Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ernesto Galli della Loggia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ernesto Galli della Loggia. Mostra tutti i post

15/03/2025

“Solo l’Occidente conosce la Storia”... ed è pronto a farla finire nella guerra

Hanno suscitato abbastanza scalpore le “Nuove Indicazioni 2025” per la revisione dell’insegnamento nelle scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione – vale a dire elementari e medie –. L’Opposizione Studentesca di Alternativa (OSA) aveva già pre-denunciato la natura dei lavori che stava portando avanti la Commissione tecnica indicata dal ministro Valditara.

Per il problema di comprendere quale scuola (classista e infestata dagli interessi privati) per quale società (in crisi e indirizzata sul crinale della guerra) rimando perciò agli approfondimenti fatti da chi la scuola la vive. Qui mi voglio soffermare solo sul messaggio che emerge da una delle selezioni del documento appena pubblicato: quella sulla Storia.

In quanto storico, non posso fare finta di niente di fronte alle aberrazioni scritte in quelle pagine. Aberrazioni di cui innanzitutto andrebbe ricordato il più noto dei responsabili. È Ernesto Galli della Loggia il coordinatore del gruppo che si è dedicato a delineare questi primi materiali di dibattito su cosa dovrebbe essere l’insegnamento della Storia a ragazze e ragazzi, fino ai 14 anni.

Galli della Loggia è quello che a ottobre scrisse, in difesa del genocidio perpetrato da Israele sui palestinesi, che la democrazia si deve assumere la responsabilità dei più efferati crimini per affermare i suoi principi. Tra i casi da lui ricordati ve ne sono due della Seconda guerra mondiale, cioè il bombardamento di Dresda e l’uso delle atomiche: non a caso, due crimini di guerra.

Ma, appunto, per Galli della Loggia va bene tutto, finché serve ad affermare la ‘democrazia’, fatta piattamente coincidere con il dominio occidentale sul resto del mondo. Non lo ha nemmeno nascosto quando, a dicembre, ha fatto una disamina proprio di questi crimini nel diritto internazionale, in sostanza concludendo che se si deve dar retta a tali costrizioni ogni guerra è nei fatti impedita. Che è poi uno degli scopi per cui è nato il diritto internazionale...

In pratica, Galli della Loggia ci sta dicendo che per l’Occidente non è possibile (non può, non vuole, ecc.) condurre alcun conflitto senza lasciarsi andare a violenze efferate. Buono a sapersi. Ma soprattutto, ci dice che bisogna farla finita con queste stigmatizzazioni della guerra e delle atrocità che porta con sé: dovrebbe rivendicarsi allora come primo precursore dello spirito guerrafondaio incarnato ora da Michele Serra, Antonio Scurati e tanti altri “democratici”.

Questa è la figura che ha coordinato i lavori per elaborare quale Storia andrà raccontata a dei bambini, o poco più. Già inquietante di suo, se solo non fosse che il documento licenziato dal governo è ancora più preoccupante. Perché questo tipo di suprematismo occidentale è già messo in bella mostra nella prima frase della sezione relativa: “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Gli altri popoli, evidentemente, brancolano tutti nel buio circa l’origine propria e degli altri...

Non dovrebbe essere nemmeno necessario spiegare come la perentorietà di questa affermazione mostra alla luce del sole un senso di “superiorità” – culturale e d’altro tipo – tale da sfiorare il razzismo, che in genere dovrebbe sposarsi male con la pretesa di essere ‘la democrazia’. Ma questo è il segno dei tempi, in cui la crisi egemonica dell’Occidente costringe chiunque ad affermare – o negare – la separazione/contrapposizione tra ‘giardino’ e ‘giungla’.

Il discorso degli estensori del documento prova a giustificare, minimizzandolo, tale obbrobrio. A loro avviso, “altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; […] altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica”.

Come a dire, le comunità del passato erano poco più che primitivi con sassi e clave, che a malapena riuscivano a concepire e registrare, figuriamoci a problematizzare, lo scorrere del tempo e il legame tra gli eventi del passato con quelli del presente. Da questo discorso è escluso, guarda caso, l’Occidente, che da due mila anni invece spadroneggia intellettualmente sul resto del mondo. Scrivono proprio questo:
È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo.
Ripeto: non stanno nemmeno più nascondendo il suprematismo razzista, e anzi ci dicono che bisogna insegnarlo a dei bambini. E lo fanno inoltre con una manipolazione culturale sinceramente vomitevole. Ma non starò qui a elencare tutti gli errori in quel che è scritto nelle “indicazioni” della Commissione del ministro Valditara.

Anche io, nelle righe qui sopra, ho chiaramente semplificato dei nodi molto complessi, e perciò finirei col dover scrivere più un trattato di metodologia e storia della storiografia piuttosto che un articolo, e naturalmente non mi sembra il caso. Ma due parole debbono esser dette sulla volgare strumentalizzazione di Marc Bloch.

Bloch – tra molti capolavori della storiografia moderna – è l’autore di un saggio incompiuto, su cui ha lavorato durante la Seconda guerra mondiale: l’Apologia della storia o Mestiere di storico. Un saggio che ancora oggi rappresenta le fondamenta della metodologia per tutti gli storici, e perciò citare Bloch è come voler conferire una sorta di alone di autorità indiscutibile a quel che si dice per affermare tutt’altro.

La citazione estrapolata da quel testo sembra quasi voler istituire una sorta di filo conduttore tra gli antichi greci, l’Impero Romano e il cristianesimo, in un gioco di continuità tra i fasti di Roma e la religione cattolica che, peraltro, ritorna in tante parti del documento. E che ha un chiaro sapore di nostalgia del Ventennio.

Ma, al di là di questo, usare una frase in maniera così decontestualizzata è una vera e propria violenza contro il lavoro di Bloch, che era appunto un lavoro di attenta problematizzazione del ruolo dello storico e della ricostruzione storiografica. A confermare la malafede e anche l’ignoranza di chi c’è dietro questo documento ci pensa una frase a pagina 69:
La storia, come si mostra nei grandi testi che l’hanno raccontata, intesa cioè come indagine e ragionamento intorno agli avvenimenti, al loro svolgimento, alle forze che li hanno prodotti e alle qualità dei loro protagonisti, si è sempre accompagnata anche a un giudizio morale su quanto era oggetto del suo racconto. In questo modo essa ha rappresentato una pagina decisiva del modo come si è costruita non solo la nostra comprensione del mondo, ma la stessa nostra consapevolezza del bene e del male.
Il rimando allo scontro tra il “bene” e il “male” va bene per la messa domenicale, o per alimentare la logica dello scontro tra blocchi geopolitici. Ma Bloch non avrebbe saputo che farsene di un discorso del genere, se messo in relazione all’insegnamento della storia. Scriveva infatti del lavoro dello storico:
Ci sono due modi di essere imparziali: quello dello studioso e quello del giudice. […] Quando lo storico ha osservato e spiegato, il suo compito è concluso. Al giudice tocca ancora emettere una sentenza. […] Ebbene, per lungo tempo lo storico è stato considerato una specie di giudice degli inferi, incaricato di distribuire elogi o biasimi agli eroi morti. […] Siamo davvero tanto sicuri di noi stessi e del nostro tempo, da separare, nella folla dei nostri padri, i giusti dai dannati?
Lo storico non deve giudicare, ma deve comprendere: è questo il messaggio fondamentale di Bloch. Lo studio della Storia deve servire a comprendere il passato, a formare una coscienza critica del presente nel futuro membro di una collettività. Associargli l’atto del giudizio morale significa cancellare la determinazione storica del sistema culturale e di valori del periodo studiato.

È chiaro che, però, dare una lettura moralistica del passato, valida per ogni tempo e luogo, facilita la legittimazione del suprematismo occidentale: se oggi l’Occidente viene propagandato come il “bene”, in quanto casa della ‘democrazia’ e dei ‘diritti’ (che peraltro va cancellando a velocità crescente), allora ogni momento della sua storia lo deve aver portato a questo fine. E dunque, anche i crimini di guerra passati e magari futuri possono essere scusati in quanto “utili”.

Tutti noi, leggendo dei fatti e delle figure del passato, abbiamo dato un’opinione. Ma non va confuso il giudizio morale (obbligatorio per tutti) che si impone nel documento governativo con la valutazione politica (ovviamente discrezionale e soggettiva; libera, insomma). Pensare e problematizzare il passato per tentare di avere migliori strumenti per agire nel presente in funzione dell’emancipazione e della pace è invece un atto tutto politico. Nobile, peraltro.

Chiudo ricordando gli ultimi anni di Bloch, che sono un po’ una sorta di esemplificazione di quel che ho detto qui sopra (senza pretendere che Bloch sarebbe stato d’accordo con me in tutto, non mi chiamo Galli della Loggia e non resuscito i morti per inculcare ai vivi le mie visioni). Lo storico che affermava che il suo compito era quello di comprendere, non di giudicare, è morto fucilato dai nazisti. Non per caso...

Bloch, di origini ebree, è entrato nella resistenza francese a cavallo tra il 1942 e il 1943, a 56 anni. Ha svolto ruoli attivi e centrali nella lotta condotta nei dintorni di Lione. È stato catturato dalla Gestapo, torturato per 3 mesi e infine fucilato. È stato uno storico che voleva comprendere il passato, ma quando è stato necessario è stato anche partigiano nel suo presente, contro il nazifascismo.

Un esempio per tutti noi, non certo per Valditara e Galli della Loggia...

Fonte

15/01/2024

La scuola discriminatoria e classista di Galli della Loggia

Il mito dell’inclusione avrebbe creato una scuola troppo indulgente e lassista. L’apertura ai disabili e ai bisogni educativi speciali avrebbe creato una zavorra democratica che rallenterebbe i «normali». Privileggiando l’accesso universale e il diritto alla riuscita scolastica di ognuno si sarebbe danneggiato il merito di pochi

Nella sua rubrica settimanale presente sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha scagliato una invettiva contro la scuola dell’inclusione. L’occasione gli è stata fornita da un libro appena uscito, La scuola esigente, Rubettino, scritto da Giorgio Ragazzini, esponente del «gruppo di Firenze» che per obiettivo ha «la rivalutazione del merito, della responsabilità, del rispetto delle regole come cornice indispensabile per la vita della scuola».

Ragazzini prende di mira quella che definisce la «scuola indulgente» che suona come carente, inadeguata, insufficiente, scarsa, fallimentare. Secondo l’autore negli ultimi decenni l’istituzione scolastica sarebbe stata travolta da una crisi profonda tanto da smarrire quella che definisce la «nostra eredità culturale». La conseguenza avrebbe portato gli alunni e gli studenti a non sapere più esprimersi, osservare e pensare. La causa di tutto ciò non sarebbe da addebitare a dinamiche più complesse e globali, come – per esempio – il salto tecnologico-cognitivo dovuto all’avvento della società digitale, della società dell’immagine, all’accesso simultaneo a input e informazioni che sovrastano la vecchia società della scrittura con tempi comunicativi velocissimi che interferiscono sulla concentrazione e l’attenzione e rappresentano una nuova sfida per l’educazione e l’insegnamento, ma a una crisi dell’educazione e dell’autorità.

Teorie pedagogiche fautrici di visioni eccessivamente lassiste – afferma Ragazzini – avrebbero prodotto questo disastro. La soluzione indicata è il ripristino dell’ordine, dell’autorità, dell’impegno e del merito, una pedagogia della caserma con docenti-sergenti che rinvia a slogan molto vecchi che celano l’odio presessantottino per la scuola di massa, per il diritto universale all’istruzione e allo studio in nome di un progetto altrettanto arcaico che rimanda alle società censitarie, dove la scuola non era per tutti.

Cogliendo al volo l’occasione fornitagli dai contenuti del testo, Galli della Loggia nella sua breve recensione attacca quello che chiama il «mito della inclusione» e che – lascia intendere – sarebbe solo una zavorra democratica che impedirebbe ai «normali», intesi come ottimi, migliori, i predestinati al successo nelle discipline del sapere, della politica, dell’economia e del governo, di avanzare celermente poiché costretti a convivere «anche con ragazzi disabili gravi con il loro insegnate personale di sostegno (perlopiù a digiuno di ogni nozione circa la loro disabilità), poi ragazzi con i Bes (Bisogni educativi speciali: dislessici, discografici, oggi cresciuti a vista d’occhio anche per insistenza delle famiglie)», senza dimenticare «sempre più numerosi, ragazzi stranieri incapaci di spiccicare una parola d’italiano». Il risultato – chiosa- «lo conosciamo».

Quello che noi certamente sappiamo – diversamente da della Loggia – è la forza e l’arricchimento di quelle società che hanno usufruito nella loro storia, anche tormentata, delle varie ondate migratorie. Ho vissuto per undici anni in Francia dove, nonostante la mia condizione di esiliato, sono riuscito terminare gli studi universitari e ho anche insegnato, per un breve periodo, in classi dove i cognomi di origine francese si contavano sulle dita di una mano, mischiati ad altri di origine polacca, portoghese, italiana, magrebina, africana, indocinese, caraibica. Senza che questo creasse problema. Non ci vuole molto, basta sfogliare gli organigrammi delle politica, dell’informazione e dell’economia francese per rendersene conto.

Quanto alla scuola dell’inclusione l’unico problema viene dal fatto che ce n’è ancora poca, per mancanza di risorse, di formazione, di investimenti, non troppa come sostiene Galli della Loggia fautore di una società dove non sarebbe mai esistito uno scienziato come Stephen Hawking.

Il limite è dato dalla resistenza di culture discriminatorie che si mostrano indifferenti o peggio ostili all’idea di un diritto allo studio universale, per tutti e per ciascuno (per altro previsto dal dettato costituzionale), dunque anche per gli alunni e le alunne che hanno bisogni speciali ma non per questo sono inferiori o diverse. Quanto ai Bes e Pdp, la loro crescita numerica è dovuta alle nuove conoscenze mediche e scientifiche in grado oggi di individuare dei deficit in passato ignorati o addirittura sanzionati; e chi vive il mondo della scuola sa bene come la classe docente deve spesso insistere con le famiglie che sovente non vogliono accettare le diagnosi dei loro figli perché percepiscono ancora i Pdp come degradanti.

Sono genitore di un bimbo con una grave disabilità che necessità di assistenza continuativa ad alta intensità, portatore di tracheo e peg e che accede a scuola con l’ausilio di personale infermieristico. La sua esperienza scolastica, giunta ormai all’ultimo anno di scuola primaria, è stata un successo dal punto di vista dell’inclusione e dell’istruzione. Supportato dall’insegnante di sostegno e da una insegnate di comunicazione aumentativa alternativa e lingua dei segni, che rappresentano un ausilio e una risorsa per l’intera classe che oggi «segna» in Lis perfettamente, senza che i programmi scolastici e l’insegnamento siano stati alterati o ritardati, mio figlio ha imparato a leggere e scrivere, conosce la geometria e fa operazioni aritmetiche.

La sua classe in questi anni, oltre a conoscere una nuova lingua, si è arricchita sul piano umano, sa riconoscere e rispettare l’altro che in apparenza sembra diverso, ha appreso la solidarietà, ha affinato la curiosità, ha abbattuto pregiudizi e stigma. Nuove persone crescono. Questa è la scuola dell’inclusione anche se quello che siamo riusciti ad ottenere per nostro figlio, grazie a ricorsi giudiziari, un presidio costante dei suoi diritti e incontri fortunati con docenti preparati, non vale ancora per tutti. Esistono diversità e discriminazioni profonde. L’inclusione benché sancita dalla costituzione e da un apparato di norme non trova applicazione uniforme e le parole di Galli della loggia, come i recenti tagli del governo Meloni sulla disabilità, ci fanno capire che nuovi ostacoli si palesano all’orizzonte, perché si fa avanti un fronte che senza vergogna teorizza il ritorno ad una società classista, discriminatoria e razzista.

Fonte

16/04/2021

Ops, l’establishment rivuole lo “stato nazionale”...

C’era una volta la globalizzazione, che si portava dietro il libero scambio. C’era una volta l’Unione Europea, che risucchiava sovranità dagli Stati che l’andavano cedendo (spontaneamente o meno).

C’era una volta il libero mercato tra individui e imprese di ogni tipo/dimensione, liberi di trovare il loro miglior interesse dove meglio credevano, senza altro limite che la propria abilità/potenza e quelle altrui.

Torna lo Stato nazionale, viva lo Stato nazionale!

A dirlo non è uno sgherro di Salvini, Orbàn o Le Pen. Ma un ideologo di regime, un campione del neoliberismo “europeista e antisovranista”, un fustigatore indefesso dei difetti del potere pubblico (tranne quando si parlava di polizia, servizi segreti, magistratura, ecc.). Uno di quegli “intellettuali” da decenni abituato a “timbrare il cartellino”, quasi ogni mattina.

Ad ospitare il “pensoso pensamento” non è qualche rivistina online della galassia di ultradestra, magari a metà strada tra Forza Nuova e CasaPound, ma il salotto buono della grande borghesia italica, il Corriere della Sera.

L’editoriale di ieri, a firma di Ernesto Galli Della Loggia, è sorprendente solo per chi davvero aveva creduto nella finta contrapposizione tra “sovranisti” – ovviamente di destra, retrogradi e scafessi – e “antisovranisti” (altrettanto ovviamente “democratici”, “europei”, “mondialisti”, “imperialisti umanitari”).

Di cosa s’è accorto, Della Loggia? Di cose che sono sotto gli occhi di tutti da molto tempo, ma che si è provato a negare per riaffermare la “grandezza” del progetto neoliberista. E dunque.

Sono anni che il processo chiamato “globalizzazione” segna il passo. Diciamo dalla crisi del 2007-2008, da cui l’Occidente neoliberista non è mai davvero uscito (e Paesi come l’Italia o la Francia meno degli altri, tra quelli medio-grandi). Un periodo che ha visto la crescita impetuosa della Cina, l’ansimante ritorno della Russia come soggetto geopolitico autonomo (a Genova 2001 si celebrò un G8, con Putin al fianco di Bush e Merkel, mentre nel G20 di quest’anno – in Italia – voleranno probabilmente insulti), l’emergere di potenze regionali che ormai schiaffeggiano apertamente gli ex “santi patroni” (chiedere a Ursula von der Leyen quale buon rapporto ci sia tra Unione Europea e Turchia).

Sono anni che il “libero mercato” coincide principalmente con la sfera finanziaria, mentre ogni ex potenza industriale cerca inutilmente di ri-localizzare parte delle produzioni ora posizionate nei Paesi emergenti.

Sono anni che le ricorrenti crisi impongono l’intervento dell’odiato “pubblico” per salvare il sistema delle imprese private. Quando va bene ci sono le banche centrali che “iniettano liquidità” in dimensioni inimmaginabili (senza che peraltro l’inflazione salga, come invece teorizzavano i Chicago boys e tutti i neoliberisti minori, come Giavazzi e Alesina).

Quando va peggio si arriva direttamente alla “socializzazione delle perdite”, con gli Stati che si accollano i fallimenti privati e tramortiscono di tasse le rispettive popolazioni (quasi soltanto i lavoratori dipendenti, in postacci come l’Italia).

Sono anni, infine, che le “istituzioni economiche sovranazionali” si dimostrano dannose, o quantomeno inutili. Il Wto, l’organizzazione internazionale del commercio, ha nella pratica chiuso i battenti. Non definisce più da tempo alcuna regola o standard, tanto non c’è nessuno che le rispetta più. A partire proprio dagli Usa...

La pandemia, infine, ha certificato che anche l’Unione Europea – un insieme di trattati e istituzioni che non sono ancora uno “Stato”, anche se il progetto è quello lì – è un organismo in grado di strangolare un Paese (la Grecia, e giusto un po’ meno l’Italia), ma assolutamente incapace di affrontare collettivamente un problema comune come il virus.

Il massimo che è riuscita a fare è la firma di contratti collettivi secretati con le multinazionali dei vaccini, con effetti pratici sotto gli occhi di tutti.

Per quanto riguarda le conseguenze economiche – dopo 14 mesi! – non è stato ancora stanziato o erogato un solo euro. Il Next Generation EU (o Recovery Fund) è una costruzione barocca densa di condizionamenti e poteri di veto, che probabilmente servirà giusto per finanziare il riarmo dei Paesi europei.

Il Mes – che aveva dominato il dibattito negli ultimi due anni – è scomparso senza lasciare traccia, non appena l’ex presidente della Bce ha assunto i pieni poteri in Italia. Ovvero al termine di quella che persino Goffredo Bettini non può chiamare altrimenti che “una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non lo ritenevano [il governo precedente, NdR] sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile“.

Restano ovviamente le grandi alleanze strategiche (la Nato, la stessa Unione Europea), ma cambia radicalmente la prospettiva da cui l’establishment di ogni paese guarda a questi insiemi. È come se finisse il sogno di poter approdare alla pari – un giorno, e a forza di “sacrifici” per i propri sudditi – in un consesso imperiale più vasto e potente.

Ognuno fa il suo gioco, come sempre. Ognuno sfrutta le proprie risorse e le debolezze altrui.

Galli Della Loggia sa bene che in un contesto davvero “competitivo”, in cui tutti giocano contro tutti gli altri, con alleanze sempre strumentali e tendenzialmente variabili (un classico, nella storia della borghesia italiana), non si può far conto su nessuna benevolenza.

Sa che “certe cose” – siano armi o vaccini – è meglio sapersele costruire in casa. Anche avere una compagnia di bandiera o un sistema di telecomunicazioni autonomo, è “strategico”. Così come produrre acciaio, gestire porti ed aeroporti, istruzione di basso e alto livello e ricerca scientifica. Ecc.

Tutta roba buttata via, regalata ai “capitani coraggiosi”, rivenduta a concorrenti, mandata in discarica. Erano serviti decenni per tirarla su, prima che un Prodi o un Bersani qualsiasi si mettessero a farne carne da macello, conto terzi.

Per “tornare allo Stato nazionale” serve avere o costruire una struttura di qualità, fatta di dirigenti che non abbiano come scopo la distruzione del pezzo di amministrazione loro affidato. Innervata da funzionari che non si vendano al primo imprenditore che bussa alla porta. Popolata di impiegati orgogliosi del proprio ruolo e non additati al pubblico ludibrio come “fannulloni” da una casta di ignobili figuri che – sul serio – non ha mai fatto altro nella vita che cercarsi un padrone.

La “riforma” che Brunetta sta cercando di far passare è l’esatto opposto: trasformare la pubblica amministrazione in una riserva di caccia per figli di buona famiglia alla ricerca di un “posto fisso”.

Galli Della Loggia non si occupa di certi “dettagli”. Preferisce volare alto: “i tempi suggeriscono di convincersi che ormai non è più questione di sovranismo no o sovranismo sì. È questione solo di sovranità.”

Giochi di parole in una mente avvitata nella propria disonestà intellettuale. Non serve una cultura enciclopedica per sapere che “sovranismo” è stata un’invenzione lessicale ideologica, il cui unico scopo era liquidare come “destra” qualsiasi resistenza – popolare o di piccola borghesia straccionissima – all’affermazione del “libero mercato”, dell’interesse delle grandi multinazionali industriali e finanziarie.

Perché, come abbiamo provato a dire, “non si può abolire o combattere la sovranità in quanto tale, ma solo discutere e combattere per definire chi decide.” In qualsiasi comunità umana, di qualunque dimensione, si forma un luogo della decisione, che sintetizza – nel bene o, più spesso, nel male – la libera volontà collettiva.

Bastava la normale educazione civica del liceo, insomma, per capire che se la sovranità passa dal popolo ai “mercati” (l’Unione Europea è l’espressione più autentica di questo tentativo di “sussunzione”), non c’è un avanzamento della democrazia, ma la sua liquidazione.

Il che sarebbe ovviamente un enorme problema, ma ancora nell’ambito delle “filosofie della politica”, pur se con conseguenze terribili per le classi popolari, a quel punto strette tra la funzione produttiva, quella del consumo (limitato, e che diamine!) e del silenzio in attesa della morte (produci, consuma, crepa).

La cosa peggiore – come la pandemia si è incaricata di dimostrare – è che questo trasferimento non funziona nemmeno empiricamente.

Il motivo è semplice. La logica di “mercato”, privatistica, non ammette soluzioni collettive per problemi collettivi, ma solo “soluzioni private”. Tra profitto di Big Pharma e bisogno di proteggere la popolazione, nazionale o mondiale, non c’è possibilità di scelta. Vince sempre il primo.

E dunque il problema collettivo – in questo caso la salute, ma avviene lo stesso con l’ambiente e il cambiamento climatico – non può essere risolto. Si finge, si cercano nuove occasioni di business, si offrono soluzioni circoscritte per un pubblico pagante e benestante. Ma il problema sistemico resta intatto.

In ogni caso, il “discorso” di Galli Della Loggia è solo una presa d’atto. L’ideologia “pragmatica” impone di fare di necessità virtù. E dunque, se lo Stato deve tornare al centro, avere un ruolo economico-progettuale e non solo repressivo, va bene così. Viva lo Stato! come prima diceva abbasso il pubblico! (c’è una sottile differenza, tutta intenzionale).

E dunque, rispetto agli alleati di sempre bisogna cambiare cautamente registro: “mantenere saldamente tutti i nostri legami europei e atlantici, ma mantenendo fermo un presupposto che non sempre in passato abbiamo tenuto presente. E cioè che venga rispettata in maniera rigorosa una condizione di eguaglianza e di reciprocità: senza puntigliosità ragionieristiche ma con un’avveduta risolutezza.”

Altra musica, rispetto ai tempi in cui (qualche mese fa) questi stessi opinion maker ci dicevano “lo vuole l’Europa” davanti a qualsiasi decisione anti-popolare.

Questo nuovo “atteggiamento”, com’è ovvio, richiede di nuovo una classe politica fatta di statisti, non una manica di arraffoni che devono soltanto eseguire ordini di Bruxelles o Washington, schiacciare un bottone, fare una dichiarazione e pippare coca nel bagni del Parlamento.

Draghi, in questo senso, è il perfetto trait d’union tra passato e futuro, tra costante fedeltà euro-atlantica e un briciolo di “interesse nazionale” nel teatro mediterraneo. Un Andreotti competente in materia finanziaria, insomma.

Che intorno a lui possa nascere davvero una nuova classe politica, però, non ci sembra facilissimo.

Cambiare personale politico, paradigma culturale (il “pensiero unico” ha desertificato anche le università, non solo le redazioni o i think tank), strumenti istituzionali e operativi, catene di comando, centri di elaborazione, ecc, non avviene con un colpo di bacchetta magica.

Persino nello stesso Corriere questo di Della Loggia è solo il primo contrordine rispetto alla linea degli ultimi 30 anni. Nelle stesse pagine ancora impazzano i fan del taglio della spesa pubblica, delle privatizzazioni a prescindere, del “meno Stato solo mercato” e via fantasticando. Ci vorrà un po’ per far cambiare rotta all’insieme...

Ma questo è un problema dell’establishment, non nostro.

Il nostro problema è lo stato disastroso della capacità analitica “a sinistra”. Veniamo da un trentennio in cui l’”europeismo” è stato assunto come un surrogato dell’internazionalismo, la sovranità confusa con il sovranismo. I fatti curati con le parole...

Una maionese impazzita, sul piano logico e politico, che ha introiettato il pensiero liberale reazionario con la convinzione di poter combattere, così, il conservatorismo nazionalista espressione della piccola borghesia.

Ma se appoggi Draghi per combattere Salvini non è che si avvicina la rivoluzione... Anche perché, come si vede tutti i giorni, quelli riescono sempre a mettersi d’accordo per fottere chi sta “in basso”.

Vien da pensare al patetico Toni Negri che invitava i francesi, nel 2005, a votare a favore della “costituzione europea”. Ossia a favore del trasferimento della sovranità dal popolo al mercato. Chi glielo dice, adesso, che l’establishment, verificato di aver fallito, sta cambiando idea?

*****

La nuova e inattesa sovranità: così torna lo Stato nazionale

Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera

Con gli effetti che produce nella realtà delle cose e nelle mentalità delle persone la pandemia, che da tempo imperversa nel mondo, sta contribuendo potentemente a rendere evidente anche la crisi della globalizzazione. La crisi cioè — se non forse la fine — di quella fase storica che per almeno un trentennio ha dominato la realtà economica e ideologica del nostro pianeta. Sono almeno tre i fattori che stanno segnando la probabile fine del ciclo storico apertosi negli anni '80 del secolo scorso.

Il primo fattore è la definitiva frantumazione dell’ordine internazionale uscito dalla fine «guerra fredda« (1991). Nel declino dell’egemonia americana che allora raggiunse il suo culmine, nuove potenze mondiali e regionali si sono fatte prepotentemente avanti dappertutto — Cina, Russia, Turchia, Iran, India — e altre minori premono in cerca di spazio.

Tutte mirano a crearsi zone d’influenza, cercano di espandersi, suscitano conflitti, alterano equilibri, sempre seguendo il proprio esclusivo interesse e infischiandosene di ogni norma, accordo o status quo precedenti. Né d’altro canto la globalizzazione sembra avere prodotto alcuna apprezzabile diffusione della democrazia, mentre il mito della pace — tanto più se «mondiale» — si rivela sempre più un mito.

Anche il secondo fondamento della globalizzazione, il libero scambio — che ebbe il suo simbolo nell’ammissione della Cina comunista nell’Organizzazione del Commercio Mondiale nel 2001 — ha perduto buona parte del suo consenso.

Il libero scambio, infatti, ha determinato sì la crescita economica di alcuni Paesi (molto probabilmente però a scapito di quella di altri), ma ha mostrato un drammatico punto debole. Anzi due.

Innanzi tutto dietro il suo schermo e grazie ad esso ha potuto prendere forma l’inquietante progetto di Pechino volto a impadronirsi di punti geografici chiave, di risorse e di tecnologia strategiche dell’economia mondiale, al fine di costruire la propria egemonia planetaria. Così come del resto, bisogna aggiungere, ogni Paese ha cercato in realtà di far girare le cose a proprio esclusivo vantaggio.

In secondo luogo, proprio durante la pandemia si è visto quanto aleatorio sia quell’assioma a fondamento del libero scambio secondo il quale la proprietà e la localizzazione geografica delle produzioni sarebbe del tutto irrilevante perché a contare sarebbe solo il loro costo.

Ma oggi ci accorgiamo che proprio su questo punto è lecito nutrire più di un dubbio: davvero non ha alcuna importanza, ad esempio, che una fabbrica, mettiamo di vaccini o di mascherine, si trovi in Italia o chissà dove? Che essere in grado o no di produrre in casa propria certi dispositivi elettronici sia indifferente?

Il terzo elemento che induce a pensare che stia finendo il tempo della globalizzazione riguarda il ruolo dello Stato, che la globalizzazione stessa prevedeva e auspicava avviato al declino.

Discutibile o meno che sia l’auspicio quel che è certo è che almeno la previsione non si sta rivelando azzeccata. Infatti l’arrivo dei tempi difficili portati dall’epidemia ha obbligato tutti a rivolgersi allo Stato: per sperare di essere curati, per avere indicazioni su che cosa fare, per ottenere aiuti di ogni tipo, per immaginare un rilancio dello sviluppo economico.

Sotto gli occhi increduli di molti lo Stato, l’organizzazione dei pubblici poteri, il loro intervento nella sfera sociale, stanno oggi ricevendo in Occidente una fortissima rilegittimazione ideologica da cui sembra assai difficile che domani si possa tornare indietro.

Tanto più che, sopraggiunta l’emergenza, l’intera trama del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali — in particolare quella di nostro maggiore interesse, l’Unione Europea — non hanno mostrato certo né una grande efficienza né un alto tasso di compattezza e di solidarietà.

Come punto di riferimento è rimasto in piedi bene o male solo lo Stato: e non dispiaccia a nessuno se per Stato s’intende ovviamente lo Stato nazionale. Se le cose fin qui dette sono vere esse significano un fatto molto importante: la riproposizione con forza del tema della sovranità e del suo ovvio intreccio con la politica.

Il tema cioè della capacità propria dello Stato di esercitare il potere al servizio di un progetto collettivo. Un potere che può trovare un limite solo in forza di una propria autonoma decisione: un potere sovrano dello Stato nazionale che nei regimi democratici come il nostro equivale alla sovranità del popolo, fonte attraverso i suoi rappresentanti di tutte le decisioni e azioni dello Stato stesso.

Un tale cambiamento di prospettiva non può che avere conseguenze positive sulla discussione politica italiana, negli ultimi anni avvitatasi in maniera in buona parte surrettizia proprio intorno al tema della sovranità. Con il centro-sinistra rivolto a sottolineare la positività di qualunque cessione o esercizio attenuato della sovranità da parte dell’Italia — quasi si trattasse di chissà quale manifestazione di una superiore civiltà — e la destra invece belluinamente contro, intendendosela con i peggiori impresentabili della scena europea e perciò attirandosi l’accusa di «sovranismo»: che ormai nel lessico del perbenismo ideologico suona più o meno come sinonimo di nazismo.

Ma i tempi suggeriscono di convincersi che ormai non è più questione di sovranismo no o sovranismo sì. È questione solo di sovranità.

Che oggi più che mai appare necessario riformulare per gli anni che abbiamo davanti un ruolo attivo e propulsivo a tutto campo dello Stato nazionale e della sua volontà politica.

Ciò che per un verso rende urgentissima la riforma di tutte le sue amministrazioni e l’opposizione più decisa alla frantumazione regionalistica, e per un altro ci deve spingere a mantenere saldamente tutti i nostri legami europei e atlantici, ma mantenendo fermo un presupposto che non sempre in passato abbiamo tenuto presente.

E cioè che venga rispettata in maniera rigorosa una condizione di eguaglianza e di reciprocità: senza puntigliosità ragionieristiche ma con un’avveduta risolutezza.

Fonte

25/08/2020

“Tutta colpa dei sindacati”: il mantra reazionario di Galli della Loggia

Una delle caratteristiche peculiari della rivoluzione boliviana è consistita nello sforzo di cooptare/integrare una serie di associazioni intermedie – movimenti, sindacati ecc. – nella gestione del potere statuale. Del resto, lo stesso presidente Evo Morales era un leader del sindacalismo indio e non un politico (i partiti della sinistra tradizionale non erano mai riusciti a conquistare il potere e, dopo la svolta “etnicista” dei movimenti contadini, sono stati integrati nel blocco sociale e politico del MAS, il Movimento al Socialismo guidato da Morales e dal vicepresidente Linera).

Nei suoi libri (vedi fra gli altri “Democrazia, Stato, Rivoluzione”, recentemente tradotto da Meltemi) Linera spiega bene il processo attraverso il quale una serie di lotte contro il regime neoliberista hanno dato vita al fronte che ha consentito l’elezione di Morales e la sua conferma (fino al golpe di destra di pochi mesi fa). Spiega inoltre come la sfida più ardua che il nuovo regime ha dovuto affrontare è stata la necessità di riformare quelle strutture statali (burocrazia, magistratura, esercito, sistema educativo ecc.) in cui erano profondamente radicati (attraverso corruzione, legami famigliari, interessi trasversali di élite e lobby economiche, politiche, accademiche e mediatiche) i rapporti di forza di un secolo di dominio coloniale e post coloniale. Uno sforzo riuscito solo in parte, come il successo della controrivoluzione ha dimostrato.

È significativo che una delle più frequenti critiche “di sinistra” rivolte al governo rivoluzionario, fosse quella di avere costruito un dispositivo di governance “corporativa”, in cui il potere decisionale, invece di essere monopolizzato dalle tradizionali strutture e procedure istituzionali (governo, parlamento, democrazia rappresentativa ecc.) veniva condiviso con una serie di movimenti e con i corpi intermedi che ne erano espressione (Linera parlava, in proposito, di “potere della moltitudine”, termine cui dava un significato diverso da quello attribuitogli da Antonio Negri, in quanto non riferito a un insieme di “singolarità” bensì a una aggregazione di soggetti collettivi sindacalmente e politicamente organizzati).

Questo dibattito mi è tornato in mente leggendo un articolo di Ernesto Galli della Loggia, uscito sul Corriere di sabato 22 agosto (“Lo strapotere dei sindacati nella scuola”). Al piano terra del ministero dell’Istruzione, scrive uno scandalizzato Galli della Loggia, si trovano “non si riesce a capire bene autorizzati quando e da chi”, uffici sindacali che in quanto “associazioni private” non hanno titolo di usufruire di quegli spazi pubblici (lo scandalo per l’abuso del potere “privato” riguarda sempre le rappresentanze delle classi subalterne, mai l’occupazione sistematica di funzioni pubbliche da parte di rappresentanti del potere economico, vedi il meccanismo delle “porte girevoli”, che consente a “esperti” già consulenti di grandi gruppi finanziari di divenire ministri della Repubblica o, vedi il caso di Monti, Presidenti del Consiglio).

L’articolo prosegue attribuendo al decennale “strapotere sindacale”, tutti i guai del nostro sistema educativo (le deliranti “riforme” inanellate da governi di destra e sinistra nell’ultimo mezzo secolo non c’entrano nulla!) e inneggiando alla fermezza con cui la ministra Azzolina (da quando si sono “normalizzati” gli esponenti del M5S – anche i più palesemente mediocri – non hanno mai raccolto tanti elogi) “ha coraggiosamente denunciato la resistenza strenua al rinnovamento dei sindacati stessi”.

Esempio di tale resistenza, continua il nostro, sono le polemiche sulla ripresa delle lezioni e sulle garanzie di sicurezza che, bontà sua, riconosce che sono una “questione cruciale”, la quale tuttavia, “si presta fin troppo bene a essere oggetto di agitazione a base di facili (!?) denunce di ritardi e contraddizioni”. Ovviamente per il nostro non spetta ai lavoratori (il che vale, implicitamente, non solo per gli insegnanti ma anche per operai e impiegati delle imprese private) stabilire quale livello di rischio sia accettabile, bensì agli “scienziati”, prontamente evocati in veste di esperti per tacitare dubbi e paure del popolo ignorante.

Dubbi che non possono non aumentare di fronte allo spettacolo delle baruffe fra “competenti” che litigano sostenendo tutto e il contrario di tutto. La gente non si fida, si mette di traverso alle sagge decisioni di istituzioni ed esperti? Colpa dello spirito distruttivo ispirato “al più gretto corporativismo”. La canzone cara ai conservatori e alle sinistre “liberal” latinoamericane, che prima denunciano le pratiche antidemocratiche dei vari Morales, Correa, Lula, Maduro, poi versano lacrime di coccodrillo quando al potere arrivano i Bolsonaro, risuona insomma anche alle nostre latitudini, e risuonerà più forte a mano a mano che bisognerà convincere le persone a immolarsi per rilanciare l’economia a rischio della propria pelle, soprattutto perché ci vedremo presto presentare il conto dei “generosi aiuti” che la Ue ci ha appena elargito (pardon che, forse ci verranno elargiti, se faremo i bravi).

Carlo Formenti

Fonte

04/08/2020

L’odio di classe di Galli della Loggia

La pandemia e la crisi economica che l’accompagna, pur avendola preceduta, sta facendo cadere molti tabù, anche linguistici. Cose che prima era vietato scrivere, se non addirittura pensare, perché troppo orrende per essere pronunciate in pubblico con tanto di firma in calce, ora vengono squadernate come “normali”.

È una normalità nuova che puzza di ‘800, naturalmente. Perché la classe dominante, in specie i propri scriba (ammessi al salotto buono, ma sempre sul divano in fondo...), non ritengono più necessario rispettare un compromesso sulle “forme”, visto che quelli sulla “sostanza” (il rapporto di dominio nei luoghi della produzione e complessivamente nella società) sono stati aboliti.

Insomma, se un Carlo Bonomi, neo-presidente bocconiano di Confindustria, può permettersi di ripetere ogni giorno che le imprese debbono poter licenziare subito, senza attendere la fine della cassa integrazione straordinaria o in deroga che il governo vuol mantenere fino alla fine dell’anno; se lo stesso può indicare come “normale” l’abolizione dei contratti nazionali di lavoro e il pieno dominio dell’impresa sui dipendenti...

Perché mai non si può scrivere che i poveri – proprio come gli “extracomunitari”! – sono disgraziati senza speranza, “invidiosi” della ricchezza e addirittura “untori consapevoli”, meritevoli dunque della più dura punizione?

Direte voi: “ma avviene quasi tutti i giorni, sui giornalacci della destra o nelle trasmissioni Rete4 style...”

Vero. Ma ormai la “tendenza culturale” ha fatto breccia persino nel Corriere della Sera (che, qualcuno ricorderà, è da sempre il “salotto buono della borghesia italiana”, ora europea ed “europeista”, ci mancherebbe...). E addirittura nelle colonne degli editoriali a firma di Ernesto Galli della Loggia, censore di facili costumi con un archeologico passato “di sinistra”.

Un cumulo di scemenze che trasuda un “odio di classe” così esplicito che non si vedeva dai tempi dell’ancien regime, probabilmente. Quasi paradossale, in tempi in cui ogni quacquaraqua ben inserito nei quartieri alti si esercita in intemerate “contro l’odio”…

Un “crollo di stile” che ha scandalizzato, giustamente, anche un giovane ma beneducato cronista della rispettabile rivista Wired.

A voi il suo articolo, ovviamente senza privarvi del “piacere” – diciamo così – del “DellaLoggia-pensiero”... Ma in fondo, molto in fondo...

*****

Nel 2020 non si può leggere un editoriale come quello di Galli della Loggia sulle periferie

Simone Cosimi

L’editorialista del Corriere della Sera ha unito movida dei meno abbienti e coronavirus, accusando i giovani del “torbido proposito di seminare il contagio” fra i ricchi: com’è possibile pubblicare cose simili sul principale quotidiano italiano?

In uno scenario degno di un film di George Romero, l’editoriale di ieri di Ernesto Galli della Loggia in prima pagina sul Corriere della Sera disegnava i centri storici delle nostre grandi città come assediati da orde di giovani untori fuggiti dai recinti elettrificati delle periferie e pronti a infettare i salotti buoni “sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro” in una sorta di confusa rivalsa di classe (sì, ha scritto proprio come nel virgolettato).

Secondo lo storico commentatore del principale quotidiano italiano, il “tema delle periferie” – che dovrebbe essere il cuore del suo articolo – si legherebbe in questo modo all’emergenza sanitaria. Come se Trastevere, piazza di Spagna, Navigli o Brera fossero ogni notte meta di “spedizioni punitive notturne senza mascherine” (lo citiamo ancora, e ancora increduli) simili a invasioni barbariche. Alcuni passi del prestigioso commento non fanno nemmeno lo sforzo di non sembrare parole da ancient regime:

Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società ‘per bene’ insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere

Come si possano usare certi termini, o anche solo avere questa mancanza totale di comprensione del mondo, sul più importante quotidiano italiano rimane un mistero. Ma il punto è anche un altro, cioè il retroterra che si nasconde dietro quella riflessione, che più che una riflessione sembra un riflesso incondizionato, una specie di scatto d’autoconservazione.

Altro che cancel culture: in Italia finisce nero su bianco il primo rigurgito che ci scappa sulla tastiera. Eppure il tema sarebbe enorme: perché affidarlo a chi evidentemente non possiede né la voglia né gli strumenti per approfondirlo in modo serio? Suonerà scontato ad alcuni, ma il Guardian o il Washington Post avrebbero mai pubblicato una tirata del genere, mettendo in gioco la loro rispettabilità?

“Da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate?”– scrive lo storico e accademico – “da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla?”.

Scopriamo così, con un clima angosciante che monta quasi come in un polpettone verista ottocentesco, che “al calar d’ogni sera” l’esercito della movida – sempre lui, quello che nei periodi più bui aveva addirittura tentato di riconquistare i Navigli – si rovescia nelle piazze e nei centri storici delle città.

Per quale ragione? Non eventualmente per bersi una birra e farsi una chiacchierata, ma perché ha un piano diabolico. I giovani sono “posseduti da un desiderio di rivalsa” che oggi si manifesta nel fregarsene di precauzioni e mascherine, facendosi “beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza”.

Se non facesse ridere sembrerebbe una descrizione della peste manzoniana, una favolaccia da teoria del complotto: e invece è Galli della Loggia nel 2020. Siamo al limite delle allucinazioni: non solo con una sciocca generalizzazione, ma anche con una grave mancanza di consapevolezza di come funzionano le città italiane.

A parte che nei centri storici non abita quasi più nessuno, e la desertificazione di questi mesi – specie a Roma – racconta semmai il contrario: che le città stanno scontando il fatto di aver pensato i loro nuclei antichi poco più che come parchi giochi per i turisti e scacchieri della rendita edilizia e commerciale a favore di piattaforme digitali che ne consentono una – non sempre trasparente – monetizzazione. Senza i turisti, infatti, si vede davvero poca gente in giro. E sarebbe ancora di meno se i reietti delle periferie così vituperati dall’editorialista non si concedessero un gelato e una passeggiata per godere delle loro bellezze in questa strana estate senza visitatori.

Il passaggio successivo del commento serve a inchiodare i veri responsabili: sono proprio loro, i giovani della periferia, non altri, quelli che stanno diffondendo la pandemia notturna nei sani e puliti corpi dei borghesi; sono bestie feroci che vogliono avvelenare i pochi esemplari rari rimasti a presidio della civiltà. Colpa loro, amici dei salotti, dato che ci sputano il virus sui citofoni: purtroppo vivono una “drammatica condizione di disagio, di diseguaglianza di standard socio-culturali” che li spinge a trasformarsi in spietati untori vendicativi a cui non resta che “l’arma della rappresaglia”. Gente evidentemente senza valori, geneticamente predisposta al contagio più degli altri, pronta come in una stampa medievale all’assedio della rocca.

Il conflitto di classe, anzi di classi, esiste ancora, per carità. Si consuma fra stabilità e precariato, fra ricca rendita e lavoro sottopagato, sulla formazione e sulle prospettive familiari. E senza dubbio, in molti casi, è esacerbato dall’emergenza abitativa, dal controllo del territorio della criminalità organizzata, dal fallimento di alcuni faraonici progetti (come, a Roma, le dimenticate nuove centralità urbane), da città sempre più grandi e peggio servite. Ma questi interventi, questa roba qui non servono ad alimentare un dibattito serio: sono ottimo materiale comico che speriamo qualcuno – magari Zerocalcare? – recuperi presto in uno sketch o in una tavola. Così che si possa giustificare la carta su cui sono stati stampati, quantomeno.

*****

L'"editoriale" del della Loggia

Fonte

24/07/2017

Aiuto! Ci siamo persi il potere...


La rassegna stampa è uno dei momenti più interessanti, per chi fa informazione. Analizzare il taglio che i diversi quotidiani danno alle notizie, mettere a confronto le linee editoriali, provare a portare un contributo di analisi e di approfondimento... Diciamo che è uno dei momenti in cui si rischia maggiormente di dare alla pratica informativa quell’accezione di “servizio pubblico” che ormai è praticamente assente, tra strumentalizzazioni (e pressapochismo) mainstream e rischio-fake news per quel che riguarda il web.

Sabato mattina, nel corso della rassegna stampa su Radio Città Aperta, è emerso uno spunto interessante mettendo a confronto due articoli tratti da due giornali molto distanti tra loro e riferiti a contenuti molto diversi. Il metterli in rapporto ha però prodotto un ragionamento assolutamente plausibile, che ha a che fare con questioni delicate ed attuali: a) l’“esecutivizzazione” della politica a scapito del concetto di rappresentanza, b) il distacco sempre più clamoroso della stessa politica dalle richieste e dagli obiettivi utili alla popolazione, c) il fatto che spesso vengono inseguiti risultati diversi da quelli che emergono dalle istanze pubbliche, in alcuni casi anche a scapito del rispetto della legge.

Partiamo dal primo articolo: Corriere della Sera, edizione di sabato 22 luglio, prima pagina (poi prosegue a pagina 26). “La politica senza potere”, la firma è quella di Ernesto Galli della Loggia.

Il famoso editorialista parte da una domanda abbastanza semplice: “Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla?... La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere”. Galli Della Loggia elenca a questo punto una serie di motivazioni, giungendo poi “al cuore della nostra storia recente: perché ormai la legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze e procedure… l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge. E’ precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi”.

Il passaggio che interessa è quello relativo alla legittimazione del potere: non più attraverso le elezioni e quindi la delega di rappresentanza da parte della popolazione, ma sul creare condizioni di “far west” legislativo che consenta – in poche parole – a chi ti vota di fare più o meno ciò che vuole per arricchirsi. Siamo molto oltre, insomma, allo “stato piccolo” a cui aspira il liberismo più sfrenato: siamo quasi ad una definizione di “stato-connivente”. E questo senza neppure evocare il tema del peso dell’Unione Europea nel determinare le scelte strategiche di questo Stato...

Passiamo al secondo articolo. Il Manifesto, sempre sabato 22 luglio, pagina sette, taglio basso: “Il governo complice di una strage senza fine”. Si tratta dell’intervista al parroco di Augusta che da anni lotta contro l’inquinamento nel “triangolo della morte”, l’area che ospita il petrolchimico tra Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, nei pressi di Siracusa. Anni e anni di lotte, denunce, segnalazioni per l’alto numero di morti per tumore, ritenuto da molti statisticamente inspiegabile, fino ad arrivare al sequestro di due impianti disposto dal gip di Siracusa. Don Palmiro Prisutto, questo il nome del coraggioso parroco, risponde ad una serie di domande. Ad un certo punto, dice: “Chi inquina, e da queste parti è così, dovrebbe violare la legge, ma finora non ha mai pagato nessuno. A chi dovrebbe importare? Lo Stato ha interessi enormi, incassa qualcosa come 18 miliardi di euro all’anno dalle accise e dalle imposte di fabbricazione. L’interesse dello Stato è quello di prendere i soldi e basta...”.

Sembra, da un certo punto di vista, la realizzazione della teoria esposta da Galli della Loggia: superare il concetto di legalità per garantire la possibilità di fare profitto, anzi in questo caso arricchendo anche le casse dello Stato (almeno secondo don Prisutto).

Isoliamo gli elementi evidenziati: potere politico non derivante da elezioni e quindi annullamento o quasi del principio di rappresentanza popolare, spinta verso una deregolamentazione sempre più capillare, interesse della “politica” a garantire questa deregolamentazione in cambio di credito a livello anche elettorale. Fino ad arrivare a situazioni estreme ma assolutamente reali, come quella denunciata nell’articolo del Manifesto.

Non possiamo non pensare a tutto quello che è stato fatto, negli anni, per spingere la situazione a questo punto: tutti i processi di deregolamentazione, di semplificazione, le normative emergenziali, i commissari straordinari, i tentativi di neutralizzare la Costituzione, lo smantellamento di presìdi di legalità e diritti (vedi l’art. 18) in nome della “velocizzazione”, dello “snellimento”, della “sburocratizzazione”... Come non pensare alla precarizzazione del mercato del lavoro, alla destrutturazione dei servizi pubblici, alla messa a profitto dei beni comuni. Come non pensare al recente smantellamento della Guardia Forestale, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Rendere la politica sempre più scissa dal concetto di rappresentanza popolare vuol dire renderla dipendente da un altro tipo di legittimazione, che è quello delle lobby, nel senso peggiore che questo concetto può rappresentare: piccoli gruppi di potere che indirizzano le scelte pubbliche a vantaggio di pochissimi, in cambio dell’attribuzione del potere amministrativo. In un paese in cui va a votare sempre meno gente, sempre meno informata, è un meccanismo facile da attuare e che sta funzionando – decisamente e purtroppo – molto bene.

Fonte

Forse un po' superficialmente mi viene da commentare con un "the American way"...

14/03/2017

L'ideologia "progressista" e il declino della sinistra

Mi capita raramente di condividere quasi tutto di un articolo che leggo sul Corriere della Sera, e mi capita ancora più raramente se l’autore dell’articolo è Ernesto Galli della Loggia. Ma devo confessare che la lettura del suo pezzo di apertura (con continuazione all’interno, sulla pagina “Opinioni e commenti”) datato giovedì 9 marzo e intitolato “Progresso (e declino) a sinistra” mi ha strappato un applauso mentale. Ne sintetizzo le argomentazioni di fondo, anche attraverso una serie di citazioni.

Dopo essersi chiesto se una delle cause di fondo dell’attuale declino della sinistra sia l’insistenza con cui quest’ultima insiste nel definirsi “progressista”, Galli della Loggia scrive: Che cosa vuol dire, oggi, essere e dirsi "progressisti"?, aggiungendo poco oltre: quali sono i caratteri di un fatto o di un fenomeno che oggi possono farlo considerare realmente un "progresso"?. Dopodiché elenca una lunga serie di recenti innovazioni tecnologiche, scientifiche, culturali, politiche, di costume il cui significato, ove valutato secondo i valori e i principi “classici” della sinistra – uguaglianza, giustizia sociale, miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, ecc. – dovrebbe apparire quanto meno ambiguo e contraddittorio, se non francamente negativo, ed è stato invece accettato senza problemi, o addirittura con entusiasmo, da una sinistra schierata a priori dalla parte del “nuovo”.

Né vale a mettere in crisi questa conversione la constatazione che: da tempo pressoché l’intera gamma di ciò che nelle nostre società si è affermato in nome del "progresso", in nome della necessità di "aggiornarsi", di "stare al passo coi tempi", anche di essere "più liberi", lo ha fatto in sostanza all’unanimità. Cioè non solo senza nessuna particolare opposizione ideologica... ma addirittura con l’avvallo proprio di quelle forze del denaro e del potere che alla Sinistra, in teoria, avrebbero dovuto essere estranee se non avverse.

Dopo questa considerazione – che personalmente ritengo inconfutabile – l’ultima parte dell’articolo rintraccia le radici di tale paradossale e autolesionistico atteggiamento in una visione teleologica e provvidenziale della Storia che attribuisce a quest’ultima il ruolo di incubatrice di un ineluttabile e necessario avanzamento verso superiori livelli di civiltà (di “progresso” appunto). Peccato che la sinistra, conclude il pezzo, non si sia minimamente accorta che gli effetti devastanti del progresso su larghe masse di umanità stiano alimentando venti di rivolta contro questa religione della modernità.

Più che commentare questo discorso che, come anticipavo poco sopra, condivido completamente, vorrei integrarlo con alcune considerazioni.

1) La fede nella storia come apportatrice di avanzamento sociale, culturale, civile e politico, anche se trova (parziale) conforto nel pensiero di Marx (ma assai più in quello dei suoi epigoni), va abbandonata come una reliquia dell’evoluzionismo ottocentesco (lo stesso dicasi della fede nel progresso scientifico e tecnologico, a sua volta reliquia del positivismo ottocentesco).

2) È da qualche decennio che gli intellettuali più intelligenti nel campo della sinistra (o almeno di una certa sinistra) hanno avviato una riflessione in merito al fatto che, oggi, la critica della società capitalistica non può non accompagnarsi a una critica radicale dell’ideologia “modernista” e della sua grottesca variante postmoderna, il “nuovismo”.

3) Ciò ovviamente non basta (anche perché si tratta di voci minoritarie), e quindi non c’è da stupirsi se i movimenti populisti che lottano contro i “progressi” regalatici dal capitalismo finanziarizzato e globalizzato tendono a definirsi né di destra né di sinistra (anche quando non appartengono al campo reazionario dei Trump, dei Salvini e delle Le Pen e hanno programmi che un tempo sarebbero stati considerati senza esitazioni di sinistra). Ecco perché la parola progresso rischia di trascinare con sé nella tomba la parola sinistra, ed ecco perché, sempre più spesso, si sentono persone che si autodefiniscono rivoluzionarie, antisistema ma non di sinistra.

Fonte

23/08/2016

Come si rimastica la questione meridionale


Venerdì 19 Agosto Ernesto Galli della Loggia ci ha ancora una volta deliziati con quei corsivi superficiali che non hanno mai lasciato alcuna memoria di sé.

In tale scritto – dopo essersi accorto a tempo scaduto che il Mezzogiorno si trova in gravi condizioni economico/sociali – si è subito affrettato a richiudere quell’apertura mentale che l’incontro con la realtà riserva ad ognuno di noi, affastellando una serie di improbabili ragioni che spiegherebbero tale disgraziata situazione.

Galli della Loggia ha addirittura individuato nella svolta regionale degli anni Settanta l’inizio di un vortice localista favorito dalla ricerca demagogica del consenso e incrementato da un perverso decentramento culturale, che a suo dire renderà il Mezzogiorno prigioniero di se stesso e di una sorta di autarchia antropologica. Tradotto in soldoni, il fatto che alcune istituzioni locali meridionali, abbandonate dal governo centrale in nome del vincolo di bilancio, siano costrette a pensare da sole al proprio futuro e a quello del territorio che amministrano, è qualcosa di pericoloso per la gestione del consenso di lor signori e dunque va subito censurato e deprecato.

Se il povero lettore avesse buttato il giornale di venerdì 19 Agosto nel cestino, l’articolo di Della Loggia forse sarebbe stato dimenticato molto più velocemente. Invece il professor Giuseppe Galasso, forse per una malintesa e mal applicata sensibilità storica, ha recuperato il pezzo dal cestino cui era naturalmente destinato e lo ha commentato con osservazioni molto più degne di riflessione.

In primo luogo ha detto che il vortice localista forse è da attribuirsi all’ascesa del leghismo degli anni Novanta (noi aggiungiamo: assecondata e tradotta in legge dal buon Bassanini), grazie alla quale il Mezzogiorno è scomparso dall’agenda politica nazionale per più di vent’anni.

In secondo luogo, ha detto che il destino del Mezzogiorno non è staccato da quello dell’Italia e dalla difficoltà che stanno avendo un po’ tutti gli Stati nazionali. Su questa premessa possiamo “essere d’accordo”. Non siamo d’accordo sul fatto che la questione culturale sia prioritaria rispetto a quella di portafoglio.

Quale ruolo possa avere la cosiddetta “cultura” (sempre che abbiamo definizioni omogenee del termine e soprattutto una visione condivisa di quale debba essere la cultura da promuovere), lo si può stabilire solo quando si è effettivamente affrontato il problema del portafoglio e non prima. Inoltre crediamo che sia opportuno aggiungere che i cosiddetti "vortici localisti" – che in Italia hanno visto il trionfo culturale e politico della Lega – hanno la loro origine nell’accelerazione del processo di unificazione europea, innescata dai fatti dell’Ottantanove e dall’unificazione tedesca nell’ambito di una permanente crisi strutturale del capitalismo.

Queste dinamiche hanno rispecchiato e implementato processi di concentrazione e centralizzazione del capitale che non sono stati irrilevanti nella geografia politica del continente: la deflagrazione jugoslava, la separazione della Cecoslovacchia, le istanze secessioniste catalane, fino alla recente Brexit in Gran Bretagna, sono stati altrettanti effetti di queste dinamiche. Alcune, tra l’altro, ancora in corso.

Per questo diciamo che la Questione del Mezzogiorno – come è legata a quella dell’Italia – lo è anche a quella dell’Europa ed alla sua attuale forma.

Nel contempo una risposta a questa ulteriore marginalizzazione, particolarmente delle condizioni di vita e di lavoro dei settori popolari della società, può venire dal legare la questione europea a quella mediterranea, ridando ai popoli ed ai lavoratori la possibilità di decidere concretamente del proprio futuro.

Ed in questa dimensione che va la nostra proposta politica di Rottura della U.E. e di costruzione di una prospettiva euro/mediterranea.

Link dell’articolo del Professore Giuseppe Galasso in cui polemizza con l’editoriale pubblicato del Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia.

Fonte

14/07/2016

A proposito di mandanti morali

Ernesto Galli della Loggia, insieme a Dario Di Vico, Angelo Panebianco, Paolo Mieli e Sergio Romano, fa parte di quella cerchia di intellettuali di riferimento che stabiliscono la linea politico-ideologica del Corriere della Sera, il principale organo d’informazione del paese. Da questo punto di vista, è sempre interessante leggere le analisi proposte da questi particolari maître a penseer della borghesia italiana, perché dicono esplicitamente ciò che il resto del giornalismo lascia solo intendere ambiguamente. Si fanno carico di sintetizzare una visione del mondo, dunque riassumono la weltanschauung dominante. Paradossalmente, proprio perché tendono a dire “le cose come stanno” senza freni inibitori tipici di chi non può ambire a quel ruolo, a volte affermano effettivamente “pezzi di verità” celati dalle varie narrazioni artificiose attraverso cui viene celata la realtà dei fatti. Sono, in altri termini, il volto “sincero” di un realismo politico con cui fare i conti. Altre volte, invece, hanno il ruolo di nobili giustificatori dello status quo. Non a caso capita molte volte, non solo da queste parti, di commentare le loro prese di posizione. Perché se bisogna confrontarsi con il pensiero dominante, è attraverso questi personaggi che bisogna passare, per leggere la realtà senza veli deformanti.

L’analisi proposta dal nostro sul Corriere di lunedì scorso (Le parole che l’Islam non dice) riassume degnamente il pensiero dominante, quello effettivamente veicolato dai centri del potere politico-culturale, ma che viene mascherato dalle ragioni del politicamente corretto. La tesi di Galli della Loggia è conosciuta: siamo in piena guerra di civiltà contro il mondo musulmano, una guerra che loro ci hanno dichiarato e che fatichiamo per ignavia a riconoscere. Solo riconoscendo questa guerra, e comportandoci di conseguenza – armandoci e intervenendo militarmente e culturalmente – si potrà ristabilire la barra delle relazioni internazionali a nostro vantaggio, cioè – secondo l’autore – a vantaggio della civiltà occidentale contro la barbarie orientale. Non è un’interpretazione tendenziosa delle sue parole: è esattamente quello che scrive, “provandolo” storicamente e filosoficamente attraverso ricostruzioni apparentemente puntuali ma in realtà completamente ideologiche. Non è un caso che questa presa di posizione avvenga pochissimi giorni dopo l’uccisione di Emmanuel Chidi Nnamdi e nel giorno del suo funerale. Il rimando implicito è evidente, e anche in questo caso il Galli della Loggia non tenta neanche di nasconderlo: ci infervoriamo per la morte di un migrante, ma questa è una guerra e come tale prevede danni collaterali e, al tempo stesso, non può prevedere cedimenti culturali dettati dal buonismo religioso. 

Questo non significa che l’autore sia “contento” e “impassibile” di fronte alla morte del migrante. Piuttosto, sta a significare che “sta nelle cose”, condannando questo “sentire comune” che ci fa piangere per la morte di un migrante ma che ci lascia tutto sommato indifferenti alla morte dei nostri connazionali in Bangladesh. E’ questa debolezza che manda in bestia l’intellettuale con l’elmetto, questa presunta “doppia moralità” di cui saremmo vittime, condizionati – com’è ovvio – dalle mollezze determinate dal combinato cristianesimo + relativismo culturale che attanaglia l’occidente declinante. Ernesto Galli della Loggia si presenta allora come “mandante morale” di un razzismo realpolitico che produce, come abbiamo visto in questi giorni, mostri difficilmente etichettabili come “mele marce” o “schegge impazzite”.

Cosa dice però di rilevante questo editoriale pensoso e preoccupato per le sorti dell’occidente? Leggiamolo attentamente.
“Chissà se in quella tragica sera di Dacca qualcuno dei nove italiani, mentre veniva torturato e si preparava ad essere sgozzato per non aver saputo rispondere a dovere alle domande di catechismo islamico, avrà pensato che i suoi compatrioti avrebbero preso l’impegno di vendicarlo”.
La mancata predisposizione alla vendetta è la tara originaria che impedisce alle società occidentali di “prendere il toro per le corna”. E’ questo che implicitamente chiede Galli della Loggia, assumersi il carico di sofferenza che una guerra comporta, e predisporsi per infliggerla, a monito di futuri attentati. La guerra di Galli della Loggia non è figurata o metaforica: è guerra vera, da combattere boots on the ground, ma attenzione: non solo nei territori arabi “da liberare”, ma anche – e forse soprattutto – all’interno delle nostre società. Non c’è soluzione all’islamismo senza militarizzazione della società, una militarizzazione che non può essere evasa da qualche camionetta dell’esercito davanti alle metro, ma che comporta una militarizzazione dei rapporti politici. Se fino ad oggi il mantra liberista affermava che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità economiche”, l’autore afferma che abbiamo anche vissuto “al di sopra delle nostre possibilità democratiche”. Oggi i margini di trattativa consentiti dalla democrazia liberale non sono più sostenibili, pena l’islamizzazione crescente delle nostre civiltà.

Ancora:
“I Jihadisti – ha scritto Tahar Ben Jelloun, conosciutissimo teorizzatore dell’Islam tollerante all’interno di un’auspicata tolleranza universale – prendono a riferimento dei versetti che erano validi all’epoca della loro rivelazione ma oggi non hanno più senso. Già. Ma mi chiedo: e chi è che lo decide quali versetti del Corano continuano ad avere senso e quali invece sono per così dire passati di moda? Chi? E in ogni caso non vuole forse dire quanto scrive Ben Jelloun che comunque in quel testo ci sono parole e precetti che si prestano e magari incitano ad un certo uso della violenza?[…]Ma fa qualche differenza o no – mi chiedo ancora sperando di non incorrere per questo nell’accusa di islamofobia – fa qualche differenza o no se nel testo fondativo di un monoteismo i riferimenti alla violenza ci sono, espliciti e ripetuti, e in un altro invece sono del tutto assenti? Fa una differenza o no, ad esempio, se i Vangeli non registrano nella predicazione di Gesù di Nazareth alcuna azione o proposito violento contro coloro che non credono?”
Proprio così scrive l’intellettuale determinato a sviscerare le ragioni culturali di questa guerra: a differenza degli altri “monoteismi”, l’Islam è ontologicamente una religione violenta, espressione di una cultura violenta sancita nei suoi scritti fondativi. Poco o nulla possiamo fare davvero per invertire la rotta. Solo la guerra e la sottomissione islamica ai valori dell’occidente liberale può redimere l’orizzonte prevaricatore insito nella cultura islamica. Eppure, a ben guardare, e senza scomodare venti secoli di storia del cristianesimo e dell’ebraismo marchiati da ogni tipo di violenza e d’infamia genocida – bazzecole queste su cui non occorre neppure soffermarsi, sembra dirci l’autore – i libri sacri delle altre due religioni monoteiste sono intrisi di violenza tanto e più del Corano. Vediamone una rapida carrellata.
Stupri: Genesi, 19:26 – “Dio, impassibile davanti alla proposta di stupro delle figlie vergini di Lot, trasformò sua moglie in una statua di sale per aver commesso il nefando crimine di essersi guardata le spalle”.
Vendette violente e assassini: Esodo, 2:12 – “Mosè scorse un egiziano che picchiava un ebreo. Si guardò intorno e, non trovandovi testimoni, “uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia”.
Schiavitù e d’altre facezie: Esodo, 21:20-21 – “Per la legge di Dio “se uno bastona il suo schiavo o la sua schiava fino a farli morire sotto i colpi, il padrone deve essere punito” – “ma se sopravvivono un giorno o due, non sarà punito, perché sono denaro suo”.
Fratricidi: Esodo, 32:27 – “Alla vista del vitello d’oro, Dio comandò ai figli di Levi: “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l’accampamento da una porta all’altra di esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l’amico, ciascuno il vicino.” – “In quel giorno caddero circa tremila uomini e Dio ne fu compiaciuto”.
Pene di morte: Numeri, 15:32-26 – “Un uomo raccolse della legna di sabato. Per ordine divino dato a Mosè, “tutta la comunità lo condusse fuori dal campo e lo lapidò, e quello morì”.
Vendette religiose e punizioni esemplari: Numeri, 25:4 – “Il Signore disse a Mosè: Prendi tutti i capi del popolo e falli impiccare davanti al Signore, alla luce del sole, affinché l’ardente ira del Signore sia allontanata da Israele”.
Pochissimi, fra gli innumerevoli passi della Bibbia, che confermano la seriosa analisi del della Loggia: nel testo sacro del cristianesimo non è presente alcuna forma di violenza, al contrario del Corano. Si dirà che però, a leggere attentamente le parole dell’autore, questo faccia riferimento “ai Vangeli” piuttosto che alla Bibbia nel suo complesso. Giusta osservazione. Leggiamo:
La misericordia divina: Matteo, 10:35-36 – “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua”.
Porgi l’altra guancia: Luca, 12:47 – “Gesù avvertì che un servo di Dio che non avesse rispettato la volontà del suo Padrone avrebbe ricevuto “molte percosse”.
Tolleranza religiosa: Luca, 19:26 – “Nella parabola delle dieci mine il padrone – Dio – disse di quelli che avessero deciso di non seguirlo: “conduceteli qui e uccideteli in mia presenza”.
GLBT: Romani, 1:26-27 – “Paolo dice che lesbiche ed omosessuali meritano la dannazione eterna”.
Go vegan: Ebrei, 12:20 – “Dio predispose che ogni animale accampato sul monte Sion venisse lapidato”.
Per chi non avesse capito l’antifona: Apocalisse, 6:8 – “Alla fine dei tempi, Dio autorizzerà la Morte a falciare il 25% della popolazione terrestre “con la spada, con la fame, con la mortalità e con le belve della terra”.
E via continuando. Per una panoramica completa, consigliamo “Le atrocità della Bibbia”.

L’autore a questo punto, forse conscio di averla sparata troppo grossa, cerca appigli antropologici per giustificare la costruzione storica per cui violenza e mondo islamico sono un tutt’uno.
“In realtà è assai difficile pensare che l’Islam non abbia un problema specifico tutto suo con la violenza. Ne è prova non piccola, a me pare, come esso continui a praticarla nei suoi riti[…]Chiunque ad esempio si è trovato in una località islamica il giorno della Festa del Sacrificio ha potuto assistere allo spettacolo di ogni capofamiglia che, armato di coltello, sgozza sulla pubblica via un agnello procuratosi in precedenza. Certo, la pratica non è più universale...”
Ora, a parte l’italiano incerto da terza media – che pure, per un nome di rilievo culturale come Galli Della Loggia, significa molto – attaccarsi alle tradizioni culturali sedimentate storicamente di una popolazione per dedurne il suo rapporto intimo con la violenza è, prima ancora che scientificamente, completamente sballato metodologicamente. In Italia in ogni paese a gennaio si sgozza il maiale con un coltellaccio da macellaio, lasciando scorrere lentamente il sangue fino al completo dissanguamento, e sovente cucinandosi lo stesso sangue appena rappreso per farci il sanguinaccio. Come minimo, seguendo il ragionamento del giornalista del Corriere, gli italiani dovrebbero essere un popolo di vampiri assassini. Per non parlare della Spagna della corrida, tradizione culturale che in confronto il sacrificio dell’agnello arabo sembra organizzato dal WWF. Lo stesso agnello che nei giorni di Pasqua e dintorni andiamo però a sceglierci con cura dal contadino di fiducia, che provvederà ad ammazzare ma chiedendogli forse il permesso, non come quei cattivoni islamici che lo accoppano senza neanche preavvisarlo. Civiltà contro barbarie. E potremmo continuare per giorni, citare intere biblioteche sul rapporto catartico tra violenza rituale e rapporti sociali, modelli di civiltà sedimentati nei secoli, tradizioni, eccetera. Ma a che pro? La tesi è ormai costituita: la violenza è un fatto interno al mondo islamico, prova ne sia lo sgozzamento rituale degli agnelli durante una festa religiosa.

Questo il brodo culturale che forma a ripetizione nuovi Amedeo Mancini. Un fascista, né più né meno, inserito però in un flusso informativo che giustifica, contestualizza, minimizza il razzismo occidentale come prodotto della violenza islamica. I mandanti morali, che coprono i mandanti materiali, sempre gli stessi, più o meno da un secolo a questa parte.

06/06/2016

Populismo vs oligarchia: la lezione di Bernie Sanders

Sulla doppia pagina di analisi e commenti del Corriere di sabato 4 giugno si fronteggiano due lunghi articoli che guardano in opposte direzioni, come gli occhi di uno strabico. A destra (collocazione non casuale: non per ragioni ideologiche ma perché, aprendo il giornale, lo sguardo del lettore tende spesso a pendere da quel lato, per cui è più facile che vi si piazzino articoli che rispecchiano il punto di vista della testata) troviamo un velenoso attacco di Goffredo Buccini al sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Lo si potrebbe definire un atto di “guerra preventiva”, nel senso che, paventando l’esordio di De Magistris sulla scena politica nazionale in veste di leader d’uno schieramento populista di sinistra radicale, il Corriere si porta avanti nel tentativo di screditare un possibile, fastidioso avversario per l’establishment.

Il pezzo in questione si riduce sostanzialmente a una sequela di invettive, delle quali non vale la pena di discutere. Assai più interessante l’intervento di Ernesto Galli della Loggia sulla pagina accanto. Considero Galli della Loggia, benché condivida poco o nulla delle sue idee politiche, uno dei collaboratori più lucidi e intelligenti del Corriere, e questo articolo lo conferma. Semplificando drasticamente, il discorso suona così: di fronte alla sfida dei movimenti populisti di destra, le reazioni dell’establishment politico europeo tradizionale (sia a livello dei singoli stati sia a livello dell’Unione) suonano deboli: sia perché nessuna retorica può nascondere problemi reali come la disuguaglianza crescente, le paure innescate dall’ondata migratoria e l’immiserimento di larghi settori di classe media, sia perché alle caste politiche burocratizzate mancano il carattere e l’impatto comunicativo dei loro avversari “antisistema”. Non a caso, scrive Della Loggia, nel campo democratico (di centrosinistra come di centrodestra) non esiste alcuna figura in grado di assumere il ruolo di leader carismatico (manca un “Cesare democratico”, recita il titolo del pezzo).

E allora? Allora, argomenta Della Loggia, sarebbe bene imparare dalla lezione che arriva dagli Stati Uniti, dove stiamo assistendo all’ascesa di un leader populista di sinistra come Bernie Sanders, capace di restituire voce e speranza ai milioni di americani massacrati dalla crisi, senza assumere i toni violenti e sgangherati del populismo di destra di Donald Trump (o dei suoi omologhi nostrani), restando cioè saldamente ancorato a una visione democratica della politica. Non a caso, i sondaggi lo danno nettamente vincente in un’ipotetica corsa contro Trump, laddove Hillary Clinton (che purtroppo sarà quasi sicuramente la candidata democratica) sembra incontrare molte più difficoltà, e questo sia perché è il corrispettivo Usa delle nostre élite burocratiche, politicamente corrette (e ugualmente compromesse con le lobby finanziarie, oserei aggiungere), sia perché usa argomenti cerebrali contro quelli viscerali di Trump (laddove Sanders, annota Della Loggia, mobilita cuore e speranza contro pancia e rabbia).

Discorso lucido e interessante si diceva. E tuttavia: dove pescare un Sanders in Europa? E ancora: Sanders è proprio quell’omino dolce e privo di velleità antisistema che Galli della Loggia descrive nel suo articolo? Dall’autobiografia del senatore del Vermont (appena tradotta da Jaca Book: ne parleranno, fra gli altri, Marco d’Eramo e Giacomo Marramao martedì 7 giugno alla Fondazione Basso di Roma) emerge un profilo diverso. È vero che Sanders è un pacifista convinto e un uomo che ha sempre evitato di usare parole violente contro i suoi avversari politici, ma è anche vero che, oltre ad essere un irriducibile e ostinato avversario dell’establishment politico ed economico del suo Paese, parla apertamente di “rivoluzione”. Certo non nel senso della presa del Palazzo d’Inverno, ma sicuramente nel senso di una radicale ridistribuzione della ricchezza e della sovversione delle regole di una democrazia che si è progressivamente mutata in oligarchia.

Per trovare qualcosa di analogo in Europa occorre guardare a Podemos in Spagna, o alla sinistra populista di Mélenchon in Francia. E l’Italia? Visto che il Movimento5Stelle ha dismesso ogni velleità antisistema, l’unico candidato potrebbe essere proprio De Magistris, se decidesse di fondare un movimento nazionale. Che ne pensa Galli della Loggia? Temo che, anche ammesso che non condivida l’acrimonia di Buccini nei confronti del personaggio, difficilmente riconoscerebbe in lui il Cesare democratico.

Fonte

09/10/2015

L’antisemitismo anti-islamico del XXI secolo

Poche cose in politica hanno più forza del luogo comune. E così quando a ripetere stanchi cliché razzisti è nientemeno che Ernesto Galli della Loggia, apprezzato (dai neocon di tutto il paese) maitre a penser della destra muscolare italiana, nientemeno che dalle colonne del Corriere, ecco che il luogo comune si rafforza e assume il valore di un dato di fatto. L’attacco avvenuto ieri dalle colonne del Corriere della Sera all’Islam e al mondo arabo in quanto tale è paradigmatico di un certo modo di pensare, che solletica gli istinti sottoculturali della popolazione spacciandosi per “pensiero alternativo”. In realtà, è esattamente ciò che pensa la maggior parte della gente, è in tutto e per tutto pensiero medio, “ovvinionismo” un tanto al chilo detto però come se si stessero riaffermando chissà quali verità occultate dai media e dalla politica, ovviamente “dominata da una cultura di sinistra legata al Pci di gramsciana memoria” eccetera…

Il pregio dell’articolo è quello di procedere per punti chiari, dunque, senza girarci troppo intorno come di solito fanno i media liberali, l’autore stila cinque punti “minimi” per instaurare un vero rapporto paritario con il mondo arabo, oggi necessario di fronte all’invasione di “milioni di immigrati musulmani che popolano l’Italia e l’Europa”. La premessa descrive da sé l’intento ideologico di Galli della Loggia, un esempio palese di distorsione dei fatti e degli avvenimenti storici. Serve all’autore per inquadrare la vicenda e dare avvio alla vis polemica successiva. Il dato di fatto da cui partire sarebbe “la disintegrazione di fatto dell’intero sistema di Stati nati dopo la Prima guerra mondiale sulle rovine dell’Impero Ottomano, dunque la ridefinizione di interessi, alleanze, rivalità…”. Di per sé, è un fatto evidente. Ciò che è meno evidente è che quel “sistema di Stati” venne imposto dalle potenze europee, e questa imposizione non fu “libera” né tantomeno autodeterminata, ma dopo la dissoluzione forzata dell’Impero Ottomano si procedette alla colonizzazione di quei territori ancora non colonizzati. I confini definiti a tavolino uscirono dalle cancellerie europee, non da quelle arabe, e i nuovi Stati così creati non furono certo liberi di svilupparsi, ma sottoposti a mandati e affidamenti europei, continuando così quella colonizzazione spezzata solo negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Ignorare questo fatto significa operare una rimozione ideologica volta a dipingere gli eventi odierni come un mero fatto interno al mondo arabo, mentre quei confini che oggi vacillano sono stati imposti dal colonialismo dell’epoca, tutto di marca europea, che poco o nulla c’entrarono con le reali differenze interne al mondo arabo e tantissimo con gli interessi contrapposti delle potenze europee in concorrenza fra loro.

Da questa premessa vengono derivati dall’autore cinque presupposti per capire che tipo di rapporto instaurare con l’attuale mondo arabo in fase di ridefinizione. Il più incredibile dei quali, quello per cui “i reciproci torti storici tra mondo islamico e mondo cristiano come minimo si equivalgono”. Dice esattamente queste parole Galli della Loggia: per lui secoli di dominazione coloniale, la spartizione economica dell’Africa e dell’Asia, i milioni di morti e le centinaia di guerre sono il pareggio dei conti con il mondo arabo che nel 700 d.c. aveva osato conquistare tutta l’Africa del nord al tempo non ancora musulmana. Paragonare l’espansione musulmana dell’VIII secolo, fatta su di un territorio privo di entità statuali o di governo, soprattutto operata in un periodo in cui il diritto internazionale non esisteva e la guerra era lo strumento con cui regolare ufficialmente i confronti tra popolazioni, con la dinamica colonialista e imperialista volta ad aggredire Stati ed entità statuali autonome e indipendenti spogliandole del controllo delle principali risorse economiche, è un falso storico senza precedenti che fa specie sia stato pubblicato su di un giornale come il Corriere della Sera. Seguendo lo stesso ragionamento, prima dell’espansione musulmana anche quella romana avvenne nello stesso modo, conquistando con  la forza territori non suoi. E’ come se i Visigoti dovessero chiedere scusa e restituire i danni morali della conquista della Spagna del VII secolo. Siamo evidentemente alla follia, ma queste assurdità vengono pubblicate dal principale quotidiano italiano, non sul blog di qualche pazzo islamofobo.

Proseguendo nel ragionamento, Galli della Loggia afferma che “va recisamente confutata l’affermazione di uso corrente secondo la quale tutte le religioni monoteiste sono fondamentalmente uguali. Non è vero”. L’autore afferma che nei paesi occidentali c’è maggiore protezione del ruolo della donna, si hanno diritti e doveri differenti, c’è un diverso sistema di potere, eccetera. Anche qui, la falsificazione ideologica è palese. Perché i differenti sistemi di diritto, il differente ruolo della donna, non sono ambito della religione ma della secolarizzazione sopraggiunta nei paesi europei e ancora non avvenuta (o meglio, respinta indietro in questi ultimi anni) nei paesi arabi. Non è “il cristianesimo” a “proteggere di più la donna” o a concedere “più diritti”, ma l’avvento dello Stato che ha sottratto progressivamente potere all’interpretazione religiosa della vita pubblica. Perché il “ruolo della donna”, “l’affermazione dei diritti”, eccetera, è in tutto e per tutto speculare alla religione musulmana e a quella ebraica. Mettere a paragone allora l’Islam e le entità statuali occidentali è un trucco ideologico deviante. O si paragona lo sviluppo dello Stato-nazione europeo con quello arabo, o si mettono a paragone l’Islam e il cristianesimo. Solo che i differenti gradi di sviluppo avvenuti tra Stati europei e arabi non possono essere paragonati perché per tre secoli gli Stati europei hanno dominato militarmente, economicamente e politicamente gli Stati africani e mediorientali, bloccandone ogni propria possibile evoluzione indipendente. Se invece paragonassimo le due religioni in quanto tali, scopriremmo che le affinità sono talmente più grandi delle divergenze che potremmo benissimo parlare di un unico monoteismo (e in effetti in tutto il primo millennio dopo Cristo numerose “eresie” cristiane proclamavano la totale coincidenza dell’Islam con il Cristianesimo: ad esempio, l’arianesimo).

L’autore dell’articolo antisemita prosegue dichiarando che non esiste alcuna islamofobia nel criticare a prescindere le posizioni teologiche della religione musulmana, e che in fin dei conti il livello di protezione dei musulmani da noi in Europa è infinitamente maggiore della protezione che hanno i cristiani nei territori arabi. Baggianate utili solo alle forze della destra xenofoba e antiaraba per alimentare i loro ragionamenti razzistici. Quel che è vero è che nel mondo arabo è stato interrotto forzatamente il processo di liberazione dell’invadenza religiosa nella vita pubblica iniziato dal processo di decolonizzazione negli anni Cinquanta, e il fenomeno religioso è stato reintrodotto o facilitato grazie agli sconvolgimenti mediorientali dovuti alle continue guerre in seguito alla caduta del Muro di Berlino. La religione è oggi effettivamente un problema, ma allo stesso tempo capace di esprimere quel “gemito della creature oppressa” volto a unificare le masse arabe in funzione anti-coloniale. Un fenomeno perverso, ma in assenza di grandi ideologie capaci di prospettare un movimento di liberazione non religioso, l’unico strumento in grado di cementare la volontà di autodeterminazione. Ma tutto questo è ignorato dai Galli della Loggia di turno.

Fonte