Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2024

Aporie dell'utopia comunitaria - Il Marx di Preve fra Hegel e Aristotele

Premessa
Il secondo volume delle Opere (Inschibbolleth Editore, a cura di Alessandro Monchietto) di Costanzo Preve raccoglie due testi, il primo postumo e parzialmente incompleto (Manifesto filosofico del comunismo comunitario), il secondo (Elogio del comunitarismo) originariamente editato da Controcorrente (2006). Il tutto è preceduto da una Introduzione ("Comunità e comunismo nell’ultimo Preve") di Mimmo Porcaro, alla quale rinvio per tutti gli argomenti che non riuscirò a trattare nel presente articolo, dato che i problemi sollevati da questi due scritti sono numerosi e complessi, tanto da non poter essere esaurientemente affrontati in un articolo che deve rispettare gli standard di lunghezza che mi sono autoimposto per i materiali di questa pagina.

Gli obiettivi che Preve si è posto in questi lavori sono a dir poco ambiziosi: si tratta, fra le altre cose, di abbozzare un bilancio storico-critico della teoria marxista e dei tentativi, condotti dai partiti comunisti novecenteschi, di metterne in atto i principi per realizzare formazioni sociali postcapitaliste; di riscattare dalla damnatio memoriae questi grandiosi esperimenti, evitando di buttare il bambino con l'acqua sporca, evitando, cioè, di liquidare quello che Preve – pur considerando la velleità di restaurare il “vero” pensiero di Marx impresa al tempo stesso vana e impossibile (1) – considera il progetto marxiano originario, vale a dire il sogno di realizzare non uno stato socialista, bensì una comunità di individui liberi ed uguali; di contestare il dogma che inchioda Marx al ruolo di filosofo “materialista”, di colui che ha “rimesso con i piedi per terra” la dialettica di Hegel, e di descriverlo invece come il punto più alto di una linea di pensiero che si dipana da Aristotele a Hegel per culminare appunto con il maestro di Treviri; di smascherare la finta polarità destra/sinistra, svelando il gioco delle parti fra due strategie politico-culturali complementari, entrambe finalizzate a conservare l’egemonia del capitale sulle classi subalterne (indicando nella sinistra, in quanto primo custode della neolingua e del codice etico “politicamente corretti”, il nemico principale); di rifondare teoricamente l'utopia comunistico-comunitaria depurandola dagli equivoci e dalle ambiguità associate ai vari comunitarismi localisti, razzisti e primitivisti; di analizzare le fondamenta teologiche – veterotestamentarie e calviniste – del sistema neoliberale di rito anglosassone, sgombrando il campo dalle chiacchiere sulle presunte radici ebraico-cristiane della modernità occidentale. Il tutto mettendo criticamente a fuoco i concetti di modernità, verità, universalità, totalità, libertà, democrazia, utopia.

Per analizzare esaurientemente questa enorme mole di questioni, anche senza pretendere di approfondire più di tanto il modo in cui Preve le affronta, occorrerebbero centinaia di pagine. Rinunciando a priori a una simile impresa, mi limiterò ad entrare nel merito di parte delle questioni trattate, motivando perché, mentre alcune delle tesi di Preve mi paiono azzeccate, altre mi trovano in disaccordo. Prima di affrontare le critiche che Preve rivolge al comunismo reale e al “canone” marxista, e di analizzare l’alternativa comunitarista che suggerisce, mi occuperò di tre argomenti che, mentre possono apparire marginali a chi li associa alla sfera “sovrastrutturale”, considero invece dirimenti per cogliere il nucleo essenziale del lascito filosofico-politico di Costanzo Preve: mi riferisco ai fondamenti teologici della modernità capitalistica, alla presunta o reale derivazione greca della visione politica e dei principi etici marxiani e alla feroce critica dell'ideologia del politicamente corretto.

I.
La tesi di fondo di Preve in merito al codice religioso dell’occidentalismo imperiale (o, se si preferisce, dell'imperialismo occidentale) è che esso non si fonda sulla secolarizzazione di temi ebraico-cristiani, come ossessivamente ribadito dall’ideologia veicolata da accademici, politici e giornalisti di regime, bensì sulla secolarizzazione del protestantesimo calvinista (in particolare nella variante puritana di matrice anglosassone) caratterizzato dal dogma della predestinazione, il quale si è via via esteso dalla predestinazione individuale (sancita dal successo economico) alla predestinazione del popolo anglosassone, che trova espressione compiuta nella tesi dell’eccezionalismo americano, e nella sua auto attribuita missione di diffondere il verbo della democrazia liberale e del capitalismo nel mondo intero.

La presunta convergenza fra cristianesimo ed ebraismo è invece il prodotto dell’appiattimento del primo sul protestantesimo e della condivisione dello stesso libro sacro (la Bibbia e non i Vangeli cristiani) che accomuna protestanti ed ebrei. Essa si è dunque prodotta al prezzo di una serie di rimozioni: da quella relativa allo spirito (e all’ancoraggio sociale) del cristianesimo primitivo che, oltre a essere messianico e apocalittico, era animato da una forma di comunismo comunitario che si è prolungata nei movimenti ereticali medievali (Preve ricorda che la stessa teologia francescana era basata sui concetti di povertà e semplicità e promuoveva un’etica di tipo cenobitico-comunista); a quella dell’universalismo cristiano e del suo rifiuto del concetto razzista di popolo eletto (cristianesimo e islamismo, argomenta Preve, sono forme di universalismo religioso, laddove ebraismo e induismo sono forme di “tribalismo” religioso); infine a quella della opposizione fra onnipotenza dell’Uno e dialettica trinitaria, in base alla quale la verità (il Padre) esce da sé nel mondo (il Figlio) e torna a sé stessa (lo Spirito Santo) (2). Il protestantesimo veterotestamentario, argomenta Preve, privilegia il Padre, “divenendo così eresia individualistica ebraica”, mentre il cattolicesimo privilegia il Figlio “che corre a soccorrere le vittime dei credenti idolatri del Padre”.

Sofisticherie teologiche prive di sostanziali implicazioni storico-politiche? Non secondo Preve, il quale ricorda che non a caso tutta la grande filosofia ebraica, da Gesù a Lukacs, passando per Spinoza e Marx, si è fondata sulla critica universalistica alla superstizione per cui ci sarebbe un solo Dio che ha scelto il suo “popolo eletto”. Purtroppo l’ancoraggio delle sinistre ebraiche al pensiero di questi maestri è venuto meno, o è stato ridotto al silenzio, a mano a mano che il sionismo ha preso il sopravvento, legittimando il ruolo dello stato colonialista e razzista di Israele. Questa radicale presa di posizione antisionista, ancorché condivisa da intellettuali di origine ebraica come Ilan Pappé (3), è una delle ragioni per cui Preve viene sistematicamente tacciato di “rossobrunismo” e antisemitismo.

A inasprire tale scomunica contribuisce il fatto (che personalmente ritengo uno dei suoi meriti maggiori) che Preve vede, in quella che definisce “religione olocaustica” (che si tratti di una religione, argomenta, lo conferma il fatto che il negazionismo venga considerato reato penale, laddove i più spericolati revisionismi storici godono di piena libertà di espressione) una delle armi più letali per legittimare l’egemonia imperiale americana. Il “balletto dei milioni di vittime”, scrive, non serve a celebrare la memoria dei crimini nazisti – opportunamente identificati con il “male assoluto”, sia per far impallidire quella dei crimini perpetrati dai regimi liberal-democratici, sia per mascherarne le comuni radici, che affondano nella modernità occidentale (4) – serve piuttosto a legittimare il dominio del nuovo centro imperiale: il complesso di colpa europeo – che tocca vertici parossistici nel caso della Germania (5) – contribuisce a tenere l’Europa sotto il tallone dell’impero a stelle e strisce, così come contribuisce a legittimare i comportamenti razzisti e genocidi del sionismo contro il popolo palestinese (6).

Per farla breve: il fondamentalismo sionista-protestate è la “religione idolatrica dell’impero Usa” – religione che, dopo il crollo dell’URSS e dei Paesi socialisti dell’Est Europa, è assurta al ruolo di culto universale, delegittimando l’intero Novecento in quanto “secolo delle ideologie assassine da sostituire con un secolo del libero commercio globalizzato mondiale” (7).

La costruzione occidentale della modernità – “un concetto fantasma che sostituisce e occulta il concetto di modo di produzione capitalistico”(8) – non si fonda però esclusivamente sulla religione olocaustica. Il processo è alimentato anche da una narrazione “laicista” che non si ispira a una fantomatica “ragione in generale”, bensì alla secolarizzazione illuministica della tradizione cristiana occidentale; tradizione che appare identificata con la sua variante individualistico-protestante a mano a mano che il codice della modernità anglosassone – elaborato dai vari Hobbes, Locke, Hume e Adam Smith – prevale sui codici dell’illuminismo continentale (franco-tedesco). Questi padri fondatori della ragione liberale (9) hanno gettato le basi di una teoria politica che ha legittimato il processo di individualizzazione anti-comunitaria, in assenza del quale i rapporti di produzione capitalistici non avrebbero potuto affermarsi. Questa ragione liberal democratica si fonda poi su un altro pilastro religioso della modernità occidentale: quel culto dei diritti umani che, una volta elevato a principio assoluto, è divenuto titolare tanto “del diritto militare di distruzione” quanto del diritto “giuridico-giudiziario di limitazione della sovranità di stati, nazioni e popoli”.

Il Nuovo Ordine Mondiale che si prospetta, a mano a mano che l’egemonia ideologica fondata sui pilastri appena descritti si consolida, non è caratterizzato, come argomentano certi suoi critici “di sinistra”, da un principio di esclusione, bensì da un principio di “inclusione subalterna di tutti i popoli e le nazioni del mondo in un unico modello internazionalizzato di capitalismo liberale”. Si tratta dell’ordine totalitario (10) dell’economia capitalistica, gestito da un’oligarchia che si legittima mediante referendum periodici che presuppongono l’impotenza degli oppositori” (11).

II.
So che l’affermazione che mi appresto a fare scandalizzerà sia i filosofi accademici (e, se fosse ancora vivo, avrebbe scandalizzato lo stesso Preve, che certo accademico non era), sia i marxisti (ortodossi e non): personalmente non ritengo rilevante stabilire se abbiano ragione i filosofi (marxisti e non) che definisco Marx materialista (sia pure precisando materialista storico, dialettico ecc.) oppure se abbia ragione l’eretico Preve, che lo considera un esponente della grande scuola idealista tedesca, assieme a Fichte ed Hegel. Lascio volentieri il giudizio alla ristretta cerchia degli esperti di hegelo-marxismo. Quanto a me, ritengo che, in quanto filosofo della prassi, Marx si collocasse al di là dell’opposizione nominalistica materialismo-idealismo, postura che ritengo di poter attribuire anche all’ultimo Lukacs della Ontologia dell’essere sociale (12). Non entrerò quindi nel merito delle parti del secondo volume delle Opere in cui Preve affronta il tema.

Pur confessandomi non meno ignorante in materia di filologia e storia della cultura greca classica, non mi esimerò invece dal discutere le tesi di Preve in merito al presunto debito di Marx nei confronti del pensiero greco (e in particolare di Aristotele). Questo perché, anche se non sono in grado di valutare l’attendibilità di certe interpretazioni etimologiche e di certe contestualizzazioni storiche che Preve usa a sostegno delle proprie argomentazioni, vorrei mettere in luce in che misura queste “contaminazioni” fra il pensiero di Aristotele e quello di Marx influenzino la sua visione (che discuterò criticamente nell'ultima parte di questo articolo) di come dovrebbe essere un mondo post capitalista.

Parto dalla critica radicale che Preve rivolge a tutti coloro che spacciano la cultura greca classica per la legittima antenata della modernità occidentale. La “teoria del miracolo” (secondo cui il Logos si sarebbe misteriosamente incarnato nella mente degli antichi Greci, facendone gli antesignani della libertà, della democrazia e dell’individualismo che sostanziano la modernità occidentale), scrive Preve, serve “come osceno pedigree razzista (13) per legittimare filosoficamente la presunta superiorità dell’occidentalismo contemporaneo verso tutte le altre civiltà”; laddove l’analisi comparatistica ci suggerisce che idee analoghe (si pensi al pensiero di Eraclito, Buddha, Confucio, e Zarathustra) si sono sviluppate contemporaneamente e indipendentemente le une dalle altre, smentendo la presunta “eccezionalità” della ragione greca. Quanto alla libertà individuale, Preve smantella la lettura nietzschiana, affermando che la virtù individuale dei greci poteva “essere praticata solo all’interno di un sistema di valori accettato dalla comunità”, per cui è del tutto fuorviante attribuire loro la scoperta della libertà individuale che è piuttosto “prodotto esclusivo di quattro filosofi britannici [Hobbes, Hume, Locke, Smith] cittadini del paese che ha inaugurato la produzione capitalistica sulla base dell’estremizzazione puritana del calvinismo”.

Diverso il discorso sulla democrazia greca che, sostiene Preve, fu il prodotto di un fatto storico e sociale, vale a dire della “minaccia di insensatezza della vita individuale e sociale dovuta alla dissoluzione delle forme di vita comunitarie”, minaccia associata all’irruzione del denaro come fattore centrale nelle relazioni economiche, e al suo potere dissolutore nei confronti del legame sociale. In altre parole, la democrazia sarebbe nata come intervento correttivo sulle disuguaglianze create dall’evento in questione. Aristotele, scrive Preve, basa non a caso tutta la sua riflessione economica sulla distinzione fra economia (intesa come riproduzione dell’unità famigliare allargata) e crematistica, vale a dire l’accumulazione illimitata di ricchezza che genera la contrapposizione fra una minoranza di super ricchi e una massa di poveri. La democrazia antica, nascerebbe insomma da una soluzione razionalistica ai conflitti generati dall’impossibilità di eliminare la lotta di classe, soluzione che consiste nel limitare quest’ultima attraverso la sottomissione dei movimenti economici alla decisione politica (per inciso questa tesi di Preve è in sintonia con quella di Karl Polanyi (14) sulla non autonomia della sfera economica nelle formazioni sociali precapitalistiche).

È noto che una delle critiche più diffuse alla possibilità di accostare democrazia antica e democrazia moderna consiste nel fatto che nella prima vigeva il principio di esclusione nei confronti delle donne, ma soprattutto degli schiavi. Preve obietta che la visione aristotelica non rispecchiava un modo di produzione schiavistico compiuto (che sarebbe arrivato assai dopo) bensì un modo di produzione di piccoli proprietari indipendenti. Lascio agli storici di professione il giudizio sulla correttezza di tale affermazione. Qui mi interessa mettere in luce che, secondo Preve, il modo di produzione in questione era sensibile alla smisuratezza del potere e delle ricchezze (e alla necessità di limitare/contenere tale smisuratezza in quanto fattore di corruzione e dissoluzione politica e sociale).

È qui che si innesca quella che Preve descrive come la convergenza fra il punto di vista di Aristotele e quello di Marx: così come il primo interpreta il sentimento di una società che teme le conseguenze dell’illimitatezza provocata dal prevalere della crematistica sull’economia, il secondo condanna la smisuratezza del principio di accumulazione illimitata che governa il modo di produzione capitalistico, per cui il comunismo di Marx si basa sul concetto di bisogno (ancorché ricco) che a sua volta sta alla base del concetto di comunità solidaristica. Discuterò più avanti il fatto che Preve spinge questa convergenza fino a identificare anche la propria utopia comunistico-comunitaria con un’economia di piccoli produttori indipendenti. Così come discuterò più avanti il concetto di universalità che Preve deriva dall’esperienza della grecità classica, laddove scrive che “proprio radicalizzando la loro particolarità i greci sono stati in grado di proporre un modello universalistico”.

III.
A inchiodare l’etichetta di rossobrunismo sul pensiero di Preve ha contribuito, altrettanto se non più della durezza del suo giudizio sul sionismo, quella sul movimento femminista, e più in generale sulla cultura politica delle sinistre post sessantottine e sul canone politicamente corretto. Se l’occidentalismo imperiale fondato sulla teologia individualistico-protestante, analizzato nel primo paragrafo, rappresenta la forma “hard” dell’ideologia imperiale, l’ideologia del politicamente corretto ne incarna la forma “soft”. Le differenze fra le due sono apparenti, in quanto si tratta di varianti meramente tattiche che convergono nella finalità strategica, vale a dire assicurare il dominio dell'imperialismo occidentale sul mondo. A fornire la prova più evidente in merito è la corale convergenza delle sinistre occidentali sulla “teologia interventistica dei diritti umani” che, in buona o in mala fede, ha assicurato una copertura ideologica costante per le guerre imperiali di conquista (gli esempi degli ultimi decenni sono infiniti: per quanto riguarda l’Italia, il più clamoroso è probabilmente il coinvolgimento del centro-sinistra nell’aggressione NATO contro la Serbia, per tacere – ma questo Preve non ha fatto in tempo a metterlo in elenco – dell’attuale vergognosa legittimazione dell’appoggio al governo golpista ucraino di estrema destra nella guerra contro la Russia). “Il principio massimo del politicamente corretto”, commenta icasticamente Preve evocando implicitamente il romanzo distopico di Orwell, “consiste nel chiamare pace la guerra”.

Le considerazioni critiche di Preve sul politicamente corretto come “neolingua cerimoniale della comunicazione diffusa” e sulle sue velleità totalitarie – sul tentativo cioè di silenziare le voci che non vi si adeguano – non rappresentano un contributo particolarmente originale: basti citare, fra gli altri, autori come la coppia di sociologi francesi Boltanski e Chiapello (15), lo svedese Friedman (16), l’americana Nancy Fraser (17), i molti critici della cosiddetta cultura woke (18) e le riflessioni che chi scrive ha dedicato al fenomeno in diversi libri (19). Più originale – e più stimolante al tempo stesso – è il tentativo di Preve di distinguere una seconda dimensione ideologico culturale del politicamente corretto in cui convergono sei fattori strutturanti: l’internità all’occidentalismo americano imperiale (la sinistra post moderna, scrive, si è costituita sulla sostituzione dell'internazionalismo con un cosmopolitismo astratto che ha assunto progressivamente i tratti del globalismo americanizzato); la criminalizzazione del comunismo novecentesco; l’eternizzazione dell’antifascismo in assenza di fascismo; le religione olocaustica; la teologia interventistica dei diritti umani; la riduzione del conflitto politico a “polarità idraulica” di vasi comunicanti (destra e sinistra).

Della conversione all'occidentalismo imperiale, della religione olocaustica e della teologia interventistica dei diritti umani si è già detto. La criminalizzazione del comunismo novecentesco e l’intercambiabilità fra destra e sinistra – temi strettamente intrecciati – saranno oggetto dei prossimi paragrafi. Più problematico appare il punto relativo all’antifascismo in assenza di fascismo – punto che, anche a causa della stima che Preve manifestò per il pensatore francese della nuova destra Alain de Benoist, gli è stato ritorto contro da una sinistra inviperita dalle sue ficcanti critiche. Il sottoscritto, che pure ha in passato espresso analoghi giudizi sull’antifascismo “da parata”, è convinto che Preve avrebbe forse riformulato, o almeno approfondito, la questione in relazione all’emergere di destre europee di nuovo tipo, assai più agguerrite e pericolose dei patetici residui dei fascismi d’antan. Ciò nulla toglie al fatto che la pregiudiziale antifascista abbia svolto, e tuttora svolga, un ruolo deleterio nel legittimare le convergenze opportunistiche fra sinistre post moderne e destre neoliberali (vedasi il recente Fronte Popolare in Francia, che ha inchiodato France Insoumise all’alleanza con una destra socialista atlantista e guerrafondaia e le ha affibbiato il ruolo di utile idiota per tenere in piedi il progetto neoliberale di Macron – o di chi ne prenderà il posto).

Una considerazione a parte merita la posizione critica di Preve nei confronti del femminismo. Anche in questo caso non si tratta di argomenti particolarmente inediti o originali, tanto da essere condivisi dalle esponenti più lucide della stessa cultura femminista (20), anche se certi toni accesi sono stati sfruttati per la “rossobrunizzazione” del nostro. Il ragionamento di Preve si articola su due piani, socioeconomico e socioculturale. Per quanto riguarda il primo, Preve sostiene – a mio avviso correttamente – che il femminismo, al pari di altri movimenti politicamente corretti, è funzionale “al processo di allargamento della base sociale, economica, politica e culturale della produzione capitalistica”. Ciò è del resto ammesso dalle teoriche femministe di ispirazione neo-marxista che hanno affrontato la questione della “femminilizzazione del lavoro”, alcune delle quali (21) distinguono fra l’emancipazione di genere rivendicata dal movimento originario e le rivendicazioni di parità-mobilità verso l’alto progressivamente egemoni nelle ondate successive (“il ruolo dell’imprenditore”, commenta in merito Preve, “si apre al sesso femminile ma pretende una iniziazione che lo porti a una forma di maschilismo mimetico”). “Solo la stupidità”, conclude il nostro, “ha divulgato l’idea che il femminismo sia di sinistra, laddove la sua logica porta inesorabilmente alla rottura della solidarietà fra i sessi, all’individualismo narcisistico e alla delegittimazione della comunità [familiare ma non solo]”. Sommando tutte le riflessioni critiche concisamente riassunte in questo paragrafo, Preve arriva a concludere che “il nemico principale è oggi la cultura della degenerazione individualistico-radicale del ceto degli intellettuali ‘di sinistra’”. E con questo ha posto un’altra pietra per il monumento alla sua damnatio memoriae...

IV.
Prima di discutere la lettura di Marx su cui Preve fonda la propria visione utopica – sappiamo (vedi nota 1) che per lui “non esiste e non può esistere un fantomatico vero Marx che si tratterebbe di scoprire”, il che non gli impedisce di rivendicare la “sua” verità su Marx – riassumerò in questo paragrafo le critiche che rivolge al marxismo in quanto costrutto ideologico e agli esperimenti storici che ha ispirato.

Il marxismo, argomenta Preve, è una successione di formazioni ideologiche, ma è innegabile che la sua forma “canonica” consista in “un codice sistematizzato da Engels e Kautsky fra il 1875 e il 1895 su committenza dei socialdemocratici tedeschi”, oggi improbabile in quanto datato e connotato da influenze positiviste, riduzioniste ed economiciste. In particolare, il fatto che in Marx vi sia inequivocabilmente un lato apologetico dello sviluppo capitalistico, ha consentito a molti suoi interpreti di “giocare Marx contro Marx” – o “oltre Marx” per dirla con Toni Negri (22). Vedi il “mantra”, ossessivamente ripetuto per più d’un secolo, in base al quale il capitalismo “è unità dialettica di emancipazione e alienazione” che, nella misura in cui coincide con l’ideologia borghese del “progresso”, ha legittimato infiniti compromessi opportunistici col nemico di classe. Vedi la lettura “stagnazionista” dell’esaurimento del ruolo storico del capitalismo in quanto motore dello sviluppo delle forze produttive, laddove, nota giustamente Preve, tale modo di produzione si è rivelato capace di uno sviluppo illimitato delle stesse, e laddove anche le crisi economiche più gravi si sono rivelate momenti di rafforzamento e non di decadenza del sistema, in assenza di una capacità soggettiva organizzata. Vedi l’illusione positivistica in merito al presunto “passaggio del socialismo dall’utopia alla scienza” e all’individuazione di cosiddette “leggi” del processo storico, concetto – peraltro smentito dallo stesso Marx (23) – che ha legittimato l'obbrobrio di quel “diamat” staliniano che ha naturalizzato la storia formulando il modello “dei cinque stadi”, che non ha alcunché da spartire con una seria analisi comparativa della storia universale. Vedi il dogma che associa la possibilità della transizione al socialismo al raggiungimento di un elevato livello di sviluppo delle forze produttive, rovesciato da Lenin (l’eretico era lui, chiosa Preve, e non il “rinnegato” Kautsky che difendeva la versione canonica del marxismo) e dalla sua capacità di incarnare, come sostiene Lukacs, l'attualità della rivoluzione, cioè il fatto che nella fase imperialistica dello sviluppo capitalistico ogni popolo può mettere in atto una rivoluzione “senza che vi sia il bisogno di una commissione di marxisti doc che ne stabiliscano il diritto dopo valutazione del livello di sviluppo delle forze produttive”.

Preve attribuisce a Lenin un altro merito, vale a dire quello di avere relativizzato il rapporto fra classe operaia e potere politico, prendendo atto che la classe può accedere tuttalpiù a una coscienza di tipo sindacale-rivendicativo, per cui l’utopia autogestionale diretta è impraticabile. Nel prossimo paragrafo vedremo come questo omaggio a Lenin sul tema della democrazia diretta è di fatto in contraddizione con l’utopia comunitaristica di Preve. Vedremo che è altresì in contraddizione con tale utopia una tesi di Preve che, viceversa, chi scrive non solo condivide, ma ha messo al centro delle proprie riflessioni sul socialismo del secolo XXI (24): mi riferisco all’affermazione secondo cui la classe operaia “mette in atto comportamenti ribellistici di massa solo nella sua prima fase di uscita dalla condizione contadina, bracciantile e artigiana, mentre tende a integrarsi nella seconda fase di inserimento all'interno delle masse, economicizzazione del conflitto, individualizzazione consumistica”. Questa tesi è fondamentale per capire perché le uniche rivoluzioni socialiste riuscite si siano date in Paesi in via di sviluppo e abbiano avuto come protagoniste principali le masse contadine alleate appunto a nuclei operai di recente formazione, dopodiché vedremo come Preve non riesca a sfruttare tale intuizione per comprendere il ruolo strategico delle rivoluzioni extraeuropee per l’affermazione del socialismo mondiale.

Di tutto ciò diremo più avanti. Qui importa sottolineare come Preve consideri erroneo il tentativo di Marx di criticare il concetto hegeliano di Universale superandolo/conservandolo (aufhebung), sostituendo cioè nel ruolo di incarnazione di tale concetto la figura del funzionario dello stato borghese con quella di una classe operaia che “liberando se stessa libererà l’intera umanità”. Questo “errore” è riproposto dall’intera tradizione marxista che non ha mai smesso di eleggere la classe operaia a classe universale e “soggetto decisivo nel conseguimento della capacità di egemonia” (vedi in particolare Antonio Gramsci). Mi pare di potere affermare che, per Costanzo Preve, questo “peccato originale” del marxismo sia la causa sostanziale del fallimento dell’esperimento sovietico. Mentre reagisce con giusta indignazione al bilancio ideologico, avvallato dagli intellettuali della sinistra postmoderna (25), del Novecento “come secolo orrendo del totalitarismo”, e mentre liquida tale demonizzazione assieme al concetto di totalitarismo, in quanto “pezzi ideologici della visione del mondo dell’oligarchia capitalistica di oggi”, Preve rifiuta di condannare lo stalinismo su basi moralistiche ma ne indica, analogamente a quanto sostenuto da una studiosa di storia sovietica come Rita de Leo (26), il primo fattore di autodissoluzione nel “progetto titanico e prometeico di modificazione antropologica del comportamento umano”(27) fondato sul tentativo di realizzare “un dispotismo operaio sul resto della società”, in particolare su quelle classi medie che saranno la punta di diamante della controrivoluzione della fine del secolo scorso. Il grandioso tentativo novecentesco di ristabilire il primato della politica sull’economia fallisce anche e soprattutto a causa di questo tragico errore che impedisce lo sviluppo comunitario “di un’armonica crescita di un sapere e di un potere sociale realmente diffuso in tutti i membri della comunità stessa”; un errore che è a sua volta alla radice della impossibilità storica di far convivere comunismo e democrazia.

V.
Una volta definite – certamente in modo più articolato rispetto alla sintesi che ne ho fatta – le proprie critiche al comunismo novecentesco – rifiutandone al tempo stesso la demonizzazione – Preve delinea il suo progetto alternativo di utopia sociale. In primo luogo, ammette esplicitamente che si tratta di una utopia e, rilanciandone l’apologia lukacsiana (28), sostiene che il termine è da intendersi positivamente perché, anche se provvisoriamente inapplicabile, “l’utopia è una sorta di ideale regolativo del comportamento umano che produce effetti concreti in un lasso di tempo a media scadenza" (condivido, anche se considero a dir poco ottimista quel “media”).

Quindi dedica ampio spazio a chiarire che la sua idea di comunitarismo non va confusa né con quella associata alle forme di localismo xenofobe se non esplicitamente razziste (occorre uscire “dal circolo vizioso del pregiudizio identitario”), né con il comunitarismo accademico di scuola anglosassone, né con i comunitarismi che tessono le lodi delle comunità organiche: le comunità primitive, argomenta, hanno il solo merito di dimostrare che la proprietà privata non è insita nella natura umana (29), e conclude seccamente che “ogni concezione del comunismo o del comunismo comunitario come ritorno della comunità primitiva è errata”. Preve ricorre al concetto di comunismo comunitario fondamentalmente per due ragioni: in primo luogo, per ribadire che esso non si oppone al comunismo, “ma si auto interpreta come una sua riforma interna alla sua storia ideale eterna” (dovremo tornare su quel “storia ideale eterna”); inoltre perché la sua tesi è che il concetto in questione è quello che meglio rispecchia l’utopia marxiana.

Si è visto sopra che Preve sostiene che non è possibile risalire al “vero” Marx ricostruendone fedelmente il pensiero; al tempo stesso ammette che in Marx non esiste una chiara definizione del comunismo, del quale il filosofo di Trevi ci spiega soprattutto che cosa non è, definendolo quasi esclusivamente in termini contrastivi al capitalismo e alle precedenti formazioni sociali, il che, commenta Preve, “non è la sua debolezza bensì la sua forza perché gli consente di sopravvivere all’obsolescenza delle sue firme storiche”. Questa doppia mossa consente a Preve di isolare una serie di concetti marxiani per poi “rimontarli” a sostegno del proprio progetto teorico. Vediamo quali. In primo luogo nega la possibilità – sostenuta in particolare da Althusser (30) – di separare la “fusione imperfetta” fra elemento utopico ed elemento “scientifico” nel pensiero marxiano, depurando il secondo dalle interferenze del primo. Poi nega che Marx possa essere considerato un pensatore rigidamente “classista” (vedi sopra) nel senso che il suo [innegabile!] classismo sarebbe stato “solo un mezzo per giungere a un fine che era appunto quello della comunità” (o meglio: “l’utopia di una sola comunità umana mondializzata”). Infine sostiene che Marx, parlando della proprietà comunista, ha in testa la proprietà individuale e non collettiva, in quanto il comunismo della libera individualità coincide con la società comunista della proprietà individuale. E qui siamo al dunque: “la mia proposta di interpretazione del comunismo comunitario di Marx” ammette Preve, “è direttamente ricavata dalla società dei piccoli proprietari e produttori indipendenti della grecità classica”. Preve sembra insomma volerci dire che per Marx, come per lui, “la storia ideale eterna” del comunismo dovrà risolversi in un ritorno (ovviamente a un livello superiore) non alle società organiche precapitaliste, bensì alla società dei piccoli proprietari e produttori indipendenti che ispirava il pensiero politico aristotelico. Della insostenibilità (storico-concreta, non idealtipica!) di tale utopia diremo fra poco; per ora vediamo come la tesi appena esposta si fondi sulla descrizione del comunismo comunitario propostaci da Preve.

Posto che, come si è visto, una delle cause, se non la causa prima, del fallimento dell’esperimento sovietico è stata, secondo Preve, l’incapacità di coniugare comunismo e democrazia, e posto che nella comunità, ciò che è comune non può “essere avocato a un gruppo ristretto di reggitori che prescrivono al resto della comunità il da farsi”, è evidente che una società comunistico-comunitaria dovrà istituzionalizzare la democrazia politica “intesa non tanto come principio di maggioranza, quanto come processo di estensione quantitativa e qualitativa della partecipazione dei membri della comunità”. Quindi: autogoverno politico e autogestione economica, consultazione stabile e permanente delle comunità e, più in dettaglio, “una abolizione della produzione capitalistica, una produzione fondata sull’autogestione solidale dei produttori, un mantenimento della piccola produzione mercantile con le inevitabili piccole disuguaglianze, il mantenimento degli stati nazionali per preservare eredità linguistiche e culturali e una confederazione mondiale di stati comunitari indipendenti”. In poche parole, una società basata “su un processo di democratizzazione radicale di famiglia, società civile e stato e non sulla loro abolizione”.

È evidente che discostandosi dalla tesi marxiana dell’abolizione dello stato, Preve è guidato dalla consapevolezza che anche nel suo mondo utopico non può sparire come per incanto la polarità fra individui e comunità, ma mentre in Lukacs, come ho argomentato altrove (31), questa consapevolezza serve a evitare la trappola della “fine della storia” in quanto fine di tutti i conflitti umani, Preve scrive che la polarità in questione “può dialetticamente evolvere in un mondo di individui liberati inseriti in comunità solidali”; e ancora “il comunitarismo nella mia interpretazione è una via comunitarista all’universalizzazione e al dialogo”. E qui torna il fantasma della fine della storia, di un futuro irenico in cui tutti i contrasti si stemperano nel dialogo, in cui trionfa cioè lo spirito umano universale. L’inciampo sta appunto nel concetto previano – illuministico, occidentalista e idealista – di universale.

VI.
Lo scoglio su cui va a sbattere la costruzione teorica di Preve, a conferma dei limiti di ogni visione idealista, è appunto la questione dell’universale, attorno alla quale viene accumulandosi una serie di contraddizioni di difficile superamento dialettico. Provo a partire dalla seguente affermazione, dividendola in due parti: nella prima, Preve ci dice che titolare dell’universalità non può essere un popolo, una religione, una nazione o una cultura particolare (e infatti afferma che “l’universalismo occidentale è un universalismo falso di una arrogante tribù”). Fin qui non si può che condividere; nella seconda parte della frase, tuttavia, si dice che titolare dell’universalità può essere solo il genere umano “che, a sua volta, non è presupposto ma l’esito di una potenzialità che si realizza in un processo storico di universalizzazione reale”. Anche questa affermazione deve a sua volta essere analizzata distinguendone una prima e una seconda parte. La prima presuppone l’esistenza di una natura umana in generale, il che confligge con quanto lo stesso Preve sostiene scrivendo che “l’Uomo non esiste, ci sono soltanto uomini diversi di diverse comunità”, così come confligge con la tradizione marxista che considera l’umanità concreta come il prodotto storico di specifiche relazioni sociali e considera l’idea del capitalismo come coronamento della natura umana la base dell'ideologia capitalista (in quanto tale “natura umana” letteralmente non esiste). Eppure Marx, sostiene Preve, non la pensava così, visto che “parlava dell’uomo come ente naturale generico ed era in sintonia con l’antropologia filosofica di Aristotele” [cioè l’uomo come animale, politico, sociale e comunitario, capace di linguaggio, ragione, ecc.].

Mettendo fra parentesi l’associazione fra Marx e Aristotele, argomenti a favore della tesi appena esposta si potrebbero trovare nel Libro I del Capitale, laddove Marx analizza il concetto del lavoro in generale in quanto ricambio organico fra uomo e natura, concetto che Lukacs definisce la forma originaria e il modello di ogni prassi trasformatrice (32). Concetto che tuttavia, a mio avviso, non consente molto più che distinguere uomo dall’animale (vedi l’arcinota metafora dell’ape e dell’architetto). Infatti ancora Lukacs mette in luce come le innumerevoli varianti concrete (storiche) di tale forma originaria (ideale-astratta) del ricambio organico uomo-natura producano esseri umani diversi in diversi contesti socioeconomici e culturali.

Ma proviamo a tornare sull'ultima parte dell’affermazione da cui ho fatto partire il ragionamento: Preve dice che il genere umano “non è il presupposto ma l’esito di una potenzialità che si realizza in un processo storico di universalizzazione reale”. Ammesso e non concesso che esista la possibilità che il processo storico approdi a una “universalizzazione reale” (che sarebbe di fatto l’hegeliana auto-realizzazione dello Spirito Assoluto e la fine della storia), in che modo si pensa che ciò possa realizzarsi a partire da una qualsiasi civiltà particolare? Preve riconosce infatti che ogni comunità è per sua natura particolare, “relativa al tempo e al luogo in cui sviluppa i propri costumi condivisi dal gruppo”; riconosce inoltre che il concetto di verità “nasce e si sviluppa come funzione di sopravvivenza e di riproduzione di una comunità” (falso è ciò che ne mette in pericolo la sopravvivenza e la riproduzione). Come emanciparsi, dunque, dal falso universalismo occidentale e dai suoi criteri di verità, in cui siamo nati e cresciuti, considerando che persino Marx non vi è riuscito, visto che immaginava “che il presupposto della mondializzazione del comunismo fosse la mondializzazione del modo di produzione capitalistico”? Eppure Preve è convinto che solo questa evasione da noi stessi può salvarci, se è vero che “non esiste comunismo comunitario se non ci si chiama fuori integralmente dall'occidentalismo imperiale in tutte le sue forme”.

Sappiamo (vedi il secondo paragrafo) che, secondo Preve, i Greci sarebbero stati in grado di proporre un modello universalistico radicalizzando la loro particolarità, e sappiamo che, sempre secondo Preve, tale particolarità era il prodotto di un modo di produzione di piccoli proprietari indipendenti. Il comunismo comunitaristico potrebbe e dovrebbe nascere non dall’impossibile radicale e totale ripudio delle nostre radici occidentali (benché lo stesso Preve – vedi sopra – sembri considerare necessario tale ripudio) ma dallo sforzo di darne una lettura alternativa. Il che vorrebbe dire “tornare” ai greci, o almeno a quelle che Preve considera le caratteristiche di una particolare fase della loro storia. Così descrive un comunitarismo solidale di libere individualità, “che sostiene la legittimità dell’universalità attraverso il riconoscimento della singolarità e della particolarità”, che “è una teoria e una pratica del rapporto fra la singolarità, la particolarità e l'individualità, da un lato, e l’universalità dall’altro”, e scrive che “la via maestra dell'universalismo reale da intendere non come un insieme di prescrizioni dogmatiche ‘universali’, ma un campo dialogico di confronto fra comunità unite dai caratteri essenziali del genere umano, della socialità e della razionalità”. A meno di non voler attribuire le caratteristiche appena elencate a un intervento divino, è evidente che le comunità così definite dovrebbero fondarsi a loro volta su un modo di produzione di piccoli proprietari indipendenti [!?]

VII.
Prima di ragionare sulle tre intuizioni che avrebbero a mio avviso consentito a Preve, ove non irretito da presupposti idealisti, di sviluppare una teoria alternativa credibile sulla transizione a una società post capitalista, provo a stilare un breve elenco delle tesi sin qui analizzate, sia quelle che considero condivisibili, sia quelle che mi lasciano perplesso.

Trovo assolutamente condivisibile la sua analisi delle basi teologiche – ebraico-protestanti – dell’ideologia imperiale del capitalismo neoliberale. In particolare, è evidente che l’attuale tentativo del blocco atlantico a guida Usa di scatenare una Terza guerra mondiale contro tutte le nazioni e i popoli che si oppongono al suo dominio, non è dovuto solo a incontestabili ragioni economiche (perdita di controllo di ampie fette del mercato mondiale dovuta all’emergere di competiror vecchi e nuovi come la Russia e la Cina), ma anche e soprattutto all’integralismo neocons che affida alla anglosfera la “missione” di convertire il mondo alla “democrazia” e al “libero” mercato (fattore da non liquidarsi come meramente “ideologico”, sovrastrutturale). Trovo parimenti condivisibile la sua tesi sul ruolo decisivo del pensiero di Lenin nel liquidare il marxismo “canonico” della II Internazionale e le sue scorie economiciste, evoluzioniste e positiviste, a partire dalle tesi secondo cui la transizione al socialismo sarebbe possibile solo laddove il livello di sviluppo delle forze produttive ha toccato i vertici massimi consentiti dalle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, rimpiazzandola con la tesi dell’anello debole (crisi politico-istituzionale e perdita di capacità delle élite dominanti si esercitare egemonia). Trovo infine condivisibile la sua feroce critica delle sinistre postmoderne, a partire dal femminismo e dall’ideologia del politicamente corretto in tutte le sue articolazioni, una presa di posizione che chi scrive ha espresso nel capitolo intitolato “Le sinistre del capitale” del suo ultimo libro (33).

Il mio assenso è viceversa parziale nei confronti del modo in cui Preve affronta la questione del fallimento dell’esperimento sovietico: se mi pare giusto evidenziare l’errore di aver tentato di schiacciare le classi medie sotto una spietata dittatura operaia, creando i presupposti della controrivoluzione di fine Novecento, non condivido la sua critica al fatto che non siano stati garantiti i diritti “borghesi” (democrazia rappresentativa, libertà individuali, ecc.), anche se precisa che nella società comunistico comunitaria tali diritti assumerebbero carattere diverso. Soprattutto non condivido la sua visione di un comunitarismo associato a un modo di produzione di piccoli proprietari indipendenti. A tale proposito mi limito a citare letteralmente quanto ho scritto su questa pagina (34) a proposito dell’analoga visione proposta dal marxista calabrese Nicola Zitara e dal suo allievo Angelo Calemme: “ammesso e non concesso che oggi sia, non dico realizzabile, ma anche solo concepibile ‘una società di liberi produttori’ (Owen e Proudhon potevano ancora nutrire un simile sogno perché vivevano nella fase aurorale del capitalismo industriale, ma nemmeno loro avrebbero potuto farlo se fossero vissuti nell’era del tardo capitale monopolistico) non vedo come si possa non capire che tale società, in seguito alle differenze di capacità, talento, aggressività, ambizione, ecc. di questi produttori sarebbe destinata a subire un rapido processo di concentrazione dei capitali nella mani di una minoranza a scapito della maggioranza. Peggio mi sento di fronte alla schizofrenia teorica che, da un lato esclude ogni forma di liberismo economico [...] dall’altro indica nella proprietà privata e nella piena libertà di vendere e comprare il fondamento dei diritti individuali”.

Eppure, come detto poco sopra, Preve ha formulato tre intuizioni che avrebbero potuto condurlo in tutt’altra direzione. La prima è quella associata alla famosa lettera di Marx alla Zasulic in merito alla possibilità che la comunità contadina tradizionale russa (obscina) potesse approdare al socialismo senza passare dalle forche caudine del modo di produzione capitalistico. Marx, scrive Preve, ammettendo anche solo in via ipotetica tale possibilità (in barba ai suoi precedenti, duri giudizi nei confronti del potenziale rivoluzionario delle masse contadine), “compie un atto teorico anti-economicistico, anti-deterministico e anti individualistico”, evade cioè dal condizionamento associato alla sua appartenenza alla tradizione occidentale. Non è un caso se quest’ultimo Marx (35), come ho più volte ricordato analizzando il dibattito interno alla cultura marxista latinoamericana, sia ampiamente citato per legittimare il carattere oggettivamente anticapitalista della resistenza delle comunità originarie alla colonizzazione da parte del mercato. Né è un caso se un raffinato leader rivoluzionario africano come Amilcare Cabral parla di “classe nazione” (36) a proposito delle masse (prevalentemente contadine) in lotta per la liberazione dal giogo coloniale, ma proiettate verso un progetto di trasformazione socialista. Né è infine un caso se il “socialismo con caratteri cinesi” presenta evidenti debiti nei confronti della millenaria tradizione confuciana, che rispecchiava i valori del solidarismo comunitario contadino.

La seconda intuizione di Preve riguarda, da un lato, la necessità di superare la rigida opposizione bipolare operai/capitalisti (che, secondo lui, sarebbe stata in Marx strumentale alla realizzazione del comunismo comunitario, ciò di cui dubito ma che non è qui l’aspetto determinante); dall’altro lato, il riconoscimento che esistono civiltà culturalmente diverse [da quella occidentale] e forse inassimilabili come la cinese e la musulmana. Posto che aggiungerei certe civiltà amerindie e africane, c'erano qui i presupposti per capire che una larga fetta di umanità ha imboccato una via che – ancorché faticosa e tutt’altro che scontata – conduce al socialismo attraverso percorsi del tutto diversi da quelli immaginati dal marxismo occidentale. Invece, Preve resta suo malgrado occidentalista (in quanto rigorosamente hegeliano!), per cui è convinto che la via cinese – e più in generale quelle degli altri paesi in via di sviluppo – siano una nuova forma di sviluppo capitalistico (infatti sostiene – diversamente da Lenin (37) – che non possano esistere forme di capitalismo di stato che non siano forme di capitalismo tout court); ed è convinto che il capitalismo (come previsto dal Manifesto del 1848) abbia ormai conquistato il mondo senza residuare forme esterne. Eppure anche la terza intuizione, sintetizzata nell’affermazione “il comunismo comunitario che propongo si basa su un processo di democratizzazione radicale di famiglia, società civile e stato e non sulla loro abolizione” – affermazione con cui Preve prende le distanze dalla tesi marxiana sull’estinzione dello stato – avrebbe potuto aiutarlo a valutare la possibilità che uno stato socialista possa mantenere il controllo politico sull’economia senza liquidare l’intera classe capitalistica e servendosi di certe dinamiche del mercato senza abolirle integralmente. Ho ampiamente discusso di tale possibilità nel mio Elogio dei socialismi imperfetti (38) al quale rinvio il lettore, che potrà verificare come le forme sociali colà analizzate presentino non poche analogie con le caratteristiche che Preve immagina per il suo comunismo solidaristico (con tutte le differenze che distinguono la realtà storica concreta dagli idealtipi astratti).

Note

(1) Preve argomenta questa tesi in modo particolarmente convincente in un libro uscito negli anni Ottanta: cfr. La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984.

(2) Il riferimento alla dialettica hegeliana è qui talmente evidente da non meritare particolari commenti. Più interessante, dal punto di vista della storia delle religioni, sarebbe cogliere in questo “movimento” dell’essere divino tracce di alcune cosmologie gnostiche. Cfr. quanto ho scritto sull’immaginario gnostico in Immagini del vuoto, Liguori, Napoli 1989 e in Piccole apocalissi, Raffaello Cortina, Milano 1991.

(3) Cfr. I. Pappé, La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati, Fazi, Roma 2022.

(4) Preve si riferisce qui in particolare ai bombardamenti terroristici alleati sulle città tedesche quando l’esito della guerra era già deciso e alle bombe atomiche sul Giappone (finalizzate a terrorizzare i sovietici più che un Giappone già in ginocchio). Ma a negare la pretesa “unicità” del genocidio nazista ai danni del popolo ebraico sono in molti: vedi, fra gli altri, il libro di L. Pegoraro sui genocidi dei popoli originari da parte delle potenze coloniali occidentali (I dannati senza terra. I genocidi dei popoli indigeni in Nord America e in Australia, Meltemi, Milano 2019); vedi le riflessioni che Domenico Losurdo ha compiuto in diverse occasioni sull’aggressione nazista all’Unione Sovietica e sulle caratteristiche che la accomunano alle imprese criminali del colonialismo occidentale (spagnolo, inglese, olandese, portoghese, ecc.); vedi infine le riflessioni di Aimé Césaire nel suo Discorso sul colonialismo (ombre corte, Verona 2020) in cui l’autore antillano scrive che a risultare intollerabile agli occhi dei razzisti occidentali era il fatto che il razzismo hitleriano si rivolgeva contro popoli bianchi.

(5) Un interessante dossier sul pesante condizionamento che il complesso di colpa associato allo sterminio degli ebrei esercita tuttora sul popolo tedesco e sulla politica interna ed estera della Germania, bloccando a priori qualsiasi possibilità di un’autonoma visione geopolitica di quel Paese si trova nel numero 6 (giugno 2024) della rivista “Limes”, “La Germania senza qualità”.

(6) L’assoluta acquiescenza dell’Europa nei confronti dei diktat statunitensi si è manifestata in modo clamoroso nella doppia morale che l’Unione Europea ha adottato nei confronti della guerra ucraina, dove le vittime degli attacchi russi (che nel caso delle guerre imperiali americane erano “danni collaterali”) sono sistematicamente denunciate come “crimini di guerra”, mentre l’osceno sterminio perpetrato da Israele contro il popolo palestinese viene blandamente criticato come “eccesso di reazione”.

(7) Uno dei bersagli preferiti della rabbia di Preve nei confronti degli intellettuali “ di sinistra” che condannano senza se e senza ma il secolo delle rivoluzioni è Marco Revelli (vedi il suo Oltre il Novecento, Einaudi, Torino 2001).

(8) Questa sacrosanta identificazione fra apologia della modernità (ampiamente condivisa dalle sinistre occidentali, comunisti compresi) e apologia del modo di produzione capitalistico rinvia alla critica di Preve nei confronti della categoria del progresso e più in generale dell’infatuazione di sinistra per lo sviluppo in generale e lo sviluppo scientifico e tecnologico in particolare.Tuttavia, come vedremo nella parte finale di questo articolo, questa postura critica cede talvolta a una certa influenza dello storicismo hegeliano – ancorché negata – sulla visione sostanzialmente illuminista (e idealista) di Preve.

(9) Cfr. A. Zhok, Critica della ragione liberale, Meltemi, Milano 2020.

(10) “La totalità esiste”, scrive Preve, “e coincide con la riproduzione sistemica unitaria del sistema capitalista. Essa appare tuttavia come molteplicità infinita di individui frammentati al livello della produzione e artificialmente collegati al livello del consumo”. Considero questa frase come una delle più geniali descrizioni dell’essenza del modo di produzione capitalistico, nella misura in cui mette in relazione diretta il processo di disintegrazione sociale (atomismo individuale) con il dominio, impersonale e totalitario ad un tempo, dei rapporti di mercato.

(11) Questa definizione trova riscontro, oltre che nella crescente disaffezione dei cittadini nei confronti dei periodici riti elettorali, nelle analisi dei politologi che parlano ormai apertamente di post democrazia. Cfr., fra gli altri C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2013.

(12) Cfr. G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll., PGRECO, Milano 2012.

(13) Un esempio sconvolgente di questo osceno pedigree razzista è il film Trecento di Zack Snyder (2007) dove gli eroici spartani si scontrano con un esercito persiano di mostri ed esseri deformi tanto assetati di sangue quanto incapaci di combattere (con chiara allusione agli “eroici” soldati americani armati fino ai denti contro i “barbari” iracheni votati al massacro). Questa la versione pop, quanto alla versione sofisticata vedi quanto ho scritto ne Il socialismo è morto. Viva il socialismo (Meltemi, Milano 2019) ironizzando su un articolo del filosofo Roberto Esposito che celebra l’esclusivo “copyright” europeo sul pensiero filosofico (pp. 187 e segg.).

(14) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(15) Cfr. L. Boltanski, L Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(16) Cfr. J. Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime, Mimesis, Milano-Udine 2018.

(17) Cfr. N. Fraser, Fortune of Feminism, Verso, New York 2013.

(18) Cfr- C. Formenti, A proposito del cosiddetto capitalismo woke, https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2023/09/a-proposito-del-cosiddetto-capitalismo.html

(19) Vedi, in particolare, Guerra e rivoluzione, vol. I, Le macerie del capitale, Cap. V “Le sinistre del capitale”.

(20) Cfr. fra le altre, N. Fraser, Fortune…, cit., J. Butler, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, Milano 2017; J. Crispin, Why I’m not a femminist. A femminist manifesto, Melville House, London 2017; S. Federici, Genere e capitale. Per una rilettura femminista di Marx, DeriveApprodi, Roma 2019.

(21) Cfr. S. Federici, op. cit.

(22) Cfr. A. Negri, Marx oltre Marx, Feltrinelli, Milano 1979.

(23) Mi riferisco alla nota polemica di Marx con il recensore dell’edizione russa del Capitale, nella quale Marx negava di avere voluto fissare le “leggi” dello sviluppo storico universale, ma di essersi limitato a descrivere il processo della nascita del capitalismo in condizioni storiche determinate.

(24) Cfr. Guerra e rivoluzione, cit.. Vedi, in particolare, Vol. II, Elogio dei socialismi imperfetti, capitoli I e III.

(25) Cfr. M. Revelli, op. cit.

(26) Cfr. R. di Leo, L’esperimento profano, Futura, Roma 2011.

(27) In realtà il mito del comunismo come nascita di un uomo nuovo non è una prerogativa staliniana, basti pensare al Principio speranza di E. Bloch (3 voll. Mimesis, Milano-Udine 2019) e all'immagine utopistica del socialismo cubano secondo Ernesto che Guevara.

(28) Cfr. G. Lukacs, Ontologia…, op. cit.

(29) In realtà, come argomenta A. G. Linera in Forma valor y forma comunidad (Traficantes de Suenos, Quito 2015) certe comunità originarie latinoamericane forniscono assai più della prova che la proprietà privata non è insita nella natura umana: forniscono, come già argomentava J. C. Mariategui (cfr. Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti, Einaudi, Torino 1972) la prova dell’esistenza di forme sociali che potrebbero transitare al socialismo senza passare dalle forche caudine del capitalismo (per dirla con Marx quando discuteva con la Zasulic in merito alla stessa possibilità per l’obscina russa).

(30) Cfr. L. Althusser, Per Marx, Mimesis, Milano-Udine 2008.

(31) Cfr. C. Formenti, Ombre rosse. Saggi su Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.

(32) Cfr. G. Lukacs, Ontologia, cit.

(33) Vedi nota 19.

(34) Cfr. C. Formenti, A proposito del proletariato esterno. Meriti e limiti del pensiero di Zitara, https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/04/a-proposito-del-proletariato-esterno.html

(35) Cfr. E. Dussel, L’ultimo Marx, Manifestolibri, Roma 2009.

(36) Cabral teorizzava che la rivoluzione di liberazione nazionale, per avviarsi verso il socialismo, avrebbe dovuto attraversare tre fasi: nella prima vi sarebbe stata la rivoluzione della classe-nazione contro il colonialismo; nella seconda, le differenze di classe sarebbero emerse e divenute più evidenti nella società postcoloniale; nella terza, vi sarebbe stata una rivoluzione socialista nella rivoluzione, attraverso la quale le masse avrebbero eliminato le differenze di classe. Questo terzo passaggio richiedeva che la piccola borghesia che era stata l’avanguardia del movimento per l’indipendenza si suicidasse in quanto classe. Se ciò non fosse avvenuto, la rivoluzione sarebbe degenerata in statalismo autoritario o capitalismo di stato.

(37) Negli anni in cui si apprestava a imporre la svolta della NEP Lenin teorizzò, contro le tesi dei bolscevichi “di sinistra”, che il capitalismo di stato della Russia sovietica non poteva essere confuso con il capitalismo di stato dei Paesi occidentali e, in un discorso del 1918 (citato da Vladimiro Giacché in Economia della rivoluzione, una raccolta di testi leniniani da lui curata per il Saggiatore), affermò: “Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”. Come si vede si tratta di una posizione non lontana da quella dei dirigenti cinesi post maoisti e in palese contrasto con il “purismo” ideologico di Preve.

(38) Cfr. op. cit.

Fonte

22/01/2024

La cassetta degli attrezzi, postille a "Guerra e Rivoluzione"

Premessa


In "Guerra e Rivoluzione" (2 vol. Meltemi, Milano 2023) ho affrontato alcuni temi "scabrosi" sui quali il marxismo occidentale non può esimersi di riflettere, se vuole uscire dalle secche in cui lo hanno impantanato decenni di opportunismo, settarismo e dogmatismo. Personalmente ritengo che l'opportunismo (vedi le ricorrenti tentazioni elettoralistiche e la conseguente disponibilità al compromesso con le borghesie liberali), benché pernicioso, abbia causato meno danni del settarismo e del dogmatismo, cioè della riproposizione rituale e ottusa di dogmi che un secolo di storia ha impietosamente falsificato. È questo crampo ideale che ha impedito alle formazioni neo comuniste di radicarsi nel sociale e  raccogliere consensi (mi riferisco all'arruolamento di nuove leve di militanti, non a qualche manciata di voti) fra i lavoratori e le giovani generazioni. In questo articolo propongo alcuni approfondimenti relativi ai temi affrontati nel libro uscito qualche mese fa. Non toccherò - se non marginalmente - le questioni relative alle trasformazioni strutturali del tardo capitalismo e alle nuove forme di socialismo emerse in Cina e America Latina, perché si tratta di problemi sui quali sono già tornato su queste pagine. Mi concentrerò invece: 1) sulla critica degli "ismi" (economicismo, progressismo, eurocentrismo, universalismo, ecc.) che hanno sterilizzato il marxismo occidentale; 2) sulla questione della forma partito.

 

I. GLI "ISMI" CHE HANNO AFFOSSATO

IL MARXISMO OCCIDENTALE


In un dialogo con Onofrio Romano, pubblicato da DeriveApprodi nel 2019 (1), elencavo cinque temi da affrontare per il rinnovamento del marxismo: 1) riconoscere il fallimento della tesi che associa la possibilità della transizione al socialismo a un elevato livello di sviluppo delle forze produttive (le sole rivoluzioni socialiste vittoriose si sono attuate in Paesi "sottosviluppati"); 2) riconoscere che la resistenza delle classi subalterne al capitalismo è motivata da sentimenti di natura "conservativa" e "antimoderna" piuttosto che dagli obiettivi "progressisti" delle sinistre; 3) prendere atto del fallimento della visione immanentista/storicista che associa alla contraddizione oggettiva fra forze produttive e rapporti di produzione la presunta "necessità storica" del crollo del capitalismo; 4) riconoscere la natura contraddittoria del progresso scientifico e tecnologico, contraddizione che non rinvia solo all'uso capitalistico dello stesso, ma al fatto che i suoi modelli di razionalità incorporano i rapporti di forza fra le classi; 5) riconoscere la natura utopistica (fine dello stato, abolizione dei rapporti di mercato, emancipazione dell'individuo da ogni forma di alienazione, ecc.) della visione della società futura condivisa da Marx ed Engels per iniziare a ragionare seriamente sulle forme concrete di transizione in atto in Cina e altri Paesi socialisti.


Ho ripreso il filo di queste riflessioni nel primo capitolo di Guerra e rivoluzione (2) partendo da alcune opere di Costanzo Preve (3) e dell'ultimo Lukács (4). In particolare: da Preve ho mutuato la classificazione dei tre "regimi narrativi" che si intrecciano nell'opera di Marx: grande narrativo (l'idea di una classe destinata "per natura" a svolgere il ruolo di affossatore del modo di produzione capitalistico); deterministico-naturalistico (l'idea della storia come processo governato da una necessità immanente che ne orienta univocamente lo sviluppo); ontologico-sociale (che viceversa concepisce la storia come il frutto di una doppia determinazione: da un lato una insopprimibile base naturale dall'altro l'ininterrotta trasformazione della stessa da parte dell'agire sociale). Mentre cataloga i primi due registri come residui positivisti ed evoluzionisti, Preve accetta la lezione di Lukács laddove il filosofo ungherese opta per il regime ontologico-sociale, che implica la negazione dell'esistenza di un principio teleologico immanente alla storia, nonché l'assunzione del lavoro in quanto ricambio organico uomo-natura quale modello esclusivo dell'agire finalistico umano e quindi quale unica fonte di sviluppo causale della storia (le cui "leggi" non sono determinabili a priori ma riconoscibili post festum). 


Per una discussione dei concetti fondamentali della ontologia lukacsiana (lavoro, storia, ideologia, necessità, libertà) rinvio alle pagine che gli ho dedicato nel libro sopra citato e in lavori precedenti (5). Qui mi limito a osservare come, partendo dalla lezione di Preve e Lukács, gli "ismi" evocati nel titolo di questo paragrafo tendando a ordinarsi in base a una gerarchia "a cascata". Ad esempio: il riferimento all'esistenza di una necessità immanente (forgiata dai vincoli dell'economia) che orienta il processo storico secondo una successione di stadi evolutivi verso il compimento del progresso umano, fino all'emancipazione assoluta del soggetto, è strettamente associato alla visione universalista-eurocentrica che attribuisce ai popoli che per primi hanno imboccato la via dello sviluppo capitalistico la missione di tracciare la via su cui tutti gli altri, prima o poi, dovranno incamminarsi per uscire dalla barbarie. Per ricapitolare i nodi della catena: determinismo storico, economicismo, evoluzionismo, progressismo, utopismo, universalismo, eurocentrismo. Questa costellazione inspira innegabilmente i primi due regimi narrativi marxiani individuati da Preve (vedi sopra), ed è indiscutibilmente egemone in tutte le varianti del movimento marxista (in primis occidentale). Più avanti vedremo che l'ultimo Marx ha parzialmente rettificato il proprio punto di vista. Viceversa Preve e Lukács, che pure hanno preso le distanze dai dogmi dell'economicismo e del materialismo storico (diamat), non sono riusciti a congedarsi compiutamente dal presupposto universalista, come emerge chiaramente allorché affrontano il tema della transizione.  


Vediamo Preve. Discutendo la critica lukacsiana alla sopravalutazione del ruolo dello sviluppo delle forze produttive nella transizione al socialismo, Preve cita il filosofo ungherese laddove afferma che “lo sviluppo delle forze produttive presuppone lo sviluppo delle capacità umane, ma quest’ultimo non produce obbligatoriamente lo sviluppo della personalità umana”. Dopodiché, tentando di chiarire cosa si debba intendere per “sviluppo della personalità umana”, traccia una spiazzante (6) apologia del diritto borghese. Scrive infatti: 1) che l’universalizzazione è possibile solo sulla base del capitalismo; 2) che l’universalizzazione è l’effetto collaterale dell’astrattizzazione, e la possibilità di un rapporto non estraniato fra individuo e genere umano è ontologicamente consentita dallo stesso progetto di astrattizzazione causato dal rapporto capitalistico di produzione; 3) che il comunismo è al di là e non al di qua della soglia ontologica irreversibile prodotta dal diritto borghese formale e astratto; 4) che il comunismo è anche un momento della lotta della personalità individuale per la conquista della genericità in sé. In poche parole: senza universalizzazione (capitalistica-borghese nonché portato della razionalità europea erede della tradizione greca ed ebraico-cristiana) niente emancipazione umana (riferita alla personalità individuale e quindi doppiamente borghese ed eurocentrica).  


Passiamo a  Lukács. Sempre a proposito della transizione al socialismo, nel VI volume della Ontologia  Lukács scrive, a proposito del rapporto fra utopia e realtà, che l'impossibilità della prima di tradursi nella seconda: "non significa tuttavia che essa non eserciti un influsso ideologico. Infatti tutte le utopie che si muovono a livello filosofico non possono (e in genere non vogliono) semplicemente incidere in maniera diretta sul futuro immediato (…) l’oggettività e la verità diretta dell’utopia possono essere anche molto problematiche, ma proprio in questa problematicità è all’opera di continuo, anche se spesso in maniera confusa, il loro valore per lo sviluppo dell’umanità” (7). Il passaggio non è privo di ambiguità: Lukács vuol dire che l'utopia è solo uno strumento dell'agire politico, una ideologia nel senso positivo del termine? Se così fosse, sarebbe coerente con la lettura del marxismo come filosofia della prassi che orienta tutta l'opera del filosofo ungherese. Altrove tuttavia egli sembra sposare la visione marxiana che attribuisce all'individuo comunista un connotato di "autenticità", presentandolo come un soggetto emancipato da ogni forma di estraneazione. Il che equivale a presentare il comunismo come fine della storia, come hegeliano compimento del cammino verso lo spirito assoluto (universale ed europeo!). 


L'ipotesi di chi scrive è che queste aporie nascano, in ultima istanza, dall'idea che la rivoluzione socialista sia il compimento della rivoluzione borghese del 1789, dei presunti principi universali che la società capitalistica ha rinnegato, delegando ai propri eredi la missione di attuarli. Il mio punto è, al contrario, che fra rivoluzione borghese e rivoluzione proletaria esista una discontinuità assoluta  Altrove ho argomentato tale tesi in base al fatto che la borghesia conquista il potere politico allorché ha già saldamente in mano quello economico, laddove le classi lavoratrici sono prive di qualsiasi forma di potere. Mi si potrebbe obiettare che in tal modo pongo una negazione assoluta che elude la possibilità di superare conservandolo (aufhebung) il passato. Non è così: la discontinuità radicale si riferisce alla negazione del modo di produzione capitalistico in quanto anomalia assoluta, nella misura in cui esso è l'unico, come chiarisce Karl Polanyi (8), che pone l'economia al di sopra di tutte le altre forme di relazione umana, trasformando in finte merci la terra, il lavoro e la moneta, per cui il suo superamento implica la conservazione - non come ritorno al passato ma come riequilibrio sistemico - di relazioni umane liberate dalle "leggi" dell'economia. Così vanno intesi quei discorsi che alludono al carattere conservatore e antimoderno della rivoluzione socialista.


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In un post precedente ( https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/antonio-negri-un-uomo-che-voleva.html ), dedicato all'influenza delle teorie di Antonio Negri sulle sinistre italiane, ho rilanciato la tesi secondo cui l'avversione delle sinistre post socialdemocratiche - oggi neoliberali - nei confronti delle classi popolari, accusate  di arcaismo, ignoranza, arretratezza, pigrizia, ecc. , affonda le radici nello schema progressista-universalista. L'universalismo astratto che ispira il discorso liberal democratico sui diritti umani (con il suo correlato linguistico politicamente corretto) è una sorta di "sguardo da nessun luogo" che neutralizza ogni differenza fra identità collettive (di classe, nazionali, etniche, religiose, ecc.), la cui rivendicazione viene liquidata come regressiva, mentre riconosce esclusivamente le differenze individuali. La sinistra compiutamente liberale emersa dalla svolta degli anni Ottanta/Novanta, commenta Alessandro Visalli in due post  in cui discute altrettanti libri di Vincenzo Costa (9), riduce le classi subalterne a "mera particolarità" a fronte dei valori universali difesi dai "ceti medi riflessivi".

 

Questo stigma di particolarità, aggiunge Visalli, bolla ogni forma di radicamento o attaccamento sia esso riferito a un territorio o a tradizioni e culture "locali". L'interlocutore privilegiato di queste forze politiche non sono più le classi subalterne bensì la borghesia "illuminata", il cittadino cosmopolita descritto da Ulrich Beck (10) che si trova a proprio agio "nella società del rischio" e  considera conservatore, se non addirittura reazionario, chiunque non condivida questa visione edulcorata di una vita avventurosa, ricca di energia, aperta al nuovo e disponibile al rischio (che lui può permettersi di sfidare in quanto dotato di adeguato capitale relazionale). Per questi soggetti il tema della disuguaglianza economica è marginale e viene affrontato - se e quando viene affrontato - come una questione morale e non come una sfida sistemica. 


Le sinistre cosiddette antagoniste non si discostano significativamente da tale schema. La differenza sta più che altro nella maggiore radicalità con cui rivendicano i diritti - individuali o di piccolo gruppo - dei "diversi" che individuano come i veri soggetti del cambiamento. Categorie come dominio ed emancipazione, rivisitate alla luce di autori come Foucault e Deleuze e/o del marxismo reinterpretato da Negri, perdono il riferimento al mondo della produzione di plusvalore e della sua distribuzione e migrano verso i concetti di esclusione e riconoscimento. Di più: ora sono le classi popolari e la "gente comune" a rappresentare il "potere" da cui emanciparsi, nella misura in cui incarnano le tradizioni culturali che opprimono l'individuo. Il popolo diventa il nemico, commenta Visalli dialogando a distanza con Costa, mentre solo la cultura "alta" è chiamata a sfidare il potere della "normalità"; nasce una tribù di intellettuali ribelli convinti di essere illuminati, sovversivi, unici, di essere "la comunità dei desti contrapposta alla massa dei dormienti". Nella misura in cui non identifica più il potere con una o più classi sociali bensì con il legane sociale in quanto tale, questa visione rappresenta il terreno d'incontro fra destra aristocratica e anarchismo individualista. Nella seconda parte di questo articolo vedremo le implicazioni di tale concezione sul piano dei modelli di organizzazione e azione politica, per il momento basti dire che questa tensione verso una impossibile liberazione da qualsiasi legame assume l'aspetto di una paradossale rivendicazione di una eterna condizione di adolescenza. Un'idea "eccessiva" secondo la definizione di Costa citato da Visalli, che non può definirsi altrimenti che aristocratica e individualista.


A fare da contrappunto a questa ideologia, sono i legami comunitari, perlopiù intessuti di valori tradizionali, che sostanziano l'identità delle classi popolari. Qui Visalli riprende, più che seguire Costa, il discorso già avviato nel suo Classe e Partito (11), laddove nega l'esistenza della classe come entità sostanziale (cioè universale/astratta) definita dal rapporto con i mezzi di produzione,  collegandola piuttosto a concrete strutture di legame sociale e comunitario. La produzione, eventuale e non necessaria, di un "noi", scrive, "è un effetto che non è univocamente determinato dalla posizione comune rispetto ai mezzi di produzione o da comuni interessi economici. Aspettarselo ha condotto ad un’inutile attesa e deviato le forze (...) Inoltre, ha condotto in un cono di ombra il fatto che le strutture di legami, di socializzazione, le culture e la tradizione sono distrutte dal capitalismo". E' questa rimozione a ispirare l'avvaloramento positivo (il carattere progressivo) del modo di produzione capitalistico da parte di Marx (in particolare nel Manifesto e nei testi che precedono la maturità), un vizio d'origine dell'intero movimento marxista che, secondo Costa, è alla radice della insanabile frattura fra avanguardie politiche e classi popolari. Anche se Visalli obietta giustamente che l'idea secondo cui il rapporto di sfruttamento economico è in grado di trasformare direttamente il proletariato in classe universale  "che ha il compito necessario ed inscritto nella storia stessa (dei modi di produzione) di disalienare integralmente il mondo sociale" è attribuibile a Marx (o meglio al Marx che piace a Negri, non a tutto Marx) ma non a Lenin, il quale, non solo pensava che il proletariato non fosse autonomamente in grado di sviluppare una coscienza rivoluzionaria, ma applicava il "marxismo" a tutte le lotte di liberazione, a partire da quelle dei popoli oppressi dall'imperialismo, il che implicava il riconoscendo del valore potenzialmente rivoluzionario delle lotte per la difesa delle tradizioni nazional popolari. 


Costa aggredisce il tema del "cattivo universalismo occidentale" individuandone le radici nell'idea di un senso immanente nella Storia (di matrice ebraico-cristiana, commenta Visalli, e sistematizzato dalla teleologia hegelo-marxiana). Visalli condivide tale approccio (con il distinguo appena illustrato) sottolineando come esso critichi un europeismo "che si impone dissolvendo tutte le altre grandi culture che hanno rapporti con la verità altrettanto complessi"; un atteggiamento che Lévi Strauss in Razza e storia (12) definisce senza  mezzi termini eurocentrismo. Il termine "progresso" è dotato di senso solo ove riferito a civiltà che seguono lo stesso percorso (ad esempio i paesi capitalisti europei).  Viceversa "Se risultassero orientate diversamente e in tale direzione accumulassero esperienze, allora apparirebbero rispettivamente stazionarie. La linea di sviluppo che una perseguirebbe non significherebbe nulla per l’altra". 


Costa può accettare solo in parte tale punto di vista, dal momento che si muove nel solco di un autore come Husserl, convinto che la ragione universale si incarna in Europa perché solo lì è nato il pensiero filosofico. Costa tenta in qualche modo di "depotenziare" il senso di questa tesi riducendo il compito della filosofia alla ricerca di una verità "che si sottrae", dopodiché, tuttavia, deve rispondere alla domanda se questa peculiare caratteristica sia esclusiva della cultura europea o se non costituisca, in forme differenti, l'orizzonte di ogni cultura. "La mia risposta", scrive Visalli, è sì, perché rispondere no "fa ricadere inevitabilmente nella posizione eurocentrica". La risposta di Costa è meno chiara, in quanto condizionata dal timore che, una volta ammesso che ogni civiltà è diversa e unica, si perde ogni possibilità di emettere giudizi di valore: "negare la teleologia, scrive, non è senza rischi, poiché non si può abbandonarla senza pagare un prezzo: quello di scadere in un cieco empirismo e abbracciare un mero relativismo storico al cui interno ogni cultura va bene". Come uscire da questa aporia, dall'alternativa fra universalismo astratto e relativismo assoluto? Costa indica la via della contaminazione fra diversità, ognuna delle quali rivendica la propria verità (storicamente determinata) e chiama questa soluzione "universalismo storico". Il guaio, commenta Visalli, è che, nella mente occidentale, questa accoppiata evoca una concezione del tempo orientata dall'escatologia ebraico-cristiana e dall'idealismo hegeliano verso la salvezza religiosa o il compimento dello spirito assoluto, per cui conclude che varrebbe rinunciarvi e ammettere che "Non esistono valori, principi e culture universali, se non per effetto di una decisione, di una imposizione. In primo luogo interna, volta a ridurre la pluralità e la storia dei conflitti che si sono dati".


La difficoltà di superare l'universalismo, riconoscendone una volta per tutte il carattere "locale", storicamente e geograficamente determinato, nonché la sua funzione ideologica di legittimazione delle ambizioni imperiali dell'Occidente euro americano, non è una prerogativa di Costa: è difficile se non impossibile scovare un approccio critico, per quanto radicale, che, pur riconoscendo quanto appena detto, non finisca per proporre un'idea "alternativa" di universalismo che resta puntualmente impigliata nelle conseguenze associate alla semantica del termine. Proverò a dimostrarlo analizzando tre  esempi che si riferiscono ad altrettanti autori - Massimiliano Tomba, Marco Gatto e Kohei Saito - che aggrediscono gli "ismi" di cui stiamo qui discutendo dal punto di vista, rispettivamente, della critica dell'idea di storia universale, del concetto di eurocentrismo secondo Edward Said, della presunta svolta epistemologica dell'ultimo Marx.  


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Massimiliano Tomba (13) mette in discussione l'idea occidentale di storia come successione di fasi che rappresentano altrettante tappe della marcia dell'umanità verso il "progresso". Si tratta di una visione intrinsecamente eurocentrica e coloniale, argomenta, che dà per scontato l'avvento necessario (in base a presunte "leggi" evolutive immanenti al processo storico) e sostanzialmente positivo, benefico della modernità (intesa invariabilmente come modernità occidentale). Questa critica non è inedita (basti pensare, restando in campo marxista, alle critiche dell'interpretazione teleologica del pensiero di Marx di Gyorgy Lukács e Costanzo Preve, alla rappresentazione del tempo contenuta nella metafora dell'Angelo della Storia di Walter Benjamin, o all'ultimo Tronti (14) e al suo concetto di rivoluzione conservatrice). Tuttavia Tomba ha il merito ha di formularla in modo originale, avvalendosi dei concetti di "incompletezza" del passato e di storia come miscuglio di piani temporali differenti, non ordinabili secondo una successione.

 

L'idea di fondo che sostanzia il suo discorso è che forme storiche arcaiche (dal punto di vista moderno) e forme nuove coesistono, generando un campo di lotte e di tensioni il cui esito è per definizione imprevedibile, nonché passibile di generare traiettorie storiche alternative a quelle descritte dalla narrazione eurocentrica. Questi "arcaismi" vengono in generale liquidati come anacronismi destinati ad essere riassorbiti nella "normalità" di un flusso temporale unidirezionale. Vedi l'uso dei termini di sviluppo e sottosviluppo, che serve ad esaltare il primato del modello occidentale caratterizzato dal binomio libero mercato - stato liberal democratico. Del resto questa logica non è esclusiva della cultura liberal democratica ma è condivisa dalla visione ortodossa del marxismo. Tomba cita le rivolte degli apprendisti contro il dominio delle corporazioni medievali, commentando che queste lotte non avevano come obiettivo quello di diventare lavoratori salariati "liberi" di alienare la propria forza lavoro, dopodiché aggiunge che un marxista ortodosso chioserebbe che la loro riduzione alla condizione di lavoratori salariati è comunque un processo "oggettivamente" progressivo, in quanto genera la classe storicamente destinata ad abbattere il capitalismo. Altrove (15) ho a mia volta osservato come la rivolta luddista contro l'introduzione dei telai meccanici sia stata bollata come "oggettivamente" reazionaria, in quanto ostacolava lo sviluppo delle forze produttive, rimuovendo il ruolo svolto da quelle lotte nel processo di formazione della coscienza di classe del proletariato inglese (16). Un analogo esempio di ottusità è l'incomprensione da parte dei marxisti del subcontinente latinoamericano – sia pure con significative eccezioni - del potenziale rivoluzionario delle comunità contadine autoctone, liquidate come residui di forme socioeconomiche precapitalistiche e non riconosciute come protagoniste  della lotta anticapitalista e antimperialista.


Tomba ricasca però nella trappola incorporata nel termine stesso di universalismo allorché cerca di approfondire il concetto di "incompletezza del passato". Nelle lotte dei Diggers inglesi, nella Guerra dei Contadini in Germania, e nei sanculotti della Rivoluzione Francese (il riferimento è ai circoli degli Arrabbiati e degli Eguali), Tomba vede altrettanti esempi di spazi temporali "che sono rimasti chiusi ma possono essere riaperti". Il passato, nella sua visione, si presenta come "un arsenale di futuri possibili che sono stati inibiti e che possono essere fatti riemergere da soggetti storici che operano nell'attualità". Posto che ritengo condivisibile l'idea che certi esiti storici non hanno alcunché di "necessario", dato che le biforcazioni fra differenti esisti possibili sono state spesso decise da fattori contingenti, così come condivido l'idea che soggetti storici che incarnano realtà "anacronistiche" possono essere protagonisti di processi rivoluzionari (vedi gli indios andini); posto tutto ciò, non capisco perché qualificare questi movimenti come "tentativi di dare una diversa direzione al processo di modernizzazione" o come portatori di una "eredità alternativa della modernità". Dietro il fantasma di una modernità alternativa, si riaffaccia infatti lo spettro dell'universalità tout court, sia pure definita come "Insurgent Universality" (così recita il titolo di un libro di Tomba). Perché definire queste "insorgenze" come modelli universali, e non come espressioni di soggettività idiosincratiche in lotta contro il capitalismo per affermare il proprio diritto all'esistenza?

 

Il secondo esempio si riferisce al modo in cui Marco Gatto rivisita (17) il concetto di Orientalismo elaborato da Edward Said (18). Ogni cultura, secondo Said, si radica in un preciso contesto e, al tempo stesso, contribuisce a rafforzarlo, nella misura in cui svolge al suo interno un potente ruolo di coesione. l'Occidente, sostiene il noto teorico letterario di origine palestinese, è portatore di una coscienza geografica che implica l'auto attribuzione di una "superiorità di posizione", nel senso che, oltre a istituire l'opposizione binaria Noi/Loro, si arroga il ruolo di estendere i propri valori al resto del mondo. Tutto ciò, commenta Gatto, produce un sistema di pensiero quasi (torneremo più avanti su questo "quasi") inaggirabile, associato a forme di violenza simbolica che possono favorire nelle vittime "processi di interiorizzazione della subalternità, vissuta come un dato naturale". Il concetto di Orientalismo, che descrive questo sguardo occidentale sul mondo, non si riferisce esclusivamente alle relazioni fra Nord e Sud del mondo, ma anche a quelle fra Occidente e Oriente interni a determinati Paesi (Orientalism in One Country), vedi il rapporto fra Settentrione e Meridione d'Italia (che Gatto analizza chiamando in causa i lavori di Ernesto De Martino). L'atteggiamento della civiltà occidentale verso le culture popolari subalterne - non solo i popoli coloniali e semicoloniali ma anche il proletariato operaio e contadino delle nazioni egemoniche - rispecchia i bisogni, gli interessi e il limitato orizzonte umanistico delle classi dominanti. 


Nel momento in cui si pone il problema di come rovesciare questa logica, Gatto si trova combattuto fra Scilla e Cariddi, vive un dilemma che emerge con chiarezza laddove affronta il tema del ruolo dei nazionalismi del Terzo Mondo. Da un lato, le sinistre occidentali guardano con sospetto (se non condannano apertamente, vedi il mio post precedente sul pensiero di Antonio Negri) il fenomeno, al punto che Gatto ricorda giustamente che ci si è potuti chiedere "se gli studi postcoloniali non fossero poi aderenti a una visione appunto capitalistica, se la loro perdurante e infinita decostruzione dell’idea di nazione non mimasse le strategie di annichilimento degli interessi nazionali messe in campo dal dirompente mercato dei flussi finanziari". Dall'altro lato, per quanto ammetta che è solo sul terreno della lotta per l'identità nazionale che è oggi possibile immaginare un ordine mondiale post capitalistico, lo stesso Gatto - al pari di Costa e di Tomba - è preoccupato dai rischi associati alle sirene del relativismo, che rischiano di spianare la strada a forme di essenzialismo e assolutismo etnico, per cui invita a "pensare i fenomeni all’insegna di una sovrapposizione e interconnessione delle identità, senza tralasciare il valore materialistico e inaggirabile di queste ultime" (sottolineatura mia).

 

Può la soluzione arrivare da un modello universalistico alla Appadurai, fondato sull'esempio del transnazionalismo diasporico e sull'idea di una identità "dislocata"? Altrove ho risposto negativamente a questo interrogativo, criticando le tesi di Appadurai (19). Del resto anche Gatto riconosce che la speranza (io direi l'illusione) nutrita da questo autore di trasformare gli Stati Uniti in laboratorio culturale per la costruzione di un mondo organizzato attorno alla diversità diasporica  "può sembrare oggi superata dalla realtà" (quel può è di troppo). E allora? Dove trovare le risorse ideali e materiali su cui fondare "un nuovo universalismo plurale", lavorando "a favore in un universalismo vieppiù allargato"? Significativamente Gatto non assegna l'onere dell'impresa alla capacità (allo stato inesistente) della civiltà occidentale di auto riformarsi, bensì a una cultura tradizionale che "dovrebbe prendere coscienza della propria limitazione umanistica  (sottolineatura mia) "per attingere a una sintesi più alta", a "un più elevato e universale umanesimo".


Concludo motivando le mie sottolineature: 1) parlando di un sistema di pensiero (l'Orientalismo) quasi inaggirabile si evoca la possibilità che esistano chance di aggirarlo dall'interno. Contro questa ipotesi ribadisco la mia tesi della necessità del passaggio a una forma sociale post capitalistica come iato radicale, salto di civiltà; 2) nella misura in cui si riconosce il valore materialistico e inaggirabile delle identità, la sovrapposizione delle stesse (vedi la "contaminazione" auspicata da Costa) appare a dir poco problematica, per cui ritengo che sia piuttosto sul terreno dell'accettazione della loro irriducibile molteplicità, nonché del reciproco riconoscimento, che può darsi una qualche forma di armonica convivenza; 3) Tomba parla del limitato orizzonte umanistico delle classi dominanti, dopodiché auspica che la cultura tradizionale dei dominati debba a sua volta riconoscere la propria limitazione umanistica, quindi evoca la possibilità che si possa attingere un "più elevato e universale umanesimo". Anche ignorando la problematicità del termine umanistico, il veleno sta nell'aggettivo universale cui viene qui associato: il superamento della limitazione umanistica da parte della cultura tradizionale dei dominati come potrebbe essere diverso dall'allineamento ai valori dell'unica visione umanistica universale storicamente esistente, cioè quella occidentale? Ergo: non si esce dall'Orientalismo accettandone la logica. 


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Il terzo esempio riguarda la rivisitazione degli scritti dell'ultimo Marx da parte del marxista giapponese Kohei Saito (20) e richiede ragionamenti più lunghi e complessi, per cui merita che gli si dedichi uno spazio più ampio. Le argomentazioni di Saito sono raggruppabili in quattro blocchi: 1) critica delle interpretazioni "ortodosse" del pensiero di Marx e ragioni in base alle quali il filosofo giapponese sostiene che nell'ultimo Marx si troverebbero elementi che sottraggono ogni fondamento a tali interpretazioni; 2) analisi delle idee, ancorché disseminate qua e là in forma di abbozzo e non riunite in un discorso unitario e sistematico, che consentono di ipotizzare l'esistenza di un Marx "ecologista", se non addirittura "decrescitista"; 3) esame delle divergenze teoriche fra Marx ed Engels e delle convergenze fra Marx e Lukács; 4) tentativo di configurare una inedita forma di universalismo a partire da tutti questi elementi. 


L'irruzione di alcune tesi formulate dall'ultimo Marx nel dibattito interno al campo marxista non è un fenomeno nuovo. Io stesso me ne sono occupato a più riprese a partire dai contributi di marxisti latinoamericani come Mariategui (21), Dussel (22) e Linera (23), i quali utilizzano l'ultimo Marx come un grimaldello per adattarne l'opera alle concrete condizioni storiche in cui si sono svolte le rivoluzioni anticapitaliste e antimperialiste nel subcontinente. Testi marxiani come la celeberrima lettera a Vera Zasulic in merito alla tesi populista che ipotizzava una possibile transizione diretta delle comunità contadine russe (obscina) al comunismo, senza passare dalla fase capitalistica, la lettera polemica al recensore della prima edizione russa del Capitale e altri frammenti, alcuni dei quali resi disponibili solo di recente (2012) grazie all'edizione MEGA, vengono utilizzati da Saito per mettere in discussione una serie di "regimi narrativi" riscontrabili nel corpus teorico marxiano: centralità della contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione; visione eurocentrica della politica internazionale; leggi storiche che configurano come necessaria la transizione dal capitalismo al socialismo; progressismo; evoluzionismo, ecc. Saito trae tuttavia conseguenze più radicali e ambiziose rispetto agli autori sopra citati : il suo scopo infatti non è solo quello di sfruttare questi abbozzi problematici per "aggiornare" il marxismo, onde renderlo più funzionale a quella che considera l'unica vera grande sfida della nostra era, vale a dire l'imminente rischio di catastrofe ecologica globale, ma consiste nel considerare gli appunti dell'ultimo Marx come un vero e proprio cambio di paradigma, una svolta sulla quale sarebbe possibile fondare un nuovo progetto di futuro, universalmente valido per tutti i contesti socioeconomici, storicoculturali e geografici.


Inizio chiarendo che non conosco gli appunti inediti divenuti disponibili grazie all'edizione MEGA del 2012, per cui non mi pronuncio sui giudizi di chi li considera frammenti irrilevanti ai fini di un ripensamento dell'eredità complessiva di Marx. Occorre tuttavia ammettere che Saito non costruisce la propria tesi solo a partire da questi materiali, ma da una vastissima messe di brani estrapolati da tutti e tre i libri del Capitale. Certo si tratta di un "collage" che, per quanto ampio e ben "montato", non mi pare giustifichi l'idea di una svolta epistemologica di centottanta gradi (che Saito definisce la transizione a "una visione non produttivista e non eurocentrica della società futura"). Al tempo stesso, ritengo tuttavia che offra una serie di stimolanti spunti di riflessione.

 

Il nucleo centrale attorno al quale ruota l'argomentazione è il concetto di metabolismo (nel quale rientra anche il lavoro come ricambio organico uomo/natura). Marx, sostiene Saito,  identifica una serie di livelli ai quali l'agire umano determinato dai fini della produzione capitalistica turba gli equilibri naturali e impatta negativamente sia sull'uomo che sull'ambiente. Vedi l'esaurimento dei suoli generato dal loro supersfruttamento da parte dell'agricoltura moderna (Marx avrebbe integrato questo tema nelle sue riflessioni dopo avere letto le teorie del chimico Justus von Liebig, autore viceversa criticato da Engels). Vedi la concentrazione urbana della popolazione favorita dalla produzione capitalistica: sviluppo tecnologico e integrazione dei processi sociali di produzione avvengono al prezzo di minare le sorgenti primarie di ogni ricchezza: la terra e il lavoro. Vedi il conflitto fra tempi della natura e tempi del capitale: la deforestazione avviene a ritmi troppo rapidi per consentire il reintegro delle foreste (conflitto che l'attuale devastazione dell'Amazzonia evidenzia drammaticamente). Vedi infine come, a mano a mano che il conflitto fra città e campagna si estende a livello globale, il Nord del mondo esternalizza i propri problemi ecologici nelle periferie, contribuendo anche in questo modo al loro immiserimento. 


Basta per affermare che l'ultimo Marx avrebbe abbandonato del tutto la propria convinzione in merito al carattere progressivo del capitalismo, arrivando addirittura ad ammettere che la maggiore produttività del capitalismo occidentale non significa necessariamente un vantaggio rispetto alle società non capitalistiche? Di sicuro il fatto che egli abbia rimproverato a Mikhailovsky "di avere equivocato il suo obiettivo scambiando uno schizzo della genesi del capitalismo in Europa occidentale per una teoria storica e filosofica sulle leggi universali dello sviluppo cui tutti i popoli dovrebbero sottostare, a prescindere dalle rispettive circostanze storiche, per approdare una formazione sociale che, grazie alla sua capacità di imprimere un formidabile impulso alle forze produttive del lavoro sociale, garantirebbe il più integrale sviluppo di ogni produttore individuale" sembra testimoniare il superamento della visione della storia come processo direzionato verso il "progresso" da una legalità immanente. Non meno significativa l'ammissione, formulata nella sopra citata lettera alla Zasulic, che le comuni russe (obscina), dal momento che usufruivano del vantaggio di non essere sottoposte - come avveniva in altri paesi - al dominio coloniale, avrebbero potuto godere delle realizzazioni positive del sistema capitalista senza dover passare sotto il suo giogo, transitando così direttamente al socialismo (24). 


Ma Saito "forza" le intenzioni di Marx, affermando che, grazie agli studi di scienze naturali e antropologiche ai quali aveva dedicato gli ultimi quattordici anni di vita, egli avrebbe sviluppato concetti che "sembrano associati all'abbandono delle prime formulazioni del materialismo storico e alla conclusione che sostenibilità e uguaglianza associati a un'economia stazionaria sono fonti di potere per resistere al capitalismo e per una possibile transizione diretta al comunismo". La visione marxiana del post capitalismo sarebbe insomma un "comunismo della decrescita". Affermazione a mio avviso arbitraria nella misura in cui da per scontata l'intenzione di Marx di riconoscere alle comuni rurali precapitalistiche, non solo una superiorità nei confronti delle società capitalistiche "in quanto più consapevoli della regolazione della loro interazione metabolica con la matura", ma anche la missione storica di indicare all'Europa la strada di un possibile futuro alternativo. 


Per Marx, precisa Saito " Non si trattava di invocare un ritorno romantico alla vita di campagna. Infatti Marx aggiunse più volte che le comuni avrebbero dovuto assimilare i frutti positivi dello sviluppo capitalistico. La critica delle forze produttive del capitale non implica il rigetto di tutte le tecnologie". L' Europa occidentale non dovrebbe abbandonare tutti gli  aspetti del proprio sviluppo, bensì combinare tali frutti con il principio dell'economia stazionaria delle società non occidentali fino a realizzare una società comunista concepita come fase superiore delle comuni arcaiche. La precisazione non basta a dissipare la sensazione di trovarsi di fronte a una forzatura che proietta su Marx la visione di Walter Benjamin, il quale descriveva la rivoluzione socialista come "freno a mano della storia", o come quella di Karl Polanyi, il quale concepiva il capitalismo come aberrazione storica, una parantesi temporale in cui l'economia subordina a sé tutti gli aspetti della vita umana sottomettendoli al dominio delle "false merci" (terra, lavoro e denaro), cui dovrà necessariamente succedere - pena la catastrofe - una qualche forma superiore di società "arcaica". 


Mettendo fra parentesi la tesi secondo cui l'ultimo Marx avrebbe rovesciato la sua prospettiva, fino a vedere nel recupero di certe caratteristiche delle società precapitaliste, invece che nella moderna società industriale generata dal capitalismo, il modello della futura società socialista, affronto ora un ultimo punto, vale a dire i giudizi di Saito su Engels e Lukács. Parto dal secondo. Saito ricorda come il filosofo ungherese, nella Prefazione alla ristampa del 1967 di Storia e coscienza di classe (25), abbia autocriticato la sua opera giovanile anche - ma non solo! (26) - perché in essa mancava il concetto di lavoro come attività fondamentale che media il ricambio organico fra uomo e natura, il che rendeva ristretta la sua visione dell'economia. Il punto è effettivamente cruciale perché, come ho scritto nella mia Prefazione all'Ontologia, l'intero impianto teorico dell'ultima, monumentale opera di Lukács si fonda sulla categoria di lavoro come l’unica che consente di inserire un elemento teleologico nella storia umana, senza dimenticare che, trattando del lavoro, Lukács si riferisce quasi sempre alla produzione di valori d’uso. 


Saito ha dunque ragione nell'accostare la visione di Lukács a quei passaggi del I° Libro del Capitale in cui Marx mette in luce la natura trans storica del ricambio organico fra uomo e natura, un processo comune a tutte le forme sociali in cui gli esseri umani hanno vissuto, vivono e vivranno. “Gli uomini, commenta Saito, non possono mai sottrarsi dall'essere parte dell'universale metabolismo naturale. Cibo, abiti, case e anche i più sofisticati prodotti high tech che  ‘smaterializzano’ l'economia usano energia e risorse naturali. Ecco perché Marx scrisse che il lavoro opera su un sostrato materiale che esiste a prescindere dall'intervento umano, e il lavoro umano può solo cambiare la forma dei materiali.” Naturalmente il fatto che gli esseri umani non possano mai emanciparsi da questo vincolo naturale, il fatto che essi sono “embedded” nel metabolismo universale della natura, non deve far dimenticare  che ne sono al tempo stesso distinti a causa delle proprietà emergenti della società, che non esistono nella natura extra umana. E Lukács, ricorda Saito, ne era perfettamente consapevole, tanto che rigettava sia il dualismo cartesiano che un piatto monismo “materialistico”:”Egli enfatizzava la differenza qualitativa fra il sociale e il naturale pur non negandone la continuità” e il suo “materialismo storico” consisteva precisamente in ciò, e quindi differiva, sostiene Saito, da quello della engelsiana “dialettica della natura”. 


Così arriviamo alle critiche che Saito rivolge ad Engels, le quali non sono inedite: si inseriscono nel  consolidato filone di coloro che lo accusano di avere “rimosso” dalle versioni definitive delle sezioni del Capitale, pubblicate dopo la morte dell’autore, una serie di materiali che la pubblicazione dei Mega dimostrerebbe che avrebbero significativamente cambiato il senso dell’opera. Chi ha formulato queste accuse prima di Saito, ha puntato il dito contro la presenza di concezioni “materialiste volgari” nel pensiero di Engels, in particolare nella sua dialettica della natura, concezioni che avrebbero ispirato il Diamat staliniano e più in generale le deviazioni pseudoscientiche del marxismo ortodosso. Gli ortodossi, sostiene Saito, ritenendo che Marx non aveva pressoché nulla da dire in merito allo statuto ontologico della natura nei suoi scritti ufficiali, fecero ricorso alla dialettica della natura di Engels e allo Anti-Dühring per estendere la teoria materialista all'intero universo. Le differenze fra Marx ed Engels vennero così cancellate.


Trovo di scarso interesse questa polemica retrospettiva, sia perché non credo sia dimostrabile una intenzionalità censoria di Engels nei confronti dei testi marxiani, sia perché, pur considerando a mia volta più che discutibili certe sue opinioni in materia di scienze naturali, non credo che si possa sostenere che la sua opera abbia significativamente contribuito alle deviazioni del marxismo novecentesco. Il punto, per quel che mi riguarda, è un altro: è davvero possibile fondare – come tenta di fare Saito - un nuovo progetto di società futura, universalmente valido per tutti i contesti socioeconomici, storicoculturali e geografici a partire dalla presunta svolta ecologista e decrescitista dell’ultimo Marx? Francamente ne dubito. Non perché non ritenga che nell’ultimo Marx esistano spunti per criticare gli “ismi” che hanno affossato il marxismo occidentale, ma perché l’uso politico che ne fa Saito si presenta come un tentativo idealistico di fondare un nuovo modello di razionalità universale da imporre a tutti i popoli e tutte le nazioni a prescindere dalle loro storie, tradizioni, culture e condizioni socioeconomiche.

Vediamo ad esempio questo passaggio:  “se una società socialista continua ad aumentare le sue forze produttive per soddisfare ogni genere di bisogni umani ciò sarebbe catastrofico per l'ambiente. Una società più ugualitaria non è automaticamente più sostenibile. Mentre la Terra ha vincoli biofisici le domande sociali sono potenzialmente illimitate. Così Marx viene ad ammettere che i principi dell'economia stazionaria dovrebbero essere riabilitati nelle società occidentali”. Mettiamo fra parentesi la liceità di proiettare le teorie ecologiste contemporanee su Marx e diamo per vera l’ultima asserzione. Dopodiché: la Repubblica Popolare Cinese (e il discorso vale per tutti gli altri regimi socialisti che si sono imposti in Paesi sottosviluppati) non avrebbe dovuto impegnarsi a riscattare ottocento milioni di cittadini dalla povertà assoluta perché questo sforzo ha imposto salati costi ambientali? Altro passaggio: “un socialismo genuinamente democratico non può crescere ai ritmi del capitalismo che emargina e distrugge tutto ciò che rallenta”. Giusto in astratto, ma alle orecchie di quei Paesi per i quali la crescita è l’unica condizione che consenta loro di autonomizzarsi dal dominio dell’imperialismo occidentale, può suonare sinistro. Potrebbero dedurne che per essere genuinamente democratici occorre accettare la miseria. Per tirare le somme: qualsiasi pretesa universalista finisce fatalmente per chiamare in causa idee, valori, categorie, pratiche, visioni del mondo associati alla civiltà che ha partorito il termine, cioè a quell’Occidente che muta continuamente pelle per coniare nuovi ismi che giustifichino il suo dominio.


Alcune considerazioni conclusive 


Mi pare di poter affermare, a conclusione di questa rassegna di opinioni, che la convinzione in merito alla necessità di mandare in soffitta una serie di dogmi profondamente incorporati nella cultura marxista occidentale sia largamente diffusa, anche fra coloro che non si propongono  di liquidare l’eredità di Marx bensì di rivitalizzarla. Fra i bersagli più condivisi penso di potere elencare: l’idea che esistano leggi immanenti al processo storico che ne orientano univocamente la direzione (abbandonarla implica inevitabilmente la critica alle ideologie progressiste ed evoluzioniste); la visione ottimistica in merito allo sviluppo delle forze produttive quale condizione del superamento dei rapporti capitalistici di produzione; il rifiuto della concezione eurocentrica della storia; la critica nei confronti di una sinistra ornai esclusivamente dedita alla rappresentanza degli interessi dei “ceti medi riflessivi” e convertita al liberalismo. 


Se si passa dalla critica al tentativo di definire pratiche e ideali alternativi per una nuova politica orientata al superamento del capitalismo, questa unanimità viene meno, diramandosi in una serie di direzioni che convergono solo parzialmente. E’ vero che esiste un’area comune, circoscritta dai concetti di rivoluzione conservatrice, nonché dalla rivalutazione di determinate caratteristiche delle società arcaiche come modello di una futura società postcapitalista, ma la prospettiva decrescitista di Saito non è assimilabile tout court a quelle di Tomba o di Gatto. Questo rovesciamento di prospettiva sconta inoltre la preoccupazione (ben esplicitata da Costa ma di fatto implicita in quasi tutti gli altri autori citati) che l’abbandono di certe categorie di riferimento (che possono essere tutte ricondotte nell’alveo della tradizione universalista occidentale) rischi di spalancare le porte al relativismo. In concetti come contaminazione (Costa) universalismo plurale e allargato (Tomba, Gatto) socialismo genuinamente democratico (Saito) ecc. si riflette la tendenza a non superare il confine del ripudio dell’universalismo in quanto tale. 


Ciò è dovuto, a mio avviso, all’assenza di un’adeguata riflessione sui limiti dell’utopia socialcomunista classica teorizzata da Marx ed Engels. La visione tradizionale viene abbandonata (assieme alle esperienze socialiste in atto, senza riflettere sul loro contributo innovativo), dopodiché la si rimpiazza con nuove utopie che somigliano a quelle premarxiste, ma che hanno soprattutto il difetto di accampare pretese universali, prescindendo dalle concrete realtà storicoculturali e socioeconomiche cui si vorrebbero applicare. Manca inoltre una chiara ridefinizione del soggetto sociale che dovrebbe metterle in pratica: criticare l’astrazione del proletariato in quanto classe “naturalmente” rivoluzionaria non basta, bisognerebbe definire concretamente la composizione di classe (dal punto di vista economico, culturale, antropologico) cui ci si intende rivolgere. Tutte queste aporie fanno sì che, quando si passa a discutere di progetto politico, si sente prevedibilmente risuonare il canto delle sirene populiste, anarchiche, “orizzontaliste”, alter globaliste ecc. Ma questo è argomento della seconda parte in cui discuterò della forma partito e della forma stato.


Genova Gennaio 2024

(Continua)


Note


(1) C. Formenti, O. Romano, Tagliare i rami secchi. Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare, DeriveApprodi, Roma 2019.


(2) C. Formenti, Guerra e rivoluzione (2 voll.), Meltemi, Milano 2023.


(3) C. Preve, La filosofia imperfetta. Una proposta di ricostruzione del marxismo contemporaneo, Franco Angeli, Milano 1984.


(4) G. Lukács, Ontologia dell’essere social (4 voll.), Meltemi, Milano 2023.


(5) Vedi, in particolare, Ombre rosse. Saggi sull'ultimo Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2022.


(6) Spiazzante in quanto Preve è perfettamente consapevole (e infatti cita vari esempi in merito) del disprezzo che Marx manifestava per il diritto borghese e i suoi principi universali. Del resto anche un filosofo marxista radicale come Domenico Losurdo ha espresso la convinzione che i comunisti non dovrebbero svalutare le conquiste del liberalismo bensì appropriarsene (cfr. La questione comunista. Storia e futuro di un’idea, Carocci, Roma 2021).


(7) Ontologia, op. cit., vol. IV, p. 522.


(8) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.


(9) Cfr. V. Costa, Categorie della politica. Dopo destra e sinistra; vedi anche L’assoluto e la storia. L’Europa a venire, a partire da Husserl.  Le due recensioni si trovano a questo indirizzo web: https://tempofertile.blogspot.com/ .


(10) Cfr. U.. Beck, La società del rischio, Carocci, Roma 2000.


(11) A. Visalli, Classe e partito, Meltemi, Milano 2023.


(12) Cfr. C. Lévy-Strauss, Razza e storia, Einaudi, Torino 2002.


(13) M. Tomba, Insurgent Universality, Oxford University Press, New York 2019.


(14) Cfr. M. Tronti, Dello spirito libero, Il Saggiatore, Milano 2015.


(15) Vedi C. Formenti, Il socialismo è morto. Viva il socialismo, Meltemi, Milano 2019.


(16) Cfr. E. P. Thompson, The Making of the English Working Class, Penguin Books, London 1991.


(17) cfr. M. Gatto, “Per un universalismo senza restrizioni” in Consecutio Rerum Anno VII N. 14 http://www.consecutio.org/category/numero-14/ ; vedi anche dello stesso autore L’umanesimo radicale di Edward Said, Mimesis, Milano-Udine 2012.


(18) E. Said, Orientalismo, Feltrinelli, Milano 2013.


(19) Cfr. A. Appadurai, Modernità in polvere, Cortina, Milano 2012.


(20) di Kohei Saito è appena uscito in edizione italiana. L’ecosocialismo di Karl Marx, Castelvecchi, Roma 2023. I ragionamenti sulle sue tesi che presento in questo scritto si riferiscono tuttavia a un’altra opera: Marx in the Anthropocene, Cambridge University Press, 2022 (s’intende che le citazioni – talvolta condensate rispetto all’originale - sono tradotte da me).


(21) Cfr. J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana, Einaudi, Torino 1972.


(22) cfr. E. Dussel, L’ultimo Marx, Manifestolibri, Roma 2009.


(23) A. G. Linera, Democrazia, stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020; vedi anche Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Suenos, Quito 2015. 


(24) Sia la lettera a Vera Zasulic che la polemica con Mikhailovsky si trovano in India, Cina, Russia ( a cura di B. Maffi), Il Saggiatore, Milano 1960.


(25) Cfr.  G. Lukács, Storia e coscienza di classe, Tasco, Milano 1997. Sono tornato sull’autocritica contenuta nella Prefazione alla riedizione del 1967 di quest’opera nella mia Prefazione alla Ontologia.


(26) In quel testo Lukács ironizza su alcune sue posizioni filosofiche dell’epoca dicendo di essere stato a quel tempo “più hegeliano di Hegel”. 


Fonte