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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/09/2026

Israele è pronto a completare il genocidio. Si attendono gli USA e le elezioni

Il piano di pulizia etnica per Gaza attende solamente il via libera di Washington. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale ha ribadito senza mezzi termini che il governo non considera chiusa l’ipotesi di un esodo forzato dei residenti palestinesi. “In definitiva – ha detto Katz – non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo”.

Il ministro di Tel Aviv continua a parlare del progetto turistico da costruire sulle rovine della Striscia. L’ostacolo principale alla sua attuazione immediata risiede nel consenso internazionale e, soprattutto, nell’approvazione degli Stati Uniti. Sia chiaro: le potenze occidentali sono assolutamente compartecipi del genocidio dei palestinesi, e in UE ancora si fa fatica a mettersi d’accordo sulle sanzioni ai coloni.

L’approvazione deve però arrivare anche dai paesi limitrofi, per i quali la questione palestinese è un delicato tema di migrazioni e anche di normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista. Secondo quanto riferito da Katz, il piano della riviera turistica non è stato accantonato ma temporaneamente congelato dal presidente statunitense Donald Trump per le pressioni dei governi arabi, che avrebbero offerto aperture su investimenti economici e sul disarmo di Hamas pur di scongiurare l’espulsione di massa.

I paesi teoricamente disponibili a ricevere quote di rifugiati pretendono garanzie politiche ed economiche dalla Casa Bianca prima di qualsiasi mossa. L’Egitto, per bocca del presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha ribadito il no categorico all’uso del valico di Rafah o del Sinai per il transito degli sfollati, minacciando reazioni di piazza.

Katz ha in pratica spiegato che Tel Aviv attende un cambiamento nel contesto tattico: Israele ha calpestato il cessate il fuoco, e ora attende che la situazione diventi insostenibile per poi addossare ad Hamas il mancato rispetto degli accordi, così da avere la scusante per finire il lavoro di pulizia etnica.

Mentre il ministro della Difesa delineava gli scenari futuri, Benjamin Netanyahu ha compiuto un’ispezione presso le postazioni avanzate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’interno di Gaza, lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, la fascia che delimita l’area della Striscia ancora sotto occupazione sionista.

Il primo ministro israeliano aveva annunciato la volontà di espandere il controllo militare nell’enclave al 70% del territorio lo scorso maggio, ben oltre ciò che era stato definito col cessate il fuoco, a dimostrazione di come sia Tel Aviv a non rispettare gli accordi, con la speranza di costringere Hamas a reagire o di portare i palestinesi a scappare dalla loro terra.

Del resto, il trasferimento forzato dei palestinesi viene anche definito come una migrazione “volontaria” dai vertici sionisti: quanto può essere volontario il dover fuggire da un cumulo di macerie un tempo chiamato casa? Ma Gaza non è l’unico “fronte” su cui Katz si sta muovendo, anche in vista delle prossime elezioni.

Se a Gaza l’obiettivo dichiarato rimane la pulizia etnica, in Cisgiordania si sta vivendo una contrapposizione aperta tra i diversi corpi di sicurezza dello Stato ebraico. La scintilla è scoccata a seguito delle violenze registrate nel villaggio palestinese di Al-Mughayyir, nei pressi di Ramallah. L’intervento dei soldati è degenerato in pesanti scontri nei quali due diciannovenni palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei militari.

L’episodio ha fatto emergere un durissimo scontro ai vertici: il comandante della polizia israeliana per il distretto di Giudea e Samaria, Moshe Pinchi, ha attaccato pubblicamente l’operato dell’IDF, affermando che i militari avrebbero dovuto procedere all’arresto immediato dei coloni responsabili dei disordini anziché limitarsi a disperderli.

La frizione assume inoltre un chiaro peso politico: lo stesso ministro Katz ha recentemente disposto il trasferimento della giurisdizione e del controllo sui coloni in Cisgiordania dalle gerarchie militari alla polizia civile. Una mossa in cui si può leggere il preludio alla normalizzazione burocratica e a un’annessione de facto dei territori occupati. Mossa non a caso accolta calorosamente dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Le elezioni che si avvicinano determineranno le modalità con cui si vuole procedere agli ultimi atti del genocidio dei palestinesi, orizzonte condiviso da buona parte della società israeliana. Negli ultimi mesi, è evidente che ci sia il tentativo di fare ampia leva sul movimento dei coloni per assicurarsi una maggioranza che non si farà fermare dalle apparenze.

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24/08/2026

West Bank, rinasce vecchia colonia. Dall’Ue solo parole

A Gaza City si sono svolti ieri i funerali di 50 palestinesi uccisi nei primi mesi successivi all’ottobre 2023; i corpi sono stati recuperati solo di recente dalle macerie di edifici distrutti dai bombardamenti israeliani. Le vittime appartenevano principalmente a tre famiglie, i cui cari sono stati posti in bare avvolte nelle bandiere palestinesi. Alla processione hanno partecipato migliaia di persone, dando vita a una scena drammatica che riassume il bilancio umano di questi tre anni di genocidio.

Se a Gaza si seppelliscono corpi morti in passato, in Cisgiordania l’espansione dei coloni ridefinisce il presente. A Kadim, nel governatorato di Jenin, 30 famiglie di coloni israeliani, accompagnate dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich, sono rientrate ufficialmente nell’insediamento evacuato nell’ambito del piano di disimpegno del 2005.

Secondo l’attivista Tareq Aghbariyeh tale occupazione produrrà gravi effetti geografici, demografici, economici, agricoli e di sicurezza, mirando a imporre nuove realtà sul terreno per costringere i palestinesi ad abbandonare le loro terre. Kadim è infatti l’ultimo dei quattro insediamenti settentrionali evacuati nel 2005 a essere ripopolato; con il rientro di oggi si completa quanto auspicato da Smotrich e dai leader dei coloni.

A ovest di Hebron, sul Monte Tarousa, le forze israeliane hanno trasportato ieri diverse case mobili nell’avamposto denominato “Doron”, di recente costituzione. I lavori di scavo e livellamento erano iniziati a giugno; all’epoca coloni armati, protetti dai militari, avevano eretto una tenda e un cartello annunciando il nuovo insediamento illegale.

Intanto il portavoce della presidenza palestinese, Nabil Abu Rudeineh, ha lanciato un forte allarme sulle offerte di insediamento nell’area E1 – corridoio di colonie tra Gerusalemme e la Valle del Giordano – e sull’escalation della violenza dei coloni, sostenendo che le continue politiche di Israele contro il popolo palestinese stiano conducendo la regione verso una situazione pericolosa e potenzialmente incontrollabile.

Abu Rudeineh ha inoltre ribadito che non può esserci pace duratura e stabilità senza Gerusalemme est come capitale di uno Stato palestinese indipendente e senza la fine completa dell’occupazione. Non sono mancate le critiche per il disprezzo israeliano verso la comunità internazionale, invitando quest’ultima a sostituire le semplici dichiarazioni di condanna con misure concrete per fermare l’aggressione.

Dichiarazioni come quelle di Francia, Germania, Italia e Regno Unito che ieri in una nota congiunta hanno chiesto a Israele di bloccare l’espansione degli insediamenti, definendo «inaccettabile» la decisione di pubblicare bandi di gara per il progetto E1. Secondo i quattro Paesi, l’insediamento comprometterebbe la prospettiva dei due Stati, «creando una frattura nella Cisgiordania e pregiudicando la continuità territoriale dei Territori palestinesi».

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21/08/2026

Non esiste il “terrorismo ebraico”, esiste solo il terrorismo israeliano

di Gideon Levy

Un’israeliana come voi o come me viene intervistata dal giornalista britannico Piers Morgan nel programma che porta il suo nome e, per diversi lunghi minuti, si rifiuta di rispondere a una domanda semplice: la vita di un palestinese vale quanto quella di un israeliano?

Morgan pone la domanda quattro volte e per quattro volte la leader dei coloni Daniella Weiss si rifiuta di rispondere. Arriva perfino a spostare la risposta sul terreno dell’uguaglianza sessuale: qualunque cosa pur di evitare una risposta.

Alla fine borbotta qualcosa su Dio, che ha creato tutti, nel tentativo di liberarsi del fastidioso intervistatore. Lui le ricorda le parole di un altro colono, Yehuda Shimon, dell’avamposto di Havat Gilad, che pochi giorni prima aveva dichiarato alla BBC che la vita di un solo ebreo equivale a quella di 10 milioni di palestinesi.

Milioni di persone in tutto il mondo ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che questo è Israele. Gli israeliani ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che Israele non è questo.

Che cosa ha a che fare Weiss con noi? Lei non ci rappresenta. Neppure il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ci rappresentano. Le deliranti dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz? Nulla a che vedere con noi.

Anche i “giovani delle colline” non ci rappresentano. I pogrom nei Territori? Quelli non siamo noi. Il kahanismo? Nulla a che vedere con noi. Persino metà degli israeliani afferma che il primo ministro Benjamin Netanyahu non li rappresenta.

Israele è diventato un paese strano, unico: tutto il male che avviene qui sembra non rappresentarci. Un autentico prodigio. Gli estremisti non siamo noi. La bruttezza: non è nostra. La supremazia ebraica: nessun legame con noi. Nulla di problematico ci appartiene. Persino il governo non ci rappresenta. Allora chi ci rappresenta? Dove sono i milioni di israeliani per i quali nulla di ciò che Israele fa ha qualcosa a che vedere con loro?

È tempo di riconoscere che Israele è esattamente ciò che vedono gli spettatori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ai loro occhi, Weiss è Israele e Israele è Weiss. Dopo la morte di decine di migliaia di abitanti di Gaza, fra cui migliaia di bambini, e dopo le ripugnanti manifestazioni quotidiane di supremazia ebraica in Cisgiordania, è ormai impossibile dire al mondo: “quelli non siamo noi” e “non in nostro nome”.

Il mondo, semplicemente, non ci crede più. (La domanda interessante è quanti israeliani credano ancora a queste distinzioni immaginarie.)

Il primo a dirlo, forse involontariamente, è stato, fra tutte le persone possibili, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee. Dal profondo della sua visione delirante di un Israele esteso dal Nilo all’Eufrate, ha pronunciato per la prima volta le parole “terrorismo ebraico”.

Dopo anni durante i quali abbiamo affermato che il terrorismo ebraico non esiste, che l’espressione stessa è un ossimoro, arriva il battista dell’Arkansas e chiama le cose con il loro nome: terrorismo israeliano. La destra, che per anni ha sostenuto l’inesistenza del terrorismo ebraico, ha ragione. Il terrorismo ebraico non esiste. Esiste – eccome se esiste – il terrorismo israeliano.

Definire questo terrorismo “ebraico” serviva a cancellare o attenuare la responsabilità diretta di Israele. Naturalmente, questo faceva comodo allo Stato. Serviva anche agli israeliani, che potevano continuare a raccontarsi dell’esistenza di un gruppo di estremisti incapace di rappresentare lo Stato e, ancor meno, loro stessi.

Poi è arrivato Huckabee, ha smontato la menzogna e ha attribuito la responsabilità collettivamente a Israele. Ha ragione. Il terrorismo a Qusra, a Tell, è israeliano. Lo Stato di Israele, anziché Weiss o Shimon, ne porta la responsabilità. Viene compiuto per suo conto e lo rappresenta; dovremmo svegliarci e riconoscere che, agli occhi del mondo, rappresenta anche noi. Tutti gli israeliani.

Il mondo non crede più alle nostre distinzioni fra l’Israele vero (e bello) e l’Israele (brutto) che appare su ogni schermo del pianeta, e ha ragione. Dovremmo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss, Ben-Gvir e Smotrich.

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20/08/2026

Israele espande la guerra su quattro fronti. Netanyahu ha bisogno dei coloni

Con i raid in Siria, Israele conferma la sua guerra su “quattro fronti” senza che al momento si producano contraddizioni all’interno del blocco politico di potere israeliano.

Il ministro della Difesa Israel Katz, visitando le truppe nel sud del Libano, ha voluto ribadire che non ci sarà alcun ritiro “in alcun modo dalle zone di sicurezza: nè in Libano, nè in Siria, nè a Gaza”.

In Libano, piovono le accuse contro l’esercito israeliano di appiccare incendi su boschi e uliveti anche tramite munizioni al fosforo nonostante siano armi vitate e nonostante il cessate il fuoco con Hezbollah sia formalmente ancora in vigore.

In Siria, le forze militari israeliane continuano le loro incursioni anche oltre le Alture del Golan per creare una zona demilitarizzata nel sud del Paese.

A Gaza, invece, Netanyahu ha respinto un piano di transizione, di cui Hamas ha dichiarato di accettare i termini proprio nei giorni scorsi, legando qualsiasi ritiro al pretesto di un “disarmo effettivo” del movimento di resistenza palestinese. Domenica a El Alamein, in Egitto, l’inviato speciale statunitense, nonché genero del presidente Trump, Jared Kushner, ha incontrato il nuovo leader politico di Hamas, Khalil al-Hayya, per discutere dell’attuazione delle prossime fasi.

E poi c’è la Cisgiordania alle prese con i continui e brutali raid dei coloni contro i villaggi e le case palestinesi, e in particolare nel villaggio di Qusra, balzato all’attenzione internazionale.

Dopo giorni di assedio ai danni di alcune famiglie palestinesi, private di acqua ed elettricità e circondate dai coloni, le forze armate israeliane hanno annunciato un’operazione militare destinata a durare alcuni giorni, imponendo un ordine di evacuazione temporaneo. L’ordine è stato però revocato, con l’esercito che ora fa sapere di voler concentrare l’operazione solo sulle abitazioni disabitate del villaggio.

L’esercito israeliano aveva già spostato il battaglione 51 nell’area per smantellare due avamposti illegali sorti a ridosso di Qusra, che si trova in Area B, quindi sotto l’Autorità Palestinese che però continua a non proteggere i propri cittadini lasciandoli in balìa dei coloni.

Dopo le polemiche seguite al fatto che una delle abitazioni è di proprietà di un cittadino statunitense-palestinese, le forze israeliane hanno circondato il villaggio per impedire l’ingresso di nuovi coloni, rivendicando di aver smantellato 151 avamposti illegali dei coloni dall’inizio del 2026, molti dei quali sono però stati ricostruiti più volte dai coloni stessi dopo ogni sgombero.

Il problema è che la tenuta del governo Netanyahu dipende in gran parte dai partiti più vicini ai coloni, come Religious Zionism e Otzma Yehudit.

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16/08/2026

Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi

Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.

Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967.

Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato.

Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.

Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi.

I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.

«Oggi siamo andati in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video».

Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io... già l’anno prossimo».

Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».

La stessa scena si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.

L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati Uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.

Ma la risposta del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.

Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione della Palestina, Israele sottrarrebbe un’altra competenza all’amministrazione militare per affidarla a un’istituzione civile.

Un ulteriore tassello dell’annessione di fatto, che tratta sempre più la Cisgiordania come territorio sottoposto alla giurisdizione interna di Israele e i coloni che occupano la Palestina come fossero cittadini risiedenti nei confini dello stato di Israele.

L’elemento forse ancora più allarmante è che a occuparsi dei coloni sarebbe la polizia posta sotto la responsabilità politica del suprematista ebraico Itamar Ben Gvir. Lo stesso ministro sostiene che «la violenza dei coloni non esiste»; si è vantato di aver posto fine alle «molestie» della polizia contro gli estremisti degli avamposti; ha preteso l’impunità per i coloni e ammesso di promuovere gli ufficiali disposti ad applicare la sua linea, fondata anche su una maggiore «comprensione» verso chi occupa la Cisgiordania.

Ben Gvir rivendica le torture e la fame imposte ai prigionieri politici palestinesi e dichiara pubblicamente che tutta la Palestina spetta a Israele per diritto divino.

Trasferire alla polizia – e soprattutto alla polizia di frontiera, nota per la sua brutalità – il controllo sui coloni significherebbe affidarne la sorveglianza a un corpo posto sotto la responsabilità politica dell’uomo che più di ogni altro li protegge, assolve e legittima.

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29/07/2026

Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari

di Michele Giorgio

Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco.

«L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».

Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.

«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».

Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci».

I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.

A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.

Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.

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27/07/2026

Offensiva sionista in Cisgiordania, la pulizia etnica si inasprisce

La spirale di violenza sionista che sta attraversando la Cisgiordania occupata viene raccontata come un’esplosione improvvisa che segue gli scontri di Nablus (se non addirittura come la “legittima difesa” di Israele nei confronti dei palestinesi che hanno la colpa di non farsi ammazzare quando e come pare ai coloni). Ma si tratta in realtà di una offensiva pianificata, nella cornice della pulizia etnica e in funzione della mobilitazione del movimento dei coloni in vista delle elezioni.

Ripercorriamo velocemente gli eventi da venerdì scorso. Durante un raid di coloni a un villaggio vicino Nablus, un palestinese ha sottratto l’arma a un colono e, nel difendersi dall’attacco, avrebbe ucciso l’occupante, mentre un soldato israeliano colpito è deceduto dopo poche ore per le ferite riportate.

Perché le incursioni che provengono dagli insediamenti illegali sono sempre accompagnati dall’IDF: sono, cioè, parte della strategia militare israeliana nella West Bank. Bisogna inoltre sottolineare che il villaggio di Tal, sottoposto all’attacco di venerdì, si trova nella “Zona A” della Cisgiordania, ed è perciò sotto il pieno controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Un’invasione vera e propria, un’aggressione con un aggredito incolpato di difendersi... ma questa volta non abbiamo sentito queste formule da parte di giornali e politici occidentali. Così come non è stato detto nulla sulla vera e propria esecuzione di quattro palestinesi da parte di militari israeliani, giunti sul posto del conflitto a fuoco, testimoniata da video inequivocabili.

Nelle successive 48 ore, inoltre, una sequenza di incursioni, spedizioni punitive e operazioni militari su vasta scala ha trasformato la regione a nord di Gerusalemme in un teatro di guerriglia e devastazione, con al centro i governatorati di Nablus e Jenin. Nel corso del fine settimana, una drammatica ondata di rappresaglie si è abbattuta su oltre dieci villaggi e comunità palestinesi.

Secondo quel che si legge su varie testate internazionali, a Qusra, Urif, Sarta, Immatin, Far’ata, Umriha e nella regione meridionale di Masafer Yatta, squadre di coloni a volto coperto hanno appiccato il fuoco ad abitazioni, automobili e terreni agricoli. A Qusra e in un altro centro vicino, due moschee sono state date alle fiamme e profanate con scritte minatorie.

Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che gli esponenti del movimento dei coloni avrebbero ignorato gli appelli diretti dei vertici militari dell’IDF a fermare gli assalti per evitare un’ulteriore escalation. Ma è chiaramente un gioco delle parti tra due facce dello stesso progetto di pulizia etnica, dato che nella mattinata di sabato l’esercito israeliano ha lanciato a sua volta una vasta operazione nella West Bank.

Le truppe hanno circondato e chiuso all’interno di checkpoint Ramallah e Nablus, limitando fortemente i movimenti della popolazione. I militari hanno fatto irruzione in vari villaggi della zona circostante, conducendo perquisizioni casa per casa, interrogatori sommari e fermi di massa. I militari sono entrati anche nell’ospedale di Nablus, dove il personale medico è stato minacciato e due persone sono state portate via.

Dalle informazioni diffuse, sarebbero oltre 80 i palestinesi arrestati. Solo l’ultimo tassello di un’escalation strutturale della pulizia etnica in Cisgiordania, che è andata di pari passo col genocidio a Gaza: gli attacchi nel 2026 sono aumentati del 63%, rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 405 a 660 episodi.

Ricordiamo che, dall’ottobre 2023, sono quasi 1.200 i palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata, tra cui 250 bambini. Nel 2026, per ora, le vittime dei coloni sono state 21. E l’impennata di violenze è evidentemente legata alle elezioni generali previste per l’autunno 2026. Il movimento dei coloni è stato esortato a mobilitare la società israeliana per rafforzare la coalizione attualmente al governo.

Ovviamente, a fare le spese di questa mobilitazione sono i palestinesi, che diventano il “trofeo” del colonialismo sionista, e convincere l’elettorato che la pulizia etnica può essere portata a termine. Se ogni tanto qualche colono o soldato viene ucciso dalla resistenza dei palestinesi, tanto meglio: diventa la scusante per ribadire la necessità di cancellarli tutti dalla loro terra.

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26/07/2026

Quattro palestinesi uccisi dai militari israeliani in Cisgiordania

Dopo un raid dei coloni illegali nel villaggio palestinese di Tell, nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha giustiziato quattro palestinesi, sparando ripetutamente a corta distanza. Altri quattro sono gravemente feriti.

Secondo una prima ricostruzione, coloni armati del vicino insediamento illegale di Havat Gilad hanno invaso il villaggio. Gli abitanti hanno tentato di bloccarli e durante lo scontro un palestinese ha sottratto l’arma a uno dei coloni, quindi ha sparato uccidendolo. Un altro israeliano, un soldato, è stato ferito ed è morto qualche ora dopo.

Un video mostra i militari, giunti sul posto, giustiziare alcuni abitanti palestinesi, sparando loro ripetutamente a corta distanza. Tra le vittime, due fratelli. Altri quattro palestinesi sono stati feriti.

Mentre i soldati hanno evacuato i coloni feriti, non hanno permesso di soccorrere i palestinesi. Il villaggio è stato chiuso e l’esercito sta conducendo raid nelle case degli abitanti. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha chiesto il pugno di ferro contro i palestinesi: “Non possiamo accettare il fatto che i nostri nemici stiano alzando la testa nelle ultime settimane contro i pionieri degli insediamenti e le fattorie. Chiedo che l’esercito compia un’azione forte contro il villaggio omicida e i suoi dintorni e ripristini il controllo israeliano e la deterrenza”. Il ministro suprematista ultranazionalista continua: “Gli eroici lavoratori agricoli e i pionieri degli insediamenti [i coloni, nda] sono il muro protettivo dello Stato di Israele. Continueremo a rafforzarli e onorarli per la loro ferma posizione per la nostra esistenza nella Terra di Israele contro il terrorismo arabo”.

Secondo la versione dell’esercito, i fatti sarebbero avvenuti mentre i coloni israeliani “passeggiavano” nel villaggio palestinese. I coloni, soprattutto negli ultimi mesi, stanno attaccando con violenza i palestinesi della Cisgiordania occupata, aggredendo famiglie con donne e bambini, appiccando incendi alle terre e alle proprietà, rubando greggi. Il ministro Smotrich ha guidato l’approvazione, da parte del governo israeliano, della costruzione di centinaia di nuovi avamposti illegali, con finanziamento di miliardi di dollari.

Mentre il ministro Itamar Ben Gvir propone il “metodo Gaza” anche per i villaggi palestinesi in Cisgiordania, il premier Netanyahu, il ministro della difesa Katz e il capo di stato maggiore Zamir preparano la vendetta dell’esercito e danno mandato alla costruzione di nuovi insediamenti illegali nell’area limitrofa al villaggio di Tell. Intanto i coloni fanno la loro parte, con raid diffusi in diverse zone della Cisgiordania occupata.

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22/07/2026

Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza

Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan del “ritorno a casa dopo 21 anni” – in riferimento al ritiro deciso nel 2005 dall’enclave palestinese.

L’iniziativa è stata organizzata da Nachala, un movimento fascista e suprematista di coloni guidato da Daniela Weiss, diventata famosa per la promozione delle più terribili violenze contro i palestinesi della Cisgiordania. Ma in prima fila c’erano anche decine di parlamentari e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, a dimostrazione che è tutto fuorché un’iniziativa marginale.

Su X, i toni usati dal profilo del gruppo per la manifestazione di un paio di giorno fa non lasciano spazio a interpretazioni: “oggi marceremo tutti insieme con una richiesta chiara: insediamoci nel Libano del Nord – ancora prima delle elezioni! Mettiamo il sigillo sul confine – insediamoci a Gaza ora!” L’orizzonte è dunque quello della “Grande Israele”, dell’espansionismo continuo dell’entità sionista.

Teoricamente, per tentare di contenere la situazione ed evitare ingressi illegali nell’enclave, l’IDF aveva dichiarato l’area periferica di Gaza una “zona militare chiusa”, un provvedimento temporaneo volto a blindare il territorio da Yad Mordechai, a nord, fino a Kerem Shalom, nell’estremo sud. Nei fatti, i coloni sono stati fatti passare senza troppe difficoltà attraverso i checkpoint militari, arrivando a ridosso del muro di filo spinato e delle telecamere che delimitano il confine con la Striscia.

A colpire, oltre alla macabra dimostrazione di cosa sia il colonialismo sionista che promuove esplicitamente la deportazione dei palestinesi, è soprattutto la sponda politica di cui gode la marcia. Non solo i ministri già citati, ma questa volta c’è stata anche l’adesione formale del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.

“Bibi” continua a evitare i suoi problemi legali solo grazie alla tenuta di un governo che si regge sulla continuazione del genocidio con ogni mezzo necessario. Smotrich ha recentemente invitato il movimento dei coloni a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni, sostenendo che il cambio delle forze al governo andrebbe a compromettere i risultati ottenuti durante l’attuale legislatura in materia di espansione degli insediamenti.

Intanto, continua l’assordante silenzio delle “democrazie” occidentali di fronte alla rottura continua del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione israeliane, che hanno anche allargato la propria zona di controllo nella Striscia ben oltre ciò che era stato pattuito. Sono una decina i morti palestinesi negli ultimi giorni, ma nessuna condanna si è sentita dai governi occidentali.

Parallelamente, la tensione è riesplosa anche in Cisgiordania, dove i coloni, protetti dall’IDF, hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi. Perché l’istanza genocida e coloniale è un progetto politico radicato e ampiamente rappresentato, non solo all’interno della maggioranza di governo di Tel Aviv, ma nella stessa società israeliana. Non c’entra nulla Hamas, non c’entra la strumentalizzazione delle passate persecuzioni: riguarda il suprematismo reso bandiera del paese.

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13/06/2026

In Cisgiordania numero record di morti, e Tel Aviv finanzia 61 nuovi insediamenti

Mettendo subito in chiaro che non c’è un numero “razionale” di vittime del terrorismio sionista, è sicuramente significativo lo studio da poco rilasciato da Oxfam, che sottolinea come tra il 2023 e la fine del 2025 l’esercito e i coloni israeliani hanno ucciso più palestinesi di quanti ne siano stati uccisi nei 17 anni precedenti messi insieme.

Sulla base dei dati delle Nazioni Unite, l’organizzazione no-profit ha calcolato che tra il 2006 e il 2022 sono stati registrati 1.036 morti, tra cui 225 bambini, nella West Bank. Ma nei tre anni successivi, la conta è arrivata a 1.244 morti, di cui 268 erano bambini. A dimostrazione che il problema non è Hamas (che lì non governa), ma è un ragionato progetto di pulizia etnica che colpisce tutto il popolo palestinese.

L’attenzione internazionale è rimasta focalizzata sulla striscia di Gaza, data anche la ferocia del genocidio in atto, ma in Cisgiordania si è consumata un’altrettanto violenta ondata di occupazioni e omicidi che non ha precedenti. Amnesty International e diverse altre ONG non hanno esitato a definire l’azione nella West Bank come un “progetto di Stato” volto alla pulizia etnica e all’annessione di quei territori.

Ci sono altri dati che danno la misura dei crimini israeliani. Su un arco di vent’anni, il 22% delle vittime palestinesi (più di una su cinque) è composto da minorenni. Oltre alle perdite umane, la Cisgiordania è sottoposta a una continua frammentazione del territorio: sono 925 le barriere e i checkpoint, permanenti o temporanei, un dato superiore del 43% rispetto alla media annuale degli ultimi vent’anni.

Tel Aviv procede anche alla diretta distruzione dei mezzi di sussistenza della popolazione locale, e a una “nakba” su più piccola scala, ma sempre più estesa. Negli ultimi tre anni, quasi 46 mila palestinesi sono stati sfollati a causa di operazioni militari, demolizioni di case e violenze dei coloni. Una cifra impressionante se paragonata ai 13 mila sfollati complessivi dei 14 anni precedenti.

Nei primi mesi del 2026 questa tendenza ha vissuto una drammatica accelerazione della pulizia etnica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono stati registrati oltre 540 attacchi da parte dei coloni, che hanno causato 33 morti. Più di 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, mentre sono state distrutte oltre 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, compromettendo l’accesso all’acqua in 32 comunità palestinesi.

Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha denunciato che questi numeri rappresentano “il costo umano dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana, che si manifestano sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo”.

Non è solo Oxfam a denunciare il pericolo per la pace e i diritti umani rappresentato dal sionismo internazionale. L’ultimo rapporto di Explosive Weapons Monitor, organizzazione che monitora l’effetto delle armi esplosive nel mondo, l’IDF è responsabile di oltre la metà di tutte le morti civili causate da questo tipo di armamenti nel 2025.

Lo studio evidenzia che l’uso di armi esplosive negli attacchi contro gli aiuti umanitari è aumentato del 52% nel 2025, e il 90% di essi è avvenuto nei territori palestinesi, con il chiaro obiettivo di affamare sistematicamente la loro popolazione. L’organizzazione denuncia la progressiva normalizzazione delle sofferenze inflitte ai civili nei conflitti odierni.

Intanto, Tel Aviv è in procinto di approvare uno stanziamento di 350 milioni di dollari per creare 61 nuovi insediamenti illegali nella West Bank. Dietro questo piano di colonizzazione c’è ovviamente il ministro delle Finanze Smotrich, e le nuove strutture sono pensate per dare continuità territoriale all’occupazione sionista, e per mettere un’ulteriore pietra tombale su qualsiasi ipotesi di stato palestinese.

A rimarcare che il primo nemico di qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese, secondo la formula di “due popoli, due stati”, è proprio Israele.

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17/04/2026

Meta accusata di monetizzare le piattaforme estremiste israeliane

Un nuovo rapporto del gruppo palestinese per i diritti digitali 7amleh accusa Meta di gestire un sistema a due livelli che monetizza l’incitamento alla violenza da parte dei coloni israeliani. Un sistema che esclude sistematicamente i palestinesi dagli stessi strumenti social generatori di reddito.

Il rapporto, pubblicato lunedì, rivela come Meta permetta a pagine israeliane di estrema destra, account affiliati ai coloni e media estremisti di generare entrate attraverso le sue piattaforme, anche mentre pubblicano contenuti violenti e razzisti contro i palestinesi.

Nadim Nashif, CEO e cofondatore di 7amleh, ha detto a The New Arab che Meta sta “permettendo contenuti violenti che violano i propri standard comunitari, incentivando i proprietari delle pagine a continuare a creare contenuti razzisti e violenti dando loro soldi per tali contenuti”

Il cofondatore di 7amleh ha denunciato che il colosso dei social media sta di fatto trasformando ciò che dovrebbe essere vietato in un modello di business redditizio per i suoi autori.

Il rapporto documenta decine di pagine israeliane di destra che beneficiano degli schemi di monetizzazione di Meta, che permettono agli utenti di generare entrate dai contenuti che producono e condividono.

Le piattaforme ne includono alcune direttamente collegate al movimento dei coloni e alla promozione di espansioni illegali degli insediamenti e attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tra questi c’è la pagina Hilltop Youth, che rappresenta un gruppo organizzato di coloni israeliani estremisti che abitano avamposti illegali e che hanno frequentemente partecipato agli sfratti di palestinesi dalle loro terre.

Un’altra è la pagina di Yeshurun Bartov, un colono israeliano che vive nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona di Jenin, che promuove la sua agenzia turistica che offre tour alle sorgenti d’acqua in Cisgiordania e ha più di 10.000 follower su Facebook.

“Questo è il tipo di contenuto che viene monetizzato e promosso da Meta, senza fare domande”, osserva Nashif.

Altre pagine monetizzate hanno affiliazioni con figure pubbliche di estrema destra.

Un esempio di rilievo è la pagina di Yoav Eliasi, noto come “L’Ombra”: un rapper israeliano che usa la sua piattaforma per promuovere messaggi politici violenti e immagini disumanizzanti dei palestinesi.

Il rapporto osserva inoltre che altri beneficiari dei programmi di monetizzazione di Meta includono agenzie governative israeliane, che non dovrebbero essere idonee alla monetizzazione secondo le politiche della piattaforma.

Questo panorama della monetizzazione si trova in un contesto di violenza crescente e di radici sempre più profonde negli insediamenti.

Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono aumentati dalla guerra contro Gaza, e in particolare durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

L’espansione degli insediamenti e degli avamposti su terre palestinesi si è accelerata negli ultimi due anni, con 41 nuovi insediamenti approvati o legalizzati solo nel 2025 e almeno 44 comunità palestinesi sfollate quell’anno, colpendo più di 2.900 palestinesi.

“I palestinesi sono stati trattati in modo discriminatorio, in modo oppressivo, fin dall’inizio di Meta”, afferma Nashif, sottolineando che Nashville, conosciuta anche come il Centro Arabo per il Progresso dei Social Media, documenta tali violazioni da oltre un decennio, in particolare il silenziamento delle narrazioni e delle reti mediatiche palestinesi.

Nashif osserva inoltre che i contenuti ebraici hanno iniziato a essere sistematicamente soggetti a moderazione solo a settembre 2023, mentre l’arabo è stato moderato da più di un decennio.

Di conseguenza, sostiene, le persone in “Israele” si sono abituate a vedere il discorso violento come parte dei loro feed quotidiani e, come mostra il nuovo rapporto, alcuni ora vengono anche pagati per esso.

I contenuti palestinesi esclusi dagli schemi di monetizzazione

Al contrario, 7amleh sottolinea che i palestinesi sia nella Cisgiordania occupata che nella Striscia di Gaza assediata sono sistematicamente esclusi dagli stessi schemi di monetizzazione basandosi esclusivamente sulla loro posizione geografica.

Ciò significa che ai contenuti prodotti da giornalisti, creatori, media palestinesi e organizzazioni della società civile è negato “strutturalmente l’accesso agli strumenti economici disponibili ad altri, anche quando il loro contenuto è professionale e conforme alle politiche” di Meta. 

L’organizzazione denuncia che ciò riflette un modello più ampio di “pratiche sproporzionate di moderazione dei contenuti rivolte ai contenuti palestinesi”, che si è intensificato durante il genocidio a Gaza, con resoconti che documentano eventi che hanno subito rimozioni, sospensioni e censura algoritmica.

Il rapporto conclude che le politiche di Meta “creano un sistema duplice: da un lato, la partecipazione digitale ed economica palestinese è soppressa; dall’altro, le pagine che promuovono attività di insediamento, violenza e incitamento contro i palestinesi sono ricompensate finanziariamente”

Parlando con The New Arab, Nashif è stato diretto su ciò che deve cambiare: “Meta deve occuparsi di tutti i creatori di contenuti e media che usano uno standard: vogliamo smettere con il doppio standard di gestire la monetizzazione in base alla loro etnia. Assumiti la responsabilità, non mandare loro soldi”.

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18/03/2026

In Cisgiordania ormai è pulizia etnica. 36mila palestinesi sfollati. Aggressioni di coloni e militari israeliani

La famiglia palestinese Bani Awda si stava avvicinando alla cittadina di Tammun proprio mentre una unità speciale di polizia sotto copertura stava entrando in città per effettuare un’irruzione e arresto.

I militari hanno aperto il fuoco. Nel giro di pochi istanti, Bani Awda, 37 anni, sua moglie Wa’ad, 35 anni, e due figli Mohammed, 5 anni, e Othman, 7 anni, sono morti per colpi di arma da fuoco alla testa. Gli altri due bambini in macchina, Mustafa, 8 anni, e Khaled, 11 anni, sono rimasti feriti.

Il palestinese Amir Moatasem Odeh, 28 anni, del villaggio di Qusra è morto per ferite da arma da fuoco, mentre altri due residenti locali sono rimasti feriti in un attacco dei coloni israeliani.

A sud di Hebron una bambina palestinese di 5 anni è stata investita da un’auto guidata da un colono israeliano che usciva dall’insediamento di Carmel in Cisgiordania venerdì pomeriggio. È stata ricoverata in ospedale con una lacerazione al volto.

La bambina, Siwar Salem Hthaleen, è stata investita da un’auto nel villaggio di um al-Khair nelle colline del sud di Hebron, un focolaio di attività di coloni estremisti. Il conducente inizialmente ha lasciato il luogo dell’incidente senza aspettare l’arrivo della polizia, ma è poi tornato, hanno riferito gli attivisti per i diritti civili che hanno assistito all’incidente, aggiungendo che il colono non è stato arrestato.

Secondo un rapporto dell’Onu reso pubblico martedì, il numero di palestinesi costretti da Israele a lasciare le proprie case nella Cisgiordania occupata è aumentato del 25 percento tra il 1° novembre 2024 e il 31 ottobre 2025.

Nel periodo preso in esame, più di 36.000 palestinesi sono stati sfollati. Il rapporto ha registrato 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni che hanno causato vittime o distruzione di proprietà, in aumento rispetto ai 1.400 del periodo precedente – un aumento di quasi il 25 percento.

Gli attacchi includevano molestie costanti, intimidazioni e la distruzione di case, terreni agricoli e mezzi di sussistenza palestinesi.

“La violenza dei coloni è continuata in modo coordinato, strategico e in gran parte incontestato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o abilitare questo comportamento”, si legge nel rapporto, rendendo difficile distinguere tra violenza statale e violenza dei coloni.

L’impunità di lunga data e pervasiva sta “facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi”, è scritto nel rapporto.

Gran parte dello sfollamento è avvenuto nelle parti settentrionali del territorio. Circa 32.000 palestinesi furono costretti a lasciare i campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams e Far’a durante i vasti assalti militari israeliani.

“Lo sfollamento di oltre 36.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata ha rappresentato l’espulsione di massa dei palestinesi su una scala mai vista prima, equivalendo a un trasferimento illegale vietato dal diritto internazionale umanitario”, ha detto il rapporto.

La violenza ha raggiunto il picco intorno al raccolto delle olive di ottobre, una stagione economica cruciale per gli agricoltori palestinesi.

Il rapporto ha documentato 42 attacchi di coloni che hanno ferito 131 palestinesi, tra cui 14 donne e un ragazzo, segnando il bilancio mensile più alto da quando sono iniziate le registrazioni nel 2006.

Gli assalti quotidiani da parte di coloni armati, soldati israeliani e “soldati coloni”, molti armati e addestrati dallo Stato, hanno trasformato il raccolto del 2025 nel peggior degli ultimi decenni.

In diverse comunità, la violenza ha spinto le famiglie a fuggire. Alcuni attacchi hanno diviso famiglie, con donne e bambini costretti a lasciare le proprie case mentre gli uomini sono rimasti per cercare di proteggere terre e proprietà.

“Lo sfollamento nella Cisgiordania occupata, che coincide con il vasto sfollamento dei palestinesi a Gaza, da parte dell’esercito israeliano, sembra indicare una politica concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a uno spostamento permanente, sollevando preoccupazioni per una pulizia etnica”, afferma il rapporto

Il rapporto avverte inoltre che le comunità beduine a nord-est di Gerusalemme Est occupata affrontano un rischio maggiore di espulsione mentre le autorità di occupazione israeliane avanzano con nuovi piani di insediamento. Ha sottolineato che il trasferimento illegale di popolazioni protette è un crimine di guerra ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra e può anche costituire un crimine contro l’umanità.

Anche l’espansione degli insediamenti si è accelerata notevolmente. Le autorità israeliane hanno anticipato o approvato 36.973 unità abitative negli insediamenti di Gerusalemme Est e circa altre 27.200 nel resto della Cisgiordania.

Il periodo di riferimento ha visto anche la creazione di 84 nuovi avamposti per insediamenti, insieme all’espansione nell’Area B, che rientra sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese secondo gli accordi di Oslo.

Dall’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023, soldati e coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.071 palestinesi in tutta la Cisgiordania, secondo le ultime cifre ONU.

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30/12/2025

Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana

25 giugno. Il villaggio di Kafr Malek si trova sui ripidi pendii del Tall Asur, la cui cima è la quarta più alta tra le montagne della Palestina. Il 23 giugno, Amar Hamayel, un abitante del villaggio, è stato colpito alla schiena. Testimoni affermano che i soldati gli hanno sparato mentre si nascondevano dietro i pini.

Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.

Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.

Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.

10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.

Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.

La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge. 

7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.

Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne ​​della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.

Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.

Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.

Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.

Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.

Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.

13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.

La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.

Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.

Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.

La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.

La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.

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23/12/2025

Per i palestinesi non c’è alcun cessate il fuoco. Gli israeliani sparano ovunque

Nessun cessate il fuoco è in corso a Gaza. Si spara, si bombarda e si avanza con i carri armati. I droni israeliani hanno ucciso stamattina due palestinesi a nord di Gaza città. A Jabalia, i carri armati hanno sparato contro gli sfollati.

Bombardamenti con l’artiglieria su Khan Younis, Rafah, Hayy Zeitoun e est di Gaza città. Conto il quartiere Hay Tuffah sono stati usati gli elicotteri, che hanno sparato contro la folla.

Le operazioni di demolizione delle costruzioni vanno ad una velocità impressionante, con l’uso di bombardamenti aerei, robot esplosivi e bulldozer. Obiettivo: costringere i palestinesi ad andarsene.

Il rapporto del ministero della sanità riferisce di 12 persone uccise ieri. È il terzo giorno consecutivo dove il numero delle vittime è a doppia cifra.

Il relatore Onu per il diritto all’abitazione ha dichiarato: “Non c’è un cessate il fuoco a Gaza e Israele insiste nel vietare l’ingresso degli aiuti. Per far fronte al freddo ed alle piogge bisogna permettere l’ingresso dei caravan e le case prefabbricate, che sono lì ai valichi, ma bloccati. Tutte le nostre richieste avanzate ufficialmente al governo israeliani sono state respinte”.

Cisgiordania

13 famiglie palestinesi sono condannate alla vita senza dimora. Le forze israeliane dall’alba di oggi hanno preso possesso di un quartiere di Selwan, nei pressi della Moschea di Al-Aqsa. L’operazione mira alla demolizione di una palazzina abitata da decenni.

Domenica sera, due giovani palestinesi sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco sparati dall’esercito di occupazione israeliano a nord di Gerusalemme occupata, e altri tre sono rimasti feriti in un attacco da parte di coloni israeliani nella Cisgiordania settentrionale, mentre 917 coloni hanno preso d’assalto la moschea di Al-Aqsa.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che due giovani sono stati colpiti dall’esercito di occupazione mentre cercavano di attraversare il muro dell’apartheid nella città di Al-Ram, a nord di Gerusalemme occupata, nell’ambito di una serie di ripetuti attacchi quotidiani da parte di Israele.

Secondo i dati della Federazione generale dei lavoratori palestinesi, in due anni, 44 lavoratori sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano e più di 32.000 altri sono stati arrestati, all’interno dei loro luoghi di lavoro o mentre cercavano lavoro.

I coloni ebrei israeliani hanno compiuto irruzioni in diversi villaggi palestinesi, scortati dall’esercito ed in uno dei casi accompagnati da una ministra. Domenica sera, infatti, decine di coloni, accompagnati dalla ministra per gli insediamenti Orit Strock, hanno preso d’assalto la zona di Tarousa, situata tra le città di Dura e Deir Samet, a ovest di el Khalil (Hebron), dove hanno eretto una menorah e hanno eseguito riti talmudici nella zona.

Fonte

13/11/2025

Il genocidio dei palestinesi si è fermato solo sui mass media

Sbaglia grossolanamente chi pensa che il genocidio contro il popolo palestinese si sia interrotto con il Piano Trump su Gaza. Nonostante lo sforzo dei mass media occidentali di veicolare questo scenario, la realtà sul campo – a Gaza come in Cisgiordania – racconta cose ben diverse.

Il corrispondente di Al-Jazeera da Gaza riferisce che questa mattina [ieri -ndR] gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato 3 raid a nord-est della città di Beit Lahia all’interno delle aree della linea gialla nella Striscia di Gaza.

Secondo quanto riporta Maha Husseini su Middle East Eye, le forze armate israeliane hanno ucciso almeno 242 palestinesi dall’entrata in vigore della tregua l’11 ottobre, inclusi decine di bambini.

Gli attacchi israeliani hanno colpito il centro e l’est della Striscia di Gaza, mentre il blocco dei rifornimenti alimentari e sanitari rimane pressoché totale: a Gaza entrano solo 150 camion di aiuti al giorno, ossia un quarto di quelli previsti, e mancano cibo, medicinali e carburante.

La popolazione è sottoposta anche ad una martellante e ossessiva guerra psicologica. I droni israeliani continuano a sorvolare i quartieri trasmettendo messaggi intimidatori e suoni distorti, ordinando ai civili di “consegnare i corpi” dei prigionieri israeliani. «Sembrano volerci ricordare che possono colpirci in ogni momento», spiega Anas Moeen a Middle East Eye, un palestinese di Gaza City.

I carri armati israeliani restano all’interno del territorio palestinese, e le sparatorie si susseguono con intensità crescente: «A volte – racconta Moeen – un soldato tiene il dito sul grilletto per quindici minuti di fila».

Per i palestinesi, dunque, la tregua esiste solo sulla carta. Il rumore delle esplosioni, la fame e la paura continuano a scandire la quotidianità di una popolazione stremata da due anni di guerra e da un assedio che non si è mai interrotto.

Manar Jendiya, originaria di Gaza City, ha perso il marito durante una delle “stragi della farina” e la sorella due settimane fa, in un bombardamento successivo alla tregua. Ora vive con i figli in una scuola di fortuna: “Il genocidio si è fermato solo nei media – per noi continua ogni giorno”.

In Cisgiordania anche martedì sera, si è assistito ad una serie di attacchi e incursioni effettuati da coloni e soldati israeliani, che hanno colpito in diverse aree provocando feriti, arresti e ingenti danni materiali, mentre i coloni continuano a prendere d’assalto la moschea di Al-Aqsa. Un video mostra l’assalto e l’incendio di un camion per il trasporto di latte palestinese da parte di un gruppo di coloni.

Le forze di occupazione israeliane, accompagnate da un bulldozer, hanno preso d’assalto la città di Silwan (a sud di Gerusalemme) per effettuare delle demolizioni di case palestinesi.

L’esercito israeliano ha aperto il fuoco all’interno del campo di Tulkarem, le forze di occupazione hanno continuato a prendere d’assalto le città di Al-Sila Al-Harithiya e di Al Yamun, a ovest di Jenin. I militari israeliani hanno trasformato due case nella città di Ya’bad, a sud-ovest di Jenin, in due caserme militari, dopo aver costretto i loro residenti a evacuarle con la forza, portando a 7 il numero di case sequestrate dalle forze di occupazione e trasformate in caserme militari.

I palestinesi hanno opposto resistenza nel villaggio di Tayasir a nord di Tubas, lanciando bottiglie molotov contro i veicoli militari israeliani.

Il Times of Israel riferisce che, secondo le stesse autorità della difesa israeliana, si sono verificati 704 episodi di aggressioni dei coloni (definite “crimine nazionalistico”) dall’inizio dell’anno, rispetto ai 675 di tutto il 2024, i cui colpevoli sono raramente arrestati o perseguiti.

Il Times of Israel, riporta che decine di coloni israeliani hanno lanciato un attacco incendiario su larga scala contro i palestinesi in Cisgiordania martedì, prendendo di mira fabbriche e terreni agricoli tra le principali città di Nablus e Tulkarem.

Secondo l’esercito, i soldati hanno arrestato diversi coloni israeliani che hanno partecipato all’attacco dopo che le truppe sono state chiamate sulla scena. I sospetti sono stati poi trasferiti alla polizia israeliana, che ha annunciato di aver preso in custodia quattro cittadini israeliani per interrogarli.

Dopo gli arresti, l’IDF ha detto che le sue truppe sono state attaccate da un gruppo di coloni in una vicina zona industriale dove i sospetti erano fuggiti, e che un veicolo militare è stato vandalizzato.

Sul piano Trump per Gaza fonti diplomatiche informate hanno rivelato ad Al Quds news che gli Stati Uniti hanno iniziato a distribuire una bozza di risoluzione “rivista” agli Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite relativa a un piano per porre fine alla guerra a Gaza.

La nuova bozza delinea le caratteristiche dettagliate per la fase del “giorno successivo” dopo la guerra.

Secondo le indiscrezioni, la versione rivista esorta “tutte le parti” coinvolte a iniziare ad attuare questo piano “immediatamente e completamente”.

La bozza americana propone di istituire un “Consiglio di pace”, che il testo descrive come un “organo di governo transitorio” incaricato di supervisionare la gestione degli affari a Gaza.

Per garantire le condizioni di sicurezza sul terreno, la bozza di risoluzione consente la formazione di una “forza internazionale di stabilizzazione”, che sarà posta sotto un “comando unificato”.

Le fonti hanno indicato che queste forze opereranno in diretto coordinamento sia con l’Egitto che con Israele per raggiungere due obiettivi principali: le operazioni di disarmo e fornire un’efficace protezione ai civili.

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21/09/2025

Cisgiordania divisa con oltre 900 barriere e posti di blocco

di Michele Giorgio

La tv Canale 14, megafono della destra israeliana, ogni giovedì aggiorna una classifica molto particolare: quella dei ministri e deputati che si stanno impegnando di più per l’estensione ufficiale della sovranità israeliana alla Cisgiordania sotto occupazione, ossia per l’annessione unilaterale del territorio palestinese allo Stato ebraico.

L’aggiornamento avviene nel contesto dei preparativi della risposta che Israele darà alla decisione di vari paesi occidentali di riconoscere, la prossima settimana all’Onu, lo Stato di Palestina. I ministri del Likud, il partito di Benyamin Netanyahu, da alcuni giorni sono ai vertici della classifica grazie all’adozione di una serie di misure concrete, tra cui lo stanziamento di fondi per la protezione dei coloni e il riconoscimento della yeshiva di Homesh, l’insediamento demolito da Ariel Sharon nel 2005 e ora in via di ricostruzione.

In fondo alla classifica c’è il parlamentare religioso Moshe Gafni, che ha totalizzato 0 punti e al quale, come ad altri politici haredim (ultraortodossi), l’annessione della Cisgiordania interessa poco.

In attesa dell’inizio dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu, che il governo Netanyahu e il mondo politico israeliano considerano un fronte di guerra come Gaza, in Cisgiordania vanno avanti i piani per l’annessione e l’isolamento di città e villaggi nel quadro della costituzione di bantustan a tutti gli effetti.

Ogni giorno vengono montate barriere e sbarre e allestiti posti di blocco militari sulle strade da e per i centri abitati palestinesi allo scopo di limitare e controllare i movimenti della popolazione. Assieme a ciò si intensificano i raid dell’esercito, specie durante la notte, che si concludono con la detenzione di palestinesi «ricercati», e quelli dei coloni che dai loro avamposti prendono di mira villaggi, campi coltivati e allevamenti isolati.

«Solo negli ultimi due giorni l’occupazione ha installato 28 barriere agli ingressi di villaggi e città» ha riferito Ayed Marar della «Commissione per la Resistenza al Muro e alle Colonie». Parlando al Watan Media Network, Marar ha aggiunto che le forze armate israeliane «sono ormai al servizio dei coloni e degli insediamenti e al contempo complicano la vita dei palestinesi».

Ha sottolineato inoltre che Israele non nasconde più il suo fine di cacciare via i palestinesi: «l’occupazione non si accontenta più di dividere la Cisgiordania in tre cantoni, è andata oltre, dividendo le città dai villaggi, e ogni villaggio è ora separato e isolato dai suoi vicini tramite un cancello che si apre e si chiude su ordine dei soldati e con sistemi elettronici».

Le barriere, afferma un altro attivista, Amir Daoud, «non sono più usate per separare i centri abitati palestinesi dalle strade principali, piuttosto separano internamente le stesse comunità». Ogni villaggio e ogni città, dice Daoud, «ha al suo ingresso una pesante barriera di ferro che può essere chiusa facilmente e in qualsiasi momento».

Sbarre e barriere sono state montate tra Betlemme e Al-Khader, tra Beit Sahour, Dar Salah e Al-Ubeidiya, e più recentemente agli ingressi di Al-Ram e Al-Eizariya, nonché tra villaggi e città a ovest di Ramallah. Il numero di varchi militari e posti di blocco di ogni tipo in Cisgiordania ha raggiunto quota 912.

«Israele mette da parte i cumuli di terra e i blocchi di cemento per impiegare la sorveglianza elettronica, la chiusura dei cancelli da remoto e l’installazione di telecamere di controllo tra i centri abitati palestinesi», conclude Daoud, ricordando che durante la Seconda Intifada si parlò di un piano israeliano per dividere la Cisgiordania in 64 cantoni, con gli spostamenti da un’area all’altra solo attraverso posti di blocco militari.

La pressione militare sulla Cisgiordania è ulteriormente cresciuta ieri dopo l’attacco armato al Ponte di Allenby, il valico tra Cisgiordania e Giordania controllato da Israele, compiuto da un camionista giordano che ha ucciso due soldati israeliani. L’attentatore trasportava aiuti umanitari giordani destinati alla Striscia di Gaza. Ieri sera l’esercito e vari politici invocavano lo stop al transito delle merci necessarie per sfamare i palestinesi di Gaza.

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31/07/2025

Ucciso da un colono israeliano uno degli attivisti di “No Other Land”

Dopo essere stato trasportato d’urgenza in ospedale per ferite da arma da fuoco, è morto Awdah Hathaleen, famoso attivista e giornalista palestinese presente anche nel documentario premio Oscar “No Other Land”. L’assassino è un colono israeliano, anche lui famoso, ma per essere un esempio di cosa significa il sionismo in Cisgiordania.

L’omicidio è avvenuto a Umm al‑Khair, villaggio vicino a Hebron protagonista del film acclamato a livello internazionale. In un video si vede il colono Yinon Levi urlare contro Awdah Hathaleen, sventolando una pistola in mano, caricandola, e infine sparando, certo dell’impunità che continuerà a godere.

Su di lui erano state poste delle sanzioni proprio per le violenze perpetrate sui palestinesi, sia da parte degli USA sia da parte di UE e Regno Unito, ma quelle di Washington sono state revocate appena Trump è arrivato alla Casa Bianca. Anche le altre del resto dell’Occidente, comunque, si sono rivelate evidentemente inutili a fermare la mano di Levi.

A diffondere il video dell’omicidio è stato Yuval Abraham, uno dei registi israeliani di “No Other Land”. Un altro co-regista, Basel Adra, ha commentato: “il mio caro amico Awdah è stato massacrato questa sera. Era in piedi davanti al centro comunitario del suo villaggio quando un colono ha sparato un proiettile che gli ha trapassato il petto e gli ha tolto la vita. È così che Israele ci cancella – una vita alla volta”.

Adra mette in chiaro il fatto che è Israele che sta portando avanti questo stillicidio di vite, anche in Cisgiordania, come parte del genocidio del popolo palestinese. Infatti, Levi non era da solo, ma era solo uno dei coloni che hanno attaccato il villaggio di Umm al‑Khair. Tutto è partito da un bulldozer guidato da un colono contro terreni e proprietà dei palestinesi.

Quando il giovane ha chiesto al colono di fermarsi, è stato travolto dal bulldozer. A quel punto, i palestinesi hanno cominciato a lanciare pietre, a cui Levi ha risposto con la pistola. Questa non è una scena inusuale, ma è quello che succede da decenni in Cisgiordania, dove da ottobre 2023 sono stati uccisi oltre mille palestinesi.

Le forze armate israeliane hanno arrestato quattro palestinesi, oltre a due turisti stranieri che si trovavano sul luogo. Secondo le autorità sioniste, a seguito dell’accaduto è stata confermata la morte di un palestinese, mentre l’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito di un secondo palestinese trasportato in ospedale in ambulanza.

Levi sarebbe stato preso in custodia dalla polizia per essere interrogato, ma senza alcuna accusa formale a suo carico. Repubblica riporta che è stato poi posto ai domiciliari e iscritto tra gli indagati per omicidio colposo, ma si difende affermando di aver agito per legittima difesa. La polizia ha però chiesto al tribunale di sospendere la sua decisione.

Come se non bastasse, Wafa riporta che l’esercito sionista ha fatto irruzione al corteo funebre per Hathaleen, dichiarando l’area zona militare, aggredendo i partecipanti e costringendoli a disperdersi. Questa è la vita quotidiana nella Cisgiordania occupata dai coloni israeliani, mentre la Knesset ha da poco votato la definitiva annessione di tutta la regione, contro ogni disposizione del diritto internazionale.

“I coloni stanno lavorando dietro le nostre case e hanno cercato di tagliare la conduttura principale dell’acqua per la comunità”, ha detto Hathaleen nel suo ultimo messaggio. È evidente che il problema non può essere risolto da sanzioni individuali poiché è in un sistema di apartheid e impunità che continua a nutrirsi del sostegno diplomatico, economico e militare a Tel Aviv.

Anche il tardivo riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Francia e Regno Unito (che non avverrà prima di settembre) elude il problema politico della politica suprematista e coloniale di Israele, e il fatto che presto non ci sarà più alcun popolo per lo Stato di Palestina.

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16/07/2025

L’ennesimo crimine sionista impunito nella Cisgiordania occupata

L’ 11 luglio, nella zona di Sinjil, a nord-est di Ramallah, si è consumato un nuovo crimine compiuto da coloni israeliani contro i civili palestinesi. Due giovani, Mohammed Shalabi e Saif al-Din Maslat, quest’ultimo anche cittadino statunitense, sono stati uccisi: il primo colpito da un proiettile al torace, il secondo percosso selvaggiamente e deceduto poco dopo per le gravi ferite riportate. Ventisette altri palestinesi sono rimasti feriti durante l’attacco, che ha preso di mira una manifestazione pacifica contro l’espansione delle colonie israeliane.

La protesta era stata organizzata dagli abitanti dei villaggi di Sinjil e al-Mazra’a ash-Sharqiya, assieme ad attivisti per i diritti umani, palestinesi e internazionali. Dopo la preghiera del venerdì, decine di persone si erano radunate nella zona di Jabal Tal al-Baten per opporsi alla recente creazione di un nuovo avamposto coloniale. Ma poco dopo l’arrivo sul posto, un gruppo di coloni, molti dei quali armati, ha aggredito violentemente i manifestanti con bastoni, pietre e manganelli. Una seconda ondata di aggressori, giunti in veicoli fuoristrada, ha circondato i partecipanti, trasformando il sit-in pacifico in una caccia all’uomo.

Secondo le testimonianze raccolte dal Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), durante la fuga i manifestanti sono stati inseguiti e assaliti da altri gruppi armati di coloni. Le ambulanze palestinesi che cercavano di raggiungere i feriti sono state attaccate: una è stata colpita con pietre e bastoni e le sono stati infranti i vetri. Diverse squadre mediche sono state bloccate e picchiate, mentre alcuni attivisti internazionali venivano arrestati o trattenuti.

Mohammed Shalabi, 23 anni, è stato dato per disperso nel caos seguito all’aggressione. L’ultima comunicazione con la madre è stata una telefonata di appena venti secondi, durante la quale si sono udite solo urla e colpi, poi il silenzio. La sua famiglia, inizialmente è stata informata che il figlio era stato arrestato dall’esercito, ha poi ricevuto la smentita: il suo nome non figurava tra i detenuti. Solo dopo una lunga ricerca, il corpo senza vita del giovane è stato ritrovato alle 22:15 nell’area di Bir al-Tal, a quattro chilometri di distanza dal luogo dove poche ore prima era stato trovato, in gravissime condizioni, Saif al-Deen Maslat.

Maslat, 23 anni, cittadino statunitense e residente a al-Mazra’a ash-Sharqiya, era tornato in Palestina solo tre settimane prima per una visita familiare. Ritrovato con segni evidenti di percosse alla testa, al petto e alla schiena, ha perso conoscenza durante il trasporto verso l’ambulanza, ed è morto poco dopo essere giunto al Palestine Medical Complex di Ramallah.

Un testimone oculare, anch’egli ferito, ha riferito agli operatori del PCHR di aver visto Saif al-Din aggredito da coloni armati, e di aver udito spari provenienti dall’area in cui più tardi sarebbe stato ritrovato anche il corpo di Mohammed Shalabi. Lo stesso testimone ha raccontato che i coloni gli avevano intimato di informare il villaggio che “avevano già ucciso due persone”.

Il PCHR denuncia come questo massacro non sia un episodio isolato, ma parte integrante di una strategia sistematica volta a svuotare i villaggi palestinesi nei pressi delle colonie per favorire l’espansione degli insediamenti coloniali.

Non è la prima volta che un cittadino statunitense di origine palestinese viene ucciso in Cisgiordania. Nel maggio 2022, l’esercito israeliano ha colpito a morte la giornalista Shireen Abu Akleh mentre documentava un’operazione militare a Jenin, nonostante indossasse un giubbotto con la scritta “PRESS”. Nel gennaio dello stesso anno, l’ottantenne palestinese-americano Omar As’ad morì dopo essere stato arrestato e abbandonato legato in strada dai soldati israeliani, durante una notte gelida. Anche in quei casi, nessuna indagine internazionale è stata portata avanti, né si sono registrate reazioni significative da parte dell’Amministrazione statunitense.

Anche il recente omicidio della nota attivista per i diritti umani Aysenur Ezgi Eygi, avvenuto in Cisgiordania nei pressi di Nablus, non ha suscitato alcuna condanna da parte di Washington, nonostante fosse una cittadina americana e figura di rilievo nella mobilitazione internazionale a favore della Palestina.

Secondo il PCHR, il crimine di Sinjil costituisce una grave violazione del diritto internazionale, in particolare della IV Convenzione di Ginevra del 1949 che vieta il trasferimento della popolazione civile dell’occupante nei territori occupati (art. 49) e impone all’occupante l’obbligo di proteggere i civili. Le azioni coordinate tra IOF e coloni, l’uso sistematico della violenza, gli arresti arbitrari e l’impedimento ai soccorsi rientrano nella definizione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

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05/07/2025

Ora i coloni «monarchici» attaccano anche i soldati

Gerusalemme. L’Esercito, scriveva ieri Haaretz, «non ha ancora deciso» se indagare sugli spari che la scorsa settimana hanno ucciso tre giovani del villaggio palestinese di Kufr Malik, assaltato da decine di coloni israeliani armati. Non sorprende. E comunque, le indagini sulle uccisioni di palestinesi da parte di soldati e coloni sono sempre state rare e si concludono, denuncia l’ong B’Tselem, quasi sempre con l’archiviazione.

Invece, sono in corso – almeno per ora – le indagini sui ripetuti attacchi compiuti da coloni, sempre nell’area di Kufr Malik, contro soldati e poliziotti israeliani. Venerdì hanno lanciato pietre, stordito agenti con spray al peperoncino e tentato di travolgere i militari con le automobili; quindi, hanno attaccato il comandante del battaglione, accusato di essere un «traditore».

Il giorno successivo, i coloni hanno vandalizzato jeep militari, tagliato pneumatici, lanciato molotov e cercato lo scontro con i soldati, perché avrebbero in parte frenato – i palestinesi non lo confermano – i raid nei villaggi arabi. Infine, domenica, un gruppo ancora più numeroso ha preso d’assalto una base militare vicino a Ramallah, provocando gravi danni.

In apparenza, le condanne dell’accaduto sono state unanimi: dal capo di stato maggiore Eyal Zamir al premier Netanyahu, espressione della destra religiosa al potere. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha convocato una riunione urgente per «sradicare completamente la violenza anti-soldati». Persino il ministro della Sicurezza, Itamar Ben‑Gvir – egli stesso un colono – ha definito l’attacco ai soldati una «linea rossa» che non si può superare. L’opposizione, capeggiata dal centrista Yair Lapid, ha etichettato i violenti come «terroristi ebrei» e «gang criminali», ma si è riferita alle aggressioni a danno dei soldati e non anche alla popolazione palestinese in Cisgiordania.

Con un governo che li sostiene e li rappresenta, e un’opposizione che li condanna soltanto se attaccano i soldati, i coloni israeliani possono stare sereni: nessuno li toccherà. E le frange più radicali del loro movimento potranno rinforzare ulteriormente i ranghi nell’offensiva contro i palestinesi e, in seconda battuta, per trasformare progressivamente Israele in una monarchia.

La monarchia ebraica che dovrebbe prendere il posto dello Stato di Israele – figlio del sionismo, ma «moderno» – non è la proposta di un manipolo di fanatici desiderosi di realizzare il racconto biblico. «Sono più numerosi che in passato i coloni che vorrebbero un sovrano con diritti straordinari e una monarchia senza elezioni né un’Alta Corte di Giustizia», dice al manifesto l’analista Michael Mikado Warshawsky, esperto di destra religiosa.

«Quanto siano cresciuti numericamente non è facile dirlo – aggiunge – di sicuro oggi hanno amici e sostenitori in parlamento e nel governo. E mentre traggono sostegno, finanziamenti e vantaggi dallo Stato di Israele, allo stesso tempo vorrebbero trasformarlo. Per questo prendono di mira anche i soldati: li ritengono strumenti di uno Stato che, pur definendosi ebraico, non rispetterebbe, o lo fa solo in parte, l’antica legge ebraica».

Il laboratorio della monarchia ebraica è il collegio rabbinico Od Yosef Hai, nell’insediamento coloniale di Yitzhar, a pochi chilometri da Nablus. Lì, nel 2009, è stato pubblicato il libro Torat Hamelech («La Torah del Re») dei rabbini Yitzhak Shapira e Yosef Elitzur, dedicato all’istituzione di una monarchia ebraico-religiosa che dovrebbe sostituire lo Stato di Israele, efficace quando si tratta di negare i diritti ai palestinesi, ma distante dalla visione divina di redenzione.

Verrebbe perciò rimpiazzato da un regno governato non da parlamenti o elezioni, ma da leggi religiose ebraiche e da un re onnipotente, in cui gli ebrei avrebbero diritti aggiuntivi e i non ebrei non potrebbero ricoprire cariche pubbliche. «Torat Hamelech» autorizza lo spargimento di sangue non ebraico in determinate circostanze, e in alcuni casi anche quello degli ebrei.

Sebbene minoritari, questi coloni oggi esercitano un’influenza ideologica e politica significativa. «La visione teocratica dei coloni più radicali non è solo antipalestinese, è anche anti-statale. Da ciò si comprendono le aggressioni a soldati e poliziotti», afferma Warshawsky. «Al momento – conclude l’analista – si concentrano sull’attacco ai palestinesi, poi penseranno alla realizzazione della monarchia ebraica».

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22/04/2025

«È in atto il piano per cacciare i palestinesi dal sud di Hebron»

Gerusalemme. «I coloni israeliani vogliono queste colline, questi terreni per i pascoli, questa luce, questi tramonti, perché sono meravigliosi. Susiya è isolata, siamo lontani dai centri abitati più grandi, eppure per me resta il posto più bello del mondo», ci dice Mohammad mentre, nella sua abitazione fatta di legno e lamiere, ci offre un caffè.

Aspettiamo di intervistare Hamdan Ballal, vincitore di un premio Oscar assieme agli altri tre registi (il palestinese Basel Adra e gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor) del documentario No Other Land.

Lo scorso 25 marzo, Ballal è stato aggredito e ferito da coloni israeliani entrati nella sua abitazione a Susiya, poi è stato arrestato senza motivo dai soldati e liberato solo il giorno dopo. Mohammad, intanto, ci racconta di Susiya, della sua storia antica e dell’aumento delle scorribande dei coloni che da anni tentano di mettere fine all’esistenza del villaggio.

Vicende che riguardano tutta quell’area, Masafer Yatta, e le colline a sud di Hebron che Israele ha proclamato «zona di addestramento militare, 918».

La popolazione palestinese è a rischio di espulsione. Intorno regna il silenzio, rotto solo da un cane che abbaia e dal vento che soffia tra i teli stesi sopra le abitazioni per proteggerle dalla pioggia e dal freddo.

Nel frattempo, arriva Hamdan Ballal. Appare un po’ stanco, ma dopo tre settimane non mostra più sul viso e sulla testa i segni dell’attacco subito. «Sto meglio, mi sono ripreso e sono tornato al lavoro», dice. «Purtroppo, non è così per i miei bambini», aggiunge, «quel momento è stato durissimo per loro. Hanno visto il padre aggredito e poi arrestato senza alcun motivo dai soldati. Voglio che dimentichino, o almeno che sentano che le cose possono andare meglio».

Le cose però non vanno meglio, ogni giorno apprendiamo di nuovi raid a Um al Kheir, Jinba e altri villaggi di Masafer Yatta. Poche ore fa è stato ferito un altro palestinese.

Sì, è vero. Dopo che mi hanno attaccato, la situazione è addirittura peggiorata. I coloni sono entrati nel villaggio di Jinba e cinque abitanti sono stati feriti. Non basta. L’esercito è tornato di notte e ha distrutto tutto: la scuola, le case, le cucine, tutto. Qui a Susiya la violenza dei coloni non si limita ad attacchi alle persone o alle case. Va oltre. Da un po’ di tempo usano come arma persino le loro pecore: le portano a pascolare qui per distruggere le nostre coltivazioni.

Perché tanta pressione dei coloni sul tuo villaggio?

Dicono che è un luogo storico, biblico. E per questo vogliono cacciarci via. E usano varie strategie. Mentre ero in ospedale, ad esempio, mio nipote mi ha chiamato per dirmi che i coloni stavano facendo pascolare le loro pecore proprio fuori casa mia. Non importa se sei ferito o stai morendo, loro vanno avanti.

Pensi che l’aggressione che hai subito fosse collegata al premio Oscar?

Non ho una risposta certa, ad averla sono solo i miei aggressori. Tendo però a credere al collegamento con l’Oscar, perché mi colpivano alla testa, intenzionalmente. Come se volessero dirmi che pensare, ragionare, produrre informazioni, cultura e film non serviranno a mutare la mia condizione di occupato.

Qui comandiamo noi, hanno creduto di affermare. Non ne sono sicuro, però è questa la sensazione.

Allo stesso tempo, quanto mi è accaduto rientra nella strategia complessiva volta a cacciare tutti i palestinesi dalle colline a sud di Hebron. Il loro piano ha subito un’accelerazione. Prima, ad esempio, i coloni provenivano solo dalle zone vicine, ora sempre più spesso arrivano anche da altre parti della Cisgiordania.

C’è un crescente coordinamento tra quelli nel nord e quelli del sud. Si organizzano per attaccare insieme. Ci sono persone mai viste prima che partecipano agli attacchi.

A tuo avviso, il piano di espulsione generale della gente di Susiya e di tutta Masafer Yatta è sul punto di scattare?

Susiya ha ricevuto 43 ordini di demolizione. Oltre a questo, cosa possiamo aspettarci se non un atto di forza ampio e definitivo? I segnali sono evidenti e inquietanti. Ogni momento c’è un nuovo attacco. A Masafer Yatta tutti hanno paura. Quando mandano i bambini a scuola, hanno paura che i coloni facciano loro del male. I pastori, quando escono con le pecore, hanno paura per le loro famiglie a casa.

Conosciamo l’obiettivo di Israele, ma non possiamo immaginare quale sarà il prossimo metodo che userà contro di noi. Siamo indifesi, anche se gli attivisti internazionali e locali fanno del loro meglio per aiutarci.

A questo proposito, dopo che hai vinto il premio, alcuni palestinesi ti hanno criticato per aver realizzato No Other Land con degli israeliani, attuando una “normalizzazione tra occupato e occupante”.

Rispondo che sono cresciuto vedendo attivisti israeliani venire qui da più di vent’anni per sostenere i palestinesi. Molti di loro sono stati attaccati, imprigionati, alcuni sono stati feriti. Queste persone non sono dei normalizzatori, e con il tempo si è creato con loro un rapporto di fiducia.

Susiya è stato demolito tante volte, e chi c’era a ricostruirlo per permetterci di rimanere nella nostra terra? Gli attivisti israeliani più sinceri, quelli che credono che ciò che stiamo affrontando sia una pulizia etnica, l’apartheid. Sono pochissimi, è vero, ma lottano assieme a noi per la sopravvivenza di Susiya e di tutta Masafer Yatta.

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