Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/10/2026

Sbatti il mostro in prima pagina

Prima le vetrine, poi i “maranza”, ora la gogna contro Youssef Siher. Contro il movimento si mette in moto la macchina della repressione.

Prima ci hanno provato con le vetrine di via Montenapoleone, ma niente da fare: nessuno piange per una giacca di Gucci. In questo paese si piange per il carrello della spesa, per la bolletta, per l’affitto, per i salari da fame.

Allora il governo è passato alla forza. Sabato 24, nelle piazze di tutta Italia, quasi 5.000 persone sono state identificate, 371 portate in questura e 9 arrestate. Dei 371 fermati, 110 sono minorenni. Sono ragazzi di 15, 16, 17 anni. Per loro, oltre all’imputabilità dai 14 anni e le multe ai genitori, il ministro Nordio annuncia più posti nelle carceri minorili. Evidentemente, per nuovi posti in carcere i soldi si trovano sempre. Con gli autotrasportatori ci sono andati un po’ più leggeri, ma nemmeno tanto. 2.065 identificati, 79 denunciati e 242 sanzionati.

La mobilitazione però non si è fermata. E allora serve un mostro da sbattere in prima pagina. Sabato a Milano viene fermato Youssef Siher, 30 anni, italiano di seconda generazione, attivista per la Palestina. La Procura lo considera l’ideatore della pagina “Movimento 17 ottobre” e gli contesta l’istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e il nuovo reato di violenza organizzata introdotto dal decreto sicurezza.

Prima ancora della convalida del magistrato, il suo nome di Youssef è su tutte le prime pagine. I giornali scrivono dei suoi studi, di chi gli ha dato lavoro, perfino della moglie. Poi arriva la parola magica: “Hamas”. I titoli parlano di “verifiche su legami con presunti finanziatori di Hamas”, ossia con un’altra inchiesta contro l’Associazione Palestinesi d’Italia che non è ancora riuscita a dimostrare nulla, se non a colpire il movimento palestinese in Italia.

Lo stesso articolo ammette che il nome di Youssef non compare in quell’inchiesta, ma è un dettaglio. Quel nome suona troppo bene e conferma la tesi per cui se il paese va male è per colpa del legame tra la sinistra radicale e gli islamisti (parole di Salvini).

Qui non si tratta di difendere Youssef Siher. Qui si tratta di difendere il diritto al dissenso e di smantellare un sistema repressivo che dai decreti Minniti, ai pacchetti sicurezza Conte-Salvini fino ai decreti sicurezza di Meloni, servono a impedire la possibilità di un cambiamento reale in questo paese.

Chiediamo quindi il ritiro dei decreti sicurezza; lo stop ai fermi preventivi contro i minorenni; il rispetto della presunzione di innocenza, per tutti.

Il 30 ottobre sciopero generale. Cambiamo tutto.

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25/10/2026

Una Italia “insoumise” fa saltare la prova di forza del governo

Le migliaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi, che ieri hanno riempito le strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze, Genova e Napoli sono la rivelazione visibile che la strada della militarizzazione e dell’autoritarismo intrapresa dal governo non sarà un pasto gratis, al contrario.

Il tentativo di soffocare le crescenti contraddizioni sociali su carovita, economia di guerra, bassi salari restringendo le libertà politiche e l’agibilità democratica, incontra delle resistenze popolari e giovanili crescenti e per molti aspetti “indomite”, insoumise appunto, come in quella Francia che anche ieri ha visto una mobilitazione di massa contro l’autoritarismo e le misure lacrime e sangue del governo.

È stato scritto, giustamente, che quella di ieri è stata “una risposta di massa potente e determinata che ha polverizzato la strategia del terrore orchestrata dal governo Meloni e dall’apparato mediatico” dopo gli avvenimenti di sabato e domenica scorsi e che ha prodotto il risultato di far incazzare tanti, molti di più di quelli che erano gli oppositori “consolidati” del governo.

Nelle ore precedenti gli appuntamenti “informali” nelle piazze di ieri, abbiamo assistito infatti nelle principali città – e con un picco a Milano – ad una vera e propria operazione di guerra psicologica e repressiva.

Perquisizioni a tappeto nella mattinata, fermi per le strade di centinaia di ragazzi – spesso minorenni – con individuazione “a vista” (abbigliamento, taglio di capelli, età), ostentazione dei militari per le strade di Milano, polizia nelle stazioni delle metropolitane nelle periferie, piagnistei dei soliti bottegai.

Parallelamente veniva amplificata dai mass media la ridicola versione che il tutto avesse come unico mandante e cervello un trentenne e istruito italo-marocchino, che in mattinata era stato fermato e indagato addirittura con l’accusa di “istigazione al terrorismo” in quanto gestore di una pagina Telegram.

L’obiettivo era quello di una prova di forza del governo inoculando paura, dubbi, tensioni. Ma alla luce di quanto abbiamo visto nelle strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze il dispositivo intimidatorio dell’esecutivo ha fallito il suo obiettivo, e non è bastato nè a cancellare la rabbia consapevole di una nuova generazione né la sua crescente saldatura con altri segmenti della società che non ne possono più di prezzi e affitti alle stelle, bassi stipendi, precarietà, difficoltà del vivere quotidiano, soldi buttati nella guerra in Ucraina o nelle nuove spese militari.

Dunque migliaia e migliaia di giovani ieri – a cominciare proprio da Milano – hanno sfidato il clima di militarizzazione e hanno trovato il modo di riprendersi le piazze, in tanti, a mani nude, a volto scoperto, lasciando le vetrine ai piagnucolosi commercianti. Quello slogan “Tutti insieme facciamo paura” gridato nelle piazze è stato più fragoroso di una vetrina infranta.

In alcune città come a Bologna e Torino il prezzo  è stato alto a causa della violenza poliziesca. Un dato questo ormai consolidato in città dove la gestione dell’ordine pubblico è da tempo in mano ai teorizzatori della mano dura. Da altre parti – e con diverse modulazioni – l’affrontamento è stato meno violento.

Migliaia di giovani – e via via non solo giovani – ieri hanno scelto di metterci la faccia nelle piazze, di rischiare in prima persona e di far sapere a tutti che le disuguaglianze sociali e le restrizioni della democrazia non sono sopportabili all’infinito senza reagire.

Nelle manifestazioni di ieri si sono visti meno i giovani delle seconde generazioni, sottoposti ad una criminalizzazione impressionante e utilizzati come pretesto per creare allarmismo e consenso di stampo razzista intorno alle misure autoritarie del governo, ma che tendenzialmente e inevitabilmente potranno cominciare a riconoscere la strada della propria emancipazione nell’aggregazione collettiva con gli altri settori della società.

Quella che possiamo definire l’Italia insoumise adesso si è data appuntamento per venerdì 30 ottobre in decine di città per lo sciopero generale convocato dall'USB e amplificato a livello globale dallo sciopero internazionale dei portuali, contro la guerra e le sue conseguenze sulla vita di milioni di persone. Un appuntamento da gestire con la determinazione e la maturità che richiede una situazione straordinaria e ricca di potenzialità da non disperdere.

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In piazza nonostante la violenza di stato

di Giorgio Cremaschi

Dobbiamo ringraziare le decine e decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto il paese, sfidando le minacce, le intimidazioni e la caccia alle streghe del governo, tutte rilanciate da un sistema mediatico sempre più indecente.

Non era scontato che ci fosse una così grande mobilitazione, chi è sceso in piazza ha mostrato che non bisogna più aver timore di questo potere.

E il potere ha subito mostrato la sua rabbia violenta.

In diverse città da parte della polizia ci sono state cariche, che a Bologna hanno raggiunto una brutalità inaudita.

È il Governo Meloni che mostra tutta la sua ottusità reazionaria, tutto il suo odio e anche la sua paura verso coloro che si ribellano.

Vantano i manganelli, esaltano le migliaia di identificazioni e gli arresti di ragazzini, si auto elogiano per aver sgominato un fantomatico complotto su Instagram, sono tanto prepotenti quanto buffoneschi, ma non fermeranno nulla.

La lotta contro l’ingiustizia sociale e le politiche di guerra è esplosa in Italia come in Francia, dilaga in Europa, e questa lotta andrà avanti.

Solidarietà totale a chi è stato colpito dalla violenza e dalla repressione.

Ci vedremo tutte e tutti allo SCIOPERO GENERALE il 30 ottobre dove assieme bloccheremo tutto.

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24/10/2026

Francia - Migliaia in piazza in tutto il paese. Duri scontri a Parigi e in altre città

Più di 800mila persone hanno partecipato oggi alle manifestazioni organizzate in tutta la Francia contro il carovita secondo i numeri forniti dal sindacato Cgt.

I Gilet Gialli hanno convocato per il 31 ottobre una nuova giornata di mobilitazione in tutta la Francia con manifestazioni e sit-in davanti all’Assemblea Nazionale e ai municipi, per protestare contro quella che definiscono una “deriva autoritaria” del governo. Il movimento denuncia il divieto di numerose manifestazioni dopo i recenti disordini e accusa l’esecutivo di repressione, mancanza di ascolto e tentativi di dividere la protesta.

“Le nostre libertà sono sotto attacco”, affermano i coordinatori Benjamin Ball e Azelma Sigaux, che annunciano una mobilitazione in difesa della libertà di manifestare e delle libertà civili.

Secondo quanto riporta Le Monde il Ministro dell’Interno riferisce di aver effettuato 1000 arresti durante le manifestazioni “Mentre parlo, siamo quasi a 1000 arresti. Ovviamente, questo numero aumenterà quando i dati saranno consolidati. Il 17 ottobre, nello stesso momento, eravamo a 385 arresti”,  ha detto il portavoce del ministero degli Interni in una conferenza stampa.

Violenti scontri sono scoppiati a Parigi al termine della manifestazione che ha portato in piazza 110mila persone. Gli scontri sono iniziati intorno alle 17.30, poco dopo l’arrivo del corteo a Porte de Vincennes.

Ma manifestazioni e scontri ci sono stati un po’ in tutto il Paese, in particolare a Lione, Lille, Tolosa e Nantes.

Un manifestante è rimasto gravemente ferito alla mano, durante gli scontri con la polizia al termine del corteo a Tolosa. Secondo un soccorritore presente sul posto, la vittima avrebbe perso diverse dita della mano destra a causa dell’esplosione di un ordigno. Gli scontri sono scoppiati nel quartiere delle Arrnes, dove alcuni manifestanti si sono scontrati con le forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni e granate antisommossa. Alla manifestazione hanno partecipato 26.500 persone secondo la prefettura, 80mila secondo il sindacato Cgt. Nel centro di Tolosa resta in vigore un coprifuoco da mezzanotte alle 5 del mattino.

Tensioni anche a Lione, dove le autorità hanno vietato manifestazioni in diverse zone della città. Le forze dell’ordine hanno usato gas lacrimogeni per disperdere un assembramento non autorizzato di circa 150 persone vicino all’Università Lyon 3, mentre 25mila persone hanno partecipato alla seconda ondata di proteste a Lione questo sabato, riferisce Le Figaro. Un ingente dispiegamento di polizia è stato presente in tutto il centro, dove è stato imposto il divieto di manifestazioni dalle 10 alle 23.

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Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma

Nonostante la militarizzazione migliaia e migliaia di persone, in larghissima parte giovani e giovanissimi, sono scese in piazza nelle principali città contro il governo. Di seguito una cronaca della giornata.

L’isterica militarizzazione che il governo ha imposto sulle principali città italiane in risposta alle manifestazioni e agli scontri della scorsa settimana, ha prodotto risultati diversificati.

Il clima plumbeo intorno alla misteriosa convocazione di una nuova giornata di turbolenze sociali da parte del Movimento 17 ottobre, ha visto migliaia di agenti di polizia – e a Milano anche di militari – dare vita ad una identificazione di massa di tutti i gruppi di giovani che si avvicinavano ai luoghi delle vetrine e dello shopping di lusso nei centri storici.

La manifestazione più grande oggi si è vista però a Torino, dove da tempo era stata convocata una manifestazione contro i data center, il carovita e la guerra. Migliaia di persone si sono concentrate in piazza Castello completamente circondate dalla polizia. Un tentativo di uscire dalla piazza è stato stroncato duramente sul nascere due dalle forze dell’ordine che hanno sequestrato uno striscione e manganellato i manifestanti.

A Roma 250 ragazzi sono stati identificati e circa 60 sono stati poi portati in questura, molti nell’area del centro di Roma durante i controlli preventivi della polizia effettuati anche nelle stazioni della metropolitana.

Le pattuglie della polizia, della Digos e delle volanti hanno effettuato controlli al Circo Massimo, in piazza della Repubblica, in via Einaudi e via Cavour. Mentre scriviamo circa 300 giovani si sono riuniti nei pressi del Colosseo in via Annibaldi e hanno provato a occupare il Colosseo stesso, mentre il previsto corteo “Fuori l’Italia dalla guerra” ha sfilato da Piazza Esedra a via dei Fori Imperiali.

In una Milano completamente militarizzata da poliziotti e soldati, nel pomeriggio la polizia ha bloccato alcuni giovani vicino alla stazione Centrale e nella zona circostante a Piazza Duomo, mentre a Largo San Leonardo si è svolta la consueta manifestazione del sabato per la Palestina.

Dalle prime corrispondenze qualche decina di giovani si era concentrata intorno a piazza Duomo ma sono stati fermati dalla polizia. Nel pomeriggio centinaia di ragazzi sono riusciti a concentrarsi e sono stati fronteggiati dalla polizia.

Nella mattinata si era svolta una manifestazione contro il carovita convocata da USB e Potere al Popolo sotto l’Arera davanti alla quale è stato scaricato del letame ed è stata bruciata una riproduzione gigante delle bollette.

A Napoli una manifestazione contro il carovita è sfilata anche oggi per le strade del centro, mentre a Castel Volturno è in corso la manifestazione contro l’apertura di un nuovo Cpr. Ieri. sempre a Napoli, una manifestazione contro il carovita promossa da Potere al Popolo era stata caricata sotto il Comune.

Un grossissimo corteo al grido di siamo tutti antifascisti è partito anche a Bologna. Ma pesanti cariche della polizia con idranti e manganelli sono avvenute poco dopo in viale Marconi sia davanti che dietro il corteo, annunciando l’inizio di una vera e propria caccia all’uomo per le strade della città.

Almeno 500 giovani sono scesi in piazza anche a Genova, rispondendo alla chiamata del Movimento 17 ottobre. Dopo un momento di dibattito in Piazza de Ferrari, i giovani hanno dato vita a un corteo che ha raggiunto la stazione Principe per poi tornare verso il centro.

“Noi la guerra non la vogliamo” e “Lavoro, lavoro” sono alcuni degli slogan ritmati dai ragazzi in corteo.

Centinaia di giovani hanno sfilato nelle strade anche a Firenze dove la polizia ha manganellato il corteo.

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Ecuador - Luisa Gonzales arrestata dal narco-governo di Noboa

La narco-dittatura di destra sostenuta dagli Stati Uniti in Ecuador ha arrestato la candidata presidenziale Luisa González, del movimento correista di sinistra, con accuse fabbricate ad arte.

Questo è avvenuto dopo che il nerco regime dell’Ecuador ha bandito il principale partito di opposizione di sinistra.

L’Ecuador è governato dal dittatore Daniel Noboa, figlio del miliardario oligarca più ricco del paese, e stretto alleato di Donald Trump.

È stato ammesso persino da alcuni organi di stampa occidentali mainstream che la famiglia Noboa è profondamente coinvolta nel traffico di cocaina e collabora strettamente con le reti della criminalità organizzata.

Questo avviene a 5 mesi dalle prossime elezioni in Ecuador, e dopo la messa al bando dell’organizzazione politica “Rivoluzione Cittadina” e la persecuzione della maggioranza dei suoi dirigenti.

Ecco la democrazia liberale in azione quando si è di sinistra: o si vince, o si finisce morti o in prigione. Nessuna alternativa.

Evo Morales: “Esprimiamo la nostra solidarietà e il nostro assoluto sostegno alla compagna Luisa González, ex candidata presidenziale dell’Ecuador, ingiustamente detenuta da stamattina presto. Luisa, Raúl Castro e molti altri compagni sono vittime di un piano regionale di persecuzione per eliminare i riferimenti di sinistra, criminalizzare i movimenti sociali e proscrivere le forze popolari.
Proprio come negli anni ’70, quando gli Stati Uniti hanno articolato le forze militari per perseguire la sinistra nel nome della lotta contro il comunismo, oggi utilizzano il pretesto del narcoterrorismo per coordinare la persecuzione giudiziaria e politica.
Cambiano i pretesti ma mantengono l’obiettivo: perseguire coloro che lottano per la sovranità per imporre governi sottomessi all’impero”
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23/10/2026

Milano, dove il governo va a “parà”

Il colonnello Mathieu alla testa dei paracadutisti entra nella casbah di Milano... Ah, no, si attesta nel centro città, epicentro Duomo e la Scala, per proteggere le vetrine del lusso.

Purtroppo c’è ben poco da scherzare. La classe politica più reazionaria e più incompetente di sempre ha tirato un altro pacchetto sicurezza – l’ottavo in quattro anni, segno che neanche uno è mai servito a nulla – e l’impiego di 500 paracadutisti con “funzioni di supporto” alle altre polizie, la “massima mobilità sul territorio”, con funzioni di pubblica sicurezza: “il personale delle Forze armate non appartenente all’Arma dei Carabinieri agisce con le funzioni di agente di pubblica sicurezza e può procedere alla identificazione e alla immediata perquisizione sul posto di persone e mezzi di trasporto”.

L’unica cosa che non potranno fare, insomma, è formalizzare un arresto. Per quello dovranno portare i fermati in questura, dove un poliziotto metterà il timbro sul rapporto di consegna.

È un salto di qualità pesante rispetto all’operazione “Strade sicure”, vecchio ormai di anni e infilato tra le misure “antiterrorismo”. Lì i soldati stazionavano davanti ad “obiettivi sensibili” come le istituzioni nazionali o di altri paesi (ambasciate, ecc.), in funzione di deterrenza visibile, con possibilità di entrare in azione solo davanti ad un evidente “attacco”.

A Milano invece gireranno di pattuglia con il potere di fermare chiunque e “perquisirlo”, possibilmente con le buone, altrimenti... Del resto, metterli davanti alle vetrine di Vuitton o Gucci sarebbe stato un po’ pacchiano.

Il target principale sono ovviamente i giovani e giovanissimi, con felpa e cappuccio, preferibilmente coloured o dall’aspetto sud-mediterraneo (rischiano molto calabresi, siciliani, pugliesi, sardi, ecc.). In attesa di andare alla guerra contro i russi si faranno la mano con i pischelli dei quartieri... 

Ma l’ironia non serve più. Il segnale è esplicito. Quando metti in campo l’esercito, anzi una “forza speciale”, per di più – come gongola Salvini – “parà della Folgore, con un’età media superiore ai 40 anni e che hanno fatto esperienze all’estero” (ossia in combattimento), significa che il nemico è la popolazione civile. Segnatamente quella povera, che in centro città è meglio non si faccia proprio vedere.

Pensare che degli specialisti della guerra “rodati” sul campo debbano “ingaggiare battaglia” con ragazzini di 12-16 anni che fuggono con le scarpe in mano è da criminali.

È quasi il passaggio ufficiale dal conflitto sociale anche aspro, gestito e combattuto dentro i confini della “democrazia liberale”, alla guerra civile su basi di classe, con tanto di enclave proibite agli “estranei”.

Il tutto, bisogna notare, senza uno straccio di analisi condivisa almeno all’interno del governo. Ci sono quelli che indicano “influenze esterne da guerra ibrida” (Crosetto, dopo Mattarella e innumerevoli altri), quelli che “non vedono evidenze in tal senso” (servizi segreti e Piantedosi), quelli che se la prendono con “l’islamizzazione” (i leghisti per Trump). Ma nell’incertezza... parà.

E “l’opposizione”? A casa tutti bene, grazie... Il sindaco Sala è contentissimo di ospitare i reparti di Mathieu, così finalmente anche i grattacieli spuntati al posto di qualche capannone “da ristrutturare” avranno una protezione blindata (fin qui se n’era occupata solo la magistratura, ma con intenzioni opposte). Due parole in più sul fatto che servirebbero anche “misure sociali”, ma giusto per distinguersi un po’... 

Sulla CGIL e il PD meglio stendere una lapide, visto quel che hanno partorito in loco.

A questo punto la giornata di sabato 24, che secondo alcuni appelli anonimi avrebbe dovuto bissare lo scorso weekend, diventa vuota. I reazionari peggiori ancora blaterano di una possibile invasione di “maranza, anarchici e pro-pal”, ma nessuna aggregazione nota sembra ansiosa di infilare la testa nel cappio preparato dal governo.

E del resto, dopo le prime e stucchevoli fantasie sulla “novità” degli appuntamenti fissati via social, anche nelle teste meno abituate a farsi domande è cominciato a circolare l’interrogativo “ma chi c... sono quelli che ci invitano a farci menare col miraggio di un paio di scarpe fighe?”

Vedremo se e in quanti abboccheranno, ma il gioco è diventato per tutti così tetro e teso da sconsigliare avventure romantiche.

Questi governi europei – dalla Francia alla Grecia, che si è svegliata proprio ieri – hanno molto in comune. Sono tutti privi di autonomia finanziaria, inchiodati ai “parametri europei” che impongono la riduzione del debito pubblico e lo smantellamento della spesa sociale, sostituita da quella per il riarmo in vista della guerra ormai prossima.

Di fronte al crescere del malessere sociale – salari bassi, servizi pubblici e sociali quasi estinti, infrastrutture fatiscenti, arbitrio impositivo sui prezzi da parte delle imprese (prime fra tutte quelle energetiche e le banche), ecc. – la via maestra del secolo scorso era mollare qualche carota, accompagnandola con diverse bastonate.

Ma anche le carote costano, aumentano la spesa pubblica. E dunque restano solo le bastonate.

Lo si è visto ieri plasticamente con autotrasportatori e agricoltori, cui si erano aggiunti all’ultimo momento anche i pescatori. Sono categorie “spurie”, che mescolano nello stesso calderone grandi imprese, piccole aziende e dipendenti salariati, dove da sempre lo “spirito corporativo” prevale su quello di classe (salariati e imprenditori non hanno mai gli stessi interessi), e quindi hanno rappresentato storicamente una parte del “blocco sociale” conservatore.

A queste categorie il governo Meloni aveva separatamente promesso, mesi fa, ristori e concessioni fiscali per quasi un miliardo di euro, in modo da compensare almeno in parte le perdite dovute al caro carburanti. Ieri, a Palazzo Chigi, è stato redatto un decreto che libera risorse per un centinaio di milioni appena.

Una carotina appassita e ammuffita accompagnata però da nodose minacce. Giustificate furbescamente con “infiltrazioni della malavita organizzata” soprattutto tra le ditte di autotrasporto. Come dire: o togliete i blocchi subito o procediamo per via poliziesca e giudiziaria, stroncando non solo la protesta immediata ma la stessa possibilità di operare economicamente.

Non conosciamo nei dettagli, ovviamente, su quali basi si fondi questa accusa, che in alcune regioni può apparire anche plausibile. Ma delle due l’una. O questa “infiltrazione” è vera, ed era nota alle forze politiche di governo che ne accoglievano volentieri il voto di scambio, oppure è campata in aria e quindi doppiamente infame.

Sulla veridicità dei partiti di destra, del resto, fa testo per sempre il fatto che hanno tutti votato in Parlamento per assicurare che “Ruby” era davvero la nipote di Mubarak... 

Mentitori seriali, insomma. Ma anche pericolosi, per la loro vicinanza storica al terrorismo stragista (prima e dopo Piazza Fontana).

Una vicinanza che si è concretizzata, per esempio proprio a Milano, alla morte di Nico Azzi, terrorista del giro fascista La Fenice-Ordine Nuovo, rimasto ferito dalla bomba che stava piazzando su un treno, a Genova, nel 1973, alla vigilia del “giovedì nero di Milano”. Una strage fortunatamente mancata che era anche un’operazione false flag, perché concepita in modo che la responsabilità fosse attribuita a Lotta Continua.

Quando morì fu messa a sua disposizione nientemeno che la basilica di Sant’Ambrogio, alla presenza di numerosi “gerarchi” dell’ex Movimento Sociale, tra cui Romano La Russa.

Il fronte dei settori sociali in lotta cresce di giorno in giorno, le soluzioni disponibili sono sempre meno. Unire i puntini per disegnare la direzione verso cui stiamo marciando non è complicatissimo...

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“Vogliamo più gendarmi”. Il silenzioso fiasco della piazza Pd-Cgil a Milano

Circa trecento persone hanno partecipato mercoledì pomeriggio al presidio “Milano non vuole la violenza” promosso dal PD cittadino, raccogliendo l’appello della CGIL a scendere in piazza “per la coesione sociale” dopo i fatti accaduti sabato e domenica nel centro cittadino.

Un presidio silenzioso: solo la lettura di un comunicato all’inizio dal camion CGIL, poi musica e qualche slogan... Meglio evitare rischi.

Più che un presidio, si è trattato di fatto di una conferenza stampa, tra bandiere di PD, CGIL e Cinque stelle, che ha visto protagonisti, oltre al segretario generale CGIL Stanzone, il sindaco Sala e gran parte della platea di possibili candidati a Palazzo Marino; presenti infatti Majorino, Calabresi, l’attuale vice di Sala Scavuzzo, ma anche Carlotta Cossutta.

Oltre Italia Viva, senza bandiere anche AVS che ingaggiano lo “scontro” con la casa madre per mezzo social, proseguendo così nel solco dell’atteggiamento polemico – ma mai di rottura con la maggioranza comunale, ovviamente – un modello comodamente sperimentato in questi anni attorno alla questione palestinese.

Assente la federazione milanese di Rifondazione, scelta applaudita dal segretario nazionale Acerbo. Motivo? “Aver preso atto che non sarà possibile intervenire”... 

Scrivevamo mercoledì su questo giornale che le parole d’ordine e i contenuti della chiamata CGIL in Piazza della Scala lasciavano poco spazio alla fantasia, e così è stato.

Il sindaco Sala ha benedetto l’arrivo dei militari, “disciplinato” però da Mattarella. Poi Stanzone, Majorino e Scavuzzo fanno il controcanto alle dichiarazioni di Calabresi, con parole sostanzialmente sovrapponibili: il governo è responsabile (giusto!), non sottovalutare il disagio delle nuove generazioni (stavolta forse ci siamo) e perciò... Non ci servono i militari, vogliamo più polizia!

Di più, per Majorino, l’astro “nascente” dell’alternativa a sinistra a Sala, il modello da seguire è quello indicato dell’ex capo della polizia Gabrielli.

Se qualcuno si aspettava una risposta minimamente degna contro quanto questo governo criminale sta mettendo in campo in fretta e furia – vedi i 500 parà della Folgore e i blindati dell’esercito a Milano e un nuovo decreto-sicurezza – resterà ampiamente deluso. E infatti non erano molti a nutrire queste speranze, almeno a giudicare dai numeri della piazza, di cui qualche decina erano, per altro, giornalisti e fotografi.

Siamo in presenza di misure pensate per aumentare ancora il livello di repressione e la chiusura dei residui spazi democratici di questo paese, che meritano risposte assai più decise, mirate e determinate.

Decisamente diversi, invece, i contenuti dell’appuntamento promosso in Duomo da Non una di meno con lo slogan “Ci volete in casa, saremo in piazza. Definiamo violenza”. Anche se la scelta di promuovere l’iniziativa a pochi metri e un’ora dopo quella di piazza Scala – con la Cossutta pontiera tra i due appuntamenti – non è apparsa delle più felici se l’intenzione era quella di marcare una cesura netta con la piazza di CGIL e PD.

A margine, in via Torino si riuniva nelle stesse ore un’improbabile decina di vannacciani, a fare da controcanto al presidio di lunedì delle destre di governo. Per decenza, lasciamo immaginare ai lettori il tenore degli interventi.

Per fortuna Milano non è solo questa. Ventiquattr’ore prima eravamo in una assemblea cittadina di costruzione della giornata di sciopero generale del 30 ottobre promossa dall’USB.

Tanti interventi determinati e con le idee chiare, anche sui fatti dello scorso fine settimana: raccogliere e organizzare la rabbia che sempre più forte sale da tanti settori della società continuare a costruire un’opposizione degna e conflittuale al governo della guerra e del carovita, bloccare come l’autunno scorso il paese.

Nell’assemblea si sono confrontati organizzazioni politiche e giovanili indipendenti, centri sociali, lavoratori della cultura, studenti e insegnanti de “La conoscenza non marcia”, Bds, “Donne contro guerra e genocidio”, circoli Anpi coraggiosi come quello di Crescenzago e associazioni e realtà cittadine autorganizzate.

Verso il 30 ottobre l’appuntamento lanciato è per questo sabato davanti alla sede Arera, la cosiddetta Autorità di controllo sui prezzi dell’energia. Le parole d’ordine sono esplicite: “Il carovita è un crimine. Fermiamo guerrafondai e speculatori”. L’appuntamento è alle ore 11:00. Quello originario era alle 14:00 la la Questura ha posto una prescrizione.

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22/10/2026

Minacce e spiccioli per gli autrasportatori

Anche gli autotrasportatori non sono più quelli di una volta... Quelli che, per esempio, bloccando il Cile, “giustificarono” la scelta americana del colpo di stato di Pinochet.

Altri tempi, altro continente, altra struttura sociale. In Italia il settore mischia e confonde grandi gruppi della logistica (quelli che “fanno il mercato” e stabiliscono le tariffe), dipendenti in senso stretto, “padroncini” con due o tre Tir, o magari uno solo di cui sono anche autisti.

Tutti egualmente definiti – o autodefiniti – “camionisti”, anche se le differenze interne sono grandi. Stessa cosa tra gli agricoltori, in buona parte associati nella Coldiretti guidata dal meloniano di ferro Ettore Prandini, peraltro figlio di Giovanni, negli anni ‘80 ministro democristiano della Marina Mercantile e dei Lavori Pubblici.

La Cia, una delle maggiori associazioni del settore primario (niente a che vedere con l’omonima “ditta” spionistica americana), ieri ha organizzato un presidio davanti a Montecitorio.

Nel frattempo anche i pescherecci si fermano in numerosi porti italiani per protestare sia contro il caro-gasolio sia contro le politiche europee che riducono i giorni di pesca e moltiplicano gli obblighi a carico delle imprese. La mobilitazione, nata autonomamente nelle marinerie e con epicentro nell’Alto Adriatico, denuncia una crisi che mette a rischio la sostenibilità economica del settore, denuncia Confcooperative Agroalimentare e Pesca.

Le prime due sono categorie stressate dal caro gasolio e che ora bloccano le strade, fermando i rifornimenti essenziali per un po’ tutta la filiera della distribuzione, ma con ricadute visibili pesanti soprattutto per supermercati e distributori di carburante.

Due mondi con i vertici “a destra”, storicamente, pronti a rispettare i “governi amici” e a farsi sentire pesantemente da quelli appena un poco diversi.

Se non si tiene presente il fatto che questo settore rappresenta da sempre una componente importante del “blocco sociale” destrorso non si capisce neanche perché da dieci giorni blocchi le strade senza che il governo “legge e ordine” si sia ricordato di aver inventato, tra i tanti “reati” dei “decreti sicurezza”, anche quello di blocco stradale, persino “col proprio corpo” e basta.

Fossero stati studenti o operai, insomma, sarebbero stati caricati dalla polizia fin dal primo giorno...

Ma il tempo del doppio standard – benevolo, in questo caso – è finito anche per questo settore sociale. Ieri l’improvvisa inversione di marcia del governo, con la polizia inviata a schedare i manifestanti (1.400 autisti identificati, “scorte” per quelli che decidevano di mollare i blocchi, intimidazioni in genere per tutti gli altri, pressione sulle associazioni “di area”).

Il redivivo ministro dell’agricoltura “e della sovranità alimentare”, Francesco Lollobrigida, che era scomparso dai radar dopo aver bloccato – lui – un Frecciarossa per una discesa fuori programma ed aver perso la familiarità acquisita con la premier (era noto come “il cognato”), si è spinto subito sulle vette del complottismo: “sono evidenti le infiltrazioni criminali”. Restiamo in attesa dei “camionisti pro-Putin”, ma il clima è ormai questo: quando non sai che fare, meni e spargi sospetti...

Il governo avrebbe dato infatti ordine di “scrutare” dentro i casellari giudiziari per vedere chi, tra i camionisti (ripetiamo: autisti e “padroncini”, non certo tra i titolari delle grandi imprese della logistica) ha dei precedenti penali per qualsiasi tipo di reato, così da “provare” affermazioni che altrimenti sarebbero solo risibili o confinate al complottismo.

Scandaloso più del solito il comunicato della CGIL che intima di desistere dalla mobilitazione e invita i prefetti a “garantire la libertà di circolazione delle merci”, senza neanche “compensare” questo assurdo sostegno alla repressione con una invito di circostanza al governo perché almeno ascolti le ragioni della protesta.

La pressione politico-poliziesca ha avuto come unico effetto, finora, quello di far sospendere l’agitazione e i blocchi in Sicilia e Calabria, per ragioni geografiche le regioni più penalizzate. Ma il dichiarato “senso di responsabilità” delle associazioni locali ha iscritta anche la data di scadenza: in assenza di segnali concreti, non potranno che riprendersi le strade.

Sul versante “dialogo”, dopo giorni di silenzio e un mezzo appuntamento per il 27 (pensato nella logica di evitare la possibile saldatura con lo sciopero generale del 30), il governo ha annunciato per oggi un decreto per far finalmente erogare quasi 500 milioni di “ristori” promessi al settore già diversi mesi fa ma mai usciti dalle casse dello Stato.

Non soldi nuovi, insomma, solo quelli “dimenticati” in qualche cassetto pronti ad essere stornati su altre voci di bilancio,magari per il riarmo...

Idem per gli agricoltori, con impegni che assommati si aggirano sul miliardo di euro. Ma è anche chiaro che il problema dei prezzi dei carburanti dipende dalla situazione internazionale, ergo dalle scelte sciagurate di questo governo come dei precedenti, dalla struttura delle accise su cui si paga poi anche l’Iva, ecc.. Dunque sono palliativi che rimandano il problema – la sopravvivenza di imprese e persone – di qualche settimana, massimo qualche mese, ma non risolvono nulla.

Quindi il governo post-fascista resta con la mano sulla pistola, pardon, sul manganello. Quando l’unico strumento che hai è un martello tutto comincia a somigliare ad un chiodo. Anche i tuoi piedi o meglio un “settore di massa” del tuo blocco sociale-elettorale.

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Il rap è vivo e riprende parola

Negli ultimi giorni, il mondo del rap ha sfidato l’immobilità della situazione culturale in Italia, andando ad approfondire sui social ciò che si muove nel paese, da Nord a Sud, con nuovi soggetti conflittuali inediti, dagli agricoltori e gli autotrasportatori a quelli che vengono dispregiativamente definiti come “maranza”.

Da Marracash, forse uno dei rapper più schierati a livello sociale nel paese, abbiamo sentito dire che “il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il popolo”, mostrando le foto di un ragazzo che tiene in mano la bandiera italiana e di un tir fermo con uno striscione a sostegno dello sciopero, e “un risentimento crescente sta maturando, in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo”.

Parole chiare, altrettanto quanto quelle di Kid Yugi, forse uno dei pochi trapper ad essere realmente emersi dal profondo Sud, che tornando dal suo paese di origine in Puglia, descrive la drammatica situazione meridionale “nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali” e dichiara che “il patto sociale è stato infranto. La classe politica non è più serva del popolo [...] bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano”.

Altri rapper che si sono schierati sono Nayt, che muove il focus su “questa società addomesticata” che “ama l’innocuità” e “a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto”, e 22simba: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”.

Infine, si aggiunge un veterano del rap politico in Italia come Frankie Hi-Nrg che, riflettendo sulla questione generazionale, dice: “Il problema è la privatizzazione di tutto, l’aumento del costo della vita e, per i ragazzi, la mancanza di prospettive. Questa è la prima generazione che cresce in una situazione economica peggiore di quella dei genitori”.

Nel nostro ultimo comunicato, ci domandavamo dove fosse il mondo della cultura in un momento in cui gli studenti e le studentesse e i blocchi al Sud Italia chiedevano a gran voce di avere strumenti per potersi esprimere e farsi rappresentare.

Ebbene, ci ha pensato il rap a ricomporre a livello generale quelle che apparentemente sembrano cause sconnesse, nel tentativo di superare la contraddizione violenza/non violenza, su cui tanti, a cominciare dal Governo, battono al fine di dividere i fronti.

Un genere che stereotipicamente sembra essere attaccato a vanità e superficialità, ma che, per via della sua storia e per il retroterra dei personaggi che ancora lo rendono vitale, riesce ancora a dire la sua.

Abbiamo davanti una situazione sociale e politica molto dura e per certi versi inedita. A 10 giorni dallo sciopero generale dell’Unione Sindacale di Base a cui parteciperemo, il Governo Meloni promulga il reato di “partecipazione violenta a una manifestazione”, completando così la torsione autoritaria del proprio potere, e che andrà a colpire anche chi fino ad oggi manifesta nel modo più pacifico possibile. C’è bisogno delle energie di tutte e tutti, partendo da artiste e artisti, per raccontare tutto questo.

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21/10/2026

“Che roba Contessa!”. Un solo coro nella politica milanese

La rabbia sociale e giovanile esplosa sabato e bissata domenica a Milano è stata seguita, fin dalle prime ore, da un rincorrersi frenetico di tweet, commenti e dichiarazioni di sdegno e condanna da parte di esponenti politici e istituzionali per questi “quattro ignoranti” che hanno osato gridare la loro esistenza nel salotto buono della metropoli più ricca del paese.

Calmatesi (per ora) le acque, con più di 200 giovani fermati e passato il visibile spaesamento iniziale – mentre il governo si riuniva d’urgenza per militarizzare la città spedendo a Milano 500 soldati – quel coro disordinato ha quindi cominciato a definirsi lungo gli schieramenti politici e a tradursi in convocazioni di piazza “contro le violenze e i saccheggi”, palesando un’omogeneità bipartisan di vedute e contenuti che a qualcuno potrebbe ancora suonare come un’amara sorpresa. È la stessa benestante “maggioranza silenziosa” di fine anni ’60... 

I primi a chiamare alla mobilitazione in difesa di “forze dell’ordine, negozianti e milanesi” sono stati naturalmente i partiti della destra di governo, riempiendo nel tardo pomeriggio di ieri la piccolissima piazza San Carlo.

Le parole d’ordine della convocazione era la richiesta di pene esemplari così come scritto nello striscione condiviso; e poi il “Vi remigreremo tutti” sullo striscione della Lega, intrappolata anche da queste parti nell’incubo della contro-rincorsa a Vannacci. A margine sono volati schiaffi da parte dei partecipanti benestanti contro un gruppetto più che pacifico di contestatori, una violenza “per bene” che non ha suscitato alcuna indignazione.

Nella mattinata, intanto, era stato diffuso l’appello della CGIL di Milano ad una “piazza per la coesione sociale”, subito rilanciato dal segretario PD cittadino Alessandro Capelli e poi materializzatosi in serata con la chiamata piddina per mercoledì (domani) in piazza della Scala con lo slogan assai meno ‘sociale’ “Milano non vuole la violenza”, appello raccolto a breve distanza da Avs.

Gli slogan scelti ci sembrano abbastanza eloquenti su quale sia la preoccupazione principale per questi signori dopo i fatti del fine settimana.

Prima ancora della Schlein, già sabato il sindaco Sala aveva dettato la linea, attaccando direttamente Piantedosi per... l’esigua dimensione – a suo dire – della quantità di forze dell’ordine schierate in città, dritto al punto di quella che è l’unica ricetta concepibile da questa classe politica, indipendentemente dal colore.

D’altronde la campagna elettorale delle prossime comunali non è più affar suo e può dire le cose come davvero le pensa, senza tanti fronzoli: diventa un problema del PD e dei nuovi contendenti a Palazzo Marino richiamare qua e là anche crisi e carovita, quando capita, o criticare l’approccio securitario del governo; salvo comunque invocare “più forze dell’ordine” nel paese che ha già oggi il più alto numero di uomini in divisa procapite d’Europa.

Formalmente più attento agli umori del paese e della città “invisibile” è stato il possibile candidato sindaco del “campo largo” Calabresi, il quale ha mormorato di “necessità di interpretare e rispondere alle manifestazioni di un malessere sociale”. Dopo di che, però, anche lui si è sperticato nella solidarietà alle forze dell’ordine, nel richiamo alla legalità e alla divisione invalicabile tra buoni che manifestano pacificamente e i violenti.

Calabresi si è spinto, insomma, quasi in “zona Bonelli-Fratoianni”, con la lancia in resta (si fa per dire) contro il governo, ma, ben inteso, “ontogeneticamente” (hanno detto proprio così) lontani dalla violenza di quelli che vengono liquidati come una manciata di “black bloc”, infiltrati e non, invece, come centinaia e centinaia di giovani delle periferie senza futuro, e pertanto decisamente arrabbiati.

Per il “campo largo”, il perimetro dentro cui segnare una discontinuità con le forze di governo – rigorosamente in vista delle elezioni ed oltre le quali non spingersi mai – è ancora una volta saldamente, e strettamente, tracciato nell’ambito delle compatibilità e di lì non si scappa; con buona pace anche delle scorribande “coraggiose” di qualche piddino solitario o della denuncia delle violenze poliziesche condivisa anche dalle loro appendici giovanili, mentre ai piani alti sono completamente sparite dai radar.

In questo senso, già il primo appello della CGIL lasciava poco spazio alla fantasia, relegando l’attacco al governo e la denuncia del carovita a problema secondario.

“I fatti che hanno colpito Milano sabato e domenica sono gravissimi. Distruzioni, vandalismi e saccheggi sono inaccettabili e non hanno nulla a che fare con il dissenso... La nostra solidarietà va a tutte le persone che hanno subito violenza... Ha anche responsabilità (il governo, ndr) sulla carenza strutturale di organico delle forze dell’ordine.”

Un appello che, se non fosse per il passaggio in cui poi si attaccano le politiche economiche del governo, si faticherebbe a distinguere da quello delle destre. La CGIL ridotta a copiare il “grattacelaro” Sala, è tutto dire... 

Lo avevamo visto già sulla Palestina e nelle complicità con Israele, su guerra e riarmo, su salari e carovita, in scuole e università: gli spazi oggettivi di mediazione e di recupero con settori sempre maggiori e sempre più penalizzati della società si vanno esaurendo; ed è sempre meno credibile, di questi spazi, anche solo rappresentarne l’esistenza.

Sembrano quindi decisamente fuori tempo massimo – e certamente non parlano a chi era in strada sabato e domenica – gli appelli alla pacificazione o alla “coesione sociale”, da parte di chi in questi trent’anni ha fatto sistematicamente da garante al contenimento della rabbia e del conflitto politico e sociale davanti a ogni porcheria partorita da questa classe “dirigente”.

Possono continuare a recitare il solito teatrino, provando a dividere, tamponando da una parte, reprimendo dall’altra... Potrà forse funzionare ancora per un po’ – il livello di astensionismo già parla da solo – poi rimarrà solo la repressione. Ma intanto il tappo è già definitivamente saltato.

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20/10/2026

Tunisia - Esplode la protesta contro il regime di Saied

Sabato decine di migliaia di persone hanno protestato contro il presidente tunisino Kais Saied dando vita alla più grande manifestazione degli ultimi anni. La manifestazione, guidata dal principale sindacato UGTT e da varie organizzazioni sociali, è il risultato di un forte aggravamento della crisi economica, del peggioramento dei servizi pubblici, delle frequenti interruzioni dell’erogazione dell’acqua e dell’elettricità e della crescente carenza di medicinali e beni di prima necessità.

In una rara dimostrazione di unità, partiti di opposizione di tutto lo spettro politico si sono uniti ai sindacati, agli avvocati, ai medici, ai giornalisti e ai disoccupati in una marcia lungo il viale Habib Bourguiba, punto focale delle proteste che nel 2011 contribuirono a innescare la rivolta che portò alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali.

La protesta di questi giorni rappresenta una sfida significativa per Saied, dopo anni di divisioni che hanno indebolito la capacità dell’opposizione di mobilitare grandi folle.

“Il silenzio non sarà più accettabile... lo Stato non può essere costruito concentrando tutto il potere nelle mani di una sola persona”, ha dichiarato Slah Eddine Salmi, capo dell’UGTT, durante la manifestazione.

I manifestanti hanno scandito slogan come: “Niente paura, il potere appartiene al popolo!” e “Le prigioni sono piene, la gente ha fame!”. Hanno anche ripreso l’iconico slogan della rivolta del 2011, “Il popolo vuole la caduta del regime!”.

Nel 2021 e nel 2022 l’esponente liberalconservatore Saied si è impossessato di ampi poteri, sciogliendo il parlamento e iniziando a governare per decreto. Al tempo il nuovo uomo forte della Tunisia ha licenziato decine di giudici ed ha fatto arrestare decine di oppositori appartenenti sia alle correnti islamiste sia a quelle di sinistra.

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo che il regime ha intensificato la repressione contro la società civile e i giornalisti. Da parte sua Saied accusa gli oppositori e non meglio precisati soggetti esterni di aver orchestrato la crisi economica per alimentare disordini sociali e destabilizzare il paese e il governo.

Ma ormai anche alcuni settori della cosiddetta classe media, alle prese con le crescenti difficoltà economiche, cominciano a criticare apertamente il regime di Saied, che inizialmente era stato accolto da larghi strati della popolazione come il male minore, in grado di riportare stabilità e ordine dopo gli anni di caos e tensione seguiti alla caduta del regime di Bel Ali.

Lo scorso 27 settembre, un gruppo di laureati ancora disoccupati ha iniziato una marcia di circa 300 km da Menzel Bouzaiane, nella Tunisia centrale, verso la capitale Tunisi, per chiedere lavoro e l’attuazione di una legislazione volta a fornire un percorso chiaro verso l’impiego nel settore pubblico.

Ribattezzata come la “Marcia della Dignità”, la protesta diretta verso Cartagine, il sobborgo della capitale che ospita il palazzo presidenziale, è iniziata con 23 partecipanti, ma altri laureati senza lavoro si sono uniti lungo il percorso sino a superare i 120. Il 6 ottobre, la polizia ha bloccato la marcia nella città di Borj Cedria, a sud di Tunisi, imponendo ai partecipanti di continuare singolarmente, e non più in gruppo, destando però così l’attenzione di alcuni media.

Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’economia tunisina è cresciuta del 2,7% nel 2025 e del 2,4% nella prima metà del 2026. Ma sempre secondo l’INS, nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di disoccupazione complessivo si attestava al 14,9%. Tra i laureati, però, raggiungeva addirittura il 26,6%, arrivando al 35,6% tra le donne laureate (contro il 14,2% per gli uomini). In generale, i senza lavoro rappresentano il 35,4% di coloro che hanno dai 15 ai 24 anni. Dall’inizio dell’anno, poi, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo a settembre il 5,6%.

La disoccupazione e la mancanza di prospettive alimentano così l’emigrazione dal paese, che negli ultimi anni ha perso una quota considerevole dei suoi giovani, molti dei quali laureati.

Già lo scorso 25 luglio, migliaia di persone si erano mobilitate a Tunisi, ma anche a Monastir, a Sousse e in altre città, contro i continui black-out energetici, gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la repressione del regime.

Prima ancora, il 15 ottobre 2025, migliaia di tunisini avevano già avviato una imponente protesta contro l’inquinamento prodotto dal “Gruppo chimico tunisino” (Gct) a Gabès, dopo i gravi problemi respiratori riscontrati in decine di bambini, causati dai fumi tossici emessi dalla fabbrica che converte i fosfati in acido fosforico e fertilizzanti.

Dopo la partecipata protesta di sabato scorso – e sull’onda delle rivolte soprattutto giovanili che imperversano soprattutto in Europa ma anche in India – le manifestazioni in Tunisia nei prossimi giorni potrebbero crescere di intensità e impensierire il regime di Saied, che finora è riuscito a tenere sotto controllo la situazione utilizzando un messaggio nazionalista e paternalista ma anche la crescente repressione.

In carcere negli ultimi anni sono finiti esponenti politici di spicco, come l’anziano leader del partito islamista Ennahda, Rached Gannouchi, arrestato nel 2023. Dietro le sbarre ci sono i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi e Ahmed Souab, accusati di “cospirazione”. La nota attivista per i diritti umani, Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata recentemente condannata a 25 anni di detenzione. Da marzo è in prigione anche Wael Naouar, del Comitato direttivo della “Global Sumud Flotilla”, accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti, e altri attivisti del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

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Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…

Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che le viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito... 

Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.

Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento...). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria a condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.

Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.

Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.

Persino Bava Beccaris avrebbe da obiettare... 

Il fatto che l’80% dei fermati sia minorenne, per la “madre, cristiana, italiana”, non significa nulla. Eppure non c’è bisogno di uno psicologo dell’età evolutiva per sapere che anche le eventuali escandescenze di un minore sono sempre un sintomo, non “un progetto criminale”. Serve maturità anche per progettare di dar fuoco al mondo, che diavolo... 

Sul tavolo del consiglio dei ministri si passano bozze con nuovi reati, nuove pene tendenti all’ergastolo, divieti di assembramento. Idee stupide buttate giù nella gara a chi la spara più grossa, e proprio per questo pericolose.

Ma non è un deficit intellettivo solo italico, ormai. Il portaborse di Macron messo a Palazzo Matignon, Sebastien Lecornu, ha gettato i residui travestimenti democratici della République per disporre una lunga serie di coprifuoco notturni, a Parigi, Marsisglia e in decine di altre città.

“Coprifuoco” significa divieto di girare per strada, per qualsiasi motivo durante certe ore e in determinati luoghi. Una misura di guerra – o da pandemia – che indica paura e assenza di scrupoli.

Il paese che ha insegnato all’Europa cosa significa rovesciare una monarchia definitivamente – tagliando la testa al re, forse in mancanza di vetrine da sfondare – si ritrova con un monarca in scadenza (ad aprile, comunque, Macron se ne andrà) che vieta tutto pur di far approvare una legge finanziaria che farà strage degli ultimi scampoli di welfare francese.

La farà passare con qualche marchingegno regolamentare ben oltre il limite della costituzionalità, con il supporto silenzioso della destra fascista di Marine Le Pen, che stavolta – nei movimenti – non ha provato neanche a mettere piede.

L’obiettivo dell’erede di Vichy è “meloniano”, infatti. Ossia farsi accettare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e Francoforte (sponda Bce), sposando in pieno i piani di austerità e riarmo, magari con qualche aiuto in meno all’Ucraina e qualche soldo in più per l’Armée.

Ridotta in formule note, con queste decisioni i governi dei due paesi – guidati rispettivamente da un sedicente “liberale” e da una post-fascista – stabiliscono che l’unica libertà a contare è quella del capitale, soprattutto finanziario (entrambi i paesi, come anche la Germania, sono ormai con una crisi industriale pressoché irrecuperabile tra le mani). Mentre quella dei popoli è solo uno straccio da agitare quando serve, ma da rimettere nell’armadio quando la gente comincia a pretendere i suoi diritti.

Non si tratta di ideologia, ma di fatti accertati. Macron è cresciuto in una grande banca quasi mitologica – Rothshild – prima di ascendere alla guida del ministero dell’economia con il “socialista” Hollande, che poi ha sostituito per manifesta incapacità.

In Italia idem, ma con biografie personali assai meno prestigiose, dal vago sentore ammorbante. E i banchieri nostrani non sono certo meno violenti di quelli d’Oltralpe (vedremo gli sviluppi delle indagini su MontePaschi...).

Analisi a parte, è chiaro che queste scelte incideranno pesantemente sulle prossime scadenze di piazza. C’è un appello di fonte ignota a scendere in strada già il prossimo sabato, sempre a Milano. Ma soprattutto c’è lo sciopero generale del 30 ottobre che fa da catalizzatore per gli innumerevoli settori sociali che si vanno mobilitando (portuali di mezzo mondo, nel primo sciopero intercontinentale dei porti contro il traffico di armi e le guerre; studenti e giovani dei quartieri; operai che vanno perdendo il posto di lavoro, senza casa, autotrasportatori, ecc.).

I governi senza altri strumenti che la violenza poliziesca sono una minaccia per tutti, anche quando – furbescamente – provano a stabilire un rapporto preferenziale con alcuni (per esempio le piccole aziende dell’autotrasporto o della Coldiretti, storicamente “vicine” ai partiti al governo).

Si è definitivamente rotta la “passività sociale”. Ogni giorno ci sarà da inventare nuove forme di mobilitazione, lotta, riflessione collettiva. Tenendo conto dell’esperienza pluridecennale già accumulata...

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19/10/2026

Milano bis, l’ora dei neet

Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi

La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.

Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram...

Nonostante questo “sforzo intellettuale”, com’era intuibile, frotte di ragazzi, spesso minorenni, sono sciamati per ogni dove, fin quando la polizia non ha cominciato a caricare “gruppi dall’atteggiamento sospetto” (praticamente la libertà di caricare chiunque non ti piaccia) e l’avvio di scontri. Totalmente casuali e disorganizzati, accompagnati da qualche saccheggio di negozi “chic”.

Dopo piazza Duomo, il Castello Sforzesco, largo Cairoli e altri luoghi altrettanto “turistici”, ancora a sera c’erano scontri qui e là, con la polizia all’inseguimento di fantasmi.

“Criminali” li ha battezzati la destra al governo. Ma decisamente gentiluomini, visto che per esempio hanno avvicinato un senzatetto e gli hanno regalato diversi vestiti presi dai negozi. Qualcuno li ha anche sentiti dire: “arriva l’inverno, fa freddo, ti devi coprire”.

Mai che un governo, qui, faccia altrettanto. Anzi, proprio ieri a Trieste, il “leghista dissidente” Fedriga ha vietato alle associazioni cattoliche locali di continuare a dare da mangiare agli immigrati bloccati in attesa di una risposta amministrativa (permesso di soggiorno, ecc.).

E veniamo perciò a qualche considerazione politica. Gli oltre 200 ragazzi fermati a Milano – un “campione rappresentativo” di chi è sceso in strada – sono soprattutto minorenni. Difficile costruire su di loro un “format” socio-politico che possa aiutare a dare la colpa a soggetti già noti. Ci provano lo stesso, e abbiamo sentito persino Rosi Bindi straparlare di “guerra ibrida” putiniana, Paolo Mieli criticare il governo per la “mano morbida” della polizia e altre stronzate che non meritano risposta.

Ma resta il fatto: sono ragazzini dei quartieri di periferia, alcuni addirittura sotto i 14 anni. Molti sono italiani “di seconda generazione”, come si dice per indicare i figli di immigrati. E magari sono anche sovra-rappresentati, tra i fermati, “grazie” al criterio razzista con cui la polizia ha esplicitamente operato fin dal mattino.

Giovanissimi, qualcuno va a scuola, qualcuno no. Nei quartieri non è una differenza soggettivamente fondamentale... si vive assieme, tra un muretto, un locale, un cercare di dare un senso alla vita senza un euro in tasca.

Diventa importante solo quando cominciano le mobilitazioni politiche, dove chi va a scuola bene o male può trovare delle soggettività organizzate con un minimo di obiettivo politico. Mentre chi resta fuori – i neet, si dice ancora – non ha neanche quel traino attivistico che contribuisce a dare senso allo stare al mondo.

Ecco, una parte consistente di quel mondo neet è ora entrata in campo. Con i suoi modi – ruvidi, certo, che cazzo vi aspettate? – i suoi desideri minimalisti (la merce che non si possono permettere), la rabbia degli esclusi da tutto e rappresentati da nessuno.

Sono circa un milione e mezzo di ragazzi, in Italia, che vive in questa condizione neet – senza un lavoro, senza andare a scuola, senza star dentro un percorso di formazione qualsiasi – e nessuno li ha fin qui organizzati, rappresentati, messi assieme, “acculturati” politicamente. E magari non gli interessa neanche esserlo.

Ragazzi cresciuti però vedendo poliziotti condividere con gli spacciatori soldi e “roba” o esigere da loro “il pizzo”, magari uccidendone uno ogni tanto (Rogoredo è finita sui giornali, altri casi no). Oppure vedendo macchine dei carabinieri inseguire un paio di amici in scooter fino a schiacciarli contro un palo e tentare di nascondere le prove (Ramy Elgaml, del Corvetto).

Ragazzi che assistono da tre anni a un genocidio in diretta televisiva senza che nessuno abbia granché da obiettare, a parte quel milione sceso in piazza un anno fa e i tanti che hanno animato le manifestazioni per la Palestina. Ragazzi che la violenza – fisica, economica, poliziesca – la vivono sulla propria pelle ad ogni ora del giorno.

Questi ragazzi dovrebbero presentarsi in centro città chiedendo permesso, scusandosi di non esser vestiti abbastanza bene e di non avere i soldi per un apericena?

È chiaro che ci si trova davanti ad un fallimento sociale abnorme. Che la classe politica – tutta, Sala e Piantedosi in prima fila – crede di poter risolvere agitando il bastone, lo spauracchio di pene sempre più alte per reati sempre nuovi, sempre più poliziotti in un paese che ha il record di divise per abitanti.

Ma un fallimento sociale resta, anche se ne metterete in galera migliaia. La “deterrenza” giudiziaria non funziona con chi non ha granché da perdere, visto che sta già perdendo la vita. È un fallimento geneticamente programmato nelle politiche di austerità, nei tagli a qualsiasi servizio sociale, nell’imporre l’arte di arrangiarsi individuale per assenza di tutto.

È un soggetto fuori dai faldoni della polizia, tranne in parte che per quella “di prossimità”, magari. Perché non è un soggetto, ma tanti soggetti quanti sono quei ragazzi. Non ci sono “capi”, al massimo qualche “influencer” che emerge per qualche giorno. Non ci sono obbiettivi, né ovviamente un programma politico che non sia l’elenco dei bisogni primari (un salario per vivere, qualche servizio sociale, un posto nel mondo).

Reprimerli sarà faticoso come schiacciare le formiche una ad una. O magari suicida, mettendo in giro una spaventosa quantità di droga letale, come ai tempi dell’operazione Blue Moon. Che però finirebbe ovunque, anche nelle case della classe politica (se si facesse l’esame antidroga in Parlamento, si dice, non resterebbero a piede libero molti “onorevoli”).

La loro entrata in campo costringe anche chi organizza il conflitto sociale e politico a interrogarsi. Scrivevamo qualche giorno fa che questo potere si è giocato quella parte di generazione che a scuola ci va. E quella parte costituisce il soggetto organizzabile, secondo una visione classica della politica.

Quest’altra parte della stessa generazione è “libera”, nel senso disperante della solitudine capitalistica. Il suo muoversi è allo stesso tempo una potenziale risorsa e un possibile problema, per le forme “eccedenti e incontrollate” che assume.

Il 30 ottobre è vicino. Vediamo come e quanto la “convergenza” delle lotte comincia a farsi strada – con i lavoratori, gli studenti, i senza casa, ecc. – e quanto o come si dovrà fare per realizzarla andando avanti.

Il potere non ci ha capito un tubo, non ha soluzioni da offrire né neuroni capaci di captare l’enormità della valanga che si sta mettendo in moto in tutto l’Occidente neoliberista.

Sta a tutti noi fare meglio...

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Gli scontri di sabato a Milano, Bologna e altre città

Le cronache ci restituiscono le immagini di migliaia di giovani scesi in piazza contemporaneamente a Milano, Bologna, Torino e che si sono scontrati con la polizia nelle strade dei centri storici.

In altri tempi si sarebbe parlato di una “eccedenza sociale”, un fattore che però nessuno aveva visto arrivare, o almeno non secondo i parametri classici della politica o delle dinamiche di movimento.

Cercando di capire meglio, soprattutto con le corrispondenze dalle varie città che vadano oltre la cronaca, si vede un punto di partenza della dinamica vista in piazza che è una sorta di manifesto politico circolato sui social l’11 ottobre (vedi immagine) e che così riassumeva le parole d’ordine della convocazione “Italia in piazza” nelle varie città per sabato 17 ottobre.

“Italia in piazza è una manifestazione apartitica con lo scopo di mettere il focus sulle problematiche che affrontiamo ogni giorno”. Il manifesto precisa che: “Non importa chi siamo, in cosa ci identifichiamo, quale sia il nostro orientamento sessuale o quale divinità preghiamo”.

Gli obiettivi vengono così sintetizzati: “Lavoro sicuro, futuro sicuro, basta morti sul lavoro e giovani in fuga” e poi “Basta stipendi da fame incapaci di coprire il costante aumento del costo della vita”.

Il giorno prima, 10 ottobre, sui social era comparso un post con una sorta di conto alla rovescia sulla mobilitazione: “ormai ci siamo, il conto alla rovescia è agli sgoccioli... Facciamo sentire la nostra voce, Questo progetto è nostro tanto quanto vostro: dimostriamo a tutti di cosa siamo capaci quando facciamo squadra! Forza ragazzi, carica a mille!”

Le convocazioni delle piazze di sabato sono avvenute soprattutto attraverso i social – Telegram e Tik Tok – cioè i canali della comunicazioni prevalenti nel mondo giovanile.

Si è arrivati così alla convocazione delle piazze di sabato. Piazze centrali, la cui composizione sociale ha visto in tutte le città soprattutto giovani e studenti (molti dei quali reduci dalle manifestazioni studentesche del giorno prima), ma soprattutto molti ragazzi delle “seconde generazioni” provenienti dalle periferie metropolitane.

Curiosamente nelle piazze si sono viste alcune bandiere italiane insieme a quelle palestinesi, qualcuna albanese.

Le seconde a testimoniare il riconoscersi con l’insorgenza di realtà internazionali che ormai viaggiano come simboli nell’immaginario collettivo, le prime sventolate spesso quasi “provocatoriamente” dai nuovi italiani – figli di immigrati – che si rivendicano come tali di fronte al razzismo alimentato dalla destra istituzionale o da formazioni ancora peggiori, come quella di Vannacci.

I video mostrano alcuni giovani di seconda generazione gridare con convinzione “Viva l’Italia” mentre una bandiera tricolore viene aperta di fronte ad un blindato della polizia.

Anche molti slogan come “siamo tutti antifascisti” o “tout le monde deteste la police” , “Salvini Meloni fuori dai coglioni”, sono apertamente mutuati dalle manifestazioni di questi mesi, segno che hanno determinato un orizzonte politico anche al di là dei partecipanti.

Gli scontri di piazza non hanno visto alcuna “testa” o organizzazione, i cortei si spostavano senza un ordine preciso e hanno affrontato la polizia in modo deciso ma del tutto scoordinato. La maggioranza dei fermati a Milano risultano essere minorenni.

Non sono mancati, a Milano soprattutto, assalti alla “merce” nei negozi che vendono marchi costosi. Una dinamica da “’77”, quando entrarono in campo – anche lì – i giovani delle periferie, che certe merci le vedono nelle pubblicità ma sono per loro inarrivabili “legalmente”.

Solo a Torino la convivenza in piazza tra spontaneità sociale, qualche tentativo di presenza di destra e diverse realtà di movimento, ad un certo punto è saltata di fronte all’indecisione sul da farsi nella piazza e l’iniziativa è così passata in mano a settori più vicini all’area dell’antagonismo politico. Del resto la stessa cosa era avvenuta a Torino all’epoca del cosiddetto “movimento dei Forconi” nel 2013.

E se Torino si conferma come la città delle insorgenze sociali anticipatrici, Milano si conferma come la metropoli dove le divaricazioni e le disuguaglianze sociali sono diventate sempre più pesanti fino a diventare dirompenti, e dopo un rumore sottotraccia percepibile da tempo, hanno trovato un momento di rottura.

Il governo ha pensato che bastasse vendere periodicamente un po’ di fuffa per disinnescare la rabbia, ma soprattutto ha agito sul piano del controllo autoritario (con i “decreti sicurezza”) e della frammentazione, alimentando il razzismo, sia a livello istituzionale che a livello sociale. Ma non sembra proprio che abbia funzionato.

È indubbio che quanto abbiamo visto nelle piazze sabato pomeriggio meriterà riflessioni più approfondite già dai prossimi giorni.

Una esplosione sociale con queste caratteristiche è indicativa di molte contraddizioni sociali che ormai interagiscono  tra loro. Sorgono forme e auto-organizzazioni che provano ad accendere in altri modi il conflitto sociale e politico nel paese, a volte – ma non sempre, nella Storia – adeguate a costruire una prospettiva convergente con altri settori popolari.

Per quanto possano essere suggestivi i “riots”, in particolare a livello giovanile o delle periferie metropolitane, è evidente che a questi momenti di rottura occorra una visione, coordinamento e organizzazione.

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18/10/2026

Macron va alla guerra civile

Parigi. La grande giornata di mobilitazione stava giungendo al termine, segnando una nuova tappa nella convergenza delle lotte sociali in Francia. Dopo settimane di mobilitazione studentesca, le piazze francesi sono tornate a riempirsi, questa volta con una partecipazione che oltre il mondo della scuola ha coinvolto lavoratori, sindacati e Gilet gialli, contro il carovita e le politiche di austerità del governo Lecornu.

L’appuntamento del 17 ottobre, nato soprattutto fuori dai canali tradizionali della mobilitazione sindacale, e lanciato inizialmente sui social network, in continuità con l’esperienza dei Gilet gialli e con il movimento Bloquons tout dello scorso anno, ha raccolto la rabbia sociale contro l’impennata dei prezzi del carburante, i salari stagnanti e il progressivo smantellamento dei servizi pubblici.

Una mobilitazione che arriva proprio mentre l’Assemblea nazionale discute il bilancio 2027 del governo Lecornu, con un piano di tagli alla spesa pubblica da 54 miliardi di euro.

Anche diverse organizzazioni sindacali hanno deciso di sostenere la giornata. «La rabbia è immensa, è profonda, e se il governo pensa di cavarsela con annunci cosmetici o prendendo tempo, si sbaglia di grosso», ha dichiarato Sophie Binet, segretaria generale della CGT. La stessa organizzazione ha già convocato, insieme all’intersindacale, una nuova giornata di sciopero e manifestazioni per il 5 novembre.

Nonostante l’allargamento, i liceali rimangono i protagonisti indiscussi della giornata, animando le piazze dal nord al sud del Paese, e continuando a fare scuola per una generazione ormai mobilitata a livello europeo, dal Belgio all’Italia. In piazza dal 18 settembre, gli studenti non hanno ancora ottenuto risposte concrete alle proprie rivendicazioni, nemmeno dopo l’ultimo incontro di giovedì con il ministro dell’Istruzione.

Al centro delle proteste ci sono il sistema di selezione universitaria Parcoursup, le classi sovraffollate, la mancanza di insegnanti e le condizioni fatiscenti degli edifici scolastici.

Di fronte alla generalizzazione della mobilitazione, il governo ha scelto ancora una volta la strada della repressione. Dopo aver cercato di screditare il movimento liceale, descrivendolo come ormai in esaurimento, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha nuovamente autorizzato il pieno utilizzo delle granate assordanti, il cui impiego era stato limitato soltanto due settimane prima, dopo che uno studente aveva perso una mano durante una manifestazione.

Parigi blindata, il corteo autorizzato bloccato dalla polizia

La tensione era evidente già alla vigilia della giornata. Venerdì 16 ottobre, dopo lunghe trattative con le organizzazioni studentesche, la prefettura di Parigi ha vietato il percorso inizialmente proposto verso Place de la Concorde, respingendo successivamente anche l’alternativa che prevedeva l’arrivo a Place de la Bourse.

Sono stati inoltre emanati divieti di manifestazione nei pressi dell’Eliseo, degli altri luoghi del potere e di Place de la Bastille. Soltanto dopo ulteriori negoziati è stato raggiunto un accordo con la CGT per un percorso autorizzato da Place de la République a Place de Clichy, al quale sabato mattina hanno aderito anche le organizzazioni studentesche, compreso il coordinamento Interfac Île-de-France.

Fin dalle prime ore della mattina, però, Parigi è stata blindata. Numerose stazioni della metropolitana sono state chiuse, mentre le forze dell’ordine hanno moltiplicato controlli e perquisizioni.

Nel frattempo, da Gare du Nord, Opéra e altri punti della capitale sono partiti cortei spontanei che hanno tentato di aggirare i blocchi della polizia, incontrando la violenza delle forze dell’ordine intervenute per disperdere i gruppi o accerchiarli nelle strade del centro.

Intorno a mezzogiorno, Place de la République ha cominciato a riempirsi di manifestanti. Ma ben prima delle 14, orario previsto per la partenza del corteo ufficiale, sono iniziate le prime cariche e i lanci di lacrimogeni e granate assordanti, con diversi feriti tra i giovani manifestanti. Migliaia di persone sono rimaste bloccate nella piazza, circondata dalle forze dell’ordine, e cordoni di gendarmi hanno chiuso gli accessi.

Le Monde ha diffuso un video esplicativo sulla “technique de la nasse” utilizzata dalle forze dell’ordine francesi per accerchiare e disperdere la manifestazione impiegando un utilizzo di forza spropositata.

Anche il corteo autorizzato, al quale hanno partecipato sindacati, studenti e militanti delle organizzazioni politiche di sinistra, è rimasto a lungo immobilizzato sul boulevard Magenta, dove la deputata della France insoumise Clémence Guetté, presente sul posto, ha denunciato la gestione poliziesca della piazza e le condizioni in cui vengono trattenuti i manifestanti, costretti a rimanere in mezzo ai lacrimogeni, mentre si sono verificati malori e momenti di panico.

Alle 15, a un’ora dalla partenza prevista, il corteo ufficiale si trovava ancora a poche centinaia di metri da République, mentre nel resto della capitale, proseguivano i movimenti dei cortei spontanei e gli scontri con la polizia. Soltanto intorno alle 16 la testa del corteo raggiunge finalmente Place de Clichy, dopo ore di tensioni, blocchi e interventi della polizia che hanno segnato l’intera giornata.

Da Tolosa a Marsiglia, un salto di scala fuori dall’Ile de France

La mobilitazione del 17 ottobre non si è limitata alla capitale. In decine di città francesi, migliaia di persone sono scese in piazza, con una partecipazione particolarmente importante della gioventù, affiancata da lavoratori, organizzazioni sindacali e Gilet gialli.

A Tolosa, una delle piazze più imponenti, hanno manifestato 35mila persone secondo la prefettura e oltre 60mila secondo gli organizzatori. La giornata è stata segnata da pesanti interventi della polizia.

Particolarmente grave la denuncia della CGT locale: sul percorso autorizzato, all’altezza del Pont des Catalans, le forze dell’ordine avrebbero attaccato con granate di disaccerchiamento la testa del corteo sindacale, ferendo quattro dirigenti CGT e FSU, tutte evacuate. Il segretario della CGT locale ha chiamato direttamente in causa il prefetto e il primo ministro Lecornu.

A Marsiglia, dopo blocchi e scontri nel centro, sono stati danneggiati il commissariato della polizia municipale e il municipio, dove hanno fatto irruzione alcune decine di manifestanti. A Lione, durante una manifestazione non autorizzata, è stato incendiato l’ufficio del turismo di Place Bellecour. A Lille, ripetute cariche e lanci di lacrimogeni hanno impedito per ore la partenza del corteo autorizzato, mentre a Rennes la polizia ha utilizzato lacrimogeni e idranti.

Importanti anche i numeri della partecipazione: 20mila manifestanti a Lione e Nantes, 10mila a Rennes secondo il ministero dell’Interno, e tra 5mila e 6mila a Orléans secondo le stime raccolte da Mediapart.

A Parigi, un agente di polizia travestito da lavoratore delle costruzioni spara un proiettile contro un camion antincendio, viene catturato e arrestato dalla folla di manifestanti. 

L’individuo è stato identificato come un agente di polizia, dopo che i manifestanti lo hanno fermato.

In tutta la Francia, dimostrazioni di massa e pacifiche sono avvenute uno dopo l’altro questo sabato 17 ottobre, contro il costo elevato della vita e in continuità alla rivolta dei giovani che si è intensificata per tre settimane per l’abolizione dei Parcoursup e delle condizioni educative decenti.

Invece di ascoltare le loro richieste, il governo Macronista ha organizzato il caos e moltiplicato la violenza contro i manifestanti.

A Saint-Etienne, un giovane ha avuto la mano strappata a causa di una granata lanciata dalla polizia. Accuse, pestaggi, gas lacrimogeno, colpi sparati da LBD, le truppe di repressione continuano a applicare l’istruzione di Laurent Nunez “di non avere alcuna moderazione” di fronte ai manifestanti, agli studenti delle scuole superiori, agli studenti, ai dipendenti, agli disoccupati, ai funzionari e a molti settori della società nel movimento per i loro diritti.

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17/10/2026

«Non ci fermiamo», intervista a Sabrine Kharbach dell’Union Etudiante

Dopo quasi un mese di mobilitazione il ministro dell’educazione nazionale Édouard Geffray ha annunciato l’assunzione di tremila insegnanti supplenti per coprire una parte dei posti vacanti. Nell’anno scolastico passato circa il 10% delle lezioni non è stato assicurato a casa della mancanza di docenti. Di fronte alle rivendicazioni formulate dai liceali come giudicate queste misure?

Ci si chiede perché non sia stato fatto prima: il fatto che gli studenti delle scuole superiori debbano battersi per scuotere il governo dimostra, in un certo senso l’incompetenza dei nostri dirigenti. È una piccola vittoria, ma ampiamente insufficiente. In ogni caso non ci piegheremo alla loro politica di miseria. I francesi non sono stupidi, sono stanchi di farsi prendere in giro e di non essere ascoltati.

Noi, come rappresentanti degli studenti, siamo rimpallati di ministero in ministero per dirci «vi ascoltiamo», ma nessuna misura concreta è stata presa. Abbiamo chiesto di incontrare il primo ministro Sébastien Lecornu e non ci è stata data alcuna risposta. Cercano di perdere tempo, conosciamo la loro strategia.

Gli abbiamo detto chiaramente che non ci fermeremo se non ci saranno 10 miliardi sul tavolo e se le nostre rivendicazioni non saranno ascoltate, che continueremo a mobilitarci e che non saremo noi a pagare le conseguenze dei tagli all’educazione.

Oggi si uniscono al movimento, in modo ancor più massiccio, oltre ai liceali, anche i professori, le studentesse e gli studenti universitari, i pompieri, gli agricoltori e il 17 saremo insieme ai gilets jaunes. Il settanta per cento dei francesi sostiene la nostra mobilitazione. Non è una questione di etichette, la questione è che i francesi non ne possono più.

E questa è l’occasione per rialzare la testa dopo dieci anni di macronismo, che ci hanno tutti abbattuti. Non lasceremo nulla e continueremo a lottare finché non avremo dei risultati.

Martedì è stata un altra grande giornata di mobilitazione, con un alta affluenza allo sciopero del settore scolastico e l’90% delle università bloccate. Contrariamente al reflusso preannunciato dal governo, hanno partecipato 480mila manifestanti, di cui 100mila solo a Parigi. A che punto siamo del movimento liceale?

A differenza di quello che dicono i media e il governo, cioè che il movimento si sta arenando, la giornata di martedì ha dimostrato l’opposto, con un grande sostegno dei professori che hanno scioperato per difendere i propri alunni. Più di duecento licei erano chiusi e stiamo ricevendo il supporto di ampi settori della società civile.

Erano anni che non si vedeva una mobilizzazione di un’ampiezza tale. E ciò spaventa il governo, che sta utilizzando tutti i mezzi per soffocarla. Il fatto che non ci siano state violenze durante il corteo parigino dimostra che sono gli interventi delle forze dell’ordine che provocano i disordini.

Alla fine, infatti, quando i camion di crs sono arrivati, sono cominciati i problemi. La polizia ha bloccato tutti gli accessi a la place Vauban, impedendo ai manifestanti di defluire, e ha iniziato a caricare e lanciare lacrimogeni.

Avevamo chiesto che gli accessi fossero aperti, per permettere alle persone di lasciare il corteo nella calma, e hanno fatto esattamente l’opposto. Scatenando il panico e controllando tutti quelli che volevano uscire dall’accerchiamento, oltre ad effettuare diversi arresti.

Tutto questo è illegale, perché va garantito un deflusso alla fine di una manifestazione dichiarata. Questo prova che chi scatena veramente la violenza è la polizia, utilizzando in modo sproporzionato tutte le armi in suo possesso, dalle lbd alle “granate di disaccerchiamento”.

Dopo aver lanciato un sondaggio per capire quali tra le 10 rivendicazioni dei liceali fossero le più urgenti, il ministro Geffray ha risposto che non lancerà una riforma dell’educazione a sei mesi dalle presidenziali. Ha proposto piuttosto di mettere il dibattito sul tavolo e di avviare una riflessione sull’argomento, lasciando ai futuri candidati il compito di avanzare delle proposte di riforma. Cosa rispondete?

Pensano che i giovani non siano consapevoli della situazione politica ed economica e non capiscano cosa stia succedendo. Ma noi capiamo benissimo, quando vediamo che vengono stanziati 400 miliardi di euro in più per l’esercito. È una vera presa in giro.

Secondo il sondaggio il 70% dei liceali mette l’orario scolastico in cima alla lista dei problemi e il 60% evoca delle condizioni materiali inadeguate per lo svolgersi delle lezioni (edifici degradati, classi sovraffollate, ecc.). Seguono con il 30% la questione dei professori mancanti e con il 20% il parcoursup.

Non serve a nulla, però, fare un sondaggio se poi non si propongono delle risposte. Questo sondaggio è ridicolo, inoltre, perché avevamo già presentato al governo le 10 rivendicazioni che preoccupano maggiormente i liceali e avevamo calcolato la cifra di 10 miliardi per fargli fronte.

Non possiamo scegliere tra avere un tetto che non ci cade sulla testa e dei supplenti che assicurano le lezioni. Tutte le rivendicazioni sono ugualmente importanti. Il governo può trovare i fondi, ma non lo vuole fare.

Il consiglio di analisi economica ha, ad esempio, proposto una tassa sulle grandi successioni. È una possibilità tra le altre, ma non c’è alcuna volontà. Abbiamo 211 miliardi di euro di aiuti alle imprese, di cui 39 miliardi di sovvenzioni che lo Stato dona direttamente alle aziende. Chiedere 10 miliardi per l’educazione ci sembra il minimo. Attendiamo delle risposte.

La riposta repressiva, invece, è arrivata sin da subito. Ottomila arresti in tre settimane di mobilitazione, di cui la maggior parte minori, che hanno dato luogo a circa 2700 procedimenti giudiziari, oltre a centinaia di feriti tra alunni e personale scolastico. Una cifra che supera di gran lunga il movimento dei Gilets jeunes e persino il maggio del ’68. Perché il governo ha reagito con una repressione simile e cosa prevedete per il proseguo della mobilitazione?

È importante parlare del ’68 e del numero di arresti, perché bisogna rimontare al 17 ottobre del 1961, al momento della guerra d’indipendenza dell’Algeria, per ritrovare un numero maggiore. Quel giorno migliaia di studenti e lavoratori algerini manifestavano nelle strade di Parigi e sono stati repressi selvaggiamente, arrestati e annegati nella Senna.

Questo è il referente storico che il governo sta imponendo, e che ci permette di dire che sta conducendo una vera guerra sociale e razziale. Sociale perché sta smantellando quello che resta dei servizi pubblici, e razziale perché è evidente il trattamento differenziato tra le banlieues e i centri città, come è chiaro il modo differente con cui vengono attaccati gli studenti musulmani, con il divieto di portare il velo, ad esempio, o l’ultima legge sulla “presunzione d’innocenza” per le forze dell’ordine.

Quello che vediamo, sia nel contesto internazionale sia in Francia, è innanzitutto la costruzione di un nemico all’interno del paese, per poi dividere i giovani delle banlieues e quelli dei centri città. Noi non vogliamo che la gioventù sia divisa perché vive le stesse condizioni, e questa mobilitazione testimonia la sua unità. Persino i licei privati sono scesi in piazza per esprimere la loro solidarietà.

E il fatto che non ci siamo divisi disturba molto il governo. È in atto una militarizzazione dell’educazione nazionale, con 400 licei chiusi amministrativamente e il divieto in molti casi di assembrarsi davanti agli istituti.

Non si era mai visto qualcosa del genere, ma non ci facciamo spaventare. Gli studenti universitari si sono schierati in massa con i liceali, con delle occupazioni storiche come quella di oggi a l’École des hautes études commerciales di Parigi. Persino i più privilegiati non fanno mancare il loro sostegno alla lotta per un'educazione degna, e il 17 si uniranno a noi anche i gilets jaunes.

Al contrario di quello che dice la narrativa ufficiale, infatti, la mobilitazione si sta amplificando, toccando ampi settori della società. E senza risposte non abbiamo intenzione di fermarci.

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12/10/2026

India - Il governo scatena la repressione contro i comunisti e l’opposizione

In India il regime del BJP – il partito di governo dell’attuale premier Modi – ha lanciato un’ondata di repressione senza precedenti contro la sua opposizione politica – facendo arrestare oltre 5.000 persone – nel tentativo di impedire che una nuova ondata di proteste si diffonda in tutto il paese.

Quest’ultimo atto di repressione è un segno della paura che attanaglia il BJP dopo la vittoria del movimento studentesco all’inizio di quest’anno.

Nella repressione scatenata contro i manifestanti a Delhi il 10 ottobre, la Polizia di Delhi ha arrestato centinaia di leader di partiti politici, organizzazioni della società civile, studenti e giovani.

Quasi tutta la dirigenza del Partito Comunista Indiano (M), incluso il suo Segretario Generale MA Baby e altri alti membri dell’Ufficio Politico e del Comitato Centrale, è stata presa in custodia dalla polizia. Molti degli arrestati sono stati maltrattati e aggrediti dalla polizia, causando lesioni come nel caso del deputato Sivadasan.

Il membro dell’Ufficio Politico e capo dell’opposizione del Kerala, il compagno Pinarayi Vijayan, i membri del Comitato Centrale K N Balagopal e John Brittas sono stati confinati nel veicolo della polizia per ore, privati di cibo, acqua e non è stato nemmeno permesso loro di prendere medicine essenziali.

Un gruppo di donne, tra cui la membro dell’Ufficio Politico Mariam Dhawale, sono state portate alla Stazione di Polizia di Maurya Enclave, ed è stato negato loro anche l'uso dei servizi igienici. I telefoni cellulari di un gruppo di compagni, tra cui il deputato A.A. Rahim, sono stati sequestrati dalla polizia.

Tutta la potenza dello Stato è stata scatenata contro i manifestanti con un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza, il blocco delle strade insieme a severe restrizioni alla circolazione e alla comunicazione. Tutto ciò costituisce un flagrante attacco ai diritti democratici di protesta pacifica e alle libertà costituzionali ed è una palese manifestazione di autoritarismo.

Già a maggio erano scoppiate proteste in tutta l’India, a seguito di segnalazioni di un’irruzione della polizia nella casa del dirigente del PCI (M) Pinarayi Vijayan a Thiruvananthapuram, nello stato meridionale del Kerala, condotta da un’agenzia federale.

La risposta del governo espone la sua paura della mobilitazione popolare e la propria determinazione a sopprimere il dissenso piuttosto che rispondere a serie domande sulle irregolarità nel processo SIR (Special Intensive Revision, un processo utilizzato per aggiornare e ripulire le liste elettorali. A differenza delle revisioni sommarie periodiche o dell’aggiornamento continuo, il SIR è un intervento intensivo volto a identificare omissioni, duplicati, elettori deceduti e ad aggiungere gli aventi diritto che mancano dalle liste).

Il diritto di voto è fondamentale per la democrazia e non può essere minato attraverso procedure opache o esclusioni arbitrarie.

L’Ufficio Politico del PCI (M) esorta l’intera organizzazione a organizzare proteste da parte di tutte le unità del Partito in tutto il Paese contro questa repressione e a chiedere che il Commissario Elettorale Capo Gyanesh Kumar sia ritenuto responsabile e rimosso, che il processo SIR sia fermato e che si garantisca il ripristino nelle liste dei nomi di tutti gli elettori aventi diritto che sono stati cancellati.

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Francia - La repressione supera un nuovo limite

Durante la manifestazione del 6 ottobre, alcuni agenti di polizia hanno fatto uso di scudi antisommossa dotati di luci stroboscopiche. Sono progettati per accecare i cittadini e i giornalisti e impedire qualsiasi cattura di immagini.

Nuovo gadget, nuovi pericoli

Il dispositivo si basa sull’integrazione di moduli di illuminazione tattica ultra-potenti (talvolta designati con il termine EDI, ossia Éblouissement Défensif Intégrable Mobile – Abbagliamento Difensivo Integrabile Mobile) fissati su scudi antisommossa. Questo sistema genera lampi di luce bianca o colorata estremamente intensi, combinati con un effetto stroboscopico ad alta frequenza.

Il costo completo di tale equipaggiamento non viene comunicato dagli armieri. Una lampada può costare 1000 € per scudo, mentre il Ministero dell’Interno spenderà 15 milioni di euro per avere più scudi antisommossa “made in France”.

Progettati per saturare la retina e perturbare i sensi durante gli interventi a contatto, gli scudi stroboscopici possono avere conseguenze preoccupanti.

Innanzitutto, una censura visiva deliberata: i flash ripetuti saturano i sensori delle telecamere, dei telefoni e delle macchine fotografiche, rendendo impossibile qualsiasi ripresa nitida degli interventi e impedendo di documentare eventuali abusi.

In secondo luogo, rischi sanitari accertati: al di là di un’intensa fatica visiva e di violenti mal di testa, l’effetto stroboscopico intensivo è scientificamente riconosciuto come fattore scatenare di crisi epilettiche nelle persone fotosensibili, oltre a provocare perdite di equilibrio o gravi disorientamenti spaziali.


Un’opacità totale e industrializzata

Questo dispositivo inedito si inserisce in una lunga strategia di occultamento delle derive poliziesche:
  • Il RIO invisibile: il persistente rifiuto di esibire il Référentiel des identités opérationnelles (RIO – Repertorio delle identità operative) impedisce già qualsiasi identificazione individuale durante le violenze poliziesche.
  • L’infiltrazione violenta: la presenza ricorrente di agenti in borghese che agiscono nel cuore dei cortei per provocare incidenti e giustificare la carica.
Al centro di questa opacità, il ruolo della BRAV-M (Brigade de répression de l’action violente motorisée – Brigata di repressione dell’azione violenta motorizzata) solleva una questione democratica di primaria importanza. Unità mobile ultrarapida creata su decisione politica al momento della crisi dei gilet gialli, accumula un pesantissimo passivo di accuse di violenze, brutalità e manganellate gratuite durante le manifestazioni sociali, che portano regolarmente a denunce e indagini dell’IGPN.

Vedere questa specifica brigata dotarsi di strumenti volti a impedire che venga filmata, e a sottrarre i suoi comportamenti allo sguardo pubblico, è quanto mai preoccupante.

Repressione record e feriti gravi tra i giovani

Mentre la Ligue des droits de l’homme (LDH – Lega dei diritti dell’uomo) non ha mai smesso di lanciare l’allarme sulla pericolosità di una dottrina aggressiva, la recente mobilitazione studentesca paga un tributo fisico drammatico: 119 feriti sono stati registrati, tra cui diversi casi gravi (mani amputate, mascelle fratturate, un adolescente accecato a un occhio), portando l’IGPN ad aprire 10 indagini amministrative.

La Francia rappresenta un’eccezione in Europa, combinando l’uso simultaneo dei LBD (lanciatori di proiettili difensivi) e delle granate di disaccerchiamento. La Francia è l’unico paese d’Europa che autorizza l’uso di granate di disaccerchiamento, considerate armi da guerra, sui civili.

Mercoledì mattina, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha annunciato la sospensione dell’utilizzo delle granate stordenti nel quadro del movimento studentesco, dopo che un ragazzo di 14 anni ha avuto la mano amputata a Lens.

Una fuga in avanti sul piano economico e politico

Mentre i servizi pubblici crollano, il bilancio della sicurezza interna esplode. Tra il 2019 e il 2026, questo bilancio è passato da 20,3 miliardi di euro a 26,3 miliardi di euro, di cui 14,1 miliardi di euro per la polizia nazionale e 11,3 miliardi di euro per la gendarmeria.

Questa escalation tecnologica e finanziaria, unita a legislazioni permissive verso l’uso della forza (il famoso “permesso di uccidere”), è un nuovo sintomo dello slittamento autoritario verso una polizia ultraviolenta che agisce nell’impunità.

Di fronte alla convergenza dei movimenti sociali che contestano un sistema ingiusto, il potere ricorre sempre più alla violenza e alla paura.

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