Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/07/2026
Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari
Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco.
«L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.
«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».
Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci».
I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.
A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.
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27/07/2026
Offensiva sionista in Cisgiordania, la pulizia etnica si inasprisce
Ripercorriamo velocemente gli eventi da venerdì scorso. Durante un raid di coloni a un villaggio vicino Nablus, un palestinese ha sottratto l’arma a un colono e, nel difendersi dall’attacco, avrebbe ucciso l’occupante, mentre un soldato israeliano colpito è deceduto dopo poche ore per le ferite riportate.
Perché le incursioni che provengono dagli insediamenti illegali sono sempre accompagnati dall’IDF: sono, cioè, parte della strategia militare israeliana nella West Bank. Bisogna inoltre sottolineare che il villaggio di Tal, sottoposto all’attacco di venerdì, si trova nella “Zona A” della Cisgiordania, ed è perciò sotto il pieno controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
Un’invasione vera e propria, un’aggressione con un aggredito incolpato di difendersi... ma questa volta non abbiamo sentito queste formule da parte di giornali e politici occidentali. Così come non è stato detto nulla sulla vera e propria esecuzione di quattro palestinesi da parte di militari israeliani, giunti sul posto del conflitto a fuoco, testimoniata da video inequivocabili.
Nelle successive 48 ore, inoltre, una sequenza di incursioni, spedizioni punitive e operazioni militari su vasta scala ha trasformato la regione a nord di Gerusalemme in un teatro di guerriglia e devastazione, con al centro i governatorati di Nablus e Jenin. Nel corso del fine settimana, una drammatica ondata di rappresaglie si è abbattuta su oltre dieci villaggi e comunità palestinesi.
Secondo quel che si legge su varie testate internazionali, a Qusra, Urif, Sarta, Immatin, Far’ata, Umriha e nella regione meridionale di Masafer Yatta, squadre di coloni a volto coperto hanno appiccato il fuoco ad abitazioni, automobili e terreni agricoli. A Qusra e in un altro centro vicino, due moschee sono state date alle fiamme e profanate con scritte minatorie.
Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che gli esponenti del movimento dei coloni avrebbero ignorato gli appelli diretti dei vertici militari dell’IDF a fermare gli assalti per evitare un’ulteriore escalation. Ma è chiaramente un gioco delle parti tra due facce dello stesso progetto di pulizia etnica, dato che nella mattinata di sabato l’esercito israeliano ha lanciato a sua volta una vasta operazione nella West Bank.
Le truppe hanno circondato e chiuso all’interno di checkpoint Ramallah e Nablus, limitando fortemente i movimenti della popolazione. I militari hanno fatto irruzione in vari villaggi della zona circostante, conducendo perquisizioni casa per casa, interrogatori sommari e fermi di massa. I militari sono entrati anche nell’ospedale di Nablus, dove il personale medico è stato minacciato e due persone sono state portate via.
Dalle informazioni diffuse, sarebbero oltre 80 i palestinesi arrestati. Solo l’ultimo tassello di un’escalation strutturale della pulizia etnica in Cisgiordania, che è andata di pari passo col genocidio a Gaza: gli attacchi nel 2026 sono aumentati del 63%, rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 405 a 660 episodi.
Ricordiamo che, dall’ottobre 2023, sono quasi 1.200 i palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata, tra cui 250 bambini. Nel 2026, per ora, le vittime dei coloni sono state 21. E l’impennata di violenze è evidentemente legata alle elezioni generali previste per l’autunno 2026. Il movimento dei coloni è stato esortato a mobilitare la società israeliana per rafforzare la coalizione attualmente al governo.
Ovviamente, a fare le spese di questa mobilitazione sono i palestinesi, che diventano il “trofeo” del colonialismo sionista, e convincere l’elettorato che la pulizia etnica può essere portata a termine. Se ogni tanto qualche colono o soldato viene ucciso dalla resistenza dei palestinesi, tanto meglio: diventa la scusante per ribadire la necessità di cancellarli tutti dalla loro terra.
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26/07/2026
Quattro palestinesi uccisi dai militari israeliani in Cisgiordania
Dopo un raid dei coloni illegali nel villaggio palestinese di Tell, nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha giustiziato quattro palestinesi, sparando ripetutamente a corta distanza. Altri quattro sono gravemente feriti.
Secondo una prima ricostruzione, coloni armati del vicino insediamento illegale di Havat Gilad hanno invaso il villaggio. Gli abitanti hanno tentato di bloccarli e durante lo scontro un palestinese ha sottratto l’arma a uno dei coloni, quindi ha sparato uccidendolo. Un altro israeliano, un soldato, è stato ferito ed è morto qualche ora dopo.
Un video mostra i militari, giunti sul posto, giustiziare alcuni abitanti palestinesi, sparando loro ripetutamente a corta distanza. Tra le vittime, due fratelli. Altri quattro palestinesi sono stati feriti.
Mentre i soldati hanno evacuato i coloni feriti, non hanno permesso di soccorrere i palestinesi. Il villaggio è stato chiuso e l’esercito sta conducendo raid nelle case degli abitanti. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha chiesto il pugno di ferro contro i palestinesi: “Non possiamo accettare il fatto che i nostri nemici stiano alzando la testa nelle ultime settimane contro i pionieri degli insediamenti e le fattorie. Chiedo che l’esercito compia un’azione forte contro il villaggio omicida e i suoi dintorni e ripristini il controllo israeliano e la deterrenza”. Il ministro suprematista ultranazionalista continua: “Gli eroici lavoratori agricoli e i pionieri degli insediamenti [i coloni, nda] sono il muro protettivo dello Stato di Israele. Continueremo a rafforzarli e onorarli per la loro ferma posizione per la nostra esistenza nella Terra di Israele contro il terrorismo arabo”.
Secondo la versione dell’esercito, i fatti sarebbero avvenuti mentre i coloni israeliani “passeggiavano” nel villaggio palestinese. I coloni, soprattutto negli ultimi mesi, stanno attaccando con violenza i palestinesi della Cisgiordania occupata, aggredendo famiglie con donne e bambini, appiccando incendi alle terre e alle proprietà, rubando greggi. Il ministro Smotrich ha guidato l’approvazione, da parte del governo israeliano, della costruzione di centinaia di nuovi avamposti illegali, con finanziamento di miliardi di dollari.
Mentre il ministro Itamar Ben Gvir propone il “metodo Gaza” anche per i villaggi palestinesi in Cisgiordania, il premier Netanyahu, il ministro della difesa Katz e il capo di stato maggiore Zamir preparano la vendetta dell’esercito e danno mandato alla costruzione di nuovi insediamenti illegali nell’area limitrofa al villaggio di Tell. Intanto i coloni fanno la loro parte, con raid diffusi in diverse zone della Cisgiordania occupata.
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22/07/2026
Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza
Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan del “ritorno a casa dopo 21 anni” – in riferimento al ritiro deciso nel 2005 dall’enclave palestinese.
L’iniziativa è stata organizzata da Nachala, un movimento fascista e suprematista di coloni guidato da Daniela Weiss, diventata famosa per la promozione delle più terribili violenze contro i palestinesi della Cisgiordania. Ma in prima fila c’erano anche decine di parlamentari e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, a dimostrazione che è tutto fuorché un’iniziativa marginale.
Su X, i toni usati dal profilo del gruppo per la manifestazione di un paio di giorno fa non lasciano spazio a interpretazioni: “oggi marceremo tutti insieme con una richiesta chiara: insediamoci nel Libano del Nord – ancora prima delle elezioni! Mettiamo il sigillo sul confine – insediamoci a Gaza ora!” L’orizzonte è dunque quello della “Grande Israele”, dell’espansionismo continuo dell’entità sionista.
Teoricamente, per tentare di contenere la situazione ed evitare ingressi illegali nell’enclave, l’IDF aveva dichiarato l’area periferica di Gaza una “zona militare chiusa”, un provvedimento temporaneo volto a blindare il territorio da Yad Mordechai, a nord, fino a Kerem Shalom, nell’estremo sud. Nei fatti, i coloni sono stati fatti passare senza troppe difficoltà attraverso i checkpoint militari, arrivando a ridosso del muro di filo spinato e delle telecamere che delimitano il confine con la Striscia.
A colpire, oltre alla macabra dimostrazione di cosa sia il colonialismo sionista che promuove esplicitamente la deportazione dei palestinesi, è soprattutto la sponda politica di cui gode la marcia. Non solo i ministri già citati, ma questa volta c’è stata anche l’adesione formale del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.
“Bibi” continua a evitare i suoi problemi legali solo grazie alla tenuta di un governo che si regge sulla continuazione del genocidio con ogni mezzo necessario. Smotrich ha recentemente invitato il movimento dei coloni a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni, sostenendo che il cambio delle forze al governo andrebbe a compromettere i risultati ottenuti durante l’attuale legislatura in materia di espansione degli insediamenti.
Intanto, continua l’assordante silenzio delle “democrazie” occidentali di fronte alla rottura continua del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione israeliane, che hanno anche allargato la propria zona di controllo nella Striscia ben oltre ciò che era stato pattuito. Sono una decina i morti palestinesi negli ultimi giorni, ma nessuna condanna si è sentita dai governi occidentali.
Parallelamente, la tensione è riesplosa anche in Cisgiordania, dove i coloni, protetti dall’IDF, hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi. Perché l’istanza genocida e coloniale è un progetto politico radicato e ampiamente rappresentato, non solo all’interno della maggioranza di governo di Tel Aviv, ma nella stessa società israeliana. Non c’entra nulla Hamas, non c’entra la strumentalizzazione delle passate persecuzioni: riguarda il suprematismo reso bandiera del paese.
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13/06/2026
In Cisgiordania numero record di morti, e Tel Aviv finanzia 61 nuovi insediamenti
Sulla base dei dati delle Nazioni Unite, l’organizzazione no-profit ha calcolato che tra il 2006 e il 2022 sono stati registrati 1.036 morti, tra cui 225 bambini, nella West Bank. Ma nei tre anni successivi, la conta è arrivata a 1.244 morti, di cui 268 erano bambini. A dimostrazione che il problema non è Hamas (che lì non governa), ma è un ragionato progetto di pulizia etnica che colpisce tutto il popolo palestinese.
L’attenzione internazionale è rimasta focalizzata sulla striscia di Gaza, data anche la ferocia del genocidio in atto, ma in Cisgiordania si è consumata un’altrettanto violenta ondata di occupazioni e omicidi che non ha precedenti. Amnesty International e diverse altre ONG non hanno esitato a definire l’azione nella West Bank come un “progetto di Stato” volto alla pulizia etnica e all’annessione di quei territori.
Ci sono altri dati che danno la misura dei crimini israeliani. Su un arco di vent’anni, il 22% delle vittime palestinesi (più di una su cinque) è composto da minorenni. Oltre alle perdite umane, la Cisgiordania è sottoposta a una continua frammentazione del territorio: sono 925 le barriere e i checkpoint, permanenti o temporanei, un dato superiore del 43% rispetto alla media annuale degli ultimi vent’anni.
Tel Aviv procede anche alla diretta distruzione dei mezzi di sussistenza della popolazione locale, e a una “nakba” su più piccola scala, ma sempre più estesa. Negli ultimi tre anni, quasi 46 mila palestinesi sono stati sfollati a causa di operazioni militari, demolizioni di case e violenze dei coloni. Una cifra impressionante se paragonata ai 13 mila sfollati complessivi dei 14 anni precedenti.
Nei primi mesi del 2026 questa tendenza ha vissuto una drammatica accelerazione della pulizia etnica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono stati registrati oltre 540 attacchi da parte dei coloni, che hanno causato 33 morti. Più di 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, mentre sono state distrutte oltre 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, compromettendo l’accesso all’acqua in 32 comunità palestinesi.
Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha denunciato che questi numeri rappresentano “il costo umano dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana, che si manifestano sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo”.
Non è solo Oxfam a denunciare il pericolo per la pace e i diritti umani rappresentato dal sionismo internazionale. L’ultimo rapporto di Explosive Weapons Monitor, organizzazione che monitora l’effetto delle armi esplosive nel mondo, l’IDF è responsabile di oltre la metà di tutte le morti civili causate da questo tipo di armamenti nel 2025.
Lo studio evidenzia che l’uso di armi esplosive negli attacchi contro gli aiuti umanitari è aumentato del 52% nel 2025, e il 90% di essi è avvenuto nei territori palestinesi, con il chiaro obiettivo di affamare sistematicamente la loro popolazione. L’organizzazione denuncia la progressiva normalizzazione delle sofferenze inflitte ai civili nei conflitti odierni.
Intanto, Tel Aviv è in procinto di approvare uno stanziamento di 350 milioni di dollari per creare 61 nuovi insediamenti illegali nella West Bank. Dietro questo piano di colonizzazione c’è ovviamente il ministro delle Finanze Smotrich, e le nuove strutture sono pensate per dare continuità territoriale all’occupazione sionista, e per mettere un’ulteriore pietra tombale su qualsiasi ipotesi di stato palestinese.
A rimarcare che il primo nemico di qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese, secondo la formula di “due popoli, due stati”, è proprio Israele.
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17/04/2026
Meta accusata di monetizzare le piattaforme estremiste israeliane
Il rapporto, pubblicato lunedì, rivela come Meta permetta a pagine israeliane di estrema destra, account affiliati ai coloni e media estremisti di generare entrate attraverso le sue piattaforme, anche mentre pubblicano contenuti violenti e razzisti contro i palestinesi.
Nadim Nashif, CEO e cofondatore di 7amleh, ha detto a The New Arab che Meta sta “permettendo contenuti violenti che violano i propri standard comunitari, incentivando i proprietari delle pagine a continuare a creare contenuti razzisti e violenti dando loro soldi per tali contenuti”.
Il cofondatore di 7amleh ha denunciato che il colosso dei social media sta di fatto trasformando ciò che dovrebbe essere vietato in un modello di business redditizio per i suoi autori.
Il rapporto documenta decine di pagine israeliane di destra che beneficiano degli schemi di monetizzazione di Meta, che permettono agli utenti di generare entrate dai contenuti che producono e condividono.
Le piattaforme ne includono alcune direttamente collegate al movimento dei coloni e alla promozione di espansioni illegali degli insediamenti e attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.
Tra questi c’è la pagina Hilltop Youth, che rappresenta un gruppo organizzato di coloni israeliani estremisti che abitano avamposti illegali e che hanno frequentemente partecipato agli sfratti di palestinesi dalle loro terre.
Un’altra è la pagina di Yeshurun Bartov, un colono israeliano che vive nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona di Jenin, che promuove la sua agenzia turistica che offre tour alle sorgenti d’acqua in Cisgiordania e ha più di 10.000 follower su Facebook.
“Questo è il tipo di contenuto che viene monetizzato e promosso da Meta, senza fare domande”, osserva Nashif.
Altre pagine monetizzate hanno affiliazioni con figure pubbliche di estrema destra.
Un esempio di rilievo è la pagina di Yoav Eliasi, noto come “L’Ombra”: un rapper israeliano che usa la sua piattaforma per promuovere messaggi politici violenti e immagini disumanizzanti dei palestinesi.
Il rapporto osserva inoltre che altri beneficiari dei programmi di monetizzazione di Meta includono agenzie governative israeliane, che non dovrebbero essere idonee alla monetizzazione secondo le politiche della piattaforma.
Questo panorama della monetizzazione si trova in un contesto di violenza crescente e di radici sempre più profonde negli insediamenti.
Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono aumentati dalla guerra contro Gaza, e in particolare durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
L’espansione degli insediamenti e degli avamposti su terre palestinesi si è accelerata negli ultimi due anni, con 41 nuovi insediamenti approvati o legalizzati solo nel 2025 e almeno 44 comunità palestinesi sfollate quell’anno, colpendo più di 2.900 palestinesi.
“I palestinesi sono stati trattati in modo discriminatorio, in modo oppressivo, fin dall’inizio di Meta”, afferma Nashif, sottolineando che Nashville, conosciuta anche come il Centro Arabo per il Progresso dei Social Media, documenta tali violazioni da oltre un decennio, in particolare il silenziamento delle narrazioni e delle reti mediatiche palestinesi.
Nashif osserva inoltre che i contenuti ebraici hanno iniziato a essere sistematicamente soggetti a moderazione solo a settembre 2023, mentre l’arabo è stato moderato da più di un decennio.
Di conseguenza, sostiene, le persone in “Israele” si sono abituate a vedere il discorso violento come parte dei loro feed quotidiani e, come mostra il nuovo rapporto, alcuni ora vengono anche pagati per esso.
I contenuti palestinesi esclusi dagli schemi di monetizzazione
Al contrario, 7amleh sottolinea che i palestinesi sia nella Cisgiordania occupata che nella Striscia di Gaza assediata sono sistematicamente esclusi dagli stessi schemi di monetizzazione basandosi esclusivamente sulla loro posizione geografica.
Ciò significa che ai contenuti prodotti da giornalisti, creatori, media palestinesi e organizzazioni della società civile è negato “strutturalmente l’accesso agli strumenti economici disponibili ad altri, anche quando il loro contenuto è professionale e conforme alle politiche” di Meta.
L’organizzazione denuncia che ciò riflette un modello più ampio di “pratiche sproporzionate di moderazione dei contenuti rivolte ai contenuti palestinesi”, che si è intensificato durante il genocidio a Gaza, con resoconti che documentano eventi che hanno subito rimozioni, sospensioni e censura algoritmica.
Il rapporto conclude che le politiche di Meta “creano un sistema duplice: da un lato, la partecipazione digitale ed economica palestinese è soppressa; dall’altro, le pagine che promuovono attività di insediamento, violenza e incitamento contro i palestinesi sono ricompensate finanziariamente”.
Parlando con The New Arab, Nashif è stato diretto su ciò che deve cambiare: “Meta deve occuparsi di tutti i creatori di contenuti e media che usano uno standard: vogliamo smettere con il doppio standard di gestire la monetizzazione in base alla loro etnia. Assumiti la responsabilità, non mandare loro soldi”.
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18/03/2026
In Cisgiordania ormai è pulizia etnica. 36mila palestinesi sfollati. Aggressioni di coloni e militari israeliani
I militari hanno aperto il fuoco. Nel giro di pochi istanti, Bani Awda, 37 anni, sua moglie Wa’ad, 35 anni, e due figli Mohammed, 5 anni, e Othman, 7 anni, sono morti per colpi di arma da fuoco alla testa. Gli altri due bambini in macchina, Mustafa, 8 anni, e Khaled, 11 anni, sono rimasti feriti.
Il palestinese Amir Moatasem Odeh, 28 anni, del villaggio di Qusra è morto per ferite da arma da fuoco, mentre altri due residenti locali sono rimasti feriti in un attacco dei coloni israeliani.
A sud di Hebron una bambina palestinese di 5 anni è stata investita da un’auto guidata da un colono israeliano che usciva dall’insediamento di Carmel in Cisgiordania venerdì pomeriggio. È stata ricoverata in ospedale con una lacerazione al volto.
La bambina, Siwar Salem Hthaleen, è stata investita da un’auto nel villaggio di um al-Khair nelle colline del sud di Hebron, un focolaio di attività di coloni estremisti. Il conducente inizialmente ha lasciato il luogo dell’incidente senza aspettare l’arrivo della polizia, ma è poi tornato, hanno riferito gli attivisti per i diritti civili che hanno assistito all’incidente, aggiungendo che il colono non è stato arrestato.
Secondo un rapporto dell’Onu reso pubblico martedì, il numero di palestinesi costretti da Israele a lasciare le proprie case nella Cisgiordania occupata è aumentato del 25 percento tra il 1° novembre 2024 e il 31 ottobre 2025.
Nel periodo preso in esame, più di 36.000 palestinesi sono stati sfollati. Il rapporto ha registrato 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni che hanno causato vittime o distruzione di proprietà, in aumento rispetto ai 1.400 del periodo precedente – un aumento di quasi il 25 percento.
Gli attacchi includevano molestie costanti, intimidazioni e la distruzione di case, terreni agricoli e mezzi di sussistenza palestinesi.
“La violenza dei coloni è continuata in modo coordinato, strategico e in gran parte incontestato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o abilitare questo comportamento”, si legge nel rapporto, rendendo difficile distinguere tra violenza statale e violenza dei coloni.
L’impunità di lunga data e pervasiva sta “facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi”, è scritto nel rapporto.
Gran parte dello sfollamento è avvenuto nelle parti settentrionali del territorio. Circa 32.000 palestinesi furono costretti a lasciare i campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams e Far’a durante i vasti assalti militari israeliani.
“Lo sfollamento di oltre 36.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata ha rappresentato l’espulsione di massa dei palestinesi su una scala mai vista prima, equivalendo a un trasferimento illegale vietato dal diritto internazionale umanitario”, ha detto il rapporto.
La violenza ha raggiunto il picco intorno al raccolto delle olive di ottobre, una stagione economica cruciale per gli agricoltori palestinesi.
Il rapporto ha documentato 42 attacchi di coloni che hanno ferito 131 palestinesi, tra cui 14 donne e un ragazzo, segnando il bilancio mensile più alto da quando sono iniziate le registrazioni nel 2006.
Gli assalti quotidiani da parte di coloni armati, soldati israeliani e “soldati coloni”, molti armati e addestrati dallo Stato, hanno trasformato il raccolto del 2025 nel peggior degli ultimi decenni.
In diverse comunità, la violenza ha spinto le famiglie a fuggire. Alcuni attacchi hanno diviso famiglie, con donne e bambini costretti a lasciare le proprie case mentre gli uomini sono rimasti per cercare di proteggere terre e proprietà.
“Lo sfollamento nella Cisgiordania occupata, che coincide con il vasto sfollamento dei palestinesi a Gaza, da parte dell’esercito israeliano, sembra indicare una politica concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a uno spostamento permanente, sollevando preoccupazioni per una pulizia etnica”, afferma il rapporto
Il rapporto avverte inoltre che le comunità beduine a nord-est di Gerusalemme Est occupata affrontano un rischio maggiore di espulsione mentre le autorità di occupazione israeliane avanzano con nuovi piani di insediamento. Ha sottolineato che il trasferimento illegale di popolazioni protette è un crimine di guerra ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra e può anche costituire un crimine contro l’umanità.
Anche l’espansione degli insediamenti si è accelerata notevolmente. Le autorità israeliane hanno anticipato o approvato 36.973 unità abitative negli insediamenti di Gerusalemme Est e circa altre 27.200 nel resto della Cisgiordania.
Il periodo di riferimento ha visto anche la creazione di 84 nuovi avamposti per insediamenti, insieme all’espansione nell’Area B, che rientra sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese secondo gli accordi di Oslo.
Dall’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023, soldati e coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.071 palestinesi in tutta la Cisgiordania, secondo le ultime cifre ONU.
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30/12/2025
Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana
Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.
Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.
Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.
10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.
Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.
La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge.
7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.
Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.
Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.
Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.
Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.
Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.
Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.
13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.
La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.
Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.
Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.
La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.
La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.
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23/12/2025
Per i palestinesi non c’è alcun cessate il fuoco. Gli israeliani sparano ovunque
Bombardamenti con l’artiglieria su Khan Younis, Rafah, Hayy Zeitoun e est di Gaza città. Conto il quartiere Hay Tuffah sono stati usati gli elicotteri, che hanno sparato contro la folla.
Le operazioni di demolizione delle costruzioni vanno ad una velocità impressionante, con l’uso di bombardamenti aerei, robot esplosivi e bulldozer. Obiettivo: costringere i palestinesi ad andarsene.
Il rapporto del ministero della sanità riferisce di 12 persone uccise ieri. È il terzo giorno consecutivo dove il numero delle vittime è a doppia cifra.
Il relatore Onu per il diritto all’abitazione ha dichiarato: “Non c’è un cessate il fuoco a Gaza e Israele insiste nel vietare l’ingresso degli aiuti. Per far fronte al freddo ed alle piogge bisogna permettere l’ingresso dei caravan e le case prefabbricate, che sono lì ai valichi, ma bloccati. Tutte le nostre richieste avanzate ufficialmente al governo israeliani sono state respinte”.
Cisgiordania
13 famiglie palestinesi sono condannate alla vita senza dimora. Le forze israeliane dall’alba di oggi hanno preso possesso di un quartiere di Selwan, nei pressi della Moschea di Al-Aqsa. L’operazione mira alla demolizione di una palazzina abitata da decenni.
Domenica sera, due giovani palestinesi sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco sparati dall’esercito di occupazione israeliano a nord di Gerusalemme occupata, e altri tre sono rimasti feriti in un attacco da parte di coloni israeliani nella Cisgiordania settentrionale, mentre 917 coloni hanno preso d’assalto la moschea di Al-Aqsa.
La Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che due giovani sono stati colpiti dall’esercito di occupazione mentre cercavano di attraversare il muro dell’apartheid nella città di Al-Ram, a nord di Gerusalemme occupata, nell’ambito di una serie di ripetuti attacchi quotidiani da parte di Israele.
Secondo i dati della Federazione generale dei lavoratori palestinesi, in due anni, 44 lavoratori sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano e più di 32.000 altri sono stati arrestati, all’interno dei loro luoghi di lavoro o mentre cercavano lavoro.
I coloni ebrei israeliani hanno compiuto irruzioni in diversi villaggi palestinesi, scortati dall’esercito ed in uno dei casi accompagnati da una ministra. Domenica sera, infatti, decine di coloni, accompagnati dalla ministra per gli insediamenti Orit Strock, hanno preso d’assalto la zona di Tarousa, situata tra le città di Dura e Deir Samet, a ovest di el Khalil (Hebron), dove hanno eretto una menorah e hanno eseguito riti talmudici nella zona.
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13/11/2025
Il genocidio dei palestinesi si è fermato solo sui mass media
Il corrispondente di Al-Jazeera da Gaza riferisce che questa mattina [ieri -ndR] gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato 3 raid a nord-est della città di Beit Lahia all’interno delle aree della linea gialla nella Striscia di Gaza.
Secondo quanto riporta Maha Husseini su Middle East Eye, le forze armate israeliane hanno ucciso almeno 242 palestinesi dall’entrata in vigore della tregua l’11 ottobre, inclusi decine di bambini.
Gli attacchi israeliani hanno colpito il centro e l’est della Striscia di Gaza, mentre il blocco dei rifornimenti alimentari e sanitari rimane pressoché totale: a Gaza entrano solo 150 camion di aiuti al giorno, ossia un quarto di quelli previsti, e mancano cibo, medicinali e carburante.
La popolazione è sottoposta anche ad una martellante e ossessiva guerra psicologica. I droni israeliani continuano a sorvolare i quartieri trasmettendo messaggi intimidatori e suoni distorti, ordinando ai civili di “consegnare i corpi” dei prigionieri israeliani. «Sembrano volerci ricordare che possono colpirci in ogni momento», spiega Anas Moeen a Middle East Eye, un palestinese di Gaza City.
I carri armati israeliani restano all’interno del territorio palestinese, e le sparatorie si susseguono con intensità crescente: «A volte – racconta Moeen – un soldato tiene il dito sul grilletto per quindici minuti di fila».
Per i palestinesi, dunque, la tregua esiste solo sulla carta. Il rumore delle esplosioni, la fame e la paura continuano a scandire la quotidianità di una popolazione stremata da due anni di guerra e da un assedio che non si è mai interrotto.
Manar Jendiya, originaria di Gaza City, ha perso il marito durante una delle “stragi della farina” e la sorella due settimane fa, in un bombardamento successivo alla tregua. Ora vive con i figli in una scuola di fortuna: “Il genocidio si è fermato solo nei media – per noi continua ogni giorno”.
In Cisgiordania anche martedì sera, si è assistito ad una serie di attacchi e incursioni effettuati da coloni e soldati israeliani, che hanno colpito in diverse aree provocando feriti, arresti e ingenti danni materiali, mentre i coloni continuano a prendere d’assalto la moschea di Al-Aqsa. Un video mostra l’assalto e l’incendio di un camion per il trasporto di latte palestinese da parte di un gruppo di coloni.
Le forze di occupazione israeliane, accompagnate da un bulldozer, hanno preso d’assalto la città di Silwan (a sud di Gerusalemme) per effettuare delle demolizioni di case palestinesi.
L’esercito israeliano ha aperto il fuoco all’interno del campo di Tulkarem, le forze di occupazione hanno continuato a prendere d’assalto le città di Al-Sila Al-Harithiya e di Al Yamun, a ovest di Jenin. I militari israeliani hanno trasformato due case nella città di Ya’bad, a sud-ovest di Jenin, in due caserme militari, dopo aver costretto i loro residenti a evacuarle con la forza, portando a 7 il numero di case sequestrate dalle forze di occupazione e trasformate in caserme militari.
I palestinesi hanno opposto resistenza nel villaggio di Tayasir a nord di Tubas, lanciando bottiglie molotov contro i veicoli militari israeliani.
Il Times of Israel riferisce che, secondo le stesse autorità della difesa israeliana, si sono verificati 704 episodi di aggressioni dei coloni (definite “crimine nazionalistico”) dall’inizio dell’anno, rispetto ai 675 di tutto il 2024, i cui colpevoli sono raramente arrestati o perseguiti.
Il Times of Israel, riporta che decine di coloni israeliani hanno lanciato un attacco incendiario su larga scala contro i palestinesi in Cisgiordania martedì, prendendo di mira fabbriche e terreni agricoli tra le principali città di Nablus e Tulkarem.
Secondo l’esercito, i soldati hanno arrestato diversi coloni israeliani che hanno partecipato all’attacco dopo che le truppe sono state chiamate sulla scena. I sospetti sono stati poi trasferiti alla polizia israeliana, che ha annunciato di aver preso in custodia quattro cittadini israeliani per interrogarli.
Dopo gli arresti, l’IDF ha detto che le sue truppe sono state attaccate da un gruppo di coloni in una vicina zona industriale dove i sospetti erano fuggiti, e che un veicolo militare è stato vandalizzato.
Sul piano Trump per Gaza fonti diplomatiche informate hanno rivelato ad Al Quds news che gli Stati Uniti hanno iniziato a distribuire una bozza di risoluzione “rivista” agli Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite relativa a un piano per porre fine alla guerra a Gaza.
La nuova bozza delinea le caratteristiche dettagliate per la fase del “giorno successivo” dopo la guerra.
Secondo le indiscrezioni, la versione rivista esorta “tutte le parti” coinvolte a iniziare ad attuare questo piano “immediatamente e completamente”.
La bozza americana propone di istituire un “Consiglio di pace”, che il testo descrive come un “organo di governo transitorio” incaricato di supervisionare la gestione degli affari a Gaza.
Per garantire le condizioni di sicurezza sul terreno, la bozza di risoluzione consente la formazione di una “forza internazionale di stabilizzazione”, che sarà posta sotto un “comando unificato”.
Le fonti hanno indicato che queste forze opereranno in diretto coordinamento sia con l’Egitto che con Israele per raggiungere due obiettivi principali: le operazioni di disarmo e fornire un’efficace protezione ai civili.
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21/09/2025
Cisgiordania divisa con oltre 900 barriere e posti di blocco
La tv Canale 14, megafono della destra israeliana, ogni giovedì aggiorna una classifica molto particolare: quella dei ministri e deputati che si stanno impegnando di più per l’estensione ufficiale della sovranità israeliana alla Cisgiordania sotto occupazione, ossia per l’annessione unilaterale del territorio palestinese allo Stato ebraico.
L’aggiornamento avviene nel contesto dei preparativi della risposta che Israele darà alla decisione di vari paesi occidentali di riconoscere, la prossima settimana all’Onu, lo Stato di Palestina. I ministri del Likud, il partito di Benyamin Netanyahu, da alcuni giorni sono ai vertici della classifica grazie all’adozione di una serie di misure concrete, tra cui lo stanziamento di fondi per la protezione dei coloni e il riconoscimento della yeshiva di Homesh, l’insediamento demolito da Ariel Sharon nel 2005 e ora in via di ricostruzione.
In fondo alla classifica c’è il parlamentare religioso Moshe Gafni, che ha totalizzato 0 punti e al quale, come ad altri politici haredim (ultraortodossi), l’annessione della Cisgiordania interessa poco.
In attesa dell’inizio dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu, che il governo Netanyahu e il mondo politico israeliano considerano un fronte di guerra come Gaza, in Cisgiordania vanno avanti i piani per l’annessione e l’isolamento di città e villaggi nel quadro della costituzione di bantustan a tutti gli effetti.
Ogni giorno vengono montate barriere e sbarre e allestiti posti di blocco militari sulle strade da e per i centri abitati palestinesi allo scopo di limitare e controllare i movimenti della popolazione. Assieme a ciò si intensificano i raid dell’esercito, specie durante la notte, che si concludono con la detenzione di palestinesi «ricercati», e quelli dei coloni che dai loro avamposti prendono di mira villaggi, campi coltivati e allevamenti isolati.
«Solo negli ultimi due giorni l’occupazione ha installato 28 barriere agli ingressi di villaggi e città» ha riferito Ayed Marar della «Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie». Parlando al Watan Media Network, Marar ha aggiunto che le forze armate israeliane «sono ormai al servizio dei coloni e degli insediamenti e al contempo complicano la vita dei palestinesi».
Ha sottolineato inoltre che Israele non nasconde più il suo fine di cacciare via i palestinesi: «l’occupazione non si accontenta più di dividere la Cisgiordania in tre cantoni, è andata oltre, dividendo le città dai villaggi, e ogni villaggio è ora separato e isolato dai suoi vicini tramite un cancello che si apre e si chiude su ordine dei soldati e con sistemi elettronici».
Le barriere, afferma un altro attivista, Amir Daoud, «non sono più usate per separare i centri abitati palestinesi dalle strade principali, piuttosto separano internamente le stesse comunità». Ogni villaggio e ogni città, dice Daoud, «ha al suo ingresso una pesante barriera di ferro che può essere chiusa facilmente e in qualsiasi momento».
Sbarre e barriere sono state montate tra Betlemme e Al-Khader, tra Beit Sahour, Dar Salah e Al-Ubeidiya, e più recentemente agli ingressi di Al-Ram e Al-Eizariya, nonché tra villaggi e città a ovest di Ramallah. Il numero di varchi militari e posti di blocco di ogni tipo in Cisgiordania ha raggiunto quota 912.
«Israele mette da parte i cumuli di terra e i blocchi di cemento per impiegare la sorveglianza elettronica, la chiusura dei cancelli da remoto e l’installazione di telecamere di controllo tra i centri abitati palestinesi», conclude Daoud, ricordando che durante la Seconda Intifada si parlò di un piano israeliano per dividere la Cisgiordania in 64 cantoni, con gli spostamenti da un’area all’altra solo attraverso posti di blocco militari.
La pressione militare sulla Cisgiordania è ulteriormente cresciuta ieri dopo l’attacco armato al Ponte di Allenby, il valico tra Cisgiordania e Giordania controllato da Israele, compiuto da un camionista giordano che ha ucciso due soldati israeliani. L’attentatore trasportava aiuti umanitari giordani destinati alla Striscia di Gaza. Ieri sera l’esercito e vari politici invocavano lo stop al transito delle merci necessarie per sfamare i palestinesi di Gaza.
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31/07/2025
Ucciso da un colono israeliano uno degli attivisti di “No Other Land”
L’omicidio è avvenuto a Umm al‑Khair, villaggio vicino a Hebron protagonista del film acclamato a livello internazionale. In un video si vede il colono Yinon Levi urlare contro Awdah Hathaleen, sventolando una pistola in mano, caricandola, e infine sparando, certo dell’impunità che continuerà a godere.
Su di lui erano state poste delle sanzioni proprio per le violenze perpetrate sui palestinesi, sia da parte degli USA sia da parte di UE e Regno Unito, ma quelle di Washington sono state revocate appena Trump è arrivato alla Casa Bianca. Anche le altre del resto dell’Occidente, comunque, si sono rivelate evidentemente inutili a fermare la mano di Levi.
A diffondere il video dell’omicidio è stato Yuval Abraham, uno dei registi israeliani di “No Other Land”. Un altro co-regista, Basel Adra, ha commentato: “il mio caro amico Awdah è stato massacrato questa sera. Era in piedi davanti al centro comunitario del suo villaggio quando un colono ha sparato un proiettile che gli ha trapassato il petto e gli ha tolto la vita. È così che Israele ci cancella – una vita alla volta”.
Adra mette in chiaro il fatto che è Israele che sta portando avanti questo stillicidio di vite, anche in Cisgiordania, come parte del genocidio del popolo palestinese. Infatti, Levi non era da solo, ma era solo uno dei coloni che hanno attaccato il villaggio di Umm al‑Khair. Tutto è partito da un bulldozer guidato da un colono contro terreni e proprietà dei palestinesi.
Quando il giovane ha chiesto al colono di fermarsi, è stato travolto dal bulldozer. A quel punto, i palestinesi hanno cominciato a lanciare pietre, a cui Levi ha risposto con la pistola. Questa non è una scena inusuale, ma è quello che succede da decenni in Cisgiordania, dove da ottobre 2023 sono stati uccisi oltre mille palestinesi.
Le forze armate israeliane hanno arrestato quattro palestinesi, oltre a due turisti stranieri che si trovavano sul luogo. Secondo le autorità sioniste, a seguito dell’accaduto è stata confermata la morte di un palestinese, mentre l’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito di un secondo palestinese trasportato in ospedale in ambulanza.
Levi sarebbe stato preso in custodia dalla polizia per essere interrogato, ma senza alcuna accusa formale a suo carico. Repubblica riporta che è stato poi posto ai domiciliari e iscritto tra gli indagati per omicidio colposo, ma si difende affermando di aver agito per legittima difesa. La polizia ha però chiesto al tribunale di sospendere la sua decisione.
Come se non bastasse, Wafa riporta che l’esercito sionista ha fatto irruzione al corteo funebre per Hathaleen, dichiarando l’area zona militare, aggredendo i partecipanti e costringendoli a disperdersi. Questa è la vita quotidiana nella Cisgiordania occupata dai coloni israeliani, mentre la Knesset ha da poco votato la definitiva annessione di tutta la regione, contro ogni disposizione del diritto internazionale.
“I coloni stanno lavorando dietro le nostre case e hanno cercato di tagliare la conduttura principale dell’acqua per la comunità”, ha detto Hathaleen nel suo ultimo messaggio. È evidente che il problema non può essere risolto da sanzioni individuali poiché è in un sistema di apartheid e impunità che continua a nutrirsi del sostegno diplomatico, economico e militare a Tel Aviv.
Anche il tardivo riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Francia e Regno Unito (che non avverrà prima di settembre) elude il problema politico della politica suprematista e coloniale di Israele, e il fatto che presto non ci sarà più alcun popolo per lo Stato di Palestina.
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16/07/2025
L’ennesimo crimine sionista impunito nella Cisgiordania occupata
La protesta era stata organizzata dagli abitanti dei villaggi di Sinjil e al-Mazra’a ash-Sharqiya, assieme ad attivisti per i diritti umani, palestinesi e internazionali. Dopo la preghiera del venerdì, decine di persone si erano radunate nella zona di Jabal Tal al-Baten per opporsi alla recente creazione di un nuovo avamposto coloniale. Ma poco dopo l’arrivo sul posto, un gruppo di coloni, molti dei quali armati, ha aggredito violentemente i manifestanti con bastoni, pietre e manganelli. Una seconda ondata di aggressori, giunti in veicoli fuoristrada, ha circondato i partecipanti, trasformando il sit-in pacifico in una caccia all’uomo.
Secondo le testimonianze raccolte dal Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), durante la fuga i manifestanti sono stati inseguiti e assaliti da altri gruppi armati di coloni. Le ambulanze palestinesi che cercavano di raggiungere i feriti sono state attaccate: una è stata colpita con pietre e bastoni e le sono stati infranti i vetri. Diverse squadre mediche sono state bloccate e picchiate, mentre alcuni attivisti internazionali venivano arrestati o trattenuti.
Mohammed Shalabi, 23 anni, è stato dato per disperso nel caos seguito all’aggressione. L’ultima comunicazione con la madre è stata una telefonata di appena venti secondi, durante la quale si sono udite solo urla e colpi, poi il silenzio. La sua famiglia, inizialmente è stata informata che il figlio era stato arrestato dall’esercito, ha poi ricevuto la smentita: il suo nome non figurava tra i detenuti. Solo dopo una lunga ricerca, il corpo senza vita del giovane è stato ritrovato alle 22:15 nell’area di Bir al-Tal, a quattro chilometri di distanza dal luogo dove poche ore prima era stato trovato, in gravissime condizioni, Saif al-Deen Maslat.
Maslat, 23 anni, cittadino statunitense e residente a al-Mazra’a ash-Sharqiya, era tornato in Palestina solo tre settimane prima per una visita familiare. Ritrovato con segni evidenti di percosse alla testa, al petto e alla schiena, ha perso conoscenza durante il trasporto verso l’ambulanza, ed è morto poco dopo essere giunto al Palestine Medical Complex di Ramallah.
Un testimone oculare, anch’egli ferito, ha riferito agli operatori del PCHR di aver visto Saif al-Din aggredito da coloni armati, e di aver udito spari provenienti dall’area in cui più tardi sarebbe stato ritrovato anche il corpo di Mohammed Shalabi. Lo stesso testimone ha raccontato che i coloni gli avevano intimato di informare il villaggio che “avevano già ucciso due persone”.
Il PCHR denuncia come questo massacro non sia un episodio isolato, ma parte integrante di una strategia sistematica volta a svuotare i villaggi palestinesi nei pressi delle colonie per favorire l’espansione degli insediamenti coloniali.
Non è la prima volta che un cittadino statunitense di origine palestinese viene ucciso in Cisgiordania. Nel maggio 2022, l’esercito israeliano ha colpito a morte la giornalista Shireen Abu Akleh mentre documentava un’operazione militare a Jenin, nonostante indossasse un giubbotto con la scritta “PRESS”. Nel gennaio dello stesso anno, l’ottantenne palestinese-americano Omar As’ad morì dopo essere stato arrestato e abbandonato legato in strada dai soldati israeliani, durante una notte gelida. Anche in quei casi, nessuna indagine internazionale è stata portata avanti, né si sono registrate reazioni significative da parte dell’Amministrazione statunitense.
Anche il recente omicidio della nota attivista per i diritti umani Aysenur Ezgi Eygi, avvenuto in Cisgiordania nei pressi di Nablus, non ha suscitato alcuna condanna da parte di Washington, nonostante fosse una cittadina americana e figura di rilievo nella mobilitazione internazionale a favore della Palestina.
Secondo il PCHR, il crimine di Sinjil costituisce una grave violazione del diritto internazionale, in particolare della IV Convenzione di Ginevra del 1949 che vieta il trasferimento della popolazione civile dell’occupante nei territori occupati (art. 49) e impone all’occupante l’obbligo di proteggere i civili. Le azioni coordinate tra IOF e coloni, l’uso sistematico della violenza, gli arresti arbitrari e l’impedimento ai soccorsi rientrano nella definizione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.
Fonte
05/07/2025
Ora i coloni «monarchici» attaccano anche i soldati
Invece, sono in corso – almeno per ora – le indagini sui ripetuti attacchi compiuti da coloni, sempre nell’area di Kufr Malik, contro soldati e poliziotti israeliani. Venerdì hanno lanciato pietre, stordito agenti con spray al peperoncino e tentato di travolgere i militari con le automobili; quindi, hanno attaccato il comandante del battaglione, accusato di essere un «traditore».
Il giorno successivo, i coloni hanno vandalizzato jeep militari, tagliato pneumatici, lanciato molotov e cercato lo scontro con i soldati, perché avrebbero in parte frenato – i palestinesi non lo confermano – i raid nei villaggi arabi. Infine, domenica, un gruppo ancora più numeroso ha preso d’assalto una base militare vicino a Ramallah, provocando gravi danni.
In apparenza, le condanne dell’accaduto sono state unanimi: dal capo di stato maggiore Eyal Zamir al premier Netanyahu, espressione della destra religiosa al potere. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha convocato una riunione urgente per «sradicare completamente la violenza anti-soldati». Persino il ministro della Sicurezza, Itamar Ben‑Gvir – egli stesso un colono – ha definito l’attacco ai soldati una «linea rossa» che non si può superare. L’opposizione, capeggiata dal centrista Yair Lapid, ha etichettato i violenti come «terroristi ebrei» e «gang criminali», ma si è riferita alle aggressioni a danno dei soldati e non anche alla popolazione palestinese in Cisgiordania.
Con un governo che li sostiene e li rappresenta, e un’opposizione che li condanna soltanto se attaccano i soldati, i coloni israeliani possono stare sereni: nessuno li toccherà. E le frange più radicali del loro movimento potranno rinforzare ulteriormente i ranghi nell’offensiva contro i palestinesi e, in seconda battuta, per trasformare progressivamente Israele in una monarchia.
La monarchia ebraica che dovrebbe prendere il posto dello Stato di Israele – figlio del sionismo, ma «moderno» – non è la proposta di un manipolo di fanatici desiderosi di realizzare il racconto biblico. «Sono più numerosi che in passato i coloni che vorrebbero un sovrano con diritti straordinari e una monarchia senza elezioni né un’Alta Corte di Giustizia», dice al manifesto l’analista Michael Mikado Warshawsky, esperto di destra religiosa.
«Quanto siano cresciuti numericamente non è facile dirlo – aggiunge – di sicuro oggi hanno amici e sostenitori in parlamento e nel governo. E mentre traggono sostegno, finanziamenti e vantaggi dallo Stato di Israele, allo stesso tempo vorrebbero trasformarlo. Per questo prendono di mira anche i soldati: li ritengono strumenti di uno Stato che, pur definendosi ebraico, non rispetterebbe, o lo fa solo in parte, l’antica legge ebraica».
Il laboratorio della monarchia ebraica è il collegio rabbinico Od Yosef Hai, nell’insediamento coloniale di Yitzhar, a pochi chilometri da Nablus. Lì, nel 2009, è stato pubblicato il libro Torat Hamelech («La Torah del Re») dei rabbini Yitzhak Shapira e Yosef Elitzur, dedicato all’istituzione di una monarchia ebraico-religiosa che dovrebbe sostituire lo Stato di Israele, efficace quando si tratta di negare i diritti ai palestinesi, ma distante dalla visione divina di redenzione.
Verrebbe perciò rimpiazzato da un regno governato non da parlamenti o elezioni, ma da leggi religiose ebraiche e da un re onnipotente, in cui gli ebrei avrebbero diritti aggiuntivi e i non ebrei non potrebbero ricoprire cariche pubbliche. «Torat Hamelech» autorizza lo spargimento di sangue non ebraico in determinate circostanze, e in alcuni casi anche quello degli ebrei.
Sebbene minoritari, questi coloni oggi esercitano un’influenza ideologica e politica significativa. «La visione teocratica dei coloni più radicali non è solo antipalestinese, è anche anti-statale. Da ciò si comprendono le aggressioni a soldati e poliziotti», afferma Warshawsky. «Al momento – conclude l’analista – si concentrano sull’attacco ai palestinesi, poi penseranno alla realizzazione della monarchia ebraica».
Fonte
22/04/2025
«È in atto il piano per cacciare i palestinesi dal sud di Hebron»
Aspettiamo di intervistare Hamdan Ballal, vincitore di un premio Oscar assieme agli altri tre registi (il palestinese Basel Adra e gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor) del documentario No Other Land.
Lo scorso 25 marzo, Ballal è stato aggredito e ferito da coloni israeliani entrati nella sua abitazione a Susiya, poi è stato arrestato senza motivo dai soldati e liberato solo il giorno dopo. Mohammad, intanto, ci racconta di Susiya, della sua storia antica e dell’aumento delle scorribande dei coloni che da anni tentano di mettere fine all’esistenza del villaggio.
Vicende che riguardano tutta quell’area, Masafer Yatta, e le colline a sud di Hebron che Israele ha proclamato «zona di addestramento militare, 918».
La popolazione palestinese è a rischio di espulsione. Intorno regna il silenzio, rotto solo da un cane che abbaia e dal vento che soffia tra i teli stesi sopra le abitazioni per proteggerle dalla pioggia e dal freddo.
Nel frattempo, arriva Hamdan Ballal. Appare un po’ stanco, ma dopo tre settimane non mostra più sul viso e sulla testa i segni dell’attacco subito. «Sto meglio, mi sono ripreso e sono tornato al lavoro», dice. «Purtroppo, non è così per i miei bambini», aggiunge, «quel momento è stato durissimo per loro. Hanno visto il padre aggredito e poi arrestato senza alcun motivo dai soldati. Voglio che dimentichino, o almeno che sentano che le cose possono andare meglio».
Le cose però non vanno meglio, ogni giorno apprendiamo di nuovi raid a Um al Kheir, Jinba e altri villaggi di Masafer Yatta. Poche ore fa è stato ferito un altro palestinese.
Sì, è vero. Dopo che mi hanno attaccato, la situazione è addirittura peggiorata. I coloni sono entrati nel villaggio di Jinba e cinque abitanti sono stati feriti. Non basta. L’esercito è tornato di notte e ha distrutto tutto: la scuola, le case, le cucine, tutto. Qui a Susiya la violenza dei coloni non si limita ad attacchi alle persone o alle case. Va oltre. Da un po’ di tempo usano come arma persino le loro pecore: le portano a pascolare qui per distruggere le nostre coltivazioni.
Perché tanta pressione dei coloni sul tuo villaggio?
Dicono che è un luogo storico, biblico. E per questo vogliono cacciarci via. E usano varie strategie. Mentre ero in ospedale, ad esempio, mio nipote mi ha chiamato per dirmi che i coloni stavano facendo pascolare le loro pecore proprio fuori casa mia. Non importa se sei ferito o stai morendo, loro vanno avanti.
Pensi che l’aggressione che hai subito fosse collegata al premio Oscar?
Non ho una risposta certa, ad averla sono solo i miei aggressori. Tendo però a credere al collegamento con l’Oscar, perché mi colpivano alla testa, intenzionalmente. Come se volessero dirmi che pensare, ragionare, produrre informazioni, cultura e film non serviranno a mutare la mia condizione di occupato.
Qui comandiamo noi, hanno creduto di affermare. Non ne sono sicuro, però è questa la sensazione.
Allo stesso tempo, quanto mi è accaduto rientra nella strategia complessiva volta a cacciare tutti i palestinesi dalle colline a sud di Hebron. Il loro piano ha subito un’accelerazione. Prima, ad esempio, i coloni provenivano solo dalle zone vicine, ora sempre più spesso arrivano anche da altre parti della Cisgiordania.
C’è un crescente coordinamento tra quelli nel nord e quelli del sud. Si organizzano per attaccare insieme. Ci sono persone mai viste prima che partecipano agli attacchi.
A tuo avviso, il piano di espulsione generale della gente di Susiya e di tutta Masafer Yatta è sul punto di scattare?
Susiya ha ricevuto 43 ordini di demolizione. Oltre a questo, cosa possiamo aspettarci se non un atto di forza ampio e definitivo? I segnali sono evidenti e inquietanti. Ogni momento c’è un nuovo attacco. A Masafer Yatta tutti hanno paura. Quando mandano i bambini a scuola, hanno paura che i coloni facciano loro del male. I pastori, quando escono con le pecore, hanno paura per le loro famiglie a casa.
Conosciamo l’obiettivo di Israele, ma non possiamo immaginare quale sarà il prossimo metodo che userà contro di noi. Siamo indifesi, anche se gli attivisti internazionali e locali fanno del loro meglio per aiutarci.
A questo proposito, dopo che hai vinto il premio, alcuni palestinesi ti hanno criticato per aver realizzato No Other Land con degli israeliani, attuando una “normalizzazione tra occupato e occupante”.
Rispondo che sono cresciuto vedendo attivisti israeliani venire qui da più di vent’anni per sostenere i palestinesi. Molti di loro sono stati attaccati, imprigionati, alcuni sono stati feriti. Queste persone non sono dei normalizzatori, e con il tempo si è creato con loro un rapporto di fiducia.
Susiya è stato demolito tante volte, e chi c’era a ricostruirlo per permetterci di rimanere nella nostra terra? Gli attivisti israeliani più sinceri, quelli che credono che ciò che stiamo affrontando sia una pulizia etnica, l’apartheid. Sono pochissimi, è vero, ma lottano assieme a noi per la sopravvivenza di Susiya e di tutta Masafer Yatta.
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11/04/2025
L'“eroe” del 7 ottobre è un impostore
“Siamo consapevoli dei sentimenti del pubblico e delle conseguenze della trasmissione dell’episodio e preferiamo non trasmetterlo in questo momento”, ha scritto Canale 13 in una dichiarazione del 4 aprile. Un video promozionale pubblicato dal giornalista di Canale 13 Raviv Drucker su X il giorno prima ha attirato centinaia di commenti volgari e pieni di insulti da parte di coloni israeliani fanatici, con la risposta più apprezzata che si riferiva a Drucker come a un “pezzo di merda” e lo accusava di aver cercato di spingere Davidian a suicidarsi.
Drucker ha difeso l’indagine in un post su X, affermando che le bugie di Davidian “non erano delle piccole esagerazioni” come “gonfiare leggermente il numero di coloro che sono stati salvati, assolutamente no”. Invece, “queste sono storie inventate dall’inizio alla fine. Storie da brivido che non sono mai accadute”.
Una delle invenzioni più eclatanti è stata messa in evidenza nel film di propaganda di Sheryl Sandberg, “Urla Prima del Silenzio”, che mostra Davidian apparentemente sull’orlo delle lacrime in un campo nel Sud di Israele mentre dichiara: “Ho visto ragazze legate a ogni albero qui con le mani legate dietro la schiena”.
“Qualcuno le ha uccise, violentate e abusate, qui su questi alberi. Avevano le gambe divaricate”. Mentre la telecamera mostra una serie di alberi con corde legate attorno da attori sconosciuti, Davidian continua: “Tutti coloro che vedono questo sanno subito che le ragazze sono state abusate. Qualcuno le ha spogliate, qualcuno le ha violentate. Hanno inserito ogni genere di cose nei loro organi intimi, come assi di legno, barre di ferro”.
“Più di 30 ragazze sono state uccise e violentate qui. Ho dovuto ricomporle e coprire i loro corpi, così nessun altro avrebbe visto quello che ho visto io. Nessuno può vedere quel genere di cose”, afferma Davidian, mentre una Sandberg dall’aria affranta si china per un abbraccio commosso.
Le invenzioni di Davidian sono state immediatamente accolte dai media tradizionali, con Bret Stephens del New York Times che ha dichiarato in una recensione entusiastica del film di propaganda di Sandberg che “il rifiuto di così tante persone di riconoscere cosa è successo, spesso accompagnato da una derisione beffarda, rende necessario” pubblicare le affermazioni di Davidian.
Il giorno prima, un editoriale del Washington Post ha citato la falsa testimonianza di Davidian per insistere sul fatto che, rispetto al “terribile danno inflitto alla popolazione civile a Gaza”, la “violenza descritta nel documentario di Sandberg occupa un diverso piano di crudeltà calcolata, anzi, di malvagità”.
Le affermazioni di Davidian, ora smentite, sono persino entrate nel famigerato rapporto ONU del 2024 sulla violenza sessuale nei conflitti, che sembra essersi basato su Davidian come “fonte credibile” per l’affermazione chiaramente dubbia che ci sono stati “molteplici persone assassinate, per lo più donne, i cui corpi sono stati trovati nudi dalla vita in giù, alcuni completamente nudi, con alcuni fori di proiettile alla testa e/o legati, comprese le mani legate dietro la schiena e legate a strutture come alberi o pali”.
L’ONU era ben lungi dall’essere l’unico gruppo a prendere per buone le raccapriccianti invenzioni di Davidian. Come ha scritto Drucker, “Nell’anno e mezzo trascorso dagli attacchi del 7 ottobre, Davidian ha trasformato le sue storie in un’industria, con infinite conferenze pagate, in Israele e all’estero” e “decine o forse centinaia di interviste con i media, in cui ripete ancora e ancora storie di crimini mai accaduti”.
Nel 2024, Davidian è stato persino scelto per accendere la torcia nazionale nel Giorno dell’Indipendenza di Israele, un prestigioso onore conferitogli alla luce del suo presunto “eroismo”.
Meno di due mesi dopo gli attacchi di Hamas, Davidian stava già monetizzando le sue dubbie storie tramite un giro internazionale di conferenze, a partire da quello che l’agenzia di stampa ebraica Jewish News Services finanziata da Adelson ha descritto come “una serie di incontri e opportunità di parlare a Miami e New York per descrivere il ruolo che ha svolto come eroe civile durante gli attacchi terroristici del 7 ottobre”. A New York, Davidian ha posato accanto al notoriamente mendace ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan.
L’anno successivo, Davidian ha intrapreso una Campagna Hasbara (Propaganda Sionista) nei plessi universitari degli Stati Uniti, apparendo in numerosi eventi sponsorizzati da Chabad, la setta ebraica di estrema destra nota per il suo virulento Razzismo anti-arabo.
Durante uno di questi eventi all’Università Duke, Davidian ha ripetutamente affermato di aver visto i corpi di numerose donne nude legate agli alberi nel sito del festival musicale. Una donna israeliana che traduceva in diretta per Davidian ha dichiarato: “Ha pianto, ha urlato, ‘Chi? Chi può fare questo?’ Ha cercato di slegare i corpi e coprirli. Lo ha fatto per 20 minuti, poi ha dovuto continuare con la sua missione”.
Altri aneddoti dubbi spacciati dall’uomo che i media israeliani ora chiamano “l’agricoltore eroico” includono il presunto salvataggio di Amit Parizer, una donna di 23 anni che è descritta in una pagina LinkedIn corrispondente alla sua età come un ex responsabile della comunicazione a tempo pieno del J6 & Direzione della Difesa Cibernetica dell’IDF. Davidian, che parla arabo, sostiene che Parizer è stata “rapita attivamente da cinque o sei terroristi” quando presumibilmente l’ha salvata fingendosi un musulmano yemenita.
A causa della mossa dell’ultimo minuto di Canale 13 di tagliare il proprio servizio, la piena portata delle bugie raccontate da Davidian potrebbe non essere mai conosciuta. Secondo Drucker, quella decisione è stata presa dall’amministratore delegato dell’emittente israeliana, Emiliano Kalamzuk, che non aveva nemmeno visto il servizio quando ha deciso di staccare la spina. Secondo Drucker, Kalamzuk ha dichiarato che stava partecipando a un matrimonio ma che avrebbe “cercato di abbreviare la sua permanenza lì e andare a vedere il programma” e poi “decidere nel pomeriggio dopo averlo guardato”.
Ma la decisione era apparentemente già stata presa. “Un’ora dopo mi ha scritto che l’episodio non sarebbe stato trasmesso e che la sua decisione era definitiva. Due minuti dopo è stata rilasciata una dichiarazione ai media”, ha scritto Drucker. Come ha spiegato l’emittente israeliana Walla, “le parole di Drucker sollevano il sospetto che l’amministratore delegato della rete, Emiliano Kalamzuk, non abbia nemmeno guardato l’inchiesta prima di censurarla”.
“È vero”, avrebbe detto una fonte di Canale 13 a Walla, pur riconoscendo che “c’è una piccola possibilità” che l’amministratore delegato non di lingua ebraica dell’emittente “abbia immediatamente lasciato il matrimonio, si sia seduto su una sedia di lato e abbia guardato l’inchiesta, che è in ebraico senza traduzione”. Tuttavia, la fonte ha osservato, “l’indagine dura 53 minuti e Kalamzuk ha fatto una dichiarazione dopo un’ora”.
Ora che il rapporto di Canale 13 è stato seppellito, la natura esatta e la quantità delle invenzioni di Davidian rimangono poco chiare. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che le sue storie colorite stanno avendo l’effetto desiderato. Mentre partecipava felicemente alla spinta della propaganda di Israele per fabbricare il consenso per il Genocidio in corso a Gaza, l'“eroico contadino” ha esortato in un programma radio Web (podcast) israeliano: “Spazzate via Gaza, non c’è niente di buono in loro”.
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25/03/2025
Palestina - Ferito dai coloni e arrestato dalla polizia israeliana il premio Oscar palestinese Hamdan Ballal
I soldati israeliani lo hanno poi prelevato dall’ambulanza che era arrivata per curarlo, ha denunciato il suo co-regista e collega vincitore dell’Oscar del documentario No Other Land, Yuval Abraham.
Il documentario No Other Land, vincitore premio Oscar 2025, narra la resistenza degli abitanti palestinesi di Masafer Yatta contro le demolizioni dei loro villaggi da parte dell’esercito israeliano. La pellicola è stata realizzata da quattro registi: due palestinesi, Hamdan Ballal e Basel Adra, entrambi residenti nella zona, e due israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor.
Lo stesso Abraham, un giornalista israeliano della rivista +972, ha detto in un post che contiene anche un video traballante del cellulare che i coloni mascherati “hanno attaccato il villaggio di Hamdan, hanno continuato ad attaccare gli attivisti americani, rompendo la loro auto con pietre”. Gli attivisti “hanno risposto alle chiamate per venire a sostenere il villaggio di Susiya mentre era sotto attacco” e “quando gli attivisti sono tornati alla loro auto per cercare riparo, i coloni hanno circondato l’auto, hanno tagliato le gomme e rotto i finestrini con pietre”, si legge nella dichiarazione.
Gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi, le loro case e le loro fattorie sono all’ordine del giorno. Gli attacchi sono spesso violenti e possono essere mortali e possono includere l’incendio di proprietà e animali e il pestaggio dei residenti.
L’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, OCHA, ha documentato almeno 220 attacchi da parte di coloni israeliani contro i palestinesi solo nel 2025. L’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha sanzionato un certo numero di coloni israeliani per aver effettuato tali attacchi, ma il nuovo presidente Donald Trump ha revocato tali sanzioni.
Attivisti locali e internazionali documentano regolarmente le azioni dei coloni che compiono attacchi simili, spesso chiamando la polizia per una sorta di soccorso, ma i coloni raramente, se non mai, vengono perseguiti per i loro crimini, al contrario la polizia e i militari israeliani sostengono apertamente i coloni nelle loro incursioni.
Testimoni oculari hanno spesso raccontato come l’esercito israeliano stia a guardare mentre i coloni effettuano gli attacchi oppure arrestano i palestinesi e gli attivisti stranieri che difendono le terre e i campi.
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24/01/2025
Cisgiordania. Perchè Israele si sta accanendo ancora contro i palestinesi?
Gli avvenimenti in corso suggeriscono un’accelerazione delle dinamiche di annessione dei Territori Palestinesi, anche con la convergenza tra gli attacchi dei coloni e le operazioni militari dell'IDF.
In Cisgiordania dal 7 ottobre 2023, sono stati oltre 856 i palestinesi, inclusi civili, donne e minori, uccisi da soldati e coloni israeliani, mentre migliaia sono stati arrestati. Si calcola che solo nelle ultime 48 ore, più di 80 palestinesi sono stati arrestati dalle forze israeliane mentre almeno 13 palestinesi sono stati uccisi.
“Abbiamo assistito a un genocidio a Gaza per 15 mesi e nessuno ha mosso un dito. Qui temiamo che la situazione possa peggiorare molto presto”, ha dichiarato una attivista palestinese ad Al Jazeera.
Le operazioni militari israeliane come i raid su Jenin, stanno già distruggendo infrastrutture essenziali e seguono il copione che abbiamo visto in atto a Gaza. I raid israeliani stanno rendendo Jenin “quasi inabitabile” e hanno costretto all’evacuazione gli abitanti, con scene che ricordano gli scenari di deportazione, devastazione e morte nella Striscia.
Il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha descritto anche in Cisgiordania una situazione pesante: “Da ieri l’ospedale governativo di Jenin è stato scollegato dalla rete idrica ed elettrica. Si trova ora a operare grazie a riserve di emergenza che si stanno rapidamente esaurendo”. Medici Senza Frontiere denuncia anche ostacoli all’accesso alle cure mediche, con ambulanze e personale sanitario bloccati dalle forze israeliane. “Le persone vengono colpite durante le evacuazioni e i feriti non possono essere raggiunti”, ha dichiarato un paramedico che ha preferito restare anonimo.
Ma le operazioni militari israeliane stanno incontrando anche una crescente resistenza da parte delle organizzazioni palestinesi. A Jenin, il battaglione delle Brigate al-Quds (Jihad Islamica) riferisce di scontri con l’esercito israeliano, mentre le Brigate Qassam (Hamas) hanno ingaggiato combattimenti nei villaggi circostanti. Anche le Brigate Al Aqsa (Fatah) partecipano ai combattimenti nonostante l’orientamento contrario dell’ANP.
Raed Abu Badawi, professore di diritto internazionale e relazioni internazionali presso l’Arab American University, intervistato dal giornale palestinese Al Quds spiega che la decisione del governo israeliano di considerare la Cisgiordania un “fronte di guerra” approvando al contempo un accordo di tregua a Gaza, rientra nel quadro di un’azione volta a pacificare la destra israeliana e a promuovere il programma di insediamenti e annessioni.
Abu Badawiya sostiene che l’intensa campagna militare israeliana nel campo di Jenin e nella Cisgiordania settentrionale è in linea con la visione della destra che mira a rafforzare il controllo israeliano sulla Cisgiordania, soprattutto alla luce del sostegno dell’amministrazione Trump alle ambizioni israeliane in Cisgiordania.
L’analista palestinese Mihammed Hawash, ritiene che queste operazioni mirano essenzialmente a mantenere il controllo israeliano e il sistema di controllo coloniale sulla vita quotidiana del popolo palestinese, e a impedire qualsiasi vera soluzione politica che garantisca la fine dell’occupazione e la creazione di uno stato palestinese. Tuttavia, i palestinesi non rinunceranno ai diritti sulla loro terra, e continueranno la lotta per porre fine all’occupazione e creare il loro stato indipendente.
Hawash sottolinea che ciò che incoraggia Israele a continuare con questa politica è la posizione americana che ignora i diritti del popolo palestinese e consente a Israele di parlare del “diritto del popolo ebraico alla terra” senza riconoscere i diritti dei palestinesi, sottolineando che l’unica soluzione al conflitto è raggiungere un accordo pacifico accettabile per entrambe le parti, che garantisca la fine dell’occupazione e la creazione dello Stato palestinese.
Il cessate il fuoco a Gaza sembra configurarsi come una pausa strategica, utile a Israele per aumentare il controllo sulla Cisgiordania e accelerare l’annessione. È un progetto che lascia poco spazio a soluzioni politiche e affonda definitivamente la “soluzione dei due stati per due popoli”.
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17/01/2025
Gaza - Firmato l’accordo. Ma il Likud fa sapere che non significa la fine della guerra
Firmato finalmente, questa mattina, l’accordo annunciato mercoledì tra Israele e Hamas sul cessate il fuoco a Gaza e lo scambio di prigionieri. Le ultima ore sono state colme di trattative, dichiarazioni e manifestazioni in Israele. Quando tutto sembrava ormai certo, Netanyahu ha dichiarato che non avrebbe riunito il consiglio di sicurezza, come previsto nella mattinata di giovedì, incolpando Hamas di provare ad inserire nuove clausole dell’ultimo minuto. Il movimento islamico ha smentito e diverse fonti, anche interne israeliane, hanno fatto sapere che il ritardo era in realtà dovuto ai tentativi del premier di salvare la sua coalizione governativa.
Ieri i rappresentanti di Potere ebraico e Sionismo religioso, i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno tenuto due conferenze stampa separate per annunciare mosse e decisioni nel tentativo di bloccare l’accordo o, in alternativa, stabilire una contropartita. Ben Gvir è apparso subito inamovibile rispetto a Smotrich e ha dichiarato, senza apparentemente lasciar spazio a ripensamenti, che lascerà il governo se l’accordo dovesse essere votato a maggioranza. Il ministro delle Finanze, dal canto suo, ha fatto sapere invece che si sarebbe “accontentato” di ricevere garanzie sul fatto che la guerra a Gaza riprenderà dopo il rilascio degli ostaggi. E che Israele non andrà mai via dal corridoio Filadelfia, mantenendo il controllo completo sull’ingresso degli aiuti nella Striscia.
In risposta, il partito di Netanyahu, il Likud, ha rilasciato una dichiarazione con la quale ha nella pratica smentito tutti i punti più importanti dell’accordo stesso: “Contrariamente ai commenti di Ben-Gvir, l’accordo esistente consente a Israele di tornare a combattere sotto le garanzie americane, ricevere le armi e i mezzi di guerra di cui ha bisogno, massimizzare il numero di ostaggi viventi che saranno rilasciati, mantenere il pieno controllo del corridoio Filadelfia e il cuscinetto di sicurezza che circonda l’intera Striscia di Gaza e ottenere importanti risultati che garantiranno la sicurezza di Israele per generazioni”. Smotrich, rassicurato, ha fatto sapere che non voterà l’accordo ma che continuerà a sostenere il governo.
Sempre in serata, i media israeliani hanno scritto che Netanyahu avrebbe voluto posticipare di un giorno l’inizio della tregua. La Casa Bianca ha reagito con rabbia e stupore e lo stesso Biden ha dichiarato di non essere per nulla contento. Dopo notizie, smentite e rimpalli, questa mattina l’ufficio del premier ha sciolto gli indugi, confermando che, come comunicato in un primo momento, la tregua entrerà in vigore domenica 19 gennaio, quando verranno rilasciati i primi ostaggi. Israele ha pubblicato la lista dei nomi dei 33 prigionieri che Hamas consegnerà entro la fine della prima fase dell’intesa, che durerà 42 giorni.
Il ministro della difesa Israel Katz ha dichiarato che in risposta alla liberazione israeliana dei prigionieri politici palestinesi, libererà immediatamente i coloni israeliani in detenzione amministrativa: “Ho deciso di rilasciare i coloni in prigione in detenzione amministrativa e di trasmettere un chiaro messaggio di rafforzamento e incoraggiamento degli insediamenti”. La violenza dei coloni, soprattutto da quando l’ultimo governo Netanyahu, di estrema destra, si è insediato, è cresciuta enormemente in Cisgiordania. Gli israeliani che vivono negli insediamenti all’interno dei Territori palestinesi occupati, in violazione del diritto internazionale, effettuano raid all’interno dei villaggi palestinesi, aggrediscono gli abitanti, danno alle fiamme case, automobili, abitazioni e alberi d’ulivo e hanno ucciso diverse persone. In Cisgiordania, Israele applica la legge militare, che permette la detenzione, anche per anni, senza condanne né accuse. Nei due anni da ministro della difesa, Yoav Gallant ha applicato la misura di detenzione amministrativa contro 12 coloni che avevano guidato (e a differenza di centinaia di altri erano stati identificati) gravi azioni violente. Di questi, cinque erano già tornati a casa. Israel Katz, che ha preso il posto di Gallant, su cui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di Guerra a Gaza, ha annunciato a novembre che la detenzione amministrativa non sarebbe più stata applicabile, in Cisgiordania, per gli abitanti ebrei delle colonie illegali ma solo per i palestinesi sotto occupazione. Così, in una mossa che sa tanto di propaganda, ha annunciato che scarcererà al più presto i sette coloni attualmente in detenzione amministrativa. Più di 700.000 coloni (il 10% della popolazione israeliana) vivono in 150 insediamenti e 128 avamposti sparsi in tutta la Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est.
A Gaza, intanto, la popolazione, all’oscuro delle manovre interne alla politica israeliana, continua a morire. 113 persone hanno perso la vita dall’annuncio dell’accordo. Gli abitanti hanno dichiarato che la violenza degli attacchi è la stessa, terribile, del primo mese di guerra. Video mostrano droni che fanno cadere bombe sugli edifici che ospitano sfollati, sulle tende dei campi profughi. Ancora intere famiglie sono state assassinate nella distruzione completa degli edifici residenziali. Da mercoledì sera 28 bambini e 31 donne sono stati massacrati.
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08/01/2025
«Il Libano è nostro». Il raduno dei coloni israeliani per prendersi il sud
di Michele Giorgio
Già lo scorso anno, ad aprile e poi in estate, decine di israeliani attivisti e simpatizzanti della destra religiosa si erano riuniti nei pressi di Haifa per invocare la colonizzazione del Libano del sud, oltre che di Gaza, e l’annessione della Cisgiordania. Martedì scorso sono passati dai raduni a una sorta di conferenza sulle linee di confine, approfittando del cessate il fuoco con il movimento sciita libanese Hezbollah. Un centinaio in tutto, alcuni provenienti dalla Cisgiordania occupata. In un punto del villaggio beduino Arab al Aramshe, sul confine, si sono fermati ad ammirare la terra libanese che chiedono di occupare. Quindi hanno raggiunto il parco vicino al Kibbutz Adamit per declamare le ragioni, religiose e di «sicurezza» che, a loro dire, impongono di occupare il territorio meridionale libanese. «Ciò che sappiamo ora lo sapevamo anche prima della guerra: questa è la nostra terra», ha detto un attivista di «Uri Tsafon», il movimento che preme per colonizzare il Libano del sud. «La Terra di Israele» si legge sul sito del movimento «non cessa di essere la Terra di Israele anche se lo Stato decide di ritirarsi da essa... Più cerchiamo di fuggire da essa, più la terra ci insegue. Ciò è accaduto a Gaza e ora in Libano».
In parallelo alla campagna della nota settler Daniela Weiss, volta a ricostruire gli insediamenti ebraici a Gaza – evacuati nel 2005 per decisione del premier israeliano scomparso Ariel Sharon –, i membri di «Uri Tsafon» intendono dare nuova vita a un vecchio progetto di correnti del movimento sionista, prima della creazione di Israele, di allargare i confini dello Stato nascente in Libano. D’altronde una parte dei cristiani maroniti libanesi, con la loro Chiesa in prima linea, aveva accolto con favore l’insediamento non musulmano in Medio Oriente. Così, scrive il saggista David Hirst nel suo Beware of Small States, alcuni sionisti proposero che un terzo del Libano diventasse parte di Israele. Nel 1948 le milizie sioniste catturarono anche 13 piccoli centri libanesi e, riferisce sempre Hirst, 80 abitanti del villaggio di Hula e 94 di Saliha furono uccisi. Poi si ritirarono.
«L’unico modo per garantire la sicurezza di Israele è una presenza militare nel Libano meridionale. E perché sia permanente, dobbiamo anche costruire comunità lì», hanno ripetuto in coro i coloni e le loro famiglie giunti a inizio settimana al confine con il Libano, imitando l’iniziativa organizzata a novembre da Daniela Weiss, con la presenza di diversi ministri e parlamentari, nei pressi del kibbutz Beeri, a ridosso di Gaza.
«Uri Tsafon», prende il nome da un versetto biblico che significa «Risvegliati Nord» ed è dedicato alla memoria di Yisrael Socol, un soldato morto a Gaza un anno fa che, racconta la sua famiglia, sognava colonie israeliane a Gaza e in Libano. «Yisrael e io spesso parlavano di stabilirci un giorno in Libano. È una terra che deve essere nelle nostre mani», afferma Yaakov Socol, fratello di Yisrael. Dopo la morte del soldato, un leader dei coloni ha raggiunto la famiglia Socol e con essa ha dato vita a «Uri Tzafon». Il progetto è cresciuto rapidamente: i suoi canali WhatsApp ufficiali vantano migliaia membri da tutto il paese. In questi spazi virtuali, i membri delle chat condividono critiche alla politica «docile» di Israele, suggeriscono nomi ebraici con cui sostituire quelli delle città libanesi esistenti, e postano pubblicità per future gite in kayak nel sud del Libano.
Non è folklore politico. Le intenzioni sono concrete. Dopo i bombardamenti aerei di Israele e la distruzione, in qualche caso quasi totale, dei villaggi libanesi nella fascia di 5-6 chilometri dal confine, i coloni di «Uri Tzafon» si dicono certi che l’esercito non lascerà tutto il Libano del sud come prevedono i termini della tregua con Hezbollah. Una percezione non infondata perché la stampa locale giorni fa riferiva che le forze armate si preparano a restare in territorio libanese oltre i 60 giorni indicati dall’accordo di cessate il fuoco. Quando a inizio settimana, i coloni sono arrivati al posto di guardia al limite settentrionale, diversi ragazzi hanno attraversato il confine e sono rimasti lì fino a quando non sono stati riportati indietro dai soldati. Qualche settimana prima, diversi attivisti di «Uri Tsafon» avevano montato tende in Libano prima di ricevere l’ordine di tornare indietro. A novembre fece clamore l’uccisione del colono, presunto archeologo, Zeev Erlich, colpito dai combattenti di Hezbollah mentre cercava «prove» della appartenenza del Libano del sud alla biblica «Eretz Israel» (Terra di Israele).
Raggiunta la foresta di Hanita, i coloni martedì si sono fermati accanto alla torre di avvistamento Ḥoma u’migdal che ricorda come, in risposta alla rivolta palestinese del 1936-39, 57 kibbutz e moshav furono costruiti dal movimento sionista rapidamente, su terre arabe, grazie a una legge ottomana che stabiliva che gli edifici eretti in una notte non richiedevano permessi e non potevano essere demoliti. «Il Libano è nostro!», recita il cartello lasciato dai coloni ai piedi della torre.