Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Rom. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rom. Mostra tutti i post

03/10/2023

Il Kosovo e la Serbia scivolano verso la guerra?

Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 settembre, membri della polizia del Kosovo, hanno tentato di rimuovere le barricate erette da un gruppo di serbi armati, all’ingresso del villaggio di Banjska. Sono seguiti violenti scontri a fuoco per tutta la giornata con 500 uomini delle KPS, Forze Speciali Kosovo.

Poi sul terreno sono rimasti uccisi quattro serbi (tre assassinati da cecchini) e un poliziotto albanese. Ecco dove hanno portato le politiche terroristiche e vessatorie contro la popolazione serba kosovara del fanatico sciovinista Albin Kurti, reggente le autorità illegittime di Pristina e le strategie de stabilizzatrici della NATO e degli USA.

La guerra è sempre più all’ordine del giorno e potrebbe essere devastante per tutti i Balcani e non solo.

Il quarto serbo assassinato è stato ritrovato a 1,5 km dal luogo degli scontri.

Premettendo che la dinamica complessiva della vicenda, degli obiettivi e delle finalità ha molte lacune e punti incerti e che forse, solo nei prossimi giorni o mesi si avranno risposte più certe, qui cerco solo di informare e documentare i fatti conclamati e provati, con grande cautela e attenzione, senza entrare negli aspetti tuttora dubbi o interpretabili sotto diverse e contrastanti letture.

Questo, per non incorrere in letture o interpretazioni personali o virtuali, che, come nel caso della crisi ucraina, poi si rivelano nei fatti scombinate. Saranno i prossimi eventi e passaggi fattuali ad avvicinarci agli aspetti più profondi e congrui, per ora non accertabili.

Pertanto qui espongo alcuni punti fermi e fatti che sono ad oggi fissati e riscontrati, utilizzando i contatti e le relazioni sul campo, queste sono sintesi e letture, di analisti, politici e militari serbi, tutte aperte a varie ipotesi in divenire, soprattutto politiche, come loro stessi confidano.

Nella notte di sabato 23 settembre, circa le 02:45, un gruppo, per la prima volta armato e molto bene equipaggiato di circa 30 cittadini serbi, ha installato due camion come barricate a Banjska, nel nord del Kosovo. Poi è arrivata la polizia del Kosovo, che ha cercato di rimuovere le barricate, da cui è nato un conflitto a fuoco.

Nel conflitto a fuoco è rimasto ucciso l’ufficiale di polizia A. Bunjaku e un’altra persona è rimasta ferita. E questo è un fatto accertato dai filmati, non è stato colpito a freddo o direttamente. Alle 08:37, i valichi amministrativi di Jarinje e Brnjak con la Serbia sono stati chiusi mentre gli scontri continuavano. Alle 10:15 è stato dato inizio alla “operazione antiterroristica”.

Il gruppo armato si è allora diretto verso il Monastero ortodosso, sfondando il portone con un loro veicolo blindato hanno occupato il cortile e si sono preparati a resistere a un attacco esterno. La dotazione e la quantità di armamenti hanno fatto pensare addirittura ad una lunga resistenza ad un assedio. Nell’arco di un’ora e mezza sul posto convergono circa 500 agenti delle Forze Speciali albanesi (quelli addestrati e armati dalla NATO e dagli USA, che non dovrebbero esistere secondo l’ONU...) e cominciano sparatorie a distanza.

L’ipotesi di una resistenza da assedio è legata, secondo alcuni esperti militari alla quantità di armamenti e dotazioni a disposizione, abbandonati e ritrovati poi nel cortile del Monastero. Un auto blindata, jeep, fuoristrada, moto quad, mine antiuomo, lanciarazzi portatili, dinamite, mitragliatrici, maschere antigas, oltre a grandi quantità di cibo, medicinali e altro.

Poi, mentre le sparatorie si intensificavano e i cecchini sono riusciti ad uccidere e ferire molti del gruppo operativo, qualcosa deve essere cambiato nella progettualità militare, e molti video ricostruiscono la ritirata sulla montagna retrostante la loro posizione, probabilmente prima di essere completamente circondati, ma lasciando molto materiale all’interno, oltre ai veicoli.

Questi sono ad oggi i fatti riscontrati e comprovati, per le interpretazioni, anche molto delicate e complesse, che questa azione ha prodotto, aspettiamo gli sviluppi documentabili.

Alcune considerazioni sono comunque inequivocabili, chi ha letto i miei articoli e documentazioni dell’ultimo anno sulla situazione nella regione, può trovare già lì molti riscontri e previsioni, non occorreva avere grandi doti intellettive particolari per delinearle o coglierle:

1) Le responsabilità di chi vuole, cerca, lavora strategicamente per propri interessi geopolitici, ad una situazione di conflitto permanente o poi dispiegato nella regione, con l’obiettivo primario della definitiva destabilizzazione della Serbia. Leggasi NATO e USA in primis.

2) Il totale fallimento e la conferma delle menzogne e falsità utilizzate nel 1999 per distruggere la RFJ. Gli obiettivi della NATO e della cosiddetta “comunità internazionale” occidentale, NON erano lo sviluppo e la pacificazione dell’area, visto che la condizione sociale e di vita della stessa popolazione kosovara è a livelli del Bangladesh (da dati ONU...) e le violenze, tensioni e criminalità, sono la vita quotidiana nella provincia serba, nonostante settemila e oltre militari KFOR ed Eulex. Oggi 24 anni dopo è sotto gli occhi di tutti

3) Questo è il prodotto delle politiche di Albin Kurti, un freddo e cinico prosecutore in doppio petto del sciovinismo guerrafondaio dei suoi predecessori dell’UCK. Fondato su una metodologia terroristica, sul razzismo antiserbo, sulla negazione della multi etnicità, multi religiosità e della multiculturalità e sul progetto della “Grande Albania”.

4) Ritengo che potesse essere prevedibile e umanamente comprensibile, al di là della politica, che, all’interno della Comunità serba kosovara, potesse nascere una componente che decidesse per una risposta disperata o meno, questo è un altro aspetto. Una scelta di Resistenza anche armata, di rifiuto nel vedere i propri diritti, i propri cari, il proprio presente colpiti e umiliati giorno per giorno da 24 anni, e senza alcuna prospettiva politica concreta di un futuro migliore.

Ventiquattro anni di una vita quotidiana nella provincia, fatta di assassinii, ferimenti, arresti indiscriminati, pestaggi, incendi, discriminazioni e vessazioni anche contro bambini, donne e anziani, colpevoli solo di essere di etnia serba, ed una frustrazione per la mancanza da parte di tutti nel trovare una soluzione negoziata ed equilibrata, sotto l’egida del Diritto internazionale.

Ora anche da dichiarazioni pubbliche in Serbia, di politici, analisti e militari, tra cui il presidente serbo, si sa che filtravano voci che indicavano da oltre un anno, che nella provincia serba, si stava organizzando una rete di Resistenza serba anche armata, alla violenza e alle umiliazioni subite quotidianamente da ventiquattro anni.

Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić in un discorso alla nazione la sera del 24 settembre ha detto:
“Cosa è successo veramente? I serbi del Kosovo e Metohija si sono ribellati, non volendo subire più il terrore di Kurti. Cosa è successo a Banjska? Una cosa incredibile: in appena un’ora e venti minuti, quelle decine di serbi sono stati circondati, ed è stato effettuato un attacco brutale contro di loro.

Hanno dato a Kurti carta bianca per affrontare i rivoltosi, da quel momento sono stati uccisi tre serbi, due di loro sono stati sicuramente uccisi dal fuoco dei cecchini, quando non era necessario che venissero uccisi, altri due sono rimasti gravemente feriti e si teme che sia stata uccisa anche una quarta persona.

Hanno usato i cecchini anche per attaccare case private, dove c’erano degli anziani. Da chi sono stati mandati lì, perché non è intervenuta la KFOR o Eulex? Non voglio giustificare l’uccisione di un poliziotto albanese, è riprovevole e nessuno ne aveva bisogno, men che meno il popolo serbo, soprattutto nel momento in cui tutti si sono resi conto che Kurti è il principale organizzatore del caos e non c’è troppo da girare intorno al problema.

Chiediamo a Pristina di rendere pubblici i filmati che hanno registrato i vari momenti, noi non abbiamo paura della verità, se loro non lo faranno significherà che sono loro a temerla.

Hanno scritto che pellegrini e monaci erano tenuti in ostaggio o addirittura complici. Questo per attaccare la Chiesa ortodossa serba, il che è anch’essa una menzogna.

Kurti è l’unico colpevole. L’unico che vuole conflitti e guerre. Nessuno vuole la guerra tranne lui e chi lo manovra. Il desiderio della sua vita è trascinarci in una guerra con la NATO, non ha altra ambizione. E questa è l’unica cosa che fa in giro per il mondo.

Invito la comunità internazionale ad adempiere alle condizioni concordate all’ONU e a formare il Consiglio delle Comunità Serbe, nonché ad avere i poliziotti serbi nel nord, perché questo è l’unico modo per evitare che i serbi vengano perseguitati dai loro focolari secolari e per preservare la pace.

Hanno sempre cercato un motivo per accusare la Serbia di qualsiasi cosa finché non riconosciamo l’indipendenza del Kosovo, questa è la sostanza: fare pressione sulla Serbia finché non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo.

E allora lo ripeto per l’ennesima volta, qui davanti alla nazione e a loro: nonostante tutto quello che avete fatto finora, compreso quello che avete compiuto oggi, non riconosceremo mai il Kosovo indipendente. Potete ucciderci tutti, la Serbia non riconoscerà mai il Kosovo indipendente, la bizzarra creazione che avete fatto con tutte le bugie possibili.

Per noi, al di là di valutazioni e giudizi politici, i serbi morti nel conflitto con la polizia del cosiddetto Kosovo non saranno mai dei terroristi. Erano tutti padri di famiglia e uomini profondamente credenti e onesti, e saranno comunque onorati e considerati come caduti per la Serbia e la Patria.

Le nostre condoglianze vanno alle famiglie dei nostri fratelli serbi assassinati e anche a quella del poliziotto ucciso. Kurti è responsabile di tutto. Se non fosse stato per la polizia albanese, con quella serba, non sarebbe successo nulla. Nelle intercettazioni radio dei comandanti l’operazione, le battute erano ‘uccideteli tutti, i feriti possono anche morire, fate con calma’.

Una cosa è certa, il Kosovo non otterrà mai l’indipendenza, almeno non dalla Serbia. Non ho alcun problema, qualunque cosa facciano i fattori esterni. Nei prossimi giorni decideremo a mente fredda come e in che modo proteggeremo la popolazione”.
I serbi feriti nel conflitto a Banjska che si sono rifugiati in Serbia, hanno ricevuto le prime cure mediche presso l’Ospedale Generale di Novi Pazar, dopodiché sono stati trasferiti in altre strutture sanitarie. Come riportato dal giornalista di N1 si trovavano nel reparto di terapia intensiva del reparto chirurgico, uomini di età compresa tra 26 e 29 anni. Uno è stato ricoverato con ferite da arma da fuoco al braccio e alla gamba, mentre l’altro è stato colpito al petto, ma non aveva ferite da arma da fuoco perché era protetto da un giubbotto antiproiettile.

Il quotidiano Danas ha annunciato che lunedì tra le 12 e le 13, accompagnato dalla polizia, è stato ricoverato un altro ferito con una ferita da arma da fuoco alla gamba. Dopo le cure è stato trasferito in un’altra struttura sanitaria. Domenica i media hanno riferito che davanti al reparto chirurgico dell’ospedale Novi Pazar c’era una presenza visibile della polizia.

Il ministro degli Interni del Kosovo D. Svećlja ha detto che nell’ospedale di Novi Pazar ci sono sei aggressori feriti e ha chiesto alle autorità serbe di consegnarli. L’Ospedale Generale di Novi Pazar è l’istituzione sanitaria nel territorio della Serbia centrale più vicina al luogo del Kosovo dove è avvenuta la sparatoria. Da Rogozna si può prendere le strade forestali fino al centro di Banjska, e su quel percorso non ci sono attraversamenti amministrativi ufficiali.

In una sessione straordinaria, il governo serbo ha dichiarato il 27 settembre 2023 giorno di lutto nazionale in occasione dei tragici eventi in Kosovo e Metohija.

Cronaca dei soli ultimi venti giorni di ordinario terrore e violenza contro i serbi in Kosovo. Così vive da 24 anni la popolazione serba: 139 atti di violenza a sfondo etnico contro i serbi in Kosovo Metohija dall’inizio di quest’anno

La casa di Bosiljka Nojić (77 anni) a Gnjilan, vicino al cimitero cittadino, è stata presa a sassate e una finestra è stata rotta. Da sabato 16 settembre al 22, in questa cittadina del Kosovo Metohija ci sono stati quattro assalti con pietre alle abitazioni di serbi. Sabato 16 settembre la casa è stata attaccata con pietre, lunedì 18 settembre con immondizie.

L’anziana è disabile e vive con il genero. I Nojić sono rimpatriati, sono tornati nella loro città nel 2009 e sono l’unica famiglia serba in quella parte della città. Da quando sono tornati a Gnjilane sono stati bersaglio di molteplici attacchi da parte degli albanesi e la loro macchina era già stata bruciata negli scorsi anni.

Il 22 settembre un albanese ha aggredito con dei coltelli i figli del serbo Nenad O., mentre giocavano nel cortile di Mikro naselje a Mitrovica Nord, i bambini sono stati aggrediti mentre giocavano nel parco giochi. Una persona di nazionalità albanese ha estratto due coltelli e ha aggredito i bambini serbi, gridando minacce terrificanti. I bambini erano riusciti a scappare in un edificio vicino. Questo è il sedicesimo attacco contro i bambini serbi in Kosovo da novembre 2022.

Il 26 settembre intorno alle 22:30, le finestre della scuola elementare “Braća Aksić” di Lipljan, sono state prese a sassate, finestre rotte e danni materiali.

Nikola Elezovic, figlio di Ilija Elezovic, uno dei tre serbi arrestati pochi giorni fa, ha denunciato che la detenzione in cella, per la vita di suo padre, potrebbe essere fatale. Egli è malato di tumore e anche il medico albanese ha affermato nel rapporto, che tale paziente dovrebbe essere ricoverato in ospedale, ma il Tribunale e la Procura di Pristina lo hanno ignorato.

Lui sottolinea che dal momento dell’arresto fino ad oggi nessuno ha contattato la famiglia dell’arrestato.
“Né la polizia, né la procura, non conosciamo il suo stato di salute, l’unico contatto con lui è l’avvocato L. Pantovic, e le sue parole sono preoccupanti. Mio padre, era un rispettato cittadino di Kosovska Mitrovica, fuggito con la famiglia dal villaggio vicino a Vucitrn nel 1999 durante la guerra. Molto rispettato e apprezzato in città, come testimonia il numero di amici che chiamano e non riescono a credere a quello che sta succedendo.

Per noi è molto difficile, crediamo profondamente che l’accusa contro di lui di quei crimini di ventiquattro anni fa siano completamente falsi, egli ha sempre aiutato gli albanesi e tutte le persone che avevano bisogno di aiuto. Abbiamo contatti con molte persone, anche con albanesi che non credono a ciò, perché sanno che è un brav’uomo e vogliono aiutarlo”.
A Ranilug, nelle prime ore del mattino, sconosciuti hanno lanciato ordigni esplosivi contro tre case serbe. Non ci sono stati feriti, ma c’è paura tra le famiglie aggredite, così come tra la gente del posto.

Il vicesindaco di Ranilug, V. Aritonovic, ha detto che questo è il quinto ordigno esplosivo lanciato nel comune di Ranilug negli ultimi due mesi, aggiungendo che “i cittadini sono preoccupati e temono per la propria esistenza. Chiaramente, il motivo di questo attacco è l’intimidazione, perché non vedo nessun altro motivo per cui qualcuno dovrebbe lanciare un ordigno esplosivo contro la nostra gente pacifica. Questo è il quinto ordigno esplosivo che è stato lanciato negli ultimi due mesi a Ranilug e Glogovac”. Al momento di questi ignobili attacchi, intere famiglie erano nelle loro case, compresi i bambini.

Un ordigno esplosivo è stato lanciato anche contro la casa del direttore del Centro per i servizi sociali di Ranilug, Zoran Ristic, ma non è esploso. Una “brutale intimidazione nei confronti dei rappresentanti della Lista serba, che arriva solo pochi giorni dopo le minacce di Albin Kurti secondo cui i serbi e la Lista serba ‘soffriranno e pagheranno’. Kurti, ha cominciato ad attuare il suo piano prima arrestando tre serbi e ora sono state lanciate bombe contro case serbe”.

Nuovi arresti di serbi a Mitrovica Nord e Zvecan, il 20 settembre

A Mitrovica Nord è stato arrestato IE nelle prime ore del mattino, e a Zvecan è stato arrestato anche l’ex membro della polizia del Kosovo, DM. Secondo testimoni oculari, IE è stato fermato e portato via vicino alla Scuola Tecnica da membri delle forze speciali di polizia ed è stato messo in un veicolo che si è diretto verso Mitrovica sud. Il suo arresto è stato confermato dalla sua famiglia, che fino a questo momento non sa dove si trovi.

Nello stesso giorno è stato arrestato anche DM, ex membro della polizia del Kosovo. Secondo quanto riferito, è stato arrestato dalle forze speciali del Kosovo vicino a una fermata dell’autobus a Zvecan.

Arrestato un altro serbo a Priluzje

Un altro serbo, ZK, è stato arrestato il 20 settembre a Priluzje e poi portato a Pristina. È stato arrestato a casa sua dalla polizia del Kosovo. Il motivo dell’arresto di ZK è ancora sconosciuto.

Messaggi di odio con la scritta UCK, sono stati tracciati sulla scuola elementare “San Sava” di Klokot, il 15 settembre, frequentata da più di 70 bambini. “Un’altra preoccupante conferma che l’odio verso tutto ciò che è serbo, compresi i bambini, è la base ideologica della politica di Kurti e che è visibile ovunque in Kosovo, il pericolo di una destabilizzazione incontrollata e di un’escalation di violenza”, ha denunciato l’Ufficio serbo per il Kosovo Metohija.

Madre di due giovani picchiati e arrestati a Gracanica: “sono molto angosciata, gli hanno rotto la clavicola e le costole, oltre al viso”

Andrijana Micic di Gracanica, la madre dei due giovani che sono stati picchiati e arrestati dalla polizia del Kosovo, ha denunciato che dopo l’arresto non gli permettono di vedere i figli. L’episodio in cui sono stati picchiati i giovani serbi Andrija Micic di 24 anni e Mihajlo di 19 anni, è avvenuto nel centro di Gracanica, dopo essere stati fermati per un’infrazione al codice della strada, la polizia kosovara li ha brutalmente pestati.

“I due ragazzi non hanno fatto nulla di grave o del male a nessuno, Mihajlo è stato picchiato mentre era ammanettato, non poteva colpire nessuno”, ha detto la madre. Tre testimoni hanno dichiarato che Mihajlo è stato picchiato senza motivo, le loro dichiarazioni coincidono.

L’8 settembre 2023 arrestato un serbo a Leposavic, ex membro della polizia del Kosovo

Un serbo di Leposavic, GS, ex membro della polizia del Kosovo, è stato arrestato davanti a sua madre. Secondo testimoni oculari, era seduto nella taverna non lontano dalla stazione ferroviaria, dove si era fermato a prendere un caffè, quando è arrivata un’auto della polizia che lo ha preso e portato via. Al momento non si hanno informazioni riguardo a dove è detenuto.

La comunità Rom del Kosovo denuncia la brutalità e la violenza della polizia kosovara nella regione

Dopo il pestaggio brutale di un giovane rom mentre era in custodia a Gracanica, decine di persone della comunità rom del Kosovo hanno protestato a fine agosto, nel comune di Gracanica, a maggioranza serba, accusando la polizia di aver picchiato violentemente un giovane rom che era stato preso in custodia il 19 agosto.

Una ONG locale per i diritti dei rom, Opre Roma, ha postato le foto delle ferite subite da Burhan Ibrahimovic per mano della polizia di Gracanica dopo essere stato denunciato per un incidente stradale in città.

Rivolgendosi alla folla davanti alla stazione di polizia di Gracanica, Berisha di Opre Roma ha affermato che la comunità rom in Kosovo “è continuamente esposta alla violenza, alla discriminazione e all’emarginazione. Non siamo qui per incitare all’odio o alla divisione. Ma diciamo a coloro che esercitano violenza contro la nostra comunità, che tali azioni non saranno tollerate e non saranno più accettate con il nostro silenzio, in tutto il Kosovo”.

Va sottolineato che i Rom sono scappati e solitamente vivono nelle aree dove vivono i serbi e insieme a loro in tutti questi anni hanno subito vessazioni e persecuzioni.

Fonte

17/09/2022

Hasib Omerovic è uscito dal coma. Una testimonianza dal quartiere

Spetterà alla magistratura accertare la verità giudiziaria di quello che gli è successo.

Intanto, credo che noi di Primavalle, quelli che lo hanno conosciuto, possiamo interrogarci insieme sulla sua vita, su come è stato possibile che una delle persone più fragili della nostra comunità sia stata colpita in modo così terribile.

Da casa mia, al primo piano, spesso sentivo il suo vocione, le grida inarticolate che lanciava mentre veniva per recuperare oggetti dai secchioni. È sordomuto e, essendo un Rom, nessuno gli ha insegnato il linguaggio dei segni. Così lui, che aveva voglia di avvicinare la gente, cercava di comunicare con loro con i gesti e con questi mugolii. Anche a me, una volta, si è rivolto così. Io non capivo cosa volesse dire. Ero imbarazzato. Altri, più portati di me ai rapporti personali, hanno preso in mano la situazione: una “conversazione” fatta di cose elementari, come il caldo che fa. Credo che per lui questi scambi fossero importanti.

Emilia, che conosce tanta gente, mi diceva che Hasib era ben voluto nel quartiere. Spesso Primavalle è capace di grande solidarietà. Delle piccole, belle, storie che vorrei raccontare.

Con Hasib ci “parlava” anche lei. Aveva superato il disagio che inizialmente le provocava quest’uomo, così grande e così infelice. Il tramite, come in tanti altri casi, era Luna, il nostro cane. Tanti, soprattutto i bambini, chiedono di poterla accarezzare.

Anche Hasib, quando incontrava Luna, la carezzava ed intanto gesticolava amichevolmente con Emilia. Hasib, dice Emilia, era un uomo mite.

Credo che anche altri che lo hanno conosciuto possano dare testimonianza di questa sua mitezza, nonostante il carico immenso di infelicità che era costretto a portare. Dobbiamo avere il coraggio di parlare, di opporci a chi cerca di spargere fango e paura.

Infine una notazione sul suo cognome, Omerovic, che può sembrare così lontano. A me ha ricordato Omero, il cantore cieco dell’Iliade e dell’Odissea, agli albori della umanità.

Fonte

02/07/2021

Stanislav Tomas. Morto soffocato come George Floyd

“Lo stanno soffocando”. Come avvenuto per George Floyd. Un uomo è morto soffocato dopo essere stato bloccato dai poliziotti, ma il fatto questa volta è avvenuto nella città di Teplice (Repubblica Ceca) e a morire non è stato un nero ma il cittadino rom ceco Stanislav Tomas.

Ben presto il video che ritrae la scena è diventato virale sui social, proprio perché a molti ha ricordato la morte dell’afroamericano rimasto ucciso durante un violento fermo di polizia a Minneapolis nel 2020.

La vicenda sta facendo discutere, anche per i suoi punti ancora oscuri, ma che per gli attivisti sarebbe l’ennesima dimostrazione del razzismo sistemico che la comunità rom affronta quotidianamente nella Repubblica Ceca.

Un portavoce della polizia ceca ha detto che gli agenti sono intervenuti in seguito a una segnalazione su due uomini che in strada litigavano e danneggiavano auto in sosta e una volta sul posto si sono trovati di fronte un uomo ferito e seminudo che si è ribellato agli agenti in maniera aggressiva, costringendoli ad usare “misure coercitive”.

La versione ufficiale delle polizia è che la morte dell’uomo, che secondo la polizia faceva uso di droghe, non sarebbe collegata all’intervento dei poliziotti.

Per la polizia quindi nessun parallelismo con George Floyd, ma per la comunità rom la morte di Stanislav Tomas ha un altro significato. “Se era già stato arrestato e aveva le mani ammanettate dietro la schiena, perché si sono inginocchiati su di lui per i successivi tre minuti? È qualcosa che non capisco“, riporta il quotidiano Today.it facendo parlare Michael Miko, un attivista dell’associazione Romanonet.

Nella strada dove è morto Stanislav Tomas sono comparse nei giorni scorse candele, striscioni e omaggi. Qualcuno ha lasciato un nastro nero con la scritta “Na romských životech záleží” (ossia “Le vite dei rom contano”) mentre sabato prossimo è in programma una manifestazione a Teplice.

A Roma nel pomeriggio di ieri si è tenuta una manifestazione di protesta per la morte di Stanislav Tomas sotto l’ambasciata della Repubblica Ceca organizzata dall’associazione Kethane. Tra i manifestanti l’unico esponente politico italiano era Lisa Canitano, la candidata sindaca di Potere al Popolo, reduce dallo sgombero avvenuto in mattinata del campo rom alla Monachina.

Fonte

13/05/2019

L’egemonia irrazionale

Seguendo il filo dei ragionamenti che le destre esprimono nelle recenti vicende legate al trasferimento di famiglie rom nella periferia romana, si scopre una trama di contraddizioni da cui è davvero difficile tirarne fuori una logica. Perché una logica, in politica, è sempre rinvenibile, anche quando esprime una visione del mondo opposta alla nostra. Lo smantellamento dei campi rom è da sempre una bandiera della destra d’ogni risma. Una bandiera sacrosanta, lasciata colpevolmente alla destra per ignavia, codardia, per quel “parlar d’altro” che da tempo la sinistra oppone verso qualsiasi problema immediato della periferia. E invece no, va ribadito con forza che i campi nomadi sono luoghi d’inciviltà e di degrado sociale, che impoveriscono tanto chi ci sopravvive quanto il vicinato residente, sempre residente in periferia peraltro. I nomadi non sono (solo) vittime, quanto corresponsabili della situazione: nei campi si determinano privilegi e servitù coatte che replicano tanto l’asservimento dei più deboli verso i più forti, all’interno, quando l’asservimento del territorio al monopolio della sopraffazione, all’esterno. In altre parole, lo smantellamento dei campi è questione di civiltà, non di razzismo. Il problema, va da sé, è nella modalità di gestione della chiusura dei campi, nelle alternative predisposte. Questo dovrebbe differenziare l’approccio “di sinistra” da uno “di destra”. Eppure anche la destra dovrebbe trovarsi concorde su di un punto: dal campo nomadi se ne esce con una casa. Perché senza la casa lo smantellamento di un campo costituirebbe solo la premessa per la ricostruzione di un insediamento abusivo in qualche altro luogo poco distante. Nella logica del censimento per redditi, chi ne ha le possibilità sarà invitato a trovarsi una casa nel libero mercato dei mutui o degli affitti; chi vive condizioni di povertà o precarietà economica, avrà accesso ai servizi sociali predisposti e inserito dunque anche nelle liste dell’Edilizia residenziale pubblica. Non se ne esce da questa logica elementare: l’alternativa al campo nomadi è la casa, di proprietà per chi se lo può permettere, popolare per chi sta sotto una determinata fascia di reddito.

L’assegnazione della casa popolare alla famiglia Omerovic a Casalbruciato risponde dunque ad una logica perfettamente compatibile con le richieste della destra: svuotare gli insediamenti abusivi per regolarizzare e legalizzare situazioni sociali ai limiti o fuori dalla legalità. C’è poi un altro fattore da tenere in considerazione. Al fine di evitare la riproduzione di ghetti nomadi in determinate zone di Roma concentrando tutta la popolazione proveniente dai campi in pochi grandi luoghi, e al fine anche di una possibile integrazione (oggi estremamente lacunosa) tra nomadi e popolazione locale, l’unico strumento è quello di distribuire per tutta la metropoli quegli stessi nomadi oggi residenti in campi abusivi posti ai margini della città. Ovviamente – e siamo i primi a richiederlo – questi nomadi devono trovare residenza legale e garantita anche nella città consolidata, laddove possibile – laddove cioè presente patrimonio immobiliare pubblico. Però, anche qui ci sembra una ovvietà, la dispersione territoriale prevede l’assegnazione di case anche in periferia. Sempre seguendo la logica reazionaria della destra, ma in questo perfettamente compatibile in teoria con una sacrosanta logica d’integrazione e di soluzione dell’illegalità diffusa prodotta dai campi, l’unica soluzione possibile è esattamente quella avvenuta nel caso di Casalbruciato: l’assegnazione di una casa a una famiglia proveniente dai campi illegali. E allora, la domanda sorge spontanea – come avrebbe detto Antonio Lubrano: per o contro cosa protestano i fascisti a Casalbruciato? Perché se non si vogliono i campi, non si vogliono i servizi sociali (come a Torre Maura), non si vuole l’assegnazione di case per chi è regolarmente in graduatoria Erp, quale dovrebbe essere la fine di queste persone che pure, nella maggior parte, sono italiane, dunque non è possibile richiederne nemmeno l’espulsione, sempre seguendo la logica irrazionale del discorso razzista? Una domanda a cui non c’è risposta, perché prevedrebbe una logica coerente, un suo principio di non contraddizione, in base al quale se dico X (ad esempio, lo smantellamento dei campi rom), allora è implicita e inevitabile una soluzione Y (il passaggio delle famiglie dai campi a case).

Ovviamente la domanda è retorica. Non c’è nessun fondamento razionale nelle proposte della destra, visto che l’obiettivo politico è quello di aggregare consenso elettorale declinando in chiave reazionaria e razzista temi che pure hanno un loro fondamento. Alcuni dati di fatto agitati dalla destra in questi giorni sono effettivi ma, anche qui, il problema non è l’abilità della destra nel coglierli, quanto l’incapacità della sinistra di saperli maneggiare: in primo luogo, nei territori cittadini già stressati da carenze sociali di vario tipo (lavoro sottopagato, disoccupazione, traffico, buche, impossibile mobilità pubblica, precarietà abitativa, assenza di offerta culturale, eccetera) non possono essere scaricati ulteriori problemi sociali utilizzando la periferia come discarica delle questioni irrisolte e irrisolvibili dal Comune; secondo poi, la questione rom va affrontata con umanità ma anche con coraggio, soprattutto dalla sinistra. Basta buonismi o falsissimi afflati umanitari comprensibili solo per i residenti della città consolidata: i campi rom sono un problema, non vanno accolti o giustificati, ma combattuti. Ovviamente combattere i campi non significa prendersela con il soggetto nomade, con l’individuo, la famiglia: non è una questione di razzismo, ma di civiltà. Vanno combattuti assegnando case popolari, per chi ne ha diritto, favorendo l’integrazione della cittadinanza, non replicando cittadinanze di serie A e di serie B in base alla distanza dal centro cittadino o al reddito disponibile. In terzo luogo, l’esasperazione della plebe – plebe e non più proletariato, attenzione – che dimora la periferia va compresa e non ridicolizzata. Comprenderla non significa accettarla così come si manifesta immediatamente, tanto meno assecondarla nei suoi istinti plebei, per definizione egoistici, ma coglierne l’elemento materiale, l’insofferenza reale, alla radice dei fenomeni di rivolta. Una rivolta che è sempre mimata, simulazione di rivolta, agitazione di temi che rimangono in superficie tanto nel merito e nelle proposte, quanto nelle modalità messe in campo: qualche coro razzista, due dirette Facebook, e tanto basta ai media liberali a dipingere una fisiologica escrescenza popolare in “rivolta”, “ribellione”, “sommossa”. Termini che costruiscono una cornice narrativa inesistente nella realtà, ma percepita come reale, scambiando i quaranta neofascisti di Casapound, accompagnati da circa 7-8 persone di Casalbruciato, per ribellione popolare di quartiere. A Casalbruciato non c’è stata nessuna ribellione popolare, nessun quartiere in agitazione, nessun moto di Reggio Calabria in sedicesimi. Neanche due cassonetti sono riusciti a bruciare, questi replicanti di un sottoproletariato evocato ma sconosciuto. Solo il combinato disposto di attivismo neofascista e megafono mediatico, sulla pelle di una famiglia vittima di quella stessa logica reazionaria che, nel momento stesso in cui chiede lo smantellamento della precedente residenza, si attiva per rispedire nei campi chi ne era appena uscito. La distruzione della ragione, avrebbe chiosato Lukàcs.

Fonte

08/05/2019

Roma - A Casalbruciato manifestazione antifascista contro la “pulizia etnica”

I fascisti a Roma hanno innescato una campagna intimidatoria contro gli abitanti delle periferie che somiglia ad una vera e propria “pulizia etnica”. Usiamo questo termine con la dovuta prudenza in quanto è stato utilizzato dalle potenze della Nato per giustificare i loro bombardamenti e i loro massacri. Ma quando i fascisti provano a buttare fuori dalle case popolari famiglie che hanno avuto l’assegnazione da parte del Comune solo perché sono rom, come potremo definirla se non come una campagna di pulizia etnica?

Prima a Torrenova e poi a Casalbruciato, vengono prese di mira famiglie che già abitano regolarmente nelle case assegnate dal Comune sulla base delle graduatorie. Con minacce e intimidazioni vorrebbero costringerle a uscire dalle case perché sono rom e non sono “italiani”. Una cazzata clamorosa e strumentale, anche perché molte di queste famiglie rom sono italiane né più né meno di quelle nate a Campobasso o a Busto Arsizio.

Ma la campagna etnorazzista di Casa Pound non è affatto liscia. Sabato a Torrenova e in queste ore a Casalbruciato i fascisti vengono fronteggiati apertamente dagli attivisti del sindacato Asia-Usb (attivo da sempre nei quartieri popolari), dai militanti di Potere al Popolo e delle reti antifasciste.

Qui di seguito il breve comunicato che dopo il presidio di oggi lancia una manifestazione per domani pomeriggio (mercoledì) a Casalbruciato:
Gli abitanti delle periferie romane lanciano per domani, mercoledì 8 maggio dalle h.16 in Via Sebastiano Satta (Casal Bruciato) un presidio antifascista e a difesa del diritto alla casa per tutti. Ogni giorno nei nostri quartieri ci opponiamo a sfratti e sgomberi, sosteniamo le famiglie che si trovano in difficoltà e ci battiamo affinché il diritto alla casa sia garantito a tutti, senza alcuna distinzione, ed è per questo motivo che non accettiamo e continueremo a combattere contro ogni sciacallaggio e speculazione sulla pelle degli ultimi della società, di coloro che vengono abbandonati dalle istituzioni e strumentalizzati dai fascisti.

Per garantire il diritto alla casa per tutti c’è solo una ricetta: più case popolari! Basta sfratti e sgomberi! No alla guerra tra poveri! Respingiamo gli sciacalli nei nostri quartieri!
Fonte

09/04/2019

Roma. Dopo Torre Maura, Casalbruciato. Manine nere sulla rabbia delle periferie

Avanziamo alcune considerazioni sui fatti che stanno avvenendo in queste ore in via Cipriano Facchinetti 90, zona Casalbruciato, dove una famiglia di origine Rom domenica 7 aprile alle ore 18.00 si reca dopo aver usufruito di una assegnazione di una casa popolare e viene respinta da alcuni abitanti del quartiere perché secondo loro agli “zingari” non devono essere assegnate case popolari in quanto “spettano solo agli Italiani”.

Ci sono delle cose che non quadrano:

1) come mai si assegna una casa popolare ed il presunto assegnatario si presenta nella casa popolare di domenica alle ore 18.00, senza essere accompagnato dai vigili urbani di Roma Capitale e da funzionari del comune di Roma dipartimento al Patrimonio come avviene in questi casi; anzi, soprattutto in questi casi?

2) come mai dopo solo qualche minuto sul posto arriva un consigliere della Regione Lazio, Fabrizio Ghera di Fratelli d’Italia, accompagnato da un consigliere del IV municipio – Gianni Ottaviano, sempre di Fratelli d’Italia – a capeggiare la protesta per contestare l’assegnazione di una casa popolare ad una famiglia rom?

Qualche grosso dubbio ci viene, specialmente a distanza di pochissimi giorni dai fatti di Torre Maura. Anche lì viene immediatamente diffusa la notizia che sarebbero arrivati i rom in una ex clinica e a soffiare sul fuoco c’erano i fascisti di Casapound e Forza Nuova.

Infatti in questi minuti a Casalbruciato, prima sono arrivati i fascisti di Fratelli d’Italia (di domenica alle 18.00) e adesso – di lunedì pomeriggio – dopo che una ragazza italiana con un bambino piccolo aveva occupato la casa assegnata alla famiglia rom e buttata immediatamente fuori di casa dai vigili urbani e dalla polizia, sono arrivati i fascisti di Casapound, circa una decina, schierati con i caschi in testa pronti per la protesta contro i rom.

Se lo avessimo fatto noi nei nostri picchetti contro gli sfratti ci sarebbero venuti addosso come un bulldozer.

Alcune risposte che prima erano dei dubbi, e con il passar del tempo diventano certezze, vorremo darle.

Sappiamo che presso alcuni dipartimenti del Comune la fanno da padrone alcuni zelanti dirigenti messi lì dall’ex sindaco fascista Gianni Alemanno, che hanno continuato a stare al loro posto con il sindaco Marino e continuano tutt’ora a dettare legge con la Sindaca Virginia Raggi; uno fra tutti quel certo Marra condannato per corruzione e destituito in seguito dal proprio incarico.

Allora, mettendo sotto una lente d’ingrandimento alcuni fatti e chi soffia sul fuoco dell’intolleranza e del razzismo, alcune cose vorremmo dirle, partendo per esempio da quello che era successo alcuni anni fa a Tor Sapienza, a Tiburtino III, a Torre Maura ed ora a Casalbruciato.

Chi avvisa per tempo i fascisti su quali case vengono assegnate ai Rom o a cittadini extracomunitari?

E infatti dopo soli pochi minuti troviamo Casapound e Forza Nuova. Addirittura, come è successo tempo fa in via Mozart a Tiburtino III, Casapound protestava sotto casa di una occupante senza che lei li avesse neanche chiamati; ma loro già sapevano che da lì a poco sarebbe arrivata una famiglia di stranieri per prendere possesso dell’appartamento.

Vorremmo infine chiederci come mai i consiglieri sia comunali sia regionali di Fratelli d’Italia si oppongono ad una sanatoria di tutte quelle famiglie che per bisogno hanno occupato le case popolari – e che sono tutte italiane al 99% – in una città dove si vive il dramma abitativo in forma perenne e in un paese, il nostro, con la percentuale di case pubbliche (solo il 3%), tra le più basse d’Europa?

Noi come ASIA USB chiediamo da tempo una sanatoria per tutte quelle famiglie che hanno i requisiti per avere una casa popolare; chiediamo e ci batteremo affinché nel nostro paese vengano realizzate un milione di case popolari entro 10 anni. Siamo quasi tutte le mattine a difendere sfrattati e truffati dei Piani di Zona, contrastando con i nostri corpi anche le forze dell’ordine; continuiamo a contestare il decreto Renzi-Lupi che non concede le residenze a chi per bisogno occupa case e stabili vuoti.

Pensiamo oltretutto che la Regione Lazio a guida Zingaretti abbia delle grandi responsabilità nel non attuare politiche in difesa del diritto alla casa, e sappiamo soprattutto che le regioni, compreso il Lazio, possono chiedere i fondi per un piano casa generale, i famosi fondi ex Gescal che giacciono presso la Cassa Depositi e Prestiti.

Infine come ASIA USB intendiamo lanciare una assemblea da svolgere all’interno delle case popolari di Casalbruciato, molto probabilmente sabato mattina, insieme a quegli abitanti che oggi protestavano contro la venuta degli rom, per dire che serve la sanatoria e che serve un grande rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, non la guerra tra poveri per spartirsi la miseria.

Asia Usb Casalbruciato

Fonte

06/04/2019

Torre Maura, quel che ho visto io…

di Daniele Leppe

A mente fredda, durante un volo aereo, ho riflettuto sugli eventi di questi giorni. Provo ad articolare un ragionamento senza alcuna velleità politica, sociale o di altra natura partendo dall’inizio.

La sera di martedì, sul tardi, mi sono recato a via dei Codirossoni, a Torre Maura, dopo avere letto sui giornali quanto stava accadendo, per cercare di capire con i miei occhi che aria tirava.

Appena arrivato ho riconosciuto sul posto alcuni esponenti di Casapound, intenti ad impossessarsi della protesta, che era partita spontaneamente.

Il giorno successivo, invece, Casapound si è presentata in forze nel pomeriggio e poi è arrivata, alle 19,00, Forza Nuova.

La sera, in coincidenza con i forza nuova sono tornato con Stefano Fassina, che mi aveva chiesto di accompagnarlo, a cercare di capire cosa stesse accadendo. Più tardi, verso le 23, siamo tornati con Christian Raimo.

Ho notato un diverso modus operandi tra le 2 organizzazioni neofasciste. Più schiettamente fascista Forza Nuova, con bracci alzati, slogan fascisti, minacce a giornalisti e poliziotti. Più “politica” Casapound, con sviolinate alla polizia, al quartiere, ai cittadini presenti. La manifestazione di Forza Nuova è stata ad uso e consumo delle telecamere. La presenza di Casapound è stata più strutturata. Ogni volta che sono andato c’era qualcuno dei loro.

Se dovessi analizzare il comportamento del quartiere dovrei dire che questo, nella stragrande maggioranza, è stato spettatore di quanto accadeva, ma non complice, come invece lo si descrive. Io non ho mai trovato più di 100 persone al presidio. Mediamente ce ne erano una 60ina. Tra questi, una ventina di pischelli, qualche pensionato, qualche donna con bimbi, e una decina di coatti del quartiere che, a mio giudizio, sono quelli che hanno immediatamente legato con Casapound e da questa sono stati strumentalizzati.

Parlando con le persone del posto, con chi ci vive, questa decina di ragazzi che hanno tenuto la piazza sono, in qualche modo, i classici ragazzi di borgata “perdigiorno”: microcriminalità del luogo, tossici, pusher o semplici coatti. Questo spiega anche il fatto che fossero sempre presenti sul luogo, a qualsiasi ora del giorno. Evidentemente, nessuno di loro lavora.

Considero semplicistico il giudizio teso a criminalizzare un intero quartiere perché li dove sono stati trasferiti i nomadi c’è dal 2013 una cooperativa che lavora nell’accoglienza degli immigrati. I quali immigrati, mentre la folla gridava sguaiata contro i nomadi, passavano tranquillamente tra la gente per entrare nel centro di accoglienza senza che nessuno gli abbia mai detto nulla. Perché nello stesso stabile, al piano superiore, dove sono stati trasferiti i nomadi, al piano inferiore sono ospitati i rifugiati.

Segno di una politica dell’accoglienza organizzata in maniera folle e sciatta. Talmente sciatta che il Comune ha avvisato il municipio del trasferimento dei nomadi tramite l’invio di una pec!

Quando le manifestazioni hanno preso una piega più schiettamente razzista e fascista, quella parte del quartiere che c’era, si è allontanata. Ho parlato con un professore di una scuola del quartiere (che sabato dovrebbe pubblicare su il manifesto un articolo su quanto accaduto in questi giorni) che, in qualche modo, ha confermato le mie impressioni. Mi ha precisato che nessuno dei suoi alunni ha partecipato alle manifestazioni davanti al centro di accoglienza e che ai loro occhi (quelli degli adolescenti) era evidente la strumentalizzazione politica in corso su quanto stava accadendo sul posto.

Quello che considero folle è che siano stati necessari ben 5 giorni per organizzare una reazione “democratica”. A mio avviso, sarebbero bastati una 50ina di “cittadini democratici” per “tenere la piazza”. Cittadini che, però, oltre a condannare, tifare, stigmatizzare sui social, non hanno mai sentito alcuna esigenza di venire a Torre Maura (come prima a Tor Sapienza, Tiburtino III, Torbellamonaca, Tor Sapienza...).

Io considero questo grave. Perché la democrazia, la convivenza civile, un’altra idea del paese, va combattuta corpo a corpo, non è mai un dato acquisito.

Abbiamo delegato ad un ragazzo di 15 anni il coraggio che è mancato a un’intera classe dirigente della sinistra e del centrosinistra, che non ha avuto le palle per venire in piazza a sfidare 4 fascisti ignoranti e boriosi per paura di prendere 2 fischi o sberle. Ci sono voluti 2 giorni per avere i primi stanchi comunicati di condanna da parte dei politici. 2 giorni!

A mio modo di vedere la “rivolta”, sicuramente venata da connotati razzisti e xenofobi, è esplosa più come la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso che come espressione organizzata di un sentimento comune. Su questa goccia si sono poi inseriti elementi fascisti esterni che l'hanno cavalcata.

Ad ogni modo mi piacerebbe che domani vedeste il vialone dove è collocato il centro di accoglienza e valutaste serenamente se in un luogo del genere è possibile solo ipotizzare qualche forma di accoglienza e/o integrazione degna di questo nome.

A mio avviso si dovrebbe anche riflettere sui meccanismi posti alla base della collocazione geografica dei centri di accoglienza.

Il responsabile del centro di Torre Maura ci ha spiegato implicitamente la ragione per la quale questi centri sorgono sempre nel buco del culo di Roma. Nel meccanismo del bando per l’accoglienza è compresa anche la spesa per la locazione dell’immobile che, contrariamente a quello che si pensa, non viene messo a disposizione dalle istituzioni. Questo sistema perverso “del massimo ribasso” scarica sulla collettività disagiata il costo sociale dell’accoglienza, visto che difficilmente, allo stesso prezzo, si troverebbero degli immobili disponibili nel quartiere delle Vittorie, all’Olgiata o alla Camilluccia.

Non è vero che in periferia è finita la politica e che le periferie sono in mano ai fascisti. C’è in atto un tentativo evidente delle forze sovraniste e fasciste di penetrare in questi quartieri con slogan e azioni tese a contrapporre gli italiani agli stranieri, ai nomadi, ai diversi.

Questo tentativo nasce da una circostanza incontrovertibile. La lotta tra “vecchi” e “nuovi” poveri è per dividersi quel poco che rimane dello stato sociale: la casa pubblica, l’accesso all’asilo con l’esenzione, i contributi all’affitto, le visite mediche specialistiche e quanto altro.

Tutti elementi del welfare che sono concessi sulla base del reddito, del numeri di persone che compongono il nucleo familiare, di quanti bambini si hanno, delle malattie o delle disgrazie che si hanno in famiglia. Questi criteri di accesso al welfare pongono automaticamente in conflitto italiani e stranieri perché questi ultimi prevalgono nelle graduatorie pubbliche visto l’elevato numero di bambini e i loro redditi bassi.

La risposta della destra è “prima gli italiani”. In quest’ottica vanno lette le delibere dei comuni leghisti tesi ad escludere dall’accesso all’assistenza quei nuclei familiari che non risiedono da almeno 10 anni sul territorio comunale (rectius, gli immigrati). Una risposta razzista e discriminatoria rispetto però a un problema che esiste.

La sinistra avrebbe potuto e dovuto lottare per estendere la rete del welfare, costruire case pubbliche, allargare le maglie dell’aiuto, rafforzare la sanità, le scuole, i diritti dei poveri. Ha scelto invece l’adesione acritica al neoliberismo economico e sociale. La parcellazizzanione del welfare, la creazione di categorie protette in re ipsa, la lotta di tutti contro tutti, l’io al noi, l’individualismo alla collettività.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Concludo con 2 considerazioni.

La prima. Mai come in questi giorni ho sentito la mancanza di un luogo politico dove discutere di cosa accadeva e di come reagire.

A Torre Maura solo di una cosa ho avuto davvero paura. Delle parole di odio, violenza, razzismo uscite dalla bocca di alcune pischellette 15enni. Le trovate anche in alcuni dei video che ho fatto. Vorrei davvero capire le ragioni di questa terribile violenza verbale.

Fonte

Barricate contro i nomadi. Una lunga storia...

I problemi irrisolti generano mostri. E a volte viene il sospetto – quasi sempre fondato – che certi problemi siano lasciati di proposito senza soluzioni proprio per poter scatenare quei mostri quando torna conveniente.

Quello dei nomadi – degli zingari – è un evergreeen, che si ripresenta in modo ciclico, a ogni difficoltà del potere. Qualunque sia il potere in carica in quel momento. Per questo mai nessuna amministrazione e nessun governo, di destra o di “centrosinistra”, ha mai messo mano al problema.

In Spagna e in Gran Bretagna ci sono molti più “zingari” che in Italia, ma nessuno se ne accorge. Nessun finto movimento di squadristi al servizio dei palazzinari si è mai sognato di usarli a pretesto di campagne razziste nei quartieri popolari.

Né tanto meno ha ricevuto la più che benevole copertura mediatica sulla sortita neofascista a Torre Maura. Né le polizie di quei paesi si sono mosse a supporto diretto – a protezione esplicita – dei gruppi neo fascisti. Basta pensare alla seconda aggressione ai “portatori di panini”, fatta sotto gli occhi dei poliziotti, che si sono ben guardati dall’intervenire a difesa di un “italiano” incaricato dal Comune.

Questa testimonianza di Claudio Ursella, militante di quartiere con Rifondazione, dà il senso e la dimensione di un problema che è reale, ma che proprio per questo il potere ha sempre voluto affrontare solo in chiave “emergenziale”. Perché si riproducesse sempre uguale e pronto all’uso.


*****

La prima volta che mi sono trovato davanti a barricate contro i nomadi è stato nel 1987, al Trullo, poche settimane dopo l’occupazione del Faro. A quell’epoca, con i compagni del Faro, cercammo di essere presenti nella protesta per indirizzarla, e ci trovammo a confrontarci con i fascisti dell’Aurelio venuti in forze, e alla fine dovemmo abbandonare la piazza, per evitare uno scontro che oltre ad essere pericoloso, sarebbe stato inutile.

La sera io e altri due compagni, ci recammo al campo nomadi, per portare la nostra solidarietà, e fu una situazione surreale, in cui era difficile anche comunicare con persone, che pur accoglienti, ci consideravano alieni, come ogni altro “gagiè”. Il giorno dopo eravamo in municipio con un centinaio di cittadini, e ricordo che mi trovai ad improvvisare un comizio, durante il quale (a quell’epoca), non mi fu difficile indirizzare la rabbia, nei confronti dei veri responsabili, gli amministratori comunali.

Da allora sono passati oltre 30 anni e infinite giunte di pentapartito, di centrosinistra, centrodestra e infine grilline e siamo ancora qui a stupirci e scandalizzarci, come se tutto ciò fosse una novità...

Pongo solo due questioni.

Se 30 anni fa invece di barricate e campi di segregazione, ci fossero stati percorsi di integrazione scolastica, i bambini rom di allora sarebbero oggi adulti e genitori, che forse pretenderebbero anche per i loro figli scuola e integrazione, invece di inviarli a rovistare nei cassonetti, o peggio.


In oltre 30 anni, non ho visto a sinistra uno straccio di proposta su come affrontare il tema di una comunità di poche migliaia di persone, che vive nella nostra città come un corpo estraneo, secondo un modello di relazioni interno alieno e senza futuro, ancora vincolato a dinamiche riconducibili al patriarcato tribale, con un rapporto con il territorio in cui vive che risente ancora della tradizione nomadica, nella quale il territorio lo si sfrutta come si può, anche a prescindere dalla relazione con chi lo vive stabilmente, e poi lo si abbandona.

Una comunità, che con tutto il rispetto per le tradizioni di ognuno, non può vivere in una grande metropoli se non modificando radicalmente la sua vita quotidiana, a partire dalle dinamiche di genere, caratterizzate dallo sfruttamento del lavoro femminile e minorile, e dal parassitismo di molte figure maschili, che perso il ruolo nelle attività “nobili” (artigianato, allevamento di cavalli), spesso mostra resistenza tanto ai “lavori umili” (umilianti per un uomo), tanto all’integrazione culturale (di cui non sente bisogno, perché minerebbe il potere maschile all’interno della comunità).

I Rom sono un problema, e chi lo nega è un ipocrita, che abitualmente non li ha mai avuti come vicini.

I Rom sono un problema e questo problema, non si affronta spostandoli da un posto all’altro, come si è fatto da oltre 30 anni, e solo dei nazisti di merda possono pensare che la soluzione sia la loro “eliminazione”.

Ma tale problema va affrontato e l’unica soluzione è la garanzia di diritti certi, per tutti e percorsi di sostegno, educazione scolastica, liberazione dalle necessità più stringenti e drammatiche...

Ma è ridicolo pensare che chi taglia i diritti a tutti, possa affrontare il tema dei diritti dei Rom... e se lo fa paradossalmente ottiene solo il risultato di far considerare i Rom dei “privilegiati”, rispetto agli altri cittadini...

La soluzione al momento non c’è, perchè una sinistra che non è in grado di difendere tutti, se tenta di difendere una “minoranza”, qualsiasi minoranza, ottiene solo il risultato di far incazzare la maggioranza...

Come tutti voi e come i cittadini di Torre Maura, spero che il comune non sposti i Rom nel mio quartiere...

Fonte

04/04/2019

Roma: “A me i settanta rom qui non mi cambiano la vita”


C’è la ragione ma anche la forza nel ragazzo che a Torre Maura ha affrontato i fascisti di Casa Pound precipitatisi a strumentalizzare la vicenda di una settantina di rom ospitati in una struttura nel quartiere.

Torre Maura è uno dei nuovi quartieri popolari della periferia est sorti dall’abusivismo di necessità sulla via Casilina. E’ la via consolare che viene e che porta in Ciociaria e poi in Campania. Migliaia di persone emigrarono nella Capitale alla ricerca di lavoro, soprattutto nell’edilizia. In molti usavano il trenino che veniva da Fiuggi. Arrivati nella campagna alla periferia della città cominciarono a costruire alloggi di fortuna potendo contare sulla propria perizia di muratori, maiolicari, ferraioli. Prima delle baracche poi delle case “abusive” che vennero sanate negli anni ‘70 dalla Giunta comunale di sinistra (Petroselli prima, Vetere poi).

Torre Maura è un quartiere a ridosso del Grande Raccordo Anulare e tagliato in due dalla via Casilina dove oggi al posto del trenino sfreccia sottoterra la Metro C. Le strade di entrambi i lati del quartiere hanno i nomi degli uccelli. Anche il centro che doveva ospitare i rom, dopo aver ospitato dei migranti, è in via dei Codirossoni (un passeriforme della famiglia Muscicapidae) a ridosso del Raccordo Anulare. Nello stesso lato di Torre Maura ci sono le case popolari.

Ma da sempre nel quartiere ex abusivo ma “sanato”, non ci sono i marciapiedi, la congestione è totale, le case sono basse o con palazzine al massimo di cinque piani. Torre Maura è periferia, anzi è diventata quasi prima periferia, perché subito dopo il Raccordo Anulare inizia la sterminata “nuova periferia” (Giardinetti, Torre Gaia, Tor Bella Monaca, Villaggio Breda) e poi i consorzi, e poi ancora le borgate della Borghesiana e di Finocchio dove, appena prima, c’è l’impianto dei rifiuti dell’Ama di Rocca Cencia andato a fuoco pochi giorni fa. Da lì inizia la zona dei vigneti che annuncia i Castelli Romani.

Questo territorio è il VI Municipio, quello con tutti, ma proprio tutti, gli indicatori di disagio sociale più alti di Roma. Sulla mappa del Comune, questo territorio è segnato con il rosso fisso.

Torre Maura è solo la porta di questa immensa periferia in cui il degrado sociale, urbanistico, ambientale, viene interrotto solo dalle “isole” dei consorzi, i cui presidenti e comitati di quartiere sono diventati, nel tempo, uno dei poteri forti meno noti ma, sul piano elettorale, tra i più influenti della Capitale.

In questa periferia da sempre si accumulano le soluzioni d’emergenza decise dalle autorità. Centri di accoglienza o campi rom che siano. Mai una volta, a nostra memoria, che si sia cercato di condividere preventivamente queste soluzioni con gli abitanti del territorio.

Ma se in passato quartieri come Torre Maura erano parte integrante della “cintura rossa”, negli anni questa identificazione – e la conseguente coesione sociale – si è via via sbiadita ed è stata “incattivita” dal boom dell’impoverimento sociale che, come spiegato prima, da queste parti non ha confronti con il resto della città.

L’arrivo dei rom nel centro di via dei Codirossoni ha fornito terreno facile ai tentativi che da tempo i gruppi neofascisti stanno facendo per inserirsi in questo territorio. Torre Angela è al di là del Raccordo Anulare e poco più in là c’è Tor Bella Monaca dove le incursioni di Forza Nuova e della Lega sono state finora rintuzzate, nel primo caso anche dovendo ricorrere alle maniere forti.

Chi conosce questi quartieri, la sua gente e la sua esasperazione, sa che non c’è niente di più semplice. Basta magari che qualche manina dal Comune ti avvisi che quel giorno “arrivano i negri” o “arrivano i rom” e soffiare su un fuoco sempre in attesa di bruciare diventa un gioco da ragazzi. Come noto sia Casa Pound che Forza Nuova, grazie ai tanti soldi di cui dispongono, hanno a disposizione un congruo numero di attivisti a tempo pieno da mobilitare rapidamente sui vari quadranti critici della città.

Quando sono stati affrontati a Tiburtino III, si è scoperto che diversi fascisti provenivano da Ostia ed altri quartieri. Ed anche il ragazzino di Torre Maura che affronta il caporione di Casa Pound, Antonini, alla fine non può che chiedergli: “Io sono di qua, di Torre Maura, ma tu da dove vieni?”. Ed è questa identità, più territoriale che politica, a fornire la ragione e la forza a quel ragazzino che spiega come “a me questi rom che stanno qui non mi cambiano mica la vita. Se nel quartiere mancano i servizi mica è colpa dei rom”.

Perché l’arrivo dei rom non rompe un equilibrio, aggiunge solo un altro problema a quelli già esistenti e diventati spesso insopportabili.

Tuttavia, mentre la soluzione ai problemi del brusco impoverimento sociale non appaiono a portata di mano, i rom sono lì, visibili, vicini, appunto, a portata di mano. E siccome i rom li hanno mandati le autorità, la rabbia contro gli incolpevoli rom diventa il pretesto per far arrivare un grido inascoltato alle autorità, che decidono, spostano, organizzano ma non si confrontano mai, preventivamente, con la gente di quei territori. Prima di spostare, insediare etc, è proprio impossibile convocare prima una assemblea con gli abitanti e spiegare le necessità, le possibilità, le soluzioni? Sarebbero indubbiamente assemblee tumultuose, ma creerebbero condizioni diverse, isolerebbero gli strumentalizzatori, darebbero agli abitanti il senso della loro importanza nelle decisioni da adottare.

Invece pare quasi che, consapevolmente (e in alcuni casi sappiamo che è così) o inconsapevolmente (e qui l’ottusità burocratica/legalitaria dei nuovi amministratori è desolante), si vogliano creare le condizioni affinché la rabbia dei poveri si debba rappresentare sempre e solo attraverso la lotta contro altri poveri e mai contro i ricchi e le istituzioni responsabili del degrado delle periferie e dell’impoverimento sociale.

Abbiamo molto da imparare dal ragazzino di Torre Maura. Ne dobbiamo recuperare la ragione, ma anche la forza, per riconsegnare agli abitanti delle periferie il senso e la voglia del riscatto sociale. Per farlo sono necessarie entrambe.

Fonte

02/08/2018

“Sporco comunista”, giornalista accoltellato sulla porta di casa

Riportiamo il testo dell’agenzia AdnKronos, con tutti i suoi condizionali dubbiosi, per far vedere come “il trattamento della notizia” non sia mai innocente. L’Aggressione c’è stata, la coltellata anche, la denuncia ai carabinieri pure. La figura di Nascimbeni è abbastanza nota, con una biografia senza zone d’ombra.

*****

Un fendente diretto al volto, parato con un braccio e sferrato sulla porta di casa. Questo quanto sarebbe accaduto ieri sera a Enrico Nascimbeni, cantautore, scrittore, giornalista e direttore di Border OnLine del Gruppo Saman, vittima di un agguato da parte di due uomini e sul quale stanno ora indagando i carabinieri. A raccontare l’episodio di violenza è stato lo stesso cronista, che su Facebook ha voluto rassicurare amici e colleghi sulle sue condizioni di salute e ringraziare tutti per la solidarietà ricevuta.

“Sono tornato poco fa dalla stazione Garibaldi dei carabinieri – ha scritto nella tarda serata di ieri Nascimbeni – che ringrazio per tutto quello che hanno fatto e per il loro garbo la loro umanità e per come stanno svolgendo il loro lavoro e le indagini (uno di loro in casa mia ha riempito la ciotola di acqua fresca al mio cane, gesto in certi momenti che non si scorda)”. Uno dei due aggressori, secondo quanto riferisce il cronista l’avrebbe aggredito sulla porta di casa. “Mi ha tirato una coltellata al viso – racconta Nascimbeni – che per reazione istintiva ho parato con un braccio che ovviamente ha un taglio non grave. Non grave davvero”.

“Se ne sono scappati via dicendomi ‘sporco comunista di merda’. Mi sono chiuso in casa. Mi sono ripigliato un po’ – ha raccontato ancora – e chiamato i carabinieri (e ne sono arrivati tanti) ed è arrivata una ambulanza. Una paramedica mi ha medicato e poi sono andato con i CC in caserma e ci sono rimasto fino a poco fa”.

Nascimbeni ha poi ringraziato quanti gli sono stati vicini immediatamente dopo l’accaduto, a partire dal gruppo dei Sentinelli di Milano fino all’Anpi. “Non mi aspettavo una cosa del genere – ha commentato ancora -. Una violenza del genere contro un giornalista, uno scrittore, un cantautore, per le sue idee. Mi sono spaventato e parecchio. Me la sono vista brutta. Ma mi è andata tutto sommato bene”, ha scritto, per poi concludere il post con “ora e sempre Resistenza”.

Enrico Nascimbeni nel 2016 venne insignito del Premio “Amico del Popolo Rom” per il suo impegno attivo contro tutti i razzismi e del “Premio Internazionale Phralipe”, destinato ad enti, organizzazioni o persone che esprimono disinteressatamente la loro solidarietà verso il popolo Rom.

“Casualmente”, stamattina era prevista una manifestazione a Roma proprio di Rom e Sinti, dalle 12 alle 17, in piazza Montecitorio. Dall’appello:


Prima di tutto per ricordare gli ultimi 2.897, donne, uomini e bambini rom e sinti dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau uccisi nella notte del 2 agosto 1944 e commemorare con loro più di mezzo milione di nostri fratelli e sorelle morti nei campi di sterminio d’Europa.

Poi per affermare che commemorare oggi quella data significa ricordare, imparare e agire in una nuova situazione di difficoltà. Noi siamo figli e nipoti di quelle persone. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che il razzismo non porta un futuro migliore nemmeno per i razzisti, porta solo la ripetizione di una storia atroce e devastante per tutti. Siamo determinati ad agire con tutte le nostre forze contro questa onda nera che ci riporta indietro, non soltanto per proteggere noi e i nostri figli, ma in difesa di tutti i cittadini, in difesa della nostra civiltà e della nostra democrazia.

In Europa, in questi ultimi tempi le nostre comunità vivono un rinnovato sentimento di preoccupazione e paura: in Ucraina, in Ungheria, in Slovacchia, in Romania movimenti razzisti e neonazisti attaccano le nostre comunità, bruciano le nostre abitazioni e, come in Ungheria e Ucraina, uccidono. In Italia un sentimento di odio e discriminazione a lungo coltivato si concretizza da parte del nuovo governo in minacce di censimento etnico e di espulsione di rom e sinti non italiani. Che poi a questi ultimi si dica che “purtroppo” non saranno cacciati non riduce certo la preoccupazione di una comunità che ha una storia di discriminazione e persecuzione plurisecolare e che proprio in questo periodo subisce atti di violenza grandi e piccoli di cui basta ricordare la piccola Cirasela, colpita alla schiena pochi giorni fa da uno dei vigliacchi che sparano a chi non gli piace perché nero o perché “zingaro”.

Infine, per dire al nuovo governo, al quale abbiamo chiesto per ora inutilmente un incontro, che non sarà a colpi di censimento o di ruspa che si risolvono i problemi e che noi continuiamo a essere assolutamente determinati ad assumerci la nostra parte di responsabilità nella ricerca di soluzioni a vantaggio dell’Italia e dei suoi cittadini di origine Rom e Sinti.

Per dire che rabbia e rancore verso chi è più debole non hanno mai risolto né risolverà le difficoltà. Per anni i governi non hanno svolto le azioni necessarie per risolvere i problemi reali che ci affliggono e abbiamo visto spendere il denaro dei contribuenti italiani ed europei con un approccio rivolto all’assistenza e a internarci nei campi, una soluzione inefficace, che ha prodotto più degrado e emarginazione, ma fino ad ora non abbiamo ricevuto alternative credibili.

Per tutto questo rinnoviamo la richiesta al governo di condividere la nostra determinazione di affrontare i problemi insieme non contro di noi per lavorare per un vero cambiamento che faccia sì che le persone non sentano paura e rabbia, ma coraggio e speranza.

Per tutto questo il 2 agosto saremo a Roma in piazza Montecitorio invitando cittadini, artisti, intellettuali, forze politiche e sociali a portare un segno di solidarietà a una battaglia che non è solo nostra ma di tutti coloro che vogliono per Rom e Sinti e per tutti gli italiani una vita migliore.

Fonte

26/07/2018

Sgomberato il Campig River e messa nel cassetto la “legalità”

Sgomberate con la forza dal Camping River di Roma 150 persone – molte delle quali cittadini italiani – di etnia Rom. L’“eroica” azione è stata condotta dalla Polizia municipale capitolina, agli ordini del comandante Di Maggio, supportata dalla polizia di stato, messa “generosamente” a disposizione dal ministro fascioleghista Matteo Salvini.

Il fatto è grave per molti motivi. Del Camping River da sgomberare si parla da settimane, tanto che persino diversi Rom – non esattamente i primi acquirenti dei giornali – avevano deciso di andarsene di propria iniziativa, fiutando l’aria da pogrom che soffiava su di loro.

Le cronache riferiscono come sempre versioni divergenti. Alcuni residenti – autorizzati, va ricordato, non “occupanti abusivi” – parlano di comportamenti violenti da parte delle cosiddette forze dell’ordine, con uso di spray al peproncino e persino nei confronti delle donne. “L’operazione è stata pacifica”, ribatte il comandante dei vigili urbani, specificando che manganelli e spray non sono nelle loro dotazioni. Sono in quella della polizia, però, che opportunamente tace.

Sapere la verità sarà difficile, visto che la zona è stata inibita fin dalle prime ore dell’alba a cronisti e fotografi, per una volta senza distinzioni tra free lance e “accreditati”. L’unica versione filmata dello sgombero è perciò quella fornita dagli stessi sgomberanti; ma sappiamo tutti che il montaggio delle immagini è di per sé una scelta selettiva operata dal “regista”... Una prima “novità” che mette in discussione esplicitamente il diritto ad esercitare liberamente il mestiere dell’informazione e quindi quello di essere informati in modo, possibilmente, imparziale. O comunque “plurale”.

Conviene perciò soffermarsi sulle modalità dello sgombero, questa volta davvero fuori dalle norme italiane ed europee.

Lo sgombero doveva infatti avvenire già martedì, due giorni fa, ma era stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo – istituzione sovraordinata alla giustizia italiana, in base ai trattati firmati da questo paese – e si attendeva la sentenza per le prossime ore. In un paese normale, insomma, sarebbe stato scontato attendere questo passaggio, e poi procedere oppure soprassedere.

Vale così, del resto, per tute le materie in cui l’Italia ha da tempo “ceduto sovranità” alle istituzioni di Bruxelles. Nel caso della legge di stabilità, per esempio, anche questo governo si muove cercando di restare dentro i parametri fissati dai trattati e le indicazioni che – passo dopo passo – la Commissione Ue muove ai singoli provvedimenti in cantiere. Insomma, su questo fronte se ne sa già abbastanza da portare a dire che non ci sarà nessun reddito di cittadinanza (almeno per ora), nessun tagli delle tasse (almeno per ora), nessun investimento economico di qualche rilevanza (almeno per ora...), ecc.

Su tutte queste materie, infatti, comanda la Ue, ma soprattutto decidono “i mercati”, che possono far partire in poche ore una serie di operazioni speculative che lascerebbero questo ed altri governi senza fiato finanziario.

Nel caso di una sgombero di qualche Rom, invece, un governo e un’amministrazione capitolina piuttosto vili si possono permettere una “alzata di testa” contando sul fatto che le sanzioni europee – che certamente arriveranno – sono in fondo poco più di una multa per divieto di sosta.

L’iter seguito dalla sindaca Raggi, di concerto con Salvini, è dunque un delirio di prepotenza gestito con viltà. La motivazione ufficiale dello sgombero prima della sentenza è infatti ridicolo: ragioni sanitarie. Per chiunque conosca le condizioni di vita in un campo Rom è facile capire che i problemi sanitari esistono da sempre, e certamente non si sono aggravati nel corso delle ultime ore. Né sarebbero peggiorate nelle prossime 48...

Dunque, si tratta di una banale scusa per procedere allo sgombero senza aspettare la sentenza della Corte di Strasburgo.

Questo modo di fare mina alla base le aspettative di tutti i soggetti che d’ora in poi si troveranno di fronte a minacce, decisioni, provvedimenti emessi dalle “autorità”, anche in spregio delle leggi esistenti e delle regole internazionali fissate dai trattati.

In altre parole – e lo diciamo ovviamente soprattutto ai soggetti del conflitto sociale – la “legalità”, da oggi in poi, tenderà a coincidere con la volontà momentanea del coglionazzo di turno che emette una “delibera”. Senza possibilità di ricorrere per vie legali contro provvedimenti che verranno comunque “eseguiti pedissequamente” (come ha detto il comandante dei vigili di Roma) anche in presenza di ricorsi legali, sentenze della magistratura, ecc.

Sapevatelo…

Fonte

20/07/2018

Cirasela, bimba rom di 15 mesi, paralizzata da un vigliacco

La comunità rom e sinta rivolge un appello al presidente della Repubblica

Martedì 17, a Roma, intorno alle 18 un gruppo di rom stava tornando dal parco giochi di via Togliatti quando contro di loro è stato esploso un colpo con una pistola ad aria compressa. Il colpo ha ferito alla schiena Cirasela, una bimba di 15 mesi, che era in braccio alla mamma e ora è all’ospedale: il proiettile ha leso la piccola colonna vertebrale della bimba che ora rischia di rimanere paralizzata.

Perché?

Perché a un essere innocente deve essere distrutta la vita? Perché una famiglia, povera e indifesa, deve precipitare nella disperazione colpita nel suo bene più prezioso e unico, i figli? Perché può esistere qualcuno di così vigliacco da sparare a gente inerme che cammina per strada per far loro del male?

Noi sappiamo perché.

Noi sappiamo che dieci anni di campagne di discriminazione e odio contro chi non ha altra colpa che essere diverso hanno coltivato rancore e rabbia in chi ha bisogno di trovare un colpevole al proprio disagio, all’insicurezza del presente, all’incertezza del futuro.

Noi sappiamo chi ha coltivato questo rancore che un giorno colpisce a morte un essere umano con un altro colore della pelle, un giorno un gruppo di “zingari” che tornano da un campo giochi, domani un essere umano che la pensa diversamente, solo perché crede in un dio che si chiama Allah.

Noi sappiamo che questa onda nera d’odio e di rancore trova oggi nel governo italiano, a dirigere il ministero dell’interno, chi l’ha alimentata e che ora ne coglie i frutti promettendo respingimenti, ruspe e censimenti etnici.

Noi sappiamo che quest’onda nera sommerge il senso stesso di umanità che ci dovrebbe distinguere e che solo recuperando questo senso d’umanità non ci saranno più madri e bimbi abbandonati a morire in mare, immigrati e “zingari” presi di mira dai vigliacchi in un ormai lungo elenco di violenze piccole e grandi che fanno vivere nella paura intere comunità.

Perciò non ci sentiamo di rivolgerci al ministro dell’interno per chiedere giustizia per la piccola Cirasella. Certo polizia e carabinieri faranno le proprie indagini ma il vigliacco che agisce nell’ombra sa bene che gode praticamente dell’impunità ed è perciò tanto più vile il suo gesto.

Ci rivolgiamo invece a chi rappresenta tutto il popolo italiano, al presidente della repubblica italiana, perché con le sue parole rischiari la coscienza collettiva restituendole quel senso di umanità che sembra smarrito e garantisca che l’azione del governo sia coerente con quei principi che la carta dei diritti universali e la nostra costituzione hanno sancito dopo che l’umanità è uscita dalla più grande tragedia provocata dall’odio verso l’altro perché diverso per religione, razza o opinione politica.

@Alleanza Romanì, @Accademia d’arte romanì, Associazine nazionale Them Romanò onlus, FederArteRom, Associazione Upre Roma, Associazione Amici di Zefferino, Associazione Romani Kriss, Associazione Sinti italiani di Prato, Associazione Nevo Drom, Associazione Rom in Progress, Associzione New Romalen, Associazione Futurom, Associazione Romni onlus, Associazione Rowni, Associazione Rom e Romnia Europa, Associazione Sucar Drom, Associazione cittadinanza e minoranze

Fonte

19/06/2018

Salvini avvia la schedatura etnica. E comincia dai Rom...

Scrive l’agenzia Ansa (la fonte da cui tutti i media traggono la notizia per poi “lavorarla”):

“Al Ministero mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia, perché dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, leader della Lega, parlando a TeleLombardia. Salvini ha parlato di “una ricognizione sui rom in Italia per vedere chi, come, quanti”, ossia “rifacendo quello che fu definito il censimento, facciamo un’anagrafe”. Per Salvini, gli stranieri irregolari andranno “espulsi” con accordi fra Stati, ma “i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”.

Dura replica dell’Associazione nomadi: “Il ministro dell’Interno sembra non sapere che in Italia un censimento su base etnica non è consentito dalla legge”, afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio che si occupa della tutela dei diritti di comunità come rom e sinti. “Inoltre esistono già dati e numeri su chi vive negli insediamenti formali e informali – continua Stasolla – e i pochi rom irregolari sono apolidi di fatto, quindi inespellibili. Ricordiamo anche che i rom italiani sono presenti nel nostro Paese dal almeno mezzo secolo e a volte sono ‘più italiani’ di tanti nostri concittadini”.

Non ci sono molti commenti da fare, se non ricordare con le parole del pastore protestante tedesco Martin Niemöller:

Prima vennero per i comunisti
e io non alzai la voce
perché non ero un comunista.

Poi vennero per i socialdemocratici
e io non alzai la voce
perché non ero un socialdemocratico.

Poi vennero per i sindacalisti
e io non alzai la voce
perché non ero un sindacalista.

Poi vennero per gli ebrei
e io non alzai la voce
perché non ero un ebreo.

Poi vennero per me
e allora non era rimasto nessuno
ad alzare la voce per me.

* Di questo testo circolano numerose varianti, perché in realtà venne dall’autore soltanto declamato, ma non scritto.

*****

Ringraziamo inoltre Franco Astengo che con gran sollecitudine, appena appresa la notizia, ci ha inviato questa ricostruzione storica.

*****

Porajmos o Porrajmos (pronuncia italiana: poràimos; in romaní: [pʰoɽai̯ˈmos]; traducibile come “grande divoramento” o “devastazione”) è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Si stima che tale eccidio provocò la morte di 500.000 di essi[2].

Questo disegno genocida è definito da Rom e Sinti anche con il termine Samudaripen, che significa letteralmente tutti morti.

Il Porrajmos non venne mai classificato come una persecuzione razziale al pari di quella ebrea fino agli anni Sessanta, quando storici e studiosi come Miriam Novitch iniziarono ad interessarsi a questo argomento allora poco noto o quasi totalmente sconosciuto. Molte sono le prove e i documenti che certificano invece il trattamento che il Partito Nazista riservò agli zingari.

Nel giugno 1936 il ministero degli Interni affidò la questione zingara alle autorità, chiedendo di operare attraverso leggi speciali per risolvere il problema.

Con il decreto del 14 dicembre 1937, in seguito alle ricerche del dottor Robert Ritter e dei suoi collaboratori, si affermava che gli zingari erano geneticamente criminali, e per questo dovevano essere messi agli arresti.

In una dichiarazione di Himmler, che risale invece al dicembre 1938, viene trattata la situazione degli zingari tedeschi “sotto l’aspetto della loro purezza razziale”. Nei vari punti sviluppati vi sono anche quelli che vietano il rilascio di diplomi o di qualsiasi altra forma di attestato per artigiani senza residenza fissa, imponendo una sorta di identificazione razziale per riconoscere i portatori di “sangue zingaro”. In questo stesso anno cominciarono le deportazioni nei campi di concentramento di Buchenwald, Mauthausen-Gusen e Flossenbürg, la sede dell’“Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara” fu trasferito da Monaco a Berlino. A partire proprio dal 1938, anno dell’Anschluss, il regime si occupò tra le altre cose di limitare i territori occupabili dagli zingari, estendendo le nuove leggi a tutti i nuovi territori del regime.

Le prime disposizioni per la persecuzione e l’internamento per gli zingari in Italia furono emanate l’11 settembre 1940. Una circolare telegrafica firmata dal capo della polizia Arturo Bocchini e indirizzata a tutte le prefetture del Paese conteneva un chiaro riferimento all’internamento di tutti gli zingari italiani a causa dei loro comportamenti antinazionali e alle loro implicazioni in reati gravi. Nella circolare venne ordinato il rastrellamento di tutti gli zingari, nel minor tempo possibile, provincia dopo provincia.

Il 27 aprile 1941 fu emanata un’altra circolare da parte del Ministero dell’Interno con indicazioni riguardanti l’internamento degli zingari.

La politica di discriminazione fascista si basò principalmente sulla presenza dello zingaro straniero nel territorio italiano. Con l’invasione della Jugoslavia del 1941 e la conseguente fuga degli zingari da quei territori in Italia, le forze armate fasciste acuirono le già preesistenti misure di controllo verso gli zingari per provvedere all’invasione di quelli stranieri. Infatti, mentre per gli zingari italiani fu ordinata la reclusione nei campi di internamento, per quelli stranieri era prevista l’espulsione.

Negli anni è stato possibile ricostruire una lista abbastanza completa dei luoghi di detenzione per zingari che c’erano in Italia. Testimonianze zingare parlano di campi di detenzione ad Agnone nel convento di San Bernardino, in Sardegna a Perdasdefogu, nelle province di Teramo a Tossicia, a Campobasso, a Montopoli di Sabina, Viterbo, Colle Fiorito nella provincia di Roma e nelle isole Tremiti. A seguito dell’occupazione tedesca nel territorio italiano, molti campi dell’Italia centrale e meridionale furono smantellati in vista dell’arrivo degli alleati e pertanto esistono pochissime prove della loro esistenza. Da quel momento in poi la maggior parte degli zingari internati in Italia fu trasferita nei campi nazisti, passando da Gries a Bolzano.

L’unico campo di cui possediamo dati e documenti precisi grazie agli archivi comunali è quello di Tossicia. Entrò in funzione il 21 ottobre del 1940 e le prime deportazioni zingare furono registrate nell’estate del 1942. La presenza di detenuti zingari è documentata anche nel campo di Ferramonti di Tarsia, attivo dal 1940 al 1944.

Con il decreto Auschwitz del 16 dicembre 1942 promulgato da Himmler, tutti gli zingari del Reich, eccetto quei pochi che lavoravano nelle imprese belliche tedesche, furono deportati a Birkenau. I gruppi di zingari sopravvissuti alle fucilazioni di massa e ai ghetti provenivano da tutti i paesi sotto il controllo del regime nazista, dal Belgio, dai Paesi Bassi e dalla Francia.

Il primo gruppo di zingari giunse a Birkenau il 26 febbraio 1943. All’arrivo nel campo gli zingari non venivano né smistati a seconda del sesso o dell’età né rasati a zero, ma venivano condotti tutti indistintamente nello Zigeunerlager. Solo a loro e agli ebrei del ghetto di Theresienstadt fu permesso di vivere in gruppi familiari all’interno del lager. Venivano distinti all’arrivo con un triangolo nero

Nel marzo del 1943 il dottor Josef Mengele divenne il capo dei medici del campo zingari, che rappresentava la massima autorità sanitaria dello Zigeunerlager. Uno dei motivi per cui agli zingari fu permesso di vivere in gruppi familiari fu quello di permettere al dottor Mengele di condurre i propri studi sui bambini, e soprattutto sui gemelli. Fu lo stesso Mengele ad ordinare che ai bambini zingari gemelli fosse tatuata la sigla ZW (Zwilling). La particolare attenzione medica riservata agli zingari era dovuta alla loro presunta appartenenza alla razza pura degenerata, per questo furono sottoposti a specifici esperimenti genetici.

Le cifre approssimative raccolte dai ricercatori negli anni parlano di circa 500.000 morti tra Rom e Sinti a causa dello sterminio nazista.

30.000 trovarono la morte nei campi di concentramento in Polonia a Sobibor, Bełżec e Treblinka.

Più di 7.000 zingari trovarono la morte ad Auschwitz durante le epidemie di tifo e tubercolosi che colpirono lo Zigeunerlager nel 1943 a causa delle cure inesistenti e delle pessime condizioni igieniche. L’unica cura per chi si ammalava era la camera a gas. In base alla documentazione che abbiamo, possiamo dire che, degli oltre 22.000 zingari deportati a Birkenau, 20.000 trovarono la morte nel lager.

Fonte

15/05/2018

Una pagina di rivolta contro lo sterminio. La ribellione dei Rom nel lager di Auschwitz-Birkenau


Il 16 Maggio 1944, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, le SS in armi si presentarono agli ingressi dello Zigeunerlager (il campo di sterminio degli “zingari”) per liquidare gli ultimi 5000 Rom e Sinti, donne, uomini e bambini che vi erano rinchiusi.

Normale amministrazione, tutti in fila per entrare nelle camere a gas e poi nei forni crematori, ma questa volta succede qualcosa di anormale: gli “zingari, questi vagabondi, queste persone indegne di vivere”, invece di subire si ribellano. Donne e uomini con ogni mezzo oppongono resistenza e, fatto inaudito, le SS si ritirano, il massacro è sospeso. La rivolta degli “zingari” nel 1944 ad Auschwitz, insieme a quella degli ebrei del 1943 nel lager di Sobibor, furono gli unici episodi di Resistenza attiva, mai verificatisi nei lager nazisti.

Settantaquattro anni dopo, in un convegno a Roma, per la prima volta in Italia, istituzioni e comunità Rom e Sinta ricordano insieme e commemorano quella giornata, fanno memoria di un atto di orgoglio e di dignità per ricordare e onorare lo sterminio dimenticato di oltre mezzo milione di Rom e Sinti, quegli ultimi 5000 “zingari” dello Zigeunerlager, i circa 2000 più forti che vennero trasferiti in altri Lager e poi i 2.897 rimasti, bambini, donne e vecchi, che vennero sterminati tutti insieme nella notte del 2 Agosto di quello stesso anno.

L’iniziativa servirà a riflettere insieme sugli effetti che quel pregiudizio che portò allo sterminio ancora oggi produce, radicato nella coscienza collettiva che emargina Rom e Sinti considerati estranei e ostili perché diversi. Un pregiudizio che condanna all’emarginazione sociale e civile un popolo che chiede solo riconoscimento e rispetto, condizioni fondamentali per una normale convivenza.

L’iniziativa di Roma si colloca nell’ambito dei due giorni organizzati dall’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (UNAR) in collaborazione con il Forum RSC per ricordare la rivolta dei Rom e dei Sinti dello Zigeunerlager di Auschwitz: con un convegno il giorno 15 dalle 14.00 alle 17.00 presso la sede dell’UNAR e il giorno 16 con una visita all’ex campo di internamento di Agnone, in Molise.

Nel corso dell’incontro sarà consegnato un documento e presentata una testimonianza: due momenti per unire un passato che non si vuole che si ripeta e un presente che ci riporta a quel passato.

All’incontro parteciperà anche Tobbias, il giovane Rom suonatore di fisarmonica che il 10 Maggio scorso, sul tram numero 8, e dopo aver intonato “o bella ciao”, è stato aggredito da tre persone, spinto fuori dal tram e picchiato selvaggiamente davanti alla sua famiglia. “Zingaro di merda” gli dicevano distruggendogli la fisarmonica, mentre le persone intorno osservavano indifferenti. Nonostante la fisarmonica distrutta e due mesi di prognosi, Tobbias sarà con noi per intonare la sua canzone preferita, prima della partenza della delegazione del Forum RSC per Agnone, dove insieme al direttore dell’UNAR, Luigi Manconi, alcuni figli e parenti di internati incontreranno le istituzioni locali e i ragazzi delle scuole per ricordare i tempi neri dei campi di internamento per soli “zingari” istituiti in Italia dal regime fascista a partire dall’11 Settembre del 1940.

Fonte

28/04/2018

Pogrom neonazista a Kiev, con la complicità di polizia e governo

Il gruppo neonazista ucraino C14, che si richiama apertamente all’esperienza dei collaborazionisti con i nazisti durante l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale, ha scelto l’anniversario della nascita di Adolf Hitler per realizzare un violentissimo blitz nel campo Rom sulla collina di Lysa Hora (Monte Calvo) a Kiev. Gli estremisti di destra, armati di pistole, spranghe, coltelli e spray urticanti hanno saccheggiato e distrutto il campo, bruciando le tende, pestando e accoltellando decine tra uomini, donne e bambini, alcuni dei quali sono stati ricoverati in ospedale.

I neonazisti hanno potuto contare sulla attiva complicità della polizia di Kiev il cui capo, Andrey Krishchenko, ha dichiarato che «alcuni cittadini si sono semplicemente assunti il compito di bruciare la spazzatura nel campo rom (...). I rom presenti in città per festeggiare la Resurrezione sono stati poi accompagnati alla stazione per far rientro nelle loro realtà».

Ma un video di 41 secondi pubblicato dal sito Lb.ua smentisce le autorità ucraine mostrando i neonazisti, molti dei quali con un passamontagna, intenti nel vero e proprio pogrom.

Mentre i media parlavano di un intervento dei “nazionalisti” per ripulire l’accampamento dai rifiuti, i 150 rom che vivevano nel campo ormai distrutto e che si erano rifugiati in una vicina stazione ferroviaria sono stati deportati dalle autorità in alcune località della regione dei Carpazi, a circa 500 km di distanza dalla capitale ucraina.

C14 ha rivendicato pubblicamente il pogrom ed ha annunciato sulla sua pagina facebook ulteriori aggressioni contro «gay, femministe e militanti di sinistra». La sigla neonazista, che si richiama al movimento collaborazionista di Stepan Bandera, lo scorso 8 marzo ha attaccato la manifestazione femminista nella capitale ucraina e minacciato di morte Elena Shevcenko, leader del locale movimento Lgbt.

Questo mentre centinaia di militanti del gruppo neonazista NazKorp, composto da componenti del famigerato Battaglione Azov attivo nell’aggressione militare contro le popolazioni del Donbass, pattugliano le strade di alcune città ucraine con il consenso del Ministero degli Interni del governo Poroshenko. Un governo sostenuto politicamente, economicamente e militarmente da una Unione Europea che vanta di essere un argine contro il risorgere dei nazionalismi e delle ideologie xenofobe.

Fonte

14/06/2017

Rogo di Centocelle. La pista rom si arena sull’alibi. Le altre dove sono?

Seif Seferovic è il giovane rom accusato del rogo del camper di Centocelle in cui morirono bruciate vive tre sorelle, di cui due bambine. Quasi subito si parlò di lui come l’autore dell’orribile omicidio. Lo stesso Seferovic lo apprese leggendo il giornale, ragione per cui si affrettò a chiedere informazioni in Procura tramite il suo avvocato Gianluca Nicolini rendendosi disponibile ad essere interrogato. Dalla sua aveva un alibi a prova di bomba: la notte del rogo di Centocelle stava dormendo in un autogrill lungo l’autostrada Roma-Civitavecchia ed era stato identificato proprio dalla polizia che poi lo aveva pure fermato.

Per precauzione si era allontanato dal campo rom di Salviati dove viveva, (zona Tor Sapienza, periferia Est di Roma). L’idea molto probabilmente era quella di rifugiarsi all’estero. Poi però si fece trovare a Torino, dove aveva dato appuntamento alla sua compagna che era stata pedinata dalla polizia, la quale ha arrestato Seferovic con l’accusa del rogo omicida di Centocelle.

Gli investigatori della Capitale restano convinti che sia stato Seferovic a lanciare la molotov omicida la notte del 10 maggio.

Seferovic però si professa innocente e deve rispondere di omicidio plurimo, tentato omicidio (nel camper quella notte c’erano tutti e 13 i componenti della famiglia Halilovic), detenzione, porto e utilizzo d’arma da guerra e incendio doloso. Il 6 giugno c’è stato il primo accertamento tecnico irripetibile sulle impronte lasciate sui frammenti della bottiglia. Seferovic è stato scarcerato e non ha dovuto partecipare di persona all’accertamento. Al momento è rimasto a Torino e, secondo il suo legale, è perfettamente reperibile.

Il provvedimento con cui il Gip di Torino ha convalidato il fermo di Seferovic ma non ha disposto alcuna misura cautelare potrebbe essere impugnato dalla Procura di Roma. I magistrati romani stanno infatti valutando l’ordinanza emessa dalla Procura torinese e non è escluso che possano impugnare il provvedimento davanti al Tribunale del riesame. Ma a otto giorni dall’accertamento tecnico ancora non se ne sa nulla.

Forse è venuto il momento di riporre la stessa domanda che ponemmo il giorno stesso del rogo omicida di Centocelle.

Gli investigatori sulla base delle dichiarazioni del padre delle bambine uccise indicarono subito la pista della “faida tra rom”, anzi la indicarono come l’unica pista investigativa. Alla luce di quanto emerso successivamente – incluso l’alibi di ferro di Seferovic rappresentato dai funzionari di polizia che lo hanno identificato e fermato in un luogo distante dal rogo di Centocelle – questa pista può essere ancora considerata l’unica da percorrere oppure si può cominciare a guardare alle indagini con una visione più ampia e non a senso unico?

Fonte

Raggi e Grillo svicolano per tirare a campare

In una lettera, con cui la Prefettura replica alle richieste della Raggi, viene fornita la fotografia di Roma e provincia sulla situazione dell’accoglienza di migranti e rifugiati. Le ultime rilevazioni indicano la presenza di circa 5.581 rifugiati nei centri di accoglienza, compreso il Cara di Castelnuovo di Porto, e di altri 3.028 sistemati negli alloggi dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati): totale 8.609 persone.

A Roma spetterebbe invece una quota massima di 11mila migranti. In pratica lo 0,29 per cento della popolazione che ammonta a 2,9 milioni di persone. A giudicare dalle cifre, si tratta di una situazione che le istituzioni preposte dovrebbero essere perfettamente in grado di gestire. Un flusso che non a caso viene definito “ordinario”. A Roma quindi non risulta nessuna emergenza migranti e rifugiati.

La Raggi, nel pomeriggio, ha invece scritto sul blog di Beppe Grillo che “l’emergenza accoglienza è una delle tante che abbiamo ereditato. Non permetteremo più a nessuno di mangiare sui più deboli e allo stesso tempo è ora di ascoltare i cittadini romani: non possiamo permetterci ulteriori tensioni sociali”. Fin qui tutto bene, si potrebbe dire; ma poi arriva il messaggio che suona come un invito a nozze per i fascisti che da tempo alimentano una caccia agli spettri, anche quando non ve n’è alcuna ragione (vedi Tiburtino III). “Per questo trovo rischioso pensare di creare altre strutture di accoglienza. Mi auguro che il governo tenga conto di queste parole nel momento in cui dovranno decidere dove inviare nuovi migranti. Chiederò un incontro al responsabile del Viminale” afferma la Raggi.

Al momento dunque sono solo degli endorsement utili alla destra e ai gruppi fascisti che sul territorio – denso invece di emergenze sociali assai più consistenti come disoccupazione, sfratti, mancanza di servizi e welfare – concentrano ossessivamente la loro azione solo sulla “questione immigrati”. Sembra quasi di sentire lo sketch di Miki, la fascistella di CasaPound interpretata dalla giovane Guzzanti, che di fronte a questioni e domande imbarazzanti svicolava con un disperato: “E allora le foibe?”.

“Come per tutto quello che la vecchia politica ha lasciato a Roma, anche in questo caso il MoVimento 5 Stelle non ha la bacchetta magica. Ma ha la libertà di fare le cose che dovevano essere fatte 20 anni fa. E allora iniziamo: i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi. Parliamo di 700 persone che risiedevano qui... siamo certi che i romani sapranno distinguere tra le urla di un Salvini e il lavoro di un’amministrazione che per la prima volta, a Roma, ha iniziato a rimettere in ordine le cose” ha scritto Grillo nel suo post sul blog.

La linea scelta dalla sindaca Raggi, benedetta da Grillo nel suo post, è la conferma della liquefazione della politica – M5S incluso – e dell’adattamento alla pochezza dell’esistente. Siccome sulle questioni importanti la politica non può decidere niente, perché decidono i diktat economici e gli algoritmi (dunque “non ha la bacchetta magica”), allora si può decidere solo sulle “miserie consentite”, dando addosso agli ultimi degli ultimi.

Non si possono recuperare i soldi indebitamente pagati dal Comune alle banche, né quelli arraffati dai “prenditori” con la truffa dei Piani di Zona o i Punti Verde Qualità? Le aziende stanno andando via o licenziano, desertificando economicamente Roma? I benefici del turismo vengono monopolizzati dai privati e non vengono redistribuiti a tutti gli abitanti? Pazienza... Intanto chiudo due campi rom, e la giunta campa.

Certo, se a Roma si costruissero nuove case di edilizia sociale (o si requisissero quelle vuote) per rispondere adeguatamente alla domanda abitativa, se si mettesse ordine e semplificasse la gestione dei servizi di welfare comunali e il loro rapporto con l’Inps che è il “pagatore finale”, se si gestisse la presenza e convivenza di migranti e rom nel territorio coinvolgendo sia i primi che gli abitanti invece che procedere dall’alto, magari non si risolverebbe del tutto il problema, ma si metterebbe mano a soluzioni concrete – anche conflittuali in alcuni passaggi lì dove è inevitabile – invece che muovere l’aria e cercare di recuperare facili consensi mettendo nel mirino gli ultimi e gli emarginati.

Non c’è decoro che tenga se ad un sistema di regole comune, condiviso e valido erga homnes, non corrisponde una azione tesa a dare soluzione a domande sociali sempre più pressanti, numerose e disperate. Il primo senza la seconda è quantomeno ipocrita. La legalità senza giustizia sociale è fascismo non civiltà. Prima lo comprende il variegato mondo M5S meglio è. Poi diventa tardi e il mondo che conosciamo potrebbe già essere cambiato in peggio.

Fonte