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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/01/2024

«Trattati come scimmie». Inferno nel Cpr di Potenza: un arresto e trenta indagati

«La somministrazione massiccia di un farmaco come il Ritrovil a soggetti che si ritiene ipoteticamente possano dare fastidio, perché un po’ agitati, è un modo di calpestare la dignità umana che lo Stato per primo ha il diritto di preservare».

Lo ha detto ieri il procuratore di Potenza Francesco Curcio a margine della conferenza stampa sull’inchiesta che riguarda la gestione del Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Palazzo San Gervasio, Potenza. «Quelli che creavano problemi venivano trattati come scimmie», ha aggiunto.

Quattro misure cautelari nei confronti di un poliziotto, due dirigenti dell’ente gestore e un medico.

Le accuse sono a vario titolo di violenza privata pluriaggravata, falso ideologico, calunnia, truffa aggravata ai danni dello Stato, frode in pubbliche forniture, inadempimento, maltrattamenti. In totale gli indagati sono una trentina, tra loro agenti, medici e avvocati.

Un secondo filone di inchiesta affronta una sorta di monopolio delle difese d’ufficio instaurato nel centro. Falso, induzione indebita e concussione le ipotesi di reato. Parcelle fino a 700mila euro per l’ufficio legale, l’unico, che si occupava delle persone trattenute.

I pm avevano chiesto il carcere per l’ispettore di polizia Rosario Olivieri in forza dell’accusa di tortura. Il Gip Antonello Amodeo ha derubricato il reato in violenza pluriaggravata e l’uomo è finito agli arresti domiciliari.

Un episodio che ha colpito gli inquirenti riguarda un migrante che sarebbe stato immobilizzato attraverso l’applicazione di fascette di contenimento a polsi e caviglie per costringerlo a «ingerire contro la sua volontà dosi di farmaci antipsicotici e tranquillanti di derivazione benzodiazepinica». Tra questi Rivotril, Seroquel e Tavor.

Il giudice ha disposto il divieto per un anno all’esercizio dell’attività d’impresa o uffici direttivi di aziende in rapporti con la pubblica amministrazione per i coniugi Alessandro Forlenza e Paola Cianciulli. Entrambi amministratori della Engel Italia srl, che ha cambiato nome in Martinina Srl, cioè la società finita sotto indagine a Milano per la gestione del Cpr di via Corelli, sequestrato il mese scorso.

Con la procura lombarda c’è stato uno scambio di informazioni, ma l’indagine potentina era partita prima ed è durata anni: «abbiamo dovuto esaminare una quantità notevole di testimoni e documenti. Le società di gestione sono “formalmente diverse” ma collegate», ha detto Curcio.

Il medico di base Donato Nozza, infine, per un anno non potrà esercitare la professione nel Cpr. È accusato di maltrattamenti, falso ideologico e violenza privata pluriaggravata. «Là dentro era un inferno e solo chi si trovava a viverlo può capire», ha confessato agli inquirenti un’infermiera che ha lavorato nella struttura per oltre un anno e mezzo.

35 gli episodi incriminati. Gli indagati avrebbero messo in piedi tra il 2018 e il 2022 maltrattamenti sistematici basati sull’«indebita somministrazione anche occulta e/o forzata e in ogni caso senza che fosse acquisito il consenso informato di psico-farmaci anticonvulsivi» inducendo in alcuni migranti, soprattutto tunisini, «uno stato di prostrazione e una continua sedazione coatta» con «menomazione della dignità umana e lesione della libertà morale».

Dalle ricerche svolte dai Nas è emerso che tra gennaio e dicembre 2018 sono state somministrate 1.315 confezioni di Rivotril e altre 920 tra gennaio e agosto 2019. Intorno ai 150 posti la capienza massima regolamentare.

Secondo Curcio le prove raccolte mostrano che l’abuso di quel tipo di farmaci serviva da un lato a contenere i migranti, dall’altro a evitare di fornire loro l’assistenza sanitaria cui avevano diritto.

Il report L’affare Cpr, pubblicato nel 2023 dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), definisce il centro di Palazzo San Gervasio «la Guantanamo italiana».

A 65 chilometri da Potenza, lontano dal paesino che lo ospita, difficile da raggiungere per i parenti dei reclusi, è stato aperto nel 2011 dal governo Berlusconi per fronteggiare la cosiddetta «emergenza nordafrica» ma chiuso pochi mesi dopo: 57 tunisini erano stati segregati in una struttura simile a una gabbia per uccelli.

La struttura ha riaperto a gennaio 2018, quando al Viminale c’era Minniti, e fino al 2023 è rimasta sotto la gestione della Engel (con alcuni mesi di inattività per ristrutturazione).

Le immagini uscite dal centro mostrano la presenza di blatte, bagni senza porte, letti in cemento. Un altro squarcio sul sistema di detenzione amministrativa, cioè di persone che non hanno commesso reati, che l’Italia ha consegnato agli interessi privati e adesso vorrebbe anche esportare oltre Adriatico.

Fonte

08/11/2023

Italia-Albania. Come delocalizzare il lato oscuro dell’accoglienza

Alcuni l’hanno già ribattezzato la “Guantanamo italiana” per le caratteristiche di extraterritorialità dei centri di detenzione, altri lo paragonano alla nave prigione britannica “Biby Stockolm” dove vengono reclusi gli immigrati irregolari che approdano nella perfida Albione. Altri ancora fanno riferimento agli indicibili accordi con la Libia per trattenere i migranti nei lager fantasma sulla sponda sud del Mediterraneo.

Il protocollo siglato tra Italia e Albania, secondo l’Ansa che ha potuto visionarlo, è un documento di 9 pagine, con 14 articoli in tutto, che resterà in vigore “per 5 anni”, rinnovabili di altri 5 “salvo che una delle parti avvisi entro 6 mesi dalla scadenza” l’intenzione di non rinnovarlo.

Ma cosa significa questo accordo sulla gestione dei migranti siglato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il primo ministro albanese Edi Rama?

“L’accordo – ha dichiarato la premier Meloni nel comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi – consiste nel fatto che l’Albania darà la possibilità all’Italia di utilizzare alcune aree in territorio albanese nelle quali l’Italia potrà realizzare, a proprie spese, sotto la propria giurisdizione, due strutture dove allestire centri per la gestione dei migranti illegali. Queste strutture potranno accogliere inizialmente fino a tremila persone, che rimarranno in questi centri il tempo necessario a poter velocemente espletare le procedure per la trattazione delle domande di asilo ed eventualmente ai fini del rimpatrio”.

A chiusura del protocollo l’Italia si impegna a restituire “le aree” in Albania dedicate ai centri di identificazione, reclusione o rimpatrio per i migranti.

Nei centri per i migranti previsti dal protocollo Italia-Albania il diritto di difesa è assicurato consentendo l’accesso alle strutture ad avvocati e ausiliari, organizzazioni internazionali e agenzie Ue che prestano consulenza e assistenza ai richiedenti protezione internazionale, nei limiti della legislazione italiana, europea a albanese. È previsto che i migranti potranno restare non oltre il periodo massimo di trattenimento consentito dalla vigente normativa italiana. Secondo il protocollo, a fine procedure le autorità di Roma provvedono all’allontanamento, con spese a carico dell’Italia.

La giurisdizione dei centri dislocati in territorio albanese sarà italiana. A Shengjin, l’Italia si occuperà delle procedure di sbarco e identificazione e realizzerà un centro di prima accoglienza e screening; a Gjader realizzerà una struttura modello Cpr per le successive procedure. L’Albania collaborerà con le sue Forze di polizia per la sicurezza e sorveglianza. «L’Albania già vede un’importante presenza di Forze dell’Ordine e magistrati italiani», sottolinea Palazzo Chigi.

Nei centri di concentramento “italiani” in Albania non potranno essere presenti contemporaneamente più di tremila migranti. Nell’intesa è previsto che le strutture siano gestite dall’Italia secondo la normativa italiana ed europea, ed eventuali controversie con i migranti sono sottoposte esclusivamente alla giurisdizione italiana Quando viene meno, “per qualsiasi causa”, il titolo alla permanenza nelle strutture, l’Italia trasferisce immediatamente i migranti fuori dal territorio albanese. In caso di nascita o morte, precisa il protocollo, i migranti sono sottoposti alla legge italiana.

“Fin dal momento dello sbarco in Albania – spiega il prof. Vassallo Paleologo che da anni segue la questione – i migranti, già ritenuti comunque “illegali”, saranno totalmente privati della libertà personale". La procedura individuata dall’Italia, secondo Vassallo, potrebbe configurarsi come un “respingimento collettivo”.

I migranti ai quali non verrà riconosciuto il diritto d’asilo verranno rimpatriati nei paesi d’origine. Ma qui nasce già un secondo problema, visto che l’Italia ha degli accordi sui rimpatri con solo tre paesi, mentre la geografia di provenienza dei migranti riguarda un numero di paesi assai più ampio.

Inoltre se i migranti – solo uomini visto che dall’accordo sono esclusi donne e bambini – non verranno rimpatriati, una volta scaduti i termini dall’Albania faranno ritorno in Italia: visti gli attuali numeri dei rimpatri degli irregolari, nove ospiti su dieci potrebbero arrivare da noi dopo il passaggio albanese.

Sul piano giuridico molti esperti sottolineano come ci siano molti buchi relativi all’esternalizzazione della procedura d’asilo, alle eventuali violazioni dei diritti umani, alla limitazione del diritto di difesa dei migranti. Ragione per cui la ratifica del protocollo con l’Albania dovrà passare al vaglio del Parlamento in quanto alcuni punti suscitano molti dubbi proprio sul fronte del rispetto degli obblighi internazionali e del diritto dell’Unione europea, anche con riferimento alla direttiva accoglienza e alle direttive sulle procedure.

Se è vero che proprio l’Unione Europea ha dato la netta impressione di scaricare la rogna sugli sbarchi dei migranti alla sola Italia, è anche vero che il governo ha fatto spesso professione di fedeltà europeista e quindi della rogna deve prendersi carico. Per l’Albania la “cessione di sovranità” di due pezzi del proprio territorio all’Italia sembra essere una cambiale da pagare per l’ingresso nell’Unione Europea. Ma anche nel “Paese delle Aquile” stanno sorgendo problemi sul protocollo siglato con l’Italia.

L’Ansa riferisce che l’opposizione albanese (in questo caso di centrodestra) è già sul piede di guerra contro il premier Edi Rama per la firma a Roma dell’accordo sui migranti con la Meloni. Nonostante “la gratitudine verso l’Italia, per quanto fatto negli ultimi 33 anni a nostro sostegno, noi non siamo ancora pronti ad intraprendere un simile passo”, ha scritto su Fb il vicepresidente del parlamento, Agron Gjekmarkaj, membro del Partito Democratico (una nemesi per la Meloni, ndr): “Il governo Meloni è sotto grande pressione per la gestione della crisi” dei migranti, e “il governo Rama non dovrebbe trasferire in Albania questa crisi”.

Il leader del Pd albanese, Lulzim Basha, ha puntato il dito sulla mancanza di trasparenza da parte del premier Rama che “non ha nessun mandato a negoziare con nessun Paese: l’Italia è un nostro alleato e partner, un Paese amico, ma qui si tratta degli interessi nazionali”, ha aggiunto, accusando Rama di essere responsabile della fuga degli stessi albanesi all’estero “mentre decide di far arrivare qui i migranti illegali. È inaccettabile”.

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04/09/2022

Chiudere subito il lager di Gradisca d’Isonzo

Il 5 novembre 2013 il Centro di identificazione ed espulsione della provincia di Gorizia venne chiuso dopo tre giorni di rivolta. Il 17 dicembre 2019 lo stesso luogo è stato riaperto con un nome nuovo: Centro di permanenza e rimpatrio (CPR).

Dentro al CPR di Gradisca, continuano ad avvenire settimanalmente nuovi ingressi e trasferimenti di persone da un CPR all’altro: alcuni giorni fa sono entrate altre 25 persone, provenienti da Sud, probabilmente da Lampedusa.

In quei veri e proprio lager non viene rispettata né la dignità umana né alcuna misura sanitaria di tutela minima: è ciò che viene raccontato da donne e uomini sottoposti ad una assurda, dura, lunga e disumana “detenzione amministrativa” a tempo indeterminato.

Le persone recluse all’interno del campo continuano nella maggior parte a vivere in stanze comuni in una situazione di gravissimo sovraffollamento.

Sono frequenti le violenze sui migranti rinchiusi nel CPR di Gradisca, ma vengono sistematicamente censurate.

Capita ormai regolarmente che durante i giorni più torridi dell’estate, quando il caldo diventa insopportabile, nei Centri permanenti per il rimpatrio, le tensioni perenni sfocino in uno stato di rivolta permanente.

Il divieto di accesso ad osservatori esterni che non siano il Garante per i detenuti – che però entra solo dopo richiesta – o qualche sparuto deputato, i timori connessi alla pandemia, hanno permesso di sottacere più che in passato queste condizioni insopportabili in cui si consumano i tanti soprusi ai danni dei migranti reclusi, ricordiamolo, senza aver commesso mai alcun reato.

All’interno del centro i detenuti hanno dato luogo a diverse rivolte, incendiando parte delle camerate e compiendo frequenti atti di autolesionismo, talvolta anche molto gravi fino al suicidio.

A queste le forze dell’ordine presenti nella struttura hanno risposto frequentemente con una repressione violenta, che, da quanto è stato riferito dai detenuti, ha mandato alcuni di loro all’ospedale ed è avvenuta dopo aver disattivato il sistema interno di videosorveglianza o minacciando altri reclusi di ritorsioni nel caso avessero fatto uscire video o immagini da quelle mura.

Insomma, a Gradisca si muore e sappiamo chi è Stato.

L’ultimo suicidio è avvenuto il 31 agosto scorso: un ventottenne pakistano, del quale non sappiamo il nome, si è tolto la vita nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima. Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.

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