Un dossier sul dilagare della detenzione delle armi per uso personale, su cui la Lega costruisce buona parte della sua campagna elettorale.
Il 9 febbraio 2018, nel pieno della campagna elettorale, Matteo Salvini si è presentato all’Hit Show, fiera della caccia, del tiro sportivo e dell’outdoor che si svolge ogni anno a Vicenza. Qui, oltre a rimarcare la storica vicinanza della Lega al bacino elettorale dei cacciatori (e quello veneto), il leader del partito ha firmato un impegno con il Comitato Direttiva 477 a esaudire alcune richieste di tutela per i detentori di armi.
Come si legge sul sito dell’associazione, il Comitato Direttiva 477, dal 2019 Unarmi, è nato nel 2015 in seguito all’approvazione del decreto legge n. 7 del 18 febbraio 2015 sulle misure urgenti per il contrasto del terrorismo. Il decreto, che recepiva alcune modifiche alla direttiva europea 477, stabiliva ulteriori restrizioni al possesso delle armi.
Come spiega Andrea Intonti per l’agenzia di stampa Pressenza, alcune richieste avanzate da Unarmi e presenti nel documento firmato da Salvini a Vicenza sono state accolte nel decreto legislativo 104/2018 firmato dall’ex vicepremier. Nel decreto è previsto, in particolare, l’aumento pro capite da 6 a 12 delle armi sportive detenibili nella propria abitazione, un incremento della capienza massima dei caricatori e l’eliminazione della discrezionalità dei questori nell’imporre limitazioni sulle munizioni acquistabili nel periodo di licenza.
Unarmi si definisce apartitico ma non apolitico, anche se basta leggere qualche post sul gruppo Facebook dell’associazione per capire che il sostegno degli iscritti nei confronti di Salvini è pressoché unanime. Già nel 2015 il direttivo dell’allora Comitato veniva ospitato nella sede della Lega per “sviluppare una fattiva collaborazione” tra le due parti. Anche uno dei documenti costitutivi del Comitato non lasciava spazio a dubbi: “Abbiamo dovuto riscontrare disponibilità e serietà da parte di un solo partito: la Lega. È stata la Lega infatti che ci ha accolti con attenzione quando ancora eravamo un’associazione sconosciuta, che si è resa disponibile in concreto dei nostri diritti […] e il cui segretario ha sottoscritto pubblicamente (unico tra tutti) l’impegno a favore dei possessori di armi estendendolo a tutto il suo partito”.
Tuttavia sembra che, almeno pubblicamente, Unarmi voglia prendere le distanze da un eventuale collegamento diretto con la Lega. Contattato da The Vision, il delegato di Unarmi ai rapporti con Firearms United Andrea Favaro ha dichiarato: “Per un’associazione come la nostra i contatti con la politica sono inevitabili. Parliamo con tutte le forze politiche, non abbiamo un canale preferenziale”. Unarmi smentisce anche di essere una lobby (nonostante poi ai suoi iscritti invii un adesivo con la scritta “La lobby sono io”), sostenendo sul proprio sito di essere “impropriamente definita e identificata” dai media come come la “lobby delle armi italiana”.
Unarmi fa però parte del network europeo Firearms United (Fun), regolarmente iscritto al Registro europeo per la trasparenza delle lobby. Firearms United è nata in Polonia nel 2013 e oggi conta affiliazioni in 26 Paesi europei. Dal 2018 è stata formalmente riconosciuta da un tribunale polacco come Organizzazione non governativa, cambiando il proprio statuto affinché i singoli individui possano iscriversi alla rete, oltre che alle singole associazioni che ne fanno parte.
Come riporta Gunsweek, una delle varie testate vicine alla lobby, l’obiettivo è creare uno “schieramento (che) potrebbe superare per rappresentatività e ‘potenza di fuoco’ anche i colossi dei Gun Rights d’oltreoceano”. Il cambio di statuto è avvenuto anche per il Comitato Direttiva 477 che, proprio lo scorso anno, è diventato associazione di promozione sociale.
Sembrerebbe che il network armigero europeo stia adottando una strategia simile a quella che da tempo utilizza l’Nra, la National Rifle Association, potente lobby delle armi statunitense che l’amministrazione di San Francisco ha bollato come “organizzazione di terrorismo domestico”. Secondo il database Open Secrets, negli ultimi tre anni l’Nra avrebbe finanziato le proprie attività di lobbying con circa 13 milioni di dollari e le donazioni elargite ai partiti andrebbero per il 99% al partito repubblicano.
Come spiega bene un video realizzato da Vox, l’Nra, che si descrive come “la più antica organizzazione per i diritti civili d’America”, è formalmente un public interest group. Questo statuto permette all’Nra non solo di essere esente dalle tasse, ma anche di ricevere donazioni da chiunque, il che si traduce in donazioni dalle aziende produttrici di armi, come la Remington, la Colt e anche l’italiana Beretta, che vedono così promossi i propri interessi a livello istituzionale. Proprio la Beretta nel 2008 aveva donato alla lobby 1 milione di dollari, entrando così a far parte del famigerato “Golden Ring of Freedom” (i cui membri ricevono in omaggio una sobrissima giacca color oro).
La strategia propagandistica utilizzata dall’Nra sembra essere l’ispirazione di Fun. Proprio come la lobby statunitense si erge a protettrice nei confronti dei cittadini di un diritto civile considerato inalienabile (il secondo emendamento) che ritengono sotto attacco da parte dei legislatori e dei burocrati, così Firearms United insiste sull’idea che esista un diritto fondamentale al possesso di armi, ostacolato da “eurocrati non eletti e senza volto che vogliono portare via i nostri fucili”.
Per quanto riguarda l’Italia, invece, Favaro spiega che la richiesta di Unarmi è semplice: la certezza della norma. “Spesso in Italia assistiamo a una specie di feudalesimo. Ogni norma è interpretabile a seconda del questore o del prefetto, per cui quello che vale in una provincia può non valere in quella adiacente. Noi chiediamo solo una norma chiara e non discrezionale, e quando parliamo di sicurezza del cittadino ci riferiamo a questo: che sia chiaro cosa può fare e cosa non può fare con un porto d’armi, come accade nel Paese che prendiamo a modello – la Repubblica Ceca”.
Niente fanatismi, quindi, ma una strategia “riformista” che cerca di fare arrivare le proprie istanze soprattutto a Bruxelles. Tra i risultati raggiunti da Fun, il presidente Tomasz W. Stępień, in un’intervista alla rivista polacca pro-armi Zbrojnice, cita proprio l’aver convinto circa 200 europarlamentari a opporsi a ulteriori modifiche della direttiva 477, mentre all’ultimo aggiornamento solo 18 deputati avevano votato contro.
La retorica “moderata” sulle armi ha dato i suoi frutti anche in Italia, sebbene la maggior parte dell’opinione pubblica ignori l’esistenza di una lobby o comunque un gruppo di pressione armigero. Sia il già citato decreto legislativo 104/2018, sia i decreti sicurezza, sia la riforma della legittima difesa voluti da Salvini sono figli del clima allarmistico che viene alimentato dai gruppi pro gun rights e dell’esasperazione del diritto dei cittadini a proteggersi con le armi da fuoco. Su quale influenza diretta abbiano avuto Unarmi e le altri associazioni della categoria (Assoarmieri e Conarmi) possiamo fare solo delle ipotesi, anche a causa dello scarso monitoraggio delle attività di lobbying nel nostro Paese da parte delle istituzioni.
Nonostante le somiglianze, Favaro smentisce ogni collegamento con l’Nra: “L’unico contatto che è avvenuto è stato l’invito per Firearms United a una conferenza negli Stati Uniti sulla situazione europea delle armi”. Bisogna poi tenere presente che la realtà statunitense e quella europea sul controllo delle armi non sono paragonabili, così come gli obiettivi, i mezzi e soprattutto la portata delle due associazioni. “Guardando la situazione europea, fare un paragone con gli Stati Uniti è insensato”, aggiunge Favaro. “La nostra intenzione è mantenere la base europea”.
D’altronde negli ultimi anni l’egemonia e la popolarità dell’Nra sono state messe a dura prova in seguito alla sparatoria di Parkland nel febbraio 2018, in cui persero la vita 17 studenti, senza contare i successivi suicidi. Di fronte al grande successo di iniziative di sensibilizzazione come la March for Our Lives organizzata dai giovani sopravvissuti, la risposta scomposta e aggressiva dell’Nra (spesso nei confronti degli adolescenti stessi, come si vede nel video di Vox) ha fatto perdere molti consensi all’associazione. Di conseguenza, l’Nra sta provando a esternalizzare la propria influenza.
Un’inchiesta di Al Jazeera ha rivelato gli stretti legami della lobby con il partito di estrema destra australiano One Nation e altre ingerenze dell’Nra sono state registrate in Messico, Brasile, Australia, Russia e Nuova Zelanda, proprio all’indomani della strage di Christchurch. Secondo il Washington Post, questa “delocalizzazione” dell’Nra avrebbe l’obiettivo di migliorare i rapporti con le aziende straniere produttrici di armi, soprattutto per la vendita negli Stati Uniti dei modelli proibiti nei Paesi di origine o per l’apertura di nuove aziende sul territorio. La sola Beretta Holding ha, negli Stati Uniti, 8 sedi.
Al registro per la trasparenza europeo, Firearms United Network ha dichiarato di spendere per le attività di lobbying meno di 10mila euro l’anno. Niente di assimilabile alla potenza economica dell’Nra che, per quanto decrescente, è ancora nell’ordine delle decine di milioni di dollari. Tuttavia, vista la campagna di espansione della lobby statunitense nel resto del mondo e considerando anche le elezioni presidenziali del 2020, non è da escludere che in un futuro prossimo vedremo un sodalizio tra le due associazioni.
Anche se per ora Firearms United è una realtà piccola – almeno dal punto di vista economico – la sua influenza non è da sottovalutare. In Italia, per esempio, questo gruppo di “semplici cittadini” è riuscito a concretizzare le sue istanze in un decreto. D’altronde anche il partito che si è fatto garante della loro mission dichiara di sostenersi solo ed esclusivamente grazie alle vendite “di una birra o di una salamella”.
Jennifer Guerra – The Vision
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/02/2020
25/09/2018
The Israeli Project. Il documentario proibito di Al Jazeera
Il sito Zeitun.info ha tradotto e pubblicato un articolo di Electronic Intifada curato da Ali Abunimah sul documentario-inchiesta di Al Jazeera sul potere della lobby israeliana negli Stati Uniti. Il documentario è stato bloccato di comune accordo da Israele, Qatar e Arabia Saudita. Sullo stesso argomento è uscito un lungo articolo di Alain Gresh sul numero di settembre di Le Monde Diplomatique. Qui di seguito l’articolo ripreso e tradotto da Zeitun.info
“The Israel Project” [Progetto Israele], un importante gruppo di sostegno con base a Washington, sta portando avanti una campagna segreta per influenzare [gli utenti di] Facebook.
Ciò viene svelato in “The Lobby – USA”, un documentario in incognito di “Al Jazeera” [televisione araba anche in inglese con sede in Qatar, ndtr.] che non è mai stato mandato in onda a causa della censura da parte del Qatar in seguito a pressioni di organizzazioni filo-israeliane. Il video di cui sopra, esclusivo per “The Electronic Intifada”, mostra i brani più recenti estratti dal documentario.
Le prime immagini filtrate pubblicate da “The Electronic Intifada” e da “Grayzone Project” [sito statunitense di notizie in rete, ndtr.] hanno già rivelato subdole tattiche di gruppi anti-palestinesi pianificate e messe in pratica con la complicità del governo israeliano.
Nei nuovi video si sente David Hazony, il direttore esecutivo di “The Israel Project”, dire al giornalista infiltrato di Al Jazeera: “Ci sono anche cose che facciamo e che sono assolutamente lontano dai riflettori. Lavoriamo insieme a un sacco di altre organizzazioni.”
“Produciamo contenuti che poi loro pubblicano a loro nome” aggiunge Hazony.
Gran parte dell’operazione consiste nella creazione di una rete di “comunità” di Facebook centrate sulla storia, sull’ambiente, su questioni internazionali e femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con il sostegno a Israele, ma sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi a favore di Israele.
“Una cosa riservata”
In una conversazione, anch’essa rivelata dagli estratti trapelati del video, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per “The Israel Project”, racconta al giornalista di Al Jazeera in incognito la logica e l’estensione dell’operazione segreta su Facebook.
Il reporter in incognito, noto come “Tony”, si presentava come tirocinante presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme un sacco di media filo-israeliani attraverso vari canali sociali che non sono di ‘The Israel Project’, afferma Schachtel. “Così abbiamo molti progetti paralleli con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico.”
“Per questo è una cosa riservata,” aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono associati a ‘The Israel Project’”.
Tony chiede se l’idea di “tutto quanto il materiale non [relativo a] Israele ha lo scopo di consentire che il materiale su Israele passi meglio.”
“Vogliamo proprio mimetizzarlo in ogni cosa,” spiega Schachtel.
Una di queste pagine Facebook, “Cup of Jane”, [Un po’ di Jane] ha quasi mezzo milione di persone che la seguono.
La pagina di “Chi siamo” di “Cup of Jane” la descrive come relativa a “zucchero, spezie e tutto quello che è buono”. Ma non c’è nessuna informazione sul fatto che sia una pagina gestita con il proposito di promuovere Israele.
La pagina di “Chi siamo” identifica “Cup of Jane” come “una comunità creata dal progetto per i media del futuro di TIP a Washington.”
Non c’è peraltro nessuna menzione diretta ed esplicita a Israele o indicazione che “TIP” sta per “The Israel Project”.
“The Electronic Intifada” è al corrente del fatto che persino questa vaga ammissione di chi ci sia dietro la pagina è stata aggiunta solo dopo che “The Israel Project” ha saputo dell’esistenza del documentario segreto di Al Jazeera e presumibilmente ha previsto di essere stato scoperto.
“The Israel Project” ha anche aggiunto un’ammissione sul suo sito in rete che gestisce le pagine di Facebook. Tuttavia il suo sito web non è collegato alle sue pagine di Facebook.
Non ci sono prove nell’Archivio Internet che la pagina esistesse prima del maggio 2017 – mesi dopo che la copertura di “Tony” era stata scoperta.
Secondo Schachtel “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.
“Abbiamo una squadra di circa 13 persone. Stiamo lavorando su molti video,” dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti sono solo su argomenti casuali e poi circa il 25% di questi saranno di provenienza israeliana o ebraica centrati su Israele o sugli ebrei.”
Nel documentario Al Jazeera afferma di “aver contattato tutti quelli coinvolti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni o degli individui a favore di Israele che lavorano per loro ha risposto alle nostre accuse.”
Falsi progressisti
“Cup of Jane” cerca di dimostrarsi progressista postando foto e citazioni di icone femminili nere come Maya Angelou [poetessa, attrice e ballerina afro-americana, ndtr.] e Ida B. Wells [intellettuale afroamericana morta nel 1931, ndtr.], che la pagina celebra in occasione del suo compleanno come una “pensatrice, scrittrice e attivista rivoluzionaria”.
Ci sono anche post sull’ambientalista all’avanguardia Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai suoi compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro nella scuola superiore di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018.
Intrecciati a un flusso di fesserie in odore di progressismo ci sono attacchi contro veri movimenti progressisti, come la “Chicago’s Dyke March” [annuale sfilata del movimento LGBT, ndtr.], i cui organizzatori hanno affrontato una campagna di calunnie della lobby israeliana dopo aver chiesto a provocatori filo-israeliani di lasciare la loro marcia nel 2017.
E un post dell’ottobre 2016, subito dopo che era stata lanciata la pagina di “Cup of Jane”, ha cercato di dipingere il militarismo di Israele come attraente e a favore dell’emancipazione delle donne.
“L’aviazione israeliana ha dipinto di rosa aerei da guerra a sostegno del “Breast Cancer Awareness Month” [Mese per la Sensibilizzazione sul Cancro al Seno]. Non è fantastico?” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da guerra israeliano. “Questo è forte. Le donne, in ogni caso, hanno bisogno di un’aviazione tutta per loro,” aggiunge “Cup of Jane”, insieme a una faccina sorridente.
Altre pagine identificate dal documentario censurato di Al Jazeera come gestite da “The Israel Project” includono Soul Mama, History Bites [Bocconi di Storia], We Have Only One Earth [Abbiamo solo una Terra] e This Explains That [Ciò spiega che]. Alcune hanno centinaia di migliaia di follower.
“History Bites” non rivela la propria affiliazione a “The Israel Project”, neppure con la vaga formula utilizzata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.
“History Bites” si definisce semplicemente come [una pagina] che diffonde “la bellezza della storia in bocconcini masticabili!”
Questa pagina ha ri-postato i post di “Cup of Jane” che presentano come un’eroina femminista Golda Meir, la donna primo ministro israeliano che ha messo in atto politiche razziste e violente contro i nativi palestinesi e vedeva una minaccia esiziale nelle donne palestinesi che partorivano.
Un video del 2016 su “This Explains That” diffonde false affermazioni israeliane secondo cui l’agenzia dell’ONU per la cultura, l’UNESCO, “ha cancellato” la devozione di ebrei e cristiani per i luoghi sacri di Gerusalemme.
Lo scorso dicembre “History Bites” ha ri-postato il video in cui si afferma che “sembra appoggiare l’odierna dichiarazione del presidente Trump secondo cui Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele.” Il video ha avuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.
Un altro video postato da “History Bites” cerca di giustificare l’attacco a sorpresa israeliano del giugno 1967 contro l’Egitto, che ha dato inizio alla guerra in cui Israele ha occupato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai egiziana e le Alture del Golan siriane.
Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme est come se la città fosse stata “riunificata” e “liberata”.
Il marchio tossico di Israele
Il ricorso di “The Israel Project” a una proverbiale cucchiaiata di zucchero per cercare di far passare più facilmente i messaggi filo-israeliani è un riconoscimento di quanto possa essere difficile far accettare uno Stato di apartheid. Come Alì Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio Israele è sempre più tossico, per cui non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere qualcosa di contemporaneo che sia solo molto innocuo, divertente e allora ogni tanto ci puoi infilare qualcosa su Israele.”
I tentativi di “The Israel Project” di cooptare persone con una sensibilità progressista al servizio di Israele, benché le sue politiche siano di estrema destra, rientra in una più complessiva strategia di Israele, che intende dividere la sinistra e indebolire la solidarietà con la Palestina.
Diretto da Josh Block, un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex- principale stratega presso il centro di potere della lobby israeliana “AIPAC” [American Israel Public Affairs Committee, Comitato per le Questioni Pubbliche Americano-Israeliane, ndtr.], uno dei principali obiettivi di “The Israel Project” era sabotare l’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran.
La campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook è evidentemente manipolatoria, ma è ancora più cinica dato che il suo ideatore è Gary Rosen.
Per anni Rosen ha diretto un account twitter violentemente omofobico e islamofobo chiamato “@ArikSharon” – il nickname dell’ex-primo ministro israeliano Ariel Sharon, che è stato responsabile dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila quello stesso anno.
Nelle trascrizioni di una registrazione fatta dal giornalista in incognito di Al Jazeera visionate da “The Electronic Intifada”, Rosen ammette di utilizzare @ArikSharon come un “account segreto”.
Rosen è stato impiegato presso l’agenzia pubblicitaria internazionale “Saatchi & Saatchi”, ma nel novembre 2013 si è unito a “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.
Dopo essere stato denunciato nel 2013 da uno degli autori di questo articolo come la persona che gestiva l’account, Rosen ha cancellato dal collegamento twitter @ArikSharon molti dei tweet più aggressivi.
Ma mentre utilizza pagine Facebook sotto copertura nel tentativo di normalizzare l’appoggio a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua ad utilizzare l’account twitter @ArikSharon per diffondere messaggi di destra filoisraeliani.
Annunci pubblicitari anonimi smascherati
Questo non è l’unico tentativo segreto della lobby israeliana per utilizzare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.
Un reportage di “The Forward” [uno dei principali giornali della comunità ebraica USA, ndtr.] e “ProPublica” [rivista d’inchiesta USA, ndtr.] rivela che “Israel on Campus Coalition” [Coalizione per Israele nei campus] ha condotto campagne pubblicitarie anonime su Facebook per calunniare Remi Kanazi, un poeta palestinese-americano, prima delle sue esibizioni in campus USA.
“The Electronic Intifada” è stato il primo a informare sulle rivelazioni del documentario di Al Jazeera in merito a come i tentativi della “Israel on Campus Coalition” di calunniare e perseguitare gli attivisti solidali con la Palestina siano in coordinamento segreto con il governo israeliano.
Un portavoce di Facebook ha detto a “The Forward” e “ProPublica” che gli annunci di “Israel on Campus Coalition” che prendono di mira Kanazi “violano la nostra politica contro le false dichiarazioni e sono stati rimossi.”
Nel 2012 “The Electronic Intifada” ha denunciato un piano dell’unione nazionale degli studenti di Israele, sostenuto dal governo, per pagare studenti che diffondano propaganda filo-israeliana su Facebook. Tuttavia gli attuali tentativi segreti guidati da “The Israel Project” sembrano essere molto più sofisticati.
Dalle elezioni presidenziali USA del 2016 Facebook è stato accusato di consentire che la sua piattaforma venga utilizzata per la propaganda di manipolazione sponsorizzata dalla Russia intesa ad influenzare la politica e l’opinione pubblica.
Nonostante il clamore propagandistico, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o non dimostrate.
Ciononostante, Facebook si è associato con l’“Atlantic Council” [Consiglio Atlantico, ndtr.] in apparenza nel tentativo di reprimere “i falsi account” e la “disinformazione”.
L’“Atlantic Council” è un centro di ricerca di Washington che è stato fondato dalla NATO, dall’esercito USA, dai governi brutalmente repressivi di Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, da governi dell’Unione Europea e dal gotha delle società di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri che speculano sulle guerre.
Come apparente risultato di questa collaborazione, un certo numero di account dei media sociali totalmente innocui con pochi o nessun follower sono stati recentemente rimossi.
Più preoccupante è il fatto che pagine gestite da agenzie di informazione di sinistra che si occupavano di Paesi presi di mira dal governo USA, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se in seguito sono state ripristinate. Ora, con solide prove della campagna ben finanziata e con vasta influenza di “The Israel Project” su Facebook, rimane da vedere se il gigante delle reti sociali agirà per garantire che utenti inconsapevoli siano informati che quello a cui sono stati esposti è propaganda intenzionata a promuovere e dare un’immagine positiva dello Stato di Israele.
In risposta alla richiesta di fare un commento, un portavoce di Facebook ha detto a “The Electronic Intifada” che l’impresa avrebbe esaminato la questione.
(traduzione di Amedeo Rossi)
Fonte
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“The Israel Project” [Progetto Israele], un importante gruppo di sostegno con base a Washington, sta portando avanti una campagna segreta per influenzare [gli utenti di] Facebook.
Ciò viene svelato in “The Lobby – USA”, un documentario in incognito di “Al Jazeera” [televisione araba anche in inglese con sede in Qatar, ndtr.] che non è mai stato mandato in onda a causa della censura da parte del Qatar in seguito a pressioni di organizzazioni filo-israeliane. Il video di cui sopra, esclusivo per “The Electronic Intifada”, mostra i brani più recenti estratti dal documentario.
Le prime immagini filtrate pubblicate da “The Electronic Intifada” e da “Grayzone Project” [sito statunitense di notizie in rete, ndtr.] hanno già rivelato subdole tattiche di gruppi anti-palestinesi pianificate e messe in pratica con la complicità del governo israeliano.
Nei nuovi video si sente David Hazony, il direttore esecutivo di “The Israel Project”, dire al giornalista infiltrato di Al Jazeera: “Ci sono anche cose che facciamo e che sono assolutamente lontano dai riflettori. Lavoriamo insieme a un sacco di altre organizzazioni.”
“Produciamo contenuti che poi loro pubblicano a loro nome” aggiunge Hazony.
Gran parte dell’operazione consiste nella creazione di una rete di “comunità” di Facebook centrate sulla storia, sull’ambiente, su questioni internazionali e femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con il sostegno a Israele, ma sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi a favore di Israele.
“Una cosa riservata”
In una conversazione, anch’essa rivelata dagli estratti trapelati del video, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per “The Israel Project”, racconta al giornalista di Al Jazeera in incognito la logica e l’estensione dell’operazione segreta su Facebook.
Il reporter in incognito, noto come “Tony”, si presentava come tirocinante presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme un sacco di media filo-israeliani attraverso vari canali sociali che non sono di ‘The Israel Project’, afferma Schachtel. “Così abbiamo molti progetti paralleli con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico.”
“Per questo è una cosa riservata,” aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono associati a ‘The Israel Project’”.
Tony chiede se l’idea di “tutto quanto il materiale non [relativo a] Israele ha lo scopo di consentire che il materiale su Israele passi meglio.”
“Vogliamo proprio mimetizzarlo in ogni cosa,” spiega Schachtel.
Una di queste pagine Facebook, “Cup of Jane”, [Un po’ di Jane] ha quasi mezzo milione di persone che la seguono.
La pagina di “Chi siamo” di “Cup of Jane” la descrive come relativa a “zucchero, spezie e tutto quello che è buono”. Ma non c’è nessuna informazione sul fatto che sia una pagina gestita con il proposito di promuovere Israele.
La pagina di “Chi siamo” identifica “Cup of Jane” come “una comunità creata dal progetto per i media del futuro di TIP a Washington.”
Non c’è peraltro nessuna menzione diretta ed esplicita a Israele o indicazione che “TIP” sta per “The Israel Project”.
“The Electronic Intifada” è al corrente del fatto che persino questa vaga ammissione di chi ci sia dietro la pagina è stata aggiunta solo dopo che “The Israel Project” ha saputo dell’esistenza del documentario segreto di Al Jazeera e presumibilmente ha previsto di essere stato scoperto.
“The Israel Project” ha anche aggiunto un’ammissione sul suo sito in rete che gestisce le pagine di Facebook. Tuttavia il suo sito web non è collegato alle sue pagine di Facebook.
Non ci sono prove nell’Archivio Internet che la pagina esistesse prima del maggio 2017 – mesi dopo che la copertura di “Tony” era stata scoperta.
Secondo Schachtel “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.
“Abbiamo una squadra di circa 13 persone. Stiamo lavorando su molti video,” dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti sono solo su argomenti casuali e poi circa il 25% di questi saranno di provenienza israeliana o ebraica centrati su Israele o sugli ebrei.”
Nel documentario Al Jazeera afferma di “aver contattato tutti quelli coinvolti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni o degli individui a favore di Israele che lavorano per loro ha risposto alle nostre accuse.”
Falsi progressisti
“Cup of Jane” cerca di dimostrarsi progressista postando foto e citazioni di icone femminili nere come Maya Angelou [poetessa, attrice e ballerina afro-americana, ndtr.] e Ida B. Wells [intellettuale afroamericana morta nel 1931, ndtr.], che la pagina celebra in occasione del suo compleanno come una “pensatrice, scrittrice e attivista rivoluzionaria”.
Ci sono anche post sull’ambientalista all’avanguardia Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai suoi compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro nella scuola superiore di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018.
Intrecciati a un flusso di fesserie in odore di progressismo ci sono attacchi contro veri movimenti progressisti, come la “Chicago’s Dyke March” [annuale sfilata del movimento LGBT, ndtr.], i cui organizzatori hanno affrontato una campagna di calunnie della lobby israeliana dopo aver chiesto a provocatori filo-israeliani di lasciare la loro marcia nel 2017.
E un post dell’ottobre 2016, subito dopo che era stata lanciata la pagina di “Cup of Jane”, ha cercato di dipingere il militarismo di Israele come attraente e a favore dell’emancipazione delle donne.
“L’aviazione israeliana ha dipinto di rosa aerei da guerra a sostegno del “Breast Cancer Awareness Month” [Mese per la Sensibilizzazione sul Cancro al Seno]. Non è fantastico?” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da guerra israeliano. “Questo è forte. Le donne, in ogni caso, hanno bisogno di un’aviazione tutta per loro,” aggiunge “Cup of Jane”, insieme a una faccina sorridente.
Altre pagine identificate dal documentario censurato di Al Jazeera come gestite da “The Israel Project” includono Soul Mama, History Bites [Bocconi di Storia], We Have Only One Earth [Abbiamo solo una Terra] e This Explains That [Ciò spiega che]. Alcune hanno centinaia di migliaia di follower.
“History Bites” non rivela la propria affiliazione a “The Israel Project”, neppure con la vaga formula utilizzata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.
“History Bites” si definisce semplicemente come [una pagina] che diffonde “la bellezza della storia in bocconcini masticabili!”
Questa pagina ha ri-postato i post di “Cup of Jane” che presentano come un’eroina femminista Golda Meir, la donna primo ministro israeliano che ha messo in atto politiche razziste e violente contro i nativi palestinesi e vedeva una minaccia esiziale nelle donne palestinesi che partorivano.
Un video del 2016 su “This Explains That” diffonde false affermazioni israeliane secondo cui l’agenzia dell’ONU per la cultura, l’UNESCO, “ha cancellato” la devozione di ebrei e cristiani per i luoghi sacri di Gerusalemme.
Lo scorso dicembre “History Bites” ha ri-postato il video in cui si afferma che “sembra appoggiare l’odierna dichiarazione del presidente Trump secondo cui Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele.” Il video ha avuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.
Un altro video postato da “History Bites” cerca di giustificare l’attacco a sorpresa israeliano del giugno 1967 contro l’Egitto, che ha dato inizio alla guerra in cui Israele ha occupato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai egiziana e le Alture del Golan siriane.
Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme est come se la città fosse stata “riunificata” e “liberata”.
Il marchio tossico di Israele
Il ricorso di “The Israel Project” a una proverbiale cucchiaiata di zucchero per cercare di far passare più facilmente i messaggi filo-israeliani è un riconoscimento di quanto possa essere difficile far accettare uno Stato di apartheid. Come Alì Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio Israele è sempre più tossico, per cui non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere qualcosa di contemporaneo che sia solo molto innocuo, divertente e allora ogni tanto ci puoi infilare qualcosa su Israele.”
I tentativi di “The Israel Project” di cooptare persone con una sensibilità progressista al servizio di Israele, benché le sue politiche siano di estrema destra, rientra in una più complessiva strategia di Israele, che intende dividere la sinistra e indebolire la solidarietà con la Palestina.
Diretto da Josh Block, un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex- principale stratega presso il centro di potere della lobby israeliana “AIPAC” [American Israel Public Affairs Committee, Comitato per le Questioni Pubbliche Americano-Israeliane, ndtr.], uno dei principali obiettivi di “The Israel Project” era sabotare l’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran.
La campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook è evidentemente manipolatoria, ma è ancora più cinica dato che il suo ideatore è Gary Rosen.
Per anni Rosen ha diretto un account twitter violentemente omofobico e islamofobo chiamato “@ArikSharon” – il nickname dell’ex-primo ministro israeliano Ariel Sharon, che è stato responsabile dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila quello stesso anno.
Nelle trascrizioni di una registrazione fatta dal giornalista in incognito di Al Jazeera visionate da “The Electronic Intifada”, Rosen ammette di utilizzare @ArikSharon come un “account segreto”.
Rosen è stato impiegato presso l’agenzia pubblicitaria internazionale “Saatchi & Saatchi”, ma nel novembre 2013 si è unito a “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.
Dopo essere stato denunciato nel 2013 da uno degli autori di questo articolo come la persona che gestiva l’account, Rosen ha cancellato dal collegamento twitter @ArikSharon molti dei tweet più aggressivi.
Ma mentre utilizza pagine Facebook sotto copertura nel tentativo di normalizzare l’appoggio a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua ad utilizzare l’account twitter @ArikSharon per diffondere messaggi di destra filoisraeliani.
Annunci pubblicitari anonimi smascherati
Questo non è l’unico tentativo segreto della lobby israeliana per utilizzare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.
Un reportage di “The Forward” [uno dei principali giornali della comunità ebraica USA, ndtr.] e “ProPublica” [rivista d’inchiesta USA, ndtr.] rivela che “Israel on Campus Coalition” [Coalizione per Israele nei campus] ha condotto campagne pubblicitarie anonime su Facebook per calunniare Remi Kanazi, un poeta palestinese-americano, prima delle sue esibizioni in campus USA.
“The Electronic Intifada” è stato il primo a informare sulle rivelazioni del documentario di Al Jazeera in merito a come i tentativi della “Israel on Campus Coalition” di calunniare e perseguitare gli attivisti solidali con la Palestina siano in coordinamento segreto con il governo israeliano.
Un portavoce di Facebook ha detto a “The Forward” e “ProPublica” che gli annunci di “Israel on Campus Coalition” che prendono di mira Kanazi “violano la nostra politica contro le false dichiarazioni e sono stati rimossi.”
Nel 2012 “The Electronic Intifada” ha denunciato un piano dell’unione nazionale degli studenti di Israele, sostenuto dal governo, per pagare studenti che diffondano propaganda filo-israeliana su Facebook. Tuttavia gli attuali tentativi segreti guidati da “The Israel Project” sembrano essere molto più sofisticati.
Dalle elezioni presidenziali USA del 2016 Facebook è stato accusato di consentire che la sua piattaforma venga utilizzata per la propaganda di manipolazione sponsorizzata dalla Russia intesa ad influenzare la politica e l’opinione pubblica.
Nonostante il clamore propagandistico, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o non dimostrate.
Ciononostante, Facebook si è associato con l’“Atlantic Council” [Consiglio Atlantico, ndtr.] in apparenza nel tentativo di reprimere “i falsi account” e la “disinformazione”.
L’“Atlantic Council” è un centro di ricerca di Washington che è stato fondato dalla NATO, dall’esercito USA, dai governi brutalmente repressivi di Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, da governi dell’Unione Europea e dal gotha delle società di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri che speculano sulle guerre.
Come apparente risultato di questa collaborazione, un certo numero di account dei media sociali totalmente innocui con pochi o nessun follower sono stati recentemente rimossi.
Più preoccupante è il fatto che pagine gestite da agenzie di informazione di sinistra che si occupavano di Paesi presi di mira dal governo USA, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se in seguito sono state ripristinate. Ora, con solide prove della campagna ben finanziata e con vasta influenza di “The Israel Project” su Facebook, rimane da vedere se il gigante delle reti sociali agirà per garantire che utenti inconsapevoli siano informati che quello a cui sono stati esposti è propaganda intenzionata a promuovere e dare un’immagine positiva dello Stato di Israele.
In risposta alla richiesta di fare un commento, un portavoce di Facebook ha detto a “The Electronic Intifada” che l’impresa avrebbe esaminato la questione.
(traduzione di Amedeo Rossi)
Fonte
09/01/2018
Jared Kushner ha ricevuto 30 milioni di dollari da un’azienda israeliana
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
Kushner avrebbe ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump in qualità di consigliere
Il genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti, Jared Kushner, ha stretto un accordo segreto con la ditta israeliana Menora Mivtachim da cui la sua società immobiliare ha ricevuto 30 milioni di dollari, secondo quanto ha rivelato un nuovo rapporto del New York Times.
Kushner, che ha appoggiato la decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme come capitale di Israele, ha ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump nel 2017.
“La famiglia di Kushner ha ricevuto almeno quattro prestiti dalla più grande banca israeliana, la Banca Hapoalim, che è soggetta ad indagini del Dipartimento di Giustizia sulle accuse secondo cui avrebbe aiutato i ricchi americani a sottrarsi al pagamento delle tasse”, ha riportato il New York Times.
Definendo Kushner “il peggiore e più opprimente signore dei bassifondi”, il giornalista dell’Intercept Glenn Greenwald ha twittato: “Ti senti a tuo agio nel far beneficiare Jared Kushner di enormi somme di finanziamenti israeliani nello stesso momento in cui controlla la politica estera degli Stati Uniti su Israele?”.
“L’accordo, che non è stato reso pubblico, ha pompato un nuovo significativo capitale in 10 complessi di appartamenti del Maryland controllati dalla società del signor Kushner”, ha osservato il New York Times. “Mentre il signor Kushner ha venduto parti della sua attività da quando ha iniziato a lavorare alla Casa Bianca lo scorso anno, ma possiede ancora partecipazioni nella maggior parte dell’impero di famiglia – compresi i condomini di Baltimora e dintorni”.
Nel dicembre 2017, un’indagine di Newsweek ha rivelato che Kushner ha omesso di menzionare i suoi rapporti finanziari con l’Office of Government Ethics e di essere stato co-direttore della Charles and Seryl Kushner Foundation dal 2006 al 2015. Questo gruppo è ritenuto responsabile di aver finanziato insediamenti ritenuti illegali secondo la legge internazionale.
Christine Taylor, portavoce della Kushner Companies, ha dichiarato al The New York Times che la società di Kushner ha partner in tutto il mondo, ma “non fa affari con governi o governi stranieri e non è preclusa dal fare affari con nessuna compagnia straniera semplicemente perché Jared sta lavorando per il governo”.
Robert Weissman, il presidente di Public Citizen, un gruppo etico governativo senza scopo di lucro, ha sottolineato le lacune nelle leggi che aiutano Kushner a farla franca con simili azioni.
“Le leggi sull’etica sono state create da persone che non hanno avuto la lungimiranza di immaginare un Donald Trump o un Jared Kushner”, ha detto Weissman al New York Times.
da teleSUR
Fonte
Kushner avrebbe ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump in qualità di consigliere
Il genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti, Jared Kushner, ha stretto un accordo segreto con la ditta israeliana Menora Mivtachim da cui la sua società immobiliare ha ricevuto 30 milioni di dollari, secondo quanto ha rivelato un nuovo rapporto del New York Times.
Kushner, che ha appoggiato la decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme come capitale di Israele, ha ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump nel 2017.
“La famiglia di Kushner ha ricevuto almeno quattro prestiti dalla più grande banca israeliana, la Banca Hapoalim, che è soggetta ad indagini del Dipartimento di Giustizia sulle accuse secondo cui avrebbe aiutato i ricchi americani a sottrarsi al pagamento delle tasse”, ha riportato il New York Times.
Definendo Kushner “il peggiore e più opprimente signore dei bassifondi”, il giornalista dell’Intercept Glenn Greenwald ha twittato: “Ti senti a tuo agio nel far beneficiare Jared Kushner di enormi somme di finanziamenti israeliani nello stesso momento in cui controlla la politica estera degli Stati Uniti su Israele?”.
“L’accordo, che non è stato reso pubblico, ha pompato un nuovo significativo capitale in 10 complessi di appartamenti del Maryland controllati dalla società del signor Kushner”, ha osservato il New York Times. “Mentre il signor Kushner ha venduto parti della sua attività da quando ha iniziato a lavorare alla Casa Bianca lo scorso anno, ma possiede ancora partecipazioni nella maggior parte dell’impero di famiglia – compresi i condomini di Baltimora e dintorni”.
Nel dicembre 2017, un’indagine di Newsweek ha rivelato che Kushner ha omesso di menzionare i suoi rapporti finanziari con l’Office of Government Ethics e di essere stato co-direttore della Charles and Seryl Kushner Foundation dal 2006 al 2015. Questo gruppo è ritenuto responsabile di aver finanziato insediamenti ritenuti illegali secondo la legge internazionale.
Christine Taylor, portavoce della Kushner Companies, ha dichiarato al The New York Times che la società di Kushner ha partner in tutto il mondo, ma “non fa affari con governi o governi stranieri e non è preclusa dal fare affari con nessuna compagnia straniera semplicemente perché Jared sta lavorando per il governo”.
Robert Weissman, il presidente di Public Citizen, un gruppo etico governativo senza scopo di lucro, ha sottolineato le lacune nelle leggi che aiutano Kushner a farla franca con simili azioni.
“Le leggi sull’etica sono state create da persone che non hanno avuto la lungimiranza di immaginare un Donald Trump o un Jared Kushner”, ha detto Weissman al New York Times.
da teleSUR
Fonte
24/07/2017
Aiuto! Ci siamo persi il potere...
La rassegna stampa è uno dei momenti più interessanti, per chi fa informazione. Analizzare il taglio che i diversi quotidiani danno alle notizie, mettere a confronto le linee editoriali, provare a portare un contributo di analisi e di approfondimento... Diciamo che è uno dei momenti in cui si rischia maggiormente di dare alla pratica informativa quell’accezione di “servizio pubblico” che ormai è praticamente assente, tra strumentalizzazioni (e pressapochismo) mainstream e rischio-fake news per quel che riguarda il web.
Sabato mattina, nel corso della rassegna stampa su Radio Città Aperta, è emerso uno spunto interessante mettendo a confronto due articoli tratti da due giornali molto distanti tra loro e riferiti a contenuti molto diversi. Il metterli in rapporto ha però prodotto un ragionamento assolutamente plausibile, che ha a che fare con questioni delicate ed attuali: a) l’“esecutivizzazione” della politica a scapito del concetto di rappresentanza, b) il distacco sempre più clamoroso della stessa politica dalle richieste e dagli obiettivi utili alla popolazione, c) il fatto che spesso vengono inseguiti risultati diversi da quelli che emergono dalle istanze pubbliche, in alcuni casi anche a scapito del rispetto della legge.
Partiamo dal primo articolo: Corriere della Sera, edizione di sabato 22 luglio, prima pagina (poi prosegue a pagina 26). “La politica senza potere”, la firma è quella di Ernesto Galli della Loggia.
Il famoso editorialista parte da una domanda abbastanza semplice: “Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla?... La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere”. Galli Della Loggia elenca a questo punto una serie di motivazioni, giungendo poi “al cuore della nostra storia recente: perché ormai la legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze e procedure… l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge. E’ precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi”.
Il passaggio che interessa è quello relativo alla legittimazione del potere: non più attraverso le elezioni e quindi la delega di rappresentanza da parte della popolazione, ma sul creare condizioni di “far west” legislativo che consenta – in poche parole – a chi ti vota di fare più o meno ciò che vuole per arricchirsi. Siamo molto oltre, insomma, allo “stato piccolo” a cui aspira il liberismo più sfrenato: siamo quasi ad una definizione di “stato-connivente”. E questo senza neppure evocare il tema del peso dell’Unione Europea nel determinare le scelte strategiche di questo Stato...
Passiamo al secondo articolo. Il Manifesto, sempre sabato 22 luglio, pagina sette, taglio basso: “Il governo complice di una strage senza fine”. Si tratta dell’intervista al parroco di Augusta che da anni lotta contro l’inquinamento nel “triangolo della morte”, l’area che ospita il petrolchimico tra Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, nei pressi di Siracusa. Anni e anni di lotte, denunce, segnalazioni per l’alto numero di morti per tumore, ritenuto da molti statisticamente inspiegabile, fino ad arrivare al sequestro di due impianti disposto dal gip di Siracusa. Don Palmiro Prisutto, questo il nome del coraggioso parroco, risponde ad una serie di domande. Ad un certo punto, dice: “Chi inquina, e da queste parti è così, dovrebbe violare la legge, ma finora non ha mai pagato nessuno. A chi dovrebbe importare? Lo Stato ha interessi enormi, incassa qualcosa come 18 miliardi di euro all’anno dalle accise e dalle imposte di fabbricazione. L’interesse dello Stato è quello di prendere i soldi e basta...”.
Sembra, da un certo punto di vista, la realizzazione della teoria esposta da Galli della Loggia: superare il concetto di legalità per garantire la possibilità di fare profitto, anzi in questo caso arricchendo anche le casse dello Stato (almeno secondo don Prisutto).
Isoliamo gli elementi evidenziati: potere politico non derivante da elezioni e quindi annullamento o quasi del principio di rappresentanza popolare, spinta verso una deregolamentazione sempre più capillare, interesse della “politica” a garantire questa deregolamentazione in cambio di credito a livello anche elettorale. Fino ad arrivare a situazioni estreme ma assolutamente reali, come quella denunciata nell’articolo del Manifesto.
Non possiamo non pensare a tutto quello che è stato fatto, negli anni, per spingere la situazione a questo punto: tutti i processi di deregolamentazione, di semplificazione, le normative emergenziali, i commissari straordinari, i tentativi di neutralizzare la Costituzione, lo smantellamento di presìdi di legalità e diritti (vedi l’art. 18) in nome della “velocizzazione”, dello “snellimento”, della “sburocratizzazione”... Come non pensare alla precarizzazione del mercato del lavoro, alla destrutturazione dei servizi pubblici, alla messa a profitto dei beni comuni. Come non pensare al recente smantellamento della Guardia Forestale, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Rendere la politica sempre più scissa dal concetto di rappresentanza popolare vuol dire renderla dipendente da un altro tipo di legittimazione, che è quello delle lobby, nel senso peggiore che questo concetto può rappresentare: piccoli gruppi di potere che indirizzano le scelte pubbliche a vantaggio di pochissimi, in cambio dell’attribuzione del potere amministrativo. In un paese in cui va a votare sempre meno gente, sempre meno informata, è un meccanismo facile da attuare e che sta funzionando – decisamente e purtroppo – molto bene.
Fonte
Forse un po' superficialmente mi viene da commentare con un "the American way"...
11/01/2017
Trump e la Casa Bianca, affari di famiglia
di Michele Paris
Mentre i leader della maggioranza Repubblicana al Senato americano hanno iniziato martedì le audizioni per la ratifica delle nomine dei membri della nuova amministrazione Trump, il presidente eletto ha assegnato l’incarico di consigliere “senior” per la Casa Bianca al 36enne Jared Kushner, suo genero. La scelta del giovane costruttore miliardario sposato con la figlia di Trump, Ivanka, conferma l’intenzione del neo-presidente di gestire il potere come una sorta di affare di famiglia, mentre sul fronte della politica estera prospetta un chiaro riavvicinamento degli Stati Uniti a Israele dopo le frizioni tra i due alleati durante l’amministrazione Obama.
Il primo aspetto da considerare nella nomina di Kushner è la dubbia legalità della decisione di Trump. Dal 1967, in conseguenza della nomina di Robert Kennedy a ministro della Giustizia da parte del fratello presidente, negli USA è in vigore una legge “anti-nepotismo” che vieta agli inquilini della Casa Bianca di assegnare incarichi a parenti all’interno di “agenzie” su cui essi hanno autorità. Tra i gradi di parentela previsti rientra anche quello di genero.
Fonti vicine a Trump hanno fatto sapere che quest’ultimo chiederà un parere sulla legittimità della nomina all’ufficio legale del dipartimento di Giustizia, noto peraltro per l’attitudine non esattamente inflessibile nei confronti dei presidenti. Per aggirare la norma, Trump intende puntare sull’ambiguità della definizione di “agenzia” prevista dalla legge, a suo dire non applicabile alla Casa Bianca, e sul fatto che Kushner avrà ufficialmente un ruolo “informale”, per il quale non percepirà nemmeno un compenso.
Un altro fattore che sta suscitando accese discussioni sulla scelta di Kushner ha a che fare con il macroscopico conflitto tra l’incarico che andrà a ricoprire e gli interessi economico-finanziari della sua famiglia. Questo aspetto è d’altra parte ancora più marcato per lo stesso Trump, impegnato proprio questa settimana nella presentazione di un piano che dovrebbe teoricamente impedire il sovrapporsi di interessi pubblici e privati durante il suo mandato.
Kushner ha da parte sua promesso di liberarsi di alcuni investimenti e di vendere le quote di alcune società che detiene, anche se in buona parte saranno semplicemente trasferite ai suoi famigliari. Al di là del fatto che gli affari siano gestiti direttamente da Kushner o dai membri della sua famiglia, gli interessi del prossimo consigliere del presidente potrebbero incrociarsi con le decisioni che il suo superiore sarà chiamato a prendere, soprattutto sulle questioni di politica estera.
Ad esempio, il New York Times ha rivelato come Kushner stia trattando con un gruppo assicurativo cinese un progetto di sviluppo di un edificio commerciale di sua proprietà sulla Quinta Strada a Manhattan. La compagnia cinese – Anbang Insurance Group – è detenuta per almeno il 40% da aziende di proprietà statale e, secondo il Financial Times, può contare su una vasta rete di contatti negli ambienti di potere a Pechino. Non solo, Kushner possiede quote di società finanziarie e tecnologiche nelle quali hanno investito anche miliardari russi e cinesi.
Quali saranno esattamente i compiti di Jared Kushner alla Casa Bianca non è ancora del tutto chiaro, anche se gli ambiti in cui dovrebbe operare includono il Medio Oriente e Israele, i rapporti con il business privato e la rinegoziazione dei trattati di libero scambio.
Svariati
media americani hanno sottolineato anche come la sua presenza a fianco
di Trump potrebbe avere un “effetto calmante” sul carattere impulsivo
del prossimo presidente. Alla Casa Bianca, Kushner ricoprirà dunque un
ruolo di spicco, avendo con ogni probabilità maggiore accesso a Trump
degli altri tre membri principali dello staff presidenziale: lo stratega
capo con inclinazioni neo-fasciste Stephen Bannon, il capo di gabinetto
Reince Preibus e Kellyanne Conway, già responsabile della campagna
elettorale di Trump.
L’ascesa di Jared Kushner è ad ogni modo insolita, visto che i suoi interessi fino a pochi mesi fa non avevano a che fare direttamente con la politica. Oltretutto, lui e la sua famiglia avevano frequentemente sostenuto e finanziato politici Democratici. Il padre, Charles Kushner, ha donato complessivamente più di un milione di dollari a favore delle campagne dei Democratici, tra cui 90 mila dollari a quella per il Senato di Hillary Clinton nel 2000. Jared ha dato invece personalmente 60 mila dollari ai comitati elettorali Democratici e 11 mila dollari alla stessa ex first lady.
Forbes ha scritto martedì che l’ex presidente Bill Clinton fu compensato con ben 125 mila dollari per un discorso tenuto nell’ottobre del 2001 alla sede delle Kushner Companies a Florham Park, nel New Jersey.
Il denaro del padre ha anche favorito la sua carriera scolastica in università prestigiose. 2,5 milioni di dollari donati a Harvard nel 1998 anticiparono di poco l’ammissione al college nel Massachusetts di uno studente con voti mediocri. In seguito, Jared sarebbe entrato alla facoltà di diritto della New York University, anche in questo caso dopo una donazione del padre pari a 3 milioni di dollari.
Comunque, nel corso della campagna elettorale, Kushner ha progressivamente assunto un ruolo di primo piano, intervenendo spesso in decisioni cruciali per il destino politico del suocero. A lui vengono attribuiti il licenziamento del vulcanico capo della campagna, Corey Lewandoswki, durante le primarie Repubblicane e il sollevamento del governatore del New Jersey, Chris Christie, dall’incarico di responsabile del processo di transizione alla Casa Bianca.
Su Christie sembra anche che Kushner abbia messo il proprio veto per la candidatura alla vice-presidenza, dal momento che il governatore aveva rappresentato l’accusa nel processo che alcuni anni prima si era risolto con la condanna al carcere del padre per evasione fiscale.
Nelle settimane seguite all’elezione di Trump, il genero del presidente eletto avrebbe inoltre tenuto contatti con leader di paesi stranieri, così come si è incontrato recentemente con i vertici Repubblicani al Congresso per gettare le basi dell’agenda politica del prossimo futuro. Per la stampa USA, infine, Kushner avrebbe consigliato il suocero su alcune importanti nomine, tra cui quella del presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, a direttore del Consiglio Economico Nazionale.
L’incarico di consigliere di Jared Kushner potrebbe dispiegarsi a tutto campo, ma è forse nei rapporti con Israele che i suoi precedenti e la sua predisposizione minacciano di produrre gli effetti più preoccupanti. Ebreo ortodosso, Kushner ha già avuto una chiara influenza sulle attitudini di Trump verso il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente.
I
toni iniziali moderatamente critici del presidente eletto nei confronti
di Israele si erano infatti attenuati in maniera precoce durante la
campagna elettorale, secondo molti proprio sotto l’influenza del genero.
I legami di quest’ultimo con Israele sono d’altra parte ben
documentati. La potente lobby sionista American Israel Public Affairs Committee
(AIPAC) elenca Jared Kushner e il padre tra i propri “benefattori”,
coloro cioè che hanno donato almeno 36 mila dollari all’organizzazione
di estrema destra che ha tradizionalmente una forte influenza sulla
politica USA.
La Reuters ha scritto recentemente che i genitori di Kushner un paio di anni fa hanno donato 20 milioni di dollari per la costruzione di un campus universitario medico a Gerusalemme che ora porta il loro nome. Il quotidiano israeliano Haaretz nel mese di dicembre aveva poi rivelato come la famiglia Kushner avesse elargito decine di migliaia di dollari a “organizzazioni e istituzioni” con sede presso insediamenti illegali in Cisgiordania.
I rapporti con la destra israeliana sono tali da avere spinto questa settimana il quotidiano conservatore Yedioth Ahronot a descrivere Jared Kushner come la migliore “polizza assicurativa” dello stato ebraico e delle sue politiche almeno per i prossimi quattro anni.
Fonte
Mentre i leader della maggioranza Repubblicana al Senato americano hanno iniziato martedì le audizioni per la ratifica delle nomine dei membri della nuova amministrazione Trump, il presidente eletto ha assegnato l’incarico di consigliere “senior” per la Casa Bianca al 36enne Jared Kushner, suo genero. La scelta del giovane costruttore miliardario sposato con la figlia di Trump, Ivanka, conferma l’intenzione del neo-presidente di gestire il potere come una sorta di affare di famiglia, mentre sul fronte della politica estera prospetta un chiaro riavvicinamento degli Stati Uniti a Israele dopo le frizioni tra i due alleati durante l’amministrazione Obama.
Il primo aspetto da considerare nella nomina di Kushner è la dubbia legalità della decisione di Trump. Dal 1967, in conseguenza della nomina di Robert Kennedy a ministro della Giustizia da parte del fratello presidente, negli USA è in vigore una legge “anti-nepotismo” che vieta agli inquilini della Casa Bianca di assegnare incarichi a parenti all’interno di “agenzie” su cui essi hanno autorità. Tra i gradi di parentela previsti rientra anche quello di genero.
Fonti vicine a Trump hanno fatto sapere che quest’ultimo chiederà un parere sulla legittimità della nomina all’ufficio legale del dipartimento di Giustizia, noto peraltro per l’attitudine non esattamente inflessibile nei confronti dei presidenti. Per aggirare la norma, Trump intende puntare sull’ambiguità della definizione di “agenzia” prevista dalla legge, a suo dire non applicabile alla Casa Bianca, e sul fatto che Kushner avrà ufficialmente un ruolo “informale”, per il quale non percepirà nemmeno un compenso.
Un altro fattore che sta suscitando accese discussioni sulla scelta di Kushner ha a che fare con il macroscopico conflitto tra l’incarico che andrà a ricoprire e gli interessi economico-finanziari della sua famiglia. Questo aspetto è d’altra parte ancora più marcato per lo stesso Trump, impegnato proprio questa settimana nella presentazione di un piano che dovrebbe teoricamente impedire il sovrapporsi di interessi pubblici e privati durante il suo mandato.
Kushner ha da parte sua promesso di liberarsi di alcuni investimenti e di vendere le quote di alcune società che detiene, anche se in buona parte saranno semplicemente trasferite ai suoi famigliari. Al di là del fatto che gli affari siano gestiti direttamente da Kushner o dai membri della sua famiglia, gli interessi del prossimo consigliere del presidente potrebbero incrociarsi con le decisioni che il suo superiore sarà chiamato a prendere, soprattutto sulle questioni di politica estera.
Ad esempio, il New York Times ha rivelato come Kushner stia trattando con un gruppo assicurativo cinese un progetto di sviluppo di un edificio commerciale di sua proprietà sulla Quinta Strada a Manhattan. La compagnia cinese – Anbang Insurance Group – è detenuta per almeno il 40% da aziende di proprietà statale e, secondo il Financial Times, può contare su una vasta rete di contatti negli ambienti di potere a Pechino. Non solo, Kushner possiede quote di società finanziarie e tecnologiche nelle quali hanno investito anche miliardari russi e cinesi.
Quali saranno esattamente i compiti di Jared Kushner alla Casa Bianca non è ancora del tutto chiaro, anche se gli ambiti in cui dovrebbe operare includono il Medio Oriente e Israele, i rapporti con il business privato e la rinegoziazione dei trattati di libero scambio.
L’ascesa di Jared Kushner è ad ogni modo insolita, visto che i suoi interessi fino a pochi mesi fa non avevano a che fare direttamente con la politica. Oltretutto, lui e la sua famiglia avevano frequentemente sostenuto e finanziato politici Democratici. Il padre, Charles Kushner, ha donato complessivamente più di un milione di dollari a favore delle campagne dei Democratici, tra cui 90 mila dollari a quella per il Senato di Hillary Clinton nel 2000. Jared ha dato invece personalmente 60 mila dollari ai comitati elettorali Democratici e 11 mila dollari alla stessa ex first lady.
Forbes ha scritto martedì che l’ex presidente Bill Clinton fu compensato con ben 125 mila dollari per un discorso tenuto nell’ottobre del 2001 alla sede delle Kushner Companies a Florham Park, nel New Jersey.
Il denaro del padre ha anche favorito la sua carriera scolastica in università prestigiose. 2,5 milioni di dollari donati a Harvard nel 1998 anticiparono di poco l’ammissione al college nel Massachusetts di uno studente con voti mediocri. In seguito, Jared sarebbe entrato alla facoltà di diritto della New York University, anche in questo caso dopo una donazione del padre pari a 3 milioni di dollari.
Comunque, nel corso della campagna elettorale, Kushner ha progressivamente assunto un ruolo di primo piano, intervenendo spesso in decisioni cruciali per il destino politico del suocero. A lui vengono attribuiti il licenziamento del vulcanico capo della campagna, Corey Lewandoswki, durante le primarie Repubblicane e il sollevamento del governatore del New Jersey, Chris Christie, dall’incarico di responsabile del processo di transizione alla Casa Bianca.
Su Christie sembra anche che Kushner abbia messo il proprio veto per la candidatura alla vice-presidenza, dal momento che il governatore aveva rappresentato l’accusa nel processo che alcuni anni prima si era risolto con la condanna al carcere del padre per evasione fiscale.
Nelle settimane seguite all’elezione di Trump, il genero del presidente eletto avrebbe inoltre tenuto contatti con leader di paesi stranieri, così come si è incontrato recentemente con i vertici Repubblicani al Congresso per gettare le basi dell’agenda politica del prossimo futuro. Per la stampa USA, infine, Kushner avrebbe consigliato il suocero su alcune importanti nomine, tra cui quella del presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, a direttore del Consiglio Economico Nazionale.
L’incarico di consigliere di Jared Kushner potrebbe dispiegarsi a tutto campo, ma è forse nei rapporti con Israele che i suoi precedenti e la sua predisposizione minacciano di produrre gli effetti più preoccupanti. Ebreo ortodosso, Kushner ha già avuto una chiara influenza sulle attitudini di Trump verso il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente.
La Reuters ha scritto recentemente che i genitori di Kushner un paio di anni fa hanno donato 20 milioni di dollari per la costruzione di un campus universitario medico a Gerusalemme che ora porta il loro nome. Il quotidiano israeliano Haaretz nel mese di dicembre aveva poi rivelato come la famiglia Kushner avesse elargito decine di migliaia di dollari a “organizzazioni e istituzioni” con sede presso insediamenti illegali in Cisgiordania.
I rapporti con la destra israeliana sono tali da avere spinto questa settimana il quotidiano conservatore Yedioth Ahronot a descrivere Jared Kushner come la migliore “polizza assicurativa” dello stato ebraico e delle sue politiche almeno per i prossimi quattro anni.
Fonte
23/12/2016
La lobby dell’azzardo. Chi si arricchisce sulla “tassa dei fessi”?
Facendo seguito all’articolo di Contropiano del 14 dicembre sugli arresti in materia di “slot machine” e complicità politiche (1), tentiamo di svelarne gli aspetti ambigui e perversi di una vicenda che sta assumendo sempre più le caratteristiche di una pratica la quale attraverso questi reati e i soggetti coinvolti risultano, altresì, essere abbastanza simili alla pedopornografia poiché, ben consapevoli del possibile guasto sociale prodotto da tale pratiche (ludopatia, suicidio, ricorso a strozzini per avere più risorse economiche comportando la distruzione di intere comunità e famiglie); con un cinismo tipico della classe “im/prenditrice” e politica, continuano con queste loro pratiche e strategie incuranti dei prevedibili guasti sociali e psicologici che si possono arrecare alla popolazione.
Gli arresti dell’altro giorno sono solo la “punta” di un iceberg che ha radici ben più profonde fino ad arrivare, dritti dritti, nelle aule parlamentari oltre che nelle leadership aziendali e confindustriali.
Chiamatela “verminaio” oppure “vaso di Pandora”, tutto ciò comunque non cambia il senso di una vicenda la quale, una volta scoperchiata, mostra tutto il suo maleodorante liquame e la sua sociale illegittimità.
Tantissimi anni fa, durante la creazione dello stato italiano, uno dei suoi nobili e materiali fondatori un certo Camillo Benso conte di Cavour ebbe la sfrontatezza, o il coraggio della verità, nell’affermare che: “il gioco del lotto è la tassa dei fessi”!
Negli anni questo innocente passatempo (comunque benvoluto da molti poiché speranzosi in grandi vincite che potevano migliorare le rispettive miserevoli condizioni di vita), ha subito notevoli modifiche e sviluppi fino ai tempi odierni, alterandone sia le forme sia i contenuti economici, trasformandolo in un qualcosa molto simile ad una azione “rischiosa”, quindi un “azzardo”, piuttosto che una classica e tradizionale “tombola” familiar-natalizia!
Questa mutazione ha fatto sì che il “gioco” da passatempo è via via cambiato crescendo e modificandosi sia nelle normative giuridiche sia in quelle economiche e societarie fino a diventare, come saggiamente previsto a suo tempo dal “conte”, un’insostituibile e sostanziosa risorsa economica per le casse di uno stato sempre più bisognoso di aumentare le proprie entrate economiche, quindi alla ricerca di maggiori entrate fiscali ed erariali.
Maggiori entrate erariali (tasse) riscosse guardandosi bene dal conservarne quella funzione “etica”, o di semplice svago, inizialmente prevista dalla formulazione di normative e atti legislativi indirizzati a non danneggiare o rendere “schiavi del gioco”, quindi tutelare da imprevisti dannosi o drammatici i numerosi soggetti-giocatori i quali, partecipando a tale “scommessa-azzardo”, divengono così a loro volta oggetto dell’interesse e del profitto monetario del “mercato azzardo”.
Per lo stato si crea così un introito economico attraverso una tassa – il prelievo erariale unico (PREU) e la tassazione sulle vincite. Prelievo al quale sono sottoposte le aziende societarie e produttrici delle macchinette (slot-machine) presenti nel settore giochi.
Da un certo periodo in poi lo stato, attraverso le sue normative e leggi, oltre che a parlamentari di diversi partiti politici, ha dismesso la “maschera” da esattore per indossare quella del “biscazziere”, ciò in funzione anche del fatto che il giocatore si presta ben volentieri a versare “spontaneamente” il denaro in contropartita della speranza di vincere e di poter infine cambiare stile di vita.
L’azzardo un tempo considerato illegale, quindi perseguibile da leggi e normative “proibizioniste”, rappresenta oggi un capitolo cospicuo di entrate sia per lo stato (sempre più esigente nel far quadrare i propri conti e le spese clientelari), sia per le società concessionarie delle licenze emesse dall’AAMS (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – un organo del Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano) addetto alla gestione del gioco pubblico
E’ abbastanza facile, oltreché sciocco, affermare che: “ il gioco d'azzardo è un modo per spennare i più fragili”. La modifica da “illegale” a “legale” ha comportato una massiccia e pervasiva invasione di una subdola propaganda pubblicitaria all’insegna dello slogan: “vincere facile”!
I canali televisivi, sia pubblici sia privati, sono pieni di réclame incitanti al gioco e alle scommesse, contemporaneamente le città si riempiono di macchinette mangiasoldi, gratta e vinci, ecc. ecc.
Un sito web che raccoglie articoli di una rivista di “diritto pubblico” (2) in un suo articolo dal titolo: “la potente lobby dei giochi d’azzardo”(3) tra altre cose afferma: Lo Stato cioè si serve di quella potentissima leva psicologica che si chiama “illusione” finanziaria o fiscale per addossare sui cittadini più sprovveduti o anche più disperati un carico fiscale e per questo ha chiamato a collaborare (non potendo farlo in proprio per tante ragioni) soggetti che imprenditorialmente si dedicassero a questo settore “produttivo”: la fabbrica delle illusioni.
Per conoscere meglio questa fabbrica delle illusioni diamo una rapida occhiata per vedere meglio quante società siano presenti in ogni forma di propaganda sia visiva che televisiva.
Tutto ciò comporta che: ...le famiglie con un giocatore compulsivo sono rovinate come quelle con un tossicodipendente.
La gestione di questo mercato è quindi in mano a società al limite della legalità come stanno dimostrando le recenti operazioni giudiziarie e gli arresti di personaggi legati a organizzazioni illegali (di natura camorristica o mafiosa) oppure a partiti politici.
Di fatto si è alla presenza di una vera e propria giungla, nella quale operano indisturbate numerose aziende con sede legale nei “paradisi fiscali” e esponenti della politica nostrana, financo parlamentari a loro volta utili per manovrare leggi e normative favorevoli alle imprese del settore.
In questa giungla, nella quale operavano già nel gioco d'azzardo diversi soggetti e imprese a volte di natura camorristica o mafiosa, considerata “illegale” fino a qualche anno fa, lo stato è riuscito a trasferirla nella legalità, legalità nella quale lo stato, speculando con una certa leggerezza su questo, reclamizzandoli o pubblicizzandoli attraverso spot televisivi, quotidiani e riviste, enormi cartelloni pubblicitari, etc… ; faccia soldi lasciandolo di fatto gestire a società al limite della legalità.
Questo comportamento da parte degli organi statali più che apparire immorale, è bensì un’indicazione evidente sulle intenzioni e le mire di uno stato e della sua classe dirigente la quale, lungi dal tutelare ed educare i suoi cittadini, li lascia preda e in balia di chi è in grado di approfittare delle loro debolezze, realizzando quei facili guadagni che sono indicati nello slogan pubblicitario “vincere facile!”
Pertanto la stragrande maggioranza di chi opera in questo settore lo fa in modo del tutto legale. Dalla giungla del 2003 siamo oggi a questa situazione che si ritiene un successo.
La spesa reale degli italiani per il gioco nel 2014 è stata di 17,531 miliardi di euro.
Infatti alla raccolta lorda di 84,485 miliardi di euro (in contrazione rispetto ai 84,728 miliardi del 2013) devono essere sottratti 66,954 miliardi di vincite pagate ai giocatori. La somma restituita sotto forma di vincita ai giocatori costituisce circa l’80% della raccolta totale.
Dei 17,531 miliardi di spesa reale, 7,959 sono andati allo Stato come gettito erariale.
I restanti 9,572 miliardi sono tornati alla filiera e divisi tra rete commerciale (punti vendita, bar, tabacchi), imprese concessionarie di Stato per i diversi servizi pubblici di gioco (scommesse, apparecchi da intrattenimento, giochi numerici, online, Bingo, etc.), gestori e altri soggetti della filiera. Fonte: Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, “Organizzazione, attività e statistica – Anno 2014” (4)
Altra vicenda riguarda il lavaggio e riciclaggio del denaro, ritenuto “sporco”, perchè proveniente da illeciti o evasioni fiscali.
Secondo un dossier di Libera, infatti, 41 clan si spartiscono il racket del gioco d’azzardo, dal Piemonte alla Sicilia con poche Regioni immuni. “L’obiettivo è come sempre il riciclaggio: immettere in un mercato lecito denaro sporco” riferisce il presidente dell’AIRA (Associazione italiana Responsabili Antiriciclaggio). (5)
In questo dossier, diviso in capitoletti:
– Oltre al riciclaggio i reati più contestati sono l’usura e l’evasione fiscale;
– La faccia pulita della criminalità è un ottimo strumento per introdursi nella filiera del gioco d’azzardo a tutti i livelli. Etc. etc.
Le attività “lavorative” del riciclatore consisterebbero quindi nel liberarsi il prima possibile del denaro considerato “sporco”; lo porta quindi in contanti alla sala gioco di riferimento la quale, con queste somme realizza la cassa con la quale verranno pagate le vincite al banco. Ciò avviene soprattutto nelle sale periferiche delle grandi metropoli, dove i controlli delle forze dell’ordine sono meno invasivi.
In conclusione riportiamo un elenco indicativo delle aziende, per comprendere meglio il mercato dell’azzardo; i relativi introiti nel settore e quanto speso dal “giocatore”.
Una prima e parziale indagine rileva le enormi quantità di capitali e di spese (6)
A novembre 2016 le scommesse sportive hanno raccolto circa 750 milioni di euro.
BET365 129,018.624 €
SNAI 92,371.397 €
EUROBET 82,089.067 €
SISAL 70,569.689 €
LOTTOMATICA 68,486.227 €
GOLDBET 57,456.024 €
SKS365 41,019.036 €
INTRALOT 36,148.337 €
WILLIAM HILL 20,736.395 €
OIA SERVICES 17,383.273 €
BWIN 16,270.677 €
PADDY POWER 13,260.111 €
UNIBET 6,270.212 €
GAMENET 5,063.640 €
POKERSTARS 4,099.707 €
BETFAIR 3,926.368 €
BETCLIC 3,186.786 €
PEOPLE’S 3,095.991 €
POKER&BET 2,800.153 €
(in milioni di euro)
Chiaramente non è detto da nessuna parte che queste aziende siano “illegali” oppure gestite in modo illegale o proprietà di personaggi in odor di organizzazione malavitosa.
Le indagini ancora in corso in questo settore comunque indicano la presenza e la gestione di alcuni passaggi societari e implicazioni con personaggi appartenenti alla politica e quindi capaci di indirizzare e orientare alcuni provvedimenti legislativi o proporre emendamenti favorevoli ad alcune imprese del settore giochi, durante la presentazione e discussione di leggi e normative legislative in materia “gioco”.
Comunque nel 2014 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, aveva sottoposto a controllo 27.428 esercizi, cui si aggiungono i 7mila controllati da Siae.
In tutto sono state controllate il 44% del numero totale dei locali da gioco.
Le indagini proseguono in tutto il territorio nazionale; nel 2015, ne sono stati controllati 27.532.
Quindi resta grande il sospetto che in questo settore possano essere presenti soggetti o personaggi, o imprese, non sempre in regola con le normative di legge e i contratti di concessione rilasciati dal ministero competente.
Concludendo è utile sapere che sono 6.600 le imprese, con 140.000 addetti, che compongono la filiera che è presente anche “Confindustria sistema gioco Italia” (quindi sappiamo che la lobby dei giochi fa parte di Confindustria, e che con Assointrattenimento, quella dei giochi è evidentemente una vera e propria “industria”, anche se in un settore considerato del “terziario arretrato”).
Note:
1) http://contropiano.org/news/news-economia/2016/12/14/arrestati-boss-delle-slot-si-apre-un-verminaio-087023
2) http://blog.lexitalia.it/?p=1874
3) La potente lobby dei giochi d’azzardo
4)https://www.agenziadoganemonopoli.gov.it/portale/documents/20182/536133/Libro+blu+2014+versione+finale+ridotto.pdf/e096ca58-6b45-44e3-a1a7-829c9ad6fcb7
5) http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/09/per-lavare-il-denaro-niente-e-meglio-di-una-sala-slot/13754/
6) https://scommettitore.wordpress.com/2016/12/12/scommesse-a-novembre-raccolti-750-milioni-di-euro-28-bet365-sempre-leader-del-mercato-ma-raccolta-in-calo-sul-podio-anche-snai-ed-eurobet/
7) http://www.mineraliclandestini.it/le-proiezioni-finali-sul-fatturato-dellindustria-del-gambling-nel-2015/
Fonte
Gli arresti dell’altro giorno sono solo la “punta” di un iceberg che ha radici ben più profonde fino ad arrivare, dritti dritti, nelle aule parlamentari oltre che nelle leadership aziendali e confindustriali.
Chiamatela “verminaio” oppure “vaso di Pandora”, tutto ciò comunque non cambia il senso di una vicenda la quale, una volta scoperchiata, mostra tutto il suo maleodorante liquame e la sua sociale illegittimità.
Tantissimi anni fa, durante la creazione dello stato italiano, uno dei suoi nobili e materiali fondatori un certo Camillo Benso conte di Cavour ebbe la sfrontatezza, o il coraggio della verità, nell’affermare che: “il gioco del lotto è la tassa dei fessi”!
Negli anni questo innocente passatempo (comunque benvoluto da molti poiché speranzosi in grandi vincite che potevano migliorare le rispettive miserevoli condizioni di vita), ha subito notevoli modifiche e sviluppi fino ai tempi odierni, alterandone sia le forme sia i contenuti economici, trasformandolo in un qualcosa molto simile ad una azione “rischiosa”, quindi un “azzardo”, piuttosto che una classica e tradizionale “tombola” familiar-natalizia!
Questa mutazione ha fatto sì che il “gioco” da passatempo è via via cambiato crescendo e modificandosi sia nelle normative giuridiche sia in quelle economiche e societarie fino a diventare, come saggiamente previsto a suo tempo dal “conte”, un’insostituibile e sostanziosa risorsa economica per le casse di uno stato sempre più bisognoso di aumentare le proprie entrate economiche, quindi alla ricerca di maggiori entrate fiscali ed erariali.
Maggiori entrate erariali (tasse) riscosse guardandosi bene dal conservarne quella funzione “etica”, o di semplice svago, inizialmente prevista dalla formulazione di normative e atti legislativi indirizzati a non danneggiare o rendere “schiavi del gioco”, quindi tutelare da imprevisti dannosi o drammatici i numerosi soggetti-giocatori i quali, partecipando a tale “scommessa-azzardo”, divengono così a loro volta oggetto dell’interesse e del profitto monetario del “mercato azzardo”.
Per lo stato si crea così un introito economico attraverso una tassa – il prelievo erariale unico (PREU) e la tassazione sulle vincite. Prelievo al quale sono sottoposte le aziende societarie e produttrici delle macchinette (slot-machine) presenti nel settore giochi.
Da un certo periodo in poi lo stato, attraverso le sue normative e leggi, oltre che a parlamentari di diversi partiti politici, ha dismesso la “maschera” da esattore per indossare quella del “biscazziere”, ciò in funzione anche del fatto che il giocatore si presta ben volentieri a versare “spontaneamente” il denaro in contropartita della speranza di vincere e di poter infine cambiare stile di vita.
L’azzardo un tempo considerato illegale, quindi perseguibile da leggi e normative “proibizioniste”, rappresenta oggi un capitolo cospicuo di entrate sia per lo stato (sempre più esigente nel far quadrare i propri conti e le spese clientelari), sia per le società concessionarie delle licenze emesse dall’AAMS (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – un organo del Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano) addetto alla gestione del gioco pubblico
E’ abbastanza facile, oltreché sciocco, affermare che: “ il gioco d'azzardo è un modo per spennare i più fragili”. La modifica da “illegale” a “legale” ha comportato una massiccia e pervasiva invasione di una subdola propaganda pubblicitaria all’insegna dello slogan: “vincere facile”!
I canali televisivi, sia pubblici sia privati, sono pieni di réclame incitanti al gioco e alle scommesse, contemporaneamente le città si riempiono di macchinette mangiasoldi, gratta e vinci, ecc. ecc.
Un sito web che raccoglie articoli di una rivista di “diritto pubblico” (2) in un suo articolo dal titolo: “la potente lobby dei giochi d’azzardo”(3) tra altre cose afferma: Lo Stato cioè si serve di quella potentissima leva psicologica che si chiama “illusione” finanziaria o fiscale per addossare sui cittadini più sprovveduti o anche più disperati un carico fiscale e per questo ha chiamato a collaborare (non potendo farlo in proprio per tante ragioni) soggetti che imprenditorialmente si dedicassero a questo settore “produttivo”: la fabbrica delle illusioni.
Per conoscere meglio questa fabbrica delle illusioni diamo una rapida occhiata per vedere meglio quante società siano presenti in ogni forma di propaganda sia visiva che televisiva.
Tutto ciò comporta che: ...le famiglie con un giocatore compulsivo sono rovinate come quelle con un tossicodipendente.
La gestione di questo mercato è quindi in mano a società al limite della legalità come stanno dimostrando le recenti operazioni giudiziarie e gli arresti di personaggi legati a organizzazioni illegali (di natura camorristica o mafiosa) oppure a partiti politici.
Di fatto si è alla presenza di una vera e propria giungla, nella quale operano indisturbate numerose aziende con sede legale nei “paradisi fiscali” e esponenti della politica nostrana, financo parlamentari a loro volta utili per manovrare leggi e normative favorevoli alle imprese del settore.
In questa giungla, nella quale operavano già nel gioco d'azzardo diversi soggetti e imprese a volte di natura camorristica o mafiosa, considerata “illegale” fino a qualche anno fa, lo stato è riuscito a trasferirla nella legalità, legalità nella quale lo stato, speculando con una certa leggerezza su questo, reclamizzandoli o pubblicizzandoli attraverso spot televisivi, quotidiani e riviste, enormi cartelloni pubblicitari, etc… ; faccia soldi lasciandolo di fatto gestire a società al limite della legalità.
Questo comportamento da parte degli organi statali più che apparire immorale, è bensì un’indicazione evidente sulle intenzioni e le mire di uno stato e della sua classe dirigente la quale, lungi dal tutelare ed educare i suoi cittadini, li lascia preda e in balia di chi è in grado di approfittare delle loro debolezze, realizzando quei facili guadagni che sono indicati nello slogan pubblicitario “vincere facile!”
Pertanto la stragrande maggioranza di chi opera in questo settore lo fa in modo del tutto legale. Dalla giungla del 2003 siamo oggi a questa situazione che si ritiene un successo.
La spesa reale degli italiani per il gioco nel 2014 è stata di 17,531 miliardi di euro.
Infatti alla raccolta lorda di 84,485 miliardi di euro (in contrazione rispetto ai 84,728 miliardi del 2013) devono essere sottratti 66,954 miliardi di vincite pagate ai giocatori. La somma restituita sotto forma di vincita ai giocatori costituisce circa l’80% della raccolta totale.
Dei 17,531 miliardi di spesa reale, 7,959 sono andati allo Stato come gettito erariale.
I restanti 9,572 miliardi sono tornati alla filiera e divisi tra rete commerciale (punti vendita, bar, tabacchi), imprese concessionarie di Stato per i diversi servizi pubblici di gioco (scommesse, apparecchi da intrattenimento, giochi numerici, online, Bingo, etc.), gestori e altri soggetti della filiera. Fonte: Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, “Organizzazione, attività e statistica – Anno 2014” (4)
Altra vicenda riguarda il lavaggio e riciclaggio del denaro, ritenuto “sporco”, perchè proveniente da illeciti o evasioni fiscali.
Secondo un dossier di Libera, infatti, 41 clan si spartiscono il racket del gioco d’azzardo, dal Piemonte alla Sicilia con poche Regioni immuni. “L’obiettivo è come sempre il riciclaggio: immettere in un mercato lecito denaro sporco” riferisce il presidente dell’AIRA (Associazione italiana Responsabili Antiriciclaggio). (5)
In questo dossier, diviso in capitoletti:
– Oltre al riciclaggio i reati più contestati sono l’usura e l’evasione fiscale;
– La faccia pulita della criminalità è un ottimo strumento per introdursi nella filiera del gioco d’azzardo a tutti i livelli. Etc. etc.
Le attività “lavorative” del riciclatore consisterebbero quindi nel liberarsi il prima possibile del denaro considerato “sporco”; lo porta quindi in contanti alla sala gioco di riferimento la quale, con queste somme realizza la cassa con la quale verranno pagate le vincite al banco. Ciò avviene soprattutto nelle sale periferiche delle grandi metropoli, dove i controlli delle forze dell’ordine sono meno invasivi.
In conclusione riportiamo un elenco indicativo delle aziende, per comprendere meglio il mercato dell’azzardo; i relativi introiti nel settore e quanto speso dal “giocatore”.
Una prima e parziale indagine rileva le enormi quantità di capitali e di spese (6)
A novembre 2016 le scommesse sportive hanno raccolto circa 750 milioni di euro.
BET365 129,018.624 €
SNAI 92,371.397 €
EUROBET 82,089.067 €
SISAL 70,569.689 €
LOTTOMATICA 68,486.227 €
GOLDBET 57,456.024 €
SKS365 41,019.036 €
INTRALOT 36,148.337 €
WILLIAM HILL 20,736.395 €
OIA SERVICES 17,383.273 €
BWIN 16,270.677 €
PADDY POWER 13,260.111 €
UNIBET 6,270.212 €
GAMENET 5,063.640 €
POKERSTARS 4,099.707 €
BETFAIR 3,926.368 €
BETCLIC 3,186.786 €
PEOPLE’S 3,095.991 €
POKER&BET 2,800.153 €
(in milioni di euro)
Chiaramente non è detto da nessuna parte che queste aziende siano “illegali” oppure gestite in modo illegale o proprietà di personaggi in odor di organizzazione malavitosa.
Le indagini ancora in corso in questo settore comunque indicano la presenza e la gestione di alcuni passaggi societari e implicazioni con personaggi appartenenti alla politica e quindi capaci di indirizzare e orientare alcuni provvedimenti legislativi o proporre emendamenti favorevoli ad alcune imprese del settore giochi, durante la presentazione e discussione di leggi e normative legislative in materia “gioco”.
Comunque nel 2014 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, aveva sottoposto a controllo 27.428 esercizi, cui si aggiungono i 7mila controllati da Siae.
In tutto sono state controllate il 44% del numero totale dei locali da gioco.
Le indagini proseguono in tutto il territorio nazionale; nel 2015, ne sono stati controllati 27.532.
Quindi resta grande il sospetto che in questo settore possano essere presenti soggetti o personaggi, o imprese, non sempre in regola con le normative di legge e i contratti di concessione rilasciati dal ministero competente.
Concludendo è utile sapere che sono 6.600 le imprese, con 140.000 addetti, che compongono la filiera che è presente anche “Confindustria sistema gioco Italia” (quindi sappiamo che la lobby dei giochi fa parte di Confindustria, e che con Assointrattenimento, quella dei giochi è evidentemente una vera e propria “industria”, anche se in un settore considerato del “terziario arretrato”).
Note:
1) http://contropiano.org/news/news-economia/2016/12/14/arrestati-boss-delle-slot-si-apre-un-verminaio-087023
2) http://blog.lexitalia.it/?p=1874
3) La potente lobby dei giochi d’azzardo
4)https://www.agenziadoganemonopoli.gov.it/portale/documents/20182/536133/Libro+blu+2014+versione+finale+ridotto.pdf/e096ca58-6b45-44e3-a1a7-829c9ad6fcb7
5) http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/09/per-lavare-il-denaro-niente-e-meglio-di-una-sala-slot/13754/
6) https://scommettitore.wordpress.com/2016/12/12/scommesse-a-novembre-raccolti-750-milioni-di-euro-28-bet365-sempre-leader-del-mercato-ma-raccolta-in-calo-sul-podio-anche-snai-ed-eurobet/
7) http://www.mineraliclandestini.it/le-proiezioni-finali-sul-fatturato-dellindustria-del-gambling-nel-2015/
Fonte
16/11/2016
Lo “squalo” George Soros dietro le proteste anti Trump
di Fulvio Scaglione – linkiesta.it
"Avrei impiegato meno tempo a scrivere questo pezzo se non fossi stato così impegnato a ridere. Non è carino farlo, lo ammetto, però, insomma, pensateci un attimo: avreste mai immaginato di vedere una rivoluzione colorata anche negli Usa? Perché è questo che succede, anche se non ve lo dicono. In molte grandi città americane come Portland (nell’Oregon), Los Angeles e Oakland (California), Philadelphia (Pennsylvania), Denver (Colorado), Dallas (Texas), Baltimora (Maryland) e naturalmente New York, da giorni migliaia di persone protestano contro l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump.
Popolo sdegnato, cittadini in ansia per le sorti del Paese, movimento spontaneo di gente perbene? Qualcuno così ci sarà pure, per carità. Ma la realtà è quella che è rapidamente saltata fuori: file e file di pullman noleggiati per spostare i manifestanti da un posto all’altro, paga oraria tra 15 e 20 dollari l’ora per gridare «Not my president» contro Trump, panini e bibite gratis. All’inizio tutto è filato liscio, peace and love per tutti. Poi sono comparsi i primi ragazzotti mascherati, sono cominciate a volare le bottiglie e a finire in frantumi le vetrine. Sono arrivati i corpo a corpo tra manifestanti e poliziotti e a Portland sono partiti i primi colpi di pistola. Ferito ma non in pericolo di vita un dimostrante, arrestato lo sparatore, un diciottenne saltato fuori da un’automobile.
Non ricorda nulla, tipo Ucraina 2014, Georgia 2003 o Siria 2011? Assegnati ormai quasi tutti i nomi dei fiori, come lo intitoliamo questo esperimento di esportazione della democrazia proprio negli Usa, il Paese che dal 1989 esporta democrazia nel resto del mondo? La Rivoluzione dei cetrioli in omaggio al Midwest? La Rivoluzione degli hot dog per amore di New York? La Rivoluzione delle arance per la grande California?
In altri Paesi, dove di solito gli Usa vanno più di fretta, a questo punto le cose procedono così. Durante una delle tante manifestazioni si verifica un “incidente” in cui muoiono uno o più dimostranti e uno o più poliziotti. Le gente si invelenisce e la polizia pure. Spuntano le armi, magari anche dei cecchini che poi nessuno troverà (né tantomeno cercherà). Gli scontri salgono di tono. Aumenta il numero dei morti. Le proteste diventano sempre meglio organizzate. I politici Usa dicono che ha ragione il popolo (ucraino, georgiano, siriano, venusiano, marziano, qualunque, purché non sia quello del Bahrein o quello dello Yemen, colpiti dall’esercito saudita, o quello della Turchia che si schiera con Erdogan) e che sono pronti ad aiutarlo in ogni modo. Visto l’andazzo, non sapendo che altro fare, i politici europei ripetono le stesse dichiarazioni. E tutto va come deve andare.
Negli Usa è tutto un po’ più complesso. Infatti George Soros, l’uomo che ha buttato decine di milioni di dollari nella campagna elettorale di Hillary Clinton, che fa? Convoca al Mandarin Oriental Hotel di Washington, per un bel “seminario” a porte chiuse, la Democracy Alliance e alcuni dei più noti personaggi del Partito Democratico, da Nancy Pelosi (ex presidente della Camera dei Rappresentanti) alla senatrice Elisabeth Warren, oltre ai capi dei sindacati e dei gruppi di pressione liberal.
La Democracy Alliance, non è una delle tante lobby tipiche della politica americana, una specie di club che si batte, come da statuto, per “una democrazia onesta, un’economia inclusiva e un futuro sostenibile”. È anche, se non soprattutto, una straordinaria macchina per la raccolta fondi. La “tessera” costa 30 mila dollari l’anno e ogni membro è tenuto a versare almeno altri 20 mila dollari l’anno per questa o quella delle cause sponsorizzate dalla Alliance. Il sito Politico ha calcolato che dal 2005, anno di fondazione, l’Alliance ha raccolto oltre 500 milioni di dollari per il Partito democratico e i suoi esponenti. Inutile sottolineare che l’ultimo, vano sforzo era stato fatto per portare Hillary Clinton alla Casa Bianca. Pare insomma che George Soros la sua Rivoluzione dei cetrioli abbia deciso di portarla avanti a suon di dollari, strumento di cui dispone con una certa abbondanza.
A questo punto uno potrebbe chiedersi che c’entra Soros. C’entra, c’entra. E non solo perché suo figlio Jonathan è membro della Democracy Alliance. Come il bravo Roberto Vivaldelli ci ha raccontato sugli Occhi della Guerra, dietro i manifestanti di questi giorni e i loro puntualissimi cortei c’è UsAction, una rete di 501 associazioni e gruppi distribuiti su tutti gli Stati Uniti. Ma non è tutto qui. L’altra grande forza dietro il movimenti di protesta è MoveOn, la piattaforma che si propone di “portare la gente comune nella politica” e che ora, guarda caso, trovando scandalosa l’elezione di Donald Trump, fa campagna contro i collegi elettorali, chiedendo che l’elezione del Presidente sia affidata al solo voto popolare.
UsAction e MoveOn hanno in comune una cosa, anzi un miliardario: George Soros, appunto, che ha finanziato con larghezza l’una e l’altra. Dopo aver fatto il giro del mondo sponsorizzando rivoluzioni colorate, il grande destabilizzatore tenta il colpo più audace. Ora vuole nientemeno che destabilizzare il proprio paese. Esportare la democrazia tra coloro che sono convinti di averne il monopolio. Salvare gli americani da loro stessi. Perché, giustamente, a che serve la democrazia se poi la gente sceglie come le pare?
Fonte
"Avrei impiegato meno tempo a scrivere questo pezzo se non fossi stato così impegnato a ridere. Non è carino farlo, lo ammetto, però, insomma, pensateci un attimo: avreste mai immaginato di vedere una rivoluzione colorata anche negli Usa? Perché è questo che succede, anche se non ve lo dicono. In molte grandi città americane come Portland (nell’Oregon), Los Angeles e Oakland (California), Philadelphia (Pennsylvania), Denver (Colorado), Dallas (Texas), Baltimora (Maryland) e naturalmente New York, da giorni migliaia di persone protestano contro l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump.
Popolo sdegnato, cittadini in ansia per le sorti del Paese, movimento spontaneo di gente perbene? Qualcuno così ci sarà pure, per carità. Ma la realtà è quella che è rapidamente saltata fuori: file e file di pullman noleggiati per spostare i manifestanti da un posto all’altro, paga oraria tra 15 e 20 dollari l’ora per gridare «Not my president» contro Trump, panini e bibite gratis. All’inizio tutto è filato liscio, peace and love per tutti. Poi sono comparsi i primi ragazzotti mascherati, sono cominciate a volare le bottiglie e a finire in frantumi le vetrine. Sono arrivati i corpo a corpo tra manifestanti e poliziotti e a Portland sono partiti i primi colpi di pistola. Ferito ma non in pericolo di vita un dimostrante, arrestato lo sparatore, un diciottenne saltato fuori da un’automobile.
Non ricorda nulla, tipo Ucraina 2014, Georgia 2003 o Siria 2011? Assegnati ormai quasi tutti i nomi dei fiori, come lo intitoliamo questo esperimento di esportazione della democrazia proprio negli Usa, il Paese che dal 1989 esporta democrazia nel resto del mondo? La Rivoluzione dei cetrioli in omaggio al Midwest? La Rivoluzione degli hot dog per amore di New York? La Rivoluzione delle arance per la grande California?
In altri Paesi, dove di solito gli Usa vanno più di fretta, a questo punto le cose procedono così. Durante una delle tante manifestazioni si verifica un “incidente” in cui muoiono uno o più dimostranti e uno o più poliziotti. Le gente si invelenisce e la polizia pure. Spuntano le armi, magari anche dei cecchini che poi nessuno troverà (né tantomeno cercherà). Gli scontri salgono di tono. Aumenta il numero dei morti. Le proteste diventano sempre meglio organizzate. I politici Usa dicono che ha ragione il popolo (ucraino, georgiano, siriano, venusiano, marziano, qualunque, purché non sia quello del Bahrein o quello dello Yemen, colpiti dall’esercito saudita, o quello della Turchia che si schiera con Erdogan) e che sono pronti ad aiutarlo in ogni modo. Visto l’andazzo, non sapendo che altro fare, i politici europei ripetono le stesse dichiarazioni. E tutto va come deve andare.
Negli Usa è tutto un po’ più complesso. Infatti George Soros, l’uomo che ha buttato decine di milioni di dollari nella campagna elettorale di Hillary Clinton, che fa? Convoca al Mandarin Oriental Hotel di Washington, per un bel “seminario” a porte chiuse, la Democracy Alliance e alcuni dei più noti personaggi del Partito Democratico, da Nancy Pelosi (ex presidente della Camera dei Rappresentanti) alla senatrice Elisabeth Warren, oltre ai capi dei sindacati e dei gruppi di pressione liberal.
La Democracy Alliance, non è una delle tante lobby tipiche della politica americana, una specie di club che si batte, come da statuto, per “una democrazia onesta, un’economia inclusiva e un futuro sostenibile”. È anche, se non soprattutto, una straordinaria macchina per la raccolta fondi. La “tessera” costa 30 mila dollari l’anno e ogni membro è tenuto a versare almeno altri 20 mila dollari l’anno per questa o quella delle cause sponsorizzate dalla Alliance. Il sito Politico ha calcolato che dal 2005, anno di fondazione, l’Alliance ha raccolto oltre 500 milioni di dollari per il Partito democratico e i suoi esponenti. Inutile sottolineare che l’ultimo, vano sforzo era stato fatto per portare Hillary Clinton alla Casa Bianca. Pare insomma che George Soros la sua Rivoluzione dei cetrioli abbia deciso di portarla avanti a suon di dollari, strumento di cui dispone con una certa abbondanza.
A questo punto uno potrebbe chiedersi che c’entra Soros. C’entra, c’entra. E non solo perché suo figlio Jonathan è membro della Democracy Alliance. Come il bravo Roberto Vivaldelli ci ha raccontato sugli Occhi della Guerra, dietro i manifestanti di questi giorni e i loro puntualissimi cortei c’è UsAction, una rete di 501 associazioni e gruppi distribuiti su tutti gli Stati Uniti. Ma non è tutto qui. L’altra grande forza dietro il movimenti di protesta è MoveOn, la piattaforma che si propone di “portare la gente comune nella politica” e che ora, guarda caso, trovando scandalosa l’elezione di Donald Trump, fa campagna contro i collegi elettorali, chiedendo che l’elezione del Presidente sia affidata al solo voto popolare.
UsAction e MoveOn hanno in comune una cosa, anzi un miliardario: George Soros, appunto, che ha finanziato con larghezza l’una e l’altra. Dopo aver fatto il giro del mondo sponsorizzando rivoluzioni colorate, il grande destabilizzatore tenta il colpo più audace. Ora vuole nientemeno che destabilizzare il proprio paese. Esportare la democrazia tra coloro che sono convinti di averne il monopolio. Salvare gli americani da loro stessi. Perché, giustamente, a che serve la democrazia se poi la gente sceglie come le pare?
Fonte
24/08/2016
M5s: attenti agli errori
Beppe Grillo ha lanciato l’appello a versare 30 euro
di sottoscrizione per consentire al Movimento di affrontare le prossime
scadenze. Lo farò ed invito tutti i sostenitori del No a fare
altrettanto. Il M5s è il principale motore dello schieramento del No,
lo ricordo a tutti, e già lo sta dimostrando con il tour in tutta
Italia di Di Battista: bravo Dibba, e brava anche Chiara Appendino, che è
partita con il piede giusto (a parte l’insana passione vegetariana che
non approvo). Ci risarciscono un po’ del sangue amaro che ci fanno fare
le notizie da Roma.
Intendiamoci: per lamentarsi, dopo un solo mese dall’insediamento, che Roma è sommersa dai rifiuti e che la giunta non sta facendo niente, occorre avere molta malafede e, se poi ad essere sdegnati sono quelli stessi che hanno provocato il disastro, in primo luogo quelli del Pd e dopo quelli della destra, ci vuole anche una faccia di tolla da guinness dei primati.
Nei confronti del M5s la stampa sta conducendo una campagna indecente,
di totale disonestà intellettuale, che non sa cosa sia la deontologia
professionale. La Raggi tarda a fare la giunta? Giù romanzi di foschi di
giochi correntizi interni, basati su spifferi e dicerie. Non dico che
tutto sia inventato, ma si capisce subito che si tratta di voci di
corridoio gonfiate all’inverosimile.
Però, cari amici del M5s, attenti con gli errori:
i giornalisti ci ricamano, e va bene, però anche voi gli date ago e
filo per farlo. Veniamo alle cose sicuramente sbagliate fatte da questa
giunta.
In primo luogo, troppa gente legata alle amministrazioni precedenti con due casi imperdonabili: Raffaele Marra e Paola Muraro tanto per fare due nomi.
Non si può promettere la discontinuità e
poi far trovare la stessa gente di prima. Più imperdonabile ancora di
Marra è la nomina della Muraro all’assessorato all’ambiente. Ma come:
c’è un disastro ambientale senza precedenti e tu all’ambiente ci metti
uno dei massimi responsabili di quel disastro? E’ stata consulente
dell’ente per 10 anni (e lasciamo perdere la cifra da capogiro che si è
presa), quindi è sicuramente corresponsabile del disastro, se una
persona non doveva essere messa in quel posto era lei. Come vi è venuto
in testa di fare una sciocchezza del genere?
“Ma è una persona competente”.
Se i risultati di tanta competenza sono quelli che ammiriamo, meglio
farne a meno. Ma forse vogliamo sostenere che la Muraro ha fatto il
meglio ed era l’agenzia a non dar seguito ai suoi suggerimenti? Ma
allora, perché l’ha tenuta 10 anni? E lei che c’è rimasta a fare? Certo
aveva centomila ragioni per restare, centomila all’anno.
Oppure, vogliamo sostenere che non era
possibile fare altro ma, allora, erano sbagliate le critiche mosse alle
amministrazioni precedenti e, soprattutto, che dobbiamo rassegnarci al
fatto che tutto resterà come prima e la nuova giunta non segnerà alcuna
discontinuità.
Dunque quella nomina segna una resa alla logica delle giunte precedenti. Magari adesso evitate di proseguire facendo Carminati assessore al Patrimonio: anche quello, a suo modo, è uno competente.
“Ma chi dovevamo metterci?” Mi
si dice. Risposta: nessuno di Roma per evidente “incompatibilità
ambientale”. Ci sono ottimi esperti della materia in tutta Italia e, se
vogliamo, in Europa, tanto, guardate che i rifiuti sono gli stessi a
Roma, a Bologna, a Trieste, a Dusseldorf o a Varsavia. Poi ci sono
particolarità ambientali (compresa la particolare indisciplina dei
cittadini), ma quelle si studiano.
Se poi il neo assessore si difende consegnando in ritardo alla Procura dei dossier, giustificandosi
con improbabili scuse di obbligo al segreto d’ufficio, è proprio sicuro
che l’assessore va cambiato prima di sera. Vedo che lo si sta difendendo, va bene, vediamo quanto dura.
Molto diversa è la questione della signora Carla Romana Raineri
che è stata assunta come capo di gabinetto del sindaco di Roma con uno
stipendio di oltre 190.000 euro. Il Pd ci ha imbastito una speculazione a
livello della sua ars diffamandi: ma come, questa prende il triplo di
quello che prendeva il suo predecessore nella giunta Marino ed il doppio
di quello che stava con Alemanno? Scandalo!
Allora entriamo nel merito: la signora,
in quanto magistrato con grado di Cassazione prendeva più o meno la
stessa cifra che prenderà adesso che lavorerà per il comune di Roma,
restando in aspettativa senza stipendio in quanto magistrato. Quel
minimo in più certamente non compenserà viaggi ed albergo a Roma, dato
che la signora risiede a Milano. Quindi, in sé, nulla di scandaloso, e
l’unica differenza è che prima era pagata dallo Stato per il tramite del
ministero di Grazia e Giustizia ed ora per il tramite del Comune di
Roma. Ma 190.000 euro all’anno sono troppi? Lo dico anche io, ma non è
colpa della Raineri, è lo Stato che dà stipendi spropositati ai
magistrati che, per di più, fanno carriera automatica nella quale basta
che non ci sia “demerito”. Ma questo è un altro paio di maniche e ne
parleremo in altra occasione, qui mi pare che nessuno possa decentemente
sostenere che la Raineri non avesse diritto a mantenere la sua
retribuzione, per di più stando in trasferta e con un lavoro
obiettivamente più oneroso.
L’errore del M5s – e si, lasciatemelo dire – è stato di ordine comunicativo.
Che si fosse deciso di dare uno stipendio di quella entità, per quelle
ragioni, andava detto subito, contestualmente alla nomina, spiegando
che, in questo caso, la signora non avrebbe mantenuto altri stipendi
(come nel caso del segretario generale di Marino). Quelli del Pd
avrebbero trovato da ridire comunque, ma avrebbero avuto la strada
tagliata e la cosa sarebbe funzionata meno.
Stesso errore a proposito dell’incontro fra Di Maio e le lobbies,
giustificato dopo con l’esigenza di incontrare i rappresentanti di una
categoria che, in un modo o nell’altro, occorre regolamentare. Fatto
così, nessuno ti crede e la gente pensa che sei stato scoperto mentre
intendevi incontrare di nascosto i lobbisti e dopo ti sei inventato
quella scusa. Sarebbe stato molto più lineare dire prima che occorre
regolamentare il settore, magari anche proibirlo, ma che intanto andavi
a sentire cosa hanno da dire e dichiararlo apertamente. Non ci sarebbe
stato nessuno scandalo.
Allo stesso modo si poteva fare per
l’incontro con l’Aspen: che un politico che si candida alla carica più
importante dello Stato, incontri anche il diavolo non deve far scandalo
perché deve incontrare tutti. Ma nel modo più aperto e senza dare la
sensazione di chissà quale intrigo. La chiarezza è sempre la miglior
difesa.
Insomma, cari amici, mettetevi in testa di dover essere molto più prudenti, perché ogni sbaglio ve lo faranno pagare almeno il triplo che agli altri. Ricordatelo sempre.
12/04/2016
Si al Referendum sulle trivelle, contro il comitato d’affari di Palazzo Chigi
Domenica prossima voteremo sulla legge
che consente le trivellazioni al largo delle nostre coste.
Bloccare le
trivellazioni è una misura di buon senso e già per questo motivo è
auspicabile una vittoria del Si. In primo luogo esiste
il fondato dubbio che, non sempre ma a volte, lo sfruttamento di gas e
petrolio a quelle profondità può provocare movimenti tellurici ed è per
lo meno disonesto l’atteggiamento dei mass media in queste settimane che
tacciono o mettono in ombra casi del genere o l’esistenza di movimenti
di opinione su questo tema. Per non dire del rischio di inquinamento di
falde più o meno profonde. Non sono per principio ostile allo
sfruttamento del petrolio di scisto, ma non sarebbe il caso di studiare
meglio i rischi e la prevenzione contro essi prima di avventurarsi su
questo terreno? Per approfondire alcuni temi legati al referendum
inoltre, segnalo questo articolo che mi pare ben fatto.
Anche perché, se ci trovassimo nella
situazione di 10 anni fa, quando il petrolio da 40 dollari al barile
galoppava verso i 170, la cosa avrebbe una certa urgenza, ma siamo in
una situazione in cui il petrolio oscilla fra i 30 ed i 40 dollari e
questa situazione probabilmente non cambierà ancora per alcuni anni.
Al punto che le compagnie petrolifere
del settore, negli Usa, ne sono disperate, perché a quei prezzi il loro
fallimento è certo e ci sono da pagare le banche che hanno finanziato le
trivellazioni. Già, perché estrarre petrolio a quelle profondità ha un
costo molto superiore ai 40 dollari e, quindi significa produrre in perdita. Insomma, anche economicamente sembra una
bestialità: mentre gli altri frenano la produzione, noi conduciamo
ricerche (per giunta rischiose) proprio in questo settore, per cui,
questi giacimenti, non sono economicamente convenienti per ancora
diversi anni. Vice versa, la strada più opportuna sembra quella delle
energie rinnovabili per le quali siamo all’avanguardia e, perciò stesso,
conviene che proseguiamo, mentre, se si consumano risorse per
trivellare poi le si sottrae allo sviluppo delle rinnovabili (anche se,
poi, in questo caso, le spese sono delle compagnie petrolifere che, poi
intendono rifarsi più con giochi finanziari che altro).
Dunque, ci sono ottime ragioni, tanto
ambientali quanto economiche, per cui un governo assennato opterebbe per
il blocco delle trivelle. Ma il nostro governo è sensibile ad altre ragioni che si sono rese evidenti a Potenza.
A proposito: Renzi è un genio! Pescano un ministro con le mani nella
marmellata grazie ad una intercettazioni e lui che dice? Che bisogna
dare una stretta alle intercettazioni telefoniche. C’è poco da fare:
questo Renzi pensa con la testa dell’imputato. Mi ricorda un altro
signore...
E dunque c’è anche un’altra ottima ragione per andare a votare e votare Si: colpire il governo del malaffare. Non si tratta solo di inquinamento ambientale da petrolio, ma anche di inquinamento della vita politica da interessi privati.
Una sconfitta del governo su questo
terreno sarebbe un ottimo esordio prima delle amministrative e poi del
referendum istituzionale di ottobre, per preparare la cacciata del
fiorentino. Ma potrebbe anche avere altri riflessi di cui si parla poco.
Come è noto il referendum è stato sostenuto in particolare dal
Presidente della Regione Puglia Emiliano che, nel congresso di tre anni
fa fu fra i sostenitori di Renzi, ma oggi si candida come suo
concorrente. Una vittoria referendaria lo trasformerebbe in un personaggio nazionale intorno al quale potrebbe agglutinarsi quella
corrente di “centro” capace di mettere in minoranza Renzi forse prima
ancora del congresso. E non mi pare poco.
Dunque, diamoci sotto e che questo referendum sia il primo chiodo sulla bara del fiorentino.
Il problema di Hillary Clinton non è tanto il denaro dalle corporations, ma la sua “corporate worldview”
[Testo di Naomi Klein tradotto, da The Nation del 06/04/2016]
Clinton
è straordinariamente inadeguata al compito epico di confrontarsi con le
aziende dei combustibili fossili che traggono profitto dal cambiamento
climatico.
Non
ci sono molte certezze rimaste nella corsa presidenziale degli Stati
Uniti, ma c’è una cosa di cui possiamo essere assolutamente sicuri: al
fronte Clinton non piace parlare dei soldi provenienti dalle
corporations di combustibili fossili. La settimana scorsa, quando una
giovane attivista di Greenpeace ha messo alla prova Hillary Clinton
riguardo ai contributi ricevuti dalle aziende di combustibili fossili,
la candidata ha accusato la campagna di Bernie Sanders di “mentire” e ha
dichiarato di esserne “così nauseata”. Appena lo scambio è andato
virale, una schiera di potenti sostenitori della Clinton ha dichiarato
che non c’è niente da capire e che ognuno avrebbe dovuto proseguire
oltre.
La
stessa idea che l’accettare questo denaro possa avere un impatto sulle
azioni di Clinton è “priva di fondamento e dovrebbe cessare”, secondo il
senatore della California Barbara Boxer. E’ “assolutamente falsa”,
“inappropriata”, e non “regge”, ha dichiarato il sindaco di New York
Bill de Blasio. L’editorialista del New York Times Paul Krugman è
arrivato al punto di pubblicare per
il fronte di Sanders delle “linee guida per un buon e un cattivo
comportamento”. La prima linea guida? Chiudere le “insinuazioni che
lasciano ad intendere, senza prove, che la Clinton è corrotta.”
Questo è un mucchio di artiglieria pesante per dare una sberla ad un non-problema. Quindi è un problema o no?
In primo luogo, alcuni fatti. La
campagna di Hillary Clinton, compreso il suo Super PAC, ha ricevuto un
sacco di soldi da parte di dipendenti e di lobbisti iscritti a società
di combustibili fossili. Ci sono i tanto citati 4,5 milioni di dollari
calcolati da Greenpeace, che comprendono bundling dai lobbisti.
Ma non è tutto. C’è molto più denaro
proveniente da fonti non incluse in questo calcolo. Per esempio, uno dei
finanziatori più importanti e attivi di Clinton è Warren Buffett. Contemporaneamente a possedere un grande mix di beni patrimoniali,
Buffett è implicato fino ai suoi occhi nel carbone, compresi il
trasporto e alcune delle più sporche centrali elettriche a carbone nel
Paese.
Poi c’è tutto il denaro che le aziende
dei combustibili fossili hanno direttamente pompato nella Clinton
Foundation. Negli ultimi anni, Exxon, Shell, ConocoPhillips e Chevron
hanno contribuito alla fondazione. Un’indagine dell’International
Business Times ha appena rivelato che almeno due di queste compagnie
petrolifere facevano parte di un tentativo di pressione verso il
Dipartimento di Stato di Clinton relativamente alle sabbie bituminose in
Alberta, un enorme deposito di petrolio extra-sporco. I principali
scienziati del clima, come James Hansen,
hanno spiegato che se non conserviamo nel suolo la stragrande
maggioranza di carbonio, scateneremo livelli catastrofici di
riscaldamento.
In questo periodo – l’indagine ha
scoperto – il Dipartimento di Stato di Clinton ha approvato l’Alberta
Clipper, un controverso oleodotto atto a trasportare grandi quantità di
bitume-sabbie bituminose da Alberta al Wisconsin. “Secondo i dati
federali sulle attività di lobbying esaminati da IBT”, scrivono David
Sirota e Ned Resnikoff ,”entrambe Chevron e ConocoPhillips hanno fatto
pressioni al Dipartimento di Stato in particolar modo sulla questione
delle “sabbie bituminose” nei mesi immediatamente precedenti
l’approvazione del dipartimento, così come ha fatto un’associazione di
categoria finanziata da ExxonMobil”.
Hanno le donazioni alla Clinton
Foundation a che fare con la decisione del Dipartimento di Stato sul
gasdotto? Rendono, queste donazioni, Hillary Clinton più disposta a
considerare le condutture delle sabbie bituminose come rispettose
dell’ambiente, così come le prime recensioni del Dipartimento di Stato
su Keystone XL sembravano
concludere, nonostante i molti avvertimenti scientifici? Non c’è
nessuna prova – nessuna “smoking gun”, come piace dire ai difensori di
Clinton. Così come non vi è alcuna prova che il denaro, che la sua
campagna ha ricevuto da gruppi di pressione del settore del gas e dai finanziatori delle attività di fracking, abbia dato
forma all’attuale (e pericolosa) opinione di Clinton che le attività
di fracking possono essere messe in sicurezza.
E’ importante riconoscere che la
piattaforma della campagna di Clinton include alcune politiche
climatiche molto buone, che sicuramente non fanno piacere a questi
donatori – ed è per questo che il settore dei combustibili fossili dà
molto di più ai Repubblicani, negatori del cambiamento climatico.
Eppure tutta la confusione sul
finanziamento puzza, e sembra peggiorare di giorno in giorno. Quindi è
molto positivo che il fronte di Sanders non si attenga alle “linee guida
per la buona condotta” di Krugman e non faccia silenzio sulle
donazioni, in un anno in cui il cambiamento climatico ha contribuito a
far registrare le temperature più calde da quando si è cominciato a
prenderne nota. Queste primarie non sono concluse, e gli elettori
Democratici hanno bisogno e meritano di sapere tutto il possibile prima
di fare una scelta con la quale tutti dovremo convivere per un periodo
di tempo molto lungo.
Eva Resnick-Day, la 26 enne attivista di
Greenpeace che la scorsa settimana ha suscitato la reazione “così
nauseata” della Clinton, ha una prospettiva molto lucida e commovente su
quanto fatidiche queste elezioni siano, su quanto ci sia in gioco.
Rispondendo alla dichiarazione di Clinton per cui i giovani “non fanno
le proprie ricerche”, Resnick-Day ha detto a Democracy Now!:
Come movimento giovanile abbiamo
fatto la nostra ricerca e per questo siamo così terrorizzati per il
futuro ... Gli scienziati stanno dicendo che abbiamo la metà della
quantità di tempo che pensavamo di avere per affrontare il cambiamento
climatico prima di andare oltre il punto di non ritorno. E per questo
motivo, i giovani – coloro che erediteranno e dovranno affrontare questo
problema, sono incredibilmente preoccupati. Quello che succederà nei
prossimi quattro o otto anni potrebbe determinare il futuro del nostro
pianeta e della specie umana. Ed è per questo che siamo lì fuori… ponendo
questioni difficili a tutti i candidati: per fare in modo che chi sarà
in carica non continui ad affrontare le questioni come è stato fatto
fino ad ora, ma prenda una vera e propria posizione per fare fronte, in
maniera significativa e profonda per il futuro del nostro pianeta, il
cambiamento climatico.
Le parole di Resnick-Day colpiscono il
cuore del perché questo non sia solo un altro ciclo elettorale, e perché
la rete di coinvolgimenti aziendali di Clinton è profondamente
allarmante, con o senza una “smocking gun”. Chiunque vinca nel mese di
novembre, il prossimo presidente entrerà in ufficio con la schiena
contro il muro della questione del clima. In parole povere, siamo
semplicemente fuori tempo. Come Resnick-Day giustamente afferma, tutto
si muove più velocemente rispetto a ciò a cui la speculazione
scientifica in materia ci ha preparato. I ghiacci si stanno sciogliendo più velocemente. Il livello degli oceani sta aumentando più velocemente.
E questo significa che gli stessi
governi devono muoversi molto più rapidamente. Gli ultimi studi
scientifici “peer-reviewed” ci dicono che se, in questo secolo, vogliamo
battere un bel colpo verso la protezione delle città costiere – inclusa
New York, il luogo in cui Bernie e Hillary chiariranno le cose – allora
abbiamo bisogno di abbandonare i combustibili fossili con una velocità
sovrumana. Un nuovo studio della Oxford University,
pubblicato sulla rivista Applied Energy, conclude che per avere una
possibilità di 50 e 50 nel raggiungimento degli obiettivi di temperatura
fissati a Parigi, ogni nuova centrale deve essere a zero emissioni di
carbonio a partire dal prossimo anno.
Questo è difficile. Davvero difficile.
Come minimo, richiede la volontà di andare testa a testa con le due
industrie più potenti del pianeta – le società di combustibili fossili e
le banche che le finanziano. Hillary Clinton è semplicemente inadatta a
questo compito epico.
Mentre Clinton è brava a guerreggiare
con i Repubblicani, sostenendo che le potenti corporations vanno contro
la sua intera visione del mondo, contro tutto ciò che ha costruito, e
tutto quello che lei rappresenta. Il vero problema, in altre parole, non
è il denaro di Clinton proveniente dalle corporations, ma la sua
ideologia profondamente pro-corporations: una ideologia che fa sembrare
il prendere soldi dai lobbisti e l’accettare dalle banche esorbitanti
commissioni per i discorsi così naturale che la candidata ha difficoltà
nel vedere il perché tutto questo abbia creato confusione.
Per capire questa visione del mondo,
basta guardare non più lontano della fondazione alla quale Hillary
Clinton lavora e che porta il suo nome di famiglia. La missione della
Clinton Foundation può essere distillata come segue: c’è così tanta
ricchezza sciabordante intorno al nostro pianeta (grazie in gran parte
alla frenesia di deregolamentazione e privatizzazione che Bill Clinton,
quando è stato presidente, ha scatenato sul mondo), che ogni singolo
problema sulla terra, non importa quanto grande, può essere risolto
convincendo gli ultra-ricchi a fare opere giuste con i loro spiccioli. Naturalmente, coloro che possono convincerli a fare queste ammirevoli
gesta sono i Clinton, gli ultimi intermediari e affaristi della
relazione, con l’aiuto di un entourage di celebrità di serie A.
Quindi cerchiamo di dimenticare, per il
momento, le smoking guns. Il problema con il mondo Clinton è
strutturale. E’ il modo in cui queste relazioni profondamente
ingarbugliate – lubrificate dagli scambi di denaro, favori, status e
attenzione mediatica – plasmano ciò che, in primo luogo, viene proposto
a livello di politiche.
Per esempio, sotto la guida dei Clinton,
le aziende farmaceutiche collaborano con la fondazione in modo
da abbattere i loro prezzi in Africa (evitando con comodità la vera
soluzione: cambiare il sistema di brevettazione che permette loro di far
pagare prezzi grotteschi, in primo istanza, alle popolazioni povere).
The Dow Chemical Company finanzia progetti idrici in India (basta però
non parlare della loro connessione con il disastro sanitario in corso in
Bhopal, per il quale la società ancora si rifiuta di assumersi
piena responsabilità). Ed è stato al Clinton Global Initiative che il
magnate di una compagnia aerea, Richard Branson, dichiarò in maniera
appariscente l’impegno a stanziare miliardi per risolvere i cambiamenti
climatici (quasi un decennio più tardi stiamo ancora aspettando, mentre Virgin Airlines continua ad espandersi).
Nel mondo Clinton è sempre un
win-win-win: I governi sembrano efficaci, le aziende sembrano giuste, e
le celebrità sembrano serie. Oh, e ancora un’altra vittoria: i Clinton
crescono sempre più potenti.
Al centro di tutto c’è la convinzione
canonica che il cambiamento non avviene affrontando il ricco e il
potente, ma grazie ad una partnership con loro. Visto all’interno della
logica di quella che Thomas Frank ha
recentemente definito “la terra dei soldi”, tutte le azioni più
controverse di Hillary Clinton hanno un senso. Perché non prendere i
soldi dai lobbisti legati ai combustibili fossili? Perché non
venire pagati centinaia di migliaia di dollari per i discorsi
presso Goldman Sachs? Non è un conflitto di interessi; si tratta di una
partnership reciprocamente vantaggiosa, parte di un infinito
carosello di dare e prendere aziendale-politico.
Numerosi libri sono
stati riempiti con i fallimenti del filantrocapitalismo in stile
Clinton. Quando si parla di cambiamento climatico, disponiamo di tutte
le prove di cui abbiamo bisogno per sapere che questo modello è un
disastro su scala planetaria. Questa è la logica che ha dato luogo al
mondo infestato dalla frode dei mercati del carbonio e alle
instabili compensazioni delle emissioni di carbonio, invece di norme
dure per gli inquinatori – perché, ci hanno detto, la riduzione delle
emissioni doveva essere “win-win” e “market-friendly”.
Se il prossimo presidente perderà
altro tempo con questi schemi, l’orologio climatico si esaurirà, puro e
semplice. Se vogliamo avere qualche speranza di evitare la catastrofe,
l’azione deve essere senza precedenti nella sua velocità e portata. Se
progettata correttamente, la transizione verso un’economia post-carbonio
può essere in grado di fornire un gran numero di “wins”: non solo un
futuro più sicuro, ma un gran numero di posti di lavoro ben retribuiti;
un trasporto pubblico migliorato e a prezzi accessibili; le città più
vivibili; così come la giustizia razziale e ambientale per le comunità
interessate in prima persona dalle sporche attività estrattive.
La campagna di Bernie Sanders è costruita proprio intorno a questa logica: non i ricchi ad essere adulati per un po’ più di noblesse oblige, ma i semplici cittadini a riunirsi a sfidarli, ottenendo norme dure, e creando come risultato un sistema molto più equo.
Sanders e i suoi sostenitori hanno
capito un qualcosa di cruciale: non sarà tutto un win-win. Perché tutto
questo accada, le aziende di combustibili fossili, che hanno fatto
profitti osceni per molti decenni, dovranno iniziare a perdere. Perdere
più delle semplici agevolazioni fiscali e sussidi che Clinton promette
di tagliare. Queste dovranno anche perdere i nuovi contratti di
locazione per la perforazione e l’estrazione che vogliono; dovranno
essere negati loro i permessi per gli oleodotti e i terminali per
l’esportazione che tanto bramano costruire. Dovranno lasciare al suolo
migliaia di miliardi di dollari di riserve accertate di combustibili
fossili.
Nel frattempo, se i pannelli solari
proliferano sui tetti, le grandi aziende elettriche perderanno una
porzione significativa dei loro profitti, dal momento che i loro ex
clienti saranno parte del settore della generazione energetica. Ciò
creerebbe opportunità per un’economia più livellata e, in ultima
analisi, per bollette delle utenze più leggere – ma, ancora una volta,
alcuni potenti interessi dovranno perdere (che è il motivo per cui la
utility del carbone di Warren Buffett in Nevada è andata in guerra contro il solare).
Un presidente disposto a infliggere
queste perdite alle società di combustibili fossili e ai loro alleati ha
bisogno di essere più di un semplice non direttamente corrotto. Quel
presidente ha bisogno di essere pronto alla lotta del secolo – e
assolutamente chiaro su quale parte deve vincere. Guardando le primarie
Democratiche, non vi può essere alcun dubbio su chi è il più adatto ad
avanzare verso questo momento storico.
Le buona notizia? Ha appena vinto il Wisconsin. E non sta seguendo le linee guida di nessuno per una buona condotta.
Tradotto e inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes e pubblicato su The Post-Uman Times
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