fossero state capaci di costruire un sistema egemone, conclude, questo sistema avrebbe potuto tollerare l'esistenza di partiti e organi di stampa di opposizione, allo stesso modo in cui il regime capitalista ha permesso l'esistenza di movimenti e giornali come Lotta Continua, Potere Operaio, ecc.

Il paragone fra i movimenti e gli eserciti controrivoluzionari degli anni Venti, appoggiati dal concerto degli imperialismi occidentali e i micropartiti italiani degli anni Settanta è talmente assurdo che si commenta da solo. Ma il vero nodo, come osservo in un articolo in via di pubblicazione sulla rivista "Koinè", è un altro: il fatto è che Preve condivide la visione secondo cui la rivoluzione socialista sarebbe in qualche modo la "continuazione" (vedi quanto detto sopra in merito al suo continuismo categoriale) della rivoluzione del 1789, la quale avrebbe gettato le basi dell'emancipazione umana, ma i cui principi e valori ideali sarebbero stati disattesi dal capitalismo per cui richiedono attuazione e compimento da un nuovo processo rivoluzionario. Questa visione rimuove il fatto che la rivoluzione del 1789 sanciva sul piano istituzionale un potere che la borghesia deteneva già sul piano economico-sociale, il che è palesemente falso nel caso delle attuali classi subalterne, per cui la rivoluzione socialista non può che segnare un momento di discontinuità assoluta, il benjaminiano "balzo di tigre".

Questo equivoco riverbera sulla sopracitata critica all'autoritarismo dei regimi socialisti, condotta dal punto di vista della democrazia borghese (o meglio di quell'ideale di democrazia borghese che non ha mai avuto attuazione se non come legittimazione del dominio di classe) (18).

Concludo notando che, analogamente a quanto avviene spesso per i critici "da sinistra" (poco importa che Preve rinnegasse questa attribuzione) dei socialismi reali, questa rivendicazione dei principi della democrazia borghese si associa a una visione della società comunista come una sorta di anarchismo compiuto, per cui Preve condivide l'idiosincrasia di Adorno (ma anche di Althusser) nei confronti del concetto di socializzazione applicato alla prospettiva di una civiltà postcapitalista.

Note

(1) G. Lukács, Ontologia dell'essere sociale, 4 voll., Meltemi, Milano 2023.

(2) G. Lukács, Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano 1970.

(3) Nella Prefazione alla riedizione del 1967 di Storia e coscienza di classe, Lukács svolge un'autocritica di alcuni concetti utilizzati in quel testo definendoli frutto di "un hegelismo più hegeliano di Hegel".

(4) Vedi La filosofia imperfetta, op. cit.

(5) La polemica di Marx nei confronti della suddetta recensione all'edizione russa del Capitale, si può trovare in K. Marx, F. Engels, India Cina Russia, Il Saggiatore, Milano 1960.

(6) L'affermazione è nel libro La scuola di Francoforte, op. cit. Sempre in questo testo cita la celebre battuta di Zhou Enlai il quale, richiesto della sua opinione in merito all'impatto storico della Rivoluzione francese, avrebbe risposto "è ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo".

(7) Vedi la mia Prefazione alla Ontologia, cit.; vedi anche Ombre rosse. Saggi sull'ultimo Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.

(8) Cfr. J-F Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.

(9) Nel testo citato alla nota precedente, Lyotard usa questo concetto, mutuato dalla filosofia del linguaggio, per denotare una forma di razionalità definita esclusivamente dalle sue prestazioni pragmatiche.

(10) Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(11) Cfr. A. Negri, Marx oltre Marx, Feltrinelli, Milano 1979.

(12) Cfr. A. Williams, R. Srnicek, Manifesto accelerazionista, Laterza, Roma-Bari 2018.

(13) Ho polemizzato contro queste teorie in diversi lavori. Vedi, in particolare, Felici e sfruttati,Egea, Milano 2011 e Utopie letali, Jaka Book, Milano 2013.

(14) Cfr. S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari 2012.

(15) Cfr. J-C Michéa, I misteri della sinistra, Neri Pozza, Vicenza 2013.

(16) Cfr. C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2013.

(17) Cfr. W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

(18) Persino un filosofo marxista radicale come Domenico Losurdo (cfr. La questione comunista. Storia e futuro di un'idea,Carocci, Roma 2021) sostiene che il pensiero comunista dovrebbe riconoscere i principi della democrazia liberale, facendo propria la concezione togliattiana della "democrazia progressiva". Argomento contro questa tesi nel mio ultimo libro (Guerra e rivoluzione, 2 voll., Meltemi, Milano 2023).

Fonte

07/06/2022

Estetiche inquiete. Quando lo street style diventa mainstream

di Gioacchino Toni

Provocazione, trasgressione sessuale e spontaneismo sembrano ormai elementi irrinunciabili dell’immaginario veicolato dalle produzioni mainstream – dal cinema ai programmi televisivi, dall’infotainment allo sport-spettacolo, dalle pubblicità ai nuovi protagonisti della scena (video)musicale, dai contest ai festival nazional ed euro-popolari... – così come in quello dispensato sul Web dai professionisti della vetrinizzazione. Non c’è ormai programma televisivo di studio o di fiction narrativa, pubblicità o videoclip in cui manchi qualche parola o atteggiamento sopra le righe, qualche riferimento ad una sessualità altra rispetto a quella tollerata da Santa Romana Chiesa e qualche dress code di derivazione street style.

Di come si sia trasformato quest’ultimo, anche nel suo eccedere l’universo strettamente vestimentario, tratta il volume di Nello Barile, Dress Coding. Moda e stili dalla strada al Metaverso (Meltemi 2022).

La carica contestataria dello street style sembra ormai essere stata assorbita dalle logiche della moda contemporanea che, anziché sentirsi oltraggiata, irrisa o respinta da questo, ha finito per trasformarlo nel suo contenuto più rilevante. Perso il suo contenuto originario, nella sua forma sempre più globalizzata lo street style contemporaneo sembra sempre più proporsi come logica ed estetica dominante nelle mani dei grandi brand.

Nonostante l’immaginario contemporaneo sia costantemente bombardato da messaggi volti a convincere dell’avvenuta scomparsa delle classi sociali, risulta evidente la polarizzazione crescente tra una ristretta élite che nell’ambito della moda è dedita a un consumo di iperlusso e una, per quanto eterogenea, moltitudine che è costretta al low-cost. Nel frattempo è venuto ad affievolirsi quel ruolo ponte tra i due poli, storicamente proprio della classe media, che ha a lungo svolto un ruolo fondamentale all’interno del sistema della moda moderna. Insomma, gli eccessi e l’andamento caotico della moda contemporanea parrebbero avere molto a che fare con l’acuirsi della polarizzazione sociale e la crisi della classe media.

Il rapporto intercorso tra street style ed universo della moda a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso si è evoluto notevolmente. Se diverse storie sociali della moda hanno insistito sul processo di “democratizzazione” che vi sarebbe stato, altri studi hanno preferito concentrarsi sul fatto che mentre storicamente lo street style avrebbe connotati di autenticità, la moda si sarebbe limitata ad un’opera di campionamento e reinterpretazione delle sue idee.

Focalizzarsi sulla moda come artificio e sullo stile come autenticità rischia di far perdere di vista le zone liminali tra i due mondi ed è per questo motivo che Barile prende in esame proprio tale ambito di interscambio, intensificatosi soprattutto negli ultimi anni contraddistinti da manifestazioni schizofreniche di coesistenza e giustapposizione tra opposti, fenomeno, quest’ultimo, che non riguarda di certo soltanto il dress code. A proposito dell’intreccio contemporaneo dei due ambiti, Barile sottolinea che «nell’epoca della globalizzazione il concetto di stile ha contagiato quello di moda mentre la forma pura della fashion è penetrata nell’universo dello stile alterandone la struttura. Si tratta di una collusione universale che non culmina in sintesi pacifiche, ma che alimenta conflitti semiotici su ambedue i livelli e che rappresenta il motore della creatività contemporanea» (p. 11).

Se alcuni studiosi individuano nella moda una costante antropologica propria dell’intera storia delle civiltà, altri vedono in essa un’esperienza esclusiva e costitutiva dell’epoca moderna. Facendo riferimento a quest’ultima prospettiva, diviene possibile definire la moda come «una uniformità socioculturale che scaturisce dall’innovazione ciclica e sistematica» (p. 15).

A differenza del costume tradizionale, tendenzialmente stabile, l’abbigliamento alla moda rappresenta invece qualcosa di dinamico che non vuol dire per forza di cose successione di novità assolute ma, soprattutto in epoca recente, di riproposta ciclica attualizzata. Nel momento in cui la moda si è trasformata in sistema, le innovazioni e l’obsolescenza sono state tendenzialmente regolarizzate e programmate in determinati momenti dell’anno. La ferrea stagionalità delle collezioni ha subito un primo contraccolpo nel momento in cui il fenomeno prêt-à-porter ha moltiplicato i centri creativi e produttivi – decisamente polarizzati nel panorama della Haute Couture – e ampliato a dismisura la clientela.

Le categorie della moda e dello stile possono essere limitate ai soli aspetti vestimentari o allargarsi fino a comprendere una vasta gamma di linguaggi e di comportamenti propri dei diversi periodi storici. L’antropologo statunitense Stuart Ewen, ad esempio, ricorre ai termini attitude e latitude per indicare i due atteggiamenti limite entro cui collocare le politiche stilistiche contemporanee: il primo, più vicino alla moda, indicherebbe un modello aristocratico, una trasmissione piramidale delle tendenze, mentre il secondo incarnerebbe la tendenza a ricorrere ai codici visivi e vestimentari per costruire/affermare l’identità, avrebbe dunque più a che fare con lo stile.

Oltre allo scarto tra coercizione-eleganza e autonomia-libertà, la distinzione semantica tra moda e stile è profondamente legata alla variabile temporale, o meglio all’esperienza che si fa del tempo attraverso l’abbigliamento. Nella catalogazione operata dall’antropologo americano sull’epoca storica dei cosiddetti street style emerge il principio discriminante di una diversa temporalità che sfida quella universale e astratta della moda. Già nell’etimo anglosassone il termine stile rimanda a un certo tipo di stagnazione temporale. Nello stile, suggerisce Barile, si potrebbe ravvisare l’incarnazione dell’idea bergsoniana di “durata” nell’ambito dell’estetica dell’individuo.

Se la moda segue il senso di una successione cronologica astratta, di una temporalità uniforme e progressiva, scandita da eventi ciclici, lo stile resiste a tutto ciò, rivendicando una chiusura centripeta verso la profondità del vissuto quotidiano. Si tratta dunque di un concetto complementare a quello di moda, che palesa la medesima esigenza espressiva e comunicativa, ma che definisce l’identità seguendo vettori affatto opposti. Rispetto alla forma di esclusione verticale, tipica del fashion, lo stile promuove un’esclusione orizzontale che non si fonda sulla possibilità economica di dotarsi di un patrimonio di segni, ma sull’adeguatezza esistenziale ad assumere una certa immagine. Se la moda cambia incessantemente e trasferisce delle identità prefabbricate al suo pubblico, lo stile si genera intimamente negli appartenenti a un gruppo ed esprime il grado di immersione in un dato tempo e in una data realtà sociale che, in questo caso, potremmo definire come “la strada” (p. 20).

Secondo Sarah Thornton il limite di approcci come quello di Dick Hebdige consiste nella tendenza a guardare alle sottoculture come a realtà nude e pure, mentre a suo avviso queste sono in qualche modo influenzate dall’ambito mainstream.

Le due esigenze fondanti la storia degli street style, l’autenticità e la spettacolarità, sono in netta contrapposizione e mettono in evidenza una sensibilità schizoide che si è accentuata con l’avvicinarsi della fine del millennio. Solo tenendo ben presente tale scissione può essere spiegato il rapporto controverso di amore/odio nutrito dalle varie generazioni di giovani nei confronti dei beni di consumo e del sistema dei media. Una sindrome che dagli anni Sessanta ha coinvolto anche lo stesso sistema della moda ufficiale, costretto a rinnegare i suoi antichi presupposti, tra cui l’esclusività e il lusso, per sposare la causa democratica di una moda che si diffonde negando se stessa. […] Da quando il sistema-moda ha interpolato la curva evolutiva degli street style, la logica onnivora del lusso ha assorbito molteplici contenuti provenienti dalle subculture giovanili tra cui: la provocazione politica, la trasgressione sessuale, lo spontaneismo. In altri termini il lusso è evoluto alla volta di un contenuto di unicità che spesso confligge con la sua anima industriale e commerciale (pp. 21-22).

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, di pari passo con l’esaurirsi della spinta propulsiva della moda moderna, secondo Barile si è assistito anche al concludersi della fase storica degli street syle che hanno man mano perso la loro connotazione antagonista dando vita a un rapporto sempre più colluso con il sistema della moda. La capacità degli street style di recuperare e decontestualizzare capi propri della moda per ricontestualizzarli cambiando loro di segno fino ad assorbirli in pratiche antagoniste ha finito per essere fatta propria dal fashion system che ha operato allo stesso modo nei confronti delle sottoculture: decontestualizzando e ricontestualizzando le loro estetiche.

Quella pratica sottoculturale di agire sullo stile in cui Dick Hebdige aveva scorto un tentativo di resistenza tanto alla cultura tradizionale, quanto agli imperativi manistream dell’obsolescenza programmata dal consumismo, non solo è finita per divenire territorio di saccheggio da parte della macchina della moda, ma, secondo Barile, ne è divenuta complice, come dimostra l’esplicita “alleanza” tra cultura hip hop degli anni Ottanta e i grandi brand dello sportswear.

Grazie a questa nuova “alleanza” tra mercato e cultura giovanile, supportata dalla progressiva dilatazione della categoria di gioventù, lo sportswear divenne un segmento strategico per un elevato numero di aziende. La collusione con il brand system può spiegare la longevità di questa sottocultura, che ancora oggi si presenta come il fenomeno stilistico e musicale di maggiore rilevanza mondiale. […] Con il nuovo millennio si compie il processo di sublimazione e di universalizzazione dello street style. Un fenomeno paradossale perché la negazione del lusso, che un tempo era il tratto distintivo delle sottoculture giovanili, ora trasforma lo street style nel nuovo lusso. Ciò vuol dire che, da un lato, tale categoria si svuota di una serie di riferimenti culturali e contestuali che in passato lo caratterizzavano (la strada), dall’altro, tende a marcare il suo legame con un contesto storico, mimando le sue radici, la sua origine, la sua autenticità sopratutto per una questione di coerenza comunicativa del brand (pp. 45-46).

Sicuramente la progressiva dilatazione della categoria di gioventù contribuisce a spiegare il successo dello sportswear. Affacciatasi sulla scena nel corso degli anni Cinquanta palesando specificità proprie, la categoria dei giovani, oltre a conquistare un ruolo inedito all’interno del mondo politico e culturale, non ha tardato ad attrarre l’interesse delle industrie dell’intrattenimento e dell’abbigliamento capaci di intuirne velocemente il potenziale in termini di propensione al consumo e di facile adesione alle mode in linea con un desiderio di continuo cambiamento. Non è pertanto un caso che siano proprio i settori dell’intrattenimento e dell’abbigliamento a spingere maggiormente sull’immaginario degli adulti affinché si sentano “giovani” il più a lungo possibile; una tale dilatazione della giovinezza rappresenta un allargamento della propensione al consumo a frequente obsolescenza. Inoltre, a differenza dei “giovani veri”, che possono più facilmente dar vita a qualche fiammata contestataria, questa platea allargata di “giovani attempati” risulta solitamente meno incline alla messa in discussione dell’esistente, dunque decisamente più rassicurante.

Il concetto di street style è inevitabilmente mutato anche alla luce dell’avvento dei social media che da un certo punto di vista hanno esasperato la propensione alla “vetrinizzaizone”, all’esigenza di vedere ed essere visti. Molti look che un tempo erano considerati alternativi, sono oggi esibiti nei programmi televisivi e nei locali mainstream anche perché i brand della fast fashion, con la loro ossessione di accelerare sempre più il succedersi di nuove collezioni, oltre che alle proposte delle passatelle non mancano di trarre ispirazione dalla strada. «L’esigenza da parte della moda di mettere in discussione la contrapposizione tra classi sociali incentiva la congiunzione tra lusso e sportswear o tra lusso e fast fashion. Tale operazione parte spesso dal mash up del logo, un tempo considerato come l’inviolabile tratto identitario del brand, ma che diventa oggi il punto di fusione tra know how diversi che hanno storie e brand image diametralmente opposte» (p. 48).

In diversi casi la fusione riguarda non solo il logo ma anche l’identità stilistica e la comunicazione del progetto che non manca di porre particolare enfasi a questioni che toccano, sebbene assai superficialmente, il multiculturalismo e, sempre più spesso, la fluidità di genere, tematiche che sembrano offrire nuovi ambiti di interesse merceologico.

Un curioso fenomeno che segnala il processo di trasformazione dell’idea di street style in ambito consumistico non proprio low cost riguarda la scena hipster. Se le radici di tale fenomeno posso essere individuate nella Beat generation degli anni Cinquanta, in realtà i nuovi hipster

sono totalmente collusi col sistema dei consumi e con brand tendenzialmente di nicchia che caratterizzano il loro stile. In secondo luogo sono newstalgici, ovvero provano una nostalgia vicaria per consumi e tendenze dei propri genitori, che dunque non hanno mai esperito. Tale aspetto li pone in netto contrasto con i giovani ribelli di un tempo che fondavano la propria identità sul conflitto generazionale con le generazioni più anziane. Forse, proprio perché vivono la fase avanzata della cultura postmoderna, caratterizzata da saturazione dei media e dei consumi e dunque da fluidità e crisi delle identità sociali […], prediligono rifugiarsi in un mondo rassicurante e stabilizzate, fatto di mode e consumi passati (p. 49).

In un momento storico di forte polarizzazione socioeconomica, diverse collaborazione tra stilisti e marchi sportswear si sono date all’insegna della ripresa di capi e particolari propri degli street style trasformando l’originaria creatività di questi ultimi in prodotti di lusso non accessibile ai più. Vi sono poi importanti brand storici che, dovendo riposizionarsi sul mercato, «mirano a incorporare il vissuto dei nuovi consumatori […] rinnegando la stressa idea di lusso che hanno incarnato per anni» (p. 52) proponendo così un nuovo modello di lusso applicato agli street style.

Il dato sociologico più rilevante è che, in una società sempre più polarizzata come quella occidentale, dove i ceti medi tendono a sgretolarsi mentre l’élite e i ceti subalterni divergono, la cultura del consumo tende a far convergere le classi sociali all’insegna di uno stile popolare ma esclusivo. Se gli street style classici soffrivano di una certa scissione, ambivalenza o schizofrenia nell’opporsi frontalmente al sistema, cercando di affrontarlo tatticamente, per poi esserne sfruttati in maniera inesorabile [...], i nuovi street style usano la trasgressione, anche la più estrema, per affermare globalmente il proprio potere simbolico e la propria coolness. Quanto più radicale è la negazione, tanto più accresce il loro valore e la venerazione da parte del pubblico. Il meccanismo tipico della logica neoliberista, capace di estrarre valore da differenza, difformità, radicalismo ecc., trova la sua ampia applicazione, come nel mondo dell’arte con cui, non a caso, la moda intrattiene una relazione sempre più intima (p. 54).

Circa i rapporti tra social media, nuove tecnologie, moda e street style, indagati da Barile nella seconda parte del volume, varrà la pena tornare successivamente.

Estetiche inquiete, serie completa su Carmilla

Fonte