Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/08/2020

La gara al peggio tra il peggio


La Gelmini sostiene che l’attuale ministra dell’Istruzione sia la peggiore di sempre.

In effetti le va riconosciuto che lei si adoperò molto per la Scuola, tagliando 83 mila posti di lavoro, reintroducendo il maestro unico, introducendo la prova Invalsi nell’esame di Terza Media, inserendo il voto in condotta nella media dei voti, unificando Storia e Geografia, due materie di poco conto, in fondo, riducendo le ore di latino, cancellando gli Istituti d’Arte, riducendo le ore delle materie di indirizzo...

E poi fu lei a darci la bella notizia del tunnel scavato da Ginevra al Gran Sasso.

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18/01/2016

Milano: cinque manifestanti condannati a complessivi 13 anni di carcere per un corteo del 2010

Nel silenzio più totale è arrivata una pesantissima sentenza politica emessa dal tribunale di Milano. Venerdì pomeriggio [15 gennaio 2016] cinque compagni, allora studenti dell’università statale hanno atteso attoniti assieme ai loro legali e a numerosi solidali la lettura della sentenza: 4 anni per due compagni, 3 per uno, 1 anno e 6 mesi per un altro e infine 1 anno per il quinto.

I fatti dovrebbero ricordarli in molti in questa città, si tratta del corteo studentesco del 8 ottobre del 2010, data studentesca lanciata a livello nazionale per protestare contro la riforma Gelmini. Cortei in oltre 60 città italiane con la partecipazione di più di 300 mila tra studenti, professori, lavoratori tecnici e solidali.

A Milano più di dieci mila manifestanti hanno invaso le vie del centro per manifestare la propria opposizione all’ennesima riforma di trasformazione della scuola e delle università pubbliche. Il corteo, partito da piazza Cairoli giunge in piazza Missori dove si divide in due parti: la testa prosegue verso il provveditorato di via Ripamonti mentre la coda, composta per la maggior parte da studenti universitari ma anche da molti medi decide di deviare dal percorso autorizzato per occupare l’università statale e svolgere al suo interno una grande assemblea di confronto su come proseguire la mobilitazione. Il chiostro del filerete viene letteralmente invaso da migliaia di giovani, un’immagine che a molti ricordava quella vista sui libri di storia di quarant’anni prima. Mentre dal camion stavano iniziando i preparativi per l’assemblea un gruppo di agenti della Digos si affaccia all’interno dell’università, con fare arrogante facendo pensare alla volontà di sgombero. Immediata è stata la reazione di centinaia di studenti che al grido di fuori gli sbirri dall’università si sono diretti davanti agli agenti obbligandoli a retrocedere ed uscire dall’ateneo. Alcuni di questi erano gli studenti oggi sotto processo che per aver semplicemente intimato agli agenti di allontanarsi dall’ateneo in quanto non erano autorizzati dal rettore ad entrare e inoltre c’era la paura che la polizia volesse intervenire per sgomberare.

I reati di cui sono accusati i compagni sono resistenza aggravata o concorso in resistenza per degli episodi di massa, questo dell’allontanamento della digos e un altro per delle cariche davanti alla torre Velasca dove il corteo provava a passare per continuare la giornata. In entrambi i casi erano presenti centinaia se non migliaia di giovani e i compagni erano semplicemente a fianco di tutti questi per la riuscita della manifestazione. E’ chiaro che l’accanimento del giudice è stato pesantemente condizionato dalla pressione della questura che ha consegnato dei veri e propri rapporti personalizzati sulle storie dei compagni, sulla loro determinazione nel continuare le lotte su svariati fronti e le conseguenti altre denunce accumulate. Due compagni sono attualmente sotto pesanti restrizioni personali, uno è Andrea in carcere da novembre per aver partecipato al corteo del primo maggio a Milano, accusato della pesante e fascista accusa di devastazione e saccheggio. L’altro è Francesco ai domiciliari dopo un anno di carcere per il sabotaggio al cantiere del tav del maggio 2013 per cui era stato accusato di terrorismo poi decaduto.

Davanti a tanta sproporzione, all’accanimento giuridico, alla volontà di annientamento della questura c’è solo una risposta possibile. Quell’8 ottobre c’eravamo in tanti, in migliaia abbiamo violato i divieti della questura, i percorsi prestabiliti e normalizzanti del corteo, l’apatia dell’università trasformandola per alcune ore in un luogo nuovo, pieno dei sogni di migliaia di giovani che vogliono riprendersi in mano il proprio futuro, le proprie vite.

In tanti oggi dobbiamo prendere parola davanti a questa ingiustizia, per dire con forza che c'eravamo tutti, che i compagni non resteranno soli a subire così pesanti condanne, per smontare l'impianto accusatorio e far cadere tutte le accuse in appello.

Autonomia Diffusa Ovunque

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05/04/2014

Militant A, la linea d’ombra a Centocelle

Non mi è facile parlare del libro di Luca. Parla delle mie strade, dei posti dove vivo da vecchio e ho corso da giovane, Tra Casilina e Tor de’ Schiavi, tra Centocelle e villa Gordiani e Torre Spaccata, sotto l’Alessandrino e la pista dell’aeroporto che non è più tale da una vita.

Non è facile perché non si ferma un attimo. È in presa diretta con la vita e lo sbattimento universale di chi come noi vive e spesso non ha il tempo di farsi domande troppo complicate.

È facilissimo per lo stesso motivo.

C’è un salto, evidente, continuo, quotidiano, tra “il cantante che fa canzoni bellissime” (parola di Simonetta Salacone, la preside che ognuno avrebbe voluto avere) e il padre di due “selvagge” che l’hanno fatto diventare “grande”. Che l’hanno portato per mano, domanda dopo domanda, problemino dopo problemone, a guardare il mondo da una prospettiva più complicata. Vivendo il conflitto quotidiano di una scuola (l’Iqbal Masih; ed è già una fortuna inaudita, nel deserto di senso di questo inizio millennio), al di là, al di sotto, al di sopra dell’immaginario disegnato nelle sue stesse canzoni, al di là delle piccole semplificazioni identitarie – si può dire, lo dico – che ho visto incrostarsi in molti centri sociali.

Un salto, non uno smarrimento di sé.

Luca attraversa la sua personale “linea d’ombra” conservando se stesso, il suo sguardo pulito e senza secondi fini, la sua voglia di un mondo degno d’essere abitato. E lo fa incontrando – è un caso, una fortuna, un “capitale” – un gruppo di maestre che cercano contro tutto e tutti di fare la scuola che bisognerebbe avere come standard. Come “normalità”.

Attraversa questa linea conradiana senza avventure esotiche, nelle strade di un quartiere dotato di storia e consapevole di averne. Sia nelle parole dei vecchi agli angoli delle strade, sia nei passi frettolosi di questi giovani genitori così diversi l’uno dall’altra.

Scorrono da una rima all’altra i nomi della Gelmina – l’assassina conto terzi della scuola primaria come dell’università – e di tanti “protagonisti” di anni infami, che rischiamo addirittura di ricordare con qualche nostalgia sotto la fretta demolitrice di Renzi & co. Per un solo motivo: in quegli anni già alle nostre spalle c’era ancora qualche isola di sopravvivenza di quel “modello sociale”, di quel tentativo di avere diritti esigibili, conquistato in altre epoche, da altre generazioni. In cui ancora si potevano giocare, in una scuola di semiperiferia – sono distinzioni importanti, in una metropoli di queste dimensioni – modelli pedagogici orientati a sviluppare la personalità dei bambini o dei ragazzi, anziché trovare la quadra dei conti e delle compatibilità contabili.

Il ritmo è quello sul palco, un rap lungo con poche pause tutte ben motivate. La solitudine (“Soli contro tutto”) è un muro contro cui ti vogliono spingere, una gabbia in cui ti vogliono rinchiudere. E che diventa reale, concretissima, quando la piccola comunità di una scuola con tanti problemi risolti insieme si ritrova sotto il Palazzo a inveire alla luna. Senza sponde all’altezza della sfida che deve affrontare. Senza strumenti al di là della propria rabbia e sapienza che non può diventare – in quel momento – offensiva vincente. Sotto la cappa di un potere marziano, lontano, manovratore di macchine che ci bombardano senza vederci.

È la solitudine cui si arriva arretrando, in cui la collettività intera reagisce adottando individualmente – ognuno e tutti – lo stesso atteggiamento: “io speriamo che me la cavo”. Tutti, meno questi splendidi pazzi che guardano ai bambini – da maestre o da genitori – come a persone da far crescere sane e sapienti, non come “risorse umane da preparare alle esigenze del mercato”.

È la solitudine di ognuno di noi in questi tempi. Quella che dobbiamo superare d’un colpo, senza esitazioni. Oggi. Perché è già tardi. Il resto è scienza, ha un altro ritmo e ci serve saperlo tenere. Ma le nostre gambe stanche corrono ancora al ritmo di Luca per le vie di Centocelle, con le selvagge per mano verso una scuola che è già memoria di un mondo migliore. Quello degno di essere abitato.

Sabato 5 aprile, a Roma – Metropoliz ore 19

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