Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/11/2020
Virginia Raggi, nuova star del trasformismo
Cosa vuol dire il trasformismo nel palazzo della politica?
Significa festeggiare da sindaco lo sgombero del cinema Palazzo, un centro di cultura e di organizzazione sociale, dove si era andati in assemblea quando si cercavano voti.
Virginia Raggi durante la campagna elettorale fu attaccata da Giorgia Meloni, che chiedeva lo sgombero dell’occupazione.
Oggi il sindaco di Roma copia la sua ex avversaria e si congratula con il prefetto per il ripristino della “legalità”.
Che squallore, un altro imbroglio del sistema.
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12/11/2017
Ostia manifesta contro fascisti, mafia e degrado sociale nei territori
Oltre 2000 persone hanno attraversato ieri le strade del Municipio ribadendo il loro netto NO alla violenza fascista e mafiosa. Un corteo partecipatissimo che ha espresso la necessità di costruire un territorio più giusto e degno.
“Casa lavoro dignità” sono le parole chiave del corteo ed è proprio questo che manca al nostro territorio. Abbandonato dalle istituzioni, da chi ha governato e governa, responsabili di costruire una situazione di disagio sociale fertile alla crescita della malavita e del fascismo.
Un corteo determinato che non ha accettato la passerella della Sindaca e il suo tentativo di strumentalizzare la presa di parola dal basso dei cittadini e cittadine del Municipio.
Il corteo è terminato in Largo delle Sirene perché ci siamo rifiutati di dare nuovamente in pasto a giornali e tv le difficoltà e le criticità di un territorio che vive un forte stigma, un territorio difficile ma coraggioso. Come deciso nell’assemblea preparatoria al corteo, abbiamo deciso di denunciare i veri luoghi della mafia di questo quartiere: il Municipio, l’Ufficio Tecnico, i Balneari. E non, come avrebbe fatto comodo a molti, il frutto, la conseguenza di questa situazione, ma una mafia con il colletto bianco a braccetto con politica e imprenditoria.
Come organizzatori ci siamo voluti sottrarre a questo teatrino mediatico e della politica istituzionale. Non siamo al soldo di nessuno e questo ballottaggio ci interessa poco. Ci interessa fermare la politica razzista e di odio di Casapound, utile serva di questo sistema corrotto. Ci interessa indirizzare la nostra giusta rabbia verso chi determina le nostre vite dall’interno delle stanze del potere. Con la promessa che torneremo nei prossimi giorni in quelle strade a parlare di casa e lavoro, istruzione e cultura, di aggregazione e integrazione. Una grande giornata di riscatto che la confusione creata dalla Sindaca non è riuscita ad intaccare.
Eravamo tanti e con le idee chiare. Il nemico sappiamo da che parte sta. Ora si spengano le telecamere, che dobbiamo ricominciare a lavorare per costruire un territorio migliore.
OSTIA SOLIDALE
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29/09/2017
Roma. Raggi rinviata a giudizio. Ma l’attenzione è sul dito, non sulla Luna
La notizia del rinvio a giudizio della sindaca Raggi è piombata sullo scenario politico. Ampiamente previsto, almeno da quello che si è visto e sentito in giornali e telegiornali, è il ricorso sistematico al doppio standard. Non solo. Il connubio micidiale giustizialismo-moralismo, che da troppi anni ipoteca la politica, continua a seminare danni e miopie.
I fatti adesso sono noti a tutti. La magistratura ha ritenuto di aver prove sufficienti per portare a processo la sindaca di Roma per il reato di falso ideologico ma non per abuso d’ufficio. Il reato è legato alla vicenda delle discusse nomine dei dirigenti comunali, in particolare quella del fratello del dominus Raffaele Marra finito in carcere per un’altra inchiesta.
Qualcuno, soprattutto nel mondo M5S, fa notare che due settimane fa anche il sindaco di Milano, Sala, è stato rinviato a giudizio per falso ideologico e materiale relativamente agli atti amministrativi sulle aree dell’Expo, ma che la notizia ha avuto una enfasi incommensurabilmente inferiore a quella della sindaca di Roma. E su questo la denuncia di uno strumentale “doppio standard” ci sta tutta.
Ma ci sta tutta anche l’accusa ai M5S di utilizzare un doppio standard: implacabili sulle vicende giudiziarie degli altri, indulgenti con le proprie, venendo meno ad una narrazione giustizialista sull’onestà sulla quale è stato costruito il progetto e l’immagine stessa del M5S.
Nella giornata di ieri, è stato tutto un incrociarsi di accuse reciproche tra M5S e Pd proprio in base al doppio standard utilizzato. Soprattutto perché nella stessa giornata c’è stata la notizia del rinvio a giudizio di 12 consiglieri regionali del Pd del Lazio per un uso improprio dei fondi del gruppo regionale.
Messa così la vicenda appare una fiera della strumentalità caratteristica dello scontro tra partiti, soprattutto alla vigilia di una campagna elettorale “a tre poli” che lascia aperte tutte le incognite possibili sulla formazione di un nuovo governo.
Ci sembra invece che almeno due dati andrebbero tirati fuori da questa vicenda e collocati sul terreno giusto.
1) E’ tempo che tutti coloro che assumono o intendono assumere responsabilità di governo – soprattutto sul piano locale – siano consapevoli che un “inciampo giudiziario” nell’esercizio delle loro funzione è quantomeno inevitabile, sia per la tortuosità delle leggi vigenti, sia per l’incompetenza soggettiva e oggettiva della “politica” a districarsi nella macchina amministrativa in mano ai dirigenti che ne conoscono tutti i dettagli dove può nascondersi il diavolo. Questo gli assicura una rendita di posizione che solo una forte volontà politica può scalfire o scalzare
2) Se è vero che una amministrazione si deve caratterizzare proprio per l’indirizzo politico delle scelte che intende adottare, è inevitabile – anzi auspicabile – che la macchina amministrativa venga forzata sulla base delle priorità che si è deciso di realizzare. In caso contrario, ci si condanna nel migliore dei casi all’immobilismo, nel peggiore alla perpetuazione delle priorità e dei rapporti pre-esistenti al mandato di governo delle nuove amministrazioni. A Roma, la giunta Raggi è riuscita a impantanarsi in entrambi i casi: immobilismo e subalternità.
Ma l’immobilismo e la subalternità della giunta Raggi sono l’esatto contrario di quanto annunciato in campagna elettorale e delle aspettative generate tra gli abitanti di Roma che l’hanno votata in massa. Il “voto per vendetta” delle periferie della Capitale alla Raggi, invocava una discontinuità con il passato che non c’è stata nella sostanza e, alla luce del rinvio a giudizio, neanche nelle forme. La foglia di fico dell’onestà – alla luce dei dogmi giustizialisti – è caduta anch’essa a fronte degli atti della magistratura.
Ma è soprattutto sulle scelte strategiche su Roma che il deficit politico della giunta Raggi è diventato voragine. La vicenda dell’Atac, sulla quale il Comune si è lavato le mani affidandola ai commissari nominati dal tribunale due giorni fa, è stata l’ultima, manifesta, manifestazione di colpevole inanità di fronte ai verminai costruiti negli anni dai comitati d’affari prosperati nella città amministrata da centro-sinistra e centro-destra.
I “patti della vaccinara” o della “carbonara” con cui è stata spartita e spolpata Roma, non sono stati disdettati ma metabolizzati, come ha dimostrato la vicenda della cementificazione a Tor di Valle per il nuovo stadio della Roma o il nuovo patto stipulato con il boss dei rifiuti Cerroni. Invece di rottura e discontinuità si è ritornati all’urbanistica e alla gestione rifiuti contrattata.
Sullo sfondo c’è poi l’emergenza abitativa e delle periferie sulla quale finora si è balbettato e, quando la giunta Raggi si è dovuta posizionare politicamente, ci si è appiattiti su una logica della legalità del tutto decontestualizzata dalla situazione di impoverimento, disperazione, esigenze materiali di migliaia e migliaia di famiglie che richiede scelte ben diverse e ben più decise, anche forzando le regole e affrontandone le conseguenze. In questo caso non sarebbe per aver dichiarato il falso sulla nomina di un dirigente ma per rispondere a esigenze sociali disattese da troppi anni e che meritano di diventare priorità per Roma. E’ questa la differenza con il passato, ma è proprio questa che è venuta a mancare. Lo sciopero cittadino di oggi – precettato dalla Prefettura, ostacolato dalla Questura, ignorato dalla giunta e dal consiglio comunale – è un grido d’allarme proprio su queste emergenze non più rimovibili.
Fonte
I fatti adesso sono noti a tutti. La magistratura ha ritenuto di aver prove sufficienti per portare a processo la sindaca di Roma per il reato di falso ideologico ma non per abuso d’ufficio. Il reato è legato alla vicenda delle discusse nomine dei dirigenti comunali, in particolare quella del fratello del dominus Raffaele Marra finito in carcere per un’altra inchiesta.
Qualcuno, soprattutto nel mondo M5S, fa notare che due settimane fa anche il sindaco di Milano, Sala, è stato rinviato a giudizio per falso ideologico e materiale relativamente agli atti amministrativi sulle aree dell’Expo, ma che la notizia ha avuto una enfasi incommensurabilmente inferiore a quella della sindaca di Roma. E su questo la denuncia di uno strumentale “doppio standard” ci sta tutta.
Ma ci sta tutta anche l’accusa ai M5S di utilizzare un doppio standard: implacabili sulle vicende giudiziarie degli altri, indulgenti con le proprie, venendo meno ad una narrazione giustizialista sull’onestà sulla quale è stato costruito il progetto e l’immagine stessa del M5S.
Nella giornata di ieri, è stato tutto un incrociarsi di accuse reciproche tra M5S e Pd proprio in base al doppio standard utilizzato. Soprattutto perché nella stessa giornata c’è stata la notizia del rinvio a giudizio di 12 consiglieri regionali del Pd del Lazio per un uso improprio dei fondi del gruppo regionale.
Messa così la vicenda appare una fiera della strumentalità caratteristica dello scontro tra partiti, soprattutto alla vigilia di una campagna elettorale “a tre poli” che lascia aperte tutte le incognite possibili sulla formazione di un nuovo governo.
Ci sembra invece che almeno due dati andrebbero tirati fuori da questa vicenda e collocati sul terreno giusto.
1) E’ tempo che tutti coloro che assumono o intendono assumere responsabilità di governo – soprattutto sul piano locale – siano consapevoli che un “inciampo giudiziario” nell’esercizio delle loro funzione è quantomeno inevitabile, sia per la tortuosità delle leggi vigenti, sia per l’incompetenza soggettiva e oggettiva della “politica” a districarsi nella macchina amministrativa in mano ai dirigenti che ne conoscono tutti i dettagli dove può nascondersi il diavolo. Questo gli assicura una rendita di posizione che solo una forte volontà politica può scalfire o scalzare
2) Se è vero che una amministrazione si deve caratterizzare proprio per l’indirizzo politico delle scelte che intende adottare, è inevitabile – anzi auspicabile – che la macchina amministrativa venga forzata sulla base delle priorità che si è deciso di realizzare. In caso contrario, ci si condanna nel migliore dei casi all’immobilismo, nel peggiore alla perpetuazione delle priorità e dei rapporti pre-esistenti al mandato di governo delle nuove amministrazioni. A Roma, la giunta Raggi è riuscita a impantanarsi in entrambi i casi: immobilismo e subalternità.
Ma l’immobilismo e la subalternità della giunta Raggi sono l’esatto contrario di quanto annunciato in campagna elettorale e delle aspettative generate tra gli abitanti di Roma che l’hanno votata in massa. Il “voto per vendetta” delle periferie della Capitale alla Raggi, invocava una discontinuità con il passato che non c’è stata nella sostanza e, alla luce del rinvio a giudizio, neanche nelle forme. La foglia di fico dell’onestà – alla luce dei dogmi giustizialisti – è caduta anch’essa a fronte degli atti della magistratura.
Ma è soprattutto sulle scelte strategiche su Roma che il deficit politico della giunta Raggi è diventato voragine. La vicenda dell’Atac, sulla quale il Comune si è lavato le mani affidandola ai commissari nominati dal tribunale due giorni fa, è stata l’ultima, manifesta, manifestazione di colpevole inanità di fronte ai verminai costruiti negli anni dai comitati d’affari prosperati nella città amministrata da centro-sinistra e centro-destra.
I “patti della vaccinara” o della “carbonara” con cui è stata spartita e spolpata Roma, non sono stati disdettati ma metabolizzati, come ha dimostrato la vicenda della cementificazione a Tor di Valle per il nuovo stadio della Roma o il nuovo patto stipulato con il boss dei rifiuti Cerroni. Invece di rottura e discontinuità si è ritornati all’urbanistica e alla gestione rifiuti contrattata.
Sullo sfondo c’è poi l’emergenza abitativa e delle periferie sulla quale finora si è balbettato e, quando la giunta Raggi si è dovuta posizionare politicamente, ci si è appiattiti su una logica della legalità del tutto decontestualizzata dalla situazione di impoverimento, disperazione, esigenze materiali di migliaia e migliaia di famiglie che richiede scelte ben diverse e ben più decise, anche forzando le regole e affrontandone le conseguenze. In questo caso non sarebbe per aver dichiarato il falso sulla nomina di un dirigente ma per rispondere a esigenze sociali disattese da troppi anni e che meritano di diventare priorità per Roma. E’ questa la differenza con il passato, ma è proprio questa che è venuta a mancare. Lo sciopero cittadino di oggi – precettato dalla Prefettura, ostacolato dalla Questura, ignorato dalla giunta e dal consiglio comunale – è un grido d’allarme proprio su queste emergenze non più rimovibili.
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14/06/2017
Raggi e Grillo svicolano per tirare a campare
In una lettera, con cui la Prefettura replica alle richieste della Raggi, viene fornita la fotografia di Roma e provincia sulla situazione dell’accoglienza di migranti e rifugiati. Le ultime rilevazioni indicano la presenza di circa 5.581 rifugiati nei centri di accoglienza, compreso il Cara di Castelnuovo di Porto, e di altri 3.028 sistemati negli alloggi dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): totale 8.609 persone.
A Roma spetterebbe invece una quota massima di 11mila migranti. In pratica lo 0,29 per cento della popolazione che ammonta a 2,9 milioni di persone. A giudicare dalle cifre, si tratta di una situazione che le istituzioni preposte dovrebbero essere perfettamente in grado di gestire. Un flusso che non a caso viene definito “ordinario”. A Roma quindi non risulta nessuna emergenza migranti e rifugiati.
La Raggi, nel pomeriggio, ha invece scritto sul blog di Beppe Grillo che “l’emergenza accoglienza è una delle tante che abbiamo ereditato. Non permetteremo più a nessuno di mangiare sui più deboli e allo stesso tempo è ora di ascoltare i cittadini romani: non possiamo permetterci ulteriori tensioni sociali”. Fin qui tutto bene, si potrebbe dire; ma poi arriva il messaggio che suona come un invito a nozze per i fascisti che da tempo alimentano una caccia agli spettri, anche quando non ve n’è alcuna ragione (vedi Tiburtino III). “Per questo trovo rischioso pensare di creare altre strutture di accoglienza. Mi auguro che il governo tenga conto di queste parole nel momento in cui dovranno decidere dove inviare nuovi migranti. Chiederò un incontro al responsabile del Viminale” afferma la Raggi.
Al momento dunque sono solo degli endorsement utili alla destra e ai gruppi fascisti che sul territorio – denso invece di emergenze sociali assai più consistenti come disoccupazione, sfratti, mancanza di servizi e welfare – concentrano ossessivamente la loro azione solo sulla “questione immigrati”. Sembra quasi di sentire lo sketch di Miki, la fascistella di CasaPound interpretata dalla giovane Guzzanti, che di fronte a questioni e domande imbarazzanti svicolava con un disperato: “E allora le foibe?”.
“Come per tutto quello che la vecchia politica ha lasciato a Roma, anche in questo caso il MoVimento 5 Stelle non ha la bacchetta magica. Ma ha la libertà di fare le cose che dovevano essere fatte 20 anni fa. E allora iniziamo: i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi. Parliamo di 700 persone che risiedevano qui... siamo certi che i romani sapranno distinguere tra le urla di un Salvini e il lavoro di un’amministrazione che per la prima volta, a Roma, ha iniziato a rimettere in ordine le cose” ha scritto Grillo nel suo post sul blog.
La linea scelta dalla sindaca Raggi, benedetta da Grillo nel suo post, è la conferma della liquefazione della politica – M5S incluso – e dell’adattamento alla pochezza dell’esistente. Siccome sulle questioni importanti la politica non può decidere niente, perché decidono i diktat economici e gli algoritmi (dunque “non ha la bacchetta magica”), allora si può decidere solo sulle “miserie consentite”, dando addosso agli ultimi degli ultimi.
Non si possono recuperare i soldi indebitamente pagati dal Comune alle banche, né quelli arraffati dai “prenditori” con la truffa dei Piani di Zona o i Punti Verde Qualità? Le aziende stanno andando via o licenziano, desertificando economicamente Roma? I benefici del turismo vengono monopolizzati dai privati e non vengono redistribuiti a tutti gli abitanti? Pazienza... Intanto chiudo due campi rom, e la giunta campa.
Certo, se a Roma si costruissero nuove case di edilizia sociale (o si requisissero quelle vuote) per rispondere adeguatamente alla domanda abitativa, se si mettesse ordine e semplificasse la gestione dei servizi di welfare comunali e il loro rapporto con l’Inps che è il “pagatore finale”, se si gestisse la presenza e convivenza di migranti e rom nel territorio coinvolgendo sia i primi che gli abitanti invece che procedere dall’alto, magari non si risolverebbe del tutto il problema, ma si metterebbe mano a soluzioni concrete – anche conflittuali in alcuni passaggi lì dove è inevitabile – invece che muovere l’aria e cercare di recuperare facili consensi mettendo nel mirino gli ultimi e gli emarginati.
Non c’è decoro che tenga se ad un sistema di regole comune, condiviso e valido erga homnes, non corrisponde una azione tesa a dare soluzione a domande sociali sempre più pressanti, numerose e disperate. Il primo senza la seconda è quantomeno ipocrita. La legalità senza giustizia sociale è fascismo non civiltà. Prima lo comprende il variegato mondo M5S meglio è. Poi diventa tardi e il mondo che conosciamo potrebbe già essere cambiato in peggio.
Fonte
A Roma spetterebbe invece una quota massima di 11mila migranti. In pratica lo 0,29 per cento della popolazione che ammonta a 2,9 milioni di persone. A giudicare dalle cifre, si tratta di una situazione che le istituzioni preposte dovrebbero essere perfettamente in grado di gestire. Un flusso che non a caso viene definito “ordinario”. A Roma quindi non risulta nessuna emergenza migranti e rifugiati.
La Raggi, nel pomeriggio, ha invece scritto sul blog di Beppe Grillo che “l’emergenza accoglienza è una delle tante che abbiamo ereditato. Non permetteremo più a nessuno di mangiare sui più deboli e allo stesso tempo è ora di ascoltare i cittadini romani: non possiamo permetterci ulteriori tensioni sociali”. Fin qui tutto bene, si potrebbe dire; ma poi arriva il messaggio che suona come un invito a nozze per i fascisti che da tempo alimentano una caccia agli spettri, anche quando non ve n’è alcuna ragione (vedi Tiburtino III). “Per questo trovo rischioso pensare di creare altre strutture di accoglienza. Mi auguro che il governo tenga conto di queste parole nel momento in cui dovranno decidere dove inviare nuovi migranti. Chiederò un incontro al responsabile del Viminale” afferma la Raggi.
Al momento dunque sono solo degli endorsement utili alla destra e ai gruppi fascisti che sul territorio – denso invece di emergenze sociali assai più consistenti come disoccupazione, sfratti, mancanza di servizi e welfare – concentrano ossessivamente la loro azione solo sulla “questione immigrati”. Sembra quasi di sentire lo sketch di Miki, la fascistella di CasaPound interpretata dalla giovane Guzzanti, che di fronte a questioni e domande imbarazzanti svicolava con un disperato: “E allora le foibe?”.
“Come per tutto quello che la vecchia politica ha lasciato a Roma, anche in questo caso il MoVimento 5 Stelle non ha la bacchetta magica. Ma ha la libertà di fare le cose che dovevano essere fatte 20 anni fa. E allora iniziamo: i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi. Parliamo di 700 persone che risiedevano qui... siamo certi che i romani sapranno distinguere tra le urla di un Salvini e il lavoro di un’amministrazione che per la prima volta, a Roma, ha iniziato a rimettere in ordine le cose” ha scritto Grillo nel suo post sul blog.
La linea scelta dalla sindaca Raggi, benedetta da Grillo nel suo post, è la conferma della liquefazione della politica – M5S incluso – e dell’adattamento alla pochezza dell’esistente. Siccome sulle questioni importanti la politica non può decidere niente, perché decidono i diktat economici e gli algoritmi (dunque “non ha la bacchetta magica”), allora si può decidere solo sulle “miserie consentite”, dando addosso agli ultimi degli ultimi.
Non si possono recuperare i soldi indebitamente pagati dal Comune alle banche, né quelli arraffati dai “prenditori” con la truffa dei Piani di Zona o i Punti Verde Qualità? Le aziende stanno andando via o licenziano, desertificando economicamente Roma? I benefici del turismo vengono monopolizzati dai privati e non vengono redistribuiti a tutti gli abitanti? Pazienza... Intanto chiudo due campi rom, e la giunta campa.
Certo, se a Roma si costruissero nuove case di edilizia sociale (o si requisissero quelle vuote) per rispondere adeguatamente alla domanda abitativa, se si mettesse ordine e semplificasse la gestione dei servizi di welfare comunali e il loro rapporto con l’Inps che è il “pagatore finale”, se si gestisse la presenza e convivenza di migranti e rom nel territorio coinvolgendo sia i primi che gli abitanti invece che procedere dall’alto, magari non si risolverebbe del tutto il problema, ma si metterebbe mano a soluzioni concrete – anche conflittuali in alcuni passaggi lì dove è inevitabile – invece che muovere l’aria e cercare di recuperare facili consensi mettendo nel mirino gli ultimi e gli emarginati.
Non c’è decoro che tenga se ad un sistema di regole comune, condiviso e valido erga homnes, non corrisponde una azione tesa a dare soluzione a domande sociali sempre più pressanti, numerose e disperate. Il primo senza la seconda è quantomeno ipocrita. La legalità senza giustizia sociale è fascismo non civiltà. Prima lo comprende il variegato mondo M5S meglio è. Poi diventa tardi e il mondo che conosciamo potrebbe già essere cambiato in peggio.
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12/06/2017
Sconfitta del “populismo”?
La battuta d’arresto degli attuali contenitori della protesta, il M5S in Italia, è dato da quello da che più parti viene definito come “effetto Raggi”: il populismo acquisisce consensi quando dà una forma politica alla disaffezione, ma li perde drammaticamente una volta al potere. Il populismo è per ciò stesso destinato al fallimento di fronte alle sue prove di governo: sono le sue naturali contraddizioni, quelle per cui una volta al potere non può che ricalcare le strategie dei partiti “tradizionali”, magari attraverso linguaggi e comportamenti (apparentemente) nuovi. Il fallimento della giunta Raggi pesa quotidianamente come un macigno sulle vicende elettorali del M5S, ma il problema strutturale è rappresentato piuttosto da Chiara Appendino. In una situazione meno drammatica di Roma, e con una stampa tutto sommato cauta, la Appendino si presenta come una sorta di Fassino minore. Buona amministrazione, solide relazioni cittadine, gestione ordinaria della metropoli. Una “normalità” istituzionale che è però in contraddizione con quelle ansie popolari che pure l’avevano portata alla vittoria elettorale. Insomma, se anche nella città dove “governa bene” il M5S si rivela un partito di sistema per nulla dedito a quelle “rotture” promesse in campagna elettorale, prima o poi quella protesta volgerà lo sguardo altrove. Difficile, per non dire impossibile, ricavare da ciò una previsione politica generale, visto che il movimento grillino conta su di un voto d’opinione non scalfito da prove di governo nazionali. Resta il problema di quel popolo completamente scollegato dalla rappresentanza politica tradizionale.
L’ingegneristica elettorale all’ordine del giorno nel dibattito politico italiano serve d’altronde proprio a questo. Preso atto dello scollamento (definitivo?), occorre riorganizzare il sistema della rappresentanza. Il modello francese è il punto di riferimento insuperato. Un presidente e un parlamento eletto da un’estrema minoranza della popolazione che però dispone di una maggioranza assoluta. Una maggioranza preponderante che però non consente alcuna reale “governabilità”, visto che l’insieme delle forze politiche e sociali espulse dai circuiti ufficiali della rappresentanza istituzionale non per questo cessano di esistere nella realtà. Partiti del 10 o del 20% che riescono ad eleggere uno, due o cinque deputati potranno anche risultare inutili dentro le assemblee elettive nazionali, ma fuori continuano a rappresentare la maggioranza della volontà popolare. Difficile, per non dire impossibile, governare davvero un paese attraverso questa straordinaria distorsione politica, e la latente protesta popolare francese rispetto ad ogni riforma dello Stato sociale deriva proprio da questo. Non dalla forza di questo o quel soggetto politico organizzato, ma dalla convergenza implicita di tutte le forze politiche e sociali contro la volontà del partito di volta in volta al governo. Col 15% dei consensi elettorali reali può controllare militarmente un’assemblea parlamentare ma non imporre una volontà politica al paese nel suo insieme.
Nonostante ciò, questa distorsione è l’obiettivo che cerca di darsi anche l’Italia. L’incolmabile distacco tra politica ufficiale e “popolo” è un dato talmente strutturato da non essere più gestibile attraverso i consueti strumenti istituzionali pensati in altre epoche e per altre logiche. Occorre minare la rappresentanza politica alla sua base, spezzando il legame (d’altronde sempre debolissimo) tra le volontà popolari e la loro traduzione politica ufficiale. E’ la vera grande riforma che ci chiede l’Europa, a cui non frega nulla della crescita o del debito, ma molto della capacità delle classi dirigenti di controllare i territori sottoposti alla restaurazione liberista.
Ecco perché, nonostante i fallimenti momentanei dei contenitori populisti, le ragioni del “populismo” (che sono poi le ragioni della lotta di classe nell’attuale fase storica) sono destinate a moltiplicarsi, ad approfondirsi e ad acutizzarsi. La politica che “tira un sospiro di sollievo” prosegue guardando il dito della “tenuta elettorale”, ma la luna dell’ingovernabilità materiale è sempre più grande all’orizzonte.
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08/03/2017
Eterogenesi della politica e paradossi grillini
Dopo un mese, la giunta Raggi trova il suo nuovo assessore all’urbanistica, Luca Montuori. E’ una nomina che svela un modo di procedere, che sbarra la strada a ogni ipotesi di cambiamento. E’ d’altronde ormai un’ovvietà, viste le continue prove date dall’attuale amministrazione comunale. Eppure l’iter politico che ha portato alla nomina di Montuori è particolarmente rilevatore. Da diverso tempo la giunta era alla ricerca del sostituto. Mesi passati a scandagliare, si suppone, i vari curricula degli esperti del settore. Già questo fatto è piuttosto indicativo: a nessuno del M5S è venuto in mente di nominare un politico, un attivista del Movimento, un grillino della prima ora, uno qualsiasi che condividesse la linea strategica del partito. Si dirà che è il tipico modo di procedere Cinque stelle, che basa la propria forza elettorale sullo svilimento della politica. Si dirà, con qualche ragione, che il ruolo di assessore di un’amministrazione comunale dovrebbe essere incarnato da un “tecnico” più che da un politico. Tutto vero. Eppure, di fronte alla crisi di soluzioni alternative, nessuno ha rischiato la carta interna. Nonostante l’ovvietà, è un dato comunque significativo, per quanto marginale nella vicenda. Veniamo invece al dato politicamente rilevante.
Mesi di sondaggi non hanno prodotto candidature credibili. I vari urbanisti scrutati, ad esempio Tomaso Montanari, avevano tutti declinato la richiesta. I motivi di questo declino sono in qualche modo illuminanti: tutti i candidati assessori proponevano un’idea di città alternativa al sistema politico-economico dominante. Volevano cioè avere mano libera nel ridefinire l’urbanistica cittadina. Ancor più prosaicamente: non volevano avere nulla a che vedere con la speculazione di Tor di Valle. Alla fine, per non rimanere col cerino in mano e senza assessore di riferimento, vista la contestuale e pesante assenza dell’assessore alle politiche abitative, il M5S ha deciso di consegnare i poteri dell’urbanistica ad un personaggio organico alle giunte democratiche del decennio veltroniano. Organico cioè ad un’idea di città contro la quale i Cinque stelle avevano vinto le elezioni neanche nove mesi fa. Quella prodottasi è una resa politica: il M5S romano ha dichiarato, con la nomina di Montuori, che l’unico modo possibile di governare la città è affidarsi a quella pletora di tecnici o politici legati a doppio filo alle precedenti gestioni. In teoria (molto in teoria) la faccenda, posta in questi termini, non sarebbe neanche peregrina. Sta nelle cose che un movimento giovane e completamente digiuno di amministrazione istituzionale si affidi a delle competenze già compromesse con altri governi o partiti. Sarebbe la stessa contraddizione che vivrebbe qualsiasi movimento antagonista se riuscisse ad accedere a cariche istituzionali. Il problema risiede nella direzione politica che si vuole dare a questo utilizzo degli apparati tecnici. Quello del M5S sfrutta determinate competenze per capire come continuare le politiche democratiche che hanno retto la città per due decenni. La parabola grillina romana cerca di stabilizzarsi inseguendo l’esempio torinese della Appendino: governare in totale continuità con la best practices promosse dal Pd negli anni precedenti. E’ una scelta mediaticamente vincente: senza timore della discontinuità, verrà meno anche la guerra quotidiana contro la giunta da incubo romana. Politicamente è invece suicida. E’ vero, come abbiamo rilevato diverse volte, che al momento il M5S non è votato per le sue qualità politiche ma come strumento per esprimere un rifiuto, ma sembra altrettanto scontato che questa discrasia non potrà durare in eterno. Ad un certo punto l’indistinguibile sovrapposizione delle politiche del M5S col resto dell’establishment partitico produrrà il suo riflesso elettorale. Dovremmo addirittura auspicarcelo, se non fosse che l’alternativa reale al M5S è oggi la ri-legittimazione del Pd o di Forza Italia o, peggio ancora, il transito della “protesta elettorale” dai grillini alla Lega nord. Un quadro decisamente bloccato, ma contraddittorio. Il ritorno all’ordine, cioè al consenso diffuso dell’europeismo liberale, rimuoverebbe anche questa flebile contraddizione che, nonostante tutto, lavora (lavorerebbe) in favore di potenziali punti di fuga poco gestibili per la borghesia transnazionale.
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Mesi di sondaggi non hanno prodotto candidature credibili. I vari urbanisti scrutati, ad esempio Tomaso Montanari, avevano tutti declinato la richiesta. I motivi di questo declino sono in qualche modo illuminanti: tutti i candidati assessori proponevano un’idea di città alternativa al sistema politico-economico dominante. Volevano cioè avere mano libera nel ridefinire l’urbanistica cittadina. Ancor più prosaicamente: non volevano avere nulla a che vedere con la speculazione di Tor di Valle. Alla fine, per non rimanere col cerino in mano e senza assessore di riferimento, vista la contestuale e pesante assenza dell’assessore alle politiche abitative, il M5S ha deciso di consegnare i poteri dell’urbanistica ad un personaggio organico alle giunte democratiche del decennio veltroniano. Organico cioè ad un’idea di città contro la quale i Cinque stelle avevano vinto le elezioni neanche nove mesi fa. Quella prodottasi è una resa politica: il M5S romano ha dichiarato, con la nomina di Montuori, che l’unico modo possibile di governare la città è affidarsi a quella pletora di tecnici o politici legati a doppio filo alle precedenti gestioni. In teoria (molto in teoria) la faccenda, posta in questi termini, non sarebbe neanche peregrina. Sta nelle cose che un movimento giovane e completamente digiuno di amministrazione istituzionale si affidi a delle competenze già compromesse con altri governi o partiti. Sarebbe la stessa contraddizione che vivrebbe qualsiasi movimento antagonista se riuscisse ad accedere a cariche istituzionali. Il problema risiede nella direzione politica che si vuole dare a questo utilizzo degli apparati tecnici. Quello del M5S sfrutta determinate competenze per capire come continuare le politiche democratiche che hanno retto la città per due decenni. La parabola grillina romana cerca di stabilizzarsi inseguendo l’esempio torinese della Appendino: governare in totale continuità con la best practices promosse dal Pd negli anni precedenti. E’ una scelta mediaticamente vincente: senza timore della discontinuità, verrà meno anche la guerra quotidiana contro la giunta da incubo romana. Politicamente è invece suicida. E’ vero, come abbiamo rilevato diverse volte, che al momento il M5S non è votato per le sue qualità politiche ma come strumento per esprimere un rifiuto, ma sembra altrettanto scontato che questa discrasia non potrà durare in eterno. Ad un certo punto l’indistinguibile sovrapposizione delle politiche del M5S col resto dell’establishment partitico produrrà il suo riflesso elettorale. Dovremmo addirittura auspicarcelo, se non fosse che l’alternativa reale al M5S è oggi la ri-legittimazione del Pd o di Forza Italia o, peggio ancora, il transito della “protesta elettorale” dai grillini alla Lega nord. Un quadro decisamente bloccato, ma contraddittorio. Il ritorno all’ordine, cioè al consenso diffuso dell’europeismo liberale, rimuoverebbe anche questa flebile contraddizione che, nonostante tutto, lavora (lavorerebbe) in favore di potenziali punti di fuga poco gestibili per la borghesia transnazionale.
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07/03/2017
Il governo guarda alle periferie, con forte strabismo
Sono stati firmati a Palazzo Chigi i protocolli di intesa fra il premier Paolo Gentiloni e i sindaci di 24 città capoluogo, per i Piani di rilancio delle periferie delle grandi città. Con questa intesa sono stati sbloccati i primi 500 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato. Dopo la registrazione dei protocolli da parte della Corte dei Conti, i Comuni avranno 60 giorni per presentare i progetti definitivi, e altri 60 per gli esecutivi, poi partiranno i lavori.
Tra i firmatari di questa intesa figurano i sindaci di Roma, Virginia Raggi, i sindaci di Napoli Luigi de Magistris e di Messina Renato Accorinti, quelli delle Città metropolitane di Bari Antonio Decaro, e di Firenze Dario Nardella.
Il premier Gentiloni ha annunciato trionfante che "Oggi si materializza un impegno da 500 milioni per i 24 progetti migliori classificati per le periferie. L'impegno riguarda in tutto 120 interventi, quindi altri 95 rispetto a quelli di oggi: le disponibilità economiche ci sono, il Cipe ha stanziato altri 800 milioni dei 1,6 miliardi che servono, gli altri 800 milioni fanno parte del fondo per le infrastrutture. E ai 2,1 miliardi saranno aggiunti fondi pubblici e privati per un totale di circa 3,9 miliardi. Uno stanziamento molto rilevante".
Tra i progetti finanziati c’è quello di abbattimento delle 'Vele' di Scampia."Ci sarà l'abbattimento delle vele, la prima all'inizio dell'estate di quest'anno", ha affermato il sindaco De Magistris, aggiungendo che delle quattro vele di Secondiagliano è previsto che ne resti in piedi solo una che diventerà la sede della Città metropolitana di Napoli.
Le città che hanno firmato oggi le convenzioni sono: le Città metropolitane di Bari, Firenze, Milano, Bologna e i Comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana di Avellino, Lecce, Vicenza, Bergamo, Modena, Torino, Grosseto, Mantova, Brescia, Andria, Latina, Genova, Oristano, Napoli, Ascoli Piceno, Salerno, Messina, Prato, Roma.
Per la Capitale sono previsti per ora solo diciotto milioni per le periferie, esattamente quanti ne sono stati stanziati per il Comune di Lecce che ha 94.956 abitanti, praticamente un decimo di quelli delle periferie romane.
Il provvedimento del governo prevede la riqualificazione dell'edificio Ex Gil di Ostia. Tre interventi a Corviale, uno a San Basilio, in piazza San Cleto ed un progetto di promozione per la Mobilità dolce nelle scuole. Sono questi i progetti per le periferie, finanziati con 18 milioni, contenuti nell'accordo sottoscritto ieri a palazzo Chigi dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi. In particolare per la riqualificazione dell'Ex Gil a Ostia andranno 13 milioni. Due e mezzo andranno a Corviale. 787.500 euro andranno a San Basilio. Infine 1,5 milioni per la promozione del pedibus e del 'bike to school' in 15 scuole di Roma. Un fiore all'occhiello per cuori semplici e radicalchic, ma decisamente non proprio una priorità per chi magari è costretto ad aspettare in strade senza lampioni e marciapedi non meno di 40 minuti un autobus.
La sindaca Raggi così ha commentato: "Siamo stati a palazzo Chigi dal premier Gentiloni per sottoscrivere questa convenzione sul bando delle periferie. Inizia ora un percorso che facciamo insieme e che mira a restituire alle periferie un ruolo centrale. Marginalità e abbandono sono ormai concetti residuali: il nostro obiettivo è quello di far rinascere tutte le periferie".
Che la marginalità e l'abbandono siano concetti residuali andrebbe dimostrato con fatti sostanziali e scelte innovative, cosa tutt'altro che leggibile da quanto al momento si può vedere nel provvedimento del governo sulle periferie. Una valutazione disincantata ci farebbe dire in gergo politicamente corretto che "la montagna ha partorito un topolino", in un gergo più adatto per capirsi bene... è una presa per il culo!
Fonte
Tra i firmatari di questa intesa figurano i sindaci di Roma, Virginia Raggi, i sindaci di Napoli Luigi de Magistris e di Messina Renato Accorinti, quelli delle Città metropolitane di Bari Antonio Decaro, e di Firenze Dario Nardella.
Il premier Gentiloni ha annunciato trionfante che "Oggi si materializza un impegno da 500 milioni per i 24 progetti migliori classificati per le periferie. L'impegno riguarda in tutto 120 interventi, quindi altri 95 rispetto a quelli di oggi: le disponibilità economiche ci sono, il Cipe ha stanziato altri 800 milioni dei 1,6 miliardi che servono, gli altri 800 milioni fanno parte del fondo per le infrastrutture. E ai 2,1 miliardi saranno aggiunti fondi pubblici e privati per un totale di circa 3,9 miliardi. Uno stanziamento molto rilevante".
Tra i progetti finanziati c’è quello di abbattimento delle 'Vele' di Scampia."Ci sarà l'abbattimento delle vele, la prima all'inizio dell'estate di quest'anno", ha affermato il sindaco De Magistris, aggiungendo che delle quattro vele di Secondiagliano è previsto che ne resti in piedi solo una che diventerà la sede della Città metropolitana di Napoli.
Le città che hanno firmato oggi le convenzioni sono: le Città metropolitane di Bari, Firenze, Milano, Bologna e i Comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana di Avellino, Lecce, Vicenza, Bergamo, Modena, Torino, Grosseto, Mantova, Brescia, Andria, Latina, Genova, Oristano, Napoli, Ascoli Piceno, Salerno, Messina, Prato, Roma.
Per la Capitale sono previsti per ora solo diciotto milioni per le periferie, esattamente quanti ne sono stati stanziati per il Comune di Lecce che ha 94.956 abitanti, praticamente un decimo di quelli delle periferie romane.
Il provvedimento del governo prevede la riqualificazione dell'edificio Ex Gil di Ostia. Tre interventi a Corviale, uno a San Basilio, in piazza San Cleto ed un progetto di promozione per la Mobilità dolce nelle scuole. Sono questi i progetti per le periferie, finanziati con 18 milioni, contenuti nell'accordo sottoscritto ieri a palazzo Chigi dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi. In particolare per la riqualificazione dell'Ex Gil a Ostia andranno 13 milioni. Due e mezzo andranno a Corviale. 787.500 euro andranno a San Basilio. Infine 1,5 milioni per la promozione del pedibus e del 'bike to school' in 15 scuole di Roma. Un fiore all'occhiello per cuori semplici e radicalchic, ma decisamente non proprio una priorità per chi magari è costretto ad aspettare in strade senza lampioni e marciapedi non meno di 40 minuti un autobus.
La sindaca Raggi così ha commentato: "Siamo stati a palazzo Chigi dal premier Gentiloni per sottoscrivere questa convenzione sul bando delle periferie. Inizia ora un percorso che facciamo insieme e che mira a restituire alle periferie un ruolo centrale. Marginalità e abbandono sono ormai concetti residuali: il nostro obiettivo è quello di far rinascere tutte le periferie".
Che la marginalità e l'abbandono siano concetti residuali andrebbe dimostrato con fatti sostanziali e scelte innovative, cosa tutt'altro che leggibile da quanto al momento si può vedere nel provvedimento del governo sulle periferie. Una valutazione disincantata ci farebbe dire in gergo politicamente corretto che "la montagna ha partorito un topolino", in un gergo più adatto per capirsi bene... è una presa per il culo!
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26/02/2017
Roma. Sullo Stadio la giunta non si è “schiodata” dall’urbanistica contrattata. La partita non è chiusa
Dopo l’accordo raggiunto venerdi sera tra Giunta Raggi, costruttori e
AS Roma, il consiglio comunale di Roma adesso dovrà votare in aula una
nuova delibera sullo Stadio che di fatto sostituirà la precedente
delibera approvata dell’amministrazione Marino. Ma la battaglia sullo
Stadio potrebbe ancora spegnere il sorriso sul volto della sindaca
Raggi, dei palazzinari e degli amministratori dell’AS Roma.
Il via libera al documento, che dovrà essere elaborato dagli uffici competenti, potrebbe arrivare entro un mese, sempre che sulla sua strada non emergano – come sembra – ostacoli legislativi e amministrativi all’approvazione all’edificazione dello Stadio per la Roma e altre cubature a Tor di Valle.
Nel nuovo progetto viene affermato che ci sarà il taglio del 50% complessivo della cubature (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) e un potenziamento dell’ecosostenibilità. Le opere pubbliche previste (anch’esse colpite da una revisione “compensativa” al ribasso) saranno realizzate in due fasi. Permane invece il problema delle cubature. La metà di 1.100mila metri cubi resta sempre 550mila metri cubi rispetto ad un Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà). Quindi si costruirà poco meno di quei 600mila che erano la previsione iniziale, prima che il costruttore Parnasi e il presidente della AS Roma Pallotta rilanciassero in alto alla luce della disponibilità registrata dall’allora Giunta Marino. Questa divaricazione tra Piano Regolatore e cubature concesse – anche nell’accordo raggiunto venerdì sera – non è irrilevante sulla aderenza della nuova delibera alle leggi.
“Tagliuzzando spazi tra un piano e l’altro, abbassando di qualche metro l’altezza fissata a 200 metri, cucendo e scucendo metri tra corridoi e pianerottoli, la giunta Raggi, ha scelto non di rigettare quel progetto, ma di cucinare con i resti” commentava l’urbanista Antonello Sotgia, “Sembra essere riuscita a mettere insieme quella manciata di superficie che consente adesso di affermare a Luigi Di Maio: «È tutta un’altra cosa, siamo di fronte ad un progetto sostenibile e rispettoso dei valori del Movimento 5 Stelle». In pratica, diciamo noi, si è rimasti inchiodati “all’urbanistica contrattata”.
Come scrisse alcuni anni fa un veterano dell’urbanistica, Edoardo Salzano, ad un certo punto nelle decisioni sulle città sono cambiate le regole del gioco e sono state consegnate in mano agli interessi dei costruttori privati: “La pianificazione espressiva d’una autorità pubblica, quindi rivolta a regolare a priori (secondo un piano, un disegno, un sistema di regole) l’attività degli operatori privati, è stata definita “urbanistica regolativa” e ad essa si è opposta la “urbanistica concertata”, o – più esplicitamente – “urbanistica contrattata”.
Chi decide quindi che cosa serve o cosa non serve ad una città? E’ ancora Salzano a spiegarlo riferendosi all’urbanistica contrattata: “Essa perciò si manifesta ogni volta che l'iniziativa delle decisioni sull'assetto del territorio non viene presa per l'autonoma determinazione degli enti che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, o addirittura sulla base delle proposte di chi detiene il possesso di consistenti beni immobiliari. Quando insomma chi ha iniziativa è la proprietà, e non il Comune”. E' esattamente lo scenario a cui abbiamo assistito a Roma sulla vicenda dello Stadio e della cementicazione a Tor di Valle, dunque nessuna discontinuità rispetto al passato.
C’è poi il problema del taglio delle opere pubbliche previste dal progetto e ridotte nell’accordo siglato venerdi. Nell’accordo si afferma che in una prima fase ci sarà il potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima. Nella seconda fase invece ci sarebbe il ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, che saranno realizzate successivamente. Dovrebbe decadere invece il prolungamento della metro B e alcuni interventi nel quartiere della Magliana giudicati non pertinenti allo stadio. Nel nuovo progetto ci sono poi altre zone d’ombra. Potrebbe essere conservata una parte dell’ex ippodromo, per adempiere alle sollecitazioni della Soprintendenza del Ministero dei Beni Culturali. Ma, in sede di conferenza dei servizi, si dovrà tenere conto dell’iter del vincolo sull’Ippodromo di Tor di Valle avviato dalla Soprintendenza. Per questo motivo Parnasi e l’AS Roma (e la cordata finanziaria di Pallotta) dovrebbero chiedere un’ulteriore proroga di un mese della conferenza dei servizi, la cui scadenza veniva indicata per il prossimo 3 marzo.
Infine ci sono le opposizioni al progetto, riconfermate dai comitati che in questi anni si sono battuti contro la cementificazione a Tor di Valle, ma anche dentro al M5S capitolino. Sull’accordo con costruttori la sindaca Raggi venerdì ha chiesto un pronunciamento ai consiglieri e qui si sono registrate posizioni piuttosto articolate: due sono andati via dalla riunione, tre hanno votato contro, uno si è astenuto. Tra i consiglieri assenti dalla riunione, risulta che almeno due siano contrari al progetto. In pratica almeno 7-8 consiglieri si sono opposti. Il M5S ha 29 consiglieri comunali e la maggioranza in Assemblea Capitolina ha bisogno di raggiungere quota 25. Rimanendo così le cose, significa che il sindaca Raggi – per fare la nuova delibera su Tor di Valle – potrebbe trovarsi ad aver bisogno dei voti delle opposizioni, in particolare del Pd.
L'accordo per realizzare lo stadio per la Roma a Tor di Valle, con una svolta a sorpresa rivendicata come un grande successo dalla sindaca M5S, ha sdoganato la giunta (e lo stesso M5S) agli occhi dei poteri forti come un interlocutore credibile.
Siamo in presenza di un salto di qualità che avrà ripercussioni anche sul piano nazionale, aprendo la finestra al M5S di Grillo come una forza politica con cui i gruppi finanziari e le imprese possono interloquire di fronte allo sfaldamento dei partiti fino ad oggi riconosciuti come interlocutori privilegiati (Pd e Forza Italia). Insomma la conventio ad excludendum contro il M5S, dopo quello che si è visto a Roma, potrà essere rivista radicalmente aprendo la strada ad un rapporto con una forza che si è dimostrata “di governo” e non una minaccia “populista” verso gli interessi dei poteri forti. Una forza capace di mediazione tra interessi diversi, in pratica quello che era venuto a mancare con gli strappi di Renzi e la scissione del Pd. Un cambiamento niente affatto irrilevante sulle ragioni sociali (o ameno sulle aspettative create) del M5S, ma niente affatto una sorpresa sulla natura e la composizione sociale del movimento. Lo scossone sulla "politica" nei prossimi mesi non riguarderà solo la scissione del Pd o le divisioni nella destra.
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Il via libera al documento, che dovrà essere elaborato dagli uffici competenti, potrebbe arrivare entro un mese, sempre che sulla sua strada non emergano – come sembra – ostacoli legislativi e amministrativi all’approvazione all’edificazione dello Stadio per la Roma e altre cubature a Tor di Valle.
Nel nuovo progetto viene affermato che ci sarà il taglio del 50% complessivo della cubature (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) e un potenziamento dell’ecosostenibilità. Le opere pubbliche previste (anch’esse colpite da una revisione “compensativa” al ribasso) saranno realizzate in due fasi. Permane invece il problema delle cubature. La metà di 1.100mila metri cubi resta sempre 550mila metri cubi rispetto ad un Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà). Quindi si costruirà poco meno di quei 600mila che erano la previsione iniziale, prima che il costruttore Parnasi e il presidente della AS Roma Pallotta rilanciassero in alto alla luce della disponibilità registrata dall’allora Giunta Marino. Questa divaricazione tra Piano Regolatore e cubature concesse – anche nell’accordo raggiunto venerdì sera – non è irrilevante sulla aderenza della nuova delibera alle leggi.
“Tagliuzzando spazi tra un piano e l’altro, abbassando di qualche metro l’altezza fissata a 200 metri, cucendo e scucendo metri tra corridoi e pianerottoli, la giunta Raggi, ha scelto non di rigettare quel progetto, ma di cucinare con i resti” commentava l’urbanista Antonello Sotgia, “Sembra essere riuscita a mettere insieme quella manciata di superficie che consente adesso di affermare a Luigi Di Maio: «È tutta un’altra cosa, siamo di fronte ad un progetto sostenibile e rispettoso dei valori del Movimento 5 Stelle». In pratica, diciamo noi, si è rimasti inchiodati “all’urbanistica contrattata”.
Come scrisse alcuni anni fa un veterano dell’urbanistica, Edoardo Salzano, ad un certo punto nelle decisioni sulle città sono cambiate le regole del gioco e sono state consegnate in mano agli interessi dei costruttori privati: “La pianificazione espressiva d’una autorità pubblica, quindi rivolta a regolare a priori (secondo un piano, un disegno, un sistema di regole) l’attività degli operatori privati, è stata definita “urbanistica regolativa” e ad essa si è opposta la “urbanistica concertata”, o – più esplicitamente – “urbanistica contrattata”.
Chi decide quindi che cosa serve o cosa non serve ad una città? E’ ancora Salzano a spiegarlo riferendosi all’urbanistica contrattata: “Essa perciò si manifesta ogni volta che l'iniziativa delle decisioni sull'assetto del territorio non viene presa per l'autonoma determinazione degli enti che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, o addirittura sulla base delle proposte di chi detiene il possesso di consistenti beni immobiliari. Quando insomma chi ha iniziativa è la proprietà, e non il Comune”. E' esattamente lo scenario a cui abbiamo assistito a Roma sulla vicenda dello Stadio e della cementicazione a Tor di Valle, dunque nessuna discontinuità rispetto al passato.
C’è poi il problema del taglio delle opere pubbliche previste dal progetto e ridotte nell’accordo siglato venerdi. Nell’accordo si afferma che in una prima fase ci sarà il potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima. Nella seconda fase invece ci sarebbe il ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, che saranno realizzate successivamente. Dovrebbe decadere invece il prolungamento della metro B e alcuni interventi nel quartiere della Magliana giudicati non pertinenti allo stadio. Nel nuovo progetto ci sono poi altre zone d’ombra. Potrebbe essere conservata una parte dell’ex ippodromo, per adempiere alle sollecitazioni della Soprintendenza del Ministero dei Beni Culturali. Ma, in sede di conferenza dei servizi, si dovrà tenere conto dell’iter del vincolo sull’Ippodromo di Tor di Valle avviato dalla Soprintendenza. Per questo motivo Parnasi e l’AS Roma (e la cordata finanziaria di Pallotta) dovrebbero chiedere un’ulteriore proroga di un mese della conferenza dei servizi, la cui scadenza veniva indicata per il prossimo 3 marzo.
Infine ci sono le opposizioni al progetto, riconfermate dai comitati che in questi anni si sono battuti contro la cementificazione a Tor di Valle, ma anche dentro al M5S capitolino. Sull’accordo con costruttori la sindaca Raggi venerdì ha chiesto un pronunciamento ai consiglieri e qui si sono registrate posizioni piuttosto articolate: due sono andati via dalla riunione, tre hanno votato contro, uno si è astenuto. Tra i consiglieri assenti dalla riunione, risulta che almeno due siano contrari al progetto. In pratica almeno 7-8 consiglieri si sono opposti. Il M5S ha 29 consiglieri comunali e la maggioranza in Assemblea Capitolina ha bisogno di raggiungere quota 25. Rimanendo così le cose, significa che il sindaca Raggi – per fare la nuova delibera su Tor di Valle – potrebbe trovarsi ad aver bisogno dei voti delle opposizioni, in particolare del Pd.
L'accordo per realizzare lo stadio per la Roma a Tor di Valle, con una svolta a sorpresa rivendicata come un grande successo dalla sindaca M5S, ha sdoganato la giunta (e lo stesso M5S) agli occhi dei poteri forti come un interlocutore credibile.
Siamo in presenza di un salto di qualità che avrà ripercussioni anche sul piano nazionale, aprendo la finestra al M5S di Grillo come una forza politica con cui i gruppi finanziari e le imprese possono interloquire di fronte allo sfaldamento dei partiti fino ad oggi riconosciuti come interlocutori privilegiati (Pd e Forza Italia). Insomma la conventio ad excludendum contro il M5S, dopo quello che si è visto a Roma, potrà essere rivista radicalmente aprendo la strada ad un rapporto con una forza che si è dimostrata “di governo” e non una minaccia “populista” verso gli interessi dei poteri forti. Una forza capace di mediazione tra interessi diversi, in pratica quello che era venuto a mancare con gli strappi di Renzi e la scissione del Pd. Un cambiamento niente affatto irrilevante sulle ragioni sociali (o ameno sulle aspettative create) del M5S, ma niente affatto una sorpresa sulla natura e la composizione sociale del movimento. Lo scossone sulla "politica" nei prossimi mesi non riguarderà solo la scissione del Pd o le divisioni nella destra.
Fonte
25/02/2017
Tor di Valle e la mandrakata di Parnasi
Mentre le sorti dello stadio della Roma, anzi, di Pallotta, e del
relativo business park da 800mila e rotti metri cubi di cemento sono
ancora avvolti nella nebbia, di una cosa possiamo essere certi:
l’ufficio marketing di Pallotta e Parnasi non teme rivali. Bisogna
ammetterlo: sono bravissimi! Tanto di cappello di fronte a chi avrebbe
fatto apparire il Minculpop come un’accolita di dilettanti allo
sbaraglio. Nel giro di pochi mesi sono infatti riusciti ad arruolare una
fetta importante della tifoseria giallorossa, e a trasformarla in un
formidabile strumento di pressione politica.
Un’arma capace di aprire falle e contraddizioni perfino nel Movimento Cinque Stelle, che pure si era presentato alle elezioni, vincendole, con un programma esplicitamente contrario alla speculazione di Tor di Valle. Parliamo di migliaia di pasdaran della Eurnova, infervorati dagli hashtag di allenatore e giocatori, che da settimane sciamano sui social ingolfando di insulti i profili di chiunque venga indicato dai media come un ostacolo al progetto “che risolleverebbe le sorti di Roma e della Roma” (leggi). Prima era toccato a Berdini, poi alla Lombardi, quindi è stata la volta della sopraintendente Margherita Eichberg (rea di voler apporre il vincolo dei Beni Culturali alle tribune dell’ex Ippodromo), e ieri è stato il turno di Virginia Raggi, contro cui si sono alzati i cori dell’Olimpico. E, proprio sulla questione dell’ex ippodromo e del suo degrado, si è raggiunta quella che per il momento rappresenta l’apoteosi della propaganda di Pallotta & Parnasi. In questi giorni chiunque si sia interessato alla questione si sarà certamente imbattuto in migliaia di immagini e video che testimoniano l’abbandono in cui versa l’area. Fotomontaggi ironici in cui imperversano cumuli di immondizia, scocche di motorini, lavatrici, calcinacci e chi più ne ha più ne metta. Un tam tam partito dalla rete e che è stato prontamente ripreso e amplificato dai media mainstream con tanto di video (vedi) e servizi scandalizzati sulle maggiori testate giornalistiche. Di fronte a quella che viene ormai descritta come una discarica a cielo aperto, il nocciolo del ragionamento che anima questo moto di indignazione collettiva lo esprime sinteticamente sul Corriere della Sera (22/2/2017) un giornalista embedded come Luca Valdiserri: “Il progetto Parnasi/Pallotta sarà un ecomostro, come dicono gli ambientalisti, ma può peggiorare questa situazione?”
Eh già! Di fronte a questo schifo non sarebbero meglio le torri sbilenche di Daniel Libeskind? Del resto i due benefattori hanno promesso che faranno anche un bel parco attrezzato, e pure le opere di pubblica utilità, ma che volete di più? Un ragionamento, apparentemente di buon senso, che però affonda le sue radici in un pregiudizio neoliberista ormai radicato in ognuno di noi. Un riflesso pavloviano che ci induce ad associare immediatamente il degrado, l’incuria e l’abbandono a tutto ciò che è pubblico. Mentre, per contro, il privato sarebbe sinonimo di pulizia, ordine ed efficienza. A Tor di Valle questo ragionamento si scontra però con un’evidenza grossa come una casa, anzi, grossa come il 92% dell’area su cui dovrebbero sorgere lo Stadio e il Business Park. A tanto ammonta, infatti, la quota di terreni privati. Avete letto bene: privati, non pubblici! Nello specifico circa il 50% dell’area appartiene allo stesso Parnasi (546.965 mq comprati qualche anno fa a 77 euro/mq, per un totale di 42 milioni di euro), il 42% ad altri privati (circa 372.000 mq di cui il 98% appartenenti a due società facenti capo alla Holding Armellini) e solo l’8% dei terreni sono di proprietà pubblica (di cui 64mila mq occupati dalla Via del Mare). E del resto, come scrive il succitato Valdiserri, senza neanche accorgersi dell’incongruenza: “I giornalisti sono potuti entrare perché la società che cura la comunicazione dei proponenti dello stadio ha organizzato un tour dell’impianto”.
Ovvero: i proprietari dell’area hanno convocato i giornalisti, li hanno portati a vedere come gestiscono “di merda” il posto che hanno comprato per due spicci, scaricando poi magicamente le responsabilità sul Comune. Ricapitolando, Parnasi compra un terreno, lo lascia per anni in stato di abbandono e poi usa il degrado come pretesto per edificare. E tutti dietro a dirgli che ha ragione e che non si può fare altrimenti. Non c’è che dire... ‘na mandrakata
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Un’arma capace di aprire falle e contraddizioni perfino nel Movimento Cinque Stelle, che pure si era presentato alle elezioni, vincendole, con un programma esplicitamente contrario alla speculazione di Tor di Valle. Parliamo di migliaia di pasdaran della Eurnova, infervorati dagli hashtag di allenatore e giocatori, che da settimane sciamano sui social ingolfando di insulti i profili di chiunque venga indicato dai media come un ostacolo al progetto “che risolleverebbe le sorti di Roma e della Roma” (leggi). Prima era toccato a Berdini, poi alla Lombardi, quindi è stata la volta della sopraintendente Margherita Eichberg (rea di voler apporre il vincolo dei Beni Culturali alle tribune dell’ex Ippodromo), e ieri è stato il turno di Virginia Raggi, contro cui si sono alzati i cori dell’Olimpico. E, proprio sulla questione dell’ex ippodromo e del suo degrado, si è raggiunta quella che per il momento rappresenta l’apoteosi della propaganda di Pallotta & Parnasi. In questi giorni chiunque si sia interessato alla questione si sarà certamente imbattuto in migliaia di immagini e video che testimoniano l’abbandono in cui versa l’area. Fotomontaggi ironici in cui imperversano cumuli di immondizia, scocche di motorini, lavatrici, calcinacci e chi più ne ha più ne metta. Un tam tam partito dalla rete e che è stato prontamente ripreso e amplificato dai media mainstream con tanto di video (vedi) e servizi scandalizzati sulle maggiori testate giornalistiche. Di fronte a quella che viene ormai descritta come una discarica a cielo aperto, il nocciolo del ragionamento che anima questo moto di indignazione collettiva lo esprime sinteticamente sul Corriere della Sera (22/2/2017) un giornalista embedded come Luca Valdiserri: “Il progetto Parnasi/Pallotta sarà un ecomostro, come dicono gli ambientalisti, ma può peggiorare questa situazione?”
Eh già! Di fronte a questo schifo non sarebbero meglio le torri sbilenche di Daniel Libeskind? Del resto i due benefattori hanno promesso che faranno anche un bel parco attrezzato, e pure le opere di pubblica utilità, ma che volete di più? Un ragionamento, apparentemente di buon senso, che però affonda le sue radici in un pregiudizio neoliberista ormai radicato in ognuno di noi. Un riflesso pavloviano che ci induce ad associare immediatamente il degrado, l’incuria e l’abbandono a tutto ciò che è pubblico. Mentre, per contro, il privato sarebbe sinonimo di pulizia, ordine ed efficienza. A Tor di Valle questo ragionamento si scontra però con un’evidenza grossa come una casa, anzi, grossa come il 92% dell’area su cui dovrebbero sorgere lo Stadio e il Business Park. A tanto ammonta, infatti, la quota di terreni privati. Avete letto bene: privati, non pubblici! Nello specifico circa il 50% dell’area appartiene allo stesso Parnasi (546.965 mq comprati qualche anno fa a 77 euro/mq, per un totale di 42 milioni di euro), il 42% ad altri privati (circa 372.000 mq di cui il 98% appartenenti a due società facenti capo alla Holding Armellini) e solo l’8% dei terreni sono di proprietà pubblica (di cui 64mila mq occupati dalla Via del Mare). E del resto, come scrive il succitato Valdiserri, senza neanche accorgersi dell’incongruenza: “I giornalisti sono potuti entrare perché la società che cura la comunicazione dei proponenti dello stadio ha organizzato un tour dell’impianto”.
Ovvero: i proprietari dell’area hanno convocato i giornalisti, li hanno portati a vedere come gestiscono “di merda” il posto che hanno comprato per due spicci, scaricando poi magicamente le responsabilità sul Comune. Ricapitolando, Parnasi compra un terreno, lo lascia per anni in stato di abbandono e poi usa il degrado come pretesto per edificare. E tutti dietro a dirgli che ha ragione e che non si può fare altrimenti. Non c’è che dire... ‘na mandrakata
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23/02/2017
Roma. Sullo Stadio i consiglieri M5S “inchiodano” Grillo e costruttori
Sulla vicenda Stadio per la Roma, alla fine lo stesso Beppe Grillo ha dovuto prendere atto della contrarietà dei consiglieri capitolini M5S al progetto di cementificazione di Tor di Valle messo in piedi dal costruttore Parnasi e dell'affarista statunitense Pallotta. In città le iniziative di protesta contro "la più grande speculazione urbanistica degli ultimi trenta anni" erano cresciute sia nel territorio sia con il pressing verso il consiglio comunale.
Al termine di riunione urgente richiesta dai consiglieri comunali, ieri Grillo ha rilasciato una dichiarazione ai giornalisti che somiglia molto ad uno stop alla cementificazione intorno allo Stadio. "Abbiamo parlato con i consiglieri. Nessuno è contrario. Se c'è una leggera discussione è sulla collocazione, sulla zona. Lì c'è un rischio idrogeologico, dunque c'è una discussione su dove farlo. Decideranno giunta e sindaco. Nessuno dice di 'no', diciamo di "sì ma in una parte che non sia quella".
Una dichiarazione che suscita le ire del businessmen James Pallotta, presidente dell'As Roma che tramite twitter manda a dire: "Ci aspettiamo un esito decisamente positivo dall'incontro in programma venerdì. In caso contrario, sarebbe una catastrofe per il futuro dell'AS Roma, del calcio italiano, della città di Roma e francamente per i futuri investimenti in Italia".
La decisione su Stadio/cementificazione a Tor di Valle verrà presa entro il 3 marzo quando è prevista la conferenza dei servizi. La sindaca Raggi dovrebbe dichiarare qualcosa nelle prossime ore. Domani, venerdì, dovrebbe esserci il nuovo incontro tra l'amministrazione e i costruttori dopo quello saltato ieri. I consiglieri comunali del M5S stanno aspettando il parere dell'avvocatura sulla possibilità che la delibera votata dalla giunta Marino – che dichiarava l'operazione Stadio come interesse pubblico – possa essere ritenuta illegittima.
Se così fosse, si procederebbe alla sospensione della stessa delibera e all'azzeramento del progetto sull’area di Tor di Valle. Al momento viene esclusa la possibilità di votare una nuova delibera che annulli quella precedente per il timore di un causa da parte dei costruttori e penali salate (curioso però che delle penali che i costruttori della Metro C devono pagare al Comune ancora non ci sia contezza, ndr). Si affaccia su questo una soluzione alternativa cioè la costruzione dello Stadio in un’altra zona della città e su un terreno già di proprietà comunale oppure una ulteriore riduzione delle cubature extra-stadio previste dal progetto originario.
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Al termine di riunione urgente richiesta dai consiglieri comunali, ieri Grillo ha rilasciato una dichiarazione ai giornalisti che somiglia molto ad uno stop alla cementificazione intorno allo Stadio. "Abbiamo parlato con i consiglieri. Nessuno è contrario. Se c'è una leggera discussione è sulla collocazione, sulla zona. Lì c'è un rischio idrogeologico, dunque c'è una discussione su dove farlo. Decideranno giunta e sindaco. Nessuno dice di 'no', diciamo di "sì ma in una parte che non sia quella".
Una dichiarazione che suscita le ire del businessmen James Pallotta, presidente dell'As Roma che tramite twitter manda a dire: "Ci aspettiamo un esito decisamente positivo dall'incontro in programma venerdì. In caso contrario, sarebbe una catastrofe per il futuro dell'AS Roma, del calcio italiano, della città di Roma e francamente per i futuri investimenti in Italia".
La decisione su Stadio/cementificazione a Tor di Valle verrà presa entro il 3 marzo quando è prevista la conferenza dei servizi. La sindaca Raggi dovrebbe dichiarare qualcosa nelle prossime ore. Domani, venerdì, dovrebbe esserci il nuovo incontro tra l'amministrazione e i costruttori dopo quello saltato ieri. I consiglieri comunali del M5S stanno aspettando il parere dell'avvocatura sulla possibilità che la delibera votata dalla giunta Marino – che dichiarava l'operazione Stadio come interesse pubblico – possa essere ritenuta illegittima.
Se così fosse, si procederebbe alla sospensione della stessa delibera e all'azzeramento del progetto sull’area di Tor di Valle. Al momento viene esclusa la possibilità di votare una nuova delibera che annulli quella precedente per il timore di un causa da parte dei costruttori e penali salate (curioso però che delle penali che i costruttori della Metro C devono pagare al Comune ancora non ci sia contezza, ndr). Si affaccia su questo una soluzione alternativa cioè la costruzione dello Stadio in un’altra zona della città e su un terreno già di proprietà comunale oppure una ulteriore riduzione delle cubature extra-stadio previste dal progetto originario.
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20/02/2017
La narrazione tossica sullo Stadio occulta disgregazione sociale e tracollo delle periferie
La giunta Raggi dice sì all’urbanistica del mattone finanziario. Non costruisce solo uno stadio. Di fatto mette in pulito, facendole diventare regole e norme, quello che i padroni della città hanno deciso di compiere. Non è una questione di assessori e di assessori dimissionari. A Roma si gioca intorno quell’ansa del Tevere la grande partita della rendita. Dovremo davvero accettare queste norme? Andiamo a vederle.
Da ieri Roma ha nuove regole urbanistiche. Da ieri sappiamo che scelte di piano e norme non servono a nulla. L’occasione è, naturalmente, rappresentata dallo stadio di Tor Pallotta (copyright affettuoso di uno speaker di Radiosport, la radio dei tifosi giallorossi).
A comunicare l’avvenuto “Ok. Si costruisca” è stato il vicesindaco Luca Bergamo che, per ribadire come si stesse facendo sul serio, ha ringraziato “la Roma per aver risposto alle sollecitazioni dell’Amministrazione capitolina”. Il direttore generale della società, a sua volta, si è detto sicuro dell’apprezzamento del lavoro fatto da parte della Roma. Fin qui cortesie fra ospiti. Seguiranno tavoli tecnici per mettere a posto le carte. Come si è sempre fatto una volta raggiunto l’accordo politico.
Ancora una volta attraverso riunioni rigidamente blindate che allontanano per sempre il feticcio dello streaming. Senza nessuna spiegazione da parte di chi, solo pochi mesi prima, aveva detto no a quest’avventura edilizia, sul nuovo corso urbanistico.
Tutto nascosto a tagliare un po’ di cubature, a togliere (poco), levare (nulla), a ridurre piani, a stringere tribune, stando ben attenti a non superare la percentuale di sconto che applica Amazon nelle sue vendite. Con un’aggiunta: ora quegli edifici avranno una certificazione “green” facendo immediatamente pensare che la versione precedente ne fosse del tutto priva.
Quelle che accompagnano i disegni dei Piani Regolatori si chiamano Norme Tecniche di Attuazione.
Queste quelle riscritte approvando il progetto dello stadio.
1) Il Piano Regolatore Generale del Comune di Roma disciplina le attività di trasformazione fisica e funzionale del proprio territorio, purché siano esclusivamente promosse da imprenditori con l’intento di perseguire il risanamento economico dei propri bilanci “decotti” facendone pagare il peso alla comunità.
2) Le modalità d’intervento prevedono che, preliminarmente, il proponente l’intervento proceda ad un’attività di scouting per la raccolta di possibili aree dove localizzare quello che vuole realizzare. È necessario che i risultati della consultazione siano ignorati, segretati i partecipanti alla selezione e le aree da loro proposte mai comunicati alla città. È fatto obbligo che, a scegliere il sito finale, sia il proponente esclusivamente secondo le proprie convenienze economiche.
3) L’area prescelta deve essere stata opzionata in precedenza alla notizia dell’insediamento. Questo al fine di strappare il prezzo di acquisto più conveniente e farla poi coincidere con quella della scelta finale, che deve essere compiuta senza nessun riferimento alla città, alla sua storia, alla sua condizione ambientale, ma esclusivamente alla possibilità di produrre la maggiore rendita fondiaria possibile.
4) Non si deve rispettare la zonizzazione esistente e i pesi insediativi previsti. Questi devono essere gonfiati fino a concorrere alla sostenibilità economica (rendita) che il proponente decide, da solo, che dovrà avere.
5) Il Permesso di costruire è subordinato all’approvazione di un piano finanziario in cui il sistema bancario possa rientrare dei crediti in sofferenza, purché essi siano stati prodotti da chi si è impegnato nel tempo, e attraverso continui passaggi di generazioni familiari, a distruggere l’abitare e intenda continuare a farlo.
6) È necessario che al progetto sia assicurata una campagna promozionale che veda coinvolti personaggi dello spettacolo, comprensivi di allenatori di calcio, che giurino, anche promuovendo hashtag, rigidamente in dialetto locale, sulla necessità dell’iniziativa.
7) L’autorizzazione finale per intervenire, dovrà essere concordata esclusivamente in incontri politici e non tecnici. Questi ultimi saranno chiamati a ratificare, disegnando sulle carte, quanto deciso.
8) I costi dell’operazione dovranno essere valutati esclusivamente raccontando della futura ricaduta occupazionale e tralasciando la conta di quelli a carico dell’Amministrazione.
9) La narrazione tossica sullo stadio ed opere similari dovrà essere continuamente alimentata, al fine di non affrontare il tema complessivo dell’abitare, della disgregazione urbana della città, del tracollo delle periferie.
10) L’urbanistica intesa come disciplina è dichiarata ufficialmente morta. Dovrà essere sostituita dalla Rigenerazione Urbana. Una parola che sembra fatta apposta per assicurare di poter continuare a fare quello che si vuole. A condannare chi la città abita ad essere legato al debito perenne, a vedersi rubare il futuro, a esser espropriato della propria vita.
Fin qui le nuove regole che, come tutti i piani, hanno una “Norma Transitoria”
1) A noi che odiamo chi costruisce muri, ovunque siano eretti, chi trascina giù il cielo in quelle gabbie di cemento in cui si illudono di poterci tenere rinchiusi, ad alimentare la loro voracità economica, spetta il compito di abbattere quei recinti. Davvero troppo esili a contenere la nostra ribellione.
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Da ieri Roma ha nuove regole urbanistiche. Da ieri sappiamo che scelte di piano e norme non servono a nulla. L’occasione è, naturalmente, rappresentata dallo stadio di Tor Pallotta (copyright affettuoso di uno speaker di Radiosport, la radio dei tifosi giallorossi).
A comunicare l’avvenuto “Ok. Si costruisca” è stato il vicesindaco Luca Bergamo che, per ribadire come si stesse facendo sul serio, ha ringraziato “la Roma per aver risposto alle sollecitazioni dell’Amministrazione capitolina”. Il direttore generale della società, a sua volta, si è detto sicuro dell’apprezzamento del lavoro fatto da parte della Roma. Fin qui cortesie fra ospiti. Seguiranno tavoli tecnici per mettere a posto le carte. Come si è sempre fatto una volta raggiunto l’accordo politico.
Ancora una volta attraverso riunioni rigidamente blindate che allontanano per sempre il feticcio dello streaming. Senza nessuna spiegazione da parte di chi, solo pochi mesi prima, aveva detto no a quest’avventura edilizia, sul nuovo corso urbanistico.
Tutto nascosto a tagliare un po’ di cubature, a togliere (poco), levare (nulla), a ridurre piani, a stringere tribune, stando ben attenti a non superare la percentuale di sconto che applica Amazon nelle sue vendite. Con un’aggiunta: ora quegli edifici avranno una certificazione “green” facendo immediatamente pensare che la versione precedente ne fosse del tutto priva.
Quelle che accompagnano i disegni dei Piani Regolatori si chiamano Norme Tecniche di Attuazione.
Queste quelle riscritte approvando il progetto dello stadio.
1) Il Piano Regolatore Generale del Comune di Roma disciplina le attività di trasformazione fisica e funzionale del proprio territorio, purché siano esclusivamente promosse da imprenditori con l’intento di perseguire il risanamento economico dei propri bilanci “decotti” facendone pagare il peso alla comunità.
2) Le modalità d’intervento prevedono che, preliminarmente, il proponente l’intervento proceda ad un’attività di scouting per la raccolta di possibili aree dove localizzare quello che vuole realizzare. È necessario che i risultati della consultazione siano ignorati, segretati i partecipanti alla selezione e le aree da loro proposte mai comunicati alla città. È fatto obbligo che, a scegliere il sito finale, sia il proponente esclusivamente secondo le proprie convenienze economiche.
3) L’area prescelta deve essere stata opzionata in precedenza alla notizia dell’insediamento. Questo al fine di strappare il prezzo di acquisto più conveniente e farla poi coincidere con quella della scelta finale, che deve essere compiuta senza nessun riferimento alla città, alla sua storia, alla sua condizione ambientale, ma esclusivamente alla possibilità di produrre la maggiore rendita fondiaria possibile.
4) Non si deve rispettare la zonizzazione esistente e i pesi insediativi previsti. Questi devono essere gonfiati fino a concorrere alla sostenibilità economica (rendita) che il proponente decide, da solo, che dovrà avere.
5) Il Permesso di costruire è subordinato all’approvazione di un piano finanziario in cui il sistema bancario possa rientrare dei crediti in sofferenza, purché essi siano stati prodotti da chi si è impegnato nel tempo, e attraverso continui passaggi di generazioni familiari, a distruggere l’abitare e intenda continuare a farlo.
6) È necessario che al progetto sia assicurata una campagna promozionale che veda coinvolti personaggi dello spettacolo, comprensivi di allenatori di calcio, che giurino, anche promuovendo hashtag, rigidamente in dialetto locale, sulla necessità dell’iniziativa.
7) L’autorizzazione finale per intervenire, dovrà essere concordata esclusivamente in incontri politici e non tecnici. Questi ultimi saranno chiamati a ratificare, disegnando sulle carte, quanto deciso.
8) I costi dell’operazione dovranno essere valutati esclusivamente raccontando della futura ricaduta occupazionale e tralasciando la conta di quelli a carico dell’Amministrazione.
9) La narrazione tossica sullo stadio ed opere similari dovrà essere continuamente alimentata, al fine di non affrontare il tema complessivo dell’abitare, della disgregazione urbana della città, del tracollo delle periferie.
10) L’urbanistica intesa come disciplina è dichiarata ufficialmente morta. Dovrà essere sostituita dalla Rigenerazione Urbana. Una parola che sembra fatta apposta per assicurare di poter continuare a fare quello che si vuole. A condannare chi la città abita ad essere legato al debito perenne, a vedersi rubare il futuro, a esser espropriato della propria vita.
Fin qui le nuove regole che, come tutti i piani, hanno una “Norma Transitoria”
1) A noi che odiamo chi costruisce muri, ovunque siano eretti, chi trascina giù il cielo in quelle gabbie di cemento in cui si illudono di poterci tenere rinchiusi, ad alimentare la loro voracità economica, spetta il compito di abbattere quei recinti. Davvero troppo esili a contenere la nostra ribellione.
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17/02/2017
Stadio Roma.”Questa è speculazione immobiliare e il M5S non può permetterlo”
Sulla vicenda della cementificazione a Tor di Valle con il pretesto dello Stadio, interviene la parlamentare del M5S Roberta Lombardi. Qui di seguito la sua nota diffusa pubblicamente:
"Un milione di metri cubi e uno stadio, un solo stadio. Grattacieli, business park, l'equivalente di oltre 200 palazzi in una zona disabitata da secoli. Sapete perché? Perché è a fortissimo rischio idrogeologico. Se non è questa una grande colata di cemento, allora cos'è?Fonte
Sono sempre stata schietta e ho sempre fatto della coerenza un valore imprescindibile. Non solo in politica, ma nella vita. E anche questa volta lo dico senza mezzi termini: questo non è un progetto per la realizzazione di uno stadio, questo è un piano di speculazione immobiliare che una società statunitense vuole portare avanti ad ogni costo in deroga al nostro piano regolatore, nell'esclusivo interesse di fare profitto sulle nostre spalle. E noi non possiamo permetterlo. Per anni i costruttori a Roma hanno fatto così: compravano terreni e poi si accomodavano le destinazioni, rendendole edificabili, grazie alla compiacenza della politica. Ebbene, il M5S questo non può permetterlo. Siamo arrivati al governo della Capitale garantendo che avremmo segnato un punto di discontinuità con il passato. Questo progetto, approvato dall'ex giunta Marino, non è realizzabile. Lo dico da romanista convinta, come sanno molti di voi, ma qui dobbiamo fare tutti uno sforzo in più e capire che si sta parlando della nostra città. Dove siamo cresciuti, dove continueremo a crescere e dove cresceremo i nostri figli. Questa è Roma e io non ci sto a vederla martoriata per soddisfare la volontà di qualche imprenditore. Bisogna annullare subito la delibera che stabilisce la pubblica utilità. Mi auguro che l'amministrazione capitolina faccia la scelta giusta e chieda al proponente di avanzare dunque un nuovo progetto che rispetti la legge e la Capitale".
15/02/2017
Roma. Gli affari tra Parnasi e Unicredit sulla pelle della città
Le cronache riferiscono di un incontro “positivo” tra il vicesindaco di Roma, Bergamo, il costruttore Parnasi, il direttore della A.S. Roma Baldissoni sul progetto “Stadio per la Roma a Tor di Valle”. Dall'incontro è stato tenuto fuori l'assessore competente Berdini che nella serata di ieri ha dato le sue dimissioni irrevocabili dalla giunta Raggi.
Alla fine dell'incontro tutti si sono detti soddisfatti, e qui occorre cominciare a preoccuparsi. Secondo le prime indiscrezioni, la più grossa speculazione urbanistica dal dopoguerra, quella su Tor di Valle appunto, avrebbe visto la cordata di costruttori e banche avanzare proposte di modifica interessanti rispetto al progetto originario di 900mila metri cubi di cementificazione.
Lo Stadio vedrebbe ridotti i posti a sedere da 60mila a 52.500, mentre il progetto complessivo di edifici scenderebbe a 650mila metri cubi (più del doppio di quanto previsto dal Piano regolatore). I tre grattacieli previsti dall'operazione perderanno alcuni piani, mentre il business park verrebbe ridotto del 20%. Il valore complessivo della speculazione urbanistica a Tor di Valle è di 1,7 miliardi. La parte del leone alla fine la farebbe Unicredit che ci vorrebbe fare il proprio centro direzionale ma sopratutto rientrare degli enormi crediti che vanta verso le società del costruttore Parnasi, vero e proprio deus ex machina dell'operazione e ormai primus inter pares tra i palazzinari romani dopo aver scalzato il vecchio boss Caltagirone.
Ma proprio i debiti di Parnasi sono il tallone di Achille dell'operazione e il motivo delle enormi pressioni esercitate prima sulla giunta Marino (che sbragò subito ai desiderata del costruttore) ed ora sulla giunta Raggi (che si appresta a fare altrettanto). Nel 2014, la giunta Marino varò la delibera che ritiene di “interesse pubblico” la speculazione urbanistica a Tor di Valle e lo stesso Marino da New York benedì l'operazione come “Un opera che farà parte della storia dell'architettura”.
L'assessore Berdini, che non ha brillato per furbizia o prudenza nelle relazioni con i giornalisti, ha motivato le sue dimissioni con ragioni inoppugnabili: “dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma”, ha dichiarato motivando le dimissioni.
Oggi su La Stampa, un altro ex assessore silurato dalla nuova giunta, Paola Muraro, afferma che “c'è all'opera un gruppo trasversale di affaristi dentro e fuori il Movimento (il M5Sm ndr). L'ho capito dall'interno... svegliatevi prima che sia tardi”. Ora, è chiaro che anche l'ex assessore Muraro potrebbe avere il dente avvelenato per essere stata scaricata dalla giunta, ma è il corso delle cose che rende queste affermazioni degne di interesse.
La vicenda della cementificazione a Tor di Valle con il pretesto dello Stadio “per” la Roma (e non “della” Roma) è emblematica di quel rapporto malato tra lo sviluppo urbanistico/sociale della città e gli speculatori che ne hanno determinato le caratteristiche, aggravandone i problemi e il degrado, sottraendone le risorse pubbliche e arricchendosi privatamente.
Il Sole 24 ore riferisce che l'operazione Stadio per la Roma prevede un investimento di circa 1,6 miliardi. Solo il Business Center a Tor di Valle vale 700 milioni. In tasca a chi andranno? Formalmente alla Eurnova srl, società del costruttore Parnasi. Praticamente andranno all'Unicredit che vanta quasi 600 milioni di crediti non rientrati verso la società di Parnasi: la Parsitalia.
Già da tempo un'altra società di Parnasi – la Parsec – è finita dentro un'altra società, la Capital Dev in gran parte di proprietà di Unicredit. La Parsec si è portata in dote l'area dove dovrà sorgere un centro commerciale al Laurentino (15mila metri quadrati).
Ma Parnasi è abituato a vedersi risolti i problemi di liquidità dalle istituzioni pubbliche. E' già avvenuto con i due famosi grattacieli del Torrino, uno dei due acquisito per quasi 300 milioni dalla Provincia di Roma mentre si annunciava il processo di scioglimento dell'ente. Su questo scandalo, negli anni, abbiamo realizzato numerosi servizi e inchieste.
Abituato a operare con giunte “amiche”, soprattutto di centro-sinistra, Parnasi non ha disdegnato di agire anche sulla giunta Raggi trovandovi, come emerso in queste settimane, la medesima attenzione di quelle precedenti. Stavolta però è ricorso anche alla moral suasion scatenando gli speaker delle radio legate al tifo giallorosso, l'allenatore e qualche prestigioso giocatore della squadra (con qualche dolore per chi scrive).
Una cattura di consensi facile facile intorno allo “Stadio” sottacendo tutto il resto. E qui emerge la seconda vulnerabilità del M5S, troppo subordinato al senso comune. Chi è disposto a mettersi di traverso al tifo giallorosso a Roma? A parte i laziali, solo chi è convinto delle proprie ragioni e non è più disposto ad accettare che Roma venga nuovamente brutalizzata dagli interessi privati degli speculatori che l'hanno massacrata, cementificata e fatta implodere per anni. Dentro la giunta Raggi non se ne vedono o se ve ne sono, restano silenti.
Fonte
Alla fine dell'incontro tutti si sono detti soddisfatti, e qui occorre cominciare a preoccuparsi. Secondo le prime indiscrezioni, la più grossa speculazione urbanistica dal dopoguerra, quella su Tor di Valle appunto, avrebbe visto la cordata di costruttori e banche avanzare proposte di modifica interessanti rispetto al progetto originario di 900mila metri cubi di cementificazione.
Lo Stadio vedrebbe ridotti i posti a sedere da 60mila a 52.500, mentre il progetto complessivo di edifici scenderebbe a 650mila metri cubi (più del doppio di quanto previsto dal Piano regolatore). I tre grattacieli previsti dall'operazione perderanno alcuni piani, mentre il business park verrebbe ridotto del 20%. Il valore complessivo della speculazione urbanistica a Tor di Valle è di 1,7 miliardi. La parte del leone alla fine la farebbe Unicredit che ci vorrebbe fare il proprio centro direzionale ma sopratutto rientrare degli enormi crediti che vanta verso le società del costruttore Parnasi, vero e proprio deus ex machina dell'operazione e ormai primus inter pares tra i palazzinari romani dopo aver scalzato il vecchio boss Caltagirone.
Ma proprio i debiti di Parnasi sono il tallone di Achille dell'operazione e il motivo delle enormi pressioni esercitate prima sulla giunta Marino (che sbragò subito ai desiderata del costruttore) ed ora sulla giunta Raggi (che si appresta a fare altrettanto). Nel 2014, la giunta Marino varò la delibera che ritiene di “interesse pubblico” la speculazione urbanistica a Tor di Valle e lo stesso Marino da New York benedì l'operazione come “Un opera che farà parte della storia dell'architettura”.
L'assessore Berdini, che non ha brillato per furbizia o prudenza nelle relazioni con i giornalisti, ha motivato le sue dimissioni con ragioni inoppugnabili: “dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma”, ha dichiarato motivando le dimissioni.
Oggi su La Stampa, un altro ex assessore silurato dalla nuova giunta, Paola Muraro, afferma che “c'è all'opera un gruppo trasversale di affaristi dentro e fuori il Movimento (il M5Sm ndr). L'ho capito dall'interno... svegliatevi prima che sia tardi”. Ora, è chiaro che anche l'ex assessore Muraro potrebbe avere il dente avvelenato per essere stata scaricata dalla giunta, ma è il corso delle cose che rende queste affermazioni degne di interesse.
La vicenda della cementificazione a Tor di Valle con il pretesto dello Stadio “per” la Roma (e non “della” Roma) è emblematica di quel rapporto malato tra lo sviluppo urbanistico/sociale della città e gli speculatori che ne hanno determinato le caratteristiche, aggravandone i problemi e il degrado, sottraendone le risorse pubbliche e arricchendosi privatamente.
Il Sole 24 ore riferisce che l'operazione Stadio per la Roma prevede un investimento di circa 1,6 miliardi. Solo il Business Center a Tor di Valle vale 700 milioni. In tasca a chi andranno? Formalmente alla Eurnova srl, società del costruttore Parnasi. Praticamente andranno all'Unicredit che vanta quasi 600 milioni di crediti non rientrati verso la società di Parnasi: la Parsitalia.
Già da tempo un'altra società di Parnasi – la Parsec – è finita dentro un'altra società, la Capital Dev in gran parte di proprietà di Unicredit. La Parsec si è portata in dote l'area dove dovrà sorgere un centro commerciale al Laurentino (15mila metri quadrati).
Ma Parnasi è abituato a vedersi risolti i problemi di liquidità dalle istituzioni pubbliche. E' già avvenuto con i due famosi grattacieli del Torrino, uno dei due acquisito per quasi 300 milioni dalla Provincia di Roma mentre si annunciava il processo di scioglimento dell'ente. Su questo scandalo, negli anni, abbiamo realizzato numerosi servizi e inchieste.
Abituato a operare con giunte “amiche”, soprattutto di centro-sinistra, Parnasi non ha disdegnato di agire anche sulla giunta Raggi trovandovi, come emerso in queste settimane, la medesima attenzione di quelle precedenti. Stavolta però è ricorso anche alla moral suasion scatenando gli speaker delle radio legate al tifo giallorosso, l'allenatore e qualche prestigioso giocatore della squadra (con qualche dolore per chi scrive).
Una cattura di consensi facile facile intorno allo “Stadio” sottacendo tutto il resto. E qui emerge la seconda vulnerabilità del M5S, troppo subordinato al senso comune. Chi è disposto a mettersi di traverso al tifo giallorosso a Roma? A parte i laziali, solo chi è convinto delle proprie ragioni e non è più disposto ad accettare che Roma venga nuovamente brutalizzata dagli interessi privati degli speculatori che l'hanno massacrata, cementificata e fatta implodere per anni. Dentro la giunta Raggi non se ne vedono o se ve ne sono, restano silenti.
Fonte
I gangster della speculazione
Erano nell’aria, sono arrivate appena terminato l’incontro tra “Parsitalia” (la società costruttrice di Luca Parnasi) e la giunta comunale: Paolo Berdini si è dimesso. Il timing tra le parole del vice-sindaco Luca Bergamo: “una revisione del progetto che ha dei caratteri fortemente innovativi”, e le dichiarazioni dell’ex assessore:
“mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta
l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio
della Roma”, è tutto fuorché causale. E’ la resa di fronte al potere
palazzinaro. E’ la definitiva normalizzazione di un movimento politico
che chiude ad ogni ipotesi di alternativa politica cittadina. E’
l’eterno ritorno dell’uguale. Scriveva Antonio Cederna, nel 1953, nel
suo celeberrimo articolo sui Gangster dell’Appia: “In
prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di
«villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di
«palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Cristoforo
Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di
almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri.
A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti
seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà
ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi
piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il
terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e
frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla
carta) e di rispetto «con particolar ilimitazioni», servirà soltanto ad
attestare l’ipocrisia dei progettisti”.
Replicherà, due anni più tardi, Manlio Cancogni nel suo altrettanto celebre Capitale corrotta, nazione infetta: “Se Roma non ha sviluppo industriale la colpa è di chi specula sulle aree; se ventottomila famiglie vivono nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, la colpa è degli speculatori sulle aree; ma se trecentomila famiglie di professionisti, commercianti, impiegati, operai pagano affitti sproporzionati alle loro possibilità o vivono in case vecchie, sovraffollate, sprovviste di comfort moderni, la colpa è degli speculatori delle aree”. E così via, da Italo Insolera a Vezio De Lucia, da Ludovico Quaroni a Leonardo Benevolo. Il ratto di Roma, sempre uguale a se stesso, sempre giustificato dall’affannosa rincorsa alla modernità, dal mito dello sviluppo senza progresso, del lavoro senza occupazione, dei profitti senza dignità.
Nonostante questa giunta sia politicamente morta da mesi, da quando, cioè, il M5S ha deciso di sacrificare Roma al suo interesse elettorale nazionale, queste dimissioni ne segnano la pietra tombale. Non è in discussione la qualità di Berdini, come uomo, come urbanista o come politico. Non è in discussione neanche il suo operato come assessore in questi otto mesi. Ribadiamo il nostro scetticismo in chi si presentava come portavoce degli interessi della città popolare e si è comportato in maniera diametralmente opposta. Ma l’argine che, nonostante tutto, Berdini rappresentava alla completa normalizzazione dell’attuale giunta, era un argine oggettivo. Non viene sostituito un assessore per la sua incompetenza o ingenuità: si sostituisce un’idea di città ad un’altra. E’ la città dei Parnasi, dei Caltagirone e dei Toti; dei Marchini e degli Scarpellini; la città del Mezzaroma e dei Bonifaci, degli Armellini e dei Caporlingua a trionfare, ipotecando il corso politico dell’ennesima giunta commissariata dal mattone. Nel silenzio delle inchieste a orologeria e del gossip giornalaro, oggi Roma si sveglia più povera e con meno speranze.
Fonte
Replicherà, due anni più tardi, Manlio Cancogni nel suo altrettanto celebre Capitale corrotta, nazione infetta: “Se Roma non ha sviluppo industriale la colpa è di chi specula sulle aree; se ventottomila famiglie vivono nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, la colpa è degli speculatori sulle aree; ma se trecentomila famiglie di professionisti, commercianti, impiegati, operai pagano affitti sproporzionati alle loro possibilità o vivono in case vecchie, sovraffollate, sprovviste di comfort moderni, la colpa è degli speculatori delle aree”. E così via, da Italo Insolera a Vezio De Lucia, da Ludovico Quaroni a Leonardo Benevolo. Il ratto di Roma, sempre uguale a se stesso, sempre giustificato dall’affannosa rincorsa alla modernità, dal mito dello sviluppo senza progresso, del lavoro senza occupazione, dei profitti senza dignità.
Nonostante questa giunta sia politicamente morta da mesi, da quando, cioè, il M5S ha deciso di sacrificare Roma al suo interesse elettorale nazionale, queste dimissioni ne segnano la pietra tombale. Non è in discussione la qualità di Berdini, come uomo, come urbanista o come politico. Non è in discussione neanche il suo operato come assessore in questi otto mesi. Ribadiamo il nostro scetticismo in chi si presentava come portavoce degli interessi della città popolare e si è comportato in maniera diametralmente opposta. Ma l’argine che, nonostante tutto, Berdini rappresentava alla completa normalizzazione dell’attuale giunta, era un argine oggettivo. Non viene sostituito un assessore per la sua incompetenza o ingenuità: si sostituisce un’idea di città ad un’altra. E’ la città dei Parnasi, dei Caltagirone e dei Toti; dei Marchini e degli Scarpellini; la città del Mezzaroma e dei Bonifaci, degli Armellini e dei Caporlingua a trionfare, ipotecando il corso politico dell’ennesima giunta commissariata dal mattone. Nel silenzio delle inchieste a orologeria e del gossip giornalaro, oggi Roma si sveglia più povera e con meno speranze.
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14/02/2017
Roma. La Giunta si piega sullo Stadio. Berdini si dimette. Gli speculatori festeggiano
Un incontro tra la giunta, il costruttore Parnasi e il direttore generale della A.S. Roma Baldissoni, sembra aver definito l’accordo sulla cementificazione di Tor Di Valle intorno allo Stadio per la Roma. All’incontro non era presente l’assessore all’Urbanistica Berdini che in serata ha annunciato le sue dimissioni irrevocabili. Contro questo scenario si annuncia un referendum nella città.
«Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa – ha scritto Berdini nella sua lettera – l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma. Era mia intenzione servire la città mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare tutte le condizioni per poter proseguire il mio lavoro. Ringrazio coloro che hanno collaborato con me e le tante persone che mi hanno sostenuto in questi mesi di duro impegno. Da questo momento le mie dimissioni sono irrevocabili».
Secondo il coro unanime dei mass media (gli stessi accusati di fare fino a oggi pomeriggio “killeraggio” contro la giunta Raggi) l'A.S. Roma ha presentato "una revisione del progetto" sul nuovo stadio a Tor di Valle "che ha dei caratteri fortemente innovativi" e che rappresenta "una importante novità" nell'iter per l'approvazione del progetto. A dirlo è stato addirittura il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, al termine del vertice sullo stadio con società e costruttori. "I tavoli tecnici sono ancora al lavoro, faremo una valutazione di questa importante novità e ci siamo dati appuntamento alla prossima settimana". A chi gli chiedeva se tutto sarà fatto entro i termini previsti, cioè entro il 3 marzo, Bergamo ha risposto: "È ovvio".
“Dichiariamo sin da subito che se la Giunta e il Consiglio Comunale accetteranno i diktat dei palazzinari e della banche sulla cementificazione a Tor di Valle, raccoglieremo le firme per fare un referendum cittadino contro la delibera che approverà questo scempio” annuncia la Carovana delle Periferie, ricordando che “lo abbiamo già fatto in passato contro la privatizzazione dell’Acea e della Centrale del Latte (con la giunta Rutelli), lo faremo di nuovo anche con la giunta Raggi”
Oggi era stato un giornalista romano della vecchia guardia come Vittorio Emiliani (e non un cronista velenoso di quelli oggi in circolazione) a ricordare che secondo l’Ispra, nel Comune di Roma risultano mangiati da asfalto e cemento almeno 31.000 ettari su 129.000, un quarto. Ma sono molti di più con l’abusivismo che, prima dell’ultimo condono, si era portato via 5.000 ettari. “Quei 31.000 e più ettari coperti dalla coltre di cemento equivalgono alla somma di Milano e Torino senza più un filo d’erba. Roma è scaduta dal 1° al 3° fra i Comuni più verdi. Dall’altro lato, si stima siano circa 185.000 gli alloggi vuoti, invenduti, e molti uffici (degli stessi Parnasi alla Bufalotta)”. Una fotografia nota ma impietosa del dominio dei palazzinari, dei cementificatori e della speculazione edilizia su un territorio, sulla città e sulla sua vita sociale. Uno scempio sul quale la giunta Raggi non potrà neanche più celarsi dietro la foglia di fico dell'assessore Berdini che, almeno su questo, ha dimostrato di avere le idee più chiare delle amministrazioni comunali di Roma presenti e passate.
Qualche giorno fa l’urbanista Vezio De Lucia ha definito quella a Tor Di Valle come la più grande speculazione urbanistica a Roma dal dopoguerra. “La giunta comunale della Raggi barcolla sotto il peso delle pressioni degli speculatori che strumentalizzano i sostenitori della Roma per piegare ancora una volta la città ai loro interessi e agli affari” rincara la dose la Carovana delle Periferie, la quale ci tiene a precisare il suo SI allo Stadio ma No alla speculazione. Insomma giallorossi si ma cojoni no! “Siamo d’accordo a realizzare un nuovo Stadio a Tor di Valle, a utilizzare al meglio l’Olimpico ed a restaurare il Flaminio completamente abbandonato al degrado affinché Roma disponga di impianti sportivi per tutti e funzionali” denuncia un comunicato della Carovana, “ma è inaccettabile accettare il ricatto dei costruttori e degli speculatori che vogliono aggiungere al nuovo Stadio più di settecentomila metri cubi di palazzi, grattacieli, negozi da vendere, affittare, ipotecare alla banche per fare investimenti finanziari”.
Dunque se la Giunta cala le brache davanti ai costruttori si ricorrerà al referendum contro la delibera che approverà il progetto. La parola a quel punto passerebbe ai cittadini e lo scontro con i poteri forti sarebbe nero su bianco, senza sconti per nessuno.
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«Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa – ha scritto Berdini nella sua lettera – l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto ha provocato immensi danni a Roma. Era mia intenzione servire la città mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare tutte le condizioni per poter proseguire il mio lavoro. Ringrazio coloro che hanno collaborato con me e le tante persone che mi hanno sostenuto in questi mesi di duro impegno. Da questo momento le mie dimissioni sono irrevocabili».
Secondo il coro unanime dei mass media (gli stessi accusati di fare fino a oggi pomeriggio “killeraggio” contro la giunta Raggi) l'A.S. Roma ha presentato "una revisione del progetto" sul nuovo stadio a Tor di Valle "che ha dei caratteri fortemente innovativi" e che rappresenta "una importante novità" nell'iter per l'approvazione del progetto. A dirlo è stato addirittura il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, al termine del vertice sullo stadio con società e costruttori. "I tavoli tecnici sono ancora al lavoro, faremo una valutazione di questa importante novità e ci siamo dati appuntamento alla prossima settimana". A chi gli chiedeva se tutto sarà fatto entro i termini previsti, cioè entro il 3 marzo, Bergamo ha risposto: "È ovvio".
“Dichiariamo sin da subito che se la Giunta e il Consiglio Comunale accetteranno i diktat dei palazzinari e della banche sulla cementificazione a Tor di Valle, raccoglieremo le firme per fare un referendum cittadino contro la delibera che approverà questo scempio” annuncia la Carovana delle Periferie, ricordando che “lo abbiamo già fatto in passato contro la privatizzazione dell’Acea e della Centrale del Latte (con la giunta Rutelli), lo faremo di nuovo anche con la giunta Raggi”
Oggi era stato un giornalista romano della vecchia guardia come Vittorio Emiliani (e non un cronista velenoso di quelli oggi in circolazione) a ricordare che secondo l’Ispra, nel Comune di Roma risultano mangiati da asfalto e cemento almeno 31.000 ettari su 129.000, un quarto. Ma sono molti di più con l’abusivismo che, prima dell’ultimo condono, si era portato via 5.000 ettari. “Quei 31.000 e più ettari coperti dalla coltre di cemento equivalgono alla somma di Milano e Torino senza più un filo d’erba. Roma è scaduta dal 1° al 3° fra i Comuni più verdi. Dall’altro lato, si stima siano circa 185.000 gli alloggi vuoti, invenduti, e molti uffici (degli stessi Parnasi alla Bufalotta)”. Una fotografia nota ma impietosa del dominio dei palazzinari, dei cementificatori e della speculazione edilizia su un territorio, sulla città e sulla sua vita sociale. Uno scempio sul quale la giunta Raggi non potrà neanche più celarsi dietro la foglia di fico dell'assessore Berdini che, almeno su questo, ha dimostrato di avere le idee più chiare delle amministrazioni comunali di Roma presenti e passate.
Qualche giorno fa l’urbanista Vezio De Lucia ha definito quella a Tor Di Valle come la più grande speculazione urbanistica a Roma dal dopoguerra. “La giunta comunale della Raggi barcolla sotto il peso delle pressioni degli speculatori che strumentalizzano i sostenitori della Roma per piegare ancora una volta la città ai loro interessi e agli affari” rincara la dose la Carovana delle Periferie, la quale ci tiene a precisare il suo SI allo Stadio ma No alla speculazione. Insomma giallorossi si ma cojoni no! “Siamo d’accordo a realizzare un nuovo Stadio a Tor di Valle, a utilizzare al meglio l’Olimpico ed a restaurare il Flaminio completamente abbandonato al degrado affinché Roma disponga di impianti sportivi per tutti e funzionali” denuncia un comunicato della Carovana, “ma è inaccettabile accettare il ricatto dei costruttori e degli speculatori che vogliono aggiungere al nuovo Stadio più di settecentomila metri cubi di palazzi, grattacieli, negozi da vendere, affittare, ipotecare alla banche per fare investimenti finanziari”.
Dunque se la Giunta cala le brache davanti ai costruttori si ricorrerà al referendum contro la delibera che approverà il progetto. La parola a quel punto passerebbe ai cittadini e lo scontro con i poteri forti sarebbe nero su bianco, senza sconti per nessuno.
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Le radio romane alla crociata palazzinara contro Berdini
Da mesi Paolo Berdini, l’(ex)assessore della giunta Raggi, è vittima
della gogna quotidiana da parte delle famigerate radio private
romane/romaniste, longa manus popolare dei palazzinari romani, in particolare di quel Caltagirone proprietario del Messaggero e di Tele Radio Stereo, ovvero del principale quotidiano della Capitale e della radio romanista più influente della città (insieme alla trasmissione Te la do io Tokio di
Mario Corsi). Solo chi abita a Roma conosce, volente o, il più delle
volte, nolente, il peso, l’influenza, la pervasività delle radio private
romaniste sulla popolazione romana. Radio usate come clave politiche,
in grado di orientare i comportamenti elettorali e sociali di gran parte
della cittadinanza, sfruttando la Roma (intesa come passione
calcistica) come veicolo di propaganda degli interessi palazzinari. Oggi
è la volta dello stadio di Pallotta, ma in questo ventennio abbondante
di superfetazione radiofonica sono state utilizzate per ogni losco
obiettivo. Sempre mascherato da presunti “interessi trasversali” dei
tifosi, ovviamente. Storie note, almeno, ripetiamo, per i romani.
Ma questo indegno linciaggio quotidiano ha travalicato da mesi ogni misura. Il tranello ideologico è tanto elementare quanto efficace: trasformare la vicenda stadio in questione di tifo. Chi è contro la speculazione è contro la Roma e i romanisti. Ci è arrivato anche Il Fatto quotidiano, per merito di Daniela Ranieri, smascherando quest’ansia sospetta che circola in città, veicolata ad arte attraverso il bastone radiofonico: “la stadiomania rimbalza dalle radio locali (dove Tor di Valle è ormai quel che è Medjugorje su Radio Maria)”. Eppure, quella che Vezio De Lucia definisce “la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia” meriterebbe un tono diverso. Il calcio, detto altrimenti, non c’entra nulla: confondere speculazione e passione è il tentativo (riuscitissimo, per il momento) dei palazzinari. Non c’entra nulla neanche lo stadio, s’è per questo. C’entra tutto il resto: il milione di metri cubi regalati ai privati; l’ennesima area commerciale che produce solo impoverimento sociale; l’ennesima variante al Piano regolatore; l’ennesima sfilza di appartamenti invenduti, lasciati appositamente vuoti per garantire i prezzi di un mercato degli affitti senza controllo possibile. E c’entra lo sciacallaggio mediatico in servizio permanente contro un membro della giunta Raggi, che ha il solo peccato di essere presentato come “il nemico della Roma”.
Non abbiamo particolare simpatia del Berdini che, una volta insediatosi al Campidoglio, è venuto meno a ogni disponibilità a intrecciare una interlocuzione con quel pezzo di società che pure avrebbe dovuto rappresentare e difendere: quella delle periferie romane. Sono evidenti anche i limiti politici di un onesto urbanista che ha mostrato tutta la propria inadeguatezza di fronte alla lotta politica, quella vera. E non siamo neanche contrari al nuovo stadio, sebbene la nostra posizione coincida con quella della Carovana delle Periferie, che vuole lo stadio senza l’abnorme speculazione che gli sta dietro. Ma il linciaggio quotidiano nasconde interessi diversi, o meglio: nasconde i soliti interessi. E’ una pervasività ideologica, quella veicolata dalle radio come Tele Radio Stereo, che oggi aggrega consensi attorno allo stadio così come domani li convoglierà verso qualche altra impresa mortifera per la città. Oggi è Berdini, domani sarà qualche altro rompicoglioni. Ogni questione cittadina triturata e fagocitata in un “romanismo giornalistico” che niente ha a che vedere con la Roma e i suoi tifosi, ma molto con un sottobosco accattone fatto di giornalisti falliti e opinionisti da bar: i vari Austini, Piacentini, Serafini, e poi Dotto, Pugliese, Valdiserri, e ancora Pinci, Zazzaroni e Jacobelli, e i soliti Renga, Melli e Trani, e via continuando all’infinito. Una città palazzinara che forma i suoi replicanti ideologici, li traveste da giornalisti, li ospita nel proprio circuito mass-mediatico, al servizio permanente degli interessi dell’editore, che poi sono quelli della città abusiva e speculativa contro quelli della sua popolazione. Rimanere in silenzio oggi, qualsiasi posizione si possa avere su Berdini, la giunta grillina, lo stadio o altro, significherebbe arrenderci alla voce del padrone, che oggi bastona Berdini e domani continuerà a bastonare gli interessi dei romani. Il tutto raccontato come se fosse solo una questione di tifo.
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Ma questo indegno linciaggio quotidiano ha travalicato da mesi ogni misura. Il tranello ideologico è tanto elementare quanto efficace: trasformare la vicenda stadio in questione di tifo. Chi è contro la speculazione è contro la Roma e i romanisti. Ci è arrivato anche Il Fatto quotidiano, per merito di Daniela Ranieri, smascherando quest’ansia sospetta che circola in città, veicolata ad arte attraverso il bastone radiofonico: “la stadiomania rimbalza dalle radio locali (dove Tor di Valle è ormai quel che è Medjugorje su Radio Maria)”. Eppure, quella che Vezio De Lucia definisce “la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia” meriterebbe un tono diverso. Il calcio, detto altrimenti, non c’entra nulla: confondere speculazione e passione è il tentativo (riuscitissimo, per il momento) dei palazzinari. Non c’entra nulla neanche lo stadio, s’è per questo. C’entra tutto il resto: il milione di metri cubi regalati ai privati; l’ennesima area commerciale che produce solo impoverimento sociale; l’ennesima variante al Piano regolatore; l’ennesima sfilza di appartamenti invenduti, lasciati appositamente vuoti per garantire i prezzi di un mercato degli affitti senza controllo possibile. E c’entra lo sciacallaggio mediatico in servizio permanente contro un membro della giunta Raggi, che ha il solo peccato di essere presentato come “il nemico della Roma”.
Non abbiamo particolare simpatia del Berdini che, una volta insediatosi al Campidoglio, è venuto meno a ogni disponibilità a intrecciare una interlocuzione con quel pezzo di società che pure avrebbe dovuto rappresentare e difendere: quella delle periferie romane. Sono evidenti anche i limiti politici di un onesto urbanista che ha mostrato tutta la propria inadeguatezza di fronte alla lotta politica, quella vera. E non siamo neanche contrari al nuovo stadio, sebbene la nostra posizione coincida con quella della Carovana delle Periferie, che vuole lo stadio senza l’abnorme speculazione che gli sta dietro. Ma il linciaggio quotidiano nasconde interessi diversi, o meglio: nasconde i soliti interessi. E’ una pervasività ideologica, quella veicolata dalle radio come Tele Radio Stereo, che oggi aggrega consensi attorno allo stadio così come domani li convoglierà verso qualche altra impresa mortifera per la città. Oggi è Berdini, domani sarà qualche altro rompicoglioni. Ogni questione cittadina triturata e fagocitata in un “romanismo giornalistico” che niente ha a che vedere con la Roma e i suoi tifosi, ma molto con un sottobosco accattone fatto di giornalisti falliti e opinionisti da bar: i vari Austini, Piacentini, Serafini, e poi Dotto, Pugliese, Valdiserri, e ancora Pinci, Zazzaroni e Jacobelli, e i soliti Renga, Melli e Trani, e via continuando all’infinito. Una città palazzinara che forma i suoi replicanti ideologici, li traveste da giornalisti, li ospita nel proprio circuito mass-mediatico, al servizio permanente degli interessi dell’editore, che poi sono quelli della città abusiva e speculativa contro quelli della sua popolazione. Rimanere in silenzio oggi, qualsiasi posizione si possa avere su Berdini, la giunta grillina, lo stadio o altro, significherebbe arrenderci alla voce del padrone, che oggi bastona Berdini e domani continuerà a bastonare gli interessi dei romani. Il tutto raccontato come se fosse solo una questione di tifo.
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11/02/2017
Virginia Raggi e la minaccia softcore
Diciamocelo subito e sinceramente: il
quotidiano Libero, fondato da Vittorio Feltri, è qualcosa di aberrante. Nasce con l’inizio del secolo, in area centrodestra, e si distingue
subito per spargere veleno prima, durante e dopo il G8. Se c’è una
testata in Italia, persino più de Il Giornale, che vive ricalcando tutti
quei luoghi comuni destroidi, razzisti, sessisti e qualunquisti
esistenti è proprio Libero. Testata che vanta anche un vicedirettore, Renato Farina, condannato, come collaboratore dei servizi
(in codice “agente Betulla”), a sette mesi per aver pubblicato, e
contribuito a confezionare, un falso dossier contro Romano Prodi. Questo per capirsi, eventualmente, su quanto Libero sia stato infiltrabile dai servizi. Ma anche dal traffico di falsi,
visto che Libero pubblicò, nel 2011, I diari di Mussolini, già
certificati come inautentici da diverse perizie, anche chieste da una
importante casa di aste.
Libero ha come specialità quel
giornalismo – prima insinuatosi negli anni ‘80 poi impostosi nel decennio
successivo e infine riprodotto oggi sui social – che lavora a invertire
la realtà. Sempre a favore di poteri dispotici, consolidando luoghi
comuni, beceri, moralisti, poveri. Per cui se c’è un sciopero la colpa è dei lavoratori, se la guerra genera profughi, i colpevoli
sono quei sopravvissuti che arrivano in Italia, per non parlare delle
solite dicerie su fatti gonfiati sui dipendenti pubblici, insegnanti,
giovani etc.
Per tacere della misoginia
evidente, chiamiamola così per tenersi buoni, espressa nei confronti di
qualsiasi figura femminile ritenuta di sinistra. Tenendo conto,
inoltre, che il concetto di sinistra di Libero è larghissimo,
si capisce come le donne siano state spesso un bersaglio becero di
questa testata. Questa volta è toccata ad una donna, non di sinistra, ma
abbondantemente entrata nelle cronache quotidiane: il sindaco di Roma
Virginia Raggi. Il doppio senso ben evidenziato nella testata, che
riproduciamo, riguarda sia il fatto che la Raggi è un grosso problema
per il Movimento 5 Stelle, che l’insinuazione che la vita privata della
Raggi sia, come dire, vissuta in maniera un pò compulsiva. A parte il
fatto che Virginia Raggi ha comunque diritto a vivere la sua sfera
personale come crede, Libero non ha fatto che raccogliere le
esternazioni, prontamente riprese da un giornalista con lo smartphone,
dell’assessore all’urbanistica al comune di Roma Berdini e ne ha fatto
un titolo utile per essere gettato in pasto all’audience e alle
polemiche. Siccome si tratta di Libero, giornale che ha seguito
Berlusconi nelle cause più inverosimili, non manca l’insinuazione su
una Raggi che vivrebbe una vita da bunga-bunga (appoggiandosi anche sul
fatto che lo stesso titolo usato con la Raggi “patata bollente”, con
l’identico doppio senso fu usato, in passato, per Ruby Rubacuori).
E’ chiaro che Libero ha lavorato in due
sensi: per fare un numero a effetto sulla Raggi e, già che c’era,
alleggerire la posizione di Berlusconi (con l’insinuazione del solito
“se è colpevole non è il solo” che finisce sempre per alleggerire il
peso di un comportamento). Detti i fatti, qualche considerazione un po'
più tecnica, legata ai processi di comunicazione politica.
La Raggi è il classico storytelling
della politica sfuggito a se stesso. E qui forse alla Casaleggio qualche
interrogativo sul fatto che l’eccesso di narrazione in politica può
essere un boomerang forse non sarebbe male porselo. Ma chi pensa al primato del
marketing aziendale sulle altre forme di comunicazione, è difficile possa
uscire da questi schemi. Premesso poi che ogni storytelling di
successo in politica è spesso destinato a sfuggire a chi lo ha creato, e
premesso che questo fenomeno è più un problema per chi vive di sondaggi
e meno di radicamento sociale, intendiamo per storytelling un processo
di creazione di storie attorno a un personaggio che, in questo caso,
fino alla vittoria elettorale del giugno 2016 è andato benissimo.
Fino a quel momento, ogni evento
o storia creati attorno a Virginia Raggi funzionava. In modo tale da
salire nei sondaggi, nei voti, da creare quella audience spontanea, sui
media e sui social, a difesa del personaggio (come durante le
accuse prima del voto) o, addirittura, romanzi a fumetti su una
fantastoria d’innamoramento tra la Raggi e il suo avversario alle
elezioni Giachetti. E quest’ultimo dettaglio era la spia che lo
storytelling era riuscito, con le storie non ufficiali che
spontaneamente aggiungono fama alla storia ufficiale, ma anche del
pericolo di scivolamento. Ovvero che il personaggio Raggi potesse finire
velocemente nel gossip o nel softcore in modo incontrollabile. Come avvenuto per Maria Elena Boschi a causa, qui, non tanto della narrazione del gossip in sé ma per la vicenda banche.
E quando la narrazione diventa
incontrollabile interviene quello che giustamente Federico Di Chio
chiama storytelling all’americana. In poche parole uno storytelling dove
la drammatizzazione, la velocizzazione degli eventi, l’avvento di
personaggi secondari che modificano giudizio e significato sui
personaggi principali si fanno stringenti e, soprattutto, appetibili dal
pubblico. Il punto è che questo storytelling, a differenza
della fase delle luna di miele elettorale, non lo fa la Casaleggio ma lo
fanno i media. Specie quando gli assessori appaiono e
scompaiono, ogni giorno accade qualcosa (dai rifiuti, ai bilanci, alle
rivelazioni di dossier), i personaggi secondari attirano nuove storie
(da Muraro alla vicenda Marra) che portano nuovi significati alla
vicenda Raggi. Tutto questo non ha avuto, né poteva averlo, una
narrazione predominante da parte della Casaleggio ma da parte del media
mainstream e dei social media. In questo modo la vicenda Raggi
sfugge dalle mani, e dal governo dei significati, di chi l’ha, dal punto
di vista comunicativo, promossa e creata. In questo senso le rivelazioni registrate di Berdini per lo storytelling ufficiale della Raggi sono devastanti.
Prima di tutto perchè aggiungono
nuovo supporto, e quindi nuovi significati, alla narrazione: dalle
chat stavolta si passa all’audio. E questo è un effetto novità
che paga per qualsiasi storytelling alternativo. Poi perchè queste
rivelazioni di Berdini alludono ad un sottofondo di gossip e softcore
potenzialmente esplosivo per chi è politicamente in difficoltà,
rispetto all’audience e all’elettorato. Ecco infatti Libero, che di
storytelling costruiti per distruggere l’avversario politico ha una
consolidata tradizione, passa subito all’allusione piena dello scenario
softcore, pescando dall’intramontabile linguaggio della stagione dei
film italiani di serie B.
In questo senso la Raggi rischia di
entrare in una narrazione, in termini di farsa, peggiore di quella degli
assessori che vanno e che vengono. Quella che circola più velocemente
sui social legata al gossip, e già di articoli considerabili con questo
termine riguardanti la Raggi ne circolano, e alla dimensione softcore
dell’alcova della sindaco che titoli come quello di Libero evocano. Insomma quando lo storytelling sfugge di mano questa del gossip e del softcore, se permane, è la tendenza peggiore.
Rimane la censura ufficiale, da
parte dei rappresentanti delle istituzioni, del numero di Libero. La
censura morale serve a poco. Specie in un’epoca dove i social
la metabolizzano con infinite polemiche che ne triturano l’efficacia
(alimentando proprio quei nuovi generi di narrazioni che la censura
vorrebbe evitare), la censura morale esiste per salvaguardare solo quella quota di moralità che le istituzioni detengono. Ma non certo per prevenire o impedire fenomeni di comunicazione spontanea e di impatto. Un
certo tipo di comunicazione, come lo storytelling attivato da Libero,
si sconfigge con l’ironia. Certo ironia ed istituzioni si accompagnano
male, visto che questa, per essere efficace contro uno storytelling,
deve essere agile e sottile come le istituzioni della repubblica non
sanno essere. Ma più a sinistra, invece di agitare
l’immmediato linguaggio della condanna, quella pratica sociale che
invocata rende sempre simili al potere, l’ironia contro storytelling
del genere potrebbe essere usata con maggiore successo. Ma
l’ironia, nella comunicazione politica efficace, non è tanto invenzione
di un singolo. E’ come un pezzo musicale: in parte creazione di un
gruppo, in parte pre-esistente in uno strato sociale. Cosa
oggettivamente difficile per ciò che rimane della sinistra. Intanto lo
storytelling di “Virginia” continua. Completamente sfuggito ai suoi
creatori.
Redazione, 10 febbraio 2017
10/02/2017
Roma: “Cara Sindaca ritiri la riserva, non faccia il gioco dei palazzinari”
"Non per amicizia ma perché stimiamo profondamente Paolo Berdini quale urbanista competente, coraggioso, schierato da sempre a favore degli interessi generali contro la piaga della speculazione, dell’urbanistica contrattata, dei peggiori abusi, chiediamo a lei, sindaca di Roma, di cancellare la “riserva” e di respingere in modo netto le dimissioni presentate da Berdini dal ruolo-chiave di assessore capitolino. Sarebbe un gesto di grande intelligenza politica". Così comincia la lettera, firmata da personalità della cultura nazionale, inviata alla sindaca di Roma Virginia Raggi in merito al caso Berdini.
La lettera è firmata da Alberto Asor Rosa, Alessandro Bianchi, Pier Luigi Cervellati, Nino Criscenti, Vezio De Lucia, Andrea e Vittorio Emiliani, Maria Pia Guermandi, Adriano La Regina, Elisabetta Kelescian, Eugenio Lo Sardo, Paolo Maddalena, Cristiana Mancinelli Scotti, Tomaso Montanari, Gaia Pallottino, Fulco Pratesi, Vittorio Roidi, Bernardo Rossi Doria, Carla Sepe, Orietta Rossini, Lorena Timi, Gualtiero Alunni.
"Quanti credono che a Roma, dopo tanti, troppi anni di governo del territorio realizzato con l’assenso dei principali detentori di aree, dei maggiori costruttori e immobiliaristi, si debba risolutamente voltare pagina – aggiungono – la chiamata di Paolo Berdini nella Giunta capitolina da parte dell’attuale maggioranza rappresenta un atto di radicale novità e una garanzia di storica discontinuità rispetto ai pesanti fardelli e ai guasti speculativi del passato che hanno sfigurato Roma e cementificato l’Agro.
Un incidente frutto di una desolante smania di «scoop» ad ogni costo non può, non deve bloccare un processo di riforma dell’urbanistica romana che può risultare davvero epocale. Si farebbe ancora una volta il gioco dei cementificatori e dei distruttori di Roma" scrivono i firmatari di questa lettera/appello alla sindaca Raggi.
Fonte
La lettera è firmata da Alberto Asor Rosa, Alessandro Bianchi, Pier Luigi Cervellati, Nino Criscenti, Vezio De Lucia, Andrea e Vittorio Emiliani, Maria Pia Guermandi, Adriano La Regina, Elisabetta Kelescian, Eugenio Lo Sardo, Paolo Maddalena, Cristiana Mancinelli Scotti, Tomaso Montanari, Gaia Pallottino, Fulco Pratesi, Vittorio Roidi, Bernardo Rossi Doria, Carla Sepe, Orietta Rossini, Lorena Timi, Gualtiero Alunni.
"Quanti credono che a Roma, dopo tanti, troppi anni di governo del territorio realizzato con l’assenso dei principali detentori di aree, dei maggiori costruttori e immobiliaristi, si debba risolutamente voltare pagina – aggiungono – la chiamata di Paolo Berdini nella Giunta capitolina da parte dell’attuale maggioranza rappresenta un atto di radicale novità e una garanzia di storica discontinuità rispetto ai pesanti fardelli e ai guasti speculativi del passato che hanno sfigurato Roma e cementificato l’Agro.
Un incidente frutto di una desolante smania di «scoop» ad ogni costo non può, non deve bloccare un processo di riforma dell’urbanistica romana che può risultare davvero epocale. Si farebbe ancora una volta il gioco dei cementificatori e dei distruttori di Roma" scrivono i firmatari di questa lettera/appello alla sindaca Raggi.
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09/02/2017
Tifo da stadio
"Il tifo o febbre tifoide è una malattia infettiva acuta a sintomi generali e locali (intestino) provocata da un germe che le è specifico, il bacillo di Eberth-Gaffky”. Il tifo dunque è una malattia. Nel caso dello scontro sullo “Stadio” a Roma possiamo affermare che è “la” malattia che colpisce da decenni la Capitale, una patologia che si fonda sul dominio pressoché assoluto della rendita fondiaria e della speculazione sul mattone.
Questa malattia ha fatto sì che Roma si espandesse nel suo territorio nella più totale deregulation urbanistica, complicando enormemente le opere di urbanizzazione e l'organizzazione di servizi efficienti, costruendo case e palazzi per il doppio della sua popolazione residente, consumando chilometri quadrati di terreni, lucrando con le banche sull'invenduto usato come garanzia per i finanziamenti da investire altrove.
Questa malattia ha permesso che fossero sempre i padroni del mattone a decidere dove, cosa e quanto costruire rispetto ad ogni altra considerazione di utilità pubblica. Per le giunte del passato (quelle democristiane) è stato il lasciapassare per il “Sacco di Roma”. Più recentemente, la giunta Veltroni ha sancito il carattere strutturale e inguaribile di questa malattia inventandosi gli accordi in compensazione che hanno consentito di costruire a volontà in cambio di qualche opera o servizio pubblico nell'area dell'edificazione.
E' questo l'ambiente in cui questa malattia continua a riprodursi nella Capitale. La questione del nuovo Stadio per la Roma (e non “della” Roma, è bene precisare), sta tutto dentro questo status patologico.
A negare o a non voler vedere come stanno le cose, è solo il tifo da stadio, meno grave del bacillo di Eberth-Gaffky, ma altrettanto dannoso.
Eppure i fatti sono noti e visibili, esattamente come la grafica che accompagna questo articolo ripreso da un sito statunitense. Quelli italiani (furbescamente) mostravano solo lo Stadio ma occultavano i grattacieli, i centri commerciali, gli edifici connessi al progetto presentato al Comune di Roma dal costruttore rampante Parnasi (vicino al Pd) e dalla cordata del presidente della Roma, Pallotta. In questa cordata possiamo trovare banche d'affari come Goldman Sachs, Rotschild, la Starwood Capital (socia di Pallotta) ed anche Unicredit.
Il risultato è che le cubature previste per lo Stadio, nel progetto, rappresentano solo il 14%. Tutto il resto – l'86% – consiste in una colata di cemento, palazzi, negozi etc. su cui Parnasi e la cordata finanziaria di Pallotta potrebbero fare soldi a palate vendendo, affittando, ipotecando, dandoli come garanzia per ottenere altri finanziamenti magari da investire chissà dove.
Per avere una idea precisa, il Piano regolatore del Comune prevedeva per l'area 112mila metri quadrati, il progetto Parnasi/Pallotta/banche ne chiede 234mila (più del doppio). Totale: 900mila metri cubi di cemento di cui solo 136mila costituirebbero lo Stadio per la Roma. Non solo. Lo Stadio non sarà di proprietà della Roma, ma della cordata di costruttori e banche alla quale la Roma dovrà pagare l'affitto (si parla di 2milioni di euro l'anno).
Le chiacchiere dunque stanno a zero. Se si vuole fare lo Stadio per la Roma è sufficiente costruirlo per 136mila metri cubi e sull'estensione indicata dal Piano regolatore (duole dirlo, ma la Juventus ha fatto così). Se invece si vuole perseverare nella malattia che affligge Roma da decenni, si pieghi anche questa volta la testa davanti all'arroganza dei palazzinari e delle banche. Questa capitolazione l'aveva già esibita la giunta Marino, approvando una delibera che definisce l'intero progetto come “di interesse pubblico”, sancendo così nuovamente la totale mistificazione su un interesse privato prevalente rispetto a ogni clausola di carattere ambientale, urbanistica, sociale.
L'assessore all'urbanistica della giunta comunale di Roma, Paolo Berdini, ha provato a rigettare questa linea, anche in base al mandato consegnatogli dai comitati che si oppongono a questa ennesima speculazione e che vedono tra questi anche molti cinquestelle che oggi appaiono improvvisamente silenti.
I poteri forti si sono scatenati con ogni mezzo possibile contro di lui, anche ricorrendo alla trappola di una finta intervista con giudizi ruvidi ma di buonsenso sulla Raggi (dall'audio si capisce che è una chiacchierata e non una intervista), una leggerezza che lo ha costretto a presentare le dimissioni (respinte con riserva dalla sindaca Raggi). I giornali riferiscono però di colloqui riservati e accordo segreto prima di Natale tra uno dei “quattro amici al bar”, l'ex vice sindaco del M5S, Daniele Frongia, con il rampante palazzinaro Parnasi. L'obiettivo sarebbe un compromesso sulla riduzione delle cubature “profittabili” con il via libera al progetto.
Se questo sarà l'esito, assisteremo ancora una volta alla prevalenza degli interessi privati sulle scelte per la città e al perpetuarsi di quella logica della “compensazione a perdere” varata dal modello Veltroni. Una conferma in più che la discontinuità con il passato evocata dalla giunta Raggi sta diventando una presa per i fondelli verso le aspettative dei tanti che le hanno consentito di diventare sindaco. L'assessore Berdini farebbe bene allora a mantenere le dimissioni per non diventare una foglia di fico per le contraddizioni della nuova amministrazione.
Se da un lato è amaro constatare come l'estirpazione del dominio dei poteri forti su Roma rischia di perdere una occasione per dare un segnale finalmente in controtendenza, dall'altro è la conferma che il settore sociale e culturale che si espresso con la giunta Raggi non è assolutamente in grado di praticare la rottura necessaria con i poteri forti. Va da sé che se questa contraddizione è vera, altre ipotesi di governo della città e altri soggetti sociali devono a questo punto assumersi la responsabilità di ingaggiare la sfida per estirpare questa malattia dal futuro di Roma e dare così qualche dispiacere al Corriere della Sera e ai padroni del mattone, amici o nemici del Pd che siano.
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