Seif Seferovic è il giovane rom accusato del rogo del camper di Centocelle in cui morirono bruciate vive tre sorelle, di cui due bambine. Quasi subito si parlò di lui come l’autore dell’orribile omicidio. Lo stesso Seferovic lo apprese leggendo il giornale, ragione per cui si affrettò a chiedere informazioni in Procura tramite il suo avvocato Gianluca Nicolini rendendosi disponibile ad essere interrogato. Dalla sua aveva un alibi a prova di bomba: la notte del rogo di Centocelle stava dormendo in un autogrill lungo l’autostrada Roma-Civitavecchia ed era stato identificato proprio dalla polizia che poi lo aveva pure fermato.
Per precauzione si era allontanato dal campo rom di Salviati dove viveva, (zona Tor Sapienza, periferia Est di Roma). L’idea molto probabilmente era quella di rifugiarsi all’estero. Poi però si fece trovare a Torino, dove aveva dato appuntamento alla sua compagna che era stata pedinata dalla polizia, la quale ha arrestato Seferovic con l’accusa del rogo omicida di Centocelle.
Gli investigatori della Capitale restano convinti che sia stato Seferovic a lanciare la molotov omicida la notte del 10 maggio.
Seferovic però si professa innocente e deve rispondere di omicidio plurimo, tentato omicidio (nel camper quella notte c’erano tutti e 13 i componenti della famiglia Halilovic), detenzione, porto e utilizzo d’arma da guerra e incendio doloso. Il 6 giugno c’è stato il primo accertamento tecnico irripetibile sulle impronte lasciate sui frammenti della bottiglia. Seferovic è stato scarcerato e non ha dovuto partecipare di persona all’accertamento. Al momento è rimasto a Torino e, secondo il suo legale, è perfettamente reperibile.
Il provvedimento con cui il Gip di Torino ha convalidato il fermo di Seferovic ma non ha disposto alcuna misura cautelare potrebbe essere impugnato dalla Procura di Roma. I magistrati romani stanno infatti valutando l’ordinanza emessa dalla Procura torinese e non è escluso che possano impugnare il provvedimento davanti al Tribunale del riesame. Ma a otto giorni dall’accertamento tecnico ancora non se ne sa nulla.
Forse è venuto il momento di riporre la stessa domanda che ponemmo il giorno stesso del rogo omicida di Centocelle.
Gli investigatori sulla base delle dichiarazioni del padre delle bambine uccise indicarono subito la pista della “faida tra rom”, anzi la indicarono come l’unica pista investigativa. Alla luce di quanto emerso successivamente – incluso l’alibi di ferro di Seferovic rappresentato dai funzionari di polizia che lo hanno identificato e fermato in un luogo distante dal rogo di Centocelle – questa pista può essere ancora considerata l’unica da percorrere oppure si può cominciare a guardare alle indagini con una visione più ampia e non a senso unico?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2017
03/06/2017
Rogo di Centocelle. Tragedie Rom e dell’informazione
I giornali danno notizia dell’arresto di un rom accusato del rogo nel campo nomadi di Centocelle, dove sono morte tre giovanissime zingare. Gli indizi non mancano, ma tali restano almeno fino a martedì, data in cui verranno svolti accertamenti sulle impronte.
Leggere titoli come “Preso il killer” fa pensare che l’Italia non sia uno stato di diritto, anche se poi l’articolo parla sia degli indizi che del possibile alibi.
Comunque si intrecciano storie di vita e di malavita, faide tra famiglie: la storia delle tre bambine arse vive per un incendio appiccato da una molotov; la storia della studentessa cinese finita sotto il treno mentre rincorreva chi l’aveva derubata. Il ladro era poi stato identificato nel rom che oggi è indiziato per il rogo.
Più precisamente il ladro sarebbe stato individuato grazie alla denuncia di un altro rom alla polizia. Un senso civico che sa anche di vendetta, perché il denunciante apparteneva a una famiglia da lungo tempo in lotta furiosa con quella del denunciato. I media parlano di lotte intestine nel settore di attività di rottamazione dei metalli, ma anche in quella, clandestina, di ricettazione dei gioielli rubati. Si fa riferimento a scambi di molotov che risalgono indietro nel tempo.
Così si arriva alla molotov che ha appiccato il fuoco alla roulotte in cui viveva la famiglia del denunciante, comprese le giovani arse vive; da qui si farebbe presto a far tornare i conti: faida, spiata, vendetta.
Un’ipotesi, lecita in quanto tale, che non legittima però titoli assertivi, da “sbatti il mostro in prima pagina” in attesa del processo. Tra l’altro, l’odio tra le famiglie era così manifesto che se qualcuno ci si fosse voluto inserire per altri fini sarebbe stato un gioco nemmeno troppo difficile.
Piuttosto altre cose ancora andrebbero dette e altri punti andrebbero chiariti. I cognomi delle due famiglie, sono entrambi musulmani di Bosnia, almeno alle origini, sia i Seferovic, che gli Halilovic, anche se tra i rom i cambi di appartenenza religiosa sono più frequenti che altrove.
La Bosnia in guerra degli anni '90 è soprattutto una terra dove le famiglie scappano, sotto le bombe e in mezzo agli spari; altre famiglie rimangono, ma a volte restano senza la casa, che le bombe e gli spari distruggono, e occupano le case lasciate vuote da chi è fuggito. La guerra finisce, i fuggitivi ritornano, ma gli occupanti non rinunciano alla casa conquistata in assenza dei proprietari. E’ lotta per sopravvivere e spesso ci scappa il morto: le hanno chiamate guerre etniche là dove a volte si fa appello a una cultura o a una religione comune per farsi forza, gli uni contro gli altri.
Tra i rom, in Bosnia, più che altrove. Da qui un incendio continuo, che prosegue anche in terra straniera, spesso, ma non sempre, nel nome di un dio che richiami odio: a Torino, sette anni fa, i rom musulmani chiesero l’apartheid nei pulmini che portano i bambini a scuola, per non mescolarsi ai rom ortodossi. In effetti, su quel pulmino, erano risse quotidiane.
Poi a Roma, quel che nessuno ricorda, nel 2013, a Castel Romano, rom serbi di una piccola comunità che scappano per sfuggire alle aggressioni continue dei rom bosniaco musulmani, che sono la grande maggioranza.
Alla Giunta Marino scappa un provvedimento inaudito: i rom serbi devono tornare là dove la loro vita è in pericolo. Insorgono gli operatori e i Radicali si fanno portavoce della protesta.
Coincidenza vuole che un campo ritenuto più tranquillo fosse quello di Centocelle, alcuni vi si rifugiano. L’affollamento diventa insostenibile: come topi in trappola, il rischio è la guerra di tutti contro tutti, a prescindere dalle religioni.
Tornano le storie di vita e di malavita. Dapprima le molotov degli Halilovic contro i Seferovic, poi la risposta. Infine, molto di recente, i Seferovic abbandonano il campo, ma anche gli Halilovic non si sentono tranquilli là dentro, se è vero che la roulotte incendiata si trovava in un parcheggio all’esterno.
Anziché proferire sentenze preventive sentiamo la necessità di esprimere interrogativi. E’ mai possibile che in tutti questi anni nessuno abbia capito che quel campo sempre più affollato poteva diventare anch’esso il contenitore di una miscela esplosiva, una bomba da disinnescare? Con tutto quello che era accaduto altrove? Con tutto quello che era accaduto a Castel Romano? Comunque siano andate le cose, nella vicenda delle tre giovani uccise, quali ne siano stati i responsabili e quali siano stati i reati che hanno fatto da cornice a tutta la vicenda.
Non abbiamo certezze da sbattere in prima pagina, ma ci sono dubbi che andrebbero comunque chiariti.
Fonte
Leggere titoli come “Preso il killer” fa pensare che l’Italia non sia uno stato di diritto, anche se poi l’articolo parla sia degli indizi che del possibile alibi.
Comunque si intrecciano storie di vita e di malavita, faide tra famiglie: la storia delle tre bambine arse vive per un incendio appiccato da una molotov; la storia della studentessa cinese finita sotto il treno mentre rincorreva chi l’aveva derubata. Il ladro era poi stato identificato nel rom che oggi è indiziato per il rogo.
Più precisamente il ladro sarebbe stato individuato grazie alla denuncia di un altro rom alla polizia. Un senso civico che sa anche di vendetta, perché il denunciante apparteneva a una famiglia da lungo tempo in lotta furiosa con quella del denunciato. I media parlano di lotte intestine nel settore di attività di rottamazione dei metalli, ma anche in quella, clandestina, di ricettazione dei gioielli rubati. Si fa riferimento a scambi di molotov che risalgono indietro nel tempo.
Così si arriva alla molotov che ha appiccato il fuoco alla roulotte in cui viveva la famiglia del denunciante, comprese le giovani arse vive; da qui si farebbe presto a far tornare i conti: faida, spiata, vendetta.
Un’ipotesi, lecita in quanto tale, che non legittima però titoli assertivi, da “sbatti il mostro in prima pagina” in attesa del processo. Tra l’altro, l’odio tra le famiglie era così manifesto che se qualcuno ci si fosse voluto inserire per altri fini sarebbe stato un gioco nemmeno troppo difficile.
Piuttosto altre cose ancora andrebbero dette e altri punti andrebbero chiariti. I cognomi delle due famiglie, sono entrambi musulmani di Bosnia, almeno alle origini, sia i Seferovic, che gli Halilovic, anche se tra i rom i cambi di appartenenza religiosa sono più frequenti che altrove.
La Bosnia in guerra degli anni '90 è soprattutto una terra dove le famiglie scappano, sotto le bombe e in mezzo agli spari; altre famiglie rimangono, ma a volte restano senza la casa, che le bombe e gli spari distruggono, e occupano le case lasciate vuote da chi è fuggito. La guerra finisce, i fuggitivi ritornano, ma gli occupanti non rinunciano alla casa conquistata in assenza dei proprietari. E’ lotta per sopravvivere e spesso ci scappa il morto: le hanno chiamate guerre etniche là dove a volte si fa appello a una cultura o a una religione comune per farsi forza, gli uni contro gli altri.
Tra i rom, in Bosnia, più che altrove. Da qui un incendio continuo, che prosegue anche in terra straniera, spesso, ma non sempre, nel nome di un dio che richiami odio: a Torino, sette anni fa, i rom musulmani chiesero l’apartheid nei pulmini che portano i bambini a scuola, per non mescolarsi ai rom ortodossi. In effetti, su quel pulmino, erano risse quotidiane.
Poi a Roma, quel che nessuno ricorda, nel 2013, a Castel Romano, rom serbi di una piccola comunità che scappano per sfuggire alle aggressioni continue dei rom bosniaco musulmani, che sono la grande maggioranza.
Alla Giunta Marino scappa un provvedimento inaudito: i rom serbi devono tornare là dove la loro vita è in pericolo. Insorgono gli operatori e i Radicali si fanno portavoce della protesta.
Coincidenza vuole che un campo ritenuto più tranquillo fosse quello di Centocelle, alcuni vi si rifugiano. L’affollamento diventa insostenibile: come topi in trappola, il rischio è la guerra di tutti contro tutti, a prescindere dalle religioni.
Tornano le storie di vita e di malavita. Dapprima le molotov degli Halilovic contro i Seferovic, poi la risposta. Infine, molto di recente, i Seferovic abbandonano il campo, ma anche gli Halilovic non si sentono tranquilli là dentro, se è vero che la roulotte incendiata si trovava in un parcheggio all’esterno.
Anziché proferire sentenze preventive sentiamo la necessità di esprimere interrogativi. E’ mai possibile che in tutti questi anni nessuno abbia capito che quel campo sempre più affollato poteva diventare anch’esso il contenitore di una miscela esplosiva, una bomba da disinnescare? Con tutto quello che era accaduto altrove? Con tutto quello che era accaduto a Castel Romano? Comunque siano andate le cose, nella vicenda delle tre giovani uccise, quali ne siano stati i responsabili e quali siano stati i reati che hanno fatto da cornice a tutta la vicenda.
Non abbiamo certezze da sbattere in prima pagina, ma ci sono dubbi che andrebbero comunque chiariti.
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14/05/2017
Roma. Un corteo popolare ripudia l’orrore del rogo omicida contro i rom
Un corteo partecipato, oltre ogni aspettativa, con più di 1.500 persone, tanti i giovani, ha attraversato le strade di Centocelle partendo da Piazza dei Mirti e si è concluso al parcheggio sopra al centro commerciale Primavera dove tre giorni fa due bambine e una ragazza rom – Angelica, Francesca, Elisabeth – sono morte bruciate vive nel rogo del camper dove dormivano e incendiato da una mano assassina.
Un risultato niente affatto scontato e una reazione popolare che rivela anticorpi importanti contro l'asseuefazione all'orrore e alle versioni di comodo. Un no al razzismo nella società e nelle istituzioni ma anche un si alla rivoluzione sul terreno dell'inclusione sociale di fronte alla devastazione di ogni forma di welfare che facilita la guerra contro i poveri e tra i poveri.
Lo striscione di apertura era delle donne di Centocelle, più indietro uno striscione con i nomi "Angelica, Francesca, Elisabeth. Verità e giustizia" firmato da sinti, rom, camminanti con la ruota simbolo delle comunità nomadi.
Guarda il video della manifestazione
E' vero che Centocelle è un territorio socialmente e politicamente molto attivo, ma una risposta di massa così a quanto accaduto non era scontata. E' un segnale incoraggiante di tenuta di fronte all'imbarbarimento sociale provocato dalle misure antipopolari e dalla demagogia della politica. Le istituzioni, non a caso, si sono tenute alla larga dalla manifestazione.
Fonte
Un risultato niente affatto scontato e una reazione popolare che rivela anticorpi importanti contro l'asseuefazione all'orrore e alle versioni di comodo. Un no al razzismo nella società e nelle istituzioni ma anche un si alla rivoluzione sul terreno dell'inclusione sociale di fronte alla devastazione di ogni forma di welfare che facilita la guerra contro i poveri e tra i poveri.
Lo striscione di apertura era delle donne di Centocelle, più indietro uno striscione con i nomi "Angelica, Francesca, Elisabeth. Verità e giustizia" firmato da sinti, rom, camminanti con la ruota simbolo delle comunità nomadi.
Guarda il video della manifestazione
E' vero che Centocelle è un territorio socialmente e politicamente molto attivo, ma una risposta di massa così a quanto accaduto non era scontata. E' un segnale incoraggiante di tenuta di fronte all'imbarbarimento sociale provocato dalle misure antipopolari e dalla demagogia della politica. Le istituzioni, non a caso, si sono tenute alla larga dalla manifestazione.
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11/05/2017
Roma. Per il rogo omicida ipotesi investigative molto discutibili
Per il rogo in cui sono state uccise una ragazza e due bambine rom, la procura indaga per incendio doloso e omicidio volontario, ma da quanto trapela da Piazzale Clodio l'ipotesi con cui si vorrebbe liquidare la pratica è quella di una vendetta tra clan dei nomadi piuttosto che quella dell'odio razziale. Una versione decisamente frettolosa e poco convincente, visto che non è stato ancora identificato l’uomo che ha lanciato la bottiglia molotov contro il camper in cui sono morte una ragazza e due bambine rom.
Il luogo dove è stato bruciato il camper è il parcheggio del centro commerciale Primavera, un posto che all’imbrunire diventa una sorta di terra di nessuno frequentata da pischelli allo sbando e coatti, una terra di nessuno a ridosso delle case delle cooperative (“rosse” e “bianche”) sorte a Casilino 23, per molti anni una sorta di “Pcilandia” in stile emiliano. Lì dietro c’è la scuola elementare “Iqbal Masih”, una struttura storica nella sperimentazione e difesa della scuola pubblica e che è stata all’avanguardia proprio nell’integrazione dei bambini rom.
La fretta con cui è stata diffusa – e acquisita – l’ipotesi investigativa della vendetta tra clan stride con il contesto. I litigi tra famiglie rom a cui fanno riferimento gli inquirenti, sarebbero avvenuti nel campo rom della Barbuta ossia all’altro capo di Roma rispetto a Centocelle. Nel periodo precedente gli Halilovic erano stati anche nel campo rom di via Salviati (a Tor Sapienza, stesso quadrante di Roma, uno dei campi più degradati). La famiglia Hailovic è di origine bosniaca, secondo la polizia avrebbe avuto diverbi con altre famiglie rom di origine serba, insomma uno scenario di scontro etnico che avrebbe riprodotto la guerra civile nella ex Jugoslavia ma nella periferia di Roma.
Le indagini quindi sono state indirizzate quasi immediatamente verso altri rom e quindi nei campi nomadi della Capitale.
La pista dell’attentato ispirato dall’odio razziale è stata dunque esclusa molto, troppo rapidamente. Eppure non è difficile raccogliere elementi “di contesto” diverso (le campagne dei fascisti contro i campi rom, il testosterone dei giovani e giovanissimi coatti del quartiere).
La gente del quartiere riferisce che un altra roulotte, abbandonata in questo caso, era stata incendiata qualche giorno prima in via Balzani, a poche decine di metri dello stesso quartiere dell’incendio di martedì notte. Qualche centinaio di metri più in là c’è il campo rom attrezzato di via dei Gordiani, stretto tra i cantieri della Metro C, una piccola parrocchia e gli impianti sportivi del Cisco e del San Lorenzo. Attraversando la Casilina una volta c’era il degradato e ingovernabile campo Rom di Casilino 600, oggi fortemente ridimensionato e occasionale. Lì adesso c’è un parco – quello di Centocelle – ma destinato a scomparire per essere inghiottito dalle servitù militari destinate a diventare il Pentagono della Difesa italiana. Al momento dietro le fratte, i boschetti e gli sfasciacarrozze si intravedono le strutture del COI, il Comando Operativo Interforze che controlla le comunicazioni militari fino in Afghanistan. Dovrebbero arrivare altri 4mila militari ed è evidente che spazio per parco, campi rom o sfasciacarrozze non ce ne sarà più.
C’è da augurarsi che nei tempi di “Minority Report” ai quali ci stiamo abituando, si riesca a identificare quanto prima l’autore del rogo omicida di cui esistono delle riprese su telecamera. Ma intanto le autorità giudiziarie e di polizia hanno già diffuso – e senza riscontri – una versione che mette a posto la coscienza di molti e depotenzia l’attenzione mediatica sul caso. Un capolavoro di normalizzazione, forse per abituarci alla “normalità” o alla inevitabilità di crimini come questi.
Foto di Patrizia Cortellessa
Fonte
05/04/2014
Militant A, la linea d’ombra a Centocelle
Non mi è facile parlare del libro di Luca. Parla delle mie strade, dei posti dove vivo da vecchio e ho corso da giovane, Tra Casilina e Tor de’ Schiavi, tra Centocelle e villa Gordiani e Torre Spaccata, sotto l’Alessandrino e la pista dell’aeroporto che non è più tale da una vita.
Non è facile perché non si ferma un attimo. È in presa diretta con la vita e lo sbattimento universale di chi come noi vive e spesso non ha il tempo di farsi domande troppo complicate.
È facilissimo per lo stesso motivo.
C’è un salto, evidente, continuo, quotidiano, tra “il cantante che fa canzoni bellissime” (parola di Simonetta Salacone, la preside che ognuno avrebbe voluto avere) e il padre di due “selvagge” che l’hanno fatto diventare “grande”. Che l’hanno portato per mano, domanda dopo domanda, problemino dopo problemone, a guardare il mondo da una prospettiva più complicata. Vivendo il conflitto quotidiano di una scuola (l’Iqbal Masih; ed è già una fortuna inaudita, nel deserto di senso di questo inizio millennio), al di là, al di sotto, al di sopra dell’immaginario disegnato nelle sue stesse canzoni, al di là delle piccole semplificazioni identitarie – si può dire, lo dico – che ho visto incrostarsi in molti centri sociali.
Un salto, non uno smarrimento di sé.
Luca attraversa la sua personale “linea d’ombra” conservando se stesso, il suo sguardo pulito e senza secondi fini, la sua voglia di un mondo degno d’essere abitato. E lo fa incontrando – è un caso, una fortuna, un “capitale” – un gruppo di maestre che cercano contro tutto e tutti di fare la scuola che bisognerebbe avere come standard. Come “normalità”.
Attraversa questa linea conradiana senza avventure esotiche, nelle strade di un quartiere dotato di storia e consapevole di averne. Sia nelle parole dei vecchi agli angoli delle strade, sia nei passi frettolosi di questi giovani genitori così diversi l’uno dall’altra.
Scorrono da una rima all’altra i nomi della Gelmina – l’assassina conto terzi della scuola primaria come dell’università – e di tanti “protagonisti” di anni infami, che rischiamo addirittura di ricordare con qualche nostalgia sotto la fretta demolitrice di Renzi & co. Per un solo motivo: in quegli anni già alle nostre spalle c’era ancora qualche isola di sopravvivenza di quel “modello sociale”, di quel tentativo di avere diritti esigibili, conquistato in altre epoche, da altre generazioni. In cui ancora si potevano giocare, in una scuola di semiperiferia – sono distinzioni importanti, in una metropoli di queste dimensioni – modelli pedagogici orientati a sviluppare la personalità dei bambini o dei ragazzi, anziché trovare la quadra dei conti e delle compatibilità contabili.
Il ritmo è quello sul palco, un rap lungo con poche pause tutte ben motivate. La solitudine (“Soli contro tutto”) è un muro contro cui ti vogliono spingere, una gabbia in cui ti vogliono rinchiudere. E che diventa reale, concretissima, quando la piccola comunità di una scuola con tanti problemi risolti insieme si ritrova sotto il Palazzo a inveire alla luna. Senza sponde all’altezza della sfida che deve affrontare. Senza strumenti al di là della propria rabbia e sapienza che non può diventare – in quel momento – offensiva vincente. Sotto la cappa di un potere marziano, lontano, manovratore di macchine che ci bombardano senza vederci.
È la solitudine cui si arriva arretrando, in cui la collettività intera reagisce adottando individualmente – ognuno e tutti – lo stesso atteggiamento: “io speriamo che me la cavo”. Tutti, meno questi splendidi pazzi che guardano ai bambini – da maestre o da genitori – come a persone da far crescere sane e sapienti, non come “risorse umane da preparare alle esigenze del mercato”.
È la solitudine di ognuno di noi in questi tempi. Quella che dobbiamo superare d’un colpo, senza esitazioni. Oggi. Perché è già tardi. Il resto è scienza, ha un altro ritmo e ci serve saperlo tenere. Ma le nostre gambe stanche corrono ancora al ritmo di Luca per le vie di Centocelle, con le selvagge per mano verso una scuola che è già memoria di un mondo migliore. Quello degno di essere abitato.
Sabato 5 aprile, a Roma – Metropoliz ore 19
Fonte
Non è facile perché non si ferma un attimo. È in presa diretta con la vita e lo sbattimento universale di chi come noi vive e spesso non ha il tempo di farsi domande troppo complicate.
È facilissimo per lo stesso motivo.
C’è un salto, evidente, continuo, quotidiano, tra “il cantante che fa canzoni bellissime” (parola di Simonetta Salacone, la preside che ognuno avrebbe voluto avere) e il padre di due “selvagge” che l’hanno fatto diventare “grande”. Che l’hanno portato per mano, domanda dopo domanda, problemino dopo problemone, a guardare il mondo da una prospettiva più complicata. Vivendo il conflitto quotidiano di una scuola (l’Iqbal Masih; ed è già una fortuna inaudita, nel deserto di senso di questo inizio millennio), al di là, al di sotto, al di sopra dell’immaginario disegnato nelle sue stesse canzoni, al di là delle piccole semplificazioni identitarie – si può dire, lo dico – che ho visto incrostarsi in molti centri sociali.
Un salto, non uno smarrimento di sé.
Luca attraversa la sua personale “linea d’ombra” conservando se stesso, il suo sguardo pulito e senza secondi fini, la sua voglia di un mondo degno d’essere abitato. E lo fa incontrando – è un caso, una fortuna, un “capitale” – un gruppo di maestre che cercano contro tutto e tutti di fare la scuola che bisognerebbe avere come standard. Come “normalità”.
Attraversa questa linea conradiana senza avventure esotiche, nelle strade di un quartiere dotato di storia e consapevole di averne. Sia nelle parole dei vecchi agli angoli delle strade, sia nei passi frettolosi di questi giovani genitori così diversi l’uno dall’altra.
Scorrono da una rima all’altra i nomi della Gelmina – l’assassina conto terzi della scuola primaria come dell’università – e di tanti “protagonisti” di anni infami, che rischiamo addirittura di ricordare con qualche nostalgia sotto la fretta demolitrice di Renzi & co. Per un solo motivo: in quegli anni già alle nostre spalle c’era ancora qualche isola di sopravvivenza di quel “modello sociale”, di quel tentativo di avere diritti esigibili, conquistato in altre epoche, da altre generazioni. In cui ancora si potevano giocare, in una scuola di semiperiferia – sono distinzioni importanti, in una metropoli di queste dimensioni – modelli pedagogici orientati a sviluppare la personalità dei bambini o dei ragazzi, anziché trovare la quadra dei conti e delle compatibilità contabili.
Il ritmo è quello sul palco, un rap lungo con poche pause tutte ben motivate. La solitudine (“Soli contro tutto”) è un muro contro cui ti vogliono spingere, una gabbia in cui ti vogliono rinchiudere. E che diventa reale, concretissima, quando la piccola comunità di una scuola con tanti problemi risolti insieme si ritrova sotto il Palazzo a inveire alla luna. Senza sponde all’altezza della sfida che deve affrontare. Senza strumenti al di là della propria rabbia e sapienza che non può diventare – in quel momento – offensiva vincente. Sotto la cappa di un potere marziano, lontano, manovratore di macchine che ci bombardano senza vederci.
È la solitudine cui si arriva arretrando, in cui la collettività intera reagisce adottando individualmente – ognuno e tutti – lo stesso atteggiamento: “io speriamo che me la cavo”. Tutti, meno questi splendidi pazzi che guardano ai bambini – da maestre o da genitori – come a persone da far crescere sane e sapienti, non come “risorse umane da preparare alle esigenze del mercato”.
È la solitudine di ognuno di noi in questi tempi. Quella che dobbiamo superare d’un colpo, senza esitazioni. Oggi. Perché è già tardi. Il resto è scienza, ha un altro ritmo e ci serve saperlo tenere. Ma le nostre gambe stanche corrono ancora al ritmo di Luca per le vie di Centocelle, con le selvagge per mano verso una scuola che è già memoria di un mondo migliore. Quello degno di essere abitato.
Sabato 5 aprile, a Roma – Metropoliz ore 19
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