Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2024

Emilio Quadrelli, un ricordo

Agostino Petrillo ricorda Emilio Quadrelli, con cui ha condiviso varie esperienze politiche.

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Nel reparto oncologia dell’Ospedale Galliera a Genova, poco più di un mese fa, la discussione si protraeva e si faceva accesa. Con Emilio ero raramente d’accordo in politica... Tra lo stupore dei medici, degli infermieri e degli altri attoniti malati la vivace discussione tra il degente e il suo visitatore verteva sul… leninismo. Eravamo partiti commentando la recensione del libro L’altro bolscevismo scritto da Emilio, che il comune amico Sandro Mezzadra aveva da poco pubblicato, per finire poi a parlare del Lenin degli operaisti, tra Toni Negri e Mario Tronti e del destino della forma-partito. Quanto Hegel c’è in Lenin? Marx è veramente così antiautoritario come pare? Soggettività e organizzazione in che rapporto stanno? I quesiti, antichi, insidiosi e per lo più ovviamente inevadibili, echeggiavano per le stanzette striminzite dell’ospedale, divise solo da esili paratie... A un certo punto ce ne siamo resi conto e abbiamo abbassato la voce, e mi è venuto da ridere pensando che pareva quasi fossimo finiti in una fottuta versione di sinistra di Divisione Cancro di Aleksandr Solzenycin... Nonostante la gamba gonfia e i postumi evidenti di una forte terapia farmacologica, Emilio era combattivo e intelligente come al solito. Mi confortai. Temevo di trovarlo peggio. Negli ultimi tempi lo incrociavo di rado, a qualche manifestazione e a qualche dibattito, ma ero io, più di quanto non fosse lui, ad avere diradato le mie presenze pubbliche.

Lo conoscevo di vista dal '77, lo sentii parlare in un paio di assemblee prima che finisse in galera, in particolare ne ricordo una, mi pare fossimo alla vecchia Casa dello Studente di Corso Montegrappa, in cui il suo intervento non mi avevano fatto una grande impressione, mi sembrava su posizioni dure e pure da cui mi sentivo lontano. Seppi poi che era stato arrestato e che era finito in carcere, dove rimase, tra varie condanne, per sette anni. Lo conobbi meglio quando usci definitivamente di prigione, negli anni Ottanta. Animavamo all’epoca con Sandro Mezzadra e altri compagni un circolo politico-culturale il «Pickwick», e lui comparve e comincio a partecipare a qualche riunione. Ebbi in quel periodo modo di apprezzare meglio le sue qualità personali, l’umorismo felpato e sornione sempre pronto a diventare sfottò aperto, la cultura ampia, varia, e sempre originalmente interpretata. Si era anche trasformato fisicamente. Lo ricordavo prima del carcere magro e asciutto, ne uscì massiccio, body-builder e culturista. La pratica sportiva che era diventata uno dei suoi chiodi fissi, contribui non poco a creare intorno a lui un’aura di possanza fisica che ne fece un personaggio. Lo sport lo conservava giovane, sembrava che Emilio non invecchiasse. Mi colpì, una volta che eravamo insieme a una manifestazione, un vecchio compagno che lo rivedeva a distanza molto tempo che gli disse: «Emilio ma sei tu... o sei tuo figlio?».

Fu soprattutto nei Novanta però, in particolare a partire dal 1993 quando demmo vita alla Associazione Città Aperta in risposta ai pogrom anti immigrati del luglio di quell’anno, che la frequentazione tra noi divenne più stretta. Emilio fu vicino all’associazione anche perché la sua insaziabile sete di conoscenza politica lo aveva portato a interessarsi di immigrazione, e lo trovammo al nostro fianco nei non rari fronteggiamenti con membri dei comitati e fascisti che li spalleggiavano. Nel frattempo l’arrivo a Genova di Alessandro Dal Lago aveva richiamato intorno alla Facoltà di Scienza della Formazione un gruppo di ricercatori militanti tra cui Emiio si inserì. Nel 1996 sia io che lui diventammo assistenti di Dal Lago, curando i seminari pomeridiani con gli studenti. Anni di grande lavoro collettivo di ricerca su temi che per il paese erano poco esplorati, e che condussero a una produzione scientifica che rinnovò un settore in precedenza rimasto molto accademico, quale era la Sociologia delle Migrazioni. Dal lavoro di questo periodo scaturisce il libro firmato a due mani con Dal Lago (ma la cui magna pars, non solo le centinaia di interviste, ma anche l’ideazione e la costruzione, va ascritta a Emilio) intitolato La Città e le ombre, uscito nel 2003. Il libro, tuttora citatissimo negli studi urbani, offre uno spaccato unico di una Genova sotterranea, al confine tra città legittima e città illegale. Un sottobosco liminale in cui si muovono tanto figure della piccola criminalità quanto cittadini «modello» - stimati professionisti che pagano volentieri le prestazioni sessuali di immigrati minorenni, impiegati insospettabili che prima di rincasare dal lavoro non disdegnano i favori di prostitute straniere, giovani di buona famiglia che frequentano abitualmente i pusher o tranquilli pensionati che raccolgono scommesse clandestine. Ma Emilio era anche rimasto molto legato al suo passato politico, di cui ricostruiva pazientemente vicende e aspetti, raccogliendo materiali e interviste a coloro che ne erano stati protagonisti.

Da questo enorme lavoro d’indagine sarebbe scaturito Andare ai resti del 2004, uno dei libri più belli sulla stagione di rivolte degli anni Settanta, in cui viene ricostruita la vicenda delle gang giovanili che nelle grandi metropoli del triangolo industriale vanno all’assalto di quel che resta del boom economico italiano. Al crocevia tra il crimine e la politicizzazione della violenza, i protagonisti, parlano in prima persona, decisi a giocarsi il tutto per tutto, a cominciare dalla vita stessa, in una sfida di totale belligeranza verso la società. Per il suo raro talento di intervistatore e per la capacità di restituire storie e vicende personali inserendole in un più ampio contesto storico e sociologico, Emilio avviò anche una collaborazione con il Manifesto, pubblicando spesso suoi materiali sul supplemento Alias, materiali che a volte anticipavano contenuti di suoi libri successivi. Proprio in questi anni ci perdemmo progressivamente di vista, io ormai entrato stabilmente al Politecnico a Milano, lui piano piano marginalizzato dal giro accademico, e costretto a guadagnarsi da vivere con altre attività. Venne ancora qualche volta a fare lezione da me a Milano, e furono lezioni che gli studenti apprezzarono molto.

Faticai anche a pagargli queste sue collaborazioni, perché era così distratto da darmi due volte un IBAN sbagliato su cui accreditargli il compenso... Ci si incrociava ancora nei centri sociali, ricordo un paio di belle discussioni al Crash di Bologna. Gli ultimi suoi libri li avevo guardicchiati senza in realtà leggerli con attenzione, mi parevano tentare di istituire una continuità con il passato che non mi convinceva, ma L’altro bolscevismo lo avevo trovato originale e interessante, come provai a spiegargli nella nostra concitata chiacchierata ospedaliera. Nella mia memoria rimane la sua figura come quella di un pezzo di Settantasette orgoglioso e non sconfitto, coerente con le proprie convinzioni fino all’ostinazione, ma anche capace a volte di dire ancora una parola significante e di offrire una riflessione utile alle generazioni successive, in condizioni storiche così profondamente mutate. Come recitano i versi di una bellissima poesia di Dylan Thomas: «in noi, esiliati, risvegliamo il molle, inerme, scabro e setoso amore, che frantuma ogni pietra».

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26/09/2017

Il potere reprime l’antagonismo per depotenziare ogni opposizione

Parlare di “repressione” comporta sempre alcuni rischi. In primo luogo quello di interpretare il presente con gli occhi del passato, come se le cose fossero sempre uguali, perdendo di vista il connotato particolare che bisogna invece mettere a fuoco.

A 40 anni dal ‘77, di nuovo a Bologna, questo rischio può diventare paralizzante.

La repressione è infatti una costante. Chiamiamo con questo termine quell’intervento politico dello Stato che cerca di porre un limite temporaneamente invalicabile – giuridico e militare – all’azione dell’opposizione sociale e politica, sia “riformista” che rivoluzionaria. Un limite che varia nel tempo, che è oggetto di contesa continua ma che, proprio per questo, non può essere ridotto a “problema tecnico” (giuridico, fondamentalmente).

Lo scarto tra allora e oggi non potrebbe essere più grande. Nell’intero ‘77, senza neanche calcolare gli innumerevoli scontri di piazza, si contarono circa 3.000 azioni armate condotte da gruppi di sinistra, praticamente 10 al giorno, in ogni regione del paese. Per capire le dimensioni di massa del fenomeno, soltanto una ventina di queste erano riconducibili al gruppo più noto, le Brigate Rosse.

Oggi il massimo della “violenza” agìta dalla sinistra radicale si traduce in qualche raro bancomat danneggiato o in sassaiole da distanze siderali; oppure ancora in un paio di file di ragazzi che camminano verso la polizia fino a essere travolti dalle manganellate (e dalle denunce, che spesso sconsigliano un ulteriore impegno politico).

A prima vista, se si intende la repressione come “risposta del potere al montare delle lotte”, mai come oggi il potere se ne potrebbe stare tranquillo e mostrare il suo volto più pacioso e rassicurante.

Eppure soltanto oggi sono stati rispolverati strumenti della polizia fascista come i fogli di via, l’infiltrazione metodica delle formazioni politiche della sinistra (persino le più innocue e legalitarie), le sanzioni monetarie da migliaia di euro, oltre a misure relativamente nuove come il daspo urbano (lontano parente dei “confino”), tutti dispensati per via amministrativa dalla questure. E quand’anche si arriva a una condanna penale non si può non sottolinearne la sproporzione abnorme rispetto ai fatti contestati. I casi di Davide Rosci e diversi “imputati No Tav” sono ormai un paradigma...

Questa constatazione empirica comporta la presa d’atto che la repressione dipende dal rapporto di forza tra le classi, non tra “movimento” e forze dell’ordine. Ossia che la prima misura di contrasto alla “repressione” è il consenso di massa. E 40 anni fa, in effetti, questo era molto forte, ampio, determinato.

A una classe debole, senza rappresentanza politica e struttura organizzata adeguata, con infime capacità di far pesare i propri interessi, corrisponde invece una struttura repressiva strapotente, spesso agente al di fuori e contro i limiti posti dalla Costituzione (di cui peraltro pretende sempre più fermamente la “riforma”).

E’ nel rapporto di forza tra le classi che è andata scomparendo la mediazione politica e sociale. Che banalmente significa una quota di spesa pubblica destinata a welfare, sanità, previdenza, istruzione, in modo da limitare la conflittualità sociale (per ciò che eventualmente eccede quegli ambiti, ci sono pur sempre gli strumenti militar-polizieschi). E dunque anche diritto di parola, associazione, agibilità politica. Insomma, un reticolo di leggi che limitino l’arbitrio del potere economico e politico.

Le politiche di austerità hanno eliminato gran parte degli istituti della mediazione sociale, senza peraltro registrare una resistenza all’altezza dell’attacco. Del resto, molti di questi tagli hanno visto per anni il concorso attivo delle forze “di sinistra” presenti nei governi in posizioni ultra minoritarie e la complicità attiva dei sindacati della “triplice” (Cgil-Cisl-Uil). Quel tanto di protesta e resistenza è venuta da sindacati di base e gruppi politici, spesso più impegnati nel “piazzare cappello” su questa o quella scadenza che non seriamente miranti a costruire un fronte sociale in grado almeno di limitare i danni, nel breve e soprattutto nel lungo periodo.

Anche qui potrebbe sembrare che la debolezza della “soggettività politica antagonista e alternativa” sia tale da non giustificare particolari crudezze repressive. E invece accade esattamente il contrario.

Non è infatti l’alto livello della resistenza che spinge il potere a incrudire – sia sul piano giuridico che della “gestione di piazza” – le forme del controllo repressivo. E’, al contrario, la consapevolezza che è possibile oggi eliminare definitivamente qualsiasi forma di organizzazione politica indipendente che abbia un orizzonte di trasformazione sociale radicale.

Lo spazio democratico si va restringendo non per gli “eccessi degli estremisti” (che nemmeno esistono, nei fatti), ma per decisione strategica di un sistema di potere (europeo e multinazionale) che sa benissimo dove vuole arrivare e quanto quel punto sarà insopportabile per chi dovrà subirlo. E’ un potere che “si porta avanti con il lavoro” predisponendo strumenti giuridici, poteri amministrativi (di polizia) e instillando in ognuno una “cultura dell’impotenza” che rallenta al massimo grado qualsiasi processo di aggregazione.

In altri termini: nel 2017 il potere reprime l’antagonismo – qualsiasi sia la forma politica o sociale che assume – non per il “rischio” che oggi rappresenta, ma per esser certo che non esista affatto. Almeno per molti anni.

Sul piano pratico, dunque, è certamente necessario costruire le contromisure legali per tutelare gli attivisti che sono incappati e incapperanno nelle maglie della repressione. E’ certamente necessario stimolare la critica più serrata di quel che resta dell’intellettualità italiana ed europea. Ma questa è la parte più facile, il minimo sindacale, del lavoro da fare. E’ nel rapporto di forza tra le classi che maturerà – oppure no – la più efficace delle possibili “difese”.

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25/09/2017

Il modello repressivo di Minniti, più “sabaudo” che fascista

Relazione introduttiva al convegno di Eurostop a Bologna “Stop Minniti: Ordine pubblico o giustizia sociale?

A maggio di quest’anno Eurostop proprio da Bologna, ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche, un appello che ha raccolto in pochi giorni decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici.

In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. Il modello Minniti questo sta realizzando.

Abbiamo scelto di fare questo convegno proprio a Bologna il 23 settembre, non solo perché da qui è partito l’appello di maggio, ma perché in questa città esattamente quaranta anni fa si svolse il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77.

Quel convegno fu anticipato da un dibattito dentro il movimento sul pericolo della “germanizzazione”, ossia un modello che coniugava repressione e redistribuzione tramite il welfare, caratteristico delle socialdemocrazie europee.

A Bologna dunque, quel modello trovava la sua conferma: da un lato il modello emiliano del Pci attento ad assicurare servizi, welfare, pace sociale e dall’altro, dentro questo modello, si videro un manifestante ucciso dai carabinieri, i carri armati nelle strade, centinaia di arresti e il ministro degli Interni (quel Cossiga che in una foto abbraccia quasi paternamente il suo erede Minniti) pianificare il fatto che a quel movimento bisognava spezzare le reni, con ogni mezzo.

Ma perché scatenare una repressione frontale, anche sul piano ideologico e culturale, contro il movimento del ’77? Perché in qualche modo esso intuì il modello sociale che si voleva imporre al nostro paese fondato sulla precarietà, la flessibilità e la restaurazione del comando capitalistico nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. La repressione contro il movimento fu il presupposto per l’azzeramento materiale ed ideologico delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70 di cui la sconfitta alla Fiat nel 1980, preceduta dai blitz di Dalla Chiesa e della magistratura, fu lo snodo strategico che ha cambiato un'intera fase storica.

Ma in questo convegno non vogliamo parlare di storia e di quaranta anni fa, lo faranno alcuni interventi di storici bolognesi come Sassi e Gattei, perché avere memoria delle cose serve a lottare meglio oggi.

Il problema è capire con cosa abbiamo a che fare oggi sul piano del modello repressivo e come affrontarlo. Innanzitutto, a differenza degli anni ’70 – e se volete anche del ventennio fascista – non è più un modello repressivo/redistributivo, oggi insomma c’è poca o niente carota e tanto bastone. Le classi dominanti oggi non hanno e non vogliono redistribuire niente, al contrario concepiscono l’impoverimento e le disuguaglianze come una necessità per l’accumulazione delle risorse nei settori economici più integrati nel mercato, per sopravvivere dentro la crisi e la competizione globale. Siamo in presenza di un processo di concentrazione e centralizzazione brutale delle ricchezze ispirato apertamente dalle classi dominanti che hanno dato vita all’Unione Europea.

Queste classi dominanti non hanno più la preoccupazione di contrastare un movimento operaio e sociale emergente che rivendica spazio politico e potere, al contrario è un modello repressivo che si abbatte contro chi si oppone ma in una fase di fortissimo arretramento dei conflitti sociali e sindacali.

L’economista Geminello Alvi alcuni anni fa, diceva che il livello di disuguaglianza della ricchezza nel nostro paese, era tornata ai livelli del 1881. In tal senso il modello Minniti somiglia in molti aspetti più al modello autoritario sabaudo (quello della monarchia dei Savoia che impose la spoliazione del resto del paese per favorire l’accumulazione capitalistica nel Nord) piuttosto che al ventennio fascista. Diciamo che in esso c’è più il codice penale di Zanardelli (1889-1930) che il Codice penale fascista di Rocco. E la monarchia oggi non è quella sabauda ma quella europea.

Abbiamo di fronte un sempre più palese modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono brutalmente sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato e quindi oppone resistenza. L’Italia emersa in questi anni di restaurazione autoritaria sul piano sociale, giuridico, politico si va conformando come una vera e propria vendetta “di classe” contro ciò che rappresentano lavoratori e classi popolari, intellettuali progressisti e attivisti politico/sociali.

Il problema con cui dobbiamo misurarci è fare in modo che tale modello politico-repressivo venga contrastato e se possibile costretto alla ritirata. Con questo convegno vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo.

A questa logica di guerra contro i poveri sono state conformate le nuove leggi in materia di ordine pubblico, decoro urbano, immigrazione. Le scene che abbiamo visto questa estate ne sono la conferma più brutale. E fino ad adesso dobbiamo solo alla vergogna delle “tre scimmie” – non vedo, non sento, non ne parlo – il fatto che non si abbia consapevolezza di quanto sta avvenendo ai migranti sull’altra sponda del Mediterraneo, dove tra l’altro ben presto vedremo in azione il colonialismo del XXI Secolo con i soldati e le multinazionali europee che si stabiliranno in Africa con il pretesto di “aiutarli a casa loro”. Una situazione per cui, se non agiremo per tempo e con forza, dovremo provare vergogna per le generazioni a venire.

Abbiamo l’ambizione di volerci opporre a questa situazione, a cominciare dalla denuncia del carattere anticostituzionale delle Leggi Minniti di cui chiediamo l’abrogazione, per finire con la richiesta di una amnistia per i reati commessi durante le lotte e le manifestazioni in difesa della giustizia sociale.

Dal 2011, l’anno in cui è diventato operativo il “pilota automatico” cioè il commissariamento della Bce e delle istituzioni europee sul nostro paese, il numero di attivisti sociali, sindacali, politici, lavoratori, occupanti di case colpiti da provvedimenti repressivi, ha subito una impressionante escalation.

Questi sono i dati tra il 2011 e la prima metà del 2017:

in manifestazioni, picchetti, resistenza a sfratti e sgomberi, azioni di protesta, blocchi stradali, ci sono stati 852 arresti; 15.602 denunce; 385 fogli di via; 221 decreti di sorveglianza speciale; 139 obblighi di firma; 71 obblighi di dimora. Sui decreti di condanna penale, praticamente senza processo, i dati della sola prima metà del 2017 parlano di 46 attivisti condannati. Tra gli attivisti colpiti troviamo soprattutto molti disoccupati organizzati napoletani, attivisti del movimento No Tav, lavoratori dei servizi e della logistica, occupanti di case, attivisti No Border, attivisti del No Muos e antimilitaristi sardi.

Si tratta di un carico penale enorme accumulatosi sulle spalle di migliaia di attivisti che sta diventando un'ipoteca pesantissima sulla agibilità politica e le libertà democratiche nel nostro paese. Il problema di una amnistia per i reati connessi e commessi nell’esercizio di conflitti politici, sindacali, sociali va messo all’ordine del giorno.

Come è stato scritto anche di recente dal costituzionalista Paolo Maddalena in occasione degli sgomberi delle case occupate a Roma, i diritti sociali costituzionali sono prevalenti rispetto agli interessi privati, ma solo questi ultimi hanno creato a propria tutela una legalità che si vuole imporre con ogni mezzo. Minniti ha ribadito questa linea anche in una recente conferenza stampa.

Questa contraddizione tra la legalità che invoca l’ordine pubblico e le esigenze naturali – addirittura previste dalla Costituzione – di giustizia sociale contro cui si va ad impattare quasi quotidianamente, merita di diventare una battaglia generale, politica, ideologica, culturale e diffusa nei sindacati e nelle organizzazioni sociali.

Quindi cominciamo a confrontarci su come agire nel paese gli obiettivi dell’amnistia per i reati sociali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni dell’uomo forte del dispotismo europeo in Italia, cioè il ministro Minniti.

Bologna, 23 settembre 2017

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12/05/2017

Il 12 maggio. La piazza, la rabbia, la morte di Giorgiana

Il 12 maggio del 1977 difficilmente sarà solo una data su un calendario. Per una intera generazione politica ha lo stesso peso che le giornate di luglio a Genova 2001 hanno avuto trenta anni dopo per un’altra generazione. Lo Stato mostrò il suo volto di guerra, a tutti i livelli, e la morte di Giorgiana Masi, studentessa diciottenne del liceo Pasteur di Roma è lì a ricordarlo.

Il quotidiano La Repubblica si presta spesso a operazioni indecenti. L’aver rimesso in circolo la versione dell’allora ministro degli Interni Cossiga, tramite le parole dell’agente Fantone – uno dei tanti immortalati quel giorno con la pistola in mano – la rende complice di una narrazione tossica, inaccettabile e indigeribile per le migliaia di testimoni diretti di quanto avvenne in quel pomeriggio di un giorno da cani.

Il 12 maggio di quel 1977 giunse a conclusione di tre settimane pesanti come macigni. Il 21 aprile il movimento aveva tentato ancora una volta di occupare l’università La Sapienza, ma la polizia intervenne rapidamente e pesantemente. Gli scontri iniziano dentro l’università e debordano ben presto nelle strade del vicino quartiere di San Lorenzo. Si diffonde il tam tam, chi non era già lì arriva mentre gli scontri sono ancora in corso. La polizia spara più volte, sparano anche i manifestanti. Un agente di polizia, Settimio Passamonti, viene ucciso in via dei Marrucini, una traversa di via De Lollis.

Il Ministro degli Interni Cossiga decreta una sorta di stato d’emergenza e il divieto totale di manifestazioni a Roma fino al 31 maggio. Ma già il 25 aprile, per la festa della Liberazione, in alcuni quartieri si cerca di scendere comunque in piazza e le manifestazioni di quartiere vengono caricate ovunque.

Ci si riprova il 1 Maggio. Cgil Cisl Uil convocano un comizio in Piazza San Giovanni che viene autorizzato. Il movimento si dà appuntamento a Piazza Vittorio per concentrarsi e arrivare in corteo a San Giovanni. La polizia però presidia e circonda tutte le strade di accesso a Piazza Vittorio. Ci sono centinaia di fermati che vengono portati via sui blindati e rilasciati nel pomeriggio e in serata. Chi è riuscito a sottrarsi alle maglie della polizia si concentra su via Emanuele Filiberto e cerca di raggiungere San Giovanni. Il sindacato e il Pci schierano il servizio d’ordine per impedirlo, si accende una mischia furibonda a ridosso dei cordoni del servizio d’ordine. Ma alle spalle dei militanti del movimento arriva la polizia. Scatta una sorta di trappola. Altre botte, altri fermi. Le piazze continueranno ad essere negate al movimento.

Il pomeriggio del 12 maggio

Il Partito Radicale (sensibilmente diverso da quello degli anni successivi), decide di convocare una manifestazione per il 12 maggio in Piazza Navona per celebrare la vittoria nel referendum sul divorzio di tre anni prima, ma anche per sfidare il divieto di manifestare. Nonostante il Partito Radicale sia presente in parlamento, la Questura nega l’autorizzazione alla manifestazione. I radicali decidono di disobbedire al divieto e mantengono l’appuntamento. Una assemblea di movimento decide di utilizzare l’appuntamento dei Radicali in Piazza Navona per riprendersi l’agibilità di piazza negata dal governo.

Nel primo pomeriggio si capisce subito che tira una brutta, anzi pessima, aria. In Piazza Navona gli stessi parlamentari del Partito Radicale e di Democrazia Proletaria vengono caricati dalla polizia. Un Marco Pannella contuso entra alla Camera dei Deputati denunciando quanto sta accadendo ma viene insultato e zittito dai parlamentari della Dc e del Pci.

Nelle strade e nelle piazza intorno a Piazza Navona cominciano ad arrivare gruppi di compagni del movimento nel tentativo di raggiungere la piazza. Ma ogni assembramento, anche il più piccolo, viene immediatamente caricato e disperso, anche con l’uso di lacrimogeni.

Una parte dei compagni attraversa il Tevere e si concentra a piazza Sonnino, un altro riesce a raggiungere Campo de’ Fiori. I due raggruppamenti si riunificano a Campo de’ Fiori decisi a resistere. Iniziano così ore di scontri. Da una parte solo i sassi raccolti per strada e le barricate di automobili, saranno pochissime le bottiglie molotov fatte direttamente per strada succhiando la benzina alle automobili e usando stracci per l’innesco. Il 12 maggio del 1977 il movimento non era andato piazza organizzato per fare gli scontri. Dall’altra parte si sparano decine di lacrimogeni che rendono l’aria irrespirabile ma soprattutto colpi di arma da fuoco, tanti, ripetuti. Le pallottole sparate ad altezza d’uomo dagli agenti, sia in borghese che in divisa, perforano saracinesche, muri, automobili e talvolta arrivano a segno, fortunatamente non in modo letale.

Si resiste per ore a sassate, con cariche e controcariche, fumo dei gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Ma cresce anche il rischio di rimanere imbottigliati dentro Campo de’ Fiori. Ad un certo punto si apre la possibilità di ritirarsi verso Trastevere. Su Ponte Garibaldi un altro gruppo di compagni ha eretto una barricata e resiste alle cariche. Si attraversa di corsa Ponte Sisto con gli occhi rivolti a quanto accade sull’altro ponte e ci si concentra tutti alla barricata di Ponte Garibaldi.

Per qualche minuto tutto sembra fermarsi, quasi un momento di tregua. Ci si sta per sciogliere. Parte però un’altra carica della polizia, più lunga, più decisa, quasi fino a ridosso della barricata. Questa volta non si resiste ma si fugge. Una ragazza cade mentre tutti stanno correndo. Un ragazzo dice che si è sentita male, ma ben presto un fiore di sangue sul corpo annuncia che non si tratta di un malore ma di una ferita. Giorgiana Masi viene caricata su una macchina e portata al vicino ospedale Nuova Regina Margherita dove morirà di lì a poco.

Si torna a casa con gli occhi ancora gonfi e arrossati dai lacrimogeni, c’è anche qualche livido lasciato dalle pallottole di rimbalzo che hanno colpito alcuni. Qualcuno ha ferite più serie – fortunatamente non gravi – ma evita di farsi ricoverare negli ospedali. Chiusi in cucina si incollano le orecchie all’unica radio di movimento esistente nella primavera del 1977, Radio Città Futura. E si apprende che una compagna, Giorgiana Masi è morta, uccisa da un colpo di arma da fuoco. Una notizia e una morte che pesano come una montagna.

Il giorno successivo in Parlamento, il Ministro degli Interni Cossiga nega che la polizia abbia sparato in piazza.

Il giorno dopo il giornale romano Il Messaggero (immensamente diverso da quello di oggi) pubblica le foto degli agenti di polizia con le pistole in pugno e smentisce Cossiga. Il 13 maggio gruppi di compagne cercano di recarsi a Ponte Garibaldi a depositare fuori lì dove Giorgiana Masi è stata uccisa ma vengono caricate. Ci saranno tensione e cariche anche il giorno dei funerali.

Il 12 maggio del 1977 lo Stato decise di mostrare al movimento antagonista (ma anche ai pochissimi parlamentari dell’opposizione) il suo volto di guerra e di infliggergli una lezione, la più dolorosa possibile. Forte del patto politico tra Dc e Pci, l’apparato repressivo si era sentito le mani libere per usare la mano pesante, e lo fece senza incontrare ostacoli o problemi. Fu inchiodato solo dal coraggio dei fotografi e dalla determinazione di un movimento che decise che il 12 maggio non sarebbe stato mai più solo una data sul calendario. Per questo, anche quaranta anni dopo, vogliamo riaffermare che non intendiamo dimenticare nulla.

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08/05/2017

Alle radici del nostro presente

Questa Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento. E questa strutturazione si riverbera ancora oggi, lasciando dietro di sé una mole di materiali, di riflessioni, di documenti, talmente preziosi da farne una delle fonti privilegiate nella comprensione di quegli anni.

In aggiunta a queste valutazioni, c’è anche il dato particolare del suo autore, Luigi Bobbio. Che non è stato solo un militante e dirigente di Lc, ma un noto intellettuale, nonché figlio dell’ancora più noto Norberto. La profondità della lettura che Bobbio dà della storia di Lc, la sua capacità di legare questa storia, all’epoca ancora calda e coinvolgente, ai tempi lunghi della storia, sapendo contestualizzare in medias res gli avvenimenti di cui era appena stato testimone e protagonista, fanno di questa storia non solo un’opera decisiva sugli anni Settanta, ma un’opera importante di storia, senza ulteriori specificazioni. Bobbio riesce in un’operazione davvero inusuale: risultare più chiaro, nella metabolizzazione di eventi appena trascorsi, della straripante storiografia e memorialistica sugli anni Settanta prodotta successivamente, a mente fredda e più lucida. E invece la storiografia sugli anni Settanta risente, a nostro parere, di un vizio di forma che ne ha depotenziato la propria utilità: questa è stata uno degli strumenti con cui si è continuato a fare politica. Da parte degli storici o intellettuali avversi, la storia degli anni Settanta è una storia da condannare, e la conseguente storiografia una ricerca volta a dimostrare assunti ideologici pregiudiziali (la violenza insita nel ’68, il terrorismo congenito, lo scontri tra opposti estremismi, eccetera); negli storici o intellettuali vicini alle ragioni del movimento, al contrario, la storia degli anni Settanta è servita per legittimare successive scelte politiche, di qualsiasi natura queste fossero. Sugli anni Settanta è stata fatta il più delle volte una storia “a tesi”. Per un motivo o per un altro, una storia di quel decennio sufficientemente slegata da ragioni politiche immediate si è data rare volte. La storia di Luigi Bobbio è una di queste.

I temi che Bobbio solleva nella sua ricerca sono tutt’ora attuali. Questo il valore inestimabile, almeno per un movimento che vuole ripartire dagli errori pregressi, che può avere oggi rileggere un’opera simile. Gli spunti presenti sono talmente tanti da risultare impossibile una panoramica adeguata e sufficientemente chiara. Procederemo perciò evidenziando quei problemi che, secondo noi, sono ancora decisivi nel dibattito della sinistra antagonista.

Superata la fase “estremistica” del biennio ’69-’70, segnata dalla costante mobilitazione di classe nelle fabbriche e nelle università, Lotta continua è costretta a “scoprire la politica”. Nonostante la definizione di “lungo Sessantotto” per definire gli anni Settanta, già nel ’71 il ripiegamento dell’offensiva di classe è evidente ai gruppi organizzati, che non a caso, dopo una prima fase totalmente sovrapposta alle urgenze movimentiste, procedono a una stretta organizzativa capace di reggere al riflusso. Fa specie leggere oggi la parola riflusso o ritirata nel cuore degli anni Settanta, ma Bobbio utilizza termini inequivocabili. Ai gruppi non basta più “agire da partito”: la stretta organizzativa è un momento inaggirabile per salvaguardare la forza accumulata e, al contempo, procedere al radicamento sociale nella fase di flessione della mobilitazione. Ma c’è un fatto politico particolare e determinante a sconvolgere le strategie del movimento e dei suoi gruppi, e in specie Lotta continua: la linea di Lotta continua, e per estensione di tutta la sinistra rivoluzionaria, è «interamente ritagliata sulle situazioni di punta», come le definisce Bobbio. Detto altrimenti, i gruppi plasmano la propria analisi sociale, e le conseguenti strategie politiche, unicamente sui settori avanzati della lotta di classe interni al movimento operaio. Non c’è alcuna analisi, se non superficiale, del resto della classe operaia e del proletariato slegata dai momenti di lotta radicale dentro cui queste stesse analisi, empiricamente, prendono forma. Se questo problema è di fatto aggirato nel fuoco dell’offensiva operaia del ’69-’70, nel momento del riflusso diviene un fattore determinante. Sempre secondo Bobbio, «ben presto si arriva ad assolutizzare i “momenti alti” della lotta senza più interrogarsi sulla loro effettiva generalizzabilità […] La linea politica diviene così l’estrapolazione dei “grandi momenti di rottura”, spesso colti in modo episodico e senza una particolare attenzione per il loro risultato». Questo dato di fatto costringe non solo i gruppi a scoprire “la tattica”, attraverso cui sopravvivere nel periodo di momentanea pacificazione, ma li obbliga a rivedere – almeno per quelli più onesti – la mole di teorie prodotte nella fase calda ma incapaci di leggere la situazione complessiva nella fase “normale” delle relazioni produttive e politiche. Ed è in questo tornante che Lc elabora una serie di riflessioni sulla “maggioranza del proletariato”, mirabilmente riportate da Bobbio stesso:
«Nella società italiana di quegli anni emerge effettivamente una domanda rivoluzionaria. Essa è sufficientemente forte per porre (almeno soggettivamente) il problema di un ribaltamento generale dei rapporti sociali e per fondarlo su valori nuovi rispetto a quelli del movimento operaio, ma non lo è abbastanza (prima di tutto in termini strutturali) per esercitare un ruolo egemonico sul complesso delle classi subalterne. Tutta la sinistra rivoluzionaria nasce in Italia sotto il segno di questa ambiguità, nel senso che è portata continuamente ad oscillare tra la tentazione realistica verso una sintesi impossibile e la scelta di stare, unilateralmente, dalla parte di ciò che si muove, scontando limiti di parzialità, ma riuscendo a realizzare un radicamento effettivo nei momenti o nelle situazioni di maggiore rottura. Lotta continua, almeno nella sua fase “estremista”, non è in grado di affrontare la mediazione tra questi due poli della contraddizione; essa non raccoglie soltanto le spinte radicali del movimento, ma finisce per identificarsi con esse; ciò le permette di afferrare continuamente suggerimenti nuovi e ricchi di stimoli, ma senza un’adeguata consapevolezza del loro carattere parziale e unilaterale e con la tendenza a proiettarli, in forma assoluta e lineare, in un progetto politico che, a questo punto, diventa sì improbabile e utopistico. […] La discussione che avviene in Lotta continua sulle “situazioni arretrate” si risolve in generale nella colpevolizzazione dei compagni che non sono capaci di suscitare il movimento o di tener conto delle specificità locali oppure in una rassegnata attesa di futuri sviluppi. […] L’ottimismo rivoluzionario diventa un dovere» [corsivi nostri].
In questo ampio stralcio vengono riportate delle contraddizioni che ancora oggi avviluppano molte delle tendenze movimentiste. Anzitutto, l’analisi sociale è ricavata non dalla complessità delle relazioni produttive, ma dai momenti di maggiore conflittualità che parzialità operaie o studentesche riescono a mettere in campo nella lotta contro il padronato, aziendale o universitario o d’altro tipo. Queste parzialità furono importanti e, in qualche modo, decisive. Ma l’errore teorico che si produsse fu quello di generalizzare un’analisi che trovava fondamento in situazioni particolari e non nella complessità sociale. Di conseguenza, l’enorme maggioranza di quel proletariato che rimase, fino alla fine dei suoi giorni, legata al comunismo “ufficiale” (Pci e Cgil), venne di fatto oscurata in nome della disponibilità conflittuale di pezzi importanti ma decisamente minoritari del proletariato stesso. Per alcuni, quel proletariato avrebbe seguito le sue avanguardie più consapevoli; per altri, avrebbe smesso di essere considerato “interessante” ai fini della propria azione politica. Ma questo problema, che è il problema di ogni movimento rivoluzionario, rimase all’ordine del giorno, scavando nelle contraddizioni della sinistra di classe degli anni Settanta e fino ai nostri giorni. Già nel 1972 il vuoto analitico impone a Lc una svolta teorica traumatica: «esisteva un’enorme differenza tra la nuova classe operaia e l’intera classe operaia; […] se le tendenze di fondo erano state correttamente individuate, abbiamo poi sbagliato nel senso di forzarne i tempi e di schematizzarne troppo lo sviluppo. Si mette sotto accusa l’illusione di una classe operaia vergine e si insiste sulla necessità di fare i conti con la storia del movimento operaio» [corsivi nostri].

La “storia del movimento operaio” è esattamente lo scoglio con cui deve confrontarsi il movimento rivoluzionario nel cuore degli anni Settanta. Dopo una breve ed esaltante stagione in cui sembrava possibile aggirare il problema, questo si ripropone prepotentemente. Il movimento operaio non è vergine, ha invece una sua lunghissima storia attraverso cui si è venuto sedimentando un patrimonio di lotte, di conquiste, d’organizzazione, di valori e di comportamenti, e questo patrimonio è gestito unilateralmente dal Pci nelle sue varie articolazioni. La contesa di questo patrimonio avrebbe dovuto costituire il dilemma al quale piegare le esigenze tattiche del movimento. Lotta continua si trovò così di fronte al bivio determinato proprio da questa contraddizione:
«O imboccare questo nuovo percorso con un’evidente forzatura rispetto a tutto il proprio patrimonio passato, ma tentando così di porsi come elemento di raccordo tra i settori di punta della classe operaia e la maggioranza della classe operaia stessa; oppure proseguire nell’esaltazione estremistica dei comportamenti radicali (che pure continuano ad esistere) rischiando però di rimanere espressione di settori minoritari del proletariato e quindi confinarsi a un ruolo marginale e in fondo subalterno. Questa seconda strada viene imboccata da una serie di gruppi di cui proprio in questo periodo sorge “l’area dell’autonomia”. Lotta continua, invece, punta sulla prima, anche se non senza contraddizioni e ripensamenti».
Il problema però è di difficile soluzione, perché è un problema reale e non frutto esclusivo di lambiccamenti teorici di qualche improvvisato intellettuale. In Italia cioè, al contrario del resto del continente, è avvenuto un fatto peculiare, un fatto che spiega la straordinarietà della vicenda degli anni Settanta. Nel nostro paese «c’è stata un’effettiva saldatura tra la nuova classe operaia dell’emigrazione, con tutte le caratteristiche e i contenuti di liberazione di cui era portatrice e la classe operaia tradizionale. E’, insomma, saltato in Italia quel meccanismo di divisione del mercato del lavoro (un settore qualificato affidato alla forza lavoro “nazionale” e uno dequalificato coperto con l’immigrazione dagli enormi serbatoi di manodopera del sud Europa) che aveva costituito il fattore essenziale dello sviluppo capitalistico post-bellico dell’Europa industrializzata. Si tratta allora di raccogliere questa indicazione: Lotta continua non può più limitarsi ad avere come proprio punto di riferimento la nuova classe operaia dell’emigrazione che è stata la protagonista del ’69, ma deve prendere atto di questo processo di saldatura, attuando un nuovo rapporto anche con le espressioni organizzate della “vecchia” classe operaia» [corsivi nostri].

In altre parole, in Italia è avvenuto un fatto sociale imprevisto e che ha fatto saltare il patto produttivo tra forze del capitale e del lavoro, tradotto politicamente nell’accordo consociativo e pacificante tra Dc e Pci. Il riformismo comunista si trovò nella difficile situazione di reggere una classe operaia che aveva tra le sue fila importanti settori, sebbene minoritari, disponibili a far saltare quell’accordo. Mettendo così in crisi il patto implicito stesso, aprendo di conseguenza la stagione del patto vero e proprio: il compromesso storico. L’esplicito processo convergente tra Dc e Pci ebbe come scopo ultimo proprio la gestione delle forze materiali su cui si poggiava la produzione nazionale. Ma il Pci non era soltanto gestione riformistica delle relazioni industriali e politiche del paese. Era anche il contenitore dove le classi subalterne del paese trovavano la propria voce e affidavano le proprie possibilità di riscatto. Questa contraddizione viene colta da Lc, che infatti dal 1972 promuove una rapporto sempre più dialettico col comunismo ufficiale, arrivando nel 1975 a dare indicazione di voto proprio per il Pci. Alla base della conversione c’è il ragionamento di cui sopra. Come disse Adriano Sofri nel 1975, «noi non siamo né vogliamo essere il partito di alcuni strati del proletariato, di alcune forme di lotta, bensì il partito della classe operaia e del proletariato, il partito che fa i conti con le condizioni complessive del processo rivoluzionario, con la vittoria della rivoluzione». E’ un capovolgimento drastico ma, in qualche modo, meccanico delle basi ideologiche che avevano portato alla nascita di Lotta continua, ma è un capovolgimento necessario alla propria sopravvivenza nelle correnti vive e maggioritarie del proletariato nazionale.

Ma il “fronte unico dal basso” che caratterizzerà la tattica di Lotta continua, convergente con quella di Avanguardia operaia e del Pdup-Manifesto, sconta non solo lo schematismo evidente con il quale si cerca di aggirare il problema della relazione con la classe operaia nel suo complesso, ma anche i tempi politici del quadro nazionale. La sponda col Pci viene chiusa dal Pci stesso a partire dal 1973, data in cui prende avvio la traiettoria che si concluderà con i governi “d’unità nazionale” con la Dc del 1976. Il compromesso storico stronca tattica e strategia di una parte importante della sinistra rivoluzionaria italiana degli anni Settanta. Se fino al ’73 la conflittualità della nuova classe operaia segna avanzamenti materiali per tutta la classe operaia grazie al rapporto/scontro tra sinistra rivoluzionaria e comunismo ufficiale, con il compromesso storico in divenire quel rapporto contraddittorio si trancia di netto. I progressi materiali della conflittualità cessano di colpo. Già nel 1976 i rapporti di forza cambiano verso: «[in aprile] vengono chiusi i due più importanti contratti operai, quello dei chimici e quello dei metalmeccanici. Per la prima volta dopo il ’69 gli accordi contrattuali contengono pesanti concessioni al padronato. Lotta continua se ne rende pienamente conto […] ma, per il momento, non è in grado di valutare appieno quanto quella soluzione contrattuale sia ormai il segno di un’inversione dei rapporti tra le classi». Nel 1975, non nel 1980, il cambiamento è già materiale e come tale avvertito dai suoi protagonisti. Alcuni dei quali procedono confondendo la propria base militante col quadro generale dei rapporti di classe.

Il resto, è storia che abbiamo provato a raccontare altrove, anche di recente. La chiusura di ogni sbocco politico porterà a una divaricazione abissale delle esperienze dei gruppi sorti dalle ceneri del ’68: un pezzo di quel movimento rifluirà nel privato, nelle scelte individuali, nella droga, o riconvertendo la propria militanza sulle tematiche civiliste e umanitarie; un altro consistente pezzo sarà protagonista del movimento del Settantasette, che prende fuoco alimentato dalla chiusura di ogni spazio politico, e che fonda il proprio agire sulla contrapposizione frontale e senza compromessi col quadro politico nel suo complesso. Ma il filo rosso di una storia comune e interna a uno stesso movimento operaio è ormai spezzato. Le avanguardie politiche, anche nei momenti di più grande partecipazione militante, procedono divaricando il proprio rapporto con quella maggioranza del proletariato non più contesa ma abbandonata al proprio destino. Le difficoltà attuali riportano ancora a questo problema.

Le riflessioni precedenti sugli anni Settanta: quiqui e qui.

26/04/2017

L’enigma degli anni Settanta: dibattito pubblico alla Sapienza

Quarant’anni dopo, il ricordo del 1977 sembra ardere di un fuoco freddo, inattuale. L’anniversario tondo impone una stanca memoria che, mai come oggi, segna la distanza con quegli eventi e quelle passioni. Mandato in soffitta tanto il reducismo mitologico quanto il biasimo post-moderno, sembrerebbe essere il tempo della storiografia distaccata. Eppure neanche questa trova trasporto nell’interpretare l’enigma di quel movimento. Quarant’anni più tardi, gli anni Settanta continuano a rimanere avvolti nel mistero. Segno inequivocabile del rapporto tra storia e politica: il disinteresse dell’una sterilizza le potenzialità dell’altra. Eppure l’inattualità evidente del ’77 – al pari dell’altro grande anniversario di questo 2017, la Rivoluzione russa – potrebbe liberare ragionamenti originali, non più piegati alle necessità di legittimazione di questa o quella operazione politica. Il ’77 non è più terreno di contesa tra visioni concorrenti della politica rivoluzionaria. E’ un ricordo pacificato, condannato dagli uni, mitizzato dagli altri, avvolto nel mistero dell’incomprensione tanto negli uni quanto negli altri. Vale la pena allora tornare a pensare il ’77. Perché, è la nostra tesi, se niente appare così tanto distante da quell’anno, molte delle difficoltà odierne nel riproporre una credibile politica antagonista situano le proprie radici in quel movimento, o meglio: nelle interpretazioni postume di quel movimento. Andiamo con ordine.

Degli anni Settanta, e del ’77 in particolare, viene ricordata, con un’operazione sintomaticamente trasversale, la rivoluzione dei costumi, dei linguaggi, dei comportamenti, degli orizzonti esistenziali, dei riferimenti culturali, delle libertà sessuali. Una nebbia alimentata dalla necessità di separare il “sociale” dalla politica, il buono delle controcultura dal cattivo dei rapporti di forza, i “sogni” e i “desideri” generazionali dalla violenza impersonale della lotta politica. Una nebbia trasversale, che accomuna il partito di Repubblica agli interessi politici di una sinistra radicale senza più ruolo storico. Eppure rinchiudere quel movimento nel recinto della controcultura giovanile significa alimentarne il mistero e l’incomprensione. Il 1977 non trova spiegazione se quelle trasformazioni sociali non ci restituiscono una chiave di lettura esauriente, se non vengono messe a confronto con la Politica. Per la prima volta dal dopoguerra, la crisi economica degli anni Settanta procedeva restringendo gli spazi di inclusione pubblica, di estensione progressiva dello Stato sociale, di garanzie crescenti per una massa di lavoratori non più incantati dalla prospettiva dell’emancipazione riformista. La “politica dei sacrifici”, inaugurata dalle crisi petrolifere del 1974, sembrò legare (e legò effettivamente) il Pci al fronte della moderazione salariale. La strategia del “compromesso storico”, avviatasi nel 1973 e concretizzatasi nel 1976 con l’appoggio esterno del Partito comunista al governo Andreotti, sanciva la chiusura di ogni spazio politico: dentro al recinto della “solidarietà nazionale” i due grandi partiti popolari – Pci e Dc – comprensivi della grande maggioranza del popolo italiano; fuori non restava che un’alternativa politica ostruita, a cui però corrispondeva una presenza sociale tutt’altro che irrilevante. Il ‘77 nasce allora come movimento senza alcuna sponda politica possibile, nemico tanto degli interessi del Capitale quanto di quelli di una classe operaia finalmente all’anticamera del “governo”. Anche quei tentativi di “fronte unico dal basso” – strategia condivisa tanto dal Manifesto quanto da Avanguardia Operaia e da Lotta Continua – si scontrano con quel governo di compromesso che chiude ogni prospettiva strategica di “fiancheggiamento popolare”. Senza sponde né legittimazione nella politica, quel movimento forma la sua identità e la propria auto-rappresentazione sul rifiuto, sulla negazione: del lavoro, dell’austerità, della pacificazione, di qualsiasi solidarietà nazionale, ma soprattutto sul rifiuto della politica, intesa unicamente come luogo della mediazione e del compromesso. Qui nascono alcuni dei problemi di cui ancora oggi è vittima certa politica movimentista.

Nella sua oggettiva politicità di movimento che si scontra frontalmente con lo Stato e le sue articolazioni economiche e repressive, il ’77 assume la connotazione di movimento estraneo alla Politica. Rifiuta una strategia unitaria, una logica dei compromessi e della mediazione dialettica, una forma organizzativa definita. Proprio per questo, la sua minorità non viene vissuta come limite ma come risorsa. Lo “strano studente” che agita il ’77, alla ricerca della giusta dose di innovazione con un patrimonio di lotte operaie sedimentato nella classe, ma sclerotizzato dalle briglie comuniste nella fase della solidarietà nazionale, perde per strada il rapporto con la tradizione di quelle lotte, riducendo le proprie possibilità di dialogo con una classe operaia nonostante tutto (nonostante il rapporto fortemente organico alla tradizione comunista) disponibile alla mobilitazione e alla radicalizzazione. Una serie di caratteri tradizionali vennero a confliggere: il lavoro, da valore primario per tutto il movimento di classe, diveniva un disvalore. La disciplina “triste”, per un secolo alla base dell’organizzazione operaia, lasciava il posto all’elogio dell’indisciplina, o quantomeno alla liberazione creativa legata al rapporto “informalizzato”. Al realismo politico di tradizione machiavellica e leninista, subentrava un bisogno di idealismo libertario incoercibile alla mediazione, tanto politica quanto sociale.

Questa frattura è ancora oggi scomposta. Non solo attualmente: nell’arco degli ultimi trent’anni queste difficoltà hanno scavato nei movimenti, depositandosi come “luogo comune” mai davvero problematizzato. Ancora oggi, nella sinistra antagonista, rimane inevasa la questione della relazione con la maggioranza dei settori subalterni, così come, nella multiforme s/composizione che nel tempo è andata assumendo l’identità dei soggetti sociali, è assente un qualsiasi terreno comune per il superamento di questa frammentazione. Di fronte ad uno scenario sociale in costante arretramento, ad un impoverimento generalizzato e addirittura socialmente trasversale, che coinvolge progressivamente strati sempre più vasti di popolazione, dagli anni Novanta i movimenti continuano ad essere confinati in una tensione tra marginalità rivendicata e aspirazioni maggioritarie ma incapaci di stare al passo con le epocali trasformazioni a cui sta andando incontro il Capitalismo, con l’evidente rischio di trovarsi intrappolati in una minorità sociale incapace di estendere le proprie relazioni e la propria cultura oltre la sempre più ristretta cerchia di militanti.

Oggi che la politica, quella ufficiale, prosegue nella sua impermeabilità alle richieste dei ceti popolari, l’unica opzione politica credibile sarebbe riproporre quel rifiuto che il ’77 è stato capace di organizzare e far vivere dentro larghe fasce di società. Ma alcuni dei caratteri distintivi di quel movimento alla ricerca di un giusto equilibrio tra innovazione e tradizione comunista, impediscono ancora oggi l’obiettivo di quel consenso popolare attorno a idee e pratiche veramente rivoluzionarie. E’ di questo che dovremmo tornare a discutere oggi. Ed è in tal senso che rimane ancora inevasa la domanda che agita i sogni dei comunisti: come si ricostruisce un movimento rivoluzionario capace di superare in avanti l’ultimo vero e grande movimento rivoluzionario del nostro paese, il movimento del ’77?

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20/03/2017

Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema

Dei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare.

Lotta continua è un gruppo altamente simbolico di quegli anni. E’ l’organizzazione rivoluzionaria più ramificata e radicata, quella maggiormente attraversata da scontri tra posizioni politiche. E’, inoltre, quella che godrà del maggior apporto operaio, presente in fabbriche come la Fiat a Torino, la Om e la Pirelli a Milano, il Petrolchimico di Marghera, e decine di altre. Lc racchiude la confusione, l’impazienza, la generosità e la capacità conflittuale di quel decennio. Nell’affermare questo non vogliamo dire che le posizioni di Lc siano state condivisibili, che la sua organizzazione fosse “la migliore” tra le varie presenti in quegli anni, che oggi “servirebbe” una nuova Lotta continua, e cose del genere. Non è un revival nostalgico quello che proponiamo. Diciamo, più semplicemente e forse più onestamente, che Lc rispecchia un mondo, e raccontarne la sua storia contribuisce alla comprensione di quel decennio, nella sua forza e nelle sue contraddizioni.

L’elemento cardine da cui partire per capire gli anni Settanta è la rottura col Pci. Un’intera generazione si scopre rivoluzionaria ma impossibilitata ad utilizzare quegli strumenti culturali che il movimento operaio fino a quel punto aveva sedimentato nel proprio seno, avendoli in qualche modo “istituzionalizzati”. Si trattava in altri termini di inventarsi un nuovo mondo, al tempo stesso rivoluzionario e alternativo a quello comunista ufficiale, prendendo dove capitava quei riferimenti teorici necessari ad elaborare una linea politica (dai Tupamaros a Fanon, dalle Pantere nere a Adorno, da Foucault a Mao). Bisogna dire che l’alchimia venne raramente raggiunta. Ma nella foga della rivoluzione, probabilmente mai in questione vista con gli occhi di oggi, ma apparentemente possibile per quella generazione di militanti, il movimento trovò tutto sommato un punto di equilibrio dato da una mobilitazione costante e disponibile alla radicalizzazione.

Nel libro emerge questa necessità di rottura, anche in forme francamente atroci. Ricorda ad esempio Peppino Ortoleva: «Non eravamo antiamericani. Avevamo nei confronti degli Usa un atteggiamento quanto meno di curiosità. Non erano il nemico, il vero nemico era L’Urss». Adriano Sofri: «Commosso dal suicidio di Ian Palach, feci quasi da solo un volantino in omaggio al suo gesto». Paolo Brogi: «Andammo ai cancelli con i volantini per Palach». E via continuando, prende forma l’urgenza di riappropriarsi dell’idea di rivoluzione sottraendola alle organizzazioni comuniste ufficiali, e questa innovazione passava dallo scontro frontale col mondo comunista. Questa necessaria rottura trascinò con sé una quota minoritaria ma non marginale di classe operaia. Gli anni Settanta non furono caratterizzati dalla centralità studentesca e dai suoi desideri indotti (narrazioni queste divenute vulgata ex post), ma dal consenso operaio che le opzioni politiche della sinistra rivoluzionaria (tutte, compresa la lotta armata) ebbero fino alla fine del decennio. Questo tentativo di rinnovare un universo politico fatto di teoria, di cultura e di pratiche, si scontrò rapidamente con una tradizione che andava molto al di là delle briglie comuniste ufficiali. La maggioranza della classe operaia, del proletariato, rimase nonostante tutto distante dal magma rivoluzionario. E’ bene dircelo quarant’anni dopo. Nel congresso nazionale di Lc del 1975 si procede alla conta degli iscritti: nonostante la presenza diffusa in 84 province, i militanti sono ottomila. Il gruppo più numeroso e radicato della sinistra rivoluzionaria italiana conta nel cuore degli anni Settanta ottomila persone. Questo fatto è decisivo nell’evoluzione di Lotta continua e della sua crisi, perché costituisce esattamente il nodo, peraltro già allora evidente ai suoi dirigenti, della necessità di trovare un collegamento tra innovazione e tradizione, tra soggettività operaia disponibile alla radicalizzazione (una minoranza, per quanto forte) e una massa operaia comunista ma non rivoluzionaria, esattamente come il proprio referente politico, il Pci.

E’ anche questo dilemma che spingerà Lc all’appoggio tattico del Pci, al “fronte unico dal basso” in grado di ricomporre le divisioni nella classe operaia, che Lc viveva giustamente come *un problema*, premendo sul partito per spostarne l’asse a sinistra, sottraendolo all’abbraccio mortale della Dc. Una scelta liquidata troppo presto come equivoca o velleitaria, che tuttavia in quel frangente assolveva a un bisogno politico: intercettare quella maggioranza del proletariato che, nonostante tutto, rimase organicamente legata al Pci e alla Cgil, ma contro di cui non era possibile pensare alcuna rivoluzione. In altre parole, uno dei nodi insoluti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta sembra essere proprio questo: aver immaginato una rivoluzione non solo contro il sistema di potere espresso dalla Dc, ma anche contro la maggioranza della classe operaia di allora, contro il comunismo nella sua veste imbolsita dal riformismo ma ancora, agli occhi della classe, comunismo.

La tattica della pressione dal basso sul Pci va in crisi col compromesso storico. Pensato nel ’73, concretizzato nel ’76 con l’ingresso del partito nell’”area di governo”, il Partito comunista salda i suoi interessi con quelli della borghesia e chiude lo spazio politico a qualsiasi ipotesi di instabilità o di alternativa di sistema. Sono gli anni in cui la rottura con l’Urss viene addirittura esplicitata (del ’76 è la famosa intervista in cui Berlinguer si diceva più sicuro sotto l’ombrello Nato piuttosto che nel Patto di Varsavia). Questa chiusura manda in crisi le organizzazioni disponibili alla convergenza col Pci (o almeno con la sua base), ma non solo questo. Il compromesso storico frantuma ogni possibilità di evoluzione del sistema politico italiano. Fino agli ’72-’73, le lotte operaie fuori dal Pci spostano in avanti il quadro dei rapporti di forza per l’intero proletariato. La cinghia di trasmissione, tutto sommato e al netto delle innumerevoli contraddizioni, funziona. Tra la conflittualità operaia e la generalità dei rapporti sociali si mantiene un collegamento, e si mantiene per il carattere ancora aperto del confronto-scontro col comunismo ufficiale. Successivamente, la chiusura del Pci annulla quello spazio, simbolicamente chiuso dalla Legge Reale del 1975 a cui collabora tacitamente anche il Partito comunista. E getta le fondamenta del Settantasette, inteso come prodotto di questa chiusura.

Il Settantasette è il canto del cigno degli anni Settanta e, allo stesso tempo, fa storia a sé. Di fronte alla chiusura del Pci, Lotta continua va in crisi definitiva (e con lei altre organizzazioni, dal Manifesto a Avanguardia Operaia, confluite poi in Democrazia proletaria che non riuscirà mai a superare l’1% alle elezioni, dato indicativo). Altre organizzazioni sapranno dare fiato a questo rifiuto: dall’Autonomia alle Brigate rosse, lo scontro si sposta direttamente su di un piano insurrezionale (o lottarmatista) in grado di rispondere al bisogno di rivoluzione di quella generazione, ma incapaci di una strategia politica disgiunta dal suo aspetto militare. Al Settantasette manca una tradizione (manca cioè Machiavelli, Gramsci, Hegel, il Marx filosofo, autori dal copyright piccista e proprio per questo ignorati). La catastrofe degli anni Ottanta è ancora lì a ricordarci di questo mancato collegamento tra innovazione e tradizione comunista. Con gli anni Settanta scompare in Italia il comunismo, cioè la possibilità di organizzare lotte di classe per il potere che contengano, certamente nelle forme e nei contenuti nuovi che l’attualità impone, un’alternativa politica al capitalismo, e che sappiano attraverso questa instaurare rapporti con la maggioranza del proletariato italiano. Chi l’ha saputo fare (come il movimento che portò a Genova), l’ha fatto a scapito del comunismo stesso, riducendosi ad un riformismo radicale a-comunista e vertenziale. Chi invece è rimasto comunista, non ha saputo più intrecciare la propria esperienza politica con quella della maggioranza (e quindi del consenso) del proletariato nazionale, riducendosi allo stato di minorità esistenziale dal quale non sa come uscirne (sia nelle sue versioni conflittualiste che in quelle micro-partitiche). E’ un problema che affonda le sue radici negli anni Settanta, ancora oggi un enigma avvolto nel mistero per la sinistra di classe.

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11/03/2017

11 marzo 77. ”Hanno ucciso Francesco”, e a Bologna fu l’inferno


Molto è già stato detto, in 40 anni, del '77 e dintorni a Bologna e altrove.

Cronologie ingiallite, forzature ideologiche, approssimazioni di circostanza. Vale la pena riscriverne solo se si possiede una prospettiva altra da quelle ufficiali, una delle tante, peraltro, di coloro che c’erano dentro.

Non perché la memoria dei testimoni debba per forza essere affidabile, quando le tracce del ricordo sbiadiscono nel corso del tempo. Ma perché quello fu un movimento di cui, come non mai, rintracciare una visione obbiettiva risulta vano, tante furono le fattezze di coloro che vi confluirono e le loro motivazioni, personali e di piccoli e grandi gruppi, particolari e universali, che andavano dai bisogni materiali al desiderio di protagonismo, dalla creatività alle strategie di scontro sul terreno militare. Come se il volere tutto significasse, in fin dei conti, desiderare più di una vita, e in esse assumere identità multiple.

Fino alla scoperta che la freccia del tempo sibila in una direzione sola e non consente la marcia indietro e il ripartire da capo.

In quei giorni ci fu chi suonò Chopin mentre era sulle barricate, per morire poco tempo dopo nel più banale degli incidenti stradali.

L’11 marzo e qualcuno dei giorni e dei mesi seguenti rappresentano il crocevia in cui quelle persone si fecero politica, per riprendere, di lì a non molto, una propria strada differente, dove anche il morire avrebbe fatto parte del vivere, sia pure nei percorsi estremi della lotta armata o dell’autodissoluzione.

La prospettiva di chi scrive fu quella di un lavoratore dell’Università con in tasca una tessera sindacale, ma che, come tanti altri, non riteneva di dovere sottostare a una disciplina politica.

Quel lavoratore, la mattina dell’11 marzo, uscì dall’Istituto in cui lavorava un’ora prima del solito e non notò nulla di strano. Prese la macchina parcheggiata in via Belle Arti, poi giù da via Mascarella e arrivò in via Irnerio, a sinistra, verso piazza 8 agosto.

Di lì 2km e per mezzogiorno fui a casa.

Pochi minuti.

Una telefonata e appresi che è già successo di tutto.

Un’assemblea di Cl contestata a Fisica; una telefonata in Rettorato in cui i ciellini sostengono che li “stanno massacrando”, il Senato accademico che chiama le forze dell’ordine; il loro arrivo in via Irnerio. Tutto finito senza spargimento di sangue? Il rituale, in genere, è qualche sampietrino contro qualche lacrimogeno, ma sono giorni in cui il livello dello scontro si può alzare. Il Ministro degli Interni è Cossiga e anche in futuro rivendicherà codici che danno pochi spazi alla mediazione. Le forze dell’ordine sparano, un compagno, Francesco Lorusso, cade, morto ammazzato.

Assemblea in Piazza Verdi, nel cuore della città universitaria, si dice di procedere nel corteo vicino a gente che si conosce, noi ”i docenti”, due o tre file di persone in un mare di rabbia, fino alle due torri e oltre.

Fine dell’innocenza: una Volvo bruciata dalle molotov è il segnale che indietro non si torna. Le vetrine di via Rizzoli in frantumi. Qualche giorno prima si rideva gridando ”Un paio di ciabatte, 200mila lire, è questo il terrorismo da colpire”; adesso qualcuno colpisce.

Mi diranno che un’ora prima il sindaco Zangheri avrebbe rilasciato un comunicato in cui criticava i carabinieri e il Rettore che li aveva chiamati, ma di quel comunicato, nel tempo, si è persa la traccia. Invece il Pci è schierato in Piazza Maggiore, davanti alle foto dei partigiani uccisi... a ”difenderle”... difenderle da chi?

D’ora in poi si sentirà dire che chi ha sparato a Francesco era in guerra e non lo si può criticare.

La polizia fa muro davanti alla sede della Democrazia cristiana. Il corteo marcia in direzione stazione ad occupare i binari.

Arrivano camionette della polizia: botti ma senza fiamme. Non sono molotov, sono spari, a orecchio non da una parte sola.

E così via tra un’assemblea e riunioni varie.

Il 12 marzo si prosegue. Stavolta sento la cronaca da casa da Radio Alice, radio del movimento: sconsigliano di uscire di casa, se non si hanno punti di riferimento sicuri.

In serata, in diretta, dalla radio “Siamo qui con le mani alzate”, qualche accidente e la polizia che fa irruzione e stacca i fili.

Nei giorni seguenti andrò a lavorare, ma non in macchina, parcheggiare è difficile. Gli spazi sono occupati dai carri armati dell’esercito e mi vengono chiesti i documenti per recarmi al lavoro. Chi ha parcheggiato lì mi chiede i documenti, dopo essere sceso dal carro armato.

Seguono giorni e giorni.

Quell’onda d’urto si sfrangia in mille rivoli. I murales e l’ecologia; il femminismo e le lotte per la casa; il lavoro e il suo rifiuto; il farsi i cazzi propri e i progetti di lotta armata.

Una battuta di Giorgio Gaber, “da Lenin all’Oriente”; ma è ancora troppo poco, per dare un’idea del tutto.

Zangheri è un sindaco di notevole intelligenza politica. Sarà lui, contro il quale si scatenano gli slogan dell’ala creativa del movimento, a concedere, in settembre, gli spazi per un mega convegno nel quale si possa discutere di quel tutto senza confini.

La mediazione riesce. A settembre la percezione è quella di un polarizzarsi delle posizioni. La componente creativa è diffusa in ogni luogo di discussione, ma la prospettiva di una lotta armata prende forma su di una scala non ridotta. In un’assemblea, al Palasport, volano le seggiole tra le diverse visioni del mondo.

E’ la fine di un inizio.

 Ma per qualcuno è anche l’inizio della fine.

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L’odore acido di quei giorni


“...voglio che tu mi dica che la mia storia,
che è diventata anche la tua,
per cui la nostra storia, è la storia di questo paese...”
Paolo Grugni

Il Movimento contestatario del '77 compie quarant'anni. È tempo di bilanci, riflessioni e nuove consapevolezze. Ripensarlo partendo dall'oggi e dai temi che lo attraversarono offre una lettura della contemporaneità non banale. È un viaggio di andata e ritorno tra quel passato così vicino eppure drammaticamente rimosso e criminalizzato, e un presente attraversato da molte istanze simili a quelle dell'epoca.

Per questo, non c'era momento migliore per la nuova edizione del romanzo di Paolo Grugni, “L'odore acido di quei giorni” (Laurana Editore).

Romanzo noir, nato dalla maestria di uno degli scrittori più interessanti del genere, narra la caccia ad un terrorista del gruppo fascista di Ordine Nuovo; caccia cui suo malgrado, viene coinvolto il protagonista del romanzo, Alessandro Bellezza, che per lavoro raccoglie animali feriti di notte sulla via Persicetana, la strada che collega Bologna a una parte della sua provincia.

Alessandro, pur avendo simpatie per la sinistra extra-parlamentare, si è ritirato dalla lotta politica attiva ma vi rimane coinvolto per una serie di fatti, magistralmente orchestrati dall'autore.

La storia romanzesca ci porta nel cuore della società italiana, attraversata da istanze concrete che reclamavano un cambiamento: il femminismo e il diritto all'utodeterminazione, le istanze dei lavoratori, la richiesta di un' istruzione davvero democratica. Il protagonista ci trascina letteralmente con sé, nei momenti salienti della protesta del '77, quando gli studenti cacciarono dall'Università Luciano Lama e la sua Cgil e per strada e nei luoghi di lavoro si contestava la politica di austerità del PCI, che preferì schierarsi con la Democrazia cristiana piuttosto che ascoltare le esigenze di cambiamento dal basso.

Paolo Grugni ci porta per le strade di Bologna e d'Italia, attraverso la voce di Radio Alice che percorre tutto il romanzo e che tesse e ritesse la trama e funge da collante storico oltre che letterario.

Il romanzo è una sorta di cannocchiale spazio-temporale: i fatti della provincia emiliana ci catapultano in quegli anni bellissimi e terribili, in cui lo Stato nei suoi apparati palesi e occulti, fece di tutto per bloccare ogni energia volta al cambiamento. Anni di attentati neo-fascisti, di bombe, di logge massoniche, di strategia della tensione. Il Movimento del '77 era una minaccia per questo quadro di poteri perché, come sostiene Roberto Pedretti nella sua analisi finale che chiude l'edizione del romanzo, esso squadernava i temi della trasformazione capitalistica e proponeva nuove modalità di fare politica.

Il 12 marzo 1977 Radio Alice, grancassa del Movimento, subisce l'irruzione della polizia e i suoi microfoni vengono spenti per sempre. Il giorno prima, per le strade di Bologna, lo studente Francesco Lorusso era stato ammazzato da un carabiniere durante una manifestazione. La città verrà militarizzata e occupata dai carri armati mandati dalla DC con l'assenso del Partito Comunista.

Dopo niente sarà più come prima e quella straordinaria energia fu dispersa a colpi di rivoltella d'ordinanza. Alessandro, il protagonista, partecipa e assiste impotente a questi fatti, guarda Francesco accasciarsi sotto il portico di via Mascarella e “legge” i segni di ciò che sarebbe avvenuto nel futuro politico e sociale del nostro Paese.

L'intreccio giallo prende per mano il lettore e lo porta con il fiato sospeso fino all'ultima pagina, lasciandogli però l'amaro in bocca, o come suggerisce il titolo, l'odore acido dei lacrimogeni nelle narici; un odore che traspare da ogni pagina. Pochi scrittori riescono a riannodare i fili e a darci un'opera che pur essendo in forma di romanzo, ci offre una lettura dinamica dei fatti.

Certamente oggi, non esiste un Movimento così forte e coeso; eppure quando gli studenti tentano di riappropriarsi degli spazi, fanno paura e trovano gli stessi ostacoli, sbattono contro gli stessi mandanti e i medesimi manganelli. Si susseguono le generazioni ma lo Stato non modifica i propri metodi repressivi.

“Disoccupate le strade dai sogni” cantava Claudio Lolli, che ha ispirato anche il titolo del romanzo; era impossibile per il Movimento lottare contro tanti a tali nemici e molte energie vennero disperse o presero strade diverse.

Ma l'11 marzo di ogni anno, le idee di Francesco tornano per le strade, corrono su altre bocche, attraversano altre generazioni; sono passati quarant'anni, eppure non sembrano invecchiate.

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17/02/2017

“Le ragioni per la rottura di allora, oggi ci sono tutte”

I quaranta anni dal Movimento del ‘77 e dalla giornata che ne segnò un passaggio storico – la cacciata di Lama dall’università di Roma occupata – sono stati il contesto in cui ieri a Roma, proprio alla Sapienza c’è stata la presentazione e il dibattito sul primo volume de “La storia anomala”, quello dedicato al decennio degli anni ‘70.

Il punto di vista, ovviamente, è quello di una esperienza politica dentro quel contesto storico, l’Organizzazione Proletaria Romana. Nessuna pretesa dunque di valore oggettivo. “Non vogliamo né possiamo mettere le braghe al mondo sul quel periodo pretendendo che il nostro punto di vista sia quello di tutti” ha affermato Sergio Cararo, uno dei curatori del libro.

Tanto più che a discuterne sono stati chiamati compagni con esperienze, elaborazioni e sintesi diverse da quelle degli autori: Marco Ferri e Vincenzo Miliucci (all’epoca esponenti di punta dell’Autonomia Operaia) e Giorgio Cremaschi (allora dirigente sindacale della Cgil e non “romano”).

Ovvio quindi che la lettura sulla cacciata di Lama vista da angolazioni diverse, presenti a quaranta anni di distanza sottolineature non distanti ma differenti. Per Cremaschi, la destra amendoliana del Pci cercò e ottenne lo scontro con il movimento degli studenti anche grazie alla cacciata di Lama e lo fece anche per normalizzare all'interno il partito e il sindacato. Per Cremaschi è arrivato il momento di “ricostruire la storia comune di chi non si è arreso”.

Diversamente, sia gli autori del libro che Miliucci, rivendicano in quella rottura nel piazzale della Sapienza la ratifica tra due ipotesi contrapposte – quella rivoluzionaria e quella riformista – del cambiamento politico del sistema dominante (allora rappresentato dai governi della Dc, dall’alleanza subalterna agli Usa e da un padronato vorace ma non altezza dei competitori multinazionali).


Mauro Casadio, uno degli autori del libro, ci ha tenuto però a sottolineare che la Storia anomala non è un libro di memorialistica, quanto un tentativo di spiegare i caratteri di una esperienza di classe tra continuità e discontinuità – appunto dall’Opr alla Rete dei Comunisti – che trova nell’oggi le ragioni per la rottura di ieri. Insiste nel segnalare alcune caratteristiche dell’Opr come la scelta della “proletarizzazione dei militanti”, del metodo adottato partendo più dall’analisi della realtà che dalla visione soggettiva nei passaggi fatti, dell’internazionalismo come visione generale dei processi. Un agire da partito senza essere un partito perché consapevoli della limitatezza delle proprie forze.

Marco Ferri ha sottolineato come proprio la “filettatura” della logica di partito oggi vada rifatta, perché la divaricazione tra lotte sociali ed espressione politica riproduce un meccanismo di delega che va fatto saltare. Vincenzo Miliucci non si è sottratto al confronto di merito anche sulle visioni offerte dal libro. Ha rilevato criticamente il tentativo di leggere l’intera esperienza dall’Opr alla Rete dei Comunisti come continuità. Ha respinto le critiche di “movimentismo” verso l’Autonomia Operaia richiamate in più passaggi, ma tirando le conclusioni del suo intervento ne ha riproposto esattamente le motivazioni, quelle che hanno portato negli anni alle “divergenze” (talvolta asprissime) tra l’elaborazione dell’Opr e quelle dei Volsci sul tema dell’organizzazione.

Emidia Papi, un’altra dei curatori del libro, ha ricostruito come l’esigenza di dare vita a organizzazioni sindacali di base alternative ai sindacati ufficiali, nascesse dall’esperienza dei comitati operai di fabbrica e dall’esclusione dagli organismi rappresentativi dei delegati sindacali più combattivi. Una realtà che la cacciata di Lama dall’università accentuò fortemente fino a rendere inevitabili la nascita di nuove organizzazioni sindacali, prima come organismi di base e poi come RdB.

L’elemento comune rintracciabile in tutti gli interventi è il giudizio sulla sconfitta operaia alla Fiat nel 1980 come il passaggio che ha segnato la fine della fase storica del conflitto di classe degli anni Settanta. Quella alla Fiat è stata la “madre di tutte le sconfitte”, incluso per le organizzazioni che scelsero la lotta armata (richiamate in alcuni interventi dal pubblico) e che proprio su quel tornante mancarono all’appuntamento perché decimate dai blitz preventivi a Torino e Milano dei carabinieri diretti dal gen. Dalla Chiesa (poi ucciso dalla mafia nel 1982).

La cesura storica della sconfitta alla Fiat, secondo Sergio Cararo, va compresa anche su due aspetti: fu un cambiamento epocale dell’organizzazione produttiva in fabbrica che spianò la strada ad un modello di destrutturazione micidiale ma fu anche l’inizio di un “politicidio” cioè di un annientamento politico delle visioni, delle idee, delle pratiche di lotta ed emancipazione sociale complessiva che ebbero negli anni Settanta il loro punto più alto. Insomma la nostra storia non possiamo accettare che a raccontarla alle nuove generazioni sia La Repubblica, né la vendetta di cdi “un nemico di classe che ci odia” (ricambiato) incarnata dal Corriere della Sera. Inoltre non può essere trascurato il fatto, ha sottolineato Mauro Casadio, che quegli anni erano ben dentro il boom economico del paese, un processo che modificò in profondità comportamenti sociali e assetti ideologici, soprattutto nel Pci, anticipandone quella che verrà poi definita la “mutazione genetica”.

Le conclusioni di un bella assemblea, piena di gente in carne ed ossa in larga parte anche attiva politicamente, sono in continuità con quanto scritto nella “Storia anomala” ricostruita nel libro: le ragioni per la rottura rivoluzionaria di allora oggi ci sono tutte, anzi sono rese ancora più attuali da una situazione sociale assai peggiore – e che quella rottura aveva ampiamente intuito e combattuto. In tal senso, gli autori del libro rigettano ogni senso di sconfitta pur nella consapevolezza di una realtà che ad una generazione politica non ha risparmiato nulla – dalla galera per i più riottosi all’eroina diffusa a piene mani nei quartieri popolari – ma che trova ancora e nuovamente nella realtà ottime motivazioni per non chinare la testa e tenere aperta l'opzione comunista e rivoluzionaria.

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17 febbraio 1977. Luciano Lama contestato e cacciato dall’università di Roma

Fu una rottura drammatica che alla fine portò alle sconfitte successive, ma prima di tutto voglio dire che Luciano Lama ed il PCI che aveva organizzato il comizio avevano torto, e gli studenti che contestarono ragione. E non solo perché l'iniziativa stessa del comizio nel cuore dell'università dove gli studenti erano in rivolta era un atto di rottura, non di confronto. Nel 1968 il PCI con Luigi Longo segretario aveva saputo capire e confrontarsi criticamente con il movimento degli studenti, rifiutando la linea di rottura allora già proposta da Giorgio Amendola. Nel 1977 invece quella linea aveva conquistato il gruppo dirigente del partito guidato da Enrico Berlinguer, che sosteneva il governo Andreotti e la politica di unità nazionale e compromesso storico con la DC. Questa politica aveva il suo corrispettivo nella svolta moderata della CGIL, che guidata da Lama accettava la politica dei sacrifici dei lavoratori, le compatibilità, l'avvio di quella che poi sarebbe stata chiamata la restaurazione liberista.

Tutto questo fu poi sancito nel 1978 con l'assemblea sindacale tenutasi all'EUR. Nel 1977 Lama ed il PCI non andarono nella Università per discutere, confrontarsi, capire, ma per imporre una linea che era contestata dagli studenti, ma anche da una parte vasta di mondo del lavoro. E la rottura all'università fu usata per rafforzare la politica di unità nazionale e criminalizzare il dissenso verso di essa. Nel 1979 Berlinguer, forzando la mano ad un gruppo dirigente politico e sindacale che invece voleva andare avanti per quella via, ruppe con la DC e riportò il PCI al conflitto, ma era troppo tardi. Oramai la rottura del 1977 aveva fatto i suoi danni sia dal lato degli studenti, sia verso il mondo del lavoro. La lotta armata era stata la via di fuga sbagliata presa da una parte di quei giovani, che avevano visto chiudersi tutto attorno a loro e che l'11 marzo del 1977 avevano pianto Francesco Lorusso ucciso dalla polizia a Bologna. La rottura con gli studenti e la politica dei sacrifici indebolirono il movimento operaio e furono tra le cause della sconfitta alla Fiat nel 1980. Tutta la crescita democratica del paese avviatasi con le lotte studentesche ed operaie del 68/69 fu bloccata, ed un intero decennio, il migliore della storia repubblicana, fu criminalizzato dalle forze e dal potere della restaurazione.

La storia non si fa con i se, ma a volte pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente aiuta. Se il PCI e la CGIL avessero fatto la scelta di un vero dialogo con gli studenti che li contestavano, come avevano fatto nel 1968, penso che le cose sarebbero andate diversamente, meglio.

E poi il passato non è passato, perché oggi a Bologna il sindaco ed il PD assieme alla destra si scagliano contro gli studenti in lotta e plaudono alla repressione poliziesca.

Se guardiamo alla società in cui viviamo, alle sue terribili ingiustizie, alla distruzione di futuro che colpisce prima di tutto i giovani, bisogna aver il coraggio di dire che Lama aveva torto e chi lo contestava ragione. Vale per ieri e ancora di più per oggi.

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Lama non l’ama ancora nessuno

17 febbraio 1977 – 40 anni fa la cacciata di Lama dall'Università La Sapienza di Roma

« Il padrone disperato / ha chiamato il sindacato: / “Lama mio salvami tu, / così non se ne può più” / E con gran pubblicità / va nell’università. / Di preciso il diciassette / del febbraio ’77 / sopra un palco da cantante / il progetto delirante: / “Il lavoro benedici / viva viva i sacrifici”. » (Murale all’università di Bologna, 1977. Oggi patrimonio di Wikipedia)

A quarant’anni di distanza dalla meritata cacciata di Luciano Lama dall’università di Roma, l’episodio va riletto con il linguaggio di allora. L’immaginario da indiani (metropolitani) del ’77, l’idea, riportata anche in una canzone di De Andrè, che la cacciata di Lama potesse ricordare la sconfitta del generale Custer a Little Big Horn, oggi sembra più corretta che provocatoria. Il ’77 ha infatti fatto la fine degli indiani: la cacciata di Lama ricorda una grande sconfitta dei partiti della ristrutturazione capitalistica, perché era quella che simbolicamente voleva imporre la Cgil di Lama, prima che questa travolgesse il movimento del ’77 in quegli anni e successivamente e l’intero paese. Movimento che, in questo modo, si legge come una sorta di ultima, coraggiosa, persino poetica, resistenza alla valanga neoliberista. Come accadde, fatte salve le differenze storiche, per le jacquerie contadine o i luddisti inglesi. Movimenti, specie i primi, ampiamente citati nel bagaglio culturale del ’77 mentre, visti gli slogan dell’epoca (“tutto il potere all’automazione” per uscire dalla società del lavoro) con il luddismo c’era sicuramente feeling in materia di sabotaggio ma l’incedere della innovazione tecnologica era visto, soprattutto, come liberatorio. Certo, oggi, ad una società impaurita la cacciata di Lama non ha molto da dire. Inoltre tutti i decennali, della cacciata di Lama e del ’77, hanno detto cose diverse alla società italiana. Il primo, nel 1987, fu sostanzialmente la voce del vincitore che concesse, nei media dell’epoca, qualche spazio agli sconfitti. Negli anni ’90 si imposero produzioni indipendenti che riuscirono un po' a mordere il solito contesto revisionistico del media mainstream sull’argomento. Nel 2007, sul filone della storiografia emersa con gli anni dei movimenti noglobal, i testi, e le voci, in grado di incalzare il mainstream furono di maggior spessore.

Già, si dirà, mai i fatti? Si possono sintetizzare in questo modo: all’inizio del ’77 si sviluppò un forte movimento di contestazione alla tentata riforma dell’università (la cosiddetta circolare Malfatti). La contestazione non si limitò al solo aspetto universitario. Entrò direttamente in rotta di collisione con la politica dell’austerità voluta dal Pci, con la stessa idea di società dell’allora compromesso storico per arrivare ad aggredire il linguaggio e le idee-forza della cultura italiana, senza risparmiare gli stessi gruppi della sinistra extraparlamentare italiana del periodo. Luciano Lama, “mal consigliato” secondo un po' di memorialistica della sinistra italiana, decise, assieme ai vertici del Pci, che era il caso che il sindacato, che si era fatto carico di far passare la linea dura dei sacrifici e della moderazione salariale tra i lavoratori, facesse un atto politico forte di presenza all’Università la Sapienza.

Quest’atto forte fu un comizio, difeso dal servizio d’ordine del sindacato e del PCI, davanti al piazzale dell’università dove si dovevano ribadire sia la linea del sindacato che la presenza della sinistra istituzionale di fronte agli studenti che occupavano le facoltà. Gli argomenti di Lama erano un classico della retorica di sinistra che nasconde contenuti di destra: partire dai classici della mitologia progressista per poi cercare di imporre una linea politica di svendita dei diritti. Per il movimento del ’77 era abbastanza per essere contestati. In più, nel modo scenico di presentarsi (dal servizio d’ordine, all’amplificazione alle urla nel microfono) Lama ci mise quel surplus di arroganza che gli garantì la cacciata, assieme al suo servizio d’ordine in rotta. Fu una grave sconfitta per la Cgil e per il Pci che dimostrò che entrambi non avevano né il polso del mondo giovanile né, in significativi settori della società italiana, l’egemomonia a sinistra. Certo, vista oggi, si tratta di mondi lontani. Ma in politica il passato, la necessità di leggerlo per capire il presente, torna sempre. E quando sarà nessuno Lama l’amerà, anzi lamerà come nel ’77.

Terry McDermott

articolo tratto dall’edizione cartacea di Senza Soste del mese di febbraio n° 123

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