Costretti a una precarietà che dura da ottanta anni, i palestinesi in Libano lottano per sopravvivere sognando il ritorno in Palestina
I dodici campi profughi presenti in Libano ospitano attualmente tra i 250.000 e i 300.000 palestinesi; si calcola che nel paese si trovino ancora un milione e trecentomila siriani (cifra ufficiale), per lo più nei cosiddetti “insediamenti informali” (leggi “tende”); le nuove ondate di sfollati provocate dalle ininterrotte aggressioni sioniste al Libano del sud rendono la situazione attuale ancora più grave.
Un numero così elevato di rifugiati pesa moltissimo in percentuale sulla esigua popolazione del Libano, che conta circa sei milioni di abitanti; i rifugiati vengono per lo più avvertiti come un corpo estraneo che rosicchia spazio e risorse (peraltro, gli spazi a loro concessi sono limitati e circoscritti per legge). Un importante fattore di squilibrio nella già difficile vita socio-politica libanese.
La delegazione dell’associazione “Per non dimenticare” ODV ha incontrato Ziad Abdel Samad, del Comitato per il dialogo libanese-palestinese, e Bassam al Quntar, esperto di diritti umani, del Comitato per i rifugiati palestinesi. Gli oratori confermano che le condizioni dei profughi peggiorano di giorno in giorno, e le prospettive sono pessime.
Dopo quasi ottanta anni di permanenza dei profughi palestinesi in Libano, non si registra nessun passo avanti per nessuna delle proposte di avanzamento nel campo dei diritti civili (ovviamente, l’accesso alla cittadinanza libanese e ai diritti politici non è neanche in discussione).
I rifugiati palestinesi vivono una pesantissima discriminazione nell’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, al diritto di proprietà della terra o di beni immobili, nella libertà di movimento. Sono chiusi tra l’incudine e il martello: il diritto al ritorno nella madrepatria è impedito dall’occupazione sionista, la richiesta di naturalizzazione in Libano negata dai libanesi stessi.
Gli oratori chiariscono risolutamente che nessun esponente di partito libanese farà mai apertamente dichiarazioni di ostilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. A chiacchiere, sono tutti favorevoli alle aperture e alla concessione di diritti.
Nei fatti, quando si tratta di decidere, vengono tirate fuori le più astruse obiezioni, bastoni tra le ruote per l’approvazione di qualsiasi legge a favore dei profughi, a ogni livello di potere, dai politici agli esponenti religiosi ai rappresentanti sindacali. Nella costituzione libanese non c’è nemmeno una definizione precisa di “rifugiato”; le leggi libanesi, dice al Quntar, sembrano scritte in funzione anti-palestinese.
L’ impressione è che la situazione sia arrivata a una impasse difficilmente superabile. La verità è che i palestinesi sono ospiti indesiderati in Libano e stanno perdendo pian piano e spesso a loro insaputa ogni tipo di diritto (vengono a saperlo dopo che la legge è stata approvata). Ogni volta che aumenta la “pressione” politica e militare nei paesi circostanti, il Libano ne risente immediatamente, e per i rifugiati la situazione si fa ancora più complicata.
Una associazione come Beit Atfal Assumoud, spiega Kassem al Aina, è registrata ufficialmente con un nome diverso (National Institute for Social Care and Vocational Training, ossia Istituto Nazionale per l’Assistenza Sociale e la Formazione Professionale), altrimenti non sarebbe riconosciuta legalmente. Beit Atfal Assumoud significa infatti “Casa del bambino della resistenza”. Ogni riferimento alla Palestina è malvisto in Libano.
I rifugiati palestinesi in Libano, vaso di coccio tra (presunti) vasi di ferro, sono costretti a rinunciare alla loro identità ma rimangono esclusi dai diritti. Un altro tassello, e non piccolo, sulla via della liquidazione della causa palestinese.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/09/2026
I rifugiati palestinesi in Libano
16/07/2026
È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?
Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.
Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.
I limiti e i bias dei modelli commercialiL’IA generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo.
In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono. Sono in gran parte addestrati da team dislocati negli Stati Uniti e istruiti per operare su varianti non specificate di testi in inglese”.
“La diffusione globale degli LLM, un prodotto ‘WEIRD’ (western, educated, industrialised, rich and democratic) rischia quindi di perpetuare i pregiudizi inconsci e i punti ciechi dei suoi creatori”, proseguono gli autori. “Il pericolo è che la loro visione del mondo venga presentata come la visione del mondo a una base di utenti globale, che si aspetta invece risultati neutrali da un programma informatico. Ma che dire del resto della popolazione mondiale, i cui repertori linguistici scritti e parlati non includono l’inglese? E che dire di quegli aspetti della cultura, della lingua e dell’esperienza che non sono ancora stati digitalizzati?”
Di opinione simile è Dima Saber, direttrice esecutiva di Meedan, un’organizzazione non-profit che sviluppa strumenti open source, programmi e ricerche per un’infrastruttura digitale più efficace ed etica. “Internet è fatto per uomini bianchi, della classe media, che parlano inglese. Di conseguenza, gli LLM o i bot vengono addestrati sugli stessi dati presenti in rete, riproducendo così le medesime disuguaglianze”, spiega Saber a Guerre di rete. “Esistono prove del fatto che gli LLM non solo funzionano meno bene nelle lingue diverse dall’inglese, ma anche che le risposte fornite sono piuttosto distorte e riproducono le disuguaglianze già esistenti sul web”.
Riprogettare i sistemiProprio per offrire alternative tecnologiche più trasparenti, situate e rispettose delle diversità, Dima Saber e il suo team hanno creato Suwali, un servizio di chatbot pensato per organizzazioni della società civile, redazioni indipendenti e altre realtà di pubblico interesse. L’obiettivo è permettere a queste organizzazioni di archiviare, valorizzare e rendere interrogabili patrimoni di conoscenza spesso sottorappresentati nei modelli mainstream, anche in lingue diverse dall’inglese. Utenti e lettori possono così rivolgere domande al chatbot e ottenere risposte in linguaggio naturale, basate però su un corpus circoscritto e verificabile.
È qui che Suwali si distingue dai servizi commerciali. Il sistema non attinge indistintamente a tutto il materiale disponibile online, ma lavora su una selezione di dati appartenenti alle singole organizzazioni: archivi, report, articoli e altri documenti da loro prodotti o scelti. Suwali è già utilizzato da diverse realtà, soprattutto nel Sud globale. In Libano, la non-profit OMGYNO lo impiega per fornire informazioni affidabili sulla salute riproduttiva delle donne; in India, la redazione di The Quint lo usa per rispondere ai dubbi dei lettori su disinformazione e truffe.
“Un chatbot che utilizza i dati dell’organizzazione e il suo corpus di conoscenze per formulare le risposte permette di aggirare la riproduzione delle stesse disuguaglianze che esistono online”, spiega Saber. “È qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno. Inoltre, non stiamo cedendo i dati a nessuno, non cerchiamo di venderli agli inserzionisti e le organizzazioni mantengono la proprietà delle informazioni. Questo è un altro aspetto che, per quanto riguarda la sovranità dei dati, per noi è davvero imprescindibile”. I server di Meedan sono ospitati in Irlanda, in modo che la legislazione applicabile sia quella del GDPR europeo, al momento la più avanzata al mondo in termini di tutela dei dati personali.
L’obiettivo centrale è quello di restituire alle organizzazioni, anche quelle con poche risorse, una agency nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, offrendo al contempo elevati standard di trasparenza. Suwali permette infatti, attraverso la dashboard degli amministratori, di analizzare il percorso logico compiuto dal chatbot, risalendo al “ragionamento” effettuato dal modello per capire quali fonti ha utilizzato e che sintesi ha compiuto. Si può insomma guardare dentro la “black box” del pensiero algoritmico.
Meedan non ha costruito un proprio large language model da zero, ma si appoggia a quelli commercialmente disponibili. “Facciamo uso dei modelli linguistici, tra cui quello di OpenAI, esclusivamente per la formulazione finale delle risposte” spiega Haramoun Hamieh, senior partnership manager. “Il corpus di riferimento, il recupero delle informazioni e il processo con cui vengono selezionate le fonti restano invece interamente gestiti dai sistemi di Meedan. L’ottimizzazione dei modelli open-weight è nei nostri piani per il prossimo futuro”.
Un’intelligenza artificiale femminista?
Su una filosofia simile è costruito il chatbot AfroféminasGPT, sviluppato dal collettivo omonimo con l’obiettivo di raccogliere e rendere accessibile il pensiero femminista decoloniale. La postura delle sviluppatrici è molto chiara: usare gli strumenti attualmente disponibili e sfruttarne le potenzialità per raggiungere i propri obiettivi.
“L’IA convenzionale ha come norma implicita la persona bianca e riproduce questo pregiudizio in modo sistematico”, spiega la fondatrice Antoinette Torres Soler. “AfroféminasGPT rompe questa logica. Col tempo abbiamo osservato che il pubblico apprezza molto anche la capacità di basarsi sul lavoro di pensatrici e pensatori afrodiscendenti e afro-femministi. Un elemento particolarmente significativo è che, quando le persone del Sud globale interagiscono con lo strumento, questo assume una prospettiva più vicina alla loro esperienza e restituisce risposte con una precisione e una pertinenza che il mainstream dell’IA non offre”.
“La critica più ricorrente è che lo strumento operi all’interno dell’ecosistema di OpenAI, il che pone limiti reali in termini di sovranità tecnologica. È una critica legittima e me ne assumo la responsabilità” continua Torres Soler. “La posizione da cui lavoro è pragmatica e strategica: bisogna utilizzare gli strumenti disponibili e scalare, progressivamente, verso maggiori livelli di autonomia”.
Afroféminas è un “ecosistema” (così lo definisce Torres Soler) composto da quattro strumenti con funzioni diverse: AfroféminasGPT, il GPT Socratico di Afroféminas (pensato per studenti e insegnanti, che invita a “pensare prima di creare, applicando una conoscenza etica, affettiva e consapevole”), il GPT di Assistenza per i Reati d’Odio e Parla con Afroféminas (Habla con Afroféminas). Quest’ultimo è integrato direttamente su afrofeminas.com ed è accessibile senza la necessità di un account ChatGPT, il che, secondo la fondatrice “rappresenta un primo passo verso una maggiore sovranità rispetto all’infrastruttura di OpenAI”.
Anche AfroféminasGPT non ha accesso a Internet: “Ciò significa che non assorbe continuamente nuovi dati e bias a ogni aggiornamento di ChatGPT. Al contrario, quando cerca una risposta, attinge a una base di conoscenza volutamente circoscritta: un corpus curato di circa venti testi e autorialità fondamentali del pensiero nero e decoloniale. È questo a determinare come argomenta, come ragiona e da quale prospettiva risponde. È ciò che la rende diversa”, conclude Torres Soler.
Costruire un LLM pubblico: il caso di LatamGPTNel caso di Meedan e del collettivo Afroféminas, la parziale riprogettazione dei sistemi di IA ha dei chiari limiti di scala: si tratta di piccole organizzazioni, con risorse limitate. Cosa succede, invece, se si ragiona in termini di intelligenze artificiali come infrastruttura pubblica?
Una possibile risposta è stata testata da un consorzio latinoamericano di enti pubblici, università e centri di ricerca con il lancio di LatamGPT, il grande esperimento di modello linguistico collaborativo e open source della regione. LatamGPT è stato lanciato ufficialmente il 26 febbraio 2026 dall’allora presidente cileno Gabriel Boric. Il progetto è coordinato dal Centro Nazionale per l’Intelligenza Artificiale del Cile (CENIA) e ad esso partecipano quindici paesi e oltre 200 ricercatori di varie nazionalità.
Il modello è addestrato su un corpus regionale di oltre 300 miliardi di token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento della IA) provenienti da venti paesi dell’America Latina e dei Caraibi. L’obiettivo è anche quello di colmare un divario linguistico. Al momento, per i modelli commerciali, la percentuale di dati in lingua spagnola e portoghese si attesta infatti intorno al 2-3%.
LatamGPT non è un chatbot direttamente utilizzabile con un’interfaccia, ma un’infrastruttura open source che enti governativi, sviluppatori e istituzioni possono adattare alle loro esigenze educative, sanitarie o di protezione del patrimonio culturale. Si tratta di una base per lo sviluppo di applicazioni, prima che di un’applicazione in sé.
Il valore del progetto sta anche nel suo contributo alla ricerca. Alvaro Soto, direttore del CENIA, ha spiegato, parlando con Wired: “Siamo noi i soggetti indicati per occuparci delle nostre stesse necessità. Non possiamo stare seduti ad aspettare che gli altri abbiano il tempo di chiederci di che cosa abbiamo bisogno. Oggi gli accademici dell’America Latina hanno poche opportunità di interagire profondamente con questi modelli. È come voler studiare la risonanza magnetica senza avere a disposizione un risonatore. LatamGPT vuole essere lo strumento fondamentale che consente alla comunità scientifica di sperimentare e progredire”.
Il ricercatore Eduardo Levy Yeyati ha commentato, in un articolo su Brookings: “Ciò che rende straordinario LatamGPT non è la sua architettura tecnica, ma la sua coordinazione istituzionale. In una regione in cui la collaborazione transfrontaliera spesso si arena, la progettazione di LatamGPT riflette la diversità istituzionale del territorio. Fornisce una base condivisa che può essere ottimizzata per le priorità nazionali, come per esempio documenti legali argentini, cartelle cliniche colombiane e programmi scolastici messicani”.
I limiti dei modelli alternativi
Più che la volontà politica, il problema principale resta l’accesso alle risorse. LatamGPT è stato costruito a partire da Llama 3.1, il modello open-weight di Meta e, nella sua prima fase di sviluppo, ha fatto ricorso anche all’infrastruttura cloud di Amazon Web Services. La dipendenza, almeno iniziale, dalle tecnologie e dalle infrastrutture delle Big Tech appare quindi difficile da evitare.
Non solo: un corpus regionale di oltre 300 miliardi di token è notevolmente più piccolo rispetto alla mole di dati a disposizione dei principali laboratori statunitensi e cinesi. Lo stesso vale per i finanziamenti: il progetto LatamGPT ha raccolto circa 550mila dollari (tra fondi CENIA e quelli della Latin America Development Bank) di investimenti iniziali. Si tratta di cifre irrisorie se paragonate agli investimenti da svariati miliardi di dollari delle aziende statunitensi e cinesi.
Infine, c’è un dilemma simile a quello dell’uovo e della gallina, ma in versione tecnologica: “Gli sviluppatori costruiscono solo se gli utenti cambiano piattaforma, e gli utenti cambiano piattaforma solo se gli strumenti sono migliori”, spiega ancora Levy Yeyati su Brookings. “Risolvere questo problema richiede qualcosa in più delle semplici prestazioni: servono un sostegno istituzionale e un ecosistema regionale, specialmente da parte dei paesi che lavorano per progettare e integrare queste scelte strutturali”.
Insomma, prima di poter davvero costruire alternative concrete alle Big Tech ci sono vari ostacoli da superare, sia tecnici che economici. Le pratiche di riappropriazione, da quelle più piccole a quelle più ambiziose, hanno un significato politico ed etico innegabile. Ma continuano a scontrarsi con un divario di potere, risorse tecniche e investimenti che al momento appare difficile da colmare.
17/04/2026
Meta accusata di monetizzare le piattaforme estremiste israeliane
Il rapporto, pubblicato lunedì, rivela come Meta permetta a pagine israeliane di estrema destra, account affiliati ai coloni e media estremisti di generare entrate attraverso le sue piattaforme, anche mentre pubblicano contenuti violenti e razzisti contro i palestinesi.
Nadim Nashif, CEO e cofondatore di 7amleh, ha detto a The New Arab che Meta sta “permettendo contenuti violenti che violano i propri standard comunitari, incentivando i proprietari delle pagine a continuare a creare contenuti razzisti e violenti dando loro soldi per tali contenuti”.
Il cofondatore di 7amleh ha denunciato che il colosso dei social media sta di fatto trasformando ciò che dovrebbe essere vietato in un modello di business redditizio per i suoi autori.
Il rapporto documenta decine di pagine israeliane di destra che beneficiano degli schemi di monetizzazione di Meta, che permettono agli utenti di generare entrate dai contenuti che producono e condividono.
Le piattaforme ne includono alcune direttamente collegate al movimento dei coloni e alla promozione di espansioni illegali degli insediamenti e attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.
Tra questi c’è la pagina Hilltop Youth, che rappresenta un gruppo organizzato di coloni israeliani estremisti che abitano avamposti illegali e che hanno frequentemente partecipato agli sfratti di palestinesi dalle loro terre.
Un’altra è la pagina di Yeshurun Bartov, un colono israeliano che vive nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona di Jenin, che promuove la sua agenzia turistica che offre tour alle sorgenti d’acqua in Cisgiordania e ha più di 10.000 follower su Facebook.
“Questo è il tipo di contenuto che viene monetizzato e promosso da Meta, senza fare domande”, osserva Nashif.
Altre pagine monetizzate hanno affiliazioni con figure pubbliche di estrema destra.
Un esempio di rilievo è la pagina di Yoav Eliasi, noto come “L’Ombra”: un rapper israeliano che usa la sua piattaforma per promuovere messaggi politici violenti e immagini disumanizzanti dei palestinesi.
Il rapporto osserva inoltre che altri beneficiari dei programmi di monetizzazione di Meta includono agenzie governative israeliane, che non dovrebbero essere idonee alla monetizzazione secondo le politiche della piattaforma.
Questo panorama della monetizzazione si trova in un contesto di violenza crescente e di radici sempre più profonde negli insediamenti.
Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono aumentati dalla guerra contro Gaza, e in particolare durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
L’espansione degli insediamenti e degli avamposti su terre palestinesi si è accelerata negli ultimi due anni, con 41 nuovi insediamenti approvati o legalizzati solo nel 2025 e almeno 44 comunità palestinesi sfollate quell’anno, colpendo più di 2.900 palestinesi.
“I palestinesi sono stati trattati in modo discriminatorio, in modo oppressivo, fin dall’inizio di Meta”, afferma Nashif, sottolineando che Nashville, conosciuta anche come il Centro Arabo per il Progresso dei Social Media, documenta tali violazioni da oltre un decennio, in particolare il silenziamento delle narrazioni e delle reti mediatiche palestinesi.
Nashif osserva inoltre che i contenuti ebraici hanno iniziato a essere sistematicamente soggetti a moderazione solo a settembre 2023, mentre l’arabo è stato moderato da più di un decennio.
Di conseguenza, sostiene, le persone in “Israele” si sono abituate a vedere il discorso violento come parte dei loro feed quotidiani e, come mostra il nuovo rapporto, alcuni ora vengono anche pagati per esso.
I contenuti palestinesi esclusi dagli schemi di monetizzazione
Al contrario, 7amleh sottolinea che i palestinesi sia nella Cisgiordania occupata che nella Striscia di Gaza assediata sono sistematicamente esclusi dagli stessi schemi di monetizzazione basandosi esclusivamente sulla loro posizione geografica.
Ciò significa che ai contenuti prodotti da giornalisti, creatori, media palestinesi e organizzazioni della società civile è negato “strutturalmente l’accesso agli strumenti economici disponibili ad altri, anche quando il loro contenuto è professionale e conforme alle politiche” di Meta.
L’organizzazione denuncia che ciò riflette un modello più ampio di “pratiche sproporzionate di moderazione dei contenuti rivolte ai contenuti palestinesi”, che si è intensificato durante il genocidio a Gaza, con resoconti che documentano eventi che hanno subito rimozioni, sospensioni e censura algoritmica.
Il rapporto conclude che le politiche di Meta “creano un sistema duplice: da un lato, la partecipazione digitale ed economica palestinese è soppressa; dall’altro, le pagine che promuovono attività di insediamento, violenza e incitamento contro i palestinesi sono ricompensate finanziariamente”.
Parlando con The New Arab, Nashif è stato diretto su ciò che deve cambiare: “Meta deve occuparsi di tutti i creatori di contenuti e media che usano uno standard: vogliamo smettere con il doppio standard di gestire la monetizzazione in base alla loro etnia. Assumiti la responsabilità, non mandare loro soldi”.
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02/01/2026
La democrazia che taglia la lingua al 40% del paese
Immagina di vivere in un Paese dove quasi una persona su due parla una certa lingua fin da sempre. È la lingua usata in famiglia, per strada, al mercato, tra amici. È la lingua in cui si pensa e si ricordano le cose importanti. A un certo punto però lo Stato decide che quella lingua deve sparire dagli spazi pubblici: non la si studia più a scuola, non la si sente più nei media pubblici, i libri diventano per legge molto più cari e più difficili da trovare.
Questo sta accadendo in Lettonia, dove il russo non è una lingua marginale. È parlata da circa il 40% della popolazione e, in luoghi come Riga, la capitale, addirittura da più della metà delle persone. Non si tratta di visitatori o di comunità isolate, ma di cittadini che vivono lì da generazioni, anche se una parte di loro viene umiliata da decenni con uno status di non-cittadini che viene persino stampato sul passaporto.
Qualche personaggio con 64 denti ipocriti come quelli della Ursula o della Kaja sfoggerà un bel sorriso passivo-aggressivo per dire che nessuno vieta di parlare russo nella vita privata. Ed è vero. Ma le lingue non vivono solo nelle case. Vivono nella scuola, nei libri, nella televisione, nei luoghi condivisi. Quando una lingua viene tolta da questi spazi, non viene proibita: viene lentamente spinta ai margini. Resta, ma come qualcosa di tollerato, non più riconosciuto. Lo abbiamo visto con le lingue tagliate anche dallo Stato italiano.
Il punto più delicato è quando tutto questo viene giustificato con la “sicurezza nazionale”. In quel momento una lingua smette di essere un semplice strumento per parlare e diventa un sospetto. Chi la usa viene visto come qualcuno da controllare, non come una parte normale della comunità. La responsabilità di eventi politici lontani viene fatta scivolare, in modo silenzioso ma inesorabile su persone comuni.
Uno Stato dovrebbe tenere insieme ciò che esiste già, non separarlo. Quando una lingua parlata da una parte enorme della popolazione viene trattata come un problema da ridurre, il messaggio è chiaro: non tutti appartengono allo stesso modo.
E questa frattura, anche se presentata con i soliti trucchi dell’Europeismo Reale, cioè come una questione “tecnica” o “necessaria”, lascia segni profondi che durano molto più a lungo delle decisioni che l’hanno prodotta.
È un altro tassello vergognoso di questo tempo. Il Partito del Riarmo tace, e con esso tacciono quasi tutti i giornali, impegnati a non disturbare il clima di mobilitazione permanente che cresce sotto i nostri occhi. Così ai cittadini viene sottratta una cosa essenziale: la possibilità di capire davvero che cosa si sta cucinando nei pestilenziali fornelli del revanscismo baltico che alimenta il centro della politica estera europea, e quanto questa pietanza velenosa stia già prendendo forma.
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02/11/2025
Il sistema europeo Schengen discrimina chi difende i diritti umani
Persone provenienti da 104 stati – per lo più dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente – verso i quali esistono limitazioni all’emissione di visti, hanno difficoltà nell’ottenere visti brevi per prendere parte a eventi pubblici, fare rete o mettersi a distanza dai pericoli che corrono nei luoghi di origine a causa della loro attività.
Nella maggior parte dei casi si tratta di persone razzializzate, nere, asiatiche e/o musulmane. Secondo l’analisi di Amnesty International, l’impatto negativo sulla loro libertà di movimento costituisce una discriminazione indiretta.
“L’impossibilità di ottenere un visto Schengen significa che le voci e le testimonianze delle persone che difendono i diritti umani nel Sud globale sono escluse dagli incontri in cui vengono prese decisioni che hanno profonde conseguenze sulle loro vite”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International.
“Gli stati dell’area Schengen hanno sì il potere di decidere chi far entrare nei loro territori, ma l’impatto del sistema di emissione dei visti sulle persone che difendono i diritti umani provenienti da 104 stati è chiaramente incoerente con ciò che, attraverso linee guida e altri impegni, hanno promesso di fare per proteggere i diritti umani”, ha proseguito Guevara Rosas.
“Assicurare che le persone che difendono i diritti umani possano avere visti per brevi periodi di tempo nell’area Schengen in modo rapido, certo e trasparente è indispensabile per garantire, senza discriminazioni, a queste persone il diritto di difendere i diritti”, ha sottolineato Guevara Rosas.
Tutti gli stati dell’area Schengen sono tenuti ad applicare il Codice dei visti dell’Unione europea, che consente la richiesta di visti, da valutare e accettare caso per caso, anche da parte di chi non ha tutti i requisiti per ottenerli. Ma coloro che ricevono ed esaminano richieste del genere sembrano spesso essere ignari di questo criterio flessibile: di conseguenza, molte richieste di visti vengono respinte persino prima di arrivare alla fase decisionale.
Una delle prime barriere è capire dove e a chi presentare una richiesta di visto. Molti stati dell’area Schengen non hanno rappresentanze diplomatiche o accordi in ciascuno dei 104 stati sottoposti alle restrizioni sui visti. Questo comporta che le persone che difendono i diritti umani debbano viaggiare in altri stati per fare la richiesta, con costi proibitivi o rischi per la propria sicurezza.
Altri ostacoli sono il tempo necessario per fissare un appuntamento o attendere una decisione e la durata della validità del visto. In alcuni casi, i visti sono emessi troppo tardi o per un periodo troppo breve per viaggiare da un posto a un altro o per rimediare a eventuali ritardi dei voli. Inoltre, a coloro che chiedono i visti viene spesso chiesto di fornire un lungo elenco di documenti, soprattutto di natura economica come un contratto di lavoro, estratti conto o certificati di proprietà. Ciò risulta particolarmente difficile a coloro che subiscono le più acute forme di marginalizzazione e di discriminazione.
Una difensora dei diritti umani della comunità dalit del Nepal ha raccontato: “Chiedono ricevute bancarie. Immagina cosa voglia dire per una persona che non riesce neanche a vivere alla giornata. Alcune persone che difendono i diritti umani lo fanno su base del tutto volontaria”.
Gli ostacoli sopra descritti costituiscono discriminazione indiretta nei confronti delle persone che difendono i diritti umani, in quanto le norme dell’area Schengen colpiscono in modo sproporzionato le persone razzializzate che chiedono i visti. Sebbene in apparenza tali norme siano neutrali dal punto di vista razziale, in quanto non menzionano esplicitamente la razza o l’etnia come cause che giustifichino un trattamento differente, c’è una forte correlazione tra gli stati con limitazioni sui visti e persone razzializzate come le nere, le asiatiche e/o le musulmane.
Nel giugno 2024 la Commissione europea ha pubblicato una versione rivista del Manuale dell’Unione europea sui visti: si tratta di una serie di linee guida che spiegano come applicare il Codice dell’Unione europea sui visti, che include esempi pratici su come facilitare le richieste di visti da parte delle persone che difendono i diritti umani.
Amnesty International ha apprezzato questo sviluppo e chiede ora agli stati dell’area Schengen di assicurare che il Manuale sia diffuso in modo ampio e pienamente applicato in modo da assicurare che le persone addette a ricevere ed esaminare le richieste di visti siano del tutto formate su come facilitare i viaggi delle persone che difendono i diritti umani.
L’organizzazione per i diritti umani chiede agli stati dell’area Schengen anche di raccogliere dati disaggregati sulla razza e sull’etnia per porre fine alla discriminazione nel sistema dei visti e sviluppare e attuare una procedura facilitata di emissione dei visti per le persone che difendono i diritti umani, compresa una corsia preferenziale.
Infine, gli stati dell’area Schengen dovrebbero emettere con maggiore regolarità visti per lunghi periodi e a ingresso multiplo: sono strumenti fondamentali per proteggere le persone, permettendo loro di viaggiare quando necessario, senza dover passare ogni volta attraverso lungaggini burocratiche.
Ai fini della stesura del suo rapporto, Amnesty International ha parlato con 42 organizzazioni internazionali che hanno sede in stati dell’area Schengen e in stati che subiscono limitazioni all’emissione di visti e che in questi anni hanno facilitato il viaggio di centinaia di persone che difendono i diritti umani. L’organizzazione ha anche raccolto le testimonianze di 32 persone che difendono i diritti umani che hanno avuto esperienza diretta delle procedure di richiesta di visti.
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20/01/2025
Il World Report 2025 di Human Rights Watch boccia l’Italia
“A livello globale nel 2024 abbiamo osservato due principali tendenze negative: il persistere di alcuni conflitti per i quali la risposta della comunità internazionale è stata insufficiente e la rinascita e il consolidamento di governi populisti contrari ai diritti umani, che con gradazioni diverse coinvolge vari Paesi”. Lo dice Federico Borello, vicedirettore esecutivo di Human Rights Watch, presentando il nuovo World Report 2025 pubblicato il 16 gennaio.
Rientra nel secondo gruppo l’Italia, che secondo Borello “ha confermato il trend rilevato lo scorso anno”. Come già nel 2023, infatti, anche nel 2024 il nostro Paese ha registrato un incremento delle discriminazioni razziali e della violenza di genere, la restrizione dei diritti delle donne, l’aumento della retorica ostile nei confronti delle persone Lgbtqia+ e una maggiore difficoltà di accesso ai diritti per comunità rom e richiedenti protezione internazionale.
Ad aprire le pagine del World Report 2025 dedicate all’Italia è proprio un’ampia panoramica sulle violazioni dei diritti delle persone migranti. In materia di ricerca e soccorso il report denuncia innanzitutto come “il governo italiano ha ostacolato le operazioni di soccorso delle organizzazioni non governative almeno 25 volte tra febbraio 2023 e settembre 2024” e ricorda che dallo scorso ottobre “le autorità hanno il potere di multare e trattenere gli aerei delle Ong”, utilizzati per monitorare dall’alto il Mediterraneo centrale e segnalare eventuali imbarcazioni in difficoltà.
Sotto accusa anche la “politica dei porti lontani” italiana, che “costringe le navi di soccorso a sbarcare nei porti delle città del Centro e del Nord del Paese e le ricorrenti detenzioni amministrative in atto sulle stesse imbarcazioni”.
Human Rights Watch, inoltre, condanna senza appello i respingimenti italiani e la cooperazione con Paesi che non rispettano i diritti umani. “Abbiamo assistito alla parziale débâcle dell’esternalizzazione delle frontiere – spiega Borello – la cui legalità è stata messa in discussione dalla magistratura italiana”.
Nello specifico il report dell’organizzazione ricorda come i tribunali italiani abbiano stabilito che “i capitani delle navi mercantili non devono restituire alla Libia le persone soccorse in mare a causa del rischio di gravi violazioni dei diritti umani”. Va in questa direzione la sentenza con cui lo scorso febbraio la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del comandante del rimorchiatore Asso 28, reo di aver riconsegnato alla guardia costiera libica 101 persone nel luglio 2018.
Infine, puntualizza Hrw, “il tribunale di Crotone ha stabilito che il Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) e la guardia costiera libica non sono attori legittimi di ricerca e soccorso”. Il focus sulla migrazione si conclude ripercorrendo gli accordi che l’Italia ha sottoscritto con i governi di Tunisia e Albania. Nel primo caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha descritto questa intesa, che prevede un sostegno finanziario e linee di credito per 105 milioni di euro in favore del Paese nordafricano, come “parte del piano dell’Italia per frenare la migrazione”. Nel secondo caso, invece, il rapporto ricorda che il momentaneo stop all’applicazione del protocollo d’intesa tra Italia e Albania è giunto quando “i giudici italiani hanno dichiarato illegittima la detenzione di due gruppi di uomini salvati in mare dall’Italia e inviati in Albania”.
Trend negativo anche sul fronte dei diritti civili e sociali, temi sui quali secondo il vicedirettore esecutivo Borello “da molti anni i nostri politici seguono alla perfezione la strategia populista: individuare nemici sulla base di criteri etnici, religiosi o legati all’orientamento sessuale e attaccarne i diritti”.
Preoccupano, in particolare, le discriminazioni nei confronti di persone nere e di etnia rom. Citando il rapporto 2024 degli esperti indipendenti sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti di persone di origine e discendenza africana a cura delle Nazioni Unite, Hrw denuncia il racial profiling e il razzismo sistemico attuato dalle forze di polizia italiane.
Matita rossa anche per il “Ddl 1660” approvato alla Camera lo scorso settembre. L’organizzazione evidenzia le criticità dell’articolo 15 del disegno di legge, che consente l’incarcerazione delle donne in stato di gravidanza e di quelle con bambini di età inferiore a un anno, e sottolinea come questa misura sia stata esplicitamente definita “anti-rom”, “dopo che il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha ripetutamente affermato che le donne rom che commettono reati eviterebbero il carcere rimanendo incinte”.
L’analisi prosegue rivelando che in Italia la forbice sociale tra ricchi e poveri si è allargata. Human Rights Watch ricorda che, secondo i dati Istat del 2024, circa il 10% della popolazione italiana viveva in condizioni di povertà nel 2023. Anche in questo ambito poi non mancano le discriminazioni. Il World Report 2025, infatti, rileva che “la Corte di giustizia dell’Ue, a luglio, ha stabilito che il requisito di residenza di dieci anni richiesto dall’Italia ai cittadini stranieri per accedere al ‛reddito di cittadinanza’ costituiva una discriminazione illegale”. A gennaio, il governo aveva già sostituito questo strumento con un sistema di aiuti che comprende, tra le altre cose, “assegni di inclusione” e formazione professionale e che “fornisce però un’assistenza più limitata ai cittadini stranieri rispetto a quella di cui beneficiano i cittadini italiani”.
Il rapporto si concentra poi sui fenomeni di violenza sessuale e di genere, che in Italia rappresentano un problema di drammatica attualità: “Le statistiche pubblicate a luglio dal governo hanno mostrato un aumento costante, dal 2021 al 2023, dei casi di violenza domestica contro le donne, di aggressione sessuale e di altri atti di violenza e molestie di genere”. Si segnala, inoltre, l’emendamento al disegno di legge 19/2024, approvato dal Parlamento lo scorso aprile, che riconosce legittimità all’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori. A questo proposito è bene ricordare – come fa il report di Human Rights Watch – che in Italia “l’interruzione di gravidanza è legale entro il primo trimestre, e anche dopo in alcune circostanze, ma le persone spesso affrontano ostacoli significativi a causa dell’elevato numero di operatori obiettori di coscienza che rifiutano di praticare l’intervento”.
“In tema di orientamento sessuale e identità di genere – riprende Borello – l’Italia è scivolata dal 34esimo al 36esimo posto su 49 Paesi europei nella valutazione di Ilga Europe (International lesbian and gay association) sulle politiche e le leggi a tutela delle persone Lgbt”: sono ritenuti gravi i discorsi di odio e gli attacchi alle famiglie di genitori dello stesso sesso da parte di politici di primo piano e inadeguata la risposta dello Stato alla violenza e alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt.
“In un sondaggio condotto dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali – scrive Hrw – il 60% degli intervistati in Italia ha dichiarato che negli ultimi cinque anni la violenza anti-Lgbt è aumentata, mentre il 68% ha affermato di aver subito atti di bullismo, insulti o minacce a scuola”.
Il World Report, inoltre, condanna il disegno di legge che ha reso la gestazione per altri (Gpa) un reato universale. Secondo Human Rights Watch questa misura “avrà un impatto sproporzionato sul diritto delle coppie omosessuali e sterili di creare una famiglia”.
A chiudere la panoramica sull’Italia è lo stato di salute dell’informazione e del diritto di protesta. Anche in questo caso le note positive sono poche: Human Rights Watch definisce “allarmanti” la mancanza di indipendenza dei media e l’uso di intimidazioni legali contro i giornalisti in Italia e, richiamando la Relazione sullo Stato di diritto a cura della Commissione europea, segnala “un aumento delle cause legali contro i giornalisti, un uso eccessivo dei decreti di emergenza da parte del governo e la restrizione dello spazio civico”. Per l’organizzazione andrebbero interpretati proprio in questo senso gli articoli del Ddl 1660 che prevedono un incremento di pena per alcuni reati commessi durante proteste e manifestazioni.
“Dalla democrazia italiana ci aspetteremmo che orientasse le proprie risposte basandosi sul diritto internazionale, eliminando la retorica verso le minoranze e tutelando maggiormente i diritti di tutti”, conclude Borello, che ritiene però che questo auspicio difficilmente si realizzerà “visto che il governo attualmente in carica ha una posizione di chiusura ideologica verso tutte le tematiche da noi prese in esame”.
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20/03/2024
Olimpiadi. Inaccettabile doppio standard tra Russia e Israele
A causa della guerra contro l’Ucraina, gli atleti russi e bielorussi possono competere ai Giochi estivi nella capitale francese solo a determinate condizioni. Tra le altre cose, la bandiera russa, l’inno e altri simboli di stato sono vietati. Inoltre, gli atleti non devono avere alcun legame con l’esercito. Le squadre non sono ammesse.
Alla cerimonia di premiazione, in caso di vittoria di una medaglia, verrà issata una bandiera neutrale e verrà suonato un inno neutrale senza testo, ha spiegato MacLeod.
Una linea severa quella confermata dal Comitato Internazionale Olimpico, ma decisamente contraddittoria rispetto ad un altro Stato – Israele – per il quale viene invocato quantomeno un trattamento analogo a quello riservato alla Russia per i crimini di guerra contro la popolazione palestinese a Gaza. Crimini su cui la Corte Internazionale dell’Aja ha aperto un procedimento per genocidio.
Ieri alcuni attivisti della campagna internazionale BDS hanno protestato davanti alla sede del Comitato Olimpico Internazionale a Losanna, in Svizzera, chiedendo il divieto di Israele a partecipare alle prossime Olimpiadi di Parigi a causa dei crimini di guerra commessi a Gaza.
Venerdi scorso una manifestazione analoga, con analoga richiesta, si è tenuta a Roma sotto la sede del Comitato Olimpico Nazionale (CONI).
Il doppio standard adottato dal CIO è la conferma di un trattamento differenziato tra paese e paese che diventa sempre meno accettabile dalla comunità internazionale, quella vera non quella limitata alle cancellerie dei paesi occidentali.
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15/01/2024
La scuola discriminatoria e classista di Galli della Loggia
Nella sua rubrica settimanale presente sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha scagliato una invettiva contro la scuola dell’inclusione. L’occasione gli è stata fornita da un libro appena uscito, La scuola esigente, Rubettino, scritto da Giorgio Ragazzini, esponente del «gruppo di Firenze» che per obiettivo ha «la rivalutazione del merito, della responsabilità, del rispetto delle regole come cornice indispensabile per la vita della scuola».
Ragazzini prende di mira quella che definisce la «scuola indulgente» che suona come carente, inadeguata, insufficiente, scarsa, fallimentare. Secondo l’autore negli ultimi decenni l’istituzione scolastica sarebbe stata travolta da una crisi profonda tanto da smarrire quella che definisce la «nostra eredità culturale». La conseguenza avrebbe portato gli alunni e gli studenti a non sapere più esprimersi, osservare e pensare. La causa di tutto ciò non sarebbe da addebitare a dinamiche più complesse e globali, come – per esempio – il salto tecnologico-cognitivo dovuto all’avvento della società digitale, della società dell’immagine, all’accesso simultaneo a input e informazioni che sovrastano la vecchia società della scrittura con tempi comunicativi velocissimi che interferiscono sulla concentrazione e l’attenzione e rappresentano una nuova sfida per l’educazione e l’insegnamento, ma a una crisi dell’educazione e dell’autorità.
Teorie pedagogiche fautrici di visioni eccessivamente lassiste – afferma Ragazzini – avrebbero prodotto questo disastro. La soluzione indicata è il ripristino dell’ordine, dell’autorità, dell’impegno e del merito, una pedagogia della caserma con docenti-sergenti che rinvia a slogan molto vecchi che celano l’odio presessantottino per la scuola di massa, per il diritto universale all’istruzione e allo studio in nome di un progetto altrettanto arcaico che rimanda alle società censitarie, dove la scuola non era per tutti.
Cogliendo al volo l’occasione fornitagli dai contenuti del testo, Galli della Loggia nella sua breve recensione attacca quello che chiama il «mito della inclusione» e che – lascia intendere – sarebbe solo una zavorra democratica che impedirebbe ai «normali», intesi come ottimi, migliori, i predestinati al successo nelle discipline del sapere, della politica, dell’economia e del governo, di avanzare celermente poiché costretti a convivere «anche con ragazzi disabili gravi con il loro insegnate personale di sostegno (perlopiù a digiuno di ogni nozione circa la loro disabilità), poi ragazzi con i Bes (Bisogni educativi speciali: dislessici, discografici, oggi cresciuti a vista d’occhio anche per insistenza delle famiglie)», senza dimenticare «sempre più numerosi, ragazzi stranieri incapaci di spiccicare una parola d’italiano». Il risultato – chiosa- «lo conosciamo».
Quello che noi certamente sappiamo – diversamente da della Loggia – è la forza e l’arricchimento di quelle società che hanno usufruito nella loro storia, anche tormentata, delle varie ondate migratorie. Ho vissuto per undici anni in Francia dove, nonostante la mia condizione di esiliato, sono riuscito terminare gli studi universitari e ho anche insegnato, per un breve periodo, in classi dove i cognomi di origine francese si contavano sulle dita di una mano, mischiati ad altri di origine polacca, portoghese, italiana, magrebina, africana, indocinese, caraibica. Senza che questo creasse problema. Non ci vuole molto, basta sfogliare gli organigrammi delle politica, dell’informazione e dell’economia francese per rendersene conto.
Quanto alla scuola dell’inclusione l’unico problema viene dal fatto che ce n’è ancora poca, per mancanza di risorse, di formazione, di investimenti, non troppa come sostiene Galli della Loggia fautore di una società dove non sarebbe mai esistito uno scienziato come Stephen Hawking.
Il limite è dato dalla resistenza di culture discriminatorie che si mostrano indifferenti o peggio ostili all’idea di un diritto allo studio universale, per tutti e per ciascuno (per altro previsto dal dettato costituzionale), dunque anche per gli alunni e le alunne che hanno bisogni speciali ma non per questo sono inferiori o diverse. Quanto ai Bes e Pdp, la loro crescita numerica è dovuta alle nuove conoscenze mediche e scientifiche in grado oggi di individuare dei deficit in passato ignorati o addirittura sanzionati; e chi vive il mondo della scuola sa bene come la classe docente deve spesso insistere con le famiglie che sovente non vogliono accettare le diagnosi dei loro figli perché percepiscono ancora i Pdp come degradanti.
Sono genitore di un bimbo con una grave disabilità che necessità di assistenza continuativa ad alta intensità, portatore di tracheo e peg e che accede a scuola con l’ausilio di personale infermieristico. La sua esperienza scolastica, giunta ormai all’ultimo anno di scuola primaria, è stata un successo dal punto di vista dell’inclusione e dell’istruzione. Supportato dall’insegnante di sostegno e da una insegnate di comunicazione aumentativa alternativa e lingua dei segni, che rappresentano un ausilio e una risorsa per l’intera classe che oggi «segna» in Lis perfettamente, senza che i programmi scolastici e l’insegnamento siano stati alterati o ritardati, mio figlio ha imparato a leggere e scrivere, conosce la geometria e fa operazioni aritmetiche.
La sua classe in questi anni, oltre a conoscere una nuova lingua, si è arricchita sul piano umano, sa riconoscere e rispettare l’altro che in apparenza sembra diverso, ha appreso la solidarietà, ha affinato la curiosità, ha abbattuto pregiudizi e stigma. Nuove persone crescono. Questa è la scuola dell’inclusione anche se quello che siamo riusciti ad ottenere per nostro figlio, grazie a ricorsi giudiziari, un presidio costante dei suoi diritti e incontri fortunati con docenti preparati, non vale ancora per tutti. Esistono diversità e discriminazioni profonde. L’inclusione benché sancita dalla costituzione e da un apparato di norme non trova applicazione uniforme e le parole di Galli della loggia, come i recenti tagli del governo Meloni sulla disabilità, ci fanno capire che nuovi ostacoli si palesano all’orizzonte, perché si fa avanti un fronte che senza vergogna teorizza il ritorno ad una società classista, discriminatoria e razzista.
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03/10/2023
Il Kosovo e la Serbia scivolano verso la guerra?
Poi sul terreno sono rimasti uccisi quattro serbi (tre assassinati da cecchini) e un poliziotto albanese. Ecco dove hanno portato le politiche terroristiche e vessatorie contro la popolazione serba kosovara del fanatico sciovinista Albin Kurti, reggente le autorità illegittime di Pristina e le strategie de stabilizzatrici della NATO e degli USA.
La guerra è sempre più all’ordine del giorno e potrebbe essere devastante per tutti i Balcani e non solo.
Il quarto serbo assassinato è stato ritrovato a 1,5 km dal luogo degli scontri.
Premettendo che la dinamica complessiva della vicenda, degli obiettivi e delle finalità ha molte lacune e punti incerti e che forse, solo nei prossimi giorni o mesi si avranno risposte più certe, qui cerco solo di informare e documentare i fatti conclamati e provati, con grande cautela e attenzione, senza entrare negli aspetti tuttora dubbi o interpretabili sotto diverse e contrastanti letture.
Questo, per non incorrere in letture o interpretazioni personali o virtuali, che, come nel caso della crisi ucraina, poi si rivelano nei fatti scombinate. Saranno i prossimi eventi e passaggi fattuali ad avvicinarci agli aspetti più profondi e congrui, per ora non accertabili.
Pertanto qui espongo alcuni punti fermi e fatti che sono ad oggi fissati e riscontrati, utilizzando i contatti e le relazioni sul campo, queste sono sintesi e letture, di analisti, politici e militari serbi, tutte aperte a varie ipotesi in divenire, soprattutto politiche, come loro stessi confidano.
Nella notte di sabato 23 settembre, circa le 02:45, un gruppo, per la prima volta armato e molto bene equipaggiato di circa 30 cittadini serbi, ha installato due camion come barricate a Banjska, nel nord del Kosovo. Poi è arrivata la polizia del Kosovo, che ha cercato di rimuovere le barricate, da cui è nato un conflitto a fuoco.
Nel conflitto a fuoco è rimasto ucciso l’ufficiale di polizia A. Bunjaku e un’altra persona è rimasta ferita. E questo è un fatto accertato dai filmati, non è stato colpito a freddo o direttamente. Alle 08:37, i valichi amministrativi di Jarinje e Brnjak con la Serbia sono stati chiusi mentre gli scontri continuavano. Alle 10:15 è stato dato inizio alla “operazione antiterroristica”.
Il gruppo armato si è allora diretto verso il Monastero ortodosso, sfondando il portone con un loro veicolo blindato hanno occupato il cortile e si sono preparati a resistere a un attacco esterno. La dotazione e la quantità di armamenti hanno fatto pensare addirittura ad una lunga resistenza ad un assedio. Nell’arco di un’ora e mezza sul posto convergono circa 500 agenti delle Forze Speciali albanesi (quelli addestrati e armati dalla NATO e dagli USA, che non dovrebbero esistere secondo l’ONU...) e cominciano sparatorie a distanza.
L’ipotesi di una resistenza da assedio è legata, secondo alcuni esperti militari alla quantità di armamenti e dotazioni a disposizione, abbandonati e ritrovati poi nel cortile del Monastero. Un auto blindata, jeep, fuoristrada, moto quad, mine antiuomo, lanciarazzi portatili, dinamite, mitragliatrici, maschere antigas, oltre a grandi quantità di cibo, medicinali e altro.
Poi, mentre le sparatorie si intensificavano e i cecchini sono riusciti ad uccidere e ferire molti del gruppo operativo, qualcosa deve essere cambiato nella progettualità militare, e molti video ricostruiscono la ritirata sulla montagna retrostante la loro posizione, probabilmente prima di essere completamente circondati, ma lasciando molto materiale all’interno, oltre ai veicoli.
Questi sono ad oggi i fatti riscontrati e comprovati, per le interpretazioni, anche molto delicate e complesse, che questa azione ha prodotto, aspettiamo gli sviluppi documentabili.
Alcune considerazioni sono comunque inequivocabili, chi ha letto i miei articoli e documentazioni dell’ultimo anno sulla situazione nella regione, può trovare già lì molti riscontri e previsioni, non occorreva avere grandi doti intellettive particolari per delinearle o coglierle:
1) Le responsabilità di chi vuole, cerca, lavora strategicamente per propri interessi geopolitici, ad una situazione di conflitto permanente o poi dispiegato nella regione, con l’obiettivo primario della definitiva destabilizzazione della Serbia. Leggasi NATO e USA in primis.
2) Il totale fallimento e la conferma delle menzogne e falsità utilizzate nel 1999 per distruggere la RFJ. Gli obiettivi della NATO e della cosiddetta “comunità internazionale” occidentale, NON erano lo sviluppo e la pacificazione dell’area, visto che la condizione sociale e di vita della stessa popolazione kosovara è a livelli del Bangladesh (da dati ONU...) e le violenze, tensioni e criminalità, sono la vita quotidiana nella provincia serba, nonostante settemila e oltre militari KFOR ed Eulex. Oggi 24 anni dopo è sotto gli occhi di tutti
3) Questo è il prodotto delle politiche di Albin Kurti, un freddo e cinico prosecutore in doppio petto del sciovinismo guerrafondaio dei suoi predecessori dell’UCK. Fondato su una metodologia terroristica, sul razzismo antiserbo, sulla negazione della multi etnicità, multi religiosità e della multiculturalità e sul progetto della “Grande Albania”.
4) Ritengo che potesse essere prevedibile e umanamente comprensibile, al di là della politica, che, all’interno della Comunità serba kosovara, potesse nascere una componente che decidesse per una risposta disperata o meno, questo è un altro aspetto. Una scelta di Resistenza anche armata, di rifiuto nel vedere i propri diritti, i propri cari, il proprio presente colpiti e umiliati giorno per giorno da 24 anni, e senza alcuna prospettiva politica concreta di un futuro migliore.
Ventiquattro anni di una vita quotidiana nella provincia, fatta di assassinii, ferimenti, arresti indiscriminati, pestaggi, incendi, discriminazioni e vessazioni anche contro bambini, donne e anziani, colpevoli solo di essere di etnia serba, ed una frustrazione per la mancanza da parte di tutti nel trovare una soluzione negoziata ed equilibrata, sotto l’egida del Diritto internazionale.
Ora anche da dichiarazioni pubbliche in Serbia, di politici, analisti e militari, tra cui il presidente serbo, si sa che filtravano voci che indicavano da oltre un anno, che nella provincia serba, si stava organizzando una rete di Resistenza serba anche armata, alla violenza e alle umiliazioni subite quotidianamente da ventiquattro anni.
Il presidente della Serbia Aleksandar Vučić in un discorso alla nazione la sera del 24 settembre ha detto:
“Cosa è successo veramente? I serbi del Kosovo e Metohija si sono ribellati, non volendo subire più il terrore di Kurti. Cosa è successo a Banjska? Una cosa incredibile: in appena un’ora e venti minuti, quelle decine di serbi sono stati circondati, ed è stato effettuato un attacco brutale contro di loro.I serbi feriti nel conflitto a Banjska che si sono rifugiati in Serbia, hanno ricevuto le prime cure mediche presso l’Ospedale Generale di Novi Pazar, dopodiché sono stati trasferiti in altre strutture sanitarie. Come riportato dal giornalista di N1 si trovavano nel reparto di terapia intensiva del reparto chirurgico, uomini di età compresa tra 26 e 29 anni. Uno è stato ricoverato con ferite da arma da fuoco al braccio e alla gamba, mentre l’altro è stato colpito al petto, ma non aveva ferite da arma da fuoco perché era protetto da un giubbotto antiproiettile.
Hanno dato a Kurti carta bianca per affrontare i rivoltosi, da quel momento sono stati uccisi tre serbi, due di loro sono stati sicuramente uccisi dal fuoco dei cecchini, quando non era necessario che venissero uccisi, altri due sono rimasti gravemente feriti e si teme che sia stata uccisa anche una quarta persona.
Hanno usato i cecchini anche per attaccare case private, dove c’erano degli anziani. Da chi sono stati mandati lì, perché non è intervenuta la KFOR o Eulex? Non voglio giustificare l’uccisione di un poliziotto albanese, è riprovevole e nessuno ne aveva bisogno, men che meno il popolo serbo, soprattutto nel momento in cui tutti si sono resi conto che Kurti è il principale organizzatore del caos e non c’è troppo da girare intorno al problema.
Chiediamo a Pristina di rendere pubblici i filmati che hanno registrato i vari momenti, noi non abbiamo paura della verità, se loro non lo faranno significherà che sono loro a temerla.
Hanno scritto che pellegrini e monaci erano tenuti in ostaggio o addirittura complici. Questo per attaccare la Chiesa ortodossa serba, il che è anch’essa una menzogna.
Kurti è l’unico colpevole. L’unico che vuole conflitti e guerre. Nessuno vuole la guerra tranne lui e chi lo manovra. Il desiderio della sua vita è trascinarci in una guerra con la NATO, non ha altra ambizione. E questa è l’unica cosa che fa in giro per il mondo.
Invito la comunità internazionale ad adempiere alle condizioni concordate all’ONU e a formare il Consiglio delle Comunità Serbe, nonché ad avere i poliziotti serbi nel nord, perché questo è l’unico modo per evitare che i serbi vengano perseguitati dai loro focolari secolari e per preservare la pace.
Hanno sempre cercato un motivo per accusare la Serbia di qualsiasi cosa finché non riconosciamo l’indipendenza del Kosovo, questa è la sostanza: fare pressione sulla Serbia finché non riconosceremo l’indipendenza del Kosovo.
E allora lo ripeto per l’ennesima volta, qui davanti alla nazione e a loro: nonostante tutto quello che avete fatto finora, compreso quello che avete compiuto oggi, non riconosceremo mai il Kosovo indipendente. Potete ucciderci tutti, la Serbia non riconoscerà mai il Kosovo indipendente, la bizzarra creazione che avete fatto con tutte le bugie possibili.
Per noi, al di là di valutazioni e giudizi politici, i serbi morti nel conflitto con la polizia del cosiddetto Kosovo non saranno mai dei terroristi. Erano tutti padri di famiglia e uomini profondamente credenti e onesti, e saranno comunque onorati e considerati come caduti per la Serbia e la Patria.
Le nostre condoglianze vanno alle famiglie dei nostri fratelli serbi assassinati e anche a quella del poliziotto ucciso. Kurti è responsabile di tutto. Se non fosse stato per la polizia albanese, con quella serba, non sarebbe successo nulla. Nelle intercettazioni radio dei comandanti l’operazione, le battute erano ‘uccideteli tutti, i feriti possono anche morire, fate con calma’.
Una cosa è certa, il Kosovo non otterrà mai l’indipendenza, almeno non dalla Serbia. Non ho alcun problema, qualunque cosa facciano i fattori esterni. Nei prossimi giorni decideremo a mente fredda come e in che modo proteggeremo la popolazione”.
Il quotidiano Danas ha annunciato che lunedì tra le 12 e le 13, accompagnato dalla polizia, è stato ricoverato un altro ferito con una ferita da arma da fuoco alla gamba. Dopo le cure è stato trasferito in un’altra struttura sanitaria. Domenica i media hanno riferito che davanti al reparto chirurgico dell’ospedale Novi Pazar c’era una presenza visibile della polizia.
Il ministro degli Interni del Kosovo D. Svećlja ha detto che nell’ospedale di Novi Pazar ci sono sei aggressori feriti e ha chiesto alle autorità serbe di consegnarli. L’Ospedale Generale di Novi Pazar è l’istituzione sanitaria nel territorio della Serbia centrale più vicina al luogo del Kosovo dove è avvenuta la sparatoria. Da Rogozna si può prendere le strade forestali fino al centro di Banjska, e su quel percorso non ci sono attraversamenti amministrativi ufficiali.
In una sessione straordinaria, il governo serbo ha dichiarato il 27 settembre 2023 giorno di lutto nazionale in occasione dei tragici eventi in Kosovo e Metohija.
Cronaca dei soli ultimi venti giorni di ordinario terrore e violenza contro i serbi in Kosovo. Così vive da 24 anni la popolazione serba: 139 atti di violenza a sfondo etnico contro i serbi in Kosovo Metohija dall’inizio di quest’anno
La casa di Bosiljka Nojić (77 anni) a Gnjilan, vicino al cimitero cittadino, è stata presa a sassate e una finestra è stata rotta. Da sabato 16 settembre al 22, in questa cittadina del Kosovo Metohija ci sono stati quattro assalti con pietre alle abitazioni di serbi. Sabato 16 settembre la casa è stata attaccata con pietre, lunedì 18 settembre con immondizie.
L’anziana è disabile e vive con il genero. I Nojić sono rimpatriati, sono tornati nella loro città nel 2009 e sono l’unica famiglia serba in quella parte della città. Da quando sono tornati a Gnjilane sono stati bersaglio di molteplici attacchi da parte degli albanesi e la loro macchina era già stata bruciata negli scorsi anni.
Il 22 settembre un albanese ha aggredito con dei coltelli i figli del serbo Nenad O., mentre giocavano nel cortile di Mikro naselje a Mitrovica Nord, i bambini sono stati aggrediti mentre giocavano nel parco giochi. Una persona di nazionalità albanese ha estratto due coltelli e ha aggredito i bambini serbi, gridando minacce terrificanti. I bambini erano riusciti a scappare in un edificio vicino. Questo è il sedicesimo attacco contro i bambini serbi in Kosovo da novembre 2022.
Il 26 settembre intorno alle 22:30, le finestre della scuola elementare “Braća Aksić” di Lipljan, sono state prese a sassate, finestre rotte e danni materiali.
Nikola Elezovic, figlio di Ilija Elezovic, uno dei tre serbi arrestati pochi giorni fa, ha denunciato che la detenzione in cella, per la vita di suo padre, potrebbe essere fatale. Egli è malato di tumore e anche il medico albanese ha affermato nel rapporto, che tale paziente dovrebbe essere ricoverato in ospedale, ma il Tribunale e la Procura di Pristina lo hanno ignorato.
Lui sottolinea che dal momento dell’arresto fino ad oggi nessuno ha contattato la famiglia dell’arrestato.
“Né la polizia, né la procura, non conosciamo il suo stato di salute, l’unico contatto con lui è l’avvocato L. Pantovic, e le sue parole sono preoccupanti. Mio padre, era un rispettato cittadino di Kosovska Mitrovica, fuggito con la famiglia dal villaggio vicino a Vucitrn nel 1999 durante la guerra. Molto rispettato e apprezzato in città, come testimonia il numero di amici che chiamano e non riescono a credere a quello che sta succedendo.A Ranilug, nelle prime ore del mattino, sconosciuti hanno lanciato ordigni esplosivi contro tre case serbe. Non ci sono stati feriti, ma c’è paura tra le famiglie aggredite, così come tra la gente del posto.
Per noi è molto difficile, crediamo profondamente che l’accusa contro di lui di quei crimini di ventiquattro anni fa siano completamente falsi, egli ha sempre aiutato gli albanesi e tutte le persone che avevano bisogno di aiuto. Abbiamo contatti con molte persone, anche con albanesi che non credono a ciò, perché sanno che è un brav’uomo e vogliono aiutarlo”.
Il vicesindaco di Ranilug, V. Aritonovic, ha detto che questo è il quinto ordigno esplosivo lanciato nel comune di Ranilug negli ultimi due mesi, aggiungendo che “i cittadini sono preoccupati e temono per la propria esistenza. Chiaramente, il motivo di questo attacco è l’intimidazione, perché non vedo nessun altro motivo per cui qualcuno dovrebbe lanciare un ordigno esplosivo contro la nostra gente pacifica. Questo è il quinto ordigno esplosivo che è stato lanciato negli ultimi due mesi a Ranilug e Glogovac”. Al momento di questi ignobili attacchi, intere famiglie erano nelle loro case, compresi i bambini.
Un ordigno esplosivo è stato lanciato anche contro la casa del direttore del Centro per i servizi sociali di Ranilug, Zoran Ristic, ma non è esploso. Una “brutale intimidazione nei confronti dei rappresentanti della Lista serba, che arriva solo pochi giorni dopo le minacce di Albin Kurti secondo cui i serbi e la Lista serba ‘soffriranno e pagheranno’. Kurti, ha cominciato ad attuare il suo piano prima arrestando tre serbi e ora sono state lanciate bombe contro case serbe”.
Nuovi arresti di serbi a Mitrovica Nord e Zvecan, il 20 settembre
A Mitrovica Nord è stato arrestato IE nelle prime ore del mattino, e a Zvecan è stato arrestato anche l’ex membro della polizia del Kosovo, DM. Secondo testimoni oculari, IE è stato fermato e portato via vicino alla Scuola Tecnica da membri delle forze speciali di polizia ed è stato messo in un veicolo che si è diretto verso Mitrovica sud. Il suo arresto è stato confermato dalla sua famiglia, che fino a questo momento non sa dove si trovi.
Nello stesso giorno è stato arrestato anche DM, ex membro della polizia del Kosovo. Secondo quanto riferito, è stato arrestato dalle forze speciali del Kosovo vicino a una fermata dell’autobus a Zvecan.
Arrestato un altro serbo a Priluzje
Un altro serbo, ZK, è stato arrestato il 20 settembre a Priluzje e poi portato a Pristina. È stato arrestato a casa sua dalla polizia del Kosovo. Il motivo dell’arresto di ZK è ancora sconosciuto.
Messaggi di odio con la scritta UCK, sono stati tracciati sulla scuola elementare “San Sava” di Klokot, il 15 settembre, frequentata da più di 70 bambini. “Un’altra preoccupante conferma che l’odio verso tutto ciò che è serbo, compresi i bambini, è la base ideologica della politica di Kurti e che è visibile ovunque in Kosovo, il pericolo di una destabilizzazione incontrollata e di un’escalation di violenza”, ha denunciato l’Ufficio serbo per il Kosovo Metohija.
Madre di due giovani picchiati e arrestati a Gracanica: “sono molto angosciata, gli hanno rotto la clavicola e le costole, oltre al viso”
Andrijana Micic di Gracanica, la madre dei due giovani che sono stati picchiati e arrestati dalla polizia del Kosovo, ha denunciato che dopo l’arresto non gli permettono di vedere i figli. L’episodio in cui sono stati picchiati i giovani serbi Andrija Micic di 24 anni e Mihajlo di 19 anni, è avvenuto nel centro di Gracanica, dopo essere stati fermati per un’infrazione al codice della strada, la polizia kosovara li ha brutalmente pestati.
“I due ragazzi non hanno fatto nulla di grave o del male a nessuno, Mihajlo è stato picchiato mentre era ammanettato, non poteva colpire nessuno”, ha detto la madre. Tre testimoni hanno dichiarato che Mihajlo è stato picchiato senza motivo, le loro dichiarazioni coincidono.
L’8 settembre 2023 arrestato un serbo a Leposavic, ex membro della polizia del Kosovo
Un serbo di Leposavic, GS, ex membro della polizia del Kosovo, è stato arrestato davanti a sua madre. Secondo testimoni oculari, era seduto nella taverna non lontano dalla stazione ferroviaria, dove si era fermato a prendere un caffè, quando è arrivata un’auto della polizia che lo ha preso e portato via. Al momento non si hanno informazioni riguardo a dove è detenuto.
La comunità Rom del Kosovo denuncia la brutalità e la violenza della polizia kosovara nella regione
Dopo il pestaggio brutale di un giovane rom mentre era in custodia a Gracanica, decine di persone della comunità rom del Kosovo hanno protestato a fine agosto, nel comune di Gracanica, a maggioranza serba, accusando la polizia di aver picchiato violentemente un giovane rom che era stato preso in custodia il 19 agosto.
Una ONG locale per i diritti dei rom, Opre Roma, ha postato le foto delle ferite subite da Burhan Ibrahimovic per mano della polizia di Gracanica dopo essere stato denunciato per un incidente stradale in città.
Rivolgendosi alla folla davanti alla stazione di polizia di Gracanica, Berisha di Opre Roma ha affermato che la comunità rom in Kosovo “è continuamente esposta alla violenza, alla discriminazione e all’emarginazione. Non siamo qui per incitare all’odio o alla divisione. Ma diciamo a coloro che esercitano violenza contro la nostra comunità, che tali azioni non saranno tollerate e non saranno più accettate con il nostro silenzio, in tutto il Kosovo”.
Va sottolineato che i Rom sono scappati e solitamente vivono nelle aree dove vivono i serbi e insieme a loro in tutti questi anni hanno subito vessazioni e persecuzioni.
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30/06/2023
Omogenitorialità, l’Agenzia delle Entrate discrimina una lavoratrice sui congedi parentali
Nel caso di specie, la collega, che in qualità di genitrice aveva fatto richiesta di 10 giorni di congedo di paternità per dedicarsi alle cure della figlia, non ne ha potuto godere in quanto l’Agenzia delle Entrate ne ha concesso la fruizione sospensivamente condizionata al parere della Funzione Pubblica, mettendo in atto un comportamento che non concede l’immediato e pieno godimento del diritto alla cura né lo nega esplicitamente attraverso l’emanazione di un provvedimento a cui potersi opporre nelle sedi giudiziarie opportune.
A seguito di denuncia del caso all’interno del Comitato Unico di Garanzia dell’Agenzia delle Entrate, valutata la gravità del diritto negato alla collega, USB attraverso la sua componente del CUG ha preso una posizione in favore del riconoscimento del diritto rivendicato dalla collega, trasmettendo un documento con il quale vengono argomentate, con puntuali riferimenti normativi e giurisprudenza in materia, le ragioni che rendono la posizione di Agenzia Entrate, non solo pretestuosa perché non costituisce soggetto giuridico deputato a prendere posizioni in materia, ma inaccettabile rispetto ad un riconoscimento pieno della genitorialità delle due mamme nei confronti della minore.
Riteniamo assolutamente discriminatorio l’atteggiamento dell’Agenzia Entrate che contribuisce, con il suo comportamento, ad alimentare nel nostro Paese un clima sempre più irrespirabile e restrettivo in tema di riconoscimento dei diritti.
Continueremo a sostenere i diritti della collega e delle coppie omosessuali presso il CUG e presso la Direzione Centrale di Agenzia Entrate, esercitando la massima pressione anche nei confronti della Funzione Pubblica.
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09/03/2023
Le piazze dicono che la liberazione femminile si conquista
Non una festa dunque, ma una giornata di lotta che si pone in continuità con la storia del movimento di classe del ‘900 e le enormi conquiste ottenute dalle donne che si sono messe in prima fila per ottenere avanzamenti sul piano politico, economico e sociale.
“Dimostriamo, ancora una volta, che la liberazione femminile si conquista” hanno urlato, a gran voce, le compagne e i compagni di Osa, Cambiare Rotta e della Rete dei Comunisti costruendo mobilitazioni o prendendo parte ai cortei di Non Una di Meno da Torino a Bari, da Bologna a Latina per rimettere al centro l’esigenza di costruire il riscatto delle donne in una prospettiva di cambiamento radicale della società.
Indipendenza economica e parità nella retribuzione; tutele e garanzie di alternative, a prescindere dalle proprie condizioni economiche e sociali e dalla propria cittadinanza; una educazione e una formazione pubblica accessibile, lontana dalle logiche del mercato; la possibilità di scelta nel lavoro, nello studio, nella famiglia; la libertà di decidere se e quando diventare madri; il diritto all’aborto sicuro e gratuito, alla contraccezione e all’educazione sessuale nelle scuole; il diritto alla casa; la liberazione dalla schiavitù domestica; investimenti sui servizi sanitari pubblici, gratuiti e territoriali: queste le rivendicazioni portate in piazza con l’obiettivo, di lungo periodo, di organizzare le “donne che nessuno rappresenta”, quelle di periferia, le precarie, le migranti, le disoccupate, le studentesse.
La sperimentazione di Donne de Borgata a Roma, iniziata nel Novembre scorso dopo la contestazione di piazza a Laura Boldrini, mira proprio a far sentire la voce delle sfruttate nella città metropolitana, disilluse e abbandonate dalla politica che, in maniera bipartisan, non ha fatto altro che eliminare ogni conquista sul piano sociale, dai tagli al welfare sociale alla cosiddetta “femminilizzazione del mondo del lavoro”.
Diverse assemblee nei quartieri popolari hanno anticipato il corteo romano da Piazzale Ostiense al Miur con l’obiettivo di raccontare e confrontarsi sui problemi quotidiani vissuti sulla propria pelle dalle donne che oggi, più di tante altre, vivono le conseguenze dirette della crisi economica e il peso del peggioramento generalizzato delle condizioni di vita nel nostro paese.
Da Tor Bella Monaca a Tiburtino terzo, fino a Pietralata, Casal Bruciato, Laurentina, Spinaceto e Cinecittà le donne e le studentesse di borgata si sono incontrate per far emergere l’orgoglio e la forza di una fetta importante del genere femminile per la quale l’8 marzo non c’è nulla da festeggiare, ma tutto da (ri)conquistare.
Scioperi e picchetti nelle scuole di periferia e nel liceo Machiavelli di San Lorenzo hanno portato tantissimi studenti e studentesse a confrontarsi sui problemi specifici che riguardano l’attuale modello scolastico che non fa altro che esacerbare le differenze di classe e l’imbarbarimento della società, comprese le violenze, le discriminazioni e le molestie.
L’assemblea cittadina del 7 marzo a piazza dei Mirti (Centocelle) ha poi saputo connettere e mettere insieme le voci delle “donne de borgata” di tutti i quartieri, delle scuole e delle università e ha visto la partecipazione di movimenti e associazioni attive nelle periferie, nella lotta per la casa e nelle lotte sui posti di lavoro: la sintesi? “Le donne de borgata sono libere se conquistano”.
Da segnalare anche la determinazione degli studenti e delle studentesse di Bari e delle province del Lazio (Monterotondo, Pomezia, Latina e Viterbo) che hanno promosso, a partire dal protagonismo studentesco nelle lotte degli ultimi mesi, presìdi e mobilitazioni con una partecipazione larga da parte delle lavoratrici e dei lavoratori organizzati dal sindacalismo conflittuale, delle organizzazioni politiche, dei collettivi e dell’associazionismo territoriale.
Da tutte le piazze si alzano cori non solo contro Giorgia Meloni e l’attuale esecutivo ma contro tutta la nuova élite femminile al e di potere, economico e politico: dalla guerrafondaia Von Der Leyen fino alla neo segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, le donne che “ce l’hanno fatta” non sono poi così diverse dagli sfruttatori maschi che le hanno precedute.
Per questo, ieri come oggi, la liberazione femminile si conquista... con la lotta di classe.
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23/09/2022
Iran - Donne in rivolta contro la polizia religiosa dopo la morte di Mahsa Amini
di Valeria Cagnazzo
Aveva solo 22 anni Mahsa Amini, la donna che il 14 settembre scorso ha perso conoscenza in una stazione di polizia a Vozara, in Iran, ed è entrata in coma, per morire poche ore dopo nella terapia intensiva dell’ospedale di Kasra. Era a Teheran per visitare alcuni parenti insieme alla sua famiglia con cui vive a Saqqhez, nel Kurdistan iraniano, quando gli agenti della Guidance Patrol, la “polizia morale” iraniana, l’hanno arrestata perché non indossava adeguatamente il velo. Il foulard, infatti, non nascondeva integralmente i suoi capelli neri. È stata pertanto condotta in commissariato in stato di fermo, e dopo appena due ore è entrata in coma, in circostanze misteriose. La sua morte ha provocato reazioni di protesta nel Paese e nel resto del mondo.
La polizia ha negato qualsiasi forma di colluttazione con la donna, sia durante l’arresto sia nelle ore di fermo in cui Amini sedeva in attesa di essere interrogata insieme ad altre donne. Il comandante della Polizia di Teheran, Hussein Rahimi, ha affermato che i suoi agenti hanno “fatto di tutto” per aiutare la donna e ha parlato di un “incidente sfortunato”. La tv di stato ha diffuso un video in cui in un commissariato una donna si alza dalla panca per parlare con un poliziotto e cade improvvisamente a terra. Nella versione del comando di polizia si tratterebbe appunto di Mahsa Amini.
A scatenare l’episodio, si legge in una dichiarazione della polizia del 15 settembre, sarebbe stato un arresto cardiaco. La famiglia di Amini, tuttavia, ha violentemente rigettato questa ipotesi, affermando che la ragazza godeva di ottima salute.
Nelle parole di Rahimi, sarebbero “accuse codarde” quelle che si sono diffuse intorno a questa morte, secondo le quali il decesso si dovrebbe attribuire, invece, alle violenze degli agenti sulla detenuta. Diverse sono, infatti, le testimonianze che, in seguito alla notizia della morte inspiegabile della donna, hanno riferito che Mahsa Amini sia stata picchiata dagli agenti della “polizia morale” al momento dell’arresto, mentre veniva caricata sul furgone della polizia e poi probabilmente anche durante il fermo. A ucciderla letteralmente di botte, secondo la versione che in poche ore ha investito il dibattito pubblico iraniano, sarebbero stati i poliziotti, tanto da farla arrivare in terapia intensiva, secondo quanto riferito dall’ospedale di Kasra, già in stato di morte cerebrale.
Al suo rientro dal vertice a Samarcanda con Putin e Xi Jinping, il primo ministro Ebrahim Raisi ha trovato un Paese travolto da uno tsunami di proteste di iraniani, ONG e comunità internazionale, che nessuna versione ufficiale sull’accaduto diramata dalle tv nazionali è riuscita a frenare. È per questo che ha annunciato che il ministero dell’interno svolgerà un’indagine per accertare le cause della morte della ragazza.
Che si sia trattato di morte cardiaca improvvisa o meno, non è la prima volta in Iran che una donna, oltre a subire l’arresto, sia vittima di violenze a causa del suo modo di vestire. Dai tempi della rivoluzione di Khomeni nel 1979, infatti, in Iran è obbligatorio il rispetto delle norme di abbigliamento e di comportamento dettate dalla Sharia. Con il premier Mahmoud Ahmadinejad, il Paese si è dotato addirittura di una “polizia morale”, un corpo di agenti, uomini e donne velate integralmente di nero, chiamati a vigilare che tutte le donne, non solo quelle musulmane, abbiano i capelli e il collo completamente coperti da un hijab. Per chi trasgredisce, la pena può essere il carcere.
Nel 2017 si accese nel Paese un movimento di ribellione che vide molte donne, soprattutto volti pubblici, liberarsi dei veli e lasciare liberi i capelli in segno di protesta contro la “legge morale”. Il risultato fu, però, piuttosto un inasprimento della sua applicazione. Diversi video online iniziarono a testimoniare arresti sempre più violenti di ragazze con ciuffi di capelli liberi sulla fronte o trecce che si affacciavano sotto al bordo dell’hijab. Schiaffi, pugni, donne messe all’angolo da altre donne che le accusavano di condotte vergognose e peccaminose, poi gettate brutalmente su furgoncini della polizia per raggiungere il commissariato.
See how Girls are mercilessly Beaten, assaulted & humiliated Publicly by Psychopath Radical Predators in Iran for not wearing #Hijab .Bloody Morality Police Monsters😡violently assault Girls enforcing Hijab Compulsion. These Extremist countries r living Hell 4 women#MahsaAmini pic.twitter.com/UEVwnN97si
— Jyot Jeet (@activistjyot) September 18, 2022
This is a small part of the horror that we live every day Because of the mandatory hijab
For the sin of being a girl in an Islamic country#Mahsa_Amini #مهسا_امینی pic.twitter.com/latkm9XUMa— حدیثی که میفرماید: (@H_a_d_i_s_h) September 16, 2022
È per questo che l’episodio della morte di una ragazza di 22 anni arrestata per motivi “morali” ha riacceso nelle donne iraniane una rabbia mai sedata. L’ennesima morte, l’ennesima violenza alla loro dignità, che le ha fatte esplodere nell’urlo di “Morte al dittatore”.
Sabato mattina, infatti, si sono svolte le esequie di Mahsa Amini nel suo villaggio di Sagghez, a 460 km da Teheran. Le autorità avrebbero chiesto alla famiglia di svolgere il funerale all’alba, in modo che il rito si celebrasse tra pochi intimi e lontano dalle attenzioni mediatiche, ma i familiari di Amini non hanno accettato di salutare la ragazza prima che il sole non si fosse levato alto in cielo e intorno alla loro casa non si fossero radunate centinaia di persone.
Urla di protesta si sono presto sollevate dalla massa di partecipanti all’eco di “Morte al dittatore”, rivolto all’ayatollah Khamenei, ritenuto responsabile dell’uccisione della donna per mano della “polizia morale”. Le donne nella folla si sono liberate dell’hijab e molte di loro l’hanno innalzato su bastoni di legno come una bandiera. Nelle stesse ore, anche nella città di Teheran una folla marciava al grido degli stessi inni e con le stesse donne svelate pronte a sfidare il braccio della “polizia morale”.
Contro la folla, che dopo il rito funebre ha continuato a protestare e si sarebbe radunata poi davanti all’ufficio del governatore, si è scatenato l’esercito, con spari e lacrimogeni: negli scontri sarebbero rimasti uccisi quattro manifestanti e almeno 15 sarebbero i feriti.
This is Iran today. A woman proudly burning the most visible symbol of religious dictatorship; compulsory hijab.
Hijab police killed #MahsaAmini but now there are millions of Mahsa in Iran who are shouting NO to Forced hijab NO to gender apartheid regime.#مهسا_امینی pic.twitter.com/9tzd9IRwgB— Masih Alinejad 🏳️ (@AlinejadMasih) September 19, 2022
Non solo per le strade: anche i social sono stati travolti dalla rabbia. In poche ore, l’hashtag #MahsaAmini è stato menzionato oltre due milioni di volte. “Togliersi l’hihab è un crimine punibile in Iran. Chiediamo alle donne e agli uomini nel mondo di mostrarci la loro solidarietà”, si legge sull’account di una ragazza. E ancora “La cosiddetta polizia morale l’ha arrestata arbitrariamente prima che morisse per far rispettare le leggi abusive, degradanti e discriminatorie del Paese che impongono il velo. Tutti gli agenti e gli ufficiali responsabili devono essere sottoposti alla giustizia”.
Sotto all’hashtag #MahsaAmini, insieme ai tweet si sono moltiplicati video di donne disposte a tagliarsi i capelli in segno di protesta. Un paio di forbici in mano e uno sguardo furioso in camera, mentre i loro capelli cadono a terra e l’acconciatura si trasforma in un caschetto improvvisato.
Dure anche le denunce di diverse personalità del mondo dello spettacolo. Il regista premio Oscar Asghar Farhadi ha scritto “Sono disgustato, stavolta da me stesso. Tu sei su un letto d’ospedale, ma sei più sveglia di noi, mentre noi siamo tutti in coma. Noi ci fingiamo addormentati, di fronte a questa oppressione senza fine. Noi siamo complici di questo crimine”, a commento di una foto della ragazza in coma.
Freedom... We want freedom!#MahsaAmini#مهسا_امینی pic.twitter.com/QGOHGHFm7M
— استراتوس فرفری (@FerFeriStratus) September 20, 2022
L’ONG Iran Human Rights ha chiesto l’intervento delle Nazioni Unite. “Indipendentemente dalla causa ufficiale della morte annunciata dalle autorità”, ha dichiarato il suo direttore Mahmood Amiry-Moghaddam, “la responsabilità dell’omicidio di Mahsa Amini ricade su Ali Khamenei come leader della Repubblica islamica, Ebrahim Raisi come capo del governo, e delle forze di polizia sotto il loro comando”.
Ferma la condanna di Amnesty International: “Le circostanze che hanno portato alla morte sospetta della ventiduenne Mahsa Amini, che comprendono accuse di tortura e maltrattamenti durante il fermo, devono essere indagati penalmente”. L’obbligo del velo e la sua applicazione venivano denunciate anche nel rapporto annuale dell’ONG sull’Iran relativo al 2021, in cui si legge: “Le discriminatorie norme sull’obbligo di indossare il velo hanno continuato a condizionare la vita delle donne, determinando molestie quotidiane, detenzioni arbitrarie, aggressioni equiparabili a tortura e altro maltrattamento e diniego di accesso all’istruzione, all’impiego e agli spazi pubblici. Almeno sei difensori dei diritti delle donne sono rimasti in carcere per aver condotto campagne contro il velo forzato”.
Le carceri iraniane in cui le donne iraniane rischiano di restare rinchiuse per anni per contravvenzioni alle norme dell’abbigliamento rappresentano tra l’altro gironi infernali in cui si rischiano quotidianamente torture e condanne a morte arbitrarie. Proprio nei primi mesi del 2022, infatti, Amnesty International ha registrato un preoccupante inasprimento della giustizia iraniana: da gennaio a giugno, sono state giustiziate almeno 251 persone. “Una media di una condanna a morte al giorno”. L’anno scorso, il numero totale delle esecuzioni era stato di 314.
I detenuti possono morire per omicidio, stupro, rapina, ma anche, denuncia la ONG per i diritti umani, “relazioni omosessuali tra persone adulte e consenzienti, le relazioni extraconiugali e i discorsi ritenuti offensivi nei confronti del profeta dell’Islam”, così come reati descritti in modo del tutto vago quali “inimicizia contro Dio” e “diffusione della corruzione sulla terra”.
Per questo la protesta delle donne iraniane e le loro denunce sui social rappresentano un atto di coraggio estremo, con il quale rischiano tutto. Si può diventare detenute politiche per molto meno, ed essere rinchiuse in prigioni tristemente famose come quella femminile di Qarchak, che ospita oltre 2.000 prigioniere.
Il reparto 8, conosciuto come “il Rione delle Madri”, è quello delle prigioniere di coscienza. Tra di loro, la scrittrice Golrokh Iraee, arrestata nell’ottobre del 2016 perché nella sua casa era stato trovato un suo racconto contro la lapidazione. Rilasciata nel 2017 dopo che col suo sciopero della fame suo marito aveva richiamato l’attenzione internazionale, è stata di nuovo arrestata alla sospensione dello sciopero della fame e allo spegnimento dei riflettori mediatici sul suo caso.
Per aver criticato sui social il record di esecuzioni capitali detenuto dall’Iran, anche Atena Daemi, attivista per i diritti umani, è stata condannata a 7 anni di carcere e rinchiusa in una cella di Qarchak. I suoi post su Facebook e su Twitter sono stati ritenuti “offensivi” nei confronti dei pubblici ufficiali. È ancora rinchiusa nel carcere di Evin, dove protesta con scioperi della fame contro le condizioni di vita nel carcere e contro la pena di morte.
Un tempo sede di un allevamento industriale di polli, il carcere femminile di Qarchak ospita più donne di quante ne possa contenere, in condizioni disumane. Le detenute vivono in assenza di acqua, di cibo sufficiente, con le finestre sbarrate, senza il diritto alle più elementari norme igieniche. Non sono solo la fame e le malattie che si diffondono, però, a tormentarle. La direttrice del carcere, Soghra Khodadadi, è stata accusata di aver creato condizioni “insopportabili” per le prigioniere e di aver incoraggiato abusi nei confronti di prigionieri politici e pacifici. Nel giugno 2016, in seguito a un episodio in cui le guardie carcerarie avevano picchiato “brutalmente” le detenute, Amnesty intervenne per richiedere la chiusura del carcere. Nel 2021, il Dipartimento del Tesoro americano ha indirizzato le sue sanzioni economiche anche alla Khodadadi.
Nonostante i rapporti e le denunce internazionali, però, il carcere continua a tenere rinchiuse centinaia di donne, condannate alla tortura per reati d’opinione. Lo stesso reato che compiono in questi giorni le donne che si tagliano pubblicamente i capelli sotto a un hashtag. Resta la percezione, però, che calato l’interesse internazionale, nei commissariati e nelle carceri iraniane si continuerà a morire e in strada le donne continueranno a essere vittime indifese della “polizia morale”.
27/01/2022
Storie di ordinaria discriminazione: carte in regola e offese gratuite
Le persone che abbiamo incontrato o delle quali abbiamo raccolto le storie arrivano per lo più dall’est Europa o dalla vicina Asia (extra Ue) ma anche dal Pakistan.
Diverse sono collaboratrici domestiche, quelle che chiamiamo badanti, e che normalmente godono di un discreto livello di integrazione. Non è il caso di tutte.
Carla (nome di fantasia, ha paura di rivelare la sua identità) ha lavorato per un periodo in un paese dell’interno ma dopo aver passato momenti difficili a causa dei datori di lavoro si è trasferita a Nuoro.
Ha un regolare contratto di lavoro, la sera frequenta la scuola media per ottenere il livello di italiano richiesto dalle norme vigenti in materia di immigrazione, periodicamente deve rinnovare il permesso di soggiorno.
Racconta questa esperienza quasi con terrore per le vessazioni che ha dovuto subire, dalle prese in giro per il nome e la provenienza ai veri e propri insulti, c’è chi le ha dato della prostituta.
Anche chi la accompagnava, un nuorese, è stato vittima di un becero umorismo, quasi che un fidanzamento “misto” fosse degradante.
«Si tratta di veri e propri abusi di potere – dice lui – ma a chi puoi rivolgerti per denunciare?».
Tutti, effettivamente, hanno paura di esporsi per non subire danni come pratiche bloccate o ulteriori discriminazioni, perché di questo si tratta.
L’unica contromisura è quella di recarsi presso gli uffici accompagnati da avvocati o comunque da professionisti che possano rispondere.
«Spesso – ci dicono ancora – puntano sulla nostra debolezza, sulle difficoltà di comprensione della lingua o su piccoli errori nella compilazione dei documenti. Ci vuole un carattere forte per tener loro testa ma non tutti riescono, sono per lo più impauriti e remissivi».
Un’altra donna, sempre dell’est, che ha oggi la fortuna di essere cittadina dice solo: «Non ho voglia di raccontare perché non voglio rivivere quel dolore, so solo che sopra di noi c’è un Giudice che darà a ciascuno secondo le sue azioni».
Ma ci sono anche storie di uomini che lavorano in campagna, per una azienda vitivinicola di un paese vicino. Quando si rivolgono telefonicamente agli uffici per informazioni si sentono spesso ripetere “chiami domani”.
Peggio, quando è il proprietario (sardo) dell’azienda a recarsi in città per i documenti, un uomo ormai anziano, si sente il più delle volte dire “torni domani”, quasi avesse la colpa di voler mettere in regola i propri dipendenti. Una volta, due volte, tre volte: incidente, coincidenza, abitudine.
Capita così, come racconta una struggente canzone dei Negrita che dà idealmente il titolo a questa pagina. Capita di non capire “come funziona e come va” perché si è stranieri ma anche di sentirsi stranieri nella propria città. Un posto che “non è Hollywood” e in cui la sola speranza è di dar ragione a quel tale che dice “Qui va bene così/tanto tutto è troppo e basta quel che hai/e forse un giorno lo capirai”.
Qui non è Hollywood
Nel maggio scorso abbiamo raccontato su queste pagine storie di “invisibili” tra i quali rientrano le coppie cosiddette miste e le difficoltà per ottenere la cittadinanza. C’è chi ce l’ha fatta e ora può raccontare liberamente. Come Marco, nuorese doc. Dopo essersi diplomato a Nuoro ha lasciato la città per studiare in Italia e all’estero, conseguendo laurea e dottorato. Nonostante sia residente a Nuoro, si sposta spesso per lavoro continuando la sua attività di ricerca nel campo delle lingue e della storia contemporanea.
Quando hai conosciuto tua moglie e quando è iniziato l’iter per avere la cittadinanza?
«Ci siamo conosciuti nel 2011 e ci siamo sposati nel 2014. All’inizio non pensavamo a sposarci, meno che mai pensavamo alla cittadinanza: abbiamo iniziato a pensarci dopo alcuni episodi particolarmente gravi di discriminazioni istituzionali contro di noi, mia moglie era stata interrogata per ore dalla polizia in un paese europeo, senza alcun motivo, solo perché non era cittadina Ue. L’iter è iniziato nel 2019».
Cosa ha comportato in termini economici, di tempo, di energie fisiche e mentali?
«Ottenere la cittadinanza italiana non è facile, per alcuni è impossibile. Soltanto il raccogliere tutti i documenti richiesti può richiedere uno o più anni. Le spese tra tasse, documenti, traduzioni, legalizzazioni, esami, corrieri, viaggi nel paese di origine, possono arrivare a diverse migliaia di euro.
Noi ne abbiamo speso circa 4.000, ma non esiste una cifra fissa, perché dipende molto dai singoli e anche dall’arbitrio dell’ente che se ne occupa. In totale, noi ci abbiamo messo due anni, che può essere considerata una velocità supersonica.
Un immigrato che non ha parenti italiani ci può mettere tranquillamente 15, 20 anni, o semplicemente non ottenerla mai. Occorrono dieci anni di residenza per fare domanda (ma in Italia si può avere il permesso di soggiorno senza avere la residenza, e questo complica le cose); il tempo per raccogliere i documenti, ammesso che vi si riesca; 4, 5 o più anni di attesa per la risposta, che può essere anche negativa e senza nessuna possibilità di modifica del verdetto.
Certamente il dispendio di energie mentali necessario è molto grande, perché si ha a che fare con una macchina discriminatoria infernale che esercita su di te l’arbitrio più totale, e senza possibilità di appello, un po’ come nel processo di Kafka. La persona che fa domanda ha paura a lamentarsi, perché sa che qualunque scusa può essere buona per negare ciò cui ha diritto».
Cosa significa essere oggi una famiglia “mista”?
«Voglio precisare che in Italia e in Europa solo i cittadini non europei sono vittime di discriminazioni istituzionali. Per esempio non definirei mista una famiglia col marito italiano e la moglie francese.
Molto dipende anche dal colore: il fatto che noi siamo bianchi certamente ci ha aiutato. In generale, anche se una persona extra-Ue è sposata con un cittadino italiano, lo Stato la considera in tutto e per tutto “immigrata”, la sottopone quindi a tutte o quasi le discriminazioni delle quali sono vittima gli altri immigrati».
Pensi che la vostra sia una storia di “ordinaria burocrazia” o un caso di “razzismo di Stato” (per richiamare il titolo di un libro curato da Pietro Basso)?
«Conosco il libro curato da Pietro Basso e conosco anche l’autore. Non c’è dubbio, la sua definizione è particolarmente azzeccata e centra in pieno il punto. Razzismo di Stato sono tutte le discriminazioni istituzionali contro gli immigrati e le famiglie miste. È ben diverso dal razzismo nella società.
Parlare di “burocrazia” è quanto meno riduttivo, dato che la qualità, la quantità e la gravità di quello che subiscono gli immigrati non ha paragone con quello che subiscono gli italiani».
Credi che a Nuoro esista il razzismo?
«Certo, esiste anche a Nuoro. Devo dire che l’essere vittima di razzismo nel luogo dove sono nato e cresciuto è stata un’esperienza che è difficile descrivere. In particolare ho sofferto molto il fatto che le persone negassero sfacciatamente e spudoratamente i nostri problemi quando io li raccontavo. È un caso lampante di falsa coscienza: se gli italiani sapessero quello che passano gli immigrati e le famiglie miste in Italia, si vergognerebbero di guardarsi allo specchio».
Per te e tua moglie c’è stato un lieto fine, la cittadinanza è finalmente arrivata. Perché continui a occuparti di queste vicende?
«Tutte le discriminazioni che io e mia moglie abbiamo sofferto hanno cambiato per sempre la mia vita. Ho capito che cosa vuol dire essere I dannati della terra, per citare un libro di Fanon. Prima che ne fossi vittima ne ero a conoscenza solo in modo indiretto. Ma l’esperienza diretta cambia tutto.
Appena mi sono reso conto che quello che subivamo non era un caso isolato ma generale, mi sono messo in contatto con partiti, associazioni, movimenti sensibili a questi temi. Io non ho mai pensato che il razzismo di Stato potesse essere ridotto a un caso individuale. Non ho mai pensato che le famiglie miste dovessero ottenere un trattamento preferenziale rispetto agli altri immigrati, né che la mia famiglia fosse speciale e che dovesse subire un trattamento speciale.
Il razzismo di Stato è un crimine. Personalmente, sono sempre stato disgustato dall’egoismo delle persone. Così come ne sono stato disgustato quando la vittima ero io, sarei un ipocrita se ora facessi l’egoista e l’indifferente nei confronti delle altre persone che sono rimaste in questa situazione.
Ho deciso che continuerò a lottare a fianco degli altri immigrati con i poveri mezzi che ho a disposizione. Il fatto che mi sia occupato per anni di storia contemporanea mi dà degli strumenti particolari per capire come il razzismo si è evoluto nel tempo. Pertanto, cerco di pubblicare ricerche sul tema e di presentarle pubblicamente. Ma naturalmente questo non basta.
La soluzione deve essere politica e può passare solo attraverso la mobilitazione degli immigrati stessi e dei pochi italiani disposti a sostenerli. Vedo dei segnali positivi in questo senso, ma non basta».
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