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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2022

I servizi segreti italiani preoccupati dai movimenti “ambientalisti”

A leggere la relazione annuale dei servizi di sicurezza al Parlamento, pare che le loro maggiori preoccupazioni nell’ambito della “sinistra alternativa” siano quelle sui movimenti sociali che hanno al centro l’ecologia e l'emergenza ambientale.

Certo nella relazione non mancano le solite tre pagine dedicate agli anarchici insurrezionalisti ritenuti, come nell’Ottocento, la minaccia eversiva principale per lo Stato. Per il resto rimane la categorizzazione di “circuiti marxisti-leninisti” e “movimento antagonista” per classificare i settori che vengono ritenuti sovversivi e una minaccia alla sicurezza.

Quasi ovvio sottolineare che anche quest’anno ai fascisti viene dedicata appena una paginetta striminzita. Evidentemente i fascisti, per i “nostri servizi”, non sono mai una minaccia.

Occorre ammettere che ci sono però delle novità: quest’anno la preoccupazione maggiore dell’intelligence oscilla tra le manifestazioni contro il green pass e i movimenti sulle tematiche ambientali. Non mancano i “monitoraggi” sulle manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese e quello curdo o le iniziative antimilitariste in Sardegna.

Ma dalle attenzioni dei servizi di intelligence si rileva il segno che il conflitto di classe, segnalato con molta maggiore enfasi negli anni scorsi, morde ancora poco nonostante una crisi economica, sociale e politica ormai crescente.

Pubblichiamo qui di seguito le sezioni e i capitoli della Relazione dei servizi segreti dedicati ai movimenti. In fondo c’è anche la scheda specifica che l’intelligence ha voluto dedicare proprio ai movimenti sociali sulla emergenza ambientale.
Nell’ambito della minaccia endogena relativa a eversione ed estremismi, l’intelligence si è impegnata a cogliere segnali e trend della conflittualità sociale in relazione sia al consueto attivismo dell’oltranzismo politico di diversa matrice, sia a quelle peculiari e composite espressioni del dissenso che, germinate essenzialmente sul web, hanno infiammato, all’insegna dell’opposizione alle misure governative di contenimento dei contagi, diverse piazze italiane.

A questo riguardo, si è assistito, al pari di altri Paesi europei, all’evolversi di una spirale mobilitativa che ha trovato linfa vitale in un ingente flusso virtuale di fake news e teorie cospirative sull’emergenza pandemica.

L’azione di intelligence, in stretto raccordo informativo con le Forze di polizia, ha continuato a evidenziare, nello scenario eversivo interno, la particolare pericolosità delle componenti anarco-insurrezionaliste.

Si è, infatti, nuovamente rilevata la propensione di tali realtà a mobilitarsi su un doppio livello, che prevede un attivismo tanto di caratura “movimentista” inteso a infiltrare le manifestazioni per promuovere più veementi pratiche di protesta, quanto di più marcata valenza terroristica con il compimento della tipica “azione diretta distruttiva” contro diversi target, correlati ad altrettante varie campagne di lotta.

Sul versante dell’estremismo di matrice marxista-leninista, si è mantenuta alta l’attenzione dell’intelligence soprattutto verso i consueti tentativi di rilancio dell’opzione rivoluzionaria, apparsi ancora tarati essenzialmente su un’opera di studio e divulgazione, non priva di richiami apologetici alla passata stagione della “lotta armata” da parte di storici militanti.

Per quanto attiene al movimento antagonista, pur mantenendo una presenza in parte marginale nelle proteste di piazza contro le misure governative di contenimento dei contagi, si è evidenziato un attivismo volto in via prioritaria a rivitalizzare i vari ambiti abituali di mobilitazione, a partire dall’ecologismo militante che si è confermato tra i principali cavalli di battaglia delle diverse componenti anti-sistema.

I circuiti marxisti-leninisti

Sul versante dell’estremismo di matrice marxista-leninista, si è mantenuta alta l’attenzione dell’intelligence soprattutto verso i consueti tentativi di rilancio dell’opzione rivoluzionaria, apparsi ancora tarati essenzialmente su un’opera di studio e divulgazione, non priva, tuttavia, di richiami apologetici alla passata stagione della “lotta armata” da parte di storici militanti.

La propaganda di settore ha stigmatizzato la gestione governativa dell’emergenza sanitaria, specie in merito all’introduzione della certificazione verde nei luoghi di lavoro, considerata, nell’ottica d’area, un ennesimo strumento divisivo e di “repressione” dei lavoratori.

D’altronde, il mondo del lavoro si è nuovamente evidenziato come il principale campo d’azione di tali circuiti, che, nell’ambito delle più sensibili vertenze occupazionali in atto sul territorio, hanno continuato a tentare, con esiti vani, di fomentare le tensioni secondo logiche conflittuali e “di classe”.

È proseguito l’impegno sul tema del “carcerario”, non solo con la tradizionale campagna contro l’applicazione del regime detentivo del 41 bis a ex brigatisti, ma anche mediante mirate iniziative tese a strumentalizzare le ricadute della pandemia sulle condizioni di vita all’interno degli istituti di pena.

Di rilievo, poi, l’attivismo marxista-leninista su altre tematiche di più ampio respiro, tra cui l’“antifascismo” e, soprattutto, il binomio “antimilitarismo/anti-imperialismo”.

A quest’ultimo riguardo, a seguito del riacuirsi, in maggio, del conflitto israelo-palestinese, si è registrata una significativa ripresa delle attività a sostegno della “resistenza palestinese”, con la partecipazione, accanto ad altre realtà dell’antagonismo di sinistra, a una mobilitazione “antisionista” che ha riguardato diverse città italiane.

Le componenti d’area, oltre a supportare omologhe realtà estere in iniziative di solidarietà ai “prigionieri politici” reclusi in altri Paesi, hanno, inoltre, seguitato a guardare con interesse a quei contesti di “prassi rivoluzionaria” emersi sullo scenario estero, come, a esempio, la “lotta del popolo curdo” nel Rojava e la “rivolta dei contadini” in India.

Il movimento antagonista

Il movimento antagonista, pur mantenendo una presenza in parte marginale nelle proteste di piazza contro le misure governative di contenimento dei contagi, in continua ricerca di spunti aggregativi non ha mancato di considerare come la sensibile congiuntura abbia aperto favorevoli spazi di “ricomposizione politica” all’eterogenee e tradizionalmente frammentate componenti del dissenso.

Sul piano informativo, si è infatti evidenziato un attivismo volto in via prioritaria a rivitalizzare i vari ambiti abituali di mobilitazione antagonista, a partire dall’“ecologismo militante” (vedi scheda più sotto, ndr), che, sostenuto da una propaganda tesa a riproporre l’idea della pandemia come danno collaterale del progresso tecnologico e dell’emergenza climatica e ambientale, si è confermato tra i principali cavalli di battaglia delle diverse componenti antisistema.

Rinnovata centralità nell’agenda antagonista ha mostrato anche la campagna a sostegno dei migranti, con iniziative in aree transfrontaliere e nei pressi di Centri di Permanenza per il Rimpatrio, nonché con cortei in alcuni centri cittadini, a cui hanno partecipato pure militanti stranieri. Sono emersi, tra l’altro, tentativi di coinvolgimento nella mobilitazione della stessa componente immigrata.

Il tradizionale impegno “contro la guerra” ha, intanto, continuato a rappresentare una tematica dall’elevata valenza aggregante per diversificati ambienti dell’antagonismo, come testimoniato dalla composita adesione alle citate manifestazioni di maggio contro l’“entità sionista” e dalla divulgazione trasversale di critiche all’industria degli armamenti e alla destinazione di denaro pubblico alla difesa.

Sul medesimo versante dell’“antimilitarismo”, si è assistito, in Sardegna, a una riattivazione della storica lotta contro l’asserita “occupazione militare dell’isola”, concretizzatasi in presidi presso le infrastrutture militari, in taluni casi culminati con il taglio delle recinzioni e con tentativi di accesso alle zone interdette.

Nelle principali aree metropolitane, specifici approfondimenti hanno riguardato l’esteso panorama dell’“emergenze sociali” relative alla casa, al reddito, alla sanità, all’istruzione e alla precarietà lavorativa. Ambiti, questi, che hanno fatto registrare i primi segnali d’interesse antagonista verso la gestione governativa dei fondi afferenti al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
A quanto pare per l’intelligence italiana i movimenti ambientalisti sono da tenere “sott’occhio”. A questi è dedicata una scheda specifica.
Attivismo antagonista sul tema dell’ambiente

Accanto all’epidemia da Covid-19, il dossier ambientalista è stato uno degli argomenti che, nel corso del 2021, ha caratterizzato il dibattito pubblico e politico, soprattutto in relazione agli sviluppi delle politiche di transizione ecologica.

È in tale contesto che il movimento antagonista, in un’ottica di proselitismo, ha rinnovato il suo interesse sul tema, fortemente trasversale e attrattivo nei confronti di un uditorio prevalentemente giovanile.

Nel senso, si è rilevata un significativo incremento dell’attivismo propagandistico e mobilitativo, che ha visto come principali obiettivi della protesta le multinazionali del comparto energetico, in particolare di quello estrattivo, principali responsabili, secondo la narrativa d’area, della “devastazione ecologica” del pianeta, e quali temi maggiormente all’attenzione il nucleare, la presunta privatizzazione del settore idrico e i cambiamenti climatici.

Compagini antagoniste hanno partecipato ai cortei di protesta che hanno scandito, in diverse città italiane, le riunioni del G20 e gli incontri preparatori alla COP26 tenutasi a Glasgow in novembre. Contestazioni che, al pari di analoghe mobilitazioni internazionali, in alcuni casi hanno fatto registrare momenti di tensione.

Nel solco dell’“ambientalismo militante” si pone anche il fronte di opposizione alle cd. “grandi opere”, in cui confluiscono varie realtà, da comitati cittadini ai segmenti più ideologizzati dell’antagonismo, negli ultimi anni espressione di lotte dal forte carattere simbolico e dal peculiare radicamento sul territorio, come, a esempio, la campagna No TAV, che ancora una volta ha dato prova delle sue potenzialità offensive con diversi episodi di assalti ai cantieri e di scontri con le Forze dell’ordine.
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27/12/2020

Riconoscersi, per essere antagonisti

Come tutti quelli con un origine proletaria ho subito il fascino della borghesia.

Il parlar forbito, il saper vestire, il saper stare in società. Quando vedo un film di 007, o uno con Sordi che fa il signore, penso sempre alla mia inadeguatezza in certe situazioni.

Alla mia età ancora sogno di essere interrogato in matematica o latino e fare scena muta.

Devo faticare a rendermi conto di appartenere ad un altra cultura, non meno potente, e spesso antagonista, che è fatta di un altro sapere, ed esserne orgoglioso.

Tutta la società, il sistema di potere culturale ed economico, ti mette al margine, non ti riconosce nulla se ti vede incompatibile e non addomesticabile. Questo voleva dire Satie quando disse: “non basta rifiutare la Legion d’Onore, bisogna non meritarsela“.

E questo voleva dire Marx quando disse: “proletari di tutto il mondo, unitevi“.

Riconoscetevi, così come si riconosce un notaio con un cardiochirurgo quando stanno, travestiti, alla sagra del baccalà.

E mo torno a leggere Tex...

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03/03/2019

La manifestazione di Milano. Tanta gente in piazza, e poi?


La manifestazione di ieri a Milano era stata promossa da una trentina di associazioni, dall’Arci a Cgil Cisl Uil sullo slogan “People: prima le persone”. Nella coreografia spiccava un carro a forma di barcone – a ricordare i molti migranti morti in mare o respinti – e un altro contro la legge Pillon che indica una complessiva regressione civile del paese.

Il deus ex machina della manifestazione, nata come una sfida al decreto sicurezza di Matteo Salvini, era stato a gennaio l’assessore comunale al Welfare, il piddino Pierfrancesco Majorino che, pare, intende candidarsi alle prossime elezioni europee. L’associazionismo democratico e solidale milanese ha subito prontamente risposto all’appello, sia perché la realtà consegna quotidianamente episodi di razzismo e de-solidarizzazione che gridano vendetta, sia perché – ed è difficile negarlo – con il possibile ritorno della “Ditta” (ex Pci/Pds/Ds) alla guida del Pd, l’associazionismo collaterale spera di poter tornare a contare dopo la parentesi renziana che aveva sminuito o liquidato i cosiddetti ”corpi intermedi”.

Al corteo, come prevedibile, non mancava nessuno, neanche “il consiglio di fabbrica della Rizla” (come ironizzava una canzone del cantautore milanese Gianfranco Manfredi) ed hanno partecipato esponenti della politica e mondo dello spettacolo milanese, dal sindaco di Milano Giuseppe Sala a Ornella Vanoni, ma soprattutto i candidati alla segreteria del Pd Maurizio Martina e Nicola Zingaretti immortalati in una foto “segnante”. Quest’ultimo, nel corso della manifestazione, ha dichiarato che: “Questa maggioranza vive sulla propaganda ed è motivata solo dalla cultura dell’odio, l’odio non produce crescita, lavoro e serenità, per questo serve un’altra idea di Paese e il centrosinistra deve rifondare la sua identità”.

Il sindaco Sala, dal canto suo, ha provato a fare la quadratura del cerchio sul piano economico ed etico: “Costa fatica, ma mi sento di dire che i milanesi hanno bisogno di sentirsi solidali e sono passati i tempi in cui solo l’idea di successo, soldi e crescita dei consumi è attrattiva per le città”. Insomma la società civile produttiva e competitiva per eccellenza avrebbe dentro di sé anche uno spazio per la solidarietà. E’ l’esegesi del liberismo. Prima si fanno morti e feriti con le misure economiche antipopolari, poi si usano gli interstizi per non perdere completamente l’anima. Non solo. A Milano il Comune avalla i “pattuglioni” della polizia nelle zone degli immigrati in nome della sicurezza ma critica Salvini per il suo Decreto.

Nasce forse da questa sintesi del sindaco Sala l’eterno ritorno alla “catarsi” con cui i dirigenti del centro-sinistra ambiscono a recuperare immagine e verginità politica dopo i danni sociali provocati dalle scelte strategiche dei loro governi. Era accaduto con Berlusconi, sta accadendo di nuovo con Salvini, anche se l’obiettivo dichiarato sembrano essere più i Cinque Stelle dove è visibile una crisi della base elettorale. E’ leggibile nitidamente nell’editoriale di oggi di Eugenio Scalfari e nelle parole di Prodi su La Repubblica.

Ma fin qui la radiografia della manifestazione di Milano è facile, seppur parziale.

Le rogne si presentano quando nei “movimenti” e nella sinistra radicale o antagonista si apre la lacerante – e ripetuta – discussione su come rapportarsi ad eventi politici che hanno le caratteristiche sopra indicate ma che, richiamando in piazza tanta gente, mettono a dura prova le tesi di chi prova a indicarne le contraddizioni a venire piuttosto che quelle visibili oggi.

A Milano e dintorni le realtà di movimento e della sinistra radicale si sono in larga parte convinte ad essere nella manifestazione proprio perché la quantità (i manifestanti) ne era il punto di qualità. Lo hanno fatto con ragionamenti semplici ma non del tutto nuovi: alla manifestazione c’è tanta gente, attraversiamo questo momento di massa con i nostri contenuti e contrastiamo così l’egemonia del Pd sulle aspettative della gente in buona fede la quale afferma giustamente che vengono “prima le persone”. A memoria occorre ammettere che nei decenni ci si è riusciti solo una volta, quando nel 1992 volarono i bulloni ad una manifestazione di Cgil Cisl Uil di fronte all’ennesima svendita delle conquiste dei lavoratori. In tutte le altre innumerevoli occasioni simili, l’affermazione di contenuti diversi o più avanzati di quelli della gestione ufficiale non è mai riuscita. E per onestà occorre dirselo e ammetterlo.

Sulla questione, da sempre, ci sono interminabili discussioni tra i sostenitori di questa tesi e quella che non intende fare sconti ai responsabili (il Pd e i suoi ambiti collaterali) di una situazione pesante e regressiva sul piano politico, sociale e civile del paese, incarnata dall’egemonia della destra sul governo e in crescenti ambiti della società. Indubbiamente il richiamo all’unità, al sentirsi meglio in tanti che in pochi, ha una sua forza narrativa. Ma anche qui occorre assumersi la responsabilità – impopolare – di non accettare la sistematica catarsi con cui il Pd cerca di far dimenticare nelle piazze, quando è all’opposizione, quello che fa concretamente quando governa.

Il problema dunque non è dividersi su una manifestazione. Le manifestazioni sono diventati eventi di massa che vengono consumati in un giorno. Il problema è capire quale funzione si vuole esercitare dentro questa società e tra la nostra gente che “per rabbia e per rancore” ha affidato le sue aspettative a forze spurie (il M5S) e o reazionarie (la Lega).

Ripresentarsi come un terminale di quella “sinistra di governo” ormai invisa ai settori popolari, agli operai delle fabbriche che chiudono, alla gente delle periferie come ai ceti medi impoveriti (e quindi meno civili e “riflessivi” di quelli che guardano al Pd e alla sinistra), è un terreno impraticabile. O almeno lo è sicuramente per un movimento antagonista sul piano degli interessi sociali e alternativo sul piano delle ipotesi di governo del paese.

Continuare a lacerarsi se “attraversare” o no manifestazioni come quella di Milano (o quella di Cgil Cisl Uil di alcune settimane fa) è una perdita di tempo, di identità e di progettualità. Di manifestazioni come questa ce ne sono state tante e ce ne saranno ancora. Nella migliore delle ipotesi ci costringono su un terreno subordinato che riduce il nostro spazio politico e la nostra autonomia di intervento sulle contraddizioni sociali e civili del paese. Da qui si ricomincia.

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04/10/2017

Scarcerati Andrea e Anthony, arrestati sabato a Torino


Ore 13.45 Giunge ora una bellissima notizia. I due compagni arrestati sabato a Torino, durate e dopo la manifestazione contro il G7 “sul lavoro”, sono stati appena scarcerati.

Entrambi i compagni, Andrea e Antony, sono stati liberati con obbligo di dimora, rispettivamente a Bussoleno e Pesaro.

“Crolla miseramente il castello costruito da Digos e giornali”, commenta il centro sociale Askatasuna ieri, 3 ottobre, quando il primo dei due compagni, Andrea, è stato scarcerato.

Oggi giunge anche la seconda scarcerazione. “Ancora una volta la solidarietà” scrive lo spazio popolare MalArlèvet di Pesaro, “la lotta e i legami che vi si intrecciano non hanno lasciato indietro nessuno. Agli sciacalli da tastiera, alle guardie e ai pennivendoli da questura dedichiamo una fragorosa risata... resta intatta la rabbia e la determinazione a ribaltare lo stato di cose presenti... Nessuna paura, uniti si vince! Bentornato ragazzo!”

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18/09/2017

Anomalia Napoli. E’ l’ora di fare il punto e rilanciare

Alle/gli Attiviste/i dell’area metropolitana napoletana

ANOMALIA NAPOLI: da bilanci individuali o di singole componenti ad un bilancio politico collettivo e condiviso.

Negli ultimi mesi, di fronte alle crescenti difficoltà dell’Amministrazione napoletana, è nata in varie forme, sia attraverso contributi individuali che collettivi, l’esigenza di un bilancio di quella che abbiamo definito negli ultimi anni l’“Anomalia Napoli”.

Lo scopo di questa lettera-aperta sottoscritta da tre attivisti di varia provenienza è quello di creare le condizioni per la costruzione di un bilancio collettivo e condiviso intorno al bivio e conseguente interrogativo che ci troviamo di fronte:

Ripiegamento o rilancio dell’Anomalia/Napoli?

La seconda consiliatura de Magistris, come è ampiamente noto, è nata con un crescente astensionismo del popolo napoletano e con una discutibile politica delle alleanze e ciò spiega in parte l’attuale arretramento dovuto anche a meccanismi di isolamento/accerchiamento messi in moto a livello nazionale, regionale e dalle generali politiche dell’Unione Europea.

L’insieme di questi fattori, sia interni che esterni, ha prodotto elementi di arretramento che iniziano a rendere l’esperienza napoletana sempre più simile ad una classica coalizione di centro-sinistra sia al Comune, sia in alcune Municipalità ed anche alla Città Metropolitana.

Contraddizioni anche aspre con settori dei Movimenti di lotta hanno contrassegnato l’ultimo periodo. Per la gestione dei servizi pubblici si profilano o forme di privatizzazione o di smantellamento, mentre l’indubbio “boom turistico” della città già mostra l’altra faccia della medaglia con l’avvio di processi di gentrificazione e collegata “disneyficazione” dell’intero territorio cittadino.

E’ un dato di fatto che con l’ultima manovra di bilancio, indipendentemente dalle volontà e dal giudizio sull’Amministrazione, si sia affermata un’ottica del “risanamento” finanziario tipicamente liberista con gli esuberi all’ANM, la messa sul mercato della rete del gas, l’avvio della procedura di gara per la vendita pressocchè totale della quota comunale in GESAC, tagli alle politiche sociali ed una discutibile strategia dell’accoglienza nei confronti della questione Rom/Migranti.

Si potrebbe continuare con gli esempi, ma la sostanza non cambierebbe!

In questo senso ogni retorica sulla “Città Ribelle”, anche se fatta sul versante dei Movimenti, è, oramai, del tutto fuori luogo.

Ricercare, quindi, un bilancio condiviso significa, per noi, creare le condizioni per una discussione critica, ma anche con i necessari profili autocritici, per comprendere se anche le forze antiliberiste da quelle del sindacalismo conflittuale, a quelle dei variegati Movimenti di lotta, quelle della sinistra d’alternativa o dell’Associazionismo indipendente sono riuscite a dare effettivamente il contributo che avrebbero potuto dare.

Non ci serve, in alcun modo, la sommatoria o la mediazione tra i vari bilanci della ”esperienza napoletana” che pure si vanno delineando ma vorremmo capire concretamente che cosa possa significare, in una situazione di oggettivo ripiegamento politico e sociale, l’ eventuale possibilità di un rilancio degli aspetti migliori dell’“esperienza napoletana” di questi ultimi anni.

A questo punto diventa prioritario, anche dal punto di vista del metodo delle discussioni, il tipo d’approccio al dibattito prima ancora che i precisi contenuti dello stesso. Un confronto vero e serrato che potrà nascere soltanto dall’avvio di una discussione che non sia limitata esclusivamente a chi sinora, anche criticamente, ha appoggiato l’Amministrazione de Magistris, ma anche a chi s’è sentito deluso e se n’è allontanato nel corso del tempo.

Se ci sarà convergenza su questa proposta di metodo, auspichiamo di giungere nel mese di ottobre ad un’ASSEMBLEA che analizzi in maniera puntuale le cause dell’attuale arretramento e ponga le premesse per un rilancio possibile nelle condizioni oggettivamente date.

Coerentemente con quanto affermato in precedenza, miriamo ad un’iniziativa co-promossa da varie realtà associative, del sindacalismo conflittuale, della sinistra d’alternativa, dei Movimenti, di singole/i compagne/i dove non ci siano primogeniture perché non si può “mettere il cappello” ad una comune esigenza di confronto e riflessione, con spirito unitario e maturo dove non può servire né la critica unilaterale, né la gara a chi è più, presuntamente, radicale.

Ci rendiamo conto che la nostra proposta è soltanto apparentemente semplice, in realtà chiediamo di fare tutte/i uno sforzo politico-culturale per mettere in discussione i nostri piccoli recinti dentro i quali se è vero che ci sentiamo più tranquilli è altrettanto vero che non riusciamo a fare il salto di qualità che la difficoltà della situazione richiederebbe.

Non vorremmo un’Assemblea legata ad uno scadenzario a breve di iniziative, ma ad un percorso di ascolto e di ricerca che allarghi l’orizzonte della conflittualità in tutta l’area metropolitana perché soltanto così possiamo iniziare a porre il problema di individuare controparti del “piano di sopra”.

Napoli, 17/9/2017

Giuseppe ARAGNO, storico
Rosario MARRA, attivista del sindacalismo conflittuale
Michele FRANCO, della Piattaforma Sociale EUROSTOP

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26/04/2017

L’enigma degli anni Settanta: dibattito pubblico alla Sapienza

Quarant’anni dopo, il ricordo del 1977 sembra ardere di un fuoco freddo, inattuale. L’anniversario tondo impone una stanca memoria che, mai come oggi, segna la distanza con quegli eventi e quelle passioni. Mandato in soffitta tanto il reducismo mitologico quanto il biasimo post-moderno, sembrerebbe essere il tempo della storiografia distaccata. Eppure neanche questa trova trasporto nell’interpretare l’enigma di quel movimento. Quarant’anni più tardi, gli anni Settanta continuano a rimanere avvolti nel mistero. Segno inequivocabile del rapporto tra storia e politica: il disinteresse dell’una sterilizza le potenzialità dell’altra. Eppure l’inattualità evidente del ’77 – al pari dell’altro grande anniversario di questo 2017, la Rivoluzione russa – potrebbe liberare ragionamenti originali, non più piegati alle necessità di legittimazione di questa o quella operazione politica. Il ’77 non è più terreno di contesa tra visioni concorrenti della politica rivoluzionaria. E’ un ricordo pacificato, condannato dagli uni, mitizzato dagli altri, avvolto nel mistero dell’incomprensione tanto negli uni quanto negli altri. Vale la pena allora tornare a pensare il ’77. Perché, è la nostra tesi, se niente appare così tanto distante da quell’anno, molte delle difficoltà odierne nel riproporre una credibile politica antagonista situano le proprie radici in quel movimento, o meglio: nelle interpretazioni postume di quel movimento. Andiamo con ordine.

Degli anni Settanta, e del ’77 in particolare, viene ricordata, con un’operazione sintomaticamente trasversale, la rivoluzione dei costumi, dei linguaggi, dei comportamenti, degli orizzonti esistenziali, dei riferimenti culturali, delle libertà sessuali. Una nebbia alimentata dalla necessità di separare il “sociale” dalla politica, il buono delle controcultura dal cattivo dei rapporti di forza, i “sogni” e i “desideri” generazionali dalla violenza impersonale della lotta politica. Una nebbia trasversale, che accomuna il partito di Repubblica agli interessi politici di una sinistra radicale senza più ruolo storico. Eppure rinchiudere quel movimento nel recinto della controcultura giovanile significa alimentarne il mistero e l’incomprensione. Il 1977 non trova spiegazione se quelle trasformazioni sociali non ci restituiscono una chiave di lettura esauriente, se non vengono messe a confronto con la Politica. Per la prima volta dal dopoguerra, la crisi economica degli anni Settanta procedeva restringendo gli spazi di inclusione pubblica, di estensione progressiva dello Stato sociale, di garanzie crescenti per una massa di lavoratori non più incantati dalla prospettiva dell’emancipazione riformista. La “politica dei sacrifici”, inaugurata dalle crisi petrolifere del 1974, sembrò legare (e legò effettivamente) il Pci al fronte della moderazione salariale. La strategia del “compromesso storico”, avviatasi nel 1973 e concretizzatasi nel 1976 con l’appoggio esterno del Partito comunista al governo Andreotti, sanciva la chiusura di ogni spazio politico: dentro al recinto della “solidarietà nazionale” i due grandi partiti popolari – Pci e Dc – comprensivi della grande maggioranza del popolo italiano; fuori non restava che un’alternativa politica ostruita, a cui però corrispondeva una presenza sociale tutt’altro che irrilevante. Il ‘77 nasce allora come movimento senza alcuna sponda politica possibile, nemico tanto degli interessi del Capitale quanto di quelli di una classe operaia finalmente all’anticamera del “governo”. Anche quei tentativi di “fronte unico dal basso” – strategia condivisa tanto dal Manifesto quanto da Avanguardia Operaia e da Lotta Continua – si scontrano con quel governo di compromesso che chiude ogni prospettiva strategica di “fiancheggiamento popolare”. Senza sponde né legittimazione nella politica, quel movimento forma la sua identità e la propria auto-rappresentazione sul rifiuto, sulla negazione: del lavoro, dell’austerità, della pacificazione, di qualsiasi solidarietà nazionale, ma soprattutto sul rifiuto della politica, intesa unicamente come luogo della mediazione e del compromesso. Qui nascono alcuni dei problemi di cui ancora oggi è vittima certa politica movimentista.

Nella sua oggettiva politicità di movimento che si scontra frontalmente con lo Stato e le sue articolazioni economiche e repressive, il ’77 assume la connotazione di movimento estraneo alla Politica. Rifiuta una strategia unitaria, una logica dei compromessi e della mediazione dialettica, una forma organizzativa definita. Proprio per questo, la sua minorità non viene vissuta come limite ma come risorsa. Lo “strano studente” che agita il ’77, alla ricerca della giusta dose di innovazione con un patrimonio di lotte operaie sedimentato nella classe, ma sclerotizzato dalle briglie comuniste nella fase della solidarietà nazionale, perde per strada il rapporto con la tradizione di quelle lotte, riducendo le proprie possibilità di dialogo con una classe operaia nonostante tutto (nonostante il rapporto fortemente organico alla tradizione comunista) disponibile alla mobilitazione e alla radicalizzazione. Una serie di caratteri tradizionali vennero a confliggere: il lavoro, da valore primario per tutto il movimento di classe, diveniva un disvalore. La disciplina “triste”, per un secolo alla base dell’organizzazione operaia, lasciava il posto all’elogio dell’indisciplina, o quantomeno alla liberazione creativa legata al rapporto “informalizzato”. Al realismo politico di tradizione machiavellica e leninista, subentrava un bisogno di idealismo libertario incoercibile alla mediazione, tanto politica quanto sociale.

Questa frattura è ancora oggi scomposta. Non solo attualmente: nell’arco degli ultimi trent’anni queste difficoltà hanno scavato nei movimenti, depositandosi come “luogo comune” mai davvero problematizzato. Ancora oggi, nella sinistra antagonista, rimane inevasa la questione della relazione con la maggioranza dei settori subalterni, così come, nella multiforme s/composizione che nel tempo è andata assumendo l’identità dei soggetti sociali, è assente un qualsiasi terreno comune per il superamento di questa frammentazione. Di fronte ad uno scenario sociale in costante arretramento, ad un impoverimento generalizzato e addirittura socialmente trasversale, che coinvolge progressivamente strati sempre più vasti di popolazione, dagli anni Novanta i movimenti continuano ad essere confinati in una tensione tra marginalità rivendicata e aspirazioni maggioritarie ma incapaci di stare al passo con le epocali trasformazioni a cui sta andando incontro il Capitalismo, con l’evidente rischio di trovarsi intrappolati in una minorità sociale incapace di estendere le proprie relazioni e la propria cultura oltre la sempre più ristretta cerchia di militanti.

Oggi che la politica, quella ufficiale, prosegue nella sua impermeabilità alle richieste dei ceti popolari, l’unica opzione politica credibile sarebbe riproporre quel rifiuto che il ’77 è stato capace di organizzare e far vivere dentro larghe fasce di società. Ma alcuni dei caratteri distintivi di quel movimento alla ricerca di un giusto equilibrio tra innovazione e tradizione comunista, impediscono ancora oggi l’obiettivo di quel consenso popolare attorno a idee e pratiche veramente rivoluzionarie. E’ di questo che dovremmo tornare a discutere oggi. Ed è in tal senso che rimane ancora inevasa la domanda che agita i sogni dei comunisti: come si ricostruisce un movimento rivoluzionario capace di superare in avanti l’ultimo vero e grande movimento rivoluzionario del nostro paese, il movimento del ’77?

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20/03/2017

Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema

Dei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare.

Lotta continua è un gruppo altamente simbolico di quegli anni. E’ l’organizzazione rivoluzionaria più ramificata e radicata, quella maggiormente attraversata da scontri tra posizioni politiche. E’, inoltre, quella che godrà del maggior apporto operaio, presente in fabbriche come la Fiat a Torino, la Om e la Pirelli a Milano, il Petrolchimico di Marghera, e decine di altre. Lc racchiude la confusione, l’impazienza, la generosità e la capacità conflittuale di quel decennio. Nell’affermare questo non vogliamo dire che le posizioni di Lc siano state condivisibili, che la sua organizzazione fosse “la migliore” tra le varie presenti in quegli anni, che oggi “servirebbe” una nuova Lotta continua, e cose del genere. Non è un revival nostalgico quello che proponiamo. Diciamo, più semplicemente e forse più onestamente, che Lc rispecchia un mondo, e raccontarne la sua storia contribuisce alla comprensione di quel decennio, nella sua forza e nelle sue contraddizioni.

L’elemento cardine da cui partire per capire gli anni Settanta è la rottura col Pci. Un’intera generazione si scopre rivoluzionaria ma impossibilitata ad utilizzare quegli strumenti culturali che il movimento operaio fino a quel punto aveva sedimentato nel proprio seno, avendoli in qualche modo “istituzionalizzati”. Si trattava in altri termini di inventarsi un nuovo mondo, al tempo stesso rivoluzionario e alternativo a quello comunista ufficiale, prendendo dove capitava quei riferimenti teorici necessari ad elaborare una linea politica (dai Tupamaros a Fanon, dalle Pantere nere a Adorno, da Foucault a Mao). Bisogna dire che l’alchimia venne raramente raggiunta. Ma nella foga della rivoluzione, probabilmente mai in questione vista con gli occhi di oggi, ma apparentemente possibile per quella generazione di militanti, il movimento trovò tutto sommato un punto di equilibrio dato da una mobilitazione costante e disponibile alla radicalizzazione.

Nel libro emerge questa necessità di rottura, anche in forme francamente atroci. Ricorda ad esempio Peppino Ortoleva: «Non eravamo antiamericani. Avevamo nei confronti degli Usa un atteggiamento quanto meno di curiosità. Non erano il nemico, il vero nemico era L’Urss». Adriano Sofri: «Commosso dal suicidio di Ian Palach, feci quasi da solo un volantino in omaggio al suo gesto». Paolo Brogi: «Andammo ai cancelli con i volantini per Palach». E via continuando, prende forma l’urgenza di riappropriarsi dell’idea di rivoluzione sottraendola alle organizzazioni comuniste ufficiali, e questa innovazione passava dallo scontro frontale col mondo comunista. Questa necessaria rottura trascinò con sé una quota minoritaria ma non marginale di classe operaia. Gli anni Settanta non furono caratterizzati dalla centralità studentesca e dai suoi desideri indotti (narrazioni queste divenute vulgata ex post), ma dal consenso operaio che le opzioni politiche della sinistra rivoluzionaria (tutte, compresa la lotta armata) ebbero fino alla fine del decennio. Questo tentativo di rinnovare un universo politico fatto di teoria, di cultura e di pratiche, si scontrò rapidamente con una tradizione che andava molto al di là delle briglie comuniste ufficiali. La maggioranza della classe operaia, del proletariato, rimase nonostante tutto distante dal magma rivoluzionario. E’ bene dircelo quarant’anni dopo. Nel congresso nazionale di Lc del 1975 si procede alla conta degli iscritti: nonostante la presenza diffusa in 84 province, i militanti sono ottomila. Il gruppo più numeroso e radicato della sinistra rivoluzionaria italiana conta nel cuore degli anni Settanta ottomila persone. Questo fatto è decisivo nell’evoluzione di Lotta continua e della sua crisi, perché costituisce esattamente il nodo, peraltro già allora evidente ai suoi dirigenti, della necessità di trovare un collegamento tra innovazione e tradizione, tra soggettività operaia disponibile alla radicalizzazione (una minoranza, per quanto forte) e una massa operaia comunista ma non rivoluzionaria, esattamente come il proprio referente politico, il Pci.

E’ anche questo dilemma che spingerà Lc all’appoggio tattico del Pci, al “fronte unico dal basso” in grado di ricomporre le divisioni nella classe operaia, che Lc viveva giustamente come *un problema*, premendo sul partito per spostarne l’asse a sinistra, sottraendolo all’abbraccio mortale della Dc. Una scelta liquidata troppo presto come equivoca o velleitaria, che tuttavia in quel frangente assolveva a un bisogno politico: intercettare quella maggioranza del proletariato che, nonostante tutto, rimase organicamente legata al Pci e alla Cgil, ma contro di cui non era possibile pensare alcuna rivoluzione. In altre parole, uno dei nodi insoluti della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta sembra essere proprio questo: aver immaginato una rivoluzione non solo contro il sistema di potere espresso dalla Dc, ma anche contro la maggioranza della classe operaia di allora, contro il comunismo nella sua veste imbolsita dal riformismo ma ancora, agli occhi della classe, comunismo.

La tattica della pressione dal basso sul Pci va in crisi col compromesso storico. Pensato nel ’73, concretizzato nel ’76 con l’ingresso del partito nell’”area di governo”, il Partito comunista salda i suoi interessi con quelli della borghesia e chiude lo spazio politico a qualsiasi ipotesi di instabilità o di alternativa di sistema. Sono gli anni in cui la rottura con l’Urss viene addirittura esplicitata (del ’76 è la famosa intervista in cui Berlinguer si diceva più sicuro sotto l’ombrello Nato piuttosto che nel Patto di Varsavia). Questa chiusura manda in crisi le organizzazioni disponibili alla convergenza col Pci (o almeno con la sua base), ma non solo questo. Il compromesso storico frantuma ogni possibilità di evoluzione del sistema politico italiano. Fino agli ’72-’73, le lotte operaie fuori dal Pci spostano in avanti il quadro dei rapporti di forza per l’intero proletariato. La cinghia di trasmissione, tutto sommato e al netto delle innumerevoli contraddizioni, funziona. Tra la conflittualità operaia e la generalità dei rapporti sociali si mantiene un collegamento, e si mantiene per il carattere ancora aperto del confronto-scontro col comunismo ufficiale. Successivamente, la chiusura del Pci annulla quello spazio, simbolicamente chiuso dalla Legge Reale del 1975 a cui collabora tacitamente anche il Partito comunista. E getta le fondamenta del Settantasette, inteso come prodotto di questa chiusura.

Il Settantasette è il canto del cigno degli anni Settanta e, allo stesso tempo, fa storia a sé. Di fronte alla chiusura del Pci, Lotta continua va in crisi definitiva (e con lei altre organizzazioni, dal Manifesto a Avanguardia Operaia, confluite poi in Democrazia proletaria che non riuscirà mai a superare l’1% alle elezioni, dato indicativo). Altre organizzazioni sapranno dare fiato a questo rifiuto: dall’Autonomia alle Brigate rosse, lo scontro si sposta direttamente su di un piano insurrezionale (o lottarmatista) in grado di rispondere al bisogno di rivoluzione di quella generazione, ma incapaci di una strategia politica disgiunta dal suo aspetto militare. Al Settantasette manca una tradizione (manca cioè Machiavelli, Gramsci, Hegel, il Marx filosofo, autori dal copyright piccista e proprio per questo ignorati). La catastrofe degli anni Ottanta è ancora lì a ricordarci di questo mancato collegamento tra innovazione e tradizione comunista. Con gli anni Settanta scompare in Italia il comunismo, cioè la possibilità di organizzare lotte di classe per il potere che contengano, certamente nelle forme e nei contenuti nuovi che l’attualità impone, un’alternativa politica al capitalismo, e che sappiano attraverso questa instaurare rapporti con la maggioranza del proletariato italiano. Chi l’ha saputo fare (come il movimento che portò a Genova), l’ha fatto a scapito del comunismo stesso, riducendosi ad un riformismo radicale a-comunista e vertenziale. Chi invece è rimasto comunista, non ha saputo più intrecciare la propria esperienza politica con quella della maggioranza (e quindi del consenso) del proletariato nazionale, riducendosi allo stato di minorità esistenziale dal quale non sa come uscirne (sia nelle sue versioni conflittualiste che in quelle micro-partitiche). E’ un problema che affonda le sue radici negli anni Settanta, ancora oggi un enigma avvolto nel mistero per la sinistra di classe.

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23/01/2017

L’epoca delle folle analfabete


Il tema dell'analfabetismo funzionale sta diventando centrale nell'analisi delle mutazioni antropologiche degli ultimi venti anni, a far data insomma dall'esplosione dell'uso di massa di device elettronici e di una subcultura fondata sull'immagine (o addirittura sull'icona o l'emoticon).

Anche su Contropiano ce ne siamo occupati spesso (qui, qui ed anche qui, per esempio). E dunque ci sembra che questo articolo tratto da il manifesto sia largamente condivisibile. Tranne che nelle conclusioni politiche, davvero demoralizzanti.

E' chiaro che la costruzione di una "coscienza antagonista", nel quadro descritto, sia terribilmente più difficile ora di quanto non fosse – una data a caso – negli anni '70. Ma questa difficoltà appare insormontabile solo se si ritiene che l'unica via per la conquista della consapevolezza passi attraverso il testo scritto (ovviamente non può passare per la cruna dell'immagine che "dovrebbe parlare da sé").

E' un'esperienza che si fa comunemente nel conflitto sociale, soprattutto sindacale, di ogni giorno. La "gente" – lavoratori sotto ogni tipologia contrattuale – a prescindere dall'età e dall'utilizzo di strumenti di informazione "di rete", fa una fatica mostruosa a uscire dalla passività e disporsi alla mobilitazione. Specchio, spiegherebbero alcuni sindacalisti di base di lunga esperienza. "Si rivolgono a noi solo quando stanno per essere licenziati o già lo sono stati". Un esempio? i lavoratori di Almaviva, in particolare della sede di Roma, che fino al licenziamento – peraltro ampiamente preannunciato anche dai media nazionali – disertavano qualsiasi iniziativa indetta a propria difesa (come i sit in sotto il ministero dello sviluppo economico, nei giorni in cui era convocato "il tavolo" che li riguardava). Dopo il licenziamento, tutti in strada...

Uscire da questa condizione – impotenza sociale, ignoranza indotta, confusione di lunga durata, ecc. – è un processo che si può fare solo nella realtà del conflitto. Di qualsiasi genere. Prendi coscienza solo quando "sbatti" contro qualcosa, sia che tu stia guardando uno schermo di smartphone, sia che ti aggiri come uno zombie tra gli scaffali di un ipermarket.

Difficile? Non più di quanto lo sia stato per gli analfabeti veri che venivano arruolati a forza nelle fabbriche e nelle miniere dell'800, provenienti da campagne lontane e montagne abbrutenti. Non c'è da disperarsi, solo da prendere atto della "mutazione antropologica". E pedalare. Ma tanto...

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PAOLO ERCOLANI – da ilmanifesto.info

Più di sette persone su dieci leggeranno questo articolo senza intenderlo.

Distingueranno le lettere e le parole, certo, approssimativamente coglieranno la sintassi e fors’anche l’analisi logica, ma senza intenderne il senso portante, senza saperne memorizzare il succo e senza essere in grado di riportare i passaggi fondamentali.

Se a questo aggiungiamo la patologia per antonomasia dei «nativi digitali», ossia l’incapacità a mantenere desta l’attenzione (e quindi accesi i filtri cognitivi) su testi che superino le dieci righe, quantomeno senza l’interruzione di un video, una foto, o magari una notifica da qualche chat o social network, direi che abbiamo chiara davanti agli occhi la patologia che affligge l’uomo della nostra epoca.

Senza contare il numero elevatissimo di coloro che neppure si sognano di voler leggere un libro o un articolo.

Mutazione antropologica

E’ l’Istat, per quanto concerne l’Italia, a fornirci il dato secondo cui il 70% degli italiani soffre di «analfabetismo funzionale», ma sarebbe fallace pensare che per gli altri paesi industrializzati le cose stiano tanto diversamente.

Rimuovere questa vera e propria «mutazione antropologica», per prendere a presto la nota espressione di Pasolini, ignorando quello che di fatto si presenta come passaggio dall’«homo sapiens» all’«homo videns» (dall’uomo che intende la realtà a uno che si limita a guardarla attraverso il filtro di uno schermo piatto), significa precludersi la possibilità di comprendere appieno la dinamica del tempo presente.

A tutto questo aggiungiamo pure che da una cittadinanza esposta all’analfabetismo funzionale, nonché alla mutazione cognitiva, comportamentale ed emotiva prodotta dalle nuove tecnologie digitali, nessuno di noi è in grado di chiamarsi fuori del tutto. Neanche quei tre che non rientrano fra gli analfabeti funzionali.

Nessuno o quasi di noi, soprattutto, alle condizioni suddette è in grado di attingere a strumenti (leggi: informazioni, vere e proprie armi di distrazione della massa) utili alla formazione di una vera conoscenza, con cui difendersi dalle due grandi mistificazioni della nostra epoca: da una parte il capitalismo finanziario, che si serve perlopiù delle notizie pilotate dal mainstream mediatico per far digerire i propri dogmi a un pubblico indifferente e passivo; dall’altra parte il cosiddetto populismo, che utilizza la Rete per diffondere quelle che spesso si rivelano pseudo-notizie, iperboliche ed emotivamente orientate, presso un pubblico mediamente afflitto da un attivismo direttamente proporzionale alla sua ignoranza.

Lo specchio fedele del nostro tempo

Del resto, nell’epoca dell’informazione proprio quest’ultima si rivela lo specchio più fedele per comprendere il tempo presente.

Tempo (e informazione) che oscilla fra due macrodimensioni: la prima è quella delle «bufale» e della nevrosi emotiva della Rete, terreno su cui ogni politico improvvisato e dai toni violenti, e in genere ogni intellettuale e opinionista (o pseudo-tale) in cerca di una visibilità tanto «popolare» quanto sterile, è in grado di ottenere consensi facili a fronte del nulla ideale e programmatico.

La seconda è quella delle notizie pilotate e patinate proprie delle grandi televisioni e giornali, all’interno della quale tutto rientra e deve tenersi per un pubblico mediamente lobotomizzato e inerte, passivamente appiattito su un ordine esistente (quello del capitalismo finanziario) ritenuto insostituibile, immodificabile e perfino intoccabile.

Tale situazione, insieme all’analfabetismo funzionale nonché al tracollo programmato delle istituzioni deputate all’educazione e alla conoscenza (Scuola e Università in primis), ci fornisce la misura del quadro lugubre da cui difficilmente potremo uscire.

L’attacco sferrato dal sistema tecno-finanziario all’ultimo e più radicale bastione in difesa dell’umano (il pensiero e la conoscenza), attacco peraltro riuscito visti i dati summenzionati, rende impossibile qualunque visione e progetto alternativi fin dall’origine.

L’ultimo bastione dell’umano

Anche in presenza di grandi idee, grandi visioni e progetti rivoluzionari concreti (che peraltro non si scorgono all’orizzonte), infatti, finalizzati a modificare un mondo il cui la tecno-finanza sfrutta l’essere umano a suon di disuguaglianza e tutela dei pochi poteri forti e privilegiati, la stragrande maggioranza delle persone non avrebbe la capacità, la voglia e gli strumenti per intenderli ed eventualmente farli propri.

Qualunque azione rivoluzionaria, insegnava il buon Marx, passa per il momento fondamentale della «consapevolizzazione» (della propria condizione, delle contraddizioni oggettive e degli strumenti organizzativi volti a costruire un superamento): ma nessuna consapevolizzazione da parte delle grandi masse è mai neppure pensabile se queste sono afflitte da analfabetismo cognitivo, funzionale e comportamentale, se sette persone su dieci (quindi anche molti politici, giornalisti, anche molti intellettuali e docenti, vista la scarsa selezione fondata su tutto tranne che sul merito e sulle capacità) vedono ma non intendono.

Nessuna consapevolizzazione è pensabile per una grande massa che oscilla fra una cultura politica genuflessa al capitalismo finanziario dominante (malgrado tutti i disastri che essa sta producendo da almeno un trentennio), e un comprensibile «populismo» legittimato dai disastri della casta, che per di più contempla dentro alle sue fila razzisti, xenofobi, demagoghi, dilettanti e incompetenti dell’ultima ora, tutti accomunati dalla rabbia popolare da cavalcare e da una Rete che ormai ha legittimato qualunque «sfogatoio», possibilmente sguaiato e violento.

Circondati

Da questo punto di vista, solo da questo (ma è essenziale) non c’è alcuna differenza tra Obama e Trump (malgrado la retorica del politicamente corretto), così come rischia di non esserci fra Grillo, Salvini e colui che spunterà dalle beghe del centrosinistra come del centrodestra per provare a contenere la marea «populista».

A quei relativamente pochi, ancora in possesso di occhi per vedere e cervello per intendere, insomma, non rimane che la sgradevole e sconsolante sensazione di essere circondati.

Da una casta ripiegata su se stessa e sui suoi privilegi da una parte, e da incompetenti iracondi e privi di progetti seri dall’altra.

Così circondati, anche quei pochi resistenti sono destinati a una repentina e inesorabile estinzione.

I risultati rischiano di essere sconvolgenti e imprevedibili.

Fin dal 20 gennaio prossimo, quando un signore inquietante siederà su quella che ancora è la poltrona più influente del governo mondiale.

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10/01/2017

Toppe peggiori del buco

Al di là della morsa del gelo che attanaglia il paese da nord a sud, la temperatura politica dei prossimi mesi potrebbe al contrario surriscaldarsi parecchio. I “cigni neri” che si alzano sempre più spesso spazzano via parvenze di stabilità e toppe peggiori del buco. Proponiamo ai lettori e ai compagni che seguono il nostro giornale alcuni spunti che, ci sembra, meritano di essere discussi e approfonditi. Contiamo che, almeno su questo, i commenti non siano demenziali o limitati ad una logica del like che diventa sempre più mortificante.

1) Gli effetti del NO al referendum sui progetti delle classi dominanti sono stati più pesanti di quanto abbiamo immaginato. E’ quasi desolante verificare la distanza tra le preoccupazioni degli esponenti della borghesia (dal Corriere della Sera a Confindustria) e la rassegnazione con cui anche tante compagne e compagni hanno visto nella nomina del governo/clone di Gentiloni un passaggio amministrativo, quasi che il risultato referendario e la sua composizione sociale siano stati alla fine irrilevanti. Sono i nostri nemici a riconoscere che non è stato così. L’essersi abituati alle sconfitte non deve e non può impedire di riconoscere una vittoria, e soprattutto i suoi effetti. Il risultato referendario dimostra che anche in Italia si è rotta la capacità di egemonia delle classi dominanti sulla società, ed in particolare sui segmenti sociali più colpiti dalle misure antipopolari adottate in questi anni, su input sia dell’Unione Europea che dell’odio di classe dei ricchi. Il sistema di comando e controllo fondato su mass media, vincolo europeo, personalità dello spettacolo, piccoli intellettuali, gruppi affaristici, cortigiani del potere, non riesce più a imporre la sua tabella di marcia.

2) Le classi dominanti in Italia, dopo la variabile “imprevedibile” di Berlusconi – che ha rinviato di almeno diciassette anni (dal 1994 al 2011) le scelte strategiche del capitalismo più legato alla dimensione europea, ben riassunte nella lettera della Bce dell’agosto 2011 che portò al “golpe” e al governo Monti – oggi vedono fallire il tentativo di imporre la loro governance tramite il bipolarismo. La causa, ancora una volta, è una nuova variabile imprevista: il M5S. L’entrata in campo di un terzo soggetto politico consistente ha fatto saltare ogni velleità maggioritaria e la farsa dell’alternanza di governo. Quello che tutti vedono è il tentativo di depotenziare con ogni mezzo l’ingombrante opzione del M5S (vedi il sistematico killeraggio bipartisan sulla Raggi a Roma, favorito dall'indubbia inconsistenza di quella giunta). Molto meno evidente è che, se dovesse fallire il tentativo di frantumare il fenomeno “grillino”, una parte della borghesia potrebbe vedere il M5S – o parte di esso – come una opzione possibile per mettere una ulteriore toppa ad una situazione strappata in più punti. La repentina scelta del M5S al Parlamento Europeo di aggregarsi al gruppo parlamentare liberale ha mandato qualche palese segnale in questa direzione; anche se il rifiuto opposto dai “liberali europei” dimostra che certi salti della quaglia – abituali nel devastato panorama italico – non sono (ancora) facilmente replicabili su scala continentale. O perlomeno ha messo a nudo la debolezza del “blocco sociale” alla base del successo grillino, che non può vantare al momento alcuna frazione rilevante del capitale dominante in Europa.

3) Di fronte al fatto che quote consistenti della popolazione si estraniano, si distanziano e si dichiarano ostili al sistema e ai suoi custodi, le organizzazioni politiche delle classi dominanti sono costrette a mettere da parte i riti del bipolarismo obbligato, e ricorrono sempre più spesso a governi di coalizione o di “unità nazionale” tra partiti che prima si spartivano il monopolio della rappresentanza alternandosi al governo, senza però grandi differenze tra loro. Le due fazioni del “partito unico” sono ora costrette, quasi ovunque, ad agire come un soggetto unico tenuto insieme dalla preoccupazione dei “populismi”, dietro cui non è difficile intravedere la voglia di riscatto sociale delle classi subalterne, spesso deviata a destra e contro falsi bersagli, naturalmente, ma potente e al momento incomprimibile. Avere o non avere un governo non è più la principale delle preoccupazioni del capitale dominante. Il “lavoro sporco” contro i lavoratori salariati e i ceti medi impoveriti si può fare anche con il “pilota automatico” messo in campo dall’oligarchia europea. Il Belgio e la Spagna sono stati anni e mesi senza governo, ma questo non ha provocato scossoni o instabilità significative.

4) Il governo Gentiloni, per quanto grigio e sottotono, non sembra nato per lasciare presto la partita. Il vertice europeo di marzo a Roma e la riunione del G7 a Taormina, in maggio, rappresentano una strettoia in cui l’Italia non può presentarsi senza un esecutivo. In tale scenario diventa difficile arrivare ad elezioni entro giugno. La natura e la modalità democristiana del governo Gentiloni-Mattarella, sta cercando di ridurre i danni dell’arroganza scervellata di Renzi e Napolitano, ma cerca anche di mantenerne gli obiettivi di fondo sul piano economico, sociale, istituzionale. Sul suo cammino si trovano però incognite pesanti, come il possibile referendum su Jobs Act e voucher, la nuova legge elettorale; la tagliola di marzo della Commissione Europea sulle spese in chiave elettorale volute da Renzi nella Legge di Stabilità; per non parlare degli ingenti interessi da pagare sui titoli del debito pubblico in scadenza nel 2017. Infine, ma non certo per importanza, ci sono le turbolenze internazionali, sia quelle relative ai rapporti interni all’Unione Europea, sia quelle innescate dall’avvento di Trump alla guida degli Stati Uniti.

5) Le classi dominanti, sia a livello europeo che negli Usa, continuano a mettere toppe peggiori del buco nel tentativo di dare soluzione – senza riuscirci – alla crisi di sistema riesplosa nel 2008. Sempre più spesso si ricorre alla politica dei fatti compiuti (vedi i blitz di Obama prima di lasciare la presidenza Usa) o alle rigidità dei vincoli (vedi le direttive sempre più strette dell’Unione Europea sull’economia, o sul riarmo militare europeo), nel tentativo di dare una parvenza di stabilità ad un sistema in continua fibrillazione.

6) Dunque la gelata invernale di questi giorni si incrocia sul terreno politico, con lastre ghiacciate e scivolose ben più pericolose. Il problema è come coglierne il lato positivo, per rovesciare la tendenza o almeno far deragliare il convoglio del potere. L’esito del referendum dimostra che, seppur niente affatto facile, non è impossibile. Si tratta di individuare le contraddizioni più dolorose del nemico di classe e usarle per far crescere un movimento popolare che torni a rivendicare una cambiamento politico e sociale vero e non fittizio. Uscita dall’Unione Europea, dall’Eurozona e dalla Nato; nazionalizzazione di banche e aziende strategiche; un piano straordinario per il lavoro vero, possono essere i punti minimi su cui rimettere in marcia un processo. Ci attendono mesi importanti, se si vuole assumere un ruolo da giocatori e non da bofonchianti tifosi in poltrona.

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29/12/2016

Milano. Solo fazzoletti e bandiere rosse per Andrea Bellini

Lunedì 26 dicembre è morto un proletario delle nostre periferie, lunedì ci ha lasciati un compagno, che insieme alla sua banda, ha tentato l'assalto al cielo di Milano.

Vogliamo ricordare Andrea chiacchierando con Marco Philophat, suo amico e autore del romanzo “La Banda Bellini”.

Ciao Marco, Andrea ha sempre immaginato di morire per mano di un plotone di esecuzione, come avrebbe voluto essere salutato?

“Dei funerali non gliene fregava niente, Andrea è sempre stato allergico a qualsiasi tipo di commemorazione. Pochi giorni prima della sua morte gli ho ricordato dell'importante eredità che ci avrebbe lasciato e a modo suo mi ha risposto: “non me ne frega un cazzo Philopat”. Per cui giovedì, alle 14:30 al cimitero di Lambrate, niente fiori per il Comandante, solo bandiere e fazzoletti rossi.”

In questi giorni molti compagni rendono onore ad Andrea attraverso ricordi e aneddoti, i più giovani, invece, ci chiedono di conoscerlo meglio. Come possiamo raccontare Andrea Bellini e la storia del Casoretto ai tanti giovani precari e sfruttati?

“Andrea è dalla nostra parte della barricata, vicino ai giovani proletari i cui genitori arrancano tra miseria e precariato. Il Bellini ha ancora molto da dire, la sua storia ricorda quella di Spartaco, uno schiavo come ce ne sono tanti oggi. Andrea ha provato a ribellarsi e deve rimanere un esempio per tutti i giovani proletari che non sono intenzionati ad abbassare la testa. Figlio di partigiani in contrasto col PCI, cresciuto nel quartiere popolare del Casoretto, ha provato ad assaltare il centro della metropoli, questo è un percorso che in pochi oggi fanno, però sta dentro la storia della lotta di classe e quindi fa parte della storia dell'uomo. Andrea sfrutta l'apertura delle classi dominanti verso le classi assoggettate e negli anni 60 entra al liceo Einstein di Milano. Insieme a suo fratello Gianfranco, si aggrega ai pochi proletari della scuola dando vita a un gruppo che poi costituirà l'ossatura della Banda Bellini.”

Il termine “Banda Bellini”, come ricordava Andrea, spesso veniva utilizzato in modo dispregiativo, perché e quali peculiarità aveva questa organizzazione all'interno del movimento degli “anni '70” milanese?

“Negli anni '90 Andrea, insieme ad alcuni ex della banda, fonda la rivista “NN, figli di nessuno”. Andrea era cosciente e orgoglioso delle proprie radici, insieme ai pochi proletari dell'Einstein aveva dato vita al collettivo più attivo degli studenti medi della città. Entrando in Statale vengono subito inseriti nei servizi d'ordine dei “Catanga” dominati dai figli di avvocati e dottori e si trovano a combattere, non solo contro la polizia e il sistema, ma anche contro i figli dei ricchi che dominavano il '68. Dopo i violenti scontri contro chi preferiva teorizzare la rivoluzione nelle stanze universitarie, la benda milita per alcuni anni in Lotta Continua. Alla fine pure Potere Operaio cerca convergenze con la Banda ma loro erano autonomi anche dentro l'autonomia. Certo è che nel “casino del '76 e del '77” tutti sfilavano protetti dalla Banda Bellini. E anche per questo entrano velocemente nella mitologia di tutti.”

Rispetto al movimento milanese quali erano le rivendicazioni della banda?

“I componenti della banda venivano dal nulla, da una periferia sperduta ed erano riusciti ad entrare nell'immaginario collettivo di una marea di ragazzini che si volevano ribellare, causando un sacco di invidie nel clima infuocato di quegli anni e della guerra fratricida che scoppierà”

Perché nonostante questa guerra, che in parte continua, Andrea viene ricordato da tutti con rispetto.

“Forse perché ricordando Andrea ripensano a se stessi come dei grandi ribelli, anche se non è stato così. I ribelli, quelli della banda Bellini, dopo anni di lotte per la sopravvivenza in quartiere si sono affacciati al centro cittadino e l'hanno fatto tremare di paura.

Purtroppo il 14 maggio in via De Amicis Andrea è stato sconfitto, messo prematuramente in pensione insieme a tanti e tanto altro. Andrea però ha continuato a combattere, contro due cancri e ha continuato a vivere, soprattutto al bar in compagnia dei tanti giovani rapiti e affascinati dai suoi racconti”.

Marco qual è il tuo ultimo ricordo di Andrea?

“Andrea lo immagino davanti a un plotone di esecuzione, pronto a difendere i nostri diritti e la nostra gente, pronto come sempre a scagliarsi contro i nostri nemici, fascisti e istituzioni. Spero che questa morte colpisca e faccia riflettere sui principi basilari su cui deve appoggiarsi la sinistra rivoluzionaria”.

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20/11/2016

Il mondo degli affari voterà SI. Il “popolo” voterà no. Il referendum delinea interessi antagonisti


Mancano ormai due settimane al referendum del 4 dicembre. Renzi ormai è in preda al furore e accusa il fronte del NO di essere un “accozzaglia”. Come in tutti i referendum, le opzioni politiche dei vari partiti si schierano in base alle proprie valutazioni, incluse quelle di opportunità. Ma è sul piano degli interessi materiali, gli interessi di classe dovremo dire, che è importante vedere quali sono gli schieramenti. E qui appare in tutta evidenza che chi sostiene il Si e Renzi, sono esattamente le forze che hanno rovinato e stanno rovinando la vita a milioni di persone, soprattutto lavoratori, disoccupati e pensionati. Lo fanno in base alla loro collocazione sociale e a interessi materiali ben definiti. Renzi “è stato messo lì da loro” come ha detto Marchionne un paio d’anni fa. E sono queste forze ad avere interesse che prevalga il Si in un referendum che destruttura l’assetto costituzionale esattamente come richiesto dalla banca d’affari JP Morgan.

La Repubblica riporta che, secondo un sondaggio condotto dall'agenzia di stampa Bloomberg, su 42 top manager di grandi aziende italiane, ben 41 intendono approvare il referendum fortemente voluto dal premier Matteo Renzi. Bloomberg ha inoltre raccolto le posizioni di 100 tra presidenti e amministratori delegati delle principali aziende italiane: anche in questo caso la maggioranza a favore del sì è schiacciante. Esattamente il contrario di quanto sta invece emergendo nel resto della società dove il No sarebbe in testa.

Banche d’affari, multinazionali e affaristi puntano alla vittoria di Renzi. Il capo economista della Deutsche Bank afferma ad esempio che “un’Italia senza riforme starebbe meglio fuori dall’euro” (magari diremmo noi). Il si al referendum, scrive invece un rapporto della Morgan Stanley, “sarebbe una precondizione importante per continuare il processo di riforme italiane”.

Contemporaneamente però gli stessi apparati finanziari – diversamente dalla strumentale analisi della Banca d’Italia – diffondono previsioni rassicuranti in caso di vittoria del NO al referendum. “La sconfitta di Renzi sarebbe un risultato negativo ma gestibile” sostiene la Morgan Stanley. Mentre per il Credit Suisse “ci sarebbe volatilità dei mercati (stessa categoria usata da Banca d’Italia) ma non problemi sistemici”. Prudenza o sufficienza dei cosiddetti mercati? No. Il problema è che dopo la Brexit britannica, dove gli interessi di classe dei due schieramenti coincidono con quelli in campo in Italia nel referendum, non possono negare che dopo la vittoria del “leave” in Gran Bretagna, l’economia non è affatto crollata come minacciavano allora gli araldi del capitale finanziario e i giornali liberaldemocratici. Anzi.

Anche in Italia, dunque, da una parte sono schierate le banche, i comitati d’affari, la Confindustria, i grandi giornali, dall’altra ci sono lavoratori, disoccupati, strati popolari. Con una divergenza così, non c’è alcun dubbio su dove schierarsi. Così come in Gran Bretagna ci saremmo schierati per la Brexit, oggi occorre fare tutto il possibile per far vincere il NO al referendum controcostituzionale del 4 dicembre, e fare in modo che sia soprattutto un NO Sociale. Un No di popolo dunque, ma dentro a questo occorre ormai riportare alla luce interessi di classe definiti e ricomporli in una alleanza politica e sociale antagonista agli interessi del big business.

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10/11/2016

Qualche doveroso chiarimento sui fatti di Magliana

Ancora oggi, giornata di interrogatori di garanzia, dieci compagni sono rinchiusi nelle carceri di Regina Coeli e Rebibbia per la manifestazione antifascista di sabato scorso a Magliana. La loro liberazione e la difesa nei processi che seguiranno saranno il primo banco di prova di un “movimento” che sabato scorso ha dato la peggiore prova di sé. Non solo dieci compagni, però. Altri cinquanta, arrestati sabato e scarcerati nella mattinata di domenica, si troveranno a gestire processi con gravissime e sconclusionate imputazioni da cui sarà difficilissimo difendersi, visto il clima politico repressivo che indicavamo nel nostro ragionamento di lunedì. Una brutta situazione, che richiede la massima solidarietà e freddezza, ma che non può impedire una riflessione politica sulla giornata. Necessaria, doverosa, per la credibilità nostra e del movimento antifascista romano.

Sabato scorso si è prodotto un disastro politico mai accaduto in queste forme e proporzioni a Roma. Non un errore riducibile alla sola giornata o al solo momento della manifestazione “sfuggita di mano”. Non un errore, o una catena di errori, “tecnici”. Quanto, piuttosto, il punto di arrivo di una modalità politica. L’evidente impianto repressivo fuori dal normale messo in campo contro i compagni arrestati è evidente, e su questo dovrebbe avviarsi una riflessione che faccia luce sul cambio di paradigma avvenuto nella Questura romana. Ma non basta affidarsi alla consolante accusa della ferocia repressiva di Forze dell’ordine e Magistratura, in questo caso. Quello di sabato non è “conflitto”. Non è “antifascismo”. Non è “pratica dell’obiettivo”. Non è “scontro con le guardie”. Quello di sabato è un modus operandi, una visione del mondo, riprodotta altre volte in questi anni, che però calata nella specifica realtà della periferia storica romana ha prodotto danni incalcolabili alla sinistra cittadina. Quello di sabato è riot onanistico di una composizione militante residuale e completamente scollegata da qualsiasi rapporto con la società, che rappresenta solo sé stessa in uno scontro campale tra bande con l’altra fazione. E’ la logica degli opposti estremismi, che la sinistra – tutta – ha sempre rifiutato come lettura borghese dell’antifascismo, ma che da sabato viene legittimata. Sabato abbiamo giocato agli opposti estremismi, sconfitti politicamente dalla destra, militarmente dalle guardie e socialmente dal quartiere. Un fallimento, e qualsiasi posizione che non prenda atto di tale fallimento è, di fatto, intelligenza col nemico e automaticamente fuori da ogni possibile compatibilità politica con noi e col resto del movimento romano. Non siamo più disponibili a legittimare martirii nichilistici basata su una volontà di (im)potenza che ci sta facendo fare – a tutti – passi indietro storici inenarrabili, in termini di consenso, di internità nei quartieri, di legittimazione politica delle istanze della sinistra di classe, di vera capacità conflittuale. La modalità da riot nordeuropeo, prodotto tipico di una società polverizzata in cui la sinistra non ha più un ruolo nel mondo, non verrà più tollerata, non perchè “sbagliata”, ma perchè frutto e prodotto di un fallimento politico che lascia dietro di sè solo macerie e repressione.

Non veniteci a parlare di “conflitto”. Non c’è bisogno di ricordare che, da queste parti, si è legittimata e difesa politicamente non solo la giornata del 14 dicembre 2010, ma anche – e soprattutto – quella del 15 ottobre 2011 (ricordiamo che per tutte e due le giornate abbiamo pagato e stiamo ancora pagando le conseguenze processuali). Da queste parti, ed eravamo davvero in pochi allora come oggi, si sono legittimati e difesi politicamente gli scontri di corso Buenos Aires a Milano nel 2006 contro l’adunata nazista. Non è la rivolta popolare e/o militante che ci spaventa o da cui dobbiamo prendere le distanze, ma la parodia nichilistica e narcisistica di quella rivolta, l’estetica fine a se stessa, la riduzione della sinistra a scontro manicheo tra “amici di Sel” e i “duri e puri”. Qualche compagno ha scambiato la politica come arena in cui riversare le proprie frustrazioni esistenziali. Noi non siamo più disponibili a tollerare tutto questo.

Cristina, Zoe, Noemi, Cecilia, Alberto, Eddy, Matteo, Flavio, Felice e Riccardo LIBERI! L’antifascismo non si processa.

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07/09/2016

Movimento 5 Stelle in affanno, ma è Renzi quello da battere

Le vicende romane, al di là del dato specifico della Giunta Raggi, pongono una questione più generale che sta venendo in primo piano: è possibile un'amministrazione della cosa pubblica che non risponda agli interessi dei gruppi imprenditoriali e di potere consolidati?

È una domanda che investe tutta la sfera della politica, perché – in fondo – anche il governo nazionale è ormai un “ente locale” nella gerarchia dei poteri amministrativi concentrati nell'Unione Europea. Lo è a partire dalla “cessione di sovranità” per cui la più importante legge dello Stato – la legge finanziaria, ora chiamata “legge di stabilità” – è sub judice della Commissione Europea (il “governo” dell'area). Controllo rafforzato dall'obbligo al pareggio di bilancio, inserito addirittura nella Costituzione (abolirlo sarebbe una delle tante “riforme costituzionali” che voteremmo volentieri), dai trattati relativi a tutte le questioni economiche (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, ecc), fino al progetto di “esercito europeo con chi ci sta” avanzata nei giorni scorsi dal governo italiano insieme a Francia e Germania.

Esiste insomma una cornice ferrea – una gabbia, più precisamente – che va da Bruxelles fino all'ultimo comune di montagna, per cui ogni decisione gestionale deve avvenire all'interno del cosiddetto “patto di stabilità”.

Qualcuno dirà: “sì, va bene, ma qui c'è anche tanta corruzione…” Certo. Da un lato la stretta dell'austerità riduce i margini di manovra e di spesa, quindi anche le risorse pubbliche “conquistabili” dalla corruzione; dall'altra le vecchie consorterie di potere aumentano la competizione per accaparrarsi quel poco di grasso pubblico che ancora resta.

La situazione è insomma apparentemente senza via d'uscita. I grandi gruppi multinazionali e finanziari determinano le grandi scelte della politica globale, magari anche in competizione tra loro. I gruppi di potere meno potenti rovistano nei sottoscala, nella gestione degli appalti, delle “grandi opere” o delle concessioni su reti costruite dal pubblico, delle “occasioni di crescita” fornite da qualche grande evento (Olimpiadi, Expo, ecc).

Ciò che rimane assolutamente fuori dalla possibilità di farsi valere sono gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione, che di questo s'è accorta ormai da tempo. La fuga dalla partecipazione politica e dalle urne ne è una testimonianza, così come l'investimento su qualsiasi raggruppamento “nuovo” prometta di cambiare radicalmente le cose. Il fenomeno chiamato impropriamente “populismo” investe ormai tutto il pianeta (Trump è solo l'ultimo esempio) e segnala il distacco progressivo tra establishment capitalistico e popolazioni, tra business e consenso politico. Un voto da “ultima spiaggia”, per la democrazia parlamentare occidentale, oltre cui nessuno osa guardare e che motiva ovunque scelte istituzionali verticistiche, elitarie, oligarchiche, in modo più o meno esplicito. Avete già dimenticato quanti liberal, dopo il voto sulla Brexit, hanno chiesto di restringere il diritto di voto solo a quelli “che ne capiscono”?

I Cinque Stelle, in Italia, sono i beneficiati temporanei di questa radicalità senza progetto di cambiamento sociale, di questo “populismo” più o meno benintenzionato secondo cui basterebbe gestire “onestamente” la macchina amministrativa e il business perché tutti ne traggano un grande beneficio. Sul piano culturale è un'idea alquanto vecchiotta – il capitalismo darebbe il benessere a tutti, se non intervenissero “i ladri” – ma che sta vivendo una nuova giovinezza dopo l'eclissamento dell’opzione comunista. E’ un'idea che seleziona un “quadro militante” piuttosto eterogeneo, con competenze specifiche magari anche alte (informatici, ingegneri, avvocati, tecnici ambientali ecc), ma senza molte cognizioni sul funzionamento vero della società attuale.

Ovviamente, alla prova dell'amministrazione concreta di grandi città questa nuova “classe dirigente” arriva come un bambino al primo giorno di scuola, spesso accompagnata da marpionissimi “amici” espressione di lobby storiche (il caso di Raffaele Marra, ex braccio destro di Alemanno o dei dirigenti ereditati dal Commissario Tronca sono solo i più evidenti), inviati a conservare il massimo di potere possibile o a far deragliare il trenino del “rinnovamento”.

Tutto molto prevedibile e previsto, fin da quando immaginavamo la reazione feroce del potere vero a questo “intralcio”. Reazioni “cilene”, senza peraltro avere davanti qualcosa di nemmeno lontanamente paragonabile a Salvador Allende. Per ora abbiamo visto all'opera solo la scimmiottatura delle inchieste giudiziarie all'incontrario, con mail e telefonate (anche di parlamentari) allegramente passate da uffici tribunalizi e questura sui tavoli dei media controllati dai boss del business capitolino e governativo. Non ci stupiremmo di vedere presto anche qualcosa di equivalente ai camionisti cileni, ovvero corporazioni reazionarie in grado di paralizzare o riempire di rifiuti la città.

Fantascienza? Ricordiamo che nella civilissima Gran Bretagna è stata sacrificata – inutilmente, peraltro – addirittura una deputata laburista pur di sbarrare il passo alla Brexit. La rapidità con cui il fatto è stato cancellato dalle cronache, anche britanniche, ricorda molto da vicino i comportamenti del potere italico ai tempi della “strategia della tensione”.

Altro potrà avvenire e avverrà pur di eliminare quanto di “incontrollabile” ci può essere in un'amministrazione grillina. Che questo avvenga facendo fallire completamente una giunta (non solo a Roma, ovviamente), oppure “epurando i puristi” e facendola così rientrare nella “normalità” del business as usual, non possiamo ovviamente dire. I Cinque Stelle sono comunque un'ancora troppo flebile perturbazione negli equilibri di potere, una finestra di incertezza attorno a cui si affannano i conservatori, per richiuderla.

Quello che possiamo dire con certezza, invece, è che questa finestra di incertezza va spalancata facendo scendere in campo una soggettività radicale e un protagonismo di massa all'altezza della sfida. Questo autunno diventa così uno spartiacque per il prossimo futuro. Bloccare la spinta reazionaria di Renzi e della Ue, bocciando con il NO al referendum la controriforma costituzionale, è ampiamente nelle possibilità. Si tratta di mobilitare al massimo tutte le forze antagoniste e democratiche, sapendo che la “macchina del fango” del potere si attiverà anche contro questo schieramento.

Si tratta di unificare tutte le resistenze e i malesseri sociali innescati da una serie ormai lunghissima di stravolgimenti della “costituzione materiale” di questo paese. Jobs Act, pensioni, sanità, scuola, casa, ammortizzatori sociali, avventure militari, sono temi decisamente più importanti – a livello popolare – che non la discussione sul Senato.

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05/09/2016

Renzi, Mao, la governabilità 5 Stelle e il nostro tempo politico

«Noi abbiamo un'altra intuizione, l'intuizione che la storia ritorna, ma non si ripete».

Da un appello del 22 marzo degli studenti francesi

In queste ore Renzi si trova in Cina per il G20, e anche qui non manca di rilanciare dichiarazioni tutte centrate sul contesto italiano. Da qualche tempo il premier è impegnato a contrastare e a riposizionare la valenza del prossimo referendum, ossia il rischio della propria fragorosa caduta. L'all in giocato sulla vittoria del Sì si rivela sempre più come un azzardo ingestibile per lui e più in generale per la governabilità del sistema-paese (e non solo). E' in particolare su un piano del dispositivo temporale che ora Renzi tenta di imbrigliare la possibile disfatta e la sua uscita dal tavolo.

«All’Italia spetterà la presidenza di uno dei prossimi G20, che non abbiamo ancora ospitato. Non so se sarà nel 2019, nel 2020 o nel 2021, comunque io ci sarò». Sono queste le parole con cui si conclude la sua conferenza stampa a Hangzhou. E hanno da un lato un sapore scaramantico, ma dall'altro segnano una profonda transizione nel discorso renziano. Ve la ricordate la campagna per le primarie? Lo slogan era “Adesso!”, e ci si prometteva di rottamare il vecchio. La paura del cambiamento è un'altra delle retoriche agitate dal renzismo, che tuttavia adesso si agita e sta cambiando verso. Ancora Renzi dichiara:
«Spesso per vedere i risultati delle riforme ci vogliono anni. Il futuro viaggia veloce e può impaurire […] Tutti vogliamo una crescita inclusiva ma abbiamo un nemico comune: la paura».
Ecco dunque il nuovo imprimatur: prendere tempo, allungare l'orizzonte dell'azione di governo, sconfiggere la paura del futuro. Non si gioca più sull'immediatezza della politica dei tweet, ma si prova a ridefinire un'azione politica che esca dal presente e dalla continua ricerca dell'evento che legittimi l'agire del leader. Non a caso pochi giorni fa al Forum Ambrosetti di Cernobbio sempre Renzi faceva ricorso a una metafora dal sapore maiosta:

«L'Italia prosegue una lunga marcia: il 2016 si chiuderà meglio del 2015, che si è chiuso meglio del 2014, questo è un risultato inoppugnabile», fino ad aggiungere una frase illuminante: «Nella dittatura dell'istante abbiamo bisogno di tempo e noi non abbiamo fretta». Poco dopo fa addirittura ricorso a metafore bibliche per depotenziare il peso politico accumulatosi sul referendum: se «vince il no, non c'è l'invasione delle cavallette, non c'è la fine del mondo: resta tutto così».

Il tentativo di inversione di rotta non potrebbe essere più lampante. Come scrivevamo dopo le ultime amministrative, il ciclo renziano ha attraversato in fretta il solco tra innovazione riformatrice e appartenenza alla "casta".

Il problema nel quale si ritrova invischiato Renzi muove tuttavia su acque ben più profonde. La sua traiettoria è, pur compressa in pochi anni, mimetica di un mutamento più intenso nella percezione della temporalità politica. Per gli antichi il tempo era una spirale ciclica di continuo decadimento dei sistemi politici rispetto a un mitico passato di benessere. La stasis, la guerra civile, un pericolo costante alla quale si rispondeva con l'oblio, la rimozione dal ricordo. La modernità si struttura cambiando radicalmente i termini del gioco. La guerra civile deve essere continuamente ricordata come monito perché non si ricada in tale passato. Il tempo è tutto rivolto al futuro, al suo progetto di costruzione. Questo tempo progressivo, di cui si era dotato in senso rivoluzionario anche il movimento operaio, è stato profondamente riorganizzato dalla restaurazione neoliberale a partire dalla metà degli anni '70. In parallelo con l'affermarsi delle tecnologie cibernetiche, è il presente a divenire l'orizzonte temporale prevalente – ma all'interno di una narrativa che pone la crescita costante come sostegno dell'eterno presente.

Oggi la promessa del continuo progresso si infrange sempre più contro la burrasca del presente, e si inizia a insinuare una nuova percezione temporale che nuovamente ridefinisce i vettori temporali. E' Massimo Cacciari a darne un lampante esempio, in un'intervista concessa alla festa del Fatto Quotidiano:
«I 5 Stelle […] io mi auguro che crescano, maturino, perché il disfarsi di questa aggregazione importante, almeno quantitativamente importante, aggraverebbe ancora il disfarsi di questo paese […] quindi è augurabile che almeno il 25-30% di questo elettorato si ritrovi all'interno di questa casamatta perché altrimenti il liquido diventa gassoso in questo paese […]. Sta mancando strategia, politica, classe dirigente, debolezza patologica del paese […]. Una crisi che dura dagli anni '70. […] Il grande rischio è che il futuro ci presenti una catastrofe, cioè un mutamento radicale di scena con tutto quello che ciò comporta».
E sì che fino a poco fa Cacciari era uno dei più duri fustigatori dei 5 Stelle. Ma l'avvicinarsi di scenari foschi e difficilmente prevedibili conducono il filosofo veneto a sperare anche nei 5 Stelle come forma di tenuta sistemica, pur di fronte alle convulsioni della giunta Raggi e alle (apparenti o di sostanza?) divaricazioni interne tra "movimentismo" e "governismo", per prevenire esplosioni a suo parere catastrofiche.

Ecco, la catastrofe che si profila nel futuro è una spia rilevante di una temporalità frammentata che sta uscendo dalle coordinate moderne, o quantomeno da quelle consolidate. Quali siano le possibilità per opzioni sociali antagoniste di incidere sulla definizione del piano temporale nei tempi a venire saranno unicamente le lotte a poterlo determinare. Ma è all'interno di questo tempo globale interconnesso, fluttuante, rapsodico, che si definiscono i terreni politici del momento che attraversiamo. E che riemerge, all'interno delle contraddizioni del presente, il peso della storia. Passa anche per la riscoperta di progetto e di un gioco temporale fatto di una superficie vischiosa ma costituito di rarefazioni e precipitazioni, frenesie e attese, l'agire politico oggi.



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07/06/2016

L’affermazione di De Magistris al primo turno

BASTONARE IL CANE CHE AFFOGA, AVANZARE L’ALTERNATIVA.

E’ un fatto politico largamente positivo la vittoria netta e pulita di Luigi De Magistris alle elezioni comunali di Napoli.

Un risultato importante in tutta la città ma soprattutto – sul versante simbolico e materiale – in quella Bagnoli dove la coalizione che sostiene De Magistris ha strappato, dopo decenni, al Partito Democratico, il governo di quella Municipalità nonostante lo sfregio del commissariamento autoritario da parte di Renzi ed il grande e mistificante battage propagandistico imbastito dai poteri forti che volevano, ed ancora, vogliono mettere le mani su quella enorme area della città e dell’area metropolitana.

Il ballottaggio del prossimo 19 giugno – verso cui tutti siamo impegnati attivamente – dovrà confermare questa affermazione sconfiggendo ogni tentativo, palese e/o occulto, di una eventuale saldatura di quel grumo di interessi affaristici, speculativi e predatori che, a vario titolo, sono addensati attorno a Gianni Lettieri ed a ciò che resta del PD napoletano dopo il big bang.

Sarà questo, nei prossimi giorni, il punto politico da conquistare in tutta la città specie in quelle fasce dei settori popolari che o si sono astenuti dal voto o che, in virtù di quella ragnatela di clientele, ricatti e raggiri ancora operante a Napoli, sono collocati alla corte delle vecchie consorterie e lobby politiche.

Una sfida che si preannuncia tosta perché, come si è visto nelle settimane scorse, non mancheranno né le promesse demagogiche da parte di Renzi (ed anche dell’inquilino di Palazzo Santa Lucia, quel Vincenzo De Luca che ha i cordoni della borsa in Campania dove tra trasferimenti governativi e Fondi Europei sono accumulati miliardi di Euro) e non mancheranno affatto le presenze inquietanti e minacciose dei poteri criminali e dei loro sgherri che ancora domenica 5 si aggiravano attorno ai seggi tentando di inquinare e compromettere il voto.

Un'impresa complessa ed articolata perché una nuova affermazione di Luigi De Magistris per i prossimi cinque anni avrà un positivo riverbero non solo a Napoli ma in tutto il paese.

Come è noto De Magistris è da tempo collocato su un crinale di critica politica al complesso delle politiche liberiste ed all’insieme delle azioni antisociali che gli ultimi governi nazionali hanno squadernato in Italia.

Da tempo la condotta politica di Luigi De Magistris è orientata alla denuncia della filosofia dell’austerity e del totem delle privatizzazioni e spinge per una connessione tra esperienze politiche, sociali, culturali e sindacali che si battono per riaprire nel nostro paese una stagione di rinnovato protagonismo popolare e sociale.

Alla vigilia della chiusura della campagna elettorale – come redazione napoletana di Contropiano – abbiamo intervistato Luigi De Magistris e i contenuti politici e programmatici affermati dal Sindaco in questa conversazione ci sembrano oltre che condivisibili anche utili per l’agenda politica del prossimo periodo ben oltre la pur importante vicenda elettorale locale (dal Referendum di Ottobre, all’annunciato Sciopero Generale del sindacalismo conflittuale).

A poco più di 24 ore dai risultati delle urne e dopo la conferenza stampa di lunedì 6 giugno – tenuta da Luigi De Magistris – in cui si avanza l’ipotesi (ancora tutta da precisare ed approfondire) di una sorta di “movimento politico” su scala nazionale – con uno sguardo ed una attenzione alle diverse “esperienze ribelli del Mediterraneo” – la cosiddetta “anomalia De Magistris” contribuisce, grandemente, alla possibile riapertura di una nuova e più avanzata stagione di conflitto nel paese.

Un buon viatico, quindi, per accumulare e coordinare forze politiche e sociali contro il governo Renzi e contro la gabbia dell’Unione Europea.

Un convincimento che ci spinge ad applicare quella massima maoista che in maniera chiara e senza equivoci invita a bastonare il cane che affoga!

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06/06/2016

Qualcosa si è rotto, picchiamo lì

Nel caos post-primo turno, alcuni cose diventano chiarissime.

a) Renzi prende molte bastonate sui denti, ovunque;

b) Napoli diventa ufficialmente la prima “città derenzizzata”;

c) il Movimento Cinque Stelle sfonda a Roma e Torino;

d) esistono molte Italie, ma la differenza primaria è tra metropoli e provincia;

e) il sistema di potere allineato lungo la filiera Troika-Unione Europea-Renzi-clientele locali non riesce più a convogliare il consenso di una “maggioranza silenziosa”;

f) vere alternative di sistema per ora non ci sono, o possono trovare progressivamente forma solo a partire da quelle alleanze sociali, per quanto disomogenee e vaghe, che si sono chiaramente coagulate in un voto antigovernativo e antidestra.

Al vertice della banda renziana hanno decisamente ragione ad essere fortemente preoccupati. Si è rotto il presunto incantesimo che doveva elevare Matteo Renzi assolutamente al di sopra della scena politica nazionale. La forza del contafrottole di Rignano sull’Arno sta tutta nel monopolio dei media mainstream (la coalizione dei loro proprietari), schierati a suo sostegno dalla filiera di comando multinazionale. Ma non ha più presa efficace su una coalizione sociale interclassista, com’era stato solo due anni fa, in grado di sostenere credibilmente un rovesciamento costituente e reazionario condensato nelle “riforme” di questo governo.

Il contenimento dei danni non è riuscito. Il “patto del Nazareno 2.0”, a Roma, riuscirà a portare Giachetti al ballottaggio, ma il distacco dalla pentastellata Raggi è abissale. Berlusconi ha smontato consapevolmente il vecchio centrodestra, convogliando le sue clientele sul candidato Pd molto più che sul “palazzinaro di bella presenza” che ufficialmente sosteneva. L’obiettivo sembrava già da mesi chiarissimo: concentrare le forze malate del vecchio potere capitolino per provare a stoppare, al ballottaggio, l’ascesa della “forza antisistema”, pur priva di qualsiasi progetto che vada oltre il minimo sindacale dell’”onestà”, dopo l’abisso svelato da mafia capitale (curioso come, sui media di regime, l’espressione sia scomparsa a favore di una colpevolizzazione del solo Ignazio Marino).

Un disegno razionale, perché è certamente più facile dirottare sul candidato renziano i voti delle clientele di destra che non portare su una fascista come Meloni parti consistenti del residuo voto d’opinione che si considera “progressista” e moderato. Ma è un disegno paradossalmente indebolito proprio dalle politiche di taglio della spesa pubblica (lungo la filiera che si articola dalla Ue fino alle città), che riducono ai minimi termini i margini di bilancio con cui nutrire proprio le clientele, le “cooperative” e gli interessi da subappalto.

Napoli esibisce una coalizione sociale vera, opposta e vincente. Una vera e propria speranza di disarticolazione generale del sistema dominante, sul piano politico e sociale, perché riesce a precisare sempre meglio i contorni di una rivolta dal basso, dalle periferie metropolitane. Anche qui si dimostra come, interrotte le linee di finanziamento che nutrivano clientele e servilismi, diventa impossibile mantenere una consenso elettorale per quanto drogato – tuttora – da voti comprati (a basso prezzo), da minacce e veri e propri brogli, dal voto di scambio.

Torino e Bologna misurano la crisi del sistema di potere in due roccaforti che avrebbero dovuto garantire un rapido disbrigo della pratica elettorale.

L’eccezione italiana è dunque Milano, vera capitale del blocco dominante, con due competitor fotocopia e la sostanziale debolezza dei movimenti sociali (che spiega la debolezza locale delle proposte politiche “antisistema”, e non viceversa).

C’è comunque da tenere nel dovuto conto che le metropoli mostrano una dinamica sociale e politica in rapidissimo movimento, mentre i piccoli centri di provincia – che hanno certamente un peso sul piano nazionale, come massa di voti giostrabili nel referendum di ottobre – vivono logiche assai diverse, frutto di una struttura sociale meno polarizzata sul piano reddituale.

Ma il dato centrale è politico: qualcosa si è rotto nel rapporto tra potere e “popolo”. La presa che sembrava ferrea sull’immaginario e sulla rappresentanza politica si va sfaldando. E la velocità cresce col passare dei mesi. Il vecchio – non è affatto paradossale, Renzi rappresenta proprio questo, nonostante le chiacchiere – sta morendo, ma il nuovo ancora non è nato. Anche se Napoli fa sperare.

Attenzione, però. Nella Storia non si danno “vuoti di potere” che durino a lungo, specie se non ci sono poteri alternativi in grado di sostituire quello declinante. L’antagonismo può giocare la partita solo se smette di pensare nelle dimensioni del cortile e accetta di battersi nella società, in campo aperto, nelle condizioni date e non in quelle che ci piacerebbero. E proprio da Napoli, vogliamo ancora rammentarlo, arriva la lezione del migliore antagonismo oggi esistente. Quello che è in grado di innervare e organizzare settori sociali (non solo “soggettività antagoniste”), di presidiare spazi fisici e politici, di selezionare nuovi protagonisti della politica e di sorvegliare la regolarità del voto, sfruculiando poteri che oggi appaiono assai meno forti di prima.

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