Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/07/2026

Uomini e no

Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.

Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.

Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)

I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.

Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.

Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.

Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.

Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.

Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.

Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.

Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.

Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.

Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.

IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.

«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.

Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.

Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.

Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.

C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.

Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.

Teniamoci stretti.

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09/05/2026

La Flottilla riparte. Ribadita la richiesta di liberazione di Thiago e Seif

“Oggi, venerdì 8 maggio, la nostra flotta partirà dalla Grecia alla volta della Turchia, dove oltre 30 imbarcazioni si uniranno alle altre in attesa per riunirsi all’Assemblea Internazionale di Marmaris, dove approfondiremo la nostra strategia politica e definiremo le prossime fasi della nostra missione”. La Global Sumud Flottilla ha fatto sapere con questa nota che la missione prosegue nonostante l’atto di pirateria israeliano subito la scorsa settimana nelle acque internazionali.

Il 9 Maggio più di 30 barche arriveranno in Turchia dove si uniranno a circa una dozzina di nuove imbarcazioni.

Gaza non è solo tragedia, è resistenza, è dignità, è sumud. E questo concetto lo conosciamo bene.

La Flotilla riparte e si sta riorganizzando per incontrare in Turchia le imbarcazioni in attesa e dopo l’assemblea internazionale del 10 maggio verrà comunicato quale sarà il proseguimento della missione.

Il 12 maggio è prevista una conferenza stampa a Marmaris, sul territorio turco, per presentare la prossima fase della missione e del movimento, annunciando gli impegni della società civile e dei partner politici per salvaguardare le future missioni e la solidarietà con la Palestina in tutto il Mondo.

“Presenteremo i piani per ritenere il regime israeliano responsabile dei suoi atti di pirateria, dei rapimenti in acque internazionali e degli abusi perpetrati nelle acque europee” dichiara la Flottilla che torna a chiedere l’immediata liberazione di Saif e Thiago ancora detenuti nelle carceri israeliane.

Thiago Ávila e Saif Abu Keshek sono in sciopero della fame da quasi una settimana.
Saif ha smesso anche di bere acqua. Sono detenuti in isolamento, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta a Gaza.

Contro di loro le autorità israeliane stanno utilizzando il perverso meccanismo della detenzione amministrativa che viene arbitrariamente rinnovata senza processo e senza una data. È un sistema brutalmente coloniale applicato sistematicamente contro i palestinesi.

Ma mentre i loro nomi riescono ancora ad attraversare i confini e arrivare sui giornali, oltre 9.500 prigionieri palestinesi vivono ogni giorno condizioni peggiori – lontano dagli occhi del mondo.

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16/09/2025

Gaza City brucia. Decine di palestinesi uccisi. Arresti di massa in Cisgiordania

Il genocidio dei palestinesi sta compiendo un nuovo passaggio. Fonti degli ospedali di Gaza hanno confermato che 41 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano dall’alba di oggi, di cui 37 nella sola Gaza City. Nella giornata di ieri altri 60 palestinesi erano stati uccisi dai bombardamenti.

All’alba l’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti aerei e terrestri su Gaza City parallelamente con l’esplosione di edifici residenziali nel nord della città, ed ha lanciato un ultimatum a tutti i residenti delle aree portuali di Gaza e del quartiere di Rimal.

Il portavoce della Difesa Civile di Gaza, Mahmoud Basal, ha comunicato che Gaza City è stata sottoposta a pesanti bombardamenti e il numero di morti e feriti è in aumento.

Fonti locali palestinesi hanno detto che l’esercito israeliano ha fatto esplodere dei robot con trappole esplosive a nord-ovest della città all’alba di oggi.

Il ministro della Difesa israeliano Yisrael Katz ha dichiarato questa mattina che Gaza sta “bruciando”, avvertendo che il suo paese “non si tirerà indietro”, mentre l’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Katz ha affermato che l’IDF “sta colpendo le infrastrutture del terrore con il pugno di ferro, e i soldati stanno combattendo coraggiosamente per creare le condizioni per il rilascio dei prigionieri e la sconfitta di Hamas. Non ci fermeremo e non ci tireremo indietro fino a quando non avremo compiuto la nostra missione”.

Una commissione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza e che le dichiarazioni fatte dalle autorità israeliane sono la prova diretta dell’intento genocida. La commissione chiede ai paesi del Mondo di adempiere ai loro obblighi.

L’Unrwa denuncia che gli abitanti di Gaza sono costretti a lasciare le loro case e a prendere una strada che non porta da nessuna parte. “Non c’è un luogo sicuro e un rifugio per la popolazione di Gaza ed è necessaria un’azione urgente per un cessate il fuoco”.

Il movimento palestinese Hamas ha accusato Washington di aver intensificato la brutale guerra di genocidio con il sostegno e una politica di disinformazione per coprire i crimini di guerra dell’occupazione israeliana, affermando che “il criminale di guerra Netanyahu ha la piena responsabilità per la vita dei suoi prigionieri nella Striscia di Gaza”.

Ha aggiunto che la distruzione sistematica di Gaza City e la campagna fascista di sterminio minacciano anche la vita degli ostaggi israeliani, sottolineando che il loro destino nella Striscia di Gaza “sarà determinato dal governo del terrorista Netanyahu”.

Escalation in Cisgiordania

In Cisgiordania le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 540 palestinesi nel solo mese di agosto, tra cui 49 bambini e 19 donne.

Questo porta il numero totale di arresti in Cisgiordania dall’attacco a Gaza del 7 ottobre 2023 a oltre 19.000, tra cui più di 590 donne e circa 1.550 bambini.

La cifra include le persone che sono state successivamente rilasciate ed esclude quelle detenute nella Striscia di Gaza, che si stima siano migliaia, hanno detto in una dichiarazione rilasciata domenica la Commissione palestinese per gli affari dei prigionieri e degli ex prigionieri, il Club dei prigionieri palestinesi e l’Addameer Prisoner Support and Human Rights Association.

I dati sono stati pubblicati in un bollettino mensile da queste organizzazioni che monitorano le campagne di arresto e “l’escalation sistematica dei crimini che le accompagnano”, ha aggiunto la dichiarazione.

La violenza da parte dei coloni ebrei israeliani illegali ha anche giocato un ruolo nell’ampliare la portata delle detenzioni, specialmente nei villaggi e nelle aree sotto l’intensificazione dell’attività e dell’occupazione dei coloni, ha aggiunto il rapporto. Decine di persone sono state arrestate in relazione agli scontri con i coloni.

Il rapporto ha anche rilevato una marcata escalation della detenzione amministrativa, una politica in base alla quale i detenuti sono trattenuti senza accusa né processo.

I gruppi di prigionieri hanno anche sottolineato che circa il 90% degli appelli e delle petizioni contro gli ordini di detenzione amministrativa sono stati respinti dai tribunali militari israeliani dall’inizio dell’assalto a Gaza, “suggerendo il ruolo della magistratura come strumento chiave per legittimare e perpetuare questa forma di detenzione arbitraria”, ha riferito l’agenzia palestinese WAFA.

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26/01/2025

Il trattamento delle prigioniere svela le differenze tra palestinesi e Israele

È balzata agli occhi persino di alcuni media mainstream la differenza di condizioni al momento del rilascio tra le tre donne israeliane in ostaggio a Gaza e quella di molte prigioniere palestinesi liberate domenica sera dalle carceri israeliane.

In particolare le immagini della dirigente palestinese Khalida Jarrar – sulla cui condizione avevamo pubblicato diverse denunce nei mesi scorsi – testimoniano la brutalità delle condizioni di detenzione alle quali gli israeliani sottopongono i e le prigioniere palestinesi. Una immagine decisamente in contrasto con quella dei tre ostaggi che pure uscivano da un periodo di coercizione/detenzione nelle mani dei palestinesi a Gaza.

Le tre israeliane erano state catturate il 7 ottobre 2023, Khalida Jarrar il 26 dicembre 2023, cioè due mesi e mezzo dopo, anche se il suo era solo l’ultimo di ripetuti arresti in condizione di detenzione amministrativa, ovvero senza limiti di tempo e senza accuse formulate o formalizzate. Un periodo di coercizione simile – chi nei tunnel di Gaza e chi in un carcere “ufficiale” – hanno restituito però prigioniere in condizioni molto diverse, indicando un trattamento dei prigionieri ben diverso e che rivela come “una democrazia” come Israele possa essere più brutale di una organizzazione non statale e definita “terrorista”.

Su Palestine Chronicle le prigioniere palestinesi liberate domenica hanno condiviso racconti strazianti delle loro esperienze nelle carceri israeliane, descrivendo in dettaglio le torture e la repressione che hanno sopportato fino agli ultimi istanti prima del loro rilascio.

Le donne hanno raccontato la profondità del loro dolore, non solo a causa della prigionia, ma anche a causa della situazione generale in Palestina e a Gaza.

Samah Hijawi, una prigioniera liberata, ha condiviso la storia del suo doppio arresto in un breve periodo ed ha raccontato ad Al-Jazeera di aver subito varie forme di tortura e persecuzione, parlando delle gravi sfide che le detenute devono affrontare, in particolare a causa di malattie e cure mediche inadeguate.

Allo stesso modo, Shaima Omar Ramadan, che ha trascorso sei mesi in detenzione amministrative, ha spiegato come la sua condanna non sia stata definita durante il suo periodo in prigione. Ha rivelato che la conferma della sua inclusione nel primo gruppo di prigionieri rilasciati è arrivata poche ore prima del suo rilascio.

La sorella della giornalista e prigioniera liberata Rula Hassanein ha detto ad Al-Jazeera che Rula soffre di grave esaurimento. Le sue condizioni richiedono cure mediche immediate, poiché la prolungata negligenza medica in carcere ha gravemente compromesso la sua salute.

Anche questo trattamento differenziato tra prigionieri deve essere una materia da non affidare all’oblìo o peggio ancora ad una sorta di catarsi verso i crimini israeliani. Segnano una differenza che va sottolineata con forza.

Khalida Jarrar, in un’intervista con l’agenzia Anadolu a margine del ricevimento in una sala pubblica di Ramallah, dopo il suo rilascio dalle carceri israeliane domenica sera, ha denunciato come le amministrazioni carcerarie israeliane non trattano i prigionieri come esseri umani, descrivendo le condizioni carcerarie sotto l’attuale governo israeliano come le peggiori dall’occupazione della Cisgiordania nel 1967. Ha parlato di ripetuti attacchi ai prigionieri, continui spruzzi di gas, scarsa qualità e quantità di cibo, politica di isolamento praticata dalle autorità di occupazione, ha denunciato la Jarrar, “Sono rimasta per sei mesi in isolamento”.


Ha sottolineato che le autorità carcerarie israeliane non fanno distinzione tra prigionieri e prigioniere, “tutti ricevono un trattamento duro: provocazioni notturne, confisca di tutto, anche dei vestiti, negazione delle visite”. Jarrar ha detto che c’è un gran numero di prigionieri in isolamento e in condizioni molto dure.

Khalida Jarrar è una leader del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e una delle attiviste più importanti nel campo della difesa dei diritti delle donne palestinesi, in particolare delle prigioniere. È un’ex parlamentare stimata e popolare ed è ampiamente apprezzata e rispettata.

È stata arrestata il 26 dicembre 2023 nella sua casa nella città di Ramallah, nella Cisgiordania centrale occupata, e trasferita in detenzione amministrativa.

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17/01/2025

Gaza - Firmato l’accordo. Ma il Likud fa sapere che non significa la fine della guerra

di Eliana Riva

Firmato finalmente, questa mattina, l’accordo annunciato mercoledì tra Israele e Hamas sul cessate il fuoco a Gaza e lo scambio di prigionieri. Le ultima ore sono state colme di trattative, dichiarazioni e manifestazioni in Israele. Quando tutto sembrava ormai certo, Netanyahu ha dichiarato che non avrebbe riunito il consiglio di sicurezza, come previsto nella mattinata di giovedì, incolpando Hamas di provare ad inserire nuove clausole dell’ultimo minuto. Il movimento islamico ha smentito e diverse fonti, anche interne israeliane, hanno fatto sapere che il ritardo era in realtà dovuto ai tentativi del premier di salvare la sua coalizione governativa.

Ieri i rappresentanti di Potere ebraico e Sionismo religioso, i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno tenuto due conferenze stampa separate per annunciare mosse e decisioni nel tentativo di bloccare l’accordo o, in alternativa, stabilire una contropartita. Ben Gvir è apparso subito inamovibile rispetto a Smotrich e ha dichiarato, senza apparentemente lasciar spazio a ripensamenti, che lascerà il governo se l’accordo dovesse essere votato a maggioranza. Il ministro delle Finanze, dal canto suo, ha fatto sapere invece che si sarebbe “accontentato” di ricevere garanzie sul fatto che la guerra a Gaza riprenderà dopo il rilascio degli ostaggi. E che Israele non andrà mai via dal corridoio Filadelfia, mantenendo il controllo completo sull’ingresso degli aiuti nella Striscia.

In risposta, il partito di Netanyahu, il Likud, ha rilasciato una dichiarazione con la quale ha nella pratica smentito tutti i punti più importanti dell’accordo stesso: “Contrariamente ai commenti di Ben-Gvir, l’accordo esistente consente a Israele di tornare a combattere sotto le garanzie americane, ricevere le armi e i mezzi di guerra di cui ha bisogno, massimizzare il numero di ostaggi viventi che saranno rilasciati, mantenere il pieno controllo del corridoio Filadelfia e il cuscinetto di sicurezza che circonda l’intera Striscia di Gaza e ottenere importanti risultati che garantiranno la sicurezza di Israele per generazioni”. Smotrich, rassicurato, ha fatto sapere che non voterà l’accordo ma che continuerà a sostenere il governo.

Sempre in serata, i media israeliani hanno scritto che Netanyahu avrebbe voluto posticipare di un giorno l’inizio della tregua. La Casa Bianca ha reagito con rabbia e stupore e lo stesso Biden ha dichiarato di non essere per nulla contento. Dopo notizie, smentite e rimpalli, questa mattina l’ufficio del premier ha sciolto gli indugi, confermando che, come comunicato in un primo momento, la tregua entrerà in vigore domenica 19 gennaio, quando verranno rilasciati i primi ostaggi. Israele ha pubblicato la lista dei nomi dei 33 prigionieri che Hamas consegnerà entro la fine della prima fase dell’intesa, che durerà 42 giorni.

Il ministro della difesa Israel Katz ha dichiarato che in risposta alla liberazione israeliana dei prigionieri politici palestinesi, libererà immediatamente i coloni israeliani in detenzione amministrativa: “Ho deciso di rilasciare i coloni in prigione in detenzione amministrativa e di trasmettere un chiaro messaggio di rafforzamento e incoraggiamento degli insediamenti”. La violenza dei coloni, soprattutto da quando l’ultimo governo Netanyahu, di estrema destra, si è insediato, è cresciuta enormemente in Cisgiordania. Gli israeliani che vivono negli insediamenti all’interno dei Territori palestinesi occupati, in violazione del diritto internazionale, effettuano raid all’interno dei villaggi palestinesi, aggrediscono gli abitanti, danno alle fiamme case, automobili, abitazioni e alberi d’ulivo e hanno ucciso diverse persone. In Cisgiordania, Israele applica la legge militare, che permette la detenzione, anche per anni, senza condanne né accuse. Nei due anni da ministro della difesa, Yoav Gallant ha applicato la misura di detenzione amministrativa contro 12 coloni che avevano guidato (e a differenza di centinaia di altri erano stati identificati) gravi azioni violente. Di questi, cinque erano già tornati a casa. Israel Katz, che ha preso il posto di Gallant, su cui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di Guerra a Gaza, ha annunciato a novembre che la detenzione amministrativa non sarebbe più stata applicabile, in Cisgiordania, per gli abitanti ebrei delle colonie illegali ma solo per i palestinesi sotto occupazione. Così, in una mossa che sa tanto di propaganda, ha annunciato che scarcererà al più presto i sette coloni attualmente in detenzione amministrativa. Più di 700.000 coloni (il 10% della popolazione israeliana) vivono in 150 insediamenti e 128 avamposti sparsi in tutta la Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est.

A Gaza, intanto, la popolazione, all’oscuro delle manovre interne alla politica israeliana, continua a morire. 113 persone hanno perso la vita dall’annuncio dell’accordo. Gli abitanti hanno dichiarato che la violenza degli attacchi è la stessa, terribile, del primo mese di guerra. Video mostrano droni che fanno cadere bombe sugli edifici che ospitano sfollati, sulle tende dei campi profughi. Ancora intere famiglie sono state assassinate nella distruzione completa degli edifici residenziali. Da mercoledì sera 28 bambini e 31 donne sono stati massacrati.

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02/09/2024

Gravi le condizioni della deputata Khalida Jarrar in carcere in Israele

È incarcerata in condizioni estremamente rigide la parlamentare e dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp, sinistra) Khalida Jarrar, arrestata otto mesi fa da Israele assieme ad altre migliaia di palestinesi della Cisgiordania e posta in detenzione amministrativa (senza processo). Lo denunciano la famiglia e i suoi sostenitori, sottolineando che Jarrar, 61 anni, è ammalata e ha bisogno di continue cure farmacologiche.

In passato Jarrar ha trascorso, in varie fasi, sei anni nelle carceri di Israele, in gran parte senza processo, ma la sua attuale prigionia è la più dura e difficile di tutte a causa delle severe misure punitive per i prigionieri politici palestinesi decise dal ministro israeliano per la Sicurezza, Itamar Ben-Gvir, come ritorsione per il sequestro di cittadini israeliani da parte di Hamas lo scorso 7 ottobre.

Di recente a Khalida Jarrar è stata rinnovata dai giudici militari israeliani la detenzione amministrativa per altri sei mesi. Fino a due settimane e mezzo fa era nella prigione di Damon (Haifa), poi, all’improvviso, è stata trasferita a Neve Tirza, un carcere femminile nel centro di Israele, dove, riferisce la famiglia, è in totale isolamento in una cella di 2,5 x 1,5 metri senza finestre, senza ventilatore. C’è solo un letto di cemento con sopra un materasso sottile. Il giornale Haaretz riferisce che il direttore di Neve Tirza aveva informato Jarrar che ha diritto a una passeggiata giornaliera di 45 minuti nel cortile della prigione, da sola. Da allora è uscita solo due volte perché questo “privilegio” è stato già revocato.

Avvocato e famiglia sottolineano che queste pesanti condizioni di detenzione hanno aggravato lo stato di salute della deputata, diabetica da anni, sottoposto anni fa ad un delicato intervento chirurgico. Circa 60 detenuti palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane dal 7 ottobre, secondo l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, più del totale registrato in 20 anni della famigerata prigione militare Usa di Guantanamo.

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22/12/2023

“Grazie a tutti!”

Cari e care,
A differenza dei precedenti messaggi in partenza da questo indirizzo mail, a scrivere questa volta ci sono io.

Nel corso del primo periodo della mia detenzione, in cui mi erano preclusi i contatti con l’esterno, mai avrei immaginato che vi sarebbe stata tanta solidarietà nei miei confronti. Ne ho avuto parzialmente notizia durante il primo colloquio con il mio avvocato, dopo oltre due settimane dall’arresto.

Anche se non mi era ben chiara la portata del lavoro portato avanti in Italia, il sapere di poter contare sulla solidarietà di molti, non solo parenti, amici e conoscenti, ma anche di persone semplicemente e profondamente colpite dall’ennesimo sopruso perpetrato impunemente dall’occupazione israeliana, mi ha alzato il morale e contribuito a darmi la forza per non abbattermi.

Poiché la procura israeliana dopo oltre un mese non è stata in grado di formulare accuse nei miei confronti, il pericolo di finire nella spirale della detenzione amministrativa iniziava a farsi palpabile.

Ricordo, per chi ancora non lo sapesse, che l’occupazione israeliana ha ereditato dal mandato britannico questa orrenda pratica per la quale è possibile condannare un prigioniero a periodi di detenzione rinnovabili – solitamente di sei mesi in sei mesi – potenzialmente all’infinito, senza la necessità di formalizzare accuse e senza dargli la possibilità di difendersi in processo.

La campagna che si è mobilitata in Italia ha giocato, a mio avviso, un ruolo fondamentale nel portare il mio caso all’attenzione generale, rendendo sconveniente per le autorità israeliane sottopormi ad un simile regime di detenzione.

Vorrei per questo esprimere grande gratitudine a tutti coloro che si sono spesi nel corso degli ultimi mesi, ognuno – dai singoli ai comitati, dai collettivi alle organizzazioni – mi ha permesso di poter tornare ad abbracciare la mia famiglia.

Spero che quanto accaduto possa, per quanto possibile, aver puntato un minimo i riflettori sulla situazione dei prigionieri politici in Palestina, sulle condizioni di reclusione e sul regime di detenzione amministrativa di cui, nel corso delle ultime settimane, l’occupazione israeliana sta facendo massiccio uso con lo scopo di reprimere ogni tipo di mobilitazione contro l’aggressione alla Striscia di Gaza.

Ho lasciato dietro di me decine tra parenti, amici e conoscenti nelle carceri israeliane, persone che non hanno la fortuna di avere una cittadinanza straniera a loro protezione.

Forse è più difficile identificarsi con loro, distanti migliaia di chilometri, con vite e vicissitudini che raramente si intersecano con quelle di chi vive lontano da quella realtà.

Ciononostante mi auguro che coloro che si sono spesi per la mia liberazione vogliano continuare ad impegnarsi per la causa palestinese, per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, specie in questo momento di crescente repressione dentro e fuori le carceri israeliane.

Khaled El Qaisi

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05/10/2023

Incertezza e restrizioni: resta alta la mobilitazione per Khaled El Qaisi

Fuori dal carcere, ma non libero.

A casa di un garante, senza passaporto e senza contatti con l’esterno, ma non agli arresti domiciliari. È complessa la situazione in cui Khaled El Qaisi si trova da domenica 1° ottobre, quando il tribunale israeliano di Rishon LeZion ha sancito la sua scarcerazione, ma non la chiusura delle indagini, che continueranno almeno fino all’8 ottobre.

Fino a questa data, infatti, nonostante non sia stata formulata alcuna accusa, Khaled dovrà rimanere a disposizione delle autorità israeliane e non potrà lasciare il territorio palestinese, a causa di un divieto di espatrio comminato dal tribunale israeliano. Una misura di trattenimento, ancora una volta, difficilmente giustificabile a livello giuridico in quanto adottata dallo Stato di Israele, ma eseguita in territorio palestinese.

Per trenta giorni, inoltre, a Khaled è vietato ogni contatto con persone che potrebbero essere coinvolte nelle indagini. Una condizione tanto vaga da essere suscettibile di applicazioni vessatorie e arbitrarie, che di fatto gli impone di ridurre all’osso qualsiasi comunicazione o spostamento dal momento che, nell’ignoranza dell’ipotesi accusatoria, non ha modo di sapere quale contatto possa essere considerato pericoloso.

Anche una telefonata o un incontro fortuito per strada rischiano di configurarsi come la violazione delle condizioni del rilascio. Eventualità che, tra le altre cose, determinerebbe anche un’immediata (e gravosa) sanzione pecuniaria a carico della persona che si è offerta di fungere da garante e che da ieri lo ospita nella propria casa a Betlemme.

È in questo quadro, ancora incerto e delicato, che la moglie di Khaled, Francesca Antinucci, sebbene rassicurata sulle sue buone condizioni di salute, chiede che su el Qaisi «l’attenzione dei media e la cura del governo italiano restino altissime», auspicando al contempo la «massima accuratezza» da parte dei mezzi d’informazione e la cautela richiesta dal caso.

Il Comitato per la liberazione di Khaled prosegue con determinazione la mobilitazione avviata lo scorso 15 settembre, anche perché la scarcerazione di Khaled non vale certo a sanare le gravissime violazioni dei più fondamentali diritti della persona perpetrati fino ad ora, e quotidianamente, dal sistema israeliano.

Dopo la lettera aperta di intellettuali e accademici, le manifestazioni degli studenti universitari nei principali atenei nazionali e i presidi sotto le sedi Rai di otto città, è stata lanciata una raccolta fondi a sostegno delle spese legali sulla piattaforma “Produzioni dal basso” e in settimana sono previste altre iniziative locali e nazionali a cui tutte le persone solidali alla causa di Khaled sono invitate a partecipare.

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01/10/2023

Scarcerato Khaled El Qaisi ma non può partire per l’Italia

Khaled El Qaisi è stato scarcerato. Lo hanno deciso i giudici israeliani della corte di Rishon Lezion. Lo studente italo-palestinese arrestato lo scorso 31 agosto al valico di Allenby, dovrà rimanere a Betlemme, pare presso uno zio che si è offerto come garante, e per almeno una settimana non potrà lasciare il Paese. Le indagini israeliane sul suo conto quindi non sono concluse e per la sua liberazione sarà pagata una cauzione, ha precisato la moglie Francesca Antinucci.

“Non si tratta di arresti domiciliari ma che fino all’8 ottobre c’è divieto di espatrio e obbligo di restare a disposizione delle autorità giudiziarie”, ha precisato Antinucci. I familiari ancora non riescono a contattare Khaled.

Il 31 agosto assieme alla moglie e al figlio Kamal di 4 anni, Khaled, al termine di un periodo di vacanza a Betlemme, stava attraversando il valico verso la Giordania diretto ad Amman da dove un paio di giorni dopo tutta la famiglia sarebbe rientrata a Roma. Al controllo bagagli fu improvvisamente ammanettato e portato via senza spiegazioni. Non si è mai saputo nulla sui motivi dell’arresto che restano oscuri.

“Accogliamo con ottimismo la decisione di scarcerare Khaled, che tuttavia resta per altri sette giorni a Betlemme, a disposizione delle autorità inquirenti israeliane. Speriamo che al termine di questi sette giorni, e dopo un mese di carcere senza sapere perché, questa storia finisca presto e bene. La mobilitazione di queste settimane è stata importante nel portare attenzione sulla storia di Khaled, ma dobbiamo continuare a fare pressioni, perché comunque le indagini andranno avanti. Ci auguriamo che presto Khaled possa tornare in Italia” scrive Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

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28/09/2023

Khaled nuovo Zaki, ma il governo italiano se ne infischia

Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese, ricercatore universitario si trova da 28 giorni in carcere in Israele senza che siano state formulate accuse a suo carico. La detenzione è già stata prorogata tre volte e la prossima udienza è fissata per il primo ottobre all’esito della quale entro 48 al massimo 72 ore dovrebbe esserci una decisione delle autorità sui motivi del provvedimento del 31 agosto.

In una conferenza stampa alla Camera dei deputati il difensore Flavio Rossi Albertini, l’onorevole Laura Boldrini, Riccardo Noury di Amnesty International e Francesca Albanese ricercatrice speciale Onu hanno denunciato la violazione del diritto e delle convenzioni internazionali.

Francesca Antenucci, moglie di Khaled, ha ricostruito le fasi dell’arresto al confine con la Giordania quando lei e il piccolo Kamal sono rimasti senza telefono e senza soldi. Khaled in questi giorni è stato interrogato più volte senza difensore dalla polizia e dai servizi segreti.

“Evidentemente non avendo elementi sui quali imbastire un’accusa formale puntano a ricavarli da questi interrogatori che in qualsiasi paese sarebbero illegali”, ha detto l’avvocato Albertini.

Laura Boldrini ha ricordato la posizione espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani secondo il quale “non si può interferire in una vicenda giudiziaria”. “E invece si deve in un caso del genere”, ha aggiunto la parlamentare.

In Israele ci sono 967 palestinesi detenuti senza accuse formali. La reclusione è prorogabile di sei mesi in sei mesi per anni, ha spiegato ancora l’avvocato.

I giornali italiani non hanno detto praticamente niente, “come se valesse da noi il divieto che c’è in Israele a riferire di vicende simili”.

Alla conferenza stampa non era presente nessun telegiornale. L’unico grande quotidiano era il Corriere della Sera.

Il governo se ne frega. L’onorevole Giovanni Donzelli di FdI ha fatto sapere che Israele ha diritto di difendersi dai terroristi.

Per Zaki che non era cittadino italiano si mobilitarono in tanti a sinistra e pure a destra. Per Khaled cittadino del nostro paese nulla. “Ma è italo-palestinese – conclude l’avvocato – e in Israele quello che c’è scritto prima del trattino conta zero”.

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26/09/2023

Il 30 settembre giornata nazionale di mobilitazione davanti alle sedi Rai per la libertà di Khaled El Qaisi

Da ormai un mese Khaled El Qaisi si trova nelle carceri israeliane senza un’accusa e senza che vi siano le minime condizioni per un giusto processo, in violazione del diritto internazionale. I media, e in particolare la Rai, che dovrebbe fornire un servizio pubblico, tacciono. Non solo davanti al trattamento riservato a un cittadino palestinese, tacciono davanti al trattamento riservato ad un cittadino italiano.

Per Khaled, dal 31 agosto prigioniero nel carcere israeliano di Petah Tikwa, la sospensione del diritto alla difesa e il diniego di giusto processo costituiscono gravi violazioni dei diritti umani. Inoltre, le condizioni di detenzione a cui è sottoposto, tra cui privazione del sonno, minacce, offese verbali e imposizione prolungata di posizioni di stress, sono potenzialmente riconducibili a un crimine di diritto internazionale.

Le autorità israeliane hanno arrestato un cittadino straniero in un territorio che occupano militarmente e lo hanno deportato al di fuori di quel territorio. Lo Statuto di Roma, di cui sia l’Italia che la Palestina sono firmatarie, afferma che la deportazione, il trasferimento e la detenzione illegale sono crimini di guerra. Perché questo fatti sono trascurati dalle istituzioni e dai media?

La salvaguardia dei rapporti tra stati è più importante del rispetto del diritto internazionale e della libertà di Khaled? È un dovere per lo stato italiano attivarsi con ogni mezzo necessario, affinché un proprio cittadino arrestato senza accusa in uno Stato straniero venga liberato e veda i propri diritti rispettati.

È un dovere per i media italiani fare una corretta analisi e informazione nel rispetto della persona e dei diritti di un proprio concittadino.

Ci troviamo sabato 30 settembre davanti alle sedi Rai, e delle maggiori emittenti televisive presenti nelle città italiane, per chiedere subito un’informazione rispettosa e degna sulla situazione di Khaled e per la sua immediata liberazione.

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23/09/2023

Prorogata nuovamente la detenzione di Khaled El Qaisi in Israele

Oggi, 21 settembre, come previsto, si è tenuta la nuova udienza relativa alla proroga del trattenimento nelle carceri israeliane dello studente italo-palestinese, Khaled El Qaisi, conclusasi con un’ulteriore estensione della detenzione per altri 11 giorni. Khaled El Qaisi è ormai in carcere dalla fine di agosto e la sua detenzione senza motivazioni è già stata prorogata due volte.

Il tribunale ha deciso che, al termine di questa lunga proroga, sempre finalizzata alla raccolta di elementi, entro un massimo di 3 giorni a partire dal 1° ottobre, le investigazioni dovranno presentare delle accuse poiché il termine per questa forma di detenzione cautelare decadrebbe.

Un comunicato diffuso dal neocostituito Comitato per la liberazione di Khaled scrive “Khaled dunque fino ad allora, senza che siano state formulate delle accuse a suo carico, resterà recluso nella prigione di Petah Tikwa nella quale è stato quotidianamente sottoposto a interrogatorio, sempre senza la presenza del suo difensore. Vista la perdurante e allarmante situazione detentiva di Khaled e del mancato rispetto dei suoi diritti facciamo nuovamente appello per la sua immediata liberazione”.

Alla vigilia dell’udienza di oggi, dopo quella della scorsa settimana all’università, una affollata assemblea di sostenitori, amici e familiari di Khaled si è riunita nuovamente a Roma per discutere come proseguire la mobilitazione per la sua liberazione.

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18/09/2023

Khaled El Qaisi nella morsa della detenzione amministrativa in Israele

Khaled El Qaisi, lo studente italo-palestinese arrestato al confine israeliano mentre rientrava in Italia, è ancora detenuto in Israele senza che gli siano state formalizzate accuse specifiche. La terza udienza è stata rinviata al prossimo 21 settembre, mentre le autorità israeliane continuano a mantenere il silenzio, nonostante la crescente mobilitazione internazionale – soprattutto in Italia – per chiedere il rilascio del ricercatore.

Venerdi scorso all’università La Sapienza (dove Khaled lavora) si è tenuta una affollatissima assemblea di solidarietà.

L’unica certezza è che Khaled El Qaisi è stato arrestato e privato della libertà per il solo fatto di essere palestinese. Una palese violazione dei diritti umani che, nonostante gli anatemi lanciati dal direttore de La Repubblica Molinari contro tale ipotesi, rischia di trasformarsi in un “nuovo caso Zaki”. Ma questa volta occorre fare i conti con la “democratica” Israele e non il “dispotico” Egitto

La detenzione di Khaled El Qaisi è stata prolungata nonostante la totale mancanza di accuse formali e trasparenza del caso. Questa procedura da parte delle autorità militari e giudiziarie israeliane è resa possibile dal ricorso alla detenzione amministrativa.

Una vera e propria “eredità” che l’occupazione coloniale israeliana ha mutuato da quella britannica. Non a caso la Gran Bretagna ha continuato ad utilizzare ampiamente la detenzione amministrativa contro gli irlandesi nelle sei contee dell’Irlanda del Nord.

Secondo il diritto internazionale la detenzione amministrativa è illegale. Ma a dicembre 2019 erano 458 i palestinesi in questa situazione, su un totale di 5.000 palestinesi arrestati nei Territori Occupati. Nel 2022 erano saliti a 850. Nel 2023 il loro numero è salito a 967 ma secondo altre fonti ha superato i 1.000 casi.

La detenzione amministrativa viene utilizzata dallo stato israeliano per ottenere informazioni dai carcerati, ma è ritenuta illegale secondo il diritto internazionale sui diritti umani. Questa pratica è giustificata da Israele con il codice militare 1651, che autorizza l’esercito a detenere fino a 6 mesi una persona nel caso i militari o le autorità israeliane ritengano che possa mettere a rischio la sicurezza dello stato.

Questo codice prima della seconda intifada era stato utilizzato contro 72 palestinesi. Dopo il settembre 2000 ha portato in media 450 palestinesi detenuti al mese attraverso la detenzione amministrativa.

Khaled El Qaisi adesso è nella morsa di questa procedura illegale, ma mentre il ministro degli Esteri Tajani balbetta e i direttori di giornale sionisti esorcizzano un nuovo caso Zaki, sia nel paese che nei parlamenti nazionale ed europeo fioccano le interrogazioni parlamentari e le richieste di un intervento “più deciso” del governo italiano verso l’alleata Israele.

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10/09/2023

Prorogata la detenzione arbitraria di Khaled, cittadino italo-palestinese


Aggiornamento sulla detenzione di Khaled El Qaisi, italo-palestinese, trattenuto dalle autorità israeliane al valico di frontiera di “Allenby” e tuttora detenuto.

Il 7 settembre, come previsto, si è tenuta a Rishon Lezion a sud di Tel Aviv, l’udienza relativa alla proroga del suo trattenimento in carcere conclusasi con una proroga della detenzione per altri 7 giorni, quando dovrà comparire nuovamente davanti al giudice.

In questa udienza il detenuto e il suo difensore non hanno potuto comparire congiuntamente, finora impossibilitati per legge a vedersi e comunicare. In questa occasione si è appreso del suo trasferimento presso il carcere di Ashkelon.

La nostra viva preoccupazione è rivolta al totale spregio dei diritti di civiltà giuridica operati dalla legislazione israeliana ovvero alla violazione di quelle tutele, comunemente riconosciute in Italia (art. 13-24-111 della Cost.) e in Europa (art 6 CEDU) e in seno all’ONU (artt. 9-14 Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici), la cui osservanza consente di definire un processo “equo” e un arresto “non arbitrario”.

Dopo 9 giorni di detenzione a Khaled è stato impedito di interloquire con il proprio difensore di fiducia e non potrà certamente incontrarlo quantomeno fino al 12 settembre.

È quotidianamente sottoposto a interrogatorio senza la presenza del suo difensore ed è quindi solo mentre affronta domande pressanti poste dai poliziotti nella saletta di un carcere.

Non gli è consentito conoscere gli atti che hanno determinato la sua custodia e la sua possibile durata; non sa chi lo accusa, per quale ragione lo faccia, cosa affermi in proposito.

Anche i motivi del suo arresto appaiono assolutamente generici e privi di specificità, fondati esclusivamente su meri sospetti e non su ‘indizi gravi di colpevolezza’.

Tuttavia, ciò che rappresenta maggior ragione di inquietudine e preoccupazione è la facoltà concessa all’autorità israeliana di poter sostituire, in difetto di prove, la detenzione penale con quella amministrativa.

Condizione giuridica nella quale si trovano altri 1200 palestinesi ristretti in carcere senza un’accusa formale, senza alcuna prova e senza poter conoscere le ragioni del loro trattenimento.

In considerazione dell’allarmante situazione detentiva di Khaled e del mancato rispetto dei suoi diritti umani si chiede che si faccia tutto il possibile per ottenerne l’immediata liberazione e il suo ritorno in Italia.

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24/03/2023

Centinaia di prigionieri palestinesi hanno iniziato lo sciopero della fame

Da ieri, 2000 prigionieri palestinesi, hanno cominciato uno sciopero della fame. Una protesta di massa che i prigionieri palestinesi hanno chiamato: “Vulcano della libertà o del martirio.”

Tale protesta, è stata organizzata dal movimento dei prigionieri palestinesi, in risposta alle misure restrittive imposte dal ministro della “sicurezza israeliana” Itamar Ben-Gvir e contro la detenzione amministrativa.

La detenzione amministrativa, permette ad Israele di arrestare i palestinesi senza nessuna accusa e nessun processo e permette alle autorità israeliane di trattenere palestinesi per periodi di tempo indefiniti – periodi minimi di sei mesi soggetti a rinnovo – sulla base di informazioni segrete.

La detenzione amministrativa, è ritenuta illegale secondo il diritto internazionale sui diritti umani.

Questa pratica è giustificata da Israele con il codice militare 1651.

Ben-Gvir ha ordinato di effettuare ispezioni continue nelle prigioni, di chiudere i forni che producevano il pane per i prigionieri, di ridurre le volte in cui i prigionieri palestinesi posso andare al bagno.

In varie dichiarazioni Ben-Gvir ha affermato di voler eliminare tutte quelle misure che garantivano ai palestinesi “una detenzione comoda”, una “buona condizione di vita”, condizioni simili a “un campo estivo.”

La situazione dei prigionieri palestinesi in realtà è drastica, sono detenuti in celle sovraffollate e umide, vengono torturati a livello fisco e psicologico, sono sottoposti a interrogatori lunghissimi, non gli è permesso di avere un avvocato e neanche di vedere i loro famigliari.

Ieri i prigionieri hanno scritto un comunicato collettivo dicendo:

“Vi affidiamo il nostro benessere: non lasciateci soli nei campi di battaglia, esposti alle frecce degli invasori. Proteggete le nostre anime e le nostre schiene, perché voi siete quelli con valori incrollabili, principi e scommesse vincenti... liberateci mentre siamo ancora vivi, prima che diventiamo corpi morti e numeri... liberateci dai cimiteri dei vivi, prima che ci trasformiamo in lapidi dimenticate nei cimiteri dei numeri”.

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20/10/2022

Sospeso lo sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri politici palestinesi hanno sospeso il loro sciopero della fame collettivo contro la politica arbitraria e illegale di detenzione amministrativa di Israele. 30 detenuti avevano inizialmente lanciato l’azione di protesta il 25 settembre e sono stati successivamente raggiunti da altri 20 in un atto di solidarietà il 9 ottobre. I detenuti hanno sottolineato che la lotta continuerà.

“La nostra scelta è il confronto continuo e la resistenza contro la detenzione arbitraria”, hanno dichiarato in una nota. “Sebbene l’obiettivo principale dell’occupante sia soggiogare e controllare il nostro popolo e cancellare la sua narrativa storica e l’identità nazionale, la nostra battaglia contro la detenzione amministrativa è un confronto continuo che include tutto il nostro popolo in Palestina e nella diaspora, fino a rendere la questione della detenzione amministrativa una delle priorità palestinesi di fronte al progetto coloniale sionista”.

Israele come routine utilizza la detenzione amministrativa per prendere di mira i palestinesi, trattenendoli a tempo indeterminato senza accusa o processo sulla base di “prove segrete”. A settembre 2022, circa 800 palestinesi erano detenuti nelle carceri israeliane in detenzione amministrativa.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Addameer, lo sciopero della fame è stato sospeso dopo che i detenuti hanno raggiunto un accordo con le autorità di occupazione israeliane “per dare priorità alla detenzione amministrativa nel loro dialogo con i rappresentanti del Movimento dei prigionieri palestinesi” all’interno delle carceri.

Secondo quanto riferito, l’occupazione israeliana ha anche accettato di rilasciare detenuti amministrativi malati e anziani, comprese donne e bambini, entro i prossimi due mesi. L’accordo include anche la presentazione di una discussione su un periodo massimo per gli ordini di rinnovo della detenzione e la fine del “bersaglio di routine” di detenuti e prigionieri palestinesi con ripetuti arresti arbitrari e detenzioni amministrative.

Circa 60 detenuti palestinesi hanno intrapreso scioperi della fame individuali nel 2021. Secondo Addameer, i numeri nel 2022 sono ancora più alti, un fenomeno che è in “risposta diretta all’uso sempre crescente da parte delle autorità di occupazione israeliane del loro programma di detenzione amministrativa per punire collettivamente i palestinesi, e mirare specificamente ai gruppi a rischio”. Questi includono bambini, anziani ed ex prigionieri. Più dell’80% dei detenuti che hanno preso parte allo sciopero della fame collettivo erano ex prigionieri.

Israele costantemente arresta nuovamente i detenuti rilasciati. I detenuti hanno descritto le forme di questa crudele guerra psicologica, talvolta hanno fatto l’esperienza di aver ricevuto i loro ordini di rilascio ma di essere arrivati ​​al posto di blocco finale solo per essere informati che la loro detenzione era stata rinnovata.

Mentre lo sciopero della fame è stato interrotto, i detenuti hanno affermato che “Il secondo episodio della nostra lotta è il nostro impegno a boicottare i tribunali sionisti a tutti i livelli, che è la pietra angolare per affrontare la detenzione amministrativa razzista”.

“Faremo tutti gli sforzi per trasformare il nostro boicottaggio dei tribunali in una posizione per tutti i detenuti amministrativi, e una posizione che includa le forze nazionali e islamiche, le istituzioni per i diritti umani, l’ordine degli avvocati e gli avvocati nella Palestina occupata nel 1948, per prevenire l'occupante dall’imbiancare la politica di detenzione amministrativa e allo stesso tempo esaminare la possibilità di sollevare tale questione davanti ai tribunali internazionali”, hanno aggiunto.

Il boicottaggio riguarderà le procedure militari israeliane relative alle udienze e agli appelli di conferma della detenzione amministrativa. I detenuti amministrativi palestinesi avevano avviato un boicottaggio globale di massa a gennaio, ma è stato sospeso a giugno dopo che alcuni accordi erano stati assicurati.

I detenuti si sono rifiutati di partecipare alle procedure e alle udienze dei tribunali e hanno anche incaricato il loro consulente legale di non partecipare ad alcun procedimento per loro conto. Hanno anche affermato che annunceranno ulteriori passi per un “programma continuo di lotta”, giurando di continuare a combattere “finché questa politica non sarà fermata e l’occupazione non sarà sradicata dalla nostra terra e dalle nostre vite”.

Alla fine della loro dichiarazione, i detenuti hanno espresso la loro solidarietà con “il nostro popolo assediato nel campo di Shuafat e nella città di Nablus, che stanno conducendo le più meravigliose epopee di eroismo, sfida e redenzione affrontando l’odiosa macchina da guerra sionista”.

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11/10/2022

Prigionieri palestinesi in sciopero della fame contro l’uso della detenzione amministrativa

Trenta prigionieri politici palestinesi in detenzione amministrativa nelle carceri dell’occupazione israeliana sono ancora in sciopero della fame a tempo indeterminato per il 15° giorno, per protestare contro la loro ingiusta detenzione senza accuse né processo, lo riferisce la Palestinian Prisoner’s Society.

L’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, un gruppo di difesa dei prigionieri, ha dichiarato che 28 dei 30 detenuti in sciopero della fame sono stati messi in isolamento nella prigione israeliana di Ofer da quando hanno iniziato lo sciopero della fame.

Il gruppo ha dichiarato la scorsa settimana che, nel caso in cui Israele esegua altri ordini di detenzione amministrativa, si prevede che altri prigionieri si uniranno allo sciopero.

Il mese scorso, i detenuti amministrativi nelle carceri israeliane hanno inviato un messaggio in cui affermavano che la lotta contro la detenzione amministrativa continuerà e che le pratiche dei Servizi penitenziari israeliani “non sono più governate dall’ossessione per la sicurezza come effettivo motore dell’occupazione, ma piuttosto sono atti di vendetta dovuti al loro passato”.

Israele ha intensificato la sua politica di detenzione amministrativa contro i palestinesi, dato che il numero di detenuti amministrativi supera attualmente i 760, compresi minori, donne e anziani. Secondo la Commissione per gli Affari dei Prigionieri, l’80% dei detenuti amministrativi sono ex prigionieri che hanno trascorso anni nelle carceri, la maggior parte dei quali erano proprio in detenzione amministrativa, un modello ereditato dall’occupazione coloniale britannica e da questa applicata in tutte le sue colonie imperiali, Irlanda del Nord inclusa.

La politica di detenzione amministrativa di Israele, ampiamente condannata, consente la detenzione di palestinesi senza accuse o processo per intervalli rinnovabili che di solito vanno dai tre ai sei mesi, sulla base di prove non rivelate che persino l’avvocato del detenuto non può visionare.

Amnesty International ha descritto la politica di detenzione amministrativa di Israele come una “pratica crudele e ingiusta che contribuisce a mantenere il sistema di apartheid di Israele contro i palestinesi”.

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04/09/2022

Chiudere subito il lager di Gradisca d’Isonzo

Il 5 novembre 2013 il Centro di identificazione ed espulsione della provincia di Gorizia venne chiuso dopo tre giorni di rivolta. Il 17 dicembre 2019 lo stesso luogo è stato riaperto con un nome nuovo: Centro di permanenza e rimpatrio (CPR).

Dentro al CPR di Gradisca, continuano ad avvenire settimanalmente nuovi ingressi e trasferimenti di persone da un CPR all’altro: alcuni giorni fa sono entrate altre 25 persone, provenienti da Sud, probabilmente da Lampedusa.

In quei veri e proprio lager non viene rispettata né la dignità umana né alcuna misura sanitaria di tutela minima: è ciò che viene raccontato da donne e uomini sottoposti ad una assurda, dura, lunga e disumana “detenzione amministrativa” a tempo indeterminato.

Le persone recluse all’interno del campo continuano nella maggior parte a vivere in stanze comuni in una situazione di gravissimo sovraffollamento.

Sono frequenti le violenze sui migranti rinchiusi nel CPR di Gradisca, ma vengono sistematicamente censurate.

Capita ormai regolarmente che durante i giorni più torridi dell’estate, quando il caldo diventa insopportabile, nei Centri permanenti per il rimpatrio, le tensioni perenni sfocino in uno stato di rivolta permanente.

Il divieto di accesso ad osservatori esterni che non siano il Garante per i detenuti – che però entra solo dopo richiesta – o qualche sparuto deputato, i timori connessi alla pandemia, hanno permesso di sottacere più che in passato queste condizioni insopportabili in cui si consumano i tanti soprusi ai danni dei migranti reclusi, ricordiamolo, senza aver commesso mai alcun reato.

All’interno del centro i detenuti hanno dato luogo a diverse rivolte, incendiando parte delle camerate e compiendo frequenti atti di autolesionismo, talvolta anche molto gravi fino al suicidio.

A queste le forze dell’ordine presenti nella struttura hanno risposto frequentemente con una repressione violenta, che, da quanto è stato riferito dai detenuti, ha mandato alcuni di loro all’ospedale ed è avvenuta dopo aver disattivato il sistema interno di videosorveglianza o minacciando altri reclusi di ritorsioni nel caso avessero fatto uscire video o immagini da quelle mura.

Insomma, a Gradisca si muore e sappiamo chi è Stato.

L’ultimo suicidio è avvenuto il 31 agosto scorso: un ventottenne pakistano, del quale non sappiamo il nome, si è tolto la vita nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Era entrato un’ora prima. Si è ammazzato in camera; l’hanno trovato i suoi compagni di reclusione.

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02/09/2022

Khalil Awawdeh, prigioniero palestinese, sospende lo sciopero della fame

Il prigioniero politico palestinese Khalil Awawdeh, in sciopero della fame da 172 giorni contro la sua detenzione “amministrativa” (cioè senza processo), ha annunciato di aver sospeso il suo sciopero della fame dopo che le autorità israeliane hanno accettato di rilasciarlo il 2 ottobre. La liberazione di Awawdeh rientrava in un accordo di cessate il fuoco mediato dall’Egitto tra Israele e la Jihad islamica, che ha posto fine a tre giorni di attacchi aerei israeliani alla Striscia di Gaza il 7 agosto e lanci di razzi verso Israele che hanno ucciso circa 50 palestinesi tra cui 17 bambini e quattro donne.

La Corte Suprema di Giustizia israeliana il 30 agosto aveva rigettato la seconda petizione mossa da diverse ONG internazionali e sostenuta anche dall’Unione Europea per il rilascio del prigioniero. Con un comunicato, il tribunale aveva apparentemente chiuso la porta a qualsiasi richiesta di dialogo sulla scarcerazione di Awdawdeh, che rischiava di morire in un carcere israeliano dopo 160 giorni di sciopero della fame.

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